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	<title>Rassegna online.</title>
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		<title>Rassegna online</title>
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		<title><![CDATA[Caos fecondazione, ma il ministero: «La Pma è sicura» ]]></title>
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		<description><![CDATA[<p style='color:#069;font-size:11px;font-style:italic;'><a href='http://gimbe.telpress.it/news/2026/08/15/2026081501959703798.PDF' target="_blank" ><img src='http://gimbe.telpress.it/images/help/PDF_16.png' align="left" border='0'/></a> Estratto da pag. 14 di <b>"GIORNALE" </b>  del 15 Aug 2026 </p>]]></description>
		<pubDate>Sat, 15 Aug 2026 05:37:00 +0200</pubDate>
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		<category domain=""><![CDATA[POLITICA SANITARIA]]></category>
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		<tp:ocr><![CDATA[Caos fecondazione, ma il ministero: «La Pma è sicura»  La procreazione medicalmente assistita (Pma) «in Italia resta una procedura sicura e permette ogni anno a moltissime coppie di avere figli», lo precisa all’Adnkronos Salute Maria Rosaria Campitiello, coordinatrice del Tavolo Pma e direttrice del Dipartimento della prevenzione, della ricerca e delle emergenze del ministero della Salute.  Una dichiarazione arrivata dopo i casi, finiti in prima pagina, del San Raffaele di Milano e di un presidio dell’Asl Napoli 1, che hanno riacceso l’attenzione sulla procedura cui ricorrono moltissime coppie infertili. In entrambi gli episodi si sarebbe trattato di un errore umano: nel reparto dell’ospedale di Milano c’è stato uno scambio di embrioni in fase del transfer, così che una donna ha ricevuto il materiale biologico fecondato in vitro da una coppia di estranei; al San Paolo di Napoli invece una coppia ha denunciato che la loro bambina, nata l’estate scorsa con la procreazione assistita, non risulta biologicamente essere loro figlia. Da accertare se anche qui ci sia stato uno scambio di embrioni. In entrambi i casi le attività dei reparti sono state sospese in attesa degli accertamenti e di una riorganizzazione, per evitare nuovi «eventi avversi».  Campitiello rassicura: «Non bisogna creare allarmismi. La Pma è sicura, sia nelle strutture pubbliche sia in quelle private. Come per qualsiasi altra procedura medica o chirurgica, esiste un rischio di errore. Non a caso, prima di sottoporsi al trattamento, le coppie firmano un consenso informato, come avviene per qualsiasi altro intervento chirurgico. Ma è importante, anche a fronte dei casi di cronaca emersi in questi giorni, che i cittadini siano rassicurati e sappiano che il Centro nazionale trapianti e l’Istituto superiore di sanità effettuano controlli molto rigorosi sulle tecniche di Pma. Anche il ministero vigila il sistema affinché sia garantita la massima sicurezza e interviene con apposite ispezioni e decisioni conseguenti quando si verificano casi come quelli che abbiamo letto in questi giorni». A Napoli si è mossa anche la Procura, che ha aperto un’inchiesta per lesioni colpose affidando le indagini al Nas, dopo un esposto della coppia coinvolta. La Procura milanese potrebbe fare lo stesso a breve.  CBas  ---End text---  Author: c. bas.  Heading:   Highlight:   Image: -tit_org- Caos fecondazione, ma il ministero: «La Pma è sicura»   -sec_org-
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		<title><![CDATA[Covid finito. Restano le scorie ]]></title>
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		<description><![CDATA[<p style='color:#069;font-size:11px;font-style:italic;'><a href='http://gimbe.telpress.it/news/2026/08/15/2026081501959003803.PDF' target="_blank" ><img src='http://gimbe.telpress.it/images/help/PDF_16.png' align="left" border='0'/></a> Estratto da pag. 8 di <b>"ITALIA OGGI" </b>  del 15 Aug 2026 </p><p style='color:#444;font-size:11px;'>Per fortuna esse non sono considerate pericolose</p>]]></description>
		<pubDate>Sat, 15 Aug 2026 05:37:00 +0200</pubDate>
