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		<title><![CDATA[Le cure primarie che vorrei: parola ai giovani medici ]]></title>
		<link>http://gimbe.telpress.it/news/2026/06/16/2026061602941108377.PDF</link>
		<description><![CDATA[<p style='color:#069;font-size:11px;font-style:italic;'><a href='http://gimbe.telpress.it/news/2026/06/16/2026061602941108377.PDF' target="_blank" ><img src='http://gimbe.telpress.it/images/help/PDF_16.png' align="left" border='0'/></a> Estratto da pag. 1 di <b>"aboutpharma.com" </b>  del 16 Jun 2026 </p>]]></description>
		<pubDate>Tue, 16 Jun 2026 11:26:00 +0200</pubDate>
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		<tp:ocr><![CDATA[Pubblicato il: 16 Giugno 2026Martina Consoloni, Annette Corraro, Luigi Bracchitta e Alessandro Nobili* - Dal numero 238 del MagazineImmaginate un medico di base che ogni mattina apre il suo studio e si trova davanti una sala d’attesa sempre più affollata: anziani con tre o quattro malattie croniche, pazienti che non sanno a chi rivolgersi per un problema di salute mentale, famiglie che cercano orientamento tra le pieghe di un sistema difficile da leggere.È un’istantanea comune in molte parti d’Italia, ma è anche il punto di partenza per capire perché la riforma delle cure primarie – avviata nel 2022 con il decreto ministeriale 77 e sostenuta dai fondi del Piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr) – sia una delle sfide più urgenti che il Servizio sanitario nazionale si trova ad affrontare.Viaggio nell’Italia che invecchiaL’Italia sta invecchiando rapidamente. Secondo i dati Istat più recenti (2024-2025), le persone con 65 anni e più rappresentano circa il 24,3 per cento della popolazione. Vale a dire, quasi un italiano su quattro. Cresce in particolare la fascia dei cosiddetti grandi anziani: gli ultraottantenni sono circa 4,6 milioni di persone. Inoltre, nel 2024 la speranza di vita alla nascita ha raggiunto gli 83,4 anni complessivi (81,4 per gli uomini, 85,5 per le donne), valori tra i più elevati in Europa. Tuttavia, una quota sempre maggiore degli anni guadagnati viene trascorsa in condizioni di salute non ottimali.Ipertensione, diabete, artrosi, insufficienza cardiaca, demenza: patologie che richiedono prossimità, continuità delle cure, integrazione tra professioni diverse. Tutto ciò che il sistema ospedaliero da solo non riesce a garantire. Ne deriva una domanda di cura in crescita, che trova progressivamente sempre meno supporto nelle reti familiari e nella popolazione in età attiva.A questo scenario si aggiunge una crescente carenza di medici di medicina generale. Secondo la Fondazione Gimbe, al primo gennaio 2024 mancavano 5.575 medici di base. Tra il 2024 e il 2027, circa 7.300 di loro raggiungeranno l’età pensionabile, aggravando il deficit senza un adeguato ricambio. Già oggi l’accesso al proprio medico di medicina generale è difficile in molte aree del Paese: oltre la metà di quelli in attività ha un numero di assistiti superiore ai livelli considerati ottimali (1.500 pazienti), e in numerose regioni i cittadini faticano a trovare un medico disponibile vicino al proprio domicilio.Come ha recentemente sottolineato Nino Cartabellotta, presidente della Fondazione Gimbe, questa situazione è il risultato di anni di programmazione inadeguata, incapace di assicurare il necessario ricambio generazionale a fronte dei pensionamenti previsti.Cosa ne pensano i medici del domani?Ma come vedono queste trasformazioni i medici che tra pochi anni lavoreranno proprio in questo sistema? Come immaginano il loro futuro professionale coloro che fra uno, due o tre anni costituiranno la spina dorsale delle cure primarie italiane? Quali aspettative nutrono, e quali timori?Per provare a rispondere a queste domande, e come approfondiamo nel nostro articolo pubblicato a marzo 2026 sulla rivista Health Services Management Research, abbiamo condotto un’indagine nazionale, raccogliendo le prospettive di quasi 400 futuri medici di medicina generale e medici di comunità e cure primarie. I dati che presentiamo arrivano da uno studio nazionale condotto nell’ambito del progetto “MedicInRete – Formazione e Networking per le Cure Primarie”, promosso dal Dipartimento di politiche per la salute dell’Irccs Istituto di ricerche farmacologiche Mario Negri, insieme all’Alleanza per la riforma delle cure primarie e alla Campagna Primary Health Care Now or Never (grazie al supporto della Banca Popolare di Milano).Abbiamo costruito un questionario, che è stato distribuito a due categorie di medici in formazione: i frequentanti il Corso di formazione specifica in medicina generale – il percorso triennale, gestito dalle Regioni, che porta a
ll’abilitazione come medico di medicina generale – e i frequentanti la scuola di specializzazione in medicina di comunità e delle cure primarie – un percorso quadriennale, a base universitaria, che forma come specialisti. Due iter diversi, ma destinati a lavorare sempre più spesso insieme nelle case della comunità, secondo quanto previsto dalla riforma territoriale del DM 77. La ricerca è stata realizzata tra la primavera e l’estate del 2024, coinvolgendo quasi tutte le Regioni italiane.Le 34 domande del questionario – alcune a risposta chiusa, altre su scala di valutazione, con spazio anche per commenti liberi – coprivano quattro aree tematiche: le motivazioni che avevano spinto i medici a scegliere il percorso formativo in medicina generale o medicina di comunità e cure primarie; la percezione dell’adeguatezza del proprio percorso di formazione rispetto a otto aree di competenza; le aspettative e le preoccupazioni per il futuro professionale; e le opinioni sulle Case della Comunità, il pilastro organizzativo della riforma in corso.Le loro risposte offrono una prima fotografia delle opportunità e delle difficoltà che potrebbero accompagnare la trasformazione delle cure primarie prevista nel DM 77.Se la formazione fatica a tenere il passoSe c’è un messaggio che emerge con particolare forza dallo studio, è questo: entrambi i gruppi di medici in formazione percepiscono lacune importanti tra le competenze che ritengono necessarie per esercitare la professione di medici delle cure primarie e quelle che il loro percorso formativo consente effettivamente loro di sviluppare.Nel disegno della ricerca, abbiamo identificato otto aree di competenza rilevanti per le cure primarie italiane: le competenze cliniche e di presa in carico, quelle epidemiologiche, quelle gestionali e manageriali, le competenze per il lavoro con altri medici di cure primarie e in équipe multiprofessionali, quelle relazionali, comunicative e di gestione del conflitto, la conoscenza dei servizi territoriali e la capacità di collaborare con le comunità di riferimento.Su tutte e otto, i futuri medici di medicina generale riferiscono un divario tra l’importanza percepita e l’acquisizione effettiva. La forbice più ampia riguarda proprio le competenze cliniche e di presa in carico dei bisogni di salute dei loro assistiti, ma anche la conoscenza dei servizi locali, la capacità di lavorare in equipe e la collaborazione comunitaria risultano largamente insufficienti secondo i diretti interessati.Un dato colpisce, in modo particolare: oltre il 96 per cento dei futuri medici di medicina generale giudica “abbastanza” o “molto” importante la conoscenza dei servizi sanitari e sociali del territorio, ma soltanto il 36 per cento ritiene di aver ricevuto una formazione adeguata in questo ambito.I futuri medici delle cure primarie mostrano gap generalmente più contenuti – il percorso universitario strutturato sembra garantire una maggiore organicità della formazione – ma anche loro segnalano carenze significative nelle competenze relazionali e comunicative e nella capacità di collaborare con le comunità.Cosa chiedono i giovani medici?Dai commenti aperti emergono temi ricorrenti: la scarsa attenzione alla salute mentale, alla medicina di genere, alla medicina narrativa, alla medicina delle migrazioni. C’è poi il capitolo della digitalizzazione: molti giovani medici chiedono una maggiore integrazione delle tecnologie digitali – dalla telemedicina all’intelligenza artificiale – nella formazione e nella pratica quotidiana.Su un tema specifico, i numeri sono inequivocabili: il 74,5 per cento dei futuri medici di medicina generale vorrebbe che il corso regionale di formazione venisse trasformato in una scuola di specializzazione universitaria. I motivi citati sono molteplici: maggiore organicità del percorso, migliore qualità dei tirocini, possibilità di fare ricerca, maggiore riconoscimento professionale.Non mancano tuttavia voci critiche: una minoranza teme che l’univers
ità possa snaturare la vocazione territoriale della medicina generale, imponendo logiche accademiche lontane dalla realtà del campo. Non è un caso che una delle risposte più ricorrenti – come concetto – sia stata la seguente: “L’ambiente universitario, e per molti versi anche quello ospedaliero, è anni luce distante dai bisogni e dai metodi di lavoro che si hanno sul territorio. Sul territorio il paziente è immerso in un contesto molto più ampio della semplice stanza d’ospedale”.Tale dibattito non è certamente nuovo. Da anni esperti, movimenti e associazioni di categoria lo sollevano. Ma i dati di questa ricerca mostrano che è ancora vivo anche tra chi studia per diventare medico di famiglia.Il nodo dei contrattiOltre alle lacune formative, i futuri medici di medicina generale esprimono preoccupazioni profonde riguardo alle condizioni contrattuali che troveranno al termine del percorso di formazione. È un capitolo di questo studio che merita attenzione, perché tocca il problema dell’attrattività e della sostenibilità della medicina generale – e quindi della tenuta dell’intero sistema nel medio-lungo periodo.Quasi due terzi di loro risultano insoddisfatti del modello contrattuale vigente. I motivi sono vari, ma convergenti: l’assenza di tutele tipiche del lavoro dipendente (ferie retribuite, maternità, malattia), il carico amministrativo eccessivo, il rischio di burnout, il modello retributivo a quota capitaria che viene percepito come inadeguato, l’alto numero di assistiti che grava su ogni singolo medico.Queste criticità non emergono solo dal nostro campione. Già su queste pagine (si veda il numero 235 del Magazine) è stato evidenziato come la crescente complessità del lavoro territoriale si scontri con oneri amministrativi e modelli contrattuali sempre meno adeguati. Eppure, sarebbe un errore leggere questa insoddisfazione come una domanda di impiego pubblico di dipendenza.Soltanto il 3,8 per cento dei rispondenti indica infatti questa come soluzione auspicabile e il 10,4 per cento difende esplicitamente il modello attuale proprio per l’autonomia professionale che garantisce. Ciò vuol dire che la quota più consistente di critici non si riconosce in nessuno dei due poli: chiede condizioni migliori (più tutele, meno burocrazia, meno pazienti per medico), senza necessariamente voler cambiare la natura del rapporto di lavoro.Il dato sugli assistiti è di per sé eloquente. Secondo il ministero della Salute, la percentuale di medici di medicina generale con un massimo di 1.500 assistiti (il limite massimo previsto dalla normativa) ha superato il 51 per cento, più che raddoppiando rispetto a pochi anni fa. In Lombardia, la Regione in cui il fenomeno è più acuto, quasi 3 medici su 4 si trovano in questa condizione.Ciò che emerge dai nostri dati (insoddisfazione diffusa per le condizioni attuali, ma scarsa adesione anche all’alternativa della dipendenza pubblica) è dunque una sfumatura importante, che invita a non ridurre il dibattito a una semplice scelta tra autonomia professionale e dipendenza dal sistema pubblico: il problema reale, per molti di questi medici, non è la forma giuridica del contratto, ma le condizioni concrete di lavoro.L’ultimo accordo collettivo nazionale 2022-2024 ha introdotto importanti novità, tra cui il ruolo unico di assistenza primaria, che prevede una settimana lavorativa di 38 ore che combina assistenza ai propri assistiti con attività a orario in strutture come le case della comunità o altri servizi afferenti al Distretto di appartenenza. Una riforma che ha generato ulteriori interrogativi tra i professionisti, soprattutto in merito alla chiarezza dei ruoli, alle attività da svolgere nelle case della comunità, al lavoro in équipe con le altre figure professionali e alla coerenza con il percorso formativo ricevuto. C’è anche chi immagina un futuro positivo – circa un quarto dei rispondenti parla di soddisfazione professionale, relazioni significative con i pazienti, lavoro in équipe – ma il dato che colpisce è che 
