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		<title>Rassegna online</title>
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		<title><![CDATA[Longevità sana grazie agli esami di prevenzione = Longevità grazie a una sana  prevenzione ]]></title>
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		<description><![CDATA[<p style='color:#069;font-size:11px;font-style:italic;'><a href='http://gimbe.telpress.it/news/2026/06/22/2026062201985004042.PDF' target="_blank" ><img src='http://gimbe.telpress.it/images/help/PDF_16.png' align="left" border='0'/></a> Estratto da pag. 14 di <b>"MESSAGGERO" </b>  del 22 Jun 2026 </p>]]></description>
		<pubDate>Mon, 22 Jun 2026 05:57:00 +0200</pubDate>
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		<category domain=""><![CDATA[POLITICA SANITARIA]]></category>
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		<tp:ocr><![CDATA[Longevità sana grazie agli esami di prevenzione Roberto Bernabei*  H  o scritto più volte sulla tripartizione dei 15 milioni di ultrasessantacinquenni che abitano il Paese.  A pag. 14   L’inchiesta   Longevità Contrastare le fragilità prodotte dall’età  grazie a una sana  prevenzione   Contrastare le fragilità prodotte dall’età significa conoscere i test giusti e le strutture territoriali di supporto  H  o scritto più volte sulla tripartizione dei 15 milioni di ultrasessantacinquenni che abitano il Paese. Arrotondando molto, ma utile per la fotografia dell’Italia, ce ne sono 5 sani e vispi, 5 così così e 5 scassati e bisognosi di “long-term care”. La parola non esiste in italiano (non a caso!) ed è traducibile come cure a lungo termine. Insomma, quelli che necessitano di assistenza continuativa. Bene, partiamo da questi che sono nella sostanza non autosufficienti. Hanno cioè bisogno di un qualche aiuto per gestire la propria vita perché insufficienti in una o più delle attività del vivere quotidiano: vestirsi, lavarsi, andare al bagno, alimentarsi, trasferirsi da un posto ad un altro, esser continenti nelle vie urinarie o fecali. Oppure avere difficoltà ad usare il telefono, fare acquisti, preparare i pasti, gestire la casa, gestire i farmaci, lavare gli indumenti, gestire le finanze. Il tutto perché c’è stata una o, più frequentemente, ci sono state molte malattie che hanno precipitato una condizione di difficoltà. A questo ovviamente si deve aggiungere la condizione socio economica: più sei solo e povero più la non autosufficienza incide.   LA LEZIONE DEL COVID  E che si fa? Vi convinco facilmente che non è l’ospedale il punto di riferimento di una persona, certamente malata, ma che ha una serie di problemi come quelli che vi ho elencato nelle attività del vivere quotidiano. È la fragilità a 360 gradi di questa persona che deve esser presa in carico e qui entra la oramai celebre assistenza nel territorio che il Covid ha disvelato.  Il Covid ha, nel bene e nel male, sdoganato tre parole che tutti oggi conosciamo: fragilià, RSA e territorio.   Perchè il Covid ci ha detto che se intercettiamo la malattia che colpisce i più fragili nel territorio (ho messo in fila le tre parole), li curiamo prima e meglio ed evitiamo una congestione diventata impossibile nel Pronto Soccorso/Ospedale. E siccome sono fragili i miei 5 milioni di non autosufficienti, sviluppiamo questa assistenza nel territorio. Tra l’ altro, è argomento caldo perchè ministro della Salute e medici di medicina generale (conosciuti anche come medici di famiglia) stan cercando di trovare una quadra ad  un’ assistenza, che è normata in quanto a strutture da sviluppare, ma non nell’ organizzazione delle stesse. Vi descrivo allora un percorso ottimale per un nuovo non autosufficiente, come se le strutture previste da apposito decreto (la norma, il DM 77) fossero tutte disponibili e con le professionalità giuste al loro interno.  