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	<title>Rassegna online.</title>
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		<title><![CDATA[Alla sanità calabrese servono domande pubbliche, precise, documentate ]]></title>
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		<description><![CDATA[<p style='color:#069;font-size:11px;font-style:italic;'><a href='http://gimbe.telpress.it/news/2026/05/08/2026050802922808319.PDF' target="_blank" ><img src='http://gimbe.telpress.it/images/help/PDF_16.png' align="left" border='0'/></a> Estratto da pag. 2 di <b>"CALABRIA.LIVE" </b>  del 08 May 2026 </p>]]></description>
		<pubDate>Fri, 08 May 2026 08:38:00 +0200</pubDate>
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		<tp:ocr><![CDATA[Alla sanità calabrese servono domande pubbliche, precise, documentate  N  on è una domanda contro il privato accreditato. Sarebbe improprio, oltre che politicamente sterile, trasformare il tema in una contrapposizione ideologica tra pubblico e privato. La questione è diversa e più rilevante: riguarda l’uso di risorse pubbliche, la capacità di programmazione regionale, la trasparenza dei flussi, l’appropriatezza delle prestazioni, il rapporto tra accreditamento, liste d’attesa, mobilità passiva e ritardi storici dell’edilizia ospedaliera.  Il punto di partenza è il Registro regionale delle strutture sanitarie e sociosanitarie autorizzate e accreditate. La Regione Calabria lo pubblica in attuazione della normativa regionale e dichiara che i registri sono disponibili ai fini della trasparenza amministrativa e dell’informazione ai cittadini e agli operatori del settore. Nel gennaio 2026 risultano pubblicati sia il Registro delle strutture autorizzate sia quello delle strutture accreditate.  Da una prima elaborazione del Registro delle strutture accreditate, considerando le posizioni censite nei diversi fogli del documento, emergono 543 posizioni accreditate complessive: rete laboratoristica, specialistica ambulatoriale, territoriale e ospedaliera. È bene precisarlo con cura: non si tratta necessariamente di 543 soggetti giuridici autonomi, ma di voci censite nel Registro, articolate per tipologia, sede e attività. La parte più sensibile, dal punto di vista della programmazione sanitaria, è  quella ospedaliera: nel foglio dedicato risultano 28 posizioni riferite all’area ospedaliera privata accreditata.  La domanda, allora, non è accusatoria. È amministrativa, politica, democratica: che cosa viene prodotto da queste strutture? Con quali budget? Su quali aree cliniche? Con quali volumi? Con quali esiti? E soprattutto: in quale misura queste prestazioni contribuiscono a ridurre la  mobilità passiva dei cittadini calabresi verso altre regioni? Nel 2024, il livello massimo previsto per l’acquisto di prestazioni erogate dalla rete di assistenza ospedaliera privata accreditata con oneri a carico del Servizio sanitario regionale viene indicato in 184.010.396 euro. Lo stesso atto collega questa cornice alla necessità di garantire prestazioni comprese nei LEA e, contestualmente, di mettere  in campo misure idonee ad abbattere il volume negativo generato dalla mobilità passiva. Un successivo decreto, nel 2025, precisa ulteriormente il quadro economico: per l’annualità 2024 il budget complessivo per l’acquisto di prestazioni dalla rete di assistenza ospedaliera privata accreditata viene indicato in 184.010.400 euro, quale limite tassativo e invalicabile. Lo stesso atto quantifica in 17.490.263,60 euro il fondo ad hoc collegato ai DRG individuati dal precedente decreto.  Sono numeri importanti.  Non autorizzano scorciatoie polemiche, ma impongono una maggiore chiarezza amministrativa. Quando risorse pubbliche di tale entità vengono destinate all’acquisto di prestazioni sanitarie, è interesse della collettività sapere in modo chiaro quali prestazioni siano state effettivamente rese, da quali strutture, per quali DRG, con quali volumi, con quali controlli di appropriatezza e con quali effetti misurabili sulla mobilità passiva.  Il tema dei DRG è particolarmente rilevante. Il DCA n. 247/2024 individua prestazioni ospedaliere ad alta complessità e ad alta migrazione. Nella tabella allegata compaiono 75 DRG accreditati, di cui 56 presenti nella mobilità. Si tratta di ambiti che riguardano, tra gli altri, aree chirurgiche, ortopediche, respiratorie, cardiovascolari, riabilitative e altre prestazioni di significativo  ANGELO PALMIERI  impatto sanitario ed economico. Qui il linguaggio tecnico diventa questione pubblica. Un DRG non è soltanto una sigla amministrativa. È un sistema di classificazione delle prestazioni, una tariffa, una scelta programmatoria, una traccia di spesa, ma anche un percorso di cura. Dietro ogni codice c’è un paziente, una famiglia, un bisogno sanitario che può trovare risposta in Calabria oppure essere cercato al
trove.  La Calabria, intanto, continua a pagare un prezzo molto alto alla mobilità sanitaria passiva. Secondo il Report GIMBE ripreso da ANSA, nel 2023 la Regione ha registrato un saldo negativo di 326,9 milioni di euro, in aumento rispetto all’anno precedente. Questo dato non può essere letto solo come una voce contabile. È il segno di una fragilità strutturale: ogni paziente che parte porta con sé una storia di attesa, timore, sfiducia, difficoltà economica e distanza familiare. Ma porta via anche risorse che avrebbero potuto rafforzare il sistema sanitario regionale.  Ecco perché la domanda sul privato accreditato non può essere liquidata come polemica. Se la Regione utilizza risorse pubbliche per acquistare prestazioni dal privato accreditato, è necessario rendere verificabile, con dati leggibili e aggiornati, che quelle prestazioni rispondano a bisogni reali, rispettino criteri di appropriatezza, contribuiscano a ridurre le liste d’attesa e incidano concretamente sulla mobilità passiva.  Non basta che i registri e i decreti siano pubblicati. È necessario che siano anche comprensibili. Un cittadino dovrebbe poter consultare un quadro pubblico chiaro: strutture accreditate, soggetti gestori risultanti dagli atti, discipline autorizzate e accreditate, budget assegnati, prestazioni effettivamente prodotte, DRG remunerati, esiti monitorati, eventuali  economie, criteri di redistribuzione delle risorse e risultati ottenuti.  Nel frattempo, le opere pubbliche che dovrebbero rafforzare la rete ospedaliera calabrese procedono secondo cronoprogrammi ancora lunghi. I documenti  di programmazione richiamati dalla stampa regionale indicano il completamento dell’Ospedale della Sibaritide entro la fine del 2026, la consegna dell’infrastruttura di Vibo Valentia entro la fine del 2027 e il completamento dell’Ospedale di Palmi entro la fine del 2028.  È qui che emerge il nodo politico. Da un lato, la Regione ricorre all’acquisto di prestazioni per rispondere a bisogni sanitari immediati e per provare a contenere la mobilità. Dall’altro, attende il completamento di opere pubbliche che dovrebbero ricostruire capacità produttiva, fiducia e diritto territoriale alla cura. In mezzo ci sono i cittadini: anziani che devono viaggiare, famiglie che anticipano spese, malati che non cercano privilegi, ma la possibilità di curarsi senza dover lasciare la propria regione. Anche l’accordo tra Calabria ed Emilia-Romagna sulla mobilità sanitaria, valido dal 1° novembre 2025 al 31 dicembre 2027, conferma quanto il tema sia ormai centrale. L’accordo riguarda le prestazioni sanitarie rese in mobilità e si inserisce in una cornice di governo dei flussi che coinvolge sia le strutture pubbliche sia quelle private accreditate. È una scelta importante. Ma governare la mobilità non può significare soltanto regolare la fuga quando è già avvenuta.  Deve significare costruire le condizioni perché il cittadino calabrese possa trovare risposte adeguate vicino a casa.  Il punto pubblico, allora, è questo: la Calabria non può più permettersi una sanità nella quale la trasparenza arrivi dopo la spesa, il controllo dopo l’emergenza, la programmazione dopo la fuga dei pazienti, gli ospedali dopo anni di attesa.  Non servono processi sommari. Non servono allusioni. Non servono accuse generiche. Servono domande pubbliche, precise, documentate. Quante posizioni accreditate corrispondono a strutture effettivamente operative nei segmenti di maggiore impatto economico? Quali DRG vengono prodotti? Quali soggetti gestori risultano dagli atti pubblici? Quali volumi vengono remunerati? Quali prestazioni rispondono a criteri di appropriatezza? Quali indicatori di esito vengono utilizzati? Quali budget restano eventualmente inutilizzati? Come vengono redistribuite le risorse? Quanto di questa architettura riduce davvero la mobilità passiva? E quanto, invece, rischia semplicemente di convivere con essa? La Calabria può avere bisogno del privato accreditato, ma solo dentro una regia pubblica forte, trasparente, verificabile. Il privato può avere una funzione integrativa, sussidiar
ia, persino strategica, ma non può sostituire la programmazione pubblica né attenuarne la responsabilità. La sanità regionale deve poter dire con chiarezza cosa acquista, perché lo acquista, da chi lo acquista, con quali risultati e con quale beneficio per i cittadini.  La questione, in fondo, è tutta qui: ogni euro pubblico destinato alla cura deve poter essere seguito, compreso e valutato. Perché dietro ogni DRG non c’è soltanto una tariffa. C’è un corpo fragile.  C’è una famiglia che attende.  C’è una comunità che chiede di non essere più costretta a partire per avere ciò che dovrebbe trovare nel proprio territorio: una cura tempestiva, dignitosa, accessibile. ? [Courtesy OpenCalabria]  ---End text---  Author: Redazione  Heading:   Highlight:   Image: -tit_org- Alla sanità calabrese servono domande pubbliche, precise, documentate   -sec_org-
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		<tp:writer>REDAZIONE</tp:writer>
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		<title><![CDATA[Lo strazio ingiusto dei rinvii = Strazio ingiusto ]]></title>
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		<description><![CDATA[<p style='color:#069;font-size:11px;font-style:italic;'><a href='http://gimbe.telpress.it/news/2026/05/08/2026050801948503664.PDF' target="_blank" ><img src='http://gimbe.telpress.it/images/help/PDF_16.png' align="left" border='0'/></a> Estratto da pag. 4 di <b>"CORRIERE DEL MEZZOGIORNO NAPOLI E CAMPANIA" </b>  del 08 May 2026 </p>]]></description>
		<pubDate>Fri, 08 May 2026 04:20:00 +0200</pubDate>
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		<tp:ocr><![CDATA[LO STRAZIO INGIUSTO DEI RINVII   Strazio ingiusto   ?  L’editoriale  S  usy questo il nome della mamma di un bimbo di 7 anni, con diagnosi di spettro autistico.  Susy abita a Napoli, in uno dei quartieri che rientra nelle così dette «periferie centrali», si trova infatti a poche centinaia di metri da arterie principali della nostra città: un quartiere povero, dove pochissime donne lavorano come purtroppo anche pochi uomini. Susy è una delle donne che incontro, insieme ad altre operatrici, nell’ambito di un progetto dedicato alla salute delle donne, all’informazione e alla formazione per realizzare quello che si definisce empowerment.  Lo stigma nei confronti della povertà e quello in cui essa si traduce è massimo specie in questo tempo dove essere poveri è diventato una colpa. Un giorno è venuta ai nostri incontri accompagnata dal suo bambino. In quel poco tempo è stato chiaro l’impegno mentale e fisico che il piccolo richiedeva alla sua giovane mamma.  «È il mio dolore questo figlio, gli altri due stanno bene, ma lui sembrava strano da quando aveva poco più di un anno, poi la pediatra mi disse che dovevo andare alla Asl dove c’era un Centro che poteva seguirlo, e così è cominciato il calvario».   continua a pagina 4    Anche Susy parla di «spettro autistico», di neuropsichiatria infantile, di insegnante di sostegno, di difficoltà di fronte alle liste di attesa. «Ma attesa di chè?» dice, e lascia sospesa la domanda che rimane senza risposta finché lei stessa aggiunge: «i soldi non li abbiamo e quindi aspettiamo anche mesi».  Certo la domanda «in attesa di che?» è davvero spiazzante. Soprattutto se si pensa a quanto può accadere «Dopo di Noi». La parola attesa presuppone che ci sia un tempo che deve trascorrere prima di realizzare un progetto ma vi sono attese che gridano allo scandalo quando il tempo che deve trascorrere ci separa da una diagnosi oncologica, dove il ritardo può fare la differenza tra la vita e la morte, anche le patologie del neuro-sviluppo che colpiscono i bambini, anche in questo caso la diagnosi precoce e la presa in carico continuativa da parte degli specialisti fa la differenza: differenza tra una vita quanto più possibile compatibile con una normalità e una disabilità via via sempre più ingravescente. Come il cancro anche le patologie del neuro-sviluppo sono in aumento, secondo i dati del 2024 pubblicati dall’Istituto Superiore di Sanità, in Italia vivono circa 600.000 tra bambini e adolescenti con diagnosi di «spettro autistico», 1 bambino ogni 77, tra i 7 e i 9 anni. Sono 600.000 famiglie coinvolte in una spirale di sofferenza, di rabbia e di violenza supplementare dovuta alla carenza di servizi. Infatti, mentre da un lato le ricerche vanno avanti e si individuano sintomi e segni che consentono diagnosi sempre  più precoci e strategie terapeutiche sempre più innovative, nella vita reale delle persone, nel quotidiano già difficile in un momento, se possibile, ancora più critico per il nostro Mezzogiorno, tutto ciò evapora e rimane la solitudine e l’isolamento, l’impotenza e la disperazione che prende i genitori, in molti casi soprattutto le donne, mamme o nonne che siano, che affrontano battaglie quotidiane per la gestione di questi piccoli pazienti, inconsapevoli della fatica e dell’impegno che richiedono. È necessario e non più procrastinabile un riassetto dell’intero sistema anche alla luce di quanto dichiarato la scorsa settimana da Nino Cartabellotta, presidente di Gimbe, il quale ha comunicato in conferenza stampa che dal Documento di Finanza pubblica 2026 risulta che il divario tra previsioni di spesa e fondo sanitario continua ad aumentare: «il rapporto spesa sanitaria/Pil rimane congelato al 6,4% fino al 2029». Ulteriormente a rischio quindi l’offerta della sanità pubblica, già attualmente ridotta al minimo. Pare che addirittura nel triennio 2027-2029 mancano 30 miliardi di euro per la sanità. Ma è questo il momento in cui l’etica e la onestà intellettuale imporrebbero a chi ha responsabilità di governo una scelta, perché di scelta si tratta, allocare più fondi al Servizio Sanitar
