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Estratto da pag. 46 di "TPI - THE POST INTERNAZIONALE" del 26 Sep 2026

pubDate§§ 2026-09-26T05:05:00+00:00 arguments§§ http://gimbe.telpress.it/news/2026/09/26/2026092603167006623.PDF category§§ GIMBE subcategory§§ {'domain': ''} source§§ {'href': 'http://gimbe.telpress.it/news/2026/09/26/2026092603167006623.PDF', 'title': 'TPI - THE POST INTERNAZIONALE'} tp:url§§ tp:attach_fn§§ http://gimbe.telpress.it/news/2026/09/26/2026092603167006623.PDF tp:ocr§§ Cronaca di una sanità negata RICETTA AMARA La spesa pubblica cresce in euro ma arretra in confronto al Pil. Intanto liste d’attesa, rinunce alle cure e ricorso al privato cambiano il rapporto degli italiani con il Ssn. I sondaggi registrano la crisi. La domanda è se, e per chi, si trasformerà in consenso elettorale na ricetta non è soltanto un foglio. Può essere una data sul Cup, un appuntamento fissato troppo in là, una telefonata a un centro privato, un preventivo da far entrare nelle spese del mese. Per chi non è esente e non ha un’assicurazione o una copertura integrativa, la domanda è semplice: aspettare o pagare? Per chi può rivolgersi al privato, l’attesa si accorcia ma il conto resta. Ed è qui che la sanità smette di essere una voce di bilancio e diventa un problema di tempo e reddito. Non si parte dalle nuove tariffe per dire che da domani tutte le visite costeranno di più. Sarebbe inesatto. Da lunedì 21 settembre il nuovo tariffario nazionale aggiorna gli importi per 448 prestazioni specialistiche e 222 codici dell’assistenza protesica. Ma tariffa e ticket non coincidono: le nuove cifre sono quelle con cui il Servizio sanitario nazionale remunera le strutture pubbliche e private accreditate, mentre quanto pagherà l’utente dipende dalla prestazione, dal tetto per ricetta, dalle esenzioni e dalle regole reU gionali. L’aumento medio delle voci interessate è stimato al 5,8 per cento; più di otto prestazioni su dieci restano invariate. Si parte da qui, però, perché quel cambiamento si inserisce in una storia più lunga. Quella di persone che già oggi misurano il servizio sanitario sulla possibilità di ottenere una visita, sull’esame che non arriva, sul costo che devono sostenere per non aspettare. Non è detto che questa esperienza produca indignazione pubblica. Non è detto che produca un voto. Ma è difficile sostenere che non stia cambiando il rapporto fra gli italiani e una delle promesse più concrete dello Stato sociale. Cosa ci si aspetta I sondaggi dicono che la sanità è una preoccupazione stabile, ma vanno letti senza forzarli. Quali? Ipsos, nella rilevazione di maggio 2026, colloca la sanità fra i tre problemi più preoccupanti nel Paese per il 34 per cento degli intervistati. Non è il primo tema per tutti. Davanti ci sono inflazione, sicurezza, guerre, redditi e lavoro. Ma non è neppure una fiammata: la stessa voce era al 36 per cento nel maggio 2024, al 37 nel luglio 2025 e al 36 nel febbraio di quest’anno. La sanità resta lì, nel gruppo delle cose che non si possono più ignorare. Quando cambia la domanda, cambia anche il numero. Demopolis rileva che il 72 per cento degli italiani mette gli investimenti nella sanità pubblica fra le priorità: seconda voce dopo il contenimento dell’inflazione, all’81 per cento, e prima di lavoro e occupazione, al 70. Nel Rapporto Censis 2024, il 92,5 per cento considera prioritaria l’assunzione di medici e infermieri; l’87,2 per cento chiede di migliorare retribuzioni e condizioni di lavoro dei medici. Le percentuali non si contraddicono. Ipsos chiede quali problemi preoccupano di più, costringendo a scegliere. Demopolis e Censis chiedono su cosa la politica dovrebbe intervenire. Una persona può mettere davanti a tutto le bollette e, insieme, pensare che il Servizio sanitario nazionale vada rafforzato. Non è incoerenza: è il modo in cui la sanità entra nella vita quotidiana. Non sempre come l’emergenza che brucia più di tutte, ma come la garanzia che si vorrebbe trovare quando serve. I sondaggi non dicono, invece, per chi si voterà a causa della sanità. Non si può trasformare il 72 per cento in un pacchetto di consensi pronto a spostarsi da una parte all’altra. Dicono però che la domanda di protezione pubblica è più ampia della sola classifica dei timori. La domanda è da dove nasca. Se la cura resta in sospeso Nel 2024 il 9,9 per cento della popolazione, quasi 5,8 milioni di persone, ha dichiarato di avere rinunciato negli ultimi dodici mesi a una visita specialistica o a un accertamento diagnostico necessario. Le lunghe liste d’attesa sono la ragione più cit ata, dal 6,8 per cento della popolazione; le difficoltà economiche riguardano il 5,3 per cento. I due dati possono sovrapporsi e non vanno sommati. Non è il numero delle “cure negate dal Ssn”. Istat misura le persone che dichiarano di non avere fatto una visita o un esame pur ritenendolo necessario; dietro possono esserci attese, costi, distanza, organizzazione. Ma proprio qui sta il punto. Non è un capitolo di finanza pubblica: è un bisogno che resta in sospeso. Una visita rimandata, un esame lasciato perdere, una prestazione cercata altrove cambiano il modo in cui si giudica il servizio pubblico. C’è una tentazione, ogni volta che si parla di liste d’attesa: usare un numero per raccontare tutto. Il monitoraggio Agenas mostra che fra gennaio e giugno 2026 il 78,5 per cento delle prime visite e l’84,6 per cento degli esami diagnostici compresi nella Piattaforma nazionale delle liste d’attesa risultano entro il tempo previsto dalla classe di priorità. Nello stesso perimetro, però, rimangono nella fascia di maggiore sforamento 1,44 milioni di prime visite e 759 mila esami. Non sono dati che si annullano. Agenas conta le prenotazioni di 14 prime visite e 22 esami nell’Asl dell’assistito; Istat rileva una rinuncia dichiarata nell’arco di dodici mesi. Il primo indicatore segnala un miglioramento su un perimetro preciso. Il secondo racconta che l’accesso continua a essere difficile per una quota ampia di persone. Prendere soltanto il primo significa dire che tutto si sta aggiustando. Prendere soltanto il secondo significa dire che non funziona più niente. La realtà è meno comoda: alcuni tempi migliorano, mentre una parte rilevante della domanda continua a non trovare risposta. Cosa si paga Il costo è l’altro pezzo della storia. Nel 2024, secondo i conti sanitari armonizzati Eurostat-Istat, le famiglie hanno pagato direttamente 42,791 miliardi di euro: il 22,98 per cento della spesa sanitaria corrente totale. Non è tutta la spesa privata e non prova che ogni visita a pagamento sia la conseguenza di una lista d’attesa. Ci sono assicurazioni, scelte individuali, prestazioni non coperte o coperte solo in parte. Ma mostra quanto sia rilevante la quota di cura che oggi passa dal portafoglio delle famiglie. Dire che la spesa sanitaria “cala” è una scorciatoia. Nei conti del Documento di finanza pubblica del Mef, la spesa sanitaria delle amministrazioni pubbliche cresce in euro correnti: 138,061 miliardi nel 2024, 141,539 nel 2025 e 148,522 previsti nel 2026. Il problema è quanto quella crescita resista all’inflazione, quanto valga rispetto al Pil e quanto riesca a trasformarsi in appuntamenti, personale e servizi. In una serie Ocse ripresa da Gimbe, la sola spesa pubblica passa dal 6,3 per cento del Pil nel 2024 al 6,2 nel 2025. È questa la frattura che la politica fa fatica a raccontare. I