title§§ Spesa sanitaria: più risorse sono necessarie, ma senza regole e metodo rigoroso e condiviso non bastano link§§ http://gimbe.telpress.it/news/2026/09/14/2026091401833005567.PDF description§§
Estratto da pag. 1 di "quotidianosanita.it" del 14 Sep 2026
Gentile Direttore, la ringrazio per l''opportunità di ospitare un dibattito non formale sulle risorse destinate alla salute degli italiani, e ringrazio l''amico Nino Cartabellotta per una risposta che
pubDate§§ 2026-09-14T10:14:00+00:00 arguments§§ http://gimbe.telpress.it/news/2026/09/14/2026091401833005567.PDF category§§ GIMBE subcategory§§ {'domain': ''} source§§ {'href': 'http://gimbe.telpress.it/news/2026/09/14/2026091401833005567.PDF', 'title': 'quotidianosanita.it'} tp:url§§ https://www.quotidianosanita.it/lettere-al-direttore/spesa-sanitaria-piu-risorse-sono-necessarie-ma-senza-regole-e-metodo-rigoroso-e-condiviso-non-bastano/ tp:attach_fn§§ http://gimbe.telpress.it/news/2026/09/14/2026091401833005567.PDF tp:ocr§§ Gentile Direttore,la ringrazio per l’opportunità di ospitare un dibattito non formale sulle risorse destinate alla salute degli italiani, e ringrazio l’amico Nino Cartabellotta per una risposta che accoglie nella sostanza tutte e cinque le osservazioni di metodo: il dato 2025 è preliminare, i confronti vanno fatti nella stessa fonte e nello stesso perimetro, le PPP usate non sono sanitarie, i 36,1 miliardi non sono prestazioni mancanti, la spesa è un input. Il terreno comune è ampio.Resta una divergenza. GIMBE sostiene che, accolte le cautele, «la conclusione resta invariata». Ma se le cautele sono fondate, il dato cambia; e se il dato cambia mentre la conclusione no, la conclusione non discende dal dato: lo precede. «Sottofinanziamento» è un giudizio normativo — risorse inferiori a un fabbisogno — e il fabbisogno non compare in nessun indicatore di spesa. Il differenziale con la media europea misura una distanza, non una mancanza.Tre esempi. Primo: il divario di 0,9 punti non si riduce, ma cambia natura. Il dato UPB — pubblico al 73,1%, famiglie al 23,6% — è il dato giusto. Ma oltre tre quarti dell’out-of-pocket riguarda prestazioni fuori LEA (MEFOP 2026), e 4,5 miliardi l’anno di detrazioni sanitarie (MEF) non compaiono in nessuna percentuale. La spesa per integratori è «sanitaria» per la statistica e «non sanitaria» per il fisco: lo stesso dato non è lineare, e chi lo usa deve dichiarare quale criterio applica. Secondo: se i 36,1 miliardi sono «un differenziale comparativo di spesa», quale policy ne discende? Due terzi della sanità è lavoro, e il nostro costa meno: una parte di quel numero è prezzo, non quantità. Terzo: «più spesa, meno accesso» tra 2019 e 2024 era dichiaratamente simmetrica. Se non prova che il finanziamento è irrilevante, «meno spesa» non prova che l’accesso peggiori per difetto di risorse.I confronti aiutano. Sui dati OCSE 2025, l’Italia spende 5.164 dollari PPP pro capite (8,4% del PIL): meno di Spagna (5.346), Portogallo (5.212), Regno Unito (6.747), Germania (9.365) e Stati Uniti (14.885). La mortalità prevenibile è 93 per 100.000 in Italia contro 129 in Germania, 156 nel Regno Unito e 217 negli USA (media OCSE 145); quella trattabile 52 contro 66, 71 e 95 (media OCSE 77). In anni di vita per 1.000 dollari, l’Italia è prima (16,2), la Germania a 8,7, gli USA a 5,3. Il Portogallo, a spesa pari alla nostra, ha mortalità trattabile 63 e out-of-pocket al 29%: paga la composizione delle fonti, non il livello. Sulla serie OMS 2000-2019 l’Italia converte in salute l’84% degli anni guadagnati, la Spagna il 69%. Non è autocompiacimento: oltre una soglia il livello non predice gli esiti, e composizione e capacità organizzata spiegano più del finanziamento.Dentro il sistema, un dato dice dove la risorsa marginale rende di più: la quota della medicina generale sulla spesa pubblica è scesa dal 6,2% nel 2012 al 5,1% nel 2023. Nello stesso decennio la MG ha assorbito la crescita della cronicità e mantenuto il controllo sanitario del territorio, con 224 ricoveri evitabili per 100.000 contro 473 di media OCSE e 810 in Germania. Il paradosso è che il comparto più definanziato è quello che ha contribuito in misura crescente all’efficienza del SSN. Non prova che quelle risorse fossero superflue: prova dove il loro esaurimento costerebbe di più.Il metodo non cancella il sottofinanziamento. Ma decide se ciò che misuriamo si chiami sottofinanziamento, composizione delle fonti, prezzo degli input o vincolo di capacità: quattro diagnosi, quattro terapie. Cartabellotta elenca