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	<title>Rassegna online.</title>
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		<title><![CDATA[Intervista a Antonio Mazzarella - «Le case della salute rischiano di restare scatole vuote» ]]></title>
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		<description><![CDATA[<p style='color:#069;font-size:11px;font-style:italic;'><a href='http://gimbe.telpress.it/news/2026/07/12/2026071201694104218.PDF' target="_blank" ><img src='http://gimbe.telpress.it/images/help/PDF_16.png' align="left" border='0'/></a> Estratto da pag. 5 di <b>"EDICOLA DEL SUD BARI BAT" </b>  del 12 Jul 2026 </p>]]></description>
		<pubDate>Sun, 12 Jul 2026 06:27:00 +0200</pubDate>
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		<tp:ocr><![CDATA[«Le case della salute rischiano di restare scatole vuote»   L’INTERVISTA | Antonio Mazzarella FP CGIL  2 BARI  Antonio Mazzarella è segretario pugliese FP Cgil Medici e Dirigenti sanitari.   Condivide le preoccupazioni della Fondazione Gimbe sulla carenza di personale nel settore sanitario?  «Assolutamente. Sono anni che è una nostra battaglia in Puglia. C'è una fuga di medici verso il privato e si tratta per lo più di professionisti con elevato background che si portano dietro anche i loro pazienti. Oggi ci sono macchinari di ultima generazione, magari pagati milioni di euro, che non possono essere utilizzati perchè manca il personale. Concordiamo sull'utilità di un piano di assunzioni nazionale che rimetta al centro una professione sottopagata e con una serie di problemi organizzativi. Segnalo però anche un altro aspetto: il 52% delle risorse assegnate alla Puglia per la sanità vengono destinate a strutture private accreditate ma queste si guardano bene dall'applicare i contratti pubblici».   Altro problema è quello dei medici di medicina generale. Il pensionamento riduce i numeri ogni anno e quelli che restano sono tutti vicinissimi o anche leggermente oltre la soglia dei 1.500 pazienti.   «Ormai questo è un ruolo sempre meno attrattivo, reso ancora più complicato dall'isolamento nel proprio studio. Il passaggio da libero professionista a dipendente del SSN credo sia ormai obbligato per provare a dare nuova linfa a questo settore».   Nei giorni scorsi l'assessore regionale alla Sanità Pentassuglia ha detto che la Puglia ha realizzato 83 case di comunità, ha raggiunto il target richiesto e non perderà le risorse del Pnrr. Con questa emergenza non ci sarà un problema di personale anche in queste strutture?  «A parte che siamo per molte alla sola fase di progettazione, il rischio è che, anche dopo l'inaugurazione restino solo scatole vuote. I medici di medicina generale, ad esempio, hanno garantito la presenza per 6 ore alla settimana con un turno continuativio di 3 ore e le altre 3 da spalmare negli altri giorni. Che assistenza si potrà garantire? Oggi il 90% delle prestazioni vengono erogate negli ospedali, la medicina territoriale è fondamentale ma è inutile se non ha personale al suo interno».   Lei è stato tra i componenti della task force sulle liste d’attesa guidata da Aristide Carella che, oltre 20 anni fa, nell’era Vendola, cercò soluzioni utili.  Il piano però si arenò. Cosa pensa di questo nuovo piano regionale? Sembra che i recall stiano avendo un buon risultato?  «Ho sempre sostenuto che un problema complesso, legato a molto fattori critici, non si possa risolvere con una sola medicina. L'organizzazione delle nostre Asl fa acqua da tutte le parti. Fino a quando si mettono soldi, anche per pagare personale che sta lavorando oltre le proprie ore di lavoro, i risultati si ottengono. Terminati i soldi è molto probabile che si torni alla situazione precedente. Al primo caldo vero anche quest'anno i Pronto Soccorso andranno in crisi. E poi ci sono tutte la carenze del 118. Le emergenza, insomma, restano le stesse da anni, e non si possono risolvere con la bacchetta magica».  ---End text---  Author: SAVERIO RICCI  Heading: L’INTERVISTA    Antonio Mazzarella FP CGIL  Highlight:   Image:Antonio Mazzarella -tit_org- Intervista a Antonio Mazzarella - «Le case della salute rischiano di restare scatole vuote»   -sec_org-
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		<title><![CDATA[Gimbe: è allarme personale, c'è la fuga verso il privato ]]></title>
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		<description><![CDATA[<p style='color:#069;font-size:11px;font-style:italic;'><a href='http://gimbe.telpress.it/news/2026/07/12/2026071201693004219.PDF' target="_blank" ><img src='http://gimbe.telpress.it/images/help/PDF_16.png' align="left" border='0'/></a> Estratto da pag. 5 di <b>"EDICOLA DEL SUD BARI BAT" </b>  del 12 Jul 2026 </p><p style='color:#444;font-size:11px;'>Il deficit stimato tra il 25% e il 30% rispetto alle piante organiche. Molto critiche sono le dotazioni del 118 mancano circa 330 medici su 580 e delle Guardie Mediche</p>]]></description>
		<pubDate>Sun, 12 Jul 2026 06:27:00 +0200</pubDate>
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		<tp:ocr><![CDATA[Gimbe: è allarme personale, c’è la fuga verso il privato Il deficit stimato tra il 25% e il 30% rispetto alle piante organiche. Molto critiche sono le dotazioni del 118 mancano circa 330 medici su 530 e delle Guardie Mediche   REPORT  2 BARI  Chi curerà l'Italia domani? Il titolo dell'ultimo report della Fondazione Gimbe lancia l'allarme sulla carenza di personale nel Servizio Sanitario Nazionale che, secondo le previsioni dell'organizzazione indipendente, diventerà cronica nei prossimi anni. La causa principale, al netto delle promesse politiche bipartisan, è certamente legata a un taglio costante delle risorse. Nel periodo 20122024 la spesa dedicata al personale è stata la più sacrificata, essendo scesa dal 39,7% del 2012 al 36,6% del 2024.  Ipotizzando di mantenere costante per tutto il periodo 2012-2024 la quota di spesa per il personale registrata nel 2012 (39,7%), la portata di questa riduzione emerge in tutta la sua gravità: in 12 anni il personale sanitario del SSN ha complessivamente perso 33,04 miliardi, di cui il 38% (12,47 miliardi) nel triennio 2022-2024. Il risultato è una vera e propria fuga di medici e infermieri verso il pubblico ma anche un minore appeal della professione tra i giovani. Per esempio a Infermeristica il rapporto tra domande presentate e posti disponibili è sceso sotto quota 0,9, con  un crollo vertiginoso rispetto agli anni pre-pandemia e un numero di candidati ormai inferiore ai posti messi a bando.Oggi oltre 90mila medici non lavorano nel SSN come dipendenti o convenzionati né come medici in formazione specialistica. In sostanza non una carenza assoluta di camici bianchi, ma una grave emorragia verso il privato. In questo quadro la prima carenza è quella dei medici di medicina generale (oltre 5.700 quelli mancanti al primo gennaio 2025). Inoltre numerose specialità, come le discipline di laboratorio, la radioterapia, la medicina nucleare, o le cure palliative, sono diventate poco attrattive. Altra situazione critica riguarda proprio il personale infermieristico: l’Italia è al 23mo posto su 31 paesi europei dell’area Ocse, con solo 6,9 infermieri per 1.000 abitanti.   La Puglia conferma il trend nazionale  Situazioni che diventano ancora più complesse in regioni come la nostra, davanti a una popolazione che invecchia sempre di più. Oggi in Puglia mancano circa 279 medici di famiglia, ed entro il 2028 la regione ne perderà altri 702, che raggiungeranno l'età della pensione. Ma la sanità pugliese affronta una grave carenza di personale nel suo complesso, con un deficit stimato tra il 25% e il 30% rispetto alle piante organiche.  