miliardi possono aumentare e, nello stesso tempo, non essere abbastanza perché una famiglia non debba pagare una visita o aspettare mesi per un esame. Il cittadino non confronta due aggregati contabili. Confronta il diritto alla cura con ciò che gli succede quando prova a esercitarlo. Chi manca Anche la “fuga dei medici” è una formula che rischia di dire troppo poco proprio perché dice troppo. I dati amministrativi nazionali più recenti non mostrano un esodo generale dal Ssn: nel 2024 il ministero della Salute registra 58.311 assunzioni e 47.238 cessazioni, con un aumento dell’1,6 per cento dei dipendenti a tempo indeterminato. Il 71,6 per cento delle cessazioni è raggruppato nella categoria pensionamento, dimissioni o risoluzione del rapporto. Da lì non si può ricavare un numero di medici dimessi o emigrati. Questo non vuol dire che il sistema tenga ovunque. Gli specialisti di medicina generale passano da 42.428 nel 2019 a 37.983 nel 2023 nella serie Ageas. Il profilo Ocse-Commissione europea colloca l’Italia a 6,9 infermieri praticanti per mille abitanti, contro una media Ue di 8,4. Ci sono pensionamenti attesi, zone dove il medico di base è già difficile da trovare, reparti con organici fragili, specialità che attirano sempre meno. Il problema non è trovare una parola più drammatica. È riconoscere che un sistema può continuare ad assumere e insieme diventare più fragile nei punti che contano per chi si cura: il medico di famiglia, la continuità dell’assistenza, il tempo di risposta. È lì che nasce il malcontento. Non in un grafico, ma nel momento in cui una persona scopre che il servizio al quale ha sempre pensato di potersi rivolgere non riesce a risponderle. Chi ne parla C’è poi un altro vuoto: quello dell’agenda politica visibile. Per questo articolo sono stati esaminati 72 post originali su X, escludendo retweet e risposte, pubblicati da Giorgia Meloni, Matteo Salvini e Giuseppe Conte. Le finestre non sono identiche: dal 6 al 19 settembre per Meloni, dal 2 al 18 per Salvini, dal 6 al 19 per Conte. Sono stati letti soltanto i testi, non immagini, video o link. In questo campione non c’è un messaggio con sanità o welfare sanitario come tema prevalente. Nei 25 post di Meloni, i contenuti senza materia di governo esplicita sono i più frequenti; fra i temi di governo prevalgono politica estera e difesa. Nei 24 post di Salvini e nei 23 di Conte dominano invece istituzioni, leadership e attività di partito. Nel totale, 21 messaggi su 72 ricadono in quest’ultima area; nessuno mette la sanità al centro. Non significa che i tre leader non parlino mai di ospedali, liste o medici. X non è la politica intera: non dice quante persone abbiano visto quei post e non comprende Instagram, Facebook, TikTok, televisioni, comizi, provvedimenti o attività locale. Dice solo che, in quei testi e in quei giorni, la sanità non è stata scelta come materia principale. I social mostrano l’offerta di attenzione politica; i sondaggi registrano la domanda percepita. Una priorità sociale non diventa automaticamente un tema di comunicazione. E un tema molto presente nei post non diventa automaticamente un voto. Ma se le due agende restano lontane, qualcuno può provare a occupare quello spazio. La vera domanda Il salto da una lista d’attesa alla scheda elettorale non è automatico. Prima di tutto, chi vota deve capire chi ritiene responsabile: il governo che finanzia il servizio, la Regione che lo organizza, l’azienda sanitaria che gestisce le agende, il medico che prescrive. Poi deve vedere un’alternativa. Non basta dire che le liste sono troppo lunghe; bisogna spiegare chi assume, chi finanzia, chi cambia le regole e in quanto tempo. Per questo il tema può pesare di più nelle elezioni regionali. Lì la catena delle responsabilità è più corta e gli ospedali, i Cup, la medicina territoriale sono percepiti come materia della politica locale. Nei report Ipsos Doxa sulle regionali del 2025, la sanità risulta la prima priorità nelle Marche, in Calabria e in Toscana: rispettivamente 61,4, 75,3 e 45,8 per cento. In tutti e tre i casi il candidato poi vincente è anche quello considerato più credibile sulla sanità: nelle Marche 25,4 contro 22,9 per cento, in Calabria 30,3 contro 18,2, in Toscana 32,5 contro 15,7. Sono associazioni, non la prova che la sanità abbia deciso quelle elezioni. Al risultato contribuiscono l’affluenza, l’identità di partito, la qualità dei candidati, il giudizio sugli amministratori uscenti e la situazione economica. Ma suggeriscono un fatto semplice: quando il responsabile è vicino e una proposta appare più credibile dell’altra, la sanità può entrare davvero nel giudizio politico. A livello nazionale è più difficile. Governo, Regioni, aziende sanitarie e vincoli di finanza pubblica si sovrappongono, e la protesta rischia di disperdersi. Può trasformarsi in consenso per chi propone una riforma credibile, in disponibilità a cambiare voto, in astensione o soltanto in sfiducia. I dati non permettono di dire oggi in quale misura accadrà. Un banco di prova è la Puglia di Antonio Decaro. A gennaio il presidente della Regione ha avviato un piano sperimentale sulle liste d’attesa: aperture straordinarie, fasce orarie più lunghe, recupero delle prestazioni fuori soglia e monitoraggio dei direttori generali. Secondo il monitoraggio regionale, la prima fase, chiusa il 30 giugno, ha richiamato 231.435 persone e recuperato 157.176 prestazioni, oltre il target fissato a 124.320. Ad agosto la Regione ha stanziato altri 20 milioni fino a dicembre per una seconda fase che punta anche a rendere più stabile il richiamo dei pazienti, la presa in carico e il controllo delle prescrizioni. È presto per dire se il piano avrà ridotto in modo durevole le attese per chi riceve oggi una nuova ricetta. I numeri sono quelli comunicati dalla Regione e il risultato vero andrà misurato sui tempi, sull’accesso e sulla qualità dell’offerta, non soltanto sul recupero del pregresso. Ma la Puglia mostra il punto politico: la sanità può diventare un terreno di consenso quando un amministratore indica un problema, fissa obiettivi verificabili e accetta di essere giudicato sui risultati. La domanda, allora, non è se la sanità preoccupi gli italiani. Li preoccupa già. La domanda è perché dovrebbero credere che questa volta qualcuno sia disposto a farne una priorità concreta: non una promessa generica di più fondi, ma appuntamenti accessibili, personale sufficiente, ticket che non diventino un’altra barriera e tempi che non costringano le persone a comprare altrove ciò che dovrebbero poter ottenere nel pubblico. Finché questa risposta non arriverà, la sanità resterà un malcontento diffuso, riconosciuto nei sondaggi ma senza un indirizzo elettorale altrettanto chiaro. ? Lara Tomasetta ---End text--- Author: Redazione Heading: Highlight: Nel 2024, il 9,9% della popolazione, quasi 5,8 milioni di persone, ha rinunciato a visite specialistiche o ad accertamenti diagnostici necessari La spesa pubblica è passata dai 138,061 miliardi del 2024 ai 148,522 previsti per il 2026. Eppure l’incidenza sul Pil è scesa dal 6,3 al 6,2 per cento Image:TITOLO ARTICOLO -tit_org- Cronaca di una sanità negata -sec_org- tp:writer§§ REDAZIONE guid§§ http://gimbe.telpress.it/news/2026/09/26/2026092603167006623.PDF §---§ title§§ Gli italiani sono più poveri di 4 anni fa link§§ http://gimbe.telpress.it/news/2026/09/26/2026092603167106624.PDF description§§