ciò che un sistema completo dovrebbe integrare — spesa pubblica e privata, risorse reali, personale, attese, rinunce, equità, esiti — ed è l’architettura del protocollo LEDECS, con accesso ed esiti misurati separatamente. Non propongo di sostituire la quota di PIL con un indicatore sintetico; propongo di non usarla come se lo fosse.Questa risposta non conclude un dibattito: apre un processo, da sviluppare con il rigore che caratterizza il lavoro di entrambe le nostre istituzioni. E poiché la quota di risorse sanitarie sul PIL non è attesa in crescita, non basta l’efficienza: serve una nuova, radicale architettura allocativa e organizzativa dell’intero sistema. Perché quel sistema gli italiani lo pagano tutto, di tasca propria — con le imposte quando è pubblico, con il portafoglio quando è privato — e hanno il diritto di sapere che cosa comprano, e con quale metodo lo si misura.Claudio Alberto CricelliFondatore, Presidente e Direttore scientifico di LEDECS, Firenze · Presidente Emerito Vicario SIMG tp:writer§§ REDAZIONE guid§§ http://gimbe.telpress.it/news/2026/09/14/2026091401833005567.PDF §---§ title§§ Intelligenza artificiale e studi clinici: vigilare è fondamentale, ma senza indebolire la fiducia nella ricerca link§§ http://gimbe.telpress.it/news/2026/09/14/2026091401835505608.PDF description§§
Estratto da pag. 1 di "quotidianosanita.it" del 14 Sep 2026
Gentile Direttore, l’articolo pubblicato da Milena Gabanelli e Andrea Priante sul Corriere della Sera a proposito dell’impiego dell’intelligenza artificiale nelle pubblicazioni scientifiche e nella ricerca clinica richiama l’attenzione
pubDate§§ 2026-09-14T10:41:00+00:00 arguments§§ http://gimbe.telpress.it/news/2026/09/14/2026091401835505608.PDF category§§ GIMBE subcategory§§ {'domain': ''} source§§ {'href': 'http://gimbe.telpress.it/news/2026/09/14/2026091401835505608.PDF', 'title': 'quotidianosanita.it'} tp:url§§ https://www.quotidianosanita.it/lettere-al-direttore/intelligenza-artificiale-e-studi-clinici-vigilare-e-fondamentale-ma-senza-indebolire-la-fiducia-nella-ricerca/ tp:attach_fn§§ http://gimbe.telpress.it/news/2026/09/14/2026091401835505608.PDF tp:ocr§§ AiomGentile Direttore, l’articolo pubblicato da Milena Gabanelli e Andrea Priante sul Corriere della Sera a proposito dell’impiego dell’intelligenza artificiale nelle pubblicazioni scientifiche e nella ricerca clinica richiama l’attenzione su un problema reale.Gentile Direttore,L’articolo pubblicato da Milena Gabanelli e Andrea Priante sul Corriere della Sera a proposito dell’impiego dell’intelligenza artificiale nelle pubblicazioni scientifiche e nella ricerca clinica richiama l’attenzione su un problema reale. Gli strumenti di intelligenza artificiale generativa possono produrre testi, immagini e dataset artificiali molto verosimili e di conseguenza possono essere potenzialmente utilizzati – in maniera impropria e persino fraudolenta – anche nell’ambito della ricerca scientifica.Penso però che il titolo dell’articolo, “Così l’Intelligenza artificiale è usata per imbrogliare negli studi clinici”, sia decisamente fuorviante. L’argomento è importante ma deve essere descritto con precisione, distinguendo ciò che è già accaduto da ciò che potrebbe accadere e, soprattutto, evitando di confondere la pubblicazione di un articolo scientifico con la conduzione di una sperimentazione clinica. Il titolo scelto dal Corriere (che mi ha fatto saltare dalla sedia e – immagino – faccia sussultare anche molti lettori non addetti ai lavori) rischia invece di trasmettere al lettore l’idea che l’intelligenza artificiale venga già utilizzata per falsificare alcuni studi clinici e che, di conseguenza, le prove scientifiche sulle quali si fondano l’approvazione dei farmaci da parte degli enti regolatori (e le successive decisioni terapeutiche dopo che i trattamenti diventino disponibili nella pratica clinica) siano diventate poco affidabili.Gli esempi riportati nell’articolo in realtà non dimostrano questo. L’articolo cita alcuni lavori ritirati perché contenevano frasi palesemente generate dall’intelligenza artificiale, un’immagine clinica modificata mediante intelligenza artificiale e un esperimento (che mirava a denunciare il rischio, non a sfruttarlo) nel quale erano state create radiografie artificiali difficili da distinguere da quelle autentiche. Sono episodi preoccupanti, che dimostrano senza dubbio che l’avvento dell’intelligenza artificiale rappresenti un motivo in più per rafforzare i controlli editoriali e l’attenta revisione dei manoscritti