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		<title>Rassegna online</title>
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		<title><![CDATA[La sanità di prossimità in Italia resta indietro rispetto ai principali modelli europei  ]]></title>
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		<description><![CDATA[<p style='color:#069;font-size:11px;font-style:italic;'><a href='http://gimbe.telpress.it/news/2026/04/07/2026040703258607451.PDF' target="_blank" ><img src='http://gimbe.telpress.it/images/help/PDF_16.png' align="left" border='0'/></a> Estratto da pag. 1 di <b>"altovicentinonline.it" </b>  del 07 Apr 2026 </p>]]></description>
		<pubDate>Tue, 07 Apr 2026 10:08:00 +0200</pubDate>
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		<tp:url><![CDATA[https://www.altovicentinonline.it/rubriche/salute/la-sanita-di-prossimita-in-italia-resta-indietro-rispetto-ai-principali-modelli-europei/]]></tp:url>
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		<tp:ocr><![CDATA[«L’Europa ha costruito una sanità territoriale che filtra, accompagna e previene. L’Italia continua a inseguire l’emergenza». Esordisce così nella sua analisi Antonio De Palma, Presidente Nazionale del Nursing Up. «A fronte di un fabbisogno ormai cronico di 175mila infermieri rispetto agli standard del Vecchio Continente, e di più di 20mila infermieri di famiglia indicati da Agenas, il nodo non è solo quantitativo ma strutturale: è il nostro modello organizzativo che non riesce a decollare», continua De Palma.IL FILTRO CHE NON C’È: IL “GATEKEEPING” E LA PRESSIONE SUI PRONTO SOCCORSONei sistemi europei più avanzati – Danimarca, Paesi Bassi, Norvegia – il primo accesso non è il pronto soccorso ma una rete di cure primarie attiva anche fuori dall’orario tradizionale (Primary Care Out-of-Hours e gatekeeping strutturato). In questi modelli tra il 70% e l’80% dei casi a bassa complessità viene gestito sul territorio con triage, medicazioni e follow-up immediato.Il risultato è una riduzione degli accessi impropri al pronto soccorso del 25-30% (OCSE – Health at a Glance).In Italia, invece, il PS resta la principale porta d’ingresso anche per prestazioni di base: i codici minori continuano a riversarsi sull’emergenza-urgenza, con effetti diretti devastanti su sovraccarico lavoro infermieri, tempi di attesa e gestione dei casi critici.È lo stesso schema che si ripete anche nel passaggio ospedale-territorio.DIMISSIONI SENZA CONTINUITÀ: IL NODO DELLA “TRANSITIONAL CARE”Nei modelli europei la dimissione è un processo strutturato: viene pianificata almeno 48 ore prima ed è accompagnata da una presa in carico immediata sul territorio. Le strutture intermedie non sono “mini ospedali” ma nodi di stabilizzazione e riabilitazione inseriti in un percorso continuo.La letteratura internazionale evidenzia che questo approccio riduce le riammissioni entro 30 giorni del 15-20%(OCSE; studi internazionali su integrated care).In Italia il passaggio resta spesso discontinuo: il paziente dimesso non trova una presa in carico immediata e il rischio è un cortocircuito assistenziale che incide sull’efficienza complessiva del sistema, come evidenziato anche dai monitoraggi Agenas sulla rete territoriale.Lo squilibrio diventa ancora più evidente nella gestione della cronicità.CRONICITÀ: UNA DOMANDA CHE CRESCE PIÙ DEL SISTEMAIl ritardo italiano emerge con ancora maggiore evidenza nella gestione delle patologie croniche. Nei Paesi del Nord Europa – Danimarca e Paesi Bassi in particolare – il modello è proattivo: il paziente viene monitorato a domicilio e seguito nel tempo, intercettando le riacutizzazioni prima che diventino emergenze. Questo consente una riduzione dei costi fino al 20% grazie alla prevenzione dei ricoveri evitabili.In Italia il sistema resta prevalentemente reattivo. Secondo l’Istituto Superiore di Sanità oltre il 57% degli over 65presenta almeno una patologia cronica, mentre le malattie croniche rappresentano oltre il 70% del carico di malattianei Paesi sviluppati (OMS).Il quadro demografico è tra i più complessi d’Europa: gli over 65 sono circa il 24,5% della popolazione (Eurostat), gli ultraottantenni superano i 4,5 milioni (ISTAT) e le proiezioni indicano che entro il 2030 la quota over 65 si avvicinerà al 30% (Commissione Europea – Ageing Report).A questo si aggiunge l’invecchiamento del personale sanitario, con una quota rilevante di infermieri sopra i 50 anni(OCSE – Health at a Glance). In questo contesto, il rapporto infermieri/medici – circa 1,5 contro una media europea di 2,5 – limita la possibilità di sviluppare una presa in carico continuativa.UN PAESE A DUE VELOCITÀ E UNA RETE PNRR ANCORA DA COMPLETAREIl divario territoriale è strutturale: la mobilità sanitaria interregionale ha superato i 5 miliardi di euro annui (Agenas; Fondazione GIMBE), con un flusso prevalente dal Mezzogiorno verso il Centro-Nord. Oltre il 90% del saldo attivo si concen
tra in poche regioni del Nord.La rinuncia alle cure supera il 9% della popolazione (ISTAT) e i bisogni sanitari insoddisfatti risultano più elevati nel Sud (Eurostat).Le analisi GIMBE sullo stato di attuazione della Missione Salute del PNRR evidenziano criticità nella realizzazione della rete territoriale e una forte disomogeneità tra regioni, mentre i dati Agenas confermano ritardi nell’attivazione operativa dei servizi e nella piena integrazione tra ospedale e territorio, con il rischio concreto che l’infrastruttura venga realizzata senza un modello organizzativo in grado di farla funzionare.IL COSTO DEL MODELLO: L’INEFFICIENZA CHE GENERA DEFICITIn questo quadro pesa un’impostazione ancora fortemente medico-centrica, che concentra attività e funzioni sui livelli più costosi dell’assistenza e riduce lo spazio operativo delle professioni dell’assistenza nei percorsi territoriali.Il risultato è un sistema che utilizza risorse ad alta intensità e alto costo anche per bisogni a bassa complessità, generando un deficit organizzativo ed economico strutturale.I dati lo confermano: con un rapporto infermieri/medici fermo tra 1,3 e 1,5, contro una media europea tra 2,2 e 2,7(OCSE – Health at a Glance Europe 2024), l’Italia si colloca tra i sistemi meno efficienti nella distribuzione delle competenze.Nei modelli europei più evoluti, questo equilibrio consente di ridurre ricoveri evitabili, complicanze e costi, con evidenze che indicano risparmi fino al 20% nei modelli assistenziali basati su una maggiore integrazione delle professioni infermieristiche (Health Policy – Maier & Aiken).In Italia, al contrario, lo squilibrio si traduce in maggiore pressione sugli ospedali, più accessi impropri e un aumento dei costi legati alle inefficienze, con un impatto diretto sulla sostenibilità complessiva del sistema.SERVE UN CAMBIO DI MODELLO: DALL’EMERGENZA ALLA PRESA IN CARICO«Continuare a leggere la crisi solo come carenza di personale – sostiene De Palma – è riduttivo. Il punto è che il nostro modello territoriale non è stato progettato per funzionare in modo integrato. Senza una rete capace di filtrare, accompagnare e prevenire, continueremo ad avere ospedali sotto pressione e territori fragili».Il confronto europeo dimostra che dove esiste una rete territoriale strutturata si riducono gli accessi impropri, si abbassano le riammissioni e si contengono i costi.L’Italia ha oggi risorse e strumenti – anche attraverso il PNRR – per colmare questo divario. La priorità è trasformare queste risorse in organizzazione reale: rafforzare il personale, attivare pienamente la rete territoriale e garantire continuità assistenziale.Solo così la sanità di prossimità può diventare non il punto di maggiore fragilità del sistema, ma il suo primo vero presidio.«Senza un cambio strutturale, il rischio è continuare a finanziare una sanità che rincorre l’emergenza invece di governarla», conclude De Palma.Per ricevere informazioni scrivici a: redazione@thieneonline.italtovicentinonline.it | Giornale online dell’AltoVicentino | Reg. Tribunale di Vicenza n°1246/2011 | Registro Stampa del 08/03/2011Copyright © 2015 Thieneonline di Bandiera Rosa | Tutti i diritti riservati. P.IVA 03770030249Un altro progetto di  | © All rights reserved.   
