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	<title>Rassegna online.</title>
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		<title>Rassegna online</title>
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		<title><![CDATA[Disuguaglianze nel Ssn: record di mobilità sanitaria e la nuove sfide di Gimbe ]]></title>
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		<description><![CDATA[<p style='color:#069;font-size:11px;font-style:italic;'><a href='http://gimbe.telpress.it/news/2026/03/13/2026031303153906511.PDF' target="_blank" ><img src='http://gimbe.telpress.it/images/help/PDF_16.png' align="left" border='0'/></a> Estratto da pag. 42 di <b>"CORRIERE ROMAGNA DI RIMINI E SAN MARINO" </b>  del 13 Mar 2026 </p>]]></description>
		<pubDate>Fri, 13 Mar 2026 06:29:00 +0100</pubDate>
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		<tp:ocr><![CDATA[Disuguaglianze nel Ssn: record di mobilità sanitaria e la nuove sfide di Gimbe   Il report evidenzia le crescenti diseguaglianze tra Nord e Sud e la crescente dipendenza dai servizi privati convenzionati. Avviato il percorso  GIMBE30 per l’equità nell’accesso alle cure   IL TRENTENNALE DELLA FONDAZIONE  ROMAGNA Trent’anni di impegno civico indipendente con i fari puntati sulle criticità del Servizio sanitario nazionale (Ssn) e sull’integrità della scienza. Con un evento nazionale in streaming, neigiorni scorsi la Fondazione Gimbe ha aperto ufficialmente l’anno del trentennale di attività, presentando il nuovo report sulla mobilità sanitaria interregionale e rilanciando l’allarme sull’equità di accesso alle cure, le diseguaglianze territoriali, i ritardi della digitalizzazione e del Pnrr e, più in generale, la sostenibilità del Ssn e la disinformazione scientifica.  «Dopo trent’anni - ha dichiarato il presidente Nino Cartabellotta - rinnoviamo l’impegno per il futuro. La nostra missione non è cambiata: usare dati ed evidenze scientifiche per difendere la sanità pubblica e distinguere tra proclami e realtà. Oggi, più che mai, serve una voce rigorosa e indipendente per contrastare gli attacchi scomposti alla scienza e per denunciare che il diritto alla tutela della salute è sempre più condizionato dal reddito e dal luogo di residenza».  L’evento ha inaugurato il percorso  GIMBE30, 12 mesi in cui si susseguiranno attività istituzionali, iniziative divulgative, progetti editoriali e azioni di advocacy in una cornice unitaria fondata su tre pilastri: la scienza per orientare le decisioni pubbliche, la tutela del Ssn come bene comune, il rafforzamento della responsabilità civica per difendere il diritto alla tutela della salute. Illustrato anche il nuovo Report Gimbe sulla mobilità sanitaria. «La migrazione sanitaria tra Regioni- ha sottolineato Cartabellotta - è tra gli indicatori più sensibili delle diseguaglianze del Ssn: rileva dove i cittadini trovano risposte adeguate e dove, invece, sono costretti a spostarsi per curarsi». Nel 2023, la mobilità sanitaria interregionale ha raggiunto la cifra record di € 5,15 miliardi, il livello più alto di sempre, in aumento del 2,3% rispetto al 2022 (€ 5,04 miliardi). Le analisi della Fondazione Gimbe confermano il progressivo ampliamento dello squilibrio tra Nord e Sud, con un enorme flusso di risorse economiche in uscita dal Mezzogiorno verso il Nord. In particolare, verso Lombardia, EmiliaRomagna e Veneto, che si confermano le Regioni più attrattive. «Questi numeri - afferma Cartabellotta - indicano che la mobilità sanitaria è sempre meno una scelta e sempre più una necessità. Quando miliardi di euro e centinaia di migliaia di pazienti convergono verso poche Regioni, significa che l’offerta dei servizi non è omogenea e che il diritto alla tutela della salute non è garantito in maniera equa su tutto il territorio nazionale e richiede spostamenti che hanno anche un rilevante impatto economico sui bilanci delle famiglie». Un principio recentemente ribadito anche dal Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, che il 28 febbraio scorso ha ricordato come «il diritto alla salute, costituzionalmente garantito, deve trovare uniforme applicazione sull’intero territorio nazionale», sottolineando come permangano disomogeneità territoriali non più accettabili.  Il Report Gimbe sulla mobilità sanitaria  2023 si basa su tre fonti ufficiali, i dati economici aggregati dal Riparto 2025, i flussi dei Modelli M trasmessi dalle Regioni al ministero della Salute, i dati del Report Agenas sulla mobilità sanitaria. In Lombardia, Emilia-Romagna e Veneto si concentra il 95,1% del saldo attivo della mobilità sanitaria, ovvero la differenza tra risorse ricevute per curare pazienti di altre Regioni e quelle versate per i propri residenti curati altrove. Sul versante opposto, a pagare il prezzo più alto sono Calabria, Campania, Puglia, Sicilia, Lazio e Sardegna, che insieme assorbono il 78,2% del saldo passivo. «Non siamo più di fronte a semplici differenze regionali - avverte il presidente - ma a un
