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	<title>Rassegna online.</title>
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		<title>Rassegna online</title>
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		<title><![CDATA[Lettere - I medici mancano solo dove c'è programmazione ]]></title>
		<link>http://gimbe.telpress.it/news/2026/09/01/2026090101785306131.PDF</link>
		<description><![CDATA[<p style='color:#069;font-size:11px;font-style:italic;'><a href='http://gimbe.telpress.it/news/2026/09/01/2026090101785306131.PDF' target="_blank" ><img src='http://gimbe.telpress.it/images/help/PDF_16.png' align="left" border='0'/></a> Estratto da pag. 23 di <b>"ATTACCO" </b>  del 01 Sep 2026 </p>]]></description>
		<pubDate>Tue, 01 Sep 2026 08:12:00 +0200</pubDate>
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		<category domain=""><![CDATA[GIMBE]]></category>
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		<source Readership="32000" Sales="6500" Printing="6500" url="http://gimbe.telpress.it/news/2026/09/01/2026090101785306131.PDF"><![CDATA[ATTACCO]]></source>
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		<tp:ocr><![CDATA[Analisi diEmiKoMirantef   I medici mancano solo dove è carenza di programmazione   Ë amentare indiscriminatamente il numero di laureati in       medicina non serve perché i medici mancano so/o in aif \ cuni territori e in alcune specialità. Ed è per questi problemi che vanno cercate soluzioni. Tutt'attro discorso vate invece per gli infermieri.   Il numero dei professionisti sanitari da formare   La pianificazione del capitale umano rappresenta una delle principali sfide perla sostenibilità del Servizio sanitario nazionale. Una programmazione efficace dovrebbe orientare l'offerta formativa verso le professioni caratíerizzatedai maggiori squilibri tra domanda e disponibilità di personale. Non sembra essere così nella bozza di Accordo salute-regioni sul fabbisogno formativo dei professionisti sanitari per il 2026-2027:   84.196 posti complessivi, 1.452 in più rispetto all'anno precedente. La ri partizione però va nelladirezione opposta a quanto servirebbe: i posti per Medicina, Veterinaria e Odontoiatria salgono a 24.174, mentre l'area infermieristica ne perde 1.097, scendendo a 34.222. La scelta aggrava la crisi del Servizio sanitario nazionale.   La logica sottostante alla ripartizione sembra essere quella di una persistente carenza di medici, da compensare aumentando ulteriormente gli accessi ai corsi di laurea in area medica. Ma è proprio la premessa che merita di essere discussa. Nel dibattito pubblico sulla sanità torna infatti con regolarità la stessa diagnosi: in Italia mancano i medici. I dati più recenti, però, raccontano una storia diversa: il problema non è tanto quantitativo, quanto distributivo.   Secondo il rapporto Ocse "Profilo della sanità 2025: Italia", nel 2023, il paese contava 5,4 medici ogni mille abitanti, oltre un quarto in più della media Uè. Il datoAgenas sul personale del Servizio sanitario nazionale conferma una densità superiore alla media europea: in termini assoluti, l'offerta di professionisti non è scarsa. Il vero squilibrio del sistema, semmai, riguarda un'altra figura: gli infermieri sono appena 6,9 ogni mille abitanti, contro una media Ocse di 9,2, con un rapporto infermieri-medici di 1,3, circa la metà della media Uè. Seil sistema soffrisse di una carenza generalizzata di personale, il divario si   vedrebbe su entrambe le figure. Invece si concentra quasi solo sui medici, e non sul loro numero.   I tré squilibri della professione   II primo squilibrio interno alla professione medica è geografico. L'Ocse segnala che il deficitdi medici di medicina generale è marcato in alcune regioni, soprattutto al Nord. Le stime Gimbe, su dati Sisac, quantificano la carenza nazionale di medici difamiglia in circa 5.575 unità al gennaio 2024, concentrata in Lombardia (-1.525), Veneto (-785), Campania (-652), EmiliaRomagna (-536) e Piemonte (-431 ), mentre Basilicata, Molise, Umbria e Sicilia non registrano deficit. Il fenomeno, però, non riguarda solo la medicina generale: anche la densità complessiva dei medici varia tra le regioni, con Lazio, Sardegna, Toscana e Liguria ai vertici e Trentino-Alto Adige, Valle d'Aosta, Basilicata e Piemonte agli ultimi posti. In questo caso, la geografìa è dunque diversa, senza la netta contrapposizione Nord-Sud tipica della medicina di famiglia. Non conta solo quanti professionisti un sistema forma, conta dove scelgono di lavorare.   Il secondo squilibrio riguarda le specializzazioni. I datiAgenas mostrano che le difficoltà si concentrano in discipline ad alta utilità sociale ma bassa attrattività: medicina d'emergenza-urgenza, anestesia e rianimazione, radioterapia, microbiologia e virologia. Nel concorso 2025-2026, per 14.493 contratti banditi, ne sono stati assegnati 12.248, Ã85 percento, con tassi di copertura particola miente bassi proprio in queste aree. È un segnale che i neolaureati, messi di fronte a una scelta, tendono a evita rè le branche più gravose percaricodi lavoro, rischio medico-legale, turni notturni e festivi, remunerazione percepita come inadeguata, e si orientano verso altre specializzazioni più attrattive.   Il terzosquilibrio riguarda 