il 6,9 per cento dei futuri medici di medicina generale stia già considerando di abbandonare il percorso o di lavorare all’estero.Sul fronte dei futuri medici di comunità e delle cure primarie, il tema dominante è diverso ma altrettanto critico: quello delle barriere regolatorie che limitano il loro ruolo clinico nel sistema sanitario. Questi camici bianchi completano quattro anni di specializzazione universitaria – con un curriculum di area medica che abbraccia tanto le attività cliniche di medicina generale e cure primarie, di cure palliative e terapia del dolore, quanto l’organizzazione dei servizi territoriali nell’ambito dell’assistenza distrettuale – ma non possono accedere direttamente alla convenzione come medici di medicina generale.La separazione tra percorsi formativi crea una situazione paradossale: professionisti formati proprio per lavorare nelle cure primarie che, una volta terminata la specializzazione, non possono svolgere pienamente l’attività clinica.Non sorprende quindi che una quota significativa degli specializzandi in medicina di comunità e delle cure primarie percepisca questi vincoli normativi come ostacolo alla propria realizzazione professionale.Le case della comunità viste dai giovani mediciLe case della comunità rappresentano probabilmente il simbolo più visibile della riforma avviata con il DM 77/2022. Pensate come nodi centrali dell’assistenza di prossimità, queste strutture dovrebbero ospitare équipe multiprofessionali e servizi integrati tra sociale, sanitario e terzo settore, con l’obiettivo di rendere le cure primarie più accessibili e coordinate per i cittadini.Ma come la vedono i giovani medici che ci dovranno lavorare? La risposta sembra dipendere molto da quale percorso formativo stanno frequentando. Tra i futuri medici di comunità e delle cure primarie, il 91,3 per cento dichiara un’alta disponibilità a lavorare nelle case della comunità. Per loro, rappresentano il contesto ideale in cui esprimere le competenze acquisite durante la specializzazione: lavoro in équipe, organizzazione dei servizi, presa in carico integrata del paziente, collaborazione con il territorio. Ben diversa è la prospettiva dei futuri medici di medicina generale. Il 63,1 per cento dichiara infatti una bassa disponibilità a lavorare nelle case della comunità.Le preoccupazioni sono di due tipi principali: da un lato, l’incertezza sul funzionamento concreto di queste strutture (ruoli poco chiari, accordi contrattuali ancora nebulosi); dall’altro, il timore di perdere l’autonomia professionale e la relazione fiduciaria con il paziente.Un futuro medico di medicina generale ha sintetizzato bene questa preoccupazione: “Sarebbe utilissimo poter collaborare con altri servizi territoriali in un ambiente come una casa della comunità. Ma non sarei disposto a lavorarci se deve essere solo uno spazio con me dentro in modo tale che si possa dire che nelle case della comunità c’è la nostra figura, quando poi sono solo un inquilino, magari mal visto. A quel punto preferisco pagare l’affitto a un privato, rimanere libero e in prossimità del cittadino”.Come cambia il pensiero lungo lo Stivale?I dati mostrano anche importanti differenze geografiche. Tra i rispondenti dalla Sicilia, il 73,3 per cento esprime una bassa o nulla disponibilità a lavorare nelle case della comunità, con motivazioni legate soprattutto all’incertezza organizzativa e al timore di perdere autonomia professionale.All’opposto, tra i rispondenti dell’Emilia Romagna – Regione che ha tradizionalmente investito più di altre nell’integrazione sociosanitaria e ha già sperimentato le case della salute, il modello da cui le case della comunità discendono – il livello di disponibilità è significativamente più alto. Un risultato prevedibile, che conferma quanto il successo delle riforme dipenda spesso dalla storia e dalle esperienze organizzative maturate nei singoli territori.Vale la pena sottolineare un elemento metodologicamente rilevante: al momento della 
raccolta dati, la maggior parte delle Case della Comunità non era ancora operativa. Le opinioni dei giovani medici riflettono dunque aspettative e timori, non valutazioni basate sull’esperienza diretta.Questo significa che vi è ancora un’importante finestra di opportunità: se la fase di implementazione sarà gestita con attenzione ai bisogni e con il coinvolgimento dei professionisti, molti scettici potranno diventare sostenitori.Che cosa serve davvero alle cure primarie?Nel loro insieme, i risultati dello studio delineano un quadro complesso ma tutto sommato coerente. I medici in formazione nelle cure primarie (futuri medici di medicina generale e delle case di comunità e delle cure primarie) sono motivati, orientati al lavoro in équipe e convinti dell’importanza di un approccio olistico alla salute.Lontani dall’immagine di professionisti disimpegnati che talvolta emerge nel dibattito pubblico, sono figure spesso poco sostenute nei loro percorsi formativi e inserite in un sistema che fatica ancora a valorizzarne pienamente le competenze e le aspirazioni professionali. Dal nostro studio emergono almeno quattro direzioni di azione che ci sembrano urgenti e importanti.La prima direzione riguarda la formazione. Riformare il corso triennale per medici di medicina generale non è più rinviabile: la trasformazione da corso regionale a una scuola di specializzazione universitaria sembra essere la strada preferita dai diretti interessati. Qualunque riforma, però, dovrà preservare l’identità della medicina generale come pratica radicata nel territorio. Per questo, sarà necessario riconoscere la medicina generale come settore scientifico-disciplinare universitario, senza penalizzare chi fino ad oggi ha costruito la propria competenza più sul campo che nella ricerca.La seconda direzione riguarda le condizioni contrattuali. Le preoccupazioni per la mancanza di tutele, il sovraccarico lavorativo e i rischi di burnout dei futuri medici di medicina generale non sono lamentele campanilistiche: sono segnali di un sistema che rischia di perdere i suoi professionisti più giovani prima ancora che entrino a regime. Introdurre maggiore flessibilità nei modelli contrattuali e garantire libertà di scelta potrebbe rendere più attrattiva la carriera in cure primarie e ridare prospettiva a chi oggi sta pensando di lasciare la professione.Strettamente connessa alla seconda direzione, la terza ha a che fare con il riconoscimento professionale dei medici delle case di comunità e delle cure primarie. Avere medici con quattro anni di formazione universitaria in cure primarie che non possono lavorare come medici di medicina generale – per di più, in una fase di grave carenza di medici di medicina generale – è un paradosso che il nostro studio documenta con chiarezza e che il nostro servizio sanitario non può permettersi. Chiarire il ruolo di questi specialisti e creare percorsi di reclutamento pubblici dedicati su tutto il territorio nazionale, coerenti le funzioni previste dalla riforma, è una priorità che non può essere rimandata.La quarta direzione riguarda le case della comunità. Come già sottolineato da più parti, le strutture fisiche da sole non bastano. Servono ruoli chiari, forme solide di governance e coordinamento, modelli organizzativi che garantiscano la qualità della relazione terapeutica e una vera presa in carico dei bisogni, per superare la logica delle prestazioni e costruire un vero lavoro in équipe e una reale medicina di iniziativa. Servono anche spazi di ricerca che consentano la crescita professionale di chi ci lavora. Quello che i nostri dati suggeriscono è che la disponibilità dei medici a lavorare nelle case della comunità dipenderà da come queste strutture saranno concretamente organizzate e dalla credibilità del modello di cura che il DM 77 prefigura ma che, a oggi, rimane ancora quasi del tutto da costruire nella pratica.C’è infine un tema trasversale che il nostro studio non ha esplorato direttamente, ma che è emerso con una certa insistenza 
dalle risposte dei giovani medici: la digitalizzazione. Strumenti digitali integrati, fascicoli sanitari condivisi, telemedicina per i territori più difficili da raggiungere sono richieste concrete, che dicono qualcosa su come questa generazione immagina il proprio lavoro. È un segnale che vale la pena raccogliere, tanto più che il Pnrr ha previsto lo sviluppo di una piattaforma di intelligenza artificiale per le case della comunità.Un’iniziativa ambiziosa, che però non esime dal porsi una domanda che la letteratura internazionale solleva con crescente attenzione: le tecnologie digitali alleggeriscono davvero i carichi di lavoro e riducono le distanze, o rischiano di amplificare le disuguaglianze esistenti?Il sostegno che serve (ora più che mai)I futuri medici delle cure primarie si trovano intrappolati in un sistema che non riesce ancora a sostenerli: percorsi formativi spesso inadeguati, condizioni contrattuali precarie, ruoli professionali mal definiti e prospettive di carriera poco chiare.Il punto centrale è che le riforme organizzative non si realizzano da sole: hanno bisogno di una visione di sistema, di una chiara analisi della situazione epidemiologica, demografica e dei bisogni di salute delle comunità e, non ultimo, del coinvolgimento diretto dei professionisti che le incarnino, che le facciano proprie, che le traducano in pratica quotidiana.Se i futuri medici di medicina generale percepiscono le case della comunità come una minaccia alla loro autonomia professionale e alla qualità della relazione con il paziente, quelle strutture rischiano di rimanere gusci vuoti. Se i futuri specialisti delle cure primarie continuano a trovarsi in un limbo regolatorio che ne comprime il ruolo clinico, una risorsa preziosa viene sprecata, proprio mentre il sistema ne avrebbe più bisogno. I medici che oggi frequentano entrambi i corsi eserciteranno la professione fino agli anni 2050 e oltre.Le competenze che stanno (o meno) acquisendo accompagneranno milioni di pazienti per i prossimi trent’anni. Le frustrazioni che oggi li spingono a considerare la fuga all’estero o l’abbandono della professione lasceranno vuoti che il sistema farà fatica a colmare. In questo senso, il nostro studio parla di quale medicina territoriale sarà possibile in un Paese che nel 2050 avrà più di diciotto milioni di over 65: con una quota crescente di grandi anziani, di pazienti con polipatologie croniche e di famiglie sempre meno capaci di farsi carico informalmente della cura dei propri cari.Una medicina che dovrà essere radicalmente diversa da quella che conosciamo oggi, troppo ancorata alle prestazioni, alle singole malattie e di conseguenza alla frammentazione delle cure e per nulla attenta ai determinanti socioeconomici della salute.Avvicinare i medici ai cittadiniBisogna quindi andare verso una medicina di comunità capace di ascoltare i bisogni di salute dei cittadini: meno orientata all’episodio acuto, più attenta alla promozione della salute e alla prevenzione, abile nel mantenere insieme la dimensione clinica, quella sociale e quella comunitaria. Servono esattamente quelle competenze che i giovani medici che hanno partecipato al nostro studio dicono di non riuscire ad acquisire abbastanza e che vedrebbero come necessarie per la loro professione nelle cure primarie. Non si parte da zero.In varie parti del Paese esistono già esperienze che provano a muoversi in queste direzioni: ambulatori che sperimentano forme di lavoro orizzontale, reti interprofessionali che connettono medici, servizi sociali e associazioni del territorio, presidi sanitari di prossimità che raggiungono chi il sistema fatica ad intercettare, percorsi di prevenzione e promozione della salute costruiti insieme alle comunità. Circa un anno fa abbiamo raccolto alcune di queste esperienze nel volume “Esperienze orientate alla primary health care in Italia. Un percorso di mappatura” (2025, Cultura e salute Editore, Perugia). Ciò che è emerso da quel percorso di mappatura non è un catalogo di 
