title§§ «Fallimento a spese di chi si cura»
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Estratto da pag. 5 di "QUOTIDIANO DEL SUD ED. BASILICATA" del 30 Aug 2026
pubDate§§ 2026-08-30T04:40:00+00:00
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tp:ocr§§ La durissima requisitoria del Movimento 5 Stelle contro la delibera regionale «Fallimento a spese di chi si cura» Araneo e Verri chiedono la sospensione immediata dell'atto e il passaggio in Aula Dal primo ottobre scatta in Basilicata il ticket da 2,50 euro a ricetta. Per le consigliere del M5S Araneo e Verri la misura, presentata dalla Giunta come un obbligo tecnico imposto da Roma, è invece una precisa scelta politica locale che serve unicamente a fare cassa sulle tasche dei malati. L'affondo politico contro la reintroduzione della quota di compartecipazione sulla farmaceutica convenzionata si trasforma in un vero e proprio processo contabile alla gestione della sanità lucana. L'onda d'urto del nuovo balzello farmaceutico scuote le fondamenta politiche della Basilicata e apre una faglia profonda tra la narrazione della maggioranza di centrodestra e la cruda realtà dei bilanci assistenziali. Le consigliere regionali del Movimento 5 Stelle, Alessia Araneo e Viviana Verri, hanno messo sotto la lente d’ingrandimento la sequenza dei provvedimenti finanziari adottati da via Verrastro, portando alla luce una gestione contabile che definiscono priva di una reale programmazione strategica. Il primo dato offerto dalle esponenti dell'opposizione riguarda la copertura del disavanzo sanitario relativo all'anno 2025, fissato nel bilancio di previsione nell'esorbitante cifra di 54 milioni di euro. Di questa somma, ben 21 milioni sono stati reperiti attraverso la riduzione temporanea del bonus gas. «Si tratta di risorse nate come sostegno al reddito delle famiglie, dirottate a chiudere un buco della sanità», denunciano con fermezza Araneo e Verri, evidenziando il progressivo esaurimento delle leve finanziarie straordinarie. «Esaurita quella leva, si passa alla successiva, che è la tasca del cittadino. Vale la pena ricordare che il ticket fisso sulla ricetta era stato azzerato in Basilicata il 1° settembre 2020, con la delibera di Giunta n. 496: la stessa amministrazione lo reintroduce oggi, a sei anni esatti di distanza. Non stiamo commentando un adeguamento a un obbligo esterno: stiamo osservando un'amministrazione che smonta una propria scelta perché non è riuscita a governare i conti che le competono». Il secondo pilastro della contestazione pentastellata smentisce radicalmente la tesi dell'appropriatezza prescrittiva sbandierata dall'assessorato alla Salute come paravento tecnico per giustificare il provvedimento. I dati ufficiali del monitoraggio dell'Agenzia Italiana del Farmaco relativi all'intero anno 2025 descrivono un quadro ben diverso, in cui la spesa farmaceutica convenzionata della Basilicata incide sul Fondo sanitario regionale per il 7,45%, superando il tetto nazionale stabilito al 6,80%. Questo scostamento si traduce in circa otto milioni di euro di disavanzo. Nello stesso periodo, tuttavia, la spesa per gli acquisti diretti - ossia i farmaci acquistati direttamente dalle aziende sanitarie ed erogati all'interno delle strutture ospedaliere e delle farmacie pubbliche ha inciso per l'11,88 % contro un tetto dell'8,30%, generando uno sforamento superiore ai 44 milioni di euro, vale a dire cinque volte e mezzo quello della convenzionata. «È esattamente il canale che l'assessore dichiara escluso dal provvedimento», incalzano le consigliere regionali. «E nonostante Latronico rivendichi risultati dalla spinta sui farmaci biosimilari e dall'accordo con la centrale acquisti della Regione Piemonte, il dato ufficiale dice il contrario: l'incidenza degli acquisti diretti sul tetto non è migliorata ma è peggiorata, dall'11,19% del 2024 all'11,88 del 2025. Si chiede un contributo a chi ritira una scatola di farmaci in farmacia e si lascia intatto il comparto che produce lo sfondamento maggiore e in crescita». L'impatto sociale di questa impostazione lineare rischia di colpire in modo chirurgico i segmenti più esposti della popolazione lucana. In Basilicata, sebbene il costo medio per singola ricetta si attesti a 13,7 euro contro i 14,8 euro della media nazionale, il consumo pro capite di ricette è il più alto d'Italia