la medicina territoriale. L'Ocse rileva che la densità dei medici di medicina generale è diminuita dì circa ¡113 percento nell'ultimo decennio, nonostante una crescita della densità medica complessiva superiore all'I per cento annuo nello stesso periodo. È un dato che, letto insieme al primo, rivela il cuore del problema: più medici in totale, ma meno medici di famiglia, e pergiunta più anziani, il 44 percento dei medici italiani ha oltre 55 anni, contro una media Ocse del   32 per cento. Il risultato è un progressivo spostamento dell domanda di assistenza verso ospedali e pronto soccorso, eh finiscono per assorbire richieste che la medicina di base pc Irebbe gestire con più efficacia e a costi minori per il sisteme   Se la formazione non risponde ai bisogni del Ssn   Sommati tra loro, i Ire squilibri suggeriscono che la vera que stione non sia quanti medici formare, ma come indirizzarli. sistema di programmazione sanitaria italiano è riuscito ad au mentare l'offerta complessiva, ma non ha sviluppato strumer ti altrettanto efficaci per orientarla verso i territori meno attrai tivi, le specialità più critiche e l'assistenza primaria. È una que stione di incentivi, prima ancora che di numeri.   Non è un problema solo italiano, ma altrove viene affrontati con strumenti piùmiratì:impegnidi servizio ¡n aree sottodotal come condizione di accesso ad alcune specializzazioni, pre mi economici crescenti in base alla difficoltà della sede, quoti di specializzazione riviste periódicamente sui fabbisogni e\ fettivi anziché decise una tantum a livello centrale. Sono se luzioni che non eliminano il problema della distribuzione, m.   attenuano.   La carenza di medici evocata ne! dibattito pubblico è in larg. misura un problema di distribuzione tra territori, specialità e li velli assistenziali, mentre la vera carenza numerica riguardi gli infermieri. Da questa distinzione discendono priorità molt diverse: non si tratta tanto di aumentare indiscriminatamenti   numero di laureati in medicina, quanto di rafforza rè gli inceri tivi e la programmazione nelle aree dove il fabbisogno è effet tivamente maggiore. Proprio per questo la bozza di Accordi salute-regioni 2026-2027 appare discutibile: aumenta ulte riormente i posti per l'area medica e riduce quelli infermìeristi ci, rischiando di allontanare la formazione sanitaria dai rea bisogni del Servizio sanitario nazionale.   *www.tavoce.info   SSÌS~   åé""   -tit_org- Lettere - I medici mancano solo dove c'è programmazione   -sec_org-
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		<tp:writer>POSTA DAI LETTORI</tp:writer>
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		<title><![CDATA[Nella morte a cura della sanità la sconfitta delle istituzioni ]]></title>
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		<description><![CDATA[<p style='color:#069;font-size:11px;font-style:italic;'><a href='http://gimbe.telpress.it/news/2026/09/01/2026090101639904705.PDF' target="_blank" ><img src='http://gimbe.telpress.it/images/help/PDF_16.png' align="left" border='0'/></a> Estratto da pag. 7 di <b>"AVVENIRE" </b>  del 01 Sep 2026 </p>]]></description>
		<pubDate>Tue, 01 Sep 2026 06:11:00 +0200</pubDate>
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		<category domain=""><![CDATA[POLITICA SANITARIA]]></category>
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		<tp:ocr><![CDATA[NELLA MORTE A CURA DELLA SANITÀ LA SCONFITTA DELLE ISTITUZIONI   L'analisi  L  a recente morte del 59nne Domenico Zuccarella, affetto da sclerosi multipla progressiva (una forma clinica della malattia neuroinfiammatoria caratterizzata da accumulo ingravescente di disabilità), è avvenuta attraverso la procedura del cosiddetto “Suicidio medicalmente assistito”, recentemente rinominata dalla Regione Lombardia “Morte medicalmente assistita” (Mma). Un escamotage terminologico per tentare di sfuggire alla criticità etica, deontologica e giuridica dell’aiuto al suicidio da parte del personale sanitario, e che si avvale di una cosmesi semantica non difficile da smascherare.  Ampia parte dei media ha presentato la morte di Domenico al termine di una procedura  interamente gestita dal Servizio sanitario regionale come una novità positiva, un successo della sanità lombarda che sarebbe stata in grado, per la prima volta di realizzare in proprio l’intero iter previsto per la “Mma”: dall’accettazione e dal vaglio della richiesta del paziente sino alla definizione delle modalità operative, dei tempi e della sede di esecuzione.  Il tutto senza ricorrere, come in altre Regioni italiane, a competenze, professionisti o strutture esterne a un ospedale pubblico. Un risultato fatto apparire come una delle conquiste di quella “eccellenza della sanità italiana ed europea” di cui si è sempre vantata la Lombardia, e giustamente in diversi settori dell’assistenza ai cittadini malati delle sue province o che provengono  da altrove.  La bella notizia che molti attendevano sarebbe stata un’altra: che nessun malato inguaribile e affetto da patologia degenerativa e invalidante avesse fatto ricorso in Lombardia alla “Mma”. E questo perché avevano ricevuto – grazie ai contributi, all’organizzazione, alle strutture e al personale del servizio sanitario regionale – le cure palliative, l’attenzione alla persona in tutte le sue dimensioni fisiche, psicologiche, spirituali e affettive, e la dedizione incondizionata professionale, amicale e sociale che aiutano a ritrovare il senso del vivere anche quando tutto cospira (in noi e fuori di noi) a pensare alla morte anticipata come sola uscita di sicurezza da una vita che sembra impossibile continuare a vivere.  La morte indotta su richiesta del paziente attraverso il concorso dei medici può anche venire depenalizzata attraverso una modifica della legislazione  nazionale, come chiesto dalle sentenze della Corte costituzionale per alcune circostanze, ma questo non trasforma la “Mma” in una nuova conquista della medicina.  Procurare la morte resta sempre una sconfitta, non una vittoria. Non solo per il singolo professionista sanitario ma anche per il sistema sanitario di uno Stato o di una Regione, che rappresenta tutti i cittadini nel loro dovere morale e civico di prendersi cura di quanti tra loro soffrono a causa di una malattia. Il Servizio sanitario siamo noi: è espressione della tensione individuale e sociale alla prossimità e solidarietà con chi soffre, della fraternità che abbraccia la vita, la sostiene, la ama sino alla fine.  Fino a quando non sarà fatto tutto il possibile per offrire ai malati inguaribili e ai disabili – con opportunità concrete di cura integrale della persona, gesti, parole e anzitutto testimonianza – una strada percorribile di  ricomprensione del significato e del valore della vita per loro stessi e per gli altri non potremo invocare come soluzione al dramma della sofferenza patologica, psicologica e spirituale l’istituzionalizzazione dell’aiuto medicale al suicidio come prassi ordinaria della pratica clinica e dell’assistenza sociosanitaria.  Non tutta la cura e l’amore della persona sofferente è delegabile alla professionalità e umanità di medici e infermieri e all’organizzazione della sanità pubblica e privata. E sarebbe ingiusto scaricare su di loro quanto spetta ai congiunti, agli amici e alla solidarietà sociale. A ciascuno il suo compito. Ma quello che non possiamo esimerci dal chiedere alle istituzioni legislative e governative è di non regolamentare la morte prima di av
