title§§ PNRR, Valle e Rossi: “Cirio festeggia i cantieri, ma dimentica i servizi link§§ http://gimbe.telpress.it/news/2026/07/06/2026070601800305138.PDF description§§

Estratto da pag. 1 di "corrieredinovara.it" del 06 Jul 2026

“Il presidente Cirio celebra le risorse europee spese e rendicontate bene. Ma i cittadini non misurano il successo del

pubDate§§ 2026-07-06T07:04:00+00:00 arguments§§ http://gimbe.telpress.it/news/2026/07/06/2026070601800305138.PDF category§§ GIMBE subcategory§§ {'domain': ''} source§§ {'href': 'http://gimbe.telpress.it/news/2026/07/06/2026070601800305138.PDF', 'title': 'corrieredinovara.it'} tp:url§§ https://corrieredinovara.it/attualita/pnrr-valle-e-rossi-cirio-festeggia-i-cantieri-ma-dimentica-i-servizi/ tp:attach_fn§§ http://gimbe.telpress.it/news/2026/07/06/2026070601800305138.PDF tp:ocr§§ “Il vero obiettivo del PNRR non era inaugurare edifici o completare procedure amministrative, ma portare cure, assistenza e presa in carico vicino alle persone"06/07/2026 alle 07:59di Diletta Pirino“Il presidente Cirio celebra le risorse europee spese e rendicontate bene. Ma i cittadini non misurano il successo del PNRR contando le pratiche inviate a Bruxelles: lo misurano dai servizi che trovano aperti sotto casa”. Lo dichiarano Daniele Valle, vicepresidente della Commissione Sanità del Consiglio regionale, e Domenico Rossi, consigliere regionale e segretario regionale del Partito Democratico, commentando la conferenza stampa con cui il presidente Alberto Cirio ha rivendicato il raggiungimento del 100% degli obiettivi PNRR.“Se guardiamo alla sanità territoriale, che rappresenta una delle sfide più importanti finanziate dal PNRR, il quadro è molto meno trionfale di quello raccontato dalla Giunta. Gli ultimi dati Agenas, presentati da Gimbe a Torino poche settimane fa, sulle Case della Comunità mostrano infatti che il Piemonte è ancora lontano dall’obiettivo di trasformare gli edifici finanziati dal PNRR in servizi realmente disponibili per i cittadini” spiegano i consiglieri Dem.“Al 30 dicembre il Piemonte risultava avere appena il 14,6% delle case di comunità con i servizi obbligatori per legge. Tra queste, solo il 5,2% delle Case della Comunità con presenza medica e infermieristica e un 9,4% privo di medici e infermieri in pianta stabile. Un dato inferiore alla media nazionale e molto distante dalle regioni più avanzate, come Valle d’Aosta, Lombardia, Liguria ed Emilia-Romagna” proseguono Rossi e Valle.“Il vero obiettivo del PNRR – incalzano i consiglieri – non era inaugurare edifici o completare procedure amministrative, ma portare cure, assistenza e presa in carico vicino alle persone. Se una Casa della Comunità non dispone della presenza dei professionisti che la rendono operativa, i cittadini continuano a rivolgersi ai pronto soccorso e alle strutture ospedaliere, vanificando lo spirito stesso della riforma”.Secondo Valle e Rossi, “la domanda che il presidente Cirio dovrebbe porsi non è se gli uffici regionali abbiano compilato correttamente i report per Bruxelles, ma se i piemontesi stiano già beneficiando dei servizi che il PNRR aveva promesso. Perché tra il raggiungimento di un target burocratico e l’effettiva attivazione dei servizi sul territorio c’è una differenza enorme”.“Le risorse europee – concludono – rappresentano un’opportunità straordinaria e dovevano produrre un cambiamento sensibile della nostra offerta sanitaria. Il successo del PNRR infatti si misurerà quando i piemontesi troveranno medici, infermieri e servizi aperti nelle Case della Comunità, non quando leggeranno una percentuale in una conferenza stampa o una targhetta nuova fuori da un poliambulatorio. Abbiamo chiesto una informativa urgente a Riboldi in IV commissione per fare chiarezza sui servizi aperti nelle case di comunità”. tp:writer§§ Diletta Pirino guid§§ http://gimbe.telpress.it/news/2026/07/06/2026070601800305138.PDF §---§ title§§ Salute Perché al pronto soccorso si aspetta così tanto? link§§ http://gimbe.telpress.it/news/2026/07/06/2026070601660104748.PDF description§§

Estratto da pag. 1 di "focus.it" del 06 Jul 2026

Tra accessi impropri (22%), carenza cronica di medici di base e lunghi tempi d''attesa per un appuntamento, il pronto soccorso è ormai al collasso. Ecco come funziona oggi il sistema del triage a 5 codici.

