title§§ Autonomia: fatto il primo passo
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Estratto da pag. 37 di "CORRIERE DI NOVARA" del 27 Jul 2026
La Camera dei Deputati ha dato il via libera al provvedimento: adesso si apre la fase di definizione delle materie da trasferire. Ecco cosa chiede il Nordovest
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tp:ocr§§ Autonomia: fatto il primo passo La Camera dei Deputati ha dato il via libera al provvedimento: adesso si apre la fase di definizione delle materie da trasferire. Ecco cosa chiede il Nordovest La Camera dei Deputati ha dato il via libera al provvedimento sull’autonomia differenziata (con 159 voti favorevoli e 109 contrari), aprendo una nuova fase del percorso che consentirà alle Regioni a statuto ordinario di chiedere maggiori competenze nelle materie previste dall'articolo 116, terzo comma, della Costituzione. Con il voto di Montecitorio si apre ora la fase che porterà al confronto tra il Governo e le singole amministrazioni regionali per la definizione delle intese e delle materie da trasferire (protezione civile, professioni, previdenza complementare e coordinamento della finanza pubblica sulla sanità). Lombardia, Piemonte e Liguria sono pronte. Il presidente della regione Puglia, Antonio Decaro, invece, ha preannunciato il ricorso davanti alla Corte costituzionale perché la devoluzione della sanità danneggerebbe il Mezzogiorno, come per altro denunciato durante le audizioni dalla fondazione Gimbe e da altri esperti. «L’autonomia non è un privilegio – afferma il presidente della regione Lombardia, Attilio Fontana – ma uno strumento per rendere l’azione amministrativa più efficiente, e per assumersi maggiori responsabilità. Siamo certi che il confronto con il Governo possa proseguire rapidamente fino alla definizione dei disegni di legge che consentiranno di dare piena attuazione a questo percorso, nell’interesse della Lombardia e dell’intero Paese». Soddisfazione è stata espressa anche dal sottosegretario alla Presidenza della Regione Lombardia con delega all’Autonomia, Mauro Piazza: «L’approvazione della risoluzione – sottolinea – rappresenta un passaggio fondamentale perché consente di proseguire il confronto con il Governo e di entrare nella fase di definizione dei disegni di legge relativi alle materie oggetto delle pre-intese. La Lombardia continuerà a lavorare con determinazione e spirito di collaborazione affinché questo percorso possa concludersi in tempi rapidi. Nel pieno rispetto del dettato costituzionale e nell’interesse dei cittadini lombardi». «Un passaggio significativo che conferma la solidità del percorso intrapreso dal Piemonte verso l'Autonomia differenziata - dichiarano il presidente della Regione Piemonte Alberto Cirio e l’assessore all’Autonomia Enrico Bussalino - Ora si apre una fase decisiva, quella della predisposizione delle intese definitive, nella quale sarà possibile tradurre il lavoro svolto finora in strumenti concreti per rafforzare l'efficienza dell'azione amministrativa e valorizzare le competenze regionali. Il nostro obiettivo è dotare il Piemonte di maggiori capacità operative per offrire servizi più efficaci a cittadini, imprese ed enti locali, nel pieno rispetto dei principi di solidarietà e leale collaborazione tra Stato e Regioni. Continueremo a lavorare con il Governo e con il ministro Calderoli affinché questo percorso proceda con rapidità e concretezza, nell'interesse del Piemonte e dell'intero Paese». Il prossimo passaggio sarà la predisposizione dello schema di intesa definitivo, che individuerà nel dettaglio le competenze oggetto del trasferimento e le relative modalità di attuazione. Il presidente della Regione Liguria, Marco Bucci, già a febbraio in occasione di un incontro a Roma con il ministro Calderoli, aveva espresso la sua soddisfazione: «Per noi è un grande passo, soprattutto per la sanità e la protezione civile, che sono le due cose che hanno più effetto sul cittadino immediato: potremo disporre dei fondi immediatamente il giorno dopo la calamità: se il presidente si prende la responsabilità di fare la delibera, il decreto, quello che è. Le persone che purtroppo hanno subito un danno, possono avere il rimborso il giorno dopo, ed è incredibile rispetto ai tempi in cui siamo abituati». l e.b. ---End text--- Author: e. b. Heading: Highlight: Image: -tit_org- Autonomia: fatto il primo passo -sec_org-
tp:writer§§ e. b.
