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	<title>Rassegna online.</title>
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		<title>Rassegna online</title>
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		<title><![CDATA[Davvero i malati sono "liberi di scegliere"? ]]></title>
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		<description><![CDATA[<p style='color:#069;font-size:11px;font-style:italic;'><a href='http://gimbe.telpress.it/news/2026/09/02/2026090201796705248.PDF' target="_blank" ><img src='http://gimbe.telpress.it/images/help/PDF_16.png' align="left" border='0'/></a> Estratto da pag. 4 di <b>"AVVENIRE" </b>  del 02 Sep 2026 </p>]]></description>
		<pubDate>Wed, 02 Sep 2026 06:10:00 +0200</pubDate>
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		<category domain=""><![CDATA[POLITICA SANITARIA]]></category>
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		<tp:ocr><![CDATA[Davvero i malati sono “liberi di scegliere”?   LE NORME TRA TERRITORI E PARLAMENTO E L’UMANITÀ DELLA SOFFERENZA  A  rriva con ogni probabilità oggi a conclusione l’iter della legge sul fine vita della Regione Veneto, mentre quella di iniziativa parlamentare giunge a un bivio. Pochi giorni fa la vicenda di Domenico, morto in un ospedale pubblico della Lombardia, completamente assistito dal Servizio sanitario nazionale, in una Regione che non ha ancora una legge sul fine vita, ha posto una domanda molto seria all’opinione pubblica. Ci si chiede infatti se di una tale legge ci sia realmente bisogno, dal momento che i cittadini che vogliono ricorrere al suicidio assistito possono farlo sia nelle tre Regioni che hanno già una legge (Toscana, Sardegna, Emilia Romagna) sia nelle altre in cui la legge non esiste. A prescindere dal colore politico delle une e delle altre.   Ma c’è un’altra domanda importante a cui le Regioni dovrebbero rispondere: se e come sia possibile prevenire la richiesta di suicidio assistito. L’ex governatore veneto Luca Zaia, in una recentissima lettera rivolta ai suoi concittadini, ha voluto sottolineare che ciò per cui si batte – la legge sul suicidio assistito, della quale è uno dei sostenitori – è un voto sulla libertà e non sulla morte. Eppure dobbiamo chiederci di quale libertà si stia parlando, quale alternativa concreta sia stata offerta a Domenico nei lunghi anni precedenti la richiesta di morte assistita. Il suo caso ha risvegliato la sensibilità di quanti si chiedono cosa si stia facendo per i malati affetti da sclerosi multipla, in termini di qualità di vita, di assistenza personalizzata, di ricerca e di presa in carico delle loro famiglie. Altrimenti sembra che l’interesse mediatico nei confronti delle persone che patiscono gravi sofferenze scatti solo nel momento della richiesta di suicidio assistito. Molti di loro lamentano la fatica della solitudine, la complessità di una burocrazia che rende difficile esigere cose a cui si avrebbe diritto, la consapevolezza di vedere la propria famiglia consumarsi in una assistenza sempre più cara e faticosa. All’Associazione Coscioni piace denunciare il numero di giorni che il paziente deve attendere prima di vedere accolta la richiesta di porre fine alla propria vita. A me invece piace pensare all’attesa che inizia con il giorno della diagnosi davanti a questo tipo di malattie, prevalentemente neurodegenerative, all’invalidità progressiva che può indurre negli anni a pensare alla morte come unica soluzione possibile.  Eppure in queste proposte di legge non si accenna mai al tempo in cui, proprio per la sua cronicità, dovremmo moltiplicare le risorse da mettere a loro disposizione, facilitando l’accesso a trattamenti innovativi, sostenendo l’impegno per una ricerca scientifica coraggiosa e facilitando la presa in carico delle loro famiglie.  Prevenire la richiesta eutanasica, o comunque la richiesta di anticipare la morte, dovrebbe diventare la grande sfida di una moderna medicina personalizzata. Ma ancora oggi le attese dei malati sono sempre troppo lunghe e piano piano si svuotano di speranza. E quando si giunge al momento in cui dovrebbero entrare in gioco le terapie palliative per garantire un’assistenza a tutto campo spesso è troppo tardi.  Le cure palliative, di cui si parla in qualche ddl, risultano ancora oggi tardive e insufficienti. Sono distribuite in modo disuguale tra e nelle Regioni; e la famiglia si sente sovraccaricata dal lavoro di cura. I caregiver devono rinunciare ad aspetti importanti della loro vita personale e i malati percepiscono la loro stanchezza e la loro tensioni con un senso di colpa. Ma di questo le leggi – quelle regionali e quella nazionale – non parlano, o accennano solo di sfuggita.  Allora è facile chiedersi di quale libertà stia parlando Zaia, quali sono le alternative offerte al paziente. Lui stessa nella lettera afferma che «ogni vita, anche nella fragilità estrema, porta in sé una domanda di senso, di bellezza, di pienezza, che deve essere rispettata.  Sempre». Ma per questo bisogna arrivare prima, quando s
i pone la diagnosi. Tutti vorremmo un intervento forte del Ssn, ma prima di giungere alla richiesta di morire vorremmo una presa forte e chiara di chi desidera soddisfare un diritto: quello di vivere, di essere curati, e non quella di chi è ormai rassegnato a por fine alla sua vita. Vogliamo che Governo, Regioni, il Parlamento tutto mettano i mezzi per prevenire la richiesta di suicidio, cominciando a curare prima e meglio, ogni paziente, soprattutto quando la scienza appare ancora troppo debole.  ---End text---  Author: PAOLA BINETTI  Heading: LE NORME TRA TERRITORI E PARLAMENTO E L’UMANITÀ DELLA SOFFERENZA  Highlight: Il confronto locale e nazionale si accende sulle scelte di morte ma la condizione di chi affronta patologie gravi esige una società che si prenda cura di loro senza togliergli speranza  Image: -tit_org- Davvero i malati sono “liberi di scegliere”?   -sec_org-
