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		<title><![CDATA[La rivolta dei medici ]]></title>
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		<description><![CDATA[<p style='color:#069;font-size:11px;font-style:italic;'><a href='http://gimbe.telpress.it/news/2026/04/26/2026042601725204406.PDF' target="_blank" ><img src='http://gimbe.telpress.it/images/help/PDF_16.png' align="left" border='0'/></a> Estratto da pag. 10 di <b>"MATTINO DI PUGLIA E BASILICATA" </b>  del 26 Apr 2026 </p>]]></description>
		<pubDate>Sun, 26 Apr 2026 06:55:00 +0200</pubDate>
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		<tp:ocr><![CDATA[LA PROTESTA CONTRO LA REVISIONE PROSPETTATA DAL MINISTRO  LA RIVOLTA DEI MEDICI   Il barese Anelli, alla guida degli Ordini, boccia la riforma di Schillaci che rivolta come un guanto i medici di famiglia  Un medico di famiglia al centro dell’assistenza territoriale, motore delle Case di Comunità che stanno aprendo in tutta Italia e con un contratto da dipendente, su base volontaria, con il Servizio sanitario nazionale. Questo l’obiettivo del ministro della Salute Orazio Schillaci, che ha illustrato in Conferenza delle Regioni la bozza di decreto legge che porta il suo nome e che punta, soprattutto “a fare presto per dare agli italiani una sanità più ef iciente e vicina ai cittadini, in particolare ai più fragili”. Per farlo, la strada scelta è quella di un decreto legge che potrebbe arrivare entro maggio. Come già annunciato in passato dal ministro, il cuore della riforma che punta a fare della medicina territoriale una chiave per la “svolta” e la “profonda innovazione” del Servizio Sanitario Nazionale, è rendere il ruolo dei medici di base una “componente stabile del modello organizzativo” delle case di Comunità. Per questi professionisti, oggi convenzionati con le Asl, prevede la possibilità, su base volontaria, di diventare dipendenti pubblici, cioè di avere un rapporto di lavoro subordinato come gli ospedalieri. Questo rapporto di dipendenza sarà però su base volontaria. Non si tratta di un obbligo ma di un percorso programmato e progressivo: il testo non cancella la convenzione, anche per andare incontro alle tante rimostranze già avanzate nelle scorse settimane, ma introduce un sistema misto, che potrebbe essere in futuro sempre più esteso. Altro capitolo di possibile scontro potrebbe essere la remunerazione: oggi i medici vengono pagati in base al numero di pazienti, in futuro dovrebbero esser remunerati in base alla partecipazione al lavoro nella rete territoriale, alla presa in carico di un certo numero di pazienti cronici e fragili. Realizzate con i fondi del Pnrr, al 31 dicembre 2025, erano 781 le Case di Comunità attive con almeno un servizio funzionante in Italia, a fronte di circa 1.715 strutture programmate. L’obiettivo del ministro arrivare entro il 30 giugno 2026 alla piena operatività. Il nuovo sistema che prevede di alleggerire il carico di lavoro sugli ospedali, potenziando strutture intermedie sul territorio all’interno delle quali i cittadini troveranno équipe multidisciplinari che prevedono anche pediatri,  infermieri, specialisti ambulatoriali, psicologi, assistenti sociali. In Italia, secondo recenti dati della Fondazione Gimbe, mancano oltre 5.700 medici di medicina generale e sempre più cittadini faticano a trovarne uno, soprattutto nelle Regioni più popolose. Tra il 2019 e il 2024 il loro numero è diminuito di ben 5.197 unità, tanto che ognuno segue in media 1.383 assistiti, oltre il livello ottimale.  Una carenza nota e dovuta anche alla scarsa attrattività di questa branca. Per questo il progetto di Schillaci punta, spiuegano dal minitero, a nobilitare la medicina generale, rendendola una vera e propria specializzazione ad hoc, pagata alla stregua di altre, più ‘blasonate’. Entro maggio, si apprende, è auspicato il via libera delle Regioni al testo del decreto, che aspettano di avere quello de initivo.  Intanto oggi la bozza è stata recepita in modo complessivamente positivo, al netto delle differenze politiche. Il prossimo appuntamento è calendarizzato tra una decina di giorni, nel frattempo si attende la risposta dei sindacati di categoria, divisi sul tema, con alcuni pronti a dar battaglia. Ma, come ha spiegato oggi il ministro ai presidenti di regione, “non possiamo perdere un’occasione storica per l’Italia”.  Quello tra le Regioni e il ministro è stato “un confronto positivo e costruttivo, su un tema fondamentale come quello della medicina generale di cui si discute da tempo e che ora, a pochi mesi dalla chiusura del Pnrr, assume una rilevanza strategica”, ha commentato Massimiliano Fedriga, presidente della Conferenza delle Regioni a margine della riunione straordinaria di ieri
. “Ora aspettiamo di conoscere il testo del decreto e di esaminarlo a livello tecnico in Commissione Salute, per poi procedere velocemente nell’unica direzione che serve, quella del rafforzamento dei servizi di salute per i cittadini”, ha aggiunto Fedriga. Di segno opposto la reazione della Fimmg, la Federazione dei medici di medicina generale.  “Le organizzazioni sindacali di categoria non sono state consultate: è assurdo che il ministro, con cui abbiamo dialogato ino al giorno prima, non si confronti con noi su una riforma di tale portata”, dice a LaSalute di LaPresse il segretario generale della Fimmg Silvestro Scotti.  Secondo la Federazione la  struttura predisposta dal ministero rischia di dare vita “a un vuoto iduciario non colmabile: spostare medici verso funzioni strutturate in un contesto di già grave carenza produrrà accessi impropri al pronto soccorso, cronicità non gestite e un peggioramento delle disuguaglianze territoriali”. “Non si capisce che ine faranno i pazienti del medico di famiglia che diventa dipendente. Gli italiani che andranno in Casa di Comunità non troveranno il loro medico, ma chi sarà di turno di volta in volta. Non interpellandoci – conclude Scotti – il ministro ri iuta il rapporto con noi. Crediamo che a questo punto serva l’intervento di Giorgia Meloni”.  