Estratto da pag. 28 di "TPI - THE POST INTERNAZIONALE" del 26 Sep 2026

pubDate§§ 2026-09-26T05:05:00+00:00 arguments§§ http://gimbe.telpress.it/news/2026/09/26/2026092603167106624.PDF category§§ GIMBE subcategory§§ {'domain': ''} source§§ {'href': 'http://gimbe.telpress.it/news/2026/09/26/2026092603167106624.PDF', 'title': 'TPI - THE POST INTERNAZIONALE'} tp:url§§ tp:attach_fn§§ http://gimbe.telpress.it/news/2026/09/26/2026092603167106624.PDF tp:ocr§§ Gli italiani sono più poveri di 4 anni fa questa parte, tut to che l’incremen larga misura tra ECONOMIA L’inflazione ha galoppato. I salari sono rimasti bassi. La pressione fiscale (malgrado gli annunci) è aumentata. Il Governo non è riuscito a far fronte alla crisi del carovita iorgia Meloni sostiene che l’economia del nostro Paese sia «solida», «prospera», «resiliente». Per la presidente del Consiglio, oggi «l’Italia è più forte di prima», dove per «prima» si intende ovviamente prima che il centrodestra si insediasse al governo. Magari fosse così. La realtà è assai più cruda. Rispetto a quattro anni fa, il potere d’acquisto degli italiani è diminuito, la pressione fiscale è aumentata, lo Stato sociale è stato ridotto ai minimi termini. E, nonostante la tanto declamata «responsabilità» nella gestione dei conti, il debito pubblico è tornato a crescere: abbiamo superato i 3mila miliardi di euro. Certo, i sedicenti patrioti si sono trovati a dover fare i conti con un contesto internazionale a dir poco complesso, tra i dazi americani a ovest, la crisi di Hormuz a est e i vincoli di spesa imposti dall’Unione europea. Ma le contromosse adottate da Roma non hanno funzionato. G Il mercato del lavoro Iniziamo dal risultato che Meloni sbandiera a ripetizione come il grande successo del suo esecutivo: il record di occupazione. È vero che la percentuale di occupati in Italia è lievitata dal 60,6% di ottobre 2022 al 63,2% di luglio 2026 (ultimo dato Istat disponibile), toccando il livello più alto mai registrato da vent’anni a questa parte, tuttavia va anche precisato che l’incremento si è concentrato in larga misura tra i lavoratori che hanno più di 50 anni. Dai numeri non si scappa: nel quadriennio meloniano si sono registrati 100mila occupati in meno nella fascia 15-24 anni, 200mila in più tra i 25-34enni, 200mila in meno tra i 35-49enni e 1,28 milioni in più tra gli Over 50. È l’effetto della Legge Fornero, che ha innalzato l’età di pensionamento degli italiani, costringendoli quindi a lavorare più a lungo. Nel frattempo la quota di inattivi tra i 15 e i 24 anni è aumentata di 4,5 punti percentuali consolidandoci come uno dei Paesi europei con il più elevato tasso di giovani che non studiano né lavorano (i cosiddetti Neet). Se nel complesso l’occupazione è aumentata, i motivi sono da ricondurre, da un lato, come detto, alle più severe regole che disciplinano le pensioni e, dall’altro, come ha affermato anche l’Ocse, all’effetto combinato di Superbonus e Pnrr, due maxi-iniezioni di sostegno pubblico all’economia disposte ben prima che Giorgia si insediasse a palazzo Chigi. Semmai abbiamo un problema: i nuovi posti di lavoro si sono venuti a creare prevalentemente in settori a basso valore aggiunto, come ristorazione, turismo, cura della persona. Dove stipendi bassi e precarietà sono la norma. Non è un caso se all’incremento dell’occupazione non sia conseguita una risalita del Pil. Crescita zero Secondo i calcoli dell’Istat, la crescita acquisita per il 2026 è dello 0,8%, ma Meloni e il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti si sono spinti a prevedere che alla fine cresceremo dell’1%, soglia psicologica minima che non abbiamo mai toccato nei precedenti tre anni di governo del centrodestra. Sarebbe il doppio rispetto alle stime diffuse la scorsa primavera dalla Commissione europea. Staremo a vedere se nelle previsioni d’autunno – che saranno pubblicate il prossimo novembre – anche Bruxelles rivedrà al rialzo le proiezioni. Per il 2027 la Commissione attualmente ci piazza all’ultimo posto nell’Ue per tasso di crescita previsto: l’anno prossimo il nostro Pil dovrebbe salire (si fa per dire) dello 0,6% a fronte dello 0,9% della Germania, dell’1,1% della Francia, dell’1,9% della Spagna (la media tra i 27 Paesi dell’Unione dovrebbe essere dell’1,4%). Rispetto a quando il Governo Meloni si è insediato, oggi la produzione industriale italiana è più bassa del 4,2%. Le imprese manifatturiere tengono grazie soprattutto alle esportazioni, anche se l’impatto dei dazi imposti dagli Stati Uniti si sta facendo se ntire: nei primi sette mesi di quest’anno le vendite all’estero sono cresciute in termini di incassi (+4,2%) ma sono rimaste pressoché invariate in termini di volumi (+0,4%). Tradotto: si è fatturato di più ma gli affari non sono aumentati. Sul fronte interno, i consumi delle famiglie italiane restano inchiodati poco sopra lo zero. Schiacciati dal peso dell’inflazione a cui non è corrisposto un innalzamento di pari livello degli stipendi. Salari e inflazione Nel primo trimestre del 2026, i salari reali sono cresciuti dell’1,3% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente, favoriti da un’inflazione che era in ribasso, ma rispetto al primo trimestre del 2021 risultavano inferiori del 6,1%, il più marcato arretramento tra le principali economie dell’area Ocse. E la nuova fiammata dei prezzi energetici, accesa dalla guerra in Medio Oriente, potrebbe peggiorare le cose: anche nello scenario ottimistico di una spirale di rincari non prolungata, l’Ocse prevede che quest’anno le retribuzioni reali in Italia diminuiranno dello 0,9%, per poi aumentare solo dello 0,2% nel 2027. Si dirà: la stagnazione dei salari viene da lontano: non va imputata solo al Governo Meloni. Vero: il nostro è l’unico Paese dell’area Ocse in cui le buste paga di oggi risultano più leggere rispetto a quelle del 1990. Le cause della caduta del potere d’acquisto dei lavoratori sono strutturali e hanno responsabilità di ogni colore politico, tuttavia i numeri dicono che l’esecutivo di centrodestra non è riuscito a invertire il trend. Non ci è riuscito, ad esempio, perché si è opposto all’istituzione di un salario minimo legale. E non ci è riuscito nemmeno con i timidi interventi sul taglio dei contributi e sulla rimodulazione delle aliquote Irpef. Anzi, secondo l’Ufficio Parlamentare di Bilancio (Upb), quelle misure potrebbero aver sortito l’effetto opposto di aver ridotto la pressione negoziale in sede di trattative per i rinnovi contrattuali. Provare ad alzare gli stipendi limando il cuneo fiscale è un metodo – seguito anche da altri governi nel recente passato – che «potrebbe aver raggiunto i propri limiti», osserva l’Upb. Toccherebbe dunque direttamente ai datori di lavoro aumentare le retribuzioni, ma è difficile che a sollecitarli possa essere una presidente del Consiglio che, nel suo primo discorso alle Camere, disse che il suo motto sarebbe stato «non disturbare chi vuole fare». In ginocchio dall’Ue Le quattro leggi di bilancio targate Meloni-Giorgetti sono state