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		<tp:writer>PAOLA BINETTI</tp:writer>
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		<title><![CDATA[Liste d'attesa Arriva il nuovo piano nazionale che interviene sulla specialistica ambulatoriale e i ricoveri = Liste d'attesa Cisi: passi avanti con nuovo piano ]]></title>
		<link>http://gimbe.telpress.it/news/2026/09/02/2026090201796305244.PDF</link>
		<description><![CDATA[<p style='color:#069;font-size:11px;font-style:italic;'><a href='http://gimbe.telpress.it/news/2026/09/02/2026090201796305244.PDF' target="_blank" ><img src='http://gimbe.telpress.it/images/help/PDF_16.png' align="left" border='0'/></a> Estratto da pag. 5 di <b>"CONQUISTE DEL LAVORO" </b>  del 02 Sep 2026 </p>]]></description>
		<pubDate>Wed, 02 Sep 2026 06:10:00 +0200</pubDate>
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		<category domain=""><![CDATA[POLITICA SANITARIA]]></category>
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		<tp:ocr><![CDATA[Liste d’attesa Arriva il nuovo piano nazionale che interviene sulla specialistica ambulatoriale e i ricoveri   SERVE riorganizzazione del Ssn, più investimenti e personale  Liste d’attesa Cisl: passi avanti con nuovo piano  L’obiettivo è di migliorare l’accesso alle cure e ridurre disuguaglianze.  Cisl Medici: ridurre le liste d’attesa non può significare semplicemente chiedere a medici e professionisti sanitari di lavorare di più.   Cecilia Augella  PAGINA  5  A  rriva il nuovo Piano nazionale di Governo delle Liste d’Attesa (PNGLA) 2026-2028, (pubblicato in Gazzetta Ufficiale), che interviene sull’organizza zione della specialistica ambulatoriale, dei ricoveri e dei percorsi di presa in carico, con l’obiettivo di migliorare l’acces so alle cure e ridurre le disuguaglianze.  "È positivo - dichiara Luciana Cois, segretaria generale Cisl Medici - che il problema delle liste d’attesa venga affrontato attraverso un approccio che non sia esclusivamente quantitativo. Appropriatezza, governo della domanda, programmazione dell’offerta, migliore gestione delle agende e presa in carico devono diventare parti di un unico modello organizzativo". Per la Cisl Medici, tuttavia, ridurre le liste d’attesa non può significare semplicemente chiedere a medici e professionisti sanitari di lavorare di più.  "Non possiamo pensare di risolvere un problema strutturale - prosegue Cois - attraverso il ricorso sistematico alle prestazioni aggiuntive o aumentando ulteriormente i carichi di lavoro. Occorre intervenire sulle carenze di organico, rendere nuovamente attrattivo il Servizio sanitario nazionale, anche attraverso accorgimenti contrattuali, e costruire una reale integrazione tra ospedale e territorio".  Il Piano richiama anche il coinvolgimento dei prescrittori - medicina del territorio, specialisti, medici di medicina generale e pediatri di libera scelta - nella rivalutazione della domanda secondo criteri di appropriatezza. Questo è un punto fondamentale. Dirigenti medici e sanitari, medici di medicina generale e specialisti ambulatoriali devono essere protagonisti della riorganizzazione, ciascuno secondo le  proprie competenze. "Non vogliamo professionisti considerati soltanto come erogatori di prestazioni, ma coinvolti nella programmazione, nell’organizzazione e nei percorsi di cura".  Positiva anche l’attenzione posta sull’ef ficienza dei CUP, sulla gestione delle agende e sui sistemi di conferma e disdetta delle prenotazioni.  "Una parte delle criticità delle liste d’at tesa deriva anche da problemi organizzativi, le inefficienze del sistema non possono continuare a essere compensate esclusivamente attraverso il lavoro dei professionisti - sottolinea Cois". Resta però una forte criticità: il decreto stabilisce che gli interventi debbano essere realizzati con le risorse umane, finanziarie e strumentali già disponibili e senza nuovi o maggiori oneri per la finanza pubblica.  "È questo l’aspetto che ci preoccupa maggiormente - afferma - perché è difficile immaginare una riduzione strutturale delle liste d’attesa senza investimenti altrettanto strutturali. Non si può chiedere di più a un sistema che già soffre per la carenza di personale e per la crescente difficoltà a trattenere i professionisti nel Ssn". L’attenzione si sposta ora sulle Regioni, che dovranno adottare entro 120 giorni i propri Piani regionali di governo delle liste d’attesa e prevederne l’ag giornamento. "Chiediamo che in questa fase le organizzazioni sindacali e i professionisti vengano concretamente coinvolti. La vera sfida - conclude Luciana Cois non è soltanto fare più prestazioni, ma garantire al cittadino la prestazione appropriata, nel momento giusto e nel luogo più adeguato. Per farlo servono organizzazione, risorse e professionisti valorizzati. La Cisl Medici è pronta a fare la propria parte".  Ce.Au.  ---End text---  Author: Cecilia Augella  Heading:   Highlight:   Image: -tit_org- Liste d'attesa Arriva il nuovo piano nazionale che interviene sulla specialistica ambulatoriale e i ricoveri   Liste d'attesa Cisi: passi avanti con nuovo piano   -sec_org-
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		<tp:writer>Cecilia Augella</tp:writer>
