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		<title><![CDATA[Livelli di assistenza, Piemonte al top ]]></title>
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		<description><![CDATA[<p style='color:#069;font-size:11px;font-style:italic;'><a href='http://gimbe.telpress.it/news/2026/10/05/2026100501716704444.PDF' target="_blank" ><img src='http://gimbe.telpress.it/images/help/PDF_16.png' align="left" border='0'/></a> Estratto da pag. 7 di <b>"CORRIERE DEI TERRITORI" </b>  del 05 Oct 2026 </p><p style='color:#444;font-size:11px;'>Nella controanalisi pubblicata dagli esperti della fondazione Cimbe si evidenzia, però, l'aumento della popolazione che rinuncia a curarsi o sceglie la sanità privata</p>]]></description>
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		<tp:ocr><![CDATA[Livelli di assistenza, Piemonte al top Nella controanalisi pubblicata dagli esperti della fondazione Gimbe si evidenzia, però, l’aumento della popolazione che rinuncia a curarsi o sceglie la sanità privata  Nel 2024 quasi tutte le regioni vengono promosse dal Ministero della salute per quanto riguarda i livelli essenziali di assistenza (LEA), ma nello stesso tempo aumentano la spesa dei cittadini nella sanità privata e le rinunce alle prestazioni sanitarie. Le nostre regioni nell’ultimo report del Ministero sono ampiamente promosse in tutte e 3 le aree di analisi (prevenzione, distrettuale e ospedaliera). Per ogni settore gli studi del Ministero hanno assegnato un punteggio in centesimi: la Lombardia è a quota 270 (96+89+85 nelle tre aree), il Piemonte a quota 272 (95+90+87) e la Liguria a quota 250 (93+84+73). Le uniche regioni inadempienti, ovvero che abbiano conseguito un’insufficienza (meno di 60 punti) in almeno uno dei 3 settori dello studio, sono la Provincia autonoma di Bolzano (59 nell’area della prevenzione), la Calabria (52 nel settore distrettuale) e la Sicilia (49 nella prevenzione).  Rispetto all’anno precedente, l’analisi del Ministero (pubblicata a luglio di quest’anno) rileva un miglioramento: nel 2023 infatti le regioni inadempienti erano 8. I risultati delle analisi derivano da un sistema complesso di calcolo (il nuovo sistema di garanzia adottato a partire  dal 2020), che applica 88 indicatori. L’indagine del 2024 si è basata su un sottoinsieme di 27 indicatori.  L’intervento della fondazione Gimbe Come ogni anno la fondazione Gimbe effettua una controanalisi, proprio partendo dall’apparente contrasto tra l’aumento delle promozioni della sanità pubblica, l’aumento della spesa nella sanità privata e l’aumento di chi rinuncia alle cure. I punteggi ottenuti nelle tre macro-aree restituiscono classifiche differenti, che permettono di individuare i punti di forza e le criticità di ciascuna Regione e Provincia autonoma. Alcune Regioni occupano posizioni simili nelle tre aree, documentando una relativa uniformità delle performance, sia su livelli elevati, sia su livelli più bassi.  Altre mostrano invece una marcata variabilità tra le tre macro-aree, in particolare la Calabria, la Valle d’Aosta, la Liguria e la Provincia autonoma di Bolzano. «Queste differenze – spiega il Presidente della fondazione Gimbe Nino Cartabellotta – confermano che in una Regione adempiente possono convivere performance molto diverse nelle tre macro-aree.  E un Servizio Sanitario Regionale che funziona bene in un’area e arranca nelle altre non può certo considerarsi equilibrato».  Persiste il divario tra Nord e Sud L’altra caratteristica che emerge dalla controindagine della fondazione bolognese accende i riflettori su una questione che è molto lontana dal trovare una soluzione: aggregando i risultati delle 3 macroaree e dividendo in quartili la classifica, emerge un quadro più preciso della semplice distinzione tra regioni adempienti e inadempienti. «La classifica – specifica Cartabellotta – restituisce una fotografia del divario Nord-Sud molto più nitida di quella offerta dalla semplice distinzione tra Regioni adempienti e inadempienti.  Nelle prime dieci posizioni si collocano sette Regioni del Nord, due del Centro e una sola del Sud, la Puglia. Nelle ultime sette, fatta eccezione per la Provincia autonoma di Bolzano, si trovano esclusivamente Regioni del Mezzogiorno». Nel primo quartile così, ossia la fascia di punteggio tra i 270 e i 300 punti, il Nordovest vede solamente il Piemonte (272).  Lombardia e Liguria rientrano nel secondo quartile  (punteggio tra 238 e 270). La Valle d’Aosta è nel terzo quartile, con un punteggio di 213.  «Il recupero delle Regioni in maggiore difficoltà è indubbiamente un segnale positivo – osserva Cartabellotta – anche se il cittadino potrebbe non percepire subito un corrispondente miglioramento dell’accesso alle cure e della qualità dell’assistenza».  Aumenta la popolazione che rinuncia alle cure La quota di popolazione che ha rinunciato a curarsi nel 2024 è aumentata, raggiungendo quasi 5,
8 milioni di persone (9,9%, nel 2023 era  al 7,6%, secondo i dati Istat).  «Il paradosso è evidente: mentre aumentano le Regioni promosse – afferma Cartabellotta – cresce anche il numero di persone che rinunciano a visite ed esami.  La “promozione” formale, dunque, non coincide con la garanzia per i cittadini di ottenere le prestazioni di cui hanno bisogno».  La soglia di promozione dei Lea forse è ancora troppo bassa Secondo la fondazione Gimbe un modo per restituire un quadro più legato alla realtà è alzare le soglie di promozione. A titolo esemplificativo, innalzando la soglia minima a 70 punti, le Regioni adempienti scenderebbero da 18 a 12; con una soglia di 80 punti, a cinque.  «60 punti – precisa Cartabellotta – non significano matematicamente né che una Regione eroghi il 60% dei Lea né che li garantisca al 60% dei cittadini. Ma l’esercizio sulle soglie mostra quanto l’asticella sia bassa: 60 punti in ciascuna macro-area sono sufficienti alle Regioni per risultare adempienti. Una soglia decisamente troppo bassa per valutare la garanzia di un diritto che la Costituzione riconosce a tutti».  l Alessandro Zonca  ---End text---  Author: Redazione  Heading:   Highlight:   Image: -tit_org- Livelli di assistenza, Piemonte al top   -sec_org-
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		<description><![CDATA[<p style='color:#069;font-size:11px;font-style:italic;'><a href='http://gimbe.telpress.it/news/2026/10/05/2026100501716604443.PDF' target="_blank" ><img src='http://gimbe.telpress.it/images/help/PDF_16.png' align="left" border='0'/></a> Estratto da pag. 47 di <b>"ECO DI BIELLA" </b>  del 05 Oct 2026 </p><p style='color:#444;font-size:11px;'>Nella controanalisi pubblicata dagli esperti della fondazione Gimbe si evidenzia, però, l ' aumento della popolazione che rinuncia a curarsi o sceglie la sanità privata</p>]]></description>
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8 milioni di persone (9,9%, nel 2023 era  al 7,6%, secondo i dati Istat).  «Il paradosso è evidente: mentre aumentano le Regioni promosse – afferma Cartabellotta – cresce anche il numero di persone che rinunciano a visite ed esami.  La “promozione” formale, dunque, non coincide con la garanzia per i cittadini di ottenere le prestazioni di cui hanno bisogno».  La soglia di promozione dei Lea forse è ancora troppo bassa Secondo la fondazione Gimbe un modo per restituire un quadro più legato alla realtà è alzare le soglie di promozione. A titolo esemplificativo, innalzando la soglia minima a 70 punti, le Regioni adempienti scenderebbero da 18 a 12; con una soglia di 80 punti, a cinque.  «60 punti – precisa Cartabellotta – non significano matematicamente né che una Regione eroghi il 60% dei Lea né che li garantisca al 60% dei cittadini. Ma l’esercizio sulle soglie mostra quanto l’asticella sia bassa: 60 punti in ciascuna macro-area sono sufficienti alle Regioni per risultare adempienti. Una soglia decisamente troppo bassa per valutare la garanzia di un diritto che la Costituzione riconosce a tutti».  l Alessandro Zonca  ---End text---  Author: Alessandro Zonca  Heading:   Highlight:   Image: -tit_org- Livelli di assistenza, Piemonte al top   -sec_org-
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		<pubDate>Mon, 05 Oct 2026 07:41:00 +0200</pubDate>
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8 milioni di persone (9,9%, nel 2023 era  al 7,6%, secondo i dati Istat).  «Il paradosso è evidente: mentre aumentano le Regioni promosse – afferma Cartabellotta – cresce anche il numero di persone che rinunciano a visite ed esami.  La “promozione” formale, dunque, non coincide con la garanzia per i cittadini di ottenere le prestazioni di cui hanno bisogno».  La soglia di promozione dei Lea forse è ancora troppo bassa Secondo la fondazione Gimbe un modo per restituire un quadro più legato alla realtà è alzare le soglie di promozione. A titolo esemplificativo, innalzando la soglia minima a 70 punti, le Regioni adempienti scenderebbero da 18 a 12; con una soglia di 80 punti, a cinque.  «60 punti – precisa Cartabellotta – non significano matematicamente né che una Regione eroghi il 60% dei Lea né che li garantisca al 60% dei cittadini. Ma l’esercizio sulle soglie mostra quanto l’asticella sia bassa: 60 punti in ciascuna macro-area sono sufficienti alle Regioni per risultare adempienti. Una soglia decisamente troppo bassa per valutare la garanzia di un diritto che la Costituzione riconosce a tutti».  l Alessandro Zonca  ---End text---  Author: Alessandro Zonca  Heading:   Highlight:   Image: -tit_org- Livelli di assistenza, Piemonte al top   -sec_org-
