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	<title>Rassegna online.</title>
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		<title>Rassegna online</title>
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		<title><![CDATA[Autonomia «Senza i lep crescita dei divari» = «Autonomia, senza i Lep in sanità cresceranno i divari» ]]></title>
		<link>http://gimbe.telpress.it/news/2026/06/19/2026061902921008253.PDF</link>
		<description><![CDATA[<p style='color:#069;font-size:11px;font-style:italic;'><a href='http://gimbe.telpress.it/news/2026/06/19/2026061902921008253.PDF' target="_blank" ><img src='http://gimbe.telpress.it/images/help/PDF_16.png' align="left" border='0'/></a> Estratto da pag. 8 di <b>"BRESCIAOGGI" </b>  del 19 Jun 2026 </p>]]></description>
		<pubDate>Fri, 19 Jun 2026 08:03:00 +0200</pubDate>
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		<tp:ocr><![CDATA[AvvisoaRegioni  Autonomia «Senza i lep crescita dei divari»   «Autonomia, senza i Lep insanitàcrescerannoidivari»   • La Fondazione  ascoltata in Senato: «Senza garanzie e risorse il rischio è ampliare le disuguaglianze territoriali»  La Fondazione Gimbe mette in guardia sugli effetti dell'autonomia differenziata in sanità, evidenziando le profonde differenze tra Lombardia, Veneto, Piemonte e Liguria: «Senza Lep rischio disparità». IN REGIONE PAGINA 8   giuseppe.spatola@bresciaoggi.it  MILANO La Lombardia è il  principale polo di attrazione sanitaria del Paese, con un saldo positivo della mobilità sanitaria che nel 2023 ha superato i 645 milioni di euro.  Un dato che conferma la capacità della regione di richiamare pazienti da tutta Italia, ma che non basta a fugare i dubbi della Fondazione GIMBE sull'autonomia differenziata in sanità. Anzi, secondo la fondazione guidata da Nino Cartabellotta, proprio le profonde differenze che separano la Lombardia dalle altre regioni firmatarie delle pre-intese rendono problematica l'idea di attribuire le stesse competenze aggiuntive a territori così diversi tra loro. L'occasione per rilanciare l'allarme è stata l'audizione davanti alla Commissione Affari Costituzionali del Senato dedicata agli accordi preliminari sottoscritti da Lombardia, Veneto, Piemonte e Liguria. «Desta forti perplessità che i quattro schemi di pre-intesa siano sostanzialmente sovrapponibili, nonostante riguardino regioni con caratteristiche epidemiologiche, demografiche, organizzative e assistenziali profondamente diverse», ha affermato il presidente della Fondazione GIMBE, Nino Cartabellotta.   Il ruolo lombardo  La Lombardia rappresenta il caso più emblematico. Da un lato è una delle regioni che attraggono più pazienti  da fuori confine, insieme al Veneto, dall'altro continua a fare i conti con criticità non trascurabili. Secondo l'indagine Istat 2024, infatti, il 10,3% dei cittadini lombardi ha rinunciato ad almeno una prestazione sanitaria per difficoltà di accesso, una quota superiore a quella registrata in Veneto e tra le più elevate tra le quattro regioni coinvolte.  Nel Nuovo Sistema di Garanzia relativo al 2023 il Veneto ha ottenuto il punteggio più elevato, seguito da Piemonte e Lombardia, mentre la Liguria è risultata inadempiente in una delle macroaree di valutazione. «Le quattro regioni che chiedono le stesse ulteriori competenze in sanità partono da situazioni molto diverse - ha sottolineato il presidente di GIMBE -. È difficile comprendere come schemi di intesa sostanzialmente identici possano rispondere a realtà assistenziali così eterogenee». In questo scenario la Lombardia potrebbe rafforzare ulteriormente la propria posizione, richiamando professionisti, investimenti e pazienti da altre aree del Paese.  ---End text---  Author: GIUSEPPESPATOLA  Heading:   Highlight:   Image:L’allarme Per fondazione GIMBE la sanità è a rischio autonomia -tit_org- Autonomia «Senza i lep crescita dei divari»  «Autonomia, senza i Lep in sanità cresceranno i divari»   -sec_org-
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		<title><![CDATA[«Case di comunità, rischio scatole vuote in Puglia» ]]></title>
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		<description><![CDATA[<p style='color:#069;font-size:11px;font-style:italic;'><a href='http://gimbe.telpress.it/news/2026/06/19/2026061903137506354.PDF' target="_blank" ><img src='http://gimbe.telpress.it/images/help/PDF_16.png' align="left" border='0'/></a> Estratto da pag. 7 di <b>"GAZZETTA DEL MEZZOGIORNO" </b>  del 19 Jun 2026 </p><p style='color:#444;font-size:11px;'>L ' appello del Coordinamento per la sanità pubblica</p>]]></description>
		<pubDate>Fri, 19 Jun 2026 05:55:00 +0200</pubDate>