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		<title><![CDATA[Sanità di Prossimità, Nursing Up: “Italia in Ritardo rispetto all’Europa, troppe lacune” ]]></title>
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		<description><![CDATA[<p style='color:#069;font-size:11px;font-style:italic;'><a href='http://gimbe.telpress.it/news/2026/04/07/2026040703265607637.PDF' target="_blank" ><img src='http://gimbe.telpress.it/images/help/PDF_16.png' align="left" border='0'/></a> Estratto da pag. 1 di <b>"ilgiornaledisalerno.it" </b>  del 07 Apr 2026 </p>]]></description>
		<pubDate>Tue, 07 Apr 2026 11:34:00 +0200</pubDate>
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		<source Readership="1899" Sales="0" Printing="0" url="http://gimbe.telpress.it/news/2026/04/07/2026040703265607637.PDF"><![CDATA[ilgiornaledisalerno.it]]></source>
		<tp:url><![CDATA[https://www.ilgiornaledisalerno.it/sanita-di-prossimita-nursing-up-italia-in-ritardo-rispetto-alleuropa-troppe-lacune/]]></tp:url>
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		<tp:ocr><![CDATA[Sanità di Prossimità, Nursing Up: “Italia in Ritardo rispetto all’Europa, troppe lacune”Aprile 7, 2026 Redazione								europa, Italia, nursing, prossimità, ritardo, sanitàL’Europa ha costruito una sanità territoriale che filtra, accompagna e previene. L’Italia continua a inseguire l’emergenza». Esordisce così nella sua analisi Antonio De Palma, Presidente Nazionale del Nursing Up.  La sanità di prossimità nel nostro Paese resta indietro rispetto ai principali modelli europei.«A fronte di un fabbisogno ormai cronico di 175mila infermieri rispetto agli standard del Vecchio Continente, e di più di 20mila infermieri di famiglia indicati da Agenas, il nodo non è solo quantitativo ma strutturale: è il nostro modello organizzativo che non riesce a decollare», continua De Palma.IL FILTRO CHE NON C’È: IL “GATEKEEPING” E LA PRESSIONE SUI PRONTO SOCCORSONei sistemi europei più avanzati – Danimarca, Paesi Bassi, Norvegia – il primo accesso non è il pronto soccorso ma una rete di cure primarie attiva anche fuori dall’orario tradizionale (Primary Care Out-of-Hours e gatekeeping strutturato). In questi modelli tra il 70% e l’80% dei casi a bassa complessità viene gestito sul territorio con triage, medicazioni e follow-up immediato.Il risultato è una riduzione degli accessi impropri al pronto soccorso del 25-30% (OCSE – Health at a Glance).In Italia, invece, il PS resta la principale porta d’ingresso anche per prestazioni di base: i codici minori continuano a riversarsi sull’emergenza-urgenza, con effetti diretti devastanti su sovraccarico lavoro infermieri, tempi di attesa e gestione dei casi critici.È lo stesso schema che si ripete anche nel passaggio ospedale-territorio.DIMISSIONI SENZA CONTINUITÀ: IL NODO DELLA “TRANSITIONAL CARE”Nei modelli europei la dimissione è un processo strutturato: viene pianificata almeno 48 ore prima ed è accompagnata da una presa in carico immediata sul territorio. Le strutture intermedie non sono “mini ospedali” ma nodi di stabilizzazione e riabilitazione inseriti in un percorso continuo.La letteratura internazionale evidenzia che questo approccio riduce le riammissioni entro 30 giorni del 15-20%(OCSE; studi internazionali su integrated care).In Italia il passaggio resta spesso discontinuo: il paziente dimesso non trova una presa in carico immediata e il rischio è un cortocircuito assistenziale che incide sull’efficienza complessiva del sistema, come evidenziato anche dai monitoraggi Agenas sulla rete territoriale.Lo squilibrio diventa ancora più evidente nella gestione della cronicità.CRONICITÀ: UNA DOMANDA CHE CRESCE PIÙ DEL SISTEMAIl ritardo italiano emerge con ancora maggiore evidenza nella gestione delle patologie croniche. Nei Paesi del Nord Europa – Danimarca e Paesi Bassi in particolare – il modello è proattivo: il paziente viene monitorato a domicilio e seguito nel tempo, intercettando le riacutizzazioni prima che diventino emergenze. Questo consente una riduzione dei costi fino al 20% grazie alla prevenzione dei ricoveri evitabili.In Italia il sistema resta prevalentemente reattivo. Secondo l’Istituto Superiore di Sanità oltre il 57% degli over 65presenta almeno una patologia cronica, mentre le malattie croniche rappresentano oltre il 70% del carico di malattianei Paesi sviluppati (OMS).Il quadro demografico è tra i più complessi d’Europa: gli over 65 sono circa il 24,5% della popolazione (Eurostat), gli ultraottantenni superano i 4,5 milioni (ISTAT) e le proiezioni indicano che entro il 2030 la quota over 65 si avvicinerà al 30% (Commissione Europea – Ageing Report).A questo si aggiunge l’invecchiamento del personale sanitario, con una quota rilevante di infermieri sopra i 50 anni(OCSE – Health at a Glance). In questo contesto, il rapporto infermieri/medici – circa 1,5 contro una media europea di 2,5 – limita la possibilità di sviluppare una presa in carico continuativa.UN PAESE A DUE VELOCITÀ E UNA RETE PNRR ANCORA DA COMPLETAREIl divario territoriale è strutturale: la mobilità sanitaria interregionale ha
 superato i 5 miliardi di euro annui (Agenas; Fondazione GIMBE), con un flusso prevalente dal Mezzogiorno verso il Centro-Nord. Oltre il 90% del saldo attivo si concentra in poche regioni del Nord.La rinuncia alle cure supera il 9% della popolazione (ISTAT) e i bisogni sanitari insoddisfatti risultano più elevati nel Sud (Eurostat).Le analisi GIMBE sullo stato di attuazione della Missione Salute del PNRR evidenziano criticità nella realizzazione della rete territoriale e una forte disomogeneità tra regioni, mentre i dati Agenas confermano ritardi nell’attivazione operativa dei servizi e nella piena integrazione tra ospedale e territorio, con il rischio concreto che l’infrastruttura venga realizzata senza un modello organizzativo in grado di farla funzionare.IL COSTO DEL MODELLO: L’INEFFICIENZA CHE GENERA DEFICITIn questo quadro pesa un’impostazione ancora fortemente medico-centrica, che concentra attività e funzioni sui livelli più costosi dell’assistenza e riduce lo spazio operativo delle professioni dell’assistenza nei percorsi territoriali.Il risultato è un sistema che utilizza risorse ad alta intensità e alto costo anche per bisogni a bassa complessità, generando un deficit organizzativo ed economico strutturale.I dati lo confermano: con un rapporto infermieri/medici fermo tra 1,3 e 1,5, contro una media europea tra 2,2 e 2,7(OCSE – Health at a Glance Europe 2024), l’Italia si colloca tra i sistemi meno efficienti nella distribuzione delle competenze.Nei modelli europei più evoluti, questo equilibrio consente di ridurre ricoveri evitabili, complicanze e costi, con evidenze che indicano risparmi fino al 20% nei modelli assistenziali basati su una maggiore integrazione delle professioni infermieristiche (Health Policy – Maier & Aiken).In Italia, al contrario, lo squilibrio si traduce in maggiore pressione sugli ospedali, più accessi impropri e un aumento dei costi legati alle inefficienze, con un impatto diretto sulla sostenibilità complessiva del sistema.SERVE UN CAMBIO DI MODELLO: DALL’EMERGENZA ALLA PRESA IN CARICO«Continuare a leggere la crisi solo come carenza di personale – sostiene De Palma – è riduttivo. Il punto è che il nostro modello territoriale non è stato progettato per funzionare in modo integrato. Senza una rete capace di filtrare, accompagnare e prevenire, continueremo ad avere ospedali sotto pressione e territori fragili».Il confronto europeo dimostra che dove esiste una rete territoriale strutturata si riducono gli accessi impropri, si abbassano le riammissioni e si contengono i costi.L’Italia ha oggi risorse e strumenti – anche attraverso il PNRR – per colmare questo divario. La priorità è trasformare queste risorse in organizzazione reale: rafforzare il personale, attivare pienamente la rete territoriale e garantire continuità assistenziale.Solo così la sanità di prossimità può diventare non il punto di maggiore fragilità del sistema, ma il suo primo vero presidio. «Senza un cambio strutturale, il rischio è continuare a finanziare una sanità che rincorre l’emergenza invece di governarla», conclude De Palma.  , troppe lacune”Share on:WhatsAppscritto da RedazioneUomo precipita dal quarto piano dell’ospedale San Luca di Vallo della LucaniaAprile 7, 2026 RedazioneAll’ospedale San Luca di Vallo della Lucania un anziano di 78...Salerno, la prevenzione arriva nei quartieri: visite senologiche ed ecografie mammarie gratuiteAprile 7, 2026 Mario Memoli  Portare la prevenzione direttamente nei quartieri, senza barriere...SuperEnalotto, Campania protagonista: centrati tre “5” per oltre 102mila euro. Sorridono Capaccio Paestum e Cava de’ TirreniAprile 7, 2026 RedazioneIl SuperEnalotto premia la Campania. Come riporta Agipronews, nel...Fonderie Pisano, in Regione oggi il summit fra assessori e rappresentanti dei lavoratoriAprile 7, 2026 RedazioneArriva  il giorno dell’incontro tra i rappresentanti dei lavoratori...Salerno, in 3 giorni più di 1700 presenze al Giard
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		<title><![CDATA[Sanità di Prossimità, Nursing Up: “Italia in Ritardo rispetto all’Europa, troppe lacune” - il Giornale di Salerno .it ]]></title>
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		<description><![CDATA[<p style='color:#069;font-size:11px;font-style:italic;'><a href='http://gimbe.telpress.it/news/2026/04/07/2026040703265707638.PDF' target="_blank" ><img src='http://gimbe.telpress.it/images/help/PDF_16.png' align="left" border='0'/></a> Estratto da pag. 1 di <b>"ilgiornaledisalerno.it" </b>  del 07 Apr 2026 </p>]]></description>
		<pubDate>Tue, 07 Apr 2026 11:35:00 +0200</pubDate>
