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		<title><![CDATA[Povertà, l'allarme della Caritas di Amalfi-Cava: «Non è ancora emergenza. È il momento di guardare» ]]></title>
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		<description><![CDATA[<p style='color:#069;font-size:11px;font-style:italic;'><a href='http://gimbe.telpress.it/news/2026/09/18/2026091802877908748.PDF' target="_blank" ><img src='http://gimbe.telpress.it/images/help/PDF_16.png' align="left" border='0'/></a> Estratto da pag. 1 di <b>"ilvescovado.it" </b>  del 18 Sep 2026 </p><p style='color:#444;font-size:11px;'>Ci sono momenti in cui una società sembra avere bisogno di molte cose contemporaneamente: nuove risposte, nuove risorse, nuove priorità. E poi ci sono momenti in cui la cosa più urgente è fermarsi e guardare...</p>]]></description>
		<pubDate>Fri, 18 Sep 2026 13:06:00 +0200</pubDate>
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		<tp:ocr><![CDATA[ChiesaDon Francesco Della Monica, direttore della Caritas diocesana, invita a leggere i segnali di una fragilità sociale sempre più complessa: «Non vogliamo lanciare allarmismi, ma accorgerci prima di ciò che sta accadendo»Povertà, l'allarme della Caritas di Amalfi-Cava: «Non è ancora emergenza. È il momento di guardare»Dal costo della mobilità alle difficoltà nell’accesso alla sanità, dalla solitudine degli anziani alla disabilità e alla fragilità economica: l’Osservatorio Caritas accende i riflettori sulle nuove forme di povertà. «Non basta più chiedersi quanto è povera una persona, ma quante cose stanno diventando fragili contemporaneamente nella sua vita».Inserito da (Redazione il Vescovado Notizie),venerdì 18 settembre 2026 12:17:49Ci sono momenti in cui una società sembra avere bisogno di molte cose contemporaneamente: nuove risposte, nuove risorse, nuove priorità. E poi ci sono momenti in cui la cosa più urgente è fermarsi e guardare meglio. È questa la preoccupazione che emerge dalle parole di don Francesco Della Monica, direttore della Caritas diocesana di Amalfi - Cava de' Tirreni, che invita a leggere con attenzione ciò che sta accadendo sul territorio. Non attraverso l'allarmismo, ma attraverso l'ascolto delle persone e la lettura dei dati. Perché la povertà, oggi, raramente arriva annunciandosi. Spesso comincia da una rinuncia. Una visita medica rimandata. Un pieno di benzina che diventa un problema. Una bolletta lasciata sul tavolo. Un figlio che non può permettersi una spesa. Un anziano che comincia a uscire sempre meno di casa. Una persona fragile che perde il riferimento di un servizio. Presi uno alla volta sembrano problemi diversi. Messi insieme, raccontano una trasformazione sociale. L'analisi del nostro territorio è ancora più significativa proprio perché in luogo dove c'è tanto turismo, cultura e attenzione la povertà si insinua ancora più silente perché pochi detengono molta ricchezza. Don Francesco, perché sente il bisogno di richiamare oggi l'attenzione sulla povertà?«Perché corriamo il rischio di accorgerci delle persone soltanto quando il loro problema è diventato grande e a volte irrimediabile. La Caritas diocesana ha un osservatorio privilegiato: non perché abbia una particolare capacità di prevedere il futuro, ma perché incontra ogni giorno persone che spesso arrivano da noi quando qualcosa nella loro vita ha già cominciato a rompersi. Il nostro compito, però, non dovrebbe essere soltanto quello di intervenire quando il problema è esploso. Dovremmo provare a riconoscere i segnali prima. Ecco perché l'Osservatorio Caritas è importante: non vuole lanciare un allarme, vuole lanciare uno sguardo. Sono due cose molto diverse. L'allarme, infatti, produce paura. Lo sguardo, invece, produce responsabilità».Quali sono i segnali che state intercettando?«Il primo è che la fragilità economica non riguarda più soltanto chi immaginiamo tradizionalmente come "povero", questo fenomeno denunciato da tempo cresce sempre più velocemente e concretamente. È una distinzione importante. Ci sono persone che lavorano e fanno fatica. Famiglie che hanno un reddito ma non hanno più margine. Persone che fino a qualche anno fa riuscivano a gestire una difficoltà imprevista e oggi, davanti alla stessa difficoltà, rischiano di entrare in una spirale. Questo è un cambiamento enorme. La povertà non è soltanto non avere soldi. È anche non avere più spazio per sbagliare. Quando una famiglia vive al limite, basta un guasto alla macchina, una spesa sanitaria, qualche giorno di lavoro perso, una separazione, una bolletta più alta del previsto, perché l'equilibrio salti. E quando salta, non sempre si torna indietro facilmente».Quanto pesa il costo della mobilità?«Pesa molto più di quanto dicano semplicemente le cifre del distributore. Quando aumenta il carburante, non aumenta soltanto il costo del pieno. Aumenta il costo per andare al lavoro. Per accompagnare un genitore dal medico. Per raggiungere un ospedale. Per portare un figlio a scuola o a fare una terapia. 
