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	<title>Rassegna online.</title>
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		<title>Rassegna online</title>
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		<title><![CDATA[Così si formano medici e infermieri «senza confini» ]]></title>
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		<description><![CDATA[<p style='color:#069;font-size:11px;font-style:italic;'><a href='http://gimbe.telpress.it/news/2026/09/20/2026092001888702966.PDF' target="_blank" ><img src='http://gimbe.telpress.it/images/help/PDF_16.png' align="left" border='0'/></a> Estratto da pag. 11 di <b>"CORRIERE SALUTE" </b>  del 20 Sep 2026 </p>]]></description>
		<pubDate>Sun, 20 Sep 2026 05:17:00 +0200</pubDate>
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		<tp:ocr><![CDATA[Così si formano medici e infermieri «senza confini»  I  n un momento nel quale la cooperazione internazionale arretra e la salute globale deve fare i conti con nuove tensioni geopolitiche, ha ancora senso insegnarla? Per Fabrizio Tediosi, la risposta è sì. Anzi, proprio il cambiamento in corso rende più necessario imparare a leggere ciò che accade alla salute, oltre i confini delle singole discipline e dei singoli Paesi.  È questa la filosofia del Master in Global Health (MaGH) dell’Università degli Studi di Milano, un master universitario di secondo livello. Nato negli anni della pandemia, è stato progettato prevalentemente online. «In Italia c’è bisogno di maggiori competenze in salute globale», spiega Tediosi, direttore del Master.  A partire dalla medicina.  Un medico può essere un eccellente clinico, ma incontrerà sempre più pazienti la cui salute è condizionata da fenomeni, che non possono essere spiegati soltanto dalla biologia: condizioni sociali ed economiche, migrazioni, ambiente, organizzazione dei sistemi sanitari, accesso alle tecnologie e perfino strategie commerciali. Lo stesso vale per altri attori della sanità come economisti, giuristi, esperti di politiche pubbliche e cooperazione. Per questo il Master accoglie profili diversi.  Circa il 40 per cento degli iscritti, riferisce Tediosi, è costituito da medici, dagli specializzandi a professionisti già formati. Ci sono poi infermieri e altri professionisti sanitari, ma anche laureati in economia, diritto e scienze politiche. Uno dei punti di forza del modello online è la possibilità di costruire una faculty internazionale difficilmente replicabile interamente in presenza. «Abbiamo circa 60 docenti che arrivano da molti Paesi», racconta Tediosi.  L’obiettivo è aumentare ulteriormente la presenza di studiosi e professionisti dei Paesi a basso e medio reddito, superando l’idea che la salute globale debba essere insegnata dal Nord al Sud del mondo.  Il Master punta, inoltre, a rafforzare la rete delle organizzazioni nelle quali gli studenti possono svolgere il tirocinio. Non necessariamente per prepararsi a «partire per l’Africa», ma anche per lavorare in Italia dove sono tanti i contesti in cui è sempre più  necessaria una preparazione «globale». Basti pensare ai servizi destinati alle persone vulnerabili, alle migrazioni, alle disuguaglianze nell’accesso alle cure oppure ai cosiddetti determinanti commerciali della salute. In Italia, sostiene Tediosi, un’offerta formativa strutturata specificamente sulla salute globale resta rara. All’estero il panorama è più sviluppato, con programmi in diversi Paesi europei e negli Stati Uniti.  La sfida è dunque soprattutto culturale: formare professionisti capaci di avere quello che Tediosi definisce una«visione globale». La nuova edizione del Master prenderà il via il 3 novembre e mette a disposizione 24 posti.  Le candidature devono essere presentate online, attraverso il portale dell’Ateneo, entro la mezzanotte del 12 ottobre.  ---End text---  Author: Redazione  Heading:   Highlight: ?  Viviamo dentro sistemi biologici, economici, ambientali, informativi non separabili   ?  Anche rimanendo in Italia ci sono molti i contesti in cui è sempre più necessaria una visione ampia   Oltre ai professionisti sanitari ci sono anche laureati in economia, diritto e scienze politiche  Image: -tit_org- Così si formano medici e infermieri «senza confini»   -sec_org-
