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	<title>Rassegna online.</title>
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		<title><![CDATA[Sanità, obiettivi a rischio, benefici incerti: il grido d’allarme della Fondazione GIMBE ]]></title>
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		<description><![CDATA[<p style='color:#069;font-size:11px;font-style:italic;'><a href='http://gimbe.telpress.it/news/2026/04/02/2026040202102200084.PDF' target="_blank" ><img src='http://gimbe.telpress.it/images/help/PDF_16.png' align="left" border='0'/></a> Estratto da pag. 1 di <b>"adriaeco.eu" </b>  del 02 Apr 2026 </p><p style='color:#444;font-size:11px;'>Adriaeco:, news di economia dall''Adriatico: Sanità, obiettivi a rischio, benefici incerti: il grido d’allarme della Fondazione GIMBE</p>]]></description>
		<pubDate>Thu, 02 Apr 2026 02:11:00 +0200</pubDate>
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		<source Readership="24" Sales="0" Printing="0" url="http://gimbe.telpress.it/news/2026/04/02/2026040202102200084.PDF"><![CDATA[adriaeco.eu]]></source>
		<tp:url><![CDATA[https://www.adriaeco.eu/2026/04/02/sanita-obiettivi-a-rischio-benefici-incerti-il-grido-dallarme-della-fondazione-gimbe/]]></tp:url>
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		<tp:ocr><![CDATA[Quattro anni dopo l’adozione del DM 77, la riforma dell’assistenza territoriale, cuore pulsante della Missione Salute del PNRR, sembra più un progetto incompiuto che una rivoluzione in atto. I dati della Fondazione GIMBE, aggiornati al 31 dicembre 2025, restituiscono un quadro preoccupante: Case della Comunità e Ospedali di Comunità procedono a ritmo lento, la digitalizzazione resta incompleta, e le disuguaglianze tra Regioni sono più marcate che mai.Le Case della Comunità (CdC) erano destinate a diventare il nuovo punto di riferimento dell’assistenza territoriale, con équipe multidisciplinari, assistenza domiciliare, servizi ambulatoriali e diagnostici, collegamento con i servizi sociali. Ma la realtà è ben diversa: su 1.715 strutture previste, solo 66 sono pienamente operative. La maggior parte non offre tutti i servizi previsti e oltre un terzo delle strutture non fornisce dati certi sullo stato di avanzamento.Come sottolinea Nino Cartabellotta, presidente della Fondazione GIMBE, “anche dove tutti i servizi sono dichiarati attivi, le Case della Comunità restano scatole vuote: senza personale medico e infermieristico non possono funzionare”. E la geografia del fallimento è chiara: Lombardia ed Emilia-Romagna concentrano oltre la metà delle CdC pienamente funzionanti, mentre alcune regioni meridionali e del Nord Est non vedono ancora nessuna struttura realmente operativa.La situazione non migliora negli Ospedali di Comunità (OdC). Dei 594 previsti, solo 163 hanno almeno un servizio attivo, e nessuno è pienamente funzionante. L’assenza di posti letto dedicati, di case manager e di personale infermieristico costante impedisce di raggiungere gli standard richiesti dal DM 77. Alcune regioni, come Veneto e Provincia autonoma di Trento, mostrano progressi, ma molte altre restano ferme al palo, rendendo sempre più improbabile il raggiungimento dei target del PNRR entro il 30 giugno.Le uniche strutture che mostrano numeri incoraggianti sono le Centrali Operative Territoriali (COT). Su 657 programmate, 625 risultano pienamente operative, e il target europeo è stato raggiunto. Tuttavia, questa eccezione non compensa i ritardi strutturali e le profonde disparità territoriali che caratterizzano CdC e OdC.Il Fascicolo Sanitario Elettronico (FSE) avrebbe dovuto essere il pilastro della rivoluzione digitale del SSN. Con un investimento di 1,38 miliardi di euro, il PNRR puntava a creare un ecosistema interoperabile di dati sanitari su scala nazionale. Eppure, nessuna Regione rende disponibili tutte le tipologie di documenti previsti, e solo il 44% dei cittadini ha dato il consenso alla consultazione dei propri dati.La situazione è ancora più critica nel Mezzogiorno, dove analfabetismo digitale, scarsa fiducia nella sicurezza dei dati e percezione limitata dell’utilità del FSE frenano l’adozione. Come osserva Cartabellotta, “non siamo di fronte a un problema tecnico, ma a un fallimento culturale e organizzativo”.Con la scadenza del PNRR ormai vicina, i rischi sono evidenti: il mancato raggiungimento dei target europei, l’ottenimento dei risultati solo in alcune Regioni con l’ampliamento delle disuguaglianze, e la digitalizzazione incompleta che lascerebbe ai cittadini solo scatole vuote.La Fondazione GIMBE invita Governo e Regioni ad accelerare l’attuazione della riforma, investendo sulla piena operatività di CdC e OdC, sul rafforzamento del personale sanitario e sull’inclusione digitale dei cittadini. La posta in gioco è alta: non si tratta solo di numeri o di fondi europei, ma della capacità del SSN di costruire una sanità territoriale efficiente, equa e accessibile.Se questi ritardi non verranno affrontati con decisione, la riforma rischia di restare una promessa non mantenuta, un’occasione mancata per una sanità più vicina ai cittadini, e un’eredità di inefficienza che peserà sulle generazioni future.   
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		<title><![CDATA[Mobilità sanitaria italiana, il 95,1% si muove tra Lombardia, Emilia Romagna e Veneto ]]></title>
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		<description><![CDATA[<p style='color:#069;font-size:11px;font-style:italic;'><a href='http://gimbe.telpress.it/news/2026/04/02/2026040202888908851.PDF' target="_blank" ><img src='http://gimbe.telpress.it/images/help/PDF_16.png' align="left" border='0'/></a> Estratto da pag. 1 di <b>"corrieredeiterritori.it" </b>  del 02 Apr 2026 </p>]]></description>
		<pubDate>Thu, 02 Apr 2026 11:20:00 +0200</pubDate>
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		<source Readership="0" Sales="0" Printing="0" url="http://gimbe.telpress.it/news/2026/04/02/2026040202888908851.PDF"><![CDATA[corrieredeiterritori.it]]></source>
		<tp:url><![CDATA[https://corrieredeiterritori.it/attualita/mobilita-sanitaria-italiana-il-951-si-muove-tra-lombardia-emilia-romagna-e-veneto/]]></tp:url>
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		<tp:ocr><![CDATA[Negli ospedali di Milano e dintorni si concentra il 23,2% dei pazienti italiani.Mobilità sanitaria italiana, il 95,1% si muove tra Lombardia, Emilia Romagna e Veneto02/04/2026 alle 08:06di Alessandro ZoncaIl 95,1% del saldo attivo della mobilità sanitaria del Paese si concentra tra Lombardia, Emilia Romagna e Veneto. Per mobilità sanitaria si intende «la differenza tra risorse ricevute per curare pazienti di altre Regioni e quelle versate per i propri residenti curati altrove», per dirla con le parole usate dalla Fondazione Gimbe che ha presentato l’ultimo rapporto sulla mobilità sanitaria tra le regioni italiane. Mobilità che, secondo le analisi della fondazione bolognese, nel 2023 ha raggiunto la cifra record di 5,15 miliardi di euro. Ma cosa significa questo dato?    «Questi numeri – afferma Nino Cartabellotta, presidente Gimbe – indicano che la mobilità sanitaria è sempre meno una scelta e sempre più una necessità. Quando miliardi di euro e centinaia di migliaia di pazienti convergono verso poche Regioni, significa che l’offerta dei servizi non è omogenea e che il diritto alla tutela della salute non è garantito in maniera equa su tutto il territorio nazionale e richiede spostamenti che hanno anche un rilevante impatto economico sui bilanci delle famiglie».L’edizione del report mette in evidenza come, con il record della mobilità sanitaria, raggiunga livelli sempre meno sostenibili la situazione sanitaria delle regioni del Sud Italia:    «Sul versante opposto, a pagare il prezzo più alto sono Calabria, Campania, Puglia, Sicilia, Lazio e Sardegna, che insieme assorbono il 78,2% del saldo passivo».La Lombardia è la regione più attrattiva ma anche quella con gli esborsi maggioriLa regione più popolosa d’Italia si conferma come la più attrattiva per la mobilità sanitaria attiva. Nello specifico, qui si concentra il 23,2% del totale. La quota di mobilità attiva assorbita dal Piemonte è del 5,8%, dopo Emilia-Romagna (17,6%), Veneto (11,1%), Lazio (8,9%) e Toscana (6,4%). Paradossalmente è anche tra le regioni che subiscono i maggiori esborsi per le cure ricevute dai propri residenti in altre regioni, con il 9,2% dopo Lazio (12,1%) e Campania (9,4%). Da sole queste tre regioni rappresentano quasi un terzo del totale, con oltre 400 milioni di euro ciascuna.    «La mobilità passiva – spiega Cartabellotta – non coincide esclusivamente con la fuga di pazienti da Sud a Nord. Esiste anche una mobilità di prossimità tra Regioni del Nord confinanti dotate di servizi di elevata qualità. Regioni come Lombardia, Veneto e Piemonte registrano livelli rilevanti di mobilità passiva».Nella cartina dei saldi regionali l’enorme frattura tra Nord e SudAnalizzando l’ammontare dei saldi regionali si vede ancora una volta un primato lombardo, che con la bellezza di 645,8 milioni di euro si piazza al primo posto delle regioni, nell’insieme delle regioni con saldo positivo rilevante (assieme a Emilia Romagna con 564,9 milioni di euro e Veneto, 212,1 milioni di euro). Le altre regioni del Nordovest si trovano negli insiemi di territori in cui il saldo è negativo minimo (Valle d’Aosta -12,8 milioni di euro e Piemonte con -20,7 milioni di euro), e negativo moderato (Liguria -74,4 milioni di euro).    «I saldi regionali – commenta il presidente Gimbe – evidenziano un’enorme frattura strutturale tra Nord e Sud. Le sole Regioni con un saldo positivo superiore a 100 milioni di euro si trovano tutte al Nord, mentre quelle con un saldo negativo oltre 100 milioni di euro appartengono tutte al Mezzogiorno, con l’eccezione del Lazio. Infine, la mobilità sanitaria riguarda prevalentemente i ricoveri ospedalieri e non restituisce le diseguaglianze nell’assistenza territoriale e socio-sanitaria. Ovvero, il divario reale tra le Regioni è ancora più marcato».Mentre il SSN affonda, il privato convenzionato fa affari d’oroNel report della fondazione Gimbe (che ha a cuore la salvaguardia del servizio sanitario pubbli
co) emerge come più della metà dei soldi spesi per ricoveri e prestazioni specialistiche erogate fuori dalla Regione di residenza del beneficiario finisca nelle casse della sanità privata convenzionata. Si parla di 1.966 milioni di euro destinati al privato contro 1.643 milioni di euro per la sanità pubblica.    «La quota di mobilità che confluisce verso il privato convenzionato – sottolinea Cartabellotta – non è omogenea in tutte le Regioni, perché dipende dall’offerta e dalle capacità attrattive di strutture private d’eccellenza».Infatti, le strutture private assorbono oltre il 60% della mobilità attiva in Molise (90,2%), Lombardia (71,1%), Puglia (68,9%) e Lazio (63,8%). In altre Regioni la capacità attrattiva del privato resta invece inferiore al 20%: Valle D’Aosta (15,7%), Umbria (15,1%), Liguria (11,4%), Provincia autonoma di Bolzano (9,1%) e Basilicata (7,2%).
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		<title><![CDATA[Medici di famiglia, Smi Marche: il ruolo unico aggrava la crisi della medicina generale | Doctor33 ]]></title>
		<link>http://gimbe.telpress.it/news/2026/04/02/2026040202904009018.PDF</link>
		<description><![CDATA[<p style='color:#069;font-size:11px;font-style:italic;'><a href='http://gimbe.telpress.it/news/2026/04/02/2026040202904009018.PDF' target="_blank" ><img src='http://gimbe.telpress.it/images/help/PDF_16.png' align="left" border='0'/></a> Estratto da pag. 1 di <b>"doctor33.it" </b>  del 02 Apr 2026 </p><p style='color:#444;font-size:11px;'>Nelle Marche lo Smi segnala carenze di organico, calo delle candidature e criticità organizzative legate al nuovo ruolo unico previsto dall’ACN 2024</p>]]></description>
		<pubDate>Thu, 02 Apr 2026 12:17:00 +0200</pubDate>
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		<tp:url><![CDATA[https://www.doctor33.it/articolo/67318/medici-di-famiglia-smi-marche-il-ruolo-unico-aggrava-la-crisi-della-medicina-generale]]></tp:url>
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		<tp:ocr><![CDATA[Durante un’audizione in Commissione Sanità del Consiglio regionale delle Marche sul ruolo del medico di assistenza primaria e sulle Aggregazioni funzionali territoriali, il Sindacato medici italiani (Smi) ha espresso una valutazione critica sul nuovo modello organizzativo previsto dall’ACN 2024. Secondo quanto riportato nella lettera firmata da Alessandra Moraca, segretaria regionale Marche dello Smi, la riforma del ruolo unico rischia di aggravare le difficoltà della medicina generale, già caratterizzata da carenze di personale e calo di attrattività. I dati citati indicano che al primo gennaio 2025 nella regione mancano 161 medici di medicina generale e che entro il 2028 sono attesi 202 pensionamenti. Nel 2025, inoltre, i candidati al corso di formazione in medicina generale sono risultati inferiori ai posti disponibili, con un gap del 49%. Di seguito la letteraGentile Direttore,alcuni giorni fa la Commissione Sanità del Consiglio Regionale delle Marche ha proseguito le audizioni sul ruolo del medico di assistenza primaria e sulle aggregazioni funzionali territoriali, ascoltando anche il Sindacato Medici Italiani di cui mi onora essere la Segretaria Regionale.Abbiamo espresso le nostre valutazioni partendo dal fatto che la professione del medico di famiglia sta attraversando una profonda crisi identitaria forse la più significativa degli ultimi decenni.Il nuovo Ruolo Unico di Assistenza Primaria, previsto dall'ACN 2024 e approvato dalla Conferenza Stato-Regioni, impone ai medici un'organizzazione rigida e insostenibile, costringendoli a svolgere contemporaneamente medicina di famiglia e continuità assistenziale, senza possibilità di scelta e ignorando carichi di lavoro, competenze specifiche e vita personale. Questa riforma ha ulteriormente diminuito l'attrattiva della professione, già compromessa da carichi di lavoro eccessivi (superamento del limite normativo di 1.500 assistiti).La burocrazia è opprimente, infatti il 50% del tempo lavorativo dei medici è dedicato alla compilazione di moduli, piani terapeutici e documentazione e così si riduce il tempo disponibile per l'assistenza ai pazienti.Bisogna tenere anche presente che oggi una quota consistente di questi medici è donna, che spesso scelgono questo settore lavorativo anche per la possibilità di gestire, sebbene con difficoltà, l'equilibrio tra vita professionale e familiare.I recenti dati della Fondazione Gimbe dimostrano proprio questo, nelle Marche entro il 2028 saranno 202 i medici di medicina generale che raggiungeranno l'età di pensionamento dei 70 anni, considerando il rapporto ottimale pari a un MMG ogni 1.200 assistiti, al primo gennaio 2025 in regione di fatto già mancano 161 medici di medicina generale. Ma tra i dati più negativi emerge quello secondo cui, nel 2025, i partecipanti delle Marche al concorso nazionale per il Corso di Formazione Specifica in Medicina generale sono stati inferiori ai posti disponibili e cioè 78 candidati in meno rispetto alle borse finanziate, pari al -49% rispetto ai posti a fronte di una media Italia del +26%.Il Sindacato Medici Italiani è critico rispetto a diversi aspetti del nuovo modello organizzativo, in particolare riguardo alla fattibilità di alcuni standard del DL 77/2022, alla loro integrazione all'interno delle AFT e all'integrazione funzionale con gli altri servizi della rete (COT, PUA ecc.). Riteniamo che vi sia bisogno della formazione del personale dedicato ai servizi (attualmente la formazione e l'aggiornamento è lasciata all'iniziativa personale del singolo) e di un provider unico di comunicazione tra i servizi (non può esistere come ora, una modalità dedicata per la contattabilità di ogni singolo servizio, diversa a volte da distretto a distretto)Riteniamo che la professione del medico di medicina generale non possa essere più immaginata senza l’introduzione di tutele e di garanzie (maternità, ferie, malattia, infortunio).Alla firma dell’Accordo Integrativo Regionale nell’agosto 2025 apponemmo solo una firma tecnica, infatti avremmo volut