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		<title><![CDATA[Farmaci, Gdf può accedere a banca dati ]]></title>
		<link>http://gimbe.telpress.it/news/2026/09/02/2026090201797405239.PDF</link>
		<description><![CDATA[<p style='color:#069;font-size:11px;font-style:italic;'><a href='http://gimbe.telpress.it/news/2026/09/02/2026090201797405239.PDF' target="_blank" ><img src='http://gimbe.telpress.it/images/help/PDF_16.png' align="left" border='0'/></a> Estratto da pag. 25 di <b>"ITALIA OGGI" </b>  del 02 Sep 2026 </p>]]></description>
		<pubDate>Wed, 02 Sep 2026 06:10:00 +0200</pubDate>
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		<category domain=""><![CDATA[POLITICA SANITARIA]]></category>
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		<tp:ocr><![CDATA[DM IN G.U.   Farmaci, Gdf può accedere a banca dati  Seguire in modo puntuale in tutte le fasi, dalla produzione industriale alla dispensazione finale al paziente, le confezioni di medicinali distribuite in Italia. È questo l'obiettivo di una nuova Banca dati istituita al ministero della Salute. Il decreto istitutivo del ministero della Salute e di quello dell'Economia e delle Finanze, è stato pubblicato nei giorni scorsi in Gazzetta Ufficiale (decreto ministeriale 16 giugno 2026 “Istituzione, presso il Ministero della salute, di una Banca dati centrale finalizzata a monitorare le confezioni dei medicinali all'interno del sistema distributivo”, in Gazzetta Ufficiale n. 188 del 14/8/2026).  Oltre che al ministero della Salute e al Mef, l'accesso alla Banca dati sarà garantita all'Aifa, alle Regioni, alle Province autonome, alle Asl e alla Guardia di Finanza.  ---End text---  Author: Redazione  Heading:   Highlight:   Image: -tit_org- Farmaci, Gdf può accedere a banca dati   -sec_org-
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		<title><![CDATA[Assistente infermiere, ok del Tar ]]></title>
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		<description><![CDATA[<p style='color:#069;font-size:11px;font-style:italic;'><a href='http://gimbe.telpress.it/news/2026/09/02/2026090201797505240.PDF' target="_blank" ><img src='http://gimbe.telpress.it/images/help/PDF_16.png' align="left" border='0'/></a> Estratto da pag. 30 di <b>"ITALIA OGGI" </b>  del 02 Sep 2026 </p>]]></description>
		<pubDate>Wed, 02 Sep 2026 06:10:00 +0200</pubDate>
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		<category domain=""><![CDATA[POLITICA SANITARIA]]></category>
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		<tp:ocr><![CDATA[NO AL RICORSO  Assistente infermiere, ok del Tar  Assistente infermiere, resta in piedi la nuova figura professionale. Il Tar Lazio ha infatti dichiarato inammissibile il ricorso presentato da Nursing Up contro il dpcm del 28 febbraio 2025, che ha recepito l'accordo stato-regioni istitutivo dell'assistente infermiere. La sentenza, pubblicata il 14 agosto 2026, esclude in particolare che il sindacato ricorrente possa far valere un interesse collettivo omogeneo dell'intera categoria. Nel giudizio, infatti, la Fnopi si è costituita ad opponendum, assumendo una posizione contraria al ricorso. Il Tar rileva inoltre che Nursing Up ha sottoscritto il Ccnl Sanità 2022-2024, nel quale è stato disciplinato l'inquadramento della nuova figura. I giudici affrontano però anche il merito della questione, precisando i confini entro cui dovrà operare l'assistente infermiere: si tratta di una figura di ausilio e non di un sostituto dell'infermiere, priva di autonomia nella definizione del piano assistenziale e chiamata a operare sulla base delle indicazioni del professionista.  ______© Riproduzione riservata _____  ---End text---  Author: Redazione  Heading:   Highlight:   Image: -tit_org- Assistente infermiere, ok del Tar   -sec_org-
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		<tp:writer>REDAZIONE</tp:writer>
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		<title><![CDATA[Asse pubblico-privato in sanità e istruzione per rilanciare il Paese ]]></title>
		<link>http://gimbe.telpress.it/news/2026/09/02/2026090201796505250.PDF</link>
		<description><![CDATA[<p style='color:#069;font-size:11px;font-style:italic;'><a href='http://gimbe.telpress.it/news/2026/09/02/2026090201796505250.PDF' target="_blank" ><img src='http://gimbe.telpress.it/images/help/PDF_16.png' align="left" border='0'/></a> Estratto da pag. 20 di <b>"LIBERO" </b>  del 02 Sep 2026 </p>]]></description>
		<pubDate>Wed, 02 Sep 2026 06:10:00 +0200</pubDate>
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		<category domain=""><![CDATA[POLITICA SANITARIA]]></category>
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		<tp:ocr><![CDATA[IL COMMENTO  Asse pubblico-privato in sanità e istruzione per rilanciare il Paese  I risultati pubblicati dal quotidiano della Confindustria su potere d’acquisto e inflazione, rilevano aumenti nei prezzi di alimentari, trasporti, servizi e tempo libero, anche doppi rispetto all’inflazione, rilevata dall’Istat nel precedente lustro. Si è determinato uno scenario che ha inciso e lo fa tuttora in maniera significativa sui bilanci domestici, modificando le abitudini quotidiane che vanno a incidere sul modus vivendi delle famiglie. Non è certo andato meglio per il commercio, specie per l’abbigliamento e gli accessori, mentre non solo ha tenuto ma ha un segno più quello dei pubblici esercizi, anche come residuo del lockdown. Una complessità che si sta accentuando e stimola il differenziale tra inflazione e potere d’acquisto non solo a causa della componente esogena dovuta alle guerre in corso (leggasi Usa e Iran, ndr) che scontano il tema energetico, ma anche la componente endogena primariamente per essere sprovvisti di un autonomia energetica, ma anche per i sovraccosti che le famiglie subiscono per l’assistenza sanitaria, la cui responsabilità è da ascriversi alla riforma sanitaria di oltre mezzo secolo fa, che non ha saputo programmare un piano sanitario che sapesse adeguarsi sia all’invecchiamento della popolazione sia all’entità dei costi che ne sarebbero derivati.  