title§§ Spesa sanitaria bassa, allarme dei medici link§§ http://gimbe.telpress.it/news/2026/09/05/2026090501972603932.PDF description§§

Estratto da pag. 8 di "CRONACHE DI CASERTA" del 05 Sep 2026

Il presidente dell'Ordine di Napoli: "Risorse e personale per garantire la qualità delle cure"

pubDate§§ 2026-09-05T02:43:00+00:00 arguments§§ http://gimbe.telpress.it/news/2026/09/05/2026090501972603932.PDF category§§ GIMBE subcategory§§ {'domain': ''} source§§ {'href': 'http://gimbe.telpress.it/news/2026/09/05/2026090501972603932.PDF', 'title': 'CRONACHE DI CASERTA'} tp:url§§ tp:attach_fn§§ http://gimbe.telpress.it/news/2026/09/05/2026090501972603932.PDF tp:ocr§§ Secondo i dati del Gimbe, con gli stanziamenti per la salute al 6,2% del Pil l’Italia resta sotto la media europea Spesa sanitaria bassa, allarme dei medici Il presidente dell’Ordine di Napoli: “Risorse e personale per garantire la qualità delle cure” CASERTA (Renato Casella) – I dati diffusi dalla Fondazione Gimbe sulla spesa sanitaria pubblica riaccendono i riflettori sulle difficoltà strutturali del Servizio sanitario nazionale, lanciando un segnale d'allarme che risuona con particolare forza nel Mezzogiorno. A intervenire con fermezza è Bruno Zuccarelli, presidente dell'Ordine dei medici chirurghi e degli odontoiatri di Napoli e provincia, che invita a non disperdere gli importanti risultati faticosamente raggiunti dalla Regione negli ultimi anni. L'analisi stilata da Gimbe evidenzia un divario economico preoccupante rispetto al resto d'Europa. Nel 2025 la spesa sanitaria pubblica in Italia si è attestata al 6,2% del Pil, posizionandosi nettamente al di sotto della media dei Paesi Ocse ed europei, pari al 7,1%. In termini pro capite, la sforbiciata rispetto agli standard del Continente si traduce in una voragine che supera i 36 miliardi di euro complessivi. Una flessione finanziaria che costringe le singole Regioni a una sfida complessa e contraddittoria: dover garantire l'erogazione dei Livelli essenziali di assistenza (Lea) mantenendo, al contempo, un rigido equilibrio di bilancio. Un quadro che rischia di penalizzare un territorio in forte ripresa. “Per la Campania questo tema assume un significato particolare”, evidenzia Zuccarelli. “Gli ultimi dati disponibili sui Lea hanno certificato il ritorno della nostra Regione tra quelle adempienti, insieme a Puglia e Sardegna, uniche realtà del Mezzogiorno a raggiungere gli standard previsti. È un risultato che va riconosciuto, ma che non può indurci a pensare che tutti i problemi siano risolti”. La preoccupazione principale riguarda la tenuta del sistema a lungo termine. Il timore espresso dai camici bianchi è che un definanziamento cronico possa frenare il percorso di convergenza del Sud, proprio mentre la Campania è chiamata ad accelerare su nodi cruciali come la riduzione delle liste d'attesa, il potenziamento della rete territoriale, l'accessibilità alle cure e la gestione dell'invecchiamento della popolazione. “La sanità campana deve continuare a migliorare”, incalza il presidente dell'Ordine. “Tutto questo richiede organizzazione e capacità gestionale, ma richiede inevitabilmente anche risorse adeguate e personale. Investire nella sanità pubblica significa investire nei professionisti, nelle strutture, nella prevenzione e nell'assistenza territoriale. Ma soprattutto significa evitare che la qualità delle cure dipenda dal luogo nel quale una persona nasce o vive”. © RIPRODUZIONE RISERVATA ---End text--- Author: Redazione Heading: Highlight: Image:Nel riquadro il presidente dell’Ordine dei medici Zuccarelli -tit_org- Spesa sanitaria bassa, allarme dei medici -sec_org- tp:writer§§ REDAZIONE guid§§ http://gimbe.telpress.it/news/2026/09/05/2026090501972603932.PDF §---§ title§§ Spesa sanitaria bassa, allarme dei medici link§§ http://gimbe.telpress.it/news/2026/09/05/2026090501650204660.PDF description§§

Estratto da pag. 6 di "CRONACHE DI NAPOLI" del 05 Sep 2026

Il presidente dell'Ordine di Napoli: "Risorse e personale per garantire la qualità delle cure"

pubDate§§ 2026-09-05T03:08:00+00:00 arguments§§ http://gimbe.telpress.it/news/2026/09/05/2026090501650204660.PDF category§§ GIMBE subcategory§§ {'domain': ''} source§§ {'href': 'http://gimbe.telpress.it/news/2026/09/05/2026090501650204660.PDF', 'title': 'CRONACHE DI NAPOLI'} tp:url§§ tp:attach_fn§§ http://gimbe.telpress.it/news/2026/09/05/2026090501650204660.PDF tp:ocr§§ Secondo i dati del Gimbe, con gli stanziamenti per la salute al 6,2% del Pil l’Italia resta sotto la media europea Spesa sanitaria bassa, allarme dei medici Il presidente dell’Ordine di Napoli: “Risorse e personale per garantire la qualità delle cure” NAPOLI (Renato Casella) – I dati diffusi dalla Fondazione Gimbe sulla spesa sanitaria pubblica riaccendono i riflettori sulle difficoltà strutturali del Servizio sanitario nazionale, lanciando un segnale d'allarme che risuona con particolare forza nel Mezzogiorno. A intervenire con fermezza è Bruno Zuccarelli, presidente dell'Ordine dei medici chirurghi e degli odontoiatri di Napoli e provincia, che invita a non disperdere gli importanti risultati faticosamente raggiunti dalla Regione negli ultimi anni. L'analisi stilata da Gimbe evidenzia un divario economico preoccupante rispetto al resto d'Europa. Nel 2025 la spesa sanitaria pubblica in Italia si è attestata al 6,2% del Pil, posizionandosi nettamente al di sotto della media dei Paesi Ocse ed europei, pari al 7,1%. In termini pro capite, la sforbiciata rispetto agli standard del Continente si traduce in una voragine che supera i 36 miliardi di euro complessivi. Una flessione finanziaria che costringe le singole Regioni a una sfida complessa e contraddittoria: dover garantire l'erogazione dei Livelli essenziali di assistenza (Lea) mantenendo, al contempo, un rigido equilibrio di bilancio. Un quadro che rischia di penalizzare un territorio in forte ripresa. “Per la Campania questo tema assume un significato particolare”, evidenzia Zuccarelli. “Gli ultimi dati disponibili sui Lea hanno certificato il ritorno della nostra Regione tra quelle adempienti, insieme a Puglia e Sardegna, uniche realtà del Mezzogiorno a raggiungere gli standard previsti. È un risultato che va riconosciuto, ma che non può indurci a pensare che tutti i problemi siano risolti”. La preoccupazione principale riguarda la tenuta del sistema a lungo termine. Il timore espresso dai camici bianchi è che un definanziamento cronico possa frenare il percorso di convergenza del Sud, proprio mentre la Campania è chiamata ad accelerare su nodi cruciali come la riduzione delle liste d'attesa, il potenziamento della rete territoriale, l'accessibilità alle cure e la gestione dell'invecchiamento della popolazione. “La sanità campana deve continuare a migliorare”, incalza il presidente dell'Ordine. “Tutto questo richiede organizzazione e capacità gestionale, ma richiede inevitabilmente anche risorse adeguate e personale. Investire nella sanità pubblica significa investire nei professionisti, nelle strutture, nella prevenzione e nell'assistenza territoriale. Ma soprattutto significa evitare che la qualità delle cure dipenda dal luogo nel quale una persona nasce o vive”. © RIPRODUZIONE RISERVATA ---End text--- Author: Renato Casella Heading: Highlight: Image:Nel riquadro il presidente dell’Ordine dei medici Zuccarelli -tit_org- Spesa sanitaria bassa, allarme dei medici -sec_org- tp:writer§§ Renato Casella guid§§ http://gimbe.telpress.it/news/2026/09/05/2026090501650204660.PDF §---§ title§§ «La sanità è sotto pressione, ma abbiamo invertito il trend» link§§ http://gimbe.telpress.it/news/2026/09/05/2026090501755605846.PDF description§§