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title§§ Sanità in Italia (2010–oggi): tra austerità, pandemia e ridefinizione del Servizio Sanitario Nazionale
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Estratto da pag. 9 di "PRIMO PIANO MOLISE" del 27 Jul 2026
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tp:ocr§§ Sanità in Italia (2010–oggi): tra austerità, pandemia e ridefinizione del Servizio Sanitario Nazionale Per la rubrica “Alesia ed i suoi compagni di viaggio” ancora un interessante contributo del caro amico Dott. Mino Dentizzi 1. Introduzione: un sistema sotto pressione All’inizio del decennio 2010, la sanità italiana si presentava come un sistema maturo, universalistico e regionalizzato, ma già sottoposto a forti tensioni economiche. Il Servizio Sanitario Nazionale (SSN), riformato negli anni Novanta su base aziendale e regionale, doveva ora confrontarsi con due sfide cruciali: • la crisi finanziaria globale del 2008, che impose severi vincoli di bilancio; • l’invecchiamento della popolazione, con l’aumento delle patologie croniche e della domanda di assistenza continuativa. Nel decennio successivo, la sanità italiana avrebbe vissuto un lento ma costante processo di contrazione delle risorse pubbliche, a cui si sommò, a partire dal 2020, la crisi sanitaria più grave del dopoguerra: la pandemia di COVID-19. 2. La stagione del contenimento della spesa (2010–2019) Negli anni immediatamente successivi alla crisi economica globale, la politica sanitaria italiana fu dominata dall’esigenza di ridurre la spesa pubblica. Le misure di austerità introdotte tra il 2010 e il 2015 — contenute nei vari “decreti di spending review” — portarono a un progressivo rallentamento del finanziamento del SSN. Secondo la Ragioneria Generale dello Stato (Conti Pubblici Territoriali), la spesa sanitaria pubblica passò dal 7,1% del PIL nel 2010 al 6,5% nel 2018, mentre in termini reali crebbe di meno dell’1% l’anno, a fronte di un aumento dei costi strutturali e della domanda di salute. La quota di spesa sanitaria pubblica sul totale della spesa sanitaria complessiva scese dal 78,5% al 74,2%, segnalando una crescita della spesa privata “out of pocket”, cioè a carico diretto dei cittadini (dati ISTAT e OCSE Health Data). Effetti principali • Blocco del turnover del personale sanitario, con un progressivo invecchiamento della forza lavoro: l’età media dei medici ospedalieri superò i 54 anni nel 2019. • Riduzione dei posti letto: dai circa 4 per 1.000 abitanti nel 2010 a meno di 3,2 nel 2018 (OCSE). • Allungamento dei tempi di attesa e aumento del ricorso al settore privato per prestazioni diagnostiche e specialistiche. • Differenziazione regionale crescente: le Regioni sottoposte a “piani di rientro” (Campania, Lazio, Calabria, Molise, Sicilia) ridussero drasticamente servizi e personale per contenere i disavanzi. 3. Politiche e riforme normative Nel medesimo periodo, lo Stato intervenne più volte per migliorare l’efficienza del sistema: Il Patto per la Salute: coordinamento e sostenibilità del SSN Tra il 2010 e il 2016 un ruolo fondamentale nel governo del sistema sanitario italiano fu svolto dai Patti per la Salute, strumenti di programmazione congiunta tra lo Stato e le Regioni, nati per garantire la sostenibilità del Servizio Sanitario Nazionale (SSN) e l’erogazione uniforme dei Livelli Essenziali di Assistenza (LEA) su tutto il territorio. Si tratta di accordi triennali stipulati tra il Ministero della Salute, il Ministero dell’Economia e delle Finanze e la Conferenza delle Regioni e delle Province autonome. A differenza di una legge, i Patti non modificano direttamente l’ordinamento, ma stabiliscono le regole finanziarie, organizzative e di governance per l’intero sistema: definiscono il livello e la ripartizione del Fondo Sanitario Nazionale (FSN), fissano criteri di efficienza e trasparenza, e introducono meccanismi di controllo e monitoraggio per garantire l’erogazione dei LEA. Il Patto per la Salute 2010–2012 Firmato il 3 dicembre 2009, questo accordo nacque in un contesto economico difficile, all’indomani della crisi finanziaria globale. L’obiettivo principale era contenere la spesa pubblica sanitaria, assicurando al tempo stesso la sostenibilità del sistema. Il Fondo Sanitario Nazionale fu fissato a circa 106 miliardi di euro nel 2010, con incrementi molto limitati negli anni successivi. Furono introdotti vincoli