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		<tp:ocr><![CDATA[«Case di comunità, rischio scatole vuote in Puglia» L’appello del Coordinamento per la sanità pubblica  l Il Coordinamento per la Sanità Pubblica, costituitosi presso la Casa delle donne del Mediterraneo, rilancia il tema delle Case di comunità, all’indomani del via libera da parte delle Regioni all’atto di indirizzo del ministro Schillaci.  «Le cinque Case di Comunità previste a Bari rappresentano una delle sfide più importanti per il futuro della sanità territoriale. Cresce però la preoccupazione che, senza una rapida organizzazione entro la fine dell’anno - riporta una nota del Coordinamento - si possano compromettere le risorse del Pnrr destinate a questi presidi». Il problema, però, non riguarda soltanto i tempi. «Il vero timore è che le Case di Comunità vengano ridotte a semplici poliambulatori, svuotando il senso della riforma. Le norme nazionali e gli stessi documenti programmatici della Asl parlano invece di presidi sociosanitari di prossimità: luoghi in cui medici di medicina generale, infermieri di comunità, specialisti, assistenti sociali e servizi territoriali lavorano insieme per la presa in carico delle fragilità, della cronicità e dell’assistenza domiciliare, puntando ad alleggerire il carico dei Pronto Soccorso» A Bari sono stati individuati immobili strategici — da via Cacudi a via Aquilino, dall’ex Mercato Carrante alla struttura di via Davide Lopez — «ma ad oggi sottolineano - nessuna delle sedi individuate è operativa».  Inoltre, a detta del Coordinamento, serve chiarezza sul modello organizzativo, sul personale e sull’integrazione concreta tra sanità e servizi sociali. «In Puglia, l'attuazione delle Case di Comunità (CdC) finanziate dal PNRR si trova in una fase cruciale di forte accelerazione sui cantieri, controbilanciata però da gravi incertezze sull'effettiva operatività a causa della carenza di personale. La programmazione prevede la realizzazione di 120 Case di Comunità complessive sul territorio regionale entro fine luglio ma il rischio è "scatole vuote"».  Nonostante le strutture murarie e gli adeguamenti tecnologici siano in dirittura d'arrivo, l'allarme principale lanciato da sindacati e opposizioni regionali riguarda la reale attivazione dei servizi.  Il primo nodo è la carenza di medici e infermieri. «Molte strutture teoricamente pronte rischiano di restare inattive per la mancanza cronica di personale». Il  «Cas scato L’appello  secondo è la formazione del personale: «la Regione ha avviato piani di formazione per oltre 1.200 infermieri di famiglia e comunità, ma l'inquadramento contrattuale stenta a coprire i turni richiesti dal DM 77/2022)».  Nonostante l’opposizione delle ultime settimane al decreto, «le Case di Comunità previste dal PNRR non sono state cancellate né formalmente bloccate. La riforma dell'assistenza territoriale - sottolineano - resta un obiettivo ufficiale del governo e del PNRR. Il problema principale però riguarda la loro operatività: molte strutture sono state costruite o sono in fase avanzata, ma mancano medici e personale sufficiente».  Secondo il monitoraggio della Fondazione GIMBE a livello nazionale, a fine 2025 solo una piccola quota delle Case di Comunità risultava pienamente operativa, nonostante gli investimenti del PNRR. La principale criticità indicata è proprio nella carenza di personale sanitario. Per questo il governo aveva proposto, nel decreto, misure come: obbligo di alcune ore settimanali dei medici di famiglia nelle Case di Comunità; maggiore integrazione tra medici, infermieri e specialisti; possibilità di assunzione diretta dei medici in alcune situazioni.  «In sintesi non risulta bloccata la riforma della medicina territoriale nel suo  complesso. Si è invece fermata o rallentata la specifica bozza di riforma dei medici di famiglia, contestata da sindacati e da parte della maggioranza. Le Case di Comunità restano previste dal PNRR, ma molte - proseguono - non sono ancora pienamente operative per mancanza di personale».  L'attuale assetto dei medici di famiglia può rendere più complessa la piena operatività delle Case di Comunità perché,
 prosegue il Coordinamento, «i medici di medicina generale operano prevalentemente come liberi professionisti convenzionati con il SSN; non sono generalmente dipendenti delle aziende sanitarie; la loro presenza nelle Case di Comunità dipende da accordi contrattuali e organizzativi specifici; gli orari e le modalità di lavoro possono risultare meno facilmente integrabili rispetto a personale dipendente. In conclusione, l'attuale disciplina dei medici di famiglia è considerata un fattore che può rendere più difficile l'integrazione organizzativa prevista dalla riforma».  Le Case di Comunità, a detta del Coordinamento, possono diventare il cuore della medicina territoriale del futuro, ma soltanto se saranno realmente operative, multidisciplinari e accessibili.  «Le istituzioni locali e regionali hanno però, oggi, la responsabilità di non per[red.p.p.] dere questa occasione».  ---End text---  Author: red.pp.  Heading:   Highlight: PRIMO VIA LIBERA DALLE REGIONI L’ok all’atto di indirizzo, ma il problema dei tempi. «A Bari individuate sedi attrezzate, resta il nodo del personale»  Image: -tit_org- «Case di comunità, rischio scatole vuote in Puglia»   -sec_org-
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		<tp:writer>red.pp.</tp:writer>
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		<title><![CDATA[Il Pd e la Casa di Comunità: «Va riempita» ]]></title>
		<link>http://gimbe.telpress.it/news/2026/06/19/2026061902239101322.PDF</link>
		<description><![CDATA[<p style='color:#069;font-size:11px;font-style:italic;'><a href='http://gimbe.telpress.it/news/2026/06/19/2026061902239101322.PDF' target="_blank" ><img src='http://gimbe.telpress.it/images/help/PDF_16.png' align="left" border='0'/></a> Estratto da pag. 57 di <b>"GIORNO MONZA BRIANZA" </b>  del 19 Jun 2026 </p>]]></description>