Estratto da pag. 6 di "LE CRONACHE LUCANE" del 05 Sep 2026

pubDate§§ 2026-09-05T04:19:00+00:00 arguments§§ http://gimbe.telpress.it/news/2026/09/05/2026090501755605846.PDF category§§ GIMBE subcategory§§ {'domain': ''} source§§ {'href': 'http://gimbe.telpress.it/news/2026/09/05/2026090501755605846.PDF', 'title': 'LE CRONACHE LUCANE'} tp:url§§ tp:attach_fn§§ http://gimbe.telpress.it/news/2026/09/05/2026090501755605846.PDF tp:ocr§§ L’onorevole Cappellacci, presidente della Commissione Affari Sociali e Salute, in esclusiva a Cronache per fare il punto sulle riforme e sul Servizio sanitario «La sanità è sotto pressione, ma abbiamo invertito il trend» DI VITO ERRICHETTI U go Cappellacci, deputato di Forza Italia ed ex presidente della Regione Sardegna, dal 2022 guida la Commissione Affari Sociali e Salute di Montecitorio: l'organismo parlamentare che negli ultimi anni ha portato avanti dossier come la riforma delle liste d'attesa, la stretta sui cosiddetti "medici gettonisti" e, ora, la legge delega sulla riforma delle professioni sanitarie.Il recente report Gimbe ha riacceso il dibattito sulla sanità pubblica italiana, descrivendo un sistema sotto pressione, sottofinanziato rispetto alla media europea e ultimo tra i paesi del G7 per spesa sanitaria in rapporto al PIL. Cronache ha raggiunto in esclusiva l'onorevole Cappellacci per fargli alcune domande su questi temi: dallo stato di salute del Servizio Sanitario Nazionale alle liste d'attesa, dal nodo del personale medico alle priorità per la prossima manovra. Il report Gimbe parla di un sistema sanitario sotto pressione. È d'accordo con questa lettura? «Il sistema sanitario italiano è certamente sotto pressione. Questo è dovuto al fatto che, purtroppo, in passato è stato oggetto, oltre che di un definanziamento — sono stati tagliati 35 miliardi negli ultimi 15 anni, prima del 2022 — soprattutto non si è avuta la capacità di immaginare quello che stava succedendo, ovvero una domanda di sanità che cambia in funzione del fatto che l'età media della popolazione aumenta, e quindi aumentano i bisogni sul territorio, aumentano le cronicità rispetto alle acuzie. Il nostro era un sistema ospedalocentrico che doveva invece andare verso un rafforzamento della componente territoriale. Questo non è avvenuto, e a questo si è aggiunto il Covid che, ovviamente, è stato uno scossone le cui conseguenze si pagano anche dopo, con esami rinviati e liste d'attesa ulteriormente aggravate. E quindi abbiamo ereditato uno stato della sanità che era nel pieno della tempesta, nell'occhio del ciclone. Si è ripartiti, si sono fatti, secondo me, passi in avanti, ma c'è ancora molto da fare. Questo va detto onestamente. D'altra parte la situazione era tale, la pressione è tale, la situazione è tale oggi, che non si può certo pensare di risolvere i problemi negli ultimi pochi anni. Il Fondo Sanitario Nazionale, cioè le risorse pubbliche per la sanità, arriverà a 143 miliardi nel 2026, più 7 miliardi sull'anno scorso — la cifra più alta mai investita in sanità. Il problema però non è solo e tanto quanto si investe: potremmo avere, come dire, risorse illimitate in linea teorica, ma non si risolvono i problemi se non si affrontano i nodi, e quindi se non si interviene con le riforme». Il cittadino può aspettarsi miglioramenti concreti dalle riforme avviate, ad esempio sulle liste d'attesa? «Faccio il caso delle liste d'attesa, che è uno dei problemi che stanno più a cuore ai cittadini perché toccano la pelle viva del cittadino. Tutti si scontrano con questo problema. Ebbene, le liste d'attesa sono state oggetto di una riforma fatta ormai un anno e mezzo fa, quasi due anni fa, che cambia radicalmente le cose e consente al governo nazionale di avere la disponibilità dei dati. Cosa voglio dire con questo? Che sì, fino a ieri, senza i dati, il governo non era in grado di intervenire in modo efficace, soprattutto sulle risorse che venivano mandate alle regioni, perché non dimentichiamo che la gestione della sanità è regionale, mentre il quadro normativo di finanziamento è nazionale. Senza quei dati non si poteva intervenire dove c'erano le criticità. Oggi le cose stanno cambiando. Le regioni che sono state in grado già di trasferire tutte le informazioni necessarie hanno fatto registrare miglioramenti. Le prestazioni sanitarie sono aumentate di 1 milione e 600mila nell'ultimo anno rispetto al precedente. Quindi ci sono dei miglioramenti. Come ho detto prima, questo non significa evidentemente che sia tutto risolto. C'è an cora molto lavoro da fare». Si è parlato molto dei "gettonisti", i medici a chiamata pagati dagli ospedali per coprire i turni scoperti, a costi alti. Lei dice che il fenomeno è stato superato: se sì, come ci siete riusciti? «Il fenomeno è stato arginato, non superato. Sono state emanate delle norme che hanno vietato una situazione che arrivava a degli assurdi, perché c'erano medici che lavoravano fianco a fianco: uno che era strutturato dentro quel reparto, che peraltro aveva il controllo della situazione proprio perché strutturato lì, e uno che arrivava d'aiuto, con il paradosso che quest'ultimo prendeva tre volte tanto quello che lavorava normalmente lì. È evidente che questo è uno squilibrio che non si poteva tollerare, uno squilibrio che peraltro faceva scappare i medici. Quindi si è arginato questo fenomeno e si sta cercando di aumentare le assunzioni; sono state investite risorse per aumentare le assunzioni. Il problema dei medici — si dice spesso che mancano medici — in realtà, in termini assoluti, non mancano, perché il numero di medici rispetto alla popolazione in Italia è più alto della media, o comunque sopra la media europea. Il problema è che mancano medici in determinate specializzazioni e in determinate realtà. Quindi si sta lavorando per cercare di incentivare proprio quelle situazioni in cui ci sono difficoltà». Gimbe sostiene che nel 2025 l'Italia ha speso in sanità il 6,2% del PIL, ultima nel G7, con un gap di 36 miliardi rispetto all'Europa. Come spiega questo divario? «36 miliardi, caso vuole, corrisponde esattamente ai tagli che ci sono stati nei quindici anni precedenti all’entrata in carica di questo governo. Questo non è un taglio, ma una differenza nominale che deriva da una valutazione statistica. I numeri vanno letti per intero: nel 2026 siamo arrivati al 6,4% del PIL e l’Italia è tra i Paesi con le migliori performance sanitarie, superiori alla media OCSE. L’aspettativa di vita è tra le più alte, 83,5 anni. Questo dimostra che la qualità della sanità non dipende solo dalle risorse, ma anche dalla qualità dei professionisti e dall’organizzazione del sistema».C'è qualcosa, nelle critiche di Gimbe o delle opposizioni, che considera comunque fondato, anche se non ne condivide le conclusioni? «Guardi, io credo che la sanità sia un tema così importante e cruciale per la vita, per il futuro dell'Italia, per il bene dei cittadini, che dovrebbe essere sottratto a quelle che sono spesso polemiche strumentali e talvolta addirittura propaganda. Io sento il PD rivendicare la necessità di aumentare il finanziamento sino alla media europea. Però a questo punto faccio una domanda al PD: quando erano loro al governo, con l'ultimo governo Draghi — c'erano anche loro dentro quel governo — la spesa per il 2025 per il fondo sanitario era stata programmata al 6,2% e al 6%. Allora la domanda che faccio è: ma perché quando ci sono loro tutto quello che indicano si debba fare, quando non ci sono non lo hanno fatto?» Guardando alla legge di bilancio 2027, quali sono le sue priorità come presidente della Commissione Affari Sociali e Salute? «Guardi, ci sono alcune priorità. La prima è quella di intervenire ulteriormente su tutto il personale sanitario, cioè le condizioni di lavoro vanno migliorate sia in termini organizzativi che di risultato economico. La seconda: dobbiamo continuare a investire — l'abbiamo fatto, abbiamo aumentato e invertito il trend — dobbiamo continuare a investire sulla prevenzione, primaria e secondaria. Quindi stile di vita, qualità della vita, screening, diagnosi precoci. Perché il Servizio Sanitario Nazionale è un sistema d'eccellenza, ha la caratteristica dell'universalità, e questo è quasi un unicum rispetto a molti paesi, però non può reggere all'infinito. E quindi, per reggere, bisogna intervenire prima che la malattia si manifesti. Io credo che questi aspetti — attenzione al personale sanitario, prevenzione e medicina territoriale — siano i tre cardini principali». Ultima domanda: che voto darebbe alla sanità italiana di oggi rispetto a quattro anni fa, e cosa manca ancora? «A qu attro anni fa alla sanità italiana avrei dato un 5. Oggi alla sanità italiana do un 6,5. Manca arrivare almeno all'8. Il lavoro che si è impostato è indirizzato a quel risultato. Ma credo che la sanità italiana e gli italiani, soprattutto per quella che è l'eccellenza della nostra qualità, degli operatori medici, della scienza italiana, di tutti gli operatori sanitari, meritino anche di arrivare all'eccellenza. Magari mi ci posso far sognare... il 10». ---End text--- Author: Redazione Heading: Highlight: Image:_ Ugo Cappellacci -tit_org- «La sanità è sotto pressione, ma abbiamo invertito il trend» -sec_org- tp:writer§§ REDAZIONE guid§§ http://gimbe.telpress.it/news/2026/09/05/2026090501755605846.PDF §---§ title§§ Oltre a quanto spendiamo della sanita guardiamo pure quanta salute ci restituisce link§§ http://gimbe.telpress.it/news/2026/09/05/2026090501928102323.PDF description§§

Estratto da pag. 18 di "LIBERO" del 05 Sep 2026

pubDate§§ 2026-09-05T01:53:00+00:00 arguments§§ http://gimbe.telpress.it/news/2026/09/05/2026090501928102323.PDF category§§ GIMBE subcategory§§ {'domain': ''} source§§ {'href': 'http://gimbe.telpress.it/news/2026/09/05/2026090501928102323.PDF', 'title': 'LIBERO'} tp:url§§ tp:attach_fn§§ http://gimbe.telpress.it/news/2026/09/05/2026090501928102323.PDF tp:ocr§§ Oltre a quanto spendiamo della sanità guardiamo pure quanta salute ci restituisce Le analisi catastrofiste si concentrano sui fondi da aumentare Ma dall’aspettativa di vita alla cura dei tumori, il nostro sistema fa molto meglio di Paesi che ne stanziano di più: è bene ricordarlo Ogni autunno, in prossimità della legge finanziaria, si riaccende il tema della Sanità italiana in termini di miliardi in più o in meno, di percentuale del Pil, con il ricorrente confronto con Francia, Germania o Spagna. La fotografia diffusa dalla Fondazione Gimbe è chiara: nel 2025 la spesa sanitaria pubblica italiana è stata pari al 6,2% del Pil, contro il 7,1% della media dei Paesi europei dell’Ocse. Il divario, secondo Gimbe, vale oltre 36 miliardi di euro rispetto alla media europea. Dati che devono far riflettere, avendo il nostro Servizio Sanitario Nazionale bisogno di risorse adeguate e di una programmazione stabile. Ma, forse, ci siamo abituati a misurare la Sanità quasi esclusivamente attraverso ciò che costa, e troppo poco attraverso ciò che produce. Dovremmo avere il coraggio di discutere non solo di quanto spendiamo, ma di quanta salute restituiamo con quei soldi ai cittadini. Il rischio è che, parlando solo di miliardi mancanti, venga disegnato un Paese con una Sanità diffusamente carente, esclusivamente in difficoltà, della quale fidarsi poco. Proviamo a raccontare la Sanità italiana con altri numeri. DATI POSITIVI Nel 2025 la speranza di vita è arrivata a 81,7 anni per gli uomini e 85,7 per le donne. Siamo tra i Paesi europei più longevi. Dietro questo dato ci sono decenni di prevenzione, vaccinazioni, capacità diagnostica, cure ospedaliere, ricerca, innovazione e, soprattutto, migliaia di professionisti che ogni giorno fanno funzionare il sistema. L’Ocse ci consegna un altro dato interessante: la mortalità prevenibile in Italia - cioè, in sostanza, i decessi che si sarebbero potuti evitare grazie a interventi di sanità pubblica efficaci - è di 93 casi ogni 100mila abitanti, contro i 145 della media Ocse. Nel 2025 in Italia sono state stimate circa 390mila nuove diagnosi di cancro. Negli ultimi dieci anni i decessi oncologici sono diminuiti del 9%, con riduzioni significative per il tumore del polmone e per quello del colon retto. Non solo: per alcuni dei tumori più frequenti (mammella, colon retto), la sopravvivenza a cinque anni è superiore alla media europea. Nel 2025 l’Italia ha realizzato 4.678 trapianti di organo: il numero più alto mai raggiunto, siamo i secondi tra i grandi Paesi europei, dietro la Spagna e davanti a Francia, Regno Unito e Germania. Sono numeri che non vogliono raccontare una Sanità perfetta, ma una Sanità che ottiene risultati migliori di Paesi che apparentemente spendono di più. È indubbio che ciò che non funziona va criticato e corretto, ma quello che funziona merita di essere studiato, misurato e replicato. Serviranno più soldi per adeguare il sistema e renderlo costantemente competitivo: soprattutto davanti alla trasformazione demografica, dovremo prevenire meglio, diagnosticare prima. Dovremo mantenere più a lungo l’autonomia delle persone, gestire meglio le malattie croniche e portare l’assistenza vicino alle persone fragili e tanto altro. In altre parole, dovremo fare in modo che agli anni conquistati dalla medicina corrispondano il maggior numero possibile di anni vissuti in buona salute. Ed è qui che, a mio avviso, la politica sanitaria dovrebbe cambiare prospettiva. Ogni anno discutiamo di quanto aumenta il Fondo sanitario nazionale. Dovremmo discutere anche di quali e quanti risultati ci aspettiamo da quell’aumento. Se spendiamo di più per gli screening, quante diagnosi precoci in più otteniamo? Se investiamo nelle vaccinazioni degli anziani, quanti ricoveri e quante complicanze evitiamo? Se rafforziamo la medicina territoriale, quanti accessi e ricoveri non necessari si evitano? Se introduciamo una nuova terapia oncologica, quanti mesi o anni di vita in buona salute restituiamo ai pazienti? Sono queste le domande che dovrebbero accompagnare ogni investimento. Non per trasformare la medicina in una questione puramente economica. Al contrario: per riportare la persona al centro della contabilità sanitaria. Siamo già abituati a misurare quanti soldi spendiamo, quanto personale abbiamo e quanti posti letto. Abbiamo poi uno strumento prezioso per misurare siti delle cure attraverso il Programma Nazionale Esiti di Agenas, che analizza indicatori relativi alla qualità e all’efficacia dell’assistenza di strutture e territori. Sappiamo già misurare gli esiti, e il salto che farà la differenza sarà trasformare quei dati in un bilancio annuale della salute dei cittadini. Non basta dire che gli italiani vivono a lungo: dobbiamo sapere dove e perché. Non basta sapere che abbiamo il record dei trapianti: dobbiamo capire quali competenze e investimenti lo hanno permesso. Non basta sapere che la mortalità per alcuni tumori diminuisce: dobbiamo capire quali politiche hanno contribuito al risultato e come portarle dove non arrivano. Un governo, in questa circostanza, non dovrebbe essere giudicato solo per quanti miliardi ha destinato al Fondo sanitario. E le opposizioni non dovrebbero limitarsi in Parlamento a chiedere quanti miliardi in più servirebbero, citando esclusivamente eventi negativi. Tutti dovrebbero, e potrebbero, rispondere alla stessa domanda: gli italiani stanno meglio? RITUALE DA EVITARE E non significa affatto archiviare il problema delle risorse: se chiediamo alla Sanità di affrontare una popolazione che invecchia, nuove cronicità e terapie innovative, non possiamo pensare di farlo senza investimenti adeguati. Ma dobbiamo evitare il rituale per cui ogni autunno la Sanità diventa una gara a chi pronuncia per primo la cifra più alta. I miliardi sono necessari, ma non sono il risultato. Risultati sono le vite salvate, le malattie prevenute, gli anni vissuti in buona salute. Risultati sono le condizioni di lavoro del personale e la loro sicurezza. L’Italia ha una Sanità che presenta problemi, ma anche risultati di cui essere orgogliosi. La sfida vera è capire perché alcune cose funzionano e fare in modo che funzionino per tutti. * Direttore dell’Unità di Chirurgia Colorettale dell’IRCCS Ospedale San Raffaele di Milano, professore ordinario di chirurgia generale all’Università Vita-Salute San Raffaele. È stato viceministro della Salute nei governi Conte II (settembre 2019 - febbraio 2021) e Draghi (marzo 2021-otto¦ bre 2022) ---End text--- Author: PIERPAOLO SILERI* Heading: Highlight: LA VERA SFIDA Serviranno soldi per mantenere il sistema competitivo, ma la sfida vera è capire perché alcune cose funzionano e far sì che funzionino per tutti GIUDIZI EQUILIBRATI È indubbio che ciò che non funziona va criticato e corretto, ma quello che funziona merita di essere studiato, misurato e replicato Sanità pubblica, i numeri da primato Speranza di vita Uomini 81,7 ITALIA 85,7 78,9 Media Ue Decessi oncologici Negli ultimi anni diminuiti del 9% (con riduzioni signi?cative per il tumore del polmone e del colon-retto) Donne 84,1 Trapianti di organo ITALIA 4.678 2.347 Rene 1.770 Fegato 461 Cuore (+11,6%) Mortalità prevenibile Classi?ca europea (decessi evitabili grazie a interventi di sanità pubblica ef?caci) Casi ogni 100mila abitanti Donatori per milione di abitanti (pmp) 93 145 ITALIA 29,8 Francia 27,6 Regno Unito ITALIA Media Ocse 51,9 Spagna Germania 20,8 11,2 Image: -tit_org- Oltre a quanto spendiamo della sanita guardiamo pure quanta salute ci restituisce -sec_org- tp:writer§§ PIERPAOLO SILERI* guid§§ http://gimbe.telpress.it/news/2026/09/05/2026090501928102323.PDF §---§ title§§ Intervista a Michele Gubitosa - Gubitosa (M5s) «Solo lacrime e sangue Cosa c'è da festeggiare?» link§§ http://gimbe.telpress.it/news/2026/09/05/2026090501997403172.PDF description§§