er garantito a tutti e sostenuto concretamente le opportunità di non restare soli nel tempo della malattia, della sofferenza e della disabilità.  © RIPRODUZIONE RISERVATA  ---End text---  Author: ROBERTO COLOMBO  Heading: L'analisi  Highlight:   Image: -tit_org- Nella morte a cura della sanità la sconfitta delle istituzioni   -sec_org-
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		<tp:writer>Roberto Colombo</tp:writer>
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		<title><![CDATA[Sanità Basilicata: ieri flash mob e proteste a Potenza contro aumento ticket ]]></title>
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		<description><![CDATA[<p style='color:#069;font-size:11px;font-style:italic;'><a href='http://gimbe.telpress.it/news/2026/09/01/2026090101641104685.PDF' target="_blank" ><img src='http://gimbe.telpress.it/images/help/PDF_16.png' align="left" border='0'/></a> Estratto da pag. 5 di <b>"CONQUISTE DEL LAVORO" </b>  del 01 Sep 2026 </p>]]></description>
		<pubDate>Tue, 01 Sep 2026 06:10:00 +0200</pubDate>
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		<category domain=""><![CDATA[POLITICA SANITARIA]]></category>
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		<tp:ocr><![CDATA[Sanità Basilicata: ieri flash mob e proteste a Potenza contro aumento ticket  G  iù le mani dalle tasche dei lucani. La salute è un diritto e deve essere garantita a tutti". Con questo slogan Cgil, Cisl e Uil Basilicata, insieme ai sindacati dei pensionati Spi Cgil, Cisl Fnp e Uil Pensionati, hanno tenuto ieri un flash mob di protesta contro la decisione della Giunta regionale di introdurre un ticket fisso di 2,50 euro sulle ricette farmaceutiche. I sindacati chiedono alla Giunta regionale di revocare la delibera e annunciano, in caso contrario, "una grande  mobilitazione a difesa del diritto alla salute". "E' una scelta inaccettabile - affermano le organizzazioni sindacali - che peserà ulteriormente sulla spesa dei lucani, già fortemente provati dal caro vita, andando a incidere specialmente sulle persone vulnerabili e sugli anziani che hanno bisogno di cure costanti". Per Cgil, Cisl e Uil e le rispettive categorie dei pensionati, il contenimento della spesa farmaceutica dovrebbe passare invece attraverso una maggiore appropriatezza prescrittiva e un più ampio utilizzo dei  farmaci equivalenti.  "Il ticket non può essere il deterrente per ridurre la spesa farmaceutica", sostengono i sindacati, secondo i quali in questo modo si finirebbe per scaricare sui cittadini il costo delle scelte di gestione della sanità regionale. Le organizzazioni sindacali ricordano infine l'utilizzo delle risorse del bonus gas e del fondo sociale per far fronte al disavanzo sanitario, quantificato in oltre 80 milioni di euro.  Ce.Au.  ---End text---  Author: Redazione  Heading:   Highlight:   Image: -tit_org- Sanità Basilicata: ieri flash mob e proteste a Potenza contro aumento ticket   -sec_org-
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		<tp:writer>REDAZIONE</tp:writer>
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	<item>
		<title><![CDATA[Intervista a Ermanno Leo - «Il cancro c'era già nelle mummie, oggi è diventato un grande business Per il Quirinale mi votarono in due Ho operato più di 35 mila persone» ]]></title>
		<link>http://gimbe.telpress.it/news/2026/09/01/2026090101639604706.PDF</link>
		<description><![CDATA[<p style='color:#069;font-size:11px;font-style:italic;'><a href='http://gimbe.telpress.it/news/2026/09/01/2026090101639604706.PDF' target="_blank" ><img src='http://gimbe.telpress.it/images/help/PDF_16.png' align="left" border='0'/></a> Estratto da pag. 27 di <b>"CORRIERE DELLA SERA" </b>  del 01 Sep 2026 </p>]]></description>
		<pubDate>Tue, 01 Sep 2026 06:11:00 +0200</pubDate>
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		<category domain=""><![CDATA[POLITICA SANITARIA]]></category>
		<subcategory domain=""><![CDATA[]]></subcategory>
		<source Readership="1703000" Sales="165332" Printing="208605" url="http://gimbe.telpress.it/news/2026/09/01/2026090101639604706.PDF"><![CDATA[CORRIERE DELLA SERA]]></source>
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		<tp:ocr><![CDATA[«Ilcancroc’eragiànellemummie, oggièdiventatoungrandebusiness PerilQuirinalemivotaronoindue Hooperatopiùdi35milapersone»  È  un agosto caldissimo a Milano, la città è vuota ma in uno studio in centro, pieno di documenti, fotocopie e ricordi, c’è un medico che non conosce vacanza. «Non sopporto che qualcuno stia male», dice mentre prepara un faldone di fotografie. Ermanno Leo, classe 1949, uno dei chirurghi oncologici più famosi e riconosciuti in Italia, è al suo posto. «Mettiamo il caso che un paziente abbia bisogno in piena estate...».  Speriamo di no, professore.  «Ma per me il dialogo fitto con le persone che mi danno fiducia è essenziale. Mi chiamano a tutte le ore, mi chiedono anche semplici consigli».  Lei è nato a Canosa di Puglia, com’è arrivato all’Istituto Nazionale dei Tumori di Milano dove ha creato e diretto la Struttura complessa di chirurgia del colon-retto? «Dopo la specializzazione in Chirurgia Oncologica, ma va detto che all’epoca non mi occupavo solo di colon-retto ma anche di chirurgia toracica, addominale e altro. Grazie al sistema delle cosiddette rotazioni, ho imparato molto».  Prima però ha studiato e fatto ricerca a Napoli.  «Sì, dove ho imparato che la  chirurgia oncologica è molto diversa dalle altre. Poi Milano, sotto la guida di Pietro Bucalossi, pioniere del settore».  Però lei è stato il pioniere di una tecnica innovativa che ha cambiato la vita a migliaia e migliaia di persone.  «Sì, perché con la mia équipe ho messo a punto una tecnica conservativa della funzione rettale che prevede la ricostruzione dell’ampolla rettale nella gran parte dei pazienti destinati potenzialmente a portare a vita il contenitore esterno per la raccolta delle feci. In sintesi, grazie a questa tecnica si evita il sacchetto».  