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	<title>Rassegna online.</title>
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		<title>Rassegna online</title>
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		<title><![CDATA[Dopo il voto squali e delfini senza ricambio generazionale = Dopo il voto niente ricambio generazionale ]]></title>
		<link>http://gimbe.telpress.it/news/2026/06/01/2026060102214801261.PDF</link>
		<description><![CDATA[<p style='color:#069;font-size:11px;font-style:italic;'><a href='http://gimbe.telpress.it/news/2026/06/01/2026060102214801261.PDF' target="_blank" ><img src='http://gimbe.telpress.it/images/help/PDF_16.png' align="left" border='0'/></a> Estratto da pag. 2 di <b>"L'ECONOMIA MEZZOGIORNO" </b>  del 01 Jun 2026 </p>]]></description>
		<pubDate>Mon, 01 Jun 2026 04:11:00 +0200</pubDate>
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		<tp:ocr><![CDATA[DOPO IL VOTO SQUALI E DELFINI SENZA RICAMBIO GENERAZIONALE   Dopo il voto niente ricambio generazionale  È  vero: le ultime elezioni amministrative dicono poco o nulla sulle dinamiche politiche nazionali, ma raccontano molto sul Mezzogiorno e sulle sue classi dirigenti. Nelle urne del Sud, tra sindaci e consiglieri eletti, quando non si ripetono i cognomi, si reiterano i sistemi. Il ricambio politico e amministrativo meridionale si risolve, quasi sempre, in una sostituzione che di rinnovo ha solo l’apparenza. I vecchi squali si fanno rimpiazzare dai loro nuovi delfini intenti a nuotare, in direzione ostinata e conforme, nel mare mosso delle giunte e dei consigli comunali.  L’alternanza non c’è e, se ad altre latitudini due mandati sembrano troppi, nel Mezzogiorno anche cinque sono pochi.  Non è dunque un caso che gli amministratori locali meridionali sono i più anziani d’Italia, i meno istruiti e fanno registrare il gender gap più ampio di tutto il Paese. Questa complessità non è solo questione per sociologi e analisti. Il mancato ricambio e il persistere degli stessi gruppi nelle cariche elettive hanno conseguenze reali, impattano sulle vite dei cittadini meridionali, condizionano il futuro dei giovani che dovrebbero abitare questo territorio, pesano sullo sviluppo economico. Dal trasporto pubblico alla sanità, passando per scuole e riscossione dei tributi, i dati mostrano come i servizi amministrati a livello locale rappresentano uno dei segnali più tangibili del divario territoriale italiano.  Al Sud la velocità dei mezzi pubblici è tra le più lente d’Italia, l’emigrazione sanitaria è sempre più corposa e assume le dimensioni di un esodo, le scuole sono meno efficienti, la riscossione dei tributi è meno efficace e si conta il maggior numero di inchieste per corruzione d’Italia.  CONTINUA A PAG. 2    S  econdo i dati Istat la Campania, con un’età media di 44,2 anni è la regione più giovane d’Italia (46,6 anni media nazionale), seguita da Sicilia, Calabria e Puglia.  In quattro regioni vive il numero più alto di ragazzi tra i 15 e i 19 anni di tutta l’Unione Europea.  Questa comunità di giovani è, però, amministrata dalle giunte più vecchie del Paese. Se al Nord, secondo i report dell’Anci, la percentuale degli amministratori under 35 è del 17%, al  Sud è del 15%. In Campania ci si ferma al 12%; in Calabria si sfiora il 15% e in Puglia si resta sotto il 10%.  A questo si somma che il posizionamento gerarchico dei giovani è basso.  In Campania i sindaci nati dal 1991 in poi, sono sette, l’1,4% del totale; in Puglia la percentuale di fasce tricolori sotto i 35 anni è del 1,2%. L’età di giunte e consigli non è solo una questione anagrafica ma anche di competenze.  Gli amministratori over 35 hanno, infatti, un tasso di scolarizzazione più basso. Il 15% degli eletti non più giovane ha come titolo di studio la  terza media e solo il 37% la laurea.  Tra i giovani invece il dato si ribalta e oltre il 44% ha finito il percorso di studio in un ateneo.  Con una classe dirigente meno giovane e dunque meno competente, a risentirne sono i servizi offerti su scala locale. La scuola conferma questa relazione. La media italiana di edifici scolastici che offrono una mensa è del 30%.  Delle dodici regioni che superano questo dato, fatta salva la Basilicata, sono tutte settentrionali. Se in Piemonte sono più del 62% le scuole con mensa, in Campania solo il 18%, in Calabria il 22% e in Puglia il 27%.   Stessa situazione si riscontra sul trasporto pubblico locale.  I dati sulla velocità commerciale degli autobus delle aziende pubbliche locali mostrano davvero un’Italia a due velocità. In Campania i pullman viaggiano in media a 15,6 km/h, in Puglia a 18,7 km/h, in Calabria a 19 km/h, mentre la media nazionale è di 20 km/h.  Altro servizio critico per gli amministratori locali meridionali è quello sanitario.  La fondazione Gimbe ha calcolato che l’emigrazione sanitaria ha un costo di 5,15 miliardi e per il 78% lo pagano Calabria, Campania, Puglia e  Sicilia, mentre ad incassarlo sono Lombardia, Emilia-Romagna e Veneto.  Gli unici dati 
sui quali primeggiano gli amministratori del Sud sono quelli sulla corruzione. Libera, nel report «Italia sotto mazzetta», certifica che Campania e Puglia hanno il più alto numero di politici coinvolti in inchieste per corruzione e che la Campania è anche la prima regione per numero di inchieste e per persone indagate.  Dunque il Mezzogiorno ha una classe dirigente che si dimostra meno capace, meno giovane, meno competente e più a rischio corruzione e anche queste elezioni amministrative fanno emergere il paradosso, tutto democratico e tutto meridionale, di un potere che si reitera con il voto consapevole degli elettori.  © RIPRODUZIONE RISERVATA  ---End text---  Author: Claudio Mazzone  Heading:   Highlight:   Image: -tit_org- Dopo il voto squali e delfini senza ricambio generazionale  Dopo il voto niente ricambio generazionale   -sec_org-
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		<tp:writer>Claudio Mazzone</tp:writer>