stringenti per le Regioni in deficit — come Lazio, Campania, Calabria e Sicilia — obbligate a varare piani di rientro con tagli alla spesa, limiti alle assunzioni e riorganizzazione delle strutture ospedaliere. Il Patto puntava inoltre a: • rafforzare il controllo sulla spesa farmaceutica, con l’introduzione di tetti e meccanismi di compensazione per le Regioni che li superavano; • potenziare i sistemi informativi per monitorare i costi e le prestazioni; • verificare il rispetto dei LEA, tramite indicatori nazionali e regionali. Il risultato fu un sistema più attento alla sostenibilità economica, ma spesso a scapito dell’ampliamento dei servizi e del reclutamento di personale, con conseguenti disparità territoriali. Il Patto per la Salute 2014–2016 Firmato il 10 luglio 2014, durante il governo Renzi, rappresentò una svolta più propositiva. Dopo anni di tagli e austerità, il nuovo Patto introdusse una logica di rilancio e modernizzazione del sistema sanitario. Il Fondo Sanitario Nazionale venne incrementato (da 109,9 miliardi nel 2014 a 115,4 miliardi nel 2016) e furono poste le basi per la revisione dei LEA, approvata poi nel 2017, che ampliò significativamente le prestazioni garantite: nuovi vaccini, screening neonatali, fecondazione eterologa, cure domiciliari e assistenza alle persone con disabilità. Tra le altre innovazioni: • avvio di un piano di rinnovamento del personale sanitario, con la progressiva rimozione del blocco del turnover; • sviluppo del Fascicolo Sanitario Elettronico (FSE) e dei sistemi digitali per l’integrazione dei dati tra Regioni e Ministero; • promozione dell’integrazione socio-sanitaria, con maggiore attenzione alla medicina territoriale e all’assistenza domiciliare, soprattutto per anziani e malati cronici. Il Patto 2014–2016 segnò quindi un ritorno alla programmazione partecipata e alla ricerca di equità, con una visione più moderna e orientata alla qualità delle cure. Bilancio complessivo Nel loro insieme, i Patti per la Salute del 2010– 2012 e del 2014–2016 rappresentano due stagioni diverse ma complementari della sanità italiana: il primo, centrato sulla razionalizzazione e sul contenimento della spesa, espressione della crisi e delle politiche di austerità; il secondo, focalizzato sul rilancio dei servizi e sull’innovazione, volto a rinnovare il SSN e a ridurre le disuguaglianze tra Regioni. Entrambi hanno avuto un ruolo cruciale nel mantenere la coesione e la sostenibilità del sistema in un contesto di crescente autonomia regionale e di difficoltà finanziaria. Tuttavia, le tensioni tra universalismo e vincoli di bilancio restano una costante della storia recente del SSN, evidenziando la sfida strutturale di conciliare diritti, qualità e sostenibilità economica. L’arrivo della pandemia nel febbraio 2020 rappresentò uno spartiacque nella storia del SSN. Il sistema sanitario italiano, pur fondato su principi di universalità e qualità, mostrò fin da subito criticità strutturali: • carenza di personale sanitario e posti letto (in particolare di terapia intensiva, circa 8,6 per 100.000 abitanti contro una media tedesca di 33); • debolezza della medicina territoriale, incapace di gestire tempestivamente i casi a domicilio; • frammentazione decisionale tra Stato e Regioni, con risposte non sempre coordinate. Secondo i dati del Ministero della Salute e dell’ISS, tra marzo 2020 e dicembre 2021 si registrarono: • oltre 5 milioni di casi accertati e 135.000 decessi per COVID-19; • un picco di oltre 200.000 ricoverati contemporaneamente nei mesi più critici del 2020; • una riduzione del 20–30% delle attività ordinarie (chirurgia, screening oncologici, riabilitazione). Il sistema, però, dimostrò anche notevoli capacità di resilienza: • in meno di un anno fu realizzato un incremento del 70% dei posti di terapia intensiva; • la campagna vaccinale del 2021 raggiunse oltre il 90% della popolazione adulta; • vennero creati nuovi strumenti di coordinamento (Commissario straordinario, Unità di crisi, Piattaforma di monitoraggio ISS-Ministero). Il Fondo Sanitario Nazionale passò da 112 miliard