, con quasi sette milioni di prescrizioni annuali per poco più di mezzo milione di abitanti. Un dato che l'Istat ricollega direttamente all'elevato indice di vecchiaia della regione, caratterizzata da un'età media di 47,3 anni a fronte del 46,6 nazionale. Pertanto, un ticket calcolato sulla ricetta e non sul valore effettivo della terapia colpisce i pazienti più anziani e i malati cronici non coperti da esenzioni specifiche. «Chi ha bisogno di dieci prescrizioni al mese per ipertensione, patologie cardiovascolari o altre terapie croniche non comprese nelle esenzioni può arrivare a pagare venticinque euro in più al mese, fino a trecento euro l'anno», calcolano le esponenti del M5S, ricordando che i lucani hanno già versato oltre 13 milioni di euro nel 2025 solo per coprire la differenza di prezzo sui farmaci a brevetto scaduto. Il contesto strutturale in cui si inserisce la tassa sulla salute aggrava ulteriormente il giudizio politico sull'operato della Giunta. La relazione del Ministero della Salute sul monitoraggio dei Livelli essenziali di assistenza assegna alla Basilicata un punteggio di appena 52 su 60 nell'area distrettuale, certificandone l'inadempienza territoriale. Inoltre, il monitoraggio dell'Agenas registra la desolante quota di zero Case della Comunità dotate di almeno un servizio attivo sul territorio lucano al 31 dicembre 2025. L'assessorato ha contestato tali rilevazioni, promettendo diciassette attivazioni entro la primavera del 2026, ma ad oggi non esistono certificazioni indipendenti di tali progressi. Nel frattempo, i dati Istat confermano che il 28,6 per cento dei ricoveri dei lucani avviene fuori regione, mentre il Rapporto Gimbe evidenzia che la quota di residenti che rinuncia alle prestazioni sanitarie è balzata dal 6,7 al 10,8 per cento. In tale deserto di servizi, la farmacia di paese resta l'ultimo baluardo raggiungibile a piedi dai cittadini. «Metterci sopra un pedaggio, mentre il resto della rete di prossimità resta largamente da completare, non è razionalizzazione: è un prelievo su ciò che resta», accusano le consigliere, le quali chiedono la sospensione della delibera, il passaggio in Consiglio regionale e un piano serio di riorganizzazione della spesa farmaceutica ospedaliera. ---End text--- Author: CIRO SACCARDI Heading: Highlight: Image:Le consigliere regionali Viviana Verri e Alessia Araneo -tit_org- «Fallimento a spese di chi si cura» -sec_org-
tp:writer§§ CIRO SACCARDI
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title§§ Veneto, sul fine vita in consiglio il pressing di Zaia e Stefani
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Estratto da pag. 8 di "AVVENIRE" del 30 Aug 2026
pubDate§§ 2026-08-30T03:33:00+00:00
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category§§ POLITICA SANITARIA
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tp:ocr§§ Veneto, sul fine vita in consiglio il pressing di Zaia e Stefani Una lettera aperta e due emendamenti per diventare la prima regione a guida centrodestra ad approvare una legge sul fine vita. Il Consiglio regionale del Veneto si riunisce dopodomani e il primo punto all'ordine del giorno, è la legge di iniziativa popolare promossa dall'Associazione Luca Coscioni. Decisivi potrebbero essere due emendamenti architettati dal governatore veneto, Alberto Stefani. Il primo prevede la libertà di coscienza per il personale sanitario interessato. Il secondo attribuisce al medico palliativista il compito di redigere un parere obbligatorio, non vincolante, che in caso di decisione contraria obbligherà la commissione a motivare la propria scelta. Luca Zaia in una lettera ha esortato a evitare «una guerra di religione o uno scontro tra partiti». ---End text--- Author: Redazione Heading: Highlight: Image: -tit_org- Veneto, sul fine vita in consiglio il pressing di Zaia e Stefani -sec_org-
tp:writer§§ REDAZIONE
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title§§ Il social freezing Cosa è e l'eventuale ruolo dello Stato nel congelamento degli ovuli
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Estratto da pag. 7 di "L'IDENTITÀ" del 30 Aug 2026
pubDate§§ 2026-08-30T03:33:00+00:00