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		<title><![CDATA[La "riforma" della medicina di famiglia ]]></title>
		<link>http://gimbe.telpress.it/news/2026/06/01/2026060102019003219.PDF</link>
		<description><![CDATA[<p style='color:#069;font-size:11px;font-style:italic;'><a href='http://gimbe.telpress.it/news/2026/06/01/2026060102019003219.PDF' target="_blank" ><img src='http://gimbe.telpress.it/images/help/PDF_16.png' align="left" border='0'/></a> Estratto da pag. 13 di <b>"LIBERTÀ" </b>  del 01 Jun 2026 </p>]]></description>
		<pubDate>Mon, 01 Jun 2026 05:23:00 +0200</pubDate>
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		<category domain=""><![CDATA[GIMBE]]></category>
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		<source Readership="87000" Sales="13887" Printing="15961" url="http://gimbe.telpress.it/news/2026/06/01/2026060102019003219.PDF"><![CDATA[LIBERTÀ]]></source>
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		<tp:ocr><![CDATA[La “riforma” della medicina di famiglia   MEDICO-PAZIENTE: QUESTIONE DI FEELING E DI ETICA  Specialista in Medicina Legale e delle Assicurazioni  L’  ultima chiacchierata (Libertà del 18 maggio) fu sulla funzione terapeutica della parola.  Ma per potere parlare in quei termini ci vuole tempo, oltre alla conoscenza reciproca. E il tempo a disposizione del Medico di Famiglia, allo stato attuale, è contingentato dall’alto numero di assistiti, dalle imposizioni burocratiche, dalla informatizzazione invasiva oltre che vincolante.  Ma, l’elemento primo per rilevanza, è l’elevato numero di assistiti secondario al basso numero di medici. La criticità sanitaria dominante sta nella carenza del personale sanitario, carenza le cui cause sono notissime.  Spostare un medico qui, un infermiere là è solo un apparire dell’agire: chiudi oggi un buco qui, ne apri domani (se non addirittura già oggi) uno là.  La prospettata riforma prevede per il Medico di Medicina Generale (MMG) la possibilità della dipendenza o della semiconvenzione. Si dice semiconvenzione perché una quota oraria (modulata sul numero degli assistiti in capo al sanitario: più ore se pochi, meno se molti) il MMG dovrà comunque riservarla alle esigenze dell’AUSL di appartenenza, venendo di volta in volta “comandato” a quella o quell’altra funzione; e la libera professione, sia pure esercitata in modalità convenzionata, è detta libera proprio perché non sottoposta a vincoli gerarchici.  Da questa ripartizione delle funzioni e degli orari si deduce come l’assistito del MMG-convenzionato non possa usufruire del suo medico quando questi è stato “comandato” ad altro ufficio, dovendosi quindi rivolgere a sanitario alternativo (MMG “libero”/dipendente? E dove?).  In concreto, quindi, se ne ha che tale riorganizzazione basa sull’ipotesi che un certo numero di MMG abbia tempo libero, sufficiente a essere fruibile dalla comunità. Ma se oggi la penuria dei medici porta a degli eccessi di assistiti, anche fino a 1800/MMG, quando il rapporto ottimale è fissato a 1200/MMG, se ciò avviene, è legittimo chiedere dove andare a trovare quei MMG sufficientemente liberi da potere essere “comandati” a funzioni ulteriori oltre che diverse da quelle di loro stretta competenza.  Quindi delle due l’una: o ci sono abbastanza MMG o non ci sono. Se non ci sono l’unica soluzione è quella di incrementarli.  Incrementarli e far sì che restino. E come? Con l’unico mezzo dettato dal “mercato”: attrattiva e compenso soddisfacente.   Su questa “riforma” si è recentemente  espressa, per bocca del suo presidente Nino Cartebellotta, la Fondazione GIMBE (ente senza fini di lucro il cui scopo è quello di favorire la conoscenza delle migliori evidenze scientifiche) rilevando come le “Linee programmatiche del riordino dell’assistenza primaria territoriale, della medicina generale e della pediatria di libera scelta al fine di garantire la piena operatività delle Case della Comunità” di cui alla “nuova regolamentazione che il Governo ritiene necessaria per realizzare gli obiettivi stabiliti nel PNRR e per impiegare le connesse risorse”, rilevando come, posta “l’attenzione sui bisogni di cittadini e pazienti emergono numerose criticità, che non riguardano solo l’assetto giuridico dei professionisti, ma soprattutto ciò che il cittadino potrà effettivamente esigere dalla riforma dell’assistenza territoriale.” Per i dettagli si rinvia alla lettera che il presidente della Fondazione GIMBE ha inviato a Quotidiano Sanità che l’ha pubblicata il 15 maggio (https://www.quotidianosanita.it/lettere-al-direttore/riforma-dellassistenza-territoriale-qualisono-i-reali-benefici-per-cittadini-epazienti/).   Restando in casa MMG, si crede che se il medico fosse alleggerito di tutto il carico burocratico, che ne assorbe tempo ed  energie, e potesse prendersi cura di un ottimale numero di assistiti, cioè potesse fare quello per cui ha studiato (lungamente, con fatica e con il contributo non minimo della sua famiglia), se ne avrebbe un quasi ritorno a quello stretto rapporto medico-paziente che ora viene rimpianto.  Un quasi ritorn
o: “quasi” perché indietro non si può mai tornare, perché “l’ora è fuggita”, perché il tempo attuale è quello che la comprende in termini genetici, vale a dire causali, quindi non ripetibili se non concausalmente, ma mai causalmente.  Un quasi ritorno che però può essere meglio, se ben gestito, del pieno ritorno se si tiene buon conto dell’esperienza maturata.  Sempre comunque non dimenticando che, come in tutte le professioni, ma specialmente per quella medica, accanto e dopo lo studio teorico rileva la “pratica” nel programma di formazione del nuovo sanitario. Per questo è parte fondamentale dell’insegnamento la frequentazione delle corsie ospedaliere, ove il quid fondamentale è l’esempio: del docente, dei suoi aiuti, del personale infermieristico non che tecnico. È l’aria che si respira che più pura è meglio fa.  