Da inizio secolo ad oggi, il costo sopportato dalle famiglie per far fronte all’assistenza per le prestazioni, ma anche per le assicurazioni integrative, supera abbondantemente il mezzo trilione di euro e si avvia verso i 40 miliardi l’anno, costi che stanno depauperando il borsellino di ogni ceto e in particolare di quello medio e di quelli più agiati. A pagarne le conseguenze non sono solo le famiglie a reddito dipendente, ma anche la stragrande maggioranza delle micropartite Iva, che da noi superano il 90% del totale, e che in passato sono state parte significativa del ceto medio. Fatta la disamina non resta che addentrarsi nelle possibilità di poter rimediare ai problemi, recuperando capacità di spesa, in una situazione in cui l’inflazione sta rialzando la testa e sarà particolarmente negativa nei prossimi mesi in cui ripartirà il riscaldamento, sperando che l’inverno sia clemente.  Ora serve una politica energetica che punti decisamente a un’autonomia, ben superiore all’attuale che sfiora meno del 40% grazie a quella delle risorse rinnovabili. Fondamentale è partire subito sul nucleare, recuperando pure il carbone e accelerando sia sull’idroelettrico che sulle rinnovabili. Parimenti, sia per il lavoro dipendente che per le micropartite Iva, è necessario un piano di modernizzazione, sostenuto dal pubblico che salvaguardi il capitale umano e rilanci la scala sociale, per risalire la qualità della vita. Così come è necessario ridimensionare il costo per la salute a carico del cittadino, rilanciando il SSN integrato maggiormente da quello privato in via convenzionale e/o a tariffe sostenibili. Infine scuola, istruzione e formazione permanente devono riconquistare un rapporto integrato tra pubblico e privato. Quest’ultimo è nei vertici del percorso formativo un partner ideale - Bocconi e Cattolica sono esempi eclatanti - di quanto sia necessario che pubblico e privato siano a pari livello per interagire e costruire condizioni di qualità a sostegno del¦ le esigenze del Paese.  ---End text---  Author: BRUNO VILLOIS  Heading:   Highlight:   Image: -tit_org- Asse pubblico-privato in sanità e istruzione per rilanciare il Paese   -sec_org-
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		<tp:writer>Bruno Villois</tp:writer>
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		<title><![CDATA[L`era dei vaccini su misura ]]></title>
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		<description><![CDATA[<p style='color:#069;font-size:11px;font-style:italic;'><a href='http://gimbe.telpress.it/news/2026/09/02/2026090201795405251.PDF' target="_blank" ><img src='http://gimbe.telpress.it/images/help/PDF_16.png' align="left" border='0'/></a> Estratto da pag. 48 di <b>"PANORAMA" </b>  del 02 Sep 2026 </p>]]></description>
		<pubDate>Wed, 02 Sep 2026 06:11:00 +0200</pubDate>
		<argument order=""><![CDATA[]]></argument>
		<category domain=""><![CDATA[POLITICA SANITARIA]]></category>
		<subcategory domain=""><![CDATA[]]></subcategory>
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		<tp:ocr><![CDATA[Interventi mirati Una visita dermatologica approfondita fa emergere eventuali anomalie della pelle e dei nei.   L’ E R A DEI VACCINI SU MISURA  Dopo anni di tentativi andati a vuoto, il nuovo antidoto personalizzato a mRNA promette non solo di guarire il melanoma, ma di aggredire anche i difficili tumori di vescica, rene e polmone. Con un percorso di cura personalizzato.  di Maddalena Bonaccorso  A  bbiamo provato a curare il cancro con un vaccino molto prima che l’mRNA diventasse la parola magica della medicina. E abbiamo fallito. Per decenni i vaccini terapeutici hanno promesso di insegnare al sistema immunitario a riconoscere il tumore e a sconfiggerlo, ma hanno incontrato una lunga serie di fallimenti clinici, perché il cancro si è dimostrato un avversario formidabile: cambia identità, si nasconde, spegne le nostre difese. Oggi qualcosa sembra essere cambiato, perché per la prima volta nella storia un vaccino personalizzato a mRNA, denominato Intismeran e costruito da Moderna su misura per ogni singolo paziente, ha dimostrato di essere efficace in uno studio di fase III.  Più di due anni fa, nelle stanze degli ospedali di 26 Paesi del mondo, 1.137 pazienti con melanoma ad alto rischio e già operati hanno accettato di sperimentare una terapia “sartoriale” per cercare di evitare metastasi e recidive. «L’allestimento del vaccino parte dal tumore asportato chirurgicamente: il suo Dna viene sequenziato per individuare le mutazioni specifiche di ogni singolo melanoma, i cosiddetti neoantigeni che caratterizzano il profilo 2 settembre 2026    Panorama  49  genetico del tumore», dice a Panorama Giuseppe Curigliano, ordinario di oncologia medica dell’Università di Milano e vice direttore scientifico dell’Ieo. «Successivamente, un algoritmo bioinformatico identifica quelli più adatti a stimolare il sistema immunitario e costruisce per ciascun paziente un vaccino a mRNA su misura, capace di codificare fino a 34 antigeni. L’obiettivo è educare il sistema immunitario a riconoscere questi bersagli espressi su eventuali cellule micrometastatiche e ad eliminarle, riducendo il rischio che il tumore si ripresenti».  