i di euro nel 2019 a oltre 130 miliardi nel 2022, grazie ai fondi straordinari per l’emergenza. 4. Il PNRR e la riorganizzazione della sanità territoriale L’esperienza pandemica fece emergere l’urgenza di rafforzare il territorio e la capacità di risposta preventiva e domiciliare. Nel 2021, con l’approvazione del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR), l’Italia ha destinato circa 15,6 miliardi di euro alla “Missione 6 – Salute”. I due assi principali del piano sono: • Rete di prossimità, strutture e telemedicina creazione di 1.350 Case della Comunità, 400 Ospedali di Comunità e 600 Centrali Operative Territoriali (COT) entro il 2026; sviluppo della teleassistenza e telemonitoraggio dei pazienti cronici. • Innovazione, ricerca e digitalizzazione del SSN potenziamento del Fascicolo Sanitario Elettronico, accessibile in tutte le regioni; rinnovamento tecnologico degli ospedali e infrastrutture ICT per la sanità digitale. Si tratta del più ampio investimento pubblico in sanità dai tempi della riforma del 1978. Tuttavia, l’attuazione procede con lentezza: secondo Corte dei Conti (Relazione 2024), solo il 35% dei 6. Disuguaglianze e criticità persistenti Nonostante le riforme e gli investimenti, permangono tre criticità strutturali: • Disparità territoriali Le Regioni del Nord (Emilia-Romagna, Veneto, Lombardia) garantiscono livelli di efficienza e tempi di attesa medi di 40-50 giorni per prestazioni diagnostiche, contro i 120-150 giorni del Sud. La spesa sanitaria pro capite varia da 2.400 € in Trentino-Alto Adige a 1.850 € in Calabria (Ministero della Salute, Monitoraggio LEA 2023). • Carenza di personale L’Italia conta circa 6 infermieri per 1.000 abitanti, contro i 10 della media OCSE. Si stima una carenza di oltre 30.000 medici e 65.000 infermieri entro il 2025 (FNOMCeO, Censis). • Crescente privatizzazione “di fatto” La spesa privata supera il 25% del totale; oltre il 60% di essa è “out of pocket”, pagata direttamente dai cittadini. Le famiglie con redditi più bassi rinunciano più spesso alle cure per motivi economici (dati GIMBE 2023). 7. Conclusione: un equilibrio fragile Dal 2010 a oggi, la sanità italiana ha vissuto una fase di contraddizioni e resilienza. Da un lato, l’Italia mantiene uno dei sistemi sanitari più efficienti e inclusivi al mondo, con aspettative di vita tra le più alte e una mortalità infantile tra le più basse d’Europa. Dall’altro, la sottofinanziarizzazione cronica, la carenza di personale e le disuguaglianze territoriali ne minacciano la sostenibilità. La pandemia ha rappresentato uno spartiacque: ha messo in luce le debolezze strutturali ma anche la straordinaria capacità di risposta del SSN. Le riforme avviate con il PNRR e la digitalizzazione della sanità rappresentano oggi un’occasione storica di rinnovamento, ma richiedono continuità, risorse e una governance forte. La sanità pubblica italiana, figlia della riforma del 1978, è ancora oggi uno dei pilastri della democrazia repubblicana. Tuttavia, il suo equilibrio resta fragile: tra diritto universale e vincolo economico, tra autonomia regionale e responsabilità nazionale, tra l’eccellenza di pochi e la fragilità di molti. Il futuro del SSN dipenderà dalla capacità del Paese di riconoscere la salute non come costo, ma come investimento essenziale di civiltà. Mino Dentizzi ---End text--- Author: Redazione Heading: Highlight: Image: -tit_org- Sanità in Italia (2010–oggi): tra austerità, pandemia e ridefinizione del Servizio Sanitario Nazionale -sec_org-
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title§§ «Ma che presa in carico L'Astci prende in giro»
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Estratto da pag. 33 di "RESTO DEL CARLINO ANCONA" del 27 Jul 2026
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tp:ocr§§ «Ma che presa in carico L’Ast ci prende in giro» Da cinque mesi attende per un esame necessario «Cinque mesi di attesa per un esame, la presa in carico è una presa per i fondelli». Lo racconta Giancarlo Copponi, di Muccia, dopo aver provato a chiedere il controllo del fundus oculi, necessario per una sua patologia. «La presa in carico è del 13 febbraio – ha scritto ora Copponi agli uffici dell’azienda sanitaria –, ho aspettato con pazienza e speranza una chiamata dall’Ast o una risposta, ma non ho ricevuto nulla. Capisco che tale procedura sia una truffa ai danni di noi cittadini marchigiani, o se vogliamo un escamotage per sbandierare l’efficienza della sanità regionale, come la Fondazione Gimbe ha ben illustrato. Non so di chi sia la colpa, ma la costruzione di questo escamotage, la presa in carico, è dovuta alla genialità dell’assessore Calcinaro, che fa rimpiangere Saltamartini, il quale quantomeno ci deliziava con qualche battuta da avanspettacolo». Copponi non è purtroppo l’unico a segnalare come la presa in carico non stia affatto funzionando come dovrebbe: impossibile contattare il numero di telefono, inutile scrivere con la speranza di essere contattati per l’esame di cui si ha bisogno. ---End text--- Author: Redazione Heading: Highlight: Image:L’assessore regionale alla sanità Paolo Calcinaro oggetto delle critiche -tit_org- «Ma che presa in carico L’Astci prende in giro» -sec_org-