		<pubDate>Fri, 19 Jun 2026 02:52:00 +0200</pubDate>
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		<category domain=""><![CDATA[GIMBE]]></category>
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		<tp:ocr><![CDATA[Al quartiere Cederna di Monza  Il Pd e la Casa di Comunità: «Va riempita»  MONZA  L’inaugurazione è stata salutata come una buona notizia per il quartiere Cederna e per tutta la zona est di Monza. Ma il taglio del nastro, da solo, non basta.  Perché una Casa di comunità può diventare un presidio fondamentale della sanità territoriale oppure trasformarsi in una scatola vuota. È questo il messaggio che il Circolo 2 Monza-Martiri della Libertà del Pd di Monza ha voluto portare tra i cittadini venerdì, distribuendo al mercato di Cederna un volantino dedicato alla nuova struttura di via Luca della Robbia. Secondo i dem monzesi, la sfida vera inizia adesso. «Una Casa di Comunità non si giudica il giorno dell’inaugurazione, ma dai servizi che riesce a garantire ogni giorno», spiegano. Nel mirino c’è il rischio che la riforma della sanità territoriale prevista dal Pnrr e finanziata con risorse pubbliche ed europee si fermi alle strutture senza completare il percorso con personale, servizi e continuità assistenziale. Per questo il volantino richiama le funzioni che il presidio dovrebbe assicurare stabilmente: punto prelievi, scelta e revoca del medico di base, infermieri di famiglia e di comunità, orientamento sanitario e sociosanitario, visite specialistiche con impegnativa e ambulatorio medico notturno attraverso il numero 116117.  A preoccupare è soprattutto la carenza di professionisti. Secondo i dati della Fondazione Gimbe citati dal Pd, in Italia mancano oggi 5.716 medici di medicina generale e la Lombardia detiene il primato negativo con 1.540 medici di famiglia in meno rispetto al fabbisogno. E, sempre secondo Gimbe, sono solo il 3,9% le Case di comunità attivate rispetto a quelle previste. Una carenza che si intreccia inevitabilmente con quello delle liste d’attesa. Secondo i dati del monitoraggio Ats Brianza di marzo, per una prima visita nefrologica in classe D il tempo mediano raggiunge i 121 giorni, oltre quattro volte il limite previsto di 30. Per la stessa visita in classe P si arriva a 260 giorni contro i 120 previsti. Ancora più lunga l’attesa per una prima visita urologica in classe P: 337 giorni. Per una visita oculistica si attendono mediamente 317 giorni, mentre per una visita ortopedica 218 giorni, sempre a fronte dei 120 giorni indicati dalla normativa.  A.S.  ---End text---  Author: a. s.  Heading:   Highlight:   Image: -tit_org- Il Pd e la Casa di Comunità: «Va riempita»   -sec_org-
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		<tp:writer>a. s.</tp:writer>
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		<title><![CDATA[Sanità, le riforme necessarie ma da non fare ]]></title>
		<link>http://gimbe.telpress.it/news/2026/06/19/2026061901784706122.PDF</link>
		<description><![CDATA[<p style='color:#069;font-size:11px;font-style:italic;'><a href='http://gimbe.telpress.it/news/2026/06/19/2026061901784706122.PDF' target="_blank" ><img src='http://gimbe.telpress.it/images/help/PDF_16.png' align="left" border='0'/></a> Estratto da pag. 30 di <b>"CORRIERE DELLA SERA" </b>  del 19 Jun 2026 </p>]]></description>
		<pubDate>Fri, 19 Jun 2026 05:43:00 +0200</pubDate>
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		<category domain=""><![CDATA[POLITICA SANITARIA]]></category>
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		<tp:ocr><![CDATA[SANITÀ,LERIFORME NECESSARIE MADANONFARE   ?  Il corsivo del giorno  di Sergio Harari  I  n sanità le riforme hanno sicuramente un pregio: mettono tutti d’accordo. A parole.  Poi, appena esce un testo, perfettibile, discutibile, comincia il gioco al massacro che conosciamo: i comunicati preoccupati, gli allarmi sulla «tenuta del sistema», gli appelli alla prudenza. E soprattutto il riflesso condizionato delle corporazioni, pronte a spiegare che sì, certo, cambiare è necessario, ma non così, non ora, non qui.  È successo di nuovo con il tentativo del ministro Schillaci di mettere mano al lavoro dei medici di medicina generale. Prima l’annuncio della riorganizzazione, poi la levata di scudi della categoria, quindi il rapido riposizionamento della politica, maggioranza compresa. Il copione è noto: si convoca la retorica dell’«indispensabile rafforzamento del territorio», ma appena si toccano ruoli, orari, contratti di lavoro e responsabilità, il tavolo si rovescia. E il messaggio che arriva ai cittadini è semplice: il diritto alla continuità delle abitudini pesa più del diritto alla continuità delle cure. Ora si è arrivati a una mediazione al ribasso, meglio che nulla.  