Particolarmente critiche sono le dotazioni del 118 (mancano circa 330 medici su 530) e delle Guardie Mediche, con l'Asl di Bari sotto di  50 unità nel solo servizio di emergenza. La carenza di specialisti riguarda soprattutto anestesia, rianimazione, chirurgia generale e medicina nucleare. In questo caso non è solo un problema di risorse. Il Fondo Sanitario Regionale della Puglia ha registrato un trend di crescita, passando da 8,3 miliardi di euro nel 2023 a circa 8,7 miliardi nel 2025. Ciononostante, il sistema sconta un forte squilibrio strutturale, certificato con un disavanzo di circa 349 milioni di euro che impone di ricorrere di tanto in tanto al blocco del turn over.   La necessità di un piano nazionale  Secondo la Fondazione Gimbe per invertire la rotta serve un piano straordinario per il personale sanitario che contenga alcuni punti precisi: programmazione dei fabbisogni, superamento di tutti i vincoli che limitano le assunzioni, rinnovi contrattuali adeguati al costo della vita, migliori condizioni di lavoro, valorizzazione delle competenze, riduzione della burocrazia, maggiore sicurezza nei luoghi di cura, nuovi percorsi di carriera, rilancio delle professioni sanitarie e investimenti strutturali nella formazione.  ---End text---  Author: SAVERIO RICCI  Heading: REPORT  Highlight:   Image:Carenze di personale soprattutto per il 118 e la Guardia medica -tit_org- Gimbe: è allarme personale, c’è la fuga verso il privato   -sec_org-
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		<title><![CDATA[«Il medico di base non falla serie B Ai giovani dico: valutate di farlo» ]]></title>
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		<description><![CDATA[<p style='color:#069;font-size:11px;font-style:italic;'><a href='http://gimbe.telpress.it/news/2026/07/12/2026071201968303772.PDF' target="_blank" ><img src='http://gimbe.telpress.it/images/help/PDF_16.png' align="left" border='0'/></a> Estratto da pag. 13 di <b>"PROVINCIA PAVESE" </b>  del 12 Jul 2026 </p><p style='color:#444;font-size:11px;'>Pubblicato il bando per accedere al corso triennale di formazione specifica Tannello (Asst) contro la crisi di vocazione: «È il lavoro più bello del mondo»</p>]]></description>
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		<tp:ocr><![CDATA[«Il medico di base non fa la serie B Ai giovani dico: valutate di farlo» Pubblicato il bando per accedere al corso triennale di formazione specifica Iannello (Asst) contro la crisi di vocazione: «È il lavoro più bello del mondo»  ? di Silvio Puccio  Pavia Dall’Asst un appello ai giovani laureati in Medicina, adesso che è stato pubblicato il bando per accedere al corso triennale di medicina generale: ambito della sanità afflitto da tempo dalla crisi di vocazione. «Smettiamo di parlare del medico di base come un professionista di serie B rispetto al lavoro dei colleghi specialisti: questo è un mestiere che ti fa entrare in empatia con le persone, ti rende il riferimento di fiducia dei pazienti in particolare nella nostra provincia, composta da tanti piccoli Comuni. Ai giovani dico di valutare questa opportunità, oggi che la medicina generale sta vivendo importanti trasformazioni organizzative di cui possono diventare protagonisti».  È l’invito di Giancarlo Iannello, direttore sociosanitario di  Asst che – oltre a gestire gli ospedali pubblici del territorio – si occupa anche delle Case di comunità e della gestione della rete di medici di base.  Le sue parole arrivano a qualche giorno di distanza dalla pubblicazione del bando da 481 posti per i corsi di formazione triennale per laureati in medicina che aspirano a diventare medici di base. «È un mestiere appassionante, i giovani professionisti che hanno preso servizio negli ultimi mesi stanno rendendo un grande servizio alle loro comunità».  Crisi di vocazione Non è un segreto che il medico di base sia una professione meno attrattiva di un tempo.  Lo dicono i numeri sui dottori in servizio – in provincia si sono ridotti del 26 per cento negli ultimi 15 anni – e quelli sulle iscrizioni al corso di formazione: per il triennio 2025-2028, infatti, quasi un posto su due è rimasto vuoto (211 borse assegnate sulle 390 messe a bando l’anno scorso).  Numeri che mettono un’ipoteca sul ricambio generazionale: stando all’ultimo bando Asst per coprire gli ambiti territoriali carenti, per 200 posti disponibili in tutta la provincia si sono presentati sette professionisti. Secondo Fimmg (uno dei principali sindacati di categoria) la carenza di medici di base proseguirà almeno fino al 2028. Secondo la fondazione Gimbe (l’osservatorio indipendente sulla sanità italiana)  la carenza di medici di base sembra dipendere più dalle dinamiche di mercato del lavoro che da una cronica penuria di dottori: secondo un recente rapporto dell’istituto, infatti, in Italia il numero di medici per mille abitanti è superiore alla media Ocse (l’organizzazione dei Paesi sviluppati).  Molti, tuttavia, preferiscono intraprendere la carriera specialistica piuttosto che diventare medici di base, magari per questioni di prestigio percepito o di carriera rispetto alla medicina territoriale. Iannello vuole smontare questa convinzione. «A volte si ha l’impressione che il medico di base sia solo un complemento  dello specialista – conclude il direttore sociosanitario – ma non è così: è il medico di famiglia che ha la visione d’insieme in merito alla salute del paziente nell’arco della vita. Oggi questo mestiere è molto cambiato, ma ritengo sia ancora il più bello del mondo. Tante sono le novità introdotte in questi anni: tra queste c’è la collaborazione con gli infermieri di famiglia per gestire la presa in carico o la contaminazione con le case di comunità.  Sono solo alcune delle trasformazioni già in essere, che si aggiungeranno a quelle che arriveranno nei prossimi mesi.  Hanno bisogno dei medici di ? base per decollare».  ---End text---  Author: Silvio Puccio  Heading:   Highlight: Appello per scongiurare i posti vacanti l’anno scorso quasi una borsa su due non è stata assegnata   La fiducia è al centro di questa professione   È il dottore di famiglia che conosce il paziente nel suo complesso  Image:Negli ultimi quindici anni il numero di medici di base si è ridotto del 26% in provincia di Pavia Giancarlo Iannello Direttore sociosanitario di Asst -tit_org- «Il medico di base non falla serie B Ai giovani dico
: valutate di farlo»   -sec_org-
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		<tp:writer>Silvio Puccio</tp:writer>
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		<title><![CDATA[Il caso Covid Miliardi di dosi dopo ecco la verità sui vaccini ]]></title>
		<link>http://gimbe.telpress.it/news/2026/07/12/2026071201968203771.PDF</link>
		<description><![CDATA[<p style='color:#069;font-size:11px;font-style:italic;'><a href='http://gimbe.telpress.it/news/2026/07/12/2026071201968203771.PDF' target="_blank" ><img src='http://gimbe.telpress.it/images/help/PDF_16.png' align="left" border='0'/></a> Estratto da pag. 11 di <b>"CORRIERE DELLA SERA LA LETTURA" </b>  del 12 Jul 2026 </p>]]></description>
		<pubDate>Sun, 12 Jul 2026 06:02:00 +0200</pubDate>
		<argument order=""><![CDATA[]]></argument>
		<category domain=""><![CDATA[POLITICA SANITARIA]]></category>