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tp:ocr§§ Il social freezing Cosa è e l’eventuale ruolo dello Stato nel congelamento degli ovuli POLITICA di GIUSEPPE ARIOLA I l social freezing entra nell’agenda politica. Alla ripresa dei lavori parlamentari il congelamento degli ovociti è destinato a diventare un nuovo terreno di confronto tra maggioranza e opposizione. In discussione non c’è la possibilità di ricorrere alla crioconservazione, pratica già accessibile in Italia, quanto chi debba sostenerne i costi. Sul tavolo di Camera e Senato ci sono già diverse proposte e altre potrebbero arrivarne. Le ipotesi, del resto, sono differenti. La più ambiziosa è quella di far rientrare il social freezing tra le prestazioni sostenute dal Servizio sanitario nazionale, eventualmente fissando requisiti di età e reddito. Un’altra strada, meno onerosa per le casse pubbliche, sarebbe invece quella fiscale: consentire a chi affronta le spese per il prelievo e la crioconservazione degli ovociti di beneficiare di agevolazioni e detrazioni analoghe a quelle previste per determinate spese sanitarie legate alla procreazione medicalmente assistita. Ma è proprio qui che il confronto politico si intreccia inevitabilmente con quello scientifico. Il nodo non è soltanto se finanziare il congelamento degli ovociti, ma quando farlo e fino a quale età consentirne successivamente l’utilizzo. La crioconservazione può infatti preservare gli ovociti, ma non congela l’età dell’organismo che dovrà affrontare una futura gravidanza. Per questo la definizione delle soglie anagrafiche sarà probabilmente uno dei punti più delicati. Sia per quanto riguarda il congelamento degli ovuli sia in relazione alla loro successiva fecondazione con relativo impianto. Più il prelievo avviene precocemente, maggiori sono in generale le possibilità di conservare ovociti con un migliore potenziale riproduttivo. Diverso è il problema dell’età alla quale si decide di utilizzarli: con l’avanzare degli anni aumentano i rischi legati alla gravidanza e diminuisce la probabilità complessiva di arrivare alla nascita di un bambino. Il dibattito politico dovrà quindi confrontarsi non soltanto con il principio dell’accesso alla prestazione, ma anche con criteri clinici e limiti che evitino di trasformare il social freezing nella promessa di una maternità rinviabile sine die. Sullo sfondo rimane poi la questione politica più ampia. In un Paese alle prese con il crollo delle nascite, la preservazione della fertilità può diventare una politica sociale? I sostenitori del contributo statale evidenziano come questa possa essere una soluzione in un contesto nel quale lavoro precario, difficoltà economiche e nella formazione di una coppia stabile spingono sempre più avanti la scelta di avere figli. Chi è più prudente teme invece che lo Stato finisca per finanziare una scelta individuale non determinata da una necessità medica. Il confronto parlamentare dovrà quindi affrontare non soltanto il tema delle risorse, ma anche quello delle condizioni di accesso, delle eventuali soglie anagrafiche e delle indicazioni mediche necessarie per costruire un sistema sostenibile e coerente. Settembre potrebbe dunque segnare l’inizio di una discussione destinata ad andare ben oltre il social freezing. Perché dietro il congelamento degli ovociti si incrociano denatalità, sostegni alla famiglia, sostenibilità del Servizio sanitario e limiti biologici della maternità. Ed è proprio sul confine tra questi quattro elementi che si dovrà provare a trovare un equilibrio. ---End text--- Author: GIUSEPPE ARIOLA Heading: POLITICA di GIUSEPPE ARIOLA Highlight: Image: -tit_org- Il social freezing Cosa è e l’eventuale ruolo dello Stato nel congelamento degli ovuli -sec_org-
tp:writer§§ GIUSEPPE ARIOLA
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§---§
title§§ Manovra, dagli infermieri alle bollette per gli ospedali le richieste di Schillaci
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Estratto da pag. 24 di "REPUBBLICA" del 30 Aug 2026
pubDate§§ 2026-08-30T03:33:00+00:00
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category§§ POLITICA SANITARIA
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tp:ocr§§ Manovra, dagli infermieri alle bollette per gli ospedali le richieste di Schillaci il caso FIRENZE a sanità ha bisogno di soldi dalla manovra 2027 per evitare una discesa del rapporto tra il Fondo sanitario e il Pil. Nel 2026 era del 6,18% e con il misero miliardo aggiunto dalla Finanziaria dell’anno scorso scenderebbe a 6,06%, (il fondo raggiungerebbe i 143,9 miliardi) l’anno prossimo. Il ministero alla Salute sa che i soldi non sono sufficienti e così Orazio Schillaci a luglio ha chiesto al capo del Mef, Giancarlo Giorgetti, 5,5 miliardi in più, oltre a quello già stanziato, sul fondo nel 2027. A breve ripartiranno i confronti, con il timore che il Mef dia meno di quanto richiesto, circa la metà. Alla Salute pensano di dividere più o meno equamente i 6,5 miliardi in più su due tipologie di spese. Intanto, ci sono quelle più