title§§ La cura che serve al paese = All'elettore si deve dire la verità
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Estratto da pag. 36 di "CORRIERE DELLA SERA" del 14 Jul 2026
pubDate§§ 2026-07-14T02:05:00+00:00
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tp:ocr§§ LA CURA CHE SERVE AL PAESE Numerieverità ALL’ELETTORE SI DEVE DIRE LA VERITÀ PARTITI GIÀ A CACCIA DI VOTI PERÒ NESSUN CONTENDENTE PROPONE SOLUZIONI AI PROBLEMI REALI G li slogan non mancano, anzi ci sono solo quelli. Dal lato destro, le solite cose, esasperate dall’incursore Vannacci: legge, ordine, porti aperti ma solo per rispedire indietro e alla svelta gli odiati migranti. Dal lato opposto, un generico «votateci» altrimenti rivincono loro e stavolta la Costituzione la cambiano davvero, snaturandone il senso e lo spirito, a cominciare dalla scelta del prossimo presidente della Repubblica. Manca almeno un anno alle prossime elezioni Politiche, un po’ meno se si voterà in primavera, e già la campagna elettorale marcia a pieno regime: con rumoroso spostamento di truppe e carriaggi ma nel silenzio disorientato sui temi che invece angosciano chi il voto dovrà darlo, e continuando così è facile prevedere un’altra vittoria schiacciante del partito dell’astensione. Basta immaginare un elettore indeciso, stordito tra campi che si allargano o si restringono a fisarmonica, e con divisioni che attraversano entrambi gli schieramenti su temi cruciali come le alleanze internazionali. Per ingaggiarlo, questo elettore già frastornato prima ancora che la vera partita cominci, forse si dovrebbe capovolgere il tavolo: invece di alchimie tattiche su chi comanderà, cominciare a guardare le lastre di un Paese che ha come primo bisogno quello di essere visto, non per come lo si pretende di dipingere ma per come realmente è. continua a pagina 36 SEGUE DALLA PRIMA E dopo questo esame proporre una ricetta convincente che ridia speranza a questa Italia infragilita. Poche parole, partendo da evidenze non contestabili. Care concittadine e concittadini, non stiamo attraversando il nostro momento migliore e a occhio ci aspettano tempi ancora più duri, con le guerre di Trump, Netanyahu e Putin a complicare ulteriormente l’avvenire. I nostri salari reali non solo sono fermi dal 2000, un evo fa, unico tra i Paesi Ue, ma addirittura il loro effettivo potere d’acquisto è inferiore del 6% rispetto al 2021. Si allargano le povertà, che coinvolgono anche i bambini e il loro diritto a un futuro almeno dignitoso. Il debito pubblico, 3.150 miliardi, è al 138,4% del Pil: mettendo una sopra all’altra 3.150 miliardi di monete da un euro si costruirebbero 19 torri alte da qui alla Luna (l’ha figurato Carlo Cottarelli proprio sul Corriere). A rendere ancora più drammatico lo scompenso, la crescita economica sta sotto l’1%, e il propulsore artificiale di fondi, quel Pnrr che ci ha tenuti a galla dal 2021, ha concluso la sua azione antibiotica. A ricasco sui cittadini, fare la spesa costa (fonte Istat) il 24% in più del 2021, le bollette dell’elettricità sono aumentate del 34%, un giovane laureato in Germania guadagna in media l’80% in più di un coetaneo italiano, le risorse pubbliche destinate all’Istruzione sono inferiori al 4% del Pil, quasi un punto in meno della media Ue. E cercate di non ammalarvi, care concittadine e concittadini: secondo le ultime stime della Fondazione Gimbe, 90 mila medici hanno lasciato il Servizio pubblico, mancano più di 5.700 medici di famiglia e per rimediare all’emorragia negli ultimi 12 anni sono stati tolti 33 miliardi al personale sanitario. Una domanda facile: chi curerà l’Italia di domani? E un’altra, altrettanto semplice: chi pagherà le pensioni in un Paese dove la crisi demografica galoppa e i nuovi nati sono ormai la metà dei decessi? Dove andremo a spiaggiarci se la nostra percentuale di giovani è la più bassa di tutti i Paesi Ue e quella degli over 65 la più alta? Eravamo 60 milioni 300 mila nel 2014: quest’anno siamo scesi a 58 milioni 900 mila; secondo le previsioni Istat, nel 2050 passeremo a 54 milioni 700 mila e nel 2080 precipiteremo intorno ai 45 milioni, 13 in meno rispetto a oggi. Care concittadine e concittadini, sarebbe ingiusto dare tutta la colpa di questo affresco poco rassicurante all’ultimo governo, come sarebbe illusorio pensare che cambiare maggioranza metterà d’incanto la nave I
talia sulla giusta rotta. È però innegabile che le cose non stanno funzionando, e non sarà agitando paure o spettri di nemici spesso più immaginari che reali che si guiderà il Paese fuori dalle secche dove rischia di infilarsi. I russi, i russi, gli americani, ma soprattutto «lo straniero», su cui le forze più forti dell’esecutivo stanno concentrando il fuoco della propaganda e dove l’opposizione, per timore di perdere consensi, esita a impegnarsi in una difesa che non sia quella generica dei diritti umani. Il caso del giovane algerino con divieto di dimora che a Milano sfregia una ragazza marocchina «colpevole» di averlo guardato non si ferma al gesto di un folle ma diventa il simbolo dell’islamico estremista che umilia a sangue le donne. Il colore della pelle, la religione, il Paese di provenienza, con particolare attenzione alla fedina penale di chi è venuto da fuori: saranno i temi caldi delle prossime Politiche, più di quanto lo siano stati nelle precedenti. Avete paura nelle vostre città? Trovato il colpevole. E quindi cacciamolo, anzi cacciamone più che si può, anche se hanno conquistato la nostra cittadinanza. È la politica dei sovranismi spinti, e monta da noi come in Germania o Francia, con l’America di Trump a fare da riferimento e locomotiva. Giusto qualche dato per dare una misura al fantasma. In Italia vivono 5 milioni 300 mila stranieri. Quelli illegali sono circa 460 mila: per rimpatriarli tutti ci vorrebbero 127 anni. Tra stranieri liberi, in aumento, solo lo 0,4 per cento è recluso in carcere. Secondo il presidente dell’Inps, Gabriele Fava, oggi un lavoratore su sette non è italiano; quelli extra Ue sono cresciuti del 35 per cento: 3 milioni e mezzo, più 800 mila europei. «Insieme sono quasi il 16% degli assicurati Inps, non poco», osserva Fava. Governando i flussi migratori e accompagnandoli con percorsi di formazione, integrazione, legalità, già contribuiscono alle nostre pensioni. Care concittadine e concittadini, scegliete chi vi pare ma prestate attenzione ai giochi di prestigio, a chi trasforma un’ombra in un’eclissi. I semi dell’odio producono piante esuberanti e a crescita istantanea. Difficile però che i loro frutti favoriscano il benessere e l’armonia di un Paese, di una comunità. © RIPRODUZIONE RISERVATA ---End text--- Author: Carlo Verdelli Heading: Numerieverità PARTITI GIÀ A CACCIA DI VOTI PERÒ NESSUN CONTENDENTE PROPONE SOLUZIONI AI PROBLEMI REALI Highlight: Image: -tit_org- La cura che serve al paese All’elettore si deve dire la verità -sec_org-