 divario strutturale che nel tempo si è consolidato. In questo scenario, l’autonomia differenziata, con il via libera alle pre-intese per Liguria, Lombardia, Piemonte e Veneto, amplierà inevitabilmente le disuguaglianze». La mobilità attiva si concentra per oltre la metà in Lombardia (23,2%), Emilia-Romagna (17,6%) e Veneto (11,1%), seguite da Lazio (8,9%), Toscana (6,4%) e Piemonte (5,8%). Sul fronte opposto, i maggiori esborsi per cure ricevute dai propri residenti in altre Regioni sono a carico di Lazio (12,1%), Campania (9,4%) e Lombardia (9,2%), che da sole rappresentano quasi un terzo del totale, con oltre € 400 milioni ciascuna. «La mobilità passiva- spiega Cartabellotta- non coincide esclusivamente con la fuga di pazienti da Sud a Nord. Esiste anche una mobilità di prossimità tra Regioni del Nord confinanti dotate di servizi di elevata qualità. Regioni come Lombardia, Veneto e Piemonte registrano livelli rilevanti di mobilità passiva».  Saldi regionali, i dati in dettaglio Saldo positivo rilevante: Lombardia (€ 645,8 milioni), Emilia-Romagna (€ 564,9 milioni) e  Veneto (€ 212,1 milioni). Saldo positivo moderato: Toscana (€ 47,2 milioni). Saldo positivo minimo: Molise (€ 18,6 milioni), Provincia autonoma di Trento (€ 8 milioni). Saldo negativo minimo: Provincia autonoma di Bolzano (-€ 3,9 milioni), Friuli Venezia Giulia (-€ 10 milioni), Valle d’Aosta (-€ 12,8 milioni), Piemonte (-€ 20,7 milioni). Saldo negativo moderato: Marche (-€ 54,7 milioni), Umbria (-€ 55,8 milioni), Liguria (-€ 74,4 milioni), Basilicata (-€ 77,9 milioni), Abruzzo (-€ 86,9 milioni). Saldo negativo rilevante: Sardegna (-€ 101,9 milioni), Lazio (-€ 191,7 milioni), Sicilia (-€ 246,7 milioni), Puglia (-€ 253,2 milioni), Campania (-€ 306,3 milioni), Calabria (-€ 326,9 milioni). «I saldi regionali - commenta il presidente - evidenziano un’enorme frattura strutturale tra Nord e Sud. Le sole Regioni con un saldo positivo superiore a € 100 milioni si trovano tutte al Nord, mentre quelle con un  saldo negativo otre € 100 milioni appartengono tutte al Mezzogiorno, con l’eccezione del Lazio. Infine, la mobilità sanitaria riguarda prevalentemente i ricoveri ospedalieri e non restituisce le diseguaglianze nell’assistenza territoriale e socio-sanitaria. Ovvero, il divario reale tra le Regioni è ancora più marcato». Oltre 1 euro su 2 speso per ricoveri e prestazioni specialistiche erogate fuori Regione viene incassato dalla sanità privata convenzionata: € 1.966 milioni (54,5%), contro i € 1.643 milioni (45,5%) destinati alle strutture pubbliche.  «La quota di mobilità che confluisce verso il privato convenzionato - sottolinea Cartabellotta non è omogenea in tutte le Regioni, perché dipende dall’offerta e dalle capacità attrattive di strutture private d’eccellenza». Infatti, le strutture private assorbono oltre il 60% della mobilità attiva in Molise (90,2%), Lombardia (71,1%), Puglia (68,9%) e Lazio (63,8%). In altre Regioni la capacità attrattiva del privato resta invece inferiore al 20%: Valle D’Aosta (15,7%), Umbria (15,1%), Liguria (11,4%), Provincia autonoma di Bolzano (9,1%) e Basilicata (7,2%).  Ricoveri e specialistica ambulatoriale Secondo i dati Agenas, l’80,4% della mobilità per ricoveri è classificato come effettiva (€ 2.311 milioni), ovvero dipende dalla scelta del paziente. Il 16,7% (€ 480 milioni) è invece legato a prestazioni urgenti (mobilità casuale) e il 3% (€ 85 milioni) riguarda casi in cui il domicilio del paziente non coincide con la Regione di residenza (mobilità apparente). Della mobilità effettiva, solo il 6,5% riguarda ricoveri ordinari a rischio di inappropriatezza. Della specialistica ambulatoriale erogata in mobilità, quasi il 93% si concentra in tre categorie: prestazioni terapeutiche (33,1%), diagnostica strumentale (31,5%) e prestazioni di laboratorio (28%). «I dati sulla mobilità sanitaria - prosegue Cartabellotta- ci ricordano che il diritto alla tutela della salute non può dipendere dal codice di avviamento postale. Il nostro impegno per il futuro è di continuare a monitorare con rigore le diseguaglianze e a condurre anali
si indipendenti per ricostruire un Ssn equo e universalistico. E da attività come questa prende forma il nuovo percorso avviato con il trentennale: trasformare il monitoraggio Gimbe in strumento di consapevolezza pubblica e advocacy istituzionale. Il trentennale Gimbe conclude Cartabellotta - segna l’inizio di un nuovo capitolo per la Fondazione: l’avvio di un coinvolgimento della comunità, con strumenti dedicati a rafforzare in modo strutturale la ricerca indipendente, l’educazione alla salute, l’uso consapevole della sanità pubblica e l’advocacy politico-istituzionale finalizzata a rilanciare il Ssn. Perché l’indipendenza, nostro valore fondante, si tutela con trasparenza, partecipazione e responsabilità condivisa. E perché difendere la sanità pubblica significa garantire decisioni guidate dalle evidenze scientifiche e dai dati, non da interessi opportunistici o di categoria. Ma significa anche costruire una comunità consapevole del valore del Ssn e pronta a sostenerlo come pilastro della democrazia e strumento di coesione sociale»  ---End text---  Author: Redazione  Heading: IL TRENTENNALE DELLA FONDAZIONE  Highlight: “  L’istituzione rilancia il ruolo della scienza indipendente nel monitoraggio del Sistena sanitario pubblico e nell’advocacy per un sistema equo e universalistico   “  Spostamenti per curarsi: Lombardia, Emilia-Romagna e Veneto attraggono la maggior parte dei pazienti  Image:16555 Sopra, Nino Cartabellotta durante un incontro istituzionale: da 30 anni la Fondazione Gimbe di cui è presidente opera per la ricerca indipendente, l’educazione alla salute e l’advocacy politica al fine di rafforzare il Servizio sanitario nazionale come bene comune e garantire equità nell’accesso alle cure -tit_org- Disuguaglianze nel Ssn: record di mobilità sanitaria e la nuove sfide di Gimbe   -sec_org-