Il l presidente della Federazione nazionale degli Ordini dei medici chirurghi e degli odontoiatri (Fnomceo), il barese Filippo Anelli ha commentato, a Mattina24, la rubrica di “Rainews24”, l’ipotesi di riforma illustrata ieri dal ministro della Salute Orazio Schillaci alle Regioni.  “Mette in discussione - ha spiegato Anelli - un principio fondamentale per questo tipo di assistenza. Oggi il medico di famiglia e’ il medico del cittadino, il medico della persona che lo sceglie e ha  come ottica quella di tutelare la sua salute. Diversamente, diventerebbe il medico dell’azienda, di chi eroga le prestazioni, tutelando l’interesse aziendalistico. Mettere in discussione questo principio porta una serie di perplessita’ ma soprattutto porta la preoccupazione che i cittadini non abbiano piu’ i loro medici”. E in merito a un’ipotetica direzione sulla quale dovrebbe muoversi una riforma ef icace della medicina territoriale, Anelli ha sottolineato: “In questi tre anni si poteva fare tanto. Soprattutto si poteva fare, come avevamo piu’ volte suggerito, un piano straordinario per trovare il personale per far funzionare le Case di comunita’. I medici di famiglia ci sono gia’ - ha osservato - e possono sin da oggi entrare nelle Case di comunita’, perche’ hanno debiti orari che possono svolgere proprio nelle Case di comunita’”. “In questi tre anni si poteva far passare in Parlamento - ha elencato Anelli - la trasformazione del Corso speci ico in Medicina generale in corso di specializzazione in medicina generale, riconoscendo a questa branca quella dignita’ professionale che merita.  In secondo luogo, si poteva  provare ad allocare risorse per assumere infermieri, psicologi, isioterapisti, tecnici, ostetriche, per avere tutte quelle professionalita’ indispensabili oggi per erogare la salute. Invece i medici di medicina generale sono ancora soli - ha evidenziato Anelli - quando avrebbero bisogno anche di collaboratori di studio, di personale amministrativo. Questo perche’ non ci sono risorse”.  IL DOCUMENTO  FNOMCEO-CAO AL GOVERNO “Attivare subito le scuole di specializzazione in ambito odontoiatrico per l’anno accademico 2025-2026”. Lo chiedono al Governo la Federazione nazionale Ordini medici chirurghi e odontoiatri (Fnomceo) e la Commissione Albo odontoiatri (Cao), con una nota irmata dai presidenti Filippo Anelli e Andrea Senna e inviata ai ministri dell’Università Anna Maria Bernini, della Salute Orazio  Schillaci e dell’Economia Giancarlo Giorgetti. L’obiettivo dell’iniziativa è “porre ine alla situazione di stallo che si è venuta a creare. La Finanziaria 2025 ha infatti inalmente disposto che agli specializzandi di area sanitaria non medica sia corrisposta una borsa di studio di importo pari a 4.773 euro lordi annui, da erogarsi mensilmente dalle
 università.  Perché il provvedimento sia operativo, è però necessario un ulteriore passaggio: un  decreto attuativo, da emanarsi da parte del presidente del Consiglio dei ministri, su proposta del ministro dell’Università e della ricerca, di concerto con il ministro della Salute e con il ministro dell’Economia e delle Finanze”, ricordano Fnomceo e Cao. Ma “ad oggi tale decreto non risulta ancora emanato scrivono Anelli e Senna - impedendo l’erogazione delle borse di studio previste dalla legge, nonché la pubblicazione dei bandi di ammissione ai corsi di studio e l’avviamento dell’anno accademico, ponendo così un freno all’ef icace programmazione dell’attività formativa”. Per i due presidenti “si rileva una situazione caratterizzata da una evidente disparità di trattamento a danno degli odontoiatri in formazione, i quali non ricevono un riconoscimento economico per il loro contributo all’erogazione di servizi, parte integrante del processo formativo”.  Anelli e Senna sottolineano inoltre che “il fabbisogno annuale di specializzandi di area odontoiatrica è rimasto stabile negli ultimi anni, fatto indicativo di una rilevante esigenza sul territorio nazionale; che l’attivazione del percorso formativo continua ad essere compromessa dall’assenza di una sostenibilità economica durante la  formazione, con importanti ricadute in termini economici per gli specializzandi e da ultimo, ma non meno importante, in termini di formazione specialistica, la quale è necessaria per accedere al Servizio sanitario nazionale, provocando di conseguenza forti criticità per la tenuta del servizio stesso; e che il ritardo nell’adozione dei provvedimenti attuativi rischia quindi di determinare la perdita di un intero anno formativo per numerosi studenti e di aggravare ulteriormente la carenza di professionisti sanitari specializzati nelle Regioni italiane”. “Posto che la formazione specialistica degli odontoiatri costituisce un segmento essenziale dell’assetto complessivo delle professioni sanitarie e della programmazione del fabbisogno del Servizio sanitario nazionale, nonché obiettivo necessario per la tutela del diritto alla formazione, la qualità dell’assistenza e per il rafforzamento dei servizi odontoiatrici sul territorio - concludono i vertici Fnomceo e Cao - si chiede di porre in essere le determinazioni volte a garantire l’attivazione delle scuole di specializzazione in ambito odontoiatrico, in coerenza con le esigenze del Servizio sanitario nazionale e con la valorizzazione delle professionalità sanitarie”.  ---End text---  Author: Redazione  Heading:   Highlight:   Image:IL BARESE FILIPPO ANELLI, PRESIDENTE DEI MEDICI ITALIANI -tit_org- La rivolta dei medici   -sec_org-
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		<tp:writer>REDAZIONE</tp:writer>
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		<title><![CDATA[Medici di famiglia contrari a diventare dei dipendenti = Medici sulle barricate ]]></title>
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		<description><![CDATA[<p style='color:#069;font-size:11px;font-style:italic;'><a href='http://gimbe.telpress.it/news/2026/04/26/2026042601980303833.PDF' target="_blank" ><img src='http://gimbe.telpress.it/images/help/PDF_16.png' align="left" border='0'/></a> Estratto da pag. 2 di <b>"TIRRENO" </b>  del 26 Apr 2026 </p><p style='color:#444;font-size:11px;'>I dottori di famiglia contrari alla riforma del ministro Schillaci «No al doppio canale con l'inquadramento da dipendenti»</p>]]></description>