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		<tp:ocr><![CDATA[L’Europa ha costruito una sanità territoriale che filtra, accompagna e previene. L’Italia continua a inseguire l’emergenza». Esordisce così nella sua analisi Antonio De Palma, Presidente Nazionale del Nursing Up.  La sanità di prossimità nel nostro Paese resta indietro rispetto ai principali modelli europei.«A fronte di un fabbisogno ormai cronico di 175mila infermieri rispetto agli standard del Vecchio Continente, e di più di 20mila infermieri di famiglia indicati da Agenas, il nodo non è solo quantitativo ma strutturale: è il nostro modello organizzativo che non riesce a decollare», continua De Palma.IL FILTRO CHE NON C’È: IL “GATEKEEPING” E LA PRESSIONE SUI PRONTO SOCCORSONei sistemi europei più avanzati – Danimarca, Paesi Bassi, Norvegia – il primo accesso non è il pronto soccorso ma una rete di cure primarie attiva anche fuori dall’orario tradizionale (Primary Care Out-of-Hours e gatekeeping strutturato). In questi modelli tra il 70% e l’80% dei casi a bassa complessità viene gestito sul territorio con triage, medicazioni e follow-up immediato.Il risultato è una riduzione degli accessi impropri al pronto soccorso del 25-30% (OCSE – Health at a Glance).In Italia, invece, il PS resta la principale porta d’ingresso anche per prestazioni di base: i codici minori continuano a riversarsi sull’emergenza-urgenza, con effetti diretti devastanti su sovraccarico lavoro infermieri, tempi di attesa e gestione dei casi critici.È lo stesso schema che si ripete anche nel passaggio ospedale-territorio.DIMISSIONI SENZA CONTINUITÀ: IL NODO DELLA “TRANSITIONAL CARE”Nei modelli europei la dimissione è un processo strutturato: viene pianificata almeno 48 ore prima ed è accompagnata da una presa in carico immediata sul territorio. Le strutture intermedie non sono “mini ospedali” ma nodi di stabilizzazione e riabilitazione inseriti in un percorso continuo.La letteratura internazionale evidenzia che questo approccio riduce le riammissioni entro 30 giorni del 15-20%(OCSE; studi internazionali su integrated care).In Italia il passaggio resta spesso discontinuo: il paziente dimesso non trova una presa in carico immediata e il rischio è un cortocircuito assistenziale che incide sull’efficienza complessiva del sistema, come evidenziato anche dai monitoraggi Agenas sulla rete territoriale.Lo squilibrio diventa ancora più evidente nella gestione della cronicità.CRONICITÀ: UNA DOMANDA CHE CRESCE PIÙ DEL SISTEMAIl ritardo italiano emerge con ancora maggiore evidenza nella gestione delle patologie croniche. Nei Paesi del Nord Europa – Danimarca e Paesi Bassi in particolare – il modello è proattivo: il paziente viene monitorato a domicilio e seguito nel tempo, intercettando le riacutizzazioni prima che diventino emergenze. Questo consente una riduzione dei costi fino al 20% grazie alla prevenzione dei ricoveri evitabili.In Italia il sistema resta prevalentemente reattivo. Secondo l’Istituto Superiore di Sanità oltre il 57% degli over 65presenta almeno una patologia cronica, mentre le malattie croniche rappresentano oltre il 70% del carico di malattianei Paesi sviluppati (OMS).Il quadro demografico è tra i più complessi d’Europa: gli over 65 sono circa il 24,5% della popolazione (Eurostat), gli ultraottantenni superano i 4,5 milioni (ISTAT) e le proiezioni indicano che entro il 2030 la quota over 65 si avvicinerà al 30% (Commissione Europea – Ageing Report).A questo si aggiunge l’invecchiamento del personale sanitario, con una quota rilevante di infermieri sopra i 50 anni(OCSE – Health at a Glance). In questo contesto, il rapporto infermieri/medici – circa 1,5 contro una media europea di 2,5 – limita la possibilità di sviluppare una presa in carico continuativa.UN PAESE A DUE VELOCITÀ E UNA RETE PNRR ANCORA DA COMPLETAREIl divario territoriale è strutturale: la mobilità sanitaria interregionale ha superato i 5 miliardi di euro annui (Agenas; Fondaz
ione GIMBE), con un flusso prevalente dal Mezzogiorno verso il Centro-Nord. Oltre il 90% del saldo attivo si concentra in poche regioni del Nord.La rinuncia alle cure supera il 9% della popolazione (ISTAT) e i bisogni sanitari insoddisfatti risultano più elevati nel Sud (Eurostat).Le analisi GIMBE sullo stato di attuazione della Missione Salute del PNRR evidenziano criticità nella realizzazione della rete territoriale e una forte disomogeneità tra regioni, mentre i dati Agenas confermano ritardi nell’attivazione operativa dei servizi e nella piena integrazione tra ospedale e territorio, con il rischio concreto che l’infrastruttura venga realizzata senza un modello organizzativo in grado di farla funzionare.IL COSTO DEL MODELLO: L’INEFFICIENZA CHE GENERA DEFICITIn questo quadro pesa un’impostazione ancora fortemente medico-centrica, che concentra attività e funzioni sui livelli più costosi dell’assistenza e riduce lo spazio operativo delle professioni dell’assistenza nei percorsi territoriali.Il risultato è un sistema che utilizza risorse ad alta intensità e alto costo anche per bisogni a bassa complessità, generando un deficit organizzativo ed economico strutturale.I dati lo confermano: con un rapporto infermieri/medici fermo tra 1,3 e 1,5, contro una media europea tra 2,2 e 2,7(OCSE – Health at a Glance Europe 2024), l’Italia si colloca tra i sistemi meno efficienti nella distribuzione delle competenze.Nei modelli europei più evoluti, questo equilibrio consente di ridurre ricoveri evitabili, complicanze e costi, con evidenze che indicano risparmi fino al 20% nei modelli assistenziali basati su una maggiore integrazione delle professioni infermieristiche (Health Policy – Maier & Aiken).In Italia, al contrario, lo squilibrio si traduce in maggiore pressione sugli ospedali, più accessi impropri e un aumento dei costi legati alle inefficienze, con un impatto diretto sulla sostenibilità complessiva del sistema.SERVE UN CAMBIO DI MODELLO: DALL’EMERGENZA ALLA PRESA IN CARICO«Continuare a leggere la crisi solo come carenza di personale – sostiene De Palma – è riduttivo. Il punto è che il nostro modello territoriale non è stato progettato per funzionare in modo integrato. Senza una rete capace di filtrare, accompagnare e prevenire, continueremo ad avere ospedali sotto pressione e territori fragili».Il confronto europeo dimostra che dove esiste una rete territoriale strutturata si riducono gli accessi impropri, si abbassano le riammissioni e si contengono i costi.L’Italia ha oggi risorse e strumenti – anche attraverso il PNRR – per colmare questo divario. La priorità è trasformare queste risorse in organizzazione reale: rafforzare il personale, attivare pienamente la rete territoriale e garantire continuità assistenziale.Solo così la sanità di prossimità può diventare non il punto di maggiore fragilità del sistema, ma il suo primo vero presidio. «Senza un cambio strutturale, il rischio è continuare a finanziare una sanità che rincorre l’emergenza invece di governarla», conclude De Palma. RedazionePubblicitàPrivacy policyResta informato anche con: Il Giornale di Salerno © 2024ilgiornaledisalerno.it è una testata giornalistica online registrata presso il tribunale di Salerno  iscrizione registro stampa n. cronol. 59/2020 del 06/02/2020 Ist. n. 3 dep. 03/02/2020 RG n. 286/2020  COPYRIGHT Tutto quanto riportato su questo sito web, documentazione, contenuti, testi, immagini, logo, lavoro artistico e grafica sono di proprietà de ilgiornaledisalerno.it e, dunque, protetti dal diritto d´autore nonchè dal diritto di proprietà intellettuale. Sarà quindi assolutamente vietato copiare, appropriarsi, ridistribuire, riprodurre qualsiasi frase, contenuto o immagine presente su questo sito in quanto frutto del lavoro e dell´intelletto dell´autore stesso. Le illustrazioni e alcune immagini sono state acquisite o acquistate da banche immagini, quali 
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		<title><![CDATA[SANITÀ DI PROSSIMITÀ, INDAGINE NURSING UP: IL “SISTEMA ITALIA” IN NETTO RITARDO RISPETTO ALL’EUROPA  ]]></title>
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		<description><![CDATA[<p style='color:#069;font-size:11px;font-style:italic;'><a href='http://gimbe.telpress.it/news/2026/04/07/2026040703244307404.PDF' target="_blank" ><img src='http://gimbe.telpress.it/images/help/PDF_16.png' align="left" border='0'/></a> Estratto da pag. 1 di <b>"imgpress.it" </b>  del 07 Apr 2026 </p><p style='color:#444;font-size:11px;'>IL FILTRO CHE NON C’È: IL “GATEKEEPING” E LA PRESSIONE SUI PRONTO SOCCORSONei sistemi europei più avanzati – Danimarca, Paesi Bassi, Norvegia – il primo accesso non è il pronto soccorso ma una rete di cure primarie attiva anche fuori dall’orario tradizionale (Primary Care Out-of-Hours e gatekeeping strutturato). In questi modelli tra il 70% e l’80% dei casi a bassa complessità viene gestito sul territorio con triage, medicazioni e follow-up immediato.</p>]]></description>
		<pubDate>Tue, 07 Apr 2026 09:56:00 +0200</pubDate>
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		<tp:ocr><![CDATA[«L’Europa ha costruito una sanità territoriale che filtra, accompagna e previene. L’Italia continua a inseguire l’emergenza». Esordisce così nella sua analisi Antonio De Palma, Presidente Nazionale del Nursing Up.La sanità di prossimità nel nostro Paese resta indietro rispetto ai principali modelli europei.«A fronte di un fabbisogno ormai cronico di 175mila infermieri rispetto agli standard del Vecchio Continente, e di più di 20mila infermieri di famiglia indicati da Agenas, il nodo non è solo quantitativo ma strutturale: è il nostro modello organizzativo che non riesce a decollare», continua De Palma.IL FILTRO CHE NON C’È: IL “GATEKEEPING” E LA PRESSIONE SUI PRONTO SOCCORSONei sistemi europei più avanzati – Danimarca, Paesi Bassi, Norvegia – il primo accesso non è il pronto soccorso ma una rete di cure primarie attiva anche fuori dall’orario tradizionale (Primary Care Out-of-Hours e gatekeeping strutturato). In questi modelli tra il 70% e l’80% dei casi a bassa complessità viene gestito sul territorio con triage, medicazioni e follow-up immediato.Il risultato è una riduzione degli accessi impropri al pronto soccorso del 25-30% (OCSE – Health at a Glance).In Italia, invece, il PS resta la principale porta d’ingresso anche per prestazioni di base: i codici minori continuano a riversarsi sull’emergenza-urgenza, con effetti diretti devastanti su sovraccarico lavoro infermieri, tempi di attesa e gestione dei casi critici.È lo stesso schema che si ripete anche nel passaggio ospedale-territorio.DIMISSIONI SENZA CONTINUITÀ: IL NODO DELLA “TRANSITIONAL CARE”Nei modelli europei la dimissione è un processo strutturato: viene pianificata almeno 48 ore prima ed è accompagnata da una presa in carico immediata sul territorio. Le strutture intermedie non sono “mini ospedali” ma nodi di stabilizzazione e riabilitazione inseriti in un percorso continuo.La letteratura internazionale evidenzia che questo approccio riduce le riammissioni entro 30 giorni del 15-20%(OCSE; studi internazionali su integrated care).In Italia il passaggio resta spesso discontinuo: il paziente dimesso non trova una presa in carico immediata e il rischio è un cortocircuito assistenziale che incide sull’efficienza complessiva del sistema, come evidenziato anche dai monitoraggi Agenas sulla rete territoriale.Lo squilibrio diventa ancora più evidente nella gestione della cronicità.CRONICITÀ: UNA DOMANDA CHE CRESCE PIÙ DEL SISTEMAIl ritardo italiano emerge con ancora maggiore evidenza nella gestione delle patologie croniche. Nei Paesi del Nord Europa – Danimarca e Paesi Bassi in particolare – il modello è proattivo: il paziente viene monitorato a domicilio e seguito nel tempo, intercettando le riacutizzazioni prima che diventino emergenze. Questo consente una riduzione dei costi fino al 20% grazie alla prevenzione dei ricoveri evitabili.In Italia il sistema resta prevalentemente reattivo. Secondo l’Istituto Superiore di Sanità oltre il 57% degli over 65presenta almeno una patologia cronica, mentre le malattie croniche rappresentano oltre il 70% del carico di malattianei Paesi sviluppati (OMS).Il quadro demografico è tra i più complessi d’Europa: gli over 65 sono circa il 24,5% della popolazione (Eurostat), gli ultraottantenni superano i 4,5 milioni (ISTAT) e le proiezioni indicano che entro il 2030 la quota over 65 si avvicinerà al 30% (Commissione Europea – Ageing Report).A questo si aggiunge l’invecchiamento del personale sanitario, con una quota rilevante di infermieri sopra i 50 anni(OCSE – Health at a Glance). In questo contesto, il rapporto infermieri/medici – circa 1,5 contro una media europea di 2,5 – limita la possibilità di sviluppare una presa in carico continuativa.UN PAESE A DUE VELOCITÀ E UNA RETE PNRR ANCORA DA COMPLETAREIl divario territoriale è strutturale: la mobilità sanitaria interregionale ha superato i 5 miliardi di euro annui (Agenas; Fondazione GIMBE)