Ciò vale sia per il futuro medico ospedaliero come per chi si dedicherà alla medicina di famiglia. Nel secondo caso l’esempio deriverà dal padre se già MMG, o da un parente o anche solo dal proprio MMG che si è incontrato in casa quando si era bambini, e lo si è visto tornare mentre si cresceva, sino ad averlo poi come proprio curante. Se ne è assorbito il modo di proporsi, di consolare, di raccomandare abitudini di vita sane, la pazienza che mostrava con la vecchia zia bisbetica ecc. Anche se non sempre, questo era il “vecchio” medico di famiglia, che involontariamente forgiava allievi in nuce.  Era una specie di stampino di cui, pèrsane la traccia, non si sa se quando e come resuscitarne l’impronta in caso di necessità.  La prospettata riforma della medicina di famiglia porta con sé, almeno credo, questo rischio. Dico rischio ammesso che la medicina di famiglia, come sin qui esercitata, sia valore condiviso; se invece è un disvalore, ben venga il suo abbandono.  Ma se la si stima un valore, deve essere rafforzata e non solo fortemente difesa.  Come il buon maestro delle elementari resta nella memoria anche del premio Nobel per certi suoi suggerimenti mnemonici, per il suo tratto accogliente e fermo, per la sua aura di sapiente, il buon medico di famiglia è messaggero di una professione che ippocraticamente si impara “sul campo”, esempio su esempio, la cui eventuale scomparsa ne secca le radici impedendone, in caso di bisogno, il ritorno.  ---End text---  Author: MARCELLO VALDINI  Heading: MEDICO-PAZIENTE: QUESTIONE DI FEELING E DI ETICA  Highlight:   Image: -tit_org- La “riforma” della medicina di famiglia   -sec_org-
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		<tp:writer>MARCELLO VALDINI</tp:writer>
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		<title><![CDATA[Infermiere, lavoro da valorizzare ]]></title>
		<link>http://gimbe.telpress.it/news/2026/06/01/2026060101970003773.PDF</link>
		<description><![CDATA[<p style='color:#069;font-size:11px;font-style:italic;'><a href='http://gimbe.telpress.it/news/2026/06/01/2026060101970003773.PDF' target="_blank" ><img src='http://gimbe.telpress.it/images/help/PDF_16.png' align="left" border='0'/></a> Estratto da pag. 29 di <b>"CORRIERE DELLA SERA" </b>  del 01 Jun 2026 </p>]]></description>
		<pubDate>Mon, 01 Jun 2026 05:42:00 +0200</pubDate>
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		<category domain=""><![CDATA[POLITICA SANITARIA]]></category>
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		<tp:ocr><![CDATA[Infermiere, lavoro da valorizzare  D  ifficilmente l’Intelligenza artificiale potrà soppiantarlo. Un motivo in più per sceglierlo. Eppure quello dell’infermiere è un mestiere che non sta godendo di grande attrattiva. Oggi l’Italia è al 24esimo posto fra i 35 Paesi Ocse per numero di professionisti: sono 6,5 ogni mille abitanti. Come spesso accade, i nostri infermieri sono anche i più bravi: guardacaso trentamila lavorano all’estero, dove vengono accolti con stipendi più allettanti e più rispettosi dell’impegno e del ruolo. Mentre in Italia ce ne sono 462 mila, ma ne mancano 65 mila. E Barbara Mangiacavalli, la presidente della Federazione nazionale ordini professioni infermieristiche (Fnopi), lo dice schietta: «È una professione che cresce, che vuole studiare, specializzarsi e fare ricerca, ma chiede un riconoscimento maggiore a livello sociale, istituzionale e mediatico. E non è una questione di vanità: è la risposta a una domanda che arriva da un Paese che invecchia e che ha sempre più bisogno di assistenza qualificata». Tutti abbiamo fatto esperienza diretta o indiretta di un ricovero all’ospedale e tutti abbiamo visto quanto è prezioso il sorriso che accompagna un gesto esperto. Ma non basta dire che gli infermieri sono degli eroi, come ci siamo stancati di sentire dopo il Covid, tanto più che questa narrazione ha spaventato tutta una fascia di giovani disposta sì a fare bene il proprio mestiere, ma non a immolarsi. Gli stipendi sono bassi rispetto alla media europea, mancano prospettive di carriera chiare.  Perché oggi un neodiplomato dovrebbe iscriversi a un corso di laurea in infermieristica? Qualche buon motivo ci viene in soccorso ascoltando le storie su www.Infermieristory.it, il sito creato dalla Fnopi per raccogliere le testimonianze di uomini e donne che hanno lavorato o lavorano ancora con passione. Cento videointerviste raccontano un mestiere che ha giocato un ruolo cruciale nella storia d’Italia, dalla partecipazione alla Resistenza all’alluvione a Firenze del 1966.  Nel 1980 è stato un infermiere a coordinare i soccorsi nella strage di Bologna e da quell’esperienza è nato il 118. Nel 1971 c’è voluta una legge (la numero 124) per sancire l’ingresso degli uomini nella professione che fino a quel momento era stata declinata solo al femminile, e oggi gli uomini sono il 24 per cento. Ne aspettiamo di più. Forza! © RIPRODUZIONE RISERVATA  ---End text---  Author: Elvira Serra  Heading:   Highlight:   Image: -tit_org- Infermiere, lavoro da valorizzare   -sec_org-
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		<tp:writer>Elvira Serra</tp:writer>
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		<title><![CDATA[Ebola, a Cagliari un altro caso sospetto ]]></title>
		<link>http://gimbe.telpress.it/news/2026/06/01/2026060101968903778.PDF</link>
		<description><![CDATA[<p style='color:#069;font-size:11px;font-style:italic;'><a href='http://gimbe.telpress.it/news/2026/06/01/2026060101968903778.PDF' target="_blank" ><img src='http://gimbe.telpress.it/images/help/PDF_16.png' align="left" border='0'/></a> Estratto da pag. 19 di <b>"CORRIERE DELLA SERA" </b>  del 01 Jun 2026 </p><p style='color:#444;font-size:11px;'>Paziente prelevato in casa: è arrivato dal Congo dopo gli scali al Cairo e Roma. I prelievi inviati allo Spallanzani</p>]]></description>
		<pubDate>Mon, 01 Jun 2026 05:42:00 +0200</pubDate>
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		<category domain=""><![CDATA[POLITICA SANITARIA]]></category>