I risultati dello studio INTerpath.001 di cui oggi tutto il mondo parla hanno raggiunto entrambi gli obiettivi, la sopravvivenza libera da recidiva e quella libera da metastasi. Ma perché denominiamo vaccino qualcosa che non previene la malattia, ma la cura? «Vaccino è qualsiasi cosa sia in grado di attivare una risposta immunitaria diretta contro un determinato bersaglio», spiega Maria Rescigno, ordinaria di patologia generale di Humanitas University. «Esistono quelli preventivi e quelli terapeutici. Qui si tratta di un vaccino terapeutico che serve per una sorta di “sterilizzazione” del paziente, cercare di impedire che quelle cellule possano dare origine a recidiva o a metastasi. Ma dobbiamo distinguere anche tra vaccini terapeutici personalizzati e universali, cioè già pronti per essere utilizzati in tutti i malati con una stessa patologia».  Per ora la trasferibilità dell’approccio a tutta la popolazione è una questione complessa. «Nel caso di Intismeran la preparazione richiede circa sei settimane. Può quindi funzionare molto bene nel paziente che ha appena subito un intervento chirurgico ed è libero da malattia visibile. Ma per un utilizzo più ampio dobbiamo ridurre questi tempi e rendere la tecnologia più facilmente 50  Panorama    2 settembre 2026  accessibile», conclude Rescigno.  La sperimentazione internazionale che ha condotto a questi risultati ha anche un cuore italiano. E porta con sé uno dei paradossi più affascinanti e terribili della ricerca clinica: per sapere se una cura funziona, chi la somministra deve accettare di non sapere se la sta utilizzando davvero. Paolo Ascierto, ordinario di oncologia all’Università Federico II di Napoli e uno dei massimi esperti mondiali di melanoma, questo paradosso lo ha vissuto in prima persona: nel gennaio 2024 ha “arruolato” il primo paziente italiano a partecipare al trial. Davanti a lui c’era una terapia potenzialmente capace di aprire una strada nuova nella
 lotta al cancro. Ma anche una domanda: in quella siringa c’era davvero il vaccino o il placebo? «INTerpath-001 è uno studio randomizzato e in doppio cieco, quindi né il paziente né i medici sanno se stanno somministrando (e quindi ricevendo) il vaccino a mRNA oppure il placebo», dice Ascierto a Panorama. «Questo ovviamente vale per tutti i partecipanti allo studio. Ovvio che come medico vorresti sapere subito che cosa hai somministrato al tuo paziente, ma come ricercatore sai che non devi saperlo, perché proprio quel rigore permetterà  domani di stabilire con certezza se la terapia funziona davvero. È stato comunque un momento emozionante, perché significava portare in Italia una sperimentazione che oggi sappiamo aver dato un risultato positivo».  Intismeran non viene somministrato da solo, ma con l’anticorpo monoclonale pembrolizumab. «Il vaccino mostra al sistema immunitario chi deve colpire, come se gli consegnassimo le fotografie segnaletiche del nemico, aiutandolo a riconoscerlo in maniera più precisa e a sviluppare linfociti T mirati», continua Ascierto.  «Nello stesso tempo pembrolizumab toglie uno dei freni che il tumore utilizza per impedirgli di farlo. È la forza della combinazione: da una parte rendiamo il tumore più facilmente riconoscibile, dall’altra restituiamo al sistema immunitario la possibilità di attaccarlo. Cerchiamo anche di creare una memoria immunologica, affinché quelle “fotografie” rimangano nel tempo e il sistema possa eliminare eventuali cellule tumorali che dovessero ricomparire». Il professore, appassionato di moto, non rinuncia a una metafora da rider. «La sfida di oggi non è solo rendere il sistema immunitario più potente, ma più preciso. Se l’immunoterapia toglie i freni, il vaccino gli indica con maggiore precisione dove andare e che cosa colpire. Non abbiamo bisogno soltanto di un motore più potente, ma anche di freni, di un buon manubrio e soprattutto di sapere dove vogliamo arrivare».  I dati numerici completi del trial saranno resi noti a fine ottobre, durante il congresso ESMO di Madrid: per il momento è stato comunicato solo che gli obiettivi principali sono stati raggiunti. Sappiamo però che nella precedente fase II il vaccino aveva ridotto del 49% il rischio di recidiva o  morte e del 59% quello di metastasi a distanza.  Su eventuali effetti avversi, gli scienziati tranquillizzano. «Gli immunoterapici vengono utilizzati ormai da più di quindici anni e sappiamo che sono terapie sicure», continua Curigliano.  «Certo, possono provocare effetti collaterali legati all’attivazione eccessiva del sistema immunitario e quindi eventi avversi da “fuoco amico”. Per esempio tiroiditi, reazioni cutanee e polmoniti; più raramente miocarditi. Tutte problematiche gestibili e nella maggior parte dei casi reversibili. Anche per i vaccini terapeutici bisognerà valutare con attenzione i dati di sicurezza, ma non partiamo da una tecnologia sconosciuta: abbiamo una lunga esperienza con questo tipo di terapie».  Oltre al trial su melanoma, sono in corso studi sui tumori a vescica, rene e polmone. Ma non di solo mRNA vivranno i vaccini del futuro: la ricerca si concentra pure su altre modalità di riconoscimento dei bersagli, anche per rendere queste strategie potenzialmente universali. Questo porterebbe a un crollo dei costi di ricerca e di produzione e quindi a maggiore sostenibilità delle terapie. «La cellula tumorale è sempre molto stressata, perché deve convivere con un numero elevatissimo di mutazioni», continua Rescigno. «Questo stress fa sì che esponga sulla propria superficie delle “bandierine” particolari, molecole che sono caratteristiche proprio dello stato di stress. Noi stiamo cercando, con i fondi del 5 per mille di AIRC, di identificare questi segnali per poter costruire un vaccino peptidico (che usa piccoli frammenti di proteine del tumore) per insegnare al sistema immunitario a riconoscere e attaccare le cellule tumorali. Il vaccino è già stato prodotto e siamo in attesa dell’autorizzazione alla sperimentazione clinica.  Sarà una fase 1, quindi una prima sperimentazione sull’uomo, sopr