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		<title><![CDATA[Parte da qui la sanità di domani ]]></title>
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		<description><![CDATA[<p style='color:#069;font-size:11px;font-style:italic;'><a href='http://gimbe.telpress.it/news/2026/09/20/2026092001888402967.PDF' target="_blank" ><img src='http://gimbe.telpress.it/images/help/PDF_16.png' align="left" border='0'/></a> Estratto da pag. 13 di <b>"CORRIERE SALUTE" </b>  del 20 Sep 2026 </p><p style='color:#444;font-size:11px;'>A Milano il primo incontro dedicato a ricerca, trasferimento tecnologico e alleanze strategiche con l'obiettivo di fare della Lombardia un volano di crescita per Italia ed Europa nel settore delle scienze della vita</p>]]></description>
		<pubDate>Sun, 20 Sep 2026 05:17:00 +0200</pubDate>
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		<category domain=""><![CDATA[POLITICA SANITARIA]]></category>
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		<tp:ocr><![CDATA[Economia della Salute, il punto a The Italian Dream: Lombardia Life Sciences Competitiveness Foru   Parte da qui la sanità di domani   A Miiano Ìl primo incontro dedicato a ricerca, trasferimento tecnologico e alleanze strategiche con l'obiettivo di fare della Lombardia un volano di crescita per Italia ed Europa nel settore delle scienze della vita   ¡lano ha ospitato, lo scorso 1° settembre a Palazzo Pirelli. il primo appuntamento di Economia della Salute dedicato al settore delle scienze della vita: Thè ItaUan Dream: Lombardia Life Sciences Competitiveness Forum. L'iniziativa, ispirata dal libro The Italian Dream dì Alee Ross, ha riunito istituzioni, ricerca, università, industria, comunità clinico-scientifica e associazioni di pazienti per definire un percorso comune capace di rafforzare la competitivita del settore in Italia, partendo dall'esperienza lombarda.   Ross individua nel nostro Paese un patrimonio di talento, creatività, cultura imprenditoriale e qualità della vita ancora non pienamente trasformato in visione di futuro e nel suo intervento ha sottolineato che ¡'Italia non deve imitare la Silicon Valley o Boston per essere competitiva e realizzare I ' Dream, piuttosto deve valorizzare le sue eccellenze territoriali costruendo ecosistemi integrati tra persone, imprese e ricerca. La Lombardia, in questa prospettiva, si propone come laboratorio concreto detl'Italìan Dream applicato alla salute e il progetto Economia della Salute intende promuoverla come leva di sviluppo economico e crescita sostenibile. L'obiettivo del Forum era trasformare questa visione in un percorso operativo in grado di produrre benefici tangibili.   MOTORE DELL'INNOVAZIONE «La Lombardia - ha dichiarato Emanuele Monti. Presidente della Commissione IX Sostenibilità sociale, casa e famiglia di Regione Lombardia si conferma modello di eccellenza e vero motore dell'innovazione in Italia e in Europa nel settore delle Life Sciences. La sua forza risiede nella capacità di mettere a sistema le straordinarie competenze delle realtà presenti, creando un'alleanza virtuosa tra istituzioni, ricerca, sanità e imprese. Per continuare a crescere, è fondamentale rafforzare questa sinergia, così da valorizzare il capitale umano e attrarre investimenti internazionali » .   