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		<title><![CDATA[Guerra di indipendenza per le cure primarie ]]></title>
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		<description><![CDATA[<p style='color:#069;font-size:11px;font-style:italic;'><a href='http://gimbe.telpress.it/news/2026/06/06/2026060602057900579.PDF' target="_blank" ><img src='http://gimbe.telpress.it/images/help/PDF_16.png' align="left" border='0'/></a> Estratto da pag. 17 di <b>"ABOUTPHARMA" </b>  del 06 Jun 2026 </p><p style='color:#444;font-size:11px;'>Il decreto schillaci propone l'assunzione su base volontaria di medici e pediatri per attivare le case di comunità. i sindacati insorgono e minacciano lo sciopero generale</p>]]></description>
		<pubDate>Sat, 06 Jun 2026 02:47:00 +0200</pubDate>
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		<tp:ocr><![CDATA[GUERRA DI INDIPENDENZA PER LE CURE PRIMARIE Il decreto Schillaci propone l'assunzione su base volontaria di medici e pediatri per attivare le Case di comunità. I sindacati insorgono e minacciano lo sciopero generale  L  o scontro è acceso, ma era del tutto prevedibile. La partita della riforma delle cure primarie si gioca sul trasferimento dei camici bianchi dagli studi privati alle Case di comunità. Stando alla carta, cioè alla bozza del decreto Schillaci (già condiviso con le Regioni), i medici di medicina generale e i pediatri di libera scelta non saranno costretti a cambiare, bensì potranno lavorare su base volontaria nelle strutture territoriali previste dal Pnrr. L’obiettivo è portare a compimento il Piano, che stabiliva l’apertura di 1715 Case (poi riprogrammate e scese a 1.038), entro la fine dell’anno, ma che ancora oggi conta solo 781 centri ambulatoriali con qualche servizio attivo. Per fare in modo che l’offerta territoriale decolli, secondo le intenzioni del ministro della Salute, il rapporto di lavoro nelle Case passerebbe, solo per chi lo volesse, dalla attuale convenzione con il Servizio sanitario nazionale, all’assunzione.   La prospettiva ha ottenuto come reazione un blocco compatto di contrari, convinto i sindacati della categoria a scegliere la strada dello stato di agitazione e proclamare lo sciopero generale qualora non arrivino risposte concrete dalle istituzioni.  ACCORDO NAZIONALE Sono quasi 37 mila i medici di medicina generale in Italia. Un numero ragguardevole, ma non sufficiente al fabbisogno, secondo i dati della Fondazione Gimbe che a fine 2025 richiamava l’attenzione sull’assenza di almeno 5 mila unità. Con i camici bianchi, a tutti gli effetti liberi professionisti, il ministero firma una convezione, prevista dal contratto nazionale dei medici di famiglia (Acn) in cui vengono definiti i criteri, gli obblighi e i compiti. Per avere diritto alla stipula, un medico deve rispondere a un bando regionale, basato sulle carenze dovute ai pensionamenti avvenuti durante l’anno. Alla  graduatoria si accede in quattro modi diversi: aver già completato il corso di formazione o essere in dirittura d’arrivo (purché il titolo venga conseguito entro il 15 settembre dell’anno in cui si presenta la domanda), essere in possesso di un titolo equipollente, ovvero l'abilitazione ottenuta entro il 31 dicembre 1994, anche senza aver frequentato il corso specifico. Bisogna poi considerare la ripartizione dei posti: coloro che possiedono uno dei titoli equipollenti hanno diritto al 20% delle assegnazioni, mentre il restante 80% è garantito a chi ha portato a termine il corso di formazione specifica. Il bando per l'accesso alla convenzione viene pubblicato ogni anno entro il 31 gennaio, ma non ha effetto immediato. La graduatoria è infatti valida per l'anno solare successivo alla presentazione della domanda. Il compenso mensile lordo per chi raggiunge i mille assistiti è in media tra i 4 mila e i 6 mila euro: la cifra si basa sulla quota capitaria (circa 35-65 euro lordi annui per paziente), a cui si aggiungono le indennità per i servizi aggiuntivi, la gestione informatica e l’assistenza a persone oltre i 75 anni o sotto i 14 anni.  APERTI AL DIALOGO Sul possibile inserimento dei medici di famiglia nelle Case di comunità, il sottosegretario alla Salute, Marcello Gemmato, assicura di essere aperto al dialogo “per lavorare e venirsi incontro”. La loro presenza è necessaria nelle Case di comunità, finanziate grazie ai 15,6 miliardi di euro del Pnrr. "Nel momento in cui – spiega – sono state progettate queste strutture deputate all'assistenza territoriale non era stata immaginata la dotazione organica che vi avrebbe dovuto lavorare all'interno, composta non solo da medici di famiglia, ma anche da professionisti della sanità, inclusi infermieri, psicologi  e specialisti. Come arrivare a questo obiettivo, lo vedremo insieme". Il timore dei medici di perdere il ruolo di punto di riferimento per milioni di assistiti non è fondato per il sottosegretario: “Faremo in modo che questo non avvenga, il paziente è centrale 
nella cura e nella qualità di cura. Indubbiamente i medici di medicina generale e i pediatri di libera scelta assicurano la qualità nell'erogazione delle prestazioni e sicuramente si troverà il modo migliore per continuare”. L'esigenza palese è riempire le Case di comunità con personale adeguato: “chi – riprende Gemmato – aveva messo a terra le Case, gli ospedali di comunità e i centri operativi territoriali aveva pensato a come finanziarle ma non aveva immaginato la dotazione organica”. Il nodo andrà sciolto solo con un'ampia condivisione con le categorie professionali, “che resta il punto di arrivo. Come – conclude il sottosegretario – lo vedremo insieme”.  LA CRITICA DEI MEDICI La posizione della sigla più rappresentativa dei medici di famiglia, la Federazione italiana medici di medicina generale (Fimmg), è netta e contrasta il decreto in merito a vari punti. La Fimmg infatti rifiuta qualsiasi ipotesi di ricorso al rapporto di lavoro dipendente, anche se residuale, riaffermando che la medicina generale debba rimanere una professione convenzionata, fondata sul rapporto fiduciario con il cittadino.  “Abbiamo avuto modo di analizzare la bozza di questo provvedimento che riguarda la riforma dell'assistenza primaria nel nostro Paese”, spiega ad AboutPharma, Fiorenzo Corti, vicepresidente della Federazione. "Il dibattito si articola su due temi principali: il mantenimento del regime convenzionale per la medicina generale e l'apertura alla dipendenza, su base volontaria, per i medici operanti nelle Case di comunità. Esprimiamo una ferma opposizione all'ipotesi che una quota di medici di medicina generale diventi dipendente del Servizio sanitario nazionale, siamo infatti convinti che tale trasformazione peggiorerebbe ulteriormente il presidio medico sul territorio”. E non bisogna nemmeno cadere nell'errore di considerare il rapporto di dipendenza come una sorta di battaglia ideologica, “la semplice trasformazione contrattuale di un professionista – commenta Corti – non rappresenta di per sé una garanzia di miglioramento dell'intero sistema”. Per quanto riguarda invece il tema delle Case di comunità, “dobbiamo dire – continua – che già adesso è in atto la disponibilità, con il contratto attualmente in vigore, che all'interno degli accordi regionali i  medici di famiglia, rimanendo comunque nel loro ambulatorio, possano lavorare un tot di ore settimanali anche nelle Case di comunità. Questo non vuol dire abbandonare il proprio studio né fare la guardia medica di serie B nelle Case. Significa invece che alcuni progetti, come ad esempio la prevenzione, la presa in carico del paziente cronico o il rapporto con gli specialisti per la gestione di alcune prestazioni di telemedicina, siano già previsti dal contratto. Siamo peraltro in attesa dell'atto di indirizzo, un provvedimento che permetta alle Regioni di iniziare un percorso contrattuale con la medicina di famiglia dove anche questi temi possano essere ulteriormente sviluppati”.  LIBERI PROFESSIONISTI La dipendenza secondo i medici di base potrebbe peggiorare il rapporto di fiducia oggi esistente con i pazienti. Ma perché? Per Corti la ragione deriva dal collocamento delle Case di comunità. “Se ne prevede – chiarisce – una ogni 50 mila abitanti, mentre i medici di famiglia in questo momento sono presenti in tutti i territori, anche nei paesi più piccoli. Viene stabilito che ci sia un medico di famiglia ogni 1200-1300 persone, a seconda  della regione. Il problema del medico di famiglia che lavora in Casa di comunità come dipendente trasforma oggettivamente lo studio del medico di famiglia. Il paziente è consapevole di doversi recare in una struttura esterna alla Casa di comunità, che potremmo definire come un servizio di medicina generale. Sebbene una simile organizzazione sia già realtà in alcuni comuni, è impensabile ipotizzare che tutti i cittadini afferenti a una determinata Casa di comunità possano accedervi direttamente richiedendo una visita medica immediata. Gestendo un bacino di circa 50 mila abitanti, un simile approccio genererebbe inevitabilmente lunghe liste d'atte
sa. All'interno della struttura, inoltre, il personale infermieristico e amministrativo non sarà più legato direttamente al singolo medico di famiglia, bensì dipenderà in tutto e per tutto dalla Asl e dall'organizzazione aziendale. A nostro avviso, questa transizione comporterà un netto peggioramento della qualità del servizio offerto”.  MANSIONI COMPLEMENTARI Sugli impieghi dei medici inseriti nelle Case di comunità, la Fimmg ha le idee chiare. “Ribadisco che la possibilità che i medici di medicina generale possano lavorare nelle strutture è già realtà e regolamentata da diversi accordi regionali. Molti contratti scritti, infatti, identificano una quota di ore che il medico di famiglia può svolgere, ma non per finalità di assistenza diretta e ordinaria.  Se un paziente ha un mal di pancia, ad esempio, è decisamente meglio che si rechi nello studio del proprio medico, poiché non avrebbe senso chiudere gli ambulatori territoriali per trasferire le medesime visite nella Casa di comunità. L'attività del medico di famiglia all'interno di queste nuove strutture deve riguardare ambiti diversi dalla classica relazione diretta con il paziente per bisogni acuti. Si tratta piuttosto di gestire percorsi organizzativi e complessi, come il coordinamento delle campagne vaccinali, la presa in carico dei pazienti cronici, l'avvio delle televisite e lo sviluppo dei servizi di telemedicina. Di conseguenza, il medico di famiglia che opera nella Casa non vi si reca per sottrarre ore al proprio studio e replicare le stesse attività, ma per svolgere mansioni completamente differenti e complementari”.  PEDIATRI SENZA VOLTO La riforma potrebbe tradursi in un attentato alla sicurezza sanitaria delle famiglie, mascherato da “potenziamento” dei servizi, secondo la Federazione Italiana Medici Pediatri (Fimp), anche loro interessati dal decreto. “Sotto l'insegna della cosiddetta  ‘prossimità’, centralizzata negli Hub e Spoke delle Case della comunità, si cela una trasformazione radicale che rischia di snaturare la medicina del territorio ed il rapporto di fiducia con il proprio medico convenzionato, quello che ogni cittadino ha scelto, che la contraddistingue”, scrive la Federazione in una lettera inviata ai media. I pediatri nelle argomentazioni vanno al sodo e spiegano: “Il pericolo più imminente è la metamorfosi dell'assistenza primaria in una sorta di ‘call center della salute’, governato dalla logica del ‘pediatra senza volto e senza anima’. Sostituire la contattabilità e la presenza costante del pediatra di famiglia e del medico di medicina generale – continuano – con una turnazione impersonale di professionisti all'interno di una struttura ‘burocratica’ (la Casa della comunità) significa compiere un passo indietro epocale. Un turno orario può coprire una fascia della giornata, ma non potrà mai sostituire la conoscenza profonda della storia clinica, delle fragilità e del contesto sociale di un paziente e della sua famiglia”.  