congegnate all’insegna della prudenza. L’obiettivo primario è stato ridurre il disavanzo pubblico in obbedienza ai vincoli di spesa europei. E la missione – va detto – è stata condotta in porto: il rapporto deficit/Pil è passato dall’8,1% del 2022 al 3,1% del 2025; e quest’anno dovrebbe scendere al 2,9%. La destra che per anni aveva promesso di infischiarsene della «grande finanza internazionale» e di sbattere i pugni ai tavoli di Bruxelles si è tramutata dunque in un agnellino prono al giudizio delle agenzie di rating. Per giunta, sotto il governo di Meloni, che da premier aveva definito le tasse «pizzo di Stato», la pressione fiscale è salita al 43,1%, il livello più alto degli ultimi dodici anni (la sospensione a sorpresa del bollo auto scalfirà la percentuale di pochi decimali). Ma questa attenzione ai conti ha finito per rallentare l’economia. E non è nemmeno bastata a impedire che – tra la crescita zero, i tassi in aumento e gli strascichi del Superbonus – il debito pubblico esplodesse, arrivando al 137,1%. Dal Rdc all’Adi La mannaia di Giorgetti si è abbattuta sullo Stato sociale, o meglio su ciò che ne rimaneva dopo gli anni dell’austerity. L’intervento più reclamizzato è stato l’abolizione del Reddito di cittadinanza (Rdc), sostituito dall’Assegno di inclusione (Adi). La principale novità è consistita nell’escludere dalla platea dei beneficiari coloro che la destra ha sempre additato come i famigerati «divanisti», ossia le persone considerate «occupabili» in base ai parametri decisi dall’esecutivo. Parametri piuttosto strambi, peraltro: per essere catalogato com e «occupabile», infatti, è sufficiente vivere in un nucleo familiare in cui non sono presenti disabili, minorenni o persone sopra i 60 anni e non essere seguiti da programmi di assistenza socio-sanitaria. Così, ad esempio, un cinquantenne povero e disoccupato senza figli a carico, se è sano, non ha diritto al sostegno dello Stato. Il Governo ha previsto che chi rimane tagliato fuori dall’Adi, se non arriva a 10.140 euro di Isee, può richiedere il Supporto per la Formazione e il Lavoro (Sfl): un contributo di 500 euro mensili che tuttavia si può percepire per un massimo di dodici mesi non rinnovabili e a condizione di iscriversi a programmi di politiche attive del lavoro. Se il Reddito di cittadinanza raggiungeva in media tra gli 1 e gli 1,5 milioni di nuclei familiari, l’Assegno di inclusione arriva oggi a meno di 700mila nuclei, a cui vanno sommati i circa 85mila individui che hanno diritto al Supporto per la Formazione e il Lavoro. L’Istat ha calcolato che nel 2024 la sostituzione del Rdc con l’accoppiata AdiSfl ha comportato un peggioramento dei redditi disponibili per circa 850mila famiglie, pari al 3,2% delle famiglie residenti in Italia. La perdita media per questi nuclei è stata di 2.664 euro in un anno e ha interessato quasi esclusivamente la fascia più povera della popolazione. Sforbiciate alla salute Anche medici, infermieri e malati hanno risentito delle sforbiciate del duo Meloni-Giorgetti. Secondo dati elaborati dalla Fondazione Gimbe, nel 2025 la spesa per la sanità pubblica è stata pari al 6,2% del Pil, in calo rispetto al 6,3% dell’anno precedente e nettamente inferiore sia alla media dei Paesi Ocse sia a quella dei Paesi europei, entrambe pari al 7,1%. In Germania, tanto per citare un esempio, il rapporto è dell’11%. In termini di spesa sanitaria pro-capite, siamo al 15esimo posto tra i 27 Paesi europei dell’area Ocse e in ultima posizione tra quelli del G7. Per il riarmo si spende In compenso, in questi anni il Governo ha notevolmente aumentato gli stanziamenti per la difesa. Dai 25,9 miliardi di euro del 2022 siamo saliti ai 32,4 miliardi dell’ultima finanziaria (secondo l’Osservatorio Milex sono 33,9 miliardi). Soldi utilizzati per acquistare missili, droni, batterie anti-aeree, fregate, oltre che per pagare il personale. Ma se si considerano i parametri della Nato – che includono anche voci come le pensioni dei militari e del personale civile della Difesa, le missioni internazionali finanziate dal Tesoro e le spese per la sicurezza nazionale – il totale arriva a sfiorare i 50 miliardi di euro, pari al 2% del Pil. Come noto, Roma si è impegnata con l’Alleanza Atlantica – o meglio: con Donald Trump – ad arrivare al 5% del Prodotto interno lordo entro il 2035. Per riuscirci, il nostro esecutivo ha chiesto alla Commissione europea di poter accedere a un prestito da 8 miliardi di euro attingendo dall’apposito fondo Safe (Security Action for Europe), istituito da Bruxelles nell’ambito del piano ReArm Europe. Dunque, il rigore meloniano sui conti pubblici non vale per le forze armate. Eppure, nonostante i salari bassi e il carovita che morde, nonostante l’industria che arranca e i tagli alla sanità, nonostante la povertà che dilaga mentre le spese militari aumentano, i sondaggi continuano a premiare la presidente del Consiglio. Segno di forza della sua leadership, ma anche di grave debolezza delle opposizioni. Incapaci non solo di proporre una visione alternativa ma anche, evidentemente, di mettere in luce i fallimenti della destra. ? ---End text--- Author: ENRICO MINGORI Heading: Highlight: L’occupazione è cresciuta solo per gli Over 50 e in settori a scarso valore aggiunto. Infatti il Pil resta tra i più bassi dell’Ue Le manovre sono state congegnate all’insegna della prudenza. Il deficit è sceso, ma il debito è esploso, superando quota 3.000 miliardi Pnrr, ancora in corso progetti per 132 miliardi Entro il 30 settembre il Governo chiederà a Bruxelles il pagamento della decima e ultima rata del Next Generation Eu. Negli ultimi cinque anni la Commissione europea ha versato all’Ital ia un totale di 166 miliardi di euro per la realizzazione del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza. Ora manca all’appello l’ultimo assegno da 28,4 miliardi. Per ottenerlo, Roma dovrà dimostrare di aver centrato i rimanenti 156 obiettivi. Che si sommano ai 419 già raggiunti in questi cinque anni. Sono 672.549 i progetti censiti sul portale ufficiale ReGiS, che monitora lo stato di attuazione del Piano. Di questi, risulta concluso il 75%, che tuttavia corrisponde a un valore di appena 41 miliardi di euro, mentre il 25% dei progetti ancora in corso cuba oltre 132 miliardi. Revisionato otto volte dall’esecutivo, il Pnrr si compone di 194,4 miliardi di euro, di cui 71,8 miliardi di sovvenzioni e 122,6 miliardi di prestiti. Stando agli ultimi dati disponibili (aggiornati al 27 luglio scorso), la spesa dichiarata dalle Sono stati tagliati i sussidi ai poveri e i finanziamenti alla sanità pubblica. In compenso è salita la spesa militare Image:COVER STORY Giancarlo Giorgetti, ministro dell’Economia e delle Finanze -tit_org- Gli italiani sono più poveri di 4 anni fa -sec_org- tp:writer§§ ENRICO MINGORI guid§§ http://gimbe.telpress.it/news/2026/09/26/2026092603167106624.PDF §---§ title§§ L'appello degli ordini dei medici sui Cpr: tutelare l'autonomia link§§ http://gimbe.telpress.it/news/2026/09/26/2026092601776705936.PDF description§§

