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		<title><![CDATA[“Difendiamo il pubblico”: il 23 maggio Sanità in corteo dal grattacielo della Regione alle Molinette - La Stampa ]]></title>
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		<description><![CDATA[<p style='color:#069;font-size:11px;font-style:italic;'><a href='http://gimbe.telpress.it/news/2026/05/13/2026051302991109873.PDF' target="_blank" ><img src='http://gimbe.telpress.it/images/help/PDF_16.png' align="left" border='0'/></a> Estratto da pag. 1 di <b>"lastampa.it" </b>  del 13 May 2026 </p><p style='color:#444;font-size:11px;'>Al centro della protesta i ritardi nell’attuazione del Pnrr, la carenza di personale, l’aumento delle liste d’attesa, la crescita della spesa privata delle fam…</p>]]></description>
		<pubDate>Wed, 13 May 2026 15:08:00 +0200</pubDate>
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		<tp:url><![CDATA[https://www.lastampa.it/torino/2026/05/13/news/corteo_sanita_torino_23_maggio-15620417/]]></tp:url>
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		<tp:ocr><![CDATA[Percorso rovesciato rispetto a quello di tre anni fa. Questa volta il corteo partirà dal Grattacielo Piemonte, sede della Regione, e si snoderà fino alle Molinette, sintesi dei punti di forza e di debolezza della Sanità pubblica, dove sarà allestito uno spazio per gli interventi dei relatori. Partenza nel primo pomeriggio, ore 14, ma il numero dei partecipanti, ad oggi, è un’incognita. Variegato il numero delle adesioni da parte di sindacati e ordini professionali. Il 23 maggio è dietro l’angolo, il Comitato per la tutela dei diritti e delle cure lavora per suonare un’altra sveglia alla giunta regionale. Salute pubblica o privata? Il tema, pesante, è la Sanità pubblica. Meglio: la situazione, sempre sfaccettata e talora contraddittoria di un sistema sanitario nazionale e regionale che in Piemonte, a detta del Comitato, presenta ampi margini di miglioramento. Diciamo pure: praterie. Problemi vecchi e nuovi, i primi cronici, annunci che si susseguono, obiettivi raggiunti da parte della giunta, altri mancati, altri ancora in sospeso. Secondo il fronte della protesta, quanto basta e avanza per scendere di nuovo in piazza. Non è, non vuole essere una spallata contro la giunta, ma un modo per far sentire la voce dei cittadini, tagliati fuori dai canali istituzionali. Tre anni dopo Un’altra marcia, lo slogan portante è «Difendiamo il pubblico», dopo tre anni esatti dalla prima mobilitazione, con il medesimo obiettivo. Difendere la Sanità pubblica, e migliorarla. La precedente edizione era stata un successo: coinvolte migliaia di persone dal mondo degli ordini professionali, dell’associazionismo, della cittadinanza attiva e della società civile. A questo giro si vedrà. L’organizzazione Motore dell’iniziativa, come la volta scorsa, la Cgil, con il sindacato medico Anaao Assomed e l’Ordine dei Medici di Torino. Dei sindacati aderiscono Anaao, Aaroi, Fvm, Fassid, Fimmg, Smi, Sumai, Nursind: medici, ospedalieri e di famiglia, infermieri, oss. Degli Ordini: quello dei Medici e delle Professioni infermieristiche. Non parteciperanno, invece, Cisl, Uil, e, per i medici, il sindacato Cimo. Un elenco da prendere con beneficio di inventario, nel senso che è in aggiornamento. I perché della protesta Sono diverse, spiegano il segretario generale Cgil Piemonte Giorgio Airaudo, la segretaria regionale Anaao Assomed Piemonte, Chiara Rivetti, il presidente dell'Ordine dei Medici Chirurghi e Odontoiatri di Torino, Guido Giustetto: ritardi nell’attuazione del Pnrr (i fondi europei), carenza di personale, aumento delle liste d’attesa, crescita della spesa privata delle famiglie e rischio di privatizzazione dei servizi territoriali. Case di comunità I dati del Comitato parlano di 82 Case di Comunità previste dal PNRR, delle quali solo 69 saranno completate entro i termini utili per accedere ai finanziamenti, mentre meno della metà sarà realmente operativa. Le strutture non garantiranno l’apertura, prevista inizialmente “24 ore su 24 e 7 giorni su 7”, ma funzioneranno prevalentemente dalle 8 alle 20 nei giorni feriali, con l’apertura di una sola struttura per distretto il sabato, la domenica e nei festivi. Ospedali di comunità Dei 27 previsti, soltanto 17 saranno completati entro giugno, mentre gli altri slitteranno oltre il 2026. Inoltre, c’è il rischio che alcune strutture vengano affidate a soggetti privati, a partire da tre ospedali torinesi, uno nel cuneese e uno nel Verbano. Personale sanitario I dati, sempre del Comitato, parlano di una carenza superiore alle 10 mila unità tra medici, infermieri e Oss. Assistenza sociosanitaria: 9 mila persone in attesa di convenzione Rsa e 15 mila in attesa di assistenza domiciliare. Secondo i dati della Fondazione Gimbe citati durante l’incontro, sono 352 mila i piemontesi che hanno rinunciato alle cure, con un aumento del 47% tra il 2023 e il 2024. Simboli e sostanza «Pensiamo che la Regione non abbia difeso la Sanità pubblica in questi tre anni e che oggi tocchi nuovamente ai cittadini difenderla direttamente - rimarca oggi Airaudo, a pochi giorni dalla presentazione dell’iniziativa -. Per questo p