		<pubDate>Sun, 26 Apr 2026 06:04:00 +0200</pubDate>
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		<tp:ocr><![CDATA[Lo scontro Medici di famiglia contrari a diventare dei dipendenti   Medici sulle barricate  I dottori di famiglia contrari alla riforma del ministro Schillaci «No al doppio canale con l’inquadramento da dipendenti»  Tutti contro la riforma del ministro Schillaci. I medici contestano la proposta di inquadramento come dipendenti e il doppio binario che il ministro della Salute ha presentato alle Regioni.  ? Paletti a pag. 2  ? di Francesco Paletti  «I  n Lombardia ci sono 160mila pazienti senza medico di famiglia, in Sardegna addirittura 600mila. In Toscana siamo su quota diecimila». Snocciola i dati Niccolò Biancalani, segretario regionale della Fimmg, la Federazione italiana dei medici di medicina generale. Per dire soprattutto una cosa: «È corretto parlare di emergenza e di penuria di medici se il dibattito è nazionale, ma in Toscana la crisi è più contenuta: l’abbiamo avuta, fra il 2022 e il 2023, e, già da tempo, si è cominciato a risolverla».  Nelle aree periferiche e montane, però, sale la protesta.  «È vero che in questi territori abbiamo qualche problema in più perché è complicato che i medici vi si trasferiscano, a meno che, ovviamente, non ci siano nati o cresciuti.  Ma anche lì siamo riusciti a intervenire proprio grazie alle Aft, le Aggregazioni funzionali territoriali di medici che in Toscana, insieme alla Regione, stiamo sostenendo tantissimo».  In che modo state intervenendo? «Chiedendo, a turno, ad alcuni medici dell’Aft di riferimento di andare a fare ambulatorio nelle comunità più periferiche, come alcune zone delle Apuane, della Valle del Serchio e dell’Amiata. Ovviamente con un incentivo economico».  In generale quanti medici di famiglia mancano in Toscana? «Oggi circa ottanta. Consideri che in Lombardia e Sardegna ne servirebbero, rispettivamente, più di 600 e circa 500. In Toscana, peraltro, la carenza diminuirà ulteriormente a brevissimo dato che a maggio entreranno in servizi i medici che hanno vinto il posto nel 2026. Noi l’emergenza vera l’abbiamo avuta tre o  quattro anni fa. Ma abbiamo messo in campo le strategie e gli interventi per affrontarla».  Che cosa è stato fatto? «In primo luogo, hanno funzionato le riforme fatte allora, come l’aumento degli studenti di medicina e delle borse di studio. A ciò, però, va aggiunto l’accordo integrativo regionale siglato un anno fa, capace di utilizzare gli strumenti contrattuali esistenti per rendere operative le Case di Comunità e le Aggregazioni funzionali territoriali...».  Ovvero? «Abbiamo puntato sul lavoro d’équipe portando le Aft nelle Case di Comunità. Lo stiamo facendo, soprattutto, grazie all’accordo integrativo con l’amministrazione regionale che ha previsto i rimborsi necessari per dotare le aggregazioni di medici di segretaria e infermiere, un contributo fondamentale per sgravare i medici da compiti burocratici  e altre incombenze, per dedicare più tempo ai pazienti. In Toscana stiamo costruendo un modello che funziona, ma è vero che il problema, a livello nazionale, è acuto: la questione centrale, però, è capire quali sono le cause del problema e, conseguentemente, andare alla ricerca delle soluzioni».  Ce lo dica lei: perché in Italia mancano medici di famiglia? «I giovani non lo vogliono più fare. Attenzione, non sto parlando in generale della professione medica: ci sono specializzazioni in cui i medici abbondano. E altri settori del Sistema sanitario nazionale nei quali vi sono carenze clamorose: è il caso nostro, ma anche dei pronto soccorso e della medicina d’urgenza. Andrebbero introdotti incentivi e interventi per rendere più appetibile il lavoro del medico di famiglia. Invece si va in direzione opposta...».   A cosa si riferisce? «Ai progetti di riforma presentati in questi giorni dal ministro Schillaci, ad esempio.  E, in generale, alle periodiche discussioni sul cambiamento del nostro inquadramento professionale: da liberi professionisti a dipendenti. O, comunque, un po’ e un po’, ossia la logica del doppio canale».  Perché, secondo voi, non va bene? «Chi ha scelto la medicina generale ha optato la libera professionale e l’
autonomia organizzativa ed è contro la dipendenza. Pensare di risolvere il problema della carenza dei medici proponendo loro ciò da cui fuggono è privo di ogni logica: allontanerebbe ancora di più i giovani medici e spingerebbe molti colleghi vicini alla pensione a uscire rapidamente dal sistema, aggravando una carenza assistenziale già oggi pesantissima». ?  «Anche nelle aree disagiate siamo riusciti a intervenire grazie alle Aft, le Aggregazioni territoriali di medici che in Toscana, insieme alla Regione, stiamo sostenendo tantissimo»  (Niccolò Biancalani)  ---End text---  Author: Francesco Paletti  Heading:   Highlight:   Image:I numeri  5 milioni senza medico in Italia  Sono 5 milioni, secondo i dati della Fondazione Gimbe, gli italiani senza medico di base: 160mila in Lombardia, 600mila in Sardegna, 10mila in Toscana.   5.700 i medici mancanti  5.700 i medici di medicina generale mancanti. Con un calo di oltre 5.000 medici tra il 2019 e il 2024, situazione aggravata da numerosi pensionamenti e bandi deserti, in particolare in Lombardia, Veneto e Campania.   -14% la riduzione dei medici  Tra il 2019 e il 2024 il numero dei medici di base è diminuito del 14%. Si prevedono ulteriori 8.000 pensionamenti entro il 2028. -tit_org- Medici di famiglia contrari a diventare dei dipendenti  Medici sulle barricate   -sec_org-
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		<tp:writer>Francesco Paletti</tp:writer>
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		<title><![CDATA[Nella salute il «tutti» prevalga sul «noi» ]]></title>
