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		<title><![CDATA[Cosa coprono (davvero) le assicurazioni sanitarie = Assicurazioni sanitarie Cosa coprono davvero ]]></title>
		<link>http://gimbe.telpress.it/news/2026/05/18/2026051801698404097.PDF</link>
		<description><![CDATA[<p style='color:#069;font-size:11px;font-style:italic;'><a href='http://gimbe.telpress.it/news/2026/05/18/2026051801698404097.PDF' target="_blank" ><img src='http://gimbe.telpress.it/images/help/PDF_16.png' align="left" border='0'/></a> Estratto da pag. 25 di <b>"CORRIERE DELLA SERA" </b>  del 18 May 2026 </p><p style='color:#444;font-size:11px;'>FRANCHIGIE ALTE E TETTI DI SPESA PER 21,6 MILIONI DI PERSONE VISITE, ESAMI E RICOVERI SOLO PRESSO STRUTTURE CONVENZIONATE AGEVOLAZIONI FISCALI E ORA CHI VENDE POLIZZE DECIDE LE CURE</p>]]></description>
		<pubDate>Mon, 18 May 2026 06:11:00 +0200</pubDate>
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		<category domain=""><![CDATA[POLITICA SANITARIA]]></category>
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		<source Readership="1750000" Sales="231167" Printing="182710" url="http://gimbe.telpress.it/news/2026/05/18/2026051801698404097.PDF"><![CDATA[CORRIERE DELLA SERA]]></source>
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		<tp:ocr><![CDATA[Cosa coprono (davvero) le assicurazioni sanitarie   Assicurazioni sanitarie Cosa coprono davvero  FRANCHIGIEALTEETETTIDISPESAPER21,6MILIONIDIPERSONE VISITE,ESAMIERICOVERISOLOPRESSOSTRUTTURECONVENZIONATE AGEVOLAZIONIFISCALIEORACHIVENDEPOLIZZEDECIDELECURE  di Milena Gabanelli e Simona Ravizza  A  ssicurazioni sanitarie, un sistema privato raddoppiato in 10 anni senza regole chiare a tutela dei pazienti. Cosa coprono davvero.  a pagina 25  di Milena Gabanelli e Simona Ravizza  D  avanti al numero record di italiani con un’assicurazione sanitaria, raddoppiato in dieci anni, s’impone una domanda: i 21,6 milioni di cittadini che oggi possiedono una polizza — contro gli 11 milioni del 2015 — possono davvero considerarsi al riparo dal malfunzionamento del Servizio sanitario nazionale (Ssn)? I numeri ovviamente comprendono non solo il titolare della polizza, ma anche il nucleo familiare a cui è estesa la copertura.  Subito dopo se ne impone un’altra: se l’obiettivo principale di chi stipula un’assicurazione è saltare le liste d’attesa, perché invece di diminuire si sono così ingolfate da rappresentare uno dei principali problemi del Paese? Certamente, la carenza di medici e infermieri è un problema reale, ma non può essere un alibi eterno. Come ricorda l’Ufficio parlamentare di bilancio nel report del 31 marzo: «Tra il 2018 e il 2024 nel Ssn si è osservato un incremento complessivo di 64.800 unità». Vediamo, allora, che cosa si nasconde dietro il sistema delle assicurazioni sanitarie che si sta sviluppando in parallelo a quello pubblico, sfruttandone le difficoltà e lasciandogli in carico i malati più gravi e le cure più costose. Si tratta di un modello che cresce silenziosamente, senza regole chiare a tutela dei pazienti e con sostegni pubblici.   Chi è coperto e quanto paga  Nel 66% dei casi le polizze coprono visite ed esami già previsti dal Servizio sanitario, ma con tempi più rapidi; solo il 33% riguarda prestazioni escluse, prevalentemente odontoiatriche. Le coperture assicurative si dividono in tre grandi gruppi: il primo coinvolge 13,1 milioni di persone coperte da fondi sanitari legati ai contratti collettivi e agli ordini professionali. Il costo medio della polizza è di 159 euro l’anno, con un aumento di 25 euro rispetto al 2021. Il secondo gruppo riguarda 3,9 milioni di lavoratori con polizze aziendali, il cui costo medio è di 120 euro l’anno, 32 in più rispetto al 2021. Per i dipendenti di entrambi i gruppi, le polizze sono spesso utilizzate per facilitare le trattative sindacali e compensare aumenti salariali insufficienti rispetto alla crescita dei prezzi.  Infine il terzo gruppo: 4,6 milioni di persone che hanno polizze individuali, con un costo medio di 361 euro, ma che può arrivare fino a 3.600 assicurando rimborsi più alti sulle prestazioni effettuate. Un mercato che complessivamente vale 4,4 miliardi.   Cosa offre l’assicurazione  Concentriamoci sui primi due gruppi, che rappresentano il 78% degli assicurati. Con i premi per assistito così bassi, pagati in tutto o in parte dal datore di lavoro, quale reale copertura viene offerta al paziente? Le limitazioni sono significative: a) per non anticipare i soldi, bisogna rivolgersi solo alle strutture indicate dall’assicurazione, che decide sempre se autorizzare o meno la prestazione richiesta; b) le franchigie a carico dell’assicurato e/o bisogna fare i conti con una percentuale da pagare sul costo della prestazione (in gergo è lo scoperto); c) le polizze hanno dei tetti di spesa oltre i quali l’assicurazione non rimborsa più nulla; d) il premio aumenta con l’età dell’assicurato. Le coperture dipendono dal piano stipulato: meno paghi e meno ne hai.  Con UniSalute, che per la compagnia Unipol gestisce le coperture di 11 milioni di assistiti, i ricoveri sono coperti al 90% nelle strutture convenzionate con l’assicurazione, e al 70% in quelle esterne, con una franchigia minima di 100 euro e un tetto di spesa. Un intervento di protesi d’anca costa mediamente 20 mila euro: in una struttura non indicata dall’assicurazione il paziente li dovrà tirare fuori, l’assic
urazione poi gliene  rimborserà 14 mila e a suo carico ne resteranno 6 mila. Motivo per cui ci si rimette in fila nell’ospedale pubblico.  Il Fondo Est, previsto dal contratto collettivo nazionale di Terziario, Turismo e Servizi, rimborsa le visite specialistiche sempre solo nelle strutture scelte dall’assicurazione, con franchigia di 20 euro e limite di spesa annuo di 700 euro. Per gli esami diagnostici, la franchigia è 35 euro. Per quel che riguarda gli interventi bisogna fare attenzione a ogni singolo piano perché non proprio tutti sono autorizzati. Le cure oncologiche hanno coperture molto limitate: il Fondo Est rimborsa 6 mila euro l’anno terapie come chemioterapia, radioterapia e dialisi.  Una singola seduta di chemioterapia per il tumore al polmone costa 12 mila euro e ne va fatta una al mese per almeno due anni.  Poi con il pensionamento la polizza fornita dal datore di lavoro si interrompe. Solo  500 mila persone, pari al 3,8% degli assicurati, riescono a mantenerla, ma siamo nella fascia alta dei premi.   I vantaggi fiscali  Il sistema però cresce anche grazie alle leggi che prevedono delle agevolazioni fiscali.  Per i fondi sanitari, il datore di lavoro anziché versare i contributi previdenziali ordinari del 23,8%, paga solo il 10%, e gli importi sono integralmente deducibili ai fini Ires e Irap, come costi del personale. Per il lavoratore, i costi della polizza a proprio carico non concorrono a formare reddito fino a 3.615,20 euro l’anno. Secondo l’Ufficio parlamentare di bilancio, l’insieme di questi vantaggi fiscali e contributivi vale 1,7 miliardi di euro l’anno. In più le spese non rimborsate sono detratte al 19%, e per le polizze individuali la stessa detrazione vale anche sulle spese rimborsate. Significa  che parte della spesa sanitaria privata viene di fatto sostenuta dallo Stato.   