io Nazionale. Non pretendiamo, come diceva Papa Francesco — e ci piace ricordarlo proprio oggi che a Napoli e Pompei sarà in visita il suo successore, Papa Leone — che «il vero potere è il Servizio, e che bisogna prendersi cura dei più fragili che spesso sono nella periferia del nostro cuore»; è tempo che i più fragili migrino e occupino il centro se non del cuore ma della mente di chi ci governa per rivendicare la dignità di una vita che merita di essere vissuta.  ---End text---  Author: Rosa Papa  Heading: ?  L’editoriale  Highlight:   Image: -tit_org- Lo strazio ingiusto dei rinvii   Strazio ingiusto   -sec_org-
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		<tp:writer>Rosa Papa</tp:writer>
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		<title><![CDATA[Comitato salute si muove: «Sì smantella il sistema» = «Così si smantella il sistema» Il Comitato salute si muove: manifestazione il 23 maggio ]]></title>
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		<description><![CDATA[<p style='color:#069;font-size:11px;font-style:italic;'><a href='http://gimbe.telpress.it/news/2026/05/08/2026050801778805935.PDF' target="_blank" ><img src='http://gimbe.telpress.it/images/help/PDF_16.png' align="left" border='0'/></a> Estratto da pag. 3 di <b>"CORRIERE TORINO" </b>  del 08 May 2026 </p><p style='color:#444;font-size:11px;'>L'accusa: la giunta va verso la privatizzazione</p>]]></description>
		<pubDate>Fri, 08 May 2026 05:55:00 +0200</pubDate>
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		<tp:ocr><![CDATA[MANIFESTAZIONE IL 23 MAGGIO  Comitato salute si muove: «Sì smantella il sistema»   «Così si smantella il sistema» Il Comitato salute si muove: manifestazione il 23 maggio L’accusa: la giunta va verso la privatizzazione  «Ormai è chiaro: Federico Riboldi vuole privatizzare la sanità pubblica piemontese». Con questa accusa Giorgio Airaudo ha aperto la mobilitazione del Comitato piemontese per il Diritto alla Tutela della Salute e alle Cure, annunciando una nuova manifestazione regionale per sabato 23 maggio. a pagina 3 De Ciero    «O  rmai è chiaro: Federico Riboldi vuole privatizzare la sanità pubblica piemontese».  Con questa accusa Giorgio Airaudo ha aperto la mobilitazione del Comitato piemontese per il Diritto alla Tutela della Salute e alle Cure, annunciando una nuova manifestazione regionale per sabato 23 maggio. Nel mirino del sindacato e delle associazioni c’è la gestione della sanità da parte della giunta Cirio e dell’assessore regionale alla Sanità Federico Riboldi, accusati di favorire un progressivo arretramento del sistema pubblico a vantaggio dei privati.  Il corteo partirà alle 14 dal Grattacielo della Regione per arrivare in piazza Carducci, accanto alle Molinette. Una scelta simbolica, ha spiegato Airaudo, per «abbracciare il più grande presidio sanitario del Piemonte» e difendere l’idea di una sanità universale.  La protesta arriva tre anni dopo la prima grande mobilitazione che aveva riunito ordini professionali, sindacati, associazioni e cittadini. Il Comitato ha diffuso anche i numeri che, a suo dire, fotografano la crisi del sistema sanitario piemontese. Delle 82 Case di Comunità previste dal Pnrr, solo 69 sarebbero pronte entro i termini utili ai finanziamenti e meno della metà entrerà realmente in funzione. Inoltre «non garantiranno più l’apertura continua prevista inizialmente: nella maggior parte dei casi saranno attive dalle 8 alle 20 nei giorni feriali», ha aggiunto Airaudo. Situazione critica anche per gli Ospedali di Comunità: dei 27 previsti,  soltanto 17 dovrebbero essere ultimati entro giugno, mentre gli altri slitteranno oltre il 2026. È proprio su questo terreno che il segretario della Cgil Piemonte parla di privatizzazione, paventando il rischio che alcune strutture territoriali vengano affidate a soggetti privati, a partire da  tre ospedali torinesi, uno nel Cuneese e uno nel Verbano.  «Si parte con affidamenti temporanei e poi non si torna più indietro», ha detto. Il quadro del personale resta pesante: mancano oltre 10 mila tra medici, infermieri e operatori sociosanitari; tra 2023 e 2024 sono stati assunti soltanto 80  infermieri e un tecnico di radiologia. Secondo i dati Gimbe citati dal Comitato, 352 mila piemontesi hanno rinunciato alle cure, con un aumento del 47% in un anno. Sul fronte socio sanitario risultano inoltre 9 mila persone in attesa di convenzione Rsa e 15 mila di assistenza domiciliare. La segretaria regionale Anaao, Chiara Rivetti, ha parlato di un sistema «sempre meno universale dove una persona su dieci rinuncia alle cure». Anche i medici di famiglia denunciano l’incertezza sulla riforma territoriale.  ---End text---  Author: Simona De Ciero  Heading:   Highlight: Il corteo Dal grattacielo della Regione alle Molinette per difendere il sistema universale di cure   Le criticità Ritardi nelle Case e negli Ospedali di Comunità, carenza di oltre 10 mila operatori  Image: -tit_org- Comitato salute si muove: «Sì smantella il sistema»  «Così si smantella il sistema» Il Comitato salute si muove: manifestazione il 23 maggio   -sec_org-
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		<tp:writer>Simona De Ciero</tp:writer>
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		<title><![CDATA[Sanità pubblica, Cgil avvia la mobilitazione ]]></title>
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		<description><![CDATA[<p style='color:#069;font-size:11px;font-style:italic;'><a href='http://gimbe.telpress.it/news/2026/05/08/2026050803112407127.PDF' target="_blank" ><img src='http://gimbe.telpress.it/images/help/PDF_16.png' align="left" border='0'/></a> Estratto da pag. 20 di <b>"LE CRONACHE LUCANE" </b>  del 08 May 2026 </p>]]></description>
		<pubDate>Fri, 08 May 2026 06:58:00 +0200</pubDate>
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		<tp:ocr><![CDATA[RACCOLTA FIRME ANCHE IN BASILICATA   Sanità pubblica, Cgil avvia la mobilitazione   POTENZA. Difendere la sanità pubblica e rilanciare il Servizio sanitario nazionale. È questo l'obiettivo della mobilitazione annunciata da Cgil Basilicata, Spi Cgil Basilicata e Fp Cgil Potenza durante rincontro promosso al Museo archeologico provinciale del capoluogo lucano, con il contributo in videocollegamento del presidente della Fondazione Cimbe, Nino Cartabellotta-Ë² centro del confronto le criticità della sanità lucana, tra liste d'attesa, carenza di personale e mobilità sanitaria verso altre regioni. «Siamo di fronte ÿ un bivio storico — ha dichiarato la segretaria generale della Fp Cgil Po-       ———————————   tenza, Giuliana Scarano -. Il 15 e 16 maggio partirà la raccolta firme per una proposta di legge di iniziativa popolare a difesa del Servizio sanitario nazionale».Nel mirino del sinda   cato il nuovo Piano socio sanitario regionale 2026-2030, giudicato insufficiente rispetto ai bisogni del territorio. Secondo la Cgil, la Basilicata continua a perdere milioni di euro per la mobilità passiva, mentre aumentano le difficoltà nell'accesso alle cure e tempi di attesa per visite ed esami.«Nel 2024 i lucani che hanno rinunciato a curarsi sono saliti a 60 mila», ha evidenziato il segretario generale dello Spi Cgil Basilicata, Angelo Summa, chiedendo maggiori investimenti sulla medicina territoriale, sul welfare e sul personale sanitario.   -tit_org- Sanità pubblica, Cgil avvia la mobilitazione   -sec_org-
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		<tp:writer>REDAZIONE</tp:writer>
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		<title><![CDATA["Legge bene la realtà, ma non individua le soluzioni: serve intervento sulla rete ospedaliera" ]]></title>
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		<description><![CDATA[<p style='color:#069;font-size:11px;font-style:italic;'><a href='http://gimbe.telpress.it/news/2026/05/08/2026050803273007561.PDF' target="_blank" ><img src='http://gimbe.telpress.it/images/help/PDF_16.png' align="left" border='0'/></a> Estratto da pag. 3 di <b>"NUOVA DEL SUD" </b>  del 08 May 2026 </p>]]></description>
		<pubDate>Fri, 08 May 2026 07:33:00 +0200</pubDate>
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		<category domain=""><![CDATA[GIMBE]]></category>
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		<tp:ocr><![CDATA[“Legge bene la realtà, ma non individua le soluzioni: serve intervento sulla rete ospedaliera”  POTENZA - “L’avvio di una grande mobilitazione nazionale e territoriale in difesa della sanità pubblica”. È stato questo l’obiettivo dell’incontro promosso da Cgil Basilicata, Spi Cgil Basilicata ed Fp Cgil Potenza ieri al museo archeologico provinciale del capoluogo di regione, con il collegamento in videoconferenza del presidente della fondazione Gimbe, Cartabellotta e i contributi di Fulvio Moirano, esperto di management sanitario e di sanità pubblica e Daniela Barbaresi, segretaria nazionale Cgil. “Siamo di fronte a un bivio storico ha detto la segretaria generale della Fp Cgil Potenza, Giuliana Scarano nella sua introduzione -.  Davanti all’arretramento della sanità pubblica e alla strisciante privatizzazione del Servizio sanitario nazionale, la Cgil lancia una grande mobilitazione su una proposta di legge di iniziativa popolare e il prossimo 15 e 16 maggio partiremo con la campagna per la raccolta firme. Il nostro obiettivo è chiaro: difendere e rilanciare un servizio sanitario nazionale capace di farsi carico dei bisogni di salute di persone che sono, innanzitutto, titolari di diritti, e non meri consumatori. Ripartire dal diritto alla salute è l’unico modo per rimettere in piedi un sistema che, sempre più spesso, non riesce a garantire cure dignitose e tempestive”. È questo il senso profondo della proposta depositata dalla Cgil in Cassazione lo scorso 27 aprile, insieme alla legge sul sistema degli appalti: trasformare la protesta e il disagio in un progetto politico e sociale concreto che rimetta al centro l’attuazione dell’articolo 32 della Costituzione. Una proposta di legge di 17 articoli per portare il finanziamento del fondo sanitario nazionale al 7,5% del Pil, la valorizzazione del personale sia dal punto di vista economico che professionale (la spesa per il personale non deve avere tetto di spesa), contrasto alle lunghe liste di attesa, politiche ad hoc per la non autosufficienza che riguarda in Italia 3,9 milioni di persone. In questo quadro va letto il nuovo piano socio sanitario della Basilicata 2026-2030. “Un do“Le in inter  cumento - hanno ricordato i dirigenti sindacali Angelo Summa (segretario generale Spi Cgil Basilicata) e Fernando Mega (segretario generale Cgil Basilicata) - che arriva dopo ben quattordici anni di vuoto programmatorio e che eredita integralmente i fallimenti della legge regionale 2 del 2017, una legge che non abbiamo mai condiviso”. Secondo la Cgil “l’accorpamento all’azienda ospedaliera San Carlo degli ospedali di base non ha migliorato l’integrazione tra periferia e ospedale, facendo scattare una sorta di competizione centro/periferia. Il risultato è stato una riforma-non riforma che ha caricato l’azienda ospedaliera di compiti impropri, sottraendo energie in termini di personale e fondi all’implementazione dei servizi di alta specialità senza, al contempo, caratterizzare gli ospedali di base di Villa D’Agri, Melfi, Lagonegro e Pescopagano in funzione delle specificità del territorio, dell’età media della popolazione e delle relative richieste di prestazioni e dunque in funzione delle peculiarità dei relativi bisogni”. È quindi impensabile per la Cgil “rispondere ai bisogni di una popolazione che invecchia senza dare risposte a una crisi di sistema con un intervento strutturale sulla rete ospedaliera che è la precondizione per uno sviluppo dell’assistenza territoriale”. In questo senso “il nuovo Piano sanitario regionale - è la posizione di Cgil Basilicata, Spi Cgil ed Fp Cgil - legge bene la realtà, descrivendo una regione che invecchia e che si fa fragile, ma non individua soluzioni. Dice di voler innovare, ma conferma lo status quo di una legge, la 2 del 2017 che ha già fallito, lasciando i nostri ospedali svuotati e i cittadini costretti a curarsi altrove”. Tra le criticità evidenziate, l’assenza della rete oncologica, nonostante le grandi potenzialità di integrazione ospedale territorio attraverso la stretta collaborazione e sinergie tra l’Irccs Crob e le aziende ospeda