Per spostarsi da un paese all'altro. Per chi vive in territori dove l'automobile è quasi indispensabile, la benzina non è un bene accessorio: diventa una condizione per poter partecipare alla vita sociale. Il 16 settembre il prezzo medio nazionale della benzina self sulla rete stradale era di 2,132 euro al litro; il gasolio era a 2,246 euro. Sono numeri che, per una famiglia con margini economici ridotti, non rimangono al distributore: entrano nel bilancio familiare e modificano le possibilità concrete di una persona». «E c'è un aspetto che mi preoccupa ancora di più. Quando una persona non può più permettersi di spostarsi, rischia di perdere non soltanto mobilità, ma accesso alle opportunità. E la povertà, molto spesso, comincia proprio così: con una porta che diventa troppo lontana».Poi c'è la sanità. Perché la considera uno dei punti più delicati?«Perché la salute è uno di quei diritti che pensiamo sempre di avere a disposizione, fino a quando non ci accorgiamo che per sempre più persone non è più così semplice accedervi. Il problema non riguarda soltanto il costo di una prestazione. Riguarda i tempi, gli spostamenti, le liste d'attesa, la capacità di orientarsi nel sistema, la presenza o l'assenza di qualcuno che accompagni una persona fragile. E poi c'è il tema dei medici di medicina generale. Non è una questione astratta. Il medico di famiglia è spesso il primo presidio per una persona anziana, sola, fragile. Secondo dati riportati dalla FNOMCeO sulla base di una stima della Fondazione GIMBE, nel 2026 mancano oltre 5.700 medici di medicina generale e tra il 2019 e il 2024 il loro numero si è ridotto di oltre 5.000 unità. Entro il 2028 sono inoltre previsti 8.180 pensionamenti. Chi prenderà il loro posto? Quali politiche si stanno attivando per fronteggiare questo possibile vuoto? Questi numeri non sono soltanto numeri sanitari. Per la Caritas diventano una domanda sociale: chi accompagnerà domani le persone che oggi hanno già difficoltà a orientarsi nella sanità? E soprattutto: cosa succederà a chi non ha una famiglia che può farlo?»Quindi la sanità rischia di diventare un nuovo fattore di disuguaglianza?«Il rischio esiste, e va guardato con molta attenzione. Quando una persona ha cultura, disponibilità economica, automobile, rete familiare e capacità di orientarsi, riesce spesso a compensare le difficoltà di un sistema. Ma quando manca tutto questo, ogni complicazione diventa un ostacolo. Ecco perché dobbiamo smettere di considerare separatamente povertà economica, salute, solitudine, abitazione, trasporti e servizi. Nella vita delle persone queste cose non sono separate. Una persona può essere povera perché non ha lavoro. Ma può perdere il lavoro perché è malata. Può peggiorare la propria salute perché non riesce ad accedere alle cure. Può non accedere alle cure perché è sola. Può essere sola perché non riesce più a spostarsi. E così ci ritroviamo dentro una spirale nella quale non esiste un solo problema da risolvere».È questo che intendete quando parlate di povertà multidimensionale?«Esattamente. La povertà di oggi è sempre meno una fotografia e sempre più un intreccio. Il dato nazionale è significativo: nel 2024 oltre 2,2 milioni di famiglie e 5,7 milioni di persone risultavano in povertà assoluta. Ma c'è un dato che, per il nostro lavoro, è forse ancora più importante. Nel 2025 la rete Caritas italiana ha accompagnato 282.539 persone, il valore più alto mai registrato, con un incremento dell'1,7% rispetto all'anno precedente. E oltre la metà delle famiglie sostenute dalla rete Caritas manifesta due o più forme di disagio: economico, abitativo, sanitario, lavorativo, relazionale o psicologico. Questo ci dice una cosa semplice ma decisiva: non basta più chiedersi "quanto è povera questa persona?". Dobbiamo chiederci: "quante cose stanno diventando fragili contemporaneamente nella sua vita?" È questa la domanda che dovrebbe guidare le politiche sociali, sanitarie e anche il nostro modo di fare comunità».E gli anziani?«Gli anziani sono una delle cartine di tornasole più importanti. Non perché siano necessariamen
te i più poveri economicamente. Ma perché spesso sono quelli che subiscono più rapidamente l'effetto della perdita dei servizi e delle relazioni. Una persona anziana può avere una pensione dignitosa e tuttavia vivere una condizione di grande vulnerabilità. Perché se viene meno il coniuge, se i figli abitano lontano, se il medico non è facilmente raggiungibile, se il trasporto diventa difficile, se manca qualcuno che accompagni alle visite, la solitudine diventa una forma concreta di povertà. E dobbiamo avere il coraggio di dirlo: non tutte le povertà si vedono nel portafoglio. Ce ne sono alcune che si vedono quando nessuno telefona. Quando nessuno accompagna. Quando una persona smette di chiedere aiuto perché si è convinta che non serva a niente. Quando l'estate è infernale e non si hanno strumenti per fronteggiarla. Quando pure andar a fare la spesa diventa un dramma».E le persone con disabilità?