Assicurazioni e strutture sanitarie  Intanto le compagnie assicurative stanno entrando direttamente nella gestione sanitaria attraverso l’acquisto di strutture. Nel dicembre 2022 UnipolSai acquista il Centro Medico Santagostino, una rete di 46 poliambulatori presenti in Lombardia, Emilia-Romagna, Liguria e Lazio. Nel giugno 2024 Generali crea con il Gruppo San Donato una società per aprire 100 ambulatori entro il 2030, dichiarando una «partnership strategica al servizio del Paese» . Nel febbraio 2026 Reale Mutua acquisisce l’80% di Lifenet Healthcare, attiva in 5 regioni con 16 ambulatori, 4 cliniche oculistiche e 5 ospedali accreditati con il Ssn, tra cui il Policlinico Casilino a Roma.   Commistione di interessi  La finalità è chiara: allargare il sistema in modo che il maggior numero di prestazioni siano erogate dalle strutture di proprietà di chi stipula le polizze e rimborsa le prestazioni. Questo consente di governare meglio l’offerta, indirizzare la domanda, e di conseguenza ottenere condizioni economiche favorevoli. E siccome l’obiettivo dell’operatore privato è il profitto, è inevitabile che le migliori condizioni economiche si ottengano risparmiando sul numero e sulla qualità delle prestazioni erogate. A questo proposito c’è il dato dell’Osservatorio sui consumi sanitari finanziati privatamente (Ocps del Cergas-Bocconi): mentre negli ultimi anni sono aumentati gli assicurati, i premi incassati e i prezzi delle polizze, la quota che torna in prestazioni è sempre ferma al 70%.  E allora che garanzie dà un sistema dove chi vende le polizze è anche il fornitore diretto delle prestazioni sanitarie? Chi tutela il cittadino dai rischi di prestazioni inappropriate, della mancata erogazione delle cure necessarie o di scarsa qualità? E quando poi le grandi compagnie avranno conquistato una posizione dominante, anche le tariffe delle polizze raggiungeranno altre vette.  La tendenza del disimpegno pubblico la stiamo vedendo proprio in questi giorni anche sui medici di famiglia: mentre le Regioni compatte vorrebbero avere la possibilità (almeno in via residuale) di assumere i medici di medicina generale per garantire migliore assistenza ai pazienti, il sottosegretario alla Salute Marcello Gemmato (farmacista) scavalca il min
istro Schillaci con questa dichiarazione: «Fratelli d’Italia resta contraria all’ipotesi di far diventare i medici di famiglia dipendenti pubblici, la via prioritaria non può che essere la convenzione».  Dataroom@corriere.it © RIPRODUZIONE RISERVATA  ---End text---  Author: Simona Ravizza :-: Milena Gabanelli  Heading:   Highlight:   Image:Le acquisizioni Dicembre 2022  Giugno 2024  Febbraio 2026  acquista  crea una società con  acquista l’80% di  46  100  poliambulatori  poliambulatori entro il 2030  (Lombardia, Emilia-Romagna, Liguria e Lazio)  Dichiarando una «partnership strategica al servizio del Paese»  16  4  5  ospedali ambulatori cliniche oculistiche accreditati con il SSN (Lombardia, Piemonte, Lazio, Toscana, Emilia-Romagna) Infogra?ca: Sabina Castagnaviz Cosa copre la polizza Per rimborsi diretti  Prestazioni autorizzate  Strutture e medico convenzionati  Tetto di spesa  Franchigie e/o percentuale del costo della prestazione  Ricoveri Tetto di spesa e franchigia  Cure oncologiche Coperture limitate Numero di assicurati (dati in milioni) Polizze collettive Polizze individuali  I costi delle polizze  21,6  Fondi sanitari  (annuali, dati in euro)  25  20  120 €  3,9  15  11  10  media  4,6  361,5 €  Fino a  3.600 €  per coperture più ampie  3,8  159 €  13,1  2,8  5  !  4,4 0  Fonte: Bollettino statistico dell’Istituto per la vigilanza sulle assicurazioni, gennaio 2026  2024  2015  Le agevolazioni ?scali  1,7  miliardi di euro l’anno PER IL LAVORATORE  PER IL DATORE DI LAVORO 1 Il contributo previdenziale è del  10%  invece del 23,8%  2 Somme pagate: integralmente deducibili come costi del personale  Fonte: Uf?cio parlamentare di bilancio  1  2  Detrazione al 19% I costi per le spese non rimborsate.  dell’assicurazione si deducono dal reddito Nelle individuali anche ?no a 3.615 euro l’anno per quelle rimborsate -tit_org- Cosa coprono (davvero) le assicurazioni sanitarie  Assicurazioni sanitarie Cosa coprono davvero   -sec_org-
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		<tp:writer>Simona Ravizza - Milena Gabanelli</tp:writer>
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		<title><![CDATA[Per l'Oms Ebola è emergenza sanitaria ]]></title>
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		<description><![CDATA[<p style='color:#069;font-size:11px;font-style:italic;'><a href='http://gimbe.telpress.it/news/2026/05/18/2026051801987604093.PDF' target="_blank" ><img src='http://gimbe.telpress.it/images/help/PDF_16.png' align="left" border='0'/></a> Estratto da pag. 8 di <b>"DOMANI" </b>  del 18 May 2026 </p>]]></description>
		<pubDate>Mon, 18 May 2026 06:11:00 +0200</pubDate>
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		<tp:ocr><![CDATA[Africa  Per ’'Oms Ebola è  emergenza sanitaria  L'Organizzazione mondiale della sanitaha dichiarato un'emergenza sanitaria pubblica di rilevanza internazionale, il secondo livello di allerta più alto, inrisposta all'epidemia di  Ebola nella Repubblica Democratica del  Congo e in Uganda. La Repubblica  Democratica del Congo è attualmente  duramente colpita dalla variante Bundibugyo.  ---End text---  Author: Redazione  Heading:   Highlight:   Image:1  Perlavariante più diffusa non esiste un vaccino -tit_org- Per l’Oms Ebola è emergenza sanitaria   -sec_org-
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		<title><![CDATA[Servono i freezer La Salute non ha spazi peri vaccini ]]></title>
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		<description><![CDATA[<p style='color:#069;font-size:11px;font-style:italic;'><a href='http://gimbe.telpress.it/news/2026/05/18/2026051801987704094.PDF' target="_blank" ><img src='http://gimbe.telpress.it/images/help/PDF_16.png' align="left" border='0'/></a> Estratto da pag. 9 di <b>"DOMANI" </b>  del 18 May 2026 </p>]]></description>
		<pubDate>Mon, 18 May 2026 06:11:00 +0200</pubDate>
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		<tp:ocr><![CDATA[140mila euro di acquisti  Servono i freezer La Salute non ha  spazi per i vaccini   A CURA DI STEFANIO IANNACCONE  In tempi di allarmi, o forse allarmismi, per il  “focolaio hantavirus” — con i medici ospedalieri che avvertono che «il sistema non reggerebbe» — il ministero della Salute fa i conti con l'eredita del Covid. E scopre, a  quanto pare, di non avere abbastanza spazio per conservare i vaccini. Lo racconta una  recente determina del dicastero guidato da Orazio Schillaci, che autorizza una spesa da circa 140mila euro per 'adeguamento degli  impianti elettrici e tecnologici dell'hub  vaccinale di Pratica di Mare, oltre all'acquisto di un nuovo generatore di corrente. Motivo: servono altri nove ultra-freezer capaci di  mantenere temperature fino a -80 gradi. Nel deposito nazionale, si legge nei documenti, sono presenti 39 congelatori di questo tipo.  Ma sono tutti occupati dai vaccini anti Covid-19. E cé un dettaglio: il contratto  sottoscritto con Pfizer prevede consegne di dosi anche nel 2026. Bisogna trovare altro spazio, e in fretta. Da qui la necessita di potenziare l'infrastruttura elettrica.   (Carmine Gazzanni)  ---End text---  Author: STEFANIO IANNACCONE  Heading: A CURA DI STEFANIO IANNACCONE  Highlight:   Image: -tit_org- Servono i freezer La Salute non ha spazi peri vaccini   -sec_org-