liera e sanitarie. Non solo. “In base al riparto del fondo  sanitario nazionale 2025, approvato in Conferenza delle Regioni - denuncia la Cgil - la Basilicata riceve 1 miliardo e 238 milioni di euro, ma continua a regalare ogni anno circa 71,68 milioni di euro alla sanità di altre regioni. È una vera e propria tassa occulta che paghiamo per la nostra disorganizzazione. La cosa più grave è che i lucani non fuggono per l’altissima specializzazione, ma per la media e bassa complessità, che pesa per il 61% sulla spesa per la mobilità passiva.  Scappiamo verso la Puglia o la Campania per visite che dovremmo garantire nel nostro territorio. Intanto, il bilancio regionale corre verso un disavanzo di circa 80 milioni, con una spesa farmaceutica fuori controllo, coperto in extremis dal documento economico finanziario regionale (Defr) 2026-2028, approvato nei giorni scorsi, che ha stanziato 54 milioni di euro attingendo al bonus gas e alle compensazioni ambientali legate alle royalties petrolifere: risorse preziose, sottratte all’investimento su assunzioni e potenziamento del sistema sanitario regionale per tappare buchi di gestione ed evitare il commissariamento”. Un capitolo “drammatico” riguarda lo stato delle liste d’attesa. “L’ultimo monitoraggio al 31 marzo 2026  - continua la Cgil - conferma che il tempo medio ponderato per le prestazioni ambulatoriali è salito a quasi 90 giorni. La Regione risponde stanziando i circa 4 milioni di euro previsti a livello nazionale, senza ulteriori risorse regionali, puntando quasi tutto sulle prestazioni aggiuntive del personale già stremato. Invece di assumere personale e potenziare le nostre strutture sanitarie, si scelgono soluzioni tampone (delle quali non abbiamo neanche piena conoscenza visto che l’allegato alla delibera regionale (DGR 113/2026) di approvazione degli indirizzi dei piani attuativi aziendali a tutt’oggi non risulta pubblicato)”. Per la Cgil dunque “il mero richiamo del piano sanitario regionale alla valorizzazione e reclutamento del personale rischia di restare uno slogan: senza un piano straordinario che superi i tetti di spesa e affronti la carenza di professionisti, le nuove strutture saranno cattedrali nel deserto”. Ulteriore criticità riguarda la stretta dipendenza di molte azioni del piano sanitario regionale a fondi straordinari (Pnrr, Pn Equita nella Salute) che scadranno nel 2026. Come verranno garantiti i servizi quando i rubinetti del Pnrr si chiuderanno? “È velleitario è la posizione della Cgil affidarsi a queste risorse senza prevedere un adeguamento del finanziamento regionale strutturale. Il conto alla rovescia per la conclusione del Pnrr è ormai entrato nella sua fase più delicata, e non è una questione burocratica. Le ultime rilevazioni sullo stato di attuazione della missione 6 del Pnrr ci dicono chiaramente dove sta andando la sanità lucana: siamo  on e era”  agli ultimi posti in Italia per l’attuazione della riforma territoriale. Ma senza una dotazione organica propria e aggiuntiva, si finirà per coprire i turni delle nuove strutture spostando personale già impegnato nei servizi distrettuali”. Infine un cenno al servizio di emergenza urgenza Deu 118: “Un servizio - sostiene la Cgil - totalmente pubblico e che tale deve rimanere, rifuggendo i tentativi di esternalizzazione in corso. Occorre potenziare gli organici delle postazioni e rendere più omogeneo ed efficace il servizio superando l’attuale sistema delle microaree che ha mostrato tutte le sue falle”. Sul welfare e la non autosufficienza si è soffermato il segretario generale dello Spi Cgil Basilicata, Angelo Summa: “C’è un indicatore che dovrebbe allarmare più di tutto chi svolge una funzione politica. Nel 2023 non si sono curati 32.000 lucani, nel 2024 i dati ci dicono che sono saliti a 60.000. Tra questi ci sono anche persone non autosufficienti. La legge 33 del 23 sulla non autosufficienza senza finanziamento è vuota. E ciò significa attribuire la cura interamente alla famiglia. È quindi necessaria una programmazione delle risorse, anche regionali, che non guardi solo all’ospedale ma alla me
dicina di prossimità, al welfare, al sociale”. Dalla Cgil un avvertimento alla giunta regionale: “Diciamo con chiarezza che non ci accontenteremo di audizioni formali: vogliamo partecipazione nelle scelte e una valutazione rigorosa dei risultati. Basta discutere di nomine, se e come cambiare l’assessore, se e come cambiare il direttore generale. Di fronte ad una medicina che rapidamente evolve, al mutare delle esigenze di salute deve corrispondere una ineludibile riorganizzazione del servizio territoriale. Ogni euro speso deve servire a ridurre le liste d’attesa”.  ---End text---  Author: Redazione  Heading:   Highlight: La Cgil commenta il nuovo piano sanitario che arriva dopo 14 anni di vuoto. Al via la settimana prossima la raccolta firme per la pdl popolare sulla sanità pubblica. A Potenza in collegamento video anche Cartabellotta  Image:L’incontro di ieri promosso da Cgil, Spi Cgil e Fp Cgil sulla sanità -tit_org- “Legge bene la realtà, ma non individua le soluzioni: serve intervento sulla rete ospedaliera”   -sec_org-
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		<title><![CDATA[Sanita, mobilitazione della Cgil ]]></title>
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		<description><![CDATA[<p style='color:#069;font-size:11px;font-style:italic;'><a href='http://gimbe.telpress.it/news/2026/05/08/2026050803072706758.PDF' target="_blank" ><img src='http://gimbe.telpress.it/images/help/PDF_16.png' align="left" border='0'/></a> Estratto da pag. 5 di <b>"QUOTIDIANO DEL SUD ED. BASILICATA" </b>  del 08 May 2026 </p>]]></description>
		<pubDate>Fri, 08 May 2026 06:31:00 +0200</pubDate>
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		<tp:ocr><![CDATA[L’analisi senza sconti (ma aperta al dialogo) di Mega, Summa e Scarano  Sanità, mobilitazione della Cgil  »Il nuovo Piano regionale arriva dopo 14 anni di vuoto ed eredita i fallimenti precedenti»  "L'avvio di una grande mobilitazione nazionale e territoriale in difesa della sanità pubblica". È stato questo l'obiettivo dell'incontro promosso da Cgil Basilicata, Spi Cgil Basilicata ed Fp Cgil Potenza ieri al Museo archeologico provinciale del capoluogo di regione, con il collegamento in videoconferenza del presidente della Fondazione Gimbe, Cartabellotta e i contributi di Fulvio Moirano, esperto di management sanitario e di sanità pubblica e Daniela Barbaresi, segretaria nazionale Cgil.  "Siamo di fronte a un bivio storico - ha detto la segretaria generale della Fp Cgil Potenza, Giuliana Scarano nella sua introduzione Davanti all'arretramento della sanità pubblica e alla strisciante privatizzazione del Servizio sanitario nazionale, la Cgil lancia una grande mobilitazione su una proposta di legge di iniziativa popolare e il prossimo 15 e 16 maggio partiremo con la campagna per la raccolta firme. Il nostro obiettivo è chiaro: difendere e rilanciare un Servizio sanitario nazionale capace di farsi carico dei bisogni di salute di persone che sono, innanzitutto, titolari di diritti, e non meri consumatori. Ripartire dal diritto alla salute è l'unico modo per rimettere in piedi un sistema che, sempre più spesso, non riesce a garantire cure dignitose e tempestive".  È questo il senso profondo della proposta depositata dalla Cgil in Cassazione lo scorso 27 aprile, insieme alla legge sul sistema degli appalti: trasformare la protesta e il disagio in un progetto politico e sociale concreto che rimetta al centro l'attuazione dell'articolo 32 della Costituzione. Una proposta di legge di 17 articoli per portare il finanziamento del fondo sanitario nazionale al 7,5% del Pil, la valorizzazione del personale sia dal punto di vista economico che professionale (la spesa per il personale non deve avere tetto di spesa), contrasto alle lunghe liste di attesa, politiche ad hoc per la non autosufficienza che riguarda in Italia 3,9 milioni di persone.  In questo quadro va letto il nuovo Piano Socio Sanitario della Basilicata 2026-2030. "Un documento - hanno ricordato i dirigenti sindacali Angelo Summa (segretario generale Spi Cgil Basilicata) e Fernando Mega (segretario generale Cgil Basilicata) - che arriva dopo ben quattordici anni di vuoto programmatorio e che eredita integralmente i fallimenti della legge regionale 2 del 2017, una legge che non abbiamo mai condiviso".  Secondo la Cgil "l'accorpamento all'azienda ospedaliera San Carlo degli ospedali di base non ha migliorato l'integrazione tra periferia e ospedale, facendo scattare una sorta di competizione centro/periferia. Il risultato è stato una riforma-non riforma che ha caricato l'azienda ospedaliera di compiti impropri, sottraendo energie in termini di personale e fondi all'implementazione dei servizi di alta specialità senza, al contempo, caratterizzare gli ospedali di base di Villa D'Agri, Melfi, Lagonegro e Pescopagano in funzione delle specificità del territorio, dell'età media della popolazione e delle relative richieste di prestazioni e dunque in funzione delle peculiarità dei relativi bisogni".  È quindi impensabile per la Cgil "rispondere ai bisogni di una popolazione che invecchia senza dare risposte a una crisi di sistema con un intervento strutturale sulla rete ospedaliera che è la precondizione per uno sviluppo dell'assistenza territoriale". In questo senso "il nuovo Piano sanitario regionale - è la posizione di Cgil Basilicata, Spi Cgil ed Fp Cgil - legge bene la realtà, descrivendo una regione che invecchia e che si fa fragile, ma non individua soluzioni.  Dice di voler innovare, ma conferma lo status quo di una legge, la 2 del 2017 che ha già fallito, lasciando i nostri ospedali svuotati e i cittadini costretti a curarsi altrove".  Tra le criticità evidenziate, l'assenza della rete oncologica, nonostante le grandi potenzialità di integrazione ospedale territorio a
ttraverso la stretta collaborazione e sinergie tra l'IRCCS CROB e le aziende ospedaliera e sanitarie.  Non solo. "In base al riparto del Fondo sanitario nazionale 2025, approvato in Conferenza delle Regioni - denuncia la Cgil - la Basilicata riceve 1 miliardo e 238 milioni di euro, ma continua a regalare ogni anno circa 71,68 milioni di euro alla sanità di altre regioni. È una vera e propria tassa occulta che paghiamo per la nostra disorganizzazione. La cosa più grave è che i lucani non fuggono per l'altissima specializzazione, ma per la media e bassa complessità, che pesa per il 61% sulla spesa per la mobilità passiva. Scappiamo verso la Puglia o la Campania per visite che dovremmo garantire nel nostro territorio. Intanto, il bilancio regionale corre verso un disavanzo di circa 80 milioni, con una spesa farmaceutica fuori controllo, coperto in extremis dal Documento Economico Finanziario Regionale (DEFR) 2026-2028, approvato nei giorni scorsi, che ha stanziato 54 milioni di euro attingendo al bonus gas e alle compensazioni ambientali legate alle royalties petrolifere: risorse preziose, sottratte all'investimento su assunzioni e potenziamento del sistema sanitario regionale per tappare buchi di gestione ed evitare il commissariamento".  Un capitolo "drammatico" riguarda lo stato delle liste d'attesa.  "L'ultimo monitoraggio al 31 marzo 2026 - continua la Cgil conferma che il tempo medio ponderato per le prestazioni ambulatoriali è salito a quasi 90 giorni.  La Regione risponde stanziando i circa 4 milioni di euro previsti a livello nazionale, senza ulteriori risorse regionali, puntando quasi tutto sulle prestazioni aggiuntive del personale già stremato. Invece di assumere personale e potenziare le nostre strutture sanitarie, si scelgono soluzioni tampone (delle quali non abbiamo neanche piena conoscenza visto che l'allegato alla delibera regionale (DGR 113/2026) di approvazione degli indirizzi dei piani attuativi aziendali a tutt'oggi non risulta pubblicato)".   Per la Cgil dunque "il mero richiamo del piano sanitario regionale alla valorizzazione e reclutamento del personale rischia di restare uno slogan: senza un piano straordinario che superi i tetti di spesa e affronti la carenza di professionisti, le nuove strutture saranno cattedrali nel deserto. Bisogna investire nel capitale umano attraverso incentivi che rendano attrattivi i nostri territori, nuove assunzioni, stabilizzazioni dei precari, una formazione continua che restituisca dignità e retribuzioni adeguate agli operatori".  Ulteriore criticità riguarda la stretta dipendenza di molte azioni del piano sanitario regionale a fondi straordinari (PNRR, PN Equita nella Salute) che scadranno nel 2026. Come verranno garantiti i servizi quando i rubinetti del PNRR si chiuderanno? "È velleitario - è la posizione della Cgil - affidarsi a queste risorse senza prevedere un adeguamento del finanziamento regionale strutturale. Il conto alla rovescia per la conclusione del PNRR è ormai entrato nella sua fase più delicata, e non è una questione burocratica.  Le ultime rilevazioni sullo stato di attuazione della missione 6 del PNRR ci dicono chiaramente dove sta andando la sanità lucana: siamo agli ultimi posti in Italia per l'attuazione della riforma territoriale. Ma senza una dotazione organica propria e aggiuntiva, si finirà per coprire i turni delle nuove strutture spostando personale già impegnato nei servizi distrettuali. Il potenziamento della sanità territoriale deve rappresentare un reale miglioramento complessivo e non tradursi in un indebolimento dell'attuale rete sanitaria o dei servizi per i cittadini.  Assistenza territoriale, medicina generale e Case della Comunità devono viaggiare insieme per superare un modello frammentato e costruire una sanità territoriale realmente prossima ai bisogni delle persone".  Infine un cenno al Servizio di Emergenza Urgenza DEU 118: "Un servizio - sostiene la Cgil - totalmente pubblico e che tale deve rimanere, rifuggendo i tentativi di esternalizzazione in corso. Occorre potenziare gli organici delle postazioni e rendere più omoge