Estratto da pag. 4 di "QUOTIDIANO NAZIONALE" del 05 Sep 2026

Il vicepresidente 5 Stelle: da Meloni solo finti record «Primarie? Siamo abituati al confronto con la base»

pubDate§§ 2026-09-05T02:18:00+00:00 arguments§§ http://gimbe.telpress.it/news/2026/09/05/2026090501997403172.PDF category§§ GIMBE subcategory§§ {'domain': ''} source§§ {'href': 'http://gimbe.telpress.it/news/2026/09/05/2026090501997403172.PDF', 'title': 'QUOTIDIANO NAZIONALE'} tp:url§§ tp:attach_fn§§ http://gimbe.telpress.it/news/2026/09/05/2026090501997403172.PDF tp:ocr§§ Gubitosa (M5s) «Solo lacrime e sangue Cosa c’è da festeggiare?» Il vicepresidente 5 Stelle: da Meloni solo finti record «Primarie? Siamo abituati al confronto con la base» ROMA Michele Gubitosa, deputato M5s, il governo Meloni ha raggiunto il record di esecutivo più longevo e festeggia… «Cosa c’è da festeggiare? Tutti vogliamo un rating migliore, ma dipende come ci si arriva: se fai manovre lacrime e sangue una società di rating che ti dà un bacio in fronte prima o poi la trovi. È la solita arma di manipolazione e di distrazione di massa, non vogliamo un record di giorni ma un record di fatti. I fatti sono che ci troviamo davanti all’aumento dei poveri, al crollo del potere di acquisto, alla produzione industriale ferma da anni, alla crescita che rasenta lo zero e la fondazione Gimbe ci ha detto che ci mancano 36 miliardi di investimenti in sanità pro capite per raggiungere la media Ue». Sulla legge elettorale farete muro con le altre opposizioni? «Si, il governo sta adeguando la legge elettorale agli scenari politici, come si fa con un menu a la carte. Meloni vuole cambiare le regole in corsa, con l’introduzione di un eventuale ballottaggio, per arginare l’ascesa di Vannacci. La premier guarda i sondaggi e cambia la legge elettorale, è normale questo in un paese democratico?». Veniamo al campo largo, le primarie per la scelta del leader si fanno o no? «In questo momento il nostro impegno è quello di costruire un’alternativa al peggior governo che l’Italia abbia mai avuto e di definire un programma che risponda alle esigenze dei cittadini. Per quanto riguarda la leadership siamo favorevoli alle primarie, sono un esercizio di democrazia e un percorso partecipato che si contrappone a chi fa decidere tutto alle segreterie di partito. Oggi sembrano l’unica strada percorribile e non ci tireremo indietro: l’obiettivo non è l’ambizione personale di un singolo leader, bensì creare un progetto condiviso». È un ‘rito’ che è nel Dna di un altro partito, il Pd… «Sì ma posso dirle una cosa? Noi veniamo anche da una comunità che, tramite le parlamentarie, sceglieva i candidati in Parlamento. Siamo abituati ad un confronto continuo con la base». Ma non c’è il rischio che le primarie siano divisive? E poi, siamo sicuri, che in caso non vinca Giuseppe Conte, gli elettori M5s vi seguiranno? «Le chiedo: non è più divisivo decidere un leader a tavolino? La comunità Cinquestelle ha dimostrato serietà e lealtà, se le regole sono chiare e la partecipazione democratica è garantita, accetterà qualunque leader vinca. Detto questo non diciamo primarie o morte, l’obiettivo è il progetto condiviso. E aggiungo: non penso che in questo momento il primo problema degli italiani sia la definizione delle regole delle primarie del campo progressista». Ci sono grandi distanze, sulla politica estera, all’interno della coalizione, questo non la preoccupa? «Adesso stiamo chiudendo il percorso di Nova, che ha coinvolto già 16mila persone, di cui la metà non iscritti al M5s, con loro stiamo scrivendo la parte tematica, poi ci confronteremo con gli altri alleati e sono certo, non negando le divergenze che possono esserci, che troveremo una sintesi. Sull’Ucraina faccio una premessa: se oggi la linea del governo è quella delle armi noi auspichiamo che con nuovo governo ci sia una discontinuità anche su questo». Quella di un ‘Papa straniero’ per guidare la coalizione è un’opzione? «Sono discussioni agostane, al momento l’unica strada è la partecipazione più ampia possibile dei cittadini che scelgono il leader con le primarie». Veronica Passeri © RIPRODUZIONE RISERVATA ---End text--- Author: Veronica Passeri Heading: Highlight: Image:Michele Gubitosa, deputato e vicepresidente del Movimento 5 Stelle -tit_org- Intervista a Michele Gubitosa - Gubitosa (M5s) «Solo lacrime e sangue Cosa c’è da festeggiare?» -sec_org- tp:writer§§ VERONICA PASSERI guid§§ http://gimbe.telpress.it/news/2026/09/05/2026090501997403172.PDF §---§ title§§ La cura dell'altro riguarda anche la politica = La politica e la cura dell'altro link§§ http://gimbe.telpress.it/news/2026/09/05/2026090502218901279.PDF description§§