Il punto, però, non è tanto difendere quella specifica proposta ma registrare l’ennesima conferma che il Servizio sanitario nazionale è ostaggio di veti incrociati. Ognuno protegge il proprio pezzo di rendita e nessuno si assume il rischio di un vero governo del sistema. Così il SSN resta formalmente «di tutti» ma in realtà perde un pezzo alla volta la sua unicità e universalità. In questo eterno presente, l’unica riforma stabile è quella che non si fa. E ogni volta che una proposta naufraga passa l’idea che meno si fa meglio è, meglio lasciar andare avanti le cose come sono per inerzia e aggiustamenti spontanei, al massimo qualche correttivo, ripensare e riformare davvero anche no. Fino al giorno in cui non parleremo più di riforma perché non ci sarà più nulla da riformare, ma un altro sistema cresciuto senza governo e strategie se non quelle del mercato. Ma allora sarà tardi per scoprire che gli interessi di parte non curano nessuno.  © RIPRODUZIONE RISERVATA  ---End text---  Author: Sergio Harari  Heading: ?  Il corsivo del giorno  di Sergio Harari  Highlight:   Image: -tit_org- Sanità, le riforme necessarie ma da non fare   -sec_org-
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		<tp:writer>Sergio Harari</tp:writer>
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		<title><![CDATA[Sanità, dalla Cassazione un colpo all'autonomia ]]></title>
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		<description><![CDATA[<p style='color:#069;font-size:11px;font-style:italic;'><a href='http://gimbe.telpress.it/news/2026/06/19/2026061901783106138.PDF' target="_blank" ><img src='http://gimbe.telpress.it/images/help/PDF_16.png' align="left" border='0'/></a> Estratto da pag. 11 di <b>"MANIFESTO" </b>  del 19 Jun 2026 </p>]]></description>
		<pubDate>Fri, 19 Jun 2026 05:43:00 +0200</pubDate>
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		<category domain=""><![CDATA[POLITICA SANITARIA]]></category>
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		<tp:ocr><![CDATA[Sanità, dalla Cassazione un colpo all’autonomia  II Una persona malata di Alzheimer ha diritto a ricevere dal Servizio sanitario nazionale (Ssn) tutte le cure di cui necessita gratuitamente, ed eventuali contratti con cui il malato o i suoi parenti assumono impegni economici con la struttura ospitante sono nulli. Così ha deciso la Corte di Cassazione, con una pronuncia - l’ordinanza n.  16188/2026, emessa dalla seconda sezione civile - meritevole di assumere rilievo per il valore di rango costituzionale delle argomentazioni spese.  Al cuore del ragionamento della Cassazione vi è la considerazione che prestare le cure necessarie ai malati cronici non autosufficienti, affetti da Alzheimer e altre forme di demenza senile, nonché alle persone con grave handicap intellettivo e conseguente limitata o nulla autonomia, è obbligo del Ssn, rientrando tali cure tra i Livelli essenziali di assistenza (Lea) previsti in attuazione dell’articolo 117, comma 2, lettera m, della Costituzione. Ciò implica che gli enti attraverso cui il Ssn agisce, vale a dire le Asl (per i profili sanitari) e i comuni singoli o associati (per i profili socio-assistenziali), non solo «sono tenuti a fornire gli interventi di loro competenza», ma, soprattutto, «non possono negare o ritardare le prestazioni adducendo la mancanza di sufficienti risorse economiche», con la precisazione che «la mancanza di risorse non può giustificare traslazioni di costo sull’assistito».  Le implicazioni di tale ricostruzione sono assai rilevanti.  Anzitutto, trova conferma quel che già aveva sancito la Corte costituzionale (e, ancor prima, la dottrina costituzionalistica): vale a dire che i Lea equivalgono, in campo sanitario, ai Livelli essenziali delle prestazioni (Lep) previsti dalla Costituzione. In secondo luogo, che - stante tale equivalenza - tutti i Lep/Lea obbligano la pubblica amministrazione competente a realizzare gli interventi necessari a soddisfarli con tempestività. Infine, che il finanziamento dei Lep/Lea è costituzionalmente dovuto, sicché la legge di bilancio deve essere elaborata a partire da tale vincolo (esistono vincoli al, non di, bilancio). Significa, secondo la pioneristica intuizione di Lorenza Carlassare, che sull’utilizzo delle risorse pubbliche la politica non ha piena discrezionalità: solo dopo che avrà soddisfatto le spese necessarie all’attuazione dei Lep/Lea  potrà decidere come impiegare quanto avanza.  È evidente l’impatto che ciò ha sul regionalismo. Tutte le regioni dovrebbero ricevere le risorse necessarie ad attuare i livelli essenziali in tutte le materie di loro competenza che coinvolgono diritti, al fine di assicurare che ovunque sul territorio nazionale i diritti siano realizzati al medesimo livello. Ciascuna regione potrà poi, con risorse proprie, decidere se fornire prestazioni ulteriori e per quali diritti. Lo stesso dovrebbe valere per le eventuali ulteriori competenze riconosciute alle regioni interessate a differenziarsi (con la precisazione che, in tal caso, le risorse in precedenza utilizzate dallo Stato per fornire le prestazioni dovrebbero servire, oltre che alla regione per fornire le medesime prestazioni, anche allo Stato per svolgere le necessarie funzioni di controllo).   Naturalmente, gli atti normativi che fissano i Lep/Lea sono sottoponibili anch’essi - come tutti gli atti normativi - a controllo d’incostituzionalità.  È infatti possibile che i livelli essenziali siano fissati a un livello troppo basso, con conseguente violazione del relativo diritto costituzionale. Se ciò accadesse, i Lep/Lea andrebbero integrati con ulteriori prestazioni, che innalzino il livello di attuazione del diritto. In altre parole: i livelli essenziali assicurano l’uguaglianza, ma non è detto che assicurino altresì il rispetto dei diritti costituzionali.  Tornando alla vicenda decisa dalla Corte di Cassazione con l’ordinanza in commento, ad assumere rilievo è il fatto che, in base ai Lea, in tutti i casi in cui il malato è in condizioni tali da dover essere sottoposto a un programma terapeutico in base al quale le prestazioni sanitar