neo ed efficace il servizio superando l'attuale sistema delle microaree che ha mostrato tutte le sue falle. Su questo piano la Basilicata sconta ritardi inaccettabili, come del resto dimostra il monitoraggio LEA 2023 nel quale la regione è risultata inadempiente poiché non ha raggiunto la sufficienza in tutte e tre le macro-aree valutate, in particolare nell'area distrettuale, e il piano non indica iniziative concrete per colmare i ritardi storici né per accelerare i servizi di prossimità. Noi crediamo che il Distretto debba assumere una effettiva centralità, diventando il vero baricentro del governo pubblico facendo uscire la salute mentale - col suo storico finanziamento al di sotto del 3% del Fondo sanitario regionale - la non autosufficienza e i consultori familiari dalla marginalità in cui sono stati relegati da anni di tagli. Rafforzare questi livelli essenziali significa scegliere una sanità e un welfare di comunità".  Sul welfare e la non autosufficienza si è soffermato il segretario generale dello Spi Cgil Basilicata, Angelo Summa: "C'è un indicatore che dovrebbe allarmare più di tutto chi svolge una funzione politica. Nel 2023 non si sono curati 32.000 lucani, nel 2024 i dati ci dicono che sono saliti a 60.000. Tra questi ci sono anche persone non autosufficienti. La legge 33 del 23 sulla non autosufficienza senza finanziamento è vuota. E ciò significa attribuire la cura interamente alla famiglia. È quindi necessaria una programmazione delle risorse, anche regionali, che non guardi solo all'ospedale ma alla medicina di prossimità, al welfare, al sociale".  Dalla Cgil un avvertimento alla giunta regionale: "Diciamo con chiarezza che non ci accontenteremo di audizioni formali: vogliamo partecipazione nelle scelte e una valutazione rigorosa dei risultati.  Basta discutere di nomine, se e come cambiare l'assessore, se e come cambiare il direttore generale. Di fronte ad una medicina che rapidamente evolve, al mutare delle esigenze di salute deve corrispondere una ineludibile riorganizzazione del servizio territoriale.  Ogni euro speso deve servire a ridurre le liste d'attesa e ridare speranza a chi oggi si sente abbandonato. Questa è una battaglia di civiltà per una sanità che non lasci indietro nessuno, che sia davvero pubblica, universale e gratuita".  ---End text---  Author: Redazione  Heading:   Highlight:   Image:Il tavolo dei relatori e i presenti all’incontro della Cgil Basilicata sulla sanità regionale -tit_org- Sanita, mobilitazione della Cgil   -sec_org-
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		<title><![CDATA[Uomini e salute mentale: chi soffre fatica a chiedere aiuto a un professionista ]]></title>
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		<description><![CDATA[<p style='color:#069;font-size:11px;font-style:italic;'><a href='http://gimbe.telpress.it/news/2026/05/08/2026050803171906598.PDF' target="_blank" ><img src='http://gimbe.telpress.it/images/help/PDF_16.png' align="left" border='0'/></a> Estratto da pag. 11 di <b>"AVVENIRE" </b>  del 08 May 2026 </p>]]></description>
		<pubDate>Fri, 08 May 2026 06:25:00 +0200</pubDate>
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		<tp:ocr><![CDATA[I DATI DEL MINDEX DI UNOBRAVO CON IPSOS DOXA  Uomini e salute mentale: chi soffre fatica a chiedere aiuto a un professionista  S  ono i più restii a chiedere un sostegno psicologico, eppure sono anche quelli che ne avrebbero più bisogno, proprio perché nella maggior parte dei casi non sono capaci di gestire le situazioni emotivamente difficili.  Parliamo degli uomini, che rispetto alle donne si dichiarano tendenzialmente più sicuri di sé sulle proprie competenze emotive ma nei fatti faticano a gestire le emozioni e a chiedere aiuto, in un Paese come l’Italia in cui generalmente l’educazione su questo tema rimane insufficiente per tutti: dichiara di averla ricevuta solo un italiano su quattro e solo uno su 10 si sente molto capace nella gestione di emozioni forti. È questa la fotografia scattata dal MINDex 2026, un barometro del benessere mentale degli italiani, realizzato dal servizio di psicologia online Unobravo insieme a Ipsos Doxa in occasione del mese della consapevolezza sulla salute mentale e dedicato quest’anno allo stato dell’educazione emotiva nel nostro Paese.  L’educazione emotiva riguarda la capacità di riconoscere, nominare, comprendere e gestire quello che sentiamo noi o gli altri. Solo due italiani su 10 dichiarano di aver avuto genitori che li aiutavano a dare un nome alle proprie emozioni. Nel dettaglio, lo studio mostra come nell’universo maschile ben il 40% si percepisca “molto consapevole” della propria emotività, ma rimane prigioniero dell’impulsività e fatica ancora a gestire i propri stati emotivi e i comportamenti che ne conseguono: solo il 15% afferma di riuscire a farlo pienamente. Ben sei maschi su 10 dicono di aver ricevuto supporto emotivo in famiglia, mentre nelle donne la percentuale si ferma al 44%. Ma nei momenti di difficoltà i maschi faticano a chiedere aiuto a un professionista, con solo un uomo su tre che lo farebbe senza problemi, contro oltre una donna su due. «Non fare la vittima», «non piangere», «devi essere forte», sono queste alcune delle frasi con le quali il 58% degli italiani è stato scoraggiato a esprimere le proprie emozioni, con soprattutto una donna Baby Boomer su due che ha subito questa cultura del silenzio. Il freno principale nel chiedere aiuto o parlare di questi temi per una persona su quattro rimane lo  stigma sociale sulla salute mentale. E se parlarne rimane un tabù per i Baby Boomer (il 66% lo fa con disagio), dei segnali di cambiamento arrivano dalle nuove generazioni, con gli uomini della Gen Z per i quali la percentuale scende al 15%. Tra i 18-29enni l’accompagnamento di uno psicoterapeuta è un’idea sdoganata e se ne riconosce l’utilità. Tuttavia, c’è ancora molto da fare: solo il 37% dei ragazzi si rivolgerebbe a un terapeuta senza problemi, contro il 51% delle ragazze. Per i più giovani si ripetono alcune dinamiche già viste sui dati generali, come per esempio la maggiore sicurezza espressa dai maschi sulla comprensione del proprio mondo interiore rispetto alle cetanee. Pur dichiarando di riuscire a capire le proprie emozioni, però, solo un uomo su 10 della Gen Z afferma di riuscire a gestirle pienamente e a riflettere prima di reagire: un dato  che fa il paio con la difficoltà di chiedere aiuto. «Gli uomini possono percepire emotività e vulnerabilità come elementi distanti dal loro modo di essere e dall’educazione ricevuta», ha commentato alla presentazione dei dati Danila De Stefano, ceo e founder di Unobravo, che anche per questo ha scelto di dedicare la propria campagna di maggio, per il mese della consapevolezza, al benessere psicologico maschile. «Ci sono altri dati, fuori da questa ricerca, che fanno vedere poi come queste difficoltà sono l’impalcatura su cui si poggiano fenomeni come violenza, dipendenze o suicidi, tutte estreme conseguenze che riguardano soprattutto gli uomini – ha continuato –. Il problema è che chiedono meno aiuto, arrivano più tardi a farlo e spesso lo fanno quando il disagio è già diventato difficile da gestire. Alla base c’è anche un’educazione emotiva che, fin dall’infanzia, tende a semplificare, contenere o negare 
ciò che si prova, invece di insegnare a riconoscerlo e attraversarlo. Questo ha un impatto reale sulla qualità della vita, delle relazioni e sulla capacità di prendersi cura di sé».  Di fronte a questo quadro e «consapevole che la terapia fa bene, ma la prevenzione serve ancora di più», la ceo e psicologa ha approfittato dell’occasione anche per lanciare un appello affinché in futuro «l’educazione emotiva sia resa obbligatoria già a partire dalla prima infanzia», abbracciando anche una richiesta e un’esigenza percepita dalle nuove generazioni. I giovani genitori, infatti, non sono solo più aperti rispetto ai temi della salute mentale, ma ben uno su due vuole spezzare la catena dell’educazione emotiva ricevuta, dichiarando che su questo con i propri figli non replicherà il modello dei propri genitori. Il 66% inoltre considera una priorità insegnare a bambini e ragazzi il linguaggio emotivo, ma anche qui con una differenza notevole tra i generi, con punte che vanno dal 75% delle mamme al 57% dei papà. Insomma, sono dati che mostrano una trasformazione in corso, ma lasciano già intravedere una società diversa, con famiglie forse non perfette, ma sicuramente più attente a non trasmettere le proprie ferite e difficoltà emotive come un’eredità, una generazione dopo l’altra.  ---End text---  Author: ELISA CAMPISI  Heading:   Highlight: «Non piangere», «devi essere forte», sono queste alcune delle frasi con le quali il 58% degli italiani è stato scoraggiato a esprimere emozioni  Image: -tit_org- Uomini e salute mentale: chi soffre fatica a chiedere aiuto a un professionista   -sec_org-
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		<tp:writer>ELISA CAMPISI</tp:writer>
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		<title><![CDATA[Intervista a Massimo Ciccozzi - Hantavirus, tre morti «Non è come il Covid ma serve attenzione» = Sos hantavirus: «Non è il Covid Ma siamo ancora impreparati» ]]></title>
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		<description><![CDATA[<p style='color:#069;font-size:11px;font-style:italic;'><a href='http://gimbe.telpress.it/news/2026/05/08/2026050803164506608.PDF' target="_blank" ><img src='http://gimbe.telpress.it/images/help/PDF_16.png' align="left" border='0'/></a> Estratto da pag. 9 di <b>"AVVENIRE" </b>  del 08 May 2026 </p>]]></description>
		<pubDate>Fri, 08 May 2026 06:25:00 +0200</pubDate>
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		<category domain=""><![CDATA[POLITICA SANITARIA]]></category>
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		<tp:ocr><![CDATA[IL CONTAGIO L’epidemiologo Ciccozzi  Hantavirus, tre morti «Non è come il Covid ma serve attenzione»   Sos hantavirus: «Non è il Covid Ma siamo ancora impreparati»  Il nastro si riavvolge fino al 20 gennaio del 2020, la nave da crociera Diamond Princess diventò il primo focolaio “monitorato” dell’epidemia che di lì a poco avrebbe paralizzato il mondo. «Si scoprì poi che almeno una quarantina di altre navi da crociera avevano vissuto lo stesso incubo» ricorda il professor Massimo Ciccozzi, epidemiologo dell’Università Campus Bio-Medico di Roma, tra gli scienziati italiani che hanno pubblicato più studi internazionali sul Covid-19. Oggi, seppur in uno scenario molto diverso e senza elementi che facciano pensare a una nuova pandemia globale, lo scenario si ripete col focolaio di hantavirus Andes registrato a bordo della nave Hondius. E riapre interrogativi che vanno ben oltre il singolo caso: «Non siamo certo davanti a un nuovo Covid – dice Ciccozzi - Piuttosto è la fragilità della rete epidemiologica territoriale».  Marcer a pagina 9    I  l nastro si riavvolge fino al 20 gennaio del 2020, quando a bordo della nave da crociera Diamond Princess in partenza dal Giappone salì un passeggero positivo al coronavirus: non servì molto perché larga parte dei quasi 4mila passeggeri iniziasse a manifestare i sintomi dell’infezione. La nave, rientrata nella baia di Yokohama ai primi di febbraio, fu messa in quarantena e diventò il primo focolaio “monitorato” dell’epidemia che di lì a poco avrebbe paralizzato il mondo. «Si scoprì poi che almeno una quarantina di altre navi da crociera avevano vissuto lo stesso incubo» ricorda il professor Massimo Ciccozzi, epidemiologo dell’Università Campus Bio-Medico di Roma, tra gli scienziati italiani che hanno pubblicato più studi internazionali sul Covid19. Oggi, seppur in uno scenario molto diverso e senza elementi che facciano pensare a una nuova pandemia globale, lo scenario si ripete col focolaio di hantavirus Andes registrato a bordo della nave Hondius. E riapre interrogativi che vanno ben oltre il singolo caso: quanto sono davvero preparati i sistemi sanitari, nonostante quello che è successo appena sei anni fa, a intercettare e contenere un’epidemia in ambienti chiusi e altamente promiscui? E soprattutto: che cosa è rimasto, concretamente, dell’eredità organizzativa lasciata dalla pandemia? Saremmo in grado di affrontarne un’altra? «Il punto più critico – spiega subito Ciccozzi – non è tanto il rischio di una diffusione incontrollata dell’hantavirus, non siamo certo davanti a un nuovo Covid.  Piuttosto è la fragilità della rete epidemiologica territoriale». A cominciare da quella italiana.  Professore, andiamo con ordine. Che cosa sta succedendo esattamente con questo focolaio di hantavirus? Intanto bisogna chiarire una cosa: gli hantavirus conosciuti sono 38 diversi.  Quello coinvolto in questo caso, il virus Andes, è particolare perché è l’unico per cui sia stata accertata la trasmissione da uomo a uomo per via respiratoria. Gli altri hantavirus si trasmettono normalmente inalando particelle provenienti da urine o feci di roditori infetti, che sono il serbatoio naturale del virus. Pensiamo ai fienili o agli ambienti agricoli: quando si solleva polvere contaminata si può creare un aerosol che viene respirato e che favorisce il contagio.  Che cosa potrebbe essere accaduto sulla nave? Probabilmente le prime due persone decedute hanno contratto il virus durante un’escursione o entrando in contatto con qualcosa di contaminato. Poi uno dei due, verosimilmente il marito, potrebbe avere trasmesso il virus all’altro, vista la stretta convivenza. Il problema è che non sono stati isolati subito dal punto di vista epidemiologico e nel frattempo hanno avuto contatti con altre persone dell’equipaggio.  Il cosiddetto “tracciamento dei casi” insomma è subito fallito? Sì. Peggio ancora: sappiamo che alcuni passeggeri sono già sbarcati negli Stati Uniti, uno in Svizzera e ora c’è anche il caso dell’hostess risultata positiva in Olanda. Quando i contatti si disperdono in più Paesi, il controllo epi