		<link>http://gimbe.telpress.it/news/2026/04/26/2026042602039003572.PDF</link>
		<description><![CDATA[<p style='color:#069;font-size:11px;font-style:italic;'><a href='http://gimbe.telpress.it/news/2026/04/26/2026042602039003572.PDF' target="_blank" ><img src='http://gimbe.telpress.it/images/help/PDF_16.png' align="left" border='0'/></a> Estratto da pag. 8 di <b>"CORRIERE SALUTE" </b>  del 26 Apr 2026 </p>]]></description>
		<pubDate>Sun, 26 Apr 2026 05:40:00 +0200</pubDate>
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		<category domain=""><![CDATA[POLITICA SANITARIA]]></category>
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		<tp:ocr><![CDATA[NELLA SALUTE IL «TUTTI» PREVALGA SUL «NOI»   I rischi che si corrono quando un concetto «sano» come quello di comunità scade nell’egoismo  I  n ambito sanitario basta menzionare la comunità e ci sentiamo subito a nostro agio. La comunità è vicina, non distante come il Ssn. Anche il welfare state evoca qualcosa di estraneo, non solo linguisticamente.  Invece la comunità è calda e promettente. Anche il Pnrr, nel capitolo dedicato alla Missione salute, ha individuato nella «casa di comunità» lo spiraglio di soluzione per i problemi che affliggono il servizio sanitario pubblico. La comunità come soluzione, dunque? Un articolo del New  York Times (22 febbraio 2026) ci induce a problematizzare il ricorso alla comunità, mettendo in evidenza anche il suo lato d’ombra. Lo spunto è lontano dalla nostra latitudine. Si tratta di quello che succede in una provincia marginale del Canada. Anche questo Paese, dotato di un servizio sanitario fra i più efficienti al mondo, sta attraversando un periodo di gravi difficoltà. La prima causa è la scarsità del personale sanitario. Nella regione presa in considerazione dall’articolo 1 cittadino su 4 non ha un medico di famiglia. Le comunità locali si attivano per porre rimedio, cercando di attrarre i professionisti. Propongono, oltre a bonus economici allettanti, anche benefit fantasiosi: dalla macchina gratuita al «consierge service», un dipendente a disposizione per risolvere tutti i problemi pratici. Naturalmente c’è la pesca a strascico tra tutti i Paesi che possono offrire medici; nel caso del Canada privilegiata è la Nigeria. Il risultato è che le comunità più ricche attraggono i pochi medici disponibili: provincia contro provincia, città contro città. L’articolo in questione evoca una specie di «Hunger Games» tra le comunità: sopravvive la più equipaggiata.  Emerge qui il lato meno auspicabile della comunità, quello che si traduce in un’aggregazione di interessi: «Prima i nostri». Quando questo atteggiamento si riversa nella cura, può dar luogo a una gara per l’accaparramento delle risorse e per assicurarsi priorità. È l’antitesi stessa dello spirito che deve animare la cura, il cui mondo ha diversi aspetti. In quello che ha luogo nel mondo familiare - che si esprime soprattutto attraverso i caregiver o persone accudenti – la preferenza data ai propri intimi è strutturale. Ma diverso è lo spirito che deve animare la sanità pubblica.  Questa ci induce ad abbandonare particolarismi e preferenze; considera gli esseri umani nella maniera più universale, indipendentemente da nuclei affettivi e di appartenenza.  Il «noi» si deve innalzare per abbracciare i «tutti». È per questo che identifichiamo nella medicina, che da sempre ha fatto proprio questo ideale, uno dei vertici più alti del vissuto umano. La comunità che privilegia i suoi deve essere controbilanciata da una visione universalistica: quella che il servizio sanitario nazionale non può e non deve cessare di proporre. La comunità come soggetto della cura? Sì, certo; ma senza che venga mai meno ciò che ci aspettiamo dallo Stato.  ---End text---  Author: Sandro Spinsanti  Heading:   Highlight: ?  Ciò che accade in Paesi con welfare simile al nostro può servire da monito per comprendere il valore dell’universalismo dei servizi  Image: -tit_org- Nella salute il «tutti» prevalga sul «noi»   -sec_org-
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		<tp:writer>Sandro Spinsanti</tp:writer>
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		<title><![CDATA[«Riforma-disastro dei medici di base» ]]></title>
		<link>http://gimbe.telpress.it/news/2026/04/26/2026042601954703577.PDF</link>
		<description><![CDATA[<p style='color:#069;font-size:11px;font-style:italic;'><a href='http://gimbe.telpress.it/news/2026/04/26/2026042601954703577.PDF' target="_blank" ><img src='http://gimbe.telpress.it/images/help/PDF_16.png' align="left" border='0'/></a> Estratto da pag. 7 di <b>"GAZZETTA DEL MEZZOGIORNO" </b>  del 26 Apr 2026 </p><p style='color:#444;font-size:11px;'>De Maria (Fimmg): «Il presidente della Regione Decaro fermi questo scempio»</p>]]></description>
		<pubDate>Sun, 26 Apr 2026 05:40:00 +0200</pubDate>
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		<category domain=""><![CDATA[POLITICA SANITARIA]]></category>
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		<tp:ocr><![CDATA[«Riforma-disastro dei medici di base» De Maria (Fimmg): «Il presidente della Regione Decaro fermi questo scempio»  l «Così si distrugge la sanità territoriale a vantaggio di quella privata», tuona Luigi Nigri, vicepresidente nazionale Fimp-Federazione Italiana Medici Pediatri e segretario regionale per la Puglia. «Intervenga il presidente della Regione, Antonio Decaro, e fermi questo scempio», chiede Antonio De Maria, segretario regionale della Fimmg-Federazione italiana medici di medicina generale.  La bozza di decreto-legge che ridisegna la medicina generale sui territori ha scatenato le ire dei “camici” di tutta Italia. A spolettare la protesta è stato, mercoledì, il ministro della Salute, Orazio Schillaci, che ne ha illustrato i contenuti con sei diapositive portate in Conferenza delle Regioni (prima le aveva condivise con le Regioni di centrodestra).  