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		<source Readership="1703000" Sales="165332" Printing="208605" url="http://gimbe.telpress.it/news/2026/07/12/2026071201968203771.PDF"><![CDATA[CORRIERE DELLA SERA LA LETTURA]]></source>
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		<tp:ocr><![CDATA[Il caso Covid Miliardi di dosi dopo ecco la verità sui vaccini   «Lancet» pubblica uno studio senza precedenti sui preparati a mRna prodotti e usati durante la pandemia. Il quadro degli effetti collaterali (pochissimi) e dei benefici (tantissimi) è completo. E la ricerca genetica è pronta per altri campi  Q  ualche anno fa, mentre sto per uscire dall’ospedale, mi viene incontro una signora.  «Davvero dovrei vaccinarmi, anche se ho solo 48 anni?».  Capita spesso di dover rispondere a una domanda così. La signora non aveva niente contro i vaccini, era solo preoccupata che le potesse succedere qualcosa.  Ho spiegato che la vaccinazione protegge almeno in parte dal contrarre l’infezione, ma soprattutto dalle manifestazioni più gravi della malattia. Ma lei: «Perché dovremmo vaccinare i bambini, che non si ammalano quasi mai di forme gravi?». E io: «Giusto, ma frequentano altri bambini e vanno a casa dei nonni, con il rischio di far ammalare anche gli altri. Senza contare che in aree dove il virus circola liberamente, come in Brasile e in Indonesia, ci sono state moltissime infezioni, forme gravi di malattia, e un certo numero di morti». La signora non si accontenta: «Ci sono danni al cuore, mi pare si dica “miocardite”, e ho letto da qualche parte, non mi ricordo dove, che per il cuore il vaccino sarebbe peggio del virus». «Questo non è vero signora. Nei giorni successivi alla vaccinazione possono esserci miocarditi e pericarditi (sono forme di infiammazione del cuore), questo sì, ma si tratta di casi molto rari e, per altro, queste forme di solito, anche se non sempre, guariscono da sole».   L’avrò convinta quella signora? Chi lo sa, non è detto. Certo, se dovessi incontrarla di nuovo oggi, avrei molti più argomenti per convincerla, perché il 30 giugno scorso la rivista «Lancet» ha pubblicato un lavoro fondamentale per tutta la comunità scientifica: Safety and efficacy of mRna vaccines: a mechanistic and public health perspective (insomma, sicurezza ed efficacia del vaccino a mRna). È frutto di una collaborazione di ricercatori di Vancouver, Alberta, Edmonton, in Canada, con i colleghi di Washington, Londra e Hong Kong. Hanno completato la revisione di tutti i dati relativi a miliardi (sì, avete capito bene: in inglese si dice billions, sono miliardi) di dosi di vaccino a mRna, proprio quello del Covid-19, dalle prime somministrazioni fino al 2023.  E che cosa hanno trovato? Che il vaccino protegge in modo importante dal contrarre la malattia, evita l’evoluzione verso le forme più severe, riduce il rischio di essere ricoverati in ospedale, di aver bisogno di ventilazione meccanica e di morire. E che la protezione si estende anche ai bambini, e persino a chi ha un sistema immune compromesso, quelli che hanno avuto un trapianto, per esempio, o sono in cura per un tumore. E non vale solo per la variante Omicron, è sostanzialmente così per tutte le varianti, a cominciare dalle prime fino a quelle del maggio 2023.  E adesso abbiamo anche i numeri: il vaccino a mRna protegge dal contrarre l’infezione per l’87 percento, dall’aver bisogno del ricovero in ospedale per il 93 percento, dal rischio di morte per il 94 percento. Vuol dire che, se in un determinato periodo, per fare un esempio, si infettassero 100 persone non vaccinate, tra i vaccinati di infezioni, in quello stesso periodo, in quella stessa popolazione, ne vedremmo solo 13. E rispetto a 100 non vaccinati che finiscono in ospedale, tra i vaccinati ce ne sarebbero solo sette. Il lavoro del «Lancet» ci aiuta anche a rispondere a un’altra delle domande della signora dell’inizio di questa storia: «L’efficacia del vaccino non tende a ridursi con il tempo?». Vero, ma è vero anche che se uno fa il richiamo nei tempi previsti dalle autorità sanitarie riacquista la protezione di prima.  E veniamo agli eventi indesiderati.  Quelli abbastanza comuni ormai li sanno tutti: il braccio che ti fa un po’ male, il fatto di sentirsi un po’ stanchi, qualche linea di febbre; tutte cose che di solito si risolvono in pochi giorni.  Ricorderete che la signora era preoccupata del problema 
dell’infezione al cuore. Giusto, succede davvero in chi è stato vaccinato, e, per essere precisi, con  Pfizer BioNTech i casi di miocardite o pericardite sono 12,6 ogni milione di dosi, con Moderna 35,6 ogni milione di dosi; si è visto che si ammalano soprattutto i maschi dai 12 ai 19 anni, nei primi giorni o al massimo entro tre settimane dalla vaccinazione, più spesso in occasione del richiamo. Sono forme leggere che di solito, anche se non sempre, guariscono da sole. E poi le miocarditi sono molte di più e anche più gravi se uno si ammala.  E cosa si può dire degli effetti indesiderati più importanti? Entro 5-10 minuti dall’iniezione, cinque persone su un milione hanno una reazione allergica, che  può essere anche grave — i medici dicono anafilassi — con difficoltà respiratorie, calo della pressione e persino perdita di conoscenza (per questo ci chiedono di aspettare e di non allontanarci subito dal centro vaccinale, se dovesse succedere serve il medico, e lui sa che cosa fare).  Vorreste sapere come è finita con la signora dell’inizio di questa storia? Si è convinta, si è fatta vaccinare, ha fatto vaccinare i nipoti e anche la figlia al terzo mese di gravidanza. E ha fatto bene perché la revisione del «Lancet» di cui stiamo parlando dimostra quanto sia stato importante vaccinarsi in gravidanza, non solo per la mamma ma anche per il feto.  Ricordo che prima di lasciarmi, la signora ha chiesto lumi sulla questione della trombosi, di cui si è tanto parlato: anche qui lo studio del «Lancet» ci viene in aiuto. Con il vaccino a mRna non si sono mai verificati episodi di trombosi su miliardi di dosi somministrate.   Ancora oggi però c’è gente che pensa che il vaccino possa interferire con l’espressione dei nostri geni, insomma che sia una specie di «terapia genica»; se fosse così potrebbe essere molto pericoloso. C’è qualcosa di vero? Proprio no.  L’mRna del vaccino si ferma nelle cellule — muscolari e non solo —– che sono vicine al sito di iniezione; una volta entrato, l’mRna fornisce a queste cellule le istruzioni per produrre una proteina che assomiglia a quella del virus; questa suscita la risposta immune (quella che ci protegge dalla malattia). L’mRna del vaccino non entra nel nucleo delle cellule, e non c’è alcuna possibilità che possa modificare il nostro Dna; non solo, ma nel giro di poche ore o al massimo di qualche giorno sparisce.  E a chi ci chiede ancora oggi perché dovremmo fidarci di un vaccino preparato in così poco tempo, che cosa possiamo rispondere? Beh, se sappiamo che è sicuro ed efficace dopo miliardi di somministrazioni, il fatto che sia stato preparato in poco tempo è una gran bella cosa, così si sono evitate milioni di morti. E, comunque, se abbiamo avuto un vaccino a tempo di record — meno di un anno — è perché ci si lavorava da decenni nell’ottica della cura dei tumori. E poi per via di una collaborazione mai vista prima fra scienziati dell’accademia e dell’industria, e un forte aiuto economico da parte dei governi, soprattutto Stati Uniti e Germania.  Non credete a chi vi dice che «dal Covid non abbiamo imparato niente»; ci ha lasciato l’eredità più grande: la tecnologia dell’mRna, che ci consentirà di affrontare tante altre malattie: influenza aviaria, virus respiratorio sinciziale (così pericoloso per i bambini), ebola che si sta diffondendo in tanti Paesi dell’Africa in un modo estremamente preoccupante, solo per fare qualche esempio.  Più importante di tutto, a questo punto, è che quando si arriva a un nuovo vaccino a mRna, questo possa essere per tutti. Conservazione, catena del freddo, distribuzione e costi non dovrebbero essere problemi insormontabili, a fronte degli enormi vantaggi che si potranno avere. E c’è una bellissima notizia: grazie all’impegno di governi, istituzioni no profit, industria e mondo accademico, questi vaccini cominciano a essere prodotti anche in Africa (Sudafrica e Senegal) e in America Latina (Brasile e Argentina), e anche l’India presto avrà le sue piattaforme per produrre vaccini a mRna. Vi pare poco?  ---End text---  Author: GIUSEPPE REMUZZI  Heading: «Lancet» 