tp:writer§§ Carlo Verdelli
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title§§ Notti gratis per le famiglie dei piccoli ricoverati
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Estratto da pag. 3 di "CORRIERE FIORENTINO" del 14 Jul 2026
Un aiuto a chi viene per curarsi a Firenze da Airbnb e dalla Fondazione dell'ospedale
pubDate§§ 2026-07-14T03:39:00+00:00
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tp:ocr§§ Notti gratis per le famiglie dei piccoli ricoverati UnaiutoachivienepercurarsiaFirenzedaAirbnbedallaFondazionedell’ospedale Airbnb.org, l’organizzazione non profit fondata da Airbnb, si allea con la Fondazione Meyer per offrire ai parenti dei piccoli pazienti la possibilità di prenotare gratuitamente alloggi per alcune notti nei dintorni dell’ospedale. Alle famiglie dei bambini ricoverati verrà concesso un credito utilizzabile per prenotazioni sul portale Airbnb. Il servizio è garantito e sostenuto dalla Fondazione Meyer e gestito in accordo con l’ospedale e il suo servizio di assistenza sociale. Nel mondo Airbnb.org ha garantito oltre 1,6 milioni di notti gratuite a più di 250.000 persone, tra cui sfollati a causa di calamità naturali e famiglie in viaggio per ricevere cure mediche. Quello col Meyer è il decimo accordo di questo tipo in Italia. «Siamo orgogliosi di portare in Italia il programma sulla mobilità sanitaria di Airbnb.org, per rendere più semplice e accessibile, per le famiglie italiane, recarsi a Firenze per ricevere cure mediche. Contribuire al benessere delle famiglie in tutta Italia è una priorità e speriamo di continuare ad ampliare questo programma coinvolgendo sempre più partner locali», dice il direttore esecutivo Christoph Gorder. Gli fa eco il presidente della Fondazione Meyer, Marco Carrai: «Questo accordo consente di ampliare il servizio di accoglienza delle famiglie del Meyer, garantito e sostenuto dalla nostra Fondazione e svolto in piena sinergia con l’ospedale e il suo servizio di assistenza sociale. Sempre più famiglie arrivano al Meyer da tutta Italia e poter garantire, accanto alle cure sanitarie, un’accoglienza per quelle più bisognose è un elemento di aiuto fondamentale. Per questo siamo grati ad Airbnb per questo contributo». Solo nel 2025, il Meyer ha accolto oltre 85 mila pazienti provenienti da fuori Toscana: il 36% proviene dalle regioni del Centro, il 28% dal Sud e Isole, mentre dal Nord è giunto il 26% dei pazienti. Un 10% proviene dall’estero. Secondo la Fondazione Gimbe, la Toscana è al quinto posto in Italia per capacità di attrazione sanitaria. G.G. ---End text--- Author: g. g. Heading: Highlight: «Turismo sanitario» L’anno scorso sono stati 85 mila i pazienti minorenni arrivati qui per ragioni mediche Il 10% è partito dall’estero Image: -tit_org- Notti gratis per le famiglie dei piccoli ricoverati -sec_org-
tp:writer§§ G. G.
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title§§ Isnardi: «Abbiamo finito tutto quello che non abbiamo perso»
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Estratto da pag. 4 di "NUOVA PROVINCIA ASTI" del 14 Jul 2026
pubDate§§ 2026-07-14T04:50:00+00:00
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tp:ocr§§ Isnardi: «Abbiamo finito tutto quello che non abbiamo perso» Nonostante l'overbooking e la conferma dei finanziamenti, c'è chi riporta l'attenzione allo stato dell'arte degli interventi previsti. «Parlano di Case di Comunità, ma in Piemonte non c'è un atto che spieghi cosa ci mettiamo in questi luoghi, se non quello che c'era prima, cambiando loro il nome - commenta il consigliere regionale del Pd Fabio Isnardi - Ad Asti l'ex Maternità è un cantiere sotto gli occhi di tutti. Diciamo che abbiamo finito tutto quello che non abbiamo perso. Ecco perché c'è poco da festeggiare ora. Potremo festeggiare quando ci saranno servizi in più sul territorio dove continuiamo ad avere un solo pronto soccorso e dove la medicina territoriale è fondamentale per evitare che ci si rivolga all'ospedale Massaia per ogni urgenza». E ancora: «Fa anche sorridere che sia un assessore di Fratelli d'Italia a inaugurare strutture realizzate con il Pnrr quando il partito di Giorgia Meloni non lo voleva». Isnardi lamenta, inoltre, lo stallo del presidio sanitario di Castello di Annone «dove i lavori sono terminati da mesi, ma è ancora chiuso» mentre sul presidio della Valle Belbo, non finanziato dal Pnrr, guarda oltre il cantiere in corso di ultimazione: «Non faccio polemiche sui tempi, ma cosa succederà dopo? Ci sarà un trasloco dei mobili dell'attuale ospedale di Nizza? Se ne acquisteranno di nuovi? Quando e con quali soldi?» Anche il Pd regionale ha molto da ridire sul bilancio fatto da Cirio. «Cirio celebra le risorse europee spese e rendicontate bene, ma i cittadini non misurano il successo del Pnrr contando le pratiche inviate a Bruxelles: lo misurano dai servizi che trovano aperti sotto casa» osservano Daniele Valle, vicepresidente della Commissione Sanità del Consiglio regionale, e Domenico Rossi, consigliere regionale e segretario regionale. «Se guardiamo alla Sanità territoriale, che rappresenta una delle sfide più importanti finanziate dal ’’ Pnrr, il quadro è molto meno trionfale di quello raccontato dalla Giunta. Gli ultimi dati Agenas, presentati da Gimbe a Torino poche settimane fa, sulle Case della Comunità mostrano infatti che il Piemonte è ancora lontano dall'obiettivo di trasformare gli edifici finanziati dal Pnrr in servizi realmente disponibili per i cittadini. Al 30 dicembre il Piemonte risultava avere appena il 14,6% delle Case di comunità con i servizi obbligatori per legge. Tra queste, solo il 5,2% delle Case della Comunità con presenza medica e infermieristica e un 9,4% privo di medici e infermieri in pianta stabile continuano i consiglieri dem - Un dato inferiore alla media nazionale e molto distante dalle regioni più avanzate, come Valle d'Aosta, Lombardia, Liguria ed Emilia-Romagna». r.s. ---End text--- Author: Redazione Heading: Highlight: ‘‘ FABIO ISNARDI CONSIGLIERE REGIONALE DEL PD Oggi c’è poco da festeggiare; potremo festeggiare quando ci saranno servizi in più sul territorio Image: -tit_org- Isnardi: «Abbiamo finito tutto quello che non abbiamo perso» -sec_org-