direttamente legate all’assistenza. Un miliardo servirebbe a proseguire con il piano straordinario di assunzione del personale, in particolare gli infermieri, e un altro per aggiornare le tariffe delle attività specialistiche. Ma soldi in più servono anche per potenziare la prevenzione e fiL nanziare il nuovo piano vaccinale, dare risorse agli ospedali, compresi quelli privati che fanno attività di pronto soccorso. Poi ci sono interventi per la cura delle malattie rare e per autismo, salute mentale, disturbi alimentari e dipendenze, oltre a quelli per potenziare l’assistenza sociosanitaria all’Alzheimer e per il fine vita. La seconda categoria di misure è invece di tipo più strutturale. Servono ad esempio affrontare l’aumento delle spese per l’energia. Altra voce sempre in aumento, oltre a quella per l’acquisto dei dispositivi, è la spesa farmaceutica. Come noto, negli ultimi anni, praticamente da quando è in carica il governo Meloni, sta vedendo una crescita mai registrata. Tra il 2019 e il 2025 è passata da 12,5 miliardi a 18,5. Per il 2027 si stima un aumento di ben 1,5 miliardi, cioè dell’8,5%. Ci vogliono quindi soldi per coprire il maggiore esborso delle Regioni che evidentemente Aifa, che fissa il prezzo dei farmaci, non riesce a evitare. ---End text--- Author: MICHELE BOCCI Heading: il caso Highlight: Image:T Il ministro Orazio Schillaci -tit_org- Manovra, dagli infermieri alle bollette per gli ospedali le richieste di Schillaci -sec_org-
tp:writer§§ Michele Bocci
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§---§
title§§ Il nodo e quali specialisti e non quanti = Il nodo non è la quantità ma quali specialisti vogliamo
link§§ http://gimbe.telpress.it/news/2026/08/30/2026083002030303333.PDF
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Estratto da pag. 7 di "SECOLO XIX" del 30 Aug 2026
pubDate§§ 2026-08-30T03:33:00+00:00
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tp:ocr§§ IL NODO È QUALI SPECIALISTI E NON QUANTI MASSIMO NICOLÒ / PAGINA 7 Il nodo non è la quantità ma quali specialisti vogliamo L’INTERVENTO MASSIMO NICOLÒ Si discute sull’università privata, ma la domanda resta: quali medici vogliamo avere in Liguria nel 2040 e cosa dobbiamo fare oggi per averli? Questa, credo, dovrebbe essere la nostra responsabilità. C redo che il dibattito che si è aperto sulla formazione dei medici in Liguria sia utile, perché ci obbliga a porci una domanda che va molto oltre la presenza di un nuovo corso di laurea. Di quanti medici avrà bisogno la Liguria tra dieci o quindici anni? E soprattutto: di quali medici avrà bisogno? Ho letto con attenzione le considerazioni del professor Uccelli e del professor Bonsignore e condivido una parte importante del loro ragionamento: aumentare semplicemente il numero degli studenti di Medicina non significa automaticamente risolvere le carenze del Servizio sanitario. Ma credo che dobbiamo stare attenti anche all’affermazione opposta: più studenti non significa automaticamente più medici disoccupati. Oggi l’Italia ha un numero elevato di medici rispetto alla popolazione. Eppure abbiamo difficoltà enormi a trovare professionisti in alcune aree fondamentali del Servizio sanitario. Mancano medici disponibili a lavorare nei pronto soccorso, alcune specializzazioni vengono scelte sempre meno e abbiamo difficoltà nella medicina generale. Apparentemente è una contraddizione. In realtà ci dice che il problema non è soltanto quanti medici abbiamo, ma dove lavorano, quali specialità scelgono e quali opportunità offre loro il mercato. Un giovane medico oggi non sceglie la propria carriera nel vuoto. Valuta le prospettive professionali, la possibilità di lavorare nel privato, la libera professione, la retribuzione, i turni, le notti, le responsabilità e la qualità della propria vita. Non deve quindi sorprenderci che alcune specializzazioni con maggiori opportunità professionali siano molto richieste, mentre altre, indispensabili per il funzionamento del SSN, lo siano molto meno. Ed è qui che credo dobbiamo introdurre nel dibattito un elemento ulteriore. Il mercato del lavoro medico non è statico. Se nei prossimi anni aumenterà il numero dei medici, aumenterà anche la competizione professionale. Non possiamo pensare che il mercato privato possa necessariamente assorbire indefinitamente un numero crescente di professionisti mantenendo inalterate opportunità e remunerazioni. Questo potrebbe progressivamente modificare il rapporto tra pubblico e privato e rendere relativamente più attrattivo il Servizio