Estratto da pag. 11 di "REPUBBLICA" del 05 Sep 2026

pubDate§§ 2026-09-05T01:11:00+00:00 arguments§§ http://gimbe.telpress.it/news/2026/09/05/2026090502218901279.PDF category§§ GIMBE subcategory§§ {'domain': ''} source§§ {'href': 'http://gimbe.telpress.it/news/2026/09/05/2026090502218901279.PDF', 'title': 'REPUBBLICA'} tp:url§§ tp:attach_fn§§ http://gimbe.telpress.it/news/2026/09/05/2026090502218901279.PDF tp:ocr§§ La cura dell’altro riguarda anche la politica La politica e la cura dell’altro ome scrive Pessoa nel Libro dell’inquietudine, noi siamo due abissi: un pozzo che guarda il cielo. A Ravenna per un dibattito alla Festa dell’Unità, ho avuto una grande fortuna. Ho alloggiato in un minuscolo hotel, l’Albergo del cuore: solo dieci stanze, semplici ma deliziose, la sala ristorante arredata e curata come il salotto di casa, un giardinetto interno pieno di piante e di fiori. Ma il bello non è questo: è che questa preziosa “oasi protetta” nella città, più che un posto per dormire, è un luogo di riscatto morale. Un progetto per le persone fragili, quattordici ragazzi con disabilità che dal 2024, accompagnati da tre tutor, hanno iniziato a dare una mano, a collaborare e a inserirsi gradualmente nella struttura. C’è Elia, che vuole stare in reception e spera un giorno di avere una casa tutta sua da condividere con la fidanzata Giulia. C’è Paula, che ha fatto la cuoca, si trova bene al bar e adesso sente che questo lavoro le dà forza ed energia. A continua a pagina 11 C Q segue dalla prima ci sono tutti gli altri, ognuno con un suo sogno da inseguire e un suo futuro da costruire. A stare in quel posto, sia pure per poche ore, mi è sembrato di abitare un altro mondo. Davvero un “mondo al contrario”. Un mondo al contrario rispetto ai deliri di un generale, che mentre Elia e Paula provano a sfondare il tetto di cristallo dell’esclusione e del pregiudizio propone per loro il ritorno alle “classi differenziali”, cioè quei ghetti infami faticosamente aboliti dalle scuole con due leggi del 1977 e del 1992. Rispetto alle follie razziste ed eugenetiche della destra neo-nazista tedesca, che vuole segregare disabili e migranti in appositi “istituti speciali” e che domani potrebbe vincere le elezioni in Sassonia-Anhalt. Rispetto alle miserie ordinarie della politica, che mentre tutto questo e molto altro succede si auto-celebra ballando una taranta e si auto-distrugge inseguendo una poltrona. E anche rispetto alle tragedie quotidiane della cronaca, che ci sbatte in faccia ogni giorno storie di famiglie devastate dalla sofferenza e dalla solitudine. Calvari di cui nessuno si occupa, se non quando c’è da riconoscere i corpi, da fare esami autoptici, da ascoltare le rituali testimonianze dei vicini, “erano brave persone sempre gentili e sempre sorridenti”, poi da organizzare i funerali e infine da piangere le solite lacrime di coccodrillo. Abissi, appunto. Sui quali nessuna “autorità competente” e nessuna istituzione pubblica hanno ormai più il coraggio di affacciarsi, perché si specchierebbero nella loro ignavia e nella loro indifferenza. Quel “da soli non ce la facciamo”, come ha raccontato qui Alessia Candito, non è più solo la preghiera disperata di Luca Abbasciano e Valentina Pambianco, che a Pietralata preferiscono uccidersi insieme alla figlioletta Bianca malata incurabile, piuttosto che continuare a spremere qualche stilla d’amore da una vita che è ormai soltanto un grumo di puro dolore. È un grido di rabbia che diventa hashtag virale, che rompe il tempo e lo spazio e che bussa alle nostre coscienze inorridite e intorpidite. Sono le urla del silenzio che adesso sembrano risuonare tutte insieme. A Ostia, dove un figlio si butta dal balcone dopo aver soffocato con un cuscino la madre ottantatreenne ammalata. A Centocelle, dove un adolescente di sedici anni con problemi mentali ammazza di botte la madre. A Potenza, dove un altro giovane trentunenne uccide a pugni in faccia la sua, dopo un breve periodo di terapie dei servizi sociali. A Finale Ligure, dove un altro padre che ha appena perso i genitori per l’Alzheimer spara a sua moglie e al suo unico figlio quattordicenne, poi scrive qualche biglietto d’addio, si punta la pistola alla tempia e preme il grilletto. Nelle piazze e nei talk-show gli impresari della paura e dell’odio come leve del consenso continuano a spargere parole al vento, mentre qui ancora una volta irrompe la brutale materialità della E vita (e in questi casi della morte). Di nuovo: non una sola tragedi a in cui non si senta qualcuno ripetere “non abbiamo mai sospettato nulla” o “erano una famiglia unitissima”. Disabilità congenite, malattie degenerative, disturbi psichici. C’è anche qui un popolo di invisibili che nessuno conosce, che sfiorisce nel disagio e che patisce a ogni ora del giorno e della notte. In Italia le persone disabili sono quasi 13 milioni. Di queste, 3 milioni sono in condizioni gravi, oltre 1,5 milioni hanno più di 75 anni, quasi 359mila sono bambini che frequentano le scuole, mentre più del doppio non possono fare neanche questo. Un terzo di questi esseri umani vive solo. Agli altri, con sacrifici indicibili, provvedono i familiari. E qui c’è un altro popolo di invisibili, di cui ha scritto Claudia de Lillo: i caregiver, che per affetto o dovere, pietà o necessità, sono pronti a fare la sola cosa che conta in un’intera esistenza, come insegnava Luigi Pintor in Servabo, inchinarsi su chi è appena caduto, e lasciare che cingendoti il collo si possa rialzare. Sono 12 milioni e assistono chi ha bisogno da soli, perché mancano le strutture pubbliche e le reti sociali. Per tutta questa umanità — che resiste e combatte, chiede dignità e ascolto — lo Stato spende 28 miliardi l’anno: ma sono quasi tutte pensioni, per i servizi restano poco o niente. Mia cugina, col suo Lillo, uno splendido ragazzone autistico, ha fondato anni fa l’associazione Siamo delfini: organizzano iniziative bellissime, frutto solo della loro passione e della loro abnegazione. La cura dell’altro ci riguarda tutti. Ma la politica ha un dovere in più. Fissare le priorità, indirizzare le risorse. Tre giorni fa — mentre fervevano i preparativi per la surreale “festa della longevità” meloniana e impazzavano i diversivi sulla legge elettorale e sulle primarie — la Fondazione Gimbe ha annunciato che la spesa sanitaria è crollata al 6,2% del Pil, contro l’11 della Germania. Siamo quasi ultimi nella Ue (ci ha superato pure la Slovacchia) e ultimi nel G7. Dal 2011 il Servizio sanitario nazionale ha subito 36 miliardi di tagli. Nino Cartabellotta ha spiegato che «il prezzo più alto lo pagano i cittadini, tra liste d’attesa fuori controllo, pronto-soccorso al collasso, carenza di medici di famiglia, disuguaglianze territoriali e crescente ricorso alla spesa privata». Questo fa ancora più male: la cura è una missione da eroi, per chi non ha soldi né santi in paradiso. Ma è un affare da ricchi, per chi si può permettere polizze assicurative, cliniche, terapie a domicilio. Mercoledì scorso, quando sono usciti questi numeri drammatici, i tg di Raiuno e Raidue non hanno dato la notizia: per non disturbare i manovratori, impegnati a stilare la lista dei successi di Giorgia e la ricetta dei panzerotti per la kermesse pugliese. Così anche questo allarme è solo un’altra voce dal deserto. Come quell’accorato “da soli non ce la facciamo più”, che commuove noi ma non smuove il Palazzo. Mentre finisco di scrivere, all’Albergo del cuore hanno preparato un piccolo rinfresco. Chiedo il motivo. «Festeggiamo una coppia che si è appena sposata», mi rispondono sorridendo. C’è un’aria di sobrietà, di serenità e di solidarietà, in questo “mondo al contrario”. Dei rumori e dei rancori di “fuori”, neanche un’eco lontana. ---End text--- Author: MASSIMO GIANNINI Heading: Highlight: Image: -tit_org- La cura dell'altro riguarda anche la politica La politica e la cura dell'altro -sec_org- tp:writer§§ Massimo Giannini guid§§ http://gimbe.telpress.it/news/2026/09/05/2026090502218901279.PDF §---§ title§§ Sottofinanziamento sanità, allarme di Zuccarelli link§§ http://gimbe.telpress.it/news/2026/09/05/2026090501755805844.PDF description§§

Estratto da pag. 8 di "ROMA" del 05 Sep 2026

Sottofinanziamento sanità, allarme di Zuccarelli

pubDate§§ 2026-09-05T04:19:00+00:00 arguments§§ http://gimbe.telpress.it/news/2026/09/05/2026090501755805844.PDF category§§ GIMBE subcategory§§ {'domain': ''} source§§ {'href': 'http://gimbe.telpress.it/news/2026/09/05/2026090501755805844.PDF', 'title': 'ROMA'} tp:url§§ tp:attach_fn§§ http://gimbe.telpress.it/news/2026/09/05/2026090501755805844.PDF tp:ocr§§ IL PRESIDENTE DELL’ORDINE DEI MEDICI: «GLI ULTIMI DATI SONO UN CAMPANELLO D’ALLARME PER LA CAMPANIA, POSSONO FRENARE IL RECUPERO» Sottofinanziamento sanità, allarme di Zuccarelli NAPOLI. «I dati diffusi dalla Fondazione Gimbe sul finanziamento della sanità pubblica sono un campanello d'allarme soprattutto per la Campania. La nostra Regione ha compiuto negli ultimi anni uno sforzo importante per recuperare terreno sul fronte dei Livelli essenziali di assistenza. Ora questo percorso deve essere consolidato, non messo a rischio da risorse insufficienti». Lo afferma Bruno Zuccarelli, presidente dell'Ordine dei Medici Chirurghi e degli Odontoiatri di Napoli e provincia, commentando l'analisi della Fondazione Gimbe sulla spesa sanitaria pubblica italiana. Nel 2025, secondo i dati elaborati dalla Fondazione, la spesa sanitaria pubblica italiana si è fermata al 6,2% del Pil, contro il 7,1% della media dei Paesi Ocse ed europei. In termini di spesa pro capite, il divario dell'Italia rispetto alla media europea supera complessivamente i 36 miliardi di euro. Un ritardo che, secondo Gimbe, mette le Regioni di fronte a una pressione crescente: garantire i Livelli essenziali di assistenza mantenendo contemporaneamente l'equilibrio dei conti. «Per la Campania – sottolinea Zuccarelli – questo tema assume un significato particolare. Gli ultimi dati disponibili sui Lea hanno certificato il ritorno della nostra Regione tra quelle adempienti, insieme a Puglia e Sardegna, uniche realtà del Mezzogiorno a raggiungere gli standard previsti. È un risultato che va riconosciuto, ma che non può indurci a pensare che tutti i problemi siano risolti». Secondo Zuccarelli, il rischio è che una carenza strutturale di risorse finisca per pesare soprattutto sui territori che hanno ancora maggiori necessità di recuperare divari accumulati negli anni. «La sanità campana deve continuare a migliorare su accessibilità delle cure, tempi di attesa, assistenza territoriale e capacità di rispondere ai bisogni di una popolazione sempre più complessa. Tutto questo richiede organizzazione e capacità gestionale, ma richiede inevitabilmente anche risorse adeguate e personale». Il presidente dell'Ordine richiama in particolare la situazione dei professionisti sanitari: «Non possiamo pensare di difendere il Servizio sanitario nazionale continuando a chiedere a medici, infermieri e operatori di compensare con il proprio sacrificio ciò che manca sul piano strutturale». © RIPRODUZIONE RISERVATA ---End text--- Author: Redazione Heading: Highlight: Image: -tit_org- Sottofinanziamento sanità, allarme di Zuccarelli -sec_org- tp:writer§§ REDAZIONE guid§§ http://gimbe.telpress.it/news/2026/09/05/2026090501755805844.PDF §---§ title§§ Le trasfusioni di sangue per curare gli altri = Carenza di sangue negli ospedali Il caldo estremo frena le donazioni link§§ http://gimbe.telpress.it/news/2026/09/05/2026090501732704605.PDF description§§