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		<tp:ocr><![CDATA[Ebola, a Cagliari un altro caso sospetto  Paziente prelevato in casa: è arrivato dal Congo dopo gli scali al Cairo e Roma. I prelievi inviati allo Spallanzani  CAGLIARI Un caso sospetto di  Ebola a Cagliari. Un cittadino di origine congolese e di nazionalità italiana rientrato pochi giorni fa dal Congo, è stato ricoverato nel reparto malattie infettive dell’ospedale Santissima Trinità. Intorno alla sua abitazione, nella centrale via Manno, è scattato il cordone sanitario: isolati alcuni edifici, la strada chiusa al traffico e transennata mentre medici e infermieri delle ambulanze specializzate del 118 lo hanno prelevato dalla sua abitazione. Alcuni passanti hanno riferito che l’intervento dei sanitari nel primo pomeriggio, con tute protettive bianche e maschere, si è protratto per più di un’ora. Negozi e bar sono stati chiusi.  Non sono state fornite le generalità della persona ricoverata, si sa soltanto che era partito da Cagliari il mese scorso per andare a trovare la famiglia in Congo – che è il paese africano dove più è diffusa l’epidemia, con centinaia di morti — ed è ritornato in Sardegna la scorsa settimana con un volo da Kinshasa che ha fatto scalo al Cairo e successivamente a Fiumicino.  Forse perché proveniente dall’Egitto, all’arrivo in Italia non  ha subìto specifici controlli. I primi sintomi li ha percepiti pochi giorni fa (febbre, cefalea, nausee) ma probabilmente ha ritenuto di avere contratto una banale influenza. Nelle ultime ore avrebbe lamentato anche difficoltà respiratorie.  Subito dopo il ricovero sono stati effettuati i prelievi di sangue e sierologici per eseguire i test molecolari e antigenici; sono state anche assunte le informazioni sui contatti avuti dopo il suo arrivo a Cagliari, per attivare immediatamente le misure di prevenzione e profilassi.  È stato avviato anche un  contatto continuativo con l’ospedale Spallanzani di Roma che, secondo le direttive del ministero della Salute, ha preso in carico il sangue prelevato, inviato con procedura d’urgenza in elicottero, e dovrà procedere a un eventuale riscontro sul virus o dare un responso di negatività, come è avvenuto nei giorni scorsi per la dottoressa volontaria di Medici Senza Frontiere, rientrata in Italia da un paese centro africano: aveva gli stessi sintomi del paziente di Cagliari.  I risultati sono attesi per oggi. In caso di positività il  paziente che vive a Cagliari sarà trasferito immediatamente allo Spallanzani di Roma con un volo militare, come previsto dalle procedure d’emergenza. Ma proprio il caso precedente di negatività, quello della dottoressa, induce il ministero a ribadire che «il rischio di contagio resta molto basso». Comunque è stato confermato l’obbligo per chiunque provenga da Congo e Uganda di inviare entro 24 ore dall’arrivo una dettagliata dichiarazione informativa all’Asl di residenza.  Alberto Pinna  ---End text---  Author: Alberto Pinna  Heading:   Highlight: La vicenda ? Un cittadino di origini congolesi, residente a Cagliari e rientrato nei giorni scorsi da Kinshasa, ha manifestato sintomi compatibili col virus Ebola.  I test all’Istituto Spallanzani di Roma sono attesi per oggi  Image: -tit_org- Ebola, a Cagliari un altro caso sospetto   -sec_org-
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		<tp:writer>Alberto Pinna</tp:writer>
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		<title><![CDATA[Toscana, Sardegna e Umbria I buchi della sanità rossa = Pochi medici e infermieri (ma un primario ogni o letti) ]]></title>
		<link>http://gimbe.telpress.it/news/2026/06/01/2026060101970103774.PDF</link>
		<description><![CDATA[<p style='color:#069;font-size:11px;font-style:italic;'><a href='http://gimbe.telpress.it/news/2026/06/01/2026060101970103774.PDF' target="_blank" ><img src='http://gimbe.telpress.it/images/help/PDF_16.png' align="left" border='0'/></a> Estratto da pag. 20 di <b>"GIORNALE" </b>  del 01 Jun 2026 </p>]]></description>
		<pubDate>Mon, 01 Jun 2026 05:42:00 +0200</pubDate>
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		<category domain=""><![CDATA[POLITICA SANITARIA]]></category>
		<subcategory domain=""><![CDATA[]]></subcategory>
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		<tp:ocr><![CDATA[LE INCHIESTE DEL GIORNALE  Toscana, Sardegna e Umbria I buchi della sanità rossa   IL BOOM DEI COSTI  Pochi medici e infermieri (ma un primario ogni 5 letti)  Maria Sorbi alle pagine 20-21  a cura di Maria Sorbi  al fine vita alla disforia di genere: la Regione Toscana si è lanciata in politiche sanitarie ed etiche di portata nazionale.  Ma spesso è scivolata nella più spavalda ideologia di sinistra, che non conosce delicatezza nè rispetto delle fragilità umane. Non tanto sul fine vita, per cui ha ottenuto l’ok della Corte Costituzionale (che ha chiesto di correggere solo qualche passaggio della legge), ma sul cambio di sesso: l’ospedale Careggi di Firenze ha reso l’iter una procedura leggera quanto quella per un trattamento estetico. Pensando siano sufficienti cinque sedute dallo psichiatra per decretare che un minorenne sia pronto al farmaco blocca crescita.  Sul tema è quasi pronto un decreto (nazionale), scritto assieme a  D  un pool di medici, per correggere il tiro e far ritornare la disforia in mano alla scienza, levandola da quelle della politica. Forse così la giunta regionale tornerà ad occuparsi di temi più vicini, reali. E urgenti, a cominciare dal mega deficit delle Asl, che potrebbe ammontare a 100 milioni. Da correggere c’è poi una grossa anomalia: mancano medici, manca personale ma in Toscana ci sono 2.142 primari, cioè uno ogni 4,8 posti letto.  