demiologico dell’evento si indebolisce moltissimo. In una situazione del genere invece, lo abbiamo imparato, la prima cosa da fare sarebbe il monitoraggio immediato, il tracciamento rigoroso dei contatti e la loro quarantena.  L’incubazione degli hantavirus va da una fino a 8 settimane: questo significa che potremmo avere altri casi nei prossimi giorni.  Le navi da crociera restano un punto critico dunque...  Lo sono per natura architettonica: sono ambienti chiusi, divisi per compartimenti, molto favorevoli alla diffusione delle infezioni. Lo abbiamo visto con il Covid, con la legionella, con altri focolai respiratori e persino con quelli alimentari. Per questo motivo continuo a dire che servirebbe un piano epidemico specifico per le crociere: controlli, derattizzazione nei porti, protocolli chiari, personale formato.  Molte navi sono dotate per altro di strutture sanitarie importanti, alcune addirittura di sale operatorie: si tratta di addestrare il personale a gestire eventi di questo tipo.  A proposito del caso svizzero: facciamo un’ipotesi per assurdo, e cioè che  il passeggero abbia un conoscente italiano, che l’abbia incontrato e che oggi stesso scoprissimo di avere anche in Italia un primo caso di hantavirus.  Cosa accadrebbe? Bella domanda. Il tanto auspicato e discusso Piano pandemico nazionale è stato approvato soltanto pochi giorni fa, dopo due anni e mezzo di discussioni. Sulla carta sappiamo cosa fare: isolamento dei casi, tracciamento dei contatti, quarantene. Ma un piano va anche allenato, ciò che non abbiamo avuto il tempo di fare. Soprattutto, abbiamo perso una parte fondamentale della rete territoriale: mi riferisco agli osservatori epidemiologici regionali, una rete strutturata a cui in passato i medici di famiglia e gli ospedali trasmettevano dati che poi venivano a loro volta inoltrati all’Istituto Superiore di Sanità. Questo ci permetteva di avere una fotografia aggiornata della situazione. Oggi invece ognuno procede per conto proprio, lo abbiamo visto nel recente caso dell’epatite nel Napoletano: le singole Asl hanno lavorato sul territorio, ma senza un vero coordinamento epidemiologico centrale e senza quei bollettini regionali che anni fa esistevano regolarmente. Questo rende più difficile capire rapidamente la portata di un focolaio.  Quindi il problema potrebbe essere la capacità di intervenire rapidamente? Esatto. Il Piano pandemico serve a questo. Però, lo ribadisco, un piano deve essere operativo, deve essere preparato, avere alle spalle esercitazioni, casi concreti.   C’è il rischio di una nuova pandemia come il Covid? No, al momento non ci sono elementi per dirlo. Questo virus lo conosciamo già, sappiamo qual è il suo serbatoio naturale e sappiamo che la trasmissione interumana del virus Andes richiede contatti stretti. Il Covid era un’altra cosa: aveva una diffusività enorme ed è stato rapidissimo nell’adattarsi all’uomo.  Eppure la letalità dell’hantavirus è molto alta.  Sì, il virus Andes può arrivare a una letalità anche del 40%. Ma una maggiore letalità non significa automaticamente maggiore diffusività. Il Covid ha fatto molte più vittime perché si trasmetteva con estrema facilità.  Quali sono i sintomi principali? All’inizio sono simili a quelli influenzali: febbre alta, dolori muscolari, mal di testa, tosse secca. Nei casi più gravi possono comparire complicazioni respiratorie importanti e interessamento renale.  Esistono cure specifiche? No. Non esiste una terapia antivirale specifica. Le cure sono soprattutto di supporto: idratazione, antipiretici e gestione delle complicanze.  Professore, stiamo tranquilli o ci preoccupiamo? Niente allarmismi, ma nemmeno superficialità. Questa vicenda ci ricorda che i virus continueranno a esistere e che la differenza la fa la capacità organizzativa: tracciamento, rete territoriale, coordinamento epidemiologico e piani realmente operativi».  ---End text---  Author: VIVIANA DALOISO  Heading:   Highlight: «Il Piano pandemico nazionale è stato approvato appena qualche giorno fa dopo due anni e mezzo di discussione: non ci siamo allenati». Il ruolo
 sempre meno incisivo dei medici di base e la scomparsa degli osservatori epidemiologici   Falle nel tracciamento dei casi e ritardi dei sistemi sanitari (a cominciare da quello italiano) L’epidemiologo Massimo Ciccozzi esclude che l’incubo del 2020 possa ripetersi   I QUESITI  1  Cos’è Andes? Gli hantavirus sono un gruppo di virus che infetta naturalmente i roditori e solo occasionalmente l’uomo. Andes è l’unico a trasmettersi da uomo a uomo. In Asia ed Europa i virus causano soprattutto febbre emorragica con sindrome renale (tasso di mortalità tra l’1% e il 15%); nelle Americhe invece soprattutto una sindrome cardiopolmonare (mortalità fino al 50%).   2 Come si trasmette?  L’infezione da hantavirus si contrae soprattutto attraverso il contatto con urina, feci o saliva di topi infetti o toccando superfici contaminate (o tramite morsi). A rischio è, ad esempio, chi svolge attività di pulizia in edifici infestati da roditori.  Raramente il contagio è interumano: succede appunto col ceppo presente in Sud America, Andes, e tramite contatti stretti e prolungati.   3  Quanti casi nel mondo? L’Oms considera le infezioni da hantavirus “relativamente rare” a livello globale.  Si stima che ci siano tra i 10mila e i 100mila casi ogni anno (la maggioranza in Asia ed Europa).  Al momento non esistono trattamenti specifici né vaccini; in caso di contagio, un’assistenza precoce e il trasferimento in strutture con terapia intensiva aumentano le possibilità di guarigione.  Image:La nave da crociera MV Hondius è in viaggio verso le Canarie: il suo arrivo al largo del porto di Granadilla de Abona è previsto nella notte tra sabato e domenica/ Reuters L’epidemiologo Massimo Ciccozzi -tit_org- Intervista a Massimo Ciccozzi - Hantavirus, tre morti «Non è come il Covid ma serve attenzione»  Sos hantavirus: «Non è il Covid Ma siamo ancora impreparati»   -sec_org-
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		<tp:writer>VIVIANA DALOISO</tp:writer>
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		<title><![CDATA[Sanità e riforma medici di famiglia Schillaci: solo dopo confronto con i sindacati ]]></title>
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		<description><![CDATA[<p style='color:#069;font-size:11px;font-style:italic;'><a href='http://gimbe.telpress.it/news/2026/05/08/2026050803171206595.PDF' target="_blank" ><img src='http://gimbe.telpress.it/images/help/PDF_16.png' align="left" border='0'/></a> Estratto da pag. 7 di <b>"CONQUISTE DEL LAVORO" </b>  del 08 May 2026 </p>]]></description>
		<pubDate>Fri, 08 May 2026 06:25:00 +0200</pubDate>
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		<tp:ocr><![CDATA[LA PROFESSIONE ha perso attrattività tra carichi burocratici e mancanza di prospettiva di carriera  Sanità e riforma medici di famiglia Schillaci: solo dopo confronto con i sindacati  U  na riforma dei medici di famiglia da varare dopo il confronto con le organizzazioni sindacali. Così il ministro della Salute, Orazio Schillaci, ha risposto al Question time alla Camera all'interrogazione sulla riforma della medicina generale e il potenziamento dell'assistenza sanitaria territoriale. Il Governo - aggiunge Schillaci, "non vuole smantellare la figura del medico di famiglia ma liberiamo il potenziale, è un presidio di prevenzione, stili di vita e cronicità gestita sul territorio prima che diventi emergenza".  "Dobbiamo passare da una sanità che gestisce la malattia a una sanità che "costruisce la salute". Con il cittadino come partner informato, non come utente passivo. Il confronto con le Regioni è in corso da inizio legislatura. È stato costruttivo, operativo e la proposta finale sarà il frutto di un lavoro condiviso con i soggetti attuatori che quelle strutture le devono realizzare e gestire. Con le organizzazioni di categoria il confronto come in passato ci sarà", ha puntualizzato il ministro.  "I pronto soccorso sono spesso intasati, i  codici bianchi e verdi sono persone che potrebbero e dovrebbero essere seguiti altrove ma che spesso non sanno dove andare. Non è colpa dei cittadini, non è colpa dei medici di famiglia, è risultato di un mondo che è cambiato - ha ricordato.  Le persone si informano di più, si preoccupano di più, cercano risposte più rapidamente, il sistema non tiene il passo. Nel frattempo, i medici di famiglia sono sempre meno, la professione ha perso attrattività negli anni, carichi burocratici, isolamento professionale, mancanza di prospettiva di carriera, i giovani medici guardano altrove. E chi rimane regge spesso in maniera eroica un modello non più adeguato alla domanda di salute del nostro tempo".   "Il medico di medicina generale è - e deve tornare ad essere - il garante della salute dei cittadini, non solo il gestore di malattie acute. Il medico di famiglia è il presidio della prevenzione, dell'educazione agli stili di vita, della cronicità gestita sul territorio prima che diventi emergenza. Per farlo ha bisogno di una squadra, di strumenti digitali, di un contesto organizzativo che sostenga il suo lavoro. Le case di comunità e la telemedicina non sono un'idea stratta, sono una risposta concreta a un medico oggi solo davanti a una domanda di salute sempre più complessa", ha concluso Schillaci.  Intanto si è insediata il 5 maggio, presso il ministero della Salute, la Cabina di regia nazionale che avrà il compito di supportate l'attuazione del Regolamento Ue sullo Spazio europeo dei dati sanitari, ovvero il primo quadro normativo interamente dedicato allo scambio dei dati sanitari. Approvato dal Parlamento Europeo e dal Consiglio dell'Unione Europea, il regolamento è entrato in vigore il 26 marzo 2025 e definisce le regole per la condivisione, l'accesso e il riutilizzo dei dati sanitari in tutti gli Stati membri. Punta a garantire ai cittadini continuità delle cure attraverso il pieno controllo sui propri dati sanitari, anche all'estero, e a consentire a ricercatori, autorità sanitarie e industria di accedere a dati aggregati e canonizzatati per scopi di ricerca, innovazione e policy, nel rispetto delle garanzie di privacy.  Ce.Au.  ---End text---  Author: Redazione  Heading:   Highlight:   Image: -tit_org- Sanità e riforma medici di famiglia Schillaci: solo dopo confronto con i sindacati   -sec_org-
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		<title><![CDATA[Sanità e riforma medici di famiglia Schillaci: solo dopo confronto con i sindacati ]]></title>
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		<description><![CDATA[<p style='color:#069;font-size:11px;font-style:italic;'><a href='http://gimbe.telpress.it/news/2026/05/08/2026050803164406607.PDF' target="_blank" ><img src='http://gimbe.telpress.it/images/help/PDF_16.png' align="left" border='0'/></a> Estratto da pag. 7 di <b>"CONQUISTE DEL LAVORO" </b>  del 08 May 2026 </p>]]></description>
		<pubDate>Fri, 08 May 2026 06:25:00 +0200</pubDate>
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		<tp:ocr><![CDATA[LA PROFESSIONE ha perso attrattività tra carichi burocratici e mancanza di prospettiva di carriera  Sanità e riforma medici di famiglia Schillaci: solo dopo confronto con i sindacati  U  na riforma dei medici di famiglia da varare dopo il confronto con le organizzazioni sindacali. Così il ministro della Salute, Orazio Schillaci, ha risposto al Question time alla Camera all'interrogazione sulla riforma della medicina generale e il potenziamento dell'assistenza sanitaria territoriale. Il Governo - aggiunge Schillaci, "non vuole smantellare la figura del medico di famiglia ma liberiamo il potenziale, è un presidio di prevenzione, stili di vita e cronicità gestita sul territorio prima che diventi emergenza".  "Dobbiamo passare da una sanità che gestisce la malattia a una sanità che "costruisce la salute". Con il cittadino come partner informato, non come utente passivo. Il confronto con le Regioni è in corso da inizio legislatura. È stato costruttivo, operativo e la proposta finale sarà il frutto di un lavoro condiviso con i soggetti attuatori che quelle strutture le devono realizzare e gestire. Con le organizzazioni di categoria il confronto come in passato ci sarà", ha puntualizzato il ministro.  "I pronto soccorso sono spesso intasati, i  codici bianchi e verdi sono persone che potrebbero e dovrebbero essere seguiti altrove ma che spesso non sanno dove andare. Non è colpa dei cittadini, non è colpa dei medici di famiglia, è risultato di un mondo che è cambiato - ha ricordato.  Le persone si informano di più, si preoccupano di più, cercano risposte più rapidamente, il sistema non tiene il passo. Nel frattempo, i medici di famiglia sono sempre meno, la professione ha perso attrattività negli anni, carichi burocratici, isolamento professionale, mancanza di prospettiva di carriera, i giovani medici guardano altrove. E chi rimane regge spesso in maniera eroica un modello non più adeguato alla domanda di salute del nostro tempo".   "Il medico di medicina generale è - e deve tornare ad essere - il garante della salute dei cittadini, non solo il gestore di malattie acute. Il medico di famiglia è il presidio della prevenzione, dell'educazione agli stili di vita, della cronicità gestita sul territorio prima che diventi emergenza. Per farlo ha bisogno di una squadra, di strumenti digitali, di un contesto organizzativo che sostenga il suo lavoro. Le case di comunità e la telemedicina non sono un'idea stratta, sono una risposta concreta a un medico oggi solo davanti a una domanda di salute sempre più complessa", ha concluso Schillaci.  Intanto si è insediata il 5 maggio, presso il ministero della Salute, la Cabina di regia nazionale che avrà il compito di supportate l'attuazione del Regolamento Ue sullo Spazio europeo dei dati sanitari, ovvero il primo quadro normativo interamente dedicato allo scambio dei dati sanitari. Approvato dal Parlamento Europeo e dal Consiglio dell'Unione Europea, il regolamento è entrato in vigore il 26 marzo 2025 e definisce le regole per la condivisione, l'accesso e il riutilizzo dei dati sanitari in tutti gli Stati membri. Punta a garantire ai cittadini continuità delle cure attraverso il pieno controllo sui propri dati sanitari, anche all'estero, e a consentire a ricercatori, autorità sanitarie e industria di accedere a dati aggregati e canonizzatati per scopi di ricerca, innovazione e policy, nel rispetto delle garanzie di privacy.  Ce.Au.  ---End text---  Author: Redazione  Heading:   Highlight:   Image: -tit_org- Sanità e riforma medici di famiglia Schillaci: solo dopo confronto con i sindacati   -sec_org-
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		<title><![CDATA[Intervista a Sibilla Barbieri - «Sibilla, anna e la disobbedienza per la vita: potrebbe toccare a me, a noi» ]]></title>
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		<description><![CDATA[<p style='color:#069;font-size:11px;font-style:italic;'><a href='http://gimbe.telpress.it/news/2026/05/08/2026050803164106604.PDF' target="_blank" ><img src='http://gimbe.telpress.it/images/help/PDF_16.png' align="left" border='0'/></a> Estratto da pag. 32 di <b>"CORRIERE DELLA SERA SETTE" </b>  del 08 May 2026 </p>]]></description>