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		<pubDate>Mon, 05 Oct 2026 08:09:00 +0200</pubDate>
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8 milioni di persone (9,9%, nel 2023 era  al 7,6%, secondo i dati Istat).  «Il paradosso è evidente: mentre aumentano le Regioni promosse – afferma Cartabellotta – cresce anche il numero di persone che rinunciano a visite ed esami.  La “promozione” formale, dunque, non coincide con la garanzia per i cittadini di ottenere le prestazioni di cui hanno bisogno».  La soglia di promozione dei Lea forse è ancora troppo bassa Secondo la fondazione Gimbe un modo per restituire un quadro più legato alla realtà è alzare le soglie di promozione. A titolo esemplificativo, innalzando la soglia minima a 70 punti, le Regioni adempienti scenderebbero da 18 a 12; con una soglia di 80 punti, a cinque.  «60 punti – precisa Cartabellotta – non significano matematicamente né che una Regione eroghi il 60% dei Lea né che li garantisca al 60% dei cittadini. Ma l’esercizio sulle soglie mostra quanto l’asticella sia bassa: 60 punti in ciascuna macro-area sono sufficienti alle Regioni per risultare adempienti. Una soglia decisamente troppo bassa per valutare la garanzia di un diritto che la Costituzione riconosce a tutti».  l Alessandro Zonca  ---End text---  Author: Alessandro Zonca  Heading:   Highlight:   Image: -tit_org- Livelli di assistenza, Piemonte al top   -sec_org-
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		<title><![CDATA[Com'è difficile trovare i medico quando il figlio «lascia» il pediatra = Dopo il pediatra si finisce nel limbo Il medico di famiglia non si trova ]]></title>
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		<description><![CDATA[<p style='color:#069;font-size:11px;font-style:italic;'><a href='http://gimbe.telpress.it/news/2026/10/05/2026100502221301190.PDF' target="_blank" ><img src='http://gimbe.telpress.it/images/help/PDF_16.png' align="left" border='0'/></a> Estratto da pag. 10 di <b>"VERITÀ" </b>  del 05 Oct 2026 </p><p style='color:#444;font-size:11px;'>I professionisti scarseggiano: ne mancano 5.700. Così, una volta raggiunti i 14 anni, si resta senza assistenza Aumentare l'età pediatrica a 18 anni rischia di spostare il problema: pure i dottori dell'età infantile sono pochi</p>]]></description>
		<pubDate>Mon, 05 Oct 2026 03:43:00 +0200</pubDate>
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		<tp:ocr><![CDATA[VIAGGIO NELLA SANITÀ IN DIFFICOLTÀ  Com’è difficile trovare il medico quando il figlio «lascia» il pediatra   Dopo il pediatra si finisce nel limbo Il medico di famiglia non si trova  I professionisti scarseggiano: ne mancano 5.700. Così, una volta raggiunti i 14 anni, si resta senza assistenza Aumentare l’età pediatrica a 18 anni rischia di spostare il problema: pure i dottori dell’età infantile sono pochi  n Quando il figlio compie 14 anni, sempre più spesso per i genitori si presenta un problema: il passaggio dal pediatra al medico di medicina generale non è possibile, perché questi ultimi sono troppo pochi e non accettano nuovi iscritti. Di qui, l’ipotesi di innalzare l’età pediatrica fino a 18 anni. Ma la coperta resta troppo corta: anche di pediatri c’è carenza.  alle pagine 10 e 11   n Il passaggio dal pediatra di libera scelta al medico di medicina generale è tutt’altro che semplice. La proposta di estendere l’assistenza pediatrica ai 18 anni di età.  contenuta nella riforma della medicina generale, attualmente in discussione tra il ministero della Salute e le Regioni, non sembra poter portare i benefici sperati. La misura ha una finalità precisa: ritardare l’ingresso dei giovani assistiti nel circuito della medicina generale, in un contesto segnato dalla carenza di medici di famiglia. Attualmente infatti l’assistenza pediatrica si ferma a 14 anni e può arrivare a 16 per disabilità o patologie croniche. Inoltre il pediatra è di riferimento fino ai 6 anni, ma dai 7 in su la famiglia può scegliere già il medico di medicina generale. Secondo quanto indicato nel documento, l’innalzamento dell’età pediatrica contribuirebbe a «rendere meno critico il ricambio generazionale» nella medicina generale, riducendo la pressione sugli studi e diluendo nel tempo l’ingresso di nuovi pazienti. Si tratta quindi di un intervento organizzativo che prova a gestire una carenza strutturale redistribuendo i carichi tra pediatri e medici di famiglia.  Come ha evidenziato il ministro della Salute Orazio Schillaci, nella riforma della medicina territoriale, «l’estensione del pediatra di libera scelta fino ai 18 anni d’età», è una «misura strategica» per «rafforzare l’assistenza sul territorio e rendere i servizi più vicini ai cittadini». Per il ministro si tratta di «una scelta chiara che mette al centro la continuità assistenziale lungo tutta l’età evolutiva e supera un meccanismo che fino a oggi rischiava di interrompere percorsi di cura in una fase delicata della crescita.  Una proposta che guarda con attenzione i nostri ragazzi e le loro famiglie e mette al centro il benessere dei più giovani con l’esigenza di accompagnarli per tutta la fase della crescita».  I numeri però descrivono l’annosa questione della coperta troppo corta. Alla carenza cronica di medici si aggiunge quella dei pediatri in un contesto di inverno demografico che vede l’aumento della popolazione over 65 (ormai il 25% degli italiani) che statisticamente presenta, in un caso su due, almeno una patologia cronica. Come se non bastasse, mentre aumentano i bisogni e i costi di salute, i cordoni della borsa si stringono. Ecco i dati. Considerando un medico ogni 1.200 assistiti, mancano circa 5.700 medici  di famiglia e, nonostante il drastico calo delle nascite dell’ultimo ventennio, servirebbero almeno altri 497 pediatri, secondo le stime della Fondazione Gimbe.  Il problema si concentra soprattutto nel Nord Italia: Lombardia, Piemonte e Veneto assorbono complessivamente il 78,7% delle carenze di pediatri, con rispettivamente 186, 109 e 96 professionisti mancanti. Purtroppo la situazione sembra destinata a peggiorare. Al 1° gennaio 2025 risultavano attivi 6.284 pediatri a fronte di quasi 5,8 milioni di assistiti.  Rispetto al 2019, quando erano 7.373, si registra una riduzione di 1.089 professionisti, pari al 15%. Inoltre, secondo i dati della Federazione italiana medici pediatri (Fimp), tra il 2025 e il 2029 andranno in pensione 1.547 pediatri di libera scelta. Sebbene le borse di specializzazione in Pediatria siano praticamente raddoppiate, arrivando a 854, non 
è possibile prevedere quanti specialisti sceglieranno la pediatria di famiglia. E comunque, se si estendesse fino ai 18 anni l’assistenza pediatrica, per mantenere il rapporto ottimale di 850 bambini assistiti per ogni professionista, secondo la simulazione di Gimbe, servirebbero oltre 3.500 pediatri in più: 811 per prendere in carico i circa 690.000 minori tra 6 e 13 anni oggi assistiti dai medici di medicina generale e altri 2.721 per la fascia 14-17 anni. Ma la media nazionale è già di 917 bambini e ragazzi per pediatra e, in alcune Regioni, il carico è ancora maggiore: in Piemonte si arriva a 1.126, nella Provincia autonoma di Bolzano a 1.114, in Veneto a 1.018. Con questi numeri, è chiaro che il sistema fatica a garantire copertura, accessibilità e continuità delle cure. In altre parole, la riduzione dei professionisti supera  ampiamente gli effetti del calo delle nascite. Può sembrare semplicistico, ma nonostante l’arrivo posticipato di nuovi assistiti è comunque necessario aumentare i medici di famiglia.  Così, come nel Gioco dell’oca, si ritorna alla prima casella. In molte regioni soprattutto al Nord, come in Veneto e Lombardia, le liste dei medici di medicina generale sono sature o i bandi per le zone carenti vanno deserti. In media hanno 1.383 assistiti ciascuno, superando ampiamente il rapporto ottimale di 1.200. In molte aree del Paese i medici hanno raggiunto il massimale assoluto di 1.500 pazienti, rendendo praticamente impossibile per i nuovi cittadini o adolescenti trovare un medico disponibile. La situazione è destinata ad aggravarsi a breve termine: entro il 2028 sono previsti 8.180 pensionamenti tra i medici di famiglia.  Ci sono però dei segnali positivi, di inversione di tendenza. Nel recente bando per il corso di formazione in medicina generale 20262029, a fronte di 2.651 posti disponibili, sono state presentate quasi 6.000 domande, con 400 candidature in Veneto per 191 posti.  Accanto alle questioni organizzative, ci sono criticità rilevanti anche sul piano economico e delle risorse.  ---End text---  Author: STELLA CONTONI  Heading:   Highlight:   Image:MINISTRO Il titolare del dicastero della Salute, Orazio Schillaci [Ansa] -tit_org- Com'è difficile trovare i medico quando il figlio «lascia» il pediatra  Dopo il pediatra si finisce nel limbo Il medico di famiglia non si trova   -sec_org-