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		<tp:writer>STEFANIO IANNACCONE</tp:writer>
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		<title><![CDATA[Due milioni di malati senza giusta assistenza: il governo taglia i fondi ]]></title>
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		<description><![CDATA[<p style='color:#069;font-size:11px;font-style:italic;'><a href='http://gimbe.telpress.it/news/2026/05/18/2026051801698604095.PDF' target="_blank" ><img src='http://gimbe.telpress.it/images/help/PDF_16.png' align="left" border='0'/></a> Estratto da pag. 3 di <b>"FATTO QUOTIDIANO" </b>  del 18 May 2026 </p>]]></description>
		<pubDate>Mon, 18 May 2026 06:11:00 +0200</pubDate>
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		<tp:ocr><![CDATA[Due milioni di malati senza giusta assistenza: il governo taglia i fondi   RISORSE Propaganda Spendiamo meno di 1/3 della media Ocse  L  a tragedia di Modena è diventata in poche ore l’ennesimo terreno di propaganda. Prima ancora che il quadro fosse chiaro già la Lega chiedeva fermezza, tolleranza zero e parlava di “criminali di seconda gene ra zi on e”. Nessuno, però, ha affrontato il punto più scomodo della vicenda: Salim El Koudri, il 31enne accusato di strage dopo aver travolto i passanti in via Emilia Centro, era già seguito dal Centro di salute mentale di Castelfranco Emilia e viveva, come ammesso dal ministro dell’Interno Matteo Piantedosi, “una situazione di disagio psicologico”.  Una falla che chiama in causa direttamente lo stato della salute mentale pubblica in Italia, da anni impoverita da sottofinanziamenti cronici, carenze di personale e servizi territoriali sempre più incapaci di seguire i casi più complessi. Ma parlarne significherebbe aprire un fronte politico ben più difficile da gestire rispetto al solito copione securitario.  Secondo l’ultimo Rapporto ministeriale sulla salute mentale, nel 2023 circa 850 mila persone sono state prese in carico dai servizi specialistici pubblici di salute mentale, e secondo stime epidemiologiche almeno altri due milioni di cittadini con disturbi psichici gravi o persistenti non ricevono cure adeguate o restano completamente esclusi dai percorsi di assistenza. Alla salute mentale in Italia viene destinato tra il 2,7% e il 3% del Fondo sanitario nazionale: poco più della metà del 5% fissato come obiettivo minimo dagli accordi Stato-Regioni e molto lontano dalla media europea e OCSE, che supera il 10%.   IL VUOTO ASSISTENZIALE e me r ge  chiaramente analizzando il nuovo Piano di Azione Nazionale per la Salute Mentale PANSM2025-2030. Il ministro della Salute Orazio Schillaci l’ha presentato rivendicando la salute mentale “al centro dell’agenda politica”. Il punto debole, però, resta quello economico. La legge di Bilancio 2026 ha previsto 80 milioni di euro per il primo anno, destinati a ridursi progressivamente fino a 30 milioni annui strutturali dal 2029. Risorse che sindacati e società scientifiche giudicano insufficienti persino a coprire il turnover del personale che andrà in pensione. “Quello che è accaduto interroga la politica su temi scomodi: la capacità del sistema pubblico di intercettare situazioni di vulnerabilità estrema e le risorse che mancano ai Comuni per presidiare le fragilità prima che diventino emergenze. Il nuovo Piano nazionale per la salute mentale esiste ma è senza risorse concrete”, dichiara Ilenia Malavasi, capogruppo Pd in commissione Affari sociali alla Camera. Sulla stessa linea si colloca Fabrizio Starace, psichiatra ed ex direttore del Dipartimento di salute mentale di Modena, oggi presidente della Società Italiana di Epidemiologia Psichiatrica: “Quei 30 milioni del nuovo piano della salute mentale destinati all’acquisizione del personale sono neanche un decimo di quello che occorrerebbe. Solo per il personale. Noi siamo un Paese nel quale non si dà assistenza al 90% delle persone che presentano problemi di salute mentale. Il 5% della popolazione assistita è parcheggiata in strutture residenziali per anni, senza monitoraggio degli esiti, senza programmi riabilitativi e consuma il 50% delle risorse complessive. Oggi non vorrei che l’atteggiamento xenofobo diventasse un atteggiamento psicofobo. Il capro espiatorio è sempre sull’anello più debole della catena: i migranti e le persone con problemi di salute mentale.” La tragedia di Modena riapre una questione che la politica affronta quasi sempre dopo i disastri: il progressivo smantellamento della salute mentale pubblica italiana.  Ma anche stavolta, nel pieno dello scontro politico, la parola “sanità” è rimasta quasi completamente assente dal dibattito pubblico del Governo Meloni.  ---End text---  Author: Linda Di Benedetto  Heading: RISORSE Propaganda Spendiamo meno di 1/3 della media Ocse  Highlight:   Image: -tit_org- Due milioni di malati senza giusta assistenza: il governo taglia 
i fondi   -sec_org-
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		<tp:writer>LINDA DI BENEDETTO</tp:writer>
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		<title><![CDATA[Nuovi virus, vecchie lezioni dal Covid-19 = Il sistema immunitario che serve all'Italia La biosfera contiene un serbatoio virale vastissimo. La prevenzione perfetta non esiste, ma all 'inevitabilità di nuove epidemie si può rispondere con prontezza sapen]]></title>
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		<description><![CDATA[<p style='color:#069;font-size:11px;font-style:italic;'><a href='http://gimbe.telpress.it/news/2026/05/18/2026051801699104100.PDF' target="_blank" ><img src='http://gimbe.telpress.it/images/help/PDF_16.png' align="left" border='0'/></a> Estratto da pag. 10 di <b>"FOGLIO" </b>  del 18 May 2026 </p>]]></description>
		<pubDate>Mon, 18 May 2026 06:12:00 +0200</pubDate>
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		<tp:ocr><![CDATA[Nuovi virus, vecchie lezioni dal Covid-19   Il sistema immunitario che serve all’Italia   La biosfera contiene un serbatoio virale vastissimo. La prevenzione perfetta non esiste, ma all’inevitabilità di nuove epidemie si può rispondere con prontezza sapendo riconoscere i “sintomi”e trovando la risposta giusta per arrivare a vaccini sicuri   La “macchina”pronta quando il virus non è ancora in casa  O  gni giorno, in ogni parte del mondo, esseri umani entrano in contatto con microrganismi capaci di superare il confine fra specie, nei mercati, negli allevamenti, nelle DI ENRICO BUCCI  foreste e in breve nella semplice convivenza con una biosfera che contiene una quantità immensa di vita microbica ancora sconosciuta. Non a caso, secondo l’Oms, le zoonosi rappresentano una quota importante delle malattie nuove o già note nell’uomo; alcune,  come Ebola, provocano focolai ricorrenti, altre, come il coronavirus responsabile di Covid-19, hanno il potenziale di diventare pandemiche. Il Cdc (l’istituto americano di controllo delle malattie) stima che più di sei malattie infettive umane note su dieci possano diffondersi dagli animali all’uomo e che tre nuove malattie infettive emergenti su quattro abbiano origine animale. Dopo i casi di contagio virale registrati sulla nave da crociera Hondius, è ora di ricordare le più importanti lezioni del Covid-19. (segue nell’inserto II)  (segue dalla prima pagina)  Lezione n. 1: la prevenzione perfetta non esiste e lo spillover è una certezza Fra i patogeni trasmessi, i virus hanno un rilievo particolare. I virus combinano alcune proprietà che, in una società globale, diventano particolarmente pericolose: grande numerosità, capacità di replicarsi rapidamente, evoluzione rapida, circolazione in serbatoi animali e capacità di adattarsi rapidamente a un nuovo ospite. Quando un virus animale raggiunge l’uomo, la novità biologica del patogeno è un vantaggio per il virus, soprattutto se riesce a trasmettersi da uomo a uomo prima di essere isolato e contenuto.  