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		<category domain=""><![CDATA[POLITICA SANITARIA]]></category>
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		<tp:ocr><![CDATA[Ci sono 23 milioni di chili di dispositivi sanitari acquistati e mai utilizzati  Covid finito. Restano le scorie Per fortuna esse non sono considerate pericolose  ei anni e mezzo fa il mondo è stato investito da uno tsunami sanitario che non ha paragoni nella storia moderna ed il nostro Paese, tra i primi dopo la Cina (che è stata all’origine del problema anche se ancora si discute come sia nato il virus e soprattutto come sia sfuggito ai controlli) ad avere le conseguenze negative più rilevanti, è uno di quelli che hanno subito gli effetti sanitari maggiori soprattutto in termini di decessi ed eventi patologici.  Salvo l’eventuale riattivarsi di fenomeni infettivi di cui al momento non sembrano esserci segnali né in Italia né nel mondo, parliamo del virus SARS-CoV2 (Severe Acute Respiratory Syndrome Coronavirus) che causa la malattia che è stata chiamata Covid-19 (Corona Virus Disease), l’epidemia oggi si può considerare terminata ed ha senso quindi interrogarsi sulle eventuali scorie che l’infezione sta lasciando o ha lasciato.  Ci sono innanzitutto scorie sanitarie. Gli l’ effetti a distanza della azione del virus vanno sotto il nome generico di q sindrome post-acuta, identificata anche come sindrome Long Covid, una sindrome che può caratterizzare e debilitare una persona anche dopo che il virus è stato eliminato dall’organismo. Senza entrare in dettagli che in questo contributo non sono rilevanti, i disturbi a distanza più caratteristici riguardano la compromissione del sistema nervoso e la risposta anomala del sistema immunitario, particolarmente significativi nei soggetti che presentano già fragilità sanitarie sotto forma di una molteplicità di patologie croniche, con sintomi specifici che si manifestano soprattutto a livello respiratorio, cardiovascolare, neurologico, gastrointestinale, psicologico.  Ci sono poi scorie tecnico-politiche. È di questi giorni la feroce querelle tutta americana ma con conseguenze che vanno ben oltre gli Usa e che sta riguardando il caso del prof.  Anthony Fauci, direttore dal 1984 al 2022 dell’istituto federale americano (National Institute of Allergy and Infectious Diseases) che si occupa di gran parte delle ricerche sulle malattie infettive, che tanto ruolo ha avuto nel corso della pandemia per indirizzare le attività del suo governo e che adesso è accusato, da una parte, di avere mentito al Congresso e dall’altra di aver partecipato a screditare (o a insabbiare) l’ipotesi che il virus sia da attribuire ad  S  un incidente di laboratorio, accuse che potrebbero portarlo ad un procedimento giudiziario nei suoi confronti.  Ma è anche il caso della recente audizione presso la Commissione bicamerale di inchiesta sul Covid di Giuseppe Conte, leader del Movimento 5 Stelle ed all’epoca della pandemia presidente del Consiglio, chiamato a rispondere su come è stato gestito da lui e dal governo da lui presieduto il periodo più grave dell’emergenza. Con linguaggio popolare, a proposito delle scorie che ci ha lasciato il virus, dovremmo dire che con gli elementi già accennati il basket (il cesto) è già pieno e non servirebbero ulteriori evidenze, ma come sempre succede la realtà va ben oltre la fantasia e la sorpresa è contenuta in un decreto legge che proprio in questi giorni il Governo ha licenziato e che adesso deve passare il vaglio delle camere per la sua conversione in legge.  Si tratta del cosiddetto «decreto PA», decreto che contiene alcune misure urgenti per il funzionamento della pubblica amministrazione ed il cui articolo 4 recita: «Disposizioni urgenti in materia di servizio sanitario regionale e di salute pubblica». Con un linguaggio criptico e tipico di questi documenti, per i quali se si vuole capire qualcosa è obbligatoria  l’azione di un interprete, si intuisce che si sta parlando ancora delle scorie della pandemia da Sars-CoV2, e grazie alla relazione tecnica che accompagna il provvedimento ci vengono indicati i dettagli del problema, di cui per ora non si è trovata traccia nei resoconti dei media.  La questione è o semplice. Ci sono milioni di dispositivi che furono ac