LA RIFORMA -Fulcro della riforma sono le Case di Comunità (CdC), che – grazie al Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza – dovrebbero sorgere sul territorio nazionale in un numero almeno pari a 1.288 (in Puglia 86 e in Basilicata 12). Lì dovrebbero convergere i pazienti (deflazionando gli accessi ai pronto soccorso) per trovare una sorta di comunità sanitaria complessa formata dal medico di medicina generale, dal pediatra di libera scelta, ma anche da infermieri e specialisti d’ogni sorta, oltre che servizi anche socio-assitenziali.  La bozza di riforma Schillaci, affianca, quindi ai medici convenzionati, dei medici dipendenti. I primi saranno comunque soggetti a una riforma che - stando alle diapositive del ministro prevede «obblighi minimi strutturali cambiando la modalità di remunerazione da assistito a obiettivo: attività programmata nelle Case della Comunità; partecipazione effettiva alla rete territoriale; utilizzo di sistemi informativi interoperabili; presa in carico dei cronici e fragili; audit, verifiche e monitoraggio; lavoro integrato con infermieri, amministrativi, specialisti e servizi territoriali».  La «dipendenza selettiva», invece, «serve per coprire le funzioni a maggiore intensità organizzativa: CdC hub; CdC spoke (presidi sanitari territoriali di prossimità aperti 12 ore al giorno, 6 giorni su 7; ndr) individuate dalla Regione; continuità assistenziale integrata; coordinamento territoriale; presa in carico strutturata».  Secondo l’architettura delineata da Schillaci «nella fase transitoria, le aziende e gli enti del SSN possono assumere a tempo indeterminato i medici già operanti nella medicina generale che possiedano anche una specializzazione. L’accesso avviene: su base volontaria; nei limiti dei contingenti programmati; per le funzioni territoriali strutturate».  SERRATE CRITICHE -Proprio sul fatto che con questa riforma verrebbero discriminati, nell’accesso alla «dipendenza selettiva», i medici di medicina generale che non hanno potuto conseguire una specializzazione  perché la legge gliel’ha vietato per anni, oltre che sul rischio che venga meno il rapporto fiduciario medico-paziente si sono appuntate le critiche di Filippo Anelli (presidente della Fnomceo-Federazione Nazionale degli Ordini dei Medici Chirurghi e degli Odontoiatri), nell’intervista pubblicata ieri su queste pagine. Oggi Luigi Nigri, vicepresidente nazionale Fimp-Federazione Italiana Medici Pediatri e segretario regionale per la Puglia, va oltre. A suo avviso «questa proposta di riforma crea soltanto confusione, destabilizzerà il sistema, non ci saranno più ruoli chiari e questo comporterà che ci sarà un unico vincitore, la sanità privata. E infatti è una riforma studiata e proposta proprio da due regioni, Lombardia e Lazio». «Molto grave è che non ci  siano state interlocuzioni - afferma - E poi, con questa riforma pensano forse di mettere una “pezza” sulle case di comunità che non stanno partendo in tutta Italia? A giugno dovrebbero essere pronte e si è deciso di riempirle con i medici di famiglia? E i pediatri ci sono? Io a Bisceglie non ho una casa di comunità.  Cosa accadrà ai nonnetti che ne avranno una a chilometri di distanza? Se vuoi potenziare le case di comun
ità ti siedi al tavolo.  Perché anche i medici hanno responsabilità, ma se li coinvolgi hanno le proposte». Quali? «Per esempio - dice Nigri - noi in Puglia abbiamo un modello straordinario: dalle 8 alle 20 un pediatra lo trovi tutti i giorni dell’anno. E allora troviamo una formula anche per l’adulto, anziché fare una riforma che creerà solo  liste d’attesa davanti alle case di comunità». «Poi - conclude - non tocchiamo un altro tasto, sono 2-3 anni che vediamo un costante spostamento di prestazioni alle farmacie e non mi si dica che il farmacista può fare il medico.  Case di comunità e farmacie, davvero questo è il tipo di sanità che si vuole?».  Super-critico è Antonio De Maria, segretario Fimmg in una regione, la Puglia, che «attraverso l’accordo integrativo regionale, ha intrapreso un percorso lungimirante e innovativo, introducendo standard organizzativi qualificanti, tra cui l’obbligo del personale di studio per i medici operanti sul territorio regionale».  «Chiediamo al presidente Antonio Decaro e all’assessore Donato Pentassuglia di sostenere la medicina generale pugliese - dice - e di farsi portavoce del dissenso sulla bozza di decreto, per scongiurare una riforma inutile e dannosa per il sistema sanitario e per i cittadini». Secondo De Maria, «la Puglia dovrebbe farsi sentire, con forza, in Conferenza Stato-Regioni». Alla Gazzetta spiega che «ci sono state interlocuzioni sia con Decaro sia con Pentassuglia. Con quest’ultimo ho parlato io personalmente e mi ha anticipato che anche Decaro non condivide la bozza di decreto e le modalità con cui è stata fatta. Hanno appreso anche loro dalla stampa. Non c’è stato confronto con le organizzazioni sindacali e le Regioni non sono state sentite, questa è un’anomalia grossa».  ingrosso@gazzettamezzogiorno.it  ---End text---  Author: MARISA INGROSSO  Heading:   Highlight: «UN REGALO AL PRIVATO» Luigi Nigri, vicepresidente nazionale Fimp-Federazione Italiana Medici Pediatri e segretario regionale: danni ai cittadini   «MODALITÀ IRRITUALI» «Non c’è stato alcun confronto con le organizzazioni sindacali e le Regioni non sono state sentite, questa è un’anomalia grossa»  Image:SALUTE A destra dall’alto: Luigi Nigri, vicepresidente nazionale Fimp-Federazione Italiana Medici Pediatri e segretario regionale per la Puglia e Antonio De Maria, segretario regionale della Fimmg-Federazione italiana medici di medicina generale -tit_org- «Riforma-disastro dei medici di base»   -sec_org-
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		<title><![CDATA[Età biologica nuova misura della salute ]]></title>
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		<description><![CDATA[<p style='color:#069;font-size:11px;font-style:italic;'><a href='http://gimbe.telpress.it/news/2026/04/26/2026042602038403570.PDF' target="_blank" ><img src='http://gimbe.telpress.it/images/help/PDF_16.png' align="left" border='0'/></a> Estratto da pag. 20 di <b>"GIORNALE" </b>  del 26 Apr 2026 </p><p style='color:#444;font-size:11px;'>Dalla medicina dello sport un modello che integra scienza, prevenzione e welfare</p>]]></description>
