title§§ Abruzzo, strage di botteghe e servizi essenziali nelle aree interne: l’allarme di Sinistra Italiana link§§ http://gimbe.telpress.it/news/2026/08/17/2026081701703904306.PDF description§§

Estratto da pag. 1 di "abruzzolive.it" del 17 Aug 2026

pubDate§§ 2026-08-17T11:54:00+00:00 arguments§§ http://gimbe.telpress.it/news/2026/08/17/2026081701703904306.PDF category§§ GIMBE subcategory§§ {'domain': ''} source§§ {'href': 'http://gimbe.telpress.it/news/2026/08/17/2026081701703904306.PDF', 'title': 'abruzzolive.it'} tp:url§§ https://abruzzolive.it/abruzzo-strage-di-botteghe-e-servizi-essenziali-nelle-aree-interne-lallarme-di-sinistra-italiana/ tp:attach_fn§§ http://gimbe.telpress.it/news/2026/08/17/2026081701703904306.PDF tp:ocr§§ Quasi 11mila artigiani in meno in dieci anni: più di un quarto delle botteghe in Abruzzo ha chiuso i battenti tra il 2015 e il 2025. Più della media nazionale: leggendo l’ultimo report della Cgia di Mestre, l’Abruzzo è infatti al quinto posto per botteghe in via di estinzione, con il 28,3%. Un trend che non si ferma: solo nell’ultimo anno se ne sono perse altre 1.385.“Le botteghe che abbassano la saracinesca per sempre sono la punta di un iceberg – avverte Daniele Licheri, segretario regionale di Sinistra Italiana-AVS, commentando il report della Cgia di Mestre -. Sotto, c’è uno svuotamento sistematico dei servizi nelle aree interne abruzzesi, che sono due terzi dei Comuni della regione”. Dalle elaborazioni di Sinistra Italiana Abruzzo, sulla base di dati Cgia, CNA, Gimbe, Ali, emerge un quadro che è più di un campanello d’allarme. “Mancano le banche: il 61% dei Comuni abruzzesi risulta senza sportello, con quasi 164mila cittadini coinvolti – dice Licheri -. Mancano i medici di famiglia: -20% in cinque anni, terzo calo più alto d’Italia, con altri 237 pensionamenti in arrivo entro il 2028. Rischiano di saltare le classi prime nelle scuole di montagna. E chi resta spesso non riesce nemmeno a spostarsi: nelle aree interne, si assiste a corse ridotte, orari sempre meno compatibili con la vita di studenti e lavoratori pendolari”. Così l’isolamento alimenta lo spopolamento. Saste Servizi Ecologici: per cinquanta lavoratori arriva il nuovo contratto dal primo settembre 17 Agosto 2026 Incendio al Castello Aragonese durante i fuochi di San Rocco: esplode la protesta degli animalisti 17 Agosto 2026 “Non sono fenomeni scollegati, ma un unico meccanismo che si autoalimenta – precisa Licheri -: meno botteghe, meno banche, meno medici, meno scuole e meno autobus rendono i paesi meno vivibili. Meno vivibili significa più spopolamento, e più spopolamento viene usato come pretesto per tagliare ancora. Le proiezioni dicono che senza un cambio di rotta, entro il 2045 lo spopolamento nelle aree interne abruzzesi sarà del 12,2%, contro una media regionale dell’8,5%. Non è un destino: è il risultato di scelte politiche, o di scelte politiche mai fatte”.Per Sinistra Italiana-AVS il nodo è cambiare l’approccio, non rincorrere l’emergenza. “Serve una fiscalità di vantaggio per chi vive, lavora o apre un’attività nei centri minori; un piano regionale che agevoli il sistema di trasporto pubblico nelle aree interne; presidi di prossimità per sanità e credito dove gli sportelli sono spariti e una programmazione seria sui pensionamenti dei medici invece di scoprirli quando è tardi – conclude Licheri -. Le aree interne non sono un problema da accompagnare verso lo spopolamento: offrono servizi che tengono in piedi l’intera regione, dalla cura del territorio alla produzione agricola e avrebbero anche una potenzialità turistica. Vanno trattate come una priorità, non come un costo. Riteniamo che la Regione debba aprire una cabina di regia dedicata ai servizi essenziali nelle aree interne, tenendo insieme sanità, credito, scuola e trasporti in un’unica strategia, invece di lasciare che ogni settore arretri per conto proprio”. tp:writer§§ REDAZIONE guid§§ http://gimbe.telpress.it/news/2026/08/17/2026081701703904306.PDF §---§ title§§ I medici mancano dove c’è carenza di programmazione link§§ http://gimbe.telpress.it/news/2026/08/17/2026081701692604161.PDF description§§