quior stati durante n l’emergenza Covid e che non sono mai stati utilizzati e r che sono quindi ancora stoccati nei depositi dove erano stati inizialmente collocati dopo l’acquisto: tali dispositivi, la cui maggioranza è costituita da mascherine, tute, camici, guanti, arredi, etc., oggi sono classificati come rifiuti non pericolosi, e come tali devono essere smaltiti. La relazione tecnica allegata al provvedimento ricostruisce la storia di questi materiali, gli Enti ed i soggetti coinvolti, ma soprattutto fornisce alcuni dettagli che vale la pena di conoscere.  Acquistati, pagati, trasportati e messi in custodia a partire dal 2020 da Poste Italiane (su incarico ovviamente del Governo) la loro gestione dal luglio 2023 è passata al ministero della Salute. Gran parte del materiale non è mai uscito dai depositi ed oggi, in 16 magazzini  dislocati in tutto il Paese, risultano ancora presenti 312.504 metri cubi di materiali (cioè di rifiuti non pericolosi), volume che corrisponde, in peso, a 23 tonnellate. In pratica abbiamo quasi 23 milioni di chili di dispositivi sanitari acquistati e mai utilizzati che adesso dobbiamo smaltire perché ormai sono diventati rifiuti (e ci va già bene che non sono classificati come rifiuti pericolosi perché il loro smaltimento sarebbe oltremodo molto più complesso).  Da qui la necessità di definire con urgenza (art. 4 del decreto proposto) un processo di dismissione di tale materiale nel rispetto della normativa di settore: va da sé che questo processo non è gratuito, perché è prevista una spesa di 44 milioni di euro per l’anno 2026 e di 40 milioni per il 2027, ma il sottolinearlo fa solo aggiungere pioggia sul bagnato. Chi scrive non è esperto di procedure amministrative, ma viene facile pensare che dietro a ciò che è successo ci possa essere di mezzo anche qualche tipo di reato che possa interessare almeno i giudici contabili.  Che dire? Crediamo che ulteriori parole siano del tutto superflue. Speriamo che di scorie (sorprese) di questo tipo non ce ne siano in giro altre i, perché agli attesi (e proe babilmente non attribuibili ai nostri governanti) adanni sanitari non si aggiungano altri, questa volta inattesi, danni non sanitari, danni che in questo caso sì che sarebbero da attribuire ai governanti che hanno gestito quella fase della pandemia.  Il Sussidiario.net  ---End text---  Author: CARLO ZOCCHETTI  Heading:   Highlight: Ci sono milioni di dispositivi che furono acquistati durante l’emergenza Covid che non sono mai stati utilizzati e che sono quindi ancora stoccati nei depositi dove erano stati collocati   Tali dispositivi, la cui maggioranza è costituita da mascherine, tute, camici, guanti, arredi, etc., oggi sono classificati come rifiuti non pericolosi, e come tali devono essere smaltiti  Image:La pandemia Covide del 2019 ha ancora strascichi -tit_org- Covid finito. Restano le scorie   -sec_org-
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		<tp:writer>CARLO ZOCCHETTI</tp:writer>
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		<title><![CDATA[Covid, il giallo di mister 100 milioni "Soldi pubblici a società schermate" ]]></title>
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		<description><![CDATA[<p style='color:#069;font-size:11px;font-style:italic;'><a href='http://gimbe.telpress.it/news/2026/08/15/2026081501958603799.PDF' target="_blank" ><img src='http://gimbe.telpress.it/images/help/PDF_16.png' align="left" border='0'/></a> Estratto da pag. 16 di <b>"REPUBBLICA" </b>  del 15 Aug 2026 </p>]]></description>
		<pubDate>Sat, 15 Aug 2026 05:37:00 +0200</pubDate>
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		<category domain=""><![CDATA[POLITICA SANITARIA]]></category>