attutto per valutarne la tollerabilità e ottenere i primi dati di efficacia».  Dopo decenni in cui il tumore è stato raccontato come un nemico invisibile e inesorabile, la medicina prova a trasformare quella stessa invisibilità in un bersaglio. Come scriveva Susan Sontag nel lontano 1977, il cancro forse resterà ancora «la malattia che non bussa prima di entrare». Ma adesso la sfida è fare in modo che, dopo essere riusciti a cacciarlo fuori dalla porta principale con le armi che già possediamo, si possa insegnare sempre meglio al sistema immunitario come riconoscerlo quando prova a tornare.Per impedirgli di farci, di nuovo, del male.  ¦ © RIPRODUZIONE RISERVATA  ---End text---  Author: Madaatena bonaccorso  Heading:   Highlight:   Image:Ricerca congiunta Moderna - con il colosso del pharma Merck - ha portato avanti la sperimentazione del vaccino contro il melanoma (foto a destra): nel giorno in cui è stata resa nota la notizia l’azione di Moderna ha fatto +160%, Merck +11%. Getty images (2), Ipa  Il nuovo vaccino mostra al sistema immunitario cosa deve colpire e sviluppa linfociti T mirati Paolo Ascierto, ordinario di oncologia all’Università Federico II di Napoli -tit_org- L`era dei vaccini su misura   -sec_org-
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		<title><![CDATA[Lezionim aula e online Parte il semestre filtro per Smila futuri medici arrivati da tutta Italia ]]></title>
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		<description><![CDATA[<p style='color:#069;font-size:11px;font-style:italic;'><a href='http://gimbe.telpress.it/news/2026/09/02/2026090201796005245.PDF' target="_blank" ><img src='http://gimbe.telpress.it/images/help/PDF_16.png' align="left" border='0'/></a> Estratto da pag. 30 di <b>"STAMPA" </b>  del 02 Sep 2026 </p>]]></description>
		<pubDate>Wed, 02 Sep 2026 06:10:00 +0200</pubDate>
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		<tp:ocr><![CDATA[La possibilità di entrare è del 27%, l’anno scorso era del 24% L’esame sarà a novembre, dopo tre mesi di didattica  Lezioni in aula e online Parte il semestre filtro per 3mila futuri medici arrivati da tutta Italia  IL REPORTAGE  CHIARA COMAI  A  ll’ora di pranzo in via Chiabrera 27, l’ex sede del quotidiano La Stampa, c’è un fiume di giovani che si riversa in strada. «Tu hai capito qualcosa di chimica? » «Per me è solo un ripasso» «A me è sembrata fattibile, vediamo poi all’esame...». È il popolo dei quasi 3 mila iscritti al semestre filtro (2.900 per la precisione), cioè di coloro che vorrebbero entrare a Medicina e che quindi da ieri fino a novembre frequenteranno le lezioni universitarie preparatorie al test vero e proprio. È la seconda edizione della riforma del “semestre aperto” o “semestre filtro” ideato dalla ministra all’Università Anna Maria Bernini.  Quest’anno le possibilità di entrare si sono leggermente aumentate: potrà effettivamente iscriversi a Medicina e Chirurgia il 27% di chi tenta il test, un po’ più dell’anno scorso che registrava un 24% di chance. Il motivo è semplice: da un lato ci sono meno candidati (2.900 rispetto ai 3.169 del 2025), dall’altro l’Università di Torino è riuscita ad aumentare i posti passando da 547 a 575 disponibili quest’anno. Insomma, l’ateneo stesso è riuscito a rispondere anche alla richiesta del ministero di mettere a disposizione più posti, e anche a dare qualche possibilità in più a questi ragazzi.  Per essere precisi, sono 2.147 coloro che hanno scelto Medicina e Chirurgia. Ma i percorsi sono tre: ci sono anche Veterinaria, con 489 aspiranti su 122 posti, e Odontoiatria, con 263 iscritti e 44 posti. «Speriamo che quest’anno le scelte dei percorsi siano state un po’ più consapevoli, perché l’anno scorso in tanti hanno avuto dei tentennamenti – dice Ezio Ferroglio, direttore del Dipartimento di Veterinaria – Forse bisognerebbe spiegare di più che tipo di lavoro andranno a fare, tra aspetti positivi e negativi».  Sulle scale del palazzo di via Chiabrera c’è la fotografia del futuro di questa professione. Chi con un panino, chi con la “schiscetta”, chi con un pacchetto di crackers, ognuno con le sue speranze e tanta voglia di farcela. «So solo che vorrei fare Medicina, sulla professione sono ancora indeciso. Forse mi ispira il ramo chirurgico» dice Cristian Cochior, 19 anni, appena diplomato al liceo scientifico Cattaneo di Torino. Per lui, le prime due lezioni di ieri sono state piuttosto semplici. «La mia scuola mi ha preparato tanto, ma mi rendo conto che non sia così per tutti». La cosa peggiore non è ripassare, ma seguire le lezioni in video.  Succede perché gli insegnanti sono troppo pochi rispetto alla quantità di studenti.  Quei 3 mila iscritti sono stati suddivisi in 6 sezioni con 13 aule. Ogni sezione ha 3 professori, uno per materia: Chimica, Fisica, Biologia. Questo significa che ogni lezione si svolge in un’aula fisica e viene trasmessa in altre due aule in diretta video. E certo, non è la stessa cosa. Non si possono fare domande e le distrazioni sono dietro l’angolo.  «Ma non potevamo fare altrimenti: il problema grosso è la capienza delle aule» risponde Roberta Palombo, responsabile dei Servizi e della Didattica del Polo di Medicina. A oggi le aule sono quasi piene e contano 1.500 studenti, e questo significa che quasi la metà degli iscritti è rimasta a casa a seguire. Ma a ottobre comincia l’anno accademico per tutti e le aule a disposizione per Medicina diminuiranno ancora. «A quel punto faremo un sondaggio tra gli iscritti per capire chi preferisce venire in presenza e chi no» spiega Palombo.  D’altronde, il fatto che il test d’ingresso sia stato spostato a novembre genera qualche incertezza anche organizzativa. «Avrei preferito sapere subito se ho passato il test, e in più anche trovare casa non è semplice perché la maggior parte degli affitti  ALBERTO GIACHINO/REPORTERS  per studenti dura 12 mesi» riflette Chiara Ampesi, 19 enne dalla Calabria. La sua amica Irene Giliberti, che abita in provincia di Ivrea, per questi tre mesi farà da pendolare. «P
oi si vedrà», dice.  E così, sono partiti i tre mesi di lezione preparatoria. Poi si vedrà a novembre chi davvero riesce ad entrare. Quest’anno tra gli iscritti a UniTo sono in 600 a riprovarci.  «Questo modello blocca il futuro degli studenti per il primo semestre, e chi sbaglia a inserire la seconda scelta rischia di non fare nulla per tutto l’anno – riflette Palombo – D’altra parte, questi mesi servono per vivere l’università e capire come funziona, e questo è innegabile». —  ---End text---  Author: CHIARA COMAI  Heading:   Highlight: “  Il nostro problema è la capienza delle aule. Dobbiamo trasmettere in video due lezioni su tre  Image:Ieri è stato il primo giorno di lezione per gli aspiranti medici  ALBERTO GIACHINO/REPORTERS ROBERTA PALOMBO RESPONSABILE DIDATTICA MEDICINA -tit_org- Lezionim aula e online Parte il semestre filtro per Smila futuri medici arrivati da tutta Italia   -sec_org-
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		<title><![CDATA[Intervista a Marcello Gemmato -  «Giorgia Meloni festeggia a Bari per mandare segnali precisi» = «Giorgia è una leader internazionale  e un governo che dura da peso all'Italia» ]]></title>
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		<description><![CDATA[<p style='color:#069;font-size:11px;font-style:italic;'><a href='http://gimbe.telpress.it/news/2026/09/02/2026090201796105246.PDF' target="_blank" ><img src='http://gimbe.telpress.it/images/help/PDF_16.png' align="left" border='0'/></a> Estratto da pag. 10 di <b>"VERITÀ" </b>  del 02 Sep 2026 </p>]]></description>
		<pubDate>Wed, 02 Sep 2026 06:10:00 +0200</pubDate>
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		<tp:ocr><![CDATA[PARLA GEMMATO (FDI)  «Giorgia Meloni festeggia a Bari per mandare segnali precisi»   L’INTERVISTA MARCELLO GEMMATO  «Giorgia è una leader internazionale e un governo che dura dà peso all’Italia»   Il sottosegretario: «Festeggiare a Bari il primato della longevità è un segnale politico inviato a tutto il Mediterraneo e al mondo»  n Q u i d ove i l mare luccica… Non è Sorrento, ma Bari. Non è il celebre tenore Enrico Caruso omaggiato da Lucio Dalla, ma Giorgia Meloni, il capo del governo più longevo della storia repubblicana. Lei, la regina dei record: primo presidente del Consiglio donna, primo premier più a lungo in sella a un governo. (...) segue a pagina 10  Segue dalla prima pagina di GIANLUIGI PARAGONE  (...) Qui dove il mare luccica… perché lei, venerdì, festeggerà guardando il mare dal molo di Bari, crocevia strategico di rotte turistiche e commerciali. È lì che ha voluto che fosse allestito il palco, sul braccio del porto che dà immediatamente sul mare. Ed è lì che comincerà il suo canto, il suo racconto di una stagione governativa che arriva al record dei 1.413 giorni (e non è finita…) nonostante guerre, crisi economiche, tensioni internazionali, traffici commerciali strozzati, benzina e gasolio alle stelle...  «Ci manca soltanto l’invasione delle cavallette, come si dice in questi casi; ma è meglio non continuare a dirlo altrimenti arrivano pure le cavallette». A parlare è Marcello Gemmato, sottosegretario alla Salute, l’uomo di Giorgia in Puglia. Uno degli amici più stretti e di vecchia data. È lui il regista della grande manifestazione di Bari (non fosse altro per presidio territoriale) ma non gli piace che se ne parli troppo. È un «uomo macchina» silente, come si dice in questi casi. Non sta dormendo la notte perché sa che gli occhi saranno puntati su Bari e lui non vuole perdere né la faccia né la stima. Un uomo di vecchio lignaggio, dalla lunga e consolidata militanza. «A Bari per amicizia? Non scherziamo. Giorgia ha scelto Bari per mandare un segnale politico e poi sì, anche per ringraziare una comunità che in Puglia sta facendo benissimo sotto il profilo dei risultati e dell’impegno.  Ma la scelta di Bari rappresenta molto di più». Cosa? «L’Italia che, a guida Giorgia Meloni, guarda il Mediterraneo da protagonista. Noi siamo Mediterraneo, siamo dentro il Mediterraneo: è questa la sfida del Piano Mattei». È sempre così, appena i rappresentanti del governo e i parlamentari di Fratelli d’Italia masticano l’espressione Piano Mattei è come se la loro bocca si riempisse di tutti i sapori del mondo. Ma - faccio notare - a mia mamma Piano Mattei non trasmette nulla; e non credo sia la sola. Gemmato ride perché credo che anche a lui capiti lo stesso.  