Ci sono unità operative - ad esempio Siena - in cui operano due medici e c’è un direttore. E una sanità fatta di soli comandanti non può funzionare, viene appesantita e basta. A denunciare la situazione è il gruppo regionale di Fratelli d’Italia: il consigliere Diego Petrucci ha girato tutta la regione  per documentare i numeri e ha raccolto i risultati della sua ricerca in un libro (Toccare con gli occhi), fotografia impietosa di una sanità in difficoltà. «Ci sono troppi primari - denuncia - posizioni apicali che comportano solo costi altissimi senza produrre un effettivo beneficio ai cittadini e che servono solo alla sinistra per mantenere il sistema di potere che ha messo in piedi nei 55 anni di gestione della Toscana. I toscani meritano amministratori che abbiano a cuore la loro terra e il beI direttori sa nessere della popodal Pd in lazione, non politiogni 4,8 let ci che sono interesinutilmente sati solo a fare gli  2.14  interessi degli amici degli amici e ad avere una poltrona su cui sedere».  Encomio ai medici: nonostante le sovrastrutture, riescono a fare miracoli. Tanto che l’ospedale Lotti di Pontedera rientra nell’elenco dei migliori d’Italia. Gli standard di cura non vengono rispettati solo in due casi: all’ospedale di Portoferraio, area osteomuscolare, e nell’azienda ospedaliera universitaria senese, dove non viene rispettata la proporzione tra parti tradizionali e tagli cesarei.  ari nominati Da risolvere la piaoscana: uno ga liste d’attesa. Se un numero un paziente è di evato Massa Carrara e  2  gli propongono una visita dall’altro lato della regione alle 8 del mattino, è molto facile che debba dire di no. Soprattutto se è malato e non può pagarsi l’albergo. A quel punto viene depennato dalla liste, senza che gli venga offerta un’alternativa. Prendere o lasciare. Quale modo migliore per risanare (sulla carta) i numei delle liste d’attesa se non calcolare solo i pazienti che ottengono le visite? «La Toscana - propone Petrucci faccia come il Piemonte per abbattere le liste di attesa. Un milione di prestazioni sanitarie in più in cinque anni per abbattere le liste d’attesa». L’unica soluzione sarebbe quella degli orari extra. In sostanza: meno soldi per gli stipendi ai direttori e più per i turni del personale e gli esami serali.  ---End text---  Author: Maria Sorbi  Heading:   Highlight: Di cosa parliamo Ecco l’ultima puntata del nostro viaggio nella sanità rossa. In queste pagine ci occupiamo di Umbria, Sardegna e Toscana. Regioni in cui, in modi differenti, la politica di bandiera ha prevalso sulla voglia di far funzionare davvero gli ospedali. In nome di un «andare contro» che sembra direttamente uscito dagli anni Novanta e che dà più pes
o alla battaglia tra consiglieri regionali e giunte, tra presidenti di regione e direttori, che alla programmazione. I pazienti non vanno pensati come elettori. E noi siamo convinti che denunciare le male abitudini sia il primo passo per ridare ai malati il diritto alle cure.    Moltiplicate le poltrone, il buco Asl Dal fine vita alla disforia di genere: l’ideologia nelle corsie   2.142 I direttori sanitari nominati dal Pd in Toscana: uno ogni 4,8 letti, un numero inutilmente elevato  Image: -tit_org- Toscana, Sardegna e Umbria I buchi della sanità rossa  Pochi medici e infermieri (ma un primario ogni o letti)   -sec_org-
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		<tp:writer>Maria Sorbi</tp:writer>
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		<title><![CDATA[Intervista a  Francesca Romana Ramundo  - Farmaci, ue indipendente la «Ricetta» sandoz ]]></title>
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		<description><![CDATA[<p style='color:#069;font-size:11px;font-style:italic;'><a href='http://gimbe.telpress.it/news/2026/06/01/2026060101969503780.PDF' target="_blank" ><img src='http://gimbe.telpress.it/images/help/PDF_16.png' align="left" border='0'/></a> Estratto da pag. 29 di <b>"L'ECONOMIA" </b>  del 01 Jun 2026 </p><p style='color:#444;font-size:11px;'>Ramundo, ceo della filiale tricolore: «Produrre in casa è strategico per la sicurezza e la continuità delle fornitura. L'Italia sia più consapevole»</p>]]></description>
		<pubDate>Mon, 01 Jun 2026 05:42:00 +0200</pubDate>
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		<category domain=""><![CDATA[POLITICA SANITARIA]]></category>
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		<tp:ocr><![CDATA[FARMACI,UEINDIPENDENTE LA«RICETTA»SANDOZ Ramundo, ceo della filiale tricolore: «Produrre in casa è strategico per la sicurezza e la continuità delle fornitura. L’Italia sia più consapevole»   GRANDI GRUPPI  d i M A RG H ERI T A D E BA C  T  raguardo storico per Sandoz.  Da 80 anni è un’eccellenza sul campo degli antibiotici, interamente lavorati presso il sito di Kundl, dove nel 1952 venne sviluppata la prima penicillina orale al mondo. Il compleanno è stato festeggiato il 28 maggio, nello stabilimento austriaco. «Dietro questo primato c’è molto altro. Grandi investimenti e anche il bisogno di un approfondimento, una riflessione», soppesa soddisfazioni e timori Francesca Romana Ramundo, amministratore delegato di Sandoz SpA, filiale italiana della multinazionale elvetica leader nei farmaci a brevetto scaduto, gli equivalenti e i biosimilari».  Cominciamo dalle gioie...  «Negli ultimi anni Sandoz ha continuato a investire in modo significativo sullo stabilimento di Kundl per garantire la disponibilità di farmaci essenziali e accessibili a livello globale. La produzione dal 2021 è raddoppiata. Oggi l’impianto è un esempio in tutto il mondo. Vengono seguite tutte le fasi della produzione degli antibiotici, dalla messa a punto del principio attivo al bene finito. Un esempio unico di capacità industriale integrata».  Qual è il rischio che intravvedete all’orizzonte? «Bisogna proteggere questa attività perché è strategica per il rafforzamento della sicurezza e della continuità di fornitura di antibiotici in Europa. Mettere la filiera al riparo di  imprevisti geopolitici significa proteggere e tutelare i malati garantendo la continuità delle cure. Gli antibiotici sono presidi salvavita».  Oltre 240 milioni di confezioni e 4.400 tonnellate di principi attivi escono ogni anno dal sito austriaco. I numeri parlano...  « Riforniamo più di 100 Paesi e raggiungiamo centinaia di milioni di pazienti nel mondo. Negli ultimi anni abbiamo sostenuto questa risorsa con ulteriori 200 milioni di euro di investimenti, 150 milioni dei quali destinati alla produzione di principi attivi e 50 milioni nel potenziamento delle forme farmaceutiche finite.  