In qualche ASL questo succede! E diventa obbligatorio che questa macchia di leopardo tipica del Paese e di un’assistenza demandata a ciascuna Regione, diventi uniforme per evitare l’ affannosa ricerca di aiuto quando accade la non autosufficienza in una famiglia.   Ecco, capita a nonna che spicciava le faccende, faceva la spesa, andava in banca ( anche perché non sapeva fare l’home banking… meditate banchieri meditate), viveva da sola e non voleva nessuno in casa che l’ aiutasse… di aver avuto una “toccatina”, come gentilmente si dice di chi ha avuto un ictus. È chiaro che è iniziata, in questo caso acutamente ma in tanti ci si scivola quasi senza accorgersene, la non autosufficienza.   LA CASA DI COMUNITÀ  Nella ASL citata dove funziona l’assistenza territoriale la nonna è valutata a casa o in una “casa di comunità” dal punto unico di accesso (PUA), cioè lo sportello che accoglie la richiesta di assistenza. Mica solo sportello, lo chiamo sportello per far capire che se mi rompo una gamba so che in analogia lo “sportello” è il Pronto Soccorso, perché il PUA è si sportello di entrata ma dotato di professionalità soprattutto infermieri
stiche e sociali in grado di valutare la nonna. E, per la prima volta, si sa dove andare, c’è un telefono che risponde, un qualcuno che si fa carico della nonna.   Il PUA valuta l’entità del problema: gli ictus lasciano deficit minimi o massimi rispetto ai quali si capirà di cosa ha necessità la nonna. Magari solo un ciclo riabilitativo da fare in casa di comunità o un’ assistenza domiciliare massiva con il fisioterapista a casa, controlli frequenti dei valori del sangue (nonna diabetica…) e pasti forniti a casa perché, come abbiam detto, nonna è sola.  La regia è della Centrale Operativa Territoriale (COT) nella casa di comunità. Questa è la “casa madre” di tutte le assistenze, il luogo fisico centrale dove tutti, i fragili, semi fragili o integri che vogliono arrivare o mantenersi longevi, si appoggiano per trovare risposte.  Rivoluzione. È chiaro che è un’evoluzione rispetto all’ambulatorio del medico di medicina generale (famiglia) ed è centrale che ci sia una presenza del medico di medicina generale (famiglia) dentro queste case.  Che sono aperte anche 24 ore al giorno permettendo ai Pronto Soccorsi di rifiatare. Non è finita: la nonna è talmente non autosufficiente che altro che fisioterapia nella casa di comunità o assistenza domiciliare estensiva.   RSA E COT  La nonna infatti può essere non solo non autosufficiente ma, ci se ne è accorti nella valutazione, ha un principio di demenza. RSA allora, non ci sono alternative anche perché la nonna è sola. Si apre il problema delle liste di attesa e dell’ augurarci che nonna vada in quella RSA di cui ci parlano tanto bene (esistono, esistono) ma il cerchio si chiude. Punto unico di accesso, casa di comunità e COT (cominciamo a familiarizzare con i nuovi acronimi, questo è Centarle Operativa territoriale come scritto sopra), assistenza domiciliare integrata (se il fisioterapisa di nonna è “sanitario”, i pasti sono “sociale” a definire l’ integrazione) ed infine RSA per le non autosufficienze più importanti. Passiamo ai 5 milioni così così: sono quelli che hanno una o più malattie croniche ma che, grazie alla medicina moderna, continuano a vivere normalmente o semi-normalmente. Esempio tipico l’ iperteso con tumore della prostata e magari con screzio glicemico. Qui serve la regia  del medico di medicina generale che lo ha in carico e che lo invia, quando serva, dall’ oncologo per la terapia per la prostata. In più mi serve che il medico di medicina generale abbia, per lui ed i suoi assistiti sopra i 65 anni, un profilo annuale del livello di fragilità degli iscritti al suo studio. Ci sono degli algoritmi (se preferite semplici test) che misurano attraverso indicatori validati (la velocità del cammino, il colesterolo, pressione, forza muscolare etc) come sta messo il singolo ultrasessantacinquenne rispetto alla fragilità. E così si può intervenire prima che la fragilità esploda valutando le aree deboli del soggetto e lavorandoci sopra. Sennò la longevità te la scordi, visto che già parti in salita perché sei nei 5 milioni così così. Le case di comunità debbono aiutare con i servizi per mantenere la traiettoria della longevità, dai check del sangue agli esami strumentali semplici (ecografia).  