		<pubDate>Fri, 08 May 2026 06:25:00 +0200</pubDate>
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		<category domain=""><![CDATA[POLITICA SANITARIA]]></category>
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		<tp:ocr><![CDATA[«SIBILLA, ANNA E LA DISOBBEDIENZA PER LA VITA: POTREBBE TOCCARE A ME, A NOI»   Ne Il prezzo della libertà la giornalista Valentina Petrini raccoglie la storia di due donne: una ha potuto scegliere come morire, l’altra no. «In Italia mancano una legge e l’accesso alle giuste informazioni»  d i M I C O L S A R FAT T I  I  In Italia manca una legge sul ?ne vita, da sempre.  Eppure le persone continuano a voler scegliere come morire, anzi, come vivere: non è una questione di “diritto alla morte”, ma di diritto a una esistenza dignitosa, ?no all’ultimo. Il prezzo della libertà (Solferino) di Valentina Petrini, giornalista e conduttrice, racconta questo diritto ancora senza una legge, incrociando storia e romanzo, attraverso la storia di due donne. Sibilla Barbieri, regista e attrice, è una malata oncologica terminale, che, a 58 anni, ha scelto di andarsene praticando il suicidio assistito in Svizzera. Anna è una sarta romana quasi ottantenne, che avrebbe voluto ?nire i suoi giorni in modo diverso, ma non lo ha potuto fare.  Se non ci sono tutele, sceglie solo chi può permetterselo.  Perché raccontare proprio queste due storie? «Nel mio lavoro mi sono sempre occupata dei temi sociali collettivi, come il lavoro o i salari, e meno dei diritti della persona. Ho a lungo avuto la sensazione che fossero in qualche modo meno urgenti. Però ho sempre portato avanti un bel confronto con Marco Cappato, tesoriere dell’Associazione Luca Coscioni e promotore di tante battaglie, è stato lui a farmi incontrare per la prima volta Sibilla Barbieri. Grazie a lei ho capito che non esiste differenza tra il diritto di vivere e il diritto di morire e questi diritti vanno tutelati».  Chi era Sibilla? «Un’attrice e autrice, ma, soprattutto, una donna meravigliosa, travolgente, ogni giorno sembrava alla conquista del mondo e ha emanato luce e vita ?no all’ultimo. Sapeva essere dieci persone in una. La ricordo ancora, prima di partire per il viaggio ?nale verso Zurigo, truccata e ben vestita, nonostante fosse ormai costretta a letto da mesi. La prima cosa che mi ha detto quando ci siamo conosciute non è stata “voglio scegliere come morire”, ma “voglio scegliere come vivere i miei ultimi giorni”. Cercava qualcuno che potesse raccontare la sua storia, ma anche quella di persone che si trovavano nella sua stessa situazione senza però poter scegliere, perché non avevano le risorse economiche  o anche solo le giuste informazioni. È stata lei a invitarmi a cercare Anna: aveva frequentato per dieci anni gli ospedali e conosceva bene la disparità sociale che si annida anche nel dolore. L’aveva vista, respirata, e voleva venisse raccontata. Voleva denunciare l’ingiustizia per cui alcuni servizi che dovrebbero essere garantiti a tutti, dalla ?sioterapia, alle creme anti decubito, ?no, appunto, alla libertà di scelta sulla vita e la morte, diventano un privilegio da ricchi».  Come ha incontrato Anna? «L’ho trovata girando per i reparti degli ospedali come volontaria. Nel libro le ho creato intorno un’aura un po’ romanzata perché, come racconto, ad un certo punto ha smesso di parlare, anche se riusciva a farsi comprendere sulle cose importanti. Ho ricostruito la sua giovinezza attraverso i ricordi della sorella Gabriella, ma non ho voluto renderla troppo riconoscibile. A differenza di Sibilla, Anna non si è potuta autodeterminare, per questo volevo diventasse un personaggio paradigmatico. Tra le corsie ho incontrato troppe Anna e, purtroppo, Anna siamo quasi tutti noi».  Come ricorda ne Il prezzo della libertà, meno di trecentomila italiani hanno fatto testamento biologico. Tradotto: solo 1 su 191 ha usufruito di questo diritto. Sibilla era l’uno, Anna tutti gli altri.  «Basandosi su questi dati si potrebbe dire che non c’è interesse per il testamento biologico. Invece è il contrario, ed è qui che serve il giornalismo. Secondo le ricerche condotte sul campo dall’Associazione Coscioni sono soprattutto Asl e Comuni a non aver predisposto sportelli ad hoc sul tema. L’informazione deve partire dal territorio, pensiamo a quante campagne sono state fatte per la d
onazione degli organi, che, infatti, è cresciuta esponenzialmente. Sibilla diceva che la nostra ignoranza è uno strumento del potere per tenerci buoni. Se lo Stato fa la sua parte nella divulgazione dell’esistenza di un diritto, i cittadini possono fare la loro libera scelta, sul ?ne vita c’è una volontà esplicita e calcolata di non farlo sapere e non dare consapevolezza».  Perché la politica, tutta, è ancora così scollata dalle richieste della società sul ?ne vita? «A destra perché resiste una totale dipendenza del pensiero conservatore verso la Chiesa cattolica, intesa come istituzione, che disattende il principio di laicità dello Stato. Oggi, secondo i sondaggi, il 70% degli italiani è favorevole a una legge giusta sul ?ne vita, è ovvio che tra questi molti sono cattolici. A sinistra, come al solito, non  riescono a mettersi d’accordo perché nelle coalizioni convivono tante identità diverse. Questo è un tema che dovrebbe prescindere dall’identità politica. Il caso del Veneto è stato emblematico: la proposta di una legge regionale sul ?ne vita è arrivata dal governatore leghista Luca Zaia. È stata la sua stessa maggioranza a bocciarla, ma uno dei voti contrari decisivi è arrivato da una consigliera del Pd. La richiesta dei cittadini di una legge giusta, però, sta diventando un urlo. E va ascoltato».  Come è riuscita a stare a contatto con così tanta sofferenze per la scrittura di questo libro? «È stato dif?cilissimo, non mi nascondo. Nel mio lavoro di giornalista ho fatto molte cose: sono stata in guerra, ho visto l’Africa, Mosul, il Donbass. Vengo da Taranto, una città sfregiata dai drammi dell’Ilva. Di occasioni per conoscere il dolore degli altri ne ho avute tante, ma l’esperienza con Sibilla e Anna mi ha devastata come mai mi era accaduto, forse anche perché ero diventata mamma da poco. Ad un certo punto sono crollata, per la prima volta in vita mia ho avuto un attacco di panico e ho deciso di rivolgermi, di nuovo, alla psicanalisi. Ormai viviamo in un cortocircuito che ci anestetizza persino davanti alle grandi tragedie internazionali: quando leggiamo dei morti nel Mediterraneo, in Ucraina, in Iran o in Palestina è come se vedessimo solo i numeri, perché non conosciamo i volti. Sibilla e Anna le ho guardate, le ho vissute, mi sono identi?cata con loro. Ho detto “potrebbe succedere anche a me”. Quando entri nella vita di una persona cambia tutto, dovremmo raccontare così ogni forma di dolore. Da un punto di vista professionale questa esperienza mi ha dato per la prima volta la possibilità di declinare il racconto in tante forme diverse: libro, podcast, spettacolo teatrale».  Cosa le hanno insegnato Sibilla e Anna? «A disobbedire. Queste donne hanno risvegliato in me il desiderio di disobbedienza civile non violenta. La vita corre, è dif?cile, ma è necessario fare la propria parte e non essere indifferenti. Ho capito che il mio lavoro va interpretato come una forma di disobbedienza intellettuale e è necessario andare a ?ccare il naso là dove lo Stato non vuole che si vada a ?ccare il naso».  ---End text---  Author: MICOL SARFATTI  Heading:   Highlight: «LA RICHIESTA DEI CITTADINI DI UNA NORMA GIUSTA SUL FINE VITA STA DIVENTANDO UN URLO. CHE VA ASCOLTATO»  Image:Sibilla Barbieri, attrice e produttrice, ha scelto di morire con il suicidio assistito in Svizzera il 6 novembre 2023 Il prezzo della libertà (Solferino) racconta il tema del ?ne vita attraverso le storie di Sibilla Barbieri e Anna.  L’autrice Valentina Petrini (sotto) lo presenta al Salone del Libro di Torino venerdì 15 maggio alle 11.30 allo stand di Solferino -tit_org- Intervista a Sibilla Barbieri - «Sibilla, anna e la disobbedienza per la vita: potrebbe toccare a me, a noi»   -sec_org-
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		<title><![CDATA[L'Oms: "Non ci aspettiamo una grande epidemia". Le domande aperte ]]></title>
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		<description><![CDATA[<p style='color:#069;font-size:11px;font-style:italic;'><a href='http://gimbe.telpress.it/news/2026/05/08/2026050803163406609.PDF' target="_blank" ><img src='http://gimbe.telpress.it/images/help/PDF_16.png' align="left" border='0'/></a> Estratto da pag. 13 di <b>"FOGLIO" </b>  del 08 May 2026 </p>]]></description>
		<pubDate>Fri, 08 May 2026 06:25:00 +0200</pubDate>
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		<category domain=""><![CDATA[POLITICA SANITARIA]]></category>
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		<tp:ocr><![CDATA[L’Oms: “Non ci aspettiamo una grande epidemia”. Le domande aperte  L  a MV Hondius è ancora ferma al largo di Tenerife. Nei prossimi giorni, i 146 passeggeri ancora a bordo sbarcheranno nel porto di Granadilla.  Lo ha deciso il governo spagnolo su richiesta dell’Oms. Nessuno, alle Canarie, voleva quella nave. Il presidente della regione, Fernando Clavijo, ha protestato a lungo. Alla fine, ha vinto Madrid. Non è stato semplice. Prima di ottenere il via libera per le Canarie, la nave aveva chiesto invano di attraccare a Capo Verde, che ha negato l’accesso al proprio porto. La Spagna ha accettato solo dopo le rassicurazioni dell’Oms sulla gestione del rischio sanitario. Il direttore generale dell’Oms, Tedros Adhanom Ghebreyesus, ha voluto chiarire: “Rischio basso per gli abitanti delle Canarie. Siamo fiduciosi nella capacità della Spagna di gestire questa emergenza”. Ma le domande restano aperte.  La storia comincia a Ushuaia, la città più australe del mondo, in Argentina, da dove la nave è salpata il primo aprile. E comincia con una coppia di turisti olandesi: lui 70 anni, lei 69. Secondo gli investigatori, i due avevano partecipato a un’escursione di birdwatching nei dintorni. Qualche giorno dopo, a bordo, i primi sintomi. L’uomo è morto l’11 aprile. La  moglie è collassata in un aeroporto di Johannesburg ed è morta il 26. Una terza passeggera, una donna tedesca, è deceduta il 2 maggio. Tre vite strappate dall’hantavirus, variante Andes – l’unica capace di trasmettersi da uomo a uomo. Il 24 aprile, durante una sosta nella remota isola di Sant’Elena, non sono scesi solo il corpo dell’uomo e sua moglie. Dalla nave sono sbarcate trenta persone di almeno dodici nazionalità. Hanno preso voli commerciali per tornare a casa, disperdendosi in tre continenti prima che le autorità sanitarie venissero informate. Le autorità olandesi non hanno confermato dove si trovino ora quei passeggeri. Nel frattempo, le autorità in Sudafrica e in Europa stanno cercando di rintracciare i contatti di tutti coloro che sono scesi dalla nave.  Un passeggero svizzero è risultato positivo. Due britannici sono in isolamento. Altri sono monitorati negli Stati Uniti e in Turchia. La compagnia Oceanwide Expeditions ha impiegato giorni prima di ammettere quei trenta sbarchi. L’Oms ha ricostruito la sequenza: l’ottavo caso è proprio un uomo sbarcato a Sant’Elena, risultato positivo a Zurigo. Il periodo di incubazione del virus Andes può arrivare a sei settimane. “E’ possibile che vengano segnalati ulteriori casi”, ha avvertito Tedros.  Mentre il mondo guardava alla nave, il ministero della Salute argentino pubblicava il bollettino epidemiologico numero 806. Il focolaio sulla Hondius non è un episodio isolato. E’ la punta di un iceberg. Tra luglio 2025 e aprile 2026, l’Argentina ha registrato 101 casi confermati di hantavirus.  Trentadue decessi. Letalità al 31,7 per cento: più del doppio della media dei cinque anni precedenti. L’Argentina è al primo posto in America Latina per incidenza di questa malattia.  Ma quest’anno si va oltre i parametri storici. Il bollettino traccia un identikit delle vittime: età mediana 36 anni, 80 per cento uomini, 69 per cento tra i 20 e i 49 anni. Adulti in piena attività.  La mappa del contagio cambia: la provincia di Buenos Aires ha registrato 54 casi e 16 decessi. Salta, nel nord ovest, 30 casi e 10 morti, il tasso più alto del paese. E poi c’è Río Colorado, località fuori dalle aree endemiche, dove un residente si è ammalato.  Perché tutto questo proprio ora? “Il cambiamento climatico. L’Argentina è diventata più tropicale”, spiega l’infettivologo Hugo Pizzi. Siccità e piogge intense spingono i roditori fuori dagli habitat. Oggi l’83 per cento dei  casi si concentra nell’estremo nord.  Un tempo era solo Patagonia. Intanto, una hostess della KLM è stata ricoverata ad Amsterdam dopo un breve contatto con la donna olandese deceduta in Sudafrica. L’incontro è stato forse aeroportuale. Se il test fosse positivo, significherebbe che il virus potrebbe trasmettersi anche con un contatto meno stretto di quanto finora ritenut
o. La prudenza in questo caso è d’obbligo. La KLM ha rivelato: la stessa passeggera aveva tentato di imbarcarsi su un volo per Johannesburg, ma l’equipaggio, vedendola in condizioni critiche, le aveva negato l’accesso. E’ morta il giorno dopo.  In questo scenario, l’Oms predica prudenza e prova a spegnere l’allarmismo. “Non ci aspettiamo una grande epidemia. Si tratta di un cluster in uno spazio confinato con contatti ravvicinati. Le misure di sanità pubblica possono interrompere la catena di trasmissione. Non è coronavirus. E’ un virus molto diverso. Non siamo nella stessa situazione di sei anni fa”.  La speranza è che anche le capacità di risposta degli organismi sanitari, nazionali e internazionali, non sia la stessa che ci ha colti impreparati anni fa.  Giovanni Rodriquez  ---End text---  Author: Giovanni Rodriquez  Heading:   Highlight:   Image: -tit_org- L’Oms: “Non ci aspettiamo una grande epidemia”. Le domande aperte   -sec_org-
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		<tp:writer>Giovanni Rodriquez</tp:writer>