Le conseguenze possono essere valutate meglio in ottica statistica.  La biosfera contiene un serbatoio virale vastissimo: il rapporto Ipbes (Intergovernmental Science-Policy Platform on Biodiversity and Ecosystem Services) sulle pandemie ha stimato l’esistenza di circa 1,7 milioni di tipi di virus ancora non scoperti in mammiferi e uccelli. La stima ha margini di incertezza, come tutte le stime su una diversità biologica largamente inesplorata, ma quello che conta è la scala. Il catalogo noto dei virus è solo una porzione minima di ciò che esiste e che continua a cambiare ed evolvere.  Da questa scala immensa deriva una conseguenza spesso rimossa: un evento raro, dentro un sistema con miliardi di interazioni ripetute in un intervallo di tempo finito, è una coda della distribuzione che prima o poi viene campionata, per cui epidemie e pandemie appartengono alla normalità statistica del mondo biologico in cui viviamo. La loro data, il patogeno coinvolto, il luogo del primo focolaio e la traiettoria iniziale restano imprevedibili, ma la loro ricorrenza è parte della struttura della biosfera.  Questa inevitabilità di fondo è aggravata dal modo in cui la nostra specie ha occupato il pianeta. La popolazione mondiale ha raggiunto 8,2 miliardi nel 2024 secondo le stime basate sui dati delle Nazioni Unite.  Il rischio cresce perché crescono le interfacce tra noi e patogeni vecchi e nuovi. L’Ipbes ha indicato nell’uso del suolo, nell’espansione agricola, nell’intensificazione produttiva, nel commercio di fauna selvatica e nel consumo non sostenibile alcuni dei motori principali delle pandemie.  Alla pressione antropica si aggiunge il cambiamento climatico.  L’Oms segnala che diversi vettori hanno già esteso il proprio areale e che si sta allungando la stagione in cui rimangono attivi – qualcosa del genere si è osservato anche, per esempio, a proposito dell’aumento di infezioni da parte di Andes Virus in Argentina, che segue l’effetto del clima sul roditore serbatoio. Nel caso dei virus trasmessi dagli animali selvatici il problema assume una form
a ancora più generale: spostando gli areali, il clima porta specie prima separate a condividere spazi e aumenta le occasioni di scambio virale fra mammiferi e uccelli precedentemente separati, con hotspot in aree di grande biodiversità e presenza umana.  La globalizzazione completa il circuito. Un’infezione oggi può entrare rapidamente in una rete planetaria di mobilità. Nel 2024 la domanda globale di trasporto aereo ha superato i livelli pre-pandemici e nel 2025 è cresciuta ancora, con un aumento del 5,3 per cento della domanda complessiva e del 7,1 per cento della domanda internazionale rispetto all’anno precedente, secondo Iata.  Un patogeno trova in questa connessione rapida una infrastruttura perfetta per aumentare la sua diffusione – potremmo dire un fenotipo esteso che ne migliora di gran lunga la fitLa società deve una fortezza e d come un sistema confini biologici c questo, l’incontr che occorre è sa reagire all’occas  ness – e questo senza considerare le altre forme di trasporto.  La conseguenza è che il tempo fra un evento locale e un problema globale si accorcia, come abbiamo visto per la motonave Hondius recentissimamente e per il focolaio di Wuhan all’inizio della passata pandemia, con l’aggravio di ritardi diagnostici, amministrativi, politici, comunicativi. Alcuni ritardi sono inevitabili, perché nessun sistema sanitario può trattare ogni febbre come l’inizio della prossima pandemia, ma altri derivano da debolezze istituzionali, scarsità di risorse, conflitti d’interesse economici, paura delle conseguenze politiche, sfiducia verso le autorità, circolazione di false credenze. Gli incidenti appartengono alla natura dei sistemi complessi, e possono essere su molti piani: ecologico, sanitario, diagnostico, logistico, burocratico, comunicativo, e chi più ne ha più ne metta. Non è il dolo il problema, ma l’errore statisticamente inevitabile.  Qui si arriva al limite strutturale della prevenzione. La prevenzione è necessaria, e proprio per questo vi si deve investire di più e meglio. In un sistema globale di questa complessità, però, nessuna prevenzione può  trasformarsi in controllo completo.  Le variabili sono troppe, distribuite su scale diverse e spesso indipendenti fra loro, e persino la compliance alle misure stesse, anche le più efficaci, sarà sempre disomogenea.  Nei sistemi democratici ogni misura istituzionale produce infatti tensione fra libertà individuale e protezione collettiva, mentre nei sistemi autoritari forte è il rischio di occultamento, coercizione o propaganda.  Come esempio di questi fattori, basta considerare quanto emerso dopo Covid-19: una parte della policy sanitaria mondiale è diventata essa stessa terreno di conflitto ideologico. L’Oms ha ricordato, nel 2025, che le modifiche al Regolamento sanitario internazionale sono nate dalle lezioni della pandemia e dalla necessità di coordinamento davanti a rischi che attraversano i confini; nello stesso documento si precisa che l’Oms non dispone di potere coercitivo sui paesi. Eppure, una parte del discorso pubblico ha costruito intorno alla cooperazione sanitaria internazionale un immaginario cospirazionista. Nel gennaio 2026 gli Stati Uniti hanno completato il ritiro dall’Oms, dopo l’ordine esecutivo firmato nel gennaio 2025; e, per quanto ci riguarda, possiamo ricordare l’astensione dal trattato pandemico Oms a maggio dello stesso anno.  Per questo motivo, anche se avessimo la migliore prevenzione possibile a livello globale – e come abbiamo visto è piuttosto il contrario – il ritornare periodico di epidemie e pandemie è inevitabile.  Questa è la lezione più difficile da assorbire, e il suo rifiuto è alla base di molto del cospirazionismo che vediamo circolare. Una pandemia viene spesso raccontata come deviazione improvvisa dalla normalità, che necessita di una causa eccezionale.  In realtà, la normalità contemporanea contiene le condizioni che rendono periodicamente certa quella deviazione.   Lezione n. 2: il sistema immunitario che ci serve Se si accettano queste premesse, fermarsi alla prevenzione come promessa di sicurezza significa a