«Anche qui dobbiamo stare attenti a non ridurre tutto al tema dell'assistenza. Una persona con disabilità non ha soltanto bisogno di prestazioni. Ha bisogno di poter vivere. Di avere relazioni. Di poter scegliere. Di poter uscire di casa. Di avere una famiglia che non sia lasciata sola davanti a ogni difficoltà. Il problema nasce quando la famiglia diventa l'unico welfare possibile. Finché una famiglia riesce a sostenere tutto, il problema rimane nascosto. Quando quella famiglia invecchia, quando un genitore si ammala, quando vengono meno le energie, quello che sembrava un equilibrio può crollare rapidamente. Per questo dobbiamo intervenire prima. Non aspettare che il caregiver non ce la faccia più. Non aspettare che l'anziano rimanga solo. Non aspettare che una famiglia arrivi al Centro di Ascolto dicendo: "Non sappiamo più cosa fare". Il momento migliore per occuparsi di una fragilità è quando è ancora possibile sostenerla senza doverla chiamare emergenza.»C'è anche il tema dei servizi e della loro complessità.«Sì, ed è un tema che rischia di sembrare tecnico, ma non lo è affatto. Abbiamo costruito negli anni una quantità enorme di strumenti, bonus, servizi, procedure, piattaforme, misure. Ma una persona fragile non ha bisogno soltanto che il servizio esista. Ha bisogno di riuscire ad arrivarci. E qualche volta il problema non è l'assenza di una risposta. È la distanza tra quella risposta e la persona che dovrebbe riceverla. Se per ottenere un aiuto bisogna conoscere il linguaggio amministrativo, avere accesso a internet, compilare una domanda, conoscere le scadenze, produrre documenti, capire quale ufficio contattare, non tutti partono dalla stessa posizione. La burocrazia può diventare, senza volerlo, una nuova forma di selezione. Per questo credo che la rete dei servizi debba essere non soltanto efficiente, ma leggibile. Una comunità è davvero inclusiva quando anche chi è più fragile riesce a capire dove andare».Lei parla di "bomba". Non è un'espressione troppo forte?«La uso con cautela. Non penso a una bomba nel senso dell'emergenza sociale che esplode improvvisamente. Penso piuttosto a qualcosa che si costruisce lentamente. Una famiglia che rinuncia oggi. Un anziano che si isola domani. Una persona che rimanda una cura. Un giovane che non riesce a rendersi autonomo. Un lavoratore che, pur lavorando, non riesce a sostenere il costo della vita. Un servizio che diventa più difficile da raggiungere. Presi singolarmente, possono sembrare episodi. Messi insieme, diventano una trasformazione della società. Ed è proprio qui che l'Osservatorio Caritas deve fare il suo lavoro. Non dire: "Sta arrivando una catastrofe". Ma dire: "Guardate che questi segnali esistono. Che cosa vogliamo fare prima che diventino emergenza?"»Quindi che cosa chiede Caritas?«Chiede innanzitutto attenzione. Non possiamo occuparci della povertà soltanto quando arriva una persona alla nostra porta. Dobbiamo imparare a leggerla prima. Servono istituzioni capaci di ascoltarsi tra loro. Servono servizi sociali, sanitari, enti locali, scuola, associazioni, parrocchie e terzo settore capaci di condividere informazioni e responsabilità. Ma serve anche una cosa più
 semplice: tornare a guardarci intorno. Perché una comunità non si misura soltanto da quanti servizi riesce a offrire. Si misura anche da quante persone riesce a non lasciare sole. E questo non significa che la Caritas debba sostituirsi alle istituzioni. Al contrario. La Caritas deve continuare a fare quello che le è proprio: ascoltare, accompagnare, mettere in relazione, leggere i bisogni e richiamare tutti alla responsabilità. La carità non può diventare il tappo delle falle del sistema. Deve essere anche uno sguardo capace di dire dove quelle falle si stanno aprendo.»Qual è allora il messaggio che vorrebbe lasciare attraverso l'Osservatorio?«Che non dobbiamo avere paura dei dati. Dobbiamo avere paura, semmai, di non leggerli. Un dato non è una persona, ma può aiutarci a capire dove cercare le persone. E dietro ogni percentuale c'è qualcuno che sta facendo i conti. Con i soldi. Con il tempo. Con la salute. Con la solitudine. Con la propria dignità. Per questo non vogliamo raccontare una società spaventata. Vogliamo raccontare una società che si accorge. Perché tra l'indifferenza e l'emergenza esiste uno spazio enorme. È lo spazio della prevenzione. Della prossimità. Della responsabilità. È lo spazio in cui possiamo ancora scegliere di intervenire prima che una difficoltà diventi una condanna. E questo, forse, è il compito più importante di un Osservatorio: non prevedere il futuro, ma aiutare una comunità ad arrivarci più preparata.»Non aspettare che la povertà faccia rumoreLe parole di don Francesco Della Monica riportano così la discussione sulla povertà a una questione meno immediata, ma forse più importante: quando decidiamo di accorgercene? I dati nazionali mostrano contemporaneamente segnali differenti. Nel 2025 la quota di popolazione italiana a rischio di povertà o esclusione sociale è scesa al 22,6%, rispetto al 23,1% del 2024; nello stesso tempo, però, la grave deprivazione materiale e sociale è salita dal 4,6% al 5,2%. Non c'è quindi una fotografia semplice da consegnare all'opinione pubblica. Ed è proprio questa complessità che occorre imparare a leggere. La povertà assoluta resta intanto una realtà strutturale: nel 2024 ha riguardato oltre 2,2 milioni di famiglie e 5,7 milioni di persone. Caritas aggiunge, attraverso il proprio osservatorio, un'altra chiave di lettura: nel 2025 la rete nazionale ha incontrato oltre 282mila persone e una quota consistente delle