sanitario, così come potrebbero diventare più interessanti alcune delle discipline che oggi vengono scelte meno. Per questo, tra i due scenari che vengono spesso contrapposti — carenza di medici oppure disoccupazione dei medici — ne vedo un terzo: un riequilibrio del mercato del lavoro medico. Naturalmente sarebbe un grave errore pensare che questo basti. Se vogliamo riportare professionisti nel Servizio sanitario dobbiamo contemporaneamente renderlo più attrattivo: retribuzioni, condizioni di lavoro, carriere, organizzazione, tutela professionale e qualità della vita devono diventare parte della nostra politica sanitaria. C’è poi il tema dell’Università. Voglio essere molto chiaro: l’Università di Genova è un patrimonio della Liguria e la Regione ha tutto l’interesse a rafforzarla. Dobbiamo aiutarla a diventare sempre più attrattiva, nazionale e internazionale, soprattutto di fronte alla contrazione demografica che ci attende. Ma rafforzare l’Università pubblica non credo significhi proteggerla dalla presenza di altri soggetti. Non vorrei che il dibattito diventasse UniGe contro Link Campus, pubblico contro privato. A me interessa un’altra cosa: qualità. Chi forma un medico deve avere docenti qualificati, strutture adeguate, una rete clinica sufficiente e deve garantire agli studenti una formazione all’altezza della responsabilità enorme che eserciteranno domani. Su questo dobbiamo essere rigorosissimi, indipendentemente dal fatto che l’Università sia pu
bblica o privata. Per questo credo che la Regione dovrebbe fare un passo ulteriore. Costruiamo un Piano ligure del capitale umano sanitario al 2040. Mettiamo insieme Regione, Università, Ordini professionali e aziende sanitarie e analizziamo pensionamenti, specializzazioni, medicina generale, abbandoni del SSN, passaggi al privato, mobilità professionale e soprattutto l’evoluzione dei bisogni di una popolazione che in Liguria è più anziana che nel resto del Paese. E soltanto dopo traduciamo questi dati in programmazione della formazione. Perché credo che la domanda giusta non sia se oggi abbiamo troppi o troppo pochi studenti di Medicina. La domanda è quali medici vogliamo avere in Liguria nel 2040 e cosa dobbiamo fare oggi per averli. Questa, credo, dovrebbe essere la nostra responsabilità. — L’autore è assessore regionale ligure alla Sanità ---End text--- Author: MASSIMO NICOLÒ Heading: MASSIMO NICOLÒ / PAGINA 7 L’INTERVENTO MASSIMO NICOLÒ Highlight: Image: -tit_org- Il nodo e quali specialisti e non quanti Il nodo non è la quantità ma quali specialisti vogliamo -sec_org-
tp:writer§§ MASSIMO NICOLÒ
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title§§ Zaia, nuovo appello sul fine vita "Si sceglie la libertà, non la morte"
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Estratto da pag. 17 di "STAMPA" del 30 Aug 2026
Veneto, lettera aperta in attesa del voto martedì in Regione. La strategia per convincere gli scettici
pubDate§§ 2026-08-30T03:33:00+00:00
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tp:ocr§§ Zaia, nuovo appello sul fine vita “Si sceglie la libertà, non la morte” Veneto, lettera aperta in attesa del voto martedì in Regione. La strategia per convincere gli scettici VENEZIA «Abbiamo gli occhi dell’Italia intera puntati su di noi». Ha scelto la formula di una lettera aperta l’ex presidente del Veneto Luca Zaia, adesso a capo del Consiglio regionale, per avvicinarsi a martedì, quando l’Aula che presiede sarà chiamata per la seconda volta a valutare una legge sul suicidio medicalmente assistito. «Una grande opportunità», scrive Zaia, per «dimostrare che un’istituzione può affrontare uno dei temi più divisivi del nostro tempo senza trasformarlo in una guerra di religione o in uno scontro tra partiti; dare una risposta, per quanto limitata dalle nostre competenze, a pazienti, famiglie e operatori sanitari; mandare un messaggio al Parlamento e all’Italia intera». Aveva fatto scalpore due anni fa la posizione dell’ex governatore, a capo della regione più leghista d’Italia, che pure aveva profuso impegno totale per arrivare all’approvazione di questa legge, che avrebbe reso il Veneto la prima regione d’Italia a dotarsi di una norma per regolamentare il suicidio medicalmente assistito. Non ce l’aveva fatta all’epoca per un solo voto; ci riprova ora, sostenuto dal suo successore Alberto Stefani, che domani incontrerà i consiglieri e gli assessori dei tre partiti di maggioranza, in tre appuntamenti separati: prima Fratelli d’Italia, poi Lega e infine Forza Italia. Ma