Per tutti poi il medico di medicina  generale programma gli esami riconosciuti obbligatori (tipico esame mammella e pap test nelle donne) per una sana prevenzione, parola che sostituirei con longevità. Sana longevità. Lo spazio mi sa che è finito ma rimangono i 5 milioni sani e vispi. Ovvio che i controlli di cui ho appena detto li debbono a maggior ragione fare per conservarsi sani e vispi.  Per il resto che dirvi? Io 75enne sano e vispo vi scrivo queste righe dal Cammino di Santiago, quest’ anno sto completando il Cammino del Norte mentre lo scorso anno ho fatto Il Cammino francese. 25 chilometri al giorno per un totale di 320, l’ anno scorso 400… ma ho un anno in più. Sempre con un amico 77enne…Tra pochi giorni rientro e, come ho scritto su queste pagine varie volte, mi sento obbligato a contribuire al paese. Come? Io come tanti faccio parte dell’inedito invecchiamento/longevità d
i massa esploso nel mondo occidentale, ed allora mi sento obbligato a produrre un pò di prodotto interno lordo, Pil. E sollecito i miei compagni ultrasessantacinquenni pensionati sani e vispi (ma anche i così così) a fare lo stesso, produrre Pil oltre a godersi (se si può…) il pensionamento. Se poi la politica ci aiuta indicando strade di finanziamento di idee progettuali valide o di defiscalizzazione di imprese sempre di pensionati sani e vispi o così così… meglio.  *Presidente di Italia Longeva (Agenzia del Ministero della Salute), già direttore del dipartimento di Scienze dell’Invecchiamento, neurologiche, ortopediche e della testa collo del Policlinico Gemelli e membro del CdA della Cattolica, è uno dei massimi promotori della geriatria in Europa © RIPRODUZIONE RISERVATA  ---End text---  Author: Roberto Bernabei*  Heading: L’inchiesta  Highlight: RESTA FONDAMENTALE LA REGIA DEL MEDICO DI MEDICINA GENERALE CHE DEVE VALUTARE I LIVELLI DI VULNERABILITÀ DEI PROPRI ASSISTITI   PER GLI ANZIANI NON AUTOSUFFICIENTI È SEMPRE PIÙ DECISIVO IL CORRETTO RICORSO AI SERVIZI LOCALI DI ASSISTENZA  Image:In Italia vivono 15 milioni di ultra 65enni: 5 milioni sono perfettamente operativi e in buona salute -tit_org- Longevità sana grazie agli esami di prevenzione   Longevità grazie a una sana  prevenzione   -sec_org-
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		<tp:writer>Roberto Bernabei*</tp:writer>
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		<title><![CDATA[Intervista a Claudia Candin  - "Unincidente su quattro è provocato dall'alcol la quantità non c entra" ]]></title>
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		<description><![CDATA[<p style='color:#069;font-size:11px;font-style:italic;'><a href='http://gimbe.telpress.it/news/2026/06/22/2026062201985604036.PDF' target="_blank" ><img src='http://gimbe.telpress.it/images/help/PDF_16.png' align="left" border='0'/></a> Estratto da pag. 13 di <b>"REPUBBLICA" </b>  del 22 Jun 2026 </p>]]></description>
		<pubDate>Mon, 22 Jun 2026 05:57:00 +0200</pubDate>
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		<category domain=""><![CDATA[POLITICA SANITARIA]]></category>