artiremo dal Grattacielo della Regione e arriveremo alle Molinette: vogliamo abbracciare simbolicamente il più grande presidio sanitario del Piemonte e uno dei più grandi d’Europa, perché lì si rappresenta l’idea stessa di Sanità pubblica che vogliamo salvaguardare». Tra i rischi, citati dal segretario, il depotenziamento dell’assistenza territoriale e il possibile coinvolgimento dei privati nella gestione degli Ospedali di Comunità: “Se finanziati con soldi pubblici vengono affidati a gestori esterni, allora significa che si sta privatizzando la sanità territoriale piemontese”. Parole che hanno mandato in bestia l’assessore alla Sanità Federico Riboldi che ha già replicato ad Airaudo, duramente, sul nostro giornale. Restano aperti i problemi relativi ai consultori, alla medicina di genere e alla salute mentale”. Spinta dal basso Airaudo rilancia il senso della mobilitazione: «Questa manifestazione non è soltanto una protesta, ma un richiamo forte alla politica regionale. Chiediamo che la sanità pubblica piemontese venga difesa e rilanciata». Chiara Rivetti, Anaao Assomed, pone l’accento sulle difficoltà economiche delle famiglie: “Una persona su dieci rinuncia alle cure. Questo significa che molte persone devono scegliere se curarsi o arrivare a fine mese. È un dato gravissimo, che racconta un sistema sempre meno universale”. Guido Giustetto, Ordine Medici Torino, è preoccupato per le condizioni di lavoro dei professionisti sanitari e la crisi della medicina territoriale. Apertura ai sindaci C’è anche quella, da parte del Comitato, «che nasce e continua a operare come realtà apartitica, pluralista e indipendente, capace di unire sensibilità, esperienze e appartenenze differenti attorno a un obiettivo comune: la difesa del Servizio Sanitario Nazionale, universale, pubblico e accessibile a tutti». La strategia È la stessa della volta precedente: fino alla mobilitazione del 23 maggio il Comitato lancia la sua campagna di denuncia sulle carenze della sanità pubblica e dell’assistenza in Piemonte: il primo fronte ha riguardato Rsa e assistenza domiciliare, fronte delicatissimo. E’ solo il principio.   
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		<title><![CDATA[Hantavirus: rischio molto basso. Ma l’Italia sarebbe pronta di fronte a una nuova emergenza sanitaria? - Pharmaretail ]]></title>
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		<description><![CDATA[<p style='color:#069;font-size:11px;font-style:italic;'><a href='http://gimbe.telpress.it/news/2026/05/13/2026051303002910011.PDF' target="_blank" ><img src='http://gimbe.telpress.it/images/help/PDF_16.png' align="left" border='0'/></a> Estratto da pag. 1 di <b>"pharmaretail.it" </b>  del 13 May 2026 </p><p style='color:#444;font-size:11px;'>Altri due pazienti (un turista britannico e una turista inglese) sono in isolamento in Italia per possibile contagio da Hantavirus. Il focolaio scoppiato</p>]]></description>
		<pubDate>Wed, 13 May 2026 15:44:00 +0200</pubDate>
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		<tp:url><![CDATA[https://www.pharmaretail.it/news/hantavirus-rischio-molto-basso-litalia-sarebbe-pronta-fronte-nuova-emergenza-sanitaria/]]></tp:url>
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		<tp:ocr><![CDATA[Altri due pazienti (un turista britannico e una turista inglese) sono in isolamento in Italia per possibile contagio da Hantavirus. Il focolaio scoppiato dalla nave da crociera MV Hondius continua ad aggiornare il suo bilancio: gli ultimi dati diffusi dall’Ecdc, il Centro europeo per la prevenzione e il controllo delle malattie, indicano oltre dieci casi, tra confermati e probabili, con 3 decessi. Lo sbarco e il rimpatrio dei passeggeri sono stati completati, mentre la ministra della Sanità francese informa che la concittadina contagiata sulla nave è molto grave.Sul fronte scientifico, le prime analisi sulla sequenza genetica del ceppo isolato in Svizzera indicano una