Estratto da pag. 1 di "lavoce.info" del 17 Aug 2026

pubDate§§ 2026-08-17T09:54:00+00:00 arguments§§ http://gimbe.telpress.it/news/2026/08/17/2026081701692604161.PDF category§§ GIMBE subcategory§§ {'domain': ''} source§§ {'href': 'http://gimbe.telpress.it/news/2026/08/17/2026081701692604161.PDF', 'title': 'lavoce.info'} tp:url§§ https://lavoce.info/archives/112131/i-medici-mancano-dove-ce-carenza-di-programmazione/ tp:attach_fn§§ http://gimbe.telpress.it/news/2026/08/17/2026081701692604161.PDF tp:ocr§§ Aumentare indiscriminatamente il numero di laureati in medicina non serve perché i medici mancano solo in alcuni territori e in alcune specialità. Ed è per questi problemi che vanno cercate soluzioni. Tutt’altro discorso vale invece per gli infermieri.Il numero dei professionisti sanitari da formareLa pianificazione del capitale umano rappresenta una delle principali sfide per la sostenibilità del Servizio sanitario nazionale. Una programmazione efficace dovrebbe orientare l’offerta formativa verso le professioni caratterizzate dai maggiori squilibri tra domanda e disponibilità di personale. Non sembra essere così nella bozza di Accordo salute-regioni sul fabbisogno formativo dei professionisti sanitari per il 2026-2027: 84.196 posti complessivi, 1.452 in più rispetto all’anno precedente. La ripartizione però va nella direzione opposta a quanto servirebbe: i posti per Medicina, Veterinaria e Odontoiatria salgono a 24.174, mentre l’area infermieristica ne perde 1.097, scendendo a 34.222. La scelta aggrava la crisi del Servizio sanitario nazionale.La logica sottostante alla ripartizione sembra essere quella di una persistente carenza di medici, da compensare aumentando ulteriormente gli accessi ai corsi di laurea in area medica. Ma è proprio la premessa che merita di essere discussa. Nel dibattito pubblico sulla sanità torna infatti con regolarità la stessa diagnosi: in Italia mancano i medici. I dati più recenti, però, raccontano una storia diversa: il problema non è tanto quantitativo, quanto distributivo.Secondo il rapporto Ocse “Profilo della sanità 2025: Italia”, nel 2023, il paese contava 5,4 medici ogni mille abitanti, oltre un quarto in più della media Ue. Il dato Agenas sul personale del Servizio sanitario nazionale conferma una densità superiore alla media europea: in termini assoluti, l’offerta di professionisti non è scarsa. Il vero squilibrio del sistema, semmai, riguarda un’altra figura: gli infermieri sono appena 6,9 ogni mille abitanti, contro una media Ocse di 9,2, con un rapporto infermieri-medici di 1,3, circa la metà della media Ue. Se il sistema soffrisse di una carenza generalizzata di personale, il divario si vedrebbe su entrambe le figure. Invece si concentra quasi solo sui medici, e non sul loro numero.I tre squilibri della professioneIl primo squilibrio interno alla professione medica è geografico. L’Ocse segnala che il deficit di medici di medicina generale è marcato in alcune regioni, soprattutto al Nord. Le stime Gimbe, su dati Sisac, quantificano la carenza nazionale di medici di famiglia in circa 5.575 unità al gennaio 2024, concentrata in Lombardia (-1.525), Veneto (-785), Campania (-652), Emilia-Romagna (-536) e Piemonte (-431), mentre Basilicata, Molise, Umbria e Sicilia non registrano