tp:writer§§ REDAZIONE
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title§§ «Rsa lasciate sole sulle rette Alzheimer»
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Estratto da pag. 9 di "AVVENIRE" del 14 Jul 2026
L'Uneba: nei casi di grave non autosufficienza, la quota delle famiglie spetta allo Stato ma solo sulla carta
pubDate§§ 2026-07-14T04:30:00+00:00
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tp:ocr§§ L’ALLARME DELLA CATEGORIA «Rsa lasciate sole sulle rette Alzheimer» L’Uneba: nei casi di grave non autosufficienza, la quota delle famiglie spetta allo Stato ma solo sulla carta D al nord al sud, è emergenza Alzheimer. Non parliamo di patologia ma di soldi. Una sentenza della Cassazione ha stabilito che quando le prestazioni socioassistenziali erogate a un malato, ricoverato in una Rsa, risultano inscindibilmente connesse a quelle sanitarie, le famiglie non devono più compartecipare alla retta che, normalmente, è divisa tra l’ospite e la Regione. Spetta per intero alla seconda, che gestisce il Servizio sanitario. Peccato però che l’amministrazione faccia lo gnorri, lasciando che a pagare la sua parte sia la Rsa. «La compartecipazione esiste dagli anni Ottanta – spiega Elisabetta Elio, dirigente di Uneba Veneto, che rappresenta molte Rsa cattoliche in quella regione –. Ma più recentemente l’interpretazione delle norme ha stabilito che nei casi di grave non autosufficienza anche la quota delle famiglie spetti al servizio sanitario regionale. E sono iniziati i ricorsi». Interi studi legali si sono attivati per promuoverli, incitando le famiglie a non versare più la propria parte e a chiedere indietro i soldi versati negli ultimi dieci anni. Fanno business sulla disperazione ma è legale. «Per una Rsa bastano quattro casi di questo tipo per chiudere il bilancio in perdita – osserva Elio –: nessuno dimette i malati ma a queste condizioni le strutture saranno costrette a non accoglierli più». In Veneto sono già un centinaio i ricorsi. Si direbbe una truffa di Stato: il Parlamento stabilisce, attraverso i Lea, che il malato di Alzheimer ha il diritto di essere assistito a spese del pubblico, i giudici fanno applicare la legge chiedendo alle Rsa di restituire i soldi che la Regione avrebbe dovuto versare, ma quest’ultima fa finta di niente e il cerino resta in mano al Terzo settore, che ha due possibilità: non accogliere più malati o fallire. Uneba ha cercato di sensibilizzare il Parlamento. Invano. Per distrarre le famiglie, recentemente, ha preso quota la narrazione che l’assistenza garantita dalle Rsa agli anziani potrebbe essere sostituita dall’assistenza domiciliare integrata (Adi): peccato che siano proprio i caregiver a chiedere il ricovero perché non ce la fanno più a garantire al proprio caro cure specialistiche e assistenza h24. La soluzione dell’Adi, fanno notare in Uneba, risolve solo i problemi del bilancio pubblico: dopo aver dissanguato le Rsa, lo Stato lascerebbe sole le famiglie, coprendo l’assistenza al malato di Alzheimer con la visita di un infermiere e un oss. Il presidente di Uneba Franco Massi ricorda che «gli anziani malati di Alzheimer e di altre patologie degenerative sono tra gli ospiti delle Rsa a più alto carico assistenziale. Sono i più fragili tra i fragili. Trovare una soluzione al tema delle rette Alzheimer che sia sostenibile per tutte le parti in causa - famiglie, strutture, Regioni - è fondamentale». Uneba Veneto ha scritto al presidente della Regione. Se Alberto Stefani tacerà, a pagare saranno prima le Rsa ma poi le famiglie: quale struttura accoglierebbe un malato di Alzheimer, sapendo di non essere pagata? Uneba Veneto chiede perciò un intervento normativo sui criteri di compartecipazione alla spesa per l’accoglienza residenziale (tipo Rsa) di soggetti affetti da morbo di Alzheimer e da altre patologie degenerative e/o psichiche; la stesura di un protocollo regionale per accertare la sussistenza della patologia - e quindi il tipo di assistenza, e di compartecipazione alla retta - prima dell’ingresso nelle strutture; la definizione chiara delle modalità e delle condizioni di permanenza per gli ospiti già residenti. Il problema è presente in tutta Italia. Uneba Puglia ha lanciato l’allarme nell’inverno scorso. Questa regione prevede già che il malato di Alzheimer sia totalmente a carico del Ssn, ma solo per un massimo di 120 giorni. Il presidente dell’Uneba regionale, Pierangelo Pugliese, suggerisce «una norma a carattere nazionale che sancisca l’assenza di legittimazione p
assiva in capo alle strutture in caso di giudizio incardinato dagli utenti avente ad oggetto la restituzione delle rette versate». Solo così, in caso di ricorso, il giudice chiamerebbe a rispondere dei soldi ingiustamente sottratti alle famiglie chi realmente non ha pagato le cure ai malati di Alzheimer: la Regione, ossia lo Stato. ---End text--- Author: PAOLO VIANA Heading: Highlight: Image: -tit_org- «Rsa lasciate sole sulle rette Alzheimer» -sec_org-
tp:writer§§ PAOLO VIANA
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title§§ Se i volontari possono valere 20 mila infermieri
link§§ http://gimbe.telpress.it/news/2026/07/14/2026071403125006217.PDF
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Estratto da pag. 35 di "CORRIERE DELLA SERA" del 14 Jul 2026