modelli da replicare, ma la prova che cambiare è possibile, e che in molti casi il cambiamento è già in corso.Il problema è che queste esperienze restano spesso sommerse, difficilmente riconoscibili nei quadri istituzionali, e quindi prive degli strumenti e dei supporti per consolidarsi e diffondersi. Formare e sostenere i giovani medici affinché diventino capaci di abitare e alimentare queste realtà – e di crearne di nuove – è forse il compito più urgente che il nostro Servizio sanitario nazionale ha davanti a sé per conservare il suo mandato e il suo universalismo.Martina Consoloni e Annette Corraro sono ricercatrici del Dipartimento di politiche per la salute dell’Irccs Istituto di ricerche farmacologiche Mario Negri (Milano); Alessandro Nobili è responsabile del Dipartimento di politiche per la salute dell’Irccs Istituto di ricerche farmacologiche Mario Negri; Luigi Bracchitta è medico di medicina generale, Ats Città Metropolitana, Milano
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		<title><![CDATA[Le cure primarie che vorrei: parola ai giovani medici - AboutPharma ]]></title>
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		<description><![CDATA[<p style='color:#069;font-size:11px;font-style:italic;'><a href='http://gimbe.telpress.it/news/2026/06/16/2026061602945708523.PDF' target="_blank" ><img src='http://gimbe.telpress.it/images/help/PDF_16.png' align="left" border='0'/></a> Estratto da pag. 1 di <b>"aboutpharma.com" </b>  del 16 Jun 2026 </p><p style='color:#444;font-size:11px;'>Dalla teoria delle riforme al territorio: i futuri medici fotografano un sistema in trasformazione, tra opportunità e nodi irrisolti</p>]]></description>
		<pubDate>Tue, 16 Jun 2026 12:13:00 +0200</pubDate>
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		<tp:ocr><![CDATA[Chi Siamo | Contatti | Lavora con noi | ShopImmaginate un medico di base che ogni mattina apre il suo studio e si trova davanti una sala d’attesa sempre più affollata: anziani con tre o quattro malattie croniche, pazienti che non sanno a chi rivolgersi per un problema di salute mentale, famiglie che cercano orientamento tra le pieghe di un sistema difficile da leggere.È un’istantanea comune in molte parti d’Italia, ma è anche il punto di partenza per capire perché la riforma delle cure primarie – avviata nel 2022 con il decreto ministeriale 77 e sostenuta dai fondi del Piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr) – sia una delle sfide più urgenti che il Servizio sanitario nazionale si trova ad affrontare.L’Italia sta invecchiando rapidamente. Secondo i dati Istat più recenti (2024-2025), le persone con 65 anni e più rappresentano circa il 24,3 per cento della popolazione. Vale a dire, quasi un italiano su quattro. Cresce in particolare la fascia dei cosiddetti grandi anziani: gli ultraottantenni sono circa 4,6 milioni di persone. Inoltre, nel 2024 la speranza di vita alla nascita ha raggiunto gli 83,4 anni complessivi (81,4 per gli uomini, 85,5 per le donne), valori tra i più elevati in Europa. Tuttavia, una quota sempre maggiore degli anni guadagnati viene trascorsa in condizioni di salute non ottimali.Ipertensione, diabete, artrosi, insufficienza cardiaca, demenza: patologie che richiedono prossimità, continuità delle cure, integrazione tra professioni diverse. Tutto ciò che il sistema ospedaliero da solo non riesce a garantire. Ne deriva una domanda di cura in crescita, che trova progressivamente sempre meno supporto nelle reti familiari e nella popolazione in età attiva.A questo scenario si aggiunge una crescente carenza di medici di medicina generale. Secondo la Fondazione Gimbe, al primo gennaio 2024 mancavano 5.575 medici di base. Tra il 2024 e il 2027, circa 7.300 di loro raggiungeranno l’età pensionabile, aggravando il deficit senza un adeguato ricambio. Già oggi l’accesso al proprio medico di medicina generale è difficile in molte aree del Paese: oltre la metà di quelli in attività ha un numero di assistiti superiore ai livelli considerati ottimali (1.500 pazienti), e in numerose regioni i cittadini faticano a trovare un medico disponibile vicino al proprio domicilio.Come ha recentemente sottolineato Nino Cartabellotta, presidente della Fondazione Gimbe, questa situazione è il risultato di anni di programmazione inadeguata, incapace di assicurare il necessario ricambio generazionale a fronte dei pensionamenti previsti.Ma come vedono queste trasformazioni i medici che tra pochi anni lavoreranno proprio in questo sistema? Come immaginano il loro futuro professionale coloro che fra uno, due o tre anni costituiranno la spina dorsale delle cure primarie italiane? Quali aspettative nutrono, e quali timori?Per provare a rispondere a queste domande, e come approfondiamo nel nostro articolo pubblicato a marzo 2026 sulla rivista Health Services Management Research, abbiamo condotto un’indagine nazionale, raccogliendo le prospettive di quasi 400 futuri medici di medicina generale e medici di comunità e cure primarie. I dati che presentiamo arrivano da uno studio nazionale condotto nell’ambito del progetto “MedicInRete – Formazione e Networking per le Cure Primarie”, promosso dal Dipartimento di politiche per la salute dell’Irccs Istituto di ricerche farmacologiche Mario Negri, insieme all’Alleanza per la riforma delle cure primarie e alla Campagna Primary Health Care Now or Never (grazie al supporto della Banca Popolare di Milano).Abbiamo costruito un questionario, che è stato distribuito a due categorie di medici in formazione: i frequentanti il Corso di formazione specifica in medicina generale – il percorso triennale, gestito dalle Regioni, che porta all’abilitazione come medico di medicina generale – e i frequentanti la scuola di specializzazione in medicina di comunità e delle cure primarie – un percorso quadriennale, 
a base universitaria, che forma come specialisti. Due iter diversi, ma destinati a lavorare sempre più spesso insieme nelle case della comunità, secondo quanto previsto dalla riforma territoriale del DM 77. La ricerca è stata realizzata tra la primavera e l’estate del 2024, coinvolgendo quasi tutte le Regioni italiane.Le 34 domande del questionario – alcune a risposta chiusa, altre su scala di valutazione, con spazio anche per commenti liberi – coprivano quattro aree tematiche: le motivazioni che avevano spinto i medici a scegliere il percorso formativo in medicina generale o medicina di comunità e cure primarie; la percezione dell’adeguatezza del proprio percorso di formazione rispetto a otto aree di competenza; le aspettative e le preoccupazioni per il futuro professionale; e le opinioni sulle Case della Comunità, il pilastro organizzativo della riforma in corso.Le loro risposte offrono una prima fotografia delle opportunità e delle difficoltà che potrebbero accompagnare la trasformazione delle cure primarie prevista nel DM 77.Se c’è un messaggio che emerge con particolare forza dallo studio, è questo: entrambi i gruppi di medici in formazione percepiscono lacune importanti tra le competenze che ritengono necessarie per esercitare la professione di medici delle cure primarie e quelle che il loro percorso formativo consente effettivamente loro di sviluppare.Nel disegno della ricerca, abbiamo identificato otto aree di competenza rilevanti per le cure primarie italiane: le competenze cliniche e di presa in carico, quelle epidemiologiche, quelle gestionali e manageriali, le competenze per il lavoro con altri medici di cure primarie e in équipe multiprofessionali, quelle relazionali, comunicative e di gestione del conflitto, la conoscenza dei servizi territoriali e la capacità di collaborare con le comunità di riferimento.Su tutte e otto, i futuri medici di medicina generale riferiscono un divario tra l’importanza percepita e l’acquisizione effettiva. La forbice più ampia riguarda proprio le competenze cliniche e di presa in carico dei bisogni di salute dei loro assistiti, ma anche la conoscenza dei servizi locali, la capacità di lavorare in equipe e la collaborazione comunitaria risultano largamente insufficienti secondo i diretti interessati.Un dato colpisce, in modo particolare: oltre il 96 per cento dei futuri medici di medicina generale giudica “abbastanza” o “molto” importante la conoscenza dei servizi sanitari e sociali del territorio, ma soltanto il 36 per cento ritiene di aver ricevuto una formazione adeguata in questo ambito.I futuri medici delle cure primarie mostrano gap generalmente più contenuti – il percorso universitario strutturato sembra garantire una maggiore organicità della formazione – ma anche loro segnalano carenze significative nelle competenze relazionali e comunicative e nella capacità di collaborare con le comunità.Dai commenti aperti emergono temi ricorrenti: la scarsa attenzione alla salute mentale, alla medicina di genere, alla medicina narrativa, alla medicina delle migrazioni. C’è poi il capitolo della digitalizzazione: molti giovani medici chiedono una maggiore integrazione delle tecnologie digitali – dalla telemedicina all’intelligenza artificiale – nella formazione e nella pratica quotidiana.Su un tema specifico, i numeri sono inequivocabili: il 74,5 per cento dei futuri medici di medicina generale vorrebbe che il corso regionale di formazione venisse trasformato in una scuola di specializzazione universitaria. I motivi citati sono molteplici: maggiore organicità del percorso, migliore qualità dei tirocini, possibilità di fare ricerca, maggiore riconoscimento professionale.Non mancano tuttavia voci critiche: una minoranza teme che l’università possa snaturare la vocazione territoriale della medicina generale, imponendo logiche accademiche lontane dalla realtà del campo. Non è un caso che una delle risposte più ricorrenti – come concetto – sia stata la seguente: “L’ambiente universitario, e