deficit. Il fenomeno, però, non riguarda solo la medicina generale: anche la densità complessiva dei medici varia tra le regioni, con Lazio, Sardegna, Toscana e Liguria ai vertici e Trentino-Alto Adige, Valle d’Aosta, Basilicata e Piemonte agli ultimi posti. In questo caso, la geografia è dunque diversa, senza la netta contrapposizione Nord-Sud tipica della medicina di famiglia. Non conta solo quanti professionisti un sistema forma, conta dove scelgono di lavorare.Il secondo squilibrio riguarda le specializzazioni. I dati Agenas mostrano che le difficoltà si concentrano in discipline ad alta utilità sociale ma bassa attrattività: medicina d’emergenza-urgenza, anestesia e rianimazione, radioterapia, microbiologia e virologia. Nel concorso 2025-2026, per 14.493 contratti banditi, ne sono stati assegnati 12.248, l’85 per cento, con tassi di copertura particolarmente bassi proprio in queste aree. È un segnale che i neolaureati, messi di fronte a una scelta, tendono a evitare le branche più gravose per carico di lavoro, rischio medico-legale, turni notturni e festivi, remunerazione percepita come inadeguata, e si orientano verso altre specializzazioni più attrattive.Il terzo squilibrio riguarda la medicina territoriale. L’Ocse rileva che la densità dei medici di medicina generale è diminuita di circa il 13 per cento nell’ultimo decennio, nonostante una crescita della densità medica complessiva superiore all’1 per cento annuo nello stesso periodo. È un dato che, letto insieme al primo, rivela il cuore del problema: più medici in totale, ma meno medici di famiglia, e per giunta più anziani, il 44 per cento dei medici italiani ha oltre 55 anni, contro una media Ocse del 32 per cento. Il risultato è un progressivo spostamento della domanda di assistenza verso ospedali e pronto soccorso, che finiscono per assorbire richieste che la medicina di base potrebbe gestire con più efficacia e a costi minori per il sistema.Se la formazione non risponde ai bisogni del SsnSommati tra loro, i tre squilibri suggeriscono che la vera questione non sia quanti medici formare, ma come indirizzarli. Il sistema di programmazione sanitaria italiano è riuscito ad aumentare l’offerta complessiva, ma non ha sviluppato strumenti altrettanto efficaci per orientarla verso i territori meno attrattivi, le specialità più critiche e l’assistenza primaria. È una questione di incentivi, prima ancora che di numeri.Non è un problema solo italiano, ma altrove viene affrontato con strumenti più mirati: impegni di servizio in aree sottodotate come condizione di accesso ad alcune specializzazioni, premi economici crescenti in base alla difficoltà della sede, quote di specializzazione riviste periodicamente sui fabbisogni effettivi anziché decise una tantum a livello centrale. Sono soluzioni che non eliminano il problema della distribuzione, ma lo attenuano.La carenza di medici evocata nel dibattito pubblico è in larga misura un problema di distribuzione tra territori, specialità e livelli assistenziali, mentre la vera carenza numerica riguarda gli infermieri. Da questa distinzione discendono priorità molto diverse: non si tratta tanto di aumentare indiscriminatamente il numero di laureati in medicina, quanto di rafforzare gli incentivi e la programmazione nelle aree dove il fabbisogno è effettivamente maggiore. Proprio per questo la bozza di Accordo salute-regioni 2026-2027 appare discutibile: aumenta ulteriormente i posti per l’area medica e riduce quelli infermieristici, rischiando di allontanare la formazione sanitaria dai reali bisogni del Servizio sanitario nazionale.Lavoce è di tutti: sostienila!Lavoce.info non ospita pubblicità e, a differenza di molti altri siti di informazione, l’accesso