llora leggere male il problema.  E’ assolutamente necessario considerare invece la preparazione di una reazione appropriata, la preparedness, intesa come la capacità di trasformare rapidamente un segnale epidemiologico nuovo in informazione leggibile, decisione pubblica, sviluppo tecnologico, produzione industriale e distribuzione di rimedi, a una velocità che sia compatibile con quella di diffusione ed evoluzione dei patogeni.  144 Possiamo in tema fare un paragone utile con il nostro sistema immunitario. Un organismo esposto a un virus non dispone, al primo incontro, della risposta perfetta già pronta per quel virus specifico; alcune sue cellule si infettano e muoiono, e il virus inizia a moltiplicarsi. Il corpo dispone però di un meccanismo capace di riconoscere, leggere, selezionare, amplificare e ricordare. La società contemporanea, davanti ai patogeni emergenti, deve costruire l’equivalente di questa architettura.  Il primo punto è il riconoscimento.  Il sistema immunitario comincia da segnali generali: molecole e strutture che indicano la presenza di un intruso. In seguito, la risposta adattativa diventa specifica, perché linfociti B e linfociti T riconoscono porzioni precise del patogeno, gli antigeni, attraverso recettori selettivi. Nella risposta immunitaria, l’antigene è il segnale biologico che istruisce il sistema nella sua risposta e nel produrre una memoria utile per incontri successivi.  L’equivalente sociale di questo riconoscimento è la sorveglianza e l’isolamento di patogeni emergenti.  Un sistema sanitario maturo deve accorgersi presto che sta accadendo qualcosa: un cluster anomalo di polmoniti, un eccesso di sindromi emorragiche, una febbre insolita in un’area ad alta interazione uomo-animale, un segnale nelle acque reflue, una sequenza virale inattesa in un laboratorio diagnostico. Il primo atto consiste quindi nel leggere il mondo biologico con strumenti distribuiti, continui e interoperabili. L’Oms ha costruito una strategia globale per la sorveglianza genomica dei patogeni con potenziale epidemico e pandemico proprio su questo principio: unire e rafforzare la capacità di sequenziamento e analisi a livello nazionale, regionale e globale.  Il secondo punto è la presentazione dell’informazione. Nel corpo, l’antigene viene processato. Le cellule presentanti l’antigene, come le cellule dendritiche, catturano materiale del patogeno, lo frammentano e lo espongono sulla propria superficie in una forma leggibile per i linfociti T. Questo passaggio è decisivo: il sistema immunitario non reagisce a una massa indistinta di materiale biologico, reagisce a un’informazione resa interpretabile. Frammenti antigenici associati alle molecole MHC vengono mostrati ai linfociti, che possono così attivare altre componenti della risposta, compresi i linfociti B produttori di anticorpi.  A livello di sanità, il parallelo è il sequenziamento genomico. Un campione clinico, animale o ambientale contiene materiale biologico grezzo.   Come il nostro sistema immunitario, così la comunità scientifica e sanitaria non può rispondere bene a un patogeno che rimane indistinto, solo sulla base dei sintomi riscontrati e di altri aspetti generali dei campioni: deve leggerne il genoma per sapere se appartiene a una famiglia già conosciuta, quanto è mutato e con che velocità evolve, se circola in modo indipendente in più luoghi, e persino se chi presenta sintomi è infetto o meno. La genomica diventa così l’equivalente pubblico della presentazione dell’antigene: il modo in cui un pericolo biologico viene reso interpretabile da un sistema di risposta.  Il terzo punto è la selezione della risposta specifica. Il sistema immunitario possiede una varietà enorme di linfociti, ciascuno con recettori diversi. Quando arriva un antigene, vengono attivate le cellule che lo riconoscono meglio.  Quelle cellule 172 proliferano, si differenziano, producono anticorpi o risposte cellulari, e una parte di esse diventa memoria.  La specificità nasce da un sistema predisposto a generare e selezionare risposte adatte, letteralmente modellate sul patogeno.  L
a preparedness deve seguire lo stesso principio. Non possiamo sapere oggi quale sarà il prossimo virus capace di produrre una crisi globale.  Possiamo però costruire piattaforme che, una volta nota la sequenza, permettano di scegliere rapidamente l’antigene più appropriato, disegnare diagnostici e un candidato vaccinale, produrre lotti iniziali, avviare studi preclinici e clinici e adattare la produzione. Le piattaforme a RNA messaggero hanno reso particolarmente chiaro questo passaggio, perché separano in parte la struttura tecnologica del vaccino dall’identità specifica dell’antigene: una volta scelta la sequenza che codifica le porzioni virali che interessano, la piattaforma può essere adattata più rapidamente rispetto a molte tecnologie tradizionali. Le revisioni recenti sulla tecnologia mRNA sottolineano proprio la rapidità di progettazione e produzione contro patogeni emergenti una volta nota la sequenza genetica. Una volta ottenuta la prima sequenza, è possibile la sua condivisione rapida con reti di laboratori capaci di confermare i casi, per arrivare a test diagnostici sviluppati e distribuiti e a protocolli clinici aggiornati. Quindi la tecnologia dei vaccini a RNA consente di attivare piattaforme vaccinali già pronte e siti produttivi facilmente riconvertibili, molto più facilmente che non per altri tipi di vaccino. Cepi (Coalition for Epidemic Preparedness Innovations) ha formalizzato questa ambizione nella “100 Days Mission”: arrivare a vaccini sicuri, efficaci e accessibili entro cento giorni dall’identificazione di una nuova minaccia pandemica, passando dal riconoscimento del pericolo a un prodotto pronto per autorizzazione iniziale e produzione su scala. Ovviamente poi vi è l’aspetto della distribuzione, che necessita di accordi regolatori già predisposti, catene di approvvigionamento robuste, capacità di riempimento e confezionamento, logistica del freddo, e finalmente distribuzione sul territorio.  Il quarto punto è la memoria. L’incontro con un antigene lascia dietro di sé cellule della memoria. Alla seconda esposizione, la risposta è più rapida, più intensa e spesso qualitativamente migliore. La memoria sociale è la parte più fragile della preparedness. Dopo una crisi, un paese dovrebbe conservare ciò che ha imparato: se solo vogliamo fare un elenco delle prime cose che vengono in mente, vanno mantenute infrastrutture di sequenziamento, biobanche, protocolli diagnostici, capacità produttiva, personale addestrato, reti ospedaliere flessibili, scorte intelligenti, canali di comunicazione, procedure regolatorie accelerate, accordi internazionali, fiducia pubblica. La memoria istituzionale dovrebbe funzionare come una memoria immunologica: rendere più veloce e più competente la risposta successiva. La storia recente mostra invece una tendenza opposta: esaurita la fase acuta, subentra l’idea che quanto necessario alla prossima risposta sia un costo improduttivo, e così si tagliano investimenti e si disperdono competenze, lasciando decadere ciò che si è costruito durante l’emergenza, e persino trasformando la memoria della pandemia in oggetto di conflitto politico. In termini immunologici, è come se un organismo distruggesse volontariamente le proprie cellule della memoria perché in quel momento l’infezione non è visibile. Alla fine, come per il sistema immunitario, l’obiettivo di questa forma di memoria è ridurre il tempo cieco: il periodo in cui il patogeno si muove mentre la società ancora non  lo legge. In questo intervallo si gioca la differenza fra focolaio controllabile, epidemia regionale e crisi globale.  Il quinto punto è la distribuzione della risposta. Il sistema immunitario agisce come rete. Midollo osseo, linfonodi, milza, mucose, sangue, tessuti periferici: la risposta efficace richiede comunicazione fra distretti diversi. Una risposta confinata in un solo punto dell’organismo non protegge l’intero organismo. Allo stesso modo, la preparedness costruita in pochi paesi ricchi protegge male il mondo. Un virus che circola in una regione con bassa sorveglianza, pochi laboratori, scarsa capacità d