o avere il tempo sufficiente per effettuare una migliore allocazione delle risorse e dare risposte più stringenti ai territori delle aree montane e disagiate, individuando migliori e ulteriori soluzioni che andassero incontro alle necessità dei medici di medicina generale di tutto il territorio marchigiano. Già in quel contesto abbiamo rappresentato il malcontento del personale medico in merito al fatto che il ruolo unico sia un obbligo per i giovani medici e non una libera scelta, così come il lavoro nelle Case di Comunità e nelle Aggregazioni Funzionali Territoriali (AFT) come oggi concepito, illustrando come quelle scelte dell’AIR avrebbero potuto contribuire a un ulteriore impoverimento della medicina territoriale con la conseguente fuga dei professionisti.La legge sul Ruolo Unico, invece di affrontare davvero questa emergenza, propone una soluzione miope: obbligare i nuovi medici a farsi carico di un modello già in crisi, ignorando i profondi cambiamenti sociali, demografici e tecnologici degli ultimi decenni.Ci auguriamo che un approfondimento delle problematiche e del corretto ruolo di tutti gli attori del sistema, possa portare ad una riorganizzazione territoriale adeguata al fine di garantire i fabbisogni di salute necessari alla popolazione marchigiana.Alessandra MoracaSegretaria regionale MarcheSindacato Medici Italiani???????????Gli algoritmi relativi alla medicina di emergenza rappresentano una risorsa fondamentale per i professionisti sanitari che, ciascuno nel proprio ambito...L’impatto dell’Intelligenza Artificiale (AI) e dei Big Data nel settore sanitario è innegabile. L’AI sta rivoluzionando la scoperta di farmaci, la...Edra, sempre attenta a garantire una formazione completa e adeguata alle esigenze del sistema salute, ha progettato il nuovo corso...Introdurre la Medicina Narrativa nella progettazione dei percorsi di cura. Integrare la narrazione nel sistema cura e nel sistema persona...Inserisci le tue chiavi di accesso   
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		<title><![CDATA[Muri di neve lungo le strade di Capracotta: l’accumulo è impressionante ]]></title>
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		<description><![CDATA[<p style='color:#069;font-size:11px;font-style:italic;'><a href='http://gimbe.telpress.it/news/2026/04/02/2026040202889008848.PDF' target="_blank" ><img src='http://gimbe.telpress.it/images/help/PDF_16.png' align="left" border='0'/></a> Estratto da pag. 1 di <b>"eurogiornale.com" </b>  del 02 Apr 2026 </p>]]></description>
		<pubDate>Thu, 02 Apr 2026 11:20:00 +0200</pubDate>
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		<tp:url><![CDATA[https://eurogiornale.com/muri-di-neve-lungo-le-strade-di-capracotta-laccumulo-e-impressionante/]]></tp:url>
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		<tp:ocr><![CDATA[Oltre un metro e mezzo di neve in diverse zone del comune a 1.421 metri di altitudineRaiNews - Cronaca 1 Aprile 2026CronacaCronacaMaltempo in MoliseMuri di neve lungo le strade di Capracotta: l'accumulo è impressionanteOltre un metro e mezzo di neve in diverse zone del comune a 1.421 metri di altitudine01/04/2026LocateamOltre un metro e mezzo di neve in diverse zone di Capracotta (Isernia), paese che si trova a 1.421 metri sul livello del mare, dove la nevicata intensa prosegue da ieri e mantiene il centro altomolisano in condizioni pienamente invernali, con temperature ben al di sotto dello zero. L'ondata di maltempo ha riportato scenari simili a quelli delle grandi nevicate del passato, con accumuli rilevanti e precipitazioni ancora in corso.Sul fronte della viabilità resta chiuso per motivi di sicurezza un tratto della strada provinciale 87 verso Guado Liscia, mentre le altre arterie risultano percorribili e garantiscono i collegamenti con il paese, che non è isolato.Attivato il piano antineve con mezzi comunali e provinciali al lavoro, previsto anche l'intervento di una turbina Anas per le situazioni più critiche. Scuole chiuse per ordinanza del sindaco Candido Paglione.     neve    Molise    Isernia    Capracotta
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		<title><![CDATA[Madre e figlia morte a Natale: “Avvelenate con la ricina”. Si indaga per omicidio ]]></title>
		<link>http://gimbe.telpress.it/news/2026/04/02/2026040202888308857.PDF</link>
		<description><![CDATA[<p style='color:#069;font-size:11px;font-style:italic;'><a href='http://gimbe.telpress.it/news/2026/04/02/2026040202888308857.PDF' target="_blank" ><img src='http://gimbe.telpress.it/images/help/PDF_16.png' align="left" border='0'/></a> Estratto da pag. 1 di <b>"eurogiornale.com" </b>  del 02 Apr 2026 </p>]]></description>
		<pubDate>Thu, 02 Apr 2026 11:22:00 +0200</pubDate>
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		<tp:url><![CDATA[https://eurogiornale.com/madre-e-figlia-morte-a-natale-avvelenate-con-la-ricina-si-indaga-per-omicidio/]]></tp:url>
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		<tp:ocr><![CDATA[Antonella di Jelsi e Sara di Vita sono morte tra il 27 e 28 dicembre, sfiorato lo sterminio di tutti e 4 i membri della famiglia. Si indaga della cerchia dei parenti e amici più strettiRaiNews - Cronaca 1 Aprile 2026CronacaPietracatella, CampobassoMadre e figlia morte a Natale: "Avvelenate con la ricina". Si indaga per omicidioAntonella di Jelsi e Sara di Vita sono morte tra il 27 e 28 dicembre, sfiorato lo sterminio di tutti e 4 i membri della famiglia. Si indaga della cerchia dei parenti e amici più stretti01/04/2026Un duplice omicidio. A distanza di tre mesi dalla loro morte non ci sono dubbi: Antonella Di Jelsi e la figlia Sara Di Vita sono state intenzionalmente avvelenate. Chi le ha volute uccidere voleva forse, inoltre, sterminare l'intera famiglia di Pietracatella.Non è stata quindi una intossicazione alimentare avvenuta durante la cena di Natale, come inizialmente ipotizzato, alla base del doppio decesso della cinquantenne e della ragazza di appena quindici anni: nel loro sangue sono state trovate tracce inequivocabili di ricina, un potentissimo veleno insapore e inodore.In quei giorni, inoltre, sfiorarono la morte anche gli altri due membri della famiglia molisana: Gianni, marito e padre delle due vittime, venne ricoverato allo Spallanzani di Roma mentre la figlia più grande della coppia sarebbe stata risparmiata non avendo preso parte alla cena fatale.Madre e figlia morte in Molise: trovata ricina nel sangue. Si indaga per omicidio premeditato31/03/2026Apri contenutoLa ricina, il veleno invisibile usato come arma biologica nella Guerra Fredda01/04/2026Apri contenutoLa Procura di Larino ha ufficialmente aperto un fascicolo per omicidio premeditato contro ignoti mentre nel paese della famiglia, Pietracatella, 1200 abitanti si è passati dal dolore per le morti inaspettate allo sgomento vero e proprio. La domanda che in tanti si pongono è chi voglia aver voluto sterminare quella che da tutti è stata descritta come una famiglie perbene ed esemplare. Per la Procura di Larino adesso è fondamentale, per riuscire a identificare il colpevole, individuare il momento in cui è avvenuta l'assunzione della sostanza e dove si stata sciolta, se nel cibo - e, quindi, in quale portata esattamente -  o se in qualche bevanda.La casa in cui risiedeva la famiglia Di Vita, e dove sarebbe avvenuta l'opera di avvelenamento, è ancora sotto sequestro: la scientifica dovrà riesaminare l'abitazione per cercare eventuali tracce residue di ricina tra le stoviglie. Escluse le prime ipotesi di botulino, funghi velenosi, pesticidi e sostanze chimiche comunemente associate a intossicazioni acute, l'inchiesta si è così spostata nei laboratori, con una rete di analisi complesse che ha coinvolto il Policlinico di Bari per i campionamenti d'organo, il Centro antiveleni Maugeri di Pavia per gli aspetti tossicologici e l'Istituto zooprofilattico per le matrici alimentari. A questi sono aggiunti un laboratorio in Svizzera e ricerche arrivate fino in America, dove la ricina è stata protagonista di casi di avvelenamento simili a quello molisano.Due volte dimesse dall'ospedale “Siamo sorpresi, non potevamo mai immaginare una cosa del genere, uno sviluppo di questo tipo”, il commento dell'avvocato Paolo Lanese, legale che assiste il fratello di Antonella Di Ielsi. Fino a questo momento l'inchiesta si era infatti concentrata su un possibile errore medico. Epatite fulminante, la primissima ipotesi valutata dopo la morte di madre e figlia dopo che le due donne si erano presentate due volte all'ospedale a seguito di quella che inizialmente sembrava essere stata una intossicazione alimentare particolarmente aggressiva caratterizzata da febbre e vomito violenti. Decedute a poche ore di distanza, tra la sera del 27 e il mattino del 28 dicembre, per quella che inizialmente sembrava una tossinfezione non trattata a dovere, cinque medici erano finiti nel registro degli in
dagati con l'accusa di omicidio colposo mentre mentre tra Roma e Campobasso erano iniziati i test sul cibo consumato nel giorno della Vigilia, (cozze, seppie, baccalà, funghi) e su quello dei pasti del giorno prima, quando a tavola c'erano solo i tre che poi si sono sentiti male.“Ebbi l'impressione che qualcosa di esterno all'organismo impedisse al cuore di ripartire”, Ia dichiarazione di Vincenzo Cuzzone, responsabile del reparto di Rianimazione del Cardarelli. “I quadri clinici hanno avuto un'evoluzione veramente rara che ha portato rapidamente al decesso nonostante le forme di supporto intensive che abbiamo messo in atto”. Quindi 'l'insufficienza epatica e poi una cascata di eventi uno dopo l'altro, con una velocità veramente unica che ha portato a un'insufficienza multiorgano". Una famiglia stimata e perbene: le ombre sui rapporti più stretti intorno a loroSara, 15 anni appena, era studentessa del liceo classico: è stata lei la prima ad essere ricoverata al Cardarelli. Le sue condizioni di salute si erano aggravate in poche ore e per questo era stata portata di nuovo al pronto soccorso dove venne deciso il ricovero. In serata le sue condizioni erano precipitate con "rara velocità", come aveva spiegato Vincenzo Cuzzone, per poi morire intorno alle 23.Proprio in seguito al suo decesso i medici avevano quindi deciso di ricoverare anche la mamma della ragazza, Antonella Di Jelsi, che presentava sintomi simili a quelli della figlia. Anche per lei, poche ore dopo, non c'era stato più niente da fare. La donna era una stimata commercialista della zona.Gianni di Vita, 55 anni, a sua volta avvelenato ma non al punto dal perdere la vita e rimasto ricoverato per una settimana, è stato dal 2006 al 2015 sindaco di Pietracatella, eletto per due volte dai residenti. Attualmente ricopre la carica di consigliere comunale di maggioranza. Ha ricoperto in passato anche l'incarico di tesoriere regionale del Pd. Madre e figlia morte per intossicazione: oggi l'autopsia su Sara e Antonella30/12/2025Apri contenutoCosa è la ricina e come funziona questo veleno01/04/2026Apri contenuto    Avvelenamento    Campobasso    Pietracatella    Antonella Di Jelsi    Sara Di VitaLeggi anche:    video Cosa è la ricina e come funziona questo veleno    video "Una tragedia immane": a Pietracatella una comunità sotto shock per la morte di madre e figlia    video Madre e figlia morte per intossicazione: oggi l'autopsia su Sara e Antonella    video Madre e figlia 15enne morte per intossicazione alimentare: sono cinque gli indagati    video Tragedia a Pietracatella in provincia di Campobasso, morte mamma e figlia. Sospetta intossicazione
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		<title><![CDATA[Case e ospedali di comunità, la Toscana 'centrerà gli obiettivi Pnrr' ]]></title>
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		<description><![CDATA[<p style='color:#069;font-size:11px;font-style:italic;'><a href='http://gimbe.telpress.it/news/2026/04/02/2026040203058109535.PDF' target="_blank" ><img src='http://gimbe.telpress.it/images/help/PDF_16.png' align="left" border='0'/></a> Estratto da pag. 1 di <b>"firenzedintorni.it" </b>  del 02 Apr 2026 </p><p style='color:#444;font-size:11px;'>Il commento del consigliere regionale Simone Bezzini, ex assessore alla Sanità</p>]]></description>
		<pubDate>Thu, 02 Apr 2026 14:30:00 +0200</pubDate>
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		<tp:url><![CDATA[https://www.firenzedintorni.it/it/articolo/36848/case-e-ospedali-di-comunita-la-toscana-centrera-gli-obiettivi-pnrr-il-commento-del-consigliere-regionale-simone-bezzini-ex-assessore-alla-sanita.html]]></tp:url>
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		<tp:ocr><![CDATA["Sostanzialmente la Toscana centrerà gli obiettivi previsti dal Pnrr per case di comunità ed ospedali di comunità", anche se "può esserci qualche piccola discrepanza perché abbiamo decine di cantieri che sono in corso di realizzazione". E' quanto ha detto Simone Bezzini, capogruppo Pd in Consiglio della Toscana ed ex assessora alla sanità, a margine di una conferenza stampa a Firenze, rispondendo a una domanda sui dati diffusi nei giorni scorsi da Gimbe.    "La tabella a cui si fa riferimento - spiega Bezzini - fa emergere un dato che va letto con attenzione, perché l'obiettivo di case di comunità che ci siamo dati è il più alto d'Italia". E adesso la Toscana è attorno al 50%, 79 con almeno un servizio attivo, su 159. "Se guardiamo al numero assoluto di case di comunità che abbiamo attivato in Toscana e lo rapportiamo la popolazione, vediamo che siamo tra le prime regioni nel nostro Paese. E' la pianificazione che è molto ambiziosa e quindi ci può dare dei dati di percentuali di attuazione un po' più bassi. Però se guardiamo poi i numeri assoluti, siamo ai vertici nazionali". 	Sponsor								Condividi			La funzionalità è stata disattivata perché si avvale di cookies (Maggiori informazioni)				Attiva i cookies   
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		<tp:writer>Firenze Web Division</tp:writer>
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		<title><![CDATA[Sanità pugliese, l’allarme di Potito Salatto: “Sistema in crisi, serve una riforma strutturale” - l'Immediato ]]></title>
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		<description><![CDATA[<p style='color:#069;font-size:11px;font-style:italic;'><a href='http://gimbe.telpress.it/news/2026/04/02/2026040203069909665.PDF' target="_blank" ><img src='http://gimbe.telpress.it/images/help/PDF_16.png' align="left" border='0'/></a> Estratto da pag. 1 di <b>"immediato.net" </b>  del 02 Apr 2026 </p><p style='color:#444;font-size:11px;'>Il presidente di Confindustria Foggia scrive ad Antonio Decaro: liste d’attesa, fuga dei pazienti e carenze territoriali al centro delle criticità</p>]]></description>
		<pubDate>Thu, 02 Apr 2026 15:16:00 +0200</pubDate>
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		<tp:url><![CDATA[https://www.immediato.net/2026/04/02/sanita-pugliese-lallarme-di-potito-salatto-sistema-in-crisi-serve-una-riforma-strutturale/]]></tp:url>