ai nostri articoli è completamente gratuito. L’impegno dei redattori è volontario, ma le donazioni sono fondamentali per sostenere i costi del nostro sito. Il tuo contributo rafforzerebbe la nostra indipendenza e ci aiuterebbe a migliorare la nostra offerta di informazione libera, professionale e gratuita. Grazie del tuo aiuto!SOSTIENI lavoce Correlati Correlati tp:writer§§ Emilio Mirante guid§§ http://gimbe.telpress.it/news/2026/08/17/2026081701692604161.PDF §---§ title§§ Sanità digitale e accessibilità in Italia: le barriere invisibili della primary care - politicamentecorretto.com link§§ http://gimbe.telpress.it/news/2026/08/17/2026081701708704322.PDF description§§

Estratto da pag. 1 di "politicamentecorretto.com" del 17 Aug 2026

politicamentecorretto.com - Sanità digitale e accessibilità in Italia: le barriere invisibili della primary care

pubDate§§ 2026-08-17T12:13:00+00:00 arguments§§ http://gimbe.telpress.it/news/2026/08/17/2026081701708704322.PDF category§§ GIMBE subcategory§§ {'domain': ''} source§§ {'href': 'http://gimbe.telpress.it/news/2026/08/17/2026081701708704322.PDF', 'title': 'politicamentecorretto.com'} tp:url§§ https://www.politicamentecorretto.com/2026/08/17/sanita-digitale-e-accessibilita-in-italia-le-barriere-invisibili-della-primary-care/ tp:attach_fn§§ http://gimbe.telpress.it/news/2026/08/17/2026081701708704322.PDF tp:ocr§§ Advertisement Sanità digitale e accessibilità in Italia: le barriere invisibili della primary careA firma di Guja Ventura, Head of Operations di International Care Company (ICC) Advertisement Negli ultimi anni la sanità italiana ha accelerato il proprio percorso di trasformazione digitale. Gli esempi sono molteplici: dal fascicolo Sanitario Elettronico alle piattaforme di assistenza da remoto, dalle prenotazioni online ai nuovi servizi digitali territoriali, solo per citare alcuni dei pilastri di una strategia che punta a rendere il sistema più efficiente e vicino alla comunità. I numeri non fanno che confermarlo. Secondo l’Osservatorio Sanità Digitale del Politecnico di Milano, infatti, nel 2025 la spesa per la sanità digitale ha raggiunto i 2,7 miliardi di euro, con una crescita del 9% rispetto all’anno precedente. Stando agli ultimi dati, il 53% degli italiani (undici punti percentuale in più rispetto al 2025), ha consultato almeno una volta il Fascicolo Sanitario Elettronico, segno di una crescente familiarità con gli strumenti digitali della salute[1]. Questa evoluzione si riflette anche nelle modalità di erogazione dell’assistenza: dopo la spinta impressa dalla pandemia, la telemedicina è diventata una componente sempre più rilevante del percorso di cura. Oggi sei cittadini su dieci comunicano con il proprio medico tramite WhatsApp, mentre il 52% dei Medici di Medicina Generale e il 36% dei medici specialisti dichiarano di effettuare televisite. Un’evoluzione che trova riscontro anche nelle strategie delle strutture sanitarie: il 74% identifica infatti la telemedicina come una delle principali priorità di investimento digitale. Resta tuttavia un margine di maturazione, poiché l’utilizzo di piattaforme dedicate è ancora limitato e, in molti casi, le visite a distanza vengono erogate attraverso strumenti non progettati specificamente per l’ambito sanitario.Sul fronte della digitalizzazione, tuttavia, persistono significative differenze territoriali. Un aggiornamento della Fondazione Gimbe sul Fascicolo Sanitario Elettronico ha evidenziato nel 2025 una forte disomogeneità tra le regioni sia nella completezza dei documenti disponibili sia nell’offerta di servizi digitali. L’analisi mostra inoltre che il livello di utilizzo da parte dei cittadini resta mediamente inferiore al 50% in diverse