Estratto da pag. 23 di "CORRIERE DELLA SERA" del 05 Sep 2026

di Giuseppe Remuzzi C'è stato un calo rispetto al 2025. L'appello del Cns alle associazioni: «Manca il gruppo 0 »

pubDate§§ 2026-09-05T03:07:00+00:00 arguments§§ http://gimbe.telpress.it/news/2026/09/05/2026090501732704605.PDF category§§ POLITICA SANITARIA subcategory§§ {'domain': ''} source§§ {'href': 'http://gimbe.telpress.it/news/2026/09/05/2026090501732704605.PDF', 'title': 'CORRIERE DELLA SERA'} tp:url§§ tp:attach_fn§§ http://gimbe.telpress.it/news/2026/09/05/2026090501732704605.PDF tp:ocr§§ Calo donazioni, è allarme Le trasfusioni di sangue per curare gli altri di Giuseppe Remuzzi Carenzadisanguenegliospedali Ilcaldoestremofrenaledonazioni C’èstatouncalorispettoal2025.L’appellodelCnsalleassociazioni:«Mancailgruppo0+» a pagina 23 Quando manca il sangue a rimetterci sono i pazienti. Lo conferma quanto accaduto all’ospedale San Giovanni di Dio e Ruggi d’Aragona di Salerno, dove sono state sospese le attività chirurgiche e cliniche non urgenti. Pochi giorni fa, l’appello del Centro nazionale sangue (Cns) per la carenza di unità di globuli rossi, in particolare del gruppo 0+. La situazione più critica è infatti in Campania, ma anche in Lazio e Sicilia e il Cns ha chiesto alle associazioni di volontariato uno sforzo straordinario. Cosa sta succedendo? «In estate è fisiologico un calo di donazioni, perché le persone vanno in vacanza — spiega Luciana Teofili, direttore generale del Centro nazionale sangue —. Quest’anno, però, il problema è stato più marcato a causa del caldo estremo. C’è il timore che il prelievo di sangue possa accentuare il malessere dovuto alle alte temperature, anche se non ci sono studi che lo dimostrino». Di solito la grande raccolta avviene entro luglio, per compensare il «deserto» agostano, ma i dati del Cns mostrano che in alcune regioni le unità prodotte sono inferiori a quelle dell’anno scorso. In Italia negli ultimi sette mesi sono state prodotte 1.419.000 sacche, nello stesso periodo del 2025 erano 1.436.000. «La raccolta è organizzata con una programmazione periodica — prosegue Teofili, che è anche docente di Malattie del sangue all’Università Cattolica del Sacro Cuore di Roma —, che tiene conto delle necessità dei nostri pazienti. Per quanto riguarda le emazie concentrate (globuli rossi), negli ultimi anni siamo stati in una situazione di equilibrio, garantito dal fatto che le regioni con eccedenze riforniscono quelle carenti. Per esempio, c’è un accordo tra Piemonte e Sardegna per cui il primo invia regolarmente unità di sangue alla seconda, che ha il problema dei malati di talassemia, la cui forma grave richiede trasfusioni periodiche. Nel 2026, però, anche le regioni tradizionalmente in eccedenza hanno avuto un calo di donazioni, con effetto a cascata sulle altre. Va detto che, dopo il nostro appello, le associazioni si sono attivate e il problema è in via di soluzione». Le donazioni devono essere costanti perché i globuli rossi possono essere conservati solo per una quarantina di giorni. Diverso il discorso del plasma, che viene congelato a bassissime temperature e rimane disponibile per mesi. «Sul plasma, che serve non tanto per le trasfusioni quanto per la produzione di farmaci come le immunoglobuline, l’Italia non è autosufficiente e quindi acquista medicinali plasmaderivati da altri Paesi, in particolare gli Stati Uniti». I donatori italiani sono oltre un milione e seicento mila. Come convincere altre persone? «Occorre promuovere la cultura del dono fin dall’infanzia — chiarisce Luciana Teofili —. La donazione è solidaristica e non remunerata, garantisce controlli periodici gratuiti del proprio stato di salute e la legge riconosce un giorno di riposo dal lavoro. È anche un modo per essere, e sentirsi, buoni cittadini». Si può donare dai 18 ai 65 anni e c’è una leggenda da sfatare: non è vero che serve il digiuno. Unica accortezza, evitare i latticini prima del prelievo. Laura Cuppini © RIPRODUZIONE RISERVATA ---End text--- Author: Laura Cuppini Heading: Highlight: Il caso Salerno All’ospedale sono state sospese le attività chirurgiche e cliniche non urgenti Il trend Dati 2025 Unità di globuli rossi prodotte e trasfuse per regione, gennaio-luglio 2026 +1 Valle d'Aosta -1,7 Piemonte Liguria -5,5 -0,3 Lombardia Trento Friuli V. G. -1,2 -3,3 IN ITALIA -1,1 Emilia Romagna -3,3 Umbria +0,9 -4,7 Abruzzo Campania 1.436.464 -2 nel 2025 -2,8 +2,8 Molise nel 2026 +4 Basilicata Sicilia 1.419.135 +1 Puglia -0,5 -0,8 Fonte: ministero della Salute – Istituto superiore di sanità Incidenza sulla popolazione circa 7,5 ogni 100 abitanti in media 5 donazioni di sangue al minuto -6,7 Lazio Sardegna -1,2 % +2,8 Toscana Marche circa 3 milioni le donazioni di sangue -4,8 Veneto milioni di donatori di cui 1,41 milioni circa periodici 250mila alla prima donazione -1,3 Bolzano Calabria (dati in %) 1,66 consentono di trasfondere 1.748 pazienti al giorno e di trattare con medicinali plasmaderivati migliaia di persone al giorno 63,6 ogni mille abitanti i donatori più generosi (fascia46-55 anni) Poi, chi può donare? Età compresa tra 18 e 70 anni 50 kg il peso corporeo buono stato di salute Quando si può donare? Uomini e donne in età fertile: ogni 3 mesi donne in età fertile: ogni 6 mesi A che serve il sangue donato? da 2 a 10 sacche per un ferito grave in un incidente ?no a 10 sacche per un trapianto di cuore ?no a 40 sacche per un trapianto di fegato da 30 a 50 sacche all’anno per garantire una vita normale a un talassemico CdS Image: -tit_org- Le trasfusioni di sangue per curare gli altri Carenza di sangue negli ospedali Il caldo estremo frena le donazioni -sec_org- tp:writer§§ Laura Cuppini guid§§ http://gimbe.telpress.it/news/2026/09/05/2026090501732704605.PDF §---§ title§§ Non mi fa paura la morte ma il morire = Lasciatemi libero di scegliere come sarà il mio fine vita link§§ http://gimbe.telpress.it/news/2026/09/05/2026090501734104591.PDF description§§

Estratto da pag. 15 di "REPUBBLICA" del 05 Sep 2026

pubDate§§ 2026-09-05T03:07:00+00:00 arguments§§ http://gimbe.telpress.it/news/2026/09/05/2026090501734104591.PDF category§§ POLITICA SANITARIA subcategory§§ {'domain': ''} source§§ {'href': 'http://gimbe.telpress.it/news/2026/09/05/2026090501734104591.PDF', 'title': 'REPUBBLICA'} tp:url§§ tp:attach_fn§§ http://gimbe.telpress.it/news/2026/09/05/2026090501734104591.PDF tp:ocr§§ Non mi fa paura la morte ma il morire fine vita Lasciatemi libero di scegliere come sarà il mio fine vita l voto del Consiglio regionale veneto, che ha approvato una legge sul fine vita, ripropone con forza un tema nello stesso tempo delicatissimo e inderogabile. Estrema delicatezza, complessità e urgenza come tutto ciò che riguarda quel passaggio conclusivo dell’esistenza al quale “nullu homo vivente pò scappare”, come scriveva Francesco nel suo Cantico delle creature. A continua a pagina 15 I Q segue dalla prima elicatissimo per le sue conseguenze, per le modalità d’attuazione, per la concreta possibilità che venga inquinato da interessi e raggiri. Eliminiamo però questi elementi di cui una legge dovrebbe naturalmente tenere conto; qui possiamo isolare il fatto in sé per meglio scrutarlo, se così posso dire, nella sua nudità. Tempo fa si ripeteva spesso quel frammento del pensiero di Epicuro secondo il quale non si deve temere la morte perché quando ci siamo noi la morte non c’è; viceversa, quando c’è la morte non ci siamo noi. Quindi, non ha senso averne paura dal momento che non la incontreremo mai. Brillante ragionamento, però sbagliato. Per molti, compreso me, la vera inquietudine D non è la morte in sé ma il morire, lì è il vero problema. Essendo avanti negli anni ciò che più temo è una lenta agonia attaccato ai tubi, ora cosciente ora no, giornate ridotte alle elementari funzioni fisiologiche, albe e tramonti al di là dei vetri, notti segnate dalle chiamate dei degenti alle infermiere, passi affrettati nel corridoio, la visita mattutina dello specialista che sorride gioviale «Oggi come va?». Come vuole che vada, professore. Le rimbalzo io una domanda: è vita questa? Per un essere umano offeso nel corpo ma che conserva intatta la sua lucidità? Davvero lei definirebbe questa una vita degna d’essere vissuta? Mi chiedo in nome di quale principio profondamente etico si possa infliggere ad un essere umano la peggiore delle torture privandolo della possibilità di decidere da sé il suo destino. Ho davanti agli occhi l’immagine straziante di Mario Monicelli costretto a buttarsi da una finestra per porre fine ad un’esistenza diventata a suo giudizio intollerabile. Dico “a suo giudizio” perché a me pare quello il solo criterio che andrebbe preso in considerazione per una decisione corretta e, dal punto di vista umano, misericordiosa. Nel pieno possesso delle mie facoltà mentali destino questi miei beni a questo e a quello; credo che così si scriva nei testamenti. Allo stesso modo la lucida volontà di un individuo (lucida volontà) dovrebbe essere il solo criterio da rispettare senza costringere nessuno alla tragedia di un suicidio orribile come quello di Monicelli o ad un lungo e costoso viaggio in Svizzera. Il parlamento non decide perché non ha il coraggio di farlo, perché sono tutti alle prese con leggi di immediata convenienza, perché privi, nella maggioranza dei casi, di quella tenuta etica necessaria per maneggiare temi di questa delicatezza. I cattolici (non tutti, per fortuna) si rifugiano dietro la formuletta che la vita è un dono di Dio quindi indisponibile per la volontà dei singoli. C’è una contraddizione logica in questa misera risposta. Quando si dona qualcosa, il donatore si spoglia di una proprietà che da quel momento obbedisce alla volontà del donatario. Formuletta che non vale niente anche per un’altra ragione: il principio vale per chi osserva certi principi religiosi, perché mai dovrebbe valere anche per chi obbedisce ad altri principi, per esempio quelli dell’umana misericordia? Al netto di tutte le profonde diversità, qui accantonate per comodità di ragionamento, vale la regola già dibattuta nel 1974 ai tempi del divorzio: l’istituto del divorzio non obbliga nessuno a divorziare; concede solo di farlo a chi lo desideri. Perché tu, in base a certi tuoi principi, vuoi togliere a me quella possibilità? I miei principi sono diversi dai tuoi, io però rispetto la tua fede, tu non fai altrettanto con la mia. La questione, ripeto, è complicata, così complicata che a volte mi chiedo se d avvero una legge partorita da un parlamento così evidentemente svogliato sarebbe preferibile all’attuale vuoto. Nel vuoto ci si arrangia come si può, si fanno di sotterfugio le cose che non possono essere fatte alla luce del sole. Eppure, la famosa volontà popolare è chiara. Se dobbiamo credere ai sondaggi (mai come in questo caso concordi) la percentuale di chi, all’occorrenza, vorrebbe poter lasciare in modo indolore questa “valle di lacrime” è schiacciante. Si obietta, le cure palliative sono ormai molto efficaci, compresi i farmaci antidolorifici di ultima generazione. È tutto vero, ancora una volta però la risposta manca (scansa) il vero fuoco della questione. Aveva senso tenere la povera Eluana Englaro in quella condizione di semivita in cui per anni è stata costretta? Aveva senso negare al povero Piergiorgio Welby un’uscita rapida e indolore dalla condizione di crudele, vigile, prigionia nella quale il suo male lo costringeva? Attaccato ad un respiratore artificiale perché la distrofia muscolare non gli permetteva di respirare in modo autonomo? In una lettera del settembre 2006 (giusto vent’anni fa!) al presidente della Repubblica Napolitano, Welby scriveva: «Non sono né un malinconico né un maniaco depresso — morire mi fa orrore, purtroppo ciò che mi è rimasto non è più vita — è solo un testardo e insensato accanimento nel mantenere attive delle funzioni biologiche. Il mio corpo non è più mio … è lì, squadernato davanti a medici, assistenti, parenti». Alcune delle condizioni, degli stati d’animo, delle paure, che ho descritto le ho conosciute di persona. Ho conosciuto uno stato di fatto di fronte al quale le possibili obiezioni di principio valgono zero. ---End text--- Author: CORRADO AUGIAS Heading: fine vita Highlight: La politica, nella gran parte dei casi, è priva di quella tenuta etica necessaria per maneggiare temi così delicati La volontà dell’individuo è l’unico criterio che andrebbe considerato per una decisione giusta La maggioranza dei cittadini, secondo i sondaggi, vorrebbe poter morire in modo indolore le tappe Dalla sentenza della Consulta alla legge approvata in Veneto 1 La Corte Costituzionale ha depenalizzato parzialmente il suicidio assistito con una sentenza del 2019, nata dal caso di Dj Fabo 2 La Consulta ha chiesto al Parlamento di intervenire con una legge, di cui ha fissato i paletti, ma le Camere non hanno ancora legiferato 3 In assenza di una norma nazionale, negli anni sono state approvate leggi regionali in Toscana, Emilia Romagna e Sardegna 4 Tre giorni fa anche il Veneto — prima Regione di centrodestra — ha detto sì a una legge sul suicidio medicalmente assistito Image:La politica, nella gran parte dei casi, è priva di quella tenuta etica necessaria per maneggiare temi così delicati Una raccolta firme per una legge sul fine vita organizzata dalla associazione Coscioni a Milano Q -tit_org- Non mi fa paura la morte ma il morire Lasciatemi libero di scegliere come sarà il mio fine vita -sec_org- tp:writer§§ CORRADO AUGIAS guid§§ http://gimbe.telpress.it/news/2026/09/05/2026090501734104591.PDF §---§ title§§ Fine vita, aumentano le richieste di aiuto Cure palliative insufficienti in mezza Italia link§§ http://gimbe.telpress.it/news/2026/09/05/2026090501645004640.PDF description§§