pubDate§§ 2026-07-14T04:30:00+00:00
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category§§ POLITICA SANITARIA
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tp:ocr§§ Come liberare «tempo clinico» SE I VOLONTARI POSSONO VALERE 20 MILA INFERMIERI In Italia la carenza di oltre 65 mila infermieri pesa sulla salute dei cittadini e liberare tempo clinico degli infermieri stessi è una soluzione che può consentire di recuperarne circa 20 mila. Questo miracolo può essere fatto dal volontariato, se inteso e gestito in modo strutturato. Ecco come, con una premessa di contesto. Quando si parla in pubblico di volontariato nel Servizio sanitario nazionale (Ssn) subito si percepisce l’ammirazione per il tempo qualificato offerto con un approccio di solidarietà e valorialità. Quello che è difficile è farne percepire il valore strutturale, funzionale e quantitativo. E quindi ammirazione morale, ma poco riconoscimento del loro sano protagonismo organizzativo e delle competenze maturate «on the job» che derivano dalla prossimità relazionale con i pazienti e degenti. Questa parte è considerata una sorta di elemento impuro (oltretutto disturberebbe «il manovratore» - governance dell’ospedale e della struttura sanitaria in generale) che va a sporcare l’estetica valoriale. Non si comprende che valorialità e valore del volontariato sono un fatto imprescindibile per il Ssn specialmente se si vuole compensare, seppur in parte, la carenza degli oltre 65 mila infermieri di cui sopra. Rivedere l’immagine delle professioni di assistenza in senso lato vuol dire costruire competenze allargate anche per i volontari considerando i regolamenti della comunità europea che sono contenute nella «Guida agli standard europei di qualità della validazione delle competenze del volontariato» - eQval(2025). Principio fondamentale è che il volontario non sostituisce le attività sanitarie e quindi non riduce il carico clinico, ma riduce il carico relazionale e logistico, di informazioni e accompagnamento di cui hanno bisogno i pazienti e degenti e che ora pesa sugli infermieri e sugli Oss (operatori socio sanitari). Si pensi allo sviluppo di tecnologia per l’accesso ai Cup (Centro unico di prenotazione) dove i totem per accettazione-prenotazione hanno bisogno della presenza di volontari che aiutano e spiegano l’iter di accesso. Se non ci fossero i volontari dovrebbero esserci dipendenti della struttura. Tutto questo libera tempo professionale e clinico di infermieri. Da studi fatti il tempo potenzialmente recuperabile è del 5-15% del tempo infermieristico totale. Andiamo nel concreto: considerando che il sistema infermieristico (circa 400 mila infermieri) vale circa 700 milioni di ore annue e qualora l’attività di volontariato liberasse e recuperasse il 5% del tempo lavoro infermieristico totale, si avrebbe un risparmio di 35 milioni di ore che equivalgono a 20 mila infermieri «full time equivalent» . Cioè avremmo tempo clinico e specializzato di circa 20 mila infermieri che è una quota della mancanza. *Università Bocconi © RIPRODUZIONE RISERVATA ---End text--- Author: Giorgio Fiorentini Heading: Highlight: Image: -tit_org- Se i volontari possono valere 20 mila infermieri -sec_org-
tp:writer§§ Giorgio Fiorentini
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title§§ Caldo e salute mentale I disagi psicofisici aumentano coni gradi
link§§ http://gimbe.telpress.it/news/2026/07/14/2026071403126106216.PDF
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Estratto da pag. 10 di "DOMANI" del 14 Jul 2026
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tp:ocr§§ mentale I disagi psicofisici aumentano conigradi Le elevate temperature tendonoaisolare le persone. E una maggiore solitudine, conuna relativa minore collaborazione comunitaria hanno effetti diretti sulla psiche Per Susan Sontag, le persone hanno una doppia cittadinanza: una nel regno dello stare bene, una in quello dellostar male. Le nuoveondate di calore ci costringono sempre più spessoavivere nel secondo. Il caldoestremo—che inquesti giorni investela penisola italiana, dopo essersi lasciato alle spalle 10mila morti in Europa — impartta anche sulla salute mentale. Cosl, insieme alle temperature,aumentanol’ansia, l'irritabilita, il nervosismo, la rabbia. 11 corpo, sotto attacco, percepisceil pericolo. Ereagisce. «Eunostatosimilealla condi zione depressivar, spiega a Domani Matteo Innocenti, psichiatra e psicoterapeuta, presidente dell'Associazione Italiana Ansia da cambiamento climatico(Aiacc). «Portaa stanchczza, spossatezza, mancanza di forze eal desiderio di non uscire o non fare nulla, per salvaguardarsi. È una sindrome da comportamento di malattia». Disuguaglianze crescenti È un malessere condiviso, urn'esperienza traumnatica collettiva. Questo stato patologicoriguarda tutti, ma non colpisce turti allo stesso modo: il cambiamento climatico agisce come moltiplicatore di disparità sociali. Anche quando si parla di salute mentale. «Lo stress climatico potenzia tensioni latenti, incrementa problemi di salute già presenti e colpiscesoprattutto le classi economiche piu svantaggiate, che possono tutelarsimeno dai suoi effetti». Basti pensare a chi, anche con gli oltre 10 °C previsti in questi giorni, lavora all'aperto. «È un effetto cumulativo», spiegalo psichiatra. «Seio ho già tante difficoltà, è naturale che soffrire l'afa mi renda ancora più a rischio e potenzialmente più pericoloso». Secondoi dati più recenti, statisticamente un aumento di 10°C della temperatura mediainundato periodo è associato a un incremento di circa il 9 per cento del rischio di criminalità violenta. Leanalisimostrano anchecheall'aumentaredella media settimanale delle temperature massime, crescono lechiamateal 1522, il numero nazionale di pubblica utilità gratuito dedicato al contrasto della violenza di genere. Ilrischio è che si inneschi un circolo vizioso: «L'incrementodiviolenza, risseemaltrattamenti domestici porta a una maggiore stigmatizzazione. E poi a dinamiche razzisteea politichedi discriminazione», sottolinea Innocenti. 