OLTRE LA BUROCRAZIA Così come la Fimmg, anche la Confederazione italiana pediatri (Cipe), chiarisce che l'accordo collettivo in vigore prevede già la partecipazione su base volontaria nelle Case di comunità per i pediatri con anzianità di servizio, obbligatoria per i nuovi ingressi dal 2026, con un impegno minimo di tre ore settimanali. L'attuazione tuttavia varia  a seconda delle disposizioni regionali. Negli anni i carichi di lavoro e i tassi di assistenza sono notevolmente cambiati e un eventuale aumento del massimale a 1.500 pazienti ipotizzato dal decreto Schillaci sarebbe insostenibile, visto che l’attuale limite di mille pazienti è già considerato eccessivo per garantire una cura adeguata. Lo sostiene Teresa Mazzone, presidente della Cipe. Che aggiunge: “Il lavoro del pediatra richiede un'attenzione che va oltre la semplice gestione burocratica”. La bozza di riforma, inoltre, introduce un'importante novità per l'assistenza sanitaria dei più giovani, prevedendo l'estensione delle cure del pediatra di libera scelta fino al compimento dei 18 anni d'età. Questa misura andrebbe a modificare l'assetto attuale, che fissa
 il limite standard a 14 anni, consentendo la permanenza fino ai 16 solo in casi specifici e previa proroga. L'iniziativa si prefigge una duplice finalità. Da un lato, mira a garantire agli adolescenti un percorso di cura più mirato e vicino alle loro specifiche esigenze di crescita; dall'altro, intende alleggerire il carico di lavoro che grava sui medici di medicina generale, favorendo contestualmente il ricambio generazionale all'interno della categoria dei pediatri. “Questa previsione potrebbe agevolare la transizione dei pazienti con malattie croniche”, conclude Mazzone.   Aziende/Istituzioni Ministero della Salute, Federazione italiana medici di medicina generale (Fimmg), Federazione italiana medici pediatri (Fimp), Confederazione italiana pediatri (Cipe)  ---End text---  Author: Elisabetta Gramolini  Heading:   Highlight: “Nel momento in cui sono state progettate le Case di comunità deputate all'assistenza territoriale non era stata immaginata la dotazione organica che vi avrebbe dovuto lavorare all'interno, composta non solo da medici di famiglia, ma anche da professionisti della sanità, inclusi infermieri, psicologi e specialisti. Come arrivare a questo obiettivo, lo vedremo insieme”  Image:Orazio Schillaci -tit_org- Guerra di indipendenza per le cure primarie   -sec_org-
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		<tp:writer>ELISABETTA GRAMOLINI</tp:writer>
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		<title><![CDATA[Intervista a Giuseppe Remuzzi - «Non perdiamo questa occasione Bisogna rafforzare il territorio» ]]></title>
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		<description><![CDATA[<p style='color:#069;font-size:11px;font-style:italic;'><a href='http://gimbe.telpress.it/news/2026/06/06/2026060601836205610.PDF' target="_blank" ><img src='http://gimbe.telpress.it/images/help/PDF_16.png' align="left" border='0'/></a> Estratto da pag. 8 di <b>"CORRIERE DELLA SERA" </b>  del 06 Jun 2026 </p>]]></description>
		<pubDate>Sat, 06 Jun 2026 05:53:00 +0200</pubDate>
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		<tp:ocr><![CDATA[L’intervista   «Non perdiamo questa occasione Bisogna rafforzare il territorio» Remuzzi: «Modifiche utili, si va troppo al pronto soccorso»  Professor Giuseppe Remuzzi, direttore dell’Istituto di ricerche farmacologiche Mario Negri, cos’è che non va nella sanità? «Dobbiamo potenziare il ruolo dei medici e pediatri di famiglia: si va in Pronto soccorso per ogni cosa, mentre è la medicina di base che deve poter far fronte alle prime necessità dei pazienti».  Ci sono secondo lei dei punti di forza della riforma Schillaci da preservare? «La volontà di rafforzare l’assistenza territoriale, come parte del Servizio sanitario nazionale, è preziosa. I medici di medicina generale e i pediatri di libera scelta sono  le colonne portanti della sanità pubblica, che è un bene da difendere: nonostante i problemi, fa cose straordinarie. La riforma punta a far funzionare le Case di Comunità, che in altri Paesi europei, per esempio Spagna e Portogallo, si chiamano Case della Salute e danno buoni risultati: meno pazienti in Pronto soccorso e meno liste d’attesa».  I timori di chi si oppone alla riforma sono fondati? «Si parla del rischio di perdere il rapporto fiduciario con il paziente, dell’eccesso di burocrazia, del fatto che le Case di Comunità possano restare scatole vuote. Ma la fiducia con il paziente si crea offrendogli sanità assistenziale continuativa, la burocrazia si affida a personale amministrativo e non avremo scatole vuote se le Case di Comunità saranno inserite in un sistema ben organizzato.  Queste strutture dovrebbero occuparsi soprattutto di prevenzione e gestione dei malati cronici. Per la prima serve un team multidisciplinare; per la seconda personale sanitario disponibile sette giorni su sette e h24, anche per l’assistenza a domicilio. Molte attività poi possono essere svolte dagli infermieri, figure importantissime e con ottime competenze».   Fa discutere l’ipotesi che i medici di medicina generale siano dipendenti del Ssn.  «È una cosa di cui i medici dovrebbero andare fieri: essere dipendenti dello Stato significa poter curare tutti allo stesso modo. Ma non solo: vuol dire che qualcuno ti sostituisce quando vai in ferie, che non devi occuparti della gestione dello studio perché è già equipaggiato a livello di macchinari, ecografi, strumenti per la telemedicina, che hai la stessa copertura assicurativa di un medico che lavora in un ospedale pubblico. A proposito di sanità pubblica, mi piace ricordare l’episodio di un bambino siciliano con una cardiomiopatia dilatativa: questo bambino, piccolissimo, è rimasto 490 giorni attaccato a una macchina, in un ospedale italiano, finché è arrivato un cuore compatibile per il trapianto. Oggi è guarito. Ed è uno dei tanti successi del nostro Servizio sanitario».  