famiglie accompagnate presenta contemporaneamente più forme di vulnerabilità. È qui che la statistica incontra la vita. Perché una persona non vive dentro una tabella. Vive dentro una casa, una famiglia, un quartiere, un lavoro, una condizione di salute, una rete di relazioni. Quando queste dimensioni cominciano a indebolirsi contemporaneamente, la vulnerabilità cresce molto più velocemente della somma dei singoli problemi. E questo è il punto sul quale Caritas invita a riflettere.Non siamo davanti a un'emergenza da annunciare. Siamo davanti a segnali da comprendere.Il prezzo dei carburanti, la difficoltà di accesso ai servizi sanitari, la trasformazione della medicina di base, l'invecchiamento della popolazione, la solitudine, la disabilità, il costo della casa e la precarietà economica, l'overtourism non sono capitoli separati. Sono fili della stessa trama. E il rischio più grande non è soltanto che aumentino le persone che chiedono aiuto. È che aumenti il numero di persone che non lo chiedono più. Per vergogna. Per stanchezza. Per disorientamento. Perché non sanno a chi rivolgersi. Oppure perché si sono abituate a vivere con meno di ciò che sarebbe necessario. È qui che l'Osservatorio Caritas assume un valore che va oltre la raccolta dei dati. Osservare significa assumersi la responsabilità di vedere. E vedere, quando ancora c'è tempo, significa poter agire. Prima della rinuncia alla cura. Prima dell'isolamento. Prima della perdita della casa. Prima che un debito diventi insostenibile. Prima che una famiglia non abbia più energie per sostenere un proprio fragile. Prima che una persona smetta semplicemente di chiedere. La sfida non è costruire una 
società che non abbia fragilità. Una società così non esiste. La sfida è costruire una società nella quale una fragilità non sia costretta a diventare povertà, e nella quale una povertà non debba necessariamente diventare esclusione. È una differenza decisiva. E forse è proprio questa la domanda che oggi l'Osservatorio Caritas diocesana consegna alla comunità: quanto siamo capaci di accorgerci di una difficoltà prima che diventi un'emergenza?Non è una domanda rivolta soltanto alle istituzioni. Riguarda tutti. Perché le grandi crisi sociali non arrivano sempre facendo rumore. A volte entrano nelle nostre comunità in silenzio. E quando finalmente le sentiamo, può essere già tardi.Se sei arrivato fino a qui, significa che apprezzi il nostro impegno nel fornire notizie libere e accessibili a tutti.Per garantire un ambiente sicuro per i nostri lettori, abbiamo rimosso tutta la pubblicità invasiva, i cookie e i tracciamenti di terze parti.Tuttavia, per continuare a offrirti un'informazione di qualità, il tuo aiuto è fondamentale. Anche un piccolo contributo può fare la differenza.Sostieni Il Vescovado!Scegli il tuo contributo con € 20,00€ 30,00€ 50,00€ 100,00ScegliPer rimanere costantemente aggiornati con le notizie del Vescovado, in tempo reale sul tuo smartphone, scarica la App!Per dispositiviApplePer dispositiviAndroidGalleria Fotografica   
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		<title><![CDATA[Sanità in trappola, i Pronto Soccorso sono al collasso - L'Identità ]]></title>
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		<pubDate>Fri, 18 Sep 2026 15:41:00 +0200</pubDate>
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		<tp:ocr><![CDATA[Abbonati																Area Abbonamenti								Leggi il giornale								EsciPoliticaEsteriEconomiaAttualità	Lavoro	CronacaSportCultura & SpettacoloEditorialeSiciliaTorinoPer gli AbbonatiArchivioAttualitàSanità tra riforma – trappola e collasso della prima lineaL'esecutivo, tra i vincoli comunitari e le strettoie di una Manovra in cui la spesa sanitaria frena intorno al 6,2%-6,3% del Pil, deve reperire le risorse per ingaggiare e retribuire migliaia di medici e infermieri che scarseggiano sul mercato di  Angelo Vitale  -  18 Settembre 2026                        ');                            var totalSlides= $('#gallery-box-268657 #image-gallery li').length;                                    var currentSlide= slider.getCurrentSlideCount();                            jQuery('#gallery-box-268657 #image-gallery').removeClass('cS-hidden');                            jQuery('#gallery-box-268657 #countslide').html("+currentSlide+" di "+totalSlides);                        }                      });                                              Una veduta interna del triage del pronto soccorso di un ospedale  La sanità è in stallo: ieri, a Rovereto, un’ordinanza di custodia cautelare in carcere per un uomo al termine di un’articolata indagine durata mesi su reiterate aggressioni, minacce e interruzioni di pubblico servizio all’interno del locale ospedale.La sanità è in trappolaL’ennesima conferma che la violenza in corsia non è un raptus isolato ma il sintomo di un collasso strutturale. Con decine di migliaia di professionisti sanitari coinvolti ogni anno in episodi di violenza e circa 5.000 medici che abbandonano spontaneamente la sanità pubblica ogni dodici mesi, la prima linea del Ssn si trova in uno stato di assedio permanente.Quasi una trappola senza via d’uscita, simbolo di una duplice crisi: la fuga vocazionale dei medici e il cortocircuito della riforma territoriale rimasta a metà. La medicina