Certamente un traguardo importante.  «Chi veniva operato di cancro al colon prima era costretto a portare a vita questa appendice. Non era giusto, secondo me. La delicatezza della chirurgia è importante».  Qualche mese fa l’Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico ha diffuso una nota: il tumore colorettale è in aumento, soprattutto tra i più giovani.  «Sì, lo so. Certamente penso che una buona anamnesi sia importante ma diffido di chi attribuisce le cause soltanto allo stile di vita o all’alimentazione: basti pensare che le prime tracce di tumore sono state ritrovate nelle ossa delle mummie egizie, migliaia di anni fa.   Non penso che loro fumassero o che mangiassero cibo ultraprocessato».  Professore, ci sono dei tumori di cui si parla spesso e altri invece meno al centro della cronaca. Perché secondo lei? «Forse perché interessano meno?» In che senso? «Inutile negare che intorno al cancro ci siano interessi economici, molto forti. Qualche volta leggo e sento parlare di ricerche considerate determinanti quando spesso non lo sono. I medici dovrebbero parlare chiaro, e purtroppo non sempre accade: ci sono tumori poco aggressivi, tanto aggressivi e letali. Mi creda, non è facile dire a una persona che si siede davanti alla tua scrivania che ha un tumore, forse è una delle cose più difficili da fare. Però qualche volta la schiettezza è tutto».  Quanti interventi ha eseguito nel corso della sua carriera? «Quasi trentacinquemila di patologia oncologica generale».  Nel 2004 l’allora presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi volle insignirla della Medaglia d’Oro al Merito della Sanità Pubblica.  «Un riconoscimento che arrivava soprattutto perché con le nostre ricerche avevamo migliorato la qualità di vita dei pazienti, abbassando notevolmente i casi di recidiva. Bisogna pensare che il cancro è una malattia della quale sappiamo ancora poco, nonostante tanti annunci».  Anni fa ci fu la prima sperimentazione clinica di un vaccino terapeutico per i tumori  del colon retto, eseguita all’Istituto dei Tumori di Milano dall’équipe da lei guidata. Come andò? «I primi risultati furono incoraggianti. In pratica, ci accorgemmo che il sistema immunitario dei pazienti e i suoi globuli bianchi possono riconoscere e distruggere una proteina chiamata survivina che permette alle cellul
e tumorali di sopravvivere e proliferare».  Però poi il vaccino non è stato messo a punto.  «No, il gruppo farmaceutico che ci avrebbe dovuto sostenere si dileguò».  Perché, secondo lei? «Forse perché non eravamo abbastanza interessanti sul piano dei ricavi? Non lo so».  Crede che oggi la scienza si illuda troppo di navigare nelle certezze? «Sì, lo credo. Per esempio, ancora non ci hanno detto esattamente com’è nato il Covid-19. Per carità, le ricerche sono state fatte, sappiamo del primo focolaio in Cina. Ma le origini vere, nei dettagli, sono ancora incerte. Non si tratta di essere scettici, si tratta di essere onesti e di riconoscere che tante cose non le sappiamo.  Quello che sappiamo di certo è che durante la pandemia tante persone malate di cancro non si sono potute curare».  Nel 2022, durante la corsa al Quirinale, a sorpresa i media  diffusero la notizia che lei ottenne due preferenze.  «Ma anche nel 2013, anzi allora ne ottenni tre».  Ma come mai? «E che ne so? Ci saranno dei politici dotati di un grande senso dell’umorismo. Di certo, posso dire che ne conosco tanti perché ho curato centinaia di migliaia di persone».  La politica non le interessa? «Per carità. Io sono ancora in attività, per esempio collaboro con la Casa di Cura La Madonnina. Non smetto di fare ricerca, sono in contatto con medici di tutto il mondo. È l’unica cosa che mi interessa.  Lo sa che una volta un pool di chirurghi giapponesi venne in visita a Milano per studiare le innovazioni che io e la mia squadra avevamo messo a punto?».  Suona il telefono. È Renato Zero, grande amico del professore. Scambio di battute, l’artista ci tiene a sottolineare che «Ermanno Leo è una delle persone più straordinarie che io abbia mai conosciuto».  Professore, tra i suoi pazienti ci sono stati e ci sono anche tanti artisti? «Sì, ma anche tanti amici.  Persone che vengono da me semplicemente per un parere.  Una volta venne il povero Gino Paoli. Lo avevano curato male in un punto delicato del suo corpo. Lo misi a posto io».  Berlusconi lo ha mai incontrato? «Sì perché tra le tante cose che posso annoverare ci sono anche due o tre Telegatti che ho vinto».  Scusi, ma lei che cosa c’entra con i Telegatti, premi per la televisione e lo spettacolo? «Perché faccio parte anche di un’associazione benefica, l’Areco, Associazione per la Ricerca Europea in chirurgia oncologica, a cui andarono i ricavi della vendita dei biglietti della serata dedicata alla televisione, parliamo di diversi anni fa».  L’Ambrogino d’Oro conquistato nel 2021 è un’altra cosa.  «Be’, è il premio più importante a Milano. Non male per uno che tanti anni fa fece le valigie e partì da Canosa di Puglia».  Lei ha un figlio. Non fa il medico ma il pilota di auto da corsa. Che padre è Ermanno Leo? «Non apprensivo ma molto felice di averlo accanto quando è possibile. Lui ha una vita sua e io ho i miei pazienti, ma si può dire che l’ho cresciuto bene, mi sta restituendo tanto.  È la felicità. Insieme all’occuparmi ancora di pazienti che continuano a venire da me».  rscorranese@corriere.it © RIPRODUZIONE RISERVATA  ---End text---  Author: Roberta Scorranese  Heading:   Highlight: L’oncologo Ermanno Leo: «Curai Gino Paoli, Renato Zero è un grande amico. Sul Covid ancora punti oscuri»   Chi è ? Ermanno Leo, medico e chirurgo pugliese, è nato nel 1949 ? Specializzato in chirurgia oncologica, ha fondato e diretto la Struttura Complessa di Chirurgia del colon-retto all’Istituto Nazionale dei Tumori di Milano, guidandola fino al 2019   ? Nel 2003, il ministro della Salute, Girolamo Sirchia, lo ha nominato esperto del Consiglio superiore di Sanità ? Attualmente, collabora con la Casa di Cura La Madonnina a Milano   La cura «Non sopporto che qualcuno stia male, comunicare un tumore è la cosa più difficile»  Image:Pioniere Ermanno Leo, 76 anni, tra gli oncologi più autorevoli d’Italia, è pioniere della chirurgia conservativa del retto (Getty) Attestati In alto Ermanno Leo con Carlo Azeglio Ciampi: nel 2004 l’allora Capo dello Stato gli conferì la Medaglia d’Oro al Merito nella Sanità Pubblica; a destra, Leo tra i c