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		<tp:ocr><![CDATA[Home - Sanità pugliese, l’allarme di Potito Salatto: “Sistema in crisi, serve una riforma strutturale”Salatto e DecaroUna richiesta di intervento urgente per riorganizzare e rilanciare il sistema sanitario pugliese. A lanciarla è Potito Salatto, presidente di Confindustria Foggia e vicepresidente di Confindustria Puglia, che ha inviato una lettera al presidente della Regione Antonio Decaro per denunciare le principali criticità e proporre una riflessione complessiva sul futuro della sanità regionale.Al centro del documento c’è un principio chiaro: la sanità deve essere considerata un investimento strategico e non un costo da contenere.Salatto evidenzia come la Puglia sia tra le regioni con la più alta mobilità passiva sanitaria, con molti cittadini costretti a curarsi fuori regione a causa delle liste d’attesa, della carenza di alta specializzazione e della percezione di una qualità inferiore dei servizi.Secondo l’analisi, i vincoli imposti negli ultimi anni sulla spesa sanitaria hanno limitato investimenti e assunzioni, contribuendo a un progressivo invecchiamento delle strutture e delle tecnologie.Senza un superamento dei tetti di spesa e un aggiornamento dei meccanismi di finanziamento, avverte Salatto, la migrazione sanitaria verso regioni come Emilia-Romagna, Veneto e Lombardia continuerà ad aumentare.Tra i punti critici segnalati, anche la debolezza della medicina territoriale. Molti pazienti, anche per patologie non urgenti, si rivolgono ai pronto soccorso per mancanza di alternative efficaci sul territorio.“Le case di comunità sono poche e spesso non operative”, sottolinea, richiamando i dati dell’Osservatorio Gimbe che indicano una presenza ancora limitata di queste strutture in Puglia.Un altro nodo riguarda il ruolo dei medici di medicina generale, ritenuti troppo spesso limitati a funzioni prescrittive.Secondo Salatto, servirebbe una riforma che li renda protagonisti della diagnosi precoce, dotandoli di strumenti tecnologici e competenze per eseguire esami di base e interagire rapidamente con gli specialisti.Questo permetterebbe di ridurre ricoveri inappropriati e alleggerire la pressione sugli ospedali.Nel documento si evidenzia anche la difficoltà del sistema dell’ospedalità privata accreditata, penalizzato da tetti di spesa rigidi e non aggiornati.Una condizione che rischia di favorire gruppi sanitari più forti, soprattutto del Nord, con possibili acquisizioni e un ulteriore indebolimento dell’offerta sanitaria locale.Per Salatto, il tema non è solo quello di aprire o chiudere ospedali, ma di ripensare l’intera rete sanitaria in modo equo e funzionale, garantendo un accesso uniforme ai servizi.“L’accesso alle cure non può dipendere dal luogo di residenza”, sottolinea, richiamando i principi costituzionali di uguaglianza e tutela della salute.La richiesta finale è quella di un intervento deciso, basato su investimenti strutturali, programmazione e controlli efficaci sulla spesa.Un appello che punta a invertire una tendenza che, secondo Confindustria, rischia di aggravare ulteriormente le disuguaglianze sanitarie e sociali del territorio.Il presidente di Confindustria Foggia scrive ad Antonio Decaro: liste d’attesa, fuga dei pazienti e carenze territoriali al centro delle...Quotidiano online registrato presso il Tribunale di Foggia, n. 3/2014 Società editrice: iMEDIA srls P.IVA 03942360714Copyright © 2026Copyright  © 2024   
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		<title><![CDATA[Scacco alla Sanità Pnrr: a rischio opere e fondi ]]></title>
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		<description><![CDATA[<p style='color:#069;font-size:11px;font-style:italic;'><a href='http://gimbe.telpress.it/news/2026/04/02/2026040202870808846.PDF' target="_blank" ><img src='http://gimbe.telpress.it/images/help/PDF_16.png' align="left" border='0'/></a> Estratto da pag. 1 di <b>"lidentita.it" </b>  del 02 Apr 2026 </p>]]></description>
		<pubDate>Thu, 02 Apr 2026 11:17:00 +0200</pubDate>
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		<tp:url><![CDATA[https://www.lidentita.it/scacco-alla-sanita-pnrr-a-rischio-opere-e-fondi/]]></tp:url>
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		<tp:ocr><![CDATA[Per le Case della Comunità, su 1.715 previste, solo 66 risultano pienamente funzionanti. Poco meglio per gli Ospedali di Comunità: appena 163 (il 27,4%) hanno attivato almeno un serviziodi Angelo Vitale -2 Aprile 2026Pnrr Sanità, Case della Comunità e Ospedali di Comunità sono ancora poche “scatole vuote”. Dal monitoraggio della Fondazione Gimbe emerge una fotografia impietosa. Con la scadenza europea di giugno alle porte, l’Italia rischia di sprecare l’ultima chiamata per il Servizio Sanitario Nazionale.A rischio la Sanità PnrrIl countdown per la Missione 6 Salute del Pnrr entra nella sua fase più critica: una realtà allarmante a soli tre mesi dal traguardo. La riforma della sanità territoriale, pilastro del rilancio post-pandemico, arranca tra ritardi strutturali, carenze di personale e un divario Nord-Sud che non accenna a colmarsi. Secondo il presidente di Gimbe, Nino Cartabellotta, l’Italia si trova di fronte a un triplice rischio. L’obiettivo del Piano era ambizioso: spostare il baricentro dell’assistenza dall’ospedale al territorio.I numeri al 31 dicembre scorso raccontano una storia diversa. Per le Case della Comunità, su 1.715 previste, solo 66 risultano pienamente funzionanti. Poco meglio per gli Ospedali di Comunità: appena 163 (il 27,4%) hanno attivato almeno un servizio, mentre nessuno risponde ancora ai requisiti di piena operatività. Il vero gap, come sottolineato più volte dal ministro della Salute Orazio Schillaci è nel capitale umano. “Costruire le mura è solo il primo passo – ha più volte ribadito -. La sfida è riempirle di medici, infermieri e personale amministrativo in un momento di grave carenza professionale”.Ma nell’analisi dell’Osservatorio non c’è alcuno spazio per interpretazioni ottimistiche. Se non si inverte la rotta entro 90 giorni, le conseguenze saranno strutturali. Nel caso di mancato raggiungimento dei target Ue, il rischio concreto è quello di dover restituire i contributi a fondo perduto, aggravando il debito pubblico senza aver ammodernato il sistema. Poi, c’è anche l’aumento delle diseguaglianze territoriali: le Regioni “virtuose” (prevalentemente al Nord) possono centrare gli obiettivi, lasciando il Sud in una condizione di cronica arretratezza. Infine, un pacchetto di investimenti senza benefici: incassare le risorse senza riuscire a garantire servizi reali ai cittadini, rendendo le nuove strutture meri “monumenti allo spreco”.Anche con il Pnrr la salute digitale arrancaSul fronte digitale, il quadro non è migliore. Il Fascicolo Sanitario Elettronico 2.0, fondamentale per la telemedicina, soffre perché la tecnologia c’è, ma mancano gli utenti. Solo il 44% dei cittadini ha espresso il consenso all’alimentazione del fascicolo con i dati pregressi. Ed è evidente, sempre al Sud, un gap: la diffidenza verso l’uso dei dati e la scarsa alfabetizzazione digitale rallentano drasticamente l’adozione dello strumento.Il ministero della Salute ha avvertito che, senza una massiccia campagna di sensibilizzazione, l’Fse rimarrà una “biblioteca vuota”.Schillaci pragmaticoSu questa scena di rischi, dalle stanze del Lungotevere Ripa, la posizione del ministero resta comunque improntata a un cauto pragmatismo, precisando che il monitoraggio Gimbe si basa su scadenze intermedie, mentre il lavoro di coordinamento con le Regioni è incessante.Sul campo, tre i pilastri della strategia governativa per evitare il disastro. Una flessibilità dei modelli, adattando le Case della Comunità alle esigenze locali, evitando modelli “copia e incolla” che non funzionano nelle aree interne. Poi, una integrazione Pubblico-Privato: laddove il pubblico non arriva con il personale, si punta a convenzioni mirate per garantire l’apertura delle strutture. Ancora, l’adozione di incentivi per il personale: il decreto “Salva Infrazioni” e le nuove misure per la dirigenza medica puntano a rendere più attrattivo il lavoro nel territorio, anche se i sindacati restano scettici.Oltre i ritardi, una “sanità fantasma”<
/br>In questa situazione, per inquadrare correttamente la questione, bisogna guardare oltre i ritardi. L’errore originale del Pnrr Salute è stato quello di considerare la sanità come un’opera pubblica, anziché come un processo di cura. Quindi, stiamo assistendo alla creazione di una “sanità fantasma”.Abbiamo progettato l’hardware (le Case) dimenticandoci del software (i professionisti) e del sistema operativo (la cultura digitale). Se le Case della Comunità diventano semplici poliambulatori dove si fa burocrazia anziché prevenzione, l’Italia avrà fallito anche se i target Ue verranno formalmente centrati.La vera sfida non è aprire la porta di una Casa della Comunità entro giugno, ma garantire che, dietro quella porta, ci sia un medico capace di leggere un dato di telemedicina in tempo reale. Quindi, in ogni caso, il monitoraggio Gimbe è un campanello d’allarme che non può essere ignorato. Il Sistema Sanitario Nazionale è a un punto di non ritorno.Se il Pnrr diventerà l’occasione per consolidare l’autonomia differenziata della salute, con cittadini di serie A e serie B, il costo sociale sarà infinitamente superiore ai miliardi che rischiamo di restituire a Bruxelles. La palla passa ora al ministero e alle Regioni. I prossimi 90 giorni diranno se l’Italia è ancora capace di giocare e vincere questa battaglia.
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		<title><![CDATA[Scacco alla Sanità Pnrr: a rischio opere e fondi - L'Identità ]]></title>
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		<description><![CDATA[<p style='color:#069;font-size:11px;font-style:italic;'><a href='http://gimbe.telpress.it/news/2026/04/02/2026040202884508967.PDF' target="_blank" ><img src='http://gimbe.telpress.it/images/help/PDF_16.png' align="left" border='0'/></a> Estratto da pag. 1 di <b>"lidentita.it" </b>  del 02 Apr 2026 </p><p style='color:#444;font-size:11px;'>Pnrr Sanità, Case della Comunità e Ospedali di Comunità sono ancora poche "scatole vuote". Una fotografia impietosa......</p>]]></description>
		<pubDate>Thu, 02 Apr 2026 11:59:00 +0200</pubDate>
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		<tp:ocr><![CDATA[AbbonatiIscriviti alle newsletterPrimo PianoPer le Case della Comunità, su 1.715 previste, solo 66 risultano pienamente funzionanti. Poco meglio per gli Ospedali di Comunità: appena 163 (il 27,4%) hanno attivato almeno un servizioPnrr Sanità, Case della Comunità e Ospedali di Comunità sono ancora poche “scatole vuote”. Dal monitoraggio della Fondazione Gimbe emerge una fotografia impietosa. Con la scadenza europea di giugno alle porte, l’Italia rischia di sprecare l’ultima chiamata per il Servizio Sanitario Nazionale.Il countdown per la Missione 6 Salute del Pnrr entra nella sua fase più critica: una realtà allarmante a soli tre mesi dal traguardo. La riforma della sanità territoriale, pilastro del rilancio post-pandemico, arranca tra ritardi strutturali, carenze di personale e un divario Nord-Sud che non accenna a colmarsi. Secondo il presidente di Gimbe, Nino Cartabellotta, l’Italia si trova di fronte a un triplice rischio. L’obiettivo del Piano era ambizioso: spostare il baricentro dell’assistenza dall’ospedale al territorio.I numeri al 31 dicembre scorso raccontano una storia diversa. Per le Case della Comunità, su 1.715 previste, solo 66 risultano pienamente funzionanti. Poco meglio per gli Ospedali di Comunità: appena 163 (il 27,4%) hanno attivato almeno un servizio, mentre nessuno risponde ancora ai requisiti di piena operatività. Il vero gap, come sottolineato più volte dal ministro della Salute Orazio Schillaci è nel capitale umano. “Costruire le mura è solo il primo passo – ha più volte ribadito -. La sfida è riempirle di medici, infermieri e personale amministrativo in un momento di grave carenza professionale”.Ma nell’analisi dell’Osservatorio non c’è alcuno spazio per interpretazioni ottimistiche. Se non si inverte la rotta entro 90 giorni, le conseguenze saranno strutturali. Nel caso di mancato raggiungimento dei target Ue, il rischio concreto è quello di dover restituire i contributi a fondo perduto, aggravando il debito pubblico senza aver ammodernato il sistema. Poi, c’è anche l’aumento delle diseguaglianze territoriali: le Regioni “virtuose” (prevalentemente al Nord) possono centrare gli obiettivi, lasciando il Sud in una condizione di cronica arretratezza. Infine, un pacchetto di investimenti senza benefici: incassare le risorse senza riuscire a garantire servizi reali ai cittadini, rendendo le nuove strutture meri “monumenti allo spreco”.Sul fronte digitale, il quadro non è migliore. Il Fascicolo Sanitario Elettronico 2.0, fondamentale per la telemedicina, soffre perché la tecnologia c’è, ma mancano gli utenti. Solo il 44% dei cittadini ha espresso il consenso all’alimentazione del fascicolo con i dati pregressi. Ed è evidente, sempre al Sud, un gap: la diffidenza verso l’uso dei dati e la scarsa alfabetizzazione digitale rallentano drasticamente l’adozione dello strumento.Il ministero della Salute ha avvertito che, senza una massiccia campagna di sensibilizzazione, l’Fse rimarrà una “biblioteca vuota”.Su questa scena di rischi, dalle stanze del Lungotevere Ripa, la posizione del ministero resta comunque improntata a un cauto pragmatismo, precisando che il monitoraggio Gimbe si basa su scadenze intermedie, mentre il lavoro di coordinamento con le Regioni è incessante.Sul campo, tre i pilastri della strategia governativa per evitare il disastro. Una flessibilità dei modelli, adattando le Case della Comunità alle esigenze locali, evitando modelli “copia e incolla” che non funzionano nelle aree interne. Poi, una integrazione Pubblico-Privato: laddove il pubblico non arriva con il personale, si punta a convenzioni mirate per garantire l’apertura delle strutture. Ancora, l’adozione di incentivi per il personale: il decreto “Salva Infrazioni” e le nuove misure per la dirigenza medica puntano a rendere più attrattivo il lavoro nel territorio, anche se i sindacati restano scettici.In questa situazione, per inquadrare correttamente la questione, bisogna guardare oltre i ritardi. L’err
ore originale del Pnrr Salute è stato quello di considerare la sanità come un’opera pubblica, anziché come un processo di cura. Quindi, stiamo assistendo alla creazione di una “sanità fantasma”.Abbiamo progettato l’hardware (le Case) dimenticandoci del software (i professionisti) e del sistema operativo (la cultura digitale). Se le Case della Comunità diventano semplici poliambulatori dove si fa burocrazia anziché prevenzione, l’Italia avrà fallito anche se i target Ue verranno formalmente centrati.La vera sfida non è aprire la porta di una Casa della Comunità entro giugno, ma garantire che, dietro quella porta, ci sia un medico capace di leggere un dato di telemedicina in tempo reale. Quindi, in ogni caso, il monitoraggio Gimbe è un campanello d’allarme che non può essere ignorato. Il Sistema Sanitario Nazionale è a un punto di non ritorno.Se il Pnrr diventerà l’occasione per consolidare l’autonomia differenziata della salute, con cittadini di serie A e serie B, il costo sociale sarà infinitamente superiore ai miliardi che rischiamo di restituire a Bruxelles. La palla passa ora al ministero e alle Regioni. I prossimi 90 giorni diranno se l’Italia è ancora capace di giocare e vincere questa battaglia.   