, con un flusso prevalente dal Mezzogiorno verso il Centro-Nord. Oltre il 90% del saldo attivo si concentra in poche regioni del Nord.La rinuncia alle cure supera il 9% della popolazione (ISTAT) e i bisogni sanitari insoddisfatti risultano più elevati nel Sud (Eurostat).Le analisi GIMBE sullo stato di attuazione della Missione Salute del PNRR evidenziano criticità nella realizzazione della rete territoriale e una forte disomogeneità tra regioni, mentre i dati Agenas confermano ritardi nell’attivazione operativa dei servizi e nella piena integrazione tra ospedale e territorio, con il rischio concreto che l’infrastruttura venga realizzata senza un modello organizzativo in grado di farla funzionare.IL COSTO DEL MODELLO: L’INEFFICIENZA CHE GENERA DEFICITIn questo quadro pesa un’impostazione ancora fortemente medico-centrica, che concentra attività e funzioni sui livelli più costosi dell’assistenza e riduce lo spazio operativo delle professioni dell’assistenza nei percorsi territoriali.Il risultato è un sistema che utilizza risorse ad alta intensità e alto costo anche per bisogni a bassa complessità, generando un deficit organizzativo ed economico strutturale.I dati lo confermano: con un rapporto infermieri/medici fermo tra 1,3 e 1,5, contro una media europea tra 2,2 e 2,7(OCSE – Health at a Glance Europe 2024), l’Italia si colloca tra i sistemi meno efficienti nella distribuzione delle competenze.Nei modelli europei più evoluti, questo equilibrio consente di ridurre ricoveri evitabili, complicanze e costi, con evidenze che indicano risparmi fino al 20% nei modelli assistenziali basati su una maggiore integrazione delle professioni infermieristiche (Health Policy – Maier & Aiken).In Italia, al contrario, lo squilibrio si traduce in maggiore pressione sugli ospedali, più accessi impropri e un aumento dei costi legati alle inefficienze, con un impatto diretto sulla sostenibilità complessiva del sistema.SERVE UN CAMBIO DI MODELLO: DALL’EMERGENZA ALLA PRESA IN CARICO«Continuare a leggere la crisi solo come carenza di personale – sostiene De Palma – è riduttivo. Il punto è che il nostro modello territoriale non è stato progettato per funzionare in modo integrato. Senza una rete capace di filtrare, accompagnare e prevenire, continueremo ad avere ospedali sotto pressione e territori fragili».Il confronto europeo dimostra che dove esiste una rete territoriale strutturata si riducono gli accessi impropri, si abbassano le riammissioni e si contengono i costi.L’Italia ha oggi risorse e strumenti – anche attraverso il PNRR – per colmare questo divario. La priorità è trasformare queste risorse in organizzazione reale: rafforzare il personale, attivare pienamente la rete territoriale e garantire continuità assistenziale.Solo così la sanità di prossimità può diventare non il punto di maggiore fragilità del sistema, ma il suo primo vero presidio.«Senza un cambio strutturale, il rischio è continuare a finanziare una sanità che rincorre l’emergenza invece di governarla», conclude De Palma.                                        Stampa   
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		<tp:writer>roberto</tp:writer>
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		<title><![CDATA[Se il Ssn non basta più: quando la salute dipende dal reddito (e dalla famiglia) ]]></title>
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		<description><![CDATA[<p style='color:#069;font-size:11px;font-style:italic;'><a href='http://gimbe.telpress.it/news/2026/04/07/2026040703178107818.PDF' target="_blank" ><img src='http://gimbe.telpress.it/images/help/PDF_16.png' align="left" border='0'/></a> Estratto da pag. 1 di <b>"quotidianosanita.it" </b>  del 07 Apr 2026 </p><p style='color:#444;font-size:11px;'>Gentile Direttore, c’è un paradosso che riguarda oggi il Ssn: mentre continuiamo a definirlo universalistico, l’accesso reale alle cure sta diventando sempre più diseguale.</p>]]></description>
		<pubDate>Tue, 07 Apr 2026 12:23:00 +0200</pubDate>
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		<tp:url><![CDATA[https://www.quotidianosanita.it/lettere-al-direttore/se-il-ssn-non-basta-piu-quando-la-salute-dipende-dal-reddito-e-dalla-famiglia/]]></tp:url>
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		<tp:ocr><![CDATA[Lettere al direttoreGentile Direttore, c’è un paradosso che riguarda oggi il Ssn: mentre continuiamo a definirlo universalistico, l’accesso reale alle cure sta diventando sempre più diseguale. Non si tratta di una rottura improvvisa, ma di una trasformazione progressiva.Gentile Direttore, c’è un paradosso che riguarda oggi il Ssn: mentre continuiamo a definirlo universalistico, l’accesso reale alle cure sta diventando sempre più diseguale. Non si tratta di una rottura improvvisa, ma di una trasformazione progressiva. Il Ssn continua a funzionar e bene, nelle condizioni di emergenza, nei “codici rossi”, dove il principio di uguaglianza regge ancora. Ma fuori da quell’ambito, nei percorsi ordinari, nella gestione della cronicità, nella prevenzione, il sistema mostra crepe sempre più evidenti. È lì che il reddito torna ad essere un fattore determinante.Il “razionamento implicito” in sanitàÈ la limitazione dell’accesso alle cure non tramite regole esplicite, ma attraverso ostacoli indiretti come lunghe liste d’attesa, carenza di personale o costi a carico del paziente. Questo fenomeno, spesso invisibile, trasforma il diritto alla salute in un privilegio legato al reddito.Caratteristiche principali del razionamento implicito:Liste d’attesa: Sono la forma più comune di razionamento, che spinge i pazienti a rinunciare alle cure o a rivolgersi al privato.Disuguaglianza economica: Colpisce maggiormente le fasce più povere, creando una sanità a “doppio binario”.Rifiuto o rinvio delle cure: Infermieri e medici sono talvolta costretti a non erogare misure necessarie per mancanza di risorse.Tagli “invisibili”: Il contenimento della spesa pubblica non avviene tramite una razionalizzazione pianificata, ma attraverso il progressivo deterioramento dei servizi. Il fenomeno è strettamente legato al sottofinanziamento del sistema sanitario pubblico, che porta a un aumento della spesa di tasca propria per i cittadini. Questo approccio crea un “razionamento selettivo” basato sulla capacità economica di ciascuno. A differenza del razionamento esplicito (come l’esclusione di certi farmaci dai prontuari), quello “implicito” avviene “silenziosamente” attraverso barriere che rendono difficile l’accesso al servizio.Il razionamento implicito mina i principi di universalità ed equità del Servizio Sanitario Nazionale. Secondo recenti report (come il Rapporto CREA Sanità 2026), questo fenomeno sta trasformando il reddito nel principale determinante dell’accesso alle cure in Italia. Le forme di razionamento “implicito” sono anche il presupposto di uno processo di razionalizzazione della spesa privata (che ha raggiunto € 43,3 mld., quasi 1/4 del totale), questo tramite una lenta ma constante crescita della quota “intermediata” da Assicurazioni e Mutue a scapito di quella “out of pocket”.Analizzare l’evoluzione della quota pubblica è più complessa … Si discute molto adeguatezza o meno della quota di PIL destinata alla Sanità pubblica. Però questo potrebbe essere un indicatore impreciso, perché non considera alcune componenti quali il contributo della spesa privata, la quota di PIL non disponibile perché vincolato alla copertura degli oneri connessi al servizio del debito pubblico e, infine, l’incidenza dell’economia sommersa (circa 300 miliardi), che non produce introiti per finanziare anche il welfare e la sanità.Nei confronti internazionali la spesa italiana risulta inferiore al “possibile” (in termini macroeconomici) di circa il 10%. Si tratta di un incremento difficile da recuperare, perché sono molti i settori in competizione per l’allocazione delle risorse pubbliche (in primis l’istruzione, gravemente sottofinanziata). In ogni caso, la spesa italiana anche se aumentasse di quanto indicato, rimarrebbe inferiore a quella dei principali Paesi europei (ad esempio del 30/40% rispetto a Francia e Germania) e non sufficiente per riallineare gli organici (e le relative retribuzioni) agli standard europei.Un’anal