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		<tp:ocr><![CDATA[Covid, il giallo di mister 100 milioni “Soldi pubblici a società schermate”  La procura di Roma valuta l’esposto consegnato da Conte sull’iter della transazione che portò al risarcimento  di GIULIANO FOSCHINI ROMA  a Procura di Roma ha aperto un’indagine sulla vicenda delle mascherine acquistate durante l’emergenza Covid dalla JC Electronics e sulla transazione da oltre cento milioni di euro con la quale il governo Meloni ha deciso di chiudere il contenzioso con la società. Il fascicolo nasce dall’esposto consegnato da Giuseppe Conte al procuratore Francesco Lo Voi ed è stato affidato all’aggiunto Giuseppe De Falco, che nei prossimi giorni valuterà gli atti e procederà eventualmente all’assegnazione ai sostituti.  L’indagine dovrà innanzitutto verificare quanto contenuto nelle dieci pagine ricevute in forma anonima dall’ex presidente del Consiglio e poi depositate in Procura: un verbale del 14 aprile 2022 nel quale rappresentanti della struttura commissariale e dell’Agenzia delle Dogane segnalavano che le mascherine trovate nei depositi erano, almeno in diversi casi, differenti da quelle dichiarate al momento dell’importazione. Ma Conte nel suo esposto ha chiesto ai magistrati di verificare anche un altro pezzo della storia: l’intero iter che ha portato alla transazione. Ed è anche su questo che potranno concentrarsi gli approfondimenti.  Il primo punto da accertare è molto concreto. Bisogna capire se le mascherine indicate dalla JC nelle fatture con le quali chiedeva il pagamento della fornitura siano effettivamente le stesse che si trovavano nei depositi della struttura commissariale.  Perché proprio quelle fatture sono poi finite al centro della causa civile, della sentenza favorevole alla società e, infine, della transazione. E il verbale del 14 aprile 2022 pone un dubbio: confrontando la merce dichiarata con quella rinvenuta nei depositi,  L  venivano segnalate alcune differenze. Il secondo filone riguarda proprio quell’accordo. Lo Stato era stato condannato in primo grado a pagare a JC oltre 203 milioni di euro, più interessi e rivalutazione. Aveva impugnato la decisione e chiesto alla Corte d’appello di sospenderne l’esecutività. La transazione viene però sottoscritta il 31 ottobre 2025, quando l’appello è già pendente e prima che i giudici si pronuncino sulla sospensiva.  Il governo decide di chiudere il contenzioso pagando complessivamente poco più di cento milioni. Ma quei cento milioni non sono destinati tutti a JC. L’atto di transazione stabilisce che 83 milioni e 21.522 euro spettano alla società. Gli altri quasi 17 vengono invece riconosciuti a tre società alle quali erano stati ceduti alcuni crediti: 3 e 916 mila alla Lion SPV, 6 e 50 mila alla Vittoria SPE e 7 e 12.478 euro alla Aurora SPE. Si tratta di società in parte controllate da trust. C’è poi un dato che, almeno sulla carta, non torna. In un’intervista a Domani, Dario Bianchi ha dichiarato: «Su 100 milioni ne ho ottenuti 23 perché come parte in causa c’erano anche altri veicoli finanziari». L ’atto di transazione dice però che a JC sono destinati 83 milioni. Perché dice di averne ottenuti soltanto 23? Nel frattempo Bianchi si è rivolto direttamente alla Procura. Il 10 agosto, attraverso i suoi difensori Luigi Annunziata e Nicola Massafra, ha depositato libere dichiarazioni e una serie di documenti per contestare la ricostruzione prospettata da Conte e mettere a disposizione dei magistrati la versione della società.  La difesa sostiene innanzitutto che il verbale del 14 aprile 2022 non sia affatto un documento sconosciuto. I verbali dei sopralluoghi del 2021, sostiene JC, erano già stati prodotti nei giudizi e il documento del 2022 sarebbe stato utilizzato dalla stessa Agenzia delle Dogane anche nel contenzioso tributario. Soprattutto, la società contesta che le mascherine trovate nei depositi fossero diverse da quelle fornite. Nelle memorie depositate in Procura sostiene che «le mascherine risultano identiche». Anche sulla transazione la posizione di JC è netta: la sentenza da 203 milioni era immediatamente esecutiva e, secondo la società, 