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Estratto da pag. 33 di "RESTO DEL CARLINO MACERATA" del 27 Jul 2026
Da cinque mesi attende per un esame necessario
pubDate§§ 2026-07-27T01:40:00+00:00
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§---§
title§§ La sostenibilità economica passa dalla diagnosi precoce
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Estratto da pag. 13 di "AFFARI E FINANZA" del 27 Jul 2026
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category§§ POLITICA SANITARIA
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tp:ocr§§ • Diabete La sostenibilità economica passa dalla diagnosi precoce Si stima che nel 2028 la malattia di tipo 1 peserà sulle casse dello Stato circa 900 milioni. Intervenire sul ritardo diagnostico può ridurre le spese: lo screening nazionale è un investimento strategico a tutela del sistema è una malattia che di recente ha occupato le pagine di tanti giornali, grazie al tennis. È il diabete di tipo 1 (T1D), e ne è affetto Alexander Zverev, vincitore del Roland Garros e protagonista della finale di Wimbledon. Lo abbiamo visto pungersi le dita per controllare la glicemia nei break degli incontri e iniettarsi insulina al bisogno, ma quanto sappiamo davvero su questa patologia? Secondo un’indagine condotta da Swg per Sanofi, le lacune degli italiani sono tante, con conseguenze dirette sulla salute e sulla sostenibilità sanitaria. Investire in diagnosi precoce, però, può fare la differenza, e l’Italia, grazie all’approvazione della legge 130/2023 che istituisce un programma nazionale di screening pediatrico per il T1D e la celiachia, è sulla strada giusta. Nel nostro paese, oltre 300mila persone convivono con il T1D. La malattia è cronica e scatenata da un errore del sistema immunitario che distrugge le cellule del pancreas che producono insulina, l’ormone che consente di assorbire lo zucchero dal sangue per trarre energia. I più colpiti sono bambini e giovani adulti, che finiscono per dipendere da dispositivi di monitoraggio e dalla terapia insulinica a vita. Sebbene la prevalenza sia inferiore rispetto al diabete di tipo 2, le caratteristiche del T1D fanno sì che l’impatto economico sia molto superiore: se un paziente con tipo 2 senza complicanze costa al sistema circa 400 euro l’anno, uno con tipo 1 di gravità media può superare gli 8mila euro annui. Complessivamente, la patologia genera un onere sociale di 2,2 miliardi di euro l’anno, di cui il 72% ricade sulle casse pubbliche. «I costi medici diretti valgono 1,2 miliardi, l’83% dei quali viene investito per sensori per il monitoraggio della glicemia e microinfusori che evitano situazioni più complesse e migliorano la qualità di vita dei pazienti», spiega Andrea Marcellusi, ISPOR Italy e Università di Milano. «La gestione delle complicanze, invece, pesa 419 milioni, ed è la parte che si può ridurre, migliorando il controllo glicemico e intercettando prima gli eventi acuti». Il vero nemico della sostenibilità, insomma, è il ritardo diagnostico. In circa il 40% dei casi, il T1D esordisce con la chetoacidosi diabetica, che richiede il ricovero d’urgenza in rianimazione con costi che possono superare i 3mila euro. Dove però lo screening pediatrico è stato implementato, come in Germania, i casi di chetoacidosi all’esordio sono crollati sotto il 4%, con riduzione dei costi sanitari. Anticipare la diagnosi ha effetto anche sulle complicanze a lungo termine. «Oggi il 42% dei pazienti ha già almeno una complicanza cronica», sottolinea Marcellusi. «In Italia l’ospedalizzazione è la voce dominante e cresce con l’accumularsi delle comorbidità, passando dal 59% del costo totale con una sola patologia all’81%con tre. Ogni complicanza evitata sposta il paziente in una fascia di costo più bassa». Intercettare la malattia nella fase asintomatica abbatte anche i costi indiretti, stimati in 462 milioni di euC’ ro l’anno, dalle assenze scolastiche alla perdita di produttività dei pazienti e, soprattutto, dei caregiver. «Ogni