isi recente su milioni di dichiarazioni fiscali ha messo in luce un fenomeno che possiamo definire senza esitazione “razionamento implicito”: a parità di condizioni di salute, la spesa sanitaria privata cresce in modo significativo con il reddito, con differenze che arrivano fino a 2.000 euro annui tra i più ricchi e i più poveri. Non è una scelta libera. È una risposta obbligata a tempi di attesa incompatibili con i bisogni o, anche solo le aspettative, di cura. Chi può, esce dal sistema pubblico. Chi non può, resta in attesa o rinuncia. L’analisi citata, basata su oltre 8 milioni di dichiarazioni dei redditi (modello 730) tra il 2019 e il 2024, conferma l’esistenza di un razionamento sanitario implicito in Italia. Lo studio, realizzato da ACLI, CAF ACLI, NeXt Economia e Università Tor Vergata, evidenzia una forte correlazione tra reddito e spesa sanitaria privata (“out-of-pocket”), portando alle seguenti conclusioni.  A parità di condizioni di salute, i contribuenti appartenenti alle fasce di reddito più alte spendono significativamente di più per la sanità privata rispetto ai più poveri, con divari che evidenziano una disuguaglianza nell’accesso alle cure. Per le fasce più povere, il reddito diventa il principale fattore di limitazione, portando a un razionamento invisibile delle cure. In particolare, tra gli anziani, si osserva che una percentuale alta di persone a basso reddito non dichiara spese sanitarie private, spesso a causa dell’impossibilità di sostenerle. In sintesi, l’analisi dimostra che il sistema sanitario sta subendo una polarizzazione dove la capacità di spesa privata condiziona l’accesso alle prestazioni. Figura 1 – I determinanti di saluteLa trasformazione delle condizioni socio-economicheQuesto fenomeno non si genera esclusivamente dentro il sistema sanitario ma entra in gioco un secondo elemento, spesso sottovalutato: la trasformazione delle condizioni socio-economiche. Non stiamo assistendo a un’esplosione della marginalità estrema ma qualcosa di più sottile e, per certi versi, più insidioso: l’allargamento dell’area dell’insicurezza economica. L’allargamento dell’area dell’insicurezza economica è un fenomeno complesso e crescente, che si manifesta attraverso l’espansione delle aree di vulnerabilità sociale e la percezione diffusa di instabilità, spesso alimentata da crisi geopolitiche e trasformazioni strutturali. Ecco le dinamiche principali che determinano la trasformazione delle condizioni economiche:L’insicurezza economica agisce spesso da detonatore per un’insicurezza sociale più generalizzata. La crisi legata alla “grande incertezza” ha visto un allargamento di queste zone di vulnerabilità, influenzando il dibattito scientifico e politico successivo alla Grande Recessione.La crescita dell’incertezza globale è direttamente legata ai conflitti in corso e alle instabilità geopolitiche. Tali rischi creano un “premio di rischio” che le aziende europee devono integrare nei loro piani, aumentando i costi a lungo termine. La Commissione Europea ha annunciato approcci strategici per rafforzare la sicurezza economica dell’Europa. Questo include la gestione delle dipendenze da fornitori unici per tecnologie critiche, terre rare e minerali, diversificando le fonti.Si osserva una crescente competizione tra i diversi capitalismi (spesso basata sul modello “capitalismo contro capitalismo”), che porta a una maggiore instabilità e alla percezione di “capitalismi fragili”.L’allargamento dell’area di insicurezza economica colpisce direttamente la fiducia dei cittadini e la resilienza del sistema sociale ed economico. In sintesi, l’insicurezza economica non è più un fenomeno limitato, ma un elemento strutturale in espansione che richiede una risposta strategica coordinata, in particolare a livello di sicurezza degli approvvigionamenti e di coesione sociale in Europa.Figura 2 – Individui al di sotto della soglia di povertà per classe di etàLe nuove vulnerabilità e i “quasi poveri”Accanto alle
 famiglie povere in senso stretto cresce una vasta zona intermedia di “quasi poveri”, nuclei che vivono poco sopra la soglia di povertà e che possono scivolare al di sotto per eventi anche minimi. In questa area rientrano lavoratori precari, part-time involontari, famiglie con figli, giovani coppie.La crescita di una vasta zona intermedia di ”quasi poveri” o nuovi vulnerabili è un fenomeno strutturale significativo nel panorama socio-economico italiano, indicando una fascia di popolazione che vive in bilico, a rischio di scivolamento verso la povertà assoluta. Questa area comprende chi si trova appena sopra la soglia di povertà relativa o assoluta, con redditi instabili che non garantiscono una vita pienamente dignitosa o la capacità di far fronte a imprevisti economici. Studi recenti indicano che i “quasi poveri”, che a fine anni ‘80 rappresentavano una percentuale esigua, sono cresciuti drasticamente, arrivando a coprire una parte consistente della popolazione considerata a rischio. Spesso si tratta di famiglie o individui che entrano ed escono dallo stato di povertà, lavoratori poveri (in-work poverty) o persone che, pur lavorando, non superano la soglia di rischio.Questa fascia di “nuovi vulnerabili” rappresenta una zona critica per il welfare e la democrazia, poiché vive in una condizione di precarietà lavorativa e sociale. In Italia, oltre 1 lavoratore su 10 (10,2%) è a rischio povertà, un dato superiore alla media europea (8,2%), evidenziando che avere un lavoro non garantisce sempre la sicurezza economica. Questa situazione riflette un’eclissi del ceto medio e una trasformazione del welfare, sempre più chiamato a intervenire su nuove povertà emergenti. Figura 3 – La povertà assoluta individuale per classi di età (2014-2024)In sociologia ed economia, l’espressione descrive la crescita di una fascia di popolazione che, pur non essendo tecnicamente in stato di “povertà assoluta”, vive in una condizione di vulnerabilità economica costante.   I “quasi poveri” si collocano solitamente in un’area grigia definita da parametri specifici. Spesso identificati come coloro che hanno un reddito superiore alla soglia di povertà ma inferiore al 120% della stessa. Sono nuclei familiari che riescono a coprire le spese correnti ma non hanno risparmi o reti di sicurezza. Qualsiasi evento imprevisto (una spesa medica, un guasto all’auto, la perdita temporanea di ore di lavoro) può farli precipitare istantaneamente nella povertà effettiva. Questo fenomeno è strettamente legato allo scivolamento verso il basso di segmenti del ceto medio, causato da salari stagnanti, inflazione e precarietà lavorativa. Molti “quasi poveri” sono lavoratori (i cosiddetti working poor) che, nonostante un impiego, non percepiscono un reddito sufficiente a garantire una stabilità duratura. Questa “zona intermedia” rappresenta oggi una sfida critica per i sistemi di welfare, poiché queste persone spesso non hanno diritto ai sussidi destinati agli indigenti, pur vivendo in una condizione di fragilità permanente.  Secondo i dati Istat più recenti (riferiti al 2023-2024), circa l’8,2% delle famiglie italiane vive in questa “area pericolosa”. Aggiungendo l’8,2% di famiglie “quasi povere” al 10,9% già in povertà assoluta, si ottiene una quota significativa di popolazione che vive in condizioni di alta vulnerabilità economica.Nel 2023-2024, la povertà assoluta ha coinvolto oltre 2,2 milioni di famiglie e circa 5,7 milioni di individui (9,7% della popolazione), numeri stabili ma elevati. Nonostante un miglioramento dell’occupazione, l’aumento dei prezzi ha eroso il potere d’acquisto, contrastando la riduzione della povertà e spingendo più famiglie verso la soglia critica. Considerando il rischio di povertà o esclusione sociale, la percentuale sale al 25,2% della popolazione (14,83 milioni di persone). La povertà in Italia si sta estendendo anche al Nord e colpisce in particolare le famiglie con minori e quelle straniere. I dati evidenziano una scarsa mobilità sociale: chi entra in povertà ha diff
icoltà ad uscirne, con solo il 31,5% che riesce a migliorare la propria condizione l’anno successivo. I dati indicano un paese in cui una parte considerevole della classe media o medio-bassa si trova in bilico, con alta esposizione a shock economici improvvisi. Le famiglie, gli anziani e il “welfare familiare”C’è poi un terzo elemento, meno visibile ma altrettanto rilevante: il ruolo delle famiglie, e in particolare degli anziani, come ammortizzatori sociali. Negli ultimi decenni una parte significativa dell’equilibrio sociale italiano si è retta su un welfare familiare informale: pensioni relativamente stabili che hanno sostenuto figli e nipoti, consentendo l’accesso alla casa, alla cura dei figli, talvolta anche alle spese sanitarie.Questo equilibrio è destinato a cambiare. Le future coorti di anziani avranno pensioni più basse e carriere lavorative più discontinue alle spalle. Parallelamente, le dinamiche demografiche ridurranno la disponibilità di reti familiari di supporto. Quando questo avverrà, perderemo un elemento di compensazione che oggi attenua – in modo silenzioso – molte diseguaglianze.Infatti nel nostro Paese, le famiglie e in particolare gli anziani svolgono un ruolo fondamentale come vero e proprio ammortizzatore sociale e welfare sostitutivo, sostenendo il bilancio familiare e la cura dei membri più giovani, spesso sopperendo alle carenze del sistema di welfare pubblico. Questo fenomeno, definito “welfare familiare”, muove risorse enormi, contribuendo al risparmio statale di circa 17 miliardi di euro per la non autosufficienza. Gli anziani, grazie alla stabilità delle pensioni, supportano figli e nipoti in periodi di crisi lavorativa o instabilità economica. Il 76,1% degli anziani è proprietario della casa in cui vive, riducendo le spese abitative per l’intero nucleo.Si stima che i nonni spendano in media 1.650 euro all’anno per i nipoti, intervenendo concretamente nel bilancio familiare. In Italia, gli anziani sono spesso tra i più “ricchi” in termini di patrimonio, con redditi medi aumentati nel tempo, contrapposti alla diminuzione dei redditi dei giovani.  Inoltre il 74% dei nonni supporta sistematicamente i propri figli nella gestione dei nipoti, svolgendo un ruolo indispensabile per i genitori lavoratori. Gli anziani spesso assistono il coniuge o altri anziani in famiglia, offrendo aiuto familiare e supporto, evitando il ricorso a badanti o strutture esterne.Questo supporto, consistente in tempo e cura, rappresenta una colonna portante della società italiana.  Tant’è che un recente orientamento (Sentenza 28627/2025) ha riconosciuto che i nonni che mantengono i nipoti conviventi possono avere diritto all’assegno familiare, consolidando il loro ruolo economico riconosciuto anche dalla legge. Il contributo degli over 65, se supportato da politiche di invecchiamento attivo, è considerato una risorsa strategica, non un peso. Nonostante il loro ruolo prezioso, la dipendenza eccessiva dal welfare familiare può generare rischi, tra cui il sovraccarico di cura sui nonni anziani e la loro esposizione a problemi di salute (il 25% degli over 65 soffre di patologie croniche multiple). In sintesi, gli anziani in Italia non sono solo destinatari di prestazioni, ma diventano protagonisti del welfare, sostenendo economicamente e praticamente la famiglia, agendo come una rete di sicurezza essenzialeLa possibile “dualizzazione” della sanitàSe mettiamo insieme questi tre fattori – razionamento implicito, diffusione della povertà lavorativa, indebolimento del welfare familiare – emerge un quadro che non è catastrofico, ma è chiaramente orientato: il rischio non è il collasso del SSN, ma la sua progressiva “dualizzazione”.Da un lato, un sistema pubblico che garantisce una base universale di assistenza. Dall’altro, un accesso differenziato per tempi e qualità delle cure, sempre più legato alla capacità di spesa individuale. In mezzo, una fascia crescente di popolazione che oscilla tra accesso e rinuncia. La salute non dip