aree del Paese, segnalando una persistente frattura digitale nell’accesso ai servizi sanitari e un consistente divario tra le regioni del nord e quelle del sud[2].La digitalizzazione, tuttavia, non coincide automaticamente con l’accessibilità. Se da un lato aumenta la disponibilità di servizi online, dall’altro emergono nuove forme di esclusione che non dipendono soltanto dalla connessione internet o dalle competenze digitali. L’accessibilità, infatti, non significa semplicemente poter accedere a una piattaforma, ma essere nelle condizioni di comprenderne il funzionamento, orientarsi tra servizi spesso frammentati e completare il proprio percorso di cura senza ostacoli.È qui che emergono le cosiddette “barriere invisibili”: per molte persone – anziani, caregiver, cittadini con disabilità, persone con background migratorio o con una limitata alfabetizzazione sanitaria – le difficoltà iniziano molto prima dell’accesso a una prestazione. Comprendere quale servizio attivare, sapere a chi rivolgersi, gestire un’emergenza familiare o coordinare interlocutori diversi rappresenta una sfida quotidiana che richiede tempo, competenze e supporto.A queste criticità si aggiungono poi le fragilità strutturali del sistema sanitario. L’accessibilità alle cure primarie è infatti ostacolata da lunghe liste di attesa, dalla crescente carenza di medici di medicina generale – nel nostro Paese ne mancano oltre 5.500 e sempre più cittadini faticano a trovarne uno, soprattutto nelle regioni più popolose – e dalla frammentazione dei percorsi assistenziali. La progressiva riduzione del numero di medici di famiglia incide inoltre sulla prossi mità dell’assistenza: in molte aree interne, montane e rurali, trovare un medico di medicina generale vicino al proprio luogo di residenza è sempre più difficile, con conseguenti maggiori tempi e difficoltà negli spostamenti per accedere alle cure. Persistono inoltre barriere linguistiche e culturali, procedure amministrative complesse e orari di accesso spesso poco flessibili, che rendono ancora più difficile orientarsi all’interno del sistema sanitario.Questi fattori si inseriscono in un contesto di evidente sottofinanziamento della sanità pubblica rispetto ad altri Paesi europei: secondo le ultime stime disponibili, la spesa sanitaria italiana (8,4% del Pil) è al di sotto della media Ocse (9,3%) e di quella in particolare di Germania (12,7%), Francia (10,8%) e Regno Unito (9,3%)[3], penalizzando soprattutto anziani, persone fragili, cittadini in situazioni di marginalità socioeconomica e residenti nelle aree più svantaggiate.La questione assume un peso ancora maggiore alla luce delle dinamiche demografiche. Secondo gli ultimi Indicatori Demografici dell’Istat, al 1° gennaio 2026 gli over 65 hanno raggiunto i 14,8 milioni, pari al 25,1% della popolazione italiana, mentre gli ultraottantacinquenni superano i 2,5 milioni[4]. L’Italia si conferma, così, il Paese più anziano dell’Unione Europea per incidenza della popolazione anziana. Si tratta di una trasformazione strutturale che modifica profondamente la domanda di assistenza. Cresce infatti il numero di persone che necessitano non soltanto di cure sanitarie, ma anche di supporto continuativo, orientamento, accompagnamento e servizi di prossimità.