d’urgenza assiste alla desertificazione delle proprie scuole di specializzazione, con una percentuale compresa tra il 45% e il 70% dei contratti di formazione che rimane priva di assegnatari o viene rapidamente abbandonata dal personale in formazione. I giovani laureati rifiutano il posto fisso in ospedale, spaventati da turni massacranti, dal rischio continuo di contenzioso legale e da una vulnerabilità fisica quotidiana.Dal 2016 ad oggi, le dimissioni volontarie dal settore pubblico sono triplicate per i medici e quadruplicate per gli infermieri, spingendo le Aziende Sanitarie a fare un ricorso massiccio alla pezza d’emergenza delle cooperative e dei medici “a gettone”. Una esternalizzazione costata oltre 476 milioni di euro nel solo periodo gennaio-agosto 2023, superando la quota complessiva di un miliardo di euro nel biennio 2024-2025 secondo le rilevazioni ufficiali di Anac e Fondazione Gimbe.Il paradosso si compie con il decreto del giugno 2024La norma dispone lo stop definitivo ai gettonisti dal 2025: una misura condivisibile per la sicurezza e la continuità assistenziale, ma che rischia di trasformarsi in un salto nel buio se le corsie restano spopolate. Poi, se è sempre esplosiva la pressione sui Pronto Soccorso, c’è lo stallo della sanità territoriale. La riforma delle Case di Comunità avviata dalla stagione Conte/Speranza e incardinata nel Pnrr Missione 6 dal governo Draghi con oltre 7 miliardi di euro di investimenti europei, nasceva con l’ambizione di creare un filtro capillare sul territorio capace di intercettare i bisogni primari e decongestionare gli ospedali.Il limite di fondo, nella natura dei fondi Pnrr, che finanziano esclusivamente l’infrastruttura edilizia e tech vietando tassativamente la copertura della spesa corrente per gli stipendi del personale. Così, delle oltre 350 Case di Comu
nità già aperte sulle 1.000 previste, più della metà non garantisce una presenza medica continuativa. Di fatto, “scatole vuote”, con servizi prevalentemente infermieristici. Così, per il governo Meloni un’eredità complessa e il classico “cerino in mano”. L’esecutivo, tra i vincoli comunitari e le strettoie di una Manovra in cui la spesa sanitaria frena intorno al 6,2%-6,3% del Pil, deve reperire le risorse per ingaggiare e retribuire migliaia di medici e infermieri che scarseggiano sul mercato. Nei Pronto Soccorso, un circolo vizioso drammatico e il collasso della prima linea.Leggi tutte le news di Sanità	Leggi anche:Torna alle notizie in home                            Dalla stessa categoria                                                Bollo auto e taglio accise: la Sinistra grida al dramma, ma le sue Regioni alzano le tasse. Riflessione ironica sul doppiopesismo fiscale                                                Tre ospedali italiani nella top ten mondiale di Newsweek			Notizie Video			Italpress Video Pillole						 Italpress media partner del Misurata Energy & Business Summit in Libia 			Italpress Video Pillole						 Napoli, Tajani “A ottobre tavolo con il centrodestra  per definire il candidato” 			Italpress Video Pillole						 Mattarella “La violenza sulle donne è un’emergenza di primaria importanza” 			Italpress Video Pillole						 Università, Bernini “Insieme alla Gdf contro le truffe sulle borse di studio” 			Italpress Video Pillole						 AI nelle imprese, quasi una su cinque la utilizza 			Le ultime news			Attualità						 Sanità tra riforma – trappola e collasso della prima linea 			Sociale						 Bollo auto e taglio accise: la Sinistra grida al dramma, ma le sue Regioni alzano le tasse. Riflessione ironica sul doppiopesismo fiscale 			Sport						 La nuova Italia di Mancini la rivoluzione azzurra tra giovani e senatori 			Attualità						 Tre ospedali italiani nella top ten mondiale di Newsweek 			Cultura & Spettacolo						Marco Masini riceve il Centauro nella notte di Taormina										18 Set 2026 			Attualità						Il maltempo travolge Roma con una violenta grandinata										18 Set 2026 			Cultura & Spettacolo						Matteo Portelli cambia passo e diventa il punto fermo nel Paradiso delle Signore										18 Set 2026 			Salute						Ticket sanitari, aumentano i prezzi: ecco quanto costeranno visite ed esami										18 Set 2026 			Askanews Video						Digitale in sanità, Federsanità: pronti ad essere attori cambiamento										18 Set 2026 			Askanews Video						Romics al via, tra Pinocchio, Lupin III e il ritorno di Zerocalcare										18 Set 2026 			Salute						Malattie rare del sangue, parte da Roma il “Mediterranean Network”: raccolti oltre 42mila euro per i pazienti										18 Set 2026 			Esteri						Max, la super app russa che apre la porta al controllo digitale sui cittadini										18 Set 2026L’Identità								Quotidiano online								Direttore responsabile Adolfo Spezzaferro								Condirettore Giuseppe Ariola								Caporedattore Eleonora Ciaffoloni								Giornalisti Europei Soc. Coop.								Via Teulada, 52 - 00195, Roma								email: web@lidentita.it								Privacy Policy | Cookie Policy								Testata								Testata iscritta al n°225 del 07/12/2016 presso il Tribunale della Stampa di Roma già Giornalisti Europei fondata da Gino Falleri								Impresa beneficiaria per questa testata dei contributi diretti per l’editoria di cui al decreto legislativo 15 maggio 2017, n. 70.				