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		<title><![CDATA[No alla riforma I medici di base in agitazione = Medici di base: no alla riforma Sciopero sempre più vicino ]]></title>
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		<description><![CDATA[<p style='color:#069;font-size:11px;font-style:italic;'><a href='http://gimbe.telpress.it/news/2026/05/08/2026050803164706606.PDF' target="_blank" ><img src='http://gimbe.telpress.it/images/help/PDF_16.png' align="left" border='0'/></a> Estratto da pag. 12 di <b>"QUOTIDIANO DEL SUD L'ALTRA VOCE DELL' ITALIA" </b>  del 08 May 2026 </p>]]></description>
		<pubDate>Fri, 08 May 2026 06:25:00 +0200</pubDate>
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		<category domain=""><![CDATA[POLITICA SANITARIA]]></category>
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		<tp:ocr><![CDATA[LA SANITÀ  No alla riforma I medici di base in agitazione   LA CARENZA DI PERSONALE SANITARIO  Medici di base: no alla riforma Sciopero sempre più vicino  a Fimmg, il principale sindacato deI medici di famiglia, proclama lo stato di agitazione contro la riforma voluta dal ministro della Salute Orazio Schillaci che, dopo il via libera delle Regioni, entro la fine del mese approderà in Parlamento. Il sindacato contesta una trasformazione «di portata sistemica» destinata a cambiare il rapporto tra medico e paziente, l’organizzazione della medicina territoriale e perfino la natura stessa della professione. I nodi sono rappresentati da orari, organizzazione del lavoro, presenza obbligatoria nelle Case di comunità e, soprattutto, dal dilagare della burocrazia.  a pagina XII  L    medici di famiglia sono pronti a sfilarsi il camice. La Fimmg, il principale sindacato della categoria, ha proclamato lo stato di agitazione contro la riforma del ministro della Salute Orazio Schillaci che, dopo il via libera delle Regioni, entro la fine del mese approderà in Parlamento. Sul tavolo, avverte il sindacato, c'è una trasformazione "di portata sistemica" destinata a cambiare il rapporto tra medico e paziente, l'organizzazione della medicina territoriale e perfino la natura stessa della professione.  Tradotto dal burocratese sanitario: preparatevi alla guerra dei camici bianchi.  Del resto in Italia la riforma dei medici di famiglia viene annunciata con la stessa puntualità con cui si annunciano le grandi opere incompiute: conferenze stampa, tavoli tecnici, commissioni, slogan sulla sanità del futuro e immancabile promessa di "voltar pagina". Poi, regolarmente, tutto si arena tra interessi di categoria, resistenze sindacali, regioni in ordine sparso e lobby sanitarie che riescono sempre a trovare il modo di rinviare il cambiamento. Stavolta però il governo sembra deciso ad andare fino in fondo, (nonostante le perplessità di Forza Italia che potrebbe mettersi di traverso) E infatti la categoria è salita subito sulle barricate.  La riforma punta a superare l'attuale modello del medico convenzionato, libero professionista pagato a quota capitaria, per inserirlo stabilmente nel Servizio sanitario nazionale con un rapporto molto più vicino alla dipendenza pubblica. Oggi un medico di medicina generale percepisce circa 91 euro l'anno per ogni assistito.   I  Più mutuati, più compensi. A prescindere dal numero delle prestazioni. Domani cambierebbero orari, organizzazione del lavoro e presenza obbligatoria nelle Case di comunità. Il nuovo schema prevede 38 ore settimanali distribuite tra studio, attività territoriali e strutture sanitarie.  Ed è proprio qui che esplode lo scontro. I sindacati temono la fine dell'autonomia professionale e acO SCONTRO cusano il governo sindacati di voler trasformamono di perdere re i medici di famiglia in dipendenti utonomia col badge, schiacciati dalla burocrarofessionale zia. Il ministero rea replica: il vecchio plica che il vecchio sistema non regge stema non regge più: troppi pensionamenti, pochi giovani disposti a scegliere la medicina generale e intere aree del Paese ormai scoperte.  Perché mentre si discute di modelli organizzativi, la sanità territoriale italiana continua a perdere pezzi. Nel Nord produttivo, quello che per anni ha impartito lezioni di efficienza al resto d'Italia, mancano centinaia di medici di base. Lombardia, Veneto, Piemonte faticano a coprire gli ambulatori. Nemmeno l'aumento del numero massimo di assistiti per medico è riuscito a colmare i vuoti. In alcuni territori trovare un medico è diventato un percorso a ostacoli.  Nel frattempo il Pnrr ha disseminato il Paese di Case della comunità, le strutture destinate a diventare il cuore della nuova assistenza territoriale. Entro il 2026 ne dovrebbero essere operative 1.288 grazie a quasi due miliardi di investimenti europei. Sulla carta saranno presidi aperti dodici ore al giorno con medici, infermieri, specialistica ambulatoriale, screening, vaccinazioni, telemedicina e percorsi dedicati ai malati cronici. Una sorta di mini ospedali 
di prossimità pensati per ridurre gli accessi impropri ai pronto soccorso.  Ma finite le inaugurazioni con fascia tricolore e fotografie di rito, adesso arriva il problema vero: chi ci lavorerà dentro? Perché le mura si costruiscono con i fondi del Pnrr, ma il personale va assunto e pagato. E qui il Mezzogiorno continua a inseguire. Molte Case della comunità al Sud sono ancora incomplete oppure prive dei servizi essenziali. La sfida non è più edilizia ma organizzativa: integrare medici di  famiglia, pediatri, infermieri e assistenza sociale in una rete che oggi semplicemente non esiste.  I numeri raccontano un sistema già in sofferenza. Secondo il rapporto Ocse rilanciato dal sindacato Nursing Up, l'Italia è prima in Europa per numero di medici ma ultima per infermieri. Ci sono 5,4 medici ogni mille abitanti ma appena 6,9 infermieri, ben al di sotto della media europea. Il rapporto infermieri-medici è fermo a 1,3 contro il 2,2 dell'Unione europea.  Tradotto: abbiamo tanti camici bianchi che prescrivono ma troppo pochi professionisti che assistano davvero i pazienti sul territorio. E senza infermieri, le Case della comunità rischiano di trasformarsi in scatole vuote.  Nessuno dimentica il tributo in vite umane dei medici di famiglia durante il Covid. Molti hanno continuato a visitare pazienti senza protezioni adeguate, pagando anche in vite umane il prezzo della pandemia. Hanno rappresentato un argine mentre ospedali e pronto soccorso collassavano. Ma proprio l'epidemia ha mostrato tutte le fragilità della nostra sanità territoriale: assistenza domiciliare insufficiente, medicina di prossimità disorganizzata, integrazione quasi inesistente tra ospedali e territorio.  Ora Schillaci tenta di chiudere il cerchio con una riforma che promette di cambiare tutto. Ma la sensazione è che la politica – in un clima già elettorale - stia provando a ristrutturare un edificio mentre mancano muratori, elettricisti e perfino i custodi. Il timore è che l'ennesima rivoluzione sanitaria finisca come sempre: annunciata, e infine rinviata.  ---End text---  Author: CLAUDIO MARINCOLA  Heading:   Highlight: LO SCONTRO  I sindacati temono di perdere autonomia professionale La replica: il vecchio sistema non regge  Image: -tit_org- No alla riforma I medici di base in agitazione  Medici di base: no alla riforma Sciopero sempre più vicino   -sec_org-
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		<tp:writer>CLAUDIO MARINCOLA</tp:writer>
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	<item>
		<title><![CDATA[Sicurezza, sanità e qualità dei servizi: i nuovi indicatori Onu per superare il Pil ]]></title>
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		<description><![CDATA[<p style='color:#069;font-size:11px;font-style:italic;'><a href='http://gimbe.telpress.it/news/2026/05/08/2026050803172406591.PDF' target="_blank" ><img src='http://gimbe.telpress.it/images/help/PDF_16.png' align="left" border='0'/></a> Estratto da pag. 9 di <b>"SOLE 24 ORE" </b>  del 08 May 2026 </p>]]></description>
		<pubDate>Fri, 08 May 2026 06:25:00 +0200</pubDate>
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		<category domain=""><![CDATA[POLITICA SANITARIA]]></category>
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		<tp:ocr><![CDATA[Sicurezza, sanità e qualità dei servizi: i nuovi indicatori Onu per superare il Pil   Il rapporto Proposta degli esperti alle Nazioni Unite: una dashboard con 31 parametri  L’Onu lancia la dashboard globale del benessere per superare il Pil. È stato pubblicato ieri il rapporto finale del gruppo di esperti di alto livello nominato a maggio 2025 dal segretario generale delle Nazioni Unite, António Guterres, e il testo propone 31 indicatori per misurare progresso, sostenibilità e qualità della vita. Dalla salute mentale alla fiducia nelle istituzioni, l’obiettivo è affiancare il Pil con una nuova bussola globale.  Per decenni il prodotto interno lordo è stato l’unico indicatore con cui governi, mercati e istituzioni hanno misurato il progresso. Ma oggi non basta più. Crescita economica, disuguaglianze crescenti, crisi climatica, crisi sanitarie, sfiducia nelle istituzioni e tensioni sociali convivono ormai nello stesso scenario globale. È da questa constatazione che nasce «Counting what counts», il rapporto finale del gruppo indipendente di 14 esperti, tra i quali figura anche l’italiano Enrico Giovannini, uno dei protagonisti del dibattito internazionale sul superamento del Pil come unico indicatore di sviluppo dei Paesi.  Il documento è stato presentato ieri all’Assemblea generale dell’Onu e rappresenta il primo tentativo ufficiale delle Nazioni Unite di definire una cornice globale condivisa per misurare il progresso economico, sociale e ambientale dei Paesi. Il cuore della proposta è una dashboard composta da 31 indicatori, organizzati attorno a quattro grandi pilastri: benessere, equità e inclusione, sostenibilità e resilienza e diritti fondamentali. Non solo reddito e occupazione, dunque, ma anche salute, istruzione, sicurezza, qualità ambientale, fiducia nelle istituzioni, coesione sociale e benessere soggettivo. Tra gli indicatori entrano ad esempio la soddisfazione di vita, la percezione della sicurezza, la solitudine, la qualità dei servizi pubblici, il lavoro di cura non retribuito, le emissioni climalteranti, la biodiversità e perfino la fiducia tra cittadini.  La proposta non punta però a “sostituire” il Pil, che continua ad essere uno strumento indispensabile per misurare l’attività economica. L’obiettivo è affiancare agli indicatori economici tradizionali una nuova dashboard. Nel prossimo passaggio politico saranno poi gli Stati membri dell’Onu a discutere come trasformare questa architettura statistica in uno standard internazionale condiviso. «Si tratta di una grande sfida - spiega Giovannini - perché la statistica internazionale non si è mai occupata di certi temi».  Resta ancora nel cassetto, però, l’idea di sviluppare un unico indicatore  composito che tenga conto di tutte queste dimensioni: «Non ce l’abbiamo fatta - chiosa Giovannini -: su questo punto c’è stato un grande scontro accademico tra noi esperti, tra chi proponeva di dare a tutti gli indicatori lo stesso peso e chi voleva introdurre metriche differenti. Ma non è detto che non si riesca in futuro».  In questa direzione proprio oggi, nell’ambito del Festival dello Sviluppo Sostenibile organizzato dall’Alleanza italiana per lo sviluppo sostenibile, a Bruxelles si discuterà del nuovo rapporto Onu e del recente lavoro pubblicato dal Joint Research Centre in cui viene presentato il primo indice composito che misura il benessere e mette a confronto le performance di Europa e Stati Uniti. Ne è emerso un quadro per niente scontato: tra 2010 e 2023 Washington ha corso sul Pil (+25% contro +17 %), ma Bruxelles è avanti sul benessere (+9,5 contro +1,2) e ha meno disuguaglianze. Un vantaggio che, come sottolinea il report Jrc, senza crescita però rischia di non reggere nel tempo.   © RIPRODUZIONE RISERVATA  ---End text---  Author: Michela Finizio  Heading:   Highlight: Manca l’accordo per stilare un unico indice sintetico ma il Jrc ci ha già provato: Europa batte Usa sul benessere  Image: -tit_org- Sicurezza, sanità e qualità dei servizi: i nuovi indicatori Onu per superare il Pil   -sec_org-
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		<tp:writer>Michela Finizio</tp:writer>
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	<item>
		<title><![CDATA[Sicurezza, sanità e qualità dei servizi: i nuovi indicatori Onu per superare il Pil ]]></title>
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		<description><![CDATA[<p style='color:#069;font-size:11px;font-style:italic;'><a href='http://gimbe.telpress.it/news/2026/05/08/2026050803171606599.PDF' target="_blank" ><img src='http://gimbe.telpress.it/images/help/PDF_16.png' align="left" border='0'/></a> Estratto da pag. 9 di <b>"SOLE 24 ORE" </b>  del 08 May 2026 </p>]]></description>
		<pubDate>Fri, 08 May 2026 06:25:00 +0200</pubDate>
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		<category domain=""><![CDATA[POLITICA SANITARIA]]></category>
		<subcategory domain=""><![CDATA[]]></subcategory>