genitore che riduce l’orario o lascia il lavoro per assistere un figlio è un costo reale per l’economia del Paese, stimato in circa 2.700 euro l’anno». In questo quadro, l’approvazione della Legge 130/2023 per lo screening pediatrico nazionale è sia una conquista clinica sia una scelta strategica. Le proiezioni al 2028 indicano che, pur restando stabile il numero di pazienti, la spesa per il Servizio Sanitario Nazionale salirà a circa 890 milioni di euro a causa dell’adozione dei dispositivi. «Qui dentro, lo screening pesa meno dell’1 per cento», afferma l’esperto. Per quanto riguarda il ritorno sull’investimento, un calcolo puntuale per lo screening pe
r il T1D in Italia non è ancora disponibile. La letteratura internazionale sugli interventi di sanità pubblica indica ritorni elevati, intorno a 14 euro per ogni euro investito e oltre 25 per i programmi di scala nazionale. «Sono valori che riguardano altri ambiti di prevenzione e non sono trasferibili come tali al T1D», conclude Marcellusi. «Tuttavia, testimoniano che investire non vuol dire spendere di più. Vuol dire avere un orizzonte temporale di medio-lungo periodo che consente una programmazione adeguata e sostenibile della spesa». ---End text--- Author: Mara Magistroni Heading: Highlight: IL GAP DI CONOSCENZE ITALIANI INDIETRO L’indagine condotta da SWG per Sanofi evidenzia una fragilità informativa preoccupante: solo 1 italiano su 10 distingue correttamente il diabete di tipo 1 dal tipo 2. Nonostante il 53% degli intervistati dichiari di sentirsi informata, la comprensione reale della patologia rimane parziale e distante dalla realtà clinica. Un dato critico riguarda l’incapacità diffusa di riconoscere i segnali d’allarme della malattia: 1 cittadino su 4 non sa indicare alcun sintomo specifico, come la sete intensa o la perdita di peso non intenzionale. Inoltre, un ulteriore 27% degli intervistati tende a confondere le manifestazioni tipiche del diabete di tipo 1 con disturbi non correlati. Questa scarsa consapevolezza è la causa principale dei ritardi diagnostici: il 40% delle diagnosi avviene in fase avanzata, portando quasi la metà dei pazienti, soprattutto bambini, in ospedale in condizioni di emergenza. Image:LA TENDENZA 1 1 Il tennista Alexander Zverev è affetto da T1D: qui impegnato a Wimbledon nella finale contro Jannik Sinner, vinta dall’italiano -tit_org- La sostenibilità economica passa dalla diagnosi precoce -sec_org-
tp:writer§§ MARA MAGISTRONI
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title§§ Perché dobbiamo smettere di parlare di "salute mentale"
link§§ http://gimbe.telpress.it/news/2026/07/27/2026072701996103991.PDF
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Estratto da pag. 15 di "DOMANI" del 27 Jul 2026
Queste due parole sono arrivate a riassumerne troppe: malessere, disagio, follia, alienazione, nevrosi Dietro uno slogan pieno dibuone intenzioni restano patologizzazione, tecnicizzazione, securitizzazione
pubDate§§ 2026-07-27T04:13:00+00:00
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tp:ocr§§ Perché dobbiamo smettere di parlare di “salute mentale” Queste due parole sono arrivate a riassumerne troppe: malessere, disagio, follia, alienazione, nevrosi Dietro uno slogan pieno di buone intenzioni restano patologizzazione, tecnicizzazione, securitizzazione IL PENSIERO OLTRE IL LESSICO Bisogna parlare di salute mentale, ormai pare un'evi/ denza. Lo dicono Fedeze Lady Gaga, i politici egli intellettuali, provando a imporre nel dibattito quelle due parole per riassumerne tante altre: malessere, disagio, follia, tristezza, alienazione, nevrosi. Ma se l'infelicità delle società contemporanee è sotto gli occhi di tutti, la scelta di quelle due parole non è innocente. Parlare di "salute” porta con sé il concetto di malattia mentre ilriferimento alla “mente” delimita un preciso campo di specializzazione; quanto al “bisogna”, in tutte le sue forme, rimanda al lessico emergenziale. Ed ecco che dietro uno slogan carico di buone intenzioni spunta una triade ben più inquietante, tipicamente moderna: patologizzazione, tecnicizzazione, securitizzazione. Sì dirà che una società che produce malessere su scala industriale non può che gestirlo in maniera industriale. Così facendo, però, prende anche il rischio di provocare catastrofi industriali, attraverso i cosiddetti effetti iatrogeni: ovvero quando il rimedio è peggio del male. Lavoro e salute mentale Il