Estratto da pag. 11 di "AVVENIRE" del 26 Sep 2026

pubDate§§ 2026-09-26T04:18:00+00:00 arguments§§ http://gimbe.telpress.it/news/2026/09/26/2026092601776705936.PDF category§§ POLITICA SANITARIA subcategory§§ {'domain': ''} source§§ {'href': 'http://gimbe.telpress.it/news/2026/09/26/2026092601776705936.PDF', 'title': 'AVVENIRE'} tp:url§§ tp:attach_fn§§ http://gimbe.telpress.it/news/2026/09/26/2026092601776705936.PDF tp:ocr§§ L’appello degli ordini dei medici sui Cpr: tutelare l’autonomia «Va tutelata l’autonomia del giudizio clinico». La valutazione clinica deve cioè riguardare «lo stato di salute della persona e non costituire un atto autorizzativo al trattenimento nei Centri di permanenza per i rimpatri». Lo ha riaffermato ieri all’unanimità il Consiglio nazionale della Federazione Nazionale degli Ordini dei Medici Chirurghi e degli Odontoiatri (Fnomceo), composto dai presidenti dei 106 Ordini territoriali. Alla luce degli sviluppi delle indagini della procura di Ravenna, il Consiglio ha dato mandato al presidente Filippo Anelli di avviare un’interlocuzione con le istituzioni per rivedere la procedura. «Se sarà accertato che alcuni colleghi hanno rilasciato certificazioni false afferma Anelli dovranno risponderne anche sul piano disciplinare». ---End text--- Author: Redazione Heading: Highlight: Image: -tit_org- L’appello degli ordini dei medici sui Cpr: tutelare l'autonomia -sec_org- tp:writer§§ REDAZIONE guid§§ http://gimbe.telpress.it/news/2026/09/26/2026092601776705936.PDF §---§ title§§ «Se la sanità pubblica e quella privata fanno squadra» link§§ http://gimbe.telpress.it/news/2026/09/26/2026092601769105940.PDF description§§