I medici di medicina generale in Italia sono circa 37 mila, si stima che ne manchino quasi 6 mila. Come si risolve il problema? «Bisogna rendere più attraente il lavoro del medico di medicina generale. Partendo dalla formazione universitaria: tutte le Facoltà di Medicina dovrebbero avere la scuola di specializzazione in Medicina generale, che invece oggi è presente solo in undici Atenei. Poi durante la specializzazione, gli studenti dovrebbero iniziare a lavorare a fianco di colleghi più anziani, nelle famose Case di Comunità. Un medico di medicina generale non dovrebbe essere diverso da un neurochirurgo, nemmeno dal punto di vista della formazione».  Le Case di Comunità rientrano nel piano sanitario finanziato con il Pnrr. A che punto siamo? «L’obiettivo iniziale era crearne 1.350 entro il 2026, oggi ne abbiamo più di trecento funzionanti, ma solo un centinaio a pieno regime.  Un esempio molto positivo è la struttura in via Rugabella a Milano».  Cosa potrebbe succedere se la riforma non dovesse essere approvata? «Perderemmo una grande occasione e sarebbe un peccato. La riforma ha ricevuto il via libera delle Regioni, piace a molti medici, ci porterebbe al livello di altri Paesi europei dove i medici di medicina generale sono già dipendenti pubblici, superando l’anomalia tutta italiana del contratto di convenzio
ne».  © RIPRODUZIONE RISERVATA  ---End text---  Author: Laura Cuppini  Heading: «Non perdiamo questa occasione Bisogna rafforzare il territorio» Remuzzi: «Modifiche utili, si va troppo al pronto soccorso»  Highlight: ?  Bisogna rendere più attraente il loro lavoro a partire dall’università: tutte le facoltà di Medicina dovrebbero avere la scuola di specializzazione in Medicina generale  Image:Nefrologo Giuseppe Remuzzi, 77 anni, è direttore dell’Istituto di ricerche farmacologiche Mario Negri -tit_org- Intervista a Giuseppe Remuzzi - «Non perdiamo questa occasione Bisogna rafforzare il territorio»   -sec_org-
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		<tp:writer>Laura Cuppini</tp:writer>
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		<title><![CDATA[Schillaci pronto a una mediazione per evitare le barricate dei dottori ]]></title>
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		<description><![CDATA[<p style='color:#069;font-size:11px;font-style:italic;'><a href='http://gimbe.telpress.it/news/2026/06/06/2026060601836305611.PDF' target="_blank" ><img src='http://gimbe.telpress.it/images/help/PDF_16.png' align="left" border='0'/></a> Estratto da pag. 9 di <b>"CORRIERE DELLA SERA" </b>  del 06 Jun 2026 </p><p style='color:#444;font-size:11px;'>Il ministro della Salute cerca una soluzione. Più di mille i poliambulatori da aprire</p>]]></description>
		<pubDate>Sat, 06 Jun 2026 05:53:00 +0200</pubDate>
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		<tp:ocr><![CDATA[Schillaci pronto a una mediazione per evitare le barricate dei dottori Il ministro della Salute cerca una soluzione. Più di mille i poliambulatori da aprire  ROMA Non un «blocco» della  cosiddetta riforma. Ma un «diverso modo» di centrare un obiettivo irrinunciabile, ritenuto fondamentale per il rilancio del servizio sanitario nazionale: l’apertura delle Case di Comunità entro i tempi previsti, prossimi alla scadenza.  Il ministero della Salute, per evitare di impantanarsi in un conflitto di difficile soluzione, avrebbe imboccato una strada alternativa. Un accordo con i medici di famiglia per garantire che queste figure, necessarie al funzionamento delle nuove strutture di quartiere, entrino a farne parte, integrandosi completamente e in modo stabile nella rete delle cure primarie. Ma di buon grado, senza tirarli per i capelli come avrebbe rischiato di fare il provvedimento presentato a metà aprile dal ministro Orazio Schillaci a tutte e 21 le Regioni di centrodestra e centrosinistra.  L’annuncio era stato accolto molto male dalla categoria, ostile fin dalle prime battute al cambiamento di status contrattuale. Da liberi professionisti — legati da sempre al servizio sanitario nazionale con un rapporto di convenzione — a dipendenti. Più o meno come tutti i colleghi ospedalieri. Dopo aver proclamato lo stato di agitazione, la Fimmg — il sindacato numericamente più rappresentativo (neutrale lo Snami, sebbene in polemica) — aveva minacciato anche lo sciopero se il progetto fosse andato avanti.  Insomma un «no» deciso ad una legge o decreto che avrebbe obbligato progressivamente i medici, cominciando dai nuovi assunti, a uscire dai rispettivi ambulatori e a dedicare un certo numero di ore alle Case di Comunità. Poliambulatori in parte realizzati ex novo, in parte risultato di  ristrutturazioni, dove i cittadini dovranno trovare un’offerta completa di servizi, evitando la corsa all’ospedale per qualsiasi necessità senza carattere di urgenza. Il Pnrr ne prevede l’apertura entro questo giugno. L’Italia dovrebbe presentarsi all’appuntamento con circa 1030 centri.  Alla fine col ministero si sarebbe trovata una via d’uscita.  I sindacati, da un lato, si sarebbero impegnati a trovare una formula per partecipare a questa «rivoluzione». Schillaci, dall’altro, si è reso conto che il «braccio di ferro» non avrebbe portato a risultati. E si è «fidato» della loro promessa di collaborazione.   Il tempo però preme e non si può aspettare oltre. Le Case di Comunità devono essere aperte in tempi brevi e al Ministero ritengono che sia urgente non arrivare allo scontro aperto, trovare il modo di evitare forzature. L’obiettivo è portare a casa l’accordo per bypassare lo stallo politico sul decreto.  E se non c’è ancora una stesura definitiva — e tante sono le bozze che circolano —, è vero però che i punti cardine nelle varie versioni non cambiano. Si punta a superare l’attuale assetto della medicina di base attraverso la formula del doppio canale: da una parte la convenzione rivista e corretta, indicata come canale ordinario; dall’altra la dipendenza, definita come canale selettivo, programmato.  Le «disposizioni urgenti» articolate in un decreto mirano a garantire la piena operatività delle Case di Comunità, indicate come strutture cardine del nuovo modello di assistenza territoriale, fondate sulla piena integrazione della medicina generale. Il cittadino mantiene il diritto di scegliere il suo dottore di fiducia.  Tra i punti qualificanti l’istituzione di scuole di specializzazione universitarie di durata quadriennale.  Oggi Schillaci è stato invitato a Venezia a un incontro organizzato dal Foglio sul tema Ebola. Ha confermato la sua presenza anche se dopo le indiscrezioni a proposito della frenata politica della riforma ribattezzata col suo nome si è preparato all’assalto di chi gli chiederà lumi. Ieri ha preferito non entrare in polemica.  ---End text---  Author: Margherita De Bac  Heading:   Highlight: La priorità L’obiettivo è portare a casa l’accordo per bypassare lo stallo politico sul decreto   5,7 8,1 mila  I medici di medicina g