Estratto da pag. 10 di "STAMPA" del 05 Sep 2026

pubDate§§ 2026-09-05T03:08:00+00:00 arguments§§ http://gimbe.telpress.it/news/2026/09/05/2026090501645004640.PDF category§§ POLITICA SANITARIA subcategory§§ {'domain': ''} source§§ {'href': 'http://gimbe.telpress.it/news/2026/09/05/2026090501645004640.PDF', 'title': 'STAMPA'} tp:url§§ tp:attach_fn§§ http://gimbe.telpress.it/news/2026/09/05/2026090501645004640.PDF tp:ocr§§ Ogni giorno l’Associazione Luca Coscioni riceve oltre 40 messaggi di pazienti in cerca di informazioni Fine vita, aumentano le richieste di aiuto Cure palliative insufficienti in mezza Italia IL DOSSIER PAOLO RUSSO M entre per i partiti è ancora oggetto di divisione, per i malati che in Italia soffrono senza speranza di guarigione il suicidio medicalmente assistito non è più un tabù. A dimostrarlo sono le 44 richieste di informazioni, il 14% in più rispetto a un anno fa, che ogni giorno arrivano all’Associazione Luca Coscioni, che ha dato una mano a quelle regioni - Toscana, Sardegna, Emilia-Romagna e da ultimo il Veneto - che hanno fatto una legge in materia. Perché lasciare tutto nelle mani delle singole Asl o a una direttiva regionale, come il caso della Lombardia, significa non garantire né la certezza del diritto al suicidio assistito sancito dalla Corte Costituzionale e nemmeno i tempi, visto che sempre in Lombardia ci sono voluti 290 giorni prima che, il 25 agosto, Domenico Zuccarelli potesse porre fine alle sue sofferenze. Mentre è stato necessario l’intervento di un giudice affinché a Napoli venisse messo o disposizione di una donna malata di Sla il puntatore oculare messo a punto dal Cnr per garantire il suicidio assistito a chi non è in grado di compiere movimenti. Effetti di un vuoto normativo nazionale giustificato dalla destra con il paravento delle cure palliative, il cui ricorso resta però una corsa a ostacoli, soprattutto al Sud, dove nessuna Regione raggiunge il 90% di copertura del servizio previsto dalla legge. Delle oltre 16 mila richieste di informazioni alla Luca Coscioni sul fine vita, 1.707 hanno riguardato quelle su eutanasia e suicidio medicalmente assistito, 580 le procedure italiane o i contatti con le strutture svizzere per il percorso di morte volontaria, mentre 393 sono le richieste di informazione rispetto alla possibilità di interrompere le terapie (sempre prevista) e la sedazione palliativa profonda. Quella che i partiti di destra contrari a una legge nazionale e una fetta del mondo cattolico pongono come soluzione al problema, ignorando la volontà di chi non vuole trascorrere gli ultimi scampoli di vita in stato di incoscienza o peggio di sofferenza, che non può essere sedata quando è generata dall’essere intubato o attaccato a un macchinario. Questo senza considerare che, secondo l’ultimo rapporto Agenas del 2025, solo 9 Regioni su 21 garantiscono una copertura pari o superiore al 90% dei distretti sociosanitari con almeno una Unità operativa di cure palliative domiciliari. A detenere la maglia rosa è un gruppo ristretto di sei regioni virtuose: Emilia-Romagna, Basilicata, Provincia autonoma di Bolzano, Umbria, Valle d’Aosta e Veneto, tutte con una copertura del 100%. A queste si aggiungono Piemonte (91%), Lombardia (98%) e Marche (85%), che pur senza raggiungere la perfezione si avvicinano molto a un’assistenza diffusa e strutturata. Il resto del Paese arranca tra ritardi, piani incompleti e promesse disattese, con in fondo alla classifica Sicilia (27%), Molise (33%), Provincia autonoma di Trento (33%) e Calabria (36%), regioni in cui chi ha bisogno di cure palliative ha meno di una possibilità su due di trovarle nel proprio distretto. La Campania, che pure è la seconda Regione d’Italia per popolazione, si ferma a una copertura del 59%, con ampie sacche di deserti assistenziali. Ma se si va a vedere poi come si sta messi in termini di personale, si scopre che le cose vanno ancora peggio. Perché se all’interno degli hospice - secondo un’indagine della Società italiana cure palliative - la situazione è piuttosto buona, per l’assistenza domiciliare mancano più di 3 mila dei 4.500 infermieri necessari. Il dato che fa più male è però quello legato alle cure palliative pediatriche. In molte regioni, le unità operative dedicate ai bambini sono inesistenti o in via di attivazione. Su 1.645 punti di erogazione totali in Italia, solo 36 sono pediatrici, appena il 2%, contro una domanda che, seppur numericamente inferiore, richiede un approccio iper-specialistico e continuo . Il quadro che emerge è a macchia di leopardo. Anche all’interno delle singole regioni si osservano forti disomogeneità: il Lazio, ad esempio, pur avendo una presenza importante di hospice e strutture dedicate, ha una copertura distrettuale di appena il 43%. La stessa Campania ha 60 erogatori, ma la frammentazione territoriale e l’assenza di un piano 2024 ne vanificano l’efficacia. La drammaticità della situazione non è però solo nei numeri. Chi non riceve cure palliative vive (e muore) peggio. Secondo le linee guida internazionali, queste cure non si limitano alla fase terminale della vita, ma vanno attivate molto prima, accompagnando il paziente nella gestione del dolore, del disagio psicologico e della perdita di autonomia. Dove mancano, il peso ricade sulle famiglie e sui Pronto Soccorso, sempre più affollati anche di chi avrebbe diritto a morire con dignità in casa propria. «La divisione tra suicidio medicalmente assistito e cure palliative di chi si oppone all’approvazione di una legge nazionale è fuori dalla realtà, perché chi sceglie di porre fine alle proprie sofferenze già oggi è quasi sempre sotto sedativi», spiega Mario Riccio, il medico anestesista che venti anni fa staccò la spina a Welby. «Come vivere o non vivere la sofferenza deve essere una scelta del paziente», aggiunge. Spiegando poi: «Prendiamo il caso di un oncologico con sei mesi di vita. Può scegliere di sedare il dolore con la morfina fino a quando questa non fa più effetto e decidere poi di andarsene in stato di sedazione profonda. Ma c’è anche chi non vuole passare così gli ultimi mesi di vita chiedendo il ricorso al suicidio medicalmente assistito. Del resto - conclude Riccio nei Paesi dove già esiste una legge sul fine vita solo il 4% richiede di potervi ricorrere». Un diritto esigibile forse da pochi, ma che la mancanza di una legge non permette di riconoscere a nessuno. — ---End text--- Author: PAOLO RUSSO Heading: Highlight: Solo nove Regioni garantiscono la copertura richiesta dalla legge per le terapie Le domande più frequenti riguardano eutanasia e suicidio assistito “ Mario Riccio l’anestesista del caso Welby Come vivere o non vivere la sofferenza dev’essere una scelta del paziente Nei Paesi dove esiste una legge sul fine vita solo il 4% di chi riceve cure palliative chiede di potervi ricorrere Nell’Ue 1 Paesi Bassi L'eutanasia e il suicidio assistito sono legali dal 2002, quando il Paese è stato il primo al mondo a depenalizzarlia determinate condizioni mediche 2 Belgio L’eutanasia è stata legalizzata nel 2002, subito dopo l’Olanda Vale anche per i minorenni capaci di discernimento 3 Spagna Riconosce il diritto all'aiuto medico per porre fine alla propria vita in presenza di una sofferenza grave, cronica e invalidante 4 Francia Lo scorso agosto è stata approvata la legge che prevede il “diritto all’aiuto a morire” sottoposto a condizioni precise Image:LE DOMANDE SUL FINE VITA Negli ultimi 12 mesi, l’associazione Coscioni ha ricevuto 16 mila richieste di informazioni (44 al giorno), il 14% in più rispetto all’anno precedente Sul suicidio medicalmente assistito 1.707 Sulle cliniche svizzere dove si pratica l’eutanasia 580 Sull’interruzione delle terapie e sulla sedazione palliativa profonda 393 4 le Regioni italiane che hanno una legge sul suicidio assistito (Emilia-Romagna, Toscana, Sardegna, Veneto) LE CURE PALLIATIVE La percentuale di copertura del diritto alle terapie, regione per regione (la legge prevede una quota minima del 90%) Lombardia 98% P.A. Bolzano 100% Valle d'Aosta 100% P.A. Trento 33% Piemonte 91% Friuli V.G. 67% Liguria 84% Veneto 100% Toscana 93% Emilia R. 100% Umbria 100% Marche 85% Sardegna 54% Abruzzo 40% Lazio 43% Calabria 36% Sicilia 27% Fonte: AGENAS Campania 59% Molise 33% Puglia 82% Basilicata 100% Withub -tit_org- Fine vita, aumentano le richieste di aiuto Cure palliative insufficienti in mezza Italia -sec_org- tp:writer§§ paolo russo guid§§ http://gimbe.telpress.it/news/2026/09/05/2026090501645004640.PDF §---§ title§§ E Salvini cerca di evitare lo scontro link§§ http://gimbe.telpress.it/news/2026/09/05/2026090501646104639.PDF description§§