La capacità è aumentata del 20%».  Disporre di principi attivi in proprio, senza acquistarli, è un valore aggiunto, in un mercato sempre più dipendente dai Paesi asiatici, come si è visto durante la pandemia. Gli ultimi produttori integrati di antibiotici in Europa sopravvivono in Austria, Slovenia, Spagna, Germania, Italia, Danimarca e Ungheria e operano in condizioni economiche difficili a causa della competizione asiatica. Sandoz parla di resilienza...  «Sì è la parola giusta. La domanda  europea delle materie prime viene soddisfatta all’80% da fornitori extra europei, a cominciare dalla Cina e poi dall’India. La catena di approvvigionamento è particolarmente fragile. Il tema della sicurezza sulla disponibilità di medicinali critici ha assunto dimensioni che superano la sfera sanitaria. Il contesto internazionale è caratterizzato da instabilità politica, tensioni commerciali e crescente vulnerabilità delle catene globali».  Che cosa proponete? «Intendiamo promuovere una riflessione approfondita sui meccanismi in grado di rafforzare le certezze sull’approvvigionamento degli antibiotici, di salvaguardare le realtà esistenti e di poter sostenere un ruolo più incisivo dell’Italia nella definizione della nuova agenda europea sui medicinali critici».   Cosa vi aspettate dall’Italia? «Bisognerebbe innanzitutto essere consapevoli della posizione di debolezza che abbiamo nei confronti degli altri mercati e dell’impatto degli antibiotici come fonti di salute. Pensiamo a cosa servono questi farmaci, in quante situazioni cliniche sono implicati. La chirurgia richiede trattamenti pre e post, i pazienti oncologici se non sottoposti a queste terapie rischiano la sovrapposizione di infezioni virali e batteriche».  Sul Critical medicines act, l’accordo Ue contro le carenze di farmaci, Parlamento e Consiglio Europeo hanno raggiunto una intesa provvisoria: più produzione in Europa, acquisti comuni e sostegno
 ai medicinali strategici come antibiotici, insulina, vaccini e terapie per malattie croniche e rare o anche antidolorifici, anestetici e antitrombotici. Quale dovrebbe essere il contributo dell’Italia? «Dovrebbe avviare una fase strutturata di analisi delle vulnerabilità lungo l’intera catena di approvvigionamento dei farmaci critici, dagli stabilimenti produttivi fino ai punti di erogazione ospedalieri e territoriali.  Una sorta di mappa in base alla quale individuare in modo sistematico i punti deboli e le azioni per intervenire. L’auspicio è che il ruolo strategico del comparto farmaceutico per la sostenibilità del servizio sanitario nazionale venga riconosciuto».  © RIPRODUZIONE RISERVATA  ---End text---  Author: MARGHERITA DE BAC  Heading: GRANDI GRUPPI  Highlight:   Image:Sandoz compie 80 anni L’ad Italia Francesca Romana Ramundo -tit_org- Intervista a  Francesca Romana Ramundo  - Farmaci, ue indipendente la «Ricetta» sandoz   -sec_org-
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		<tp:writer>Margherita De Bac</tp:writer>
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		<title><![CDATA[Albo, prescrizioni, rimborsi L'osteopatia entra nel Ssn ]]></title>
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		<description><![CDATA[<p style='color:#069;font-size:11px;font-style:italic;'><a href='http://gimbe.telpress.it/news/2026/06/01/2026060101968803777.PDF' target="_blank" ><img src='http://gimbe.telpress.it/images/help/PDF_16.png' align="left" border='0'/></a> Estratto da pag. 17 di <b>"LIBERO" </b>  del 01 Jun 2026 </p><p style='color:#444;font-size:11px;'>Riconoscimento definitivo della professione e pieno inserimento nel Servizio sanitario Oltre diecimila i lavoratori che la praticano, con una platea di milioni di pazienti</p>]]></description>
		<pubDate>Mon, 01 Jun 2026 05:42:00 +0200</pubDate>
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		<category domain=""><![CDATA[POLITICA SANITARIA]]></category>
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		<tp:ocr><![CDATA[SPECIALIZZAZIONE UFFICIALMENTE RICONOSCIUTA  Albo, prescrizioni, rimborsi L’osteopatia entra nel Ssn Riconoscimento definitivo della professione e pieno inserimento nel Servizio sanitario Oltre diecimila i lavoratori che la praticano, con una platea di milioni di pazienti  ¦ Quel dolorino alla cervicale perché stai troppo al computer. Il ginocchio che scricchiola mentre fai le scale. La schiena bassa che pare pulsi dopo una notte insonne sul divano. Piccoli “tradimenti del corpo” che, passati i quarant’anni, spesso si risolvono con un suggerimento, il passaparola di famiglia o il tentativo che alla fine male non fa: mi-sa-che-provo-con-l’osteopata. Un po’ fisioterapista (è un’altra cosa) e un po’ massaggiatore (idem, però ci si capisce), presente  ovunque (quelli attivi in Italia oscillano tra i 15mila e i 20mila), consigliato, consigliassimo dall’amico che fa palestra e dal babbo che soffre di lombalgia da anni. Adesso, come è pubblicato sulla Gazzetta ufficiale numero 117 del 22 maggio, può entrare ufficialmente nel sistema sanitario nazionale (ssn).  Sì, ma cosa cambia? Per noi che già l’abbiamo sperimentato, per chi ne sta cercando uno (maledetta sciatalgia), per chi ne ha discusso col proprio medico, che succede? Ecco le sei domande di Libero sull’argomento.  1. Cosa dice il testo della normativa? Anzitutto chiariamo che stiamo parlando di un atto attuativo della  legge numero 3 del 2018 (la legge Lorenzin). Il decreto pubblicato in questi giorni, in sostanza, equipara il titolo di osteopata a quello di un professionista sanitario. Non è una bazzecola, è semmai un «riconoscimento avviato nel 2014 e un momento che resterà inciso nella storia della nostra professione», dice Mauro Longobardi, il presidente del Roi (il Registro osteopati d’Italia): è una tappa formale importantissima un percorso che non si può ancora ritenere concluso.  