Come glielo spieghiamo ‘sto piano alla gente comu n e? «In effetti è così, o così appare: un qualcosa di distante. Ma se alla gente della strada, del mercato, ai nostri anziani, ai piccoli imprenditori, diciamo che il Piano Mattei conviene sia a noi che ai Paesi africani, capiscono».  Non ancora… «L’Africa è un continente imprescindibile e finora sfruttato, vuoi per l’energia vuoi per le materie prime. È il continente che guardiamo dal mare, col quale vogliamo avere rapporti solidi, strutturali, affinché le loro società crescano, collaborino e quindi frenino le migrazioni. Questo la gente comune lo capisce».  Il premier che guarda il mare. In tempi di Odissea funziona e tira molto. Ma tra l’epica e la realtà ci passa il… mare appunto.  «Intanto siamo il governo più duraturo e stabile della  ”  storia repubblicana. Un record che ci siamo conquistati con il lavoro e l’impegno, non è un gentile omaggio.  Un record fissato dal primo presidente del Consiglio  donna, altro primato. Un record che significa stabilità e maturità politica, perché poi al netto di tutto quel che scrivono e dicono, la maggioranza tiene, con le proprie differenze identitarie.  Com’è giusto, sia Matteo Salvini che Antonio Tajani saranno a Bari, fosse anche in collegamento. Vede, la rotta non s’è mai smarrita. Quando vincemmo le elezioni il coro era tutto sulla postura internazionale della M
eloni: quante ne abbiamo sentite… E invece è proprio sulla dimensione internazionale, sulla sua tenuta, che Giorgia personalmente sta vincendo la partita, anche con posizioni difficili com’è accaduto quando il presidente Donald Trump pensava di poterla mortificare. Siamo credibili, siamo forti e siamo un punto di riferimento, altro che “L’Italia sarà isolata”. Segnare il record qui a Bari, nel Sud, sull’affaccio del Mediterraneo significa questo».  Mediterraneo croce e delizia, come sempre: lo sapevano anche nella Prima repubblica, quando si doveva trattare con i leader africani per tenere sotto controllo le frontiere.  «Per ottenere i risultati ci vuole serietà, altrimenti ti può andare bene una volta.  Noi stiamo consolidando queste relazioni in funzione della crescita economica, della stabilità e della collaborazione necessarie per il controllo delle frontiere o per i rimpatri. Abbiamo risultati ottimi, è un continuo crescendo. Brava Giorgia Meloni, bravo Tajani, bravo Piantedosi».  Valeva la pena metterlo in  discussione? «Nessuno lo ha mai messo in discussione. Glielo assicuro. Perché farlo?».  Beh, qualche grana c’è stata… A proposito, qual è stato il momento di maggiore difficoltà? «Beh, le difficoltà non ci hanno mollato un attimo.  Manca solo l’invasione delle cavallette, ma meglio non scherzare troppo nemmeno sulle cavallette».  E sul piano personale? Voglio dire, Giorgia Meloni lei la conosce molto bene; qual è stato il momento più duro? Sangiuliano, Giambruno, Santanché… «Non è un discorso né di nomi né di singole persone.  Giorgia sa benissimo che dietro a ogni attacco a chi le sta attorno, c’è un disegno più sofisticato; c’è l’intenzione di fare male a lei, di indebolirla. Ed è proprio questo atteggiamento vigliacco - far male agli altri  per colpire lei - che la addolora; lo considera ingiusto.  Però sbagliano strategia, perché ogni crisi, anche la più pesante, la rafforza.  Giorgia è un’amica, un’ami”  ca guerriera».  A Taranto l’hanno fischiata. Il Sud non è riconoscente? O semplicemente inizia la fase più critica? «Mi lasci dire di Taranto:  Giorgia ha detto di comprendere e si è dimostrata la più matura. Ma io certe realtà le conosco bene: la contestazione è stata organizzata.  Com’è possibile che applaudono il commissario governativo che ha messo sul tavolo i soldi stanziati dal governo Meloni, e poi fischiano il premier? Suvvia… Sono meschinità, è una assoluta incapacità di fare politica.  Faranno un po’ di cinema anche venerdì, me lo aspetto. Ma questo non è il Sud protagonista. Il Sud che sta vincendo è un Sud che ha accolto la nostra sfida, che risponde al cambio di paradigma: si crea lavoro, si crea ricchezza, si crea benessere; si esce dal sussidio e dalla logica del reddito di cittadinanza, diseducativo, per cui si prendono soldi senza fare nulla! Io sono per lo Stato sociale, ma dare soldi per non fare nulla è la peggiore delle idee. Il Sud ha tutte le carte in regola per vincere la partita e infatti, numeri alla mano, il Mezzogiorno performa meglio del Settentrione sul Pil; così come registra un aumento dell’occupazione e una riduzione della disoccupazione; il turismo evolve in un turismo di qualità. Stiamo invertendo la rotta anche sulla sanità, per quel che possiamo incidere a livello nazionale ovviamente, ma così tanti soldi sul riparto del finanziamento del fondo sanitario regionale il Sud non li ha mai avuti».  Se le avessero detto che avreste stabilito il record di stabilità? «Il lavoro e la serietà premiano. Sono contento per Giorgia».  ---End text---  Author: GIANLUIGI PARAGONE  Heading:   Highlight: “  Macché Paese isolato Siamo un punto di riferimento perché uniti e coesi Lo sa anche Trump   “  Le difficoltà ci sono, mancano solo le cavallette. Il Sud per noi è centrale Altro che sussidi  Image:FEDELISSIMO Marcello Gemmato, sottosegretario al ministero della Salute  [Imagoeconomica] -tit_org- Intervista a Marcello Gemmato -  «Giorgia Meloni festeggia a Bari per mandare segnali precisi»  «Giorgia è una leader internazionale  e un governo che dura da peso all'Italia»   -sec_org-
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