Estratto da pag. 10 di "VERITÀ" del 05 Sep 2026

Il leader leghista infastidito dal passo avanti sul suicidio assistito in una delle roccaforti del partito: «Sono per la vita sempre, non commenterò ciò che hanno fatto gli altri»

pubDate§§ 2026-09-05T03:08:00+00:00 arguments§§ http://gimbe.telpress.it/news/2026/09/05/2026090501646104639.PDF category§§ POLITICA SANITARIA subcategory§§ {'domain': ''} source§§ {'href': 'http://gimbe.telpress.it/news/2026/09/05/2026090501646104639.PDF', 'title': 'VERITÀ'} tp:url§§ tp:attach_fn§§ http://gimbe.telpress.it/news/2026/09/05/2026090501646104639.PDF tp:ocr§§ E Salvini cerca di evitare lo scontro Il leader leghista infastidito dal passo avanti sul suicidio assistito in una delle roccaforti del partito: «Sono per la vita sempre, non commenterò ciò che hanno fatto gli altri» n Tra le altre grane, il segretario della Lega, Matteo Salvini, deve affrontare anche una questione delicatissima che spacca non solo il suo partito ma tutto il centrodestra: il via libera alla legge sul suicidio medicalmente assistito in Veneto. La legge sul fine vita, approvata pochi giorni fa, sostenuta dalla maggioranza (con l’astensione di Udc e Forza Italia e i voti contrari di Fratelli d’Italia) e soprattutto dall’ex governatore e presidente del consiglio regionale, Luca Zaia, mette Salvini nella scomoda posizione di dover prendere le distanze dalla scelta del Doge, senza però trasformare la differenza di opinioni in uno scontro interno. «Io sono per la vita sempre e per quello che mi riguarda bisogna investire sui centri di aiuto alla vita, sulla vita e su chi è in difficoltà», dice Salvini. Quando gli viene chiesto se Zaia abbia sbagliato a spingere la legge, risponde: «Non commento quello che fanno gli altri». Ci va cauto ma fa trasparire una grande irritazione anche perché il voto del Veneto ha riaperto il confronto sul fine vita anche all’interno di tutto il centrodestra. Il Veneto è la prima regione governata dal centrodestra a definire i tempi e le procedure per il suicidio assistito. Il progetto nasce da una mobilitazione dell’associazione Luca Coscioni con la raccolta di novemila firme. Il presidente della Regione, Alberto Stefani, osserva: «Nulla è più importante della dignità della vita umana, che va tutelata sempre e con tutti i mezzi necessari». Per Zaia, che da sempre si batte a favore di questa legge, l’approvazione «rappresenta un risultato un atto di responsabilità del Consiglio regionale. Una risposta doverosa. In Veneto abbiamo avuto 31 domande dal 2019, due hanno avuto il via libera. Oggi il Parlamento dei veneti ha scelto di dare una risposta concreta a persone che vivono condizioni di sofferenza estrema». Come ha più volte ribadito l’esponente leghista, sui temi etici «non c’è uno schieramento netto politicamente» e «l’unica soluzione è che ci si affidi alla libertà di coscienza e che la politica li consideri una no-fly zone». «Anche il Veneto si aggiunge alle altre tre Regioni che hanno già legiferato in materia di fine vita. C’è bisogno di una legge nazionale, perché tutti i cittadini che si trovano ad affrontare situazioni di grande sofferenza dovrebbero avere le stesse possibilità», c o m me nta Filippo Anelli, presidente della Federazione nazionale degli Ordini dei medici. Sono passati sette anni da quando la Corte costituzionale ha chiesto un intervento nazionale ma il Parlamento è ancora bloccato. Nei mesi precedenti sembrava essersi aperto uno spiraglio con il testo presentato dal centrodestra, ma poi sono emerse tutte le criticità, a partire dall’esclusione del Ssn. Dopo il via libera veneto, la capogruppo di Forza Italia al Senato, Stefania Craxi, chiederà la calendarizzazione del fine vita. «Speriamo di no, perché Stefania Craxi sa bene che il testo in discussione in questo momento, è un testo che cancellerebbe il diritto a scegliere e le leggi regionali come quella del Veneto. Perché è un testo che fa fuori il Servizio sanitario nazionale e quindi il ruolo delle regioni», replica a Fanpage.it Marco Cappato, tesoriere dell’Associazione Luca Coscioni. «Se Forza Italia e Stefania Craxi sono contrari alla legge del Veneto, allora ha senso dire bisogna approvare questa legge. Ma se si accoglie positivamente la legge, come ha fatto, e al tempo stesso si vuole approvare una legge che cancellerebbe quella approvata in Veneto, allora mi sembra un atteggiamento insensato». © RIPRODUZIONE RISERVATA ---End text--- Author: FABRIZIO BOSCHI Heading: Highlight: Image:GRATTACAPI Il leader della Lega, Matteo Salvini [Ansa] -tit_org- E Salvini cerca di evitare lo scontro -sec_org- tp:writer§§ Fabrizio Boschi guid§§ http://gimbe.telpress.it/news/2026/09/05/2026090501646104639.PDF §---§ title§§ Tutti gli intrighi dei medici per «salvare» gli immigrati = Gli intrighi dei medici per svuotare i Cpr link§§ http://gimbe.telpress.it/news/2026/09/05/2026090501645204646.PDF description§§

Estratto da pag. 3 di "VERITÀ" del 05 Sep 2026

Pareri ignorati, forzature, carte false: gli indagati si alleavano contro i colleghi non ideologizzati. «dobbiamo visitare noi gli stranieri, così blocchiamo il trasferimento nei centri: è il nostro modo per esprimere dissenso» Non solo certificati falsi: a Ravenna l'impegno di alcuni dottori per «salvare» gli immigrati era totale. Al punto da arrivare a uno scontro con i colleghi non ideologizzati, trascurando e disattendendo pareri tecnici e scientifici definiti «incontestabili»

pubDate§§ 2026-09-05T03:08:00+00:00 arguments§§ http://gimbe.telpress.it/news/2026/09/05/2026090501645204646.PDF category§§ POLITICA SANITARIA subcategory§§ {'domain': ''} source§§ {'href': 'http://gimbe.telpress.it/news/2026/09/05/2026090501645204646.PDF', 'title': 'VERITÀ'} tp:url§§ tp:attach_fn§§ http://gimbe.telpress.it/news/2026/09/05/2026090501645204646.PDF tp:ocr§§ I DOCUMENTI DELL’INCHIESTA DI RAVENNA SUI SANITARI ANTI-CPR TUTTI GLI INTRIGHI DEI MEDICI PER «SALVARE» GLI IMMIGRATI Pareri ignorati, forzature, carte false: gli indagati si alleavano contro i colleghi non ideologizzati. «Dobbiamo visitare noi gli stranieri, così blocchiamo il trasferimento nei centri: è il nostro modo per esprimere dissenso» Dopo Torino, Imperia: altro presunto stupratore scarcerato «perché pentito» Gli intrighi dei medici per svuotare i Cpr Non solo certificati falsi: a Ravenna l’impegno di alcuni dottori per «salvare» gli immigrati era totale. Al punto da arrivare a uno scontro con i colleghi non ideologizzati, trascurando e disattendendo pareri tecnici e scientifici definiti «incontestabili» e FILIPPO CURNIS n La battaglia No-Cpr al Santa Maria delle Croci di Ravenna è passata prima da uno scontro tra colleghi, poi per un duro contrasto con gli specialisti e infine per una contrapposizione netta con la catena di comando. Arrivata al punto da innescare un tentativo di prendere in mano il reparto. Da documenti, mail e conversazioni recuperate dai device sequestrati agli otto medici indagati emerge la prima traccia. È una mail del maggio 2024 e la polizia non è ancora entrata nel reparto. Uno dei camici bianchi, tra i pochi a restare fuori dal perimetro delle contestazioni, prende le distanze dall’imp os taz io ne sulle certificazioni anti-Cpr. Sul fronte opposto c’è la maggioranza. I magistrati annoteranno che «dallo scambio di email dentro Malattie infettive si evince (...) segue a pagina 3 ALESSIA PEDRIELLI a pagina 2 Segue dalla prima pagina di FABIO AMENDOLARA e FILIPPO CURNIS (...) la volontà» dei medici «di accordarsi al fine di respingere a priori […] alcune delle richieste di valutazione d’idoneità finalizzate all’associazione degli stranieri ai Cpr». La divisione interna non riguardava, quindi, soltanto sensibilità differenti. Alcuni di loro avrebbero cercato una linea comune sulle visite. In un’intercettazione ambientale, Agnese Della Vittoria, che non è tra gli indagati, parla con Miriam Zanotti e riferisce un ragionamento attribuito a Elisa Vanino: «È importante che li vediamo noi perché così noi gli neghiamo l’autorizzazione… invece altri non so… se la rischiano». Si scoprirà che Zanotti, dopo una visita durata solo «due minuti» durante i quali il medico si limitò «a chiedere al paziente se fumasse, se facesse uso di hashish e calmanti, ricevendo una risposta negativa», emise un certificato di non idoneità al Cpr per un immigrato guineano. La dottoressa Vanino, invece, viene descritta nei documenti giudiziari come una delle figure più attive della corrente anti Cpr: adesione al movimento contrario ai centri, diffusione tra i colleghi di articoli e modelli, promozione di chat e incontri online, aggiornamenti sulle non idoneità rilasciate a Ravenna. C’è poi il dottor Damiano Larné, anche lui indagato. Il guineano, dopo i due minuti dalla Zanotti, passa a lui. E la valutazione di inidoneità si basa sul «riferimento all’in c om pl etezza dell’esito delle verifiche, sull’indisponibilità di una non documentata anamnesi e sul ridotto tempo a disposizione per condurre il necessario approfondimento clinico». Sotto il profilo psicologico, però, il guineano è giudicato idoneo al trattenimento. È una psichiatra a sostenerlo: Maria C r is ti na C res c e nti . Sentita dalla Verità, ha prima detto di «non ricordare» l’e pi s o d io, poi si è chiusa a riccio e ha rimbalzato i cronisti verso la direzione sanitaria. Segno che il clima interno non è dei più distesi. Secondo gli inquirenti, infatti, la battaglia contro i Cpr avrebbe portato gli infettivologi a superare il parere di specialisti chiamati proprio per valutare determinate patologie: «Pur di affermare e perseguire la propria ideologia si sono spinte (le dottoresse indagate, ndr) al punto da disattendere in modo del tutto immotivato il parere di colleghi su materie in cui quest’ultimi vantavano delle specializzazioni». Il risultato ha poi avuto un peso in sede di valutazione delle misure cautelari (alcuni indagati sono stat i sospesi, altri interdetti dall’emissione dei certificati). Il gip si sarebbe, infatti, accorto di una «inadeguatezza tout court a svolgere attività medica in contesti multidisciplinari». E negli atti compaiono gli scontri: infettivologo contro psichiatra; certificatore contro radiologo; valutazione finale contro referto specialistico. Esempio: Anastasia Zoffoli (una delle indagate) dichiara un tunisino «non idoneo». Ma il paziente era stato sottoposto a una valutazione psichiatrica e lo specialista aveva fornito elementi clinici tali da giustificare la decisione. Per il giudice, la dottoressa, «in aperto contrasto con le valutazioni psichiatriche, ravvisò la necessità di sottoporre il paziente a un» ulteriore «percorso psichiatrico». Il risultato: «Lo straniero», valuta chi indaga, «è stato ritenuto inidoneo senza alcun riferimento alle ragioni tecniche-scientifiche sottese a tale determinazione (contestazioni simili sono state avanzate per Marta Zatti e Paola Tatarelli, ndr)». Altro medico, altra storia. Gabriele Fabbri (indagato) segue una linea propria: in una certificazione del settembre 2024, ignorando un collega psichiatra che aveva valutato un nigeriano, scrive di non avere potuto raccogliere «alcun dato clinico» sull’immigrato «per la presenza di una barriera linguistica completa». Interrogato, spiegherà: «In scienza e coscienza, ho reputato impossibile stabilire una idoneità per la vita in comunità ristretta». E alla fine ha confessato: «Era un non visita». Si è scoperto che non aveva a disposizione neppure indagini di primo livello. La dottoressa Laura Brigidi, invece, ha persino usato un modulo prestampato, «che», è scritto negli atti, «non premurò neppure di compilare completamente». La descrizione più emblematica del modus operandi, però, è contenuta in una intercettazione tra la Vanino e una psicologa. La seconda esprime i propri dubbi: «Lui (l’immigrato, ndr) dice che è finito in questa trappola… cioè non riesce a rinnovare il permesso di soggiorno […] vuole rimanere qui… però io dal mio punto di vista… a parte scrivere che ha un lavoro qui… non ha nulla… io poi dopo… non è che sente le voci». La Vanino ha la soluzione: «Adesso lo visito e vedo se ha qualche cosa». A un certo punto la guerra sale ai piani superiori. Vanino viene a conoscenza di un provvedimento della Direzione sanitaria sulle modalità operative per le visite agli stranieri destinati ai Cpr. La risposta arriva nel gruppo Whatsapp «Giovani e romagnoli»: «Il modo per esprimere il dissenso è la non idoneità». Una posizione molto ideologica. Come quella espressa dalla dottoressa Zanotti, che rimbrotta contro il governo: «Le persone non lo sanno come sono i Cpr… tenere la popolazione nell’ignoranza più assoluta è il meglio che possono fare per governare». L’antagonismo, però, viene espresso anche nei confronti della Direzione sanitaria, accusata dalle indagate di «non essere in grado di adottare alcuna valida determinazione sul punto». Una via d’uscita, però, viene individuata: prendere il comando del reparto. Fino al 31 marzo 2025 alla guida di Malattie infettive c’è Paolo Bassi. Il prof va in pensione nell’aprile di quell’anno. Ed è qui che, probabilmente, Zanotti vede il varco. La procedura per scegliere il nuovo direttore viene avviata formalmente il 13 agosto 2025 e il bando viene pubblicato il 24 settembre. Zanotti concorre. L’11 marzo 2026 l’Ausl la ammette con riserva alla selezione. Il giorno successivo è quello degli interrogatori. Poi l’ordinanza. Zanotti non viene sospesa, ma il gip le vieta per dieci mesi di occuparsi delle certificazioni Cpr. Il concorso, però, va avanti. E il 29 aprile la dottoressa si presenta davanti alla commissione. Arriva quinta tra i cinque candidati presenti e giudicati idonei: 60 punti. Distaccata di ben 26 dal vincitore. Il sogno di un reparto Cpr free è infranto. E l’inchiesta era solo all’ini ---End text--- Author: FABIO AMENDOLARA Heading: Highlight: Image:AGGHIACCIANTE Alcuni stralci dei documenti giudiziari che riportano la lotta dei medici per affossare gli invii ai Cpr -tit_org- T utti gli intrighi dei medici per «salvare» gli immigrati Gli intrighi dei medici per svuotare i Cpr -sec_org- tp:writer§§ FABIO AMENDOLARA guid§§ http://gimbe.telpress.it/news/2026/09/05/2026090501645204646.PDF §---§ title§§ Il Veneto si perde sull'eutanasia Il film di Malkovich è un promemoria link§§ http://gimbe.telpress.it/news/2026/09/05/2026090501651104653.PDF description§§