ie non possono essere eseguite se non congiuntamente ad attività di natura socio-assistenziale (sicché queste ultime risultano «avvinte alle prime da un nesso di strumentalità necessaria»), risulta impossibile distinguere i relativi oneri economici. Quando ciò accade (com’è norma nel caso dell’Alzheimer, salvo peculiarità delle singole situazioni concrete), «prevale in ogni caso la natura sanitaria del servizio» e «la complessiva prestazione deve essere erogata a titolo gratuito».  È così che i ricorrenti congiunti della persona malata - assistiti dagli avvocati Luigi Lia e Alessandra Mari - hanno ottenuto l’annullamento dell’impegno al pagamento della retta che la struttura di ricovero aveva loro illegittimamente fatto sottoscrivere.  ---End text---  Author: FRANCESCO PALLANTE  Heading:   Highlight: Si conferma quanto sancito dalla Consulta: che i Lea equivalgono, in campo sanitario, ai Livelli essenziali delle prestazioni (Lep) previsti dalla Costituzione  Image:Medici in corsia foto Emblema -tit_org- Sanità, dalla Cassazione un colpo all’autonomia   -sec_org-
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		<tp:writer>Francesco Pallante</tp:writer>
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		<title><![CDATA[Malattie rare e terapie Il modello Italia fa scuola e la rete Ue si consolida ]]></title>
		<link>http://gimbe.telpress.it/news/2026/06/19/2026061901783706132.PDF</link>
		<description><![CDATA[<p style='color:#069;font-size:11px;font-style:italic;'><a href='http://gimbe.telpress.it/news/2026/06/19/2026061901783706132.PDF' target="_blank" ><img src='http://gimbe.telpress.it/images/help/PDF_16.png' align="left" border='0'/></a> Estratto da pag. 10 di <b>"RIFORMISTA" </b>  del 19 Jun 2026 </p><p style='color:#444;font-size:11px;'>Bruxelles investe 398 milioni di euro in ricerca e Reti ERN Il nostro Paese coordina tre network, ospita il 20% dei centri specializzati e può trasformare l'eccellenza in sistema</p>]]></description>
		<pubDate>Fri, 19 Jun 2026 05:43:00 +0200</pubDate>
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		<tp:ocr><![CDATA[Malattie rare e terapie Il modello Italia fa scuola e la rete Ue si consolida Bruxelles investe 398 milioni di euro in ricerca e Reti ERN Il nostro Paese coordina tre network, ospita il 20% dei centri specializzati e può trasformare l’eccellenza in sistema  N  el loro insieme, le malattie rare coinvolgono decine di milioni di cittadini e richiedono risposte che nessun Paese può costruire da solo. Per questo l’Unione Europea ha scelto un modello fondato sulla condivisione delle competenze, della ricerca e sull’integrazione dei sistemi sanitari nazionali.  «Per il 95% delle malattie rare non ci sono ancora terapie e questa è la grossa sfida», ha ricordato Sandra Gallina, direttore generale della DG SANTE della Commissione europea, intervenuta al Primo Summit sulle Politiche per le Malattie Rare promosso dal Ministero della Salute su iniziativa del sottosegretario Marcello Gemmato. «Abbiamo costruito un quadro comune importante, ma ora il passaggio decisivo è l’appropriazione da parte degli Stati membri delle reti e delle politiche» ha proseguito Gallina. «Le malattie rare dimostrano il valore aggiunto dell’Europa quando le competenze vengono messe davvero in comune». In questo quadro si inserisce la Carta di Roma, documento presentato in occasione del Summit e accompagnato da proposte per l’Europa.  Il testo individua come priorità il rafforzamento di governance, diagnosi, ricerca e presa in carico lungo tutto l’arco della vita, con modelli integrati tra livelli nazionali ed europei. Elaborata con oltre 90 esperti tra  istituzioni, clinici, pazienti e industria, sarà portata alle istituzioni europee per rafforzare il ruolo dell’Italia nel dibattito comunitario. Cuore operativo della strategia europea restano le Reti Europee di Riferimento (ERN), che collegano i centri di eccellenza e permettono la gestione condivisa dei casi più complessi, riducendo i tempi diagnostici e migliorando l’accesso alle cure senza spostare i pazienti. Si tratta di un modello che punta a superare la frammentazione della conoscenza clinica, concentrando competenze rare in una rete transnazionale.  «Essendo malattie rare è impossibile che ogni struttura abbia tutte le competenze», osserva Giovanni Leonardi, capo del Dipartimento della salute del Ministero. «Mettere in rete i centri significa condividere conoscenze e sviluppare ricerca sulle singole malattie». Per questo si lavora anche a un rafforzamento del coordinamento nazionale delle ERN. Per Leonardi la governance è l’elemento decisivo: «parte dalla capacità delle istituzioni di farsi carico del paziente, dalla diagnosi alla presa in carico e alla gestione del percorso terapeutico». Senza coordinamento, avverte, «le competenze si disperdono e il sistema perde efficacia».  