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		<title><![CDATA[AGGIORNATO - Com'è difficile trovare i medico quando il figlio «lascia» il pediatra = Dopo il pediatra si finisce nel limbo Il medico di famiglia non si trova ]]></title>
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		<description><![CDATA[<p style='color:#069;font-size:11px;font-style:italic;'><a href='http://gimbe.telpress.it/news/2026/10/05/2026100502238901334.PDF' target="_blank" ><img src='http://gimbe.telpress.it/images/help/PDF_16.png' align="left" border='0'/></a> Estratto da pag. 10 di <b>"VERITÀ" </b>  del 05 Oct 2026 </p><p style='color:#444;font-size:11px;'>I professionisti scarseggiano: ne mancano 5.700. Così, una volta raggiunti i 14 anni, si resta senza assistenza Aumentare l'età pediatrica a 18 anni rischia di spostare il problema: pure i dottori dell'età infantile sono pochi</p>]]></description>
		<pubDate>Mon, 05 Oct 2026 03:49:00 +0200</pubDate>
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		<tp:ocr><![CDATA[VIAGGIO NELLA SANITÀ IN DIFFICOLTÀ  Com’è difficile trovare il medico quando il figlio «lascia» il pediatra   Dopo il pediatra si finisce nel limbo Il medico di famiglia non si trova  I professionisti scarseggiano: ne mancano 5.700. Così, una volta raggiunti i 14 anni, si resta senza assistenza Aumentare l’età pediatrica a 18 anni rischia di spostare il problema: pure i dottori dell’età infantile sono pochi  n Quando il figlio compie 14 anni, sempre più spesso per i genitori si presenta un problema: il passaggio dal pediatra al medico di medicina generale non è possibile, perché questi ultimi sono troppo pochi e non accettano nuovi iscritti. Di qui, l’ipotesi di innalzare l’età pediatrica fino a 18 anni. Ma la coperta resta troppo corta: anche di pediatri c’è carenza.  alle pagine 10 e 11   n Il passaggio dal pediatra di libera scelta al medico di medicina generale è tutt’altro che semplice. La proposta di estendere l’assistenza pediatrica ai 18 anni di età.  contenuta nella riforma della medicina generale, attualmente in discussione tra il ministero della Salute e le Regioni, non sembra poter portare i benefici sperati. La misura ha una finalità precisa: ritardare l’ingresso dei giovani assistiti nel circuito della medicina generale, in un contesto segnato dalla carenza di medici di famiglia. Attualmente infatti l’assistenza pediatrica si ferma a 14 anni e può arrivare a 16 per disabilità o patologie croniche. Inoltre il pediatra è di riferimento fino ai 6 anni, ma dai 7 in su la famiglia può scegliere già il medico di medicina generale. Secondo quanto indicato nel documento, l’innalzamento dell’età pediatrica contribuirebbe a «rendere meno critico il ricambio generazionale» nella medicina generale, riducendo la pressione sugli studi e diluendo nel tempo l’ingresso di nuovi pazienti. Si tratta quindi di un intervento organizzativo che prova a gestire una carenza strutturale redistribuendo i carichi tra pediatri e medici di famiglia.  Come ha evidenziato il ministro della Salute Orazio Schillaci, nella riforma della medicina territoriale, «l’estensione del pediatra di libera scelta fino ai 18 anni d’età», è una «misura strategica» per «rafforzare l’assistenza sul territorio e rendere i servizi più vicini ai cittadini». Per il ministro si tratta di «una scelta chiara che mette al centro la continuità assistenziale lungo tutta l’età evolutiva e supera un meccanismo che fino a oggi rischiava di interrompere percorsi di cura in una fase delicata della crescita.  Una proposta che guarda con attenzione i nostri ragazzi e le loro famiglie e mette al centro il benessere dei più giovani con l’esigenza di accompagnarli per tutta la fase della crescita».  I numeri però descrivono l’annosa questione della coperta troppo corta. Alla carenza cronica di medici si aggiunge quella dei pediatri in un contesto di inverno demografico che vede l’aumento della popolazione over 65 (ormai il 25% degli italiani) che statisticamente presenta, in un caso su due, almeno una patologia cronica. Come se non bastasse, mentre aumentano i bisogni e i costi di salute, i cordoni della borsa si stringono. Ecco i dati. Considerando un medico ogni 1.200 assistiti, mancano circa 5.700 medici  di famiglia e, nonostante il drastico calo delle nascite dell’ultimo ventennio, servirebbero almeno altri 497 pediatri, secondo le stime della Fondazione Gimbe.  Il problema si concentra soprattutto nel Nord Italia: Lombardia, Piemonte e Veneto assorbono complessivamente il 78,7% delle carenze di pediatri, con rispettivamente 186, 109 e 96 professionisti mancanti. Purtroppo la situazione sembra destinata a peggiorare. Al 1° gennaio 2025 risultavano attivi 6.284 pediatri a fronte di quasi 5,8 milioni di assistiti.  Rispetto al 2019, quando erano 7.373, si registra una riduzione di 1.089 professionisti, pari al 15%. Inoltre, secondo i dati della Federazione italiana medici pediatri (Fimp), tra il 2025 e il 2029 andranno in pensione 1.547 pediatri di libera scelta. Sebbene le borse di specializzazione in Pediatria siano praticamente raddoppiate, arrivando a 854, non 
è possibile prevedere quanti specialisti sceglieranno la pediatria di famiglia. E comunque, se si estendesse fino ai 18 anni l’assistenza pediatrica, per mantenere il rapporto ottimale di 850 bambini assistiti per ogni professionista, secondo la simulazione di Gimbe, servirebbero oltre 3.500 pediatri in più: 811 per prendere in carico i circa 690.000 minori tra 6 e 13 anni oggi assistiti dai medici di medicina generale e altri 2.721 per la fascia 14-17 anni. Ma la media nazionale è già di 917 bambini e ragazzi per pediatra e, in alcune Regioni, il carico è ancora maggiore: in Piemonte si arriva a 1.126, nella Provincia autonoma di Bolzano a 1.114, in Veneto a 1.018. Con questi numeri, è chiaro che il sistema fatica a garantire copertura, accessibilità e continuità delle cure. In altre parole, la riduzione dei professionisti supera  ampiamente gli effetti del calo delle nascite. Può sembrare semplicistico, ma nonostante l’arrivo posticipato di nuovi assistiti è comunque necessario aumentare i medici di famiglia.  Così, come nel Gioco dell’oca, si ritorna alla prima casella. In molte regioni soprattutto al Nord, come in Veneto e Lombardia, le liste dei medici di medicina generale sono sature o i bandi per le zone carenti vanno deserti. In media hanno 1.383 assistiti ciascuno, superando ampiamente il rapporto ottimale di 1.200. In molte aree del Paese i medici hanno raggiunto il massimale assoluto di 1.500 pazienti, rendendo praticamente impossibile per i nuovi cittadini o adolescenti trovare un medico disponibile. La situazione è destinata ad aggravarsi a breve termine: entro il 2028 sono previsti 8.180 pensionamenti tra i medici di famiglia.  Ci sono però dei segnali positivi, di inversione di tendenza. Nel recente bando per il corso di formazione in medicina generale 20262029, a fronte di 2.651 posti disponibili, sono state presentate quasi 6.000 domande, con 400 candidature in Veneto per 191 posti.  Accanto alle questioni organizzative, ci sono criticità rilevanti anche sul piano economico e delle risorse.   Secondo le stime contenute nella proposta di riforma del ministero, oltre alla necessità di inserire circa 1.300 pediatri in più sul territorio, l’estensione dell’assistenza pediatrica fino ai 18 anni comporterebbe un costo aggiuntivo di oltre 523,7 milioni di euro all’a nn o.  Questo dato si confronta con un elemento di fondo della riforma che prevede, nella riorganizzazione dell’interazione tra pediatri e medici di medicina generale, nessun aumento strutturale della spesa. E qui entra un altro elemento, che sta creando più di qualche malumore: l’introduzione di un’attività obbligatoria, di circa 6 ore settimanali, per medici di famiglia e pediatri all’interno delle nuove Case di Comunità finanziate dal Pnrr, con la possibilità per le Regioni di aumentare questa quota in base ai bisogni locali. È stata inoltre valutata la possibilità di uniformare il tetto massimo di assistiti per entrambe le categorie. Una mossa che, secondo i critici, rischia di scaricare la riforma sui pediatri già in servizio, aumentando il sovraccarico e indebolendo qualità, prossimità e reale libertà di scelta per le famiglie. Sulla carta, l’obiettivo è rafforzare la continuità delle cure e integrare meglio i pediatri nei servizi di prossimità. Ma allo stato attuale, senza organici adeguati, risorse e criteri omogenei di applicazione, il rischio è che la riforma finisca per ridistribuire, almeno nel breve periodo, una carenza di personale tra pediatria e medicina generale, più che risolverla.  © RIPRODUZIONE RISERVATA  ---End text---  Author: STELLA CONTONI  Heading:   Highlight:   Image: -tit_org- AGGIORNATO - Com'è difficile trovare i medico quando il figlio «lascia» il pediatra  Dopo il pediatra si finisce nel limbo Il medico di famiglia non si trova   -sec_org-
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		<tp:writer>STELLA CONTONI</tp:writer>
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		<title><![CDATA[Farmaci aiuto, si è ristretta l'innovazione ]]></title>
		<link>http://gimbe.telpress.it/news/2026/10/05/2026100501947503664.PDF</link>