		<pubDate>Sun, 26 Apr 2026 05:40:00 +0200</pubDate>
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		<tp:ocr><![CDATA[PREVENZIONE E LONGEVITÀ La FMSI punta su stili di vita attivi come leve per la sostenibilità del sistema Paese  Età biologica nuova misura della salute Dalla medicina dello sport un modello che integra scienza, prevenzione e welfare  Andare oltre l’età anagrafica per leggere davvero lo stato di salute delle persone: è questa la prospettiva che sta ridefinendo il modo di affrontare prevenzione e longevità.  La medicina dello sport introduce il concetto di età biologica, un indicatore che misura la reale efficienza dell’organismo, offrendo una chiave di lettura più concreta rispetto al semplice dato anagrafico.  Il contesto in cui questa visione si inserisce è quello di un Paese che ha conquistato livelli di longevità tra i più alti al mondo. Secondo i dati Istat, la speranza di vita supera gli 83 anni, ma questo progresso si accompagna a una trasformazione profonda: con l’aumento dell’età media crescono anche le malattie cronico-degenerative, che rappresentano la principale causa di morte. Tumori e patologie cardiovascolari, un tempo marginali, incidono oggi per quote sempre più rilevanti, mentre aumenta la diffusione di condizioni croniche e della multimorbilità, che coinvolge milioni di persone soprattutto nelle fasce più anziane. È il passaggio da una medicina della sopravvivenza a una medicina della qualità della vita.  Per comprendere il significato di età biologica basta un’immagine semplice: due auto identiche, stesso anno e stesso utilizzo in termini di chilometri, ma guidate in modo diverso. Dopo dieci anni, una appare ancora efficiente, l’altra usurata.  Lo stesso accade nell’uomo: a parità di età anagrafica, stili di vita differenti determinano condizioni di salute profondamente diverse. Anche individui con identico patrimonio genetico possono evolvere in modo opposto, mostrando come prevenzione e comportamenti incidano in  maniera determinante sul percorso di salute.  In questo scenario si inserisce il lavoro della Federazione Medico Sportiva Italiana (FMSI) e la visione del suo presidente Maurizio Casasco, che da anni richiama l’attenzione sulla necessità di integrare le conoscenze scientifiche nei processi decisionali. «Oggi con l’allungamento della vita, dobbiamo pensare a costruire un sistema integrato, nel quale le conoscenze scientifiche siano messe a disposizione di tutte le politiche pubbliche, non solo quelle sanitarie ma anche quelle educative, ambientali, urbanistiche, sociali ed economiche, come un fattore strategico non solo per il miglioramento della salute e della qualità della vita del singolo, ma anche per la sostenibilità del sistema-Paese», ha sottolineato, indicando una direzione che supera i  confini tradizionali della sanità.  La possibilità di misurare l’età biologica consente infatti di intervenire in modo mirato, anticipando i rischi e rallentando l’evoluzione delle patologie croniche. Monitorare non solo i parametri clinici ma anche quelli funzionali significa dotarsi di strumenti utili non solo per  la medicina, ma anche per la definizione di politiche pubbliche più efficaci, dalla gestione della sanità a quella previdenziale. In questa prospettiva, la salute diventa un indicatore dinamico, legato ai comportamenti e agli stili di vita.  La leva principale resta la prevenzione. L’esercizio fisico, se prescritto e monitorato dallo specialista in medicina dello sport, si configura come un vero e proprio strumento terapeutico, capace di incidere su numerose patologie croniche. Promuovere stili di vita attivi significa ridurre la pressione sui servizi sanitari, contenere i costi sociali e sostenere l’equilibrio del welfare. Non è solo una questione individuale, ma un investimento collettivo.  Le evidenze scientifiche più recenti rafforzano questo approccio.  Gli studi epigenetici dimostrano come l’attività fisica possa influenzare l’espressione dei geni ancor prima del concepimento e incidere anche sulle generazioni future, mentre la sedentarietà contribuisce alla diffusione dei fattori di rischio. In Italia la crescita di obesità, diabete e ipertensione conferma come gli stili di
 vita rappresentino una variabile decisiva per lo stato di salute.  Il modello promosso dalla Federazione Medico Sportiva Italiana punta a integrare valutazioni clinico-funzionali, educazione motoria e diffusione della cultura della prevenzione, spostando l’attenzione dalla cura alla predizione. L’adozione di criteri basati sull’età biologica, infatti, potrebbe contribuire a ridefinire parametri come l’età pensionabile o i modelli assicurativi, rendendoli più aderenti alle reali condizioni delle persone. Anche piccoli cambiamenti, infatti, possono produrre effetti significativi per il benessere individuale.  ---End text---  Author: Ranieri d’Ascanio  Heading:   Highlight: Superare il dato anagrafico per valutare davvero il benessere delle persone. Casasco: «Un approccio per mettere la scienza al servizio delle politiche pubbliche»  Image:Maurizio Casasco, presidente della Federazione italiana (FMSI) ed europea (EFMSA) di Medicina dello Sport, è tra i promotori di un approccio che integra medicina, prevenzione e politiche pubbliche. Al centro, il concetto di età biologica e la valutazione funzionale come mezzo per leggere lo stato di salute, orientare gli interventi e contribuire alla sostenibilità del sistema sanitario -tit_org- Età biologica nuova misura della salute   -sec_org-
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		<tp:writer>Ranieri d'Ascanio</tp:writer>
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		<title><![CDATA[Se l'ottusità burocratica vince sulla Legge dell'Umanità ]]></title>
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		<description><![CDATA[<p style='color:#069;font-size:11px;font-style:italic;'><a href='http://gimbe.telpress.it/news/2026/04/26/2026042602038503571.PDF' target="_blank" ><img src='http://gimbe.telpress.it/images/help/PDF_16.png' align="left" border='0'/></a> Estratto da pag. 31 di <b>"STAMPA" </b>  del 26 Apr 2026 </p>]]></description>