pubDate§§ 2026-07-06T05:26:00+00:00 arguments§§ http://gimbe.telpress.it/news/2026/07/06/2026070601660104748.PDF category§§ GIMBE subcategory§§ {'domain': ''} source§§ {'href': 'http://gimbe.telpress.it/news/2026/07/06/2026070601660104748.PDF', 'title': 'focus.it'} tp:url§§ https://www.focus.it/scienza/salute/come-funziona-un-pronto-soccorso tp:attach_fn§§ http://gimbe.telpress.it/news/2026/07/06/2026070601660104748.PDF tp:ocr§§ Il telefono squilla, insiste, la chiamata cade nel vuoto. Dall'altra parte, nessuna risposta. Il medico di base è irraggiungibile, l'agenda satura, il primo appuntamento utile a quattro giorni di distanza. Ma il dolore – o anche solo il timore che lo accompagna – non conosce attese. E così la traiettoria si sposta, quasi inevitabilmente, verso il pronto soccorso: non sempre per un'urgenza reale, quanto per l'assenza di alternative accessibili e riconoscibili sul territorio.Nel 2023 sono stati 18 milioni gli italiani che hanno varcato quelle porte scorrevoli, con un incremento del 6% rispetto all'anno precedente. Di questi, quasi uno su quattro presentava condizioni che la medicina territoriale avrebbe potuto – e dovuto – intercettare e gestire. È qui che il cortocircuito diventa evidente: una domanda di cura che non trova risposta a monte si riversa a valle, congestionando le sale d'attesa, mettendo sotto pressione il personale e piegando un sistema concepito per l'emergenza a funzioni che non gli sono proprie.Come funziona il triage e perché si aspetta tantoAll'arrivo in pronto soccorso, il primo contatto è con il triage infermieristico, che valuta i sintomi per assegnare a ogni paziente un codice di priorità. Non si tratta di una valutazione soggettiva, ma dell'applicazione di protocolli standardizzati e criteri internazionali. A seconda della gravità, ogni caso è etichettato come codice bianco (il meno grave), codice verde e, via via che si sale, azzurro, arancio e rosso.I tempi di attesa sono definiti da un regolamento nazionale, ma possono allungarsi parecchio, specie per i casi meno gravi. Per esempio, per i codici verdi l'ingresso o la rivalutazione dovrebbero avvenire entro le due ore, ma i dati dell'Agenzia nazionale per i servizi sanitari regionali (Agenas), che includono però anche la visita, riportano che questi pazienti trascorrono in media tre ore e mezza nei pronto soccorso, con picchi anche oltre le compensi ore. Il motivo è che ogni accesso complesso (giallo o rosso) sottrae tempo e risorse ad altri pazienti, in un equilibrio già fragile.«Oggi il sistema dell'emergenza-urgenza opera quasi sempre in condizioni di saturazione, e ogni caso complesso amplifica le criticità», chiarisce Nino Cartabellotta, presidente di Fondazione Gimbe, organizzazione indpendente che svolge attività di ricerca e formazione in ambito medico e sanitario. A ciò si aggiungono le nuove incombenze che i pronto soccorso sono chiamati a gestire. «All'attività tradizionale, negli ultimi anni se ne sono aggiunte altre, come gli accertamenti medico legali (in particolare sullo stato di ebbrezza), e la gestione dei codici rosa per le vittime di violenza, che richiede un percorso dedicato, integrato con i servizi territoriali, e comporta necessariamente tempi più lunghi», aggiunge Enrico Ferri, direttore del pronto soccorso dell'Azienda ospedaliero-universitaria Sant'Andrea di Roma.Un accesso su quattro è improprioNel 2023 – riporta Agenas – gli accessi impropri hanno rappresentato circa un quarto del totale (il 22%), pari a quasi 3,9 milioni di casi: un fenomeno diffuso in tutte le regioni e in tutte le strutture, con la provincia autonoma di Bolzano che si colloca in cima alla classifica. Sul fronte anagrafico, il profilo tipico di chi si rivolge impropriamente al pronto soccorso è quello di un uomo in età lavorativa, generalmente tra i 25 e i 64 anni.«I dati confermano che c'è una distorsione ormai strutturale del sistema », prosegue Cartabellotta; «il pronto soccorso è sempre più utilizzato come un'alternativa ai servizi territoriali, che non riescono a garantire tempestività e continuità assistenziale». Sovraffollamento e attese, quindi, non nascono dentro gli ospedali, ma molto prima: in una medicina di base sempre più sotto pressione.Mancano 5.700 medici di medicina generaleIl medico di medicina generale, che dovrebbe essere il primo presidio di cura, è oggi spesso difficile da raggiungere, non perché disorganizzato, ma perch é oberato anch'egli da un carico di lavoro crescente. Per queste figure, alla necessità di seguire un numero sempre più elevato di assistiti – legata all'aumento della popolazione anziana con malattie croniche – si aggiungono incombenze burocratiche crescenti, prescrizioni, certificazioni, adempimenti informatici e il coordinamento con servizi territoriali spesso frammentati. Il tempo clinico, quello dedicato all'ascolto e alla valutazione, si riduce, mentre aumenta la sensazione di un sistema che chiede molto e restituisce poco in termini di supporto organizzativo.