1 più fragili Le temperature elevate — mercoledi 15 luglio sono previsti 7 bollini rossi,9arancioni,eaFirenzee Perugiaeallerta salute —tendono inoltre a isolare le persone: maggiore solitudine e minore collaborazione comunitaria hanno effetti diretti sulla psiche. Le categorie marginalizzate sono, ancora una volta, le più colpite: «Gli anziani, chi non puo partire in vacanza, chi nonpudandaredauno psicoterapeuta. Abbiamocitta senza alber, i nostri nonni non possono nemmeno uscire senza temere di morire». Durantele ondate di caloresi registra un maggiore tasso di ospedalizzazione e un aumentodegliaccessi nei reparti di psichiatria: «Questo avviene — spiega Innocenti — sia perché il caldo è un fattore di stress che scompensa le Ppersone, sia per ragioni medichelegateai farmaci: gli antidepressivi aumentano la sudorazione, favorendo uno scompenso dell'organismo». Cosi, chi può permetterselo, parte. O accende l'aria condizionata. Gli altri, soprattutto incitta—doveil cementoraggiungei 60°C el'umidita causa ipertermia — soccombono. Ma per quanto si possa viaggiare lontano, nessuno è completamente al riparo. Linsonnia.ladebolezza, il calodellalibido colpiscono tut ti.Elofarannosempredi più. Gli impatti biologici sulla mente, del resto, non hanno bisogno di una coscienza climatica. Sono effetti diretti. Eppure, conil tempo, è probabileche una maggiore consapevolezza si diffonda: non avere pittunluogoincuifuggirepotrebbe portareanchei Diù scettici a un'epifania. In quel caso, «il disagio psicologicoela claustrofobia dipenderebbero anche dalla conoscenza del probleman. Oltre all'ans
ia causata direttamente dal malesserefisico, il riscaldamento globale provoca anche ecoansia e ansia da cambiamento climatico: «Rispettivamente la paura peril pianeta eil timore delle conseguenze che tuttocio ha sulla propria vita» A quel punto, si può reagire o paralizzarsi, Per scegliere, pero, serve riconoscersi cittadini del regno dello star male. © RIPRODUZIONE RISERVATA ---End text--- Author: FRANCESCA FULGHESU Heading: Highlight: Image:Domani, mercoledi 15 luglio, sono previsti sette bollini rossi e nove arancioniin tutta Italia -tit_org- Caldo e salute mentale I disagi psicofisici aumentano coni gradi -sec_org-
tp:writer§§ FRANCESCA FULGHESU
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title§§ Sanità non è solo posti letto
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Estratto da pag. 3 di "FOGLIO" del 14 Jul 2026
Dati Eurostat negativi, una riforma da fare, gli effetti del Pnrr da completare
pubDate§§ 2026-07-14T04:30:00+00:00
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category§§ POLITICA SANITARIA
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tp:ocr§§ Sanità non è solo posti letto Dati Eurostat negativi, una riforma da fare, gli effetti del Pnrr da completare I nuovi dati Eurostat riaccendono un dibattito ancora mai del tutto superato. Con 312 posti letto ospedalieri ogni 100 mila abitanti, contro una media europea di oltre 507, l’Italia si colloca stabilmente tra gli ultimi paesi dell’Unione. Un divario che alimenta, puntualmente, la richiesta di aumentare la capacità ospedaliera. Ma il problema è davvero questo? Solo in parte. Paesi Bassi, Danimarca e Spagna dispongono di meno posti letto dell’Italia eppure nessuno li considera sistemi sanitari in crisi. La differenza è che hanno costruito una rete capace di assistere i pazienti fuori dall’ospedale, riducendo il ricorso ai ricoveri e liberando le strutture per chi ne ha davvero bisogno. L’Italia ha percorso solo metà di quella strada. Ha ridotto i posti letto senza completare la trasformazione dell’assistenza territoriale che avrebbe dovuto compensare la minore capacità ospedaliera. Il risultato è un sistema bloccato: pronto soccorso sovraffollati, ospedali che accolgono pazienti cronici gestibili altrove, anziani che occupano posti letto perché manca una rete intermedia capace di prenderli in carico. Tutte cose che abbiamo tragicamente sperimentato negli anni passati, durante la pandemia di Covid. Il Piano nazionale di ripresa e resilienza offre risorse per colmare questo ritardo: Case della comunità, assistenza domiciliare, telemedicina. Il problema è che in molte regioni sono stati costruiti gli edifici ma non ancora il modello organizzativo e il personale per farli funzionare. La forma senza la sostanza. La vera sfida non è scegliere tra ospedale e territorio. E’ completare una riforma promessa da vent’anni. E, soprattutto, riuscire ad accompagnarla a una riforma della medicina generale da portare avanti con più coraggio a inizio legislatura, non a ridosso della sua naturale scadenza. Solo allora i numeri di Eurostat potranno essere letti con la giusta prospettiva e, soprattutto, si riuscirà a dare risposte più adeguate ai crescenti bisogni di salute di una popolazione sempre più anziana. ---End text--- Author: Redazione Heading: Highlight: Image: -tit_org- Sanità non è solo posti letto -sec_org-
tp:writer§§ REDAZIONE
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§---§
title§§ Autonomia senza spaccature
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Estratto da pag. 30 di "ITALIA OGGI" del 14 Jul 2026
pubDate§§ 2026-07-14T04:30:00+00:00
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category§§ POLITICA SANITARIA