iagnostica e accesso ritardato a vaccini e farmaci dispone di tempo biologico. E il tempo biologico, per un virus, è replicazione, trasmissione, evoluzione. Per questo la capacità di raccogliere informazione e reagire deve essere globale. L’International Pathogen Surveillance Network, coordinato dall’Oms, nasce per collegare gli attori della genomica dei patogeni, accelerare il progresso della sorveglianza e migliorare le decisioni di sanità pubblica. E invece abbandoniamo i tavoli dell’Oms e ne screditiamo l’azione, anche in Italia.  Il sesto punto è la regolazione della risposta. Un sistema immunitario efficace deve essere potente e controllato. Una risposta troppo debole lascia il patogeno libero; una risposta mal regolata danneggia l’organismo. Anche la risposta sociale ai patogeni emergenti richiede regolazione. Servono soglie per dichiarare allarmi, criteri per aggiornare raccomandazioni, regole per approvare vaccini in emergenza, sistemi di farmacovigilanza, trasparenza sui dati, comunicazione sobria, correzione  rapida degli errori. Una preparedness matura non consiste nell’attivare sempre la massima risposta, perché una società vive anche di scuola, lavoro, relazioni, economia, cura delle altre malattie. Bisogna ovviamente modulare la risposta in base alla qualità del segnale, alla gravità del rischio, alla vulnerabilità dei gruppi esposti e alla disponibilità di strumenti efficaci.  Il settimo punto è la cooperazione.  Nel corpo, cellule diverse fanno cose diverse: alcune riconoscono, altre presentano, altre uccidono cellule infette, altre producono anticorpi, altre coordinano e così via. La preparedness richiede la stessa divisione funzionale: accanto a medici ed epidemiologi che riconoscono casi anomali, servono veterinari che sorvegliano serbatoi animali, ecologi, bioinformatici, immunologi, vaccinologi, e molte altre figure che siamo perfettamente in grado di formare, ma molto meno di coordinare e dotare delle risorse opportune.  Potremmo continuare con altri punti, ma da questo paragone con il sistema immunitario, per quanto parziale, emerge un principio semplice: la società deve smettere di immaginarsi come una fortezza e deve cominciare a organizzarsi come un sistema immunitario. Il mondo contemporaneo ha confini biologici continuamente attraversati: animali, uomini, vettori, merci, aria, acqua, cibo, rifiuti, viaggi, filiere globali. Per questo, l’incontro con il patogeno avverrà ed è previsto, e ciò che serve è saper costruire ciò che serve a reagire all’occasione. La preparedness deve quindi essere la risposta immunitaria adattativa della civiltà moderna.  Non può eliminare la comparsa del patogeno, come il sistema immunitario al primo incontro non elimina il fatto dell’esposizione, ma di certo può ridurre il tempo necessario per capire che cosa causa una malattia, come si muove, quale parte del suo genoma può diventare bersaglio, quale piattaforma può essere adattata, quale produzione può essere attivata, quale popolazione deve essere protetta per prima.  Questa parte della lezione di Covid-19 è stata forse compresa tecnicamente, ma di certo anche dispersa politicamente. L’Oms Europa ha indicato che entro il 2025 tutti i paesi della regione avevano accesso al sequenziamento di nuova generazione per monitorare più rapidamente l’evoluzione virale, seguire mutazioni in tempo reale e sostenere lo sviluppo di vaccini e diagnostici appropriati.  Eppure, dal punto di vista politico e culturale, molte società si comportano ancora come se l’emergenza futura fosse una parentesi eventuale, affidata alla fortuna o alla memoria corta dei cittadini.  Infatti, la parte della lezione di Covid-19 che non si vuole imparare è che serve un’infrastruttura permanente di risposta ai patogeni emergenti – e in questo senso non pare sufficiente neppure il nuovo Piano pandemico 2025-2029, che, pur dichiarando un approccio più ampio rispetto al precedente PanFlu e a fronte di uno stanziamento superiore a 1,1 miliardi di euro, è sostanzialmente basato su ciò che esiste e al massimo su una sua riorganizzazione, ma non prevede di
 dotare il paese di quanto serve a produrre ciò che è necessario per la risposta di emergenza.   d-19 che non si un’infrastruttura eni emergenti – ficiente neppure 25-2029, che è ò che esiste e al organizzazione  Lezione n. 3: che cosa ci serve E dunque, a parte il piano pandemico, che cosa deve esistere, prima dell’emergenza, perché un paese possa trasformare rapidamente le informazioni su un patogeno nuovo in strumenti reali per il suo contrasto, quando l’allerta epidemiologico lo richiede? (segue enll’inserto III)  (segue dall’inserto II)  Un paese non deve limitarsi a partecipare alle reti di sorveglianza internazionali, né a moltiplicare tavoli di coordinamento fra enti già esistenti. Quelle reti sono essenziali perché portano il segnale: un focolaio anomalo, una sequenza nuova, una variante con caratteristiche sospette, un patogeno che cambia areale. Spallanzani, Sacco, Iss, istituti zooprofilattici e laboratori regionali rappresentano risorse decisive proprio come sensori avanzati del sistema. Tuttavia, dopo il segnale, serve un luogo capace di produrre. La sequenza di un genoma virale deve diventare test diagnostico, e poi almeno un antigene deve diventare costrutto vaccinale e quindi RNA formulato e pronto all’uso.  Questa funzione richiede una officina nazionale per contromisure molecolari rapide: una struttura stabile, con logica industriale, personale permanente, procedure validate, linee GMP, controllo qualità, capacità di rilascio dei lotti e catena decisionale corta.  Questa officina, però, non può essere un esecutore cieco. La produzione rapida di vaccini e diagnostici richiede giudizio scientifico interno, per cui dentro devono lavorarvi tutte quelle figure ad alta competenza di cui abbiamo risposto a proposito della divisione del lavoro di risposta.  Quale patogeno può realmente rappresentare un rischio, per innescare il processo di risposta? Quale regione genomica è più stabile per un test? Quale antigene ha maggiore probabilità di indurre neutralizzazione? Quali mutazioni possono ridurre l’efficacia diagnostica? Quali dati epidemiologici giustificano l’attivazione della produzione? Quali candidati conviene portare avanti in parallelo? Ecco perché servono quelle figure di alta formazione.  L’allerta deve arrivare dalla rete di monitoraggio, con Spallanzani in posizione centrale per competenza clinico-virologica e capacità di risposta alle bioemergenze, insieme agli altri nodi nazionali e internazionali. L’officina nazionale deve essere il braccio produttivo e tecnologico che riceve quel segnale e lo converte in prodotti. In una crisi biologica, il ritardo nasce spesso nei passaggi intermedi: chi decide, chi riceve il campione, chi valida la sequenza, chi disegna il test, chi autorizza la produzione, chi parla con Aifa, chi attiva i centri clinici. Per cui bisogna eliminare questi passaggi incerti prima che l’emergenza cominci. Il rapporto fra rete di monitoraggio e officina deve quindi essere definito prima: criteri di attivazione, formati dei dati, accesso ai campioni, tempi di risposta, responsabilità operative, canali regolatori. La parte produttiva deve essere naturalmente il cuore dell’officina. Il centro deve disporre di fornitori qualificati – giusto per ricordare qualche esempio, per nucleotidi, enzimi, cap analogs, lipidi, materiali di filtrazione, vials, tappi, standard sintetici, reagenti analitici e materiali di riferimento. Deve conservare scorte critiche, mantenere strumenti validati, esercitare il personale, eseguire simulazioni periodiche. Quando è in azione, dalla sequenza al primo disegno diagnostico devono passare144172 giorni, non settimane. Dal disegno del costrutto RNA al lotto sperimentale devono passare tempi predefiniti, a così dal lotto sperimentale al lotto GMP.  Il fallimento da evitare è quello, purtroppo ricorrente, della grande iniziativa italiana che nasce con una forte spinta politica e finanziaria, ma perde progressivamente efficacia. Dall’appesantimento della governance, infiltrata dalla politica, alla frammentazione di azione tra entità concorrenti, con le ambizioni