pubblica uno studio senza precedenti sui preparati a mRna prodotti e usati durante la pandemia. Il quadro degli effetti collaterali (pochissimi) e dei benefici (tantissimi) è completo. E la ricerca genetica è pronta per altri campi  Highlight:   Image:Il termine La sigla mRna sta per «Rna messaggero», una tipologia di Rna (acido ribonucleico) che codifica e trasferisce informazioni durante la trascrizione dal Dna.  I vaccini a mRna impiegano appunto una molecola di mRna per insegnare alle cellule del corpo a produrre una proteina specifica ILLUSTRAZIONE DI ANGELO RUTA -tit_org- Il caso Covid Miliardi di dosi dopo ecco la verità sui vaccini   -sec_org-
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		<tp:writer>Giuseppe Remuzzi</tp:writer>
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		<title><![CDATA[Le parole curano: istruzioni per l'uso = Trovare i termini giusti per comunicare a una persona che è malata e per illustrare le caratteristiche della terapia rientra nelle responsabilità del dottore. La sincerità deve unirsi alla sensibilità: un'espressi]]></title>
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		<description><![CDATA[<p style='color:#069;font-size:11px;font-style:italic;'><a href='http://gimbe.telpress.it/news/2026/07/12/2026071201968603775.PDF' target="_blank" ><img src='http://gimbe.telpress.it/images/help/PDF_16.png' align="left" border='0'/></a> Estratto da pag. 8 di <b>"CORRIERE DELLA SERA LA LETTURA" </b>  del 12 Jul 2026 </p>]]></description>
		<pubDate>Sun, 12 Jul 2026 06:02:00 +0200</pubDate>
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		<category domain=""><![CDATA[POLITICA SANITARIA]]></category>
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		<tp:ocr><![CDATA[Le parole curano: istruzioni per l’uso   Trovare i termini giusti per comunicare a una persona che è malata e per illustrare le caratteristiche della terapia rientra nelle responsabilità del dottore. La sincerità deve unirsi alla sensibilità: un’espressione sbagliata fa danni.  E se l’ambito sanitario è il territorio delle metafore, quelle guerresche vanno evitate. Meglio considerare il percorso verso la guarigione come un viaggio e puntare su quattro concetti chiave: Chiarezza, Umanità, Relazione, Ascolto  di GIUSEPPE ANTONELLI  U  n quarto di secolo fa, nelle pagine della rivista specializzata «The Oncologist», un gruppo di ricerca americano pubblicava un articolo destinato a cambiare il modo di pensare la comunicazione tra personale medico e pazienti in oncologia. Il protocollo Spikes (A Six-Step Protocol for Delivering Bad News: Application to the Patient with Cancer) risponde a un acronimo che indica i sei passi da seguire quando si devono comunicare cattive notizie. Setting (impostazione: la preparazione del contesto e del momento dell’incontro), Perception (percezione: la verifica di che cosa il paziente già sa o crede di sapere), Invitation (invito: la richiesta esplicita su quanto desidera sapere), Knowledge (conoscenza: la condivisione delle informazioni cliniche), Emotions (emozioni: il riconoscimento e la risposta empatica ai sentimenti del paziente), Strategy (strategia: la pianificazione condivisa dei passi successivi).  L’articolo rimane a tutt’oggi il principale punto di riferimento internazionale per la comunicazione in ambito oncologico.  Uno dei problemi, tuttavia, è che da anni la riflessione su questi aspetti avviene quasi esclusivamente in lingua inglese e riguardo alla lingua inglese. Con specifica attenzione alla lingua italiana, si potrebbero condensare i valori decisivi di tutta la questione in un semplice acronimo di sole quattro lettere. Cura: cioè Chiarezza, Umanità, Relazione, Ascolto.   «Le parole sono pietre e spesso i medici le lanciano come piume», dice un paziente in una delle varie testimonianze raccolte in questi anni. E allora, in proposito. «Il mio medico mi telefona e mi dice: “Vieni subito”. Mi spiega che le palline che sentivo sono dei linfonodi, che in pratica sono dei fusibili che partono prima loro per avvisarti che il prossimo sei tu. […] Mi dice anche che da vivere avrò se va bene tre o quattro mesi, a dir tanto, e di metterci, come si dice, una pietra sopra. Il mio dottore è di quella scuola britannica che le cose ai pazienti le dice chiare». Così il protagonista del monologo teatrale di Valentina Diana, L’eternità dolcissima di Renato Cane.  L’immagine dei fusibili per rendere la funzione dei linfonodi poteva essere un modo efficace per superare l’oscurità del tecnicismo medico. Ma non abbinata a frasi fatte che, con una leggerezza colloquiale del tutto fuori luogo, evocano un futuro senza speranza o anzi — ancor più drasticamente — l’assenza di un futuro: il prossimo sei tu, metterci una pietra sopra.  Questo non è dire le cose in modo chiaro; questo è dirle in un modo irrispettoso, privo di qualunque empatia (forse persino di una certa umanità).  Tutte all’insegna dell’empatia, invece, sono le linee guida degli ultimi quindici anni: da quelle dell’Istituto superiore di Sanità sulla comunicazione in oncologia (2011) a quelle più recenti dell’Asco (American Society of Clinical Oncology, 2026) passando per quelle dell’Aiom (Associazione italiana di Oncologia medica, 2023) e dell’Esmo (European Society For Medical Oncology, 2024). I due punti su cui queste ultime insistono di più sono proprio le emozioni (emotions, come nell’acronimo Spikes) e la speranza (hope).   «La comunicazione, per mantenere la speranza, dovrebbe essere vista come un processo collaborativo e bidirezionale tra medico e paziente, in cui la capacità dei pazienti di nutrire speranza è intimamente connessa alla loro capacità di affidarsi alle cure dei medici» (traduzione mia). Un processo collaborativo e bidirezionale. In grado, cioè, di costruire una relazione di fiducia reciproca: quella che si ch