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		<title><![CDATA[L'IA non basta: per salvare il Ssn serve ripensare l'aziendalismo ]]></title>
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		<description><![CDATA[<p style='color:#069;font-size:11px;font-style:italic;'><a href='http://gimbe.telpress.it/news/2026/09/18/2026091802920608263.PDF' target="_blank" ><img src='http://gimbe.telpress.it/images/help/PDF_16.png' align="left" border='0'/></a> Estratto da pag. 1 di <b>"quotidianosanita.it" </b>  del 18 Sep 2026 </p><p style='color:#444;font-size:11px;'>Il rapporto Anaao sposta la domanda: non quanti miliardi servono, ma come vengono spesi. Se la patologia è la frammentazione, la cura non è digitalizzarla: è l''agenzificazione.</p>]]></description>
		<pubDate>Fri, 18 Sep 2026 10:26:00 +0200</pubDate>
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		<category domain=""><![CDATA[GIMBE]]></category>
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		<source Readership="3135" Sales="0" Printing="0" url="http://gimbe.telpress.it/news/2026/09/18/2026091802920608263.PDF"><![CDATA[quotidianosanita.it]]></source>
		<tp:url><![CDATA[https://www.quotidianosanita.it/studi-e-analisi/lia-non-basta-per-salvare-il-ssn-serve-ripensare-laziendalismo/]]></tp:url>
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		<tp:ocr><![CDATA[Il rapporto del Centro Studi Anaao Assomed sull’intelligenza artificiale in sanità ha un merito che va ben oltre le cifre, pure impressionanti, che propone. Ha il coraggio di spostare la domanda. Non soltanto quanti miliardi occorrano al Servizio sanitario nazionale, ma come vengano utilizzati quelli disponibili. È una svolta culturale importante, soprattutto perché proviene dalla rappresentanza di professionisti che conoscono dall’interno le inefficienze, le duplicazioni e la burocrazia che sottrae tempo alla cura.La fotografia è impietosa, specie se in combinata lettura con gli ineccepibili “rendiconti funzionali” di GIMBE.  L’inefficienza strutturale viene stimata tra 21 e 30 miliardi l’anno; circa il 30% dei ricoveri sarebbe inappropriato, il 40% del tempo clinico assorbito dalla burocrazia e il 15% degli esami duplicato o non appropriato. L’impiego sistematico dell’IA potrebbe generare, secondo le proiezioni richiamate, risparmi nell’ordine di 15-24 miliardi annui.  Anaao ha soprattutto ragione quando individua nella frammentazione uno dei grandi mali del sistema. Sistemi informativi che non dialogano, soluzioni proprietarie, organizzazioni differenti, dati che non circolano: un arcipelago nel quale anche le eccellenze rischiano di restare isole. Il rapporto invoca per questo una regia nazionale, standard comuni, interoperabilità e una governance pubblica dell’IA.È proprio prendendo sul serio questa diagnosi che occorre compiere, però, un passo ulteriore.Se la patologia è la frammentazione, bisogna interrogarsi sulla struttura che da oltre trent’anni la alimenta: l’aziendalismo sanitario. Il modello introdotto negli anni Novanta ha avuto una sua ragione storica. Doveva responsabilizzare la gestione, separare politica e amministrazione, introdurre strumenti economici e misurare costi e risultati. Con il tempo, tuttavia, l’azienda è troppo spesso diventata un microcosmo organizzativo: propri sistemi, proprie procedure, propri modelli, proprie soluzioni informatiche, sino a moltiplicare differenze che poco hanno a che vedere con l’autonomia necessaria alla tutela della salute.L’intelligenza artificiale rende questa contraddizione ancora più evidente. Non ha molto senso costruire una tecnologia nazionale sopra una organizzazione strutturalmente frammentata. L’IA può individuare un esame duplicato; assai meno ragionevole è mantenere un sistema che consente che quell’esame venga duplicato. Può segnalare un ricovero inappropriato, ma occorre un’organizzazione capace di offrire contemporaneamente l’alternativa territoriale. Può rendere interoperabili i dati, ma sarebbe paradossale affidare agli algoritmi il compito di ricomporre ciò che l’ordinamento continua amministrativamente a dividere.Per questo la questione non è soltanto digitalizzare meglio le aziende sanitarie. È chiedersi se, dopo oltre trent’anni, l’aziendalizzazione sia ancora la forma organizzativa più coerente con un Servizio che la Costituzione vuole nazionale quanto alla garanzia del diritto alla salute.L’alternativa può essere l’agenzificazione del SSN: una Agenzia nazionale e ventuno Agenzie regionali e provinciali autonome, tra loro funzionalmente integrate. Non un ritorno al centralismo ministeriale, né la negazione delle competenze regionali, ma la costruzione di uno Stato unitario cooperativo della salute.L’Agenzia nazionale dovrebbe assicurare l’unitarietà tecnica del sistema: standard organizzativi, infrastruttura digitale, criteri contabili, interoperabilità, metodologie di rilevazione dei fabbisogni, sistemi di controllo, benchmarking, valutazione degli esiti e strumenti di IA. Le Agenzie territoriali dovrebbero programmare e organizzare l’assistenza in rapporto alle diversità demografiche, epidemiologiche, geografiche e sociali dei territori, senza dovere ogni volta reinventare l’apparato.È significativo che lo stesso rapporto Anaao arrivi a chiedere che il Fascicolo sanitario elettronico diventi «l’unica cartella del paziente», alimentata u
niformemente dall’intero SSN, e che nessun ospedale possa continuare ad adottare sistemi proprietari incompatibili. È già, culturalmente, il superamento di una parte dell’aziendalismo: una infrastruttura, una lingua digitale, standard comuni, dati condivisi.L’IA, dunque, rappresenta una straordinaria occasione. Anaao fa bene a ricordare che la tecnologia deve essere governata dai professionisti e non trasformata in uno strumento per tagliare personale e servizi. Ma proprio questa rivoluzione tecnologica consente oggi ciò che negli anni Novanta era difficilmente immaginabile: governare unitariamente un sistema complesso senza amministrarlo centralisticamente.È questa la sfida. Non sostituire medici con algoritmi, né affidare all’IA il compito impossibile di correggere automaticamente trent’anni di frammentazione. Occorre utilizzare la nuova intelligenza tecnologica per costruire una nuova intelligenza istituzionale.Il rapporto Anaao apre dunque una porta importante. Varcarla significa domandarsi non soltanto quanta IA introdurre nel SSN, ma dentro quale SSN introdurla. Perché digitalizzare l’aziendalismo senza ripensarlo rischierebbe di produrre un risultato paradossale: rendere più efficiente la frammentazione.L’IA può essere uno strumento formidabile del nuovo Servizio sanitario nazionale. Ma la vera innovazione, prima ancora dell’algoritmo, potrebbe chiamarsi agenzificazione.   