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		<tp:writer>ANGELO VITALE</tp:writer>
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	<item>
		<title><![CDATA[Infermieri italiani reclutati all’estero durante gli studi ]]></title>
		<link>http://gimbe.telpress.it/news/2026/04/02/2026040202962308701.PDF</link>
		<description><![CDATA[<p style='color:#069;font-size:11px;font-style:italic;'><a href='http://gimbe.telpress.it/news/2026/04/02/2026040202962308701.PDF' target="_blank" ><img src='http://gimbe.telpress.it/images/help/PDF_16.png' align="left" border='0'/></a> Estratto da pag. 1 di <b>"nurse24.it" </b>  del 02 Apr 2026 </p><p style='color:#444;font-size:11px;'>Il reclutamento infermieristico parte già dagli atenei. In Italia calano attrattività, ricambio e tenuta dei servizi sanitari.</p>]]></description>
		<pubDate>Thu, 02 Apr 2026 10:22:00 +0200</pubDate>
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		<category domain=""><![CDATA[GIMBE]]></category>
		<subcategory domain=""><![CDATA[]]></subcategory>
		<source Readership="125085" Sales="0" Printing="0" url="http://gimbe.telpress.it/news/2026/04/02/2026040202962308701.PDF"><![CDATA[nurse24.it]]></source>
		<tp:url><![CDATA[https://www.nurse24.it/infermiere/attualita-infermieri/infermieri-italiani-reclutati-estero-durante-studi.html]]></tp:url>
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		<tp:ocr><![CDATA[Il reclutamento infermieristico in Europa si sta spostando sempre più a monte, fino a intercettare gli studenti prima della laurea. A riaccendere il tema è una recente inchiesta diffusa da Nursing Up, che segnala offerte e percorsi di inserimento rivolti a futuri infermieri italiani. Il dato più rilevante, però, è il contesto in cui questa dinamica si inserisce: in Italia la dotazione infermieristica resta sotto la media europea, la professione attrae meno candidati e il ricambio non tiene il passo dei bisogni assistenziali.Il reclutamento si sposta prima della laureaLa novità non è soltanto la mobilità verso l’estero, fenomeno noto da anni, ma il momento in cui questa mobilità comincia. Secondo l’inchiesta sindacale, alcuni Paesi europei starebbero cercando personale infermieristico già durante il percorso universitario, trasformando la formazione italiana in un bacino di reclutamento anticipato. Nursing Up indica in particolare Germania, Norvegia e Svizzera tra le destinazioni più attive.Al di là della singola denuncia, il quadro europeo rende questa dinamica plausibile e coerente con ciò che sta accadendo nei sistemi sanitari del continente. L’OCSE e la Commissione europea stimano che nel 2022 in Europa mancassero circa 1,2 milioni tra medici, infermieri e ostetriche; 15 Paesi dell’UE hanno segnalato carenze di infermieri e circa un quarto del personale infermieristico europeo ha più di 55 anni. In un mercato del lavoro così sotto pressione, la competizione per attrarre professionisti è destinata a intensificarsi.L’Italia resta sotto la mediaÈ qui che il dato italiano diventa decisivo. Il Country Health Profile 2025 indica che nel 2023 l’Italia contava 6,9 infermieri praticanti per 1.000 abitanti, contro una media UE di 8,4. Nello stesso documento si legge che il rapporto infermieri-medici è pari a 1,3, tra i più bassi nell’Unione, in un Paese che invece presenta una densità di medici superiore alla media europea.Anche l’OCSE, guardando al confronto più ampio tra Paesi aderenti, conferma lo squilibrio: in Italia i medici praticanti sono 5,4 per 1.000 abitanti, mentre gli infermieri sono 6,9, contro una media OCSE di 9,2. Non si tratta quindi solo di una difficoltà di reclutamento, ma di una composizione della forza lavoro sanitaria che da anni resta sbilanciata.Il problema, però, non nasce al momento della partenza verso l’estero. Nasce prima, quando la professione diventa meno attrattiva per chi dovrebbe sceglierla. Sempre secondo il Country Health Profile 2025, i laureati in infermieristica in Italia sono scesi a 16,3 per 100.000 abitanti nel 2022, meno della metà della media europea. Nello stesso periodo il rapporto tra candidati e posti disponibili è passato da 1,6 nel 2019 a 1,04 nel 2024, mentre l’abbandono al primo anno ha raggiunto circa il 15% nel 2022-2023.Questo significa che il sistema non perde solo professionisti già formati: fatica anche a generare un flusso sufficiente di nuove leve. È un elemento cruciale, perché riduce il margine di tenuta del SSN proprio mentre aumentano cronicità, fragilità e domanda di assistenza sul territorio.Dimissioni e pensionamenti in aumentoA confermare la fragilità del sistema sono anche i dati diffusi dalla Fondazione GIMBE. Nel triennio 2020-2022 hanno lasciato volontariamente il SSN 16.192 infermieri, di cui 6.651 nel solo 2022. Nello stesso comunicato si segnala inoltre che 42.713 infermieri si sono cancellati dall’albo negli ultimi quattro anni, con 10.230 cancellazioni registrate nel 2024.Il fattore anagrafico rende il quadro ancora più delicato. Secondo GIMBE, nel 2022 quasi 78 mila infermieri dipendenti del SSN avevano più di 55 anni, pari al 27,3% del totale, mentre un ulteriore 22% era nella fascia 50-54 anni. In altre parole, alla riduzione dell’attrattività e alla perdita di personale si somma una consistente quota di professionisti vicini alla pensione.Condizioni di lavoro e ricaduteSul fronte economico il divario con altri 
Paesi pesa. GIMBE riporta che nel 2022 la retribuzione annua lorda di un infermiere italiano, corretta per parità di potere d’acquisto, era pari a 48.931 dollari, cioè 9.463 dollari in meno rispetto alla media OCSE. L’OCSE aggiunge che, in molti Paesi europei, gli infermieri guadagnano più del salario medio nazionale, mentre in Italia la retribuzione resta sostanzialmente allineata alla media del Paese.Quando a questa distanza salariale si associano carichi elevati, turnistica gravosa, minori prospettive di carriera e una domanda assistenziale crescente, il richiamo dei sistemi esteri diventa più forte. Per questo il reclutamento anticipato non può essere letto come un episodio isolato, ma come l’effetto di una debolezza strutturale già visibile.La questione non riguarda soltanto il mercato del lavoro professionale. Riguarda la capacità del SSN di garantire assistenza. GIMBE ricorda che nel 2024 gli over 65 rappresentavano il 24,3% della popolazione italiana e gli over 80 il 7,7%; già nel 2023 oltre 11 milioni di over 65 convivevano con almeno una patologia cronica e quasi 8 milioni con due o più patologie. In parallelo, sulla base di stime Agenas richiamate dalla fondazione, per rendere pienamente operative Case di Comunità, Centrali operative territoriali, Ospedali di Comunità e assistenza domiciliare serviranno tra 20.000 e 27.000 infermieri di famiglia o di comunità.Il punto, quindi, non è soltanto quanti infermieri partano, ma quanto il sistema riesca a trattenerli e a sostenerne il ricambio. Se la competizione europea si sposta già dentro il percorso formativo, mentre in Italia restano bassi i numeri della dotazione, calano i candidati e cresce il peso dei pensionamenti, il rischio è che la formazione universitaria non riesca più a tradursi automaticamente in stabilità per i servizi. Ed è qui che la notizia assume un rilievo organizzativo, prima ancora che sindacale o mediatico. Tags :Attualità Infermieri   
]]></tp:ocr>
		<tp:writer>REDAZIONE</tp:writer>
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	<item>
		<title><![CDATA[Medici di famiglia, a Piacenza ne mancano 127. FI "Così viene meno la rete di assistenza" - piacenzasera.it ]]></title>
		<link>http://gimbe.telpress.it/news/2026/04/02/2026040202889608906.PDF</link>
		<description><![CDATA[<p style='color:#069;font-size:11px;font-style:italic;'><a href='http://gimbe.telpress.it/news/2026/04/02/2026040202889608906.PDF' target="_blank" ><img src='http://gimbe.telpress.it/images/help/PDF_16.png' align="left" border='0'/></a> Estratto da pag. 1 di <b>"piacenzasera.it" </b>  del 01 Apr 2026 </p><p style='color:#444;font-size:11px;'>"Non è solamente un problema di numeri, ma di distribuzione sul territorio, perché se manca la capillarità dei medici viene meno la rete di assistenza che</p>]]></description>
		<pubDate>Thu, 02 Apr 2026 11:39:00 +0200</pubDate>
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		<category domain=""><![CDATA[GIMBE]]></category>
		<subcategory domain=""><![CDATA[]]></subcategory>
		<source Readership="5999" Sales="0" Printing="0" url="http://gimbe.telpress.it/news/2026/04/02/2026040202889608906.PDF"><![CDATA[piacenzasera.it]]></source>
		<tp:url><![CDATA[https://www.piacenzasera.it/2026/04/medici-di-famiglia-a-piacenza-ne-mancano-127-fi-cosi-viene-meno-la-rete-di-assistenza/639603/#comment]]></tp:url>
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		<tp:ocr><![CDATA[“Non è solamente un problema di numeri, ma di distribuzione sul territorio, perché se manca la capillarità dei medici viene meno la rete di assistenza che permette la presa in carico di ogni persona che, prima o poi, avrà bisogno del proprio medico”. Lo dichiarano Valentina Castaldini, consigliere regionale e Commissario Coordinatore Regionale per l’Emilia e Pietro Vignali, Capogruppo in Regione Emilia-Romagna.               “La giunta regionale ha pubblicato l’elenco con gli incarichi vacanti del ruolo unico di assistenza primaria presso le AUSL della Regione Emilia-Romagna, ovvero il numero di Medici di Medicina Generale che mancano all’appello per garantire l’assistenza di base a tutti cittadini. Ogni “medico di base” non può superare il massimale di pazienti presi in carico; quindi, è normale che ci sarà chi si trova a dover cercare un medico in un altro comune, o addirittura a rimanere senza copertura sanitaria di base” sottolineano i consiglieri azzurri.                                              Questo l’elenco dei “medici di base” vacanti divisi per territorio:Provincia di Piacenza: 127Provincia di Parma: 151Provincia di Reggio Emilia: 207Provincia di Modena: 290Città metropolitana di Bologna (tranne Imola): 164Territorio di Imola: 38Provincia di Ferrara: 110Provincia di Ravenna: 122Provincia di Forlì-Cesena: 140Provincia di Rimini: 95               “La mancanza di medici sul territorio rischia di lasciare da soli i cittadini quando hanno bisogno di cura e di una presa in carico costante, soprattutto chi è anziano o più fragile. In più c’è un reale rischio per le aree montane, rurali e più disagiate, la mancanza di servizi fondamentali come la rete di assistenza territoriale rischia di aumentare lo spopolamento e la desertificazione” sottolineano Castaldini e Vignali. “Ci auguriamo che la Giunta Regionale si attivi per garantire a tutti una reale assistenza sanitaria di prossimità, la riorganizzazione della sanità territoriale non può prescindere dall’assistenza primaria, che deve essere il più possibile capillare e non concentrata in poche strutture sul territorio”.                           Leggi anche                           Medici di famiglia, allarme Gimbe: ne mancano 5.700 in Italia, 502 in Emilia Romagna“Non è solamente un problema di numeri, ma di distribuzione sul territorio, perché se manca la capillarità dei medici viene meno la rete di assistenza che permette la presa in carico di ogni persona che, prima o poi, avrà bisogno del proprio medico”. Lo dichiarano Valentina Castaldini, consigliere regionale e Commissario Coordinatore Regionale per l’Emilia e Pietro Vignali, Capogruppo in Regione Emilia-Romagna.               “La giunta regionale ha pubblicato l’elenco con gli incarichi vacanti del ruolo unico di assistenza primaria presso le AUSL della Regione Emilia-Romagna, ovvero il numero di Medici di Medicina Generale che mancano all’appello per garantire l’assistenza di base a tutti cittadini. Ogni “medico di base” non può superare il massimale di pazienti presi in carico; quindi, è normale che ci sarà chi si trova a dover cercare un medico in un altro comune, o addirittura a rimanere senza copertura sanitaria di base” sottolineano i consiglieri azzurri.                                              Questo l’elenco dei “medici di base” vacanti divisi per territorio:Provincia di Piacenza: 127Provincia di Parma: 151Provincia di Reggio Emilia: 207Provincia di Modena: 290Città metropolitana di Bologna (tranne Imola): 164Territorio di Imola: 38Provincia di Ferrara: 110Provincia di Ravenna: 122Provincia di Forlì-Cesena: 140Provincia di Rimini: 95               “La mancanza di medici sul territorio rischia di lasciare da soli i cittadini quando hanno bisogno di cura e di una presa in carico costante, so
prattutto chi è anziano o più fragile. In più c’è un reale rischio per le aree montane, rurali e più disagiate, la mancanza di servizi fondamentali come la rete di assistenza territoriale rischia di aumentare lo spopolamento e la desertificazione” sottolineano Castaldini e Vignali. “Ci auguriamo che la Giunta Regionale si attivi per garantire a tutti una reale assistenza sanitaria di prossimità, la riorganizzazione della sanità territoriale non può prescindere dall’assistenza primaria, che deve essere il più possibile capillare e non concentrata in poche strutture sul territorio”.   
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	<item>
		<title><![CDATA[Aumenta la povertà in Liguria, un abitante su cinque è a rischio - Primocanale.it - Le notizie aggiornate dalla Liguria ]]></title>
		<link>http://gimbe.telpress.it/news/2026/04/02/2026040203036809482.PDF</link>
		<description><![CDATA[<p style='color:#069;font-size:11px;font-style:italic;'><a href='http://gimbe.telpress.it/news/2026/04/02/2026040203036809482.PDF' target="_blank" ><img src='http://gimbe.telpress.it/images/help/PDF_16.png' align="left" border='0'/></a> Estratto da pag. 1 di <b>"primocanale.it" </b>  del 02 Apr 2026 </p><p style='color:#444;font-size:11px;'>Analisi sulla povertà a Genova e in Liguria: l''8% della popolazione ricorre alle mense solidali. Scopri i dati su precarietà lavorativa, emergenza abitativa e rinuncia alle cure mediche in una regione dove una persona su sette è a rischio esclusione sociale | Stipendi bassi e affitti insostenibili: il quadro della crisi economica in Liguria. Dai disoccupati di lunga durata ai "lavoratori poveri", ecco perché il divario salariale con l''Europa spinge sempre più famiglie e giovani liguri sotto la soglia di dignità</p>]]></description>
		<pubDate>Thu, 02 Apr 2026 14:04:00 +0200</pubDate>
		<argument order=""><![CDATA[]]></argument>
		<category domain=""><![CDATA[GIMBE]]></category>
		<subcategory domain=""><![CDATA[]]></subcategory>
		<source Readership="33288" Sales="0" Printing="0" url="http://gimbe.telpress.it/news/2026/04/02/2026040203036809482.PDF"><![CDATA[primocanale.it]]></source>
		<tp:url><![CDATA[https://www.primocanale.it/attualità/65393-poverta-liguria-istat-2025-dati-famiglie-rischio-reddito.html]]></tp:url>
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		<tp:ocr><![CDATA[Aumenta il rischio di povertà ed esclusione sociale in Liguria. A certificarlo sono i dati Istat che nel confronto tra il 2024 e il 2025 fanno scattare l'allarme. Nel 2024 infatti la percentuale di chi era a rischio povertà ed esclusione sociale era al 13,8% nel 2025 il dato è salito al 19,7%: in un anno è stato registrato un incremento del 5,9%. E se si entra nello specifico il rischio povertà vede un incremento da un anno all'altro del 6,3%. A livello nazionale il dato sul rischio povertà ha invece visto un calo passando dal 23,1% del 2024 al 22,6% del 2025.In Liguria dunque un individuo su cinque è a rischio, in termini numerici è come se tutta la popolazione di Savona, La Spezia e Imperia messe insieme  fosse a rischio. Sono infatti considerati a rischio povertà gli individui che vivono in famiglie il cui reddito netto equivalente dell’anno precedente quello d’indagine è inferiore al 60% del reddito mediano. Nel 2024 risulta a rischio di povertà – vive cioè in una famiglia con un reddito netto equivalente inferiore a 13.237 euro – il 18,6% delle persone residenti in Italia, circa 10 milioni 908mila individui.I redditi familiari in termini reali sono ancora inferiori, in media, del 4,9% rispetto al 2007, ossia al periodo precedente la crisi finanziaria globale. La contrazione risulta più marcata nel Centro (-9,3% rispetto al 2007) e nel Mezzogiorno (-6,9%) e solo relativamente più contenuta nel Nord-Est (-2,5%) e nel Nord-Ovest (-1,8%). Questo vuol dire che nel Centro-Ovest (Liguria, Piemonte e Valle d'Aosta) il reddito medio è di 34.861 euro, che equivale a 2.905 euro al mese a famiglia.Due i grandi macigni degli italiani: uno è la casa, l'altro sono le cure sanitarie. Secondo i dati della Fondazione Gimbe, il 7,8% delle famiglie liguri rinuncia a curarsi, una larga parte a causa delle condizioni economiche. In media in Liguria un singolo cittadino deve affrontare una spesa di più di 1.750 euro all'anno per le spese mediche. Oltre 5 mila famiglie che vivono in Liguria sono in attesa di una casa popolare e ci sono 3 mila abitazioni vuote, 2 mila solo a Genova. Ma per recuperarle e renderle disponibili servirebbero circa 15 milioni di euro (fonte Sicet Liguria). Gestire una casa infatti può costare fino a 15 mila euro all'anno tra mutui o affitti e bollette varie. Cifre comunque in linea con la media dell'Unione europea, quello che non è in linea sono gli stipendi: gli italiani che guadagnano circa 10 mila euro all'anno in meno dei francesi, 20 mila euro in meno dei tedeschi. Abissale addirittura la differenza con i lavoratori del Nord Europa: un danese infatti in un anno percepisce quello che un italiano medio guadagna in due anni e due mesi di lavoro.   