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		<tp:ocr><![CDATA[Sicurezza, sanità e qualità dei servizi: i nuovi indicatori Onu per superare il Pil   Il rapporto Proposta degli esperti alle Nazioni Unite: una dashboard con 31 parametri  L’Onu lancia la dashboard globale del benessere per superare il Pil. È stato pubblicato ieri il rapporto finale del gruppo di esperti di alto livello nominato a maggio 2025 dal segretario generale delle Nazioni Unite, António Guterres, e il testo propone 31 indicatori per misurare progresso, sostenibilità e qualità della vita. Dalla salute mentale alla fiducia nelle istituzioni, l’obiettivo è affiancare il Pil con una nuova bussola globale.  Per decenni il prodotto interno lordo è stato l’unico indicatore con cui governi, mercati e istituzioni hanno misurato il progresso. Ma oggi non basta più. Crescita economica, disuguaglianze crescenti, crisi climatica, crisi sanitarie, sfiducia nelle istituzioni e tensioni sociali convivono ormai nello stesso scenario globale. È da questa constatazione che nasce «Counting what counts», il rapporto finale del gruppo indipendente di 14 esperti, tra i quali figura anche l’italiano Enrico Giovannini, uno dei protagonisti del dibattito internazionale sul superamento del Pil come unico indicatore di sviluppo dei Paesi.  Il documento è stato presentato ieri all’Assemblea generale dell’Onu e rappresenta il primo tentativo ufficiale delle Nazioni Unite di definire una cornice globale condivisa per misurare il progresso economico, sociale e ambientale dei Paesi. Il cuore della proposta è una dashboard composta da 31 indicatori, organizzati attorno a quattro grandi pilastri: benessere, equità e inclusione, sostenibilità e resilienza e diritti fondamentali. Non solo reddito e occupazione, dunque, ma anche salute, istruzione, sicurezza, qualità ambientale, fiducia nelle istituzioni, coesione sociale e benessere soggettivo. Tra gli indicatori entrano ad esempio la soddisfazione di vita, la percezione della sicurezza, la solitudine, la qualità dei servizi pubblici, il lavoro di cura non retribuito, le emissioni climalteranti, la biodiversità e perfino la fiducia tra cittadini.  La proposta non punta però a “sostituire” il Pil, che continua ad essere uno strumento indispensabile per misurare l’attività economica. L’obiettivo è affiancare agli indicatori economici tradizionali una nuova dashboard. Nel prossimo passaggio politico saranno poi gli Stati membri dell’Onu a discutere come trasformare questa architettura statistica in uno standard internazionale condiviso. «Si tratta di una grande sfida - spiega Giovannini - perché la statistica internazionale non si è mai occupata di certi temi».  Resta ancora nel cassetto, però, l’idea di sviluppare un unico indicatore  composito che tenga conto di tutte queste dimensioni: «Non ce l’abbiamo fatta - chiosa Giovannini -: su questo punto c’è stato un grande scontro accademico tra noi esperti, tra chi proponeva di dare a tutti gli indicatori lo stesso peso e chi voleva introdurre metriche differenti. Ma non è detto che non si riesca in futuro».  In questa direzione proprio oggi, nell’ambito del Festival dello Sviluppo Sostenibile organizzato dall’Alleanza italiana per lo sviluppo sostenibile, a Bruxelles si discuterà del nuovo rapporto Onu e del recente lavoro pubblicato dal Joint Research Centre in cui viene presentato il primo indice composito che misura il benessere e mette a confronto le performance di Europa e Stati Uniti. Ne è emerso un quadro per niente scontato: tra 2010 e 2023 Washington ha corso sul Pil (+25% contro +17 %), ma Bruxelles è avanti sul benessere (+9,5 contro +1,2) e ha meno disuguaglianze. Un vantaggio che, come sottolinea il report Jrc, senza crescita però rischia di non reggere nel tempo.   © RIPRODUZIONE RISERVATA  ---End text---  Author: Michela Finizio  Heading:   Highlight: Manca l’accordo per stilare un unico indice sintetico ma il Jrc ci ha già provato: Europa batte Usa sul benessere  Image: -tit_org- Sicurezza, sanità e qualità dei servizi: i nuovi indicatori Onu per superare il Pil   -sec_org-
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		<tp:writer>Michela Finizio</tp:writer>
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	<item>
		<title><![CDATA[Le sfide concentriche per garantire cure migliori = Le sfide concentriche per garantire le cure migliori ]]></title>
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		<description><![CDATA[<p style='color:#069;font-size:11px;font-style:italic;'><a href='http://gimbe.telpress.it/news/2026/05/08/2026050803171706600.PDF' target="_blank" ><img src='http://gimbe.telpress.it/images/help/PDF_16.png' align="left" border='0'/></a> Estratto da pag. 14 di <b>"SOLE 24 ORE" </b>  del 08 May 2026 </p><p style='color:#444;font-size:11px;'>Spesa sanitaria</p>]]></description>
		<pubDate>Fri, 08 May 2026 06:25:00 +0200</pubDate>
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		<category domain=""><![CDATA[POLITICA SANITARIA]]></category>
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		<tp:ocr><![CDATA[spesa sanitaria  le sfide concentriche per garantire cure migliori   Le sfide concentriche per garantire le cure migliori Spesa sanitaria   Gianfelice Rocca  di Gianfelice Rocca —a pag. 14  L’  Italia spende nella Sanità meno rispetto agli altri Paesi: proprio per questo deve spendere meglio. Il Documento di finanza pubblica prevede un incremento dei fondi per il Sistema sanitario nazionale (Ssn) di circa 11 miliardi di euro, per arrivare nel 2029 a circa il 6,4 per cento del Pil (contro il 6,3 per cento attuale). È un segnale importante, ma richiede uno sforzo per “far funzionare” la Sanità nel migliore dei modi. Altrimenti il tentativo del Governo di accrescere i finanziamenti per il Ssn, pur in un quadro economico complesso, rischia di cadere nel vuoto.  In tutta Europa, i sistemi sanitari devono affrontare la sfida di tre forze concentriche: l’invecchiamento della popolazione, che fa crescere la domanda di cure; il declino demografico, che riduce le risorse a disposizione; e il progresso tecnologico, che rende possibili cure sempre più avanzate ma può comportare costi crescenti.  Per risolvere questo dilemma abbiamo due grandi alleati. Il primo è agire sull’organizzazione. «L’Italia ha una tradizione scientifica formidabile, ma la tradizione, da sola, non basta – ha detto il Ministro Orazio Schillaci in occasione del trentesimo anniversario di Humanitas –. Occorre una governance solida, capace di unire le eccellenze e indirizzarle verso obiettivi comuni». Perché gli obiettivi siano raggiungibili, devono anzitutto essere espressi in termini quantitativi e, pertanto, misurabili. L’Italia è, sotto questo profilo, un’eccellenza: Agenas da anni compie rilevazioni puntuali sulla performance delle diverse strutture, pubbliche e private, fungendo da bussola al miglioramento complessivo della Qualità clinica nazionale.  serve rafforzare Grazie alla trasparenza possiamo la contiguità intervenire sull’organizzazione del settore per utilizzare al meglio le con la ricerca risorse disponibili, che sono per sviluppando definizione limitate: questo vale per i capitali finanziari e terapie legate soprattutto per il capitale umano, ai singoli a partire da ricercatori, medici e infermieri.  Per offrire cure pazienti servono sia competenze tecniche, sia quel tipo di soft skill che derivano solo dalla frequentazione assidua dei pazienti e dalla comprensione delle loro esigenze. Serve, parimenti, rafforzare la contiguità con la frontiera della ricerca, che la Premier Giorgia Meloni ha definito «leva strategica per difendere il diritto alla salute>. Gli istituti di ricovero e cura a carattere scientifico (IRCSS) sono uno strumento originale ed efficace per rendere sostenibile e accessibile l’innovazione.  Tuttavia, la Sanità è un settore particolare, nel quale spesso il progresso tecnologico fa crescere i costi, visto che dobbiamo sviluppare terapie legate alle caratteristiche dei singoli pazienti. Ci sono fortunatamente ragioni di ottimismo: come ha osservato Richard Barker, la medicina di precisione, l’intelligenza artificiale e un approccio alla longevità basato sulle evidenze possono aiutarci, specialmente se sapremo migliorare ed estendere le pratiche di raccolta dei dati clinici.  Occorre, dunque, fare della Sanità non solo il fondamento del nostro contratto sociale, ma anche un diritto concretamente fruibile, perché tutti i cittadini possano avere accesso alle cure migliori. Nel nostro dna di italiani c’è la capacità di fare tanto con poco: di applicare un ingegno che vorrei definire imprenditoriale ai problemi complessi, trovando soluzioni originali. La misurazione degli outcome e della qualità dovrebbe diventare una disciplina quotidiana a tutti i livelli, perché è l’unico modo per diffondere le eccellenze e correggere gli errori. Il vero nemico, prima ancora della mancanza delle risorse, è la minaccia dell’autoreferenzialità: dobbiamo avere il coraggio di abbattere gli steccati, per costruire un impegno condiviso e perseguire maggiore coinvolgimento e piena valorizzazione di tutte le professionalità esistenti. In questo q
uadro è cruciale riconoscere l’importanza delle diverse esperienze e modelli (anche a livello regionale), senza i quali non avremmo la possibilità di osservare approcci alternativi, misurarne gli esiti e valorizzare quelli più efficaci. Dobbiamo attrarre e premiare il talento e il successo, perché – nel campo della Sanità – sono ciò che rende possibile garantire cure migliori e più anni di vita in salute per tutti.  Presidente Humanitas  © RIPRODUZIONE RISERVATA  ---End text---  Author: Gianfelice Rocca  Heading:   Highlight: serve rafforzare la contiguità con la ricerca sviluppando terapie legate ai singoli pazienti  Image: -tit_org- Le sfide concentriche per garantire cure migliori  Le sfide concentriche per garantire le cure migliori   -sec_org-
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		<tp:writer>Gianfelice Rocca</tp:writer>
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		<title><![CDATA[Rivoluzione medici di famiglia ]]></title>
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		<description><![CDATA[<p style='color:#069;font-size:11px;font-style:italic;'><a href='http://gimbe.telpress.it/news/2026/05/08/2026050803171306596.PDF' target="_blank" ><img src='http://gimbe.telpress.it/images/help/PDF_16.png' align="left" border='0'/></a> Estratto da pag. 16 di <b>"STAMPA" </b>  del 08 May 2026 </p>]]></description>
		<pubDate>Fri, 08 May 2026 06:25:00 +0200</pubDate>
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		<tp:ocr><![CDATA[Rivoluzione  Pronta la riforma della sanità territoriale Camici bianchi scettici, ma le Regioni dicono sì  medici di famiglia  Q  uel misero 4% di Case di comunità — i maxi ambulatori finanziati dal Pnrr - pienamente funzionanti, deve essere stata la goccia che ha fatto traboccare il vaso e spinto il ministro della Salute, Orazio Schillaci, a calare la carta del decreto legge di riforma dei medici di famiglia. Che gradualmente e “volontariamente” potranno passare da liberi professionisti in convenzione con il Ssn a dipendenti. Su questo la Premier e le Regioni hanno dato già il via libera a un decreto che serva a popolare le case di Comunità. Dovrebbe invece essere demandato a un disegno di legge l’altro punto cardine della riforma, quello che legherebbe la retribuzione dei medici di famiglia non più al numero di assistiti in carico, bensì agli “obiettivi” raggiunti. In primis, quello di dover lavorare obbligatoriamente un certo numero di ore — se ne ipotizzano 6 a settimana — nelle Case di comunità e di prendersi carico con continuità dei malati cronici.   Il testo presentato alle Regioni prevede che al cittadino resti comunque la scelta del medico di fiducia (in sua assenza potrà comunque trovarne un altro).  Oltre alla rivolta dei medici (che minacciano lo sciopero), qualche crepa si è aperta anche nella maggioranza, con la presa di distanza di FI. I sì sovrastano comunque i no, aprendo la strada a una riforma che, con il crollo della sanità territoriale in era Covid, è da tutti giudicata non più rinviabile. —  ---End text---  Author: PAOLO RUSSO  Heading:   Highlight: 40mila I medici di famiglia in Italia Nel 2027 ne andranno in pensione 8000   5700 Il numero di medici di famiglia mancanti Al Nord le criticità  Image: -tit_org- Rivoluzione medici di famiglia   -sec_org-
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		<title><![CDATA[Pagati per i risultati e non per gli assistiti ]]></title>
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		<description><![CDATA[<p style='color:#069;font-size:11px;font-style:italic;'><a href='http://gimbe.telpress.it/news/2026/05/08/2026050803171806597.PDF' target="_blank" ><img src='http://gimbe.telpress.it/images/help/PDF_16.png' align="left" border='0'/></a> Estratto da pag. 16 di <b>"STAMPA" </b>  del 08 May 2026 </p>]]></description>
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		<tp:ocr><![CDATA[Pagati per i risultati e non per gli assistiti   LA RETRIBUZIONE  L  a vera rivoluzione della riforma Schillaci è qui, nel ribaltamento del modo di retribuire i medici di famiglia: non più in base al numero di assistiti in carico ma per “obiettivi”.  Che, tradotto, significa più servizi per i cittadini. Lo spiega con esempi concreti lo schema di decreto che ha avuto un sostanziale placet dalle Regioni. Ipotizzando una quota di 120 euro per assistito, 20 verrebbero corrisposti per la presa in carico dei malati cronici e fragili. Ciò significa organizzare un piano di cura e controlli senza abbandonarli nelle braccia non sempre amiche del Cup. Ma anche supportare i caregiver familiari, badanti incluse, nel garantire una migliore assistenza domiciliare a cronici e fragili. Altri 30 euro potrebbero essere destinati alla digitalizzazione, come teleconsulti o l’obbligo di caricare sul nostro fascicolo sanitario elettronico le informazioni su terapie, accertamenti e malattie. Ulteriori 20 euro andrebbero per l’attività di prevenzione, 10 per il lavoro in team con infermieri e specialisti, 20 per garantire almeno sei ore di lavoro settimanale nelle nuove Case di Comunità: le nuove strutture dove dovrebbero lavorare insieme medici di famiglia, specialisti, infermieri e tecnici della riabilitazione e dove dovrebbero potersi eseguire accertamenti di primo livello, come ECG o ecografie, ma che stanno venendo su come scatole vuote per assenza di personale. È il problema che più di ogni altro ha spinto Schillaci verso la riforma. Osteggiata dai medici di famiglia, che nel modello di retribuzione della “convenzione riformata” vedono un attentato alle loro certezze stipendiali. Fatto che potrebbe aumentarne la fuga già in atto dal Ssn. P.RUS. —  ---End text---  Author: Redazione  Heading: LA RETRIBUZIONE  Highlight:   Image: -tit_org- Pagati per i risultati e non per gli assistiti   -sec_org-
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