iama alleanza terapeutica.   Ma – appunto – qui viene il problema, come racconta il romanzo La giusta distanza dal male di Giorgia Protti, dottoressa che per anni ha lavorato in un pronto soccorso. «Comunicare una diagnosi di cancro non è semplice. Ci vorrebbero competenze, tatto, un luogo giusto, e soprattutto tempo. Ci vorrebbe una persona che lo fa di mestiere, che sa trovare le parole adatte per farsi capire dal paziente e dai suoi familiari, che sia capace di comunicare la gravità della situazione e al contempo di non annientare le speranze». Invece, aggiunge la voce narrante, «Quando ripenseranno all’inizio del calvario ricorderanno la mia faccia stanca che blatera parole incomprensibili in uno stanzino affollato e puzzolente».  L’inizio del calvario. E allora, da un racconto all’altro: «Mi tocca ricordarle che, a cinque giorni dalla morte di mio padre, lei gli fece visita e poi, prendendomi da parte, mi disse: “Preparatevi al calvario”. Concorderà con me che, per essere uno che aveva già subìto tutto lo strazio degli effetti di quella malattia su suo padre, quella era  l’ultima frase che avrei voluto sentire». In un racconto di qualche anno fa (Lo vuole vedere? nella raccolta Il rumore dei baci a vuoto, 2012), Luciano Ligabue immagina che il protagonista scriva al medico da cui è stato operato il padre, rinfacciandogli la sua incapacità di comunicare. Preparatevi al calvario. Le parole sono pietre e spesso i medici le lanciano come piume.   Il potere delle parole nasce dal fatto che arrivano direttamente al nostro cervello: influenzano i nostri pensieri e condizionano le nostre emozioni, anche se noi proviamo a negarle. Per rendersene conto, basta ripetere l’esperimento che lo psicologo cognitivo George Lakoff faceva con la sua classe. «Ora non pensate a un elefante.  Mi raccomando: ho appena detto di non pensare a un elefante. Non pensate a un elefante»… A cosa state pensando? È evidente quanto sia grande il pericolo di usare parole sbagliate; tanto più in situazioni nelle quali chi ascolta si trova in una condizione di grande vulnerabilità. In questo senso, dire – ad esempio – che «il tumore non porta necessariamente alla morte» significherebbe evocare comunque l’idea della morte. Molto meglio volgere questa e qualunque altra affermazione in positivo: «Molti tumori hanno oggi una lunga aspettativa di vita». Più in generale, quello che emerge dalle testimonianze dei pazienti e delle pazienti è il bisogno di parole che portino con sé un elemento di umanità. Piuttosto che intervento («La parola intervento mi trasmette una sensazione di freddezza, di asettico») o trattamento («La parola trattamento la confinerei solo agli oggetti. Per le persone, userei parole come cura o attenzione») una delle prime parole da usare sarà appunto cura.  La cura delle parole, le parole della cura.   Prima di tutto, però, viene il nome della cosa. Non ci facciamo più caso, certo: ma la parola cancro — il nome che diamo a questo tipo di malattie — è una metafora.  Metafora ormai opaca, seppure ben evidente se invece che alla malattia pensiamo al segno zodiacale. Il nome del cancro deriva infatti dal latino cancer, a sua volta un calco dal greco antico karkínos, che altro non era — appunto — se non il granchio.  Dalla parola greca viene, secondo un’immagine usata già nel V secolo da Ippocrate (quello del giuramento dei medici), il termine più tecnico usato in ambito medico: carcinoma. La parola cancro, però, è stata a lungo una parola che si preferiva non dire. O meglio, che non si poteva dire: non alla radio e alla tv di stato, quanto meno.  Era il 1973, quando Francesco De Gregori — perché la Rai mandasse in onda la sua Alice — trasformò la frase «il mendicante arabo ha un cancro nel cappello» in «ha qualcosa nel cappello».  All’epoca a questo tipo di patologie si alludeva con perifrasi come lunga malattia, brutto male, male incurabile. Ancora nel 2007, l’Istituto Piepoli ha svolto una ricerca su 800 persone, chiedendo se preferivano che la malattia fosse chiamata cancro o tumore. Più del 60% ha espresso una preferenza per tumore, con
siderando il vocabolo «meno crudo, aggressivo, violento,  che fa meno paura, che fa pensare che sia più curabile». E invece «il cancro è una malattia curabile nella maggioranza dei casi», scriveva nel 2013 Umberto Veronesi: quindi «smettiamo di chiamarla con un nome che evoca una sorta di maledizione».  La sua proposta era quella di usare neoplasia, che però suona molto tecnica. La difficoltà, d’altra parte, resta sempre quella di muoversi fra tecnicismi e tabù. A confermarlo anche la testimonianza di un paziente che, chiamato a commentare la parola tumore (etimologicamente «rigonfiamento»), scrive in romanesco: «Come dice? È latino? Vor dì bozzo?/ Che brutto er tu per tu. Dito puntato contro: tu mòri, tu crepi./ Signora mia, ma no, le dia del lei: vede, è un leiomiosarcoma»…  La polemica contro il parlare oscuro dei medici è stata spesso — e per secoli — occasione di satira. Dalle invettive petrarchesche contro i medici del papa fino alle gag di Totò, come questa tratta dallo spettacolo La banda delle gialle (1933). «Io ho un dolore qui ed al mattino viene piano piano, al pomeriggio diventa forte forte, la sera ritorna piano, e la notte ridiventa forte forte. Che sarà, dottore?», dice una signora. E Totò, nei panni del medico Mardocheo, risponde: «Un pianoforte». «Ma come? Ho un pianoforte in petto?». «Noialtri medici sintetizziamo i termini. La vostra malattia la chiamiamo la malattia del pianoforte». «E che cosa sarebbe?». «È il cuore che trovasi a contatto col velopendolo asciatico, gonfia i varicosceli e la moscia».   «Ma io non ho capito nulla», si lamenta la signora. «Nemmeno io», commenta Totò: «Vede, signora: è la vera scienza. Non bisogna mai capire nulla. Guai se l’ammalato capisse qualche cosa! Allora i medici che ci starebbero a fare?».   I due momenti chiave della diagnosi e della prognosi condividono nel nome l’etimo greco ghignosco ovvero so, conosco. In entrambi i momenti il paziente, la paziente ha il diritto di sapere per poter partecipare consapevolmente al cammino della cura. Ma sono momenti particolarmente difficili da affrontare, associati nelle testimonianze a confusione e paura. Parole come diagnosi e prognosi evocano l’immagine di «una scure» o di «una spada di Damocle»: fuor di metafora, una sentenza che spezza in due la vita. In una specifica ricerca pubblicata lo scorso anno, colpisce — tra le altre cose — la straordinaria ricchezza e varietà delle metafore che le persone usano nel racconto della propria esperienza di pazienti. Ben 640 diverse, contro le 58 (sempre le stesse) usate da chi — nel mondo dei media — racconta quella stessa esperienza dall’esterno.  C’è un film bellissimo, al tempo stesso leggero e commovente, che parla degli ultimi mesi di vita di una giovane paziente oncologica: Restless (di Gus Van Sant, 2011; impropriamente tradotto in italiano L’amore che resta). In una scena lei esce dallo studio del medico e il suo ragazzo, che la aspettava fuori con la madre, le chiede: «Com’è andata?». «Al solito si muore, si muore …». «Ma almeno, tra un  po’?». «Non è che ti dicano molto». Per parlare della propria situazione, lei invece trova un’immagine meravigliosa: «C’è questo uccello canoro che pensa di morire ogni volta che cala il sole. E la mattina quando si sveglia è così sconvolto di essere vivo che si mette a cantare la sua melodiosa canzone. Io canto ogni mattina, da quando ti conosco».   La metafora è un potente strumento di amplificazione delle parole; un modo per creare associazioni mentali che amplificano la nostra percezione emotiva. Conoscere o riconoscere le metafore usate da chi sta vivendo la malattia può essere prezioso, perché ci consente di mettere in pratica il mirroring, il rispecchiamento: quello che in Italia la psicologia chiama ricalco.  La comunicazione diventa molto più efficace se riusciamo a usare le stesse immagini che usano le persone con cui ci troviamo a interagire. Se una persona ci dice — ad esempio — che sente una spada di Damocle sulla sua testa, noi potremmo dirle che la prendiamo per mano e la aiutiamo a spostarsi un po’ più in là così da mette