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		<title><![CDATA[Le opposizioni contro Francesco Rocca dopo l'intervista a RomaToday: "Narrazione fuori luogo" ]]></title>
		<link>http://gimbe.telpress.it/news/2026/09/18/2026091802906709164.PDF</link>
		<description><![CDATA[<p style='color:#069;font-size:11px;font-style:italic;'><a href='http://gimbe.telpress.it/news/2026/09/18/2026091802906709164.PDF' target="_blank" ><img src='http://gimbe.telpress.it/images/help/PDF_16.png' align="left" border='0'/></a> Estratto da pag. 1 di <b>"romatoday.it" </b>  del 18 Sep 2026 </p><p style='color:#444;font-size:11px;'>Alessio D''Amato (Azione) ed Emanuela Droghei (Pd) rispondono alle parole del presidente della Regione: "La situazione è ben diversa da quella che racconta"</p>]]></description>
		<pubDate>Fri, 18 Sep 2026 15:41:00 +0200</pubDate>
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		<tp:url><![CDATA[https://www.romatoday.it/politica/le-opposizioni-contro-francesco-rocca-dopo-l-intervista-a-romatoday-narrazione-fuori-luogo.html]]></tp:url>
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		<tp:ocr><![CDATA[“Sulla sanità la situazione reale è ben diversa da quella che racconta Rocca”. Il presidente della Regione, in un’intervista a RomaToday, ha spiegato nel dettaglio le politiche sanitarie messe in campo dalla sua amministrazione, in particolare sulle case della comunità, i nuovi ospedali e i rapporti con i medici di medicina generale. E le opposizioni non si sono lasciate sfuggire l’occasione per rispondergli, attaccando duramente le scelte di Francesco Rocca sulla sanità. Ma non solo.D’Amato: “Narrazione edulcorata e fuori luogo”“Sulla sanità il lavoro, per quanto non completo, è estremamente soddisfacente” aveva spiegato Francesco Rocca a RomaToday (qui l’intervista completa). Parole a cui risponde con durezza Alessio D’Amato, consigliere regionale di Azione e assessore alla Sanità della giunta Zingaretti: “La narrazione edulcorata di Rocca sulla sanità, emersa nell’intervista rilasciata a RomaToday, è assolutamente fuori luogo è l’attacco -. La realtà è ben diversa, segnata fortemente da un aumento delle disuguaglianze negli ultimi anni. Innanzitutto, Rocca omette di dire che questo governo nazionale è quello che negli ultimi dieci anni ha investito di meno nel nostro servizio sanitario, tanto è vero che la percentuale del fondo sanitario rispetto al Pil è scesa al 6,1 per cento, punto più basso dell’ultimo decennio. In questo contesto, nel Lazio è aumentata fortemente la spesa totalmente privata per le famiglie, con una variazione annua del più 6,5 per cento tra il 2022 e il 2025, sfiorando, secondo i dati elaborati da Gimbe sul Sistema tessera sanitaria, circa mille euro pro capite e portando così il Lazio ad essere tra le prime regioni italiane per il carico di spesa totalmente privata per le famiglie per curarsi”.E poi: “Rocca ha ereditato la programmazione e la progettazione, nonché la copertura finanziaria delle case della comunità e degli ospedali di comunità, fatte attraverso i fondi del Pnrr con oltre 800 milioni di euro. Ebbene, a oggi solo il 5 per cento di questa rete territoriale soddisfa appieno tutti i criteri del Decreto ministeriale 77. Il compito era quello di coinvolgere i medici di medicina generale e i pediatri di libera scelta, mentre con loro si è cercato esclusivamente lo scontro e la montagna ha partorito poi il topolino di un piccolo debito orario che è assolutamente insufficiente a coprire i fabbisogni. Questo significa che ad oggi, nonostante la bulimica attività di inaugurazione da parte del presidente Rocca, la sostanza è molto poca, ovvero si inaugurano le strutture, ma senza la totalità dei servizi. Si continuano a trasferire risorse alla sanità privata e chiedo a Rocca di rendere pubblici gli accordi contrattuali che sono stati fatti negli ultimi anni. Alcuni gruppi della sanità privata hanno avuto notevoli incrementi”.Per D’Amato, infine, la “visione di Rocca è stata esclusivamente ragionieristica e manca il vero cuore dell’attività, che deve essere la prevenzione e la riduzione delle disuguaglianze. E il percorso di risanamento con l’uscita dal piano di rientro più volte annunciata è frutto di una lunga staffetta che ha riguardato tutti i governi regionali che si sono susseguiti dal 2008 in poi”.Droghei: “La realtà è diversa da quella raccontata da Rocca”A intervenire è anche Emanuela Droghei, consigliera regionale del Pd: “Nell’intervista del presidente Rocca c’è una rappresentazione della sanità territoriale del Lazio che facciamo fatica a riconoscere. Il Pnrr rappresentava un’occasione straordinaria per ripensare e rafforzare davvero la medicina territoriale. Invece continuiamo a vedere troppa attenzione alle strutture e alle inaugurazioni e troppo poca ai servizi effettivamente aggiuntivi, al personale e alla presa in carico dei cittadini”.E poi: “Le case della comunità non si misurano con i nastri tagliati, ma con medici, infermieri, specialisti, servizi e orari realmente disponibili. Il Pnrr doveva servire ad aumentare e rafforzare i servizi, non semplicemente a trasferire quelli già esistenti da un presidio all’altro. Vogliamo sapere quali servizi nuovi e aggiuntivi sia
no realmente arrivati sul territorio grazie a queste risorse. Per questo, se Rocca rivendica migliaia di assunzioni e strutture operative, renda pubblico, casa della comunità per casa della comunità, il personale effettivamente assegnato, i servizi attivi, gli orari e quali prestazioni siano realmente aggiuntive rispetto a quelle già esistenti”.La questione Parco del mareLa sanità non è l’unico punto toccato da Rocca nell’intervista a RomaToday a cui Droghei risponde: “Trovo poi singolare – aggiunge - che nella stessa intervista Rocca giudichi insufficiente il lavoro dell’amministrazione Gualtieri a Ostia e utilizzi proprio il Parco del mare tra gli esempi. Quel progetto nasce da una convenzione tra Roma Capitale e Regione Lazio firmata nel dicembre 2024 dallo stesso Rocca insieme al sindaco Gualtieri ed è finanziato con circa 24 milioni di euro del Pr Fesr (Programma regionale del Fondo europeo di sviluppo regionale, ndr) Lazio. La stessa Regione lo ha presentato come un intervento di riqualificazione e valorizzazione del mare di Roma. Se ci sono questioni da affrontare su mobilità, parcheggi, manutenzione o valorizzazione turistica, affrontiamole nel merito e lavoriamo insieme per risolverle”.Roma Capitale, conclude Droghei “ha inoltre previsto ulteriori 30 milioni di euro del proprio bilancio per il completamento del progetto. stia ha bisogno di servizi, investimenti e collaborazione istituzionale. Vale per la sanità come per il futuro del litorale: meno narrazione e più risultati concreti per i cittadini e basta soffiare sul fuoco del malcontento utilizzando la irrealizzabile suggestione di ‘Ostia Comune’”.    