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		<tp:writer>REDAZIONE</tp:writer>
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		<title><![CDATA[La " De Maria " festeggia 24 anni di volontariato accanto ai malati ]]></title>
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		<description><![CDATA[<p style='color:#069;font-size:11px;font-style:italic;'><a href='http://gimbe.telpress.it/news/2026/03/13/2026031302888108849.PDF' target="_blank" ><img src='http://gimbe.telpress.it/images/help/PDF_16.png' align="left" border='0'/></a> Estratto da pag. 19 di <b>"GAZZETTA DEL SUD COSENZA" </b>  del 13 Mar 2026 </p>]]></description>
		<pubDate>Fri, 13 Mar 2026 10:57:00 +0100</pubDate>
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		<category domain=""><![CDATA[GIMBE]]></category>
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		<tp:ocr><![CDATA[La “De Maria” festeggia 24 anni di volontariato accanto ai malati   L’associazione assiste i pazienti di oncologia pediatrica e i loro congiunti  «Dopo qualche anno dalla nascita dell’Associazione Gianmarco De Maria alcuni volontari espressero il desiderio di individuare una giornata all’anno che fosse di riflessione e testimonianza di quanto si stava facendo. Erano i tempi della scommessa dell’oncologia pediatrica. Un piccolo gioiello. Il servizio era nato nel luglio del 2001 su intuizione dell’allora primario di pediatria, Manila Candusso e, in pochi anni, era riuscito ad azzerare — si, dico bene: azzerare — la migrazione sanitaria, per l’oncologia pediatrica, della provincia di Cosenza da dove, statisticamente, si attendevano dagli 11 ai 15 casi all’anno.  La nostra Associazione nacque dopo pochi mesi, l’8 marzo del 2002».  Franco De Maria ricorda i primi passi, 24 anni fa, dell’associazione che porta il nome di suo figlio Gianmarco, e soprattutto confessa che si stava meglio quando si stava peggio.  Che a Cosenza e in Calabria, in credibilmente, per le famiglie con un figlio malato oncologico un quarto di secolo fa andava meglio di ora. «Pensavamo  che bastasse fare le cose per bene, che ci venisse riconosciuta l’attività di accoglienza alle famiglie dei nostri bambini che impaurite e fiduciose, raggiungevano Cosenza da ogni parte della Calabria; che venisse sostenuto il progetto di riduzione della migrazione sanitaria e del conseguente sostegno a favore della Sanità calabrese, anche se solo pediatrica. Riteniamo di aver fatto risparmiare alle casse della sanità calabrese qualche milione di euro, accogliendo i bambini e gli adolescenti calabresi in un ospedale calabrese. E di aver fatto risparmiare alle famiglie calabresi centinaia di migliaia di euro offrendo loro  un tetto e un letto vicino casa.  Ma se nel 2023 (dati ultimo report Gimbe) la Calabria chiude con un passivo di 326,9 milioni per migrazione sanitaria verso altre regioni, significa che qualcosa non ha funzionato».  Ma la “Gianmarco De Maria” non molla. «L’oncologia pediatrica è il nostro obiettivo, siamo nati per questo e continuiamo a vivere per questo.  «Domenica 8 marzo abbiamo festeggiato il 214esimo compleanno e racconteremo tutte queste cose. Non ci fermeremo, continueremo a parlarne, chissà che alla fine qualcuno ascolterà». O no??? © RIPRODUZIONE RISERVATA  ---End text---  Author: Domenico Marino  Heading:   Highlight:   Image:Sempre in corsia I volontari in ospedale all’Annunziata -tit_org- La “ De Maria ” festeggia 24 anni di volontariato accanto ai malati   -sec_org-
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		<tp:writer>DOMENICO MARINO</tp:writer>
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		<title><![CDATA[Nel 2025 quasi 18mila aggressioni a medici e infermieri (denunce raddoppiate) ]]></title>
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		<description><![CDATA[<p style='color:#069;font-size:11px;font-style:italic;'><a href='http://gimbe.telpress.it/news/2026/03/13/2026031301745605744.PDF' target="_blank" ><img src='http://gimbe.telpress.it/images/help/PDF_16.png' align="left" border='0'/></a> Estratto da pag. 11 di <b>"AVVENIRE" </b>  del 13 Mar 2026 </p>]]></description>
		<pubDate>Fri, 13 Mar 2026 05:41:00 +0100</pubDate>
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		<category domain=""><![CDATA[POLITICA SANITARIA]]></category>