adetti della Guardia di Finanza in una cerimonia benefica a Milano (Getty) -tit_org- Intervista a Ermanno Leo - «Il cancro c’era già nelle mummie, oggi è diventato un grande business Per il Quirinale mi votarono in due Ho operato più di 35 mila persone»   -sec_org-
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		<tp:writer>Roberta Scorranese</tp:writer>
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		<title><![CDATA[La sanità privata accreditata éè Servizio sanitario nazionale ]]></title>
		<link>http://gimbe.telpress.it/news/2026/09/01/2026090101638404710.PDF</link>
		<description><![CDATA[<p style='color:#069;font-size:11px;font-style:italic;'><a href='http://gimbe.telpress.it/news/2026/09/01/2026090101638404710.PDF' target="_blank" ><img src='http://gimbe.telpress.it/images/help/PDF_16.png' align="left" border='0'/></a> Estratto da pag. 6 di <b>"L'IDENTITÀ" </b>  del 01 Sep 2026 </p>]]></description>
		<pubDate>Tue, 01 Sep 2026 06:11:00 +0200</pubDate>
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		<category domain=""><![CDATA[POLITICA SANITARIA]]></category>
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		<tp:ocr><![CDATA[IL 9 SETTEMBRE IL CONFRONTO A ROMA  La sanità privata accreditata è Servizio sanitario nazionale  Q  uando parliamo di sanità privata accreditata continuiamo spesso a utilizzare un linguaggio che descrive due mondi: da una parte la sanità pubblica, dall’altra quella privata, chiamata eventualmente a intervenire quando il pubblico non riesce a rispondere. È una rappresentazione che non corrisponde alla realtà del Servizio sanitario nazionale. La responsabilità della tutela della salute è e deve restare pubblica. Pubbliche devono essere la programmazione, la definizione dei bisogni, le regole, i controlli e la garanzia dei livelli essenziali di assistenza. Ma il SSN eroga concretamente le cure attraverso una rete composta da strutture pubbliche e strutture private accreditate. Il privato accreditato integra, non sostituisce il pubblico. Ma proprio perché opera all’interno della programmazione pubblica e concorre all’erogazione dei LEA, è una componente del Servizio sanitario nazionale.  Non è una questione nominalistica. Da questa consapevolezza dipende il modo in cui programmiamo risorse, investimenti, tariffe e capacità assistenziale. Nel 2024 l’assistenza erogata da soggetti privati accreditati ha assorbito circa il 17% della spesa complessiva del SSN. L’accreditato assicura, nel contempo, circa il 28% dei ricoveri e assume un peso ancora maggiore in alcuni settori, oltre a rappresentare una componente strutturale della specialistica ambulatoriale e della diagnostica. Queste grandezze misurano fenomeni diversi ma dicono qualcosa di difficilmente contestabile: con meno di un quinto delle risorse complessive del SSN, la sanità privata accreditata rappresenta una quota essenziale della capacità assistenziale del sistema. Il punto, allora, non è stabilire se questa capacità debba essere pubblica o privata. La questione è se siamo capaci di programmarla e utilizzarla insieme alla capacità pubblica. Qui emerge uno dei problemi strutturali. Pubblico e privato accreditato investono entrambi in personale, tecnologie, diagnostica e strutture. Ma troppo spesso queste capacità vengono programmate e utilizzate come se appartenessero a sistemi separati. Il risultato può essere paradossale: capacità assistenziale disponibile da una parte e cittadini in attesa dall’altra. Se una struttura pubblica può garantire la prestazione nei tempi clinicamente necessari, deve farlo. Ma se non può e nella rete privata accreditata esiste capacità disponibile, quella dovrebbe poter essere utilizzata dal SSN sotto programmazione e controllo. La questione delle liste d’attesa è più complessa. Pesano la disponibilità di personale, l’appropriatezza delle prescrizioni, l’organizzazione delle agende, il funzionamento dei CUP e  la distribuzione territoriale dell’offerta. Ma anche il mancato coordinamento della capacità pubblica e privata accreditata ha un costo. Se una capacità esistente rimane inutilizzata mentre il cittadino aspetta, il sistema non sta utilizzando in modo efficiente gli investimenti e le risorse. Questa prospettiva permette di leggere diversamente anche il confronto sul nuovo nomenclatore tariffario. La tariffa non è semplicemente «quanto lo Stato dà al privato». È il valore economico attribuito a una prestazione che il SSN deve garantire. Se quel valore è inferiore al costo efficiente necessario per produrla, il problema riguarda entrambe le componenti. Nel privato accreditato una sotto-remunerazione strutturale può ridurre investimenti e capacità di erogazione. Ma neppure nell’ospedale pubblico il costo scompare. Per questo una tariffa incongrua non è necessariamente un risparmio per il SSN. Può significare che un costo reale viene semplicemente trasferito altrove nel sistema. È la stessa ragione per cui UAP sostiene che il problema del nomenclatore non possa essere presentato come una rivendicazione economica della sola sanità privata. C’è poi un secondo problema: le differenze territoriali. Le Regioni possono, a determinate condizioni, utilizzare risorse proprie per riconoscere valori superiori al riferimento nazionale. Ma no