2. Cosa fare ora l’osteopata? La “riforma” prevede la creazione di un albo professionale autonomo (esattamente come quello degli infermieri e dei medici). L’osteopata, quando la misura sarà a regime, dovrà obbligatoriamente iscriversi per poter esercitare sul territorio italiano (il decreto interministeriale numero 1563 del 2023, per altro, ha già definito un corso di laurea in Osteopatia: ora si riconoscono anche i titoli pregressi, l’esperienza maturata in passato e le certificazioni ottenute all’estero).  3. Cosa accade al cittadino? Al momento la novità più rilevante è che, proprio grazie alla prospettiva dell’albo, ci sarà più sicurezza e vigilanza nel settore. L’albo consentirà, infatti, di contrastare l’abusivismo professionale e garantirà a chi fa uso di questi servizi sanitari un controllo maggiore poiché tutti gli studi abilitati saranno necessariamente condotti da personale formato e qualificato.  4. Ma allora il medico di famiglia me lo prescriverà? Per ora questa possibilità non è ancora concreta, anche se la novità è un passo in avanti che va esattamente in questa direzione. Tra l’altro, a ben vedere, già oggi, molti specialisti e parecchi medici, soprattutto quando si tratta di disturbi muscolo-scheletrici, a titolo di consiglio, già suggeriscono ai propri pazienti una terapia osteopatica.  5. Le sedute sono rimborsabili dallo Stato? Per la stessa ragione, ossia perché il testo del decreto ancora non integra ufficialmente l’osteopatia nel ssn, a ora no. Ci vorrà molto più tempo, la strada della sua “gratuità a carico del pubblico” sarà con  ogni probabilità progressiva, cioè a tappe intermedie, e tanto dipenderà da come reagiranno le regioni e il ministero della Salute nei prossimi anni. Va però ricordato che, di questo passo, si stanno ponendo tutte le condizioni per raggiungere proprio questo obiettivo: è vero che oggi le prestazioni osteopatiche sono quasi sempre erogate privatamente, ma se entreranno nei modelli organizzativi della sanità pubblica la questione s’invertirà.  6. Perché si tratta di una figura controversa? Sarebbe disonesto non dirlo: il riconoscimento per titoli non chiude un dibattito scientifico sull’osteopatia che è e resta vivo (non solo in I
talia). Il punto è che alcune tecniche manipolative applicate al dolore localizzato hanno mostrato, nel tempo, benefici anche documentati con evidenze certificate (nonostante la difficoltà a istituire studi sui trattamenti manuali), ma per altre persiste una patina di scetticismo. È per questa ragione, probabilmente, che si è optato per una scelta prudente che passa dalla definizione rigorosa delle competenze di un osteopata e finisce con l’ancoraggio universitario il quale dovrebbe delimitare un perimetro di autorevolezza in più.  ---End text---  Author: LUCA PUCCINI  Heading:   Highlight: ALBO NAZIONALE  Nasce un albo professionale autonomo come quello di medici e infermieri   NEL DECRETO  Il titolo di osteopata viene equiparato a quello di un professionista sanitario  Image: -tit_org- Albo, prescrizioni, rimborsi L’osteopatia entra nel Ssn   -sec_org-
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		<tp:writer>LUCA PUCCINI</tp:writer>
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		<title><![CDATA[Se questo è un medico = Dai certificati sospetti alle intercettazioni Ecco gli otto camici «anti-rImpatrio» ]]></title>
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		<description><![CDATA[<p style='color:#069;font-size:11px;font-style:italic;'><a href='http://gimbe.telpress.it/news/2026/06/01/2026060101991004011.PDF' target="_blank" ><img src='http://gimbe.telpress.it/images/help/PDF_16.png' align="left" border='0'/></a> Estratto da pag. 2 di <b>"TEMPO" </b>  del 01 Jun 2026 </p>]]></description>
		<pubDate>Mon, 01 Jun 2026 05:47:00 +0200</pubDate>
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		<tp:ocr><![CDATA[Ecco i profili (niente nomi, qui non siamo per le gogne e rispettiamo sempre la presunzione di innocenza) dei primi otto medici accusati di falso ideologico e interruzione di pubblico servizio per aver rilasciato certificati medici farlocchi ai clandestini per evitare il loro rimpatrio  DI FRANCESCA MUSACCHIO  Tutto sulla rete «No Cpr» Attività e programmi a pagina 3  DI ALESSIO BUZZELLI a pagina 2  DI PIETRO DE LEO  Violenze e saccheggi Immigrati e seconde generazionimettono Parigi a ferro e fuoco a pagina 5  DI DARIO MARTINI  Macron e gli altri che fingono di non capire a pagina 5  DI FRANCESCA TOTOLO  Saracinesche italiane abbassate Eimarket stranieri invadono le città a pagina 4   Daicertificatisospetti alle intercettazioni Ecco gli otto camici «anti-rimpatrio»   Gli indagati provengono dallo stesso reparto e hanno tra i 26 e i 62 anni Sono accusati di falso ideologico e interruzione di pubblico servizio Pertuttiloroilgiphaemessomisurecautelari,tresonoricorsialRiesame   L’INCHIESTA ESCLUSIVA /3  SE QUESTO È UN MEDICO  ALESSIO BUZZZELLI ••• In questi giorni Il Tempo ha raccontato sotto molteplici aspetti e punti di vista il caso dei così detti presunti «certificatianti-rimpatrio», che sarebbero stati emessi tra l’estate del 2024 e l’inizio del 2026 da alcuni medici del reparto di malattie infettive dell’ospedale di Ravenna per evitare, questa l’ipotesi, che diversi migranti raggiunti da decreti di espulsione fossero trasferiti in un Cpr. Vicenda che nel febbraio scorso è finita alla ribalta delle cronache nazionali, nonché nelle aule della Procura della città romagnola, con un processo ancora in pieno svolgimento e nelle more del quale non è stata ancora emessa alcuna sentenza di condanna definitiva per nessuno degli imputati, essendo ancora nella fase delle indagini preliminari. Dopoaver approfondito nelle scorse puntate i meccanismi sottesi alla dinamica della vicenda - con il potenziale allargamento ad altri parti d’Italia - e aver raccontato come alcuni dei clandestini dichiarati inidonei dai camici ravennati, una volta tornati liberi, abbiano accumulato una notevole sequela di arresti e denunce, oggi vale la pena soffermarsi sulle figure attorno alle quali ruota tutta questa storia, ovvero i medici protagonisti dell’inchiesta della Procura.  