		<description><![CDATA[<p style='color:#069;font-size:11px;font-style:italic;'><a href='http://gimbe.telpress.it/news/2026/10/05/2026100501947503664.PDF' target="_blank" ><img src='http://gimbe.telpress.it/images/help/PDF_16.png' align="left" border='0'/></a> Estratto da pag. 20 di <b>"L'ECONOMIA" </b>  del 05 Oct 2026 </p>]]></description>
		<pubDate>Mon, 05 Oct 2026 05:22:00 +0200</pubDate>
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		<category domain=""><![CDATA[POLITICA SANITARIA]]></category>
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		<tp:ocr><![CDATA[FARMACI AIUTO, SI È RISTRETTA L’INNOVAZIONE   Il provvedimento di Trump sui prezzi dei nuovi medicinali ha fatto rallentare gli investimenti in Italia e nella Ue Cattani (Farmindustria): «In soli dieci mesi i lanci di prodotti si sono ridotti del 35%. Correre subito ai ripari»  È  l’ultima chiamata. Per non perdere competitività, investimenti e crescita nel settore farmaceutico, ma anche per garantire a tutti i cittadini un accesso equo e tempestivo alle terapie innovative, bisogna agire adesso.  Il messaggio è emerso dal recente incontro «Le politiche Usa sui farmaci e i rischi per l’Italia» trasmesso su Corriere Tv per riflettere sulle conseguenze del provvedimento con cui l’amministrazione Trump, nel maggio 2025, ha adottato la politica della Most Favored Nation per  i farmaci innovativi. Prevede il taglio del prezzo di questi farmaci negli Usa, allineandolo a quello più basso praticato negli altri Paesi industrializzati.   Gli effetti La misura non è senza conseguenze anche da questa parte dell’oceano: significa rivedere al ribasso il valore dell’innovazione farmaceutica europea, ridurre l’attrattività degli investimenti in ricerca e sviluppo e mettere a rischio l’accesso alle terapie dei cittadini, perché come ha specificato Marcello Cattani, presidente  di Farmindustria, «In Italia l’industria farmaceutica genera il 12 per cento del Pil, traina produzione ed export ma è anche garanzia di salute per i cittadini: è un valore tangibile, riconosciuto dalla popolazione. Con il provvedimento Most Favored Nation gli Usa si sono già garantiti 500 miliardi di investimenti per i prossimi otto anni, mentre in Italia in soli dieci mesi dall’annuncio, i nuovi lanci di farmaci innovativi si sono ridotti del 35%: l’impatto c’è già stato e per questo serve agire per poter continuare a competere su un mercato globale e in uno scenario geopolitico e macroeconomico  complesso». Il palcoscenico è sempre più ampio anche per l’accelerazione della Cina: nel 2026 ha già superato gli Usa per gli investimenti sugli studi clinici di fase uno, i primi a essere condotti sull’uomo quando si sperimentano nuove classi di farmaci, e nei giorni scorsi Nature ha riferito che oggi arriva dalla Cina l’82% degli studi sulle terapie cellulari con Car-T, grazie al mix di investimenti ingenti e percorsi di ricerca e sviluppo ultra-rapidi.  Serve tenere il passo perché come ha aggiunto Federico Chinni, general manager di UCB Pharma Italia, «L’Europa è  più fragile di Usa e Cina, ma il provvedimento statunitense non ha creato nuove vulnerabilità, ha solo reso più evidenti criticità già presenti. L’Italia ha punti di forza nelle eccellenze di ricerca, clinica e industria, adesso vanno tradotti in attrattività, prevedibilità del sistema, rapidità di accesso: tutti elementi che contano, quando si decide dove investire».   Tempi lenti I «lacci burocratici» che portano i farmaci innovativi ad arrivare nel nostro Paese in media dopo 413 giorni dall’approvazione dell’European Medicines Agency, a cui si aggiungono tempi che variano da zero a 16 mesi prima che ne sia garantita la disponibilità nelle diverse Regioni, sono uno degli elementi critici su cui intervenire. Altre strategie sono state indicate dal consulente del ministero della Salute Guido Rasi: «Sono al vaglio misure di mitigazione del payback, che l’industria farmaceutica si aspetta anche sulla scorta del recente accordo di negoziazione diretta fra Usa e Regno Unito; dobbiamo migliorare l’impiego delle risorse disponibili, perché alcuni fondi sono usati poco o per niente e vanno invece valorizzati. Servono poi misure specifiche di fast track per gli studi di fase uno e accelerare le procedure di autorizzazione dei comitati etici».  L’obiettivo è non restare un mercato di seconda fascia in un momento in cui si aprono sempre più frontiere di innovazione, che rendono impellenti le scelte politiche necessarie per sostenerle.  «Non servono soltanto nuove risorse, ma anche un utilizzo più efficiente di quelle disponibili: digitale, big data e intelligenza artificiale possono essere una grande opportuni
tà», specifica Chinni.  Non è però più possibile rimandare: «Non agire significa restare marginali.  La prima occasione per farlo è la legge di Milancio, dove inserire il tema del payback; altrettanto necessario incidere sulla gestione frammentaria delle Regioni, che ci costa centinaia di milioni, e su una misurazione degli esiti che renda conto del ritorno di ogni euro speso, per catturare il reale valore degli interventi terapeutici», conclude Rasi.  © RIPRODUZIONE RISERVATA  ---End text---  Author: ELENA MELI  Heading:   Highlight: Federico Chinni (Ucb Pharma Italia): il Paese ha molte eccellenze nella ricerca, ora serve potenziare l’attrattività del sistema  Image:Vertici Marcello Cattani, alla guida di Farmindustria -tit_org- Farmaci aiuto, si è ristretta l'innovazione   -sec_org-
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		<tp:writer>Elena Meli</tp:writer>
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	</item>
	<item>
		<title><![CDATA[La fuga dei medici = E fuga dei medici, ma i giovani non bastano Serve una riforma ]]></title>
		<link>http://gimbe.telpress.it/news/2026/10/05/2026100501947603669.PDF</link>
		<description><![CDATA[<p style='color:#069;font-size:11px;font-style:italic;'><a href='http://gimbe.telpress.it/news/2026/10/05/2026100501947603669.PDF' target="_blank" ><img src='http://gimbe.telpress.it/images/help/PDF_16.png' align="left" border='0'/></a> Estratto da pag. 2 di <b>"L'IDENTITÀ" </b>  del 05 Oct 2026 </p>]]></description>
		<pubDate>Mon, 05 Oct 2026 05:22:00 +0200</pubDate>
		<argument order=""><![CDATA[]]></argument>
		<category domain=""><![CDATA[POLITICA SANITARIA]]></category>
		<subcategory domain=""><![CDATA[]]></subcategory>
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		<tp:ocr><![CDATA[Grafica di GIANLUCA PASCUTTI  ELEONORA CIAFFOLONI  a pagina 2   È fuga dei medici, ma i giovani non bastano Serve una riforma   I NUMERI E L’ALLARME DI ANAAO ASSOMED  T  anto tuonò, che piovve. Non possiamo stupirci di fronte ad un dato che ormai, da anni, iniziava a formarsi sotto i nostri occhi, ma che comunque a vederlo nero su bianco fa paura.  Perché in un solo anno sono salite del 150% le dimissioni dei medici del Sistema Sanitario Nazionale, una soglia mai registrata prima e che toglie dal nostro sistema pubblico il 3,5% dei professionisti in servizio. Eppure, i campanelli d’allarme c’erano tutti: i turni massacranti, i burnout, le aggressioni, gli stipendi fermi.  Tutti elementi che insieme hanno portato ad un vero e proprio esodo di massa dal Ssn e che ci parlano di un futuro molto buio in cui ospedali e reparti si svuoteranno, facendo perdere il senso stesso del servizio pubblico di salute nel nostro Paese. Ovviamente, tutto questo, se non ci sarà un cambio di rotta.  Ma attualmente, il fenomeno allarma e non poco. Il dato che fotografa questa situazione arriva dall’analisi decennale realizzata dal Centro Studi Anaao Assomed sui medici ospedalieri del Ssn, attraverso i dati Onaosi, del Conto annuale dello Stato e del Mef.  Nel 2025 le dimissioni volontarie hanno raggiunto quota 3.767, contro i  2.876 pensionamenti. È la prima volta, nell’arco del decennio 2015-2025, che chi sceglie di lasciare il servizio pubblico prima dell’età della pensione supera chi esce per raggiunti limiti di età.  Un’accelerazione che non trova precedenti: nel 2024 le dimissioni erano state 1.503, un numero dimezzato rispetto all’anno successivo.  Non è quindi soltanto una questione di quanti medici manchino oggi, ma di quanti scelgano di non restare. Nel corso del 2025, per ogni cento medici assunti a tempo indeterminato, 43 hanno presentato le dimissioni e 77 sono complessivamente usciti dal sistema pubblico considerando anche pensionamenti e altre cause. E il fenomeno purtroppo, riguarda tutto il Paese – nonostante permanga un forte divario tra territori. In 12 regioni su 20, nel 2025, i medici che hanno deciso di lasciare il Ssn prima della pensione sono stati più numerosi di quelli arrivati al termine della carriera. In alcune aree il divario è particolarmente marcato: nel Lazio, in Trentino-Alto Adige, in Friuli-Venezia Giulia e in Sardegna i dimissionari sono stati da 2,4 a 3,3 volte i pensionati. Una geografia che si intreccia con un’altra frattura ormai strutturale, quella tra Nord e Sud. Negli ultimi dieci anni il Centro-Nord ha visto crescere il numero complessivo dei medici di 4.029 unità (5,9%).  Il Mezzogiorno ne ha perse 1.166, con una riduzione del 3,1%. Oltre al danno, la beffa è quella di ritrovarci un sistema sanitario sempre più diseguale, nel quale alla fuga dal pubblico si aggiunge la difficoltà di garantire una presenza omogenea dei professionisti sul territorio. Eppure, dentro questo quadro iniziava a vedersi una luce – almeno in parte -, quella del ricambio generazionale.  Tra il 2015 e il 2024 l’età media dei medici ospedalieri è diminuita di due anni e sette mesi tra gli uomini e di due anni e quattro mesi tra le donne e, nello stesso periodo, gli organici sono cresciuti del 2,7%, passando da 105.380 a 108.243 unità. Un risultato a cui ha  contribuito anche il Decreto Calabria, che tra il 2019 e il 2025 ha favorito l’ingresso nel sistema di quasi 10mila giovani medici, segnando un +43% delle assunzioni a tempo determinato. Quindi sì, da una parte arrivano i giovani.  Ma il numero degli ingressi dei è troppo piccolo per coprire sia il fisiologico addio dei pensionati, sia quello (enorme) dei medici professionisti che se ne vanno nel pieno della loro esperienza (visto che l’età media di chi presenta le dimissioni si aggira sui 48 anni) portando via capitale umano e capacità clinica.  Non un quadro rassicurante per chi deve essere curato, ma nemmeno per chi rimane a lavorare, visto che i medici in servizio si ritrovano a combattere con quei problemi che hanno portato all’abbandono di molti: turni massacra