rla in salvo.  Non sarà un caso, d’altronde, se tutte le linee guida sulla comunicazione medicopaziente sottolineano — insieme con l’empatia e la speranza — un terzo aspetto: quello dell’ascolto. Come il grande linguista Tullio De Mauro amava ricordare, citando una frase di un filosofo greco: «Ci sarà pure una ragione se gli dèi ci hanno dato una sola bocca e due orecchie». Proprio perché la metafora è uno strumento potente, bisogna fare molta attenzione a come la si usa. Sappiamo bene quanto possa essere tossica la metafora della guerra, della battaglia contro il cancro.  «No more fight», dice a un certo punto la protagonista di Restless. Come ricordava Michela Murgia in un’intervista rilasciata poco prima di morire, «il cancro non è una cosa che ho; è una cosa che sono. Me l’ha spiegato bene il medico che mi segue, un genio. Non posso e non voglio fare guerra al mio corpo, a me stessa. La guerra presuppone sconfitti e vincitori; io conosco già la fine della storia, ma non mi sento una perdente».   Senz’altro più funzionale a rendere in modo positivo e collaborativo il processo della cura risulta, tra le altre, la metafora del viaggio. E infatti nei racconti fatti da pazienti ritorna spesso l’immagine della cura come strada da percorrere una tappa alla volta: «Se c’è un percorso, c’è una strada da fare: non si è di fronte a un muro».  Una dottoressa lo spiega meravigliosamente: «Sappiamo da dove partiamo, non conosciamo l’arrivo ma siamo consapevoli che sarà una strada impegnativa. Il percorso si condivide perché così la valigia è meno pesante. La portano i familiari, insieme al paziente, i medici, tutti quelli che assistono». È la graduale conquista di una nuova consapevolezza: quella nei confronti della variabile costituita dal tempo: il tempo che la vita ci ha concesso in sorte e che solo nei momenti di incertezza s’impara a valorizzare appieno. Io canto ogni mattina.  ---End text---  Author: GIUSEPPE ANTONELLI  Heading:   Highlight: Bibliografia Le testimonianze di pazienti sono tratte dal Dizionario Emozionale. Atlante delle parole chiave in oncologia (ilsensodelleparole.it/wpcontent/uploads/2021/11/ DizionarioEmozionale.pdf, 2021) e da Le metafore in oncologia e onco-ematologia, a cura di Cristina Cenci (Carocci, 2025). Inoltre: W. F.  Baile, R. Buckman et al., Spikes. A Six-Step Protocol for Delivering Bad News: Application to the Patient with Cancer («The Oncologist», 2000); Manuale per la comunicazione in oncologia (Istituto superiore di Sanità, 2011); Raccomandazioni sulla comunicazione (Associazione italiana di Oncologia medica, 2023); Communication and Support of Patients and Caregivers in Chronic Cancer Care (European Society For Medical Oncology, 2024); T.  Gilligan et al., PatientClinician Communication, (American Society of Clinical Oncology, «Journal of Clinical Oncology», 2026); Istituto Piepoli, Quel brutto male. Il vissuto sociale del cancro (Rapporto Associazione Italiana Malati di Cancro, 2008); Valentina Diana, L’eternità dolcissima di Renato Cane, in Tre monologhi (Einaudi, 2022); Luciano Ligabue, Il rumore dei baci a vuoto (Einaudi, 2012); Giorgia Protti, La giusta distanza dal male (Einaudi, 2025); George Lakoff, Non pensare all’elefante! (Fusi Orari, 2006); Umberto Veronesi, Le parole sono importanti: allora aboliamo «cancro» («la Repubblica», 31 luglio 2013); Michela Murgia, intervista di Aldo Cazzullo («Corriere della Sera», 6 maggio 2023); Giuseppe Curigliano, intervista di Aldo Cazzullo («Corriere», 5 aprile 2026); Paolo Borzacchiello, intervista di Chiara Amati («Corriere», 2 luglio 2024).  Nell’articolo sono citati lo spettacolo comico di Paolo Rampezzotti con Totò La banda delle gialle (1933); la canzone di Francesco De Gregori Alice (1973); il film Restless di Gus Van Sant con Henry Hopper e Mia Wasikowska (2011). Sulle insidie retoriche opposte della guerra e del dono si sofferma anche Concita De Gregorio in La cura (Einaudi Stile libero, 2026)  Image:Dieci consigli per parlare (un po’ meglio) di cancro Evitare di evocare scenari senza speranza, che inducono alla rassegnazione e dunq
ue demotivanti.  «Il paziente non deve mai perdere la speranza. Mai. Perché la speranza è il motore del malato. È ciò che gli consente di affrontare il percorso di cura» (Giuseppe Curigliano, presidente degli oncologi europei)  Evitare parole ed espressioni ad alto tasso tecnico o comunque di scarsa circolazione, comprese quelle mutuate dalla lingua inglese.  Oltre a essere di dif?cile comprensione, creano in chi ascolta la sensazione che si stia nascondendo qualcosa  Evitare di ridurre l’informazione data al/alla paziente in termini di numeri, statistiche, cifre. Ogni paziente è una persona che si vive come individuo singolo, caso unico  Evitare di personi?care la malattia con tratti animali, sovrumani o anche umani. L’effetto emotivo di de?nizioni come la bestia; il mostro, l’incubo; il nemico, l’infame, il maledetto può suscitare reazioni opposte a quelle desiderate  Evitare parole ed espressioni distruttive come quelle legate alla guerra. Scrive una paziente: «Non sono una guerriera. Non ho perso nessuna battaglia, perché non ne ho ingaggiate, non è una guerra dove c’è chi vince e c’è chi perde: c’è un corpo che ha sviluppato una malattia e va curato» Ascoltare attentamente, dando al/alla paziente il modo e il tempo di parlare, raccontare, reagire. Come Tullio De Mauro amava ricordare, citando un ?losofo greco: «Ci sarà pure una ragione se gli dèi ci hanno dato una sola bocca e due orecchie»  Preferire formulazioni in forma positiva rispetto a formulazioni tramite negazione. Dopo una diagnosi, ad esempio, molto meglio di «Non deve considerarla una condanna», sarà una frase come «Ora almeno possiamo cominciare una cura mirata»  Partire dalle parole, espressioni, immagini usate dal/dalla paziente per dirottarle o capovolgerle. A chi si sente «in un tunnel senza uscita», potremmo rispondere che il tunnel sarà magari lungo e buio, ma la ricerca è riuscita a far luce e con quella luce noi andremo avanti nella direzione giusta.  Accompagnare i termini tecnici con una spiegazione che li renda comprensibili («una targeted therapy, cioè una terapia mirata che agisce speci?camente su ciò che alimenta questo tumore»), cercando di abbinarli a parole dal tratto umano: cura, alleanza, ?ducia, sostegno  Utilizzare metafore progressive come quelle del percorso, del viaggio, della trasformazione. «A chi mi dice che devo “resistere”, rispondo che io non voglio resistere perché quando tu resisti, dall’altra parte insistono con una forza maggiore […] Io, invece, voglio “accogliere”, “trasformare”, “lasciar scorrere”» (Paolo Borzacchiello, esperto di strategie della comunicazione) -tit_org- Le parole curano: istruzioni per l’uso Trovare i termini giusti per comunicare a una persona che è malata e per illustrare le caratteristiche della terapia rientra nelle responsabilità del dottore. La sincerità deve unirsi alla sensibilità: un’es   -sec_org-
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		<tp:writer>GIUSEPPE ANTONELLI</tp:writer>
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		<title><![CDATA[L'emergenza fragilità viene aggravata dall'emergenza caldo ]]></title>