 per molti versi anche quello ospedaliero, è anni luce distante dai bisogni e dai metodi di lavoro che si hanno sul territorio. Sul territorio il paziente è immerso in un contesto molto più ampio della semplice stanza d’ospedale”.Tale dibattito non è certamente nuovo. Da anni esperti, movimenti e associazioni di categoria lo sollevano. Ma i dati di questa ricerca mostrano che è ancora vivo anche tra chi studia per diventare medico di famiglia.Oltre alle lacune formative, i futuri medici di medicina generale esprimono preoccupazioni profonde riguardo alle condizioni contrattuali che troveranno al termine del percorso di formazione. È un capitolo di questo studio che merita attenzione, perché tocca il problema dell’attrattività e della sostenibilità della medicina generale – e quindi della tenuta dell’intero sistema nel medio-lungo periodo.Quasi due terzi di loro risultano insoddisfatti del modello contrattuale vigente. I motivi sono vari, ma convergenti: l’assenza di tutele tipiche del lavoro dipendente (ferie retribuite, maternità, malattia), il carico amministrativo eccessivo, il rischio di burnout, il modello retributivo a quota capitaria che viene percepito come inadeguato, l’alto numero di assistiti che grava su ogni singolo medico.Queste criticità non emergono solo dal nostro campione. Già su queste pagine (si veda il numero 235 del Magazine) è stato evidenziato come la crescente complessità del lavoro territoriale si scontri con oneri amministrativi e modelli contrattuali sempre meno adeguati. Eppure, sarebbe un errore leggere questa insoddisfazione come una domanda di impiego pubblico di dipendenza.Soltanto il 3,8 per cento dei rispondenti indica infatti questa come soluzione auspicabile e il 10,4 per cento difende esplicitamente il modello attuale proprio per l’autonomia professionale che garantisce. Ciò vuol dire che la quota più consistente di critici non si riconosce in nessuno dei due poli: chiede condizioni migliori (più tutele, meno burocrazia, meno pazienti per medico), senza necessariamente voler cambiare la natura del rapporto di lavoro.Il dato sugli assistiti è di per sé eloquente. Secondo il ministero della Salute, la percentuale di medici di medicina generale con un massimo di 1.500 assistiti (il limite massimo previsto dalla normativa) ha superato il 51 per cento, più che raddoppiando rispetto a pochi anni fa. In Lombardia, la Regione in cui il fenomeno è più acuto, quasi 3 medici su 4 si trovano in questa condizione.Ciò che emerge dai nostri dati (insoddisfazione diffusa per le condizioni attuali, ma scarsa adesione anche all’alternativa della dipendenza pubblica) è dunque una sfumatura importante, che invita a non ridurre il dibattito a una semplice scelta tra autonomia professionale e dipendenza dal sistema pubblico: il problema reale, per molti di questi medici, non è la forma giuridica del contratto, ma le condizioni concrete di lavoro.L’ultimo accordo collettivo nazionale 2022-2024 ha introdotto importanti novità, tra cui il ruolo unico di assistenza primaria, che prevede una settimana lavorativa di 38 ore che combina assistenza ai propri assistiti con attività a orario in strutture come le case della comunità o altri servizi afferenti al Distretto di appartenenza. Una riforma che ha generato ulteriori interrogativi tra i professionisti, soprattutto in merito alla chiarezza dei ruoli, alle attività da svolgere nelle case della comunità, al lavoro in équipe con le altre figure professionali e alla coerenza con il percorso formativo ricevuto. C’è anche chi immagina un futuro positivo – circa un quarto dei rispondenti parla di soddisfazione professionale, relazioni significative con i pazienti, lavoro in équipe – ma il dato che colpisce è che il 6,9 per cento dei futuri medici di medicina generale stia già considerando di abbandonare il percorso o di lavorare all’estero.Sul fronte dei futuri medici di comunità e delle cure primarie, il tema dominante è diverso ma altrettanto critico: quello delle barriere re
golatorie che limitano il loro ruolo clinico nel sistema sanitario. Questi camici bianchi completano quattro anni di specializzazione universitaria – con un curriculum di area medica che abbraccia tanto le attività cliniche di medicina generale e cure primarie, di cure palliative e terapia del dolore, quanto l’organizzazione dei servizi territoriali nell’ambito dell’assistenza distrettuale – ma non possono accedere direttamente alla convenzione come medici di medicina generale.La separazione tra percorsi formativi crea una situazione paradossale: professionisti formati proprio per lavorare nelle cure primarie che, una volta terminata la specializzazione, non possono svolgere pienamente l’attività clinica.Non sorprende quindi che una quota significativa degli specializzandi in medicina di comunità e delle cure primarie percepisca questi vincoli normativi come ostacolo alla propria realizzazione professionale.Le case della comunità rappresentano probabilmente il simbolo più visibile della riforma avviata con il DM 77/2022. Pensate come nodi centrali dell’assistenza di prossimità, queste strutture dovrebbero ospitare équipe multiprofessionali e servizi integrati tra sociale, sanitario e terzo settore, con l’obiettivo di rendere le cure primarie più accessibili e coordinate per i cittadini.Ma come la vedono i giovani medici che ci dovranno lavorare? La risposta sembra dipendere molto da quale percorso formativo stanno frequentando. Tra i futuri medici di comunità e delle cure primarie, il 91,3 per cento dichiara un’alta disponibilità a lavorare nelle case della comunità. Per loro, rappresentano il contesto ideale in cui esprimere le competenze acquisite durante la specializzazione: lavoro in équipe, organizzazione dei servizi, presa in carico integrata del paziente, collaborazione con il territorio. Ben diversa è la prospettiva dei futuri medici di medicina generale. Il 63,1 per cento dichiara infatti una bassa disponibilità a lavorare nelle case della comunità.Le preoccupazioni sono di due tipi principali: da un lato, l’incertezza sul funzionamento concreto di queste strutture (ruoli poco chiari, accordi contrattuali ancora nebulosi); dall’altro, il timore di perdere l’autonomia professionale e la relazione fiduciaria con il paziente.Un futuro medico di medicina generale ha sintetizzato bene questa preoccupazione: “Sarebbe utilissimo poter collaborare con altri servizi territoriali in un ambiente come una casa della comunità. Ma non sarei disposto a lavorarci se deve essere solo uno spazio con me dentro in modo tale che si possa dire che nelle case della comunità c’è la nostra figura, quando poi sono solo un inquilino, magari mal visto. A quel punto preferisco pagare l’affitto a un privato, rimanere libero e in prossimità del cittadino”.I dati mostrano anche importanti differenze geografiche. Tra i rispondenti dalla Sicilia, il 73,3 per cento esprime una bassa o nulla disponibilità a lavorare nelle case della comunità, con motivazioni legate soprattutto all’incertezza organizzativa e al timore di perdere autonomia professionale.All’opposto, tra i rispondenti dell’Emilia Romagna – Regione che ha tradizionalmente investito più di altre nell’integrazione sociosanitaria e ha già sperimentato le case della salute, il modello da cui le case della comunità discendono – il livello di disponibilità è significativamente più alto. Un risultato prevedibile, che conferma quanto il successo delle riforme dipenda spesso dalla storia e dalle esperienze organizzative maturate nei singoli territori.Vale la pena sottolineare un elemento metodologicamente rilevante: al momento della raccolta dati, la maggior parte delle Case della Comunità non era ancora operativa. Le opinioni dei giovani medici riflettono dunque aspettative e timori, non valutazioni basate sull’esperienza diretta.Questo significa che vi è ancora un’importante finestra di opportunità: se la fase di implementazione sarà gestita con attenzione ai bisogni e con il coinvolgimento d
ei professionisti, molti scettici potranno diventare sostenitori.Nel loro insieme, i risultati dello studio delineano un quadro complesso ma tutto sommato coerente. I medici in formazione nelle cure primarie (futuri medici di medicina generale e delle case di comunità e delle cure primarie) sono motivati, orientati al lavoro in équipe e convinti dell’importanza di un approccio olistico alla salute.Lontani dall’immagine di professionisti disimpegnati che talvolta emerge nel dibattito pubblico, sono figure spesso poco sostenute nei loro percorsi formativi e inserite in un sistema che fatica ancora a valorizzarne pienamente le competenze e le aspirazioni professionali. Dal nostro studio emergono almeno quattro direzioni di azione che ci sembrano urgenti e importanti.La prima direzione riguarda la formazione. Riformare il corso triennale per medici di medicina generale non è più rinviabile: la trasformazione da corso regionale a una scuola di specializzazione universitaria sembra essere la strada preferita dai diretti interessati. Qualunque riforma, però, dovrà preservare l’identità della medicina generale come pratica radicata nel territorio. Per questo, sarà necessario riconoscere la medicina generale come settore scientifico-disciplinare universitario, senza penalizzare chi fino ad oggi ha costruito la propria competenza più sul campo che nella ricerca.La seconda direzione riguarda le condizioni contrattuali. Le preoccupazioni per la mancanza di tutele, il sovraccarico lavorativo e i rischi di burnout dei futuri medici di medicina generale non sono lamentele campanilistiche: sono segnali di un sistema che rischia di perdere i suoi professionisti più giovani prima ancora che entrino a regime. Introdurre maggiore flessibilità nei modelli contrattuali e garantire libertà di scelta potrebbe rendere più attrattiva la carriera in cure primarie e ridare prospettiva a chi oggi sta pensando di lasciare la professione.Strettamente connessa alla seconda direzione, la terza ha a che fare con il riconoscimento professionale dei medici delle case di comunità e delle cure primarie. Avere medici con quattro anni di formazione universitaria in cure primarie che non possono lavorare come medici di medicina generale – per di più, in una fase di grave carenza di medici di medicina generale – è un paradosso che il nostro studio documenta con chiarezza e che il nostro servizio sanitario non può permettersi. Chiarire il ruolo di questi specialisti e creare percorsi di reclutamento pubblici dedicati su tutto il territorio nazionale, coerenti le funzioni previste dalla riforma, è una priorità che non può essere rimandata.La quarta direzione riguarda le case della comunità. Come già sottolineato da più parti, le strutture fisiche da sole non bastano. Servono ruoli chiari, forme solide di governance e coordinamento, modelli organizzativi che garantiscano la qualità della relazione terapeutica e una vera presa in carico dei bisogni, per superare la logica delle prestazioni e costruire un vero lavoro in équipe e una reale medicina di iniziativa. Servono anche spazi di ricerca che consentano la crescita professionale di chi ci lavora. Quello che i nostri dati suggeriscono è che la disponibilità dei medici a lavorare nelle case della comunità dipenderà da come queste strutture saranno concretamente organizzate e dalla credibilità del modello di cura che il DM 77 prefigura ma che, a oggi, rimane ancora quasi del tutto da costruire nella pratica.C’è infine un tema trasversale che il nostro studio non ha esplorato direttamente, ma che è emerso con una certa insistenza dalle risposte dei giovani medici: la digitalizzazione. Strumenti digitali integrati, fascicoli sanitari condivisi, telemedicina per i territori più difficili da raggiungere sono richieste concrete, che dicono qualcosa su come questa generazione immagina il proprio lavoro. È un segnale che vale la pena raccogliere, tanto più che il Pnrr ha previsto lo sviluppo di una piattaforma di intelligenza artificiale per le case del