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		<tp:ocr><![CDATA[“Un incidente su quattro è provocato dall’alcol la quantità non c’entra”  l’intervista  di MICHELE BOCCI  laudia Gandin è la responsabile scientifica dell’Osservatorio nazionale alcol dell’Istituto superiore di sanità. «Gli incidenti causati da chi ha bevuto sono almeno un quarto del totale», dice.  I giovani italiani bevono più di un tempo? «Soprattutto sono aumentati, da parte dei giovani, il consumo fuori pasto e il binge drinking, cioè il bere per ubriacarsi».  Quanto è pericoloso l’alcol per i ragazi? «Fino a 25 anni sono a rischio di danno cerebrale per mancanza di un enzima che serve a metabolizzare l’alcol. Così la sostanza, che è un solvente, gira indisturbata nell’organismo, facendo danni a livello di membrane, anche dissolvendo le cellule cerebrali».  È un processo che fa anche diminuire la percezione del rischio? «I giovani già per loro natura hanno una bassa percezione del rischio.  Con l’alcol la perdono ancora di più.  Quello che è importante dire dopo ciò che è successo è che l’alcol compromette la capacità di guidare. Non è una questione di quantità, né di tolleranza. Il messaggio per tutta la popolazione, in particolare i giovani, è sempre lo  C  stesso: se guidi non bere. Il limite del codice della strada per neopatentati e under 21, del resto, è zero e non 0,5, grammi per litro come per gli altri».  Il tipo di drink non cambia niente? «Niente. Stiamo facendo uno studio europeo su questo tema. È una stupidaggine dire che si regge un tipo di sostanza meglio di un’altra.  L’alcol è alcol comunque venga presentato. Si tratta di una sostanza  tossica, che induce dipendenza, è anutriente, perché ha tante calorie ma che non servono al metabolismo, e cancerogena».  Quanti sono in Italia gli incidenti stradali legati all’alcol? «I numeri hanno una serie di problemi, non solo nel nostro Paese.  Di base, da noi l’alcoltest non si fa in tutti gli incidenti ma solo se c’è uno stato di ebrezza manifesto o se ci sono morti o feriti. E a volte si ritarda. Così i numeri sono molto  sottostimati».  Quando vale questa sottostima? «Le forze dell’ordine parlano di meno del 10% di incidenti provocati dalla guida in stato di ebrezza, ma la stessa Istat già nel 2010 ha bloccato la diffusione dei dati perché non precisi. Allora possiamo guardare agli Stati europei dove l’alcoltest è sempre obbligatorio in caso di sinistro. Qui la percentuale è tra il 25 e il 30%. Probabilmente anche da noi almeno un quarto degli incidenti è alcol correlato».  Come si convincono i ragazzi a non bere prima di guidare e comunque a ridurre l’uso di alcol? «Dal punto di vista normativo sono stati fatti passi avanti, ma per far diminuire gli incidenti, ci vuole un pacchetto di misure. Va ridotta la disponibilità fisica e economica degli alcolici. Nei locali dovrebbero essere vendute più bibite analcoliche. Servono più controlli stradali perché è dimostrato che sono il deterrente principale. Serve puntare sull’alfabetizzazione sanitaria: l’alcol va spiegato nelle scuole, ma non basta più andare nelle superiori, si deve iniziare dalle elementari. E bisogna intercettare chi fa incidenti dopo aver bevuto.  Queste persone vanno seguite per individuare problemi di consumo e prevenire nuovi episodi».  ---End text---  Author: MICHELE BOCCI  Heading:   Highlight: i numeri  690 mila Consumatori a rischio Il dato dell’Istituto superiore di sanità riguarda chi ha tra 18 e 24 anni (il 21% dei maschi e il 13% delle femmine)  51% Bevono fuori pasto Sempre tra 18 e 24 anni, il comportamento a rischio più diffuso tra i maschi riguarda le bevute fuori pasto, seguito dal binge drinking  65% Preferiscono la birra Il dato riguarda i maschi. Tra le femmine (58%) in testa ci sono gli aperitivi  580 mila I minorenni in pericolo I giovanissimi che hanno problemi con l’alcol nel nostro Paese   “ Il tipo di drink è ininfluente, resta una sostanza tossica che induce dipendenza  Image:Claudia Gandin è la responsabile scientifica dell’Osservatori o nazionale alcol dell’Iss R -tit_org- Intervista a Claudia Candin  - "Unincidente su quattro è provocato dall’alcol la quant