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		<description><![CDATA[<p style='color:#069;font-size:11px;font-style:italic;'><a href='http://gimbe.telpress.it/news/2026/07/12/2026071201968903766.PDF' target="_blank" ><img src='http://gimbe.telpress.it/images/help/PDF_16.png' align="left" border='0'/></a> Estratto da pag. 8 di <b>"CORRIERE SALUTE" </b>  del 12 Jul 2026 </p>]]></description>
		<pubDate>Sun, 12 Jul 2026 06:02:00 +0200</pubDate>
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		<category domain=""><![CDATA[POLITICA SANITARIA]]></category>
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		<tp:ocr><![CDATA[L’EMERGENZA FRAGILITÀ VIENE AGGRAVATA DALL’EMERGENZA CALDO   L’estate diventa una cartina di tornasole dell’erosione delle relazioni che rendono possibile la cura  O  gni estate il caldo torna al centro dell’attenzione pubblica con la stessa narrazione: piani di prevenzione, bollini rossi, appelli a proteggere le persone più esposte.  Ma fermarsi a questa lettura significa ridurre le ondate di calore a una semplice emergenza climatica, trascurando il loro straordinario potere di rivelatore sociale.  Quando le città si svuotano e i ritmi rallentano, emerge infatti la fragilità del modello di cura su cui abbiamo costruito il nostro welfare, a lungo  fondato sulla famiglia. Per decenni essa ha trasformato il tempo privato in tempo di cura, assorbendo il peso dell’assistenza e compensando le carenze dei servizi. Oggi, però, questa infrastruttura si sta indebolendo. Viviamo più a lungo, conviviamo con malattie croniche e perdita di autonomia, mentre le reti familiari si restringono, aumentano le distanze e il lavoro di cura ricade sempre più spesso su un’unica persona, spesso anziana e a sua volta vulnerabile.  Cambia così anche la geografia della cura. La rete di relazioni familiari, comunitarie e di prossimità che per anni ha sostenuto le situazioni di vulnerabilità si è trasformata profondamente.  La stessa malattia produce quindi conseguenze diverse, a seconda della presenza o meno di una rete capace di accompagnare la persona.  Per questo è necessario superare l’idea della fragilità come caratteristica individuale e considerarla come il risultato della relazione tra la persona e il suo contesto di vita.  La malattia, da sola, non genera necessariamente fragilità: questa nasce dalla distanza tra i bisogni di cura e la capacità di famiglia, servizi, comunità e reti di prossimità di offrire risposte adeguate.  La fragilità diventa così il segno di un ecosistema della cura che non riesce più a funzionare.  Le cure palliative rappresentano, da questo punto di vista, un laboratorio prezioso.  Non si limitano a trattare una patologia, ma prendono in carico la complessità della persona, riconoscendo che la malattia inguaribile modifica anche gli equilibri familiari, sociali, psicologici ed economici. Per questo il loro modello si fonda sull’interconnessione tra sanità e servizi sociali, istituzioni e Terzo Settore, professionisti, volontariato e comunità.  È una prospettiva che riguarda l’intero Servizio sanitario nazionale. La vera sfida è organizzare percorsi di cura efficaci in una società in cui la famiglia, da sola, non può più sostenere il peso che le abbiamo affidato.  L’estate, allora, non ci consegna soltanto un’emergenza climatica. Ci mostra che il problema non è l’aumento delle persone fragili, ma l’erosione delle relazioni che rendono possibile la cura. E ci ricorda che le cure palliative non indicano soltanto come accompagnare chi è malato: anticipano il modo in cui dovremo ripensare l’intero sistema di welfare.  *Presidente Federazione Cure palliative  ---End text---  Author: Tania Piccione  Heading:   Highlight: ?  La vera sfida è organizzare percorsi di assistenza efficaci in una società in cui la famiglia, da sola, non può più sostenere il peso che le è stato di fatto affidato  Image: -tit_org- L’emergenza fragilità viene aggravata dall’emergenza caldo   -sec_org-
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		<tp:writer>Tania Piccione</tp:writer>
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		<title><![CDATA[Intervista a Jean Kaseya - Ebola e le altre epidemie «Così l Africa cambia la sanità globale» ]]></title>
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		<description><![CDATA[<p style='color:#069;font-size:11px;font-style:italic;'><a href='http://gimbe.telpress.it/news/2026/07/12/2026071201969503768.PDF' target="_blank" ><img src='http://gimbe.telpress.it/images/help/PDF_16.png' align="left" border='0'/></a> Estratto da pag. 7 di <b>"CORRIERE SALUTE" </b>  del 12 Jul 2026 </p>]]></description>
		<pubDate>Sun, 12 Jul 2026 06:02:00 +0200</pubDate>
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		<category domain=""><![CDATA[POLITICA SANITARIA]]></category>
		<subcategory domain=""><![CDATA[]]></subcategory>
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		<tp:ocr><![CDATA[Ebola e le altre epidemie «Così l’Africa cambia la sanità globale»   Mentre il virus continua a colpire Congo e Uganda, il direttore generale di Africa CDC spiega perché il continente deve trasformare il proprio modello: più produzione locale di vaccini e farmaci, ricerca e una cooperazione internazionale fondata su partnership tra pari, non sulla dipendenza dagli aiuti  L’  epidemia di Ebola, che continua a colpire la Repubblica Democratica del Congo e l’Uganda, rappresenta uno dei test più impegnativi per la sanità pubblica africana.  Ma per Jean Kaseya, medico congolese e direttore generale degli Africa Centres for Disease Control and Prevention (Africa CDC, l’agenzia di sanità pubblica dell’Unione africana), la vera sfida va ben oltre la gestione dell’emergenza.  Significa costruire sistemi sanitari più forti, investire nella ricerca, produrre vaccini e farmaci e fare dell’innovazione tecnologica uno strumento di equità. Una trasformazione accelerata dalla lezione del Covid-19 e resa ancora più urgente dalla riduzione degli aiuti internazionali. In questa intervista esclusiva al Corriere della Sera, Kaseya racconta come sta cambiando il volto della sanità africana e quale ruolo possono avere l’Europa e l’Italia.  Direttore Kaseya, qual è oggi la situazione dell’epidemia di Ebola e che cosa risponde a chi sostiene che i ritardi nella diagnosi del virus abbiano rallentato anche l’attuazione delle misure di contenimento? «La situazione resta grave.  (all’8 luglio, la Repubblica Democratica del Congo e l’Uganda avevano registrato complessivamente 1.644 casi confermati di Ebola da virus Bundibugyo e 523 decessi, ndr).  Comprendiamo pienamente le preoccupazioni. In un’epidemia di Ebola, qualsiasi ritardo nella conferma dei casi offre al virus il tempo necessario per diffondersi. La nostra risposta, però, non è difensiva: è operativa. Dobbiamo accelerare ogni fase dell’intervento: rendere più rapida la segnalazione dei casi sospetti, il trasporto dei campioni biologici, i test diagnostici, l’isolamento dei pazienti, il tracciamento dei contatti, l’assistenza in sicurezza ai malati, le misure di prevenzione delle infezioni e il coinvolgimento delle comunità. Stiamo già ampliando la capacità diagnostica, rafforzando la sorveglianza, potenziando i controlli ai punti di ingresso e sostenendo le iniziative sanitarie basate sulle comunità».  Oltre all’Ebola, quali sono le principali sfide sanitarie dell’Africa? «Il continente affronta contemporaneamente Ebola, colera, Mpox, resistenza antimicrobica, malattie legate ai cambiamenti climatici, conflitti e migrazioni forzate, mentre molti sistemi sanitari sono ancora fragili. L’attuale epidemia dimostra quanto la sfida sia complessa».  