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tp:ocr§§ I ministri Musumeci e Schillaci rassicurano sugli schemi di intesa preliminari delle Regioni Autonomia senza spaccature Tutele uniformi e coordinamento centrale delle emergenze DI ALBERTO MORO ’autonomia differenziata non spaccherà l’Italia e non creerà un sistema di tutele a diverse velocità, mentre sul fronte della Protezione Civile il coordinamento delle grandi emergenze nazionali resterà in capo allo Stato. È questo il messaggio rassicurante che i ministri Orazio Schillaci (Salute) e Nello Musumeci (Protezione Civile) hanno ribadito durante le audizioni davanti alle Commissioni Affari costituzionali di Camera e Senato. Al centro del confronto, gli schemi di intesa preliminare con Lombardia, Liguria, Piemonte e Veneto, che puntano a trasferire nuove competenze gestionali senza però intaccare i pilastri dell’unità nazionale e dei livelli essenziali delle prestazioni (Lep e Lea). La sanità tra flessibilità e vincoli nazionali Per il ministro Schillaci, il passaggio a una maggiore autonomia non L rappresenta una rivoluzione, quanto piuttosto un’evoluzione del regionalismo sanitario già consolidato dalle riforme del 1992 e del 2001. "L’autonomia differenziata in sanità non metterà in discussione l’universalità del Servizio sanitario nazionale né determinerà una sanità 'a due velocità'", ha assicurato il ministro. Il cuore della garanzia risiede nei Livelli essenziali di assistenza (Lea), che rimarranno il parametro uniforme su tutto il territorio. Le cinque funzioni che verranno trasferite — che spaziano dalla definizione delle tariffe di rimborso alla gestione dell'edilizia sanitaria e del personale — non altereranno il sistema di finanziamento pubblico. Schillaci è stato netto: "Gli schemi non modificano il finanziamento del Servizio sanitario nazionale... e non consentono alcuna trattenuta di gettito regionale". Qualora una Regione decida di aumentare le tariffe di remunerazione, i maggiori oneri dovranno essere coperti integralmente dal proprio bilancio. Protezione Civile: il coordinamento resta centrale Sulla stessa lunghezza d'onda si è espresso Nello Musumeci, sottolineando che la disciplina degli schemi di intesa è pienamente conforme alle pronunce della Corte Costituzionale. Il ministro ha voluto silenziare i timori di una frammentazione del sistema di soccorso: "Le preoccupazioni rappresentate... sul rischio di una frammentazione ordinamentale e sull'indebolimento del coordinamento centrale dello Stato... appaiono del tutto infondate". Le nuove competenze regionali riguarderanno aspetti specifici come le emergenze di rilievo regionale, la formazione e la gestione dei mezzi, ma la tutela dei beni fondamentali come la vita e l’ambiente resterà assicurata in modo uniforme in tutto il Paese. Soprattutto, il coordinamento delle grandi emergenze nazionali resterà saldamente nelle mani del Dipartimento nazionale della Protezione Civile. Il nodo delle disuguaglianze e il "caso Calabria" Nonostante le rassicurazioni, l’opposizione resta critica, temendo un effetto calamita che potrebbe spingere medici e infermieri verso le regioni più ricche, aggravando il divario Nord-Sud. Schillaci ha però ribadito che non verranno introdotti contratti regionali o trattamenti economici differenziati, ma solo una maggiore flessibilità nell’uso delle risorse esistenti. Infine, un’apertura al Mezzogiorno: citando il caso dei medici cubani in Calabria, Schillaci ha sottolineato come la via dell'autonomia sia aperta a tutti. "Nulla vieta che la Calabria possa essere la prossima Regione a chiedere l’autonomia differenziata", ha concluso, invitando a vedere la riforma non come un privilegio per pochi, ma come un'opportunità di efficientamento per l'intero sistema Paese. ---End text--- Author: ALBERTO Moro Heading: Highlight: Image:Ministro Orazio Schillaci Ministro Nello Musumeci -tit_org- Autonomia senza spaccature -sec_org-
tp:writer§§ Alberto Moro
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title§§ Intervista a Marco Torre - Marco Torre è il nuovo timoniere della sanità = Marco Torre alla guida della sanità «Case di comunità sfida centrale»
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Estratto da pag. 19 di "QUOTIDIANO NAZIONALE" del 14 Jul 2026
pubDate§§ 2026-07-14T04:30:00+00:00
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category§§ POLITICA SANITARIA
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tp:ocr§§ Marco Torre è il nuovo timoniere della sanità TOSCANA Direttore del dipartimento regionale Marco Torre alla guida della sanità «Case di comunità sfida centrale» Dopo la selezione Giani ha annunciato il nome del nuovo direttore del dipartimento della Regione Barretta grande assente fra i dodici partecipanti: Monni aveva scelto lui. «Momento di trasformazione» Ulivelli a pagina 19 FIRENZE Direttore Torre, è pronto? «È un incarico molto impegnativo, ma a me piacciono le sfide. Ringrazio il presidente Eugenio Giani e l’assessora Monia Monni per la fiducia che mi hanno accordato. Affronto questo incarico con convinzione, determinazione e senso di responsabilità». Che sanità ci aspetta? «La Toscana sta vivendo una fase di trasformazione che non può fallire. La sfida della riforma della medicina territoriale è davanti a noi e dovremo accompagnarla con personale, innovazione e tecnologia. Credo profondamente nel servizio sanitario pubblico e penso che il nostro compito sia quello di garantirlo e salvaguardarlo». I conti però piangono. Dove si trovano le risorse? «Le priorità sono chiare: il personale, i servizi ai cittadini, l’innovazione organizzativa e tecnologica, l’accesso ai farmaci. Sono temi che richiedono una visione complessiva e un grande lavoro di squadra». Crede nella svolta delle case di comunità? Sarà un banco di prova... «Ne sono convinto. Le case e gli ospedali della comunità dovranno diventare in tempi rapidi luoghi di prossimità capaci di rispondere ai bisogni dei cittadini. La tecnologia sarà uno strumento fondamentale per rendere il sistema più efficace e vicino». Lascia l’Asl Toscana Sud Est dopo avere impostato le basi di un cambiamento importante. «Questo mi dispiace. Lascio una realtà nella quale abbiamo iniziato a vedere i primi frutti del lavoro svolto. È un percorso di grande condivisione che mi ha dato molto e continuerò a sostenere chi raccoglierà il testimone». Chi la sostituirà? «Non sono decisioni che spettano a me. Ma a chiunque prenderà il mio posto non mancherà mai il mio sostegno». Dalla cabina di regia in Regione sarà fondamentale stringere patti d’acciaio con le aziende sanitarie e ospedaliero universitarie. «Io credo che più il dipartimento è forte, più lavorano bene anche le aziende. Sarà indispensabile costruire un rapporto di fiducia e collaborazione continua con i direttori generali. La sanità funziona solo se si lavora davvero come una squadra». Qual è il suo primo obiettivo? «Aiutare il sistema sanitario toscano ad affrontare le sfide