 locali che interferiscono con la funzione nazionale, fino alle rivalità accademiche, alla burocrazia e all’ipertrofia dell’amministrazione ordinaria, così che il mandato iniziale si diluisce insieme all’attenzione politica  che lo aveva reso possibile. Una officina nazionale funziona solo se riceve un finanziamento stabile vincolato alla capacità mantenuta, non all’emergenza. La preparedness è soprattutto manutenzione, perché una capacità di risposta rapida esiste soltanto quando, nei periodi in cui l’emergenza non è visibile, il centro continua a funzionare come se dovesse essere attivato domani. Una struttura di questo tipo sembra costosa, perché fortunatamente serve a poco in tempi normali, ma diventa indispensabile quando il pericolo si manifesta, proprio come un impianto antincendio.  Il compito dello stato è costruire questa capacità di reazione rapida prima della crisi, attraverso un’officina come quella descritta. La scala industriale massiva può essere europea, ma la prima risposta deve essere nazionale, perché il primo tempo dell’emergenza è quello in cui l’informazione disponibile per agire è cruciale.  Qui si misura la maturità di un paese dopo Covid-19: nella capacità di costruire, mantenere e usare una macchina che lavori quando ancora non c’è il nemico in casa, perché quando arriva – e arriverà per forza, e molte volte – sia già pronta.  Enrico Bucci  ---End text---  Author: Enrico Bucci  Heading:   Highlight: La parte della lezione di Covid-19 che non si vuole imparare è che serve un’infrastruttura permanente di risposta ai patogeni emergenti – e in questo senso non pare sufficiente neppure il nuovo Piano pandemico 2025-2029, che è sostanzialmente basato su ciò che esiste e al massimo su una sua riorganizzazione   La società deve smettere di immaginarsi come una fortezza e deve cominciare a organizzarsi come un sistema immunitario. Il mondo d’oggi ha confini biologici continuamente attraversati. Per questo, l’incontro con il patogeno avverrà e ciò che occorre è saper costruire ciò che serve a reagire all’occasione  Image:Passeggeri della nave da crociera MV Hondius sbarcati nei giorni scorsi nel porto di Granadilla, a Tenerife (foto Ap/LaPresse) -tit_org- Nuovi virus, vecchie lezioni dal Covid-19    Il sistema immunitario che serve all'Italia La biosfera contiene un serbatoio virale vastissimo. La prevenzione perfetta non esiste, ma all ’inevitabilità di nuove epidemie si può rispondere con prontezza    -sec_org-
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		<title><![CDATA[Sanità, la voragine = Sanità, nei primi tre mesi 2026 le Asl hanno perso 90 milioni ]]></title>
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		<description><![CDATA[<p style='color:#069;font-size:11px;font-style:italic;'><a href='http://gimbe.telpress.it/news/2026/05/18/2026051801698504098.PDF' target="_blank" ><img src='http://gimbe.telpress.it/images/help/PDF_16.png' align="left" border='0'/></a> Estratto da pag. 2 di <b>"GAZZETTA DEL MEZZOGIORNO" </b>  del 18 May 2026 </p><p style='color:#444;font-size:11px;'>Nei primi tre mesi 2026 le Asl hanno perso 90 milioni Irpef, a dicembre un vero salasso per 92mila pugliesi La manovra (retroattiva) sull ' Irpef: a dicembre in busta paga conguagli salati</p>]]></description>
		<pubDate>Mon, 18 May 2026 06:11:00 +0200</pubDate>
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		<tp:ocr><![CDATA[Sanità, la voragine  Nei primi tre mesi 2026 le Asl hanno perso 90 milioni Irpef, a dicembre un vero salasso per 92mila pugliesi   Sanità, nei primi tre mesi 2026 le Asl hanno perso 90 milioni La manovra (retroattiva) sull’Irpef: a dicembre in busta paga conguagli salati  DE FEUDIS E SCAGLIARINI A PAGINA 2-3>>    l BARI. Gli effetti della manovra correttiva dei conti sanitari cominceranno a vedersi nelle buste paga di giugno, quando i datori di lavoro e l’Inps applicheranno le nuove addizionali annunciate sabato dal presidente Antonio Decaro. Ma è tra novembre (autonomi) e dicembre (dipendenti) che arriverà la botta, soprattutto per quei 92.968 pugliesi che dichiarano un imponibile superiore a 50mila euro e che vedranno crescere l’aliquota regionale di quasi un punto e mezzo cioè fino al massimo previsto dalla legge.  La Regione è stata infatti costretta ad applicare il «comma 174», la norma della finanziaria 2004 che impone ai governatori in veste di commissari - di ripianare i deficit della sanità «anche» attraverso le addizionali, che si applicano con effetto retroattivo dal 1° gennaio dell’anno in corso. E dunque in sede di conguaglio o di secondo acconto arriverà il carico fiscale aggiuntivo dei primi cinque mesi dell’anno, che per i dipendenti della fascia di reddito più alta significa un minimo di 400 euro.  Dalla manovra sulle addizionali la Regione conta di ricavare circa 240 dei 359 milioni di deficit accumulato nel 2025 dal sistema sanitario. Le addizionali attualmente in vigore portano in cassa (dato 2023, ultimo disponibile) 89 milioni di euro, quasi equamente divisi tra i diversi scaglioni di reddito (25 milioni fino a 15mila euro di imponibile, 23 milioni tra i 15 e i 28mila euro di imponibile, 20 milioni tra i 28 e i 50mila euro, 20 milioni oltre i 50mila euro di imponibile). La manovra ha lasciato invariata allo 0,1% l’addizionale del primo  scaglione, ha portato dallo 0,2% allo 0,9% quella del secondo, dallo 0,4% al 2% quella del terzo e dallo 0,62 al 2,1% quella dell’ultimo scaglione. Questo significa che la Puglia ha utilizzato per la fascia di reddito più alta l’intera leva fiscale: la legge nazionale prevede un minimo dell’1,23% e un massimo del 3,33% che verrà quindi applicato ai redditi superiori a 50mila euro.  Dall’aumento delle aliquote la Regione otterrà 150 milioni di Irpef in più rispetto a quanto ottenuto nel 2025. Ed è certo che la nuova imposizione fiscale durerà almeno per due anni, cioè almeno per tutto il 2027.  Questo perché il regime ordinario per la variazione delle addizionali (cioè fuori dai casi di commissariamento) prevede che le  Regioni agiscano entro il 31 dicembre dell’anno successivo. Ed è improbabile che da qui a fine anno la Puglia possa aver risolto il problema.  Venerdì scorso la Regione ha chiuso i conti delle Asl relativi al primo trimestre 2026. Il dato non è ancora disponibile, tuttavia la perdita attesa dei primi tre mesi dovrebbe aggirarsi sui 90 milioni quindi mantenendo lo stesso trend dell’anno precedente. In questo momento la Puglia non conosce ancora la quota di finanziamento del Fondo sanitario nazionale per il 2026, il cui incremento atteso andrà a ridurre la perdita attesa: se dovesse azzerarla, il ricavato della manovra fiscale annunciata sabato diventerebbe una sorta di «tesoretto» da mettere da parte, come hanno fatto già altre Regioni.  Il problema, però, è agire sul fronte della riduzione della spesa, compito che il governatore Decaro vuole assegnare agli otto nuovi direttori generali delle Asl. La nomina è attesa in questi giorni, dopo che verranno predisposti gli schemi di contratto in cui verranno inseriti gli obiettivi di riduzione. Ma anche in questo caso, il 2026 è ormai andato: i nuovi manager non si insedieranno prima di giugno, e difficilmente saranno pienamente operativi prima delle ferie. A settembre saranno già trascorsi tre trimestri dell’anno, a trend di spesa invariato e anzi con situazioni locali che restano ampiamente fuori controllo. La Regione dovrà intanto presentare ai ministeri di Economia e Salute il Piano operativo trie