Estratto da pag. 43 di "CORRIERE DELLA SERA" del 26 Sep 2026

pubDate§§ 2026-09-26T04:18:00+00:00 arguments§§ http://gimbe.telpress.it/news/2026/09/26/2026092601769105940.PDF category§§ POLITICA SANITARIA subcategory§§ {'domain': ''} source§§ {'href': 'http://gimbe.telpress.it/news/2026/09/26/2026092601769105940.PDF', 'title': 'CORRIERE DELLA SERA'} tp:url§§ tp:attach_fn§§ http://gimbe.telpress.it/news/2026/09/26/2026092601769105940.PDF tp:ocr§§ «Se la sanità pubblica e quella privata fanno squadra» La lettera L e classifiche spesso restituiscono fotografie che vale la pena osservare. È così per World’s Best Specialized Hospitals di Newsweek: 15 delle 42 strutture italiane presenti sono lombarde e, tra queste, 7 sono private accreditate. Il dato racconta una caratteristica della sanità lombarda: l’integrazione di competenze e risorse pubbliche e private all’interno del Servizio sanitario regionale e la possibilità di costruire percorsi di cura complessi mettendo in rete realtà diverse. Dietro il riconoscimento internazionale a strutture come Ieo, Centro Cardiologico Monzino, San Raffaele, Humanitas, GaleazziSant’Ambrogio, Policlinico San Donato e Fondazione Mondino, ma anche Niguarda, Besta, Istituto Nazionale Tumori, ci sono professionisti, ricerca, investimenti. Regione Lombardia ha alimentato nel tempo questo modello, riconoscendo in sanità pubblica e privata accreditata due componenti dello stesso sistema, in piena attuazione della legge istitutiva del Ssn. Ha definito regole comuni lasciando autonomia gestionale e favorendo la libera iniziativa senza appesantirla con vincoli superflui e consentendo a ciascuno di esprimere le proprie potenzialità, contribuendo a qualità e solidità dell’offerta sanitaria lombarda e rafforzandone il prestigio anche all’estero. Newsweek non offre una misura esaustiva di un sistema sanitario. Ma suggerisce una riflessione: se pubblico e privato accreditato collaborano secondo regole chiare e obiettivi comuni, a beneficiarne è l’intero sistema e, soprattutto, il paziente. Michele Nicchio, presidente Aiop Lombardia ---End text--- Author: Michele Nicchio Heading: La lettera Highlight: Una riflessione del presidente di Aiop Lombardia, che prende spunto dai risultati della rilevazione di Newsweek sulle strutture sanitarie italiane Image: -tit_org- «Se la sanità pubblica e quella privata fanno squadra» -sec_org- tp:writer§§ Michele Nicchio guid§§ http://gimbe.telpress.it/news/2026/09/26/2026092601769105940.PDF §---§ title§§ Materiali dell'emergenza Covid, gestione affidata a un commissario link§§ http://gimbe.telpress.it/news/2026/09/26/2026092601776405937.PDF description§§

Estratto da pag. 26 di "ITALIA OGGI" del 26 Sep 2026

pubDate§§ 2026-09-26T04:18:00+00:00 arguments§§ http://gimbe.telpress.it/news/2026/09/26/2026092601776405937.PDF category§§ POLITICA SANITARIA subcategory§§ {'domain': ''} source§§ {'href': 'http://gimbe.telpress.it/news/2026/09/26/2026092601776405937.PDF', 'title': 'ITALIA OGGI'} tp:url§§ tp:attach_fn§§ http://gimbe.telpress.it/news/2026/09/26/2026092601776405937.PDF tp:ocr§§ Materiali dell’emergenza Covid, gestione affidata a un commissario Nomina di un Commissario straordinario per lo smaltimento dei materiali già acquisiti dal Ministero della salute nel periodo pandemico, utilizzo dei fondi Covid anche nel 2027, modifica delle funzioni del Ministero della salute e proroga della validità dell’elenco nazionale dei soggetti idonei alla nomina di direttore generale delle aziende sanitarie. Sono queste le novità più importanti del disegno di legge di conversione del decreto-legge n. 144/2026, recante disposizioni urgenti per la funzionalità della pubblica amministrazione, approvato dalle Commissioni Bilancio e Ambiente della Camera. Nello specifico, il provvedimento, ora all’esame dell’Aula di Palazzo Montecitorio, istituisce un Commissario straordinario per la gestione delle attività di deposito, custodia, movimentazione, organizzazione dei trasporti, dismissione e smaltimento dei materiali già acquisiti dal Ministero della salute, nell’ambito dell’emergenza epidemiologica da COVID-19. La figura sarà individuata tra soggetti di comprovata competenza nell’ambito della gestione di strutture organizzative complesse, con specifica qualificazione nelle materie della logistica, gestione patrimoniale, disciplina ambientale, smaltimento dei rifiuti e dei contratti pubblici; inoltre, il provvedimento chiarisce che l’incarico durerà fino al 31 marzo 2027, il compenso sarà pari a 40 mila euro annui e, al fine del raggiungimento degli obiettivi, potrà avvalersi delle strutture del Ministero della salute. Durante l’esame nelle commissioni, il legislatore ha anche deciso di prorogare al 31 dicembre 2027 l’autorizzazione, prevista dall’art. 2-bis, co. 1, del D.L. n. 155/2024, dell’utilizzo delle risorse stanziate per fronteggiare l’emergenza da Covid-19 allo scopo di garantire l’attuazione dei Piani operativi per il recupero delle liste d’attesa. Invece, in tema di riordino delle competenze, il provvedimento trasferisce alle direzioni generali del Ministero della salute le attività inerenti al monitoraggio dei tempi di attesa per l'erogazione delle prestazioni comprese nei livelli essenziali di assistenza (LEA), mentre il co. 10-bis del ddl proroga, fino al 31 dicembre 2027, la validità dell’attuale elenco nazionale dei soggetti idonei alla nomina di direttore generale delle aziende sanitarie. Pasquale Quaranta ---End text--- Author: Pasquale Quaranta Heading: Highlight: Image: -tit_org- Materiali dell’emergenza Covid, gestione affidata a un commissario -sec_org- tp:writer§§ Pasquale Quaranta guid§§ http://gimbe.telpress.it/news/2026/09/26/2026092601776405937.PDF §---§ title§§ Quando il certificato medico usa un inchiostro ideologico link§§ http://gimbe.telpress.it/news/2026/09/26/2026092601768805941.PDF description§§