		<pubDate>Sun, 26 Apr 2026 05:40:00 +0200</pubDate>
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		<tp:ocr><![CDATA[In questa triste vicenda sarebbe bastato un minimo di coraggio  Se l’ottusità burocratica vince sulla Legge dell’Umanità  IL COMMENTO RAFFAELLA ROMAGNOLO  S  iamo abituati bene.  Se capita un incidente e finiamo al pronto soccorso, a nessuno viene in mente di chiederci la carta di credito. Se ci viene un ictus, un infarto, un cancro; se finiamo nelle spire di una malattia cronica per la quale le terapie costano un occhio, a nessuno viene in mente di chiederci il numero della polizza assicurativa come fossimo in un medical drama hollywoodiano. Sì, siamo abituati bene, ma non è mica gratis. Il diritto alla salute discende dritto dall’articolo 32 della Costituzione, e val la pena citare parola per parola almeno il primo comma: «La Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività, e garantisce cure gratuite agli indigenti». Non è gratis, dicevo, e in questi giorni di primavera antifascista anche i più distratti avranno ripassato quanto ci è costata cara, questa benedetta Costituzione. E neanche basta da sola, la carta fondamentale, a garantirci il diritto alle cure.  Se siamo abituati così bene, lo dobbiamo al gran lavoro legislativo che, su iniziativa dell’onorevole Tina Anselmi, ha portato all’entrata in vigore, alla fine del 1978, della legge numero 883, istitutiva del Servizio Sanitario Nazionale. Io avrei compiuto otto anni di lì a poco e avevo già imparato a dire “mutua” per dire il dottore, né da allora non ho mai smesso, memore di un mondo più difficile, dove la salute non era per tutti, ma solo per i lavoratori e i loro famigliari obbligatoriamente iscritti, appunto, alla mutua. Quindi sì, siamo abituati bene, molto bene, anche se, ogni tanto, giustamente ci lamentiamo delle cose che non vanno. E tanto quello che funziona quanto quello che potrebbe funzionare meglio non sono gratis: le cure si pagano con le tasse che tutti dovremmo versare. Uno dei pochi doveri – pagarle - in una Costituzione zeppa di diritti. Anche per questo dovremmo tenercela ben stretta, lei e il Sistema Sanitario Nazionale prezioso corollario.  Ora, anche se noi siamo abituati bene, io lo capisco che non dappertutto funziona così, e capisco anche che in Svizzera ci saranno leggi che stabiliscono che il servizio sanitario si paga, che la carta di credito ci vuole, che la polizza assicurativa è indispensabile. E capisco che ci siano  funzionari che queste leggi svizzere sono tenuti ad applicarle, col risultato che a noi arriva il conto indegno che sappiamo. Aggiungo anche che io, in generale, nelle leggi ci credo eccome, sono i pilastri che sostengono la complicata architettura del vivere insieme. Però so anche che, da qualche migliaio di anni, si discute animatamente della necessità di rispettarle. Secondo Creonte, che governava a Tebe, il cadavere di Polinice, reo di aver attaccato la città, doveva essere lasciato insepolto alla mercé degli animali. Queste le leggi in vigore all’epoca sua. Secondo la sorella di Polinice, Antigone, il corpo andava invece sepolto. C’era, per lei, una Legge superiore alle leggi, così la donna disubbidì all’autorità, fece quel che credeva giusto e diede sepoltura al corpo. Non finì bene per nessuno, in questa tragedia del V secolo avanti Cristo, ma quello che conta, quello che è rimasto a noi posteri, è il gesto, il coraggio e il senso altissimo e umanissimo insieme della disubbidienza di Antigone.  Ecco, in questa triste vicenda minima di fatture da saldare, che poi sono quattro soldi tanto nel bilancio elvetico quanto in quello italiano, ci sarebbe voluto un pochino di quel coraggio. Un piccolo scatto d’orgoglio da parte di qualche solerte impiegato. Un alzare la testa, un raddrizzare le spalle da parte di un contabile addetto a far quadrare i conti.  Un po’ di lungimiranza in chi ha autorizzato la pratica. Poca, pochissima. Perché Creonte aveva senz’altro le sue ragioni, e infatti ancora se ne discute, ma l’umanità sta di sicuro al fianco di Antigone. —  ---End text---  Author: RAFFAELLA ROMAGNOLO  Heading:   Highlight: Nel nostro Paese siamo abituati be
ne Le cure sono garantite dalla Costituzione  Image:Il memoriale Dopo il rogo di Crans Montana, fuori dal bar era stato improvvisato un memoriale fatto di candele, fiori e messaggi in ricordo delle vittime della tragedia di Capodanno S La vicenda e le polemiche  La strage La notte di capodanno nel rogo di un bar di Crans-Montana, trasformato in discoteca, muoiono 41 persone, 115 i feriti  I ricoveri Sono una quindicina i ragazzi italiani che sono stati feriti e curati inizialmente negli ospedali svizzeri  Le spese Il governo di Berna ha presentato ai familiari il conto delle cure mediche per i quattro feriti italiani: centomila euro  La scarcerazione I ritardi nelle indagini e il ritorno in libertà del titolare del locale, Jacques Moretti, avevano già scatenato l’ira di Meloni -tit_org- Se l'ottusità burocratica vince sulla Legge dell'Umanità   -sec_org-
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		<tp:writer>RAFFAELLA ROMAGNOLO</tp:writer>
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		<title><![CDATA[Crans, sela Svizzera viola la Legge dell'Umanità = Crans vergogna svizzera ]]></title>
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		<description><![CDATA[<p style='color:#069;font-size:11px;font-style:italic;'><a href='http://gimbe.telpress.it/news/2026/04/26/2026042601958303613.PDF' target="_blank" ><img src='http://gimbe.telpress.it/images/help/PDF_16.png' align="left" border='0'/></a> Estratto da pag. 18 di <b>"STAMPA" </b>  del 26 Apr 2026 </p>]]></description>
		<pubDate>Sun, 26 Apr 2026 05:42:00 +0200</pubDate>