ende solo dalle cure mediche (solo per il 25%), ma è influenzata per il 30-55% dai determinanti sociali, tra cui reddito, istruzione, condizioni di lavoro e contesto abitativo. Più si scende nella scala sociale, più aumentano i tassi di mortalità e malattie, creando un circolo vizioso in cui problemi finanziari peggiorano lo stato di salute, che a sua volta riduce le capacità economiche. Le persone con un reddito e un livello di istruzione più bassi sono statisticamente più esposte a fattori di rischio (come il fumo, l’obesità o una cattiva alimentazione), che incidono sulla mortalità e sulla morbilità. La forbice tra ricchi e poveri nella spesa sanitaria in Italia si sta allargando, trasformando il reddito nel principale fattore di accesso alla salute e rendendo di fatto la sanità un bene di lusso. La spesa sanitaria a carico delle famiglie ha raggiunto quasi i 37 miliardi di euro nel 2022, con una media di circa 1.362 euro a famiglia. In sintesi, sebbene l’art. 32 della Costituzione italiana tuteli la salute come diritto fondamentale, le condizioni economiche attuali rendono il reddito familiare un fattore determinante per la qualità e la tempestività delle cure ricevute. Nel 2023, il 58% delle strutture sanitarie censite dal Ministero della Salute risultano “private accreditate”. Il privato prevale soprattutto in aree critiche come la specialistica ambulatoriale (59,7%) e la riabilitazione (78,4%). Le persone a minor reddito riferiscono uno stato di salute “non buono” più spesso di quelle ad alto reddito, con un divario superiore al 10% nelle fasce d’età più anziane. Il divario è accentuato anche dalla distribuzione dei servizi: mentre alcune Regioni (come Veneto, Emilia-Romagna e Toscana) mantengono performance elevate, in altre, specialmente al Sud, la carenza di servizi pubblici spinge le famiglie verso la spesa privata o, più spesso, verso l’abbandono delle cure.Le liste d’attesa nel Servizio Sanitario Nazionale (SSN) non sono solo un problema di efficienza, ma costituiscono uno dei principali motori delle disuguaglianze di salute tra le regioni italiane, in particolare tra Nord e Sud. Queste differenze strutturali limitano l’universalismo delle cure, trasformando un diritto costituzionale in un privilegio accessibile solo a chi ha risorse economiche o geografiche favorevoli. Le analisi evidenziano un divario netto, con il Centro-Sud che registra attese medie più lunghe rispetto al Nord-Ovest. La complessità gestionale delle ASL meridionali, spesso soggette a piani di rientro (Calabria, Campania, Sicilia), porta a un’offerta minore o meno efficiente di prestazioni specialistiche. Nei territori più in difficoltà, il fenomeno delle “agende chiuse” (impossibilità di prenotare una visita) è più frequente, negando di fatto l’accesso alla cura invece di posticiparlo soltanto. Le lunghissime liste d’attesa al Sud spingono i cittadini a spostarsi verso le regioni del Nord (Lombardia, Emilia-Romagna, Veneto) che offrono tempi di risposta più brevi.Figura 4 – Confronto andamento delle ricchezze tra 0,1% più ricco della popolazione e 50% più poveroIn Italia, il 10% più ricco detiene quasi il 60% della ricchezza nazionale, mentre alla metà più povera resta solo il 7,4%. Questo squilibrio si riflette direttamente sulla capacità di accedere a cure private per evitare le lunghe liste d’attesa del pubblico. Questo fenomeno aumenta il carico sulle regioni del Nord, che possono vedere le proprie liste allungarsi, mentre quelle del Sud perdono risorse economiche (mobilità passiva) che potrebbero essere reinvestite per migliorare l’offerta locale, perpetuando lo svantaggio. Chiaramente di fronte a mesi di attesa nel pubblico, chi può permetterselo ricorre alla sanità privata (spesa out-of-pocket), che in Italia ha raggiunto i 40 miliardi di euro. La capacità di pagare la prestazione privata è inferiore nel Sud Italia, dove la povertà relativa è maggiore. Di conseguenza, le liste d’attesa causano una rinuncia alle cure più alta al Sud, che si traduce in diagnosi tardive e peggiori ris
ultati di salute (es. in oncologia). Per altro le Regioni sottoposte a Piani di Rientro (come Calabria, Sicilia, Campania, quest’ultima forse in uscita in questi giorni dalla procedura) hanno restrizioni di budget che limitano le assunzioni di personale, causa primaria delle liste d’attesa. Mentre al contrario Regioni benchmark (es. Emilia-Romagna, Veneto) riescono, nonostante la domanda, a garantire tempi di attesa più brevi grazie a una migliore organizzazione e pianificazione. Comunque abbiamo nel 2025, circa 13,6 milioni di italiani che hanno rinunciato ad almeno una prestazione sanitaria, con le liste d’attesa indicate come causa principale (6,8%). Chi può permetterselo ricorre al privato, mentre chi non ha risorse è costretto ad aspettare o a desistere, accentuando le disuguaglianze sociali. Se poi teniamo conto delle diverse agibilità ai LEA nelle Regioni italiane e alle differenze di reddito regionali, abbiamo quasi tutti gli elementi utili per capre la “dualizzazione” non tanto strisciante del SSN e dei SSR.Considerazioni conclusiveÈ importante essere chiari: le riforme sanitarie, da sole, non possono invertire questa tendenza. Possono attenuarla, non eliminarla. Perché le diseguaglianze di salute, come abbiamo visto, sono il riflesso di diseguaglianze sociali più ampie. Questo non significa che non ci siano margini di azione. Al contrario, esistono leve concrete che possono rendere il sistema più equo:La prima riguarda la riduzione del razionamento implicito: garantire, al netto di una ritrovata appropriatezza della domanda, realmente tempi massimi di attesa, utilizzare in modo mirato sia l’erogazione diretta che l’acquisto di prestazioni dal privato, rendere trasparenti e verificabili i criteri di priorità clinica.La seconda riguarda la progressività degli strumenti: rivedere le detrazioni fiscali per le spese sanitarie in senso più equo, rafforzare forme mutualistiche no profit evitando meccanismi selettivi basati sul rischio.La terza riguarda l’integrazione socio-sanitaria, spesso evocata ma raramente realizzata: costruire percorsi di presa in carico che tengano insieme bisogni sanitari e condizioni sociali, valorizzando il ruolo del territorio e del terzo settore.La quarta, infine, esce dal perimetro sanitario, ma ne determina in larga parte gli esiti: politiche sul lavoro, sui salari, sull’abitare, sulla conciliazione tra tempi di vita e di cura.Superare il “razionamento implicito” in sanità richiede un approccio strutturale volto a garantire equità, riducendo le liste d’attesa, potenziando la medicina territoriale e riformando le agevolazioni fiscali. Le strategie chiave includono l’efficientamento della spesa, l’integrazione tra stato, terzo settore e sanità non-profit, e l’adozione di politiche di “appropriatezza” terapeutica. Ecco le principali azioni individuate per superare il fenomeno:Rafforzamento della Sanità Territoriale: Investire nelle Case di Comunità, nell’assistenza domiciliare e nella medicina di prossimità per decongestionare gli ospedali e prendere in carico i pazienti cronici, evitando che i costi si riversino sulle famiglie.Riduzione delle Liste d’Attesa: Abbattere i tempi per visite specialistiche, diagnostica e follow-up, intervenendo in particolare su prestazioni differibili ma essenziali, causa principale del ricorso al privato. Implementare sistemi di monitoraggio pubblico per ridurre la discrezionalità e garantire un accesso equo basato sull’urgenza clinica e non sulla capacità di orientarsi nel sistema. Revisione dei LEA e della Fiscalità: Potenziare i Livelli Essenziali di Assistenza (LEA), specie nella prevenzione, e rendere le agevolazioni fiscali sulle spese sanitarie più eque, introducendo detrazioni rimborsabili per chi si trova nella “no-tax area”.Gestione Efficiente e Trasparente: Ridurre gli sprechi negli appalti sanitari, approvando e applicando rigorosamente i costi standard per garantire uniformità di trattamento tra le Regioni.A
ssicurazioni Mutualistiche No-Profit: Promuovere forme di assicurazione integrativa non orientate al profitto per ampliare la copertura su anziani, precari e fasce vulnerabili, vedere l’esperienza del Fondo Non Autosufficienza in Germania.Appropriatezza delle Cure: Sostituire la logica del mero taglio (selettività) con quella dell’appropriatezza, utilizzando solo trattamenti di provata efficacia, evitando sprechi e ponendo il paziente al centro del percorso terapeutico. Sostituire le scelte arbitrarie con criteri di appropriatezza clinica espliciti. Un intervento è considerato appropriato se è di efficacia provata e viene somministrato al paziente giusto nel momento giusto.Indicatori di performance: Utilizzare strumenti di misurazione oggettivi (medie, tassi di successo, tempi medi) per identificare dove il sistema fallisce e intervenire in modo mirato anziché lineare.Task Shifting: Ridistribuire i compiti all’interno dell’equipe sanitaria. Delegare competenze specifiche da medici a infermieri o altri operatori qualificati può liberare risorse e ridurre i colli di bottiglia.Umanizzazione e benessere degli operatori: Ridurre il burnout del personale sanitario è fondamentale. Un’equipe in salute e cooperativa è più incline a una comunicazione trasparente, evitando che il silenzio sugli errori o sulle inefficienze alimenti il razionamento “di fatto”.Coinvolgimento della comunità: Promuovere la partecipazione dei pazienti e delle comunità locali per ricomporre le tensioni generate dalla scarsità di fondi.Contrasto alle disuguaglianze di reddito: Poiché il reddito è diventato un fattore determinante per l’accesso (chi ha soldi ricorre al privato, gli altri attendono), sono necessarie policy che tutelino le fasce più povere per evitare che la sanità cessi di essere universale. In sintesi, il superamento del razionamento implicito mira a trasformare il sistema attuale, in cui il reddito influisce sull’accesso alle cure, in un modello basato sull’equità e la responsabilità sociale.Senza interventi su questi ambiti, il sistema sanitario è destinato a rincorrere gli effetti, senza incidere sulle cause. Il punto, in definitiva, non è se il Servizio Sanitario Nazionale continuerà a esistere. È molto probabile che continuerà a farlo. Il punto è quale forma