la comunità.Un’iniziativa ambiziosa, che però non esime dal porsi una domanda che la letteratura internazionale solleva con crescente attenzione: le tecnologie digitali alleggeriscono davvero i carichi di lavoro e riducono le distanze, o rischiano di amplificare le disuguaglianze esistenti?I futuri medici delle cure primarie si trovano intrappolati in un sistema che non riesce ancora a sostenerli: percorsi formativi spesso inadeguati, condizioni contrattuali precarie, ruoli professionali mal definiti e prospettive di carriera poco chiare.Il punto centrale è che le riforme organizzative non si realizzano da sole: hanno bisogno di una visione di sistema, di una chiara analisi della situazione epidemiologica, demografica e dei bisogni di salute delle comunità e, non ultimo, del coinvolgimento diretto dei professionisti che le incarnino, che le facciano proprie, che le traducano in pratica quotidiana.Se i futuri medici di medicina generale percepiscono le case della comunità come una minaccia alla loro autonomia professionale e alla qualità della relazione con il paziente, quelle strutture rischiano di rimanere gusci vuoti. Se i futuri specialisti delle cure primarie continuano a trovarsi in un limbo regolatorio che ne comprime il ruolo clinico, una risorsa preziosa viene sprecata, proprio mentre il sistema ne avrebbe più bisogno. I medici che oggi frequentano entrambi i corsi eserciteranno la professione fino agli anni 2050 e oltre.Le competenze che stanno (o meno) acquisendo accompagneranno milioni di pazienti per i prossimi trent’anni. Le frustrazioni che oggi li spingono a considerare la fuga all’estero o l’abbandono della professione lasceranno vuoti che il sistema farà fatica a colmare. In questo senso, il nostro studio parla di quale medicina territoriale sarà possibile in un Paese che nel 2050 avrà più di diciotto milioni di over 65: con una quota crescente di grandi anziani, di pazienti con polipatologie croniche e di famiglie sempre meno capaci di farsi carico informalmente della cura dei propri cari.Una medicina che dovrà essere radicalmente diversa da quella che conosciamo oggi, troppo ancorata alle prestazioni, alle singole malattie e di conseguenza alla frammentazione delle cure e per nulla attenta ai determinanti socioeconomici della salute.Bisogna quindi andare verso una medicina di comunità capace di ascoltare i bisogni di salute dei cittadini: meno orientata all’episodio acuto, più attenta alla promozione della salute e alla prevenzione, abile nel mantenere insieme la dimensione clinica, quella sociale e quella comunitaria. Servono esattamente quelle competenze che i giovani medici che hanno partecipato al nostro studio dicono di non riuscire ad acquisire abbastanza e che vedrebbero come necessarie per la loro professione nelle cure primarie. Non si parte da zero.In varie parti del Paese esistono già esperienze che provano a muoversi in queste direzioni: ambulatori che sperimentano forme di lavoro orizzontale, reti interprofessionali che connettono medici, servizi sociali e associazioni del territorio, presidi sanitari di prossimità che raggiungono chi il sistema fatica ad intercettare, percorsi di prevenzione e promozione della salute costruiti insieme alle comunità. Circa un anno fa abbiamo raccolto alcune di queste esperienze nel volume “Esperienze orientate alla primary health care in Italia. Un percorso di mappatura” (2025, Cultura e salute Editore, Perugia). Ciò che è emerso da quel percorso di mappatura non è un catalogo di modelli da replicare, ma la prova che cambiare è possibile, e che in molti casi il cambiamento è già in corso.Il problema è che queste esperienze restano spesso sommerse, difficilmente riconoscibili nei quadri istituzionali, e quindi prive degli strumenti e dei supporti per consolidarsi e diffondersi. Formare e sostenere i giovani medici affinché diventino capaci di abitare e alimentare queste realtà – e di crearne di nuove – è forse il compito più urgente che il nostro Servizio sanitario na
zionale ha davanti a sé per conservare il suo mandato e il suo universalismo.Martina Consoloni e Annette Corraro sono ricercatrici del Dipartimento di politiche per la salute dell’Irccs Istituto di ricerche farmacologiche Mario Negri (Milano); Alessandro Nobili è responsabile del Dipartimento di politiche per la salute dell’Irccs Istituto di ricerche farmacologiche Mario Negri; Luigi Bracchitta è medico di medicina generale, Ats Città Metropolitana, MilanoTag: case di comunità / dm77 / medici di Medicina generale / pnrr /L'INFORMAZIONE OGNI GIORNODefinita per la prima volta da un consenso internazionale, è associata a sindrome metabolica, steatosi epatica, diabete e a un possibile aumento del rischio oncologico. Un primo passo, in attesa di affinare la diagnosi e il follow-upTommaso Furlanello, direttore sanitario della Clinica Veterinaria San Marco, critica le restrizioni europee sugli antibiotici che rischiano di creare una gerarchia tra la salute umana e animale, limitando l’armamentario terapeutico usato nei petQUICK LINKS Contenuto realizzato in partnershipSEGUICI SUAP-DATEGLANCECONTATTINOTE LEGALIAboutPharma è un brand di Helyx S.r.l.Milano: Via Eritrea 21 – 20157 Tel +39 02 2772 991 (sede legale)Roma: Viale dell’Arte, 25 – 00144www.aboutpharma.com – info@aboutpharma.com – PEC helyx.srl@legalmail.it – P. IVA 07106000966AboutPharma – Testata online registrata al Tribunale di Milano n°385/11-12-2014   
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		<title><![CDATA[Sanità, autonomia differenziata: Gimbe chiede lo stop - Il Corriere Nazionale ]]></title>
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		<description><![CDATA[<p style='color:#069;font-size:11px;font-style:italic;'><a href='http://gimbe.telpress.it/news/2026/06/16/2026061603229107289.PDF' target="_blank" ><img src='http://gimbe.telpress.it/images/help/PDF_16.png' align="left" border='0'/></a> Estratto da pag. 1 di <b>"corrierenazionale.net" </b>  del 16 Jun 2026 </p><p style='color:#444;font-size:11px;'>Le stesse richieste di autonomia differenziata avanzate da Regioni profondamente diverse tra loro sul piano delle prestazioni sanitarie, dell’accesso alle cure…</p>]]></description>
		<pubDate>Tue, 16 Jun 2026 07:46:00 +0200</pubDate>
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		<tp:ocr><![CDATA[Sanità, autonomia differenziata: Gimbe chiede lo stop		Ambiente, Natura & Salute                	Il Senato è chiamato a esaminare gli schemi di pre-intesa sull'autonomia differenziata in sanità presentati da Lombardia, Veneto, Piemonte e Liguria (ph. Pixels)                    Di Giovanni Ierfone            Del 16 Giugno 2026 alle ore 07:30                “Senza Livelli Essenziali delle Prestazioni, rischio aumento disuguaglianze e privatizzazione”Le stesse richieste di autonomia differenziata avanzate da Regioni profondamente diverse tra loro sul piano delle prestazioni sanitarie, dell’accesso alle cure e della disponibilità di personale. È questa una delle principali criticità evidenziate dalla Fondazione Gimbe in due audizioni parlamentari. Audizioni e LEPPrima davanti alla Commissione Affari Sociali della Camera, nell’ambito dell’indagine conoscitiva sull’attuazione dei LEA, poi davanti alla Commissione Affari Costituzionali del Senato sugli schemi di pre-intesa sottoscritti da Lombardia, Veneto, Piemonte e Liguria per ottenere ulteriori competenze in materia di tutela della salute. Due audizioni ravvicinate che hanno consentito alla Fondazione di portare le proprie osservazioni sia alla Camera sia al Senato. Secondo la Fondazione guidata da Nino Cartabellotta, l’attuale percorso rischia di accentuare le disuguaglianze territoriali e di favorire una crescente privatizzazione del Servizio sanitario nazionale, in assenza di Livelli Essenziali delle Prestazioni (LEP) definiti, finanziati e sottoposti a un rigoroso monitoraggio. “Desta forti perplessità – osserva Cartabellotta – che i quattro schemi di pre-intesa siano quasi sovrapponibili pur riguardando Regioni con caratteristiche epidemiologiche, demografiche, organizzative e assistenziali profondamente diverse”. A sostegno della propria posizione, la Fondazione richiama le sentenze della Corte Costituzionale n. 192 del 2024 e n. 10 del 2025, secondo cui il trasferimento di funzioni alle Regioni richiede una valutazione specifica e motivata per ciascuna competenza da devolvere, e dimostrare che il livello regionale sia davvero in grado di perseguire meglio l’interesse pubblico. Divari tra RegioniLe differenze emergono chiaramente dall’analisi dei Livelli Essenziali di Assistenza. Nel Nuovo Sistema di Garanzia relativo al 2023, il Veneto ha ottenuto il miglior risultato con 288 punti, seguito da Piemonte con 270 e Lombardia con 257. La Liguria si è fermata a 219, risultando inadempiente in una delle tre macro-aree e non raggiungendo la soglia minima prevista. Gimbe denuncia però un’ulteriore criticità. Il sistema di monitoraggio dei LEA sarebbe ormai diventato uno strumento di accordo politico tra Governo e Regioni, perdendo la sua funzione di valutazione tecnica indipendente. Una criticità che, secondo la Fondazione, rende più difficile valutare in modo oggettivo le reali performance dei servizi sanitari regionali. Secondo Gimbe, senza adeguate garanzie nazionali il trasferimento di nuove competenze potrebbe ampliare le differenze nell’accesso ai servizi sanitari (ph. Unsplash)Anche la mobilità sanitaria descrive divari profondi. Nel 2023 la Lombardia ha registrato un saldo positivo di 645,8 milioni di euro, pari a 65 euro per abitante; il Veneto di 212,1 milioni, pari a 44 euro pro capite. Piemonte e Liguria hanno chiuso in negativo rispettivamente con 20,7 milioni (-5 euro per abitante) e 74,4 milioni (-49 euro pro capite). I dati pro capite rendono immediatamente leggibile la distanza reale tra sistemi che attraggono pazienti e risorse e sistemi che li perdono, al di là delle diverse dimensioni demografiche. L’accesso alle cure alimenta ulteriori preoccupazioni. L’indagine Istat 2024 mostra che ha rinunciato a prestazioni sanitarie il 10,3% dei cittadini lombardi, il 10,1% dei liguri, il 9,2%
 dei piemontesi e il 7,9% dei veneti. “La rinuncia alle cure – afferma Cartabellotta – è la cartina al tornasole delle criticità del sistema”. Rischio disuguaglianzeDifferenze marcate riguardano anche il personale. La disponibilità di infermieri dipendenti varia da 6,86 ogni mille abitanti in Liguria a 3,80 in Lombardia. Senza LEP definiti e finanziati, le Regioni economicamente più solide potrebbero rafforzare la propria capacità di reclutamento, aggravando le difficoltà di quelle in maggiore sofferenza e ampliando i divari nell’accesso ai servizi pubblici. Tra le competenze richieste figurano tariffe regionali differenziate, gestione autonoma delle risorse per edilizia sanitaria e tecnologie, fondi sanitari integrativi regionali e maggiore flessibilità nelle assunzioni. Per Gimbe si tratta di misure che potrebbero avvantaggiare le Regioni già più forti, tariffe di rimborso superiori a quelle nazionali consentirebbero loro di attrarre professionisti, strutture ed erogatori privati, mentre la gestione autonoma degli investimenti rischierebbe di sottrarre risorse alla programmazione nazionale su assistenza territoriale, prevenzione, salute mentale e domiciliarità, orientandole verso priorità locali. I fondi integrativi regionali, infine, potrebbero segmentare ulteriormente l’accesso alle cure, creando condizioni diverse a seconda del territorio di residenza. Da qui la richiesta finale di sospendere l’iter o subordinare qualsiasi trasferimento di competenze alla definizione e al finanziamento dei LEP sanitari, alla quantificazione dei costi standard e all’istituzione di un sistema davvero indipendente di monitoraggio dell’equità e dell’accesso alle cure. Per Gimbe il nodo non è l’autonomia in sé, ma il contesto. In un Servizio sanitario nazionale segnato da sottofinanziamento e crescita della spesa privata, il rischio è che l’autonomia differenziata non solo ampli le distanze esistenti tra i territori, ma finisca per legittimarle, rendendo sempre più diseguale l’esigibilità del diritto alla salute.Per un’informazione completaConsulta anche gli articoli pubblicati su:Progetto RadiciIl Corriere NazionaleStampa ParlamentoCorriere PL					60			SHARES				Facebook				X				RSS Feed				 Visualizzazioni: 1 #AutonomiaDifferenziata #SanitàPubblica #LEP #FondazioneGimbe #DirittoAllaSalute Autonomia differenziata sanità        Last modified: Del 15 Giugno 2026 alle ore 16:41            Previous Story: La strana macchia fredda sull’Atlantico: l’ambiente è al collasso        	About the Author / Giovanni Ierfone		Lascia un commento Annulla rispostaIl tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *Commento * Nome * Email * Sito web  ?		Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.Il Senato è chiamato a esaminare gli schemi di pre-intesa sull'autonomia differenziata in sanità presentati da Lombardia, Veneto, Piemonte e Liguria (ph. Pixels)“Senza Livelli Essenziali delle Prestazioni, rischio aumento disuguaglianze e privatizzazione”Le stesse richieste di autonomia differenziata avanzate da Regioni profondamente diverse tra loro sul piano delle prestazioni sanitarie, dell’accesso alle cure e della disponibilità di personale. È questa una delle principali criticità evidenziate dalla Fondazione Gimbe in due audizioni parlamentari. Audizioni e LEPPrima davanti alla Commissione Affari Sociali della Camera, nell’ambito dell’indagine conoscitiva sull’attuazione dei LEA, poi davanti alla Commissione Affari Costituzionali del Senato sugli schemi di pre-intesa sottoscritti da Lombardia, Veneto, Piemonte e Liguria per ottenere ulteriori compet