nti, retribuzioni non allineate agli standard europei, condizioni di lavoro che favoriscono il burnout, il peso della burocrazia e le aggressioni nei reparti. Insomma, l’esodo non è più “solo” un fenomeno, ma è un problema strutturale per cui serve una riforma profonda.  L’Anaao Assomed propone un piano straordinario che parte dalla stabilizzazione del Decreto Calabria e dalla trasformazione della formazione specialistica in un vero percorso di formazione-lavoro, ma che punta anche a superare il tetto di spesa per il personale, considerato un ostacolo alle assunzioni. Sul tavolo ci sono poi retribuzioni più competitive, con la detassazione del salario accessorio e il rafforzamento dell’indennità di specificità, una revisione della responsabilità professionale e misure più efficaci contro le aggressioni nei pronto soccorso.  Ma oltre lo stipendio, per i sindacati bisogna intervenire anche sulla qualità della vita: garantire riposi, sostenere la genitorialità, migliorare il welfare e rendere più attrattive le sedi disagiate e quelle del Mezzogiorno attraverso incentivi economici e di carriera. Insomma, la direzione è già evidente: il Ssn ha dimostrato di saper ringiovanire i propri organici, ma ora deve riuscire anche a convincere i suoi medici a restare.  ---End text---  Author: ELEONORA CIAFFOLONI  Heading: I NUMERI E L’ALLARME DI ANAAO ASSOMED  Highlight:   Image: -tit_org- La fuga dei medici E fuga dei medici, ma i giovani non bastano Serve una riforma   -sec_org-
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		<title><![CDATA[Impugnare o no la legge sul fine vita? Il caso-Veneto adesso divide il governo ]]></title>
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		<description><![CDATA[<p style='color:#069;font-size:11px;font-style:italic;'><a href='http://gimbe.telpress.it/news/2026/10/05/2026100501953303614.PDF' target="_blank" ><img src='http://gimbe.telpress.it/images/help/PDF_16.png' align="left" border='0'/></a> Estratto da pag. 11 di <b>"MESSAGGERO" </b>  del 05 Oct 2026 </p>]]></description>
		<pubDate>Mon, 05 Oct 2026 05:21:00 +0200</pubDate>
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		<tp:ocr><![CDATA[Impugnare o no la legge sul fine vita? Il caso-Veneto adesso divide il governo  IL RETROSCENA  ROMA Una matassa da sbrogliare sul tavolo del governo. Intricata, politicamente insidiosa. La legge veneta sul fine-vita è pronta ad atterrare in Consiglio dei ministri in una delle prossime riunioni. Entro il 7 novembre il ministro leghista alle Autonomie Roberto Calderoli dovrà decidere se impugnare il testo licenziato dal Consiglio regionale veneto, come è stato fatto per le leggi della Toscana, dell’Emilia-Romagna e della Sardegna, o se chiudere un occhio.   I DUBBI IN CASA LEGA  Fosse per il veterano e “giurista” del Carroccio il dado sarebbe già tratto da un pezzo: la legge veneta sul fine-vita, ha fatto sapere nei giorni scorsi ai suoi colleghi, rispetta molti dei paletti piantati dalla Corte Costituzionale, dalla verifica delle condizioni cliniche appaltata esclusivamente al servizio pubblico alla priorità data alle cure palliative. Ergo: non ci sono gli estremi per un ricorso, «non è come le altre leggi, questa è diversa» ha detto Calderoli durante il Cdm in cui il governo ha impugnato la legge emiliano-romagnola a fine settembre. Peccato che non tutti a Palazzo Chigi la pensino così.  C’è un fronte interno all’esecutivo, quello più sensibile alle istanze cattoliche e conservatrici che invece chiede di impugnare il testo veneto.   Formalmente per non offrire il fianco alle opposizioni per la più classica accusa di “due pesi e due misure”, visto che le altre due leggi sono state trascinate davanti alla Consulta. Nei fatti, perché rifiutarsi di impugnare la legge partorita sul Canal Grande significa potenzialmente aprire un varco. Dare il via libera alle prossime regioni che sull’eutanasia vorranno fare da sé. E questo è un varco che un pezzo importante del centrodestra al governo, ma anche la stessa premier Giorgia Meloni, non ha alcuna intenzione di aprire. Vale per chi da sempre è impegnato sul fronte della bioetica, è il caso della ministra della Famiglia Eugenia Roccella che interrogata dalla Stampa sulla legge veneta ha di recente risposto così: «Non credo sia possibile fare leggi regionali senza confliggere sul piano delle competenze statali. E infatti finora sono state tutte impugnate». Avviso ai naviganti. Ma la stessa sensibilità si ritrova in un cattolico fervente come Alfredo Mantovano e in altri big della maggioranza. Perfino Matteo Salvini ha avuto i suoi dubbi. Anche se per il leader della Lega sarebbe complicato sconfessare in Cdm la legge approvata da una “sua” Regione. Peraltro con una faticosissima mediazione del governatore leghista Alberto Stefani che ha lottato per adeguare il più possibile il testo al perimetro tracciato dalla Corte suprema. Né il leader del Carroccio intende riaprire un fronte con il “Doge” Luca Zaia che da sempre si batte per la legislazione sul fine-vita. Resta comunque un cruccio. E le lancette corrono: entro un  mese tocca decidere. Meloni non ha ancora sciolto la riserva. Ma è decisa a prendere di petto la questione convocando il prima possibile, una volta “sminata” la legge elettorale alla Camera, una riunione politica riservata per cercare un compromesso. Che potrebbe tradursi così: niente impugnazione in cambio di impegni della Regione a modificare la norma. È un punto di caduta possibile. Ma anche qui il precedente pesa: l’Emilia-Romagna aveva proposto a Palazzo Chigi una serie di impegni che tuttavia non erano bastati a trovare un’intesa. E del resto nella Serenissima sono convinti di aver scritto una legge inattaccabile. Ovvero non impugnabile. Gli uffici legislativi della giunta hanno già preparato un parere legale da girare a Calderoli per spiegare che il caso veneto nulla ha a che vedere con quello  della “rossa” Emilia Romagna. E questo perché la legge approvata a inizio settembre a Venezia è particolarmente rigorosa sull’accertamento del consenso del paziente malato e prevede maglie più strette delle altre due normative regionali.   I CAVILLI TRA ROMA E VENEZIA  Anche se nello stesso parere si mettono in conto i rilievi di Palazzo Chigi su un punto delicati
ssimo: l’obbligatorietà della visita. «Si ravvisa una criticità nell’inciso “ove richiesta” che potrebbe essere interpretato come “ove richiesta dal paziente” annotano i legali. E ancora: «Lo Stato potrebbe ritenere che la non obbligatorietà della visita personale e diretta del paziente sia di ostacolo all’accertamento pieno ed effettivo della sua volontà e della sua autonoma capacità di autodeterminarsi pur in presenza di eventuali condizionamenti esterni». Insomma anche la giunta Stefani allaccia le cinture e si prepara a ritocchi e richieste pressanti da Roma.  Ma i cavilli c’entrano poco con una partita che è tutta politica. Chiama in causa la Chiesa e la Cei con cui i contatti ai piani alti del governo si sono infittiti in queste settimane. E il dilemma sull’impugnazione interroga da vicino tanti ministri cattolici. Incluso il forzista Antonio Tajani, leader di un partito dove il dibattito sul fine-vita ferve ed è destinato a salire di decibel da qui alle elezioni.   Francesco Bechis © RIPRODUZIONE RISERVATA  ---End text---  Author: Francesco Bechis  Heading:   Highlight: ENTRO IL 7 NOVEMBRE TOCCHERÀ AL MINISTRO LEGHISTA CALDEROLI DECIDERE SE CONTESTARE IL PROVVEDIMENTO   MA NELL’ESECUTIVO C’È CHI TEME CHE UN VIA LIBERA POSSA APRIRE UN VARCO ANCHE ALLE ALTRE REGIONI  Image:2 settembre 2026: l’approvazione della legge in Consiglio regionale. In primo piano, il governatore del Veneto, Stefani -tit_org- Impugnare o no la legge sul fine vita? Il caso-Veneto adesso divide il governo   -sec_org-
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		<tp:writer>Francesco Bechis</tp:writer>
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		<title><![CDATA[Intervista a Orazio Schillaci - «Screening neonatali e oncologia, le nuove prestazioni garantite» = «Dalle terapie oncologiche agli screening neonatali nuove prestazioni garantite» ]]></title>