che ha davanti. Sono consapevole della complessità del momento, ma sono convinto che, con partecipazione, condivisione e responsabilità, si possano raggiungere risultati importanti». La sanità toscana è tra le migliori d’Italia, ma le liste d’attesa, la carenza di personale e le risorse limitate raccontano una realtà difficile. Da dove comincerà? «Il nostro è uno dei sistemi sanitari migliori. Ma non dobbiamo mollare di un centimetro. Anzi, dobbiamo igliorare sempre. Per questo c’è bisogno anche delle risorse. In ogni caso ora dobbiamo lavorare pancia a terra sulla riforma della sanità territoriale. Ci credo molto. Sarà il punto di svolta». ---End text--- Author: Ilaria Ulivelli Heading: TOSCANA Direttore del dipartimento regionale Highlight: Non ancora cinquantenne con un curriculum pesante. Sarà Marco Torre a guidare il dipartimento della sanità in Regione. Una poltrona strategica ma tutt’altro che comoda in un momento in cui – con la cassaforte che urla di dolore – la Toscana non può permettersi di fallire la riforma della medicina territoriale con case e ospedali di comunità da riempire di servizi e tecnologia. Inciampare ora rischierebbe di far saltare il banco. Il governatore Eugenio Giani, in missione a Samarcanda, ha comunicato il nome di Torre allo scadere dei tempi della selezione alla quale hanno preso parte in dodici. Il grande assente è Antonio Barretta. Non si è presentato. Con il vento a bufera, il direttore generale delle Scotte di Siena, ha deciso di non prendere il mare. Era lui il prescelto dall’ass
essora alla sanità Monia Monni: il suo nome era stato fra le garanzie richieste al momento dell’accettazione delle deleghe dopo le elezioni dell’autunno scorso. Barretta doveva prendere da subito il timone del dipartimento guidato da Federico Gelli che da settembre sostituirà Paolo Morello Marchese (già investito dell’assessorato a sanità e sociale di Prato) alla direzione generale del Meyer. Ma da lì la strada che sembrava tracciata si è trasformata in un Tourmalet. I contrasti con la Cgil di Barretta sono stati il paravento di una battaglia di potere tra l’assessora e il presidente. Prima il ritardo dell’uscita di Gelli, poi le pressioni dell’ala schleiniana hanno logorato i rapporti. Ora sarà necessario remare tutti dalla stessa parte per il bene dei cittadini. Perché il podio della sanità toscana tra i migliori sistemi monitorati da Agenas non deve diventare un alibi. I problemi da affrontare e risolvere ci sono. I. U. IL SISTEMA DA SALVARE «Credo profondamente nel servizio sanitario pubblico: il nostro compito è garantirlo e salvaguardarlo» Marco Torre, 49 anni, attuale direttore generale dell’Asl Toscana Sud Est I servizi ai cittadini sono la nostra priorità: subito al lavoro per migliorare La sanità funziona solo se si lavora davvero come una squadra Image: -tit_org- Intervista a Marco Torre - Marco Torre è il nuovo timoniere della sanità Marco Torre alla guida della sanità «Case di comunità sfida centrale» -sec_org-
tp:writer§§ ILARIA ULIVELLI
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§---§
title§§ Le professioni sanitarie per la libera professione
link§§ http://gimbe.telpress.it/news/2026/07/14/2026071403134306198.PDF
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Estratto da pag. 25 di "SOLE 24 ORE" del 14 Jul 2026
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category§§ POLITICA SANITARIA
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tp:ocr§§ Le professioni sanitarie per la libera professione la petizione Sfiora già le diecimila sottoscrizioni la petizione per abolire il vincolo di esclusività per i professionisti sanitari del Ssn. La petizione è stata lanciata dalla Federazione degli Ordini delle professioni sanitarie allo scopo di rendere strutturale l'attività liberoprofessionale per il comparto. «Il vincolo di esclusività imposto ai professionisti sanitari, dipendenti del Ssn deriva da un impianto normativo anacronistico», avverte Diego Catania, Presidente della Federazione che riunisce le professioni sanitarie tecniche, della riabilitazione e della prevenzione (Fno Tsrm e Pstrp), che ha depositato, presso la Camera dei deputati, una petizione per abrogare definitivamente un vincolo che vieta ai professionisti sanitari del comparto di svolgere attività libero professionale al di fuori dell'orario di servizio. Con l'ultimo decreto Milleproroghe, il vincolo è stato temporaneamente sospeso fino al 31 dicembre 2027. Resta però un ostacolo determinante: l'esercizio della libera professione è subordinato all'autorizzazione del datore di lavoro, c concessa solo in rari casi. «Vogliamo trasformare una deroga temporanea in una regola strutturale», sottolinea Catania. © RIPRODUZIONE RISERVATA ---End text--- Author: Redazione Heading: la petizione Highlight: Image: -tit_org- Le professioni sanitarie per la libera professione -sec_org-
tp:writer§§ REDAZIONE
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§---§
title§§ Lo studio InItalia si vive a lungo, ma come? = In Italia si vive a lungo, ma come? Il peso delle malattie croniche
link§§ http://gimbe.telpress.it/news/2026/07/14/2026071403134106200.PDF
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Estratto da pag. 25 di "SOLE 24 ORE" del 14 Jul 2026
Francesca Cerati —a pag. 25
pubDate§§ 2026-07-14T04:30:00+00:00
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category§§ POLITICA SANITARIA