n tutte dispongono degli stessi margini finanziari. Dal confronto svolto da UAP emerge che 77 tariffe regionali su 89 risultano superiori alle corrispondenti tariffe nazionali; 12 sono inferiori. Il fatto che alcune tariffe regionali siano persino inferiori dimostra che non si è proceduto a un aumento generalizzato e pone una domanda: perché una ricostruzione analitica dei costi produce valori superiori a quelli nazionali? E apre un problema di uguaglianza. Una Regione finanziariamente solida dispone di maggiori possibilità di intervenire quando ritiene insufficiente il riferimento nazionale. Una Regione con un sistema sanitario in difficoltà, o una sottoposta a piano di rientro, opera entro margini più ristretti. Il rischio è che la stessa prestazione LEA possa essere economicamente sostenibile in una Regione e molto meno in un’altra. A quel punto il nomenclatore oltre che problema economico diventa un problema di uguaglianza nell’accesso alle cure. Occorre allora cambiare la domanda da cui parte la programmazione. Di quali cure hanno bisogno i cittadini, quale capacità assistenziale abbiamo a disposizione, dove può essere erogata la prestazione e con quali risultati? Questo significa rendere più trasparenti i criteri con cui vengono attribuiti i budget regionali. La soluzione non è indebolire il pubblico. È l’opposto. Serve un pubblico più forte nella programmazione, capace di conoscere domanda e offerta, coordinare gli investimenti, evitare duplicazioni, controllare qualità e utilizzare tutte le capacità che fanno parte della rete del SSN.  Sono queste le considerazioni che UAP porterà il 9 settembre all’attenzione della stampa nazionale, insieme ai Presidenti delle Associazioni aderenti all’Unione. Abbiamo scelto di non invitare rappresentanti politici. Non per polemica, bensì per l’esperienza maturata negli ultimi mesi. Abbiamo rappresentato ripetutamente alle istituzioni le criticità del sistema tariffario, formulato proposte, chiesto confronti e sollecitato interventi. Abbiamo ricevuto attenzione e impegni, disattesi alla prova dei fatti. È difficile non leggere questa distanza tra dichiarazioni e azioni come il segno di un evidente disinteresse per una problematica che incide direttamente sulla capacità del SSN di garantire le cure. Per questo il 9 settembre vogliamo mettere dati, problemi e proposte davanti all’opinione pubblica attraverso la stampa. Non è più il momento di raccogliere dichiarazioni di disponibilità: è il momento di chiedere risposte verificabili e decisioni conseguenti. Difendere la sanità pubblica significa renderla forte nella programmazione e nel controllo. Riconoscere il ruolo della sanità privata accreditata significa preservare e utilizzare razionalmente una capacità assistenziale che già concorre all’erogazione dei LEA. Sono due aspetti della stessa responsabilità pubblica: garantire ai cittadini le cure necessarie, con qualità e nei tempi appropriati, utilizzando nel modo più efficiente le risorse disponibili. È in questo senso che UAP propone di superare definitivamente la tradizionale contrapposizione tra pubblico e privato accreditato e sintetizza la propria posizione nella formula «Pubblico + privato accreditato = SSN: un solo sistema, un solo diritto alla cura». *Presidente UAP Unione Nazionale Ambulatori, Poliambulatori, Enti e Ospedalità Privata  ---End text---  Author: MARIASTELLA GIORLANDINO  Heading:   Highlight:   Image:(© Imagoeconomica) -tit_org- La sanità privata accreditata éè Servizio sanitario nazionale   -sec_org-
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		<tp:writer>MARIASTELLA GIORLANDINO</tp:writer>
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	<item>
		<title><![CDATA[Sul fine vita il Veneto riprova ma il voto è in bilico = Fine vita, il Veneto ci riprova è battaglia all'ultimo voto ]]></title>
		<link>http://gimbe.telpress.it/news/2026/09/01/2026090101641204690.PDF</link>
		<description><![CDATA[<p style='color:#069;font-size:11px;font-style:italic;'><a href='http://gimbe.telpress.it/news/2026/09/01/2026090101641204690.PDF' target="_blank" ><img src='http://gimbe.telpress.it/images/help/PDF_16.png' align="left" border='0'/></a> Estratto da pag. 21 di <b>"REPUBBLICA" </b>  del 01 Sep 2026 </p>]]></description>
		<pubDate>Tue, 01 Sep 2026 06:10:00 +0200</pubDate>
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		<category domain=""><![CDATA[POLITICA SANITARIA]]></category>
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		<tp:ocr><![CDATA[Sul fine vita il Veneto riprova ma il voto è in bilico   Fine vita, il Veneto ci riprova è battaglia all’ultimo voto  È battaglia in Veneto sul fine vita.  Il consiglio regionale vota oggi sulla proposta di legge di iniziativa popolare dell’associazione Luca Coscioni sul suicidio assistito. Nel gennaio 2024 il testo venne bocciato per una sola preferenza.  di BOCCI e CERAMI A a pagina 21    a rottura viene certificata da una nota diffusa da Claudio Borgia, capogruppo di Fratelli d’Italia nel consiglio regionale del Veneto, subito dopo una riunione di maggioranza con il presidente Alberto Stefani e alla vigilia della discussione in aula della proposta di legge di iniziativa popolare sul suicidio medicalmente assistito. «Una materia che investe direttamente il diritto alla vita non può essere affrontata attraverso una norma e differenti discipline da regione a regione», si legge. Il messaggio è chiaro, parla di contrarietà alla legge ed è indirizzato alla Lega e in particolare a Luca Zaia, che si sono da sempre espressi a favore.  La proposta nasce da una mobilitazione promossa dall’associazione Luca Coscioni, che ha raccolto oltre 9mila firme per depositare il progetto di legge. L’obiettivo è definire ruoli, procedure e tempi per consentire l’accesso al suicidio assistito all’interno delle strutture pubbliche regionali. Questa misura, in attesa che intervenga una disciplina nazionale, punta a dare attuazione locale alla sentenza della Corte Costituzionale.  La Regione Veneto è stata la prima in Italia ad aver discusso una proposta simile il 16 gennaio 2024, giorno in cui il testo venne bocciato per un solo voto di scarto. Nella  L  successiva legislatura i sostenitori hanno ripresentato la proposta che viene discussa oggi.  Le insidie non mancano. Pallottoliere alla mano, l’approvazione della legge è sul filo, ha il sostegno delle opposizioni ma non quello di Fratelli d’Italia. I gruppi hanno comunque lasciato libertà di coscienza, ci sono diverse sensibilità e la battaglia sarà all’ultimo voto.  