l’accordo a cento milioni ha consentito allo Stato di ridurre sensibilmente l’esborso e di evitare il rischio derivante dalla prosecuzione del giudizio. Prima del pagamento, ricorda inoltre la difesa, l’atto ha superato i controlli della Corte dei conti.  ---End text---  Author: GIULIANO FOSCHINI  Heading:   Highlight: Solo 83 milioni dell’accordo con lo Stato finiscono alla Jc di Bianchi Il resto a entità controllate da trust a cui erano stati ceduti i crediti  Image:La transazione viene frmata il 31 ottobre 2025, con l’appello già pendente e prima che i giudici si pronuncino sulla sospensiva S -tit_org- Covid, il giallo di mister 100 milioni "Soldi pubblici a società schermate"   -sec_org-
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		<tp:writer>Giuliano Foschini</tp:writer>
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		<title><![CDATA[Soccorso rosso per «terminare» i malati = Le Regioni si aiutano a far morire i malati ]]></title>
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		<description><![CDATA[<p style='color:#069;font-size:11px;font-style:italic;'><a href='http://gimbe.telpress.it/news/2026/08/15/2026081501958803805.PDF' target="_blank" ><img src='http://gimbe.telpress.it/images/help/PDF_16.png' align="left" border='0'/></a> Estratto da pag. 13 di <b>"VERITÀ" </b>  del 15 Aug 2026 </p><p style='color:#444;font-size:11px;'>La Toscana darà alla Campania (entrambe a guida Pd-M5s) un dispositivo per il suicidio assistito col quale una donna affetta da Sla si ucciderà, come deciso dal giudice. Ormai siamo al federalismo della morte</p>]]></description>
		<pubDate>Sat, 15 Aug 2026 05:38:00 +0200</pubDate>
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		<category domain=""><![CDATA[POLITICA SANITARIA]]></category>
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		<tp:ocr><![CDATA[Soccorso rosso per «terminare» i malati La Toscana darà alla Campania (entrambe a guida Pd-M5s) un dispositivo per il suicidio assistito col quale una donna affetta da Sla si ucciderà, come deciso dal giudice. Ormai siamo al federalismo della morte   Le Regioni si aiutano a far morire i malati  La sanità di Giani darà alla Campania un dispositivo, creato dal Cnr e già usato nel capoluogo toscano, per consentire a una paziente con la Sla di praticare il suicidio assistito. È la realizzazione del «federalismo» sul fine vita. Alla faccia dei freni messi dalla Consulta  n Macabra solidarietà tra regioni: la Toscana darà alla Campania un dispositivo per il suicidio assistito, con cui una malata di Sla si darà la morte, come deciso dal giudice. Un passo avanti verso l’eutanasia «espressa». E verso un «federalismo» della «dolce morte» che la Consulta in teoria ha bocciato.  a pagina 13    n Poi uno dice che il Nord non vuole dare una mano al Sud; se si tratta di aiuto a morire, scatta eccome il soccorso rosso. La Toscana del Pd, infatti, darà alla Campania del Movimento 5 stelle un dispositivo speciale per l’esecuzione del suicidio assistito, per la cui messa a punto si erano spesi i migliori ingegni del nostro Consiglio nazionale delle ricerche. Il macchinario, che consente al malato di attivare la pompa per l’infusione del farmaco letale attraverso il solo movimento degli occhi, era servito per dare esecuzione alle volontà di Libera, cinquantacinquenne di Firenze affetta da sclerosi multipla avanzata, deceduta lo scorso marzo.  A disporre il trasferimento d e ll ’attrezzatura è stata un’ordinanza del tribunale di Torre Annunziata, nel Napoletano, investito dal ricorso d’urgenza di una signora malata di sclerosi laterale amiotrofica. A costei erano già stati riconosciuti i requisiti per l’accesso all’iter della «dolce morte», fissati nel 2019 dalla Consulta e precisati nel 2024, quando la Corte costituzionale stabilì che, per «trattamenti di sostegno vitale», non bisognava intendere solo alimentazione e nutrizione artificiale, bensì qualsiasi procedura medica la cui interruzione avrebbe comportato la dipartita del paziente.  