nnale contenente le misure di contenimento. E l’unica possibilità è rappresentata da «ottimizzazioni», ovvero accorpamenti e chiusure di reparti.  ---End text---  Author: MASSIMILIANO SCAGLIARINI  Heading:   Highlight: L’AUMENTO DELLE ADDIZIONALI L’aliquota per la fascia di reddito più alta è stata portata al massimo consentito dalla legge: una stangata per 92mila cittadini  Image:NEL MIRINO Ospedali a rischio tagli 349 MILIONI DI PERDITE Sabato Antonio Decaro ha illustrato le misure per ripianare il deficit accumulato dalle Asl nel 2025 -tit_org- Sanità, la voragine   Sanità, nei primi tre mesi 2026 le Asl hanno perso 90 milioni   -sec_org-
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		<tp:writer>Massimiliano Scagliarini</tp:writer>
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		<title><![CDATA[Salute mentale, il caso italiano Quei pazienti persi dai radar ]]></title>
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		<description><![CDATA[<p style='color:#069;font-size:11px;font-style:italic;'><a href='http://gimbe.telpress.it/news/2026/05/18/2026051801698704096.PDF' target="_blank" ><img src='http://gimbe.telpress.it/images/help/PDF_16.png' align="left" border='0'/></a> Estratto da pag. 11 di <b>"QUOTIDIANO NAZIONALE" </b>  del 18 May 2026 </p><p style='color:#444;font-size:11px;'>L'82,2 per cento di loro smette di frequentare le strutture senza un accordo con i medici Solo il 10 per cento circa delle interruzioni avviene perché si conclude il piano terapeutico</p>]]></description>
		<pubDate>Mon, 18 May 2026 06:11:00 +0200</pubDate>
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		<category domain=""><![CDATA[POLITICA SANITARIA]]></category>
		<subcategory domain=""><![CDATA[]]></subcategory>
		<source Readership="1076000" Sales="127120" Printing="175325" url="http://gimbe.telpress.it/news/2026/05/18/2026051801698704096.PDF"><![CDATA[QUOTIDIANO NAZIONALE]]></source>
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		<tp:ocr><![CDATA[Salute mentale, il caso italiano Quei pazienti persi dai radar L’82,2 per cento di loro smette di frequentare le strutture senza un accordo con i medici Solo il 10 per cento circa delle interruzioni avviene perché si conclude il piano terapeutico  ROMA  ‘Persi dai radar’. Come Salim El Koudri – il 31enne fermato per strage e lesioni aggravate, dopo aver falciato, sabato pomeriggio, con la sua auto sette passanti nel centro di Modena – l’82,2% dei pazienti psichiatrici assistiti dai servizi specialistici smette di frequentare le strutture senza un accordo con i medici. Dall’ultimo rapporto sulla salute mentale del ministero della Salute, relativo al 2024, emerge che solo il 10% circa delle interruzioni avviene perché il trattamento è giunto a una conclusione prevista dal piano terapeutico.  «C’è probabilmente una quota, io credo minoritaria, di situazioni un po’ più severe che non mantengono la continuità auspicata delle cure all’interno dei nostri servizi – spiega Antonio Vita, presidente della Società italiana di psichiatria (Sip), direttore del Dipartimento Salute mentale dell’Asst Spedali Civili di  Brescia e ordinario di psichiatria all’Università di Brescia –.  Ma in Italia abbiamo un sistema capillare di servizi territoriali di salute mentale, tra i più diffusi e sviluppati in Europa e nel mondo, che di fatto consentono una cura piuttosto continuativa dei nostri pazienti. Le possibilità di cura – trattamenti sono non solo farmacologici, ma anche psicosociali, riabilitativi, di comprovata efficacia – ci sono, ma la precocità dell’intervento è, soprattutto nei giovani, un elemento fondamentale».  Il presidente della Sip, tuttavia, pone l’accento sulla necessità di «maggiori risorse per i servizi di salute mentale». Nel 2024, a fronte di 845.516 persone prese in carico, nelle unità operative psichiatriche pubbliche lavoravano 33.142 persone tra infermieri, psichiatri, psicologi e riabilitatori. «Rafforzare il personale – sottolinea Vita – significa ampliare ulteriormente la possibilità di cura, le possibilità di intervento su queste situazioni che sappiamo essere diffuse».  «È impossibile per uno psichiatra – gli fa eco Massimo Clerici, professore di psichiatria all’Università degli Studi di Milano Bicocca, già direttore del dipartimento di Salute mentale e Dipendenze e della Struttura Complessa di psichiatria dell’Asst Monza Ospedale San Gerardo e presidente dell’Associazione ricerche sulla schizofrenia (Ars) – seguire 500-600 pazienti e dedicarsi soprattutto a quelli complessi che richiederebbero un’assistenza non dico quotidiana, ma comunque molto ravvicinata. Quando uno psichiatra incontra un paziente per il quale ci sono dei criteri di possibile pericolosità, dovrebbe essere messo nelle condizioni di poterlo assistere. In Inghilterra anni fa hanno investito tantissimo in équipe di servizi psichiatrici che andavano a cercarsi i pazienti bisognosi di cure che non volevano essere assistiti. Le persone che richiedono dei trattamenti lunghi dovrebbero avere dei luoghi dove vengono anche obbligati a stare, come in molti Paesi. Ma in Italia l’unico strumento è il Tso che, salvo proroghe, ha una durata di 7 giorni».  All’interno degli 11 disturbi della personalità esistenti raggruppati in 3 aree, il disturbo schizoide della personalità per il quale, a quanto si apprende, El Koudri tra il 2022 e il 2024 è stato in cura al Centro di salute mentale di Castelfranco, – afferma Clerici – «rientra nel gruppo A che racchiude i disturbi più vicini alla schizofrenia». Si tratta di pazienti che «tendenzialmente non si fanno assistere dai servizi pubblici, perché non riconoscono dei sintomi specifici».  E, sebbene «i pazienti psichiatrici che compiono reati» siano «una minima parte – evidenzia Clerici –, «qualunque disturbo della personalità può, in una fase di particolare sollecitazione da stress, in caso di assunzione di sostanze, o di fronte a eventi che determinano forti spinte emulatorie, sfociare in un comportamento deviante».  © RIPRODUZIONE RISERVATA  ---End text---  Author: Giulia Prosperetti  Heading:   Highlight: 
SOCIETÀ DI PSICHIATRIA  Il presidente Vita pone l’accento sulla necessità di maggiori risorse per i servizi di salute mentale  Image:L’ingresso di una Rems, residenza per l’esecuzione delle misure di sicurezza -tit_org- Salute mentale, il caso italiano Quei pazienti persi dai radar   -sec_org-
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		<tp:writer>GIULIA PROSPERETTI</tp:writer>
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