lavoro, ad esempio, è oggi una delle principali fonti di malessere, Pare quindi naturale, come ha fatto Sofia Mattioli su queste pagine, andare a intervistare uno psicologo che di questo tema si occupa da quarant'anni, Christophe Dejours, e chiedergli precisamente del rapporto tra lavoro e salute mentale, anche perchéi concetti sono associati fin dal titolo della recente edizione italiana (DeriveApprodi) di uno dei suoilibri piùimportanti, in originale Travail, usure mentale (1980). La traduzione è legittima, come tutto ciò che permette di attualizzare la ricezione di un testo senza tradirlo, e l'autore stesso nell'intervista riprende l'espressione. La contraddizione è semmai tra questa sensibilità contermporaneaequella dei movimenti degli anni 1950 dai quali, come illustrai in un precedente articolo su Domani, Dejours trae il nucleo della sua teoria. In effetti né Jean Laplanche, né Cornelius Castoriadis avrebbero mai parlato di “salute mentale”. Questo perché la loro critica del capitalismo verteva precisamentesulle derive della società amministrata attraverso la sussunzione del lavoro vivo al capitale cognitivo di burocrati ed esperti. In un simile contesto, il ruolo dello psicologo del lavoro che cura la “salute mentale"rischia di ricordare quello dell'uaomo in camice bianco che in 1984 di George Orwell assistealletorture di Winston Smith, monitorando costantementei suoi parametri al fine di tenerlo in vita. Per gli autori e i militanti cheall'epoca parlavano di “alienazione” il problema del lavoro non era una questione di saluteedi malattia, ma — per usare il loro vocabolario — una crisi di civiltà. Illavoro faschifo? È l'inevitabile sbocco di una contraddizione tra spinta all'autonomia e razionalizzazione sociale; un disallineamentotragico tra itrmaginario ed economia. Invece di curare i lavoratori, dovremmo parlare di management disfunzionale. Chi casca male Bisogna parlare di salute mentale, però, lo hanno dettoeripetuto anche tanti giornalisti che hanno elogiato il memoir con cui Alcide Pierantozzi ha concorso al Premio Strega, Lo sbilico. Il libro racconta un drammatico destino di dipendenza farmacologica, simile a tanti narrati dal giornalista Robert Whitaker nel suo Indagine su un'epidemia (Giovanni Fioriti Editore). A margine della narrazione vivida delle allucinazioni e delle angosce indotte dal suo stato biologicoartificiale, Pierantozzi suggerisce che le cose sarebbero potute andare diversamente se il trauma infantile che ha inaugurato la sua storia clinica trent'anni fa fosse stato affrontato senza intervenire sull'equilibrio chimico dei suoi circuiti neurologici. Spiace solo che il dibattito sul libro abbia evacuato l'elefante
nella stanza, ovvero la dimensione iatrogena di questa condizione. La letteratura scientifica documenta da diversi anni le erranzedell'approccio dominantealla salute mentale. Sul piano teorico, i tentativi di corroborare la tesi dello squilibrio chimico non hanno prodotto evidenze solide. Sul piano clinico, la prassi medica mostra una tendenza alla sovra-prescrizione, guidata da medici generalisti sprovvisti di strumenti di presa in carico psicoterapeutica. Questo produce le cosiddette “prescrizioni a cascata”" quando i sintomni da astinenza o le alterazioni iatrogene vengono diagnosticati come ricadute o nuove patologie. Non è un complotto ma una tempesta perfetta di interessi convergenti. Perl'industria farmaceutica, la dipendenza generaun mercatoa lungotermine. Peri sistemi sanitari nazionali il farmaco appare come una soluzione sostenibile a problemi strutturali di saturazione. Infine per la società serve al contenimento (temporaneo) della devianza. Dalla chimica alla cultura Quel che è certo è che le narrazioni patologizzanti _ — quand'anche dissimulate dietrounabiodi Tinder, unarticolo di lifestyle sulla necessità di rompere il tabù della salute mentale o l'invito di un'ex ad “andare in terapia" — finiscono perlegittimare questecatastrofi sanitarie. L'accesso diffuso ai criteri diagnostici nei canali digitali dedicati alla “salute mentale" porta sempre più pazienti ad assimilare e replicare sintomi patologici. Persino approcci psicodinamici come quello di Dejours rischiano oggi di essere messi al servizio di un interventismo terapeutico che, per chi casca male, equivale a una condanna a morte. Itrial clinici indicano chela differenza in termini di efficacia statistica tra gli antidepressivi e il placebo