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		<tp:ocr><![CDATA[Nel 2025 quasi 18mila aggressioni a medici e infermieri (denunce raddoppiate)   L’ALLARME E LA TESTIMONIANZA DI UN MEDICO DI 32 ANNI CHE HA SUBITO VIOLENZE  «F  ui letteralmente sollevato dalla scrivania da un tossicodipendente in crisi di astinenza, che non accettava il mio rifiuto a fornirgli dei farmaci». Giovane medico di 32 anni, Paolo Groff rimase spiazzato quando subì per la prima volta una violenza che andava oltre l’offesa verbale. Oggi, con trent’anni di esperienza sulle spalle, ha acquisito competenze per “mitigare” la conflittualità in ambito sanitario, ma riconosce che il Pronto soccorso è un territorio minato, come testimoniano i numeri pubblicati ieri dal ministero della Salute in occasione della Giornata nazionale di educazione e prevenzione contro la violenza nei confronti degli operatori sanitari e socio-sanitari, istituita nel 2022: quasi 18mila aggressioni nel  2025, con oltre 23mila operatori coinvolti (un singolo episodio può interessare più persone). I numeri diffusi dall’Osservatorio nazionale sulla sicurezza degli esercenti le professioni sanitarie e sociosanitarie (Onseps) sono analoghi a quelli del 2024, ma secondo i dati del ministero dell’Interno, nel 2025 sono raddoppiate le denunce e gli arresti per il reato di lesioni personali gravi o gravissime nei confronti del personale socio-sanitario: dalle 416 in media del triennio 2022-2024 alle 1.096 dello scorso anno.  Riflette oggi Groff, che attualmente è responsabile del Dipartimento Emergenza-Urgenza, che comprende il Pronto soccorso, dell’ospedale di Perugia, nel rievocare quel lontano episodio: «All’epoca sapevo trattare le aritmie complesse, intubare il paziente d’emergenza, ventilare una insufficienza respiratoria acuta  e inquadrare un trauma: tutto quello che serve al medico d’urgenza. Ma non sapevo affrontare una comunicazione in condizioni critiche». A tirarlo fuori dai guai fu un’infermiera giovane, ma già esperta: «Sapeva come gestire la situazione: strattonò per la spalla il mio aggressore, ma soprattutto gli parlò in modo molto pacato ma fermo, esponendogli i rischi che correva. E riuscì a calmarlo». Spiega ancora Groff: «Per tutto il resto della mia vita professionale, mi sono reso conto che il nostro compito di  operatori sanitari non è solo fatto di conoscenze tecniche su come intervenire su un paziente. Il nostro lavoro si basa moltissimo sulla capacità di gestire la comunicazione, cioè adattarla a seconda del momento e del contesto, evitando sempre affermazioni che possano essere interpretate come giudizi o insinuazioni. E non si impara in un giorno».  Si deve essere pronti infatti a comunicare in tutte le situazioni, anche le più problematiche: «Non è facile prevedere – continua Groff – come reagirà un uomo a cui devi dire che sua moglie è morta: non sai se è d’accordo sulle cure che le sono state prestate o se ritiene che si poteva far di più; né se ha la cultura sufficiente per gestire il dolore per la perdita». Di qui la raccomandazione di «investire su un team di psicologi che ci sappia insegnare e mantenere le competenze comunicative». Ovviamente senza dimenticare che molto dipende anche dalle condizioni di lavoro: «Dobbiamo migliorare l’organizzazione dei flussi al triage del Pronto soccorso (dove ho assistito a pugni, schiaffi e calci, per non parlare della violenza verbale). Ma anche rimediare alla carenza di personale, perché si inducono stress e scarsa qualità dell’assistenza, che espongono a minori capacità di controllo nelle situazioni delicate».  I dati dell’Onseps del 2025 indicano netta prevalenza di aggressioni verbali (69%) rispetto a quelle fisiche (25%) e nella maggior parte dei casi verso le donne; i più colpiti sono infermieri (55%), poi medici (16%) e operatori socio-sanitari (11%). E se l’ospedale è il luogo più a rischio, il Pronto soccorso è il reparto in prima linea.  ---End text---  Author: ENRICO NEGROTTI  Heading: L’ALLARME E LA TESTIMONIANZA DI UN MEDICO DI 32 ANNI CHE HA SUBITO VIOLENZE  Highlight: L’Osservatorio nazionale sulla sicurezza delle professioni sanitarie diffonde i dati in o
ccasione della Giornata di educazione  Image: -tit_org- Nel 2025 quasi 18mila aggressioni a medici e infermieri (denunce raddoppiate)   -sec_org-
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		<tp:writer>ENRICO NEGROTTI</tp:writer>
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		<title><![CDATA[Dialogo sul fine vita «Il vuoto normativo è un'ingiustizia verso chi sta male» ]]></title>
		<link>http://gimbe.telpress.it/news/2026/03/13/2026031301745105751.PDF</link>
		<description><![CDATA[<p style='color:#069;font-size:11px;font-style:italic;'><a href='http://gimbe.telpress.it/news/2026/03/13/2026031301745105751.PDF' target="_blank" ><img src='http://gimbe.telpress.it/images/help/PDF_16.png' align="left" border='0'/></a> Estratto da pag. 40 di <b>"CORRIERE DELLA SERA SETTE" </b>  del 13 Mar 2026 </p><p style='color:#444;font-size:11px;'>Due giuristi, l'avvocato niccolò nisivoccia e il professore di filoso?a del diritto tommaso greco, ragionano sull'urgenza di una norma, che manca ormai da troppo tempo. «bisogna mettersi in ascolto delle storie delle persone. nelle situazioni di sofferenza estrema un solo giorno in più diventa un'eternità. il caso englaro ha cambiato tutto: il papà è stato una ?gura eroica»</p>]]></description>
		<pubDate>Fri, 13 Mar 2026 05:41:00 +0100</pubDate>