]]></tp:ocr>
		<tp:writer>Andrea Popolano</tp:writer>
		<guid isPermaLink="true">http://gimbe.telpress.it/news/2026/04/02/2026040203036809482.PDF</guid>
	</item>
	<item>
		<title><![CDATA[ La responsabilità penale dell’esercente le professioni sanitarie e la proposta di riforma della Commissione d’Ippolito ]]></title>
		<link>http://gimbe.telpress.it/news/2026/04/02/2026040202870908847.PDF</link>
		<description><![CDATA[<p style='color:#069;font-size:11px;font-style:italic;'><a href='http://gimbe.telpress.it/news/2026/04/02/2026040202870908847.PDF' target="_blank" ><img src='http://gimbe.telpress.it/images/help/PDF_16.png' align="left" border='0'/></a> Estratto da pag. 1 di <b>"sistemapenale.it" </b>  del 02 Apr 2026 </p>]]></description>
		<pubDate>Thu, 02 Apr 2026 11:18:00 +0200</pubDate>
		<argument order=""><![CDATA[]]></argument>
		<category domain=""><![CDATA[GIMBE]]></category>
		<subcategory domain=""><![CDATA[]]></subcategory>
		<source Readership="6376" Sales="0" Printing="0" url="http://gimbe.telpress.it/news/2026/04/02/2026040202870908847.PDF"><![CDATA[sistemapenale.it]]></source>
		<tp:url><![CDATA[https://www.sistemapenale.it/it/articolo/caputo-la-responsabilita-penale-dellesercente-le-professioni-sanitarie-e-la-proposta-di-riforma-della-commissione-dippolito]]></tp:url>
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		<tp:ocr><![CDATA[* Si tratta del testo, rivisto e aggiornato, dell’intervento svolto nel corso del convegno ‘La sanità del futuro, problemi e sfide del diritto sanitario’ (Università di Pavia, 26 giugno 2025), e destinato a essere pubblicato nella raccolta degli atti convegnistici. Si ringrazia la Prof. ssa Giulia Avanzini per aver acconsentito alla pubblicazione su questa rivista.** In affettuosa e riconoscente memoria del Prof. Dott. Giovanni Scambia.  1. “Sentinella, a che punto è la notte?”.  I dati non spiegano tutto, ma aiutano a capire. Cominciamo dal Pronto Soccorso, snodo nevralgico di ogni ospedale, il primo accesso per chi sta male e viene preso in carico, salvo poi essere smistato nei reparti specialistici. Secondo un’indagine condotta dalla Società Italiana di Medicina d’Emergenza Urgenza (SIMEU) a gennaio 2026, con la scadenza dei contratti dei cosiddetti medici «a gettone» e altri medici impiegati come liberi professionisti, in sette Pronto Soccorso su dieci si teme una carenza del 25 per cento dei medici necessari. In tre Pronto Soccorso su dieci la copertura degli organici potrebbe essere inferiore al 50 per cento, un medico su due non risponderà all’appello[1].Se Atene piange, Sparta non ride. Vediamo la situazione dei Medici di medicina generale (MMG). Agenas fa sapere che nel decennio 2013-2023 i medici di medicina generale si sono ridotti di 7.220 unità e i pediatri di libera scelta di quasi mille. Dai 45.203 MMG del 2013 si è scesi a 37.983 nel 2023, mentre i pediatri sono passati da 7.705 a 6.706 nello stesso periodo. Una contrazione che pesa sulla capacità del sistema di garantire prossimità e continuità delle cure, nel periodo in cui aumenta l’età media dei professionisti e si avvicina l’ondata dei pensionamenti. Se si considera che il 39,5% ha più di 55 anni, entro il 2035 lasceranno il servizio circa 20.500 professionisti, pari a oltre 1.700 all’anno. Il confronto con altri Stati europei? In Italia ci sono 68,1 MMG ogni 100mila abitanti, contro i 72,8 della Germania e i 96,6 della Francia[2].Dall’audizione del presidente dell’Istat Francesco Maria Chelli sul disegno di legge di bilancio 2026, resa nei primi giorni del novembre scorso, si apprende che nel 2024 la spesa sanitaria complessiva ha raggiunto 185,1 miliardi di euro, con una crescita nominale del 3,3% rispetto all’anno precedente. Di questi, 137,5 miliardi provengono dal settore pubblico, pari al 74,3% del totale, mentre la spesa diretta delle famiglie è stata di 41,3 miliardi (22,3%). Il resto - circa 6,4 miliardi - è coperto da assicurazioni e altri regimi volontari[3].Nel quinquennio 2019-2024 la spesa pubblica è cresciuta in media del 3,8% l’anno, più rapidamente rispetto a quella delle famiglie ( 2,2%). Ma a preoccupare l’Istat è soprattutto la struttura del personale sanitario. Si è già detto dei medici, non va meglio agli infermieri, per i quali la dotazione resta inferiore alla media UE: 405.000 infermieri in servizio, pari a 6,9 per mille abitanti contro gli 8,3 europei. Il rapporto infermieri/medici è di 1,3, quasi la metà della media OCSE (2,5).Sul versante dell’accesso ai servizi, la situazione si è aggravata. Nel 2024 quasi un italiano su dieci (9,9%) ha rinunciato a visite o esami diagnostici: si parla di 5,8 milioni di persone, contro i 4,5 milioni del 2023. La causa principale è data delle liste d’attesa (6,8%), seguite da difficoltà economiche e logistiche. Il fenomeno colpisce soprattutto donne e anziani, e mostra un aumento uniforme in tutto il Paese: dal 2-3% del 2019 si è passati a valori sopra il 6-7% in tutte le aree geografiche.Anche l’8° Rapporto Gimbe fotografa un Servizio Sanitario Nazionale in crisi strutturale, vittima di un definanziamento mascherato, con aumento delle disuguaglianze, spesa privata in crescita e personale in fuga. Analizzando i dati del Ministero della Salute, si scopre che nel 2023 su 29.386 strutture sanitarie 17.042 (58%) sono private accreditate e prevalgono sul pubblico in varie aree: assistenza residenzi
ale (85,1%), riabilitativa (78,4%), semi-residenziale (72,8%) e specialistica ambulatoriale (59,7%). Nel 2024 la spesa pubblica destinata al privato convenzionato ha raggiunto €28,7 miliardi, ma in termini percentuali è scesa al minimo storico del 20,8%. A correre è il ‘privato puro’: tra il 2016 e il 2023 la spesa delle famiglie presso queste strutture è aumentata del 137%, passando da € 3,05 miliardi a € 7,23 miliardi. Uno scenario – commenta Nino Cartabellotta, Presidente Gimbe – che «documenta una profonda evoluzione dell’ecosistema dei privati in sanità, dove il libero mercato si sta espandendo grazie alle sinergie tra finanziatori ed erogatori privati, creando un binario parallelo e indipendente dal pubblico, riservato solo a chi può permetterselo»[4].Dal Rapporto Gimbe si ricavano altre informazioni interessanti. In Italia nel 2023 i medici dipendenti erano 109.024, pari a 1,85 per 1.000 abitanti, e quelli convenzionati 57.880. Ma secondo i dati OCSE, che includono tutti i medici in attività compresi gli specializzandi, il nostro Paese conta ben 315.720 medici, ovvero 5,4 ogni 1.000 abitanti. Siamo secondi dopo l’Austria, con un valore nettamente superiore alla media OCSE (3,9) e a quella dei Paesi europei (4,1). «Questi numeri – osserva Cartabellotta – dimostrano che in Italia non c’è affatto carenza di medici, ma attestano una loro fuga continua dal SSN e carenze selettive in specialità ritenute poco attrattive e nella medicina generale»[5].Infine, le retribuzioni restano ben al di sotto della media OCSE: a parità di potere di acquisto per i consumi privati, per i medici specialisti la retribuzione media in Italia è di $ 117.954 (media OCSE $ 131.455) e per gli infermieri ospedalieri di $ 45.434 (media OCSE $ 60.260). «Rimane incomprensibile – commenta Cartabellotta – la scelta di formare più medici, senza prima attuare misure concrete per arginarne la fuga dalla sanità pubblica e restituire attrattività e prestigio alla carriera nel SSN. Ovvero rischiamo di investire denaro pubblico per regalare professionisti al privato o all’estero”»[6]. È un fallimento del sistema Paese: tra laurea e specializzazione, formiamo medici tra i migliori al mondo, con uno sforzo economico non trascurabile, e poi li perdiamo.Dal macro al micro. Una storia valga per tutte: lo scorso settembre Maddalena Carta, medico di famiglia a Dorgali (NU), è morta a 38 anni dopo aver trascurato un malessere pur di continuare a curare i suoi pazienti, divenendo l’unico medico in servizio per un bacino di 5.000 persone. Alla sua salute ha anteposto la cura dei pazienti, pur di non lasciarli soli, e questo le è costato la vita. «Una morte sul lavoro!», ha tuonato il Presidente della Fnomceo Filippo Anelli, denunciando le gravi lacune strutturali nella medicina territoriale italiana[7].Si può continuare con la presa di posizione dell’OMS del 25 ottobre 2025 su burnout e violenza nei confronti del personale sanitario. Sono 22.049 gli episodi di aggressione registrati in un anno contro medici, infermieri e operatori sanitari nelle regioni italiane: un numero che racconta, meglio di qualsiasi analisi, il clima di sfiducia e tensione vissuto nelle corsie[8].Il quadro dovrebbe essere ormai chiaro. Importa aggiungere che, secondo il rapporto Censis 2025, emerge un contesto strutturalmente ostile: «Il 66,0% dei medici non ha tempo sufficiente per dialogare con pazienti e familiari». «Il 65,9% lavora in strutture con gravi carenze di personale»; «Il 51,8% è costretto a utilizzare attrezzature obsolete o non perfettamente funzionanti». Per questo, «il 91,2% dei medici ritiene che lavorare nel Ssn sia diventato più difficile e stressante». Il 41,2% dichiara di «non sentirsi sicuro mentre lavora», e il 18,0% afferma di «avere paura dei turni notturni».Tra i camici bianchi: «Il 25,4% ha subito minacce»; «Il 16,4% ha ricevuto denunce»; «Il 3,8% è stato vittima di violenza fisica”» Il dato forse più emblematico: «Il 71,8% dei medici si sente un capro espiatorio delle inefficienze del sistema».
Nella fotografia che ritrae il SSN, si stagliano tre soggetti: operatori sanitari esposti e demotivati, popolazione sempre più longeva con bisogni sanitari crescenti, welfare pubblico fragile e incapace di rassicurare i cittadini[9]. 2. Lo spettro della medicina difensiva. Tra i medici, chi non ripara oltre confine, dove è meglio retribuito e meno stressato, deve guardarsi da una temibile insidia: il contenzioso generato dalle accuse di malpractice. A fronte di morti o complicazioni per supposti errori diagnostici o terapeutici, vittime e parenti si rivolgono all’autorità giudiziaria per capire come siano andate le cose, risalire a eventuali responsabilità dei singoli e della struttura, vedersi riconosciuti e liquidati danni che non dovevano verificarsi. La pista penale, innescata da esposti, denunce e querele, resta calda.Non tutti sanno che dopo anni di indagini e gradi di giudizio le sentenze di condanna definitive a carico dei medici costituiscono una rara avis. Tanti, troppi procedimenti, pochissime condanne. E molti ignorano che, durante quegli anni, i medici convivono con un profondo disagio nei confronti di pazienti, colleghi, familiari, alimentato in taluni casi dal dubbio di aver commesso un errore esiziale, cagionando la morte di un essere umano che si era affidato alle loro competenze per ricevere cure e guarigione[10].Non ci si deve meravigliare se taluni di loro, nell’assumere decisioni che riguardano i propri pazienti, agiscano in primo luogo cercando di evitare ripercussioni di tipo legale, praticando la c.d. medicina difensiva (MD): antepongono la propria incolumità giudiziaria al benessere del paziente e, così facendo, contravvengono al giuramento di Ippocrate, perché trascurano il dovere di diligenza e buona pratica clinica e realizzano un illecito disciplinare.Dall’analisi della letteratura, si ricava che pratiche di MD sono rilevabili in tutte le categorie di medici, con prevalenza nelle specializzazioni chirurgiche. La maggiore incidenza concerne specialità ad alto rischio come chirurgia, ostetricia e ginecologia, ortopedia e medicina di emergenza. Gli interventi di taglio cesareo durante il parto, privi di reale indicazione chirurgica, sono un esempio comune di pratica incentivata dalla MD[11].Lo studio del fenomeno è largamente diffuso negli Stati Uniti, mentre in Italia stenta ad affermarsi in modo sistematico. Merita di essere ricordato un vasto progetto di riforma, di taglio interdisciplinare, elaborato dal Centro Studi “Federico Stella” sulla Giustizia penale e la Politica criminale nel 2010, dietro indicazione della Società Italiana di Chirurgia, all’epoca diretta dal Prof. Rocco Bellantone, e coordinato dal Prof. Gabrio Forti. La proposta - che molto prima della Riforma Cartabia introduceva misure di giustizia riparativa per favorire reciprochi chiarimenti tra medici e pazienti - si fondava su un’accurata ricerca empirica, fatta di interviste condotte tra i medici, e ricostruiva caratteristiche e dimensioni del fenomeno, vedendone confermate le dimensioni e la gravità preoccupanti, nonché l’incidenza negativa sulle condizioni necessarie ad assicurare pienamente la tutela della salute dei cittadini[12].Dallo studio più aggiornato sulla MD (condotto da Agenas e conclusosi nel novembre 2014) emerge che le cause che spingono i medici a comportamenti difensivistici sono: 1) la legislazione sfavorevole al medico (31% delle risposte), 2) il rischio di essere citato in giudizio (28%), 3) lo sbilanciamento del rapporto medico paziente (14%). Secondo le stime del Ministero della Salute e della Corte dei conti, la medicina difensiva costa al SSN tra 9 e 12 miliardi di euro l’anno. Scorrono nella cifra esami inutili, ore di lavoro sottratte all’assistenza diretta e premi assicurativi crescenti. I costi si traducono in liste d’attesa più lunghe, inefficienza amministrativa e minore qualità delle cure, di talché può ben dirsi che la medicina difensiva metta a repentaglio la sostenibilità del sistema sanitario.Quali sono le pr
incipali pratiche di MD? Se vuole scongiurare il rischio di contraccolpi giudiziari, il medico ha di fronte sostanzialmente due opzioni. La prima: meglio premunirsi per tempo, somministrando ai pazienti una mole di esami da cui un domani possa desumersi che è stato fatto tutto il possibile, anche quando il possibile non era né necessario né appropriato, con grave scorno per le casse del SSN, sovraccarico logistico-organizzativo e aumento della pressione fiscale, per tacere della salute del paziente, che affronta esami invasivi dei quali poteva e doveva fare a meno (MD attiva o positiva).Vi è poi chi dichiara la sua indisponibilità a farsi carico di pazienti ad alto rischio, inviandoli presso altre strutture, ritenute meglio attrezzate, ma magari semplicemente provviste di personale più giudizioso e responsabile (MD passiva o negativa).A ben vedere, si scontrano due paure: alla paura dei medici di vedersi coinvolti in procedimenti penali fa da contraltare la paura dei cittadini che vedono un SSN pericoloso, inaccessibile, nel quale le carenze d’organico incidono su qualità e sicurezza delle cure. La prima paura si risolve in un atteggiamento di difesa e di fuga, la seconda in una reazione di attacco, nella quale si condensano sfoghi, pretese di giustizia, sofferenze per la perdita di un congiunto che si ritiene incomprensibile o evitabile, ma anche atteggiamenti talvolta opportunistici, che poggiano sulle potenti leve inquisitorie delle indagini della magistratura penale per provare a ottenere lauti ristori economici, anche quando le cose non potevano andare diversamente da come sono andate.Le due paure generano un pernicioso circuito della sfiducia: i pazienti non si fidano dei medici che non sanno indirizzarli correttamente verso l’iter di cure più appropriato per la loro condizione clinica; i medici non si fidano dei pazienti che non vedono più solo come soggetti bisognosi di cure, ma come fonti di liti giudiziarie. 3. Quali rimedi? Assetti normativi passati, presenti e futuri. Una premessa, che sa anche di conclusione. Se l’obiettivo è innescare un circuito virtuoso, nel quale medici e pazienti tornino a fidarsi gli uni degli altri, la strada da battere sembra essere una sola: restituire serenità alla classe medica. Affinché i medici operino avendo in testa esclusivamente la salute del paziente, e non preoccupazioni di ordine giudiziario, devono sapere di poter lavorare all’interno di un quadro normativo alleggerito, innanzi tutto, dallo spettro del contenzioso penale.Detto questo, occorre prestare attenzione a non cadere nell’illusione penalistica, pensando che sia sufficiente aprire o chiudere il rubinetto della reazione penale per risolvere il problema. L’inasprimento sanzionatorio o, al contrario, la liceizzazione in tutto o in parte di determinati comportamenti riflette scelte di criminal policy che forniscono un contributo tanto più apprezzabile se integrato in una strategia multilivello che favorisca l’impiego (anche e soprattutto) di strumentazioni diverse e meno invasive della leva penale, promuovendo una cultura dei rapporti tra curanti e curati finalizzata a sgonfiare paure e reciproche incomprensioni.In questo scenario, il legislatore ha inteso che il diritto penale possa fornire un contributo per contrastare la medicina difensiva, mostrandosi disponibile a riconoscere spazi di non punibilità in capo ai medici per riavvicinarli a una declinazione dell’attività professionale ispirata a serenità e obiettività dell’approccio clinico.Limitando l’analisi alla tendenza in atto, può allora dirsi che l’idea forte che guida da tempo, sia pure in termini non sempre lineari, il tentativo di contrastare derive difensivistiche da parte dei medici, è di convincerli a riportare al centro dell’attività l’esclusivo interesse di cura del paziente attraverso la promessa di un ingresso nell’area di rischio penale solo a fronte di errori macroscopici e inaccettabili, che diano vita a ipotesi di c.d. colpa grave.In altre parole, e seguend