È proprio alla luce di queste trasformazioni che emerge uno dei principali equivoci del dibattito sulla sanità digitale. Ancora oggi l’innovazione viene spesso identificata con la semplice digitalizzazione delle prestazioni: piattaforme online, Fascicolo Sanitario Elettronico, telemedicina e nuovi servizi digitali. In realtà, la primary care contemporanea comprende un insieme molto più ampio di attività che va oltre la dimensione clinica. Significa orientare le persone all’interno del sistema sanitario, coordinare i servizi, supportare i caregiver, gestire le fragilità e garantire continuità lungo tutto il percorso di assistenza. Basti pensare al caso di un lavoratore che vive lontano dai propri genitori anziani. Il problema non consiste soltanto nell’ottenere una visita specialistica, ma nel riuscire a monitorare la situazione, trovare rapidamente risposte affidabili, coordinare eventuali interventi domiciliari e gestire gli imprevisti che possono compromettere il benessere della persona assistita. In questi casi il bisogno è contemporaneamente sanitario, assistenziale e organizzativo.Per questo motivo il concetto stesso di innovazione sanitaria sta cambiando. L’obiettivo non è più soltanto la digitalizzazione delle prestazioni, ma la capacità di costruire ecosistemi integrati di assistenza che semplifichino il rapporto tra cittadini e servizi. In questa prospettiva stanno assumendo un ruolo crescente i modelli che combinano teleassistenza primaria, orientamento ai servizi, supporto internazionale, programmi dedicati ai caregiver, assistenza per la popolazione senior e gestione delle situazioni impreviste che possono influire sulla continuità della cura.L’obiettivo non è sostituire il Servizio sanitario nazionale, ma rafforzarne la capacità di rispondere ai bisogni dei cittadini, rendendolo più accessibile attraverso una presa in carico più fluida, tempestiva e coordinata. Il valore di questi servizi risiede proprio nella loro funzione sociale: accompagnare le persone verso il percorso assistenziale più appropriato, migliorando la fruibilità del sistema sanitario e contribuendo a un utilizzo più efficiente delle sue risorse. In questo modo, situazioni a bassa complessità, che spesso si riversano impropriamente sui Pronto Soccorso per mancanza di alternative accessibili o di un orientamento tempestivo – soprattutto nelle ore serali, nei fine settimana o nei territori dove l’ass istenza territoriale è meno capillare – possono essere intercettate e gestite in modo più adeguato, alleggerendo la pressione sulle strutture di emergenza e consentendo loro di concentrarsi sui casi realmente urgenti.Questa evoluzione riguarda sempre più anche il mondo delle imprese. L’invecchiamento della popolazione attiva, l’aumento dei lavoratori impegnati nell’assistenza a familiari fragili e la crescente attenzione al benessere organizzativo stanno trasformando il welfare aziendale. Le aziende non cercano più soltanto prestazioni sanitarie aggiuntive, ma strumenti capaci di supportare concretamente i dipendenti nella gestione della vita quotidiana e delle responsabilità di cura. In questo scenario, il valore della tecnologia non si misura soltanto in termini di efficienza, ma soprattutto nella sua capacità di generare prossimità.Una piattaforma digitale, da sola, non elimina le disuguaglianze. Può farlo soltanto se inserita all’interno di una rete di servizi in grado di accompagnare le persone, orientarle e fornire risposte tempestive ai bisogni che emergono lungo il percorso. In quest’ottica la sfida della sanità digitale italiana, dunque, non può essere unicamente tecnologica. È innanzitutto organizzativa, culturale e relazionale. Perché la vera accessibilità non consiste nel mettere un servizio online e sostituire l’apporto umano al servizio stesso, ma nel garantire che ogni persona possa utilizzarlo con semplicità e ricevere il supporto necessario nel momento in cui ne ha davvero bisogno.giornaleInformazione equidistante ed imparziale, che offre voce a tutte le fonti di informazione Advertisement tp:writer§§ giornale guid§§ http://gimbe.telpress.it/news/2026/08/17/2026081701708704322.PDF §---§