Estratto da pag. 3 di "ITALIA OGGI" del 26 Sep 2026

pubDate§§ 2026-09-26T04:18:00+00:00 arguments§§ http://gimbe.telpress.it/news/2026/09/26/2026092601768805941.PDF category§§ POLITICA SANITARIA subcategory§§ {'domain': ''} source§§ {'href': 'http://gimbe.telpress.it/news/2026/09/26/2026092601768805941.PDF', 'title': 'ITALIA OGGI'} tp:url§§ tp:attach_fn§§ http://gimbe.telpress.it/news/2026/09/26/2026092601768805941.PDF tp:ocr§§ Quando il certificato medico usa un inchiostro ideologico Q uesta ci mancava. Dopo il soccorso rosso, la toga militante e l’accoglienza senza confini, poteva forse mancare il certificato medico ideologico? Naturalmente no. Secondo l’inchiesta della Procura di Ravenna, alcuni medici avrebbero rilasciato certificazioni false per impedire il trasferimento nei CPR di cittadini stranieri irregolari. Le responsabilità dovranno essere accertate e vale per tutti la presunzione d’innocenza. Ma il copione politico è riconoscibile. Il sindaco di Bologna, Matteo Lepore, assicura fiducia nella magistratura e si dice «orgoglioso» del personale sanitario regionale. Meno comprensibile è rifugiarsi nell’orgoglio corporativo mentre si indaga sull’eventuale uso fraudolento di una funzione pubblica. Sarebbe bastato dire: se qualcuno ha falsificato certificati, ne risponderà. Ma evidentemente anche la prudenza, nel progressismo emiliano, necessita di prescrizione specialistica. La Federazione degli Ordini ricorda giustamente che i medici non sono ausiliari delle politiche di sicurezza. Non sono però neppure ausiliari della disobbedienza civile. Il medico deve valutare la salute, non correggere con lo stetoscopio le leggi del Parlamento. La sua autonomia tutela il paziente; non gli consente di sospendere espulsioni o trasformare una diagnosi in un lasciapassare politico. Se le accuse fossero confermate, non saremmo davanti a un gesto umanitario, ma alla falsificazione di un atto con conseguenze giuridiche. La nobiltà delle intenzioni non renderebbe autentico un certificato falso. Altrimenti ciascun professionista potrebbe scegliere quali norme applicare: il medico in base alla sensibilità, il funzionario secondo le proprie convinzioni, il contribuente secondo coscienza. È il consueto cortocircuito della sinistra: legalità inflessibile per gli avversari, comprensione sociologica quando è coinvolto il proprio universo culturale. Per gli altri bastano un sospetto e un titolo di giornale; per gli amici servono tre gradi di giudizio e la Corte europea.Curare tutti, senza discriminazioni, è un dovere. Alterare la realtà clinica per ostacolare un provvedimento dello Stato, se accertato, sarebbe tutt’altra cosa. Una democrazia non funziona se ogni categoria si proclama sovrana e sottopone le regole al proprio vaglio ideologico. Attendiamo gli sviluppi. Prendiamo nota dell’ultima frontiera dell’antagonismo elegante: niente barricate, molotov o occupazioni. Bastano un camice, un timbro e una diagnosi politicamente corretta. La rivoluzione passa dalla sala d’attesa. _____© Riproduzione riservata______ n ---End text--- Author: MARCO BIANCHI Heading: Highlight: Certificati falsi per favorire stranieri irregolari Image: -tit_org- Quando il certificato medico usa un inchiostro ideologico -sec_org- tp:writer§§ MARCO BIANCHI guid§§ http://gimbe.telpress.it/news/2026/09/26/2026092601768805941.PDF §---§ title§§ Dieta e sonno, le sei regole per la longevità = Dieta, sonno e prevenzione ecco le regole degli esperti per rimanere giovani a lungo link§§ http://gimbe.telpress.it/news/2026/09/26/2026092601769405943.PDF description§§

Estratto da pag. 23 di "STAMPA" del 26 Sep 2026

pubDate§§ 2026-09-26T04:18:00+00:00 arguments§§ http://gimbe.telpress.it/news/2026/09/26/2026092601769405943.PDF category§§ POLITICA SANITARIA subcategory§§ {'domain': ''} source§§ {'href': 'http://gimbe.telpress.it/news/2026/09/26/2026092601769405943.PDF', 'title': 'STAMPA'} tp:url§§ tp:attach_fn§§ http://gimbe.telpress.it/news/2026/09/26/2026092601769405943.PDF tp:ocr§§ Dieta e sonno, le sei regole per la longevità Ad Asti Longev-Italia, il convegno nazionale sulla terza età Dieta, sonno e prevenzione ecco le regole degli esperti per rimanere giovani a lungo E poi la dea Eos chiese a Zeus di donare all’amato Titone l’immortalità, ma si dimenticò dell’eterna giovinezza. Dalla leggenda ai giorni nostri, dall’elisir di lunga vita alle regole per un crepuscolo in buona salute: il tema longevità non è mai stato così attuale e non è un caso che il primo convegno nazionale si sia svolto ad Asti. – PAGINA 23 ASTI E poi la dea Eos chiese a Zeus di donare all’amato Titone l’immortalità, ma si dimenticò dell’eterna giovinezza. Dalla leggenda ai giorni nostri, dall’elisir di lunga vita al decalogo per un crepuscolo in buona salute: il tema della longevità non è mai stato così attuale e non è un caso che il primo convegno nazionale sul tema – Longev-Italia, con 80 specialisti da tutta la Penisola – si sia svolto proprio ad Asti, la Terra dei Patriarchi che nel 2023 ha celebrato i suoi settanta centenari. Una delle province più longeve di un paese tra i più anziani del mondo: un italiano su quattro ha più di 65 anni, un esercito di 14 milioni di persone. Merito di un benessere crescente, un clima temperato, una dieta equilibrata e un sistema sanitario universale capace di curare – pur tra mille difficoltà – ogni uomo o donna che si ammala all’interno dei confini nazionali. Ma un conto è vivere a lungo – la speranza di vita alla nascita in Italia è di 83,4 anni – un conto è vivere bene. L’obiettivo, per dirla con uno slogan caro ai geriatri, è «Aggiungere vita agli anni e non solo anni alla vita». Per questo c’è addirittura chi come monsignor Vincenzo Paglia, presidente emerito della Pontificia accademia per la vita, lancia da tempo la suggestione di un vero e proprio “ministero della Longevità” per valorizzare e accompagnare l’ultimo tratto del cammino. E poi, naturalmente, ci sono le buone pratiche quotidiane. «La longevità non è un affare per vecchi», gioca con le parole Giovanni Gorgoni, direttore generale dell’Asl di Asti e motore di Longev-Italia che si conclude oggi. «Che anziano sarai a 70 anni, lo stabilisci quando ne hai trenta o quaranta al netto di ogni peculiarità genetica», prosegue Gorgoni. Il panel dell’evento è stato mutuato proprio da un protocollo stilato in Ontario denominato Avoid. Dall’attività fisica alla prevenzione – dopo i 40 anni è già tempo dei primi screening, al colon per l’uomo e al seno per la donna – dall’ottimizzazione dei farmaci alla nutrizione. Di diete, infatti, è pieno il mondo ma una regola universale potrebbe essere quella di mangiare “semplice” ed evitare tutto ciò che è “ultraprocessato”. Inoltre, il sonno, che in tempi sempre più frenetici diventa un bene da proteggere: «Almeno sette ore per notte se si vuole avere un completo recupero muscolare, neuronale e fisiologico». Ci sono, infine, i “ nemici della salute”, basti pensare che il 45 percento dei fattori di rischio delle demenze può essere evitato riducendo fumo e alcol, ma anche facendo attenzione a pressione, glicemia, colesterolo e isolamento sociale. Ma la longevità non è più solo un tema che riguarda medici e infermieri. Relazioni e interazioni sono il primo farmaco contro le demenze, tanto per fare un esempio: c’è un allenamento fisico, necessario a mantenere un tono muscolare adeguato, ma anche un allenamento cognitivo. La solitudine è oggi una delle principali forme di malattia che un anziano può patire: la rete familiare è sempre più rarefatta, la presa in carico della Rsa non sempre è la soluzione. «La bellezza e l’arte spesso possono curare più di una pillola», spiega Giovanni Capelli, direttore del Centro nazionale per la prevenzione delle malattie presso l’Istituto superiore della Sanità. Da poco coordina il gruppo interministeriale Prescrizione sociale che ha il compito di coniugare cultura e politiche sociali, arte e salute. Ma perché la Nona sinfonia di Beethoven o La colazione dei canottieri di Renoir dovrebbero aiutarci a stare meglio? «È il risultato emotivo che la bellezza genera, stiamo meglio perché quell’opera o quella musica provocano in noi un’emozione», spiega Capelli. E forse non è per caso che molti teatri nell’Antica Grecia fossero collocati accanto ai luoghi di cura. L’arte che cura è anche un libro di Daisy Fancourt, docente di psicobiologia ed epidemiologia presso lo University College di Londra. Fancourt spiega come le attività culturali possano diventare veri e propri strumenti terapeutici in grado di influenzare i parametri biologici e psicologici del corpo. — ---End text--- Author: OSCAR SERRA Heading: Highlight: “ Giovanni Capelli Istituto superiore di Sanità Spesso l’arte può curare più di una pastiglia grazie alle emozioni positive che genera S I consigli 1 Attività fisica, che non vuol dire solo muoversi, ma fare un po’ di fatica 2 Prevenzione e vaccinazioni a partire da 40 anni, colon e seno in primis 3 Ottimizzazione delle medicine per ridurre al minimo gli effetti collaterali 4 Impegno nelle relazioni sociali per l’allenamento fisico e cognitivo 5 Mangiare in modo semplice ed evitare gli alimenti troppo processati 6 Proteggere il sonno per il recupero muscolare, neuronale e fisiologico Image: -tit_org- Dieta e sonno, le sei regole per la longevità Dieta, sonno e prevenzione ecco le regole degli esperti per rimanere giovani a lungo -sec_org- tp:writer§§ OSCAR SERRA guid§§ http://gimbe.telpress.it/news/2026/09/26/2026092601769405943.PDF §---§ title§§ L'isolamento sociale giovanile non è senza uscita link§§ http://gimbe.telpress.it/news/2026/09/26/2026092601768905942.PDF description§§