sottomessi alle riviste scientifiche per la pubblicazione. Nel dettaglio, l’esperimento italiano descritto nell’articolo, nel quale l’intelligenza artificiale è stata deliberatamente istruita a costruire un database di pazienti inesistenti e a dimostrare la superiorità di un trattamento, rappresenta una prova della capacità potenziale dello strumento. I ricercatori non hanno scoperto un trial contraffatto: hanno prodotto intenzionalmente dati falsi per verificare fino a che punto potessero apparire credibili e quanto fosse difficile riconoscerli attraverso la sola analisi statistica. È sicuramente una dimostrazione utile e meritevole di attenzione, ma non può essere presentata come prova del fatto che oggi gli studi clinici vengono falsificati attraverso l’intelligenza artificiale. Dimostrare che un software può generare un database plausibile non equivale a dimostrare che quel database possa essere introdotto senza controlli nel percorso regolatorio di un farmaco. Nell’articolo si afferma che soltanto “di fronte a evidenti anomalie” le riviste chiederebbero agli autori di mostrare il database completo. Questa descrizione può essere valida per una parte della letteratura scientifica, ma va spiegato chiaramente al lettore non addetto ai lavori che il funzionamento degli studi clinici registrativi è molto diverso. Uno studio clinico registrativo non nasce nel momento in cui un manoscritto viene inviato a una rivista. Prima dell’avvio, il protocollo viene valutato dalle autorità regolatorie e dai comitati etici e da molti anni lo studio viene obbligatoriamente registrato in appositi registri pubblici. Ogni centro partecipante deve essere identificato e autorizzato. I pazienti devono aver firmato un consenso informato ed essere stati visitati, trattati e seguiti, in maniera tracciabile, presso strutture sanitarie riconoscibili. I dati inseriti nelle schede elettroniche dello studio devono essere fedeli e riconducibili alla documentazione clinica originale: cartelle sanitarie, referti di laboratorio, esami strumentali, prescrizioni e dispensazione dei farmaci. Tutte le modifiche apportate al database devono essere tracciabili. Per di più, a tutela della qualità dei dati, sono previsti il monitoraggio dello studio da parte dello sponsor, controlli centralizzati sulla qualità e sulla coerenza dei dati, verifiche statistiche, riconciliazione degli eventi avversi, nonché audit e possibili ispezioni da parte delle autorità regolatorie. Le autorità possono accedere non soltanto ai risultati riassuntivi, ma all’intera documentazione dello studio e ai dati dei singoli partecipanti.Ovviamente, nessun sistema di controllo può assicurare che una frode sia impossibile. Tuttavia, la falsificazione sistematica di uno studio registrativo è molto più difficile della semplice creazione di un file contenente dati di pazienti inventati, e i meccanismi di verifica e controllo aumentano considerevolmente la probabilità che eventuali manipolazioni vengano individuate.Peraltro, mi piace sottolineare che la falsificazione e la fabbricazione dei dati, la manipolazione delle immagini, le pubblicazioni duplicate, la selezione opportunistica dei risultati, esistevano molto prima di ChatGPT. Molti oncologi ricorderanno il clamore scatenato, una trentina di anni fa, dal “caso Bezwoda” il ricercatore sudafricano che aveva pubblicato dati molto interessanti relativi all’efficacia della chemioterapia ad alte dosi nelle pazienti con tumore della mammella, rivelatisi poi completamente inaffidabili e “ritrattati” dalla rivista. L’intelligenza artificiale non ha creato questo problema, anche se è sicuramente vero che può amplificarlo. Può ridurre il tempo, le competenze e i costi necessari per produrre contenuti falsi e aumentarne quantità e apparente credibilità. Può generare riferimenti bibliografici inesistenti, immagini artificiali, testi plausibili e distribuzioni di dati costruite per sostenere una conclusione decisa in partenza. Sarebbe quindi sbagliato minimizzarne i rischi. Sarebbe però altrettanto sbagliato utilizzare questi rischi per proiettare un sospetto indiscriminato su tutta la ricerca clinica.Vero è che, a fronte delle tutele e delle garanzie intrinseche nella conduzione degli studi clinici registrativi, esistono contesti nei quali i controlli possono essere meno strutturati. Gli studi accademici spontanei, soprattutto quelli di piccole dimensioni, non sempre dispongono delle risorse necessarie per un monitoraggio capillare, una gestione professionale dei dati o audit