enerale in meno rispetto al fabbisogno; 5.197 solo tra il 2019 e il 2024  mila  I medici di base che raggiungeranno il limite d’età per la pensione (70 anni) tra il 2025 e il 2028  Image:Ministro Orazio Schillaci, 60 anni, ministro della Salute dal 22 ottobre 2022. La sua riforma ridisegna le modalità di lavoro della medicina generale (LaPresse) -tit_org- Schillaci pronto a una mediazione per evitare le barricate dei dottori   -sec_org-
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		<tp:writer>Margherita De Bac</tp:writer>
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		<title><![CDATA[Frenata sulla riforma dei medici di famiglia Anche la Lega fa muro = Medici di famiglia, frenata sulla riforma Anche la Lega fa muro Dubbi di FdI e FI ]]></title>
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		<description><![CDATA[<p style='color:#069;font-size:11px;font-style:italic;'><a href='http://gimbe.telpress.it/news/2026/06/06/2026060601836405616.PDF' target="_blank" ><img src='http://gimbe.telpress.it/images/help/PDF_16.png' align="left" border='0'/></a> Estratto da pag. 8 di <b>"CORRIERE DELLA SERA" </b>  del 06 Jun 2026 </p><p style='color:#444;font-size:11px;'>Gemmato: «Ma le Case di Comunità si faranno»</p>]]></description>
		<pubDate>Sat, 06 Jun 2026 05:54:00 +0200</pubDate>
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		<tp:ocr><![CDATA[Sanità Dietrofront nel governo. Schillaci tratta  Frenata sulla riforma dei medici di famiglia Anche la Lega fa muro   Medicidifamiglia, frenatasullariforma AnchelaLegafamuro DubbidiFdIeFI Gemmato: «Ma le Case di Comunità si faranno»  L  a riforma dei medici di famiglia si ferma. Dopo giorni di lavoro tra ministero della Salute, Regioni e categorie professionali, il progetto voluto dal ministro Schillaci e dai governatori non trova il sostegno della maggioranza.  FdI, e ora la Lega, frenano, mettendo così a rischio anche le Case della comunità finanziate dal Pnrr. L’opposizione attacca: «Ancora una volta saranno i cittadini a pagare».  alle pagine 8 e 9  Cuppini, De Bac    ROMA In teoria la riforma si farà, in alcune Regioni sta già partendo. Ma in pratica non si sa come, quando e con chi.  Si parla della riforma della sanità territoriale, nel punto in cui si prevede — le infrastrutture sono finanziate con i soldi del Pnrr — l’istituzione delle Case di Comunità, ovvero di presidi sanitari che saranno una sorta di via di mezzo tra medici di famiglia (oberati di pazienti) e pronto soccorso sempre affollati.  La riforma, pensata dal ministro della Salute Orazio Schillaci, va avanti da tempo, ma ora che dovrebbe diventare operativa si registra uno stop. Il motivo è piuttosto semplice: per fornire personale alle Case di Comunità servirebbe, secondo il ministro, l’assunzione di medici o, comunque, il passaggio almeno parziale dal regime di convenzione dei medici e pediatri (oggi liberi professionisti) a quello di dipendenti del Servizio sanitario nazionale. L’alternativa è che si trovi una via di mezzo: qualche ora a settimana da destinare alla presenza nelle Case di Comunità, richieste a gran voce da tutte le Regioni, in particolare quelle del Nord.  Ma il principale (e potente) sindacato di categoria dei medici di famiglia, la Fimmg, si oppone. Tanto che da settimane anche il governo ha innestato la marcia indietro.  Molto dubbiosi in Fratelli d’Italia, idem in Forza Italia, contrarissima la Lega, che ieri è scesa in campo con un comunicato durissimo: «La Lega ha sempre espresso forti dubbi sulla riforma Schillaci delle cure primarie, impostata quasi esclusivamente sul cambio di tipologia contrattuale dei medici di famiglia e sull’obbligo di presenza nelle Case di Comunità. Da oltre due anni abbiamo depositato un disegno di legge che punta a valorizzare le aggregazioni tra medici per offrire più servizi ai cittadini».  Insomma, conclude la nota, «crediamo che la salute dei cittadini si tuteli con soluzioni operative e di buonsenso, non con imposizioni ideologiche o modelli rigidi».  Se la Lega lo grida, FdI lo sussurra: non si può far partire una riforma così profonda e divisiva per un comparto importante come la sanità «a un anno dalle elezioni». Sare b b e u n « b o o m e r a n g » enorme a livello di voti. E  qualcuno già sospetta che sia stato lo stesso ministro — convinto che non tornerà a esserlo nella prossima legislatura — a far scoppiare il caso per poter dire poi: io ero pronto, mi hanno frenato. E magari tornare al suo mondo.  Al di là dei sospetti, il problema c’è. Il rischio che le Case si aprano ma restino cattedrali vuote è grosso e quindi si cerca una mediazione con i medici. Il sottosegretario alla Salute di FdI Marcello Gemmato, amicissimo della Meloni, rassicura: «Le Case di Comunità saranno aperte nei tempi previsti, con la disponibilità condivisa dei medici di medicina generale. Fin dal primo giorno di mandato siamo al lavoro per ridisegnare l’assistenza territoriale».  Esultano intanto i sindacati, Fimmg in testa (altre sigle, c’è da dire, erano favorevoli al cambiamento). Così il segretario nazionale, Silvestro Scotti: «La riforma? Avrebbe fatto saltare l’Ssn. Non è una riforma del ministro Schillaci, ma delle Regioni, ed è fatta solo per motivi economici.  Se una parte politica della maggioranza ha capito che era dannosa, ne prendiamo atto con responsabilità».  E l’opposizione va all’attacco: «È uno spettacolo indecoroso», dice la deputata del Pd Ilenia Malavasi. E il capogruppo al Senato Fran