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		<tp:ocr><![CDATA[Crans, se la Svizzera vìola la Legge dell’Umanità   LA POLEMICA   Crans  vergogna svizzera   Parcelle mediche inviate in Italia, il silenzio delle autorità elvetiche L’ambasciatore Cornado assicura: “Né le famiglie né Roma pagheranno”  S  iamo abituati bene. Se capita un incidente e finiamo al pronto soccorso, a nessuno viene in mente di chiederci la carta di credito. Se finiamo nelle spire di una malattia cronica per la quale le terapie costano un occhio, nessuno ci chiede il numero della polizza assicurativa. ZANCAN – PAGINE 18 E 19  IL CASO  NICCOLÒ ZANCAN  N  on è una questione di forma. Però così la Svizzera definisce l’accaduto: «Un disguido». Oppure: «Un errore procedurale». Spiegano, fra mille cautele e richieste di anonimato, che mandare il conto delle spese mediche alle famiglie dei ragazzi ricoverati - solo per qualche giorno - dopo il rogo di Crans-Montana è la prassi: «Serve nel caso uno voglia inviare la documentazione alla propria assicurazione». Ma Andrea Costanzo, il padre di Chiara Costanzo, morta all’età di 16 anni in quella notte terribile del primo dell’anno, la pensa diversamente: «Nessuna umanità da parte dello Stato Svizzero». Oppure Giuseppe Tamburi, padre di Giovanni, anche lui uno dei ragazzi che non sono tornati a casa, dice: «Sembra proprio un’idiozia. Una cosa talmente pazzesca, che saranno costretti a rettificarla». Uno di quelli che ha ricevuto quel conto da pagare è il padre di Manfredi Marcucci, 75 mila euro per 15 ore di ricovero all’ospedale di Sion: «Abbiamo calcolato. Sono 4 mila franchi svizzeri all’ora. E  nemmeno per un intervento chirurgico, ma per stabilizzare mio figlio prima del trasferimento in Italia. Ho pensato a cosa potrebbe succedere ai genitori di Elsa Rubino, che purtroppo è dovuta rimanere all’ospedale di Zurigo fino al 26 febbraio». È stato proprio Umberto Marcucci, dopo essersi consultato con l’ambasciatore italiano in Svizzera Lorenzo Conrado, a sollevare la questione: «Abbiamo capito che quei soldi non li chiederanno a noi genitori, ma forse intendono chiederli al servizio sanitario italiano. È comunque qualcosa di inaccettabile. Io mi sono fatto l’idea che la Svizzera funzioni bene fino a quando sta nell’ordinario, ma il sistema va in crisi negli eventi eccezionali. Non avevano neanche i posti letto per accogliere tutti i feriti. E infatti, siamo stati noi italiani, o meglio i medici del Niguarda, a prendersi cura anche di tre ragazzi svizzeri. Ecco cosa si vede nitidamente: che il nostro sistema sanitario, cioè la sanità pubblica italiana, di fronte a queste emergenze è un’eccellenza.  Quello che manca alla Svizzera è l’empatia. Mandare le fatture è un errore. Così come ho trovato sbagliato che facciano ripetere l’anno ai ragazzi che hanno perso mesi di studio per il ricovero in ospedale. In Italia c’è più umanità».  Provare a spiegare tutto questo nel cantone di Sion non è facile. I rapporti diplomatici fra Svizzera e Italia sono ai minimi storici. Chiediamo un commento all’ambasciatore svizzero in Italia, Roberto Balzaretti, ma la  risposta della sua portavoce è questa: «In questo momento l’ambasciatore preferisce non rilasciare interviste ai media».  Chiediamo una dichiarazione al deputato Giorgio Fonio: «Ho deciso di non esprimermi sull’argomento». Anche altri deputati svizzeri glissano. C’è solo una nota burocratica dell’Ufficio federale per le assicurazioni speciali, dove si ribadisce che quella è la procedura: «Le disposizioni sull’assistenza reciproca internazionale si applicano anche alle vittime di Crans-Montana».  Così si torna all’inizio. Alle parole che vengono dette informalmente: «Non era nelle intenzioni dell’ospedale chiedere soldi ai genitori dei ragazzi, c’è stato un problema di procedura. Quelle fatture non dovevano essere spedite. E infatti,  solo tre copie sono partite per errore». Eccola, finalmente, la parola «errore».  L’assessore al Welfare della Regione Lombardia, Guido Bertolaso, dice: «È una richiesta abominevole». Mentre l’ambasciatore italiano in Svizzera, Lorenzo Cornado, rassicura tutti: «Le famiglie non dovranno pagare n
ulla. Questo è assodato, lo hanno ribadito anche le stesse autorità locali. È certo al cento per cento. Così come l’esborso del ministero della Salute italiano sarà pari a zero. Non c’è nulla da negoziare: in questo caso la convenzione non si applica». Resta, tuttavia, il caso diplomatico, la forma e la sostanza: «Credo che siano incomprensioni dovute a mentalità e aspettative diverse». —  ---End text---  Author: RAFFAELLA ROMAGNOLO  Heading: LA POLEMICA  Highlight: “  Giuseppe Tamburi  “  Umberto Marcucci  “  Andrea Costanzo  Padre di Giovanni, una delle vittime  Padre di Manfredi, uno dei feriti  Padre di Chiara, una delle vittime  Sembra proprio un’idiozia. Una cosa talmente pazzesca che saranno costretti a rettificarla  Mi hanno quantificato un conto da 4 mila franchi svizzeri l’ora Il tutto solo per stabilizzare mio figlio  Con quei conti delle spese mediche lo Stato svizzero ha dimostrato di non avere nessuna umanità   di a cieuo, eaS Lo scontro  1  Le fatture Le prime fatture delle spese mediche sostenute dall’ospedale di Sion e legate alla strage di Crans-Montana arrivano il 24 aprile La cassa malati svizzera ha quantificato un importo di 108 mila euro  2  Le reazioni Oltre allo sdegno degli stessi familiari dei ragazzi rimasti feriti nel Constellation, la presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, ha definito la richiesta «ignobile», e confermato l’intenzione di respingerla  3  La motivazione Le autorità italiane, tra cui il ministro degli Esteri Antonio Tajani, hanno espresso sconcerto, ricordando che l'Italia oggi come in passato ha curato gratuitamente i cittadini svizzeri coinvolti in casi analoghi  Image:Nessun controllo Dalle indagini dopo il rogo è emerso che Le Constellation non ha subito controlli antincendio per almeno cinque anni prima della notte di Capodanno in cui morirono 41 persone MAXIME SCHMID / AFP -tit_org- Crans, sela Svizzera viola la Legge dell'Umanità   Crans vergogna svizzera   -sec_org-
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