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		<tp:ocr><![CDATA[DIALOGO SUL FINE VITA «IL VUOTO NORMATIVO È UN’INGIUSTIZIA VERSO CHI STA MALE» Due giuristi, l’avvocato Niccolò Nisivoccia e il professore di Filoso?a del Diritto Tommaso Greco, ragionano sull’urgenza di una norma, che manca ormai da troppo tempo. «Bisogna mettersi in ascolto delle storie delle persone.  Nelle situazioni di sofferenza estrema un solo giorno in più diventa un’eternità.  Il caso Englaro ha cambiato tutto: il papà è stato una ?gura eroica»  d i M I C O L S A R FAT T I  D  «Di chi sono i nostri giorni»? Si chiede nel ?lm La Grazia di Paolo Sorrentino il presidente della Repubblica Mariano De Santis-Toni Servillo, indeciso se promulgare una legge sull’eutanasia. La domanda è complessa, aleggia nella mente di un capo di Stato di ?nzione cinematogra?ca, ma anche in quella di politici e cittadini reali. Chi decide della ?ne di un’esistenza. Noi? I nostri cari? I medici? Il legislatore? Chi può interrompere il tempo, quando il dolore mangia la forza e il desiderio necessari per attraversarlo? Fino a che punto siamo liberi di vivere e di morire? Una risposta assoluta e de?nitiva non esiste, ma nella pratica andrebbe trovata. In Italia manca una norma organica. Il ?ne vita è uno di quei diritti senza legge intorno a cui  si dibatte da decenni, con pochi, lenti, passi in avanti.  Il vuoto è colmato, solo in parte, dalle sentenze della Corte Costituzionale e dalla legge 219/2017, relativa al consenso informato ai trattamenti sanitari e all’accesso alla sedazione profonda. L’eutanasia attiva, l’intervento diretto del medico per causare la morte di un paziente su richiesta libera e consapevole di quest’ultimo, è illegale. Il suicidio assistito, il caso in cui il malato si autosomministra il farmaco per la soluzione ?nale con il supporto di personale specializzato, è lecito solo a determinate condizioni.  Alcune regioni, come Toscana e Sardegna, hanno iniziato ad approvare norme proprie, poi impugnate dal governo, per superare il silenzio del parlamento, che da anni rinvia una decisione de?nitiva. Si sono via via smussate anche le posizioni di parte del mondo cattolico, mai favorevole alla morte volontaria, ma aperto alle cure palliative e più indulgente verso i medici che accompagnano alla ?ne dell’esistenza.  In Europa, oltre la palude italiana, lo scenario è frammentato tra Paesi in cui sono legali eutanasia e suicidio assistito, come Olanda, Belgio, Lussemburgo, Spagna e Portogallo e Paesi in cui è ammesso solo il suicidio assistito, tra questi Svizzera, Austria e Germania. Il dibattito è ancora aperto in Francia, dove la legge sul suicidio assistito è stata approvata in seconda lettura dall’Assemblea Nazionale e dovrà essere esaminata di nuovo dal Senato.  Di vuoto normativo, dilemmi etici, importanza dell’ascolto ed empatia discutiamo con due giuristi che convergono sull’urgenza di avere una legge: Niccolò Nisivoccia avvocato e scrittore, autore di Le belle leggi (Laterza), e Tommaso Greco professore ordinario di Filoso?a del diritto nel Dipartimento di Giurisprudenza dell’Università di Pisa, dove è anche direttore del Centro Interdipartimentale di Bioetica. Il suo ultimo saggio è Critica della ragione bellica (Laterza) Perché è necessaria ora una legge sul ?ne vita? Nisivoccia: «In primo luogo perché lo chiede la Corte Costituzionale, in questi anni lo ha fatto più volte e il corretto funzionamento del sistema vorrebbe che il Parlamento prendesse sul serio gli inviti fatti dalla Corte e ormai sono passati sette anni dal primo. Questo silenzio non è una buona cosa perché ne va dell’architettura costituzionale. Il diritto dovrebbe inoltre confrontarsi con grandi questioni ?loso?che e quella del ?ne vita lo è a pieno titolo. Dovrebbe interrogarsi su come relazionarsi con il dolore, come accoglierlo e come porsi davanti a chi crede, legittimamente, che sia stata superata la soglia sopportabile. In?ne, e questo è forse il punto più importante, è una legge chiesta da persone in carne ed ossa, che ne hanno bisogno perché attraversano dolori terribili.  Non emanarla è un atto di ingiustizia verso chi soffre.  Bis
ognerebbe ascoltare di più le storie delle persone.  Negare il suicidio assistito vuol dire obbligare alla sofferenza chi vorrebbe avvalersene e, viceversa, ammetterlo signi?ca lasciare la libertà a chi non vuole avvalersene di non farlo. Le sentenze della Corte, ad oggi, non bastano perché ?ssano dei principi ma non offrono una regolamentazione completa. Lo ha dimostrato anche il caso di Ines, la donna lombarda di 51  anni costretta a recarsi in Svizzera perché, pur avendo fatto richiesta per il suicidio assistito alla sua azienda sanitaria di competenza, non ha ottenuto risposte nei tempi sperati».  Greco: «La legge sul ?ne vita è necessaria perché il diritto deve intervenire in ogni situazione in cui si creano degli squilibri di potere, piccoli o grandi che siano. Il fatto che un medico o altre persone possano incidere pesantemente sulla vita di chi soffre è uno squilibrio di potere. Collegandosi poi a quello che diceva l’avvocato Nisivoccia si può richiamare una bella tradizione di pensiero giuridico che indica la giustizia come un modo di rispondere al dolore, il giurista tedesco Rudolf von Jhering lo spiega bene: le leggi nascono dalla sofferenza».  