Il giudice ha prescritto all’Usl Toscana Nord Ovest di consegnare la strumentazione alla Asl Napoli 3 Sud, che aveva avuto difficoltà a procurarsela autonomamente. In una nota, l’azienda sanitaria ha spiegato che aveva avviato «due distinte consultazioni preliminari di mercato, entrambe concluse senza alcuna manifestazione di interesse». Dopodiché, l’Asl si era rivolta allo stesso Cnr, chiedendo la fabbricazione di un secondo dispositivo e «dichiarandosi disponibile a sostenerne integralmente i costi». Anche questo tentativo era andato a vuoto. Di qui, la decisione di rivolgersi alla  Toscana, «rappresentando, tuttavia, la necessità di completare alcuni passaggi amministrativi e le verifiche tecniche e funzionali ritenute necessarie prima del trasferimento» del marchingegno.  Il punto della lunga precisazione della Asl è ribadire che il verdetto di Torre Annunziata «non contiene alcuna condanna per ritardi o condotte inerti»; semplicemente, ha l’obiettivo «di coordinare e scandire le operazioni ancora necessarie» affinché si concretizzi la macabra solidarietà tra le due regioni. Tant’è che il magistrato «ha rigettato la domanda della ricorrente volta a ottenere l’applicazione, ai sensi dell’articolo 614 bis del Codice di procedura civile, di una penalità pari a 500 euro per ogni giorni di ritardo».  Irene - il nome di fantasia dato, per privacy, alla donna campana dall’Associazione Luca Coscioni - potrà morire come chiede. Questione di dignità? Di certo, la fine delle sue sofferenze terrene, autorizzata dalla nuova tanatoburocrazia istituita dai pronunciamenti della Consulta, curva ancora di più il piano inclinato che, dalla pietà per  gli ammalati gravi, conduce verso una banalizzazione alla canadese dell’eutanasia.  Innanzitutto, le ragioni alla base del procedimento avviato al Tribunale di Torre Annunziata confermano qual è il prossimo obiettivo dei radicali, dopo che la Corte costituzionale ha 
rifiutato di seguirli sull’allentamento dei paletti introdotti dalla sentenza su dj Fabo: velocizzare le procedure, normalizzando il suicidio assistito «espresso». Nella vicenda di Irene, le lungaggini lamentate riguardavano un iter già accordato; in altre occasioni, gli attivisti  se l’erano presa persino con i tempi d’esame delle cartelle da parte delle commissioni delle Asl. La decisione tra la vita e la morte ridotta a un mucchietto di scartoffie da bollinare in serie.  In secondo luogo, l’inedito meccanismo di condivisione regionale sembra andare nella direzione di un «federalismo» del suicidio assistito che, nella sostanza, è stato bocciato dalla Consulta. La quale ha ammesso che gli enti locali disciplinino aspetti organizzativi, negando, però, che possano sostituirsi al legislatore nazionale nell’elaborare - come hanno provato a fare Toscana e Sardegna requisiti d’accesso alla «dolce morte», nell’introdurre tempi stringenti per l’attuazione delle volontà dei pazienti, o addirittura - era un passaggio della legge sarda nell’implicare un ruolo del dottore in un atto che, da ultimo, è il paziente a dover compiere. Nonostante ciò, anche la Campania sta valutando una normativa regionale, che reca lo zampino della solita Coscioni.  I fautori dell’auton o m ismo rinfacciano al Parlamento la presunta inerzia.  Nessuno pare prestare attenzione alla gravità della questione in ballo: coinvolgere o meno il Servizio sanitario nazionale. Non è una banalità: ne va della natura della professione dei medici. Quelli che giurano di non dare mai la morte ai malati.  © RIPRODUZIONE RISERVATA  ---End text---  Author: ALESSANDRO RICO  Heading:   Highlight: Le leggi approvate dagli enti locali sono state in parte cassate dalla Corte   I radicali puntano a velocizzare gli iter La politica resta divisa sul ruolo del Ssn  Image: -tit_org- Soccorso rosso per «terminare» i malati   Le Regioni si aiutano a far morire i malati   -sec_org-
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		<tp:writer>ALESSANDRO RICO</tp:writer>
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