cesco Boccia: «La destra è divisa, schiava di chi preferisce la privatizzazione della sanità e una riforma che aveva avuto l’ok delle Regioni ora viene affossata».  ---End text---  Author: Paola Di Caro  Heading:   Highlight: L’opposizione Boccia (Pd): «La destra è divisa e schiava di chi preferisce privatizzare la sanità»   Il sindacato Fimmg: «La riforma è delle Regioni e avrebbe fatto saltare il Servizio sanitario nazionale»   La vicenda  L’obiettivo e le prime barricate  ?  Di fronte all’ipotesi dell’assunzione nel sistema sanitario, i sindacati dei medici di base avevano alzato le barricate, ma con il ministro Schillaci è proseguito il dialogo  Le strutture sul territorio  ?  Il punto di mediazione, previsto dal ministero, è l’assunzione dei medici su base volontaria per prestare servizio nelle Case di Comunità, mantenendo però anche i medici convenzionati  Il nodo stipendi e i risultati  ?  Con la riforma Schillaci lo stipendio del medico di base cambierebbe nelle sue voci, passando da un compenso basato sul numero di pazienti assistiti a una retribuzione per obiettivi  Image:Medici di base  Cosa prevede la riforma  Come lavorano oggi  1  MEDICI DIPENDENTI Su base volontaria  Lavoratori autonomi convenzionati con il Servizio sanitario nazionale  Lavorano nelle Case di Comunità  Sono  37.000  2  MEDICI AUTONOMI Nuove regole Sistemi informatici condivisi Presa in carico di cronici e fragili Controlli delle Asl  Attività in studio Numero assistiti  Ore settimanali da contratto  500  5  da 500 a 1.000  10  da 1.000 a 1.500  Lavoro in team 6 ore a settimana nelle Case di Comunità Retribuzione più legata ai risultati  3  15 Visite a domicilio su richiesta Ogni prestazione in più deve essere contrattata e pagata  FORMAZIONE Stop ai corsi regionali di 3 anni (Borsa di studio: 996 € lordi al mese) Nasce la specializzazione universitaria Durata 4 anni. Borsa: 2.166 € lordi al mese -tit_org- Frenata sulla riforma dei medici di famiglia Anche la Lega fa muro  Medici di famiglia, frenata sulla riforma Anche la Lega fa muro Dubbi di FdI e FI   -sec_org-
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		<tp:writer>Paola Di Caro</tp:writer>
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		<title><![CDATA[La cura Gemmato: il fatturato delle farmacie cresce di 4 mld ]]></title>
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		<description><![CDATA[<p style='color:#069;font-size:11px;font-style:italic;'><a href='http://gimbe.telpress.it/news/2026/06/06/2026060601840505577.PDF' target="_blank" ><img src='http://gimbe.telpress.it/images/help/PDF_16.png' align="left" border='0'/></a> Estratto da pag. 10 di <b>"FATTO QUOTIDIANO" </b>  del 06 Jun 2026 </p>]]></description>
		<pubDate>Sat, 06 Jun 2026 05:53:00 +0200</pubDate>
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		<category domain=""><![CDATA[POLITICA SANITARIA]]></category>
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		<tp:ocr><![CDATA[SALUTE • Il sottosegretario e gli affari dei colleghi  La cura Gemmato: il fatturato delle farmacie cresce di 4 mld  V  entotto miliardi di euro è la cifra del fatturato complessivo con cui le farmacie hanno archiviato il 2025. Quattro miliardi in più rispetto al biennio 2021-2022, segnato dalla pandemia. Dietro questa crescita non ci sono soltanto le dinamiche del mercato, ma anche una precisa scelta politica. Quella incarnata da Marcello Gemmato, sottosegretario alla Salute e farmacista di professione che ha sostenuto la “farmacia dei servizi”, che autorizza i farmacisti d’Italia a erogare un numero crescente di prestazioni sanitarie, dalla telemedicina agli screening, fino alle vaccinazioni.  Ma non solo: Gemmato ha anche promosso il trasferimento di alcuni farmaci dalla distribuzione ospedaliera direttamente verso gli scaffali della sua corporazione. Una scelta quella di spostare le gliflozine, i farmaci SGLT2 di nuova generazione per diabete, scompenso cardiaco e malattia renale, e le gliptine DPP-4, dal canale ospedaliero pubblico alle farmacie territoriali, che il governo Meloni ha venduto come un’operazione di prossimità ed efficienza. Ma i numeri raccontano un’altra storia. La Lombardia del leghista Attilio Fontana, attraverso la Direzione Welfare, ha confrontato il primo trimestre 2026 con lo stesso periodo del 2025 e ha trovato che la spesa lorda per gliflozine e gliptine è cresciuta del 90%.I funzionari regionali precisano però che il dato è al lordo dei meccanismi di retrocessione Aifa: una quota economica viene infatti restituita direttamente alle Regioni dalle aziende farmaceutiche a fine anno, riducendo quindi l’impatto netto della spesa regionale.   LA TOSCANA ha scelto la via legale e ha impugnato davanti al Tar del Lazio la determina Aifa che ha avviato il trasferimento dei farmaci. Con gli acquisti diretti le Asl toscane pagavano prezzi stracciati attraverso gare competitive. Oggi rimborsano a prezzo pieno, senza payback, il meccanismo con cui le aziende farmaceutiche restituiscono alle Regioni una quota della spesa eccedente i tetti fissati, riducendo l’impatto netto dei farmaci sui bilanci sanitari regionali. Per la sola Toscana la stima dell’ammanco è di circa 19 milioni sottratti alla sanità pubblica e trasferiti nei bilanci dell’industria farmaceutica. In Emilia-Romagna prima della riforma, la Asl acquistava il farmaco in regime ospedaliero o lo distribuiva pagando un onere di servizio alla farmacia, una cifra contenuta a fronte di un prezzo d’acquisto scontato fino al 66%. Oggi, con la convenzionata pura voluta da Gemmato, la Regione rimborsa il prezzo pieno nazionale alle farmacie.   Il costo aggiuntivo stimato è di 4 milioni di euro l’anno, destinato ad aumentare. Ma il danno più pesante arriverà in futuro: quando scadrà il brevetto di questi farmaci, la Regione non potrà fare gare d’acquisto competitive per i generici.  In Puglia i flussi di monitoraggio certificano una crescita della spesa convenzionata per queste classi di farmaci pari a 22 milioni di euro. In Calabria la spesa sui canali territoriali per le glifozine era di circa 13,8 milioni di euro nel 2024 ed è salita a circa 15 milioni nel 2025.  L’economista Federico Spandonaro, dell’Università di Roma Tor Vergata, è netto nell’analisi: non è stata diminuita la zona di spesa, ma è stata spostata da un tetto all’altro. Secondo il Forum che riunisce 75 Società scientifiche dei clinici ospedalieri e universitari la spesa farmaceutica complessiva ha raggiunto i 25 miliardi di euro nel 2025, di cui circa il 28% resta a carico diretto dei cittadini.  ---End text---  Author: Linda Di Benedetto  Heading:   Highlight:   Image:Sottosegretario e farmacista Marcello Gemmato ANSA -tit_org- La cura Gemmato: il fatturato delle farmacie cresce di 4 mld   -sec_org-