I numeri confermano il peso della regione: secondo l'ultimo Rapporto Assolombarda (2024), nel 2022 la filiera Life Sciences ha generato 84,7 miliardi di euro di valore della produzione, con oltre 346.000 addetti, rappresentando il 31% della produzione nazionale. La Regione, inoltre,   continua a rafforzare il proprio sistema sanitario:   ne! 2026 ha investito più di 95 milioni di euro, di cui oltre 37 milioni in tecnologia e trasformazione digitale. Allo stesso tempo, la Lombardia consolida la propria leadership nella medicina dei futuro, confermandosi prima regione italiana per numero di laboratori attivi nella genomica e tra i territori più avanzati nell'applicazione della medicina personalizzata e delle terapie innovative. L'obiettivo ora è rendere l'innovazione accessibile ai pazienti, anche attraverso la collaborazione tra sanità pubblica e privata,   LA PROSPETTIVA INTERNAZIONALE Portando una prospettiva internazionale, Sebastian Guth, Chief Operating Officer Bayer Pharmaceuticals e President of Bayer U.S., ha ricordato che l'Europa eccelle nella ricerca ma deve recuperare la sua capacità attrattiva: «La sfida - ha dichiarato Guth - è valorizzare le nostre specificità, creando le condizioni affinchè innovazione, investimenti e talenti restino qui. La Lombardia ha tutte le credenziali per guidare questo percorso e contribuire a rafforzare la competitivita dell'intero settore europeo delle Life Sciences».   Arianna GregÌs, GEO di Bayer Italia, ha ribadito ['impegno dell'azienda: «Da ragazza guardavo all'America come al luogo dove tutto sembrava possibile. Oggi penso che l'American Dream possa essere qui, in Lombardia: un territorio con ricerca d'eccellenza, talento, industria e un ecosistema capace di competeré nel mondo. Ora occorre trasformare questi asset in leadership e Bay
er vuole contribuire a questa ambizione, continuando a investire in un territorio con cui ha costruito una storia importante: oltre 125 anni in Italia e 80 anni a Garbagnate Milanese. Perché la leadership di domani si misura nella capacità di trasformare l'innovazione in crescita, competitivita e valore per la società».   Oggi L'American Dream può essere in Lombardia:   un territorio con ricerca d'eccellenza e un ecosistema capace di competeré nel mondo       . ;     s   a éé-¿úÎ s - -   SsSS   Da sinistra; Michele Nicchio (Presidente di AIOP Lombardia), Alee Ross, Arianna Gregis, Emanuele Monti, Sebastian Guth         -tit_org- Parte da qui la sanità di domani   -sec_org-
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		<title><![CDATA[Si può ancora salvare la salute globale? ]]></title>
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		<description><![CDATA[<p style='color:#069;font-size:11px;font-style:italic;'><a href='http://gimbe.telpress.it/news/2026/09/20/2026092001888502968.PDF' target="_blank" ><img src='http://gimbe.telpress.it/images/help/PDF_16.png' align="left" border='0'/></a> Estratto da pag. 10 di <b>"CORRIERE SALUTE" </b>  del 20 Sep 2026 </p><p style='color:#444;font-size:11px;'>Proprio quando ce n'è più bisogno, Oms, cooperazione e ricerca attraversano una crisi profonda. Come rilanciarle</p>]]></description>
		<pubDate>Sun, 20 Sep 2026 05:17:00 +0200</pubDate>
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		<category domain=""><![CDATA[POLITICA SANITARIA]]></category>
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		<tp:ocr><![CDATA[Sipuòancorasalvare lasaluteglobale? Proprio quando ce n’è più bisogno, Oms, cooperazione e ricerca attraversano una crisi profonda. Come rilanciarle  M  ai come oggi abbiamo avuto bisogno della salute globale e, forse, mai come oggi le condizioni che la rendono possibile sono a rischio.  La pandemia ha mostrato che un virus può attraversare il pianeta prima che i governi riescano a organizzare una risposta comune, mentre crisi climatica, guerre e migrazioni producono conseguenze sanitarie che non si fermano alle frontiere. Eppure, proprio quando cresce l’interdipendenza, si indeboliscono gli strumenti per governarla: il multilateralismo è in crisi, l’Organizzazione mondiale della sanità perde risorse e sostegno politico, la cooperazione internazionale arretra e la fiducia nella scienza viene erosa da conflitti di interesse e disinformazione.  