Estratto da pag. 10 di "VERITÀ" del 05 Sep 2026

Una delle opere migliori in concorso tratta proprio il tema del fine vita, che in questo momento imbarazza la Regione di Zaia. Un agente della Cia malato di cancro chiede al collega sicario di mandarlo al creatore

pubDate§§ 2026-09-05T03:08:00+00:00 arguments§§ http://gimbe.telpress.it/news/2026/09/05/2026090501651104653.PDF category§§ POLITICA SANITARIA subcategory§§ {'domain': ''} source§§ {'href': 'http://gimbe.telpress.it/news/2026/09/05/2026090501651104653.PDF', 'title': 'VERITÀ'} tp:url§§ tp:attach_fn§§ http://gimbe.telpress.it/news/2026/09/05/2026090501651104653.PDF tp:ocr§§ Il Veneto si perde sull’eutanasia Il film di Malkovich è un promemoria Una delle opere migliori in concorso tratta proprio il tema del fine vita, che in questo momento imbarazza la Regione di Zaia. Un agente della Cia malato di cancro chiede al collega sicario di mandarlo al creatore n E tre. Per il terzo anno di fila si parla di eutanasia alla Mostra del cinema e sarebbe fin troppo facile titolare sulla «Morte a Venezia». Non lo faremo, ma sta di fatto che un grande evento internazionale come la rassegna della Fondazione della Biennale, presieduta da Pietrangelo Buttafuoco e diretta da Alberto Barbera, che celebra un’arte vitale come il cinema continua a spingere sull’urgenza di promuovere la dolce morte. La Mostra vetrina dell’eutanasia, tanto più se Wild horse nine, passato ieri qui al Lido, diretto da Martin McDonagh, autore già di opere comeTre manifesti a Ebbing, si aggiudicasse, non è da escludere, il Leone d’oro. Sarebbero di certo contenti l’ex governatore Luca Zaia, Davide Cappato, l’Associazione Coscioni, la sinistra in blocco ma anche l’ala radicaleggiante di Forza Italia, tutti accomunati dal medesimo sentire sull’argomento e confortati dal fatto che l’élite del cinema mondiale nei suoi autori di grido promuove l’eutanasia senza troppe cautele. Basta citare due nobilissimi precedenti come Le invasioni barbariche di Denys Arcand (fra i tanti premi, Oscar come miglior film straniero nel 2004) e Million dollar baby del mitico Clint Eastwood, che nel 2005 fece razzia di Oscar. Stiamo parlando di opere notevoli, come questa del regista britannico di origini irlandesi, che conferma la propensione dei grandi cineasti a spingere per le leggi sul fine vita (forse con la sola eccezione del meno ambizioso Brado di Kim Rossi Stuart che, facendo una scelta opposta, non ebbe successo). Gli artisti sono persone sensibili e allo stesso tempo molto avvezze a governare tutto, senza che alcun limite si frapponga alle loro decisioni. I registi, poi, sono monarchi assoluti sul set, per non dire dittatori. Come possono tollerare che sul set della vita intervenga la morte in forme e modi che «trascendono ogni loro controllo»? Come possono ricordare che l’esistenza, insieme ai talenti di cui è corredata, sia un dono totalmente gratuito? Da qualche tempo, alla Mostra di Venezia, il tema dell’eutanasia è un tantinello inflazionato. Un appuntamento ormai fisso. Come l’appello pro Pal della madrina delle serate, la polemica sulla partecipazione di qualcosa che abbia a che fare con la Russia, dissidenza compresa, agli eventi della Biennale, il film sull’accoglienza indiscriminata dei migranti, il red carpet delle influencer sconosciute però svestite. Che il Lido sia la vetrina politica giusta per promuovere a livello mondiale il tema lo capì già nel 2012 Marco Bellocchio, il maestro di simpatie radicali che vi presentò Bella addormentata sulla tragica vicenda di Eluana Englaro. In tempi più recenti, nel 2024 La stanza accanto di Pedro Almodóvar (con Tilda Swinton e Julianne Moore) vinse il Leone d’oro, mentre l’anno scorso La grazia di Paolo Sorrentino, in cui il presidente della Repubblica di Toni Servillo promulgava la legge sul fine vita, non vinse nulla forse perché due premi consecutivi sul medesimo argomento saranno sembrati troppo persino alla giuria progressista del Lido. Quest’anno, però, ci si potrà rifare con Wild horse nine (approssimativamente Nove cavalli selvaggi) perché parliamo di un film originale, sceneggiato benissimo dallo stesso regista, con dialoghi esilaranti, locato nella splendida Isola di Pasqua e recitato da un cast superlativo. E, rilevantissimo, con il pregio, a differenza delle produzioni dell’Italcinema, di non menarla con l’ideologia né di frignare con i ripiegamenti psicologici. Fosse per lui, ha scritto Stenio Solinas, al terzo giorno la Mostra «potrebbe chiudere i battenti: difficilmente vedremo qualcosa di meglio». Dunque. All’aeroporto di Santiago del Cile, qualche settimana prima del golpe che sostituirà il socialista Salvador Allende con Augusto Pinochet, due splendide e improbabili spie della Cia stanno spettano un volo per l’Isola di Pasqua, ma conversando con due belle figliole, uno di loro spiffera qualcosa che converrebbe tacere. È l’innesco narrativo di una storia tra il serio, il sarcastico e l’amaro che incolla lo spettatore dall’inizio alla fine. John Malkovich giganteggia nel ruolo del disincantato agente malato di cancro che chiede al partner (Sam Rockwell) di ucciderlo perché le sue «fisime da cattolico» gli impediscono di farlo da solo. Ipocrisia a parte, sarà difficile che qualcuno gli scippi la Coppa Volpi (e forse anche l’Oscar) come migliore attore. A completare la squadra degli interpreti, oltre al cameo di Tom Waits, c’è uno Steve Buscemi credibilissimo nel ruolo dell’eroinomane capo della Cia per il Sudamerica che, a sua volta, ordina al socio di Malkovich di ucciderlo prima che, dettando le sue memorie, la spia chiacchierona riveli inconfessabili segreti sulla morte di JFK a Dallas: «Lo so, è un finale triste», ammette per convincere il killer del mandato, «ma è la vita che è triste… secondo te perché mi faccio continuamente di eroina?». Come s’intuisce, i dialoghi sulfurei risultano assai godibili: l’abbinamento tra la produzione di formaggi flaccidi negli «Stati gay» vale da solo il prezzo del biglietto. Si ride spesso anche con l’anti americanismo spruzzato qua e là. E si ride più amaro quando si ripetono le inquadrature sul crocifisso sotto lo specchietto dell’auto o nella camera d’albergo di Malkovich, simboli di un cristianesimo reliquia, incapace di fronteggiare il passo della sofferenza finale. Ma si sa, in questa cinematografia, ancorché di elevata fattura, il nichilismo vince sistematicamente a mani basse. Mentre si aggirano tra le enigmatiche statue dell’esotica isola, forse per il puro gusto della citazione, al malato viene in mente proprio Venezia, come meta ancora più esotica dove consumare, in gondola, il suicidio assistito. Alla fine, però, Malkovich desiste e si accontenta di farsi ammazzare tra i cavalli selvaggi dell’Isola di Pasqua. Il film uscirà nelle sale il 5 novembre prossimo. Zaia e Cappato saranno di sicuro in prima fila. ---End text--- Author: MAURIZIO CAVERZAN Heading: Highlight: Il cast è eccezionale, spicca Buscemi nel ruolo del tossico capetto della Cia «Wild horse nine» è una delle pellicole candidate a ottenere premi Image:IMMAGINIFICO John Malkovich, attore e regista di Wild horse nine, durante le riprese sull’Isola di Pasqua -tit_org- Il Veneto si perde sull'eutanasia Il film di Malkovich è un promemoria -sec_org- tp:writer§§ MAURIZIO CAVERZAN guid§§ http://gimbe.telpress.it/news/2026/09/05/2026090501651104653.PDF §---§