Per rafforzare questo ecosistema l’Europa ha messo in campo nuovi investimenti.  Da un lato Jardin, il programma da 18 milioni di euro destinato a integrare le reti europee nei sistemi sanitari nazionali; dall’altro  ERDERA, la nuova alleanza europea per la ricerca sulle malattie rare, con una dotazione di 380 milioni di euro. A queste iniziative si aggiungono le misure previste dalla nuova legislazione farmaceutica europea e lo sviluppo dello Spazio europeo dei dati sanitari, considerato uno strumento decisivo per condividere informazioni cliniche e accelerare ricerca e diagnosi. «In Italia abbiamo il 20% delle unità specialistiche delle ERN», ha spiegato Maurizio Scarpa, coordinatore della rete MetabERN. «Il nostro Paese coordina tre reti europee e rappresenta uno dei modelli più strutturati nella gestione delle malattie rare, grazie all’integrazione tra centri clinici, ricerca e associazioni di pazienti».  Secondo Scarpa, il nodo è anche economico: «La terapia non è un costo, è un investimento. Il mancato trattamento, infatti, genera costi indiretti elevati legati alla perdita di produttività, alla gestione assistenziale e all’impatto sulle famiglie, che spesso sostengono una parte rilevante dell’onere di cura». Sul piano europeo, la vicepresidente del Parlamento europeo Antonella Sberna ha richiamato la necessità 
di rafforzare il coordinamento nel prossimo bilancio UE.  «L’unione fa la forza e l’UE può essere la leva per armonizzare ciò che già esiste», ha sottolineato, indicando l’obiettivo di trasformare sempre di più le esperienze nazionali in patrimonio condiviso e di rafforzare i programmi di ricerca a sostegno dei pazienti.  «La sfida», ha aggiunto, «è rendere strutturale la cooperazione tra Stati membri e valorizzare le reti già attive».  ---End text---  Author: Gianluca Lambiase  Heading:   Highlight:   Image:Da sinistra Giulio Pompilio e Giovanni Leonardi -tit_org- Malattie rare e terapie Il modello Italia fa scuola e la rete Ue si consolida   -sec_org-
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		<tp:writer>Gianluca Lambiase</tp:writer>
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		<title><![CDATA[Farmaci orfani, l'Aifa cambia le regole «Non si tratta di costi, ma investimenti» ]]></title>
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		<description><![CDATA[<p style='color:#069;font-size:11px;font-style:italic;'><a href='http://gimbe.telpress.it/news/2026/06/19/2026061901783006137.PDF' target="_blank" ><img src='http://gimbe.telpress.it/images/help/PDF_16.png' align="left" border='0'/></a> Estratto da pag. 11 di <b>"RIFORMISTA" </b>  del 19 Jun 2026 </p>]]></description>
		<pubDate>Fri, 19 Jun 2026 05:43:00 +0200</pubDate>
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		<category domain=""><![CDATA[POLITICA SANITARIA]]></category>
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		<source Readership="75000" Sales="0" Printing="15000" url="http://gimbe.telpress.it/news/2026/06/19/2026061901783006137.PDF"><![CDATA[RIFORMISTA]]></source>
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		<tp:ocr><![CDATA[Farmaci orfani, l’Aifa cambia le regole «Non si tratta di costi, ma investimenti»   Nello stabilire i prezzi delle terapie risolutive dedicate alle malattie rare, si devono considerare anche i benefici e le esternalità positive. L’Aifa ha finanziato 19 studi indipendenti per 17,5 mln di euro  C’  è una parola che al primo Summit Nazionale sulle Politiche per le Malattie Rare è tornata con insistenza programmatica: la salute come investimento e non spesa o non voce di bilancio. È il filo che attraversa la «Carta di Roma sulle Malattie Rare 2026», il documento di indirizzo presentato al termine dei due giorni di lavori all’Auditorium Biagio d’Alba del Ministero della Salute che il governo intende portare a Bruxelles come contributo italiano alla revisione del regolamento europeo sui farmaci orfani, quelli destinati alle malattie rare.  Su circa 2 milioni di italiani con una malattia rara, solo il 5% ha accesso a una terapia risolutiva. Gli altri si muovono in un sistema fatto di diagnosi tardive, percorsi frammentati e assenza di alternative terapeutiche riconosciute. È su questo terreno che si misura la distanza tra il paradigma del contenimento della spesa e quello dell’investimento in salute.  L’Italia vanta una infrastruttura regolatoria che è un’eccellenza europea: la piattaforma dei registri di monitoraggio, che consente di gestire accordi economici basati sull’effettiva efficacia del trattamento. Il meccanismo è noto come payment by results, cioè si rimborsa solo  quando il farmaco funziona davvero sul singolo paziente. Per le malattie rare, dove i grandi trial randomizzati sono spesso impossibili dato il numero esiguo di casi, i dati diventano l’unica base regolatoria disponibile. «Assumere decisioni sulla base di dati porta sicuramente a decisioni più sostenibili e soprattutto più corrette», ha detto il direttore tecnico-scientifico Pierluigi Russo, sottolineando come il registro AIFA consenta di «pagare soltanto quando il medicinale sta effettivamente funzionando» si tratta di uno strumento che Russo ha definito «certamente un’eccellenza nel contesto europeo».  