In mezzo a questa bufera, che cosa resta oggi della salute globale? Che cos’è e quale valore può avere? Lo abbiamo chiesto al professor Eduardo Missoni, che studia questi intrecci da oltre 30 anni, e a Fabrizio Tediosi, docente dell’Università degli Studi di Milano esperto di Politiche sanit a r i e . M i s s o n i , m e d i co , specialista in Medicina tropicale, docente ed esperto di cooperazione internazionale, per spiegare la salute globale parte da una distinzione decisiva: «Quando parliamo di salute globale vogliamo parlare proprio di salute, non esclusivamente di sanità»  Una visione del mondo  Se la sanità previene e cura le malattie, molta della nostra salute si costruisce infatti prima di arrivare in ospedale, perché i determinanti della salute, ricorda Missoni, sono «politici, sociali, economici, culturali, ambientali». È questo che fa della salute globale una «visione del mondo», nella quale non ci si interroga soltanto sulla causa immediata di una malattia, ma sulle condizioni che l’hanno resa più probabile e che espongono alcune persone più di altre. «Quello che mangiamo è salute globale», osserva: dietro l’obesità non ci sono soltanto comportamenti individuali, ma disponibilità e prezzo degli alimenti, sistemi  produttivi, pubblicità e strategie commerciali che orientano i consumi. Fabrizio Tediosi, individua nell’equità il cuore di questa prospettiva: equità nelle condizioni di salute, nei diritti e nell’accesso ai servizi. La vecchia separazione fra salute dei Paesi ricchi e dei Paesi poveri descrive sempre meno la realtà, perché le disuguaglianze attraversano le singole società, mentre molte delle cause che le alimentano hanno assunto dimensioni trasnazionali.   L’evoluzione dei nomi  La stessa evoluzione delle parole racconta il cambiamento. Alla medicina tropicale seguì la salute internazionale, ancora centrata soprattutto sui rapporti fra Stati e sulla cooperazione del Nord verso il Sud del mondo; con l’accelerazione della globalizzazione quella prospettiva divenne insufficiente, perché persone, merci, capitali e modelli di consumo cominciarono a muoversi sempre più rapidamente e, accanto ai governi,  multinazionali, fondazioni e altri attori acquisirono una crescente capacità di condizionare la salute. «Era la relazione tra la globalizzazione e la salute. Questo è il senso della salute globale», sintetizza Missoni. Missoni guarda perciò con diffidenza anche alla proliferazione di nuove etichette: la planetary health, lanciata nel 2015 da Rockefeller Foundation e The Lancet, pone giustamente l’accento sugli ecosistemi, ma secondo lui è piuttosto  un’operazione di «cosmesi» o «marketing scientifico», perché i determinanti ambientali sono parte integrante di una corretta visione di salute globale.   La crisi dell’Oms  Se i rischi attraversano le frontiere, servono istituzioni capaci di governarli ed è qui che emerge una delle contraddizioni più preoccupanti.  Per Missoni l’Oms rimane essenziale, ma deve essere riformata anche nel finanziamento, perché la dipendenza dai contributi volontari e vincolati consente ai maggiori donatori di orientarne le priorità; l’uscita degli Stati Uniti l’ha ulteriormente indebolita ed esposta a interessi privati, proprio men
tre aumenta l’esigenza di risposte intergovernative condivise.  Tediosi invita tuttavia a non attribuire ogni responsabilità a Washington, perché dopo il ritiro americano gli altri governi avrebbero potuto aumentare il proprio contributo e in gran parte non lo hanno fatto: «La crisi è anche degli altri governi». Lo stesso vale per il peso assunto dalla filantropia privata, a partire da quello ormai preponderante della Bill & Melinda Gates Foundation, diventato il secondo più grande finanziatore dopo gli Stati Uniti. «Bill Gates è forte, perché è debole l’istituzione pubblica».  Se gli Stati non finanziano adeguatamente le organizzazioni multilaterali, altri attori occupano lo spazio lasciato libero; per questo, sostiene Tediosi, l’Oms va migliorata «senza buttarla via, perché ci serve un’organizzazione internazionale così».   Sfiducia nella scienza  La crisi delle istituzioni si riflette anche sulla capacità di produrre conoscenza. Su The Lancet, Kumanan Rasanathan, Soumya Swaminathan e altri esperti parlano nel 2026 di una vera «emergenza» nel finanziamento della ricerca in  salute globale. Un allarme che si intreccia con quello lanciato sul Bmj da Matthew Herder e colleghi, che richiamano le conseguenze internazionali del ritiro americano dall’Oms e dei tagli ai programmi per Hiv, malaria, tubercolosi e preparazione alle pandemie.  