o un risalente ma sempre attuale insegnamento della Corte costituzionale, la punizione di un professionista che conduce un’attività spesso destinata ad affrontare situazioni che si connotano di ‘speciale difficoltà’ si giustifica solo quando, proprio con riferimento ad attività ad alto tasso di complessità, l’esercente la professione sanitaria sia incorso in un errore che non trova giustificazione nelle condizioni che rendevano impervio l’atto diagnostico o terapeutico[13]. Da almeno quindici anni, in sintonia con le previsioni di altri ordinamenti evoluti, si è dischiusa una prospettiva legislativa che individua il ricorso al diritto penale nel settore della responsabilità sanitaria come un’extrema ratio, e preferisce investire sulla prevenzione degli eventi avversi, attraverso il riconoscimento del valore della gestione del rischio clinico e dell’impatto che la dimensione organizzativa può riversare su genesi e sviluppo della malpractice.Con l’art. 3, comma 1, della c.d. legge Balduzzi (l. 8 novembre 2012, n. 189), il ‘punto di repere’ è stato inizialmente identificato nell’ancoraggio a linee guida e protocolli elaborati dalla comunità scientifica: raccomandazioni e best practices accreditate e ritenute in grado di fornire una solida base di razionalità e certezza al giudizio postumo di conformità o meno dell’operato del medico alle migliori conoscenze scientifiche e professionali. Con la conseguenza che l’osservanza delle autorevoli raccomandazioni di comportamento clinico, evidence based, rendeva il medico esente da responsabilità penale nel caso in cui la colpa fosse di grado lieve.Sulla medesima scia della prevenzione e gestione del rischio clinico, e mirando a garantire la ‘sicurezza delle cure’, si è collocata la riforma legislativa denominata ‘Gelli-Bianco’, la l. 8 marzo 2017, n. 24, tuttora in vigore. Essa, per un verso, ha enfatizzato la possibilità di ascrivere l’errore a forme di colpa dell’organizzazione e, per l’altro, ha confermato la scelta di collegare a un sapere scientifico codificato, condensato in linee guida positivamente collaudate dall’Istituto Superiore di Sanità, il giudizio sulla responsabilità professionale.Riforme significative, ma che non hanno placato il numero delle denunce e delle pratiche di medicina difensiva. Nel frattempo, è sopraggiunto il Covid-19, e i medici, inizialmente salutati come eroi e martiri, nel breve volgere di alcuni mesi si sono visti accusati di aver contribuito a determinare o a non evitare la morte di numerosi contagiati. Pronta la risposta legislativa ai timori di una pandemia giudiziaria: l’art. 3-bis, comma 1, d.l. 1° aprile 2021, n. 44, ha stabilito che sino al termine dello stato di emergenza epidemiologica da SARS-Cov-2, «i fatti di cui agli articoli 589 e 590 del codice penale (delitti di omicidio e lesioni colpose), commessi nell’esercizio di una professione sanitaria e che trovano causa nella situazione di emergenza, sono punibili solo nei casi di colpa grave. Ai fini della valutazione del grado della colpa, il giudice tiene conto, tra i fattori che ne possono escludere la gravità, della limitatezza delle conoscenze scientifiche al momento del fatto sulle patologie da SARS-CoV-2 e sulle terapie appropriate, nonché della scarsità delle risorse umane e materiali concretamente disponibili in relazione al numero dei casi da trattare, oltre che del minor grado di esperienza e conoscenze tecniche possedute dal per sonale non specializzato impiegato per far fronte all’emergenza».Una soluzione costruita intorno a novità incoraggianti e degne di nota: scomparsa delle linee guida, inesistenti all’inizio delle diffusione del virus; introduzione di una soglia di incriminazione individuata nella colpa grave; fissazione di parametri di valutazione del grado della colpa ancorati alla concretezza del contesto situazionale e alle caratteristiche del soggetto agente, al fine di mettere i giudici nelle condizioni di apprezzare l’esigibilità in concreto della prestazione attesa e il rispetto delle leges artis in contesti car
atterizzati da forti difficoltà operative.Peraltro, la fine dell’emergenza epidemiologica non ha segnato la fine dei problemi per il personale sanitario, che si è ritrovato a operare in una situazione afflitta da una notevole scarsità di risorse, e quindi dall’aumento del rischio di commissione di errori. Il legislatore si è così fatto carico di un nuovo intervento temporaneo che, alla fine, tanto temporaneo non è stato. Ha già subìto un paio di proroghe (fino al 31 dicembre 2026, secondo il d.l. 31 dicembre 2025, n. 200) quello che - con brutta espressione, di stampo polemologico, idonea a convalidare l’idea di uno scontro in atto - è stato chiamato lo ‘scudo penale’ per i medici, in attesa di una compiuta rivisitazione della disciplina della responsabilità degli operatori sanitari[14].Più precisamente, il d.l. 31 dicembre 2025, n. 200 (art. 5, comma 3, lett. b), in riferimento all’art. 4 d.l. 215/2023, comma 8-septies) ha prorogato la limitazione della responsabilità penale degli esercenti di una professione sanitaria ai soli casi di colpa grave «prevista, per la durata dello stato di emergenza epidemiologica da COVID-19, dall’articolo 3-bis del decreto-legge 1° aprile 2021, n. 44 (convertito, con modificazioni, dalla legge 28 maggio 2021, n. 76)». La proroga riguarda i fatti previsti dagli articoli 589 e 590 del codice penale, commessi fino al 31 dicembre 2026, «nell’esercizio di una professione sanitaria in situazioni di grave carenza di personale sanitario». La normativa è integrata dal comma 8-octies dello stesso decreto, a mente del quale: «Ai fini di cui al comma 8-septies, si tiene conto delle condizioni di lavoro dell'esercente la professione sanitaria, dell’entità delle risorse umane, materiali e finanziarie concretamente disponibili in relazione al numero dei casi da trattare, del contesto organizzativo in cui i fatti sono commessi nonché del minor grado di esperienza e conoscenze tecniche possedute dal personale non specializzato».Più di recente, il 4 settembre 2025 il Consiglio dei Ministri ha adottato un disegno di legge che impegna il Governo a varare entro il 31 dicembre 2026 una riforma della disciplina della responsabilità colposa per morte o lesioni personali in ambito sanitario (l’attuale art. 590-sexies c.p.), limitando la punibilità per omicidio colposo e lesioni personali colpose, commessi nell’esercizio di una professione sanitaria, ai soli casi di colpa grave, purché siano state rispettate dal sanitario le linee guida come definite e pubblicate ai sensi di legge o le buone pratiche clinico assistenziali, sempre che le predette raccomandazioni o buone pratiche risultino adeguate alle specificità del caso concreto. Inoltre, si prevede l’introduzione di un articolo in materia di colpa nell’attività sanitaria, individuando specifici criteri sulla base dei quali il giudice procede all’accertamento della stessa e del suo grado (es. la scarsità delle risorse umane e materiali disponibili, le eventuali carenze organizzative nonché la complessità della patologia del paziente)[15].Ergo, in attesa che finisca il corrente anno, lo statuto della responsabilità dell’esercente le professioni sanitarie oggi vigente si compone di tre riferimenti normativi: l’art. 590-sexies c.p., l’art. 2236 c.c. e l’art. 5, comma 3, lett. b) del d.l. 200/2025 (in attesa di conversione), che circoscrive la responsabilità penale degli esercenti una professione sanitaria in situazioni di grave carenza di personale ai soli casi di colpa grave. Tutti e tre i riferimenti normativi (tenendo conto dell’interpretazione impressa all’art. 590-sexies c.p. dalla sentenza della Cassazione S.U. Mariotti)[16] presuppongono l’attingimento di un livello grave di colpa, ma con le seguenti differenze che ne definiscono i perimetri applicativi: il primo richiede l’ancoraggio alle linee guida e limita la non punibilità all’imperizia non grave in fase esecutiva delle stesse; il secondo e il terzo trovano riscontro anche in assenza di linee guida e non discriminano tra imperizia, negligenza e imprudenza, sebben
e, per consolidata giurisprudenza, l’art. 2236 c.c. abbia sempre ruotato attorno all’imperizia non grave: ne consegue che l’art. 2236 c.c. potrà essere invocato in caso di imperizia non grave, in assenza di linee guida e in casi di speciale difficoltà diversi dalla carenza di risorse, mentre l’art. 5, comma 3, lett. b) del d.l. 200/2025 assicurerà la non punibilità nei casi di negligenza, imperizia e imprudenza non gravi contrassegnati da carenza di risorse, senza che rilevi l’esistenza o il rispetto delle linee guida. 4. I punti qualificanti del Progetto di riforma della Commissione d’Ippolito. È in questo panorama composito che si situano i lavori della Commissione d’Ippolito, della quale chi scrive ha avuto l’onore di far parte.Con d.m. 28 marzo 2023 il Ministro della Giustizia, on. Carlo Nordio, ha istituito una Commissione per lo studio e l’approfondimento delle problematiche relative alla colpa professionale medica, guidata dal Presidente Adelchi d’Ippolito[17]. La Commissione ha prodotto un articolato che presenta segnali di continuità e discontinuità rispetto al recente passato[18].Con riguardo alle futuribili novità che impattano sul versante del diritto penale sostanziale, la Commissione ha enucleato un nuovo art. 590-sexies, stabilendo - in prima battuta - come soglia oggettiva e invalicabile della responsabilità sanitaria il rispetto degli indirizzi di diagnosi e cura adeguati al caso concreto.Intitolato ai ‘Limiti della responsabilità in materia sanitaria’, l’art. 590-sexies recita: «I fatti previsti dagli artt. 589, 590 e 593-bis commessi nell’esercizio dell’attività sanitaria sono esclusi quando risulta che la prestazione è conforme agli indirizzi di diagnosi e cura adeguati alle specificità del caso concreto. Rilevano quali indirizzi di diagnosi e cura le raccomandazioni previste dalle linee guida pubblicate ai sensi dell’art. 5 della legge 8 marzo 2017, n. 24, le buone pratiche clinico assistenziali, nonché altre scelte diagnostiche e terapeutiche adeguate alle specificità del caso concreto».Vi è poi l’introduzione dell’art. 590-septies, intitolato alla ‘Responsabilità solo per colpa grave’, attraverso il quale la Commissione ha inteso definire, nel comma 1, la base dei criteri della colpa medica in generale: «Se, nei fatti previsti dagli articoli 589, 590 e 593-bis, l’attività sanitaria non è conforme a indirizzi di diagnosi e cura adeguati alle specificità del caso concreto, l’esercente ne risponde nelle fattispecie di mancato ricorso a comuni cautele, di errata scelta dell’indirizzo di diagnosi e cura o di errata esecuzione dell’attività, di adozione di indirizzi di diagnosi e cura più rischiosi non giustificati da prospettive favorevoli per l‘assistito, di violazione delle misure organizzative della sicurezza delle cure, con l’effetto di cagionare l’evento evitabile e prevedibile del reato».L’importanza della previsione discende dalla necessità, particolarmente avvertita dalla Commissione d’Ippolito, di conferire determinatezza ai presupposti della colpa nell’attività sanitaria, fornendo parametri oggettivi e chiari per orientare tanto le condotte dei medici quanto l’accertamento delle responsabilità.Il comma 2 dell’art. 590-septies è servito invece alla Commissione ministeriale per fissare il limite della responsabilità del sanitario nei casi di speciale difficoltà: in questi casi, se cioè l’attività sanitaria si rivela di speciale difficoltà, l’esercente ne risponde solo per colpa grave.Per apprezzare pienamente il fondamentale rapporto tra colpa grave e speciale difficoltà, viene in soccorso il terzo comma dell’art. 590-septies, che consegna al giudice una criteriologia, aperta ad altri innesti, per concludere circa l’esclusione della colpa grave nel caso concreto: «Tra i fattori che possono escludere la gravità della colpa, per la speciale difficoltà dell’attività sanitaria, il giudice considera i contesti di rischio causati dalla scarsità delle risorse umane e materiali disponibili, dalla mancanza o dalla 
limitatezza di conoscenze scientifiche o di terapie adeguate, dalla severità e dalla complessità della malattia, dalla presenza di situazioni di rilevante urgenza o emergenza».Tacendo dei risvolti civilistici, pur arricchenti l’articolato, richiede un cenno la riflessione svolta sia sulla disciplina delle consulenze e delle perizie sia sull’introduzione di un meccanismo processuale volto a sanzionare denunce temerarie e a responsabilizzare chi voglia instaurare una causa penale a carico dei medici, sul presupposto che se si intende puntare a una reale deflazione del contenzioso – rispetto alla quale il totem della colpa grave sembra non bastare – bisogna scoraggiare un ricorso disinvolto alla sferragliante macchina della giustizia penale[19].Quanto al primo argomento, la Commissione ha preso atto dell’importanza crescente rivestita dalla c.d. prova scientifica nei procedimenti penali per fatti di malpractice. Il parere degli esperti ha assunto un ruolo nevralgico per definire l’eventuale responsabilità penale di indagati e imputati. Oltre al problema della competenza tecnico-scientifica degli esperti, la Commissione si è misurata con le questioni del controllo sull’eventuale presenza di conflitti di interesse, del rischio di nomine prive di adeguata rotazione e di eccessiva vicinitas al pubblico ministero, dei gravi ritardi nella trasmissione degli elaborati da parte degli ausiliari del giudice e del pubblico ministero, suscettibili di incidere pesantemente sulla ragionevole durata dei procedimenti.Qui basti dire che in merito al tema della competenza tecnico-scientifica, la Commissione ha previsto di integrare l’art. 221 c.p.p., chiedendo al perito un impegno formale nell’attestare titoli ed esperienza professionali adeguati rispetto al caso concreto e ai quesiti proposti dal giudice. Un nuovo art. 73-bis delle norme di attuazione contiene non solo il principio di collegialità dell’elaborato peritale, ma anche i requisiti richiesti per garantire la professionalità degli esperti medesimi. L’articolato richiede inoltre una dichiarazione di assenza di conflitti di interesse e stabilisce che per il consulente del pubblico ministero valgano le medesime garanzie fissate per il perito.Quanto all’esigenza deflattiva, la Commissione ha inteso soddisfarla costruendo un nuovo art. 411-bis c.p.p. con l’intendimento di individuare un dispositivo normativo capace, a un tempo, di mettere al riparo gli esercenti le professioni sanitarie dalla strumentalizzazione del procedimento penale per finalità opportunistiche, senza deflettere dalla tutela del diritto di difesa della persona offesa, ex art. 24 Cost. Nella soluzione proposta il rispetto del principio del contraddittorio si accompagna alla minaccia di una sanzione di natura civilistica volta a colpire la notizia di reato temeraria. Essa viene definita in modo rigoroso, al duplice scopo di evitare la compromissione delle facoltà di denuncia e querela in capo alla persona offesa e di favorire una piena consapevolezza circa le rilevanti conseguenze umane e professionali che promanano dalla scelta di innescare un procedimento penale.Se, a monte, la Commissione ha ritenuto significativo domandare maggiore responsabilità nell’assumere una decisione che finora, per le persone offese, si è rivelata sovente a costo zero, a valle, si è impegnata per accelerare le pronunce liberatorie attraverso rapide archiviazioni a fronte di denunce o querele prive di fondamento. A tale scopo, si è reso necessario introdurre filtri ragionevoli nella selezione delle denunce o querele ‘manifestamente infondate’, ma senza venir meno all’impegno di riconoscere alla persona offesa, anche in questi casi, la possibilità di esperire un pieno contraddittorio.In coerenza coi nuovi artt. 590-sexies e -septies c.p., il comma 1 dell’art. 411-bis c.p.p. prevede che il pubblico ministero tenga conto «della cartella clinica e di altra documentazione sanitaria che dimostri la conformità dell’attività contestata agli indirizzi di diagnosi e cura adeguati alle speci
ficità del caso concreto». Un segnale che la Commissione ha ritenuto utile indirizzare al personale medico, ricordando l’importanza di compilare correttamente la cartella clinica, nell’interesse di chi un domani potrebbe ritrovare, proprio in una documentazione sanitaria che rifletta in modo comprensibile e controllabile le ragioni delle scelte compiute, le ragioni dell’estraneità alle accuse che gli siano state rivolte. 5. L’inscindibile binomio: colpa grave e speciale difficoltà. Concentrando l’attenzione sugli aspetti strettamente penalistici, la Commissione si è impegnata in un’operazione di pulizia concettuale che avvantaggi il destinatario del precetto non meno del giudice.Il primo comma dell’art. 590-sexies c.p. riconosce la liceità e l’utilità sociale delle attività svolte dagli esercenti le professioni sanitarie: se la prestazione è conforme agli indirizzi di diagnosi e cura adeguati alle specificità del caso concreto, nulla hanno da temere i camici bianchi e, in caso di procedimento penale, si impone una pronuncia liberatoria perché il fatto non sussiste, non raggiungendo gli estremi della tipicità.In un ideale percorso di accertamento di eventuali responsabilità, scandito da tappe a cui corrispondono test sugli elementi che chiariscono e definiscono la struttura della responsabilità, solo se l’attività sanitaria non è conforme a indirizzi di diagnosi e cura adeguati alle specificità del caso concreto – ricorda l’art. 590-septies, comma 1 – si apre un’area di rischio penale nella quale viene in gioco la colpa del sanitario. Solo allora si è autorizzati a entrare nel perimetro della tipicità colposa, scandita da coordinate espressamente predeterminate per agevolarne la riconoscibilità ex ante ed ex post, attraverso l’individuazione di famiglie di regole cautelari la cui violazione indizia la c.d. misura oggettiva dell’illecito colposo: il mancato ricorso a comuni cautele; l’errata scelta dell’indirizzo di diagnosi e cura o l’errata esecuzione dell’attività; l’adozione di indirizzi di diagnosi e cura più rischiosi non giustificati da prospettive favorevoli per l’assistito; la violazione delle misure organizzative della sicurezza delle cure. Il tipo colposo sorgerà unicamente nel caso in cui si riscontri una delle predette lacune.Peraltro, muovendoci sul piano della fattispecie oggettiva, non basterà accertare l’esistenza di simili ammanchi, ma occorrerà dimostrare che essi rappresentano la causa dell’evento hic et nunc verificatosi, e che siffatto evento era nel caso di specie evitabile e prevedibile. Come si vede, è richiesta la prova rigorosa di tutti gli elementi del reato colposo di evento e trova esplicito riconoscimento il canone della concretizzazione del rischio. Può forse sorprendere che lo scrutinio dell’evitabilità sia stato anteposto a quello della prevedibilità. Non si tratta di un caso o di un errore: nella prassi, purtroppo, la prevedibilità viene data quasi sempre per scontata. L’inversione logica serve a richiamare inquirente e giudice sulla necessità di isolare e concedersi uno spazio valutativo, una volta che sia esaurita la prova che l’evento non si sarebbe prodotto ove la cautela violata fosse stata osservata, per apprezzare se l’evento fosse anche suscettibile di essere previsto, nelle condizioni date, sulla base delle conoscenze disponibili in capo all’homo eiusdem condicionis et professionis.Una volta raggiunta la prova del rapporto di causalità tra condotta del medico venata dalla violazione di una delle summenzionate cautele ed evento lesivo della salute del paziente, per il professionista non è detta l’ultima parola. Rispetto alle casistiche colpose scolpite nel primo comma, il secondo si incarica di precisare che, nell’ipotesi in cui una delle casistiche si sia inverata nell’esercizio di attività sanitarie di speciale difficoltà, il rimprovero potrà muoversi solo in caso di colpa grave.Se ne ricava che il sanitario risponderà secondo i criteri ordinari di imputazione a fronte di un’attività che non presenti un eleva