È su questo impianto che il presidente dell’AIFA Nisticò ha fissato la posizione dell’agenzia sul nodo del prezzo: «Non bisogna solo guardare al costo, ma considerare l’investimento più generale». Gli effetti economici di lungo periodo su ricoveri evitati, progressioni bloccate, carico assistenziale ridotto, entrano formalmente nel meccanismo di formazione del prezzo. «Questi elementi sono molto rilevanti nella valutazione da parte della Commissione e dell’Agenzia specialmente quando andiamo a definire il prezzo del medicinale», ha aggiunto.  Non contabilizzarli significa prendere decisioni distorte. A margine del summit, l’AIFA ha annunciato il finanziamento di 19 studi indipendenti per 17,5 milioni di euro, selezionati  tra oltre 100 domande pervenute.  Lavori in gran parte di fase 2, che coprono anche terapie in stadio preclinico, con una presenza significativa di proposte nel campo delle terapie geniche.  Il documento è stato prodotto a partire del lavoro congiunto di oltre 90 esperti tra istituzioni, associazioni di pazienti, società scientifiche e rappresentanti dell’industria farmaceutica; si articola in otto assi: coordinamento e governance, diagnosi, ricerca, trattamenti, dati sanitari, formazione, presa in carico, transizione assistenziale. La proposta centrale è l’istituzione di un organismo nazionale di raccordo delle strutture afferenti alle Reti di riferimento europee (ERN), oggi prive di una regia interna.  Sul fronte della produzione, la Carta indica lo Stabilimento Chimico Farmaceutico Militare di Firenze come leva strategica per l’autonomia terapeutica nazionale. Un ruolo che il suo comandante, Arcangelo Moro, ha descritto con precisione: «Le grandi aziende farmaceutiche non producono alcuni farmaci. Quando questo non avviene entra in campo il chimico farmaceutico, al quale attraverso AIFA è dato il compito di produrre medicinali che diventano in alcuni casi salvavita». Lo stabilimento ha recentemente potenziato il reparto di infi
alamento in asepsi, che consentirà a breve di produrre molecole altrimenti irreperibili sul mercato. «Trovare nuove applicazioni per le malattie rare - ha aggiunto Moro - vuol dire trovare soluzioni per le patologie di maggior rischio».  La Carta programmatica, il risultato di questa due giorni, sarà portata all’attenzione delle istituzioni europee. Timing non casuale: la revisione del regolamento UE sui farmaci orfani è aperta, e l’Italia, forte di un sistema di registri e accordi economici, vuole sedersi al tavolo con qualcosa di concreto in mano.  ---End text---  Author: Cesare Giraldi  Heading:   Highlight:   Image:Nella foto Robert Giovanni Nisticò -tit_org- Farmaci orfani, l’Aifa cambia le regole «Non si tratta di costi, ma investimenti»   -sec_org-
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		<tp:writer>Cesare Giraldi</tp:writer>
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		<title><![CDATA[Farmaci, la spesa del Ssn nel 2025 sfiora i 25 miliardi ]]></title>
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		<description><![CDATA[<p style='color:#069;font-size:11px;font-style:italic;'><a href='http://gimbe.telpress.it/news/2026/06/19/2026061901784606121.PDF' target="_blank" ><img src='http://gimbe.telpress.it/images/help/PDF_16.png' align="left" border='0'/></a> Estratto da pag. 9 di <b>"SOLE 24 ORE" </b>  del 19 Jun 2026 </p>]]></description>
		<pubDate>Fri, 19 Jun 2026 05:42:00 +0200</pubDate>
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		<category domain=""><![CDATA[POLITICA SANITARIA]]></category>
		<subcategory domain=""><![CDATA[]]></subcategory>
		<source Readership="770000" Sales="120223" Printing="61990" url="http://gimbe.telpress.it/news/2026/06/19/2026061901784606121.PDF"><![CDATA[SOLE 24 ORE]]></source>
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		<tp:ocr><![CDATA[Farmaci, la spesa del Ssn nel 2025 sfiora i 25 miliardi   Sanità Rallenta la crescita (+5,4%) ma il payback sale a 2,3 miliardi  Rallenta la corsa della spesa farmaceutica a carico del Servizio sanitario, il quale chiude il 2025 sfiorando i 25 miliardi - erano 23,659 miliardi nel 2024 - con una crescita (+5,4%) che scende sotto l’asticella del 6-7%, il ritmo che teneva negli anni precedenti. Stando all’ultimo monitoraggio dell’Aifa, che chiude ufficialmente i conti dell’anno scorso, la spesa complessiva - convenzionata, acquisti diretti e ossigeno - ha infatti toccato i 24 miliardi e 937 milioni, con un’incidenza sul Fondo sanitario pari al 18,42% a fronte di un tetto del 15,3% (le risorse a disposizione per la farmaceutica nel 2025). Colpisce come avviene ormai da diversi anni l’entità dello sforamento della spesa farmaceutica ospedaliera: 4,7 miliardi di euro, un andamento che «comporta, conseguentemente, una manovra di ripiano superiore a 2,3 miliardi di euro, rispetto ai circa 2 miliardi registrati nel 2024»: in pratica il payback che dovranno pagare le imprese farmaceutiche.  