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		<description><![CDATA[<p style='color:#069;font-size:11px;font-style:italic;'><a href='http://gimbe.telpress.it/news/2026/10/05/2026100501952403621.PDF' target="_blank" ><img src='http://gimbe.telpress.it/images/help/PDF_16.png' align="left" border='0'/></a> Estratto da pag. 11 di <b>"MESSAGGERO" </b>  del 05 Oct 2026 </p><p style='color:#444;font-size:11px;'>>Il ministro della Salute: «Aggiornata la lista del Servizio sanitario: così si fa prevenzione Sulle risorse nella manovra stiamo preparando un documento con le richieste per il Mef></p>]]></description>
		<pubDate>Mon, 05 Oct 2026 05:21:00 +0200</pubDate>
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		<tp:ocr><![CDATA[«Screening neonatali e oncologia, le nuove prestazioni garantite»   Intervista a Schillaci   L’intervista Orazio Schillaci  «Dalle terapie oncologiche agli screening neonatali nuove prestazioni garantite» Il ministro della Salute: «Aggiornata la lista del Servizio sanitario: così si fa prevenzione Sulle risorse nella manovra stiamo preparando un documento con le richieste per il Mef»  `  «D  alle terapie oncologiche agli screening neonatali: nuove prestazioni garantite». Così il ministro della Salute Schillaci a Il Messaggero.  A pag. 11  «S  tiamo preparando un documento dettagliato che sottoporremo al Ministero dell’Economia: ancora l'entità delle cifre non l’abbiamo chiusa definitivamente.  Però voglio essere chiaro: chiedo più risorse per la sanità, ma vanno anche spese meglio», ripete il ministro della Salute, Orazio Schillaci, nei giorni dell’approvazione di una manovra in cui le difficoltà, anche collegate alla congiuntura internazionale e alla necessità di mantenere fede agli impegni internazionali sulla spesa per la difesa, non mancano. Intanto, è stata varata la nuova lista dei livelli essenziali di assistenza, i LEA: sono tutte le prestazioni garantite dal sistema sanitario nazionale.  Ministro Schillaci, perché è stato deciso di aggiornare la lista dei LEA, i Livelli essenziali di assistenza? «Perché la medicina va avanti e la sanità pubblica deve tenere il passo. Non possiamo chiedere ai cittadini di aspettare anni e anni per accedere alle nuove prestazioni che la scienza rende disponibili.  Penso anche a cose semplici ma importanti per chi ne ha bisogno come gli ausili protesici. Se ne esistono di più innovativi perché un paziente deve accontentarsi di versioni obsolete? Il precedente aggiornamento risaliva al 2017, ma non è mai diventato operativo: lo abbiamo sbloccato noi, nel 2024, con il decreto tariffe. Abbiamo voluto cambiare ritmo, rendere più tempestivo l’aggiornamento delle cure garantite dal Servizio sanitario nazionale».  Come inciderà sulla vita e sulla salute dei cittadini? «Pensiamo a una famiglia che, grazie allo screening neonatale, può scoprire precocemente una malattia del proprio bambino. O a una donna con un rischio ereditario di tumore alla mammella o all’ovaio che può essere seguita attraverso un percorso di sorveglianza dedicato. Ci sono nuove  prestazioni per la gravidanza, nuove esenzioni per malattie rare e croniche, strumenti che aiutano a scegliere le terapie oncologiche più appropriate. Il significato concreto è questo: più possibilità di prevenire, diagnosi più tempestive e cure più personalizzate. Un Servizio sanitario vicino alle persone, come dico sempre».  Avere inserito prestazioni molto complesse, ad esempio gli screening neonatali, il percorso nazionale BRCA1/BRCA2, il test prenatale NIPT e le prestazioni per i disturbi della nutrizione e dell’alimentazione: non rischia di sfavorire le Regioni già in difficoltà? «I Lea sono la massima espressione dell’equità: servono proprio a garantire in maniera concreta che tutti i cittadini abbiano accesso allo stesso livello di cure. Come Ministro in questi quattro anni ho sempre lavorato con i territori per superare le barriere. E le novità sono finanziate. Il nostro compito, insieme alle Regioni, è fare in modo che i diritti diventino servizi effettivi. Lo faremo».  Sono previsti 149,5 milioni di euro. Saranno sufficienti? E sarà sufficiente il personale? «Abbiamo quantificato le risorse necessarie e le abbiamo messe in bilancio. Da quando sono al Ministero mi sono posto l’obiettivo di sistemare le cose, una per una.  Senza correre, ma anche senza lasciarle a metà. La verifica dell’attuazione sarà decisiva e sarà fatta.  Sul personale ho le idee chiare: so bene che una prestazione non si garantisce solo mettendola in elenco. Ma anche con la prossima legge di bilancio continueremo a portare avanti il lavoro già avviato negli anni scorsi: più assunzioni e stipendi migliori. I rinnovi contrattuali che abbiamo chiuso per il nostro settore, recuperando tutti i ritardi del passato, sono una dimostrazione concreta del lavoro che 
abbiamo portato avanti».  Il taglio delle prestazioni obsolete: come farete a garantire che i medici smettano di prescriverle? «Aggiornare l’elenco è il primo passo. Ora passeremo alla fase operativa insieme ai medici, alle Regioni, alle aziende sanitarie, verificando l’applicazione delle nuove indicazioni. Eliminare una prestazione obsoleta significa orientare il paziente verso strumenti più appropriati. Anche così si tutela la qualità delle cure e si impiegano meglio risorse e tempo dei professionisti».  C’è molta attesa sulle risorse che destinerà la legge di bilancio alla sanità. Sarà possibile trovare i 5,5 miliardi di euro aggiuntivi di cui si parla? «Sulle cifre non mi esprimo perché stiamo preparando un documento. La mia non è una posizione isolata. Dobbiamo continuare a investire sulla sanità. Il governo ha già dimostrato in questi anni di volerlo fare aumentando il Fondo sanitario nazionale che è passato dal 126 a 146 miliardi. Per noi la sanità è prioritaria».  Le Regioni hanno ribadito la necessità di un incremento.  «Ho visto le richieste delle Regioni e credo che dobbiamo remare  tutti dalla stessa parte. E una cosa va detta chiaramente: non basta chiedere più soldi. Occorre anche rendere il sistema più efficiente, evitare sprechi, collegare le risorse a obiettivi verificabili come la riduzione delle attese o l’assistenza sul territorio. In sanità non dobbiamo ragionare per slogan o fare campagna elettorale sui pazienti. Parliamo di salute, un diritto garantito dalla Costituzione.  Dobbiamo tutti ragionare su come portare l’Italia nella stessa direzione. L’investimento in prevenzione deve continuare a essere massiccio. In un paese come il nostro, che invecchia velocemente, non possiamo solo pensare di curare la malattia, dobbiamo prevenirla. Così il Servizio sanitario nazionale sarà più sostenibile. E dobbiamo lavorare sulle demenze, che rappresentano una vera urgenza. Per questo ho presentato un Piano nazionale sul tema proprio pochi giorni fa. Spero che sia approvato rapidamente dalle Regioni».  È soddisfatto dei risultati ad oggi sull’abbattimento delle liste d’attesa? «Abbiamo costruito strumenti per affrontare un problema che si trascinava da anni, dalla piattaforma nazionale di monitoraggio al nuovo Piano di governo delle liste d’attesa. Ora la misura del successo deve essere il tempo che passa tra la richiesta e la visita o l’esame. Abbiamo letto alcuni primi dati incoraggianti, ma non mi basta. Dobbiamo verificare dove le misure funzionano e intervenire dove persistono difficoltà. Il prossimo passo sarà il rafforzamento dei controlli sul sistema.  Indietro non si torna: abbiamo avviato un lavoro importante che sarà difficile archiviare in futuro senza dare qualche spiegazione ai cittadini».  C’è molta incertezza sul personale destinato alle Case della comunità.  «Dicevano tutti che non ce l’avremmo fatta, che non sarebbero state mai aperte. Sono più di mille, ora, in tutta Italia. Come ogni riforma che impatta così tanto su un settore, c’è una fase in cui le cose si stabilizzano. Nessuno ha bacchette magiche. Mesi fa nessuno credeva che avremmo avuto i medici di medicina generale dentro queste strutture. Ci sono.  Piano piano stiamo mettendo tutto a filo. A me interessa dare risposte ai cittadini e lo stiamo facendo. Passo dopo passo».  Mauro Evangelisti © RIPRODUZIONE RISERVATA  ---End text---  Author: Mauro Evangelisti  Heading: Intervista a Schillaci  Highlight: CERTO, CHIEDO PIÙ FONDI PER LE CURE MA LE REGIONI DEVONO ANCHE SPENDERLI MEGLIO   SULLE LISTE DI ATTESA ABBIAMO DATI INCORAGGIANTI MA ANCORA NON BASTA, SARANNO RAFFORZATI I CONTROLLI  Image:Orazio Schillaci, 60 anni, è ministro della Salute nel governo di Giorgia Meloni dal 22 ottobre del 2022. Dal 2019 al 2022 è stato rettore dell’università di Roma Tor Vergata  to negli anni scorsi: più assunzioni e stipendi migliori. I rinnovi contrattuali che abbiamo chiuso per il nostro settore, recuperando tutti i ritardi del passato, sono una dimostrazione concreta del lavoro che abbiamo portato avanti».  Il taglio delle prestazioni obso -tit_org-
 Intervista a Orazio Schillaci - «Screening neonatali e oncologia, le nuove prestazioni garantite»    «Dalle terapie oncologiche agli screening neonatali nuove prestazioni garantite»   -sec_org-
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		<tp:writer>Mauro Evangelisti</tp:writer>