Quali sono gli squilibri normativi più evidenti? Nisivoccia: «Andrebbe regolata l’intera materia del ?ne vita: non solo il suicidio assistito, su cui la Corte si è pronunciata, ma anche l’eutanasia. Fatico a vedere una differenza etica e ontologica sui due casi. Sull’eutanasia si teme il cosidetto “pendio scivoloso”: legalizzando la morte si arriverebbe ad ammetere tutto, soprtattutto a discapito dei soggetti più fragili. Non credo però che le norme siano giuste o ingiuste a seconda dell’abuso che se ne può fare. L’accesso al suicidio assistito dovrebbe essere gratuito, garantito dal Servizio Sanitario Nazionale e il più veloce possibile, per questo il giudizio sulle condizioni di accesso dovrebbe essere af?dato a comitati territoriali di prossimità. La legge in discussione esclude espressamente l’accesso al servizio pubblico. È una contraddizione: lo stato si assume la responsabilità di garantire una pratica e poi, allo stesso tempo, se ne spoglia. Ci sono tempi troppo lunghi: i comitati territoriali hanno 60 giorni per dare un parere e il centro di coordinamento, composto da giuristi, bioeticisti, medici specialisti, psicologi, infermieri, farmacologi, ne ha altri 60 per deliberare. Il tutto può essere prorogato di ulteriori 30 giorni. Un’eternità.  Per chi soffre anche un solo giorno in più è in?nito».  Greco: «La distinzione tra eutanasia e suicidio assistito è rilevante dal punto di vista dell’opportunità della legge, più che da quello della sua giuridicità o giustizia. Il tema del pendio scivoloso è molto delicato da un punto di vista politico e bisogna farci i conti. La differenza tra le due pratiche viene meno nel momento in cui ci si pone il problema della parità di trattamento tra chi può somministrarsi un farmaco e chi no. Una legge che discrimina tra queste due tipologie di intervento è soggetta a un giudizio di incostituzionalità. Il punto di partenza per pensare una legge dovrebbe essere proprio l’ascolto, non solo della sofferenza delle persone, ma anche di chi opera nelle strutture sanitarie e si trova ad affrontare ogni giorno questi problemi».  Nisivoccia: «Credo che su temi come questi sia necessario coltivare la mitezza, la bellezza del dubbio, come si dice ne La grazia di Sorrentino».  Il ?ne vita è uno di quei casi in cui l’evoluzione della società non è stata seguita dalla politica.  Greco: «Il grande Giurista Paolo Grossi parlava di “invenzione del diritto”: non qualcosa che cade dall’alto sulla società, ma qualcosa che viene scoperto dentro la società attraverso l’analisi del suo sentire e delle sue trasformazioni. Il legislatore non deve partire da preconcetti, torniamo sempre qui: ci vogliono ascolto e attenzione».  Nisivoccia: «La contrapposizione vita - morte in chi si oppone alla legge è sbagliata, sempli?cante, semplicistica. È molto strumentale, a ?ni politici più che altro, anche perché nessuno mette in discussione il diritto alle cure»
.  Abbiamo più volte accennato all’importanza delle storie delle persone. Ce n’è una che vi ha colpito in modo particolare? Nisivoccia: «Credo che l’inizio di questo dibattito fondamentale si debba al caso di Eluana Englaro. L’unica legge che abbiamo, quella sui trattamenti sanitari, nasce dalla sua storia».  Greco: «Il caso di Eluana colpì tutti. Il padre Beppino è una ?gura eroica, richiama la lotta per il diritto di Rudolf Von Jhering. Il diritto nasce, si modi?ca, viene mantenuto e si trasforma proprio grazie alla lotta».  ---End text---  Author: MICOL SARFATTI  Heading:   Highlight: IN ITALIA L’EUTANASIA È ILLEGALE, IL SUICIDIO ASSITITO È LECITO A DETERMINATE CONDIZIONI   KARMA PRESS  LA LO T TA DI ELUA NA E I L PA DR E BE P P INO  Per Niccolò Nisivoccia e Tommaso Greco il caso di Eluana Englaro, e la battaglia portata avanti dal padre Beppino, restano fondamentali nel dibattitto sul ?ne vita e hanno accelerato il percorso etico e giuridico che ha portato della legge 219/2017 sulle Disposizioni Anticipate di Trattamento (DAT)  IL DIL E MMA DI UN P R ESIDE NTE  Il tema dell’eutanasia è al centro dell’ultimo ?lm di Paolo Sorrentino La Grazia, uscito nelle sale lo scorso gennaio. Il presidente della Repubblica Mariano De Santis, interpretato da Toni Servillo, si trova, alla ?ne del suo mandato, a dover promulgare una legge che dovrebbe legalizzare l’eutanasia   LA S ER IE DIRITTI SENZA LEGGE Questa è la prima puntata di una serie dedicata ai diritti della persona che ancora non sono garantiti e tutelati dalla legge Scrivete a lettereasette@rcs.it per commenti o storie   NISIVOCCIA: «I CONTRARI SOSTENGONO CHE LEGALIZZANDO LA MORTE SI AMMETTEREBBE TUTTO. NON È COSÌ»   KARMA PRESS  D J F ABO HA CAMB I AT O LA LEGGE  Nove anni fa, Fabiano Antoniani, noto come DJ Fabo, cieco e tetraplegico dopo un incidente stradale, si spegne a Zurigo con l’aiuto medico alla morte volontaria, accompagnato da Marco Cappato. Il caso porta alla legalizzazione del testamento biologico e del suicidio medicalmente assistito, a determinate condizioni   WEBPHOTO  LA L IBE RTÀ D I MIE LE  Miele è l’opera prima da regista di Valeria Golino. Racconta la storia di Irene -Jasmine Trinca studentessa di medicina che aiuta i malati terminali con l’eutanasia, offrendo loro sempre la scelta di poter interrompere il processo. Il ?lm è stato lodato per come affronta il tema in tutta la sua complessità   GRECO: «IL DIRITTO NON È QUALCOSA CHE CADE SULLA SOCIETÀ, MA CHE VIENE SCOPERTO DENTRO LE SUE PIEGHE»  Image:In alto Niccolò Nisivoccia, avvocato e scrittore, qui sopra Tommaso Greco, professore di Filoso?a del Diritto e saggista -tit_org- Dialogo sul fine vita «Il vuoto normativo è un’ingiustizia verso chi sta male»   -sec_org-