enze in materia di tutela della salute. Due audizioni ravvicinate che hanno consentito alla Fondazione di portare le proprie osservazioni sia alla Camera sia al Senato. Secondo la Fondazione guidata da Nino Cartabellotta, l’attuale percorso rischia di accentuare le disuguaglianze territoriali e di favorire una crescente privatizzazione del Servizio sanitario nazionale, in assenza di Livelli Essenziali delle Prestazioni (LEP) definiti, finanziati e sottoposti a un rigoroso monitoraggio. “Desta forti perplessità – osserva Cartabellotta – che i quattro schemi di pre-intesa siano quasi sovrapponibili pur riguardando Regioni con caratteristiche epidemiologiche, demografiche, organizzative e assistenziali profondamente diverse”. A sostegno della propria posizione, la Fondazione richiama le sentenze della Corte Costituzionale n. 192 del 2024 e n. 10 del 2025, secondo cui il trasferimento di funzioni alle Regioni richiede una valutazione specifica e motivata per ciascuna competenza da devolvere, e dimostrare che il livello regionale sia davvero in grado di perseguire meglio l’interesse pubblico. Divari tra RegioniLe differenze emergono chiaramente dall’analisi dei Livelli Essenziali di Assistenza. Nel Nuovo Sistema di Garanzia relativo al 2023, il Veneto ha ottenuto il miglior risultato con 288 punti, seguito da Piemonte con 270 e Lombardia con 257. La Liguria si è fermata a 219, risultando inadempiente in una delle tre macro-aree e non raggiungendo la soglia minima prevista. Gimbe denuncia però un’ulteriore criticità. Il sistema di monitoraggio dei LEA sarebbe ormai diventato uno strumento di accordo politico tra Governo e Regioni, perdendo la sua funzione di valutazione tecnica indipendente. Una criticità che, secondo la Fondazione, rende più difficile valutare in modo oggettivo le reali performance dei servizi sanitari regionali. Secondo Gimbe, senza adeguate garanzie nazionali il trasferimento di nuove competenze potrebbe ampliare le differenze nell’accesso ai servizi sanitari (ph. Unsplash)Anche la mobilità sanitaria descrive divari profondi. Nel 2023 la Lombardia ha registrato un saldo positivo di 645,8 milioni di euro, pari a 65 euro per abitante; il Veneto di 212,1 milioni, pari a 44 euro pro capite. Piemonte e Liguria hanno chiuso in negativo rispettivamente con 20,7 milioni (-5 euro per abitante) e 74,4 milioni (-49 euro pro capite). I dati pro capite rendono immediatamente leggibile la distanza reale tra sistemi che attraggono pazienti e risorse e sistemi che li perdono, al di là delle diverse dimensioni demografiche. L’accesso alle cure alimenta ulteriori preoccupazioni. L’indagine Istat 2024 mostra che ha rinunciato a prestazioni sanitarie il 10,3% dei cittadini lombardi, il 10,1% dei liguri, il 9,2% dei piemontesi e il 7,9% dei veneti. “La rinuncia alle cure – afferma Cartabellotta – è la cartina al tornasole delle criticità del sistema”. Rischio disuguaglianzeDifferenze marcate riguardano anche il personale. La disponibilità di infermieri dipendenti varia da 6,86 ogni mille abitanti in Liguria a 3,80 in Lombardia. Senza LEP definiti e finanziati, le Regioni economicamente più solide potrebbero rafforzare la propria capacità di reclutamento, aggravando le difficoltà di quelle in maggiore sofferenza e ampliando i divari nell’accesso ai servizi pubblici. Tra le competenze richieste figurano tariffe regionali differenziate, gestione autonoma delle risorse per edilizia sanitaria e tecnologie, fondi sanitari integrativi regionali e maggiore flessibilità nelle assunzioni. Per Gimbe si tratta di misure che potrebbero avvantaggiare le Regioni già più forti, tariffe di rimborso superiori a quelle nazionali consentirebbero loro di attrarre professionisti, strutture ed erogatori privati, mentre la gestione autonoma degli investimenti rischierebbe di sottrarre risorse alla program
mazione nazionale su assistenza territoriale, prevenzione, salute mentale e domiciliarità, orientandole verso priorità locali. I fondi integrativi regionali, infine, potrebbero segmentare ulteriormente l’accesso alle cure, creando condizioni diverse a seconda del territorio di residenza. Da qui la richiesta finale di sospendere l’iter o subordinare qualsiasi trasferimento di competenze alla definizione e al finanziamento dei LEP sanitari, alla quantificazione dei costi standard e all’istituzione di un sistema davvero indipendente di monitoraggio dell’equità e dell’accesso alle cure. Per Gimbe il nodo non è l’autonomia in sé, ma il contesto. In un Servizio sanitario nazionale segnato da sottofinanziamento e crescita della spesa privata, il rischio è che l’autonomia differenziata non solo ampli le distanze esistenti tra i territori, ma finisca per legittimarle, rendendo sempre più diseguale l’esigibilità del diritto alla salute.Per un’informazione completaConsulta anche gli articoli pubblicati su:Progetto RadiciIl Corriere NazionaleStampa ParlamentoCorriere PL					60			SHARES				Facebook				X				RSS Feed				 Visualizzazioni: 1Visualizzazioni: 1   
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		<title><![CDATA[Da Legambiente e Touring Club Italiano le Cinque Vele alle località marine e lacustri più sostenibili - Il Corriere Nazionale ]]></title>
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		<description><![CDATA[<p style='color:#069;font-size:11px;font-style:italic;'><a href='http://gimbe.telpress.it/news/2026/06/16/2026061602926808206.PDF' target="_blank" ><img src='http://gimbe.telpress.it/images/help/PDF_16.png' align="left" border='0'/></a> Estratto da pag. 1 di <b>"corrierenazionale.net" </b>  del 16 Jun 2026 </p><p style='color:#444;font-size:11px;'>ROMA – Andare in vacanza al tempo della crisi climatica tra caldo torrido e voglia di relax e refrigerio. Dal nord al sud d’Italia nel 2026 sono 30 le località…</p>]]></description>
		<pubDate>Tue, 16 Jun 2026 10:02:00 +0200</pubDate>
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		<tp:url><![CDATA[https://www.corrierenazionale.net/2026/06/16/da-legambiente-e-touring-club-italiano-le-cinque-vele-alle-localita-marine-e-lacustri-piu-sostenibili/]]></tp:url>
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		<tp:ocr><![CDATA[Da Legambiente e Touring Club Italiano le Cinque Vele alle località marine e lacustri più sostenibili		Ambiente, Natura & Salute            Di Redazione Il Corriere Nazionale            Del 16 Giugno 2026 alle ore 09:29    ROMA – Andare in vacanza al tempo della crisi climatica tra caldo torrido e voglia di relax e refrigerio. Dal nord al sud d’Italia nel 2026 sono 30 le località (20 quelle di mare e 10 quelle dei laghi) dove sventolano le Cinque Vele di Legambiente e Touring Club Italiano, il prestigioso riconoscimento assegnato alle realtà che puntano su un turismo e una gestione sostenibile, ma che si stanno adattando anche alla crisi climatica in atto fornendo soluzioni e proposte per vacanze più fresche e alla scoperta dei territori.Regina dell’estate 2026 legata al mare è Pollica (SA) che guida la classifica delle località marine a Cinque Vele, seguita da Baunei (NU), (che l’anno scorso era quarta), da Otranto (LE), (che l’anno scorso era decima), da Domus De Maria (Sud Sardegna), San Giovanni a Piro (SA), Nardò (LE), San Teodoro (SS), S. Teresa di Gallura (SS), Cabras (OR), Castiglione della Pescaia (GR).Anche quest’anno nella top ten delle località di mare a Cinque Vele, si conferma il predominio delle regioni del sud Italia (occupano le prime nove posizioni della top ten), un segnale importante che ben racconta quando si sta facendo nel Meridione in termini di un turismo più sostenibile e attento all’ambiente e che lascia ben sperare per il futuro.Per quanto riguarda i laghi, nella classifica 2026 delle località lacustri a Cinque Vele primeggia ancora una volta il Lago di Molveno (TN) in Trentino Alto Adige, seguito da Lago del Mis (BL) in Veneto e dal Lago di Monticolo (BZ).Nel centro Italia si conferma a Cinque Vele il lago di Scanno (Aq) in Abruzzo in settima posizione. Le località citate, ma anche quelle che hanno ricevuto un numero inferiore di Cinque Vele, sono raccolte nella guida “Il Mare più bello” che Legambiente e Touring Club Italiano hanno presentato di recente a Venezia.Non mancano le novità, per chi è alla ricerca di vacanze fatte non solo di mare e sole, ma anche di escursioni nell’entroterra con temperature più miti, quest’anno la guida con la rubrica “Una vacanza a Cinque Vele” racconta anche come le località si stanno adattando alla crisi climatica promuovendo vacanze che vanno anche in questa direzione. Venti gli itinerari e le proposte raccolte nella guida: si va, ad esempio, dal sentiero dell’Infinito, uno dei trekking più spettacolari della Liguria, che collega Portovenere a Riomaggiore passando per Campiglia e la costa di Tramonti; al Giardino dei Tarocchi, situato a Garavicchio, nel comune di Capalbio, in provincia di Grosseto dove la macchia mediterranea fa da cornice a una straordinaria opera di scultura e architettura creata dall’artista franco-statunitense Niki de Saint Phalle a partire dal 1979 per passare alla Riserva naturale Lago di Burano meta ideale per attività di birdwatching e per chi ama la natura. La guida 2026, inoltre, raccoglie anche un contributo di ISPRA sui mari italiani.Tornando alla guida “Il Mare più bello”, la Sardegna guida la classifica regionale con ben sei località marine a Cinque Vele (da Posada e San Teodoro, sulla costa nordorientale, a Santa Teresa di Gallura più a nord. Baunei, sempre sulla costa orientale, e Domus de Maria sulla costa meridionale. Sulla costa occidentale, nel Golfo di Oristano, a Cabras, con l’area marina protetta della Penisola del Sinis e Isola di Mal di Ventre).Segue la Puglia, con cinque località fra le prime classificate: nell’Alto Salento Ionico sventolano a Nardò e Gallipoli; nell’Alto Salento Adriatico a Otranto e Melendugno, mentre la migliore località sul Gargano è Vieste.La Toscana ottiene quattro vessilli a Cinque Vele, tutti nella provincia di Grosseto: Castiglione della Pescaia, Marina di Grosseto, Capalbio e Isola del Giglio. Tre località a Cinque Vele per la Campania, concentrate nella provincia