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		<tp:writer>LINDA DI BENEDETTO</tp:writer>
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		<title><![CDATA[Rivoluzione sanita: in arrivo le terapie digitali ]]></title>
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		<description><![CDATA[<p style='color:#069;font-size:11px;font-style:italic;'><a href='http://gimbe.telpress.it/news/2026/06/06/2026060601835305621.PDF' target="_blank" ><img src='http://gimbe.telpress.it/images/help/PDF_16.png' align="left" border='0'/></a> Estratto da pag. 7 di <b>"L'IDENTITÀ" </b>  del 06 Jun 2026 </p>]]></description>
		<pubDate>Sat, 06 Jun 2026 05:54:00 +0200</pubDate>
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		<category domain=""><![CDATA[POLITICA SANITARIA]]></category>
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		<source Readership="0" Sales="0" Printing="0" url="http://gimbe.telpress.it/news/2026/06/06/2026060601835305621.PDF"><![CDATA[L'IDENTITÀ]]></source>
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		<tp:ocr><![CDATA[RIVOLUZIONE SANITÀ: IN ARRIVO LE TERAPIE DIGITALI   UNA LEGGE CHE FA DISCUTERE L’INDUSTRIA  Da dimenticare pillole e fiale, arrivano le terapie digitali. Il medico di base, dopo una diagnosi di insonnia cronica o di una dipendenza complessa, fa la ricetta: "Il paziente scarichi il software X e segua il piano per 90 giorni". Non è la trama di un romanzo distopico, ma l’architettura legale che l'Italia sta provando a darsi con il Testo Unificato sulle Terapie Digitali. Dopo il via libera della Camera, il provvedimento, che vede come prima firmataria e relatrice la leghista Simona Loizzo, approda ora al Senato per l'ultima, decisiva curva. Una svolta strutturale che mira a colmare un gap abissale. In Germania e Francia il codice binario è già rimborsato dallo Stato, il mercato italiano delle DTx è rimasto finora prossimo allo zero, frenato da un vuoto normativo che scoraggiava investitori e startup.  Il cuore della legge, un muro invalicabile eretto contro la confusione semantica. Chiarisce che le terapie digitali non sono contapassi o "app del benessere". Per essere rimborsate, devono essere dispositivi medici software con marcatura CE, progettati per generare benefici clinici misurabili attraverso algoritmi validati.  Il percorso introduce poi un filtro scientifico severissimo. I software saranno sottoposti al Programma nazionale di Health Technology Assessment gestito da Agenas. Per arrivare sul mercato, l'algoritmo dovrà sopravvivere a trial clinici randomizzati, proprio come un farmaco chimico. Se l'esame viene superato, scatta il "premio", l'inserimento nei Livelli Essenziali di Assistenza e la rimborsabilità da parte del Ssn.  Qui la narrazione del progresso si scontra con il muro della Ragioneria dello Stato. Per evitare il veto del Mef, la legge è stata blindata con la clausola dell’invarianza finanziaria. Si fa la rivoluzione, ma senza mettere un solo euro di nuovi fondi. Le reazioni della industry non si sono fatte attendere e sono cariche di scetticismo. Confindustria Dispositivi Medici ha accolto con favore il riconoscimento come pilastro strutturale della sanità, ma ha lanciato un avviso chiaro: il rischio è di aver costruito una scocca bellissima per un'auto senza benzina. La mancanza di fondi dedicati e l'assenza di un percorso di rimborso temporaneo potrebbero rendere la legge una "scatola vuota". Ma c'è un timore ancora più concreto che agita le startup italiane: il payback. Classificate come dispositivi medici, le terapie digitali finirebbero sotto il tetto di spesa del settore, attualmente al 4,6%. Se la spesa dovesse sforare, le aziende produttrici di software dovrebbero restituire parte dei ricavi allo Stato. Un meccanismo che, secondo gli esperti di Indicon, rischia di soffocare sul nascere le startup italiane già attive nel settore e allontanare i capitali esteri, che preferiscono mercati con regole di rimborso certe e meno punitive. La maggioranza difende l'impianto puntando sulla logica dei "costi evitati". Un investimento iniziale sul software genera un risparmio netto riducendo ospedalizzazioni, uso di farmaci tradizionali e complicanze legate alla scarsa aderenza terapeutica. Il futuro del provvedimento al Senato, ora, appeso a un equilibrio sottile. Se l'Italia vuole davvero diventare un hub dell'innovazione nelle life sciences, dovrà decidere se l'algoritmo va considerato un costo da tagliare o un investimento per la sostenibilità a lungo termine. Il rischio, citando una metafora, quello del "tacchino induttivista". Credere che l'innovazione arrivi ogni mattina per abitudine, finché il contadino dei conti pubblici non decide di tirare il collo alle speranze dell'industria.  ---End text---  Author: DAVE HILL CIRIO  Heading: UNA LEGGE CHE FA DISCUTERE L’INDUSTRIA  Highlight:   Image: -tit_org- Rivoluzione sanita: in arrivo le terapie digitali   -sec_org-
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		<tp:writer>DAVE HILL CIRIO</tp:writer>
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		<title><![CDATA[Medici di famigli indietro tutta ]]></title>
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		<description><![CDATA[<p style='color:#069;font-size:11px;font-style:italic;'><a href='http://gimbe.telpress.it/news/2026/06/06/2026060601831405594.PDF' target="_blank" ><img src='http://gimbe.telpress.it/images/help/PDF_16.png' align="left" border='0'/></a> Estratto da pag. 16 di <b>"STAMPA" </b>  del 06 Jun 2026 </p><p style='color:#444;font-size:11px;'>Stop alla riforma Schillaci che prevedeva i dottori assunti dal Ssn Arischiolenuove Case di Comunità: solo il4%hatuttiiservizi attivi</p>]]></description>