intanto Zaia prende carta e penna e scrive. «Nessuno dovrebbe essere costretto, per effetto della scelta di altri, a vivere una condizione che considera per sé insopportabile quando l’ordinamento gli riconosce, in presenza di precisi requisiti, la possibilità di chiedere diversamente». E quindi, pur rispettando le posizioni di tutti, ammette: «Spero che, questa volta, si possa arrivare all’approvazione della legge». Lo fa, riconoscendo l’inerzia del Parlamento, ma allo stesso tempo dicendo: «La politica regionale deve decidere se assumersi la responsabilità di organizzare procedure chiare, la presa in carico delle richieste, le verifiche e l’assistenza sanitaria necessaria. Possiamo avere il coraggio di disciplinare ciò che compete alla Regione oppure scegliere di non scegliere, mettere la testa sotto la sabbia e lasciare ancora una volta pazienti, famiglie e operatori sanitari nell’incertezza». Una posizione chiara, che segue un’altra lettera che Zaia aveva scritto, meno di un mese fa, per rispondere al Patriarca di Venezia Francesco Moraglia, che aveva definito la proposta di legge «inaccettabile». Già allora, Zaia si era fatto avanti pubblicamente: «Non stiamo combattendo una battaglia tra cattolici buoni e cattolici cattivi», aveva scritto allora, «nessuno deve essere lasciato solo. Né chi sceglie di continuare a vivere fino all’ultimo istante, con tutto il sostegno, le cure e l’accompagnamento possibili, né chi, nelle condizioni eccezionali e tassative stabilite oggi dalla Corte costituzionale, chiede che venga rispettata una scelta diversa, personale e consapevole». LAU. BER. — ---End text--- Author: LAURA BERLINGHIERI Heading: Highlight: Due anni fa l’iniziativa bocciata per un soffio Domani incontro fra i partiti di maggioranza S La vicenda 1 La prima proposta Viene bocciata nel 2024: nasce come testo di iniziativa popolare dell'Associazione Coscioni Ma non passa e spacca la maggioranza di centrodestra guidata da Zaia 2 Le altre Regioni La Toscana ha legiferato l’anno scorso: è stata la prima Regione italiana a stabilire procedure e tempi certi di risposta, seguita da Sardegna e da Emilia-Romagna 3 La raccolta firme In Piemonte e in Lombardia sono ripartite le raccolte firme per ripresentare la legge. La Liguria è in attesa dell’avvio dell’iter interrotto dalle elezioni regionali anticipate Image:È iniziata la conta Occhi puntati sulla Regione Veneto: l’ex governatore Luca Zaia (in alto) oggi presidente del Consiglio regionale, lancia l’appello in vista del voto di martedì sulla legge che regola il suicidio medicalmente as
sistito. A destra, la raccolta firme dell’associazione Coscioni a favore di una legge sul fine vita -tit_org- Zaia, nuovo appello sul fine vita “Si sceglie la libertà, non la morte” -sec_org-
tp:writer§§ Laura Berlinghieri
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§---§
title§§ Lo strappo della Lega e i dubbi di Fdl La partita si gioca anche in Lombardia
link§§ http://gimbe.telpress.it/news/2026/08/30/2026083002029603330.PDF
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Estratto da pag. 17 di "STAMPA" del 30 Aug 2026
pubDate§§ 2026-08-30T03:33:00+00:00
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category§§ POLITICA SANITARIA
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tp:ocr§§ Nuova apertura da FI: “ La politica si prenda le sue responsabilità, il Parlamento decida” Lo strappo della Lega e i dubbi di FdI La partita si gioca anche in Lombardia IL CASO LAURA BERLINGHIERI FRANCESCA DEL VECCHIO VENEZIA – MILANO S ul fine vita, il centrodestra si ritrova ancora una volta a fare i conti con le sue divisioni, con una Lega che prova a fare un passo avanti rispetto a FdI. Nelle due Regioni più importanti guidate dal Carroccio, Veneto e Lombardia, la posizione di due figure apicali è da tempo più aperta di quella di una parte della maggioranza, mentre resta secco il no dei meloniani. L’ex governatore Luca Zaia, due anni fa, aveva sostenuto il percorso per una legge regionale sul suicidio medicalmente assistito, fino al voto contrario del Consiglio regionale. Attilio Fontana, in Lombardia, ha mantenuto negli anni un atteggiamento favorevole a discutere il tema, distinguendo la propria posizione da quella delle componenti più conservatrici della coalizione. Ora le due partite tornano a incrociarsi. In Veneto ci si riprova, sulla scia della vecchia amministrazione Zaia, quando l’associazione Coscioni aveva provato a rendere la regione leghista la prima in Italia a dotarsi di una legge