Il consigliere vannacciano Stefano Valdegamberi scrive così: «Zaia, che oggi si propone come il “signor morte” della politica veneta, insieme ai Radicali e alla sinistra, presenta l’accesso alla morte medicalmente assistita come una conquista di libertà». Replica Giovanni Manildo, capogruppo dem in consiglio regionale, che invita a «un dibattito sereno» perché «mettere alla berlina il presidente del consiglio regionale bollandolo come “signor morte” e aizzare gli animi in modo facinoroso contro chi, come noi, sostiene la necessità di approvare in Veneto una legge sul fine vita, è un atteggiamento grave».  Le pressioni su Stefani, con il  passare delle ore si fanno sempre più forti. L’europarlamentare di Fratelli d’Italia Elena Donazzan, già assessore regionale del Veneto, chiede al governatore «il coraggio di non farsi soggiogare da un consiglio regionale che su questo tema guarda a Zaia più che al presidente che i veneti hanno eletto. I numeri di un’aula non possono valere più di una convinzione».  Il clima nella maggioranza è questo, oggi il verdetto del consiglio regionale.  ---End text---  Author: GABRIELLA CERAMI  Heading:   Highlight: Oggi il verdetto. Nella regione di centrodestra il nuovo tentativo dopo il no del 2024. Ma è scontro nella maggioranza   i punti  1  Oggi il Consiglio regionale del Veneto discute la legge sul suicidio medicalmente assistito. Se avrà il via libera, il Veneto sarà la prima Regione guidata dalla destra ad approvare una legge sul fine vita  2  Il presidente del Consiglio regionale, Luca Zaia, sostenitore del provvedimento, in una lettera aveva scritto: “La libertà di coscienza deve venire prima della politica”  3  Nel gennaio 2024 la precedente proposta di legge di iniziativa popolare, presentata sempre dall’associazione Luca Coscioni, venne respinta per un solo voto di scarto  Image:Bologna, un corteo a sostegno della proposta di legge sul suicidio assistito -tit_org- Sul fine vita il Veneto riprova ma il voto è in bilico  Fine vita, il Veneto ci riprova è battaglia all'ultimo voto   -se
c_org-
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		<tp:writer>Gabriella Cerami</tp:writer>
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		<title><![CDATA[Difterite, sui vaccini oltre metà Regioni sotto soglia di sicurezza ]]></title>
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		<description><![CDATA[<p style='color:#069;font-size:11px;font-style:italic;'><a href='http://gimbe.telpress.it/news/2026/09/01/2026090101640304693.PDF' target="_blank" ><img src='http://gimbe.telpress.it/images/help/PDF_16.png' align="left" border='0'/></a> Estratto da pag. 22 di <b>"SOLE 24 ORE" </b>  del 01 Sep 2026 </p>]]></description>
		<pubDate>Tue, 01 Sep 2026 06:10:00 +0200</pubDate>
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		<category domain=""><![CDATA[POLITICA SANITARIA]]></category>
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		<tp:ocr><![CDATA[Difterite, sui vaccini oltre metà Regioni sotto soglia di sicurezza   I numeri. L’anno scorso 13 Regioni, soprattutto al Sud, non hanno raggiunto il 95% di copertura vaccinale per limitare la diffusione di batteri e virus. Sicilia e Bolzano fanalini di coda. Il ministero: l’obbligo resterà  C  i sono ben 13 Regioni in Italia che nel 2025 non hanno raggiunto l'anno scorso la “soglia di sicurezza” del 95% di bambini vaccinati per la difterite e per altre malattie infettive – dalla pertosse al tetano fino alla poliomelite - una percentuale di copertura che l'Oms considera come soglia minima per raggiungere l'immunità di gregge ed evitare così la circolazione di virus e batteri spesso pericolosi se non letali. Come appunto quello della difterite che ha colpito mortalmente la bimba di Palermo morta a 4 anni lo scorso 20 agosto e di cui ieri si sono celebrati i funerali: l'ultima morte per difterite tra i bambini fino a 5 anni in Italia risaliva a 11 anni prima e cioè al 2015. Ma ancora prima di vittime se ne erano contate zero e questo fin dalla fine degli anni Settanta grazie ai vaccini che secondo uno studio dell'Istituto superiore di Sanità da allora hanno evitato duemila morti all'anno. Anche i casi di contagio si contavano sulle dita di una mano negli ultimi anni: zero nel 2020-21, tre casi tra il 2022 e il 2023 e 5 nel 2024 e questo a fronte di 362 casi nel 2022, 237 nel 2023 e 151 nel 2024 in tutta Europa. Mentre sempre secondo l'Iss grazie ai vaccini sono stati evitati circa 2 milioni di casi in Italia dagli anni Trenta fino al 2015.   Il caso della bimba di Palermo suona dunque come il più classico dei campanelli d'allarme sui rischi che comporta l'abbassamento della guardia sulle vaccinazioni in particolare puntando gli occhi proprio sotto quella soglia del 95% considerata necessaria per limitare la diffusione di alcuni agenti infettivi nella popolazione, a partire dai bambini ma anche per difendere, con una sorta di “cintura protettiva”, quei pazienti fragili che non si possono vaccinare. E se la media nazionale di vaccinazione a 24 mesi contro la difterite - come risulta dagli ultimi dati del ministero della Salute in via di pubblicazione - arriva poco sotto il 95% c'è la Sicilia che è proprio fanalino di coda con l'85,88%, seguita da vicino da Bolzano 87,39%.  Ed è il Sud che registra le percentuali più basse delle immunizzazioni: dalla Puglia (91,72%) all'Abruzzo (92,33%) fino al Molise (92,53%) alla Sardegna (92,82%) e alla Basilicata (92.93%) con l'eccezione del Friuli (92,57%) e della Valle d'Aosta (93,76%). Al Nord invece le immunizzazioni dei bimbi sfiorano quasi il 100% come in Toscana (97,90%), Lombardia (97,56%) e Trento (97,18%).  Numeri uguali questi che sono “traslabili” anche per le altre malattie infettive oltre alla difterite e cioè tetano, pertosse, poliomelite, epatite b e Haemophilus influenzae tipo b contro le quali i bambini vengono protetti con il vaccino esavalente  che protegge contro questi batteri e virus. Una vaccinazione questa per la quale vige un obbligo introdotto nel 2001 poi confermato e ampliato a 10 vaccinazioni complessive dalla Legge n. 119/2017. Proprio lo scorso luglio il ministero della Salute ha ricevuto dal Consiglio Superiore della Sanità l'indicazione dei “saggi” che chiedono di mantenere l'obbligo della vaccinazione pediatrica quadrivalente, richiesta su cui, a quanto risulta al Sole 24 ore, dovrebbe arrivare a breve risposta positiva da parte dei tecnici del ministro Orazio Schillaci. Fonti del ministero della Salute ribadisco anche la posizione del ministro che si è sempre espresso a favore dei vaccini e dell'armonizzazione a livello nazionale delle strategie vaccinali per «assicurare a tutti i cittadini misure di protezione e immunizzazione più accessibili ed efficaci». Tra l'altro proprio nel 2023 è stato rinnovato, con accordo in Conferenza Stato-Regioni, il Piano nazionale di prevenzione vaccinale che «è ancora in vigore fino a fine anno» ed «è stato confermato il calendario vaccinale compreso, naturalmente, quello per i più piccoli».  Insomma gli strument