		<pubDate>Sat, 06 Jun 2026 05:53:00 +0200</pubDate>
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		<category domain=""><![CDATA[POLITICA SANITARIA]]></category>
		<subcategory domain=""><![CDATA[]]></subcategory>
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		<tp:ocr><![CDATA[Medici  di famiglia  indietro tutta Stop alla riforma Schillaci che prevedeva i dottori assunti dal Ssn A rischio le nuove Case di Comunità: solo il 4% ha tutti i servizi attivi  IL CASO  PAOLO RUSSO  D  opo il via libera di nemmeno due mesi fa a Giorgia Meloni è bastato un faccia a faccia di una manciata di minuti per dire a Orazio Schillaci che la riforma dei medici di famiglia non s’ha da fare. O almeno, non per decreto, come il ministro della Salute e il quasi compatto fronte dei governatori regionali erano intenzionati a fare per evitare di arrivare alla scadenza del 30 giugno, ultima data utile per incassare la rata finale del Pnrr, con le nuove Case di comunità prive dei medici di famiglia, che più di altri dovrebbero popolarle ma che fino a oggi hanno puntato i piedi contro la prospettiva di doversi dividere tra i propri studi e le nuove strutture.   L'ultimo rapporto Agenas del marzo scorso dice che dei 1.715 maxi ambulatori aperti 7 giorni su 7, h24, il 55% è di fatto una targa affissa a una porta dietro la quale c'è il vuoto di medici e servizi, come visite specialistiche e accertamenti diagnostici di base che si dovrebbero garantire. Mentre sono solo 66, meno del 4%, le strutture con tutti i servizi avviati. Così appare un miraggio arrivare a fine mese con la nuova rete di servizi territoriali funzionante.  Una corsa contro il tempo che aveva spinto Regioni e ministro, per una volta alleati, a mettere nero su bianco la riforma dell'assistenza sanitaria territoriale poggiata su tre pilastri: l'obbligo per tutti i medici di famiglia, compresi quelli con 1.500 o più assistiti, di lavorare almeno 6 ore a settimana nelle nuove strutture; una nuova remunerazione basata non più sul numero di assistiti ma su quello che effettivamente si fa, come la presa in carico dei cronici; la possibilità, considerata “residuale”, di assumere nelle Case di comunità senza personale specialisti ospedalieri o gli stessi medici di famiglia, che da liberi professionisti sarebbero passati a essere dipendenti.  Ed è questo ad aver fatto alzare subito le barricate al potente sindacato di categoria, la Fimmg, che pur rappresentando il 4,6% dei 400mila medici italiani, da sempre controlla il loro ente previdenziale, l’Enpam. Una cassaforte da 32 miliardi di patrimonio che con il graduale passaggio alla dipendenza dei medici di famiglia rischierebbe di sfuggire di mano alla loro Federazione. Tanto che si mormora di una telefonata del presidente dell’Ente, Alberto Oliveti, a Giorgetti, al quale sarebbe stata paventata la dismissione dei 3 miliardi di titoli di Stato sottoscritti dall’Enpam qualora il Governo avesse deciso di portare avanti la riforma invisa ai medici di famiglia.  Fatto è che, pur con i governatori di centrodestra compatti nel sostenerla, a boicottarla hanno cominciato a essere esponenti di spicco della stessa maggioranza: il meloniano presidente della Commissione  Sanità del Senato Francesco Zaffini, l’ex capogruppo azzurro alla Camera Paolo Barelli e, da ultimo, si sussurra nei corridoi del ministero della Salute, il sottosegretario Marcello Gemmato, che avrebbe incontrato i sindacati di categoria per assicurare loro che la riforma non sarebbe passata. Atteggiamenti che avrebbero fatto cambiare idea anche alla Premier, spaventata dall’impatto  sull’opinione pubblica di un inedito sciopero dei medici di famiglia, minacciato dai loro sindacati. Anche se non manca chi, Schillaci in testa, tra gli esponenti della stessa maggioranza crede che a far perdere più consensi sarebbe arrivare a fine mese tagliando nastri davanti a scatole vuote finanziate con 2 miliardi di Pnrr, messi sul piatto per potenziare l’assistenza sul territorio e decongestionare così gli ospedali.  Così, rimettendo nel cassetto qualsiasi ipotesi di passaggio alla dipendenza, si è deciso ora di lavorare in fretta e furia alla nuova convenzione dei medici di base per il triennio 2025-27, magari stabilendo già nell’atto di indirizzo che fissa il perimetro del nuovo accordo il paletto delle sei ore minime di lavoro nelle Case di comunità. Un piano B che r
ischia però di andare fuori tempo massimo, perché siglare la nuova convenzione richiederà certamente del tempo e per passare dalle parole ai fatti servirà poi sottoscrivere gli accordi regionali. Nel frattempo gli italiani dovranno continuare ad arrangiarsi con quello che c'è: studi medici aperti in media tre ore al giorno nei giorni feriali, chiusi negli altri, quando l’unica alternativa restano i gironi danteschi dei pronto soccorso. —  ---End text---  Author: PAOLO RUSSO  Heading:   Highlight: Il piano B sarebbe la nuova convenzione dei camici di base per il triennio 2025-27   Ha cambiato idea anche Meloni, spaventata dalla minaccia di un inedito sciopero   “  Marcello Gemmato Sottosegretario alla Salute  Le Case di comunità saranno aperte nei tempi previsti con la disponibilità condivisa dei medici di medicina generale   “  Francesco Boccia Presidente dei senatori Pd  È l’ennesimo annuncio che questo governo non realizza e a pagare saranno ancora una volta famiglie e cittadini   32  i miliardi di patrimonio dell’Enpam, ente previdenziale che sfuggirebbe di mano  1715  I maxi ambulatori aperti sette giorni su sette. Il 55% è solo una targa davanti al nulla  Image:La riforma Il 30 giugno è il termine ultimo per incassare la rata finale del Pnrr, con le nuove case di comunità ancora prive dei medici di famiglia -tit_org- Medici di famigli indietro tutta   -sec_org-
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		<tp:writer>paolo russo</tp:writer>
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