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		<tp:writer>MICOL SARFATTI</tp:writer>
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		<title><![CDATA[I cali?ati sanitari dove la salute diventa mercato ]]></title>
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		<description><![CDATA[<p style='color:#069;font-size:11px;font-style:italic;'><a href='http://gimbe.telpress.it/news/2026/03/13/2026031301745705745.PDF' target="_blank" ><img src='http://gimbe.telpress.it/images/help/PDF_16.png' align="left" border='0'/></a> Estratto da pag. 11 di <b>"ESPRESSO" </b>  del 13 Mar 2026 </p>]]></description>
		<pubDate>Fri, 13 Mar 2026 05:41:00 +0100</pubDate>
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		<tp:ocr><![CDATA[I califfati sanitari dove la salute diventa mercato   IL COMMENTO  Enrico Bellavia  Dietro la catena di errori e morti, c’è un sistema che sperpera e nutre la macchina del consenso  a catena di errori umani che ha reso inservibile l'organo per il trapianto al Monaldi di Napoli sul piccolo Domenico è affare della magistratura. Ma sarebbe miope non trarne subito delle conseguenze. E non interrogarsi sul perché un reparto con numeri neppure soddisfacenti abbia potuto continuare a operare, anche contro i dubbi pregressi sull'inadeguatezza. La ricerca delle responsabilità politiche ha già tutti i connotati della solita faida tra fazioni, opposte nello schieramento, ma non nei metodi di gestione del mercato della salute. Il dibattito elude sempre la questione cruciale.  Quale sanità vogliamo davvero? Quella delL  le spese folli, degli sperperi? Quella dei califfati locali che ingrassano, moltiplicando poltrone? Con i privati che gonfiano i bilanci in proporzione costante alle carenze del pubblico. E un servizio sanitario che annuncia, taglia nastri e davanti alle tragedie si costerna o si indigna a seconda della posizione nell'emiciclo.  Voler limitare la mobilità regionale sanitaria, pretendere standard minimi di assistenza uniformi in tutto il Paese è saggio.  Farlo a tutti i costi, a discapito della qualità, è scellerato. L’europarlamentare Ignazio Marino, trapiantologo, lo ha detto a chiare lettere a L'Espresso (n.10, 6 marzo 2026). Se un solo trapianto, per di più con esito nefasto, non fa del Monaldi un centro di riferimento per questo tipo di interventi, c'è una responsabilità politica in capo a chi lo ha tenuto in esercizio. Lasciamo ai magistrati il compito di rischiarare la penombra della sala operatoria e il silenzio omertoso che ha avvolto la gestione del trapianto su Domenico. Ma il governatore uscente Vincenzo De Luca, forse, dovrebbe esprimere qualcosa di più del cordoglio.  Non è questione di schieramento. In Campania governa il centro-sinistra. Ma non va diversamente in Sicilia dove comanda il centro-destra. Cambiano le bandiere, non il modello. La Sanità è sempre centrale nel dibattito. Avvitato sul chi spende e quanto.  Molto meno sul come. Ricordate la paziente di Ma2ara del Vallo Maria Cristina Gallo che denunciò un ritardo di 240 giorni nella consegna del referto istologico su un tumore, nel frattempo galoppante, che la uccise a ottobre 2025? Si scoprì che la stessa Asp che aveva consegnato in 24 ore il referto ad Andrea Bonafede – alias Matteo Messina Denaro – ha tenuto 206 positivi al tumore alla catena di una diagnosi tardiva. Dispensando allegramente 100 mila euro in comunicazione. A guidare l'Asp, Ferdinando Croce, un manager di FdI molto vicino all'ex assessore Ruggero Razza, dimessosi e poi reintegrato dall’allora presidente di Regione Nello Musumeci, nel pieno dello scandalo dei dati Covid «spalmati». Razza è stato poi eletto all'Europarlamento con 61 mila preferenze. Croce è uscito di scena vestendo panni da vittima del sistema. In Sicilia la Sanità vale 10 miliardi, la voce più pesante del bilancio. È da sempre, Totò Cuffaro docet, uno dei mercati più redditizi del ceto politico, di qualunque colore. Dopo avergliela sottratta, il governatore forzista Renato Schifani si prepara a restituire la Sanità ai meloniani. Che gli hanno già impallinato un manager, Salvatore Iacolino, messo alla guida della pianificazione strategica sanitaria, poi consolato con il vertice del Policlinico di Messina, ora indagato per concorso esterno in associazione mafiosa. Va così nei califfati sanitari: spartire e mediare, mai migliorare. Del resto, il bisogno crea dipendenza. E quello della salute è il più redditizio dei bisogni.  ---End text---  Author: Enrico Bellavia  Heading: IL COMMENTO  Enrico Bellavia  Dietro la catena di errori e morti, c’è un sistema che sperpera e nutre la macchina del consenso  Highlight:   Image: -tit_org- I cali?ati sanitari dove la salute diventa mercato   -sec_org-
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		<tp:writer>Enrico Bellavia</tp:writer>