assumerà. Resterà uno strumento di equità sostanziale, capace di ridurre le diseguaglianze? Oppure diventerà sempre più un sistema di base, affiancato da percorsi differenziati per chi può permetterseli? È su questa domanda che si gioca oggi il futuro del SSN. E, più in generale, la qualità del nostro patto sociale.Si ringrazia il collega Andrea Vannucci per i contributi forniti.Giorgio Banchieri,Segretario Nazionale ASIQUAS, Docente DISSE, Univ. “sapienza, RomaRiferimentiCREA Sanità (Consorzio per la Ricerca Economica Applicata in Sanità): 21° Rapporto Sanità (2025/2026): Affronta le tematiche di sostenibilità del SSN e le forme di razionamento, inclusa la fuga verso la sanità privata.Rivista AIC: Razzano, G. (2020). DAT e contesti emergenziali (tratta indirettamente le scelte di razionamento in emergenza).GIMBE (Gruppo Italiano per la Medicina Basata sulle Evidenze): Analisi sul governo della domanda e sulle attese come strumento di razionamento implicito.Fabbretti, G. Università Politecnica delle Marche – Fabbisogno di personale infermieristico e Missed Nursing Care. 07 Aprile 2026© Riproduzione riservataGentile Direttore,con l’introduzione della norma UNI EN ISO 45001:23 nell’art. 30 del d.lgs. 81/08, come indicato dall’ultima legge in materia di Salute e Sicurezza sul Lavoro dello scorso anno, si...Gentile direttore,negli ultimi anni le professioni sanitarie italiane hanno attraversato una trasformazione silenziosa ma profonda. Sono cambiate le competenze, si sono ampliati i confini della responsabilità, si sono moltiplicati gli...Gentile Direttore,c'è una domanda che v
iene fatta frequentemente durante i corsi ECM e cioè: qual è il migliore scudo penale? Prevenire è meglio che curare, dice un noto aforisma di...Gentile Direttore, l’Assistenza Domiciliare Integrata (ADI) rappresentava uno dei pilastri strategici del PNRR per la riorganizzazione territoriale del Servizio Sanitario Nazionale. L’obiettivo era chiaro: spostare il baricentro dell’assistenza verso il...Sanità digitale per garantire più salute e sostenibilità. Ma servono standard e condivisioneLa sanità pubblica (sempre più definanziata) perde terreno mentre avanzano privato e assicurazioni. Upb: “Il Ssn è sempre più un sistema ibrido”La guerra in Medio Oriente ferma un terzo della produzione mondiale di elio. Ecco come le risonanze magnetiche rischiano di spegnersiCup Lombardia. Pd: “Privati non aderiscono”. La Regione: “Disponibilità di tutti, procedure già avviate”Lecce. Intramoenia irregolare: visite private fuori Cup, arresti domiciliari per medico e infermieraAutonomia differenziata. Via libera della Conferenza Unificata alle pre-intese con quattro Regioni del Nord. "No" compatto dalle sei Regioni guidate dal CentrosinistraFarmaci. Ecco come la guerra in Medio Oriente potrebbe trasformarsi da una crisi di approvvigionamento in una emergenza globaleL'Argentina ufficializza l'uscita dall'Organizzazione mondiale della SanitàInfanzia e alimentazione. La Norvegia vieta la commercializzazione di cibi e bevande non salutariCervello. Scoperto il meccanismo che ci permette di “vedere” gli oggetti anche quando scompaionoLa guerra in Medio Oriente ferma un terzo della produzione mondiale di elio. Ecco come le risonanze magnetiche rischiano di spegnersiQuotidiano onlined'informazione sanitariaSede legale e operativa:Via della Stelletta, 23, 00186 - RomaSede operativa:Via Luigi Galvani, 24, 20124 - MilanoTel: (+39) 06 45209 715Email: [email protected]Copyright 2013-2026 © Homnya SrlTutti i diritti sono riservatiP.I. e C.F. 13026241003Iscrizione al ROC n.34308Iscrizione Tribunale di Roma n.115/2013 del 22/05/2013Riproduzione riservata   
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		<title><![CDATA[PNRR, iniziato il conto alla rovescia per la consegna di Case e Ospedali di Comunità ]]></title>
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		<description><![CDATA[<p style='color:#069;font-size:11px;font-style:italic;'><a href='http://gimbe.telpress.it/news/2026/04/07/2026040703266207639.PDF' target="_blank" ><img src='http://gimbe.telpress.it/images/help/PDF_16.png' align="left" border='0'/></a> Estratto da pag. 1 di <b>"rainews.it" </b>  del 07 Apr 2026 </p><p style='color:#444;font-size:11px;'>Oltre cento le nuove strutture sanitarie che dovranno essere pronte entro il 30 giugno. Pena la perdita dei finanziamenti. Tra inaugurazioni e ritardi resta da sciogliere il nodo del personale</p>]]></description>
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		<tp:url><![CDATA[https://www.rainews.it/tgr/piemonte/video/2026/04/sanita-case-e-ospedali-comunita-pnnr-medici-famiglia-edilizia-85820f29-9f54-4101-b8a3-05dada7bd5aa.html]]></tp:url>
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		<tp:ocr><![CDATA[Il conto alla rovescia è cominciato. A meno di 3 mesi dal 30 giugno, scadenza per la riforma dell’assistenza sanitaria territoriale prevista dal PNRR, è corsa anche in Piemonte a chiudere cantieri e attivare servizi, nelle nuove case e ospedali di comunità. Pena: la possibile perdita dei finanziamenti. 108 i presidi previsti cui si sommano una manciata di altre opere per cui sono stati trovati fondi extra.  Non tutto a livello nazionale sarà pronto in tempo rivelano le fotografie scattate da enti pubblici come Agenas o fondazioni indipendenti come Gimbe, che nel suo ultimo report parla di "gravi ritardi" lungo lo Stivale. Il Piemonte non è tra le regioni più indietro ma è ancora lontano dall'obiettivo: attivato almeno un servizio nel 37,5 per cento delle case di comunità, contro una media nazionale del 45,5 per cento. E nel 3 per cento degli ospedali di comunità rispetto a una media italiana del 27. Al 24esimo piano del Grattacielo della Regione, tuttavia, restano fiduciosi. Dall'ultima rendicontazione ufficiale che risale a gennaio, infatti, ulteriori strutture hanno aperto i battenti. A Torino in via Botticelli ospedale e casa di comunità insieme. E poi in via Cigna nell'ex Astanteria Martini si stanno proprio in questi giorni trasferendo servizi nella nuova casa di comunità. Inaugurazione dopodomani.  Altrove a Ceva sono 20 i posti letto attivati nell'ospedale di comunità, ad Alessandria la Casa di via Pacinotti. Imminenti aperture pure a Omegna e Gattinara. Mentre a Giaveno, uno degli ultimi presidi inaugurati, si è già fatto un passettino in più. Il direttore generale dell'ASL TO3 Giovanni La Valle spiega che alcuni medici di famiglia hanno già accettato di trasferirsi nella struttura e sono integrati nei turni.La prossima sfida è appunto proprio questa: evitare che i nuovi poli rimangano scatole vuote. In una regione dove le figure sanitarie nel pubblico continuano a mancare. E i medici di medicina generale di certo non scalpitano per lasciare i propri ambulatori e mettersi al servizio della rinnovata organizzazione. Riuscire a completare il piano edile senza però produrre benefici completi per i cittadini sarebbe comunque una sconfitta. Rivolgersi a gettonisti o cooperative va delineandosi come una possibile soluzione transitoria.Servizio di Francesca Nacini; montaggio di Gianluca OmaggioIntervista a Giovanni La Valle, direttore generale ASL TO3    
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		<tp:writer>Francesca Nacini</tp:writer>
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		<title><![CDATA[Sanità di prossimità: in Italia gli ospedali sono intasati e il territorio resta senza rete ]]></title>
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		<description><![CDATA[<p style='color:#069;font-size:11px;font-style:italic;'><a href='http://gimbe.telpress.it/news/2026/04/07/2026040703259307446.PDF' target="_blank" ><img src='http://gimbe.telpress.it/images/help/PDF_16.png' align="left" border='0'/></a> Estratto da pag. 1 di <b>"sardegnagol.eu" </b>  del 07 Apr 2026 </p><p style='color:#444;font-size:11px;'>Sul fronte del PNRR, le analisi della Fondazione GIMBE evidenziano criticità nell''attuazione della Missione Salute e una forte</p>]]></description>
		<pubDate>Tue, 07 Apr 2026 10:05:00 +0200</pubDate>
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		<tp:url><![CDATA[https://www.sardegnagol.eu/sanita-di-prossimita-in-italia-gli-ospedali-sono-intasati-e-il-territorio-resta-senza-rete/?utm_source=rss&utm_medium=rss&utm_campaign=sanita-di-prossimita-in-italia-gli-ospedali-sono-intasati-e-il-territorio-resta-senza-rete]]></tp:url>
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		<tp:ocr><![CDATA[Sul fronte del PNRR, le analisi della Fondazione GIMBE evidenziano criticità nell'attuazione della Missione Salute e una forte--PARTIAL--   
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		<tp:writer>Martina Cossu</tp:writer>
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		<title><![CDATA[Referendum Giustizia, Nicoletti (Spi Cgil Matera): "Il messaggio dei lucani al governo regionale: la Costituzione non si cambia, si applica" - SassiLive ]]></title>
		<link>http://gimbe.telpress.it/news/2026/04/07/2026040702939408339.PDF</link>
		<description><![CDATA[<p style='color:#069;font-size:11px;font-style:italic;'><a href='http://gimbe.telpress.it/news/2026/04/07/2026040702939408339.PDF' target="_blank" ><img src='http://gimbe.telpress.it/images/help/PDF_16.png' align="left" border='0'/></a> Estratto da pag. 1 di <b>"sassilive.it" </b>  del 07 Apr 2026 </p>]]></description>
		<pubDate>Tue, 07 Apr 2026 14:45:00 +0200</pubDate>
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		<category domain=""><![CDATA[GIMBE]]></category>
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		<source Readership="25720" Sales="0" Printing="0" url="http://gimbe.telpress.it/news/2026/04/07/2026040702939408339.PDF"><![CDATA[sassilive.it]]></source>
		<tp:url><![CDATA[https://www.sassilive.it/cronaca/politica/referendum-giustizia-nicoletti-spi-cgil-matera-il-messaggio-dei-lucani-al-governo-regionale-la-costituzione-non-si-cambia-si-applica/#respond]]></tp:url>