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		<title><![CDATA[Non bastano i soldi a curare i mali della sanità italiana ]]></title>
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		<description><![CDATA[<p style='color:#069;font-size:11px;font-style:italic;'><a href='http://gimbe.telpress.it/news/2026/10/05/2026100501947903668.PDF' target="_blank" ><img src='http://gimbe.telpress.it/images/help/PDF_16.png' align="left" border='0'/></a> Estratto da pag. 7 di <b>"QUOTIDIANO DEL SUD L'ALTRA VOCE DELL' ITALIA" </b>  del 05 Oct 2026 </p>]]></description>
		<pubDate>Mon, 05 Oct 2026 05:22:00 +0200</pubDate>
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		<category domain=""><![CDATA[POLITICA SANITARIA]]></category>
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		<tp:ocr><![CDATA[L’ANALISI Le Regioni chiedono al governo altri 17 miliardi  Non bastano i soldi a curare i mali della sanità italiana  umentare il Fondo sanitario nazionale è necessario ma non è sufficiente a far funzionare Asl e ospedali e ad assicurare la cure che servono ai cittadini italiani. Le Regioni hanno chiesto al governo di incrementare il Fondo di 17 miliardi di euro: una richiesta irrealistica vista la condizione delle finanze pubbliche.  Non basta erogare più risorse per curare meglio i cittadini. L’assistenza oggi costa più di ieri, è certamente vero: IL CRITERIO la popolazione Maggiori invecchia, aumentano le mastanziamenti lattie croniche, arrivano farmaci sono necessari innovativi molto ma prima occor efficaci ma costosi, crescono le chiarire gli obiet spese per persoda raggiungere nale, energia e tecnologie. Negare la necessità di maggiori risorse significherebbe dunque ignorare la realtà.  Il problema tuttavia è che la sanità italiana non soffre soltanto per la mancanza di denaro. Soffre anche per come quel denaro viene distribuito, utilizzato e trasformato oppure non trasformato - in servizi per i cittadini. Il confronto tra Regioni e governo non può quindi esaurirsi nella definizione dinamiA  Il ministro della Sanità Orazio Schillaci  ca di una manciata di miliardi in più ogni anno. La domanda decisiva non è soltanto quanto aggiungere al Fondo sanitario, ma che cosa si vuole ottenere con quelle risorse. Ridurre realmente le liste d’attesa? Rafforzare la medicina territoriale? Trattenere medici e infermieri nel servizio pubblico? Assistere a casa anziani e malati cronici? Diminuire gli accessi impropri ai pronto soccorso? Sono obiettivi diversi, che richiedono programmi, personale e responsabilità precise.  Da troppi anni il dibattito sulla sanità si ripete seguendo lo stesso copione. Le Regioni denunciano  l’insufficienza dei finanziamenti, il governo ricorda gli aumenti già concessi, i professionisti segnalano organici ridotti e i cittadini continuano ad aspettare mesi per una visita o un esame. Tutti, almeno in parte, hanno ragione. Ma il risultato non cambia.  Il paradosso è che talvolta spendiamo senza riformare in profondità un sistema capace di prendere in carico le persone. Finanziamo singole prestazioni, edifici, apparecchiature e progetti ma fatichiamo a collegare ospedale, medicina generale, specialistica, assistenza domiciliare e servi- IL PATTO zi sociali. Il cittaBisogna premia dino viene lasciato solo nel pasla qualità saggio da un livello all’altro e fi- delle prestazion nisce per cercare L’organizzazio una scorciatoia nel pronto socresta ancora corso oppure nelframmentata la sanità a pagamento.  Il Servizio sanitario nazionale non può limitarsi ad aggiungere nuovi pezzi a un’organizzazione frammentata. Le Case della comunità e gli Ospedali di comunità rappresentano una prospettiva importante ma i muri da soli non curano.  Senza medici, infermieri, tecnici, collegamenti digitali e percorsi condivisi rischiano di diventare strutture nuove dentro un modello vecchio. È la lezione che dovremmo  ricavare anche dal Pnrr. Abbiamo investito nella costruzione di presìdi territoriali e nell’acquisto di tecnologie ma ora occorre garantire le risorse correnti necessarie a farli funzionare. Non basta inaugurare una Casa della comunità: bisogna dire chi vi lavorerà, quali servizi offrirà, in quali orari e come si collegherà con medici di famiglia e ospedali.  Lo stesso vale per la tecnologia: telemedicina, intelligenza artificiale, Fascicolo sanitario elettronico e ospedali virtuali possono cambiare profondamente l’assistenza, soprattutto per i malati cronici. Ma digitalizzare un’organizzazione inefficiente significa spesso trasferirne sullo schermo le inefficienze.  La tecnologia deve servire a seguire il paziente a casa, evitare ricoveri non necessari, condividere informazioni e liberare tempo clinico.  Non può essere ridotta a una collezione di piattaforme che non dialogano tra loro.  Più che continuare a pagare la quantità delle prestazioni, dovremmo cominciare a finanziare la qualità dei risultati. Qu
anto si è ridotta l’attesa per una visita? Quanti ricoveri evitabili sono stati risparmiati? Quanti anziani vengono assistiti a domicilio? Quanti professionisti sono stati assunti e quanti hanno deciso di restare? Sono queste le domande alle quali ogni nuovo stanziamento dovrebbe essere collegato.  Il nodo del personale è ancora più urgente. Medici e infermieri non sono numeri da inserire in una pianta organica. Sono persone sottoposte a turni pesanti, responsabilità crescenti, aggressioni e retribuzioni spesso non proporzionate all’impegno. Senza un serio investimento sul lavoro, sulla formazione e sulla qualità della vita professionale, continueremo a perdere competenze anche aumentando i fondi disponibili.  Gli stessi finanziamenti poi producono risultati diversi perché differenti sono capacità amministrativa, programmazione, reti cliniche e organizzazione dei servizi.  Governo e Regioni hanno il dovere di accompagnarla con un patto sul modo in cui il denaro verrà impiegato.  ---End text---  Author: ETTORE MAUTONE  Heading:   Highlight: IL PATTO  Bisogna premiare la qualità delle prestazioni L’organizzazione resta ancora frammentata  s v c  p n u s s t t s   IL CRITERIO  Maggiori stanziamenti sono necessari ma prima occorre chiarire gli obiettivi da raggiungere  Image:Il ministro della Sanità Orazio Schillaci I DISSERVIZI Pazienti sulle barelle nei corridoi di un ospedale -tit_org- Non bastano i soldi a curare i mali della sanità italiana   -sec_org-
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		<tp:writer>Ettore Mautone</tp:writer>
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		<title><![CDATA[Transizione a ostacoli per chi ha malattie rare ]]></title>
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		<description><![CDATA[<p style='color:#069;font-size:11px;font-style:italic;'><a href='http://gimbe.telpress.it/news/2026/10/05/2026100501957903624.PDF' target="_blank" ><img src='http://gimbe.telpress.it/images/help/PDF_16.png' align="left" border='0'/></a> Estratto da pag. 10 di <b>"VERITÀ" </b>  del 05 Oct 2026 </p><p style='color:#444;font-size:11px;'>In Italia interessati oltre 130.000 giovani. Diventati grandi, perdono una figura unica di riferimento</p>]]></description>
		<pubDate>Mon, 05 Oct 2026 05:21:00 +0200</pubDate>
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		<category domain=""><![CDATA[POLITICA SANITARIA]]></category>
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		<source Readership="223069" Sales="49571" Printing="22371" url="http://gimbe.telpress.it/news/2026/10/05/2026100501957903624.PDF"><![CDATA[VERITÀ]]></source>
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		<tp:ocr><![CDATA[Transizione a ostacoli per chi ha malattie rare In Italia interessati oltre 130.000 giovani. Diventati grandi, perdono una figura unica di riferimento  n Arrivare all’età adulta è una conquista sempre più frequente per i giovani con malattia rara, ma il passaggio dalla pediatria al medico di famiglia e allo specialista ospedaliero resta ancora un percorso a ostacoli. In Italia sono oltre 130.000 i giovani con malattia rara coinvolti e, nonostante la transizione sia indicata come una priorità dal Piano nazionale malattie rare 2023-2026, mancano ancora programmi nazionali strutturati. La sfida è destinata a crescere: il 70% delle malattie rare esordisce infatti in età pediatrica e, grazie ai progressi della diagnosi precoce, dello screening neonatale e della ricerca, sempre più pazienti raggiungono l’età adulta. Superato lo scoglio della diagnosi e raggiunta la maggiore età, l’assistenza globale ricevuta ne ll ’infanzia dai pazienti con malattie rare «rischia di frammentarsi in un labirinto di reparti non coordinati», per via delle «troppe falle» che persistono «nella transizione assistenziale dalla pediatria ai servizi per l’adulto» hanno evidenziato gli esperti alla presentazione del progetto NextStepRare.  Il passaggio al medico degli adulti, osservano, non  può essere un «semplice passaggio di consegne tra medici», ma deve essere «un percorso organizzativo strutturato, sostenuto da responsabilità istituzionali, coordinamento multidisciplinare, figure dedicate, strumenti condivisi e sistemi di monitoraggio». A rendere critico il passaggio è la profonda eterogeneità dei percorsi sul territorio italiano e l’assenza di standard organizzativi nazionali e di indicatori di qualità condivisi. Come rileva MonitoRare,  il 18% di questi pazienti deve spostarsi in un’altra regione per curarsi, quota che tra i minori sale al 24%.  