Che sono già in fibrillazione per alcune misure a cui sta lavorando proprio l’Agenzia del farmaco per governare la spesa: in particolare la revisione del prontuario farmaceutico che sta riguardando in queste settimane diverse categorie di farmaci (come sartani e statine) e la clausola di salvaguardia ancora allo studio. Misure queste sulle quali lo stesso ministro della Salute  Orazio Schillaci sarebbe pronto a chiedere chiarimenti con due lettere in partenza destinate una al sottosegretario Marcello Gemmato (che ha la delega sui farmaci) e l’altra ai vertici dell’Aifa, che proprio al ministro hanno chiesto una sorta di avallo politico sulle misure allo studio. La partita sul governo della spesa è dunque ancora apertissima con un confronto che resta serrato.  Tornando ai numeri nel 2025, la spesa pubblica netta per i medicinali erogati nelle farmacie territoriali (canale della convenzionata), ammonta a 8.515,3 milioni di euro, con un aumento di circa 390 milioni di euro (+4,8%) rispetto al 2024.  Ma questo canale della spesa ai fini del tetto (spesa netta + ticket fisso per ricetta) si attesta a 8.744,8 milioni di euro che, a fronte del tetto del 6,80%, genera un avanzo di 459,3 milioni di euro e un’incidenza sul Fondo sanitario pari al 6,46%, in lieve aumento rispetto al 6,31% registrato nell’anno precedente (+0,15%). La spesa per acquisti diretti di farmaci di classe A e H da parte delle strutture sanitarie pubbliche, pari a 17.220,5 milioni di euro (al lordo dei payback vigenti), registra un incremento del 6% rispetto al 2024. Una variazione «significativamente più contenuta rispetto a quella osservata nel periodo 2023-2024 (+10,5%)», segnala il monitoraggio. Quanto alla spesa per i medicinali innovativi, rispetto al 2024, c’è una diminuzione di circa 168 milioni, nonostante l’accesso al fondo sia esteso dal 1 gennaio 2025 anche ai farmaci con innovatività condizionata, questo perché «hanno perso il requisito di innovatività alcuni farmaci che hanno impatto sulla spesa farmaceutica superiore ai 400 milioni di euro».  © RIPRODUZIONE RISERVATA  ---End text---  Author: Marzio Bartoloni  Heading:   Highlight: Il ministro Schillaci scrive ad Aifa e al sottosegretario Gemmato sulle misure per governare la spesa  Image: -tit_org- Farmaci, la spesa del Ssn nel 2025 sfiora i 25 miliardi   -sec_org-
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		<tp:writer>Marzio Bartoloni</tp:writer>
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		<title><![CDATA[Senza farmaci né vaccini questo Ebola fa paura ]]></title>
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		<description><![CDATA[<p style='color:#069;font-size:11px;font-style:italic;'><a href='http://gimbe.telpress.it/news/2026/06/19/2026061901783606131.PDF' target="_blank" ><img src='http://gimbe.telpress.it/images/help/PDF_16.png' align="left" border='0'/></a> Estratto da pag. 57 di <b>"VENERDÌ DI REPUBBLICA" </b>  del 19 Jun 2026 </p>]]></description>
		<pubDate>Fri, 19 Jun 2026 05:43:00 +0200</pubDate>
		<argument order=""><![CDATA[]]></argument>
		<category domain=""><![CDATA[POLITICA SANITARIA]]></category>
		<subcategory domain=""><![CDATA[]]></subcategory>
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		<tp:ocr><![CDATA[Senza farmaci né vaccini questo Ebola fa paura   BIG BANG MARCO CATTANEO  C  inquant’anni fa, l’analisi dei campioni ematici prelevati da una suora belga uccisa da una violenta febbre emorragica nella missione di Yambuku, nella Repubblica Democratica del Congo (Drc), permise di scoprire un nuovo patogeno. Era la prima epidemia del virus Ebola, che provocò 280 vittime su 318 casi. Da allora, le cinque specie individuate del virus hanno causato una quarantina di epidemie, 17 delle quali proprio nella Drc. La più grave ha colpito – tra il 2014 e il 2016 – Guinea, Liberia e Sierra Leone, con più di 28 mila casi e 11 mila vittime.  Al 10 giugno l’epidemia causata dalla specie Bundibugyo del virus, e dichiarata un mese fa emergenza sanitaria internazionale dall’Oms, ha fatto registrare 515 casi confermati e 91 decessi tra le province orientali della DRC e l’Uganda, ma il numero reale dei contagi potrebbe essere più elevato. A preoccupare sono diversi fattori.  Anzitutto il ritardo con cui è stata individuata e segnalata: i territori dove si sta diffondendo comprendono le aspre catene montuose dei Virunga e del Ruwenzori con sparsi, remoti villaggi di confine. E il conflitto tra l’esercito e i gruppi ribelli come l’M23 per il controllo delle risorse minerarie rende ancora più complicato e pericoloso visitare la regione. Poi le strutture sanitarie della Drc, cui sono mancati i fondi dell’agenzia Usaid, chiusa dall’Amministrazione Trump, sono le meno attrezzate del continente.  Infine, al momento non esistono né farmaci né vaccini efficaci contro questa specie del virus. Motivo per cui le autorità sanitarie e i leader africani guardano con apprensione all’epidemia, la cui evoluzione sarà determinata dalla tempestività con cui si riuscirà a intervenire nelle prossime settimane.  ---End text---  Author: MARCO CATTANEO  Heading: BIG BANG MARCO CATTANEO  Highlight:   Image: -tit_org- Senza farmaci né vaccini questo Ebola fa paura   -sec_org-
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		<tp:writer>MARCO CATTANEO</tp:writer>
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