to coefficiente di difficoltà, sempre a patto che la violazione sia riconducibile nell’alveo delle situazioni colpose contenute nell’elenco del primo comma.Se ne ricava, altresì, che quando una delle fattispecie colpose incroci la speciale difficoltà, ai criteri ordinari di responsabilità si sostituirà il limite della colpa grave: in presenza di un grado inferiore di colpa il medico sarà prosciolto perché il fatto non costituisce reato.Non è ancora finita: il giudice troverà nel terzo comma un catalogo di elementi da valutare per escludere la gravità della colpa quando si ragioni di prestazioni svolte in contesti di speciale difficoltà, tenendo presente che, in certi contesti, anche l’attività routinaria (o interventi in elezione) può rivelarsi tutt’altro che agevole da condurre. Sono parametri accomunati dalla necessità di considerare l’ambiente, spesso velato di incertezze non ovviabili col senno di poi, dove maturano le scelte operative. Una irrinunciabile attenzione al contesto nel quale fluiscono valutazioni di tipo oggettivo e soggettivo, chiamate a tener conto di limiti materiali e personali, in linea con la giurisprudenza più avveduta[20].Si noti: la speciale difficoltà evoca l’art. 2236 c.c., ma si emancipa dal riferimento ai ‘problemi tecnici’, sancendo il divorzio dallo storico partner dell’imperizia. Rectius: se è ammesso coltivare la metafora, potrebbe parlarsi di un parametro - la speciale difficoltà - che si rende disponibile ad altri accoppiamenti, purché i pretendenti non scadano in condotte grossolane. La non punibilità in contesti difficili e attraversati da forme di colpa inferiori alla grave viene così ricollegata alle altre matrici della colpa generica, in modo da ricomprendere anche l’imprudenza e la negligenza nel ventaglio delle soluzioni favorevoli al medico.Al fondo, il riferimento alla speciale difficoltà intende veicolare un messaggio che la Commissione ritiene espressivo di un principio generale dell’ordinamento: a maggiore difficoltà, e quindi a maggior rischio di errore, deve corrispondere maggior impegno dell’operatore, ma anche maggiore scusabilità in caso di errore non venato da gravità. Nessun privilegio, dunque. Semmai, l’indicazione di come il laboratorio della responsabilità colposa per medmal si presti ad anticipare scelte che il legislatore potrà compiere anche a favore di altri professionisti che si trovino ad affrontare situazioni ad alto rischio (controllori di volo, operatorio di protezione civile etc.), per arrivare – questo l’auspicio – a coniare una regola valida per ogni forma di colpa penale, subordinandone la punizione alla prova della gravità in costanza di un’attività di speciale difficoltà[21].Questo principio, che potremmo definire di ‘equità solidale’, mostra un ordinamento disponibile a riconoscere le peculiarità del contesto in cui si trova a lavorare il medico, introducendo dosi di serenità operativa attraverso la promessa che la sanzione penale interverrà solo in caso di colpa inescusabile siccome grave[22]. In linea coi canoni del ricorso residuale alla disciplina penale e dell’accertamento della colpa ex ante e in concreto, l’articolato punta a evitare che il professionista eluda il rischio clinico e il rischio di responsabilità, riparandosi dietro pratiche difensivistiche. 6. Tra libertà scientifica e disuguaglianza clinica: il downgrade delle linee guida. Una notazione tenuta volutamente per ultima, a sottolinearne il rilievo. C’è un aspetto ‘politico’ sul quale la Commissione ha investito numerose riflessioni e riguarda un netto cambio di passo rispetto alla l. Gelli-Bianco. Quest’ultima aveva fatto segnare il trionfo delle linee guida, preferite alle buone pratiche e sottoposte a un farraginoso meccanismo di validazione da parte dell’Istituto Superiore di Sanità, sulla scorta del convincimento che occorresse indicare a medici e giudici un’unica stella polare, che orientasse le condotte e facilitasse i giudizi di esonero della responsabilità penale. Una soluzione impregnata di scientismo
 e neo-positivismo, alla quale la Commissione ha opposto un diverso e preminente principio: la libertà di scelta del medico, ovviamente previo consenso del paziente.Si badi: la Commissione è arrivata a una prudente svalutazione delle linee guida, parificandole alle buone pratiche e ad altri indirizzi di diagnosi e cura, non in forza di un pregiudizio ideologico discendente dall’insuccesso applicativo della l. Gelli-Bianco, bensì quale esito delle numerose audizioni dei rappresentanti delle società e associazioni scientifiche, tutti concordi nel criticare gli effetti di irreggimentazione professionale e i rischi di deresponsabilizzazione che circondano l’impiego delle linee guida. Esse si rivelano utili quali termini di riferimento e confronto per gli operatori, ma non devono irrigidire la libertà del medico di scegliere secondo scienza e coscienza, medico che resta responsabile di valutare le peculiarità del caso concreto ed è chiamato a discostarsi dalle raccomandazioni contenute nelle linee guida quando un diverso sapere, magari meno autorevole o diffuso (da qui il riferimento anche ‘altri indirizzi di diagnosi e cura’), si dimostri più aderente alle caratteristiche del contesto e del curato.Pensate per favorire la standardizzazione delle condotte cliniche e prevenire la somministrazione di esami inutili, le linee guida vivono una sorta di eterogenesi dei fini: non è un mistero che numerosi medici prescrivano test diagnostici e interventi sanitari in eccesso non solo a causa della mancata conoscenza e in violazione di linee guida, ma spesso proprio perché influenzati da pletore di linee guida specialistiche, condizionate da logiche autoreferenziali, interne alle società scientifiche che le emanano, e da relazioni finanziarie con i produttori di farmaci, dispositivi e diagnostica, che fomentano conflitti d’interessi a dir poco opachi.Giusto per citare altri limiti che affliggono il sistema delle linee guida, si consideri che non tutte esprimono autentiche regole cautelari, essendo volte, per loro natura, non a evitare un evento lesivo, bensì ad assicurare il bene della guarigione: in altre parole, è connaturata alle raccomandazioni di comportamento clinico una tensione modale verso obiettivi di diagnosi e cura che poco o nulla dice sulle ragioni per cui è sconsigliabile, se non vietato, fare altrimenti nella situazione concreta[23]. Ancora: esse talvolta si risolvono in compromessi tra diverse scuole di pensiero, affinché nessuna società scientifica rimanga delusa, perdendo di incisività. Inoltre, è esperienza comune che l’attuale ‘regionalismo differenziato’ impedisca un’osservanza omogenea delle linee guida presso tutte le aziende sanitaria della penisola, a causa della disparità di risorse e delle carenze di organico, sicché in certi contesti le uniche ‘linee guida’ applicabili e adeguate al caso concreto diventano quelle ‘di reparto’, il cui rilievo sarebbe irragionevole rinnegare a priori. E poi: anche quando superano il sindacato dell’ISS, le linee guida ‘di legge’ vanno incontro a rapida obsolescenza e possono rivelarsi superate da linee guida internazionali più aggiornate e più vicine alle esigenze di cura del paziente.Relativizzare il valore delle linee guida significa riconoscere l’unicità di ogni essere umano e l’unicità del medico che si fa carico di assisterlo. Come si trova scritto nella sentenza del Consiglio di Stato, 9 febbraio 2022, n. 946: «La disapplicazione – o, per meglio dire, non applicazione – delle Linee guida e delle buone pratiche – che costituiscono, in senso lato, la cristallizzazione delle migliori regole del sapere scientifico in un determinato momento storico – restituisce rilevanza al paziente come persona in quanto la singolarità, dal punto di vista clinico, non è l’eccezione, ma la norma, sicché, fermo il carattere orientativo “di base” delle linee guida, dei protocolli sanitari o delle buone pratiche clinico-assistenziali per tutti i medici, ad ogni malato deve essere assicurato, nella diagnosi della malattia e nella prescrizione della cura, i
l rispetto della propria – eventuale – “diseguaglianza clinica”. Come il paziente, il singolo paziente, non è un astratto, anonimo e quasi indifferente oggetto di cura, ma è invece soggetto primario e fine della stessa cura, così il medico, il singolo medico, non è, e non può essere, passivo recettore di acquisizioni scientifiche, meccanico esecutore di protocolli o mero prescrittore di farmaci, adatti a tutti e a nessuno».   [1] Cfr. quotidianosanita.it, 21 novembre 2025.[2] Cfr. L. Fassari, Medici di famiglia e pediatri sempre meno numerosi: in dieci anni persi oltre 8 mila professionisti. Ed è allarme pensionamenti, in quotidianosanita.it, 6 ottobre 2025.[3] Cfr. quotidianosanita.it, 6 novembre 2025.[4] Cfr. 8° Rapporto GIMBE sul Servizio Sanitario Nazionale, in quotidianosanita.it, 26 novembre 2025.[5] Cfr. 8° Rapporto GIMBE sul Servizio Sanitario Nazionale, in quotidianosanita.it, 26 novembre 2025.[6] Cfr. 8° Rapporto GIMBE sul Servizio Sanitario Nazionale, in quotidianosanita.it, 26 novembre 2025.[7] Cfr. quotidianosanita.it, 26 settembre 2025.[8] Cfr. quotidianosanita.it, 10 ottobre 2025.[9] Cfr. Rapporto Censis 2025 sulla situazione sociale del Paese, in quotidianosanita.it, 5 dicembre 2025.[10] Cfr. P. Piras, Un’altra colpa medica: le seconde vittime in medicina, in sistemapenale.it, 12 dicembre 2024.[11] In argomento cfr. P. Piras, Un’alternativa alla medicina difensiva, Bolzano, 2024.[12] Cfr. G. Forti – M. Catino – F. D’Alessandro – C. Mazzucato – G. Varraso (a cura di), Il problema della medicina difensiva, Pisa, 2010.[13] Cfr. Corte cost., 28 novembre 1973, n. 166.[14] Sulle due novità ‘emergenziali’ v. P. Piras, Dallo scudo penale Covid-19 allo scudo penale milleproroghe, in sistemapenale.it, 23 febbraio 2024; e G. Iadecola, Lo stato dell’arte nella colpa medica, tra leggi temporanee ed aperture giurisprudenziali, in sistemapenale.it, 16 aprile 2024.[15] Art. 7. (Modifiche al codice penale) 1. Al codice penale sono apportate le seguenti modificazioni: a) l’articolo 590-sexies è sostituito dal seguente: «Art. 590-sexies. – (Limiti della responsabilità nell’attività sanitaria) – Se i fatti di cui agli articoli 589 e 590 sono commessi nell’esercizio dell’attività sanitaria, si applicano le pene ivi previste, salvo quanto disposto dal secondo comma del presente articolo. Quando l’esercente la professione sanitariasi attiene alle raccomandazioni previste dalle linee guida, come definite e pubblicate ai sensi di legge, o alle buone pratiche clinico-assistenziali, sempre che le predette raccomandazioni o buone pratiche risultino adeguate alle specificità del caso concreto, è punibile solo per colpa grave». L’art. 7 del ddl aggiunge: Dopo l’articolo 590-sexies è inserito il seguente: «Art. 590-septies. – (Colpa nell’attività sanitaria) – Nell’accertamento della colpa o del suo grado si tiene conto anche della scarsità delle risorse umane e materiali disponibili nonché delle eventuali carenze organizzative, quando la scarsità e le carenze non sono evitabili da parte dell’esercente l’attività sanitaria, della mancanza, limitatezza o contraddittorietà delle conoscenze scientifiche sulla patologia o sulla terapia, della concreta disponibilità di terapie adeguate, della complessità della patologia o della concreta difficoltà dell’attività sanitaria, dello specifico ruolo svolto in caso di cooperazione multidisciplinare e della presenza di situazioni di urgenza o emergenza ». In argomento cfr. C. Cupelli, La proposta di modifica dell’art. 590-sexies c.p. e il nuovo art. 590-speties c.p. nel disegno di legge di riforma della responsabilità penale degli operatori sanitari (AC 2700), in Riv. it. med. leg., 2026, pp. 1105 ss.; M. Pelissero, Manuale di Diritto penale, Milano, 2026, pp. 454 s.[16] Cfr. Cfr. Cass. pen., S.U., 22 febbraio 2018, n. 8770, c.d. ‘sentenza Mariotti’, su cui v. R. Bartoli, Riforma Gelli-Bianco e Sezioni Unite non
 placano il tormento: una proposta per limitare la colpa medica, in penalecontemporaneo.it, 24 maggio 2018; M. Caputo, Le Sezioni Unite alle prese con la colpa medica: nomofilachia e nomopoiesi per il gran ritorno dell’imperizia lieve, in Riv. it. med. leg., 2018, pp. 345 ss.; C. Cupelli, L'art. 590-sexies c.p. nelle motivazioni delle Sezioni Unite: un'interpretazione 'costituzionalmente conforme' dell'imperizia medica (ancora) punibile, in penalecontemporaneo.it, 1 marzo 2028; L. Risicato, Le Sezioni unite salvano la rilevanza in bonam partem dell’imperizia «lieve» del medico, in Giur. it., 2018, pp. 948 ss.[17] Composta, in ordine funzionale e alfabetico, da: Presidente, Dott. Adelchi d’Ippolito; Vicepresidenti, Prof. Avv. Antonio Fiorella, Prof. Dott. Giulio Maira; Componenti: Prof. Avv. Matteo Caputo; Prof. Avv. Elio Del Prato; Prof. Dott. Vittorio Fineschi; Avv. Alessandra Lorenzi; Prof. Dott. Francesco Musumeci; Prof.ssa Dott.ssa Antonella Polimeni; Prof. Dott. Giovanni Scambia; Prof. Avv. Attilio Zimatore; Segreteria tecnico-scientifica Prof.ssa Francesca Rocchi. Hanno partecipato il Viceministro, il Capo di Gabinetto; il Vice Capo di Gabinetto privato, il Capo dell’Ufficio Legislativo, il Capo del Dipartimento per gli Affari di Giustizia, anche attraverso delegati.[18] Sull’articolato si sono pronunciati in dottrina L. Carraro, Continua la “saga” della “colpa medica”: riflessioni a prima lettura sulla proposta della Commissione d’Ippolito, in archiviopenale.it, 17 marzo 2025; E. Corn, Responsabilità medica e deficit organizzativi della struttura sanitaria: superare il c.d. scudo penale Covid-19 e migliorare il progetto d’Ippolito, in archiviopenale.it, 23 luglio 2025; G. Geremia, La proposta di riforma in materia di responsabilità penale dei sanitari, in Responsabilità medica, 1/2025, pp. 101 ss.; A. Madeo, Il ridimensionamento della responsabilità penale del sanitario in caso di carenze sistemiche nelle strutture sanitarie, in lalegislazionepenale.eu, 11 settembre 2025; F. Marchetti, Archiviazione della notizia di reato e condanna per temerarietà della denuncia/querela nel progetto di riforma della responsabilità medica della Commissione d’Ippolito, in archiviopenale.it, 28 maggio 2025; M.L. Mattheudakis, Scenari recenti di riforma della responsabilità penale colposa in ambito sanitario: cerchi concentrici intorno alla colpa grave, in Responsabilità medica, 4/2024, pp. 447 ss.; P. Piras, I nuovi artt. 590 sexies e 590 septies c.p. nella proposta della Commissione d’Ippolito, in sistemapenale.it, 25 febbraio 2025; M. Robles, La «nuova» responsabilità (civile) medica nel progetto “d’Ippolito”: tra diligenza, risultato e (prevedibile) automazione, in Rivista di diritto privato, 3/2025, pp. 339 ss.[19] Coglie questo aspetto N. Amore, La responsabilità medica tra cause di non punibilità e difensivismo in crescita. Una breve ricognizione e una possibile alternativa, in discrimen.it, 16 dicembre 2024.[20] Cfr. Cass. pen., Sez. IV, 6 giugno 2016, n. 23283, su cui v. C. Cupelli, La colpa lieve del medico tra imperizia, imprudenza e negligenza: il passo avanti della Cassazione (e i rischi della riforma alle porte), in penalecontemporaneo.it, 27 giugno 2016.[21] Di recente, un espresso riferimento alla colpa grave, quale soglia dell’incriminazione, si trova nel nuovo art. 275-quinquies c.p. (rubricato: ‘Violazione colposa di misure restrittive dell'Unione europea’), introdotto dal d.lgs. 30 dicembre 2025, n. 211.[22] Sul principio di equità solidale sia consentito rinviare a M. Caputo, Colpa penale del medico e sicurezza delle cure, Torino, pp. 316 ss.[23] Cfr. G. Forti, Sensemaking e responsabilità penale nelle professioni sanitarie, in V. Plantamura - G. Salcuni (a cura di), Liber amicorum Adelmo Manna, Pisa, 2020, pp. 327 ss. In questa direzione v. Cass. pen., Sez. IV, 3 febbraio 2022, n. 7848.