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		<title><![CDATA[Inchiesta sui falsi certificati anti Cpr Nessuna indagine interna sui medici ]]></title>
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		<description><![CDATA[<p style='color:#069;font-size:11px;font-style:italic;'><a href='http://gimbe.telpress.it/news/2026/03/13/2026031301745905743.PDF' target="_blank" ><img src='http://gimbe.telpress.it/images/help/PDF_16.png' align="left" border='0'/></a> Estratto da pag. 14 di <b>"VERITÀ" </b>  del 13 Mar 2026 </p>]]></description>
		<pubDate>Fri, 13 Mar 2026 05:41:00 +0100</pubDate>
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		<tp:ocr><![CDATA[Inchiesta sui falsi certificati anti Cpr Nessuna indagine interna sui medici Intanto a Torino gli antagonisti minacciano l’Asl «rea» di non proteggere i clandestini  n «Nessun provvedimento disciplinare» e «nessuna indagine interna». E una linea operativa: i medici finiti sotto inchiesta per i certificati anti-espulsioni non dovranno essere coinvolti nelle certificazioni legate ai rimpatri. Parola di direttore generale. Tiziano Carradori, a capo dell’Ausl Romagna, ha trasmesso ai primari di Pronto soccorso e Malattie infettive una direttiva proprio mentre Procura e polizia giudiziaria continuano a scandagliare le chat dei dottori indagati.  Carradori sostiene di guardare soprattutto all’equilibrio dell’ospedale. L’eventuale sospensione (chiesta dai pm) dei medici indagati (ben otto sugli undici che lavorano in reparto) avrebbe conseguenze pesanti. «Innanzitutto», afferma, «sono preoccupato per i miei colleghi. Leggo che potrebbero esserci delle interdizioni e questo mi preoccupa perché gli indagati sono un numero considerevole, la proporzione maggioritaria nella dotazione dell’équipe specialistica. Qualora ci fossero, ci sarebbero ripercussioni per il servizio pubblico». Poi aggiunge: «Ho richiamato l’ospedale e i primari direttamente interessati a rispettare pedissequamente il protocollo e non è necessario che gli indagati siano chiamati a svolgere l’attività di consulenza, da questa possono essere esonerati. La procedura dice che a rilasciare i giudizi di idoneità o meno all’ingresso nei Cpr deve essere il Pronto soccorso. E per il resto spero che tutta la vicenda venga chiarita».   Sul piano disciplinare, almeno per ora, la posizione dell’azienda è netta: «È una cosa che ora è in mano alla magistratura e io non ho elementi che oggettivino il fatto che ci siano stati comportamenti non conformi.  Al momento è un’ipotesi, e la magistratura farà quello che le compete». Anche sull’ipotesi di una costituzione di parte civile in un eventuale processo l’azienda resta prudente. Ma mentre la struttura sanitaria prova a tenere in piedi il reparto, la vicenda giudiziaria entra nel vivo.  Davanti al gip Federica Lipovscek sono comparsi gli otto indagati. L’interrogatorio preventivo riguarda proprio la richiesta di interdizione. Tutti e otto si sono avvalsi della facoltà di non rispondere. Il giudice si è riservato la decisione sulle  misure cautelari. L’accusa formulata dalla Procura è di falso ideologico continuato e interruzione di pubblico servizio. Secondo l’ipotesi investigativa, i certificati sarebbero stati redatti «in maniera aprioristica e pianificata» per impedire il trasferimento di stranieri irregolari nei Cpr. L’udienza è durata circa due ore. Le difese hanno sostenuto che non esisterebbe più il pericolo di reiterazione del reato, perché l’Ausl Romagna ha già esonerato i medici da quel tipo di attività. Un assist. La Procura ha quindi replicato che l’esonero sarebbe generico e che il rischio di reiterazione rimarrebbe, trattandosi di falso ideologico che potrebbe riguardare anche altre certificazioni.  Gli avvocati degli indagati, Carl o Alber to Baru zzi, Francesca Cancellaro, Sonia Lama, Marco Martines, Maria Elena Monaco, Salvatore Tesoriero e Maria Virgilio, hanno affidato la loro posizione a una nota congiunta: i medici «sono comparsi personalmente, scegliendo di produrre una propria dichiarazione oltre alla documentazione a supporto tra cui il provvedimento di esonero dalle specifiche attività oggetto di contestazione dell’Ausl. Riteniamo che non vi siano i presupposti per l’applicazione di una misura interdittiva che, in assenza di concrete esigenze cautelari, sarebbe inutilmente afflittiva e sproporzionata. Ribadiamo la totale correttezza dell’operato dei nostri assistiti».  Intanto si è aperto un altro fronte a Torino. Un gruppo di antagonisti ha fatto irruzione nella sede dell’Asl di via San Secondo.  Gli attivisti, per protesta contro i Cpr, sono entrati negli uffici e hanno imbrattato i muri con vernice nera: «Asl tortura». Poi hanno lanciato volantini con la scritta «Asl complice». Una minaccia es
plicita, ispirata con molta probabilità dal caso Ravenna.  © RIPRODUZIONE RISERVATA  ---End text---  Author: FABIO AMENDOLARA  Heading:   Highlight:   Image:IMBRATTATORI Le scritte degli antagonisti all’Asl di Torino  [Ansa] -tit_org- Inchiesta sui falsi certificati anti Cpr Nessuna indagine interna sui medici   -sec_org-
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		<tp:writer>FABIO AMENDOLARA</tp:writer>
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