i ci sono: ora la missione deve essere quella di sconfiggere l'esitazione e la stanchezza vaccinale - pesante eredità del Covid - che spinge diversi italiani a non vaccinare i propri figli.   © RIPRODUZIONE RISERVATA  ---End text---  Author: Marzio Bartoloni  Heading:   Highlight: Il ministro Schillaci a favore dei vaccini e dell'armonizza zione delle strategie  Image:Immunizzazioni.  L’obbligo è stato introdotto nel 2001 poi confermato e ampliato a 10 vaccinazioni complessive dalla Legge 119/2017 La copertura per la difterite Quota % a 24 mesi nel 2025 REGIONE  Toscana Lombardia P.A. Trento Umbria Campania Veneto Piemonte Emilia-R.  MEDIA ITALIA Marche Lazio Calabria Liguria Valle d’Aosta Basilicata Sardegna Friuli-V.G.  Molise Abruzzo Puglia P.A. Bolzano Sicilia  COPERTURA 85 90 95 100  97,90 97,56 97,18 96,63 96,33 95,90 95,77 95,22 94,46 94,33 94,19 94,19 93,85 93,76 92,93 92,82 92,57 92,53 92,33 91,72 87,39 85,88  Nota: la soglia del 95% stabilita dall’Oms rappresenta la quota minima di popolazione infantile che deve essere immunizzata per raggiungere l’immunità di gregge e bloccare la circolazione di virus e batteri.  Fonte: ministero della Salute -tit_org- Difterite, sui vaccini oltre metà Regioni sotto soglia di sicurezza   -sec_org-
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		<tp:writer>Marzio Bartoloni</tp:writer>
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		<title><![CDATA[«Va riconquistata la fiducia tra chi è esitante» ]]></title>
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		<description><![CDATA[<p style='color:#069;font-size:11px;font-style:italic;'><a href='http://gimbe.telpress.it/news/2026/09/01/2026090101640704697.PDF' target="_blank" ><img src='http://gimbe.telpress.it/images/help/PDF_16.png' align="left" border='0'/></a> Estratto da pag. 22 di <b>"SOLE 24 ORE" </b>  del 01 Sep 2026 </p>]]></description>
		<pubDate>Tue, 01 Sep 2026 06:10:00 +0200</pubDate>
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		<tp:ocr><![CDATA[«Va riconquistata la fiducia tra chi è esitante»   L’epidemiologo Rischi e contromisure  «L  ì dove c’è un trend di discesa della copertura vaccinale tra i bambini che cala a esempio al 90-92% il rischio di una nuova diffusione di queste malattie diventa concreto.  Queste malattie non sono scomparse perché in gran parte del mondo ci sono ancora e dunque c’è il rischio di una reintroduzione e di un aumento dei casi», Giovanni Rezza, professore di Igiene all'Università Vita-Salute San Raffaele di Milano ed ex Direttore generale della Prevenzione del ministero della Salute non esclude che per la difterite ora possa esserci «una certa circolazione del batterio che produce la tossina, soprattutto laddove c'è un bassa copertura vaccinale. Se in Sicilia la copertura contro la difterite è all’85% vuol dire che il 15% dei bambini, se si infetta, è esposto alla forma grave della malattia», avverte l’epidemiologo. Il vaccino tra l’altro non neutralizza il batterio, «ma la tossina che dà i sintomi gravi della malattia: Però, anche se indirettamente, riduce la circolazione: se la gran parte della popolazione non sviluppa sintomi gravi perché vaccinata, tende anche a trasmettere di meno.  Così il batterio si diffonde meno, una sorta di immunità di gregge indiretta. Ma, soprattutto, sarà più bassa la probabilità che le persone esposte sviluppino sintomi gravi».  Rezza cita un altro esempio, questa volta di un virus, per il quale le coperture vaccinali si stanno abbassando un po’ in tutto il mondo:  «Il morbillo che è contagiosissimo è un caso esemplare anche perché il vaccino è efficacissimo a neutralizzare il virus e a bloccare la trasmissione: se scendi con le coperture dal 95% al 90% c’è il rischio che scattino piccole epidemie come sta accadendo a esempio negli Usa e in Canada». Ma in questo senso la tragedia di Palermo potrebbe avere un effetto incentivante: «Quando succedono casi eclatanti di solito c'è la corsa a vaccinarsi, lo abbiamo già visto in passato con la meningite meningococcica», ricorda Rezza. L'importante è «evitare le strumentalizzazioni, la divisione tra tifoserie: chi condanna i genitori, i genitori che accusano i medici e così via».  «Quando c’è il caso si risveglia l’attenzione per i vaccini perché la maggioranza di chi non si è protetto non l’ha fatto perché è un no vax ma  perché è esitante, non è ben informato o non ha un buon rapporto con il medico»: insomma per l’esperto «non è ideologicamente contraria». «Purtroppo - continua Rezza - le persone hanno una luna di miele con i vaccini quando hanno paura della malattia, quando invece scompare stanno più tranquille e hanno meno voglia di vaccinarsi temendo qualche effetto collaterale».  Cosa fare dunque? «Ci vuole più cultura vaccinale: i medici devono parlare di più con i pazienti e riconquistare la fiducia che un po’ si è persa purtroppo con la pandemia.  Va riconquistata la fiducia soprattutto di chi esita. Più che fare le crociate contro i no vax bisogna spiegare il rapporto rischio-benefici ed essere convincenti».  —Mar.B.   © RIPRODUZIONE RISERVATA  ---End text---  Author: mar b  Heading:   Highlight:   Image:Gianni Rezza Professore di Igiene all’Università VitaSalute San Raffaele di Milano ed ex Dg della prevenzione del ministero della Salute -tit_org- «Va riconquistata la fiducia tra chi è esitante»   -sec_org-
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		<tp:writer>Mar B</tp:writer>
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