ità non c entra”   -sec_org-
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		<tp:writer>Michele Bocci</tp:writer>
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		<title><![CDATA[Stretta sui farmaci, ora Schillaci frena ]]></title>
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		<description><![CDATA[<p style='color:#069;font-size:11px;font-style:italic;'><a href='http://gimbe.telpress.it/news/2026/06/22/2026062201985904035.PDF' target="_blank" ><img src='http://gimbe.telpress.it/images/help/PDF_16.png' align="left" border='0'/></a> Estratto da pag. 11 di <b>"STAMPA" </b>  del 22 Jun 2026 </p>]]></description>
		<pubDate>Mon, 22 Jun 2026 05:57:00 +0200</pubDate>
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		<category domain=""><![CDATA[POLITICA SANITARIA]]></category>
		<subcategory domain=""><![CDATA[]]></subcategory>
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		<tp:ocr><![CDATA[Il piano Aifa per tagliare i rimborsi. Il ministro: no all’aggravio dei costi a carico dei cittadini  Stretta sui farmaci, ora Schillaci frena  IL CASO  PAOLO RUSSO  «O  gni tipo di revisione del prontuario farmaceutico sarà valutata con attenzione, al fine di escludere qualsiasi ricaduta negativa, sia in termini di qualità dell’assistenza offerta che di possibile aggravio dei costi a carico dei cittadini». Il ministro della Salute, Orazio Schillaci, frena sull’operazione già avviata dall’Aifa, che per ogni categoria terapeutica di farmaci, anche con principi attivi differenti, prevede di rimborsare appieno solo quello con il prezzo più basso, lasciando a carico del cittadino la differenza, salvo che le aziende  non accettino di ribassare i listini. Cosa che finora è stata esclusa dalla maggioranza dei diretti interessati.  Un’operazione che non piace al ministro, ma e che lascia perplessi i medici. Prima di tutto quelli di famiglia. «Se andrà in porto, quello che si profila è un modello di medicina a taglia unica, oramai fuori dai tempi», afferma Silvestro Scotti, numero uno della Fimmg, il più forte sindacato di categoria. «Il meccanismo che si sta mettendo a punto - prosegue - porta dritti al farmaco di Stato, quello con il prezzo più basso, mentre chi deve proseguire la terapia con il medicinale più adatto alla propria condizione e alle sue comorbilità non potrebbe far altro che ricorrere al portafoglio. Anche perché molti farmaci si legano a livello epatico ai recettori che servono poi a mandarli in circolo, ma che possono essere agganciati da altri medicinali con i quali si è in trattamento, che rischiano così di non essere più assorbiti dal paziente».  Più che scettici anche i medici internisti ospedalieri.  «Se l’obiettivo è spingere i produttori ad abbassare i prezzi non so quanto questo sia possibile, perché parliamo di molecole differenti sia per la ricerca che hanno alle spalle che per i costi», afferma Andrea Montagnani, presidente di Fadoi che li rappresenta. «Cambiare molecola aggiunge - può portare a un momento critico nella cura del paziente, con il rischio che questo incida ancora una volta negativamente sull’aderenza alla terapia». «Magari suggerisce Montagnani - può essere opportuno sfoltire il prontuario da quelli più simili e meno efficaci». Una scelta che «andrebbe fatta mettendo intorno a un tavolo società scientifiche, associazioni di pazienti e imprese». —  ---End text---  Author: PAOLO RUSSO  Heading:   Highlight: S Su La Stampa  Ieri la notizia che l’Aifa vuole rivede il Prontuario: si pagherà il medicinale meno caro  Image: -tit_org- Stretta sui farmaci, ora Schillaci frena   -sec_org-
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		<tp:writer>paolo russo</tp:writer>
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