Lei parla spesso di «sovranità sanitaria africana». Che cosa significa? «Significa che l’Africa dispone delle istituzioni, delle risorse finanziarie, del personale, dei sistemi informativi e degli strumenti necessari per proteggere autonomamente la salute della propria popolazione. Significa che i Paesi africani sono in grado di individuare rapidamente i focolai epidemici, prendere decisioni basate sui propri dati, produrre sul continente una quota sempre maggiore di vaccini, farmaci e strumenti diagnostici e negoziare l’accesso alle tecnologie salvavita da una posizione di forza. Le  pandemie di Covid-19, mpox ed Ebola ci hanno impartito una lezione molto dura: l’Africa non può continuare a dipendere dalla beneficenza o da un accesso tardivo ai prodotti sanitari quando sono in  gioco vite umane. Sovranità non significa isolamento. Significa costruire partenariati equi, fondati sulla leadership africana, sulla proprietà africana dei processi e sul beneficio per i cittadini africani».  Quali sono le conseguenze della riduzione degli aiuti internazionali? «Nell’attuale epidemia, registriamo già carenze di farmaci essenziali, dispositivi di protezione, capacità diagnostica, ambulanze, strutture di isolamento, coordinamento e risorse finanziarie. Le partnership internazionali continueranno a essere fondamentali, ma il modello deve cambiare. La sicu
rezza sanitaria africana non può dipendere dal fatto che il resto del mondo stia o meno prestando attenzione. Deve poggiare sulla leadership africana, con partner pronti ad allinearsi alle priorità da noi definite».  E per quanto riguarda la gestione e condivisione dei dati sanitari? «Africa CDC sostiene che il continente debba essere proprietario dei suoi dati, proteggere la sua popolazione e negoziare da una posizione di pari dignità. Campioni biologici, dati sui patogeni e informazioni sanitarie provenienti dall’Africa hanno contribuito in modo determinante ai progressi della ricerca mondiale.   È giusto che anche i Paesi e le comunità africane possano beneficiare dei risultati ottenuti. Ciò significa che la condivisione di dati e patogeni deve avvenire nel rispetto di criteri di equità, trasparenza, sviluppo delle competenze locali, co-autorialità scientifica quando appropriata, trasferimento tecnologico e accesso ai vaccini, ai test diagnostici e alle terapie sviluppati grazie ai dati africani».  Che ruolo può avere l’Italia? «L’Italia può svolgere un ruolo importante nel consolidare la partnership sanitaria tra Africa ed Europa, perché i due continenti condividono gli stessi rischi in materia di salute pubblica. Come? Sostenendo la produzione locale di vaccini e farmaci, la formazione degli operatori, la ricerca, la sanità digitale e il rafforzamento dei laboratori. Resta tuttavia singolare che l’Italia sia ancora uno dei pochi grandi Paesi europei a non finanziare direttamente l’Africa CDC. Siamo però convinti che questa situazione possa essere corretta nel biennio 20262027. Anche il Piano Mattei rappresenta un’importante opportunità. Il nostro messaggio all’Italia è semplice: accogliamo con favore partner disposti a costruire insieme a noi, investire insieme a noi, produrre insieme a noi e rispettare le priorità definite dagli africani».  © RIPRODUZIONE RISERVATA  ---End text---  Author: Ruggiero Corcella  Heading:   Highlight: ?  L’Italia può svolgere un ruolo importante per una collaborazione più forte ed equilibrata tra Africa ed Europa   ?  Oggi le nostra priorità per l’Ebola sono ridurre il ritardo nelle diagnosi e l’accumulo di campioni ancora da analizzare   Chi è  ? Jean Kaseya, 56 anni, è un medico originario della Repubblica Democratica del Congo, specializzato in sanità pubblica ? Nel 2023 è diventato direttore generale di Africa Centres for Disease Control and Prevention (Africa CDC)   ?  Il nostro continente deve essere in grado di proteggere la salute dei propri cittadini con capacità proprie  Image:Jean Kaseya (al centro) durante una visita sul campo (Foto: Cdc Africa) -tit_org- Intervista a Jean Kaseya - Ebola e le altre epidemie «Così l Africa cambia la sanità globale»   -sec_org-
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		<tp:writer>Ruggiero Corcella</tp:writer>
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		<title><![CDATA[Sanità, il bluff dei militari, per abbattere le liste d'attesa ]]></title>
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		<description><![CDATA[<p style='color:#069;font-size:11px;font-style:italic;'><a href='http://gimbe.telpress.it/news/2026/07/12/2026071201970203759.PDF' target="_blank" ><img src='http://gimbe.telpress.it/images/help/PDF_16.png' align="left" border='0'/></a> Estratto da pag. 12 di <b>"FATTO QUOTIDIANO" </b>  del 12 Jul 2026 </p>]]></description>
		<pubDate>Sun, 12 Jul 2026 06:02:00 +0200</pubDate>
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		<category domain=""><![CDATA[POLITICA SANITARIA]]></category>
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		<tp:ocr><![CDATA[Sanità, il bluff dei militari, per abbattere le liste d’attesa   SALUTE PUBBLICA  A  l vertice Nato di Ankara Giorgia Meloni ha blindato la linea del riarmo, confermando il target verso il 5% del Pil per difesa e sicurezza entro il 2035. Mentre in patria, pochi mesi prima il ministro Guido Crosetto ha provato a costruire u n’altra immagine della spesa militare: una discussa riforma della sanità con le stellette, presentata come un “regalo” ai cittadini: aprire i poliambulatori delle caserme ai civili in regime di intramoenia per abbattere le liste d’attesa del SSN.  Un’immagine utile sul piano politico per accompagnare un bilancio militare in crescita che secondo le stime dell’Osservatorio Milx nel 2026 raggiunge il record di 33,9 miliardi di euro.  Il cuore del provvedimento è il decreto legislativo n. 74 del 3 aprile 2026, che istituisce formalmente il Corpo unico della Sanità militare, operativo dal 1° gennaio 2027. L’obiettivo dichiarato è unificare circa 3.700 sanitari di Esercito, Marina, Aeronautica e Carabinieri sotto un unico comando, per dare supporto al Paese secondo il principio di sussidiarietà.  Ma la sanità militare italiana non è affatto un gigante pronto a distribuire risorse, ma un sistema che da tempo sopravvive appoggiandosi sulle spalle del settore civile. La Corte dei Conti ha rilevato che tra il 2010 e il 2018 il comparto ha perso 856 unità di personale, con una riduzione delle prestazioni erogate. Nello stesso periodo, per compensare le carenze interne, le Forze Armate hanno speso oltre 35 milioni di euro in convenzioni con strutture civili.  A questo quadro si sommano pesanti malumori sul fronte interno. La centralizzazione nel Corpo Unico ha infatti innescato la dura protesta dei circa 377 medici e sanitari dell’Arma dei Carabinieri: avendo lo status di ufficiali di polizia giudiziaria, questi professionisti non possono per legge esercitare la libera professione, e ora rischiano di vedersi azzerare le indennità.  LINDA DI BENEDETTO  ---End text---  Author: LINDA DI BENEDETTO  Heading: SALUTE PUBBLICA  Highlight:   Image: -tit_org- Sanità, il bluff dei militari, per abbattere le liste d’attesa   -sec_org-
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		<tp:writer>LINDA DI BENEDETTO</tp:writer>
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