Nel pieno rispetto dello spirito garantista che da sempre anima Il Tempo – in virtù del quale nessuno è colpevole finché tutti i gradi di giudizio non siano stati espletati e del principio per cui la presunzione d’innocenza è sacra -, in questa puntata cercheremo di capire meglio quale sarebbe stato il loro ruolo, evitando però di imbastire gogne mediatiche di sorta. Perché ora il punto non è il nome di chi avrebbe fatto cosa, ma il come e il perché. I medici indagati sono otto, tutti facenti parte del reparto di malattie infettive, di un’età compresa tra i 26 e i 62 anni: l’ipotesi d’accusa formulata dai pm è quella di falso ideologico e interruzione di pubblico servizio. Questo è un fatto. L’altro fatto è che il gip, il 13 marzo scorso, ha disposto delle misure cautelari per gli indagati, accogliendo nella sostanza la visione proposta dalla Procura, ma rimodulandone le richieste. I pubblici ministeri avevano infatti chiesto per gli otto medici un anno di interdizione dalla professione, adducendo la motivazione, tra le altre, di un possibile rischio di reiterazione; il gip ha invece deciso che cinque di loro non potranno occuparsi dei certificati di idoneità al Cpr per dieci mesi, mentre per tre dottoresse - le quali avrebbero poi fatto ricorso al Tribunale del Riesame - una sospensione dalla professione per lostesso periodo di tempo, accogliendo il criterio di proporzionalità richiesto dalle difese.  Uno dei passaggi dell’ordinanza avrebbe evidenziato come per il gip il punto centrale non sarebbe solo e tanto l’approccio ideologico che avrebbe  sconfinato fuori dall’ambito strettamente sanitario, quanto dei presunti «comportamenti antigiuridici» e irrispettosi della deontologia. Ma cosa avrebbero fatto gli indagati? Secondo l’accusa, i medici avrebbero rilasciato ce
rtificati di inidoneità ai Cpr per 34 stranieri, su un totale di 64 casi presi in esame dagli inquirenti, al fine proprio di dopo evitarne iltrasferimento o» referto in uno dei centri per il partita rimpatrio,coura me la legge dispone, per poi essere espulsi. Il tutto, per l’accusa, sarebbe stato fatto uscendo dal perimetro della stretta analisi clinica, ipotizzando che altri elementi e convinzioni avrebbero animato tali azioni. I legali degli indagati,  da parte loro, hanno sempre ribadito la veridicità dei pareri medici espressi nei certificati e la totale correttezza dell’operato, sia a mezzo stampa, sia durante l’interrogatorio di garanzia andato in scena il 12 marzo scorso, nel quale hanno chiesto invano anche l’annullamento delle misure cautelari. In cosa consistono questi certificati? La visita di idoneità al trasferimento nei Cpr è un atto medico nel quale il professionista è chiamato a valutare sulla base di criteri clinici la presenza di vulnerabilità di varia natura che possano risultare incompatibili con una detenzione amministrativa. Ebbene, i magistrati ha ritenuto che qualcosa non sarebbe andato come doveva andare, poiché alla base dei reLe chat ferti, sostiene la procura, Durante a non ci sarebbero solo dasono state ti ed evidenze cliniche.  e intercett Ciò anche alle ipotesi d la luce di una serie di chat e intercettazioni ambientali acquisite dagli inquirenti il 12 febbraio attraverso due perquisizioni. Conversazioni poi riportate da diversi quotidiani, dalle quali sarebbero emersi elementi a sostegno della tesi accusatoria e in cui si parlerebbe di questioni «etiche» e di «dissenso» riguardo il sistema deiCpr. «Lapolizia mi vuole fare un verbale perché non ho dato l’idoneità a uno che vogliono espellere… ma è una questione etica per me… visto  cosasono i Cpr», avrebbe scritto un camice; «ormai ci siamo dentro da così tanto… è una rottura ma la scelta è puramente etica. Noi avremo dato più di 20 inidoneità e non è successo niente. La cosa importante è essere uniti», si leggerebbe in un altro messaggio. Paroleche avrebbero spinto il giudice ad affermare che i sanitari sarebbero stati uniti da «un forte coinvoldizione gimentoideologico ed Cpr emotivo», e che, come si one legge nell’orone dinanza del gip, i medici coinvolti avrebbero realizzato quei certificati in un’ottica «di aperta contestazione del sistema di gestione dell’immigrazione clandestina». Che sarebbe ovviamente legittima, purché esercitata all’interno della correttezza delle procedure e delle regole deontologiche, circostanza che viene contestata. Chi ha difeso l’operato dei medici di Ravenna al di fuori  delle aule di tribunali ha sollevatouna obiezione fondamentale sulla tesi dell’accusa, e cioè che i medici non dovrebbero essere utilizzati come «strumenti di garanzia dell’ordine pubblico» ma dovrebbero solo svolgere compiti clinici a tutela della vita e della salute della persona. Probabilmente questa ed altre obiezioni troveranno risposta nel corso dell’iter giudiziario da poco iniziato.  ---End text---  Author: ALESSIO BUZZELLI  Heading: L’INCHIESTA ESCLUSIVA /3  SE QUESTO È UN MEDICO  Highlight: L’inizio I sospetti della questura dopo la visione di uno «strano» referto di inidoneità dal quale è partita poi l’indagine della procura   Le misure Per cinque medici interdizione dalle certificazioni per i Cpr Per gli altri tre sospensione di 10 mesi dalla professione   Le chat Durante alcune perquisizioni sono state acquisite conversazioni e intercettazioni che sosterrebbero le ipotesi dell’accusa  Image:LE PRIME DUE PUNTATE  Nei precedenti articoli dedicati alla vicenda di Ravenna abbiamo raccontato come agisce la rete dei «No Cpr» e come alcuni clandestini «liberati» con i certificati di inidoneità una volta tornati in strada abbiano commesso diversi reati, collezionando denunce e arresti -tit_org- Se questo è un medico Dai certificati sospetti alle intercettazioni Ecco gli otto camici «anti-rImpatrio»   -sec_org-
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		<tp:writer>ALESSIO BUZZELLI</tp:writer>
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