indipendenti. Attenzione! Questo non significa che la ricerca spontanea sia meno seria o meno affidabile. Ci sforziamo di ricordare in tutte le sedi e in tutte le occasioni quanto la ricerca indipendente – in oncologia come in altre discipline – sia preziosa, risponda spesso a quesiti clinici essenziali che, non presentando un interesse commerciale, rimarrebbero senza risposta. La sua possibile vulnerabilità deve rappresentare una ragione per sostenerla meglio, non per delegittimarla. Servono investimenti pubblici nelle infrastrutture di ricerca, nel monitoraggio proporzionato al rischio, nella qualità dei dati e nel supporto metodologico e statistico. Chiedere standard elevati senza mettere i ricercatori indipendenti nelle condizioni di rispettarli rischia di determinare un’ulteriore riduzione degli studi accademici, che – come sappiamo da anni e come è stato confermato dal recente Rapporto AIFA sulle Sperimentazioni Cliniche – sono in preoccupante diminuzione.In oncologia, la ricerca clinica è il percorso prezioso attraverso il quale un’ipotesi scientifica può diventare, in caso di successo, una cura più efficace e sicura rispetto a quelle già disponibili nella pratica clinica. Tanti pazienti cercano studi clinici adatti alla loro condizione, tanti pazienti scelgono – su proposta dei ricercatori – di partecipare alle sperimentazioni, contribuendo non soltanto alla propria possibilità di cura, ma anche al progresso delle conoscenze per i pazienti futuri. Bisogna quindi evitare di ingenerare sfiducia nella ricerca clinica. Ovviamente la fiducia che chiediamo ai pazienti e alla società non deve essere cieca. Deve essere una fiducia informata, fondata su trasparenza, registrazione degli studi, tracciabilità dei dati, controlli indipendenti, pubblicazione dei risultati e sanzioni rigorose per chi viola le regole.In questo scenario, la comunicazione pubblica ha una responsabilità rilevante. È giusto denunciare le nuove possibilità di frode, ma bisogna distinguere una vulnerabilità teorica da una frode realmente documentata, un articolo scientifico da una sperimentazione clinica e il controllo editoriale di una rivista dalle verifiche regolatorie condotte sui dati di uno studio ai fini dell’approvazione. Titoli allarmistici come quello scelto dal Corriere possono indebolire la disponibilità dei pazienti a partecipare alle sperimentazioni, compromettere il rapporto con i ricercatori e alimentare una sfiducia generalizzata proprio nel momento in cui l’Italia deve accrescere la propria capacità di fare ricerca. Proprio in questi giorni il mondo si interroga sui rischi di uno sviluppo troppo rapido dell’intelligenza artificiale, e questo passo veloce ci impone di aggiornare rapidamente le regole e gli strumenti di controllo. E’ necessario vigilare e gestire i rischi, ma è ancora più importante tutelare la fiducia dei cittadini nella ricerca clinica come strada maestra per il progresso. Prof. Massimo Di Maio, Dipartimento di Oncologia, Università di Torino, AOU Città della Salute e della Scienza di Torino, Presidente AIOM14 Settembre 2026© Riproduzione riservataGentile Direttore,una recente pronuncia del Tribunale Amministrativo Regionale per la Lombardia (Sezione staccata di Brescia), la sentenza n. 01174 pubblicata il 24 agosto 2026, traccia un solco nel panorama giurisprudenziale,...Gentile Direttore, l’intelligenza artificiale va considerata per quello che è: non un oracolo, non un nemico, ma uno strumento estremamente potente. Ha già vantaggi reali e documentati: velocizza l’analisi, automatizza...Gentile Direttore,la ringrazio per l'opportunità di ospitare un dibattito non formale sulle risorse destinate alla salute degli italiani, e ringrazio l'amico Nino Cartabellotta per una risposta che accoglie nella sostanza...L’Associazione Italiana di Oncologia Medica chiede a Revolution Medicines di avviare un programma di uso compassionevole per daraxonrasib, rendendo il farmaco disponibile gratuitamente, prima dell’approvazione regolatoria, ai pazienti con tumore...Terapia antitrombotica nel paziente fragile: nuove evidenze per una gestione personalizzataAssistenza infermieristica al paziente adulto in ventilazione non invasiva (NIV)Cloud sanitario: infrastrutture, compliance, GDPR e Risk managementGestione dell'Ipertensione resistente: dalle Linee Guida alle terapie innovativeLeadership Infermieristica 2026: nuovi modelli di responsabilità e autonomiaSanità digitale per garantire più salute e sostenibilità. 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