Estratto da pag. 23 di "VERITÀ" del 26 Sep 2026

pubDate§§ 2026-09-26T04:18:00+00:00 arguments§§ http://gimbe.telpress.it/news/2026/09/26/2026092601768905942.PDF category§§ POLITICA SANITARIA subcategory§§ {'domain': ''} source§§ {'href': 'http://gimbe.telpress.it/news/2026/09/26/2026092601768905942.PDF', 'title': 'VERITÀ'} tp:url§§ tp:attach_fn§§ http://gimbe.telpress.it/news/2026/09/26/2026092601768905942.PDF tp:ocr§§ L’isolamento sociale giovanile non è senza uscita STAR MEGLIO n L’i m ma g i n e dell’adolescenza come fase dell’apertura al mondo e delle relazioni interpersonali appare sempre più in contrazione. In Italia e in Europa si osserva la tendenza di una quota crescente di giovani e giovanissimi a ritirarsi progressivamente dalla vita relazionale. Non si tratta di una semplice predilezione per la solitudine o di un passaggio di introversione, ma di un fenomeno di disinvestimento sociale con risvolti psicologici, educativi e sanitari. Le stime correnti e i monitoraggi promossi dal ministero della Salute e dall’Istituto superiore di sanità individuano una quota compresa tra l’1,6% e l’1,7% degli studenti delle scuole secondarie a rischio di ritiro sociale severo o già in condizione di isolamento. Tali percentuali corrispondono a una platea stimata tra i 60.000 e i 200.000 giovani che vivono una condizione di chiusura relazionale o abbandono delle attività quotidiane esterne. Secondo i rilievi Istat sul benessere equo e sostenibile (Bes), gli indici di salute mentale tra la popolazione di età compresa tra 14 e 19 anni mostrano parametri inferiori ai livelli rilevati negli anni scorsi. Il ritiro si manifesta di frequente attraverso il primo campanello d’allarme della fobia scolastica e delle assenze prolungate, che sfociano poi nell’interruzione del percorso di studi o nel fenomeno dei Neet (giovani non occupati e non inseriti in percorsi di istruzione o formazione). L’isolamento sociale si articola solitamente attraverso fasi progressive, caratterizzate da precise condotte comportamentali. Molti ragazzi scelgono la notte come momento di attività prediletto, poiché l’assenza di vita sociale esterna riduce la percezione del confronto e dell’aspettativa altrui. Internet e il videogioco non costituiscono quasi mai la causa primaria del ritiro, bensì uno strumento di compensazione o un anestetico visivo. La Rete offre una modalità d’interazione protetta e priva di esposizione corporea, prevenendo l’ansia da prestazione associata al contatto diretto. Il fattore scatenante risiede spesso nella pressione sociale e nel senso d’inadeguatezza rispetto ai modelli sociali di successo, prestazione fisica o rendimento scolastico. Il contrasto al ritiro sociale giovanile richiede un’azione coordinata tra contesti familiari, istituzioni scolastiche e s e r v i z i s o c i o - s a n i ta r i . Quando il giovane rifiuta di uscire di casa per accedere ai servizi consultoriali o alle Asl, l’invio di equipe territoriali e di educatori domiciliari è fondamentale. * Direttore dipartimento pediatrico Fatebenefratelli Milano © RIPRODUZIONE RISERVATA ---End text--- Author: LUCA BERNARDO Heading: STAR MEGLIO Highlight: Image: -tit_org- L'isolamento sociale giovanile non è senza uscita -sec_org- tp:writer§§ LUCA BERNARDO guid§§ http://gimbe.telpress.it/news/2026/09/26/2026092601768905942.PDF §---§