sul fine vita. Due anni fa l’esito era stato sul filo di lana: bocciatura per un solo voto. A contribuirvi, l’astensione della dem Anna Maria Bigon, che ora ha cambiato idea. Martedì il progetto di legge tornerà in Aula, ancora davanti agli occhi di Zaia, che dismetterà le vesti super partes del presidente del Consiglio regionale veneto, votando a favore. Quanto al resto, un po’ Kissinger, un po’ pompiere, stavolta ci ha pensato il governatore Alberto Stefani a cercare una mediazione tra i suoi. «Sarà garantita la libertà di coscienza», assicura il capogruppo leghista Riccardo Barbisan, «io, ad esempio, mi asterrò o voterò contro. Mentre il presidente voterà a favore». «Vedremo se, davanti a persone che aspettano una risposta, prevarranno gli equilibri tra partiti e correnti o il coraggio della politica di decidere» commenta la consigliera di Avs Elena Ostanel. E dunque in Veneto continua la tradizione di una Lega progressista. Incurante di uno strappo che comunque, con il resto del centrodestra, ci sarà. «Questi pensano solo ad ammazzare la gente» la sintesi di Stefano Valdegamberi di Futuro nazionale. Mentre Riccardo Szumski, leader di Resistere, partito che ammicca ai No vax: «Da medico, sono per salvare le persone. Non potrei mai votare questa legge». Una legge piuttosto limitata, che fisserà la composizione delle commissioni etiche - ci sarà anche un palliativista, chiamato a fornire un parere da cui sarà possibile discostarsi solo motivatamente -, introdurrà l’obiezione di coscienza, ma anche l’istituzione di un comitato bioetico regionale. A queste condizioni si convinceranno anche diversi leghisti - ma non il capogruppo né il suo vice il cui voto sarà decisivo: sono 19 consiglieri su 51. E non si convinceranno i Fratelli. Per i quali, fa sapere il vice capogruppo Matteo Baldan, «non ci sarà libertà di coscienza». La Lombardia, intanto, aggiunge un elemento nuovo alla partita. Alcuni giorni fa è stato reso noto il primo caso di suicidio medicalmente assistito gestito interamente dal servizio sanitario regionale. Un passaggio che rende il tema ancora più difficile da tenere fuori dall’agenda politica e che riporta al centro anche la posizione di Fontana e del suo assessore al Welfare Guido Bertolaso. L’apertura di entrambi è stata lungamente contestata da FdI. Matteo Forte, consigliere meloniano lombardo, ha parlato del rischio che «il sistema sanitario si occupasse di morte invece che di salvare vite». Una posizione quasi sovrapponibile a quella dell’associazione ProVita che ha usato toni analoghi. Qui la discussione tornerà attuale nelle prossime settimane poiché l’associazione Coscioni ha comunicato che il prossimo 15 settembre saranno consegnate in Regione le firme raccolte per chiedere una legge regionale sul suicidio medicalmente assistito. In entrambe le regioni, più che una semplice spacca
tura della maggioranza, è un problema di linea politica: su una materia che ormai arriva concretamente dentro il sistema sanitario, il centrodestra deve decidere se continuare a considerarla soprattutto una questione identitaria o provare a costruire una disciplina. Un’ulteriore apertura arriva dalla vicepresidente del Senato ed esponente lombarda di primo piano di Forza Italia. «È fondamentale dice Licia Ronzulli - che la politica si prenda le proprie responsabilità come ci chiede da anni la Corte Costituzionale. Il Parlamento decida una volta per tutte». — ---End text--- Author: LAURA BERLINGHIERI Heading: Highlight: “ Riccardo Barbisan capogruppo Lega Regione Veneto Sarà garantita libertà di coscienza Io mi asterrò o voterò contro, mentre Stefani e Zaia voteranno a favore Image:IMAGOECONOMICA Presidente Alberto Stefani 33 anni guida la Regione Veneto dallo scorso 5 dicembre dopo i mandati di Luca Zaia -tit_org- Lo strappo della Lega e i dubbi di Fdl La partita si gioca anche in Lombardia -sec_org-
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Estratto da pag. 9 di "TEMPO" del 30 Aug 2026
Il governatore della Puglia Decaro dispone la disdetta degli esami entro 48 ore Se il paziente non annulla la prenotazione a tempo debito deve pagare una multa