somiglianza del 99% con quella rilevata in Argentina nel 2018. L’Ecdc, nella propria valutazione del rischio, ha precisato che non ci sono prove che questa variante si diffonda più facilmente o causi una malattia più grave rispetto ad altri Andes virus. Il ministero della Salute ha comunicato l’attivazione delle procedure di valutazione del rischio, sorveglianza e coordinamento sanitario e ha trasmesso alle Regioni interessate le informazioni sui passeggeri da sottoporre a sorveglianza attiva.Il rischio per la popolazione generale è considerato «molto basso», anche perché il principale serbatoio naturale del virus Andes non è presente in Italia. Ma il focolaio riaccende una domanda che nel Paese si trascina da cinque anni.Siamo preparati?A cinque anni dalla pandemia, quanto siamo pronti a fronteggiare una nuova emergenza sanitaria? I dati del monitoraggio indipendente della Fondazione GIMBE sulla Missione Salute del PNRR, con la scadenza europea fissata al 30 giugno 2026, restituiscono un’Italia in forte ritardo su gran parte degli obiettivi, con l’eccezione delle Centrali Operative Territoriali.Sul fronte dei posti letto di terapia intensiva e subintensiva, obiettivo già ridotto rispetto alle ambizioni originarie, risultavano attivati, a marzo 2025, solo 890 posti su 2.692 previsti, il 33,1%, e 1.199 di semi-intensiva su 3.230, il 37,1%. Un target rivisto al ribasso di 1.803 unità con la rimodulazione del PNRR approvata dall’Unione Europea nel dicembre 2023, dopo che il piano originario del decreto Conte del 2020 ne prevedeva 7.500. «È surreale» aveva dichiarato il presidente Nino Cartabellotta «che, nonostante la drastica revisione al ribasso degli obiettivi iniziali, a cinque anni dalla pandemia l’Italia non sia ancora riuscita a completare un’infrastruttura essenziale per fronteggiare future emergenze sanitarie».Non va meglio sul fronte della sanità territoriale. Delle 1.715 Case della Comunità programmate, solo 66, il 3,9%, risultano pienamente operative, con personale medico e infermieristico attivo. Per oltre un terzo delle strutture le Regioni non hanno dichiarato attivo nessun servizio. «Anche dove tutti i servizi vengono dichiarati attivi» aveva osservato Cartabellotta «le Case della Comunità restano, nei fatti, scatole vuote: senza personale sanitario non possono funzionare».Per evitare di perdere i fondi europei alla scadenza di giugno, il governo ha accelerato sulla riforma della medicina di famiglia. Martedì si è riaperto il confronto al ministero della Salute: Governo, Regioni e sindacati si sono seduti allo stesso tavolo attorno a una bozza di decreto messa a punto dalle Regioni, che conferma il doppio canale. Accanto alla convenzione attuale, indicata come modello ordinario, resta la possibilità, in via residuale e limitata ai fabbisogni locali, per le Regioni di assumere medici di famiglia come dipendenti del Servizio sanitario nazionale, soprattutto nelle Case della Comunità e nelle aree con maggiori carenze. Previsto anche un debito orario minimo di sei ore settimanali nelle strutture per i medici non dipendenti. Il via libera del decreto in Consiglio dei ministri è atteso entro fine mese, in attesa delle controdeduzioni dei sindacati, che restano sul piede di guerra. Il problema di fondo, peraltro, resta aperto: il DM 77 del 2022 aveva individuato nell’infermi
ere, non nel medico, il vero fulcro della continuità assistenziale territoriale. Per rendere pienamente operative le Case della Comunità ne servirebbero almeno 20.000, mentre la carenza di organico nel SSN supera già le 100.000 unità.Gli Ospedali di ComunitàGli Ospedali di Comunità sono ancora più indietro: dei 594 programmati, 163, il 27,4%, hanno almeno un servizio attivo, ma nessuno risulta pienamente funzionante. Il divario geografico è ampio: tre quarti degli Ospedali di Comunità attivi si concentrano in Veneto, Lombardia, Emilia-Romagna e Toscana. L’unica nota positiva riguarda le Centrali Operative Territoriali, dove il target europeo di 480 è già stato raggiunto con 625 strutture funzionanti su 657 programmate.Sul fronte digitale, il Fascicolo Sanitario Elettronico resta incompleto in tutte le Regioni: nessuna ha attivato tutte le 20 tipologie di documenti previste e solo il 44% dei cittadini ha espresso il consenso alla consultazione, con punte del 2% in Abruzzo e Campania contro il 92% dell’Emilia-Romagna. Un divario che per GIMBE non è un problema tecnico ma «un fallimento culturale e organizzativo».(Visited 2 times, 2 visits today)   
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