Alla crisi delle istituzioni e della ricerca si accompagna quella della fiducia nella scienza, messa alla prova dalla disinformazione sanitaria e dalla politicizzazione di vaccini e prevenzione. Il paradosso è che proprio la scienza ha offerto, durante il Covid, uno degli esempi più riusciti di cooperazione globale: Tediosi la definisce «incredibile», ricordando la rapidità con cui laboratori e ricercatori di Paesi diversi condivisero informazioni e permisero lo lo sviluppo dei vaccini.  Il nazionalismo vaccinale ha però mostrato l’altra faccia del sistema. Per questo l’Accordo pandemico del 2025 e del negoziato Pabs (Pathogen Access and Benefit Sharing) ha individuato come asse portante della propria azione un principio fondamentale: chi condivide patogeni e informazioni utili allo sviluppo di vaccini e farmaci deve poter accedere anche ai benefici dell’innovazione, altrimenti la cooperazione rimane profondamente asimmetrica.   Nuovi attori  Nel frattempo, cambia anche la geografia della salute globale: gli Usa si defilano, mentre la Cina amplia le partnership sanitarie in Africa, Asia e America Latina, dalla produzione di farmaci alla sanità digitale. Su Nature, Ruby Wang osserva che queste collaborazioni possono offrire tecnologie rapidamente e a costi accessibili, purché rafforzino le capacità locali invece di creare nuove dipendenze. Per Tediosi è anche il segnale del tramonto degli aiuti allo sviluppo, nella forma tradizionale: nei Paesi a basso e medio reddito sono cresciute competenze scientifiche e professionali e non è più accettabile il modello nel quale il ricercatore occidentale arriva, raccoglie dati e riparte. Le istituzioni locali chiedono partnership paritarie, accesso diretto ai finanziamenti e la possibilità di decidere le proprie priorità.   La salute, bene comune  È in questo scenario che il significato della salute globale diventa più chiaro: non occuparsi della salute «degli altri», ma riconoscere che viviamo dentro sistemi biologici, economici, ambientali e informativi interdipendenti, proprio mentre le istituzioni create per governarli e la fiducia nella conoscenza necessaria a comprenderli diventano più deboli. Per Missoni non serve allora inventare un’altra definizione, ma recuperare il significato politico ed etico di quella esistente e trasmetterlo alle generazioni successive.  «Se riusciamo a rimettere al centro la salute come bene comune — dice — , possiamo costruire su questo una visione etica del mondo». E conclude: «Ritrovare un po’ di umanità non sarebbe male, in questo momento».  © RIPRODUZIONE RISERVATA  ---End text---  Author: Ruggiero Corcella  Heading:   Highlight: Il dibattito  ? Dei sistemi e dei processi globali che influenzano la salute delle pers
one, si parlerà a Milano (29 settembre, ore 18.30; presso Associazione The Mill, via Cappuccio 5).  ? L’occasione è la presentazione della seconda edizione del manuale «Global Health Governance and Policy. An Introduction» (E. Missoni, G.  Pacileo, F.  Tediosi; Ed.  Routledge, Taylor and Francis)   ?  L’Oms è da migliorare, ma non si può pensare che vada eliminata   I determinanti della salute sono politici, sociali, economici, culturali e ambientali   Mentre gli Stati Uniti su defilano, la Cina amplia le partnership sanitarie in Africa, Asia e America Latina  Image: -tit_org- Si può ancora salvare la salute globale?   -sec_org-
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		<tp:writer>Ruggiero Corcella</tp:writer>
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		<title><![CDATA[Perché il medico del futuro non potrà essere un robot ]]></title>
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		<description><![CDATA[<p style='color:#069;font-size:11px;font-style:italic;'><a href='http://gimbe.telpress.it/news/2026/09/20/2026092001888302962.PDF' target="_blank" ><img src='http://gimbe.telpress.it/images/help/PDF_16.png' align="left" border='0'/></a> Estratto da pag. 43 di <b>"MATTINO" </b>  del 20 Sep 2026 </p>]]></description>