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		<title><![CDATA[Spesa sanitaria pubblica, Italia ultima tra i Paesi G7 ]]></title>
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		<description><![CDATA[<p style='color:#069;font-size:11px;font-style:italic;'><a href='http://gimbe.telpress.it/news/2026/09/18/2026091802937508416.PDF' target="_blank" ><img src='http://gimbe.telpress.it/images/help/PDF_16.png' align="left" border='0'/></a> Estratto da pag. 1 di <b>"telepress.news" </b>  del 18 Sep 2026 </p>]]></description>
		<pubDate>Fri, 18 Sep 2026 11:06:00 +0200</pubDate>
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		<tp:url><![CDATA[https://www.telepress.news/spesa-sanitaria-pubblica-italia-ultima-tra-i-paesi-g7/]]></tp:url>
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		<tp:ocr><![CDATA[Il report Gimbe fotografa un Paese sempre più indietro nella sanità pubblica: al 15° posto tra i 27 Stati europei dell’area Ocse. Un italiano su dieci rinuncia alle cure.La spesa sanitaria pubblica italiana continua a perdere terreno rispetto al resto d’Europa e del G7. È quanto emerge dall’ultima analisi della Fondazione Gimbe, che ha elaborato i dati del dataset OECD Health Statistics (aggiornato al 17 luglio 2026) in vista dell’avvio del confronto parlamentare sulla Legge di Bilancio 2027.Un gap che continua ad allargarsiNel 2025 l’Italia ha destinato alla sanità pubblica il 6,2% del Pil, in flessione rispetto al 6,3% dell’anno precedente e ben al di sotto della media Ocse e di quella europea, entrambe attestate al 7,1%. Sono quattordici i Paesi europei dell’area Ocse che investono una quota di ricchezza nazionale superiore a quella italiana: si va dal  4,8% della Germania, che destina alla sanità l’11% del proprio PIL, fino al  0,2% della Slovacchia.Il quadro non cambia se si guarda alla spesa pro-capite: a parità di potere d’acquisto, il divario rispetto alla media dei Paesi europei ha superato 36 miliardi di euro calcolati sulla base dei quasi 59 milioni di residenti censiti dall’Istat al 1° gennaio 2026. Un solco che, spiega Gimbe, si è aperto progressivamente dal 2011 in poi, dopo anni in cui la spesa italiana era sostanzialmente allineata a quella europea, e si è ulteriormente allargato durante la pandemia e nel biennio 2023-2024.Ultimi nel G7Il confronto con gli altri Paesi del G7 è ancora più severo: l’Italia occupa stabilmente l’ultimo posto, con una spesa pro-capite pari a meno della metà di quella tedesca. Il presidente della Fondazione Gimbe, Nino Cartabellotta, sottolinea come il Regno Unito, che condivide con l’Italia lo stesso modello di finanziamento a fiscalità generale, abbia invece aumentato in modo consistente le risorse pubbliche a partire dal 2020, superando ormai Canada e Giappone.L’allarme da BruxellesA rendere la questione più urgente, secondo Gimbe, è la posizione assunta dalle istituzioni europee. Nel Country Report 2026 sull’Italia, la Commissione europea collega per la prima volta le criticità del Servizio Sanitario Nazionale anche all’equità sociale e alla produttività del Paese, oltre che alla tutela della salute. Lo scorso 10 luglio il Consiglio dell’UE ha inoltre adottato una raccomandazione formale affinché l’Italia garantisca un accesso più rapido a cure economicamente sostenibili e affronti la carenza di personale nelle professioni sanitarie chiave.Il presidente Gimbe chiede un patto tra tutte le forze politiche che fissi un impegno stabile e non negoziabile a rifinanziare progressivamente il SSN, accompagnando le risorse con riforme strutturali sostenute nel tempo.Cartabellotta conclude: “È ora di cambiare rotta: servono risorse adeguate ai bisogni di salute e riforme capaci di tradurle in servizi realmente accessibili, investendo anzitutto sul personale sanitario e sull’erogazione uniforme dei LEA. Altrimenti il diritto alla tutela della salute resterà universale solo sulla Carta, ma sempre meno tangibile nella vita reale: chi può paga, chi non può aspetta o rinuncia alle cure. Non è più universalismo, ma selezione dei diritti per reddito. Ovvero, la negazione dell’art. 32 della Costituzione”.
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