Il quadro normativo italiano offre una base solida: la Legge 175, il Piano nazionale malattie rare 2023-2026 e il documento di riordino della Rete nazionale malattie rare. I centri di riferimento devono definire i piani diagnostico-terapeuticoassistenziali personalizzati e garantire un percorso strutturato di transizione nelle diverse fasi della vita. Il  Piano nazionale prevede che dispongano di una componente pediatrica e di una dedicata all’assistenza dell’adulto. Ma resta il problema dell’applicazione. La transizione, infatti, avviene in due ambiti, ospedaliero e territoriale. In ospedale, quando il passaggio avviene all’interno della stessa struttura può essere meno complesso.  Sul territorio, invece, un percorso strutturato non esiste. Il medico di medicina generale spesso non sa nemmeno chi fosse il pediatra  del bambino. A complicare ulteriormente le cose, il Servizio sanitario nazionale prevede che il pediatra di libera scelta segua i bambini fino al compimento dei 14 anni, con possibilità di proroga ai 16 anni. Anche se il passaggio fosse posticipato a 18 anni, al raggiungimento di quell’età la transizione resterebbe comunque brusca.  Al quadro si aggiungono la dipendenza emotiva dal pediatra, figura di riferimento per anni, e la difficoltà di trovare esperti di malattie  rare per adulti nella medicina territoriale. Il medico di medicina generale ha in media tra i 1.500 pazienti: diventare competente su una specifica malattia rara è possibile, ma richiede un aggiornamento individuale che non è supportato da alcun obbligo contrattuale.  Nell’elaborare un modello per il territorio, un contributo importante potrebbe arrivare dal Fascicolo sanitario elettronico - i medici di medicina generale e i pediatri di libera scelta sono le uniche figure professionali obbligatoriamente informatizzate in Italia - ma in resta centrale la questione organizzativa.  S. Con.  ---End text---  Author: s. con.  Heading:   Highlight:   Image: -tit_org- Transizione a ostacoli per chi ha malattie rare   -sec_org-
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		<title><![CDATA[La riforma Schillaci piace a chi ha In cura I piccoli «Ma ripensiamo gli ospedali» ]]></title>
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		<description><![CDATA[<p style='color:#069;font-size:11px;font-style:italic;'><a href='http://gimbe.telpress.it/news/2026/10/05/2026100501957503636.PDF' target="_blank" ><img src='http://gimbe.telpress.it/images/help/PDF_16.png' align="left" border='0'/></a> Estratto da pag. 11 di <b>"VERITÀ" </b>  del 05 Oct 2026 </p><p style='color:#444;font-size:11px;'>Prendersi in carico un paziente dall'infanzia fino all'età adulta: l'idea alla base della proposta del governo è approvata dal settore. Che però lancia un allarme sui numeri</p>]]></description>
		<pubDate>Mon, 05 Oct 2026 05:22:00 +0200</pubDate>
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		<tp:ocr><![CDATA[La riforma Schillaci piace a chi ha in cura i piccoli «Ma ripensiamo gli ospedali» Prendersi in carico un paziente dall’infanzia fino all’età adulta: l’idea alla base della proposta del governo è approvata dal settore. Che però lancia un allarme sui numeri  n L’ampliamento della fascia di competenza pediatrica alla maggiore età, come proposto dal ministero della Salute nella riforma della medicina generale e territoriale, è stato generalmente accolto positivamente dal mondo medico, anche se con alcuni distinguo e l’invito a una visione complessiva dell’assistenza territoriale, comprendendo anche l’ospedale. Il sindacato dei medici di medicina generale, Fimmg, non ha espresso particolari contrarietà all’assistenza pediatrica fino a 18 anni: la sua attenzione è concentrata soprattutto sul metodo, il modello contrattuale del medico di famiglia e l’attività da svolgere nelle Case di comunità. Del resto la misura riguarda direttamente l’organizzazione dell’a s s istenza pediatrica. «La Federazione italiana medici pediatri propose già dieci anni fa l’estensione dell’assistenza pediatrica fino ai 18 anni», afferma Antonio D’Avi no, presidente nazionale della Fimp. L’adolescenza «è un passaggio complesso, caratterizzato da vulnerabilità biologiche, psicologiche e sociali, in cui si concentrano fragilità emotive, difficoltà identitarie e comportamenti a rischio», osserva il presidente Fimp. «Oggi la transizione alla medicina dell’adulto è spesso disorganizzata e può tradursi in discontinuità assistenziali e abbandono dei percorsi di cura. Il pediatra di famiglia è il riferimento più adeguato: conosce il paziente fin dall’infanzia, intercetta precocemente i segnali di disagio e accompagna la crescita anche sul piano educativo e relazionale». Secondo D’Avino, «è necessario costruire un modello di transizione strutturato tra il pediatra di libera scelta e il medico di medicina generale». Insieme alla Fimmg, spiega, «abbiamo già avviato un tavolo di confronto per definire strumenti condivisi, come schede di passaggio, che rendano questo percorso il più ordinato possibile, in modo che il medico di famiglia possa farsi carico in modo completo delle condizioni di salute che, se iniziano in adolescenza, possono diventare fattori di rischio anche nell’età adulta e compromettere la salute futura». A rendere ancora più urgente il tema della transizione all’età adulta, da attuare in sinergia con la medicina di famiglia, è il cambiamento dei bisogni di salute: disturbi psicologici e dell’um ore, comportamenti a rischio legati all’uso di alcol e droghe, disturbi alimentari, ritiro sociale, rapporto problematico con il web e i social, oltre all’aumento di patologie croniche come l’obesità. Sono tutti segnali di una crescente complessità dell’età adolescenziale che il Servizio sanitario nazionale non può permettersi di sottovalutare.  Anche la Società italiana di pediatria ha accolto favorevolmente la proposta del ministro della Salute, Orazio Schillaci. «Il pediatra è infatti il professionista con le competenze scientifiche e culturali più adeguate per prendersi cura di questa fascia d’età», sottolinea Rino Agostiniani, presidente della Sip. Portare a terra questo cambiamento «non sarà semplice e richiederà un ampio lavoro di condivisione», osserva. «Sarà necessario, inoltre, non limitare l’estensione dell’età pediatrica al territorio, ma applicarla anche in ambito ospedaliero, dove oggi esiste una situazione molto disomogenea tra le diverse regioni italiane». Attualmente, riferisce il presidente Sip «alcune pediatrie seguono i pazienti fino ai 14 anni, altre fino ai 16 e altre ancora fino ai 18. È quindi necessario uniformare i comportamenti, per garantire che ragazze e ragazzi siano assistiti in strutture con caratteristiche e competenze adeguate alla loro età». Nel dettaglio, attualmente, a livello ospedaliero circa un bambino su quattro (fascia 018 anni) viene ricoverato in reparti per adulti. Tra i 15 e i 18 anni la quota sale fino al 70%. In termini assoluti, si tratta di oltre 100.000 bambini e adolescenti ogni anno.  Una tendenz
a che si conferma anche nelle terapie intensive, dove quasi un ricovero su due avviene in strutture per adulti. Estendere l’assistenza pediatrica fino ai 18 anni non solo sul territorio, ma anche in ospedale, significa garantire continuità di cura e percorsi davvero coerenti con l’età evolutiva.  La pediatria ospedaliera dei prossimi anni «sarà profondamente diversa», secondo Alberto Villani, responsabile dell’Unità operativa complessa di Pediatria generale, malattie infettive dell’Ospedale Pediatrico Bambino Gesù di Roma. «Serviranno forse meno pediatri ma con competenze specifiche per gestire pazienti complessi e nuovi bisogni di salute. E serviranno ospedali ripensati: spazi, servizi e organizzazione dovranno essere realmente a misura di bambino e adolescente». Uno degli aspetti più controversi dell’intera riforma è l’uniformazione del numero massimo di 1.500 pazienti dei medici di famiglia anche per i pediatri, che attualmente arrivano a circa 1.000 assistiti, rispetto agli 850 ottimali.  «Non si possono equiparare i due massimali perché si tratta di attività profondamente diverse che prevedono una frequenza e una durata della visita differenti», spiega D’Avino. «Noi facciamo bilanci di salute, cioè visite programmate a età filtro. Un bambino richiede molti più contatti rispetto a un adulto», aggiunge rimarcando che la pediatria non è assolutamente sovrapponibile alla medicina generale né per tempi né per modalità operative. A questo si aggiunge la natura dell’attività clinica.  «Il medico di medicina generale», conclude, «gestisce soprattutto cronicità mentre il pediatra lavora su prevenzione, crescita e sviluppo neuropsicomotorio».  S. Con.  ---End text---  Author: s. con.  Heading:   Highlight:   Image:ESPERTI Dall’alto, in senso orario, Rino Agostiniani, Alberto Villani e Antonio D’Avino [Ansa] -tit_org- La riforma Schillaci piace a chi ha In cura I piccoli «Ma ripensiamo gli ospedali»   -sec_org-
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