 di Salerno: a Castellabate, Pollica-Acciaroli-Pioppi, San Giovanni a Piro. Infine, Liguria e Basilicata chiudono la classifica delle regioni con una località a Cinque Vele a testa: rispettivamente con le Cinque Terre e Maratea.Quanto ai Laghi, la classifica regionale vede la conferma del Trentino-Alto Adige al primo posto con tre laghi a Cinque Vele: il lago di Molveno, quello di Fiè e quello di Monticolo. Cinque Vele in Piemonte al lago di Avigliana e a Cannero Riviera sul tratto più a nord del lago Maggiore; Cinque Vele anche al lago del Mis e a quello di Santa Croce in Veneto e ai comuni di Gardone Riviera e Toscolano Maderno sulla riva occidentale del lago di Garda, in provincia di Brescia. Spostandosi nel centro Italia, le Cinque Vele sventolano sulle sponde del lago di Scanno in Abruzzo.					60			SHARES				Facebook				X				RSS Feed				 Visualizzazioni: 14        Last modified: Del 16 Giugno 2026 alle ore 09:29            Previous Story: Sanità, autonomia differenziata: Gimbe chiede lo stop        	About the Author / Redazione Il Corriere Nazionale		Lascia un commento Annulla rispostaIl tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *Commento * Nome * Email * Sito web  ?		Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.ROMA – Andare in vacanza al tempo della crisi climatica tra caldo torrido e voglia di relax e refrigerio. Dal nord al sud d’Italia nel 2026 sono 30 le località (20 quelle di mare e 10 quelle dei laghi) dove sventolano le Cinque Vele di Legambiente e Touring Club Italiano, il prestigioso riconoscimento assegnato alle realtà che puntano su un turismo e una gestione sostenibile, ma che si stanno adattando anche alla crisi climatica in atto fornendo soluzioni e proposte per vacanze più fresche e alla scoperta dei territori.Regina dell’estate 2026 legata al mare è Pollica (SA) che guida la classifica delle località marine a Cinque Vele, seguita da Baunei (NU), (che l’anno scorso era quarta), da Otranto (LE), (che l’anno scorso era decima), da Domus De Maria (Sud Sardegna), San Giovanni a Piro (SA), Nardò (LE), San Teodoro (SS), S. Teresa di Gallura (SS), Cabras (OR), Castiglione della Pescaia (GR).Anche quest’anno nella top ten delle località di mare a Cinque Vele, si conferma il predominio delle regioni del sud Italia (occupano le prime nove posizioni della top ten), un segnale importante che ben racconta quando si sta facendo nel Meridione in termini di un turismo più sostenibile e attento all’ambiente e che lascia ben sperare per il futuro.Per quanto riguarda i laghi, nella classifica 2026 delle località lacustri a Cinque Vele primeggia ancora una volta il Lago di Molveno (TN) in Trentino Alto Adige, seguito da Lago del Mis (BL) in Veneto e dal Lago di Monticolo (BZ).Nel centro Italia si conferma a Cinque Vele il lago di Scanno (Aq) in Abruzzo in settima posizione. Le località citate, ma anche quelle che hanno ricevuto un numero inferiore di Cinque Vele, sono raccolte nella guida “Il Mare più bello” che Legambiente e Touring Club Italiano hanno presentato di recente a Venezia.Non mancano le novità, per chi è alla ricerca di vacanze fatte non solo di mare e sole, ma anche di escursioni nell’entroterra con temperature più miti, quest’anno la guida con la rubrica “Una vacanza a Cinque Vele” racconta anche come le località si stanno adattando alla crisi climatica promuovendo vacanze che vanno anche in questa direzione. Venti gli itinerari e le proposte raccolte nella guida: si va, ad esempio, dal sentiero dell’Infinito, uno dei trekking più spettacolari della Liguria, che collega Portovenere a Riomaggiore passando per Campiglia e la costa di Tramonti; al Giardino dei Tarocchi, situato a Garavicchio, nel comune di Capalbio, in provincia di Grosseto dove la macchia mediterranea 
fa da cornice a una straordinaria opera di scultura e architettura creata dall’artista franco-statunitense Niki de Saint Phalle a partire dal 1979 per passare alla Riserva naturale Lago di Burano meta ideale per attività di birdwatching e per chi ama la natura. La guida 2026, inoltre, raccoglie anche un contributo di ISPRA sui mari italiani.Tornando alla guida “Il Mare più bello”, la Sardegna guida la classifica regionale con ben sei località marine a Cinque Vele (da Posada e San Teodoro, sulla costa nordorientale, a Santa Teresa di Gallura più a nord. Baunei, sempre sulla costa orientale, e Domus de Maria sulla costa meridionale. Sulla costa occidentale, nel Golfo di Oristano, a Cabras, con l’area marina protetta della Penisola del Sinis e Isola di Mal di Ventre).Segue la Puglia, con cinque località fra le prime classificate: nell’Alto Salento Ionico sventolano a Nardò e Gallipoli; nell’Alto Salento Adriatico a Otranto e Melendugno, mentre la migliore località sul Gargano è Vieste.La Toscana ottiene quattro vessilli a Cinque Vele, tutti nella provincia di Grosseto: Castiglione della Pescaia, Marina di Grosseto, Capalbio e Isola del Giglio. Tre località a Cinque Vele per la Campania, concentrate nella provincia di Salerno: a Castellabate, Pollica-Acciaroli-Pioppi, San Giovanni a Piro. Infine, Liguria e Basilicata chiudono la classifica delle regioni con una località a Cinque Vele a testa: rispettivamente con le Cinque Terre e Maratea.Quanto ai Laghi, la classifica regionale vede la conferma del Trentino-Alto Adige al primo posto con tre laghi a Cinque Vele: il lago di Molveno, quello di Fiè e quello di Monticolo. Cinque Vele in Piemonte al lago di Avigliana e a Cannero Riviera sul tratto più a nord del lago Maggiore; Cinque Vele anche al lago del Mis e a quello di Santa Croce in Veneto e ai comuni di Gardone Riviera e Toscolano Maderno sulla riva occidentale del lago di Garda, in provincia di Brescia. Spostandosi nel centro Italia, le Cinque Vele sventolano sulle sponde del lago di Scanno in Abruzzo.					60			SHARES				Facebook				X				RSS Feed				 Visualizzazioni: 14ROMA – Andare in vacanza al tempo della crisi climatica tra caldo torrido e voglia di relax e refrigerio. Dal nord al sud d’Italia nel 2026 sono 30 le località (20 quelle di mare e 10 quelle dei laghi) dove sventolano le Cinque Vele di Legambiente e Touring Club Italiano, il prestigioso riconoscimento assegnato alle realtà che puntano su un turismo e una gestione sostenibile, ma che si stanno adattando anche alla crisi climatica in atto fornendo soluzioni e proposte per vacanze più fresche e alla scoperta dei territori.Regina dell’estate 2026 legata al mare è Pollica (SA) che guida la classifica delle località marine a Cinque Vele, seguita da Baunei (NU), (che l’anno scorso era quarta), da Otranto (LE), (che l’anno scorso era decima), da Domus De Maria (Sud Sardegna), San Giovanni a Piro (SA), Nardò (LE), San Teodoro (SS), S. Teresa di Gallura (SS), Cabras (OR), Castiglione della Pescaia (GR).Anche quest’anno nella top ten delle località di mare a Cinque Vele, si conferma il predominio delle regioni del sud Italia (occupano le prime nove posizioni della top ten), un segnale importante che ben racconta quando si sta facendo nel Meridione in termini di un turismo più sostenibile e attento all’ambiente e che lascia ben sperare per il futuro.Per quanto riguarda i laghi, nella classifica 2026 delle località lacustri a Cinque Vele primeggia ancora una volta il Lago di Molveno (TN) in Trentino Alto Adige, seguito da Lago del Mis (BL) in Veneto e dal Lago di Monticolo (BZ).Nel centro Italia si conferma a Cinque Vele il lago di Scanno (Aq) in Abruzzo in settima posizione. Le località citate, ma anche quelle che hanno ricevuto un numero inferiore di Cinque Vele, sono raccolte nella guida “Il Mare più bello” che Legambiente e Touring Club Italiano hanno presentato di recente a Venezia.Non mancano le n
ovità, per chi è alla ricerca di vacanze fatte non solo di mare e sole, ma anche di escursioni nell’entroterra con temperature più miti, quest’anno la guida con la rubrica “Una vacanza a Cinque Vele” racconta anche come le località si stanno adattando alla crisi climatica promuovendo vacanze che vanno anche in questa direzione. Venti gli itinerari e le proposte raccolte nella guida: si va, ad esempio, dal sentiero dell’Infinito, uno dei trekking più spettacolari della Liguria, che collega Portovenere a Riomaggiore passando per Campiglia e la costa di Tramonti; al Giardino dei Tarocchi, situato a Garavicchio, nel comune di Capalbio, in provincia di Grosseto dove la macchia mediterranea fa da cornice a una straordinaria opera di scultura e architettura creata dall’artista franco-statunitense Niki de Saint Phalle a partire dal 1979 per passare alla Riserva naturale Lago di Burano meta ideale per attività di birdwatching e per chi ama la natura. La guida 2026, inoltre, raccoglie anche un contributo di ISPRA sui mari italiani.Tornando alla guida “Il Mare più bello”, la Sardegna guida la classifica regionale con ben sei località marine a Cinque Vele (da Posada e San Teodoro, sulla costa nordorientale, a Santa Teresa di Gallura più a nord. Baunei, sempre sulla costa orientale, e Domus de Maria sulla costa meridionale. Sulla costa occidentale, nel Golfo di Oristano, a Cabras, con l’area marina protetta della Penisola del Sinis e Isola di Mal di Ventre).Segue la Puglia, con cinque località fra le prime classificate: nell’Alto Salento Ionico sventolano a Nardò e Gallipoli; nell’Alto Salento Adriatico a Otranto e Melendugno, mentre la migliore località sul Gargano è Vieste.La Toscana ottiene quattro vessilli a Cinque Vele, tutti nella provincia di Grosseto: Castiglione della Pescaia, Marina di Grosseto, Capalbio e Isola del Giglio. Tre località a Cinque Vele per la Campania, concentrate nella provincia di Salerno: a Castellabate, Pollica-Acciaroli-Pioppi, San Giovanni a Piro. Infine, Liguria e Basilicata chiudono la classifica delle regioni con una località a Cinque Vele a testa: rispettivamente con le Cinque Terre e Maratea.Quanto ai Laghi, la classifica regionale vede la conferma del Trentino-Alto Adige al primo posto con tre laghi a Cinque Vele: il lago di Molveno, quello di Fiè e quello di Monticolo. Cinque Vele in Piemonte al lago di Avigliana e a Cannero Riviera sul tratto più a nord del lago Maggiore; Cinque Vele anche al lago del Mis e a quello di Santa Croce in Veneto e ai comuni di Gardone Riviera e Toscolano Maderno sulla riva occidentale del lago di Garda, in provincia di Brescia. Spostandosi nel centro Italia, le Cinque Vele sventolano sulle sponde del lago di Scanno in Abruzzo.Visualizzazioni: 14   
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		<title><![CDATA[Case della Comunità, il Ministro scopre che serve “uno sforzo di tutti gli attori”. Dopo quasi quattro anni ]]></title>
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		<description><![CDATA[<p style='color:#069;font-size:11px;font-style:italic;'><a href='http://gimbe.telpress.it/news/2026/06/16/2026061602943708359.PDF' target="_blank" ><img src='http://gimbe.telpress.it/images/help/PDF_16.png' align="left" border='0'/></a> Estratto da pag. 1 di <b>"quotidianosanita.it" </b>  del 16 Jun 2026 </p><p style='color:#444;font-size:11px;'>Gentile direttore, c’è una frase che, in politica sanitaria, dovrebbe far sempre scattare un allarme rosso: “servirà uno sforzo di tutti gli attori”.</p>]]></description>
		<pubDate>Tue, 16 Jun 2026 11:17:00 +0200</pubDate>
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		<tp:url><![CDATA[https://www.quotidianosanita.it/lettere-al-direttore/case-della-comunita-il-ministro-scopre-che-serve-uno-sforzo-di-tutti-gli-attori-dopo-quasi-quattro-anni/]]></tp:url>