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		<tp:ocr><![CDATA[Referendum Giustizia, Nicoletti (Spi Cgil Matera): “Il messaggio dei lucani al governo regionale: la Costituzione non si cambia, si applica”. Di seguito la nota inviata da Eustachio Nicoletti, Segretario Generale Spi Cgil Matera.A distanza di pochi giorni dal sensazionale esito referendario che ha bocciato il tentativo maldestro del Governo Meloni di utilizzare il Referendum consultivo  per confermare la Riforma sulla giustizia Nordio, approvata da un maggioranza parlamentare blindata, nel mentre a livello nazionale si assiste ad un confronto politico serrato al punto tale da interessare la tenuta stessa del Governo Meloni, in Basilicata sembra che l’evento storico non sia mai entrato a pieno nel dibattito politico e sociale.Eppure, l’analisi del voto referendario in Basilicata dimostra che i cittadini e le cittadine lucane (230.593 pari a 53,26%) hanno deciso di recarsi alle urne per consolidare la democrazia partecipata e il 60,33% (136.997) degli stessi si sono espressi con nettezza e determinazione contro il tentativo del Governo di destra di modificare sette articoli della Costituzione, bloccando l’obiettivo di asservire la giustizia all’esecutivo di turno e di destabilizzare l’equilibrio dei poteri che i padri e le madri costituenti  accuratamente avevano costruito per evitare il ritorno sotto mentite spoglie delle aberrazioni viste nel ventennio fascista.Percentuali che si sarebbero attestate su numeri più alti se avessero creato le condizioni per permettere ai giovani emigrati o fuori sede di votare considerando che,  dei 18.000 – 22.000 giovani lucani (fascia 18-34 anni) che vivono stabilmente fuori regione per motivi di studio o lavoro, l’UDU (Unione degli Universitaria) e movimenti locali hanno denunciato che circa 10.000 ( 60%)  dei fuori sede lucani non sarebbe rientrato per il voto.Si è trattato di un voto ponderato perché maturato anche attraverso la partecipazione alle numerose iniziative che i  Comitati provinciali e comunali per il NO al Referendum Costituzionale sulla giustizia hanno organizzato per informare sui rischi che la democrazia italiana poteva incorrere se l’esito referendario avesse confermato la Riforma Nordio.I lucani, raggiungendo la terza migliore percentuale tra tutte le regioni italiane,  con decisione hanno rigettato la modifica involutiva del sistema giustizia salvaguardando così l’autonomia della magistratura quale presupposto  per evitare l’introduzione di un modello autocratico dello Stato da parte della destra populista italiana fondato sull’Autonomia differenziata e sul Premierato.Espressione di voto che nella provincia di Matera ha raggiunto una percentuale più alta (61,29%)  per arrivare addirittura al 68,2% nella città di Matera che, oltre a rigettare nettamente il quesito referendario, inevitabilmente si è caricato anche di valenza politica nei confronti dell’operato del Governo regionale che, nonostante il primo mandato sia stato percepito come  clamoroso fallimento (arretramento di tutti i parametri socio-economici ed occupazionali), per giochi politici di potere e di palazzo, ha trovato conferma  per governare immeritatamente il secondo mandato.La stessa incapacità di governo che continua a manifestarsi attraverso l’aggravarsi delle condizioni complessive della Basilicata e della provincia di Matera, frutto soprattutto della persistenza di approcci e metodi autoreferenziali, aggravata dai condizionamenti eterodiretti sulle scelte politiche regionali. Una forma di protettorato ricondotto alla stessa cultura politica autocratica della destra populista nazionale che esclude la partecipazione ai corpi intermedi sulle scelte fondamentali nei settori strategici come quello della sanità che sta vivendo una fase di profonda trasformazione, caratterizzata da un crescente ricorso alla sanità privata accreditata e da una difficile sostenibilità del sistema pubblico, che spinge sempre più cittadini verso il settore privato acuendo le difficoltà alle categorie critiche come gli anziani e le disabilità.<
br/>La sanità materana continua a rimanere in una condizione di precarietà dove persistono le criticità del personale (“fuga” dei medici e la difficoltà di copertura delle zone interne) e le lunghe liste d’attesa tanto che, nelle ultime rilevazioni (Fondazione Gimbe 2025/2026), la Basilicata è scivolata nelle posizioni di coda (17ª in Italia), risultando “inadempiente” in particolare per quanto riguarda l’assistenza distrettuale.Criticità comprovata soprattutto  da una crescente rinuncia alle cure da parte della popolazione stimata come si evince dai  Gimbe e dati del 2025 che stima in circa 60.000 i lucani che hanno rinunciato a prestazioni sanitarie e tra le motivazioni principali sono incluse le liste d’attesa lunghe, difficoltà di accesso ai servizi e condizioni socioeconomiche.Si tratta di un vero Allarme sociale di cui la Regione Basilicata si deve interamente caricare la responsabilità perché, la rinuncia alle cure,  rappresenta una lesione del diritto costituzionale alle cure sanitarie sancito dall’art. 32 della Costituzione che cita testualmente: “La Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività, e garantisce cure gratuite agli indigenti…”.La situazione si aggrava ulteriormente se si considera che la Sanità territoriale e l’applicazione del PNRR presentano ritardi nell’attuazione della sanità territoriale, con report che evidenziano una carenza di Case di Comunità attive, fondamentali per l’assistenza di prossimità.In sintesi, più che una mancata volontà di curarsi, i dati indicano una crescente difficoltà di accesso alle cure per una parte consistente della popolazione, legata alle inefficienze del sistema, all’invecchiamento demografico e a fattori socioeconomici.Una situazione complessa che sta determinando un “arresto” secco dell’aspettativa di vita media, un allarme sulla qualità della vita degli anziani e una diminuzione degli anni vissuti in piena salute, in un contesto di forte spopolamento.Tanto si evince da parametri inequivocabili come:·         Bassa aspettativa di vita in buona salute: Nel 2023, la Basilicata è risultata la regione con il più basso numero di anni di aspettativa di vita in ottime condizioni (52,8 anni), posizionandosi al di sotto della media nazionale e meridionale.·         Speranza di vita media sopra la media UE: Se si considera la speranza di vita media generale, la Basilicata si attesta su valori elevati (circa 82,7 anni secondo dati Eurostat 2023), collocandosi fra le regioni meridionali più alte.·         Contesto demografico critico: La regione affronta un grave problema di spopolamento, con un invecchiamento significativo della popolazione. Al 31 dicembre 2025, la Basilicata ha registrato il calo demografico maggiore d’Italia.·         Situazione sanitaria e sociale: Il contesto regionale mostra un welfare in difficoltà, con la regione che arranca nei servizi sociali (penultima nel Paese nel 2026), un fattore che incide sulla qualità della vita.Pertanto, sarebbe opportuno che anche nella Regione Basilicata, il messaggio inequivocabile espresso dalla maggioranza schiacciante dei lucani nel Referendum costituzionale sulla giustizia non si disperdesse nell’indifferenza della politica soprattutto della maggioranza, ma anche dell’opposizione, oltre che dell’opinione pubblica.Al contrario, la Costituzione la si “applichi”  spostando l’attenzione dalla forma alla sostanza, sapendo che nessuna riforma potrà mai sostituire la volontà politica e amministrativa di rendere quei diritti una realtà quotidiana.     
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		<tp:writer>REDAZIONE</tp:writer>
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		<title><![CDATA[Trent’anni di GIMBE: la scienza al servizio della sanità pubblica - Valledaostaglocal.it ]]></title>
		<link>http://gimbe.telpress.it/news/2026/04/07/2026040703268007677.PDF</link>
		<description><![CDATA[<p style='color:#069;font-size:11px;font-style:italic;'><a href='http://gimbe.telpress.it/news/2026/04/07/2026040703268007677.PDF' target="_blank" ><img src='http://gimbe.telpress.it/images/help/PDF_16.png' align="left" border='0'/></a> Estratto da pag. 1 di <b>"valledaostaglocal.it" </b>  del 07 Apr 2026 </p><p style='color:#444;font-size:11px;'>Dalla difesa dell’evidenza scientifica alla promozione di un Servizio sanitario nazionale equo e sostenibile: i 30 anni della Fondazione GIMBE segnano un nuovo inizio, tra eventi, dati e partecipazione civica</p>]]></description>
		<pubDate>Tue, 07 Apr 2026 11:47:00 +0200</pubDate>
		<argument order=""><![CDATA[]]></argument>
		<category domain=""><![CDATA[GIMBE]]></category>
		<subcategory domain=""><![CDATA[]]></subcategory>
		<source Readership="521" Sales="0" Printing="0" url="http://gimbe.telpress.it/news/2026/04/07/2026040703268007677.PDF"><![CDATA[valledaostaglocal.it]]></source>
		<tp:url><![CDATA[https://www.valledaostaglocal.it/2026/04/07/leggi-notizia/argomenti/bene-comune/articolo/trentanni-di-gimbe-la-scienza-al-servizio-della-sanita-pubblica.html]]></tp:url>
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		<tp:ocr><![CDATA[Nino Cartabellotta, pres. Findazionae Gimbe e Silvio Angelo Garattini, oncologo, farmacologo e ricercatore, presidente e fondatore dell'Istituto di ricerche farmacologiche "Mario Negri"Trent’anni fa nasceva un’idea semplice quanto rivoluzionaria: difendere la salute dei cittadini attraverso evidenze scientifiche solide e un’indipendenza reale da interessi politici ed economici. Oggi quella visione ha un nome preciso, riconosciuto e autorevole: la Fondazione GIMBE, punto di riferimento nazionale nel dibattito sulla sanità pubblica.Nel 2026, il traguardo dei trent’anni – celebrato con l’iniziativa #GIMBE30 – non rappresenta solo una ricorrenza simbolica, ma un vero e proprio rilancio. Un’occasione per guardare avanti, rafforzando l’impegno a tutela del Servizio sanitario nazionale, considerato un patrimonio collettivo da proteggere e innovare.Per celebrare questo anniversario, GIMBE ha costruito un ricco programma di attività ed eventi pensati per coinvolgere cittadini, professionisti e istituzioni. L’obiettivo è chiaro: riportare la sanità pubblica al centro dell’agenda del Paese, con uno sguardo lucido sulle criticità attuali e una visione concreta per il futuro.Tre i pilastri dell’iniziativa:In questi trent’anni, la Fondazione ha dimostrato che il cambiamento nasce da chi sceglie di non restare a guardare. È una lezione che oggi torna più attuale che mai, in un momento storico in cui il Servizio sanitario nazionale è chiamato ad affrontare sfide profonde: sostenibilità economica, accesso equo alle cure, innovazione tecnologica e carenza di personale.Celebrare #GIMBE30 significa quindi rinnovare un patto: quello fondato su scienza, indipendenza e diritto alla salute. Un impegno che chiama in causa non solo gli addetti ai lavori, ma l’intera comunità.Per partecipare al programma completo e scoprire tutte le iniziative del trentennale è possibile visitare il sito ufficiale: https://30anni.gimbe.org/Perché, come ricorda la stessa Fondazione, trent’anni sono solo l’inizio. E il futuro del Servizio sanitario nazionale si scrive insieme, giorno dopo giorno.pi.mi.   
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