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tp:ocr§§ DI ATTILIO IEVOLELLA Sanità e liste d’attesa Il Pd copia il metodo Rocca I NODI DELLA SALUTE Il sistema ideato dal presidente della Regione Lazio e fortemente criticato dai dem. Ma ora per la Puglia è «buon senso» Sanità e liste d’attesa Il Pd copia il metodo Rocca Il governatore della Puglia Decaro dispone la disdetta degli esami entro 48 ore Se il paziente non annulla la prenotazione a tempo debito deve pagare una multa a pagina 9 ••• Come ridurre le liste d’attesa nella Sanità pubblica? Come dare riscontri efficaci, e in tempi più brevi, ai cittadini che hanno bisogno di una visita medica o di sottoporsi ad un esame specialistico? A questi importanti punti di domanda, Regione Lazio, prima, e Regione Puglia, ora, danno identiche risposte. Nulla di strano, sia chiaro: se una soluzione è valida, può essere applicata in qualsiasi contesto territoriale. A colpire, però, è che, oggi, la Regione Puglia, guidata, da gennaio di quest’anno, da Antonio Decaro, esponente di spicco del Partito Democratico, riproponga il sistema già adottato dalla Regione Lazio, guidata da Francesco Rocca, candidato della coalizione di centrodestra, sistema accolto però nell’agone politico laziale da non poche obiezioni critiche, a dir poco, sollevate dagli uomini e dalle donne dell’opposizione di centrosinistra. Ma qual è la soluzione messa in campo, nel novembre dello scorso anno, dalla Regione Lazio – guidata dal centrodestra – e «copiata» ora dalla Regione Puglia – guidata dal centrosinistra? Tutto molto semplice: per ridurre le liste d’attesa nella sanità pubblica, sia per esami semplici che per esami più complessi, si è previsto di metter su un sistema sanzionatorio che consenta di combattere il fenomeno delle prestazioni prenotate ma poi non effettuate a causa della mancata presentazione del paziente. In sostanza, una volta prenotata una visita, il cittadino ha tempo fino a due giorni lavorativi prima dell’erogazione della prestazione per comunicare la disdetta, rendendo quindi nuovamente possibile la prenotazione per un altro cittadino. Se però questa comunicazione non viene effettuata e il cittadino non si presenta per sottoporsi all’esame prenotato, egli è tenuto a pagare una sorta di multa, pari, in concreto, a quanto avrebbe pagato per il cosiddetto «ticket» se si fosse regolarmente presentato al Cup della specifica struttura sanitaria prima della visita o prima dell’esame. E ciò, sia chiaro, è destinato a valere anche per i pazienti esentati dal pagamento della prestazione sanitaria. Ovviamente, però, la linea tracciata dalla Regione Lazio, e ripresa dalla Regione Puglia, è caratterizzata anche da una certa flessibilità, proprio per venire incontro alle esigenze di cittadini e cittadine. Previsti, difatti, casi specifici in cui il paziente, che non si presenta alla visita senza prima averla disdetta, viene esentato dal pagamento della prevista sanzione: ricovero in struttura sanitaria, o altri motivi di salute che possono riguardare il paziente o i familiari; la nascita di un figlio (se avviene entro due giorni lavorativi prima della data della prestazione prenotata); morte di un familiare; incidente stradale (se è avvenuto entro sei ore prima della visita prenotata); sciopero o ritardo dei treni. A fronte di queste imprevedibili emergenze, il paziente che ha dovuto saltare la visita, o l’esame, si ritrova obbligato a presentare una giustificazione scritta, compilando l’apposito modulo - che ogni Azienda sanitaria dovrà mettere a disposizione - corredato anche di documentazione comprovante l’impedimento, e tutto ciò entro trenta giorni dal ricevimento della notifica di mancata presentazione. Se, infine, il paziente non invia alcuna giustificazione per la mancata presentazione e, comunque, non provvede al pagamento della sanzione prevista, è l’Azienda sanitaria ad attivarsi per recuperare quel denaro, cioè il «ticket» non pagato. Questo complesso schema è stato osteggiato e criticato dal centrosinistra nel contesto della Regione Lazio, eppure ora viene ripreso, pari pari, dalla Regione Puglia, guidata proprio dal centr
osinistra. Perché seguire la linea tracciata nel Lazio da Rocca? Dalla Puglia rispondono facendo ricorso al buon senso: è giusto pagare per non aver annullato a tempo debito la prenotazione di visite ed esami medici, poiché questa sanzione serve a responsabilizzare i cittadini e ad accorciare le liste d’attesa. E su questo, almeno stavolta, gli uomini e le donne del centrosinistra non avranno sicuramente da ridire. ---End text--- Author: ATTILIO IEVOLELLA Heading: Highlight: Image:Presidenti di Regione A sinistra Francesco Rocca governatore del Lazio Accanto il collega Antonio Decaro -tit_org- Sanità e liste d’attesa Il Pd copia il metodo Rocca Sanità e liste d’attesa Il Pd copia il metodo Rocca -sec_org-
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