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		<tp:ocr><![CDATA[Lettere al direttoreGentile direttore, c’è una frase che, in politica sanitaria, dovrebbe far sempre scattare un allarme rosso: “servirà uno sforzo di tutti gli attori”. Gentile direttore,c’è una frase che, in politica sanitaria, dovrebbe far sempre scattare un allarme rosso: “servirà uno sforzo di tutti gli attori”. Di solito arriva quando un obiettivo è in ritardo, le responsabilità sono diffuse, le scadenze vicine e nessuno ha grande voglia di rimanere con il cerino acceso in mano.Il Ministro Schillaci, nel suo intervento al Forum G19+2 di Genova, assicura che l’obiettivo delle Case della Comunità è raggiungibile. Molto bene. Ma non è chiaro se, una volta tagliato il nastro, quelle strutture saranno davvero in grado di fare ciò per cui sono nate: prendere in carico le persone, integrare professionisti e servizi, ridurre gli accessi inappropriati in ospedale e intercettare la cronicità prima che diventi emergenza.Perché una Casa della Comunità non è una targa, una planimetria, una voce di avanzamento lavori o un edificio ristrutturato con fondi europei. È un presidio del Servizio Sanitario Nazionale che dovrebbe funzionare perché dentro ci lavorano medici e pediatri di famiglia, infermieri, specialisti, assistenti sociali e personale amministrativo, con diagnostica di base, punto unico di accesso, collegamento con la Centrale Operativa Territoriale e presa in carico reale dei pazienti.Qui emerge il primo cortocircuito. Il PNRR ha previsto le Case della Comunità come uno degli assi della riforma dell’assistenza territoriale. Il DM 77/2022 ne ha definito funzioni e standard. Ma il rischio, ormai evidente, è che la narrazione pubblica trasformi un progetto di sanità territoriale in un piano di edilizia sanitaria. Così il successo si misura sulla struttura consegnata, non sul servizio erogato; sul cantiere chiuso, non sul bisogno di salute intercettato; sul numero raggiunto, non sull’equità di accesso.La seconda criticità è politica. “Serve uno sforzo di tutti gli attori” è una formula apparentemente inclusiva. In realtà, se pronunciata da un Ministro in carica dal 22 ottobre 2022, rischia di suonare come un elegante trasferimento di responsabilità. Certo, la sanità è competenza concorrente; Regioni, aziende sanitarie e territori devono fare la loro parte. Ma dopo quasi quattro anni di Governo, il Ministro della Salute non può limitarsi a esortare tutti a stringersi a coorte. Altrimenti la responsabilità diventa un condominio istituzionale: tutti devono fare qualcosa, ma nessuno risponde davvero del risultato finale. E intanto il cittadino, che non legge le milestone europee né partecipa ai tavoli tecnici, chiede: quando ho bisogno di assistenza, qualcuno mi prende in carico?Il terzo punto è il più concreto: senza personale le Case della Comunità rischiano di diventare case disabitate. Il DM 77 non immagina contenitori vuoti, ma luoghi popolati da professionisti e servizi. Dove sono le risorse per reclutare, trattenere e valorizzare il personale necessario? Dove sono le misure per rendere attrattiva la medicina territoriale? Dove sono i modelli organizzativi che permettono a medici, infermieri, specialisti e servizi sociali di lavorare davvero insieme? Il PNRR ha finanziato investimenti, non miracoli: consente di rendicontare ristrutturazioni, tecnologie e infrastrutture, ma non garantisce automaticamente l’organizzazione quotidiana dei servizi né la presenza stabile dei professionisti. Se il Fondo Sanitario Nazionale resta insufficiente e la crisi del personale rimane una variabile secondaria, le Case della Comunità rischiano di aprire formalmente e funzionare parzialmente. Un modo molto italiano di rispettare una scadenza senza risolvere il problema.C’è poi una questione di linguaggio. Dire che “l’obiettivo è raggiungibile” può significare tante, troppe cose. Raggiungibile per Bruxelles? Per il cronoprogramma? Per il collaudo tecnico-amministrativo? O per i cittadini, che dovrebbero trovare servizi accessibili e continuità di cura? So
no obiettivi diversi: i primi tre si certificano con documenti, report e visite istituzionali; il quarto con la vita quotidiana delle persone. E la sanità pubblica, lasciando da parte la propaganda, si giudica sul quarto obiettivo.L’ironia, amara, è che dopo anni di annunci sulla sanità territoriale siamo ancora alla fase dello “sforzo di tutti”. Ma il Paese non ha bisogno di una maratona retorica. Ha bisogno di sapere quante Case della Comunità saranno realmente operative, con quali servizi, con quali orari, con quali professionisti, con quali standard e con quali risorse a regime.Il diritto alla tutela della salute non si garantisce con l’ottimismo istituzionale. Si garantisce con programmazione, personale, finanziamento, accountability e risultati misurabili. Altrimenti rischiamo di festeggiare l’apertura delle Case della Comunità mentre il SSN continua a non avere abbastanza professionisti per abitarle. E, come noto, una casa senza abitanti può anche essere nuova. Ma resta vuota.Nino CartabellottaPresidente Fondazione GIMBE16 Giugno 2026© Riproduzione riservataGentile Direttore, l’annuncio del premier Keir Starmer sul divieto per legge dell’uso dei social per i minori britannici di 16 anni anche in Gran Bretagna, sull’onda della decisione già presa...Gentile Direttore,da alcuni mesi il dibattito sulla cosiddetta riforma della medicina territoriale sembra essersi progressivamente impantanato. I grilli parlanti si sono zittiti. Proprio qualche giorno fa c’è poi stato quello...Gentile Direttore,il tema delle rette RSA per le persone affette da Alzheimer avanzato, stato vegetativo permanente o gravi patologie neurologiche degenerative riapre una questione profondamente umana, sociale e sanitaria. Non...Gentile direttore,da medico di medicina generale, guardo con amarezza al fallimento della riforma promossa dal ministro della Salute, Orazio Schillaci. Un’amarezza che nasce non solo dai contenuti discutibili della proposta,...Sanità digitale per garantire più salute e sostenibilità. Ma servono standard e condivisioneItaliani all'estero extra Ue. Via libera definitivo del Senato alla tessera sanitaria con contributo di 2.000 euro. Il provvedimento ora è leggeMedici di famiglia. Della Riforma rimane ben poco. Dopo lo stop al decreto resta l’ipotesi di una norma sulle 6 ore nelle Case della comunità. Bertolaso, in polemica, lascia da vice della Commissione SaluteOms Europa: entro il 2030 mancherà quasi un milione di operatori sanitari. E i piccoli Paesi lanciano il piano per non arrivare impreparatiFarmaci innovativi. L’accesso è bloccato dalla burocrazia: per un professionista su due il nodo sono piani terapeutici, note e autorizzazioniMedici di famiglia, la storia di una riforma infinita: quindici anni di annunci e promesse mancate con il rischio che le cure primarie finiscano al privatoRette RSA e Alzheimer: la giurisprudenza svolta. Per la prima volta un Tribunale condanna direttamente anche una RegioneMedico di famiglia. Anatomia di un fallimentoEnpam. Scontro M5S-Giorgetti sulle pensioni dei medici. Castellone: “Investimenti a rischio, c'è un'inchiesta della procura di Milano”Dottori anche con la laurea triennale: perché continuare a sminuirli?Medici di famiglia, la riforma Schillaci si ferma. La maggioranza frena sul passaggio alla dipendenzaQuotidiano onlined'informazione sanitariaSede legale e operativa:Via della Stelletta, 23, 00186 - RomaSede operativa:Via Luigi Galvani, 24, 20124 - MilanoTel: (+39) 06 45209 715Email: [email protected]Copyright 2013-2026 © Homnya SrlTutti i diritti sono riservatiP.I. e C.F. 13026241003Iscrizione al ROC n.34308Iscrizione Tribunale di Roma n.115/2013 del 22/05/2013Riproduzione riservata   
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		<title><![CDATA[FaiNotizia - Focus Sanità - I SerD. La puntata settimanale (15.06.2026) ]]></title>
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		<description><![CDATA[<p style='color:#069;font-size:11px;font-style:italic;'><a href='http://gimbe.telpress.it/news/2026/06/16/2026061602928108251.PDF' target="_blank" ><img src='http://gimbe.telpress.it/images/help/PDF_16.png' align="left" border='0'/></a> Estratto da pag. 1 di <b>"radioradicale.it" </b>  del 15 Jun 2026 </p><p style='color:#444;font-size:11px;'>Rubrica. Ascolta l''audio registrato lunedì 15 giugno 2026 in radio. FaiNotizia - Focus Sanità - I SerD. La puntata settimanale</p>]]></description>
		<pubDate>Tue, 16 Jun 2026 10:26:00 +0200</pubDate>
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		<tp:ocr><![CDATA[Nella puntata di oggi parliamo di dipendenze e di come il nostro Servizio Sanitario Nazionale risponde a uno dei fenomeni più complessi e delicati della sanità pubblica.Un tema che riguarda la salute, ma anche il disagio sociale, la marginalità, le disuguaglianze territoriali e la capacità dello Stato di intercettare il bisogno prima che diventi emergenza.Il cuore di questo sistema sono i Servizi per le Dipendenze, i cosiddetti SerD: strutture pubbliche del Servizio Sanitario Nazionale che si occupano di prevenzione, diagnosi, cura e riabilitazione.Sulla carta, il modello italiano è …  avanzato: un sistema pubblico, universalistico, integrato con servizi ambulatoriali, strutture residenziali e semi-residenziali.Nella realtà, però, il funzionamento dei SerD è molto diverso da regione a regione, e spesso lontano dagli standard previsti.L'intervista a Nino Cartabellotta, presidente della Fondazione GIMBE.leggi tuttoriduci   
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		<title><![CDATA[Pediatri, lo spettro del pensionamento. Carenze anche a Trieste e in FVG ]]></title>
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		<description><![CDATA[<p style='color:#069;font-size:11px;font-style:italic;'><a href='http://gimbe.telpress.it/news/2026/06/16/2026061603214908143.PDF' target="_blank" ><img src='http://gimbe.telpress.it/images/help/PDF_16.png' align="left" border='0'/></a> Estratto da pag. 1 di <b>"triesteallnews.it" </b>  del 16 Jun 2026 </p><p style='color:#444;font-size:11px;'>Scopri la mancanza di pediatri a Trieste: servono 15 pediatri di libera scelta secondo la ricerca della Fondazione Gimbe.</p>]]></description>
		<pubDate>Tue, 16 Jun 2026 09:48:00 +0200</pubDate>
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		<tp:url><![CDATA[https://www.triesteallnews.it/2026/06/pediatri-lo-spettro-del-pensionamento-carenze-anche-a-trieste-e-in-fvg/]]></tp:url>
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		<tp:ocr><![CDATA[16 giugno 2026 – ore 07:00 – Non solo medici di famiglia, infermieri, specialisti negli ospedali, personale per il pronto soccorso. Mancano anche pediatri a Trieste e in Friuli Venezia Giulia. E, grazie a una ricerca di Gimbe, sappiamo anche il numero: servirebbero 15 pediatri di libera scelta. Il dato è stato estrapolato da una ricerca della Fondazione dove si pigliava come riferimento il rapporto ottimale previsto dall’ultimo Accordo Collettivo Nazionale: un pediatra ogni 850 assistiti. Il resto d’Italia non se la cava granché meglio, se ciò può essere di consolazione; servirebbero onde coprire i ‘buchi’ 497 pediatri di libera scelta, con gigantesche mancanze in particolare in Lombardia, Piemonte e Veneto. Il FVG tira a campare, ma tra qualche anno, considerando i futuri pensionamenti, la situazione peggiorerà ancora. Carenze che, in ogni caso, rimangono limitate all’oggi; secondo infatti la bozza di riforma dell’assistenza primaria il pediatra dovrebbe seguire il minorenne fino ai 18 anni, innalzando pertanto il numero di specialisti a 3500 figure richieste a livello nazionale. Una riforma, considerando i dati attuali, tecnicamente inapplicabile.Guardando i dati, al 1° gennaio 2025, nel Friuli Venezia Giulia il numero di assistiti per ogni pediatra di libera scelta è di 960 bambini e ragazzi, un valore superiore alla media nazionale di 917 assistiti per pediatra ma inferiore al massimale senza deroghe fissato a 1.000 assistiti, e questo dato rappresenta una media regionale che non mostra le situazioni di alcune aree periferiche, montane o meno densamente popolate dove la distribuzione degli ambulatori può rendere più difficile per le famiglie trovare un pediatra. Secondo la Fondazione Gimbe, il problema riguarda la distribuzione dei professionisti sul territorio e la capacità del sistema di garantire una scelta alle famiglie; sul futuro dell’assistenza pediatrica nella regione pesa inoltre il ricambio generazionale, perché entro l’anno 2029 diciannove pediatri di libera scelta raggiungeranno l’età pensionabile di 70 anni, un numero che se messo in relazione con la carenza già stimata indica un rischio di aumento delle difficoltà e del carico di lavoro per i pediatri in servizio.Nel Friuli Venezia Giulia, la quota di bambini e ragazzi tra i 6 e i 13 anni seguiti da un pediatra di libera scelta è pari all’88,2%, una percentuale superiore alla media nazionale dell’82,9%, e fino ai 6 anni l’assistenza da parte del pediatra di famiglia è obbligatoria, mentre dai 6 ai 13 anni le famiglie possono scegliere tra pediatra e medico di medicina generale. Il dato regionale conferma il ruolo di questa figura nell’assistenza territoriale, anche se questa scelta mantiene elevato il numero di assistiti in carico ai pediatri, in un contesto dove la medicina generale registra difficoltà di organico.Articolo di Zeno Saracino   
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		<tp:writer>Zeno Saracino</tp:writer>
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