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		<title><![CDATA[Medicina di base in sofferenza: a Modena manca l'equivalente di 290 dottori ]]></title>
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		<tp:ocr><![CDATA[MODENA – In provincia di Modena manca l’equivalente di 290 medici di famiglia, 63 nel solo capoluogo: questo il responso del bollettino regionale, in linea con lo studio pubblicato due settimane fa dalla Fondazione GIMBE di Bologna. Non si tratta, si noti, di 290 dottori che mancano, ma del corrispondente in ore di servizi legati alla medicina di base. Il problema più immediato è quello del tetto massimo di pazienti per dottore che potrebbe costringere molte persone a cercare un medico fuori dal proprio comune, ma per il momento – spiega l’AUSL di Modena – non ci sono pazienti senza dottore di famiglia in provincia. In prospettiva la carenza si ridurrà per gradi, dato che a Modena e in Regione l’affluenza ai corsi di specializzazione è stata alta a differenza del resto del Paese. Andando a esplorare la geografia del territorio i medici mancanti nel distretto di Castelfranco e San Cesario sono 19, pure a Nonantola e dintorni ne servono 19 di cui 2 per il comune di Ravarino; Carpi l’area più in sofferenza rispetto alla popolazione con ben 31 medici mancanti, 10 a Finale Emilia di cui uno serve assolutamente a Massa Finalese; 19 i medici mancanti anche a Sassuolo con la scopertura pressoché totale di San Michele dei Mucchietti; tra Maranello e Fiorano mancano 12 di base, a Formigine 10, a Vignola 11. Meno pesante la situazione nella zona collinare, mentre in Appennino le sofferenze sono tante: sette medici mancano solo a Pavullo, e la carenza di registra a macchia di leopardo più o meno ovunque, da Sestola a Fiumalbo. Carenze numeriche limitate, 2 o 3 medici da trovare per ciascun comune, ma in località molto periferiche e con bisogni di salute elevati per via dell’età media della popolazione.TRMedia S.r.l.Società a socio unicoSocietà sottoposta ad attività di direzione e coordinamento da parte di Coop Alleanza 3.0 Soc. Coop. Sede legale: via Ragazzi del ’99 nr. 51 42124 Reggio Emilia (RE)P.Iva 00651840365Capitale sociale € 1.040.000 i.v.Home    i Programmi    Diretta Streaming    Guida TV    Chi Siamo    Contatti    Gerenza    WhistleblowingRiproduzione Riservata – Copyright © 2024   
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		<title><![CDATA[Sanità territoriale, allarme Nursing Up: “Così il PNRR non regge”  ]]></title>
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		<description><![CDATA[<p style='color:#069;font-size:11px;font-style:italic;'><a href='http://gimbe.telpress.it/news/2026/04/02/2026040203026109343.PDF' target="_blank" ><img src='http://gimbe.telpress.it/images/help/PDF_16.png' align="left" border='0'/></a> Estratto da pag. 1 di <b>"tuttosanita.com" </b>  del 02 Apr 2026 </p><p style='color:#444;font-size:11px;'>TuttoSanità - Sanità territoriale, allarme Nursing Up: “Così il PNRR non regge” - CAMPANIA</p>]]></description>
		<pubDate>Thu, 02 Apr 2026 13:24:00 +0200</pubDate>
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		<source Readership="244" Sales="0" Printing="0" url="http://gimbe.telpress.it/news/2026/04/02/2026040203026109343.PDF"><![CDATA[tuttosanita.com]]></source>
		<tp:url><![CDATA[https://www.tuttosanita.com/sanita-territoriale-allarme-nursing-up-cosi-il-pnrr-non-regge/?utm_source=rss&utm_medium=rss&utm_campaign=sanita-territoriale-allarme-nursing-up-cosi-il-pnrr-non-regge]]></tp:url>
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		<tp:ocr><![CDATA[Il rischio di non centrare i target europei della Missione 6 del PNRR entro dicembre 2026 è ormai una realtà oggettiva. Il sindacato Nursing Up denuncia il pericoloso scollamento tra l’edilizia sanitaria e la reale capacità di cura: il cuore della sanità territoriale, l’Infermiere di Famiglia e Comunità (IFeC), si scontra oggi con una carenza strutturale di personale che ne impedisce il pieno sviluppo.Siamo di fronte a un sistema che costruisce strutture ma fatica a renderle operative, lasciando le nuove realtà territoriali prive della necessaria intensità assistenziale. Basta guardare i numeri a dir poco allarmanti.IL PARADOSSO DEL PNRR: CONTENITORI SENZA CONTENUTI«Oggi la Missione Salute del PNRR appare come un’auto dalla carrozzeria scintillante, ma priva di motore», dichiara Antonio De Palma, Presidente Nazionale di Nursing Up. I dati ufficiali certificano che il sistema sta costruendo contenitori “senza garantire i contenuti”. Nel monitoraggio Agenas, oltre il 70% degli Ospedali di Comunità attivi è concentrato in poche regioni del Nord, mentre nel Mezzogiorno la rete resta frammentata e in Campania, a fronte della programmazione, l’operatività reale è ancora minima. Anche sul fronte delle Case della Comunità, i report GIMBE e Agenas evidenziano che solo una quota ridotta è realmente operativa a pieno regime con tutti i servizi multidisciplinari previsti. A questo si aggiunge il nodo del personale: rispetto agli obiettivi iniziali della Legge 77/2020, il fabbisogno stimato oggi da Agenas è raddoppiato e supera le 20.000 unità necessarie per evitare il default della Missione 6.«Il problema oggi è evidente: senza infermieri di famiglia, queste strutture non possono funzionare», prosegue De Palma. «Non si tratta solo di formare nuovi professionisti, ma di trattenere quelli che già abbiamo, cosa che il sistema oggi non riesce assolutamente fare».L’IMPIETOSO CONFRONTO EUROPEO: SISTEMI CHE REGGONO PERCHÉ HANNO PERSONALE. DOVE SONO I NOSTRI PROFESSIONISTI? DOVE SONO GLI UOMINI E LE DONNE CHE GARANTISCONO LE CURE DEL TERRITORIO?Il limite italiano emerge con forza se confrontato con i sistemi europei che gestiscono con maggiore efficacia l’invecchiamento della popolazione e la crescita delle cronicità. Nel Regno Unito e in Spagna i modelli territoriali si reggono su una presenza strutturata e numericamente adeguata di personale infermieristico, che garantisce continuità assistenziale e presa in carico dei pazienti.In Italia, invece, il sistema territoriale si scontra con una carenza cronica di infermieri e con un’organizzazione che non riesce ad attrarre e trattenere i professionisti. Il risultato è una riforma che resta sulla carta e fatica a tradursi in servizi reali per i cittadini.OLTRE 20.000 UNITÀ MANCANO ALL’APPELLO. UNA CARENZA STRUTTURALE AGGRAVATA DALLA FUGA DAL SSN«Portare rapidamente dentro il sistema oltre 20.000 professionisti (quanti ne indica Agenas) non è semplice», evidenzia De Palma, «anche perché l’Italia sconta una carenza strutturale di circa 175.000 infermieri rispetto agli standard europei, una criticità mai risolta. Ma soprattutto perché una parte crescente di infermieri sceglie di lasciare il Servizio sanitario nazionale».Una quota significativa di professionisti già formati si orienta infatti verso la libera professione o verso l’estero, dove trova condizioni economiche migliori e maggiore riconoscimento professionale.«Non siamo di fronte solo a una carenza numerica, ma a un sistema che non è più in grado di trattenere i suoi professionisti», sottolinea De Palma. «Se non si interviene su questo punto, ogni programmazione sul personale è destinata a fallire».LA LEVA IMMEDIATA: SBLOCCARE IL VINCOLO DI ESCLUSIVITÀ«Per questo motivo – prosegue De Palma – una delle soluzioni che Nursing Up propone da tempo è lo sblocco del vincolo di esclusività per infermieri e ostetriche». Consentire ai professionisti del SSN di esercitare anche al di fuori del r
apporto esclusivo significa aumentare nell’immediato la disponibilità di assistenza sul territorio, valorizzare le competenze e rendere il sistema più attrattivo, senza attendere tempi lunghi di formazione.Si tratta di una misura concreta, capace di incidere subito sull’organizzazione dei servizi e di arginare la fuga dei professionisti, restituendo al sistema una quota di forza lavoro oggi dispersa.LE CONDIZIONI PER NON FALLIRE LA MISSIONE 6«Ma non basta», conclude De Palma. «Serve un intervento strutturale che renda il sistema realmente attrattivo per gli infermieri, rafforzando gli organici e garantendo condizioni di lavoro sostenibili. Senza personale, ogni riforma resta drammaticamente sulla carta».IL RISCHIO CONCRETO: STRUTTURE SENZA PERSONALE E CATTEDRALI NEL DESERTO«Senza queste riforme – avverte De Palma – il 31 dicembre 2026 segnerà il fallimento della sanità di prossimità. Non possiamo rispondere all’esplosione delle malattie croniche e all’invecchiamento della popolazione con strutture senza personale. Il rischio concreto è quello di inaugurare Case e Ospedali di Comunità destinati a restare cattedrali nel deserto, senza la capacità reale di prendere in carico le cronicità dei cittadini».Condividi:Condividi su TumblrE-mailWhatsAppStampaMi piace:Mi piace Caricamento...	Correlati   
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		<title><![CDATA[Pnrr, riforma della sanità territoriale: Valle d’Aosta avanti ma Italia in affanno. Lo dice Gimbe - Valledaostaglocal.it ]]></title>
		<link>http://gimbe.telpress.it/news/2026/04/02/2026040202982309781.PDF</link>
		<description><![CDATA[<p style='color:#069;font-size:11px;font-style:italic;'><a href='http://gimbe.telpress.it/news/2026/04/02/2026040202982309781.PDF' target="_blank" ><img src='http://gimbe.telpress.it/images/help/PDF_16.png' align="left" border='0'/></a> Estratto da pag. 1 di <b>"valledaostaglocal.it" </b>  del 02 Apr 2026 </p><p style='color:#444;font-size:11px;'>A tre mesi dalla scadenza dei target del PNRR, la Valle d’Aosta mostra dati incoraggianti su Case della Comunità e Fascicolo Sanitario Elettronico, ma il quadro nazionale resta preoccupante: solo 66 CdC pienamente funzionanti, Ospedali di Comunità fermi e disomogeneità digitali accentuate tra regioni</p>]]></description>
		<pubDate>Thu, 02 Apr 2026 15:48:00 +0200</pubDate>
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		<source Readership="521" Sales="0" Printing="0" url="http://gimbe.telpress.it/news/2026/04/02/2026040202982309781.PDF"><![CDATA[valledaostaglocal.it]]></source>
		<tp:url><![CDATA[https://www.valledaostaglocal.it/2026/04/02/leggi-notizia/argomenti/salute-in-valle-daosta/articolo/pnrr-riforma-della-sanita-territoriale-valle-daosta-avanti-ma-italia-in-affanno-lo-dice-gimbe.html]]></tp:url>
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		<tp:ocr><![CDATA[Nino Cartabellotta presidente Fondazione GimbeIn Valle d’Aosta la riforma dell’assistenza territoriale sembra fare qualche passo avanti, ma i numeri nazionali ricordano che la strada è lunga e irta di ostacoli. Sul fronte delle Case della Comunità, la Regione vanta quattro strutture programmate, tutte con almeno un servizio attivo, un risultato notevole rispetto alla media italiana del 45,5%. I cittadini valdostani sembrano anche più fiduciosi nell’uso del Fascicolo Sanitario Elettronico: il 75% ha dato il consenso alla consultazione dei propri dati, mentre la media nazionale si ferma al 44%.Tuttavia, la riforma è ancora incompleta: gli Ospedali di Comunità, due in Valle d’Aosta, non hanno attivato alcun servizio, rispecchiando le difficoltà che il resto d’Italia conosce fin troppo bene. A livello nazionale, su 1.715 Case della Comunità programmate, solo 66 risultano pienamente funzionanti, e degli 594 Ospedali di Comunità previsti, nessuno ha tutti i servizi attivi.Il Fascicolo Sanitario Elettronico, pilastro digitale del PNRR, resta un cantiere aperto: nessuna regione ha ancora implementato tutte le 20 tipologie di documenti previsti dal DM 7 settembre 2023, e il consenso alla consultazione varia drasticamente, dal 2% di Abruzzo e Campania fino al 92% dell’Emilia-Romagna. Il Mezzogiorno paga un prezzo alto, tra scarsa alfabetizzazione digitale, poca fiducia e limitata percezione dei benefici del FSE.Secondo Nino Cartabellotta, Presidente della Fondazione GIMBE, «la lentezza nell’attivazione di Case e Ospedali di Comunità e la carenza di personale medico e infermieristico rischiano di compromettere i target del PNRR e di lasciare ai cittadini scatole vuote, senza benefici reali».Il volo d’uccello sull’Italia mostra forti diseguaglianze territoriali: alcune regioni, come Lombardia ed Emilia-Romagna, concentrano gran parte delle CdC pienamente operative, mentre Basilicata, Marche, Provincia autonoma di Bolzano e persino Valle d’Aosta restano indietro sugli Ospedali di Comunità. La digitalizzazione appare frammentata, con un rischio concreto di penalizzare chi vive nei territori meno strutturati.In sintesi, la Valle d’Aosta guida nella media nazionale su alcuni indicatori chiave, ma la fotografia complessiva del Paese evidenzia ritardi strutturali, disparità regionali e rischi concreti per la rendicontazione del PNRR. La sfida rimane quella di trasformare le strutture in strumenti reali di assistenza territoriale e di garantire che i cittadini vedano risultati tangibili, evitando che le risorse europee diventino, come spesso temuto, solo scatole vuote.je.fe   
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