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tp:ocr§§ Lo studio In Italia si vive a lungo, ma come? Francesca Cerati —a pag. 25 In Italia si vive a lungo, ma come? Il peso delle malattie croniche Lo studio. Nel confronto internazionale il nostro Paese che è tra quelli con l’aspettativa di vita più lunga scende al 21esimo posto tra i Paesi Ocse se si contano anche gli anni vissuti senza patologie e disabilità C’ è un dato che Eurostat aggiorna ogni anno e che all'Italia piace particolarmente: nel 2023 un cittadino italiano poteva aspettarsi di vivere 69,1 anni in buona salute, il secondo valore più alto dell'Unione europea dopo Malta e ben al di sopra della media comunitaria. Se a questo si aggiungono un'aspettativa di vita di 83,5 anni – circa 2,4 anni superiore alla media dei Paesi Ocse - il quadro è quello di un paese che invecchia bene. Poi arriva un nuovo report internazionale e la fotografia si fa più articolata. The Value of Chronic Care, da poco pubblicato da Zurich Insurance, dall'assicurazione Zurich, analizza il peso delle malattie croniche e la risposta dei sistemi sanitari nei 38 paesi Ocse, incrociando un decennio di dati del Global Burden of Disease, la più ampia banca dati epidemiologica al mondo, indipendente dall'assicurazione stessa. Nel suo indice composito, il Chronic Care Index, l'Italia si piazza 21esima su 38: non un risultato drammatico, ma nemmeno lusinghiero per un paese che si racconta come longevo e in salute. Più che una contraddizione, le due fotografie raccontano aspetti diversi dello stesso fenomeno. Eurostat e Ocse fotografano lo stato attuale. Zurich misura invece la traiettoria dell'ultimo decennio, ed è lì che l'Italia mostra una crepa: è tra i pochi paesi Ocse in cui sia la mortalità prematura sia la disabilità legata a malattie croniche sono cresciute insieme tra il 2014 e il 2023. Il fenomeno è globale: nella media dei 38 paesi, gli anni di vita sana persi per malattia sono passati da 23.762 a 24.874 ogni 100mila abitanti nel decennio, ma a crescere più velocemente non è la mortalità, bensì la disabilità cronica. Cardiovascolare e tumori restano le prime cause di morte, ma il loro peso relativo cala lentamente grazie ai progressi terapeutici; a salire sono soprattutto disturbi mentali, patologie neurologiche come le demenze, e problemi muscoloscheletrici: condizioni non subito fatali, ma che accompagnano chi le ha per il resto della vita. Si muore meno prematuramente, insomma, ma si convive più a lungo con una diagnosi, spesso per decenni. Più anni, non necessariamente più sani. La composizione del punteggio italiano racconta qualcosa di più preciso. Il sistema sanitario ottiene un buon voto sulla qualità delle cure, un equilibrio tra efficacia clinica ed equità di accesso, ma un punteggio tra i più bassi dell'intera classifica sull'efficienza. È un quadro coerente con i dati ufficiali Ocse: l'Italia ha 3 posti letto ospedalieri ogni mille abitanti, contro una media di 4,2. E soprattutto: solo il 44% degli italiani si dichiara soddisfatto della disponibilità di cure di qualità, contro una media Ocse del 64%. Venti punti di distanza, uno dei divari più ampi tra i 38 paesi. È quello che il report chiama gap di accesso: non una carenza di competenza clinica, ma la difficoltà di arrivarci, di orientarsi in un sistema frammentato, di ricevere cure coordinate nel tempo. Per chi convive con diabete, ipertensione o una patologia cardiovascolare non è un dettaglio burocratico: è la differenza tra una malattia sotto controllo e una che peggiora. In cima alla classifica globale figurano Svizzera, Paesi Bassi, Lussemburgo, Norvegia e Corea del Sud, paesi che uniscono un carico di malattia contenuto a sistemi sanitari efficienti, spesso caratterizzati da un forte coordinamento tra medico di base e specialisti e da un alto livello di fiducia dei pazienti nel sistema. In coda Lettonia, Lituania, Grecia, Polonia e Ungheria, dove il problema resta anzitutto la morte prematura: quasi due terzi degli anni di vita sana persi sono ancora dovuti a decessi precoci, non alla gestione di condizioni croniche. Anche per questo la discussione
non può limitarsi alle classifiche. Il Chronic Care Index proposto dal rapporto Zurich rappresenta una chiave di lettura, non una graduatoria definitiva. Il suo merito è riportare l'attenzione su una questione destinata a segnare i prossimi decenni: i sistemi sanitari europei sono stati costruiti soprattutto per curare episodi acuti, mentre oggi devono imparare a seguire pazienti cronici lungo tutto il percorso di vita. La domanda, dunque, non è se gli italiani vivano a lungo. La risposta è già nota. La questione è se il Servizio sanitario nazionale riuscirà a garantire che una parte sempre maggiore di quella longevità sia vissuta con autonomia, qualità della vita e accesso alle cure. È su questo terreno che si giocherà la sostenibilità della sanità italiana ed europea. © RIPRODUZIONE RISERVATA ---End text--- Author: Francesca Cerati Heading: Highlight: nuova puntata di salute24 Tac e risonanza magnetica sono tra gli esami più usati e spesso confusi. Eppure si basano su tecnologie diverse. Come si sceglie l'esame adatto? Quali sono vantaggi e limiti? Ne parliamo con il professor Luca Sconfienza, Direttore Radiologia Irccs Galeazzi Sant’Ambrogio di Milano. Ci occupiamo poi delle cure migliori nelle Regioni e di Condominio Smart (www.24oresalute.com) L’Italia è tra i pochi paesi in cui mortalità prematura e disabilità legata a malattie croniche sono cresciute Il nodo è se il Ssn garantirà una longevità vissuta con autonomia, qualità della vita e accesso alle cure Image:L’indice che misura il peso delle malattie croniche 80 78 74 74 73 73 72 72 70 67 67 66 65 64 64 62 61 59 59 58 57 57 55 55 52 49 49 MEDIA Lettonia Lituania Grecia 47 46 44 44 44 31 28 PERFORMANCE ALTA Polonia Ungheria Estonia Portogallo Messico Slovacchia Colombia Finlandia Stati Uniti Costa Rica Cechia Germania Slovenia Regno Unito ITALIA Danimarca Cile Turchia Canada Nuova Zelanda Francia Giappone Irlanda Islanda Austria Spagna Svezia Australia Belgio Israele Corea del Sud Norvegia Lussemburgo Paesi Bassi Svizzera I punteggi dei Paesi del Chronic Care Index*. 100 risultato migliore - 0 quello peggiore 26 24 19 16 BASSA (*) Il Chronic Care Index mette insieme le perfomance dei sistemi sanitari insieme al peso delle malattie croniche calcolato in base agli anni di vita vissuti in condizioni di disabilità e gli anni di vita persi per mortalità prematura. Fonte: Report The Value of Chronic Care - Zurich -tit_org- Lo studio InItalia si vive a lungo, ma come? In Italia si vive a lungo, ma come? Il peso delle malattie croniche -sec_org-
tp:writer§§ Francesca Cerati
guid§§ http://gimbe.telpress.it/news/2026/07/14/2026071403134106200.PDF
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