		<pubDate>Sun, 20 Sep 2026 05:17:00 +0200</pubDate>
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		<category domain=""><![CDATA[POLITICA SANITARIA]]></category>
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		<tp:ocr><![CDATA[Perché il medico del futuro non potrà essere un robot  I  mmaginate un medico capace di mandare a memoria l’intera letteratura scientifica mondiale in pochi secondi, in grado di analizzare miliardi di terabyte di dati genomici e prevedere l’insorgenza di una patologia con anni di anticipo. Questa non è fantascienza, ma la realtà quotidiana dei modelli di intelligenza artificiale applicati alla sanità contemporanea. Le reti neurali e gli algoritmi di apprendimento profondo stanno compiendo miracoli diagnostici straordinari, eppure, proprio all’apice di questa gloriosa rivoluzione digitale, la scienza si trova di fronte a un paradosso terapeutico mai visto prima. Più la tecnologia diventa precisa, più il paziente rischia di diventare invisibile.  In questo snodo cruciale della storia umana, le parole chiare e penetranti di Papa Leone XIV nella sua enciclica Magnifica Humanitas risuonano come un avvertimento vitale per l’intera comunità scientifica. Il pontefice ci mette in guardia da una deriva pericolosa: l’idea che la salute possa essere ridotta a un semplice bilancio ingegneristico o a un’equazione matematica da ottimizzare. Quando consideriamo il corpo umano come una macchina complessa da riparare e l’intelligenza artificiale come il meccanico supremo, stiamo smarrendo l’essenza stessa della medicina. La sofferenza non è un errore algoritmico, ma un’esperienza profondamente esistenziale che richiede una risposta che va ben oltre il calcolo delle probabilità.  Il grande giornalismo scientifico oggi deve sollevare questa domanda fondamentale: qual è il vero ruolo del medico nell’epoca dei supercomputer? L’errore più grave sarebbe quello di declassare il professionista della salute a un mero burocrate dei dati, a un passivo validatore di verdetti emessi da macchine intelligenti. L’atto clinico è un’opera d’arte relazionale che si nutre di elementi intangibili.  Parliamo dell’intuito che nasce dall’osservazione ravvicinata di un respiro, della sintonizzazione emotiva con la paura dell’altro, della capacità di interpretare il silenzio. Le macchine possono simulare l’empatia attraverso sofisticati filtri linguistici, ma la simulazione non è presenza. L’intelligenza artificiale elabora informazioni, il medico abita la relazione.  La mercificazione dei dati sanitari globali e la corsa al potenziamento biologico rischiano di creare una sanità a due velocità, dove la tecnologia avanzata diventa un privilegio e l’umanità un lusso. Magnifica Humanitas ci invita invece a considerare la conoscenza medica e le sue innovazioni digitali come un bene comune universale, destinato soprattutto a chi non ha voce. La guarigione non è mai solo la scomparsa di un sintomo biologico, ma la ricostruzione di un legame di fiducia. Scienziati e clinici hanno la responsabilità morale di guidare questa transizione tecnologica senza cedere alle sirene di un progresso sterile che dimentica il valore sacro della vita.  Alla fine del viaggio, quando la potenza dei server si scontra con il mistero del limite umano, capiamo che la tecnologia è un mezzo formidabile, ma il fine resta l’uomo. La svolta spirituale che la scienza deve compiere consiste nel riconoscere che la vera cura inizia proprio dove l’algoritmo si ferma. Guarire significa guardarsi negli occhi e ricordarsi, reciprocamente, che nessuna macchina potrà mai colmare il bisogno umano di essere ascoltati, compresi e profondamente amati nella nostra comune e meravigliosa fragilità.   © RIPRODUZIONE RISERVATA  ---End text---  Author: Antonio Giordano  Heading:   Highlight:   Image: -tit_org- Perché il medico del futuro non potrà essere un robot   -sec_org-
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