è spesso marginale nei quadri di severità lieve e moderata, ovvero per chi si autodiagnostica i disturbi su Internet. All'aumento esponenziale del consumo di psicofarmaci in Occidente non corrisponde alcuna riduzione dei disturbi mentali né dei tassi di suicidio, al contrario. E indubbio chei mezzi drastici messi a disposizione dalla neuropsichiatria costituiscono un presidio di contenimento indispensabile per inibire condottedistruttiveo autodistruttive, nonché per accompagnare pazienti caratterizzati da diperndenze ormai irreversibili. Ma in meritoall'aspirazione di medicalizzaretutto quel che respira, dovrebbe valere dai tempi di Ippocrate il precetto citato dallo psicologo Allen Frances in un libro prezioso (pubblicato da Bollati Boringhieri) sulle derive della sua disciplina: «Non curare chi è sano». Lo psicologo Piero Cipriano ha parlato di «manicomio chimico». Per questo dovremmo smettere di parlare di "salute mentale”. Le alternative terminologichesonotanteeognuna di questeci riconnettea una tradizione culturale — da Robert Burton a Soren Kierkegaard, da Sigmund Freud a Herbert Marcuse — sicuramente più rigogliosa di quella promossa dal riduzionismo neurobiologico oggi dominante. Una crisi di civiltà non si risolve in ambulatorio. La conquista della felicità Parlando di malinconia, Burton trattava il malessere come un'esperienza intrinsecamente legata alla condizione umana. Parlando di disperazione, Kierkegaard individuava una frattura esistenziale dell'Io con sé stesso nel momento in cui non riescea realizzarsi. Parlando di nevrosi e di disagio, Freud collocava l'origine della sofferenza psichica nell'inevitabile frizione tra le pulsioni individuali elerichieste coercitive della civiltà. Parlando di alienazione, Marcuse mostrava che l'angoscia è la risposta fisiologica a un sistema economico e sociale che sottomette i bisogni profondi alle logiche di produzione e consumo. Quella che il gergo tecnocratico chiama salute mentale non è altro in fondo chel'antichissima questione filosofica della felicità. Oggi sistemi sanitari sovraccarichi offrono scorciatoie mediche per risolvere dei problemi radicati nella cultura. Ma è proprio dalla cultura che dobbiamo ripartire se a furia di “parlare di salute mentale"non vogliamo diventare tutti pazienti in un grande manicomio. Nelle prime pag
ine della Morntagna incantata il protagonista, perfettamente in salute, si reca in visita a un sanatorio. Il medico lo rassicura: «Non si preoccupi, una malattia gliela troviamo». Naturalmente la troveranno, e lui non uscirà dal sanatorio per sette lunghi dIlIlI. ---End text--- Author: RAFFAELE ALBERTO VENTURA Heading: IL PENSIERO OLTRE IL LESSICO Highlight: Image:7\f;f-?.p; -tit_org- Perché dobbiamo smettere di parlare di “salute mentale” -sec_org-
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Estratto da pag. 12 di "SOLE 24 ORE" del 27 Jul 2026
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tp:ocr§§ agevolazione ad hoc Brescia in cerca di aspiranti infermieri Non solo le materie scientifiche: le agevolazioni per le iscrizioni universitarie arrivano anche per provare a sopperire alle carenze del Sistema sanitario nazionale. In particolare, alla mancanza di infermieri. Nel nuovo regolamento dell’università di Brescia, pronto a partire dal prossimo anno accademico, chi si iscriverà a Infermieristica pagherà il 25% in meno sul contributo onnicomprensivo. La misura, spiega l’ateneo, nasce «al fine di contribuire al contrasto della carenza di personale infermieristico». Considerando che in rampa di lancio ci sono 32 lauree in Scienze infermieristiche in tutta Italia (su cui si veda Il Sole 24 Ore del 19 luglio) resta da capire se altri atenei seguiranno il caso di Brescia. Di fatto, l’iniziativa somiglia a un meccanismo già sperimentato con le materie Stem (Science, Technology, Engineering, and Mathematics). Qualche esempio: Foggia esenta del tutto dalle tasse chi si iscrive a corsi scientifici; il Politecnico di Bari incentiva le iscrizioni ai corsi di laurea in ambito scientifico o tecnologico; Roma Tre azzera i contributi per Fisica, Matematica e Scienze Geologiche; l’Insubria riduce le tasse a chi si laurea con lode in Chimica, Fisica e Matematica. © RIPRODUZIONE RISERVATA ---End text--- Author: Redazione Heading: Highlight: Image: -tit_org- Brescia in cerca di aspiranti infermieri -sec_org-
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