«I medici in servizio hanno in carico in media oltre 1.380 assistiti a testa (ma il numero massimo consentito sarebbe 1.500, o 1.800 in casi particolari, ndr): è un livello di saturazione che riduce la capacità di risposta sul territorio», continua Cartabellotta. Se il medico di fiducia non è disponibile, il cittadino tende a cercare soluzioni alternative, e il pronto soccorso, aperto 24 ore su 24 è percepito come l'unico luogo dove si ottiene una risposta. «Il rafforzamento dell'assistenza territoriale è necessario per restituire al pronto soccorso la sua funzione originaria di gestione delle urgenze», sottolinea l'esperto. Secondo la Fondazione Gimbe, invece, all'appello mancano 5.700 medici di medicina generale, stima basata sul numero ideale di pazienti che ognuno di loro dovrebbe seguire (ovvero, 1.200).La carenza di personaleMa la mancanza di medici non riguarda solo il territorio: un'indagine della Società italiana di medicina d'emergenza urgenza (Simeu), condotta in 50 pronto soccorso che ricevono il 12% degli accessi nazionali, ha stimato che in un quarto dei casi l'organico è meno della metà di quello necessario, e in quasi 7 strutture su 10 non arriva al 75% . In alcune strutture, poi, ciascun professionista è chiamato a fare il lavoro di 4 persone.Chi sono i gettonisti?E c'è poi l'aspetto economico. Dal 2012 al 2024, la quota della spesa sanitaria destinata ai dipendenti del Servizio sanitario nazionale è passata dal 33,5% al 31,3%. Al contrario, quella per i gettonisti (professionisti reclutati tramite cooperative o aziende private per coprire turni a chiamata) è cresciuta rapidamente, raggiungendo i 476 milioni di euro nel periodo gennaio-agosto 2023: più del doppio rispetto all'anno precedente. Per limitare il fenomeno, a partire dal 31 luglio 2025 è scattato il divieto per gli enti del Servizio sanitario di stipulare nuovi contratti con medici e infermieri gettonisti. Le nuove regole stabiliscono un'eccezione solo in situazioni di reale necessità, per una volta sola e senza possibilità di rinnovo. Sono inoltre previsti limiti precisi sull'orario di lavoro – non più di 48 ore settimanali e almeno 11 ore di riposo tra un turno e il successivo – e sui compensi orari. Il provvedimento però potrebbe creare difficoltà aggiuntive. «Se da un lato lo stop ai gettonisti nasce dal lodevole obiettivo di superare una distorsione nella gestione delle risorse umane, dall'altro apre a criticità rilevanti», si legge nel Rapporto Gimbe 2025. «Infatti la copertura dei turni rischia di diventare un problema non indifferente, soprattutto in alcune specialità (emergenza-urgenza in primis)».Specializzazioni vuote Resta quindi il nodo di fondo: senza un rafforzamento strutturale degli organici, il rischio è che il pronto soccorso continui a reggersi su soluzioni emergenziali. Ma l'obiettivo sembra di là da venire. I dati diffusi dall'associazione di categoria Anaao-Assomed confermano anche per il 2025 il trend negativo degli accessi alle scuole di specializzazione, che offrono la formazione e il titolo necessari a esercitare la professione in molti ambiti della clinica. Il 17% dei posti disponibili non è stato assegnato, e nella medicina d'emergenza-urgenza la quota è ancora maggiore: su 976 contratti banditi, solo il 55% è stato effettivamente coperto.I neolaureati, insomma, preferiscono altre specialità: una scelta che riflette condizioni di lavoro difficili, turni gravosi, elevata esposizione al rischio clinico e, non di rado, alla violenza contro gli operatori. «La scarsa copertura dei posti nelle scuole di specializzazione in emergenza-urgenza è un indicatore molto chiaro della perdita di attrattività della disciplina», conclude Cartabellotta. «I giovani medici orientano le proprie scelte verso percorsi percepiti come più sostenibili e meno esposti a rischi professionali e personali . Questo fenomeno non può essere corretto aumentando semplicemente il numero di contratti, ma richiede un ripensamento profondo delle condizioni di lavoro, della sicurezza e del riconoscimento professionale». tp:writer§§ REDAZIONE guid§§ http://gimbe.telpress.it/news/2026/07/06/2026070601660104748.PDF §---§ title§§ Sanità, la proposta Ania rilancia il dibattito sul Ssn link§§ http://gimbe.telpress.it/news/2026/07/06/2026070601791106070.PDF description§§

Estratto da pag. 1 di "mondoprofessionisti.it" del 06 Jul 2026

Assicurazioni integrative, 42 miliardi di spesa privata e tutela universale: una proposta per rafforzare il Servizio Sanitario Nazionale.

pubDate§§ 2026-07-06T12:33:00+00:00 arguments§§ http://gimbe.telpress.it/news/2026/07/06/2026070601791106070.PDF category§§ GIMBE subcategory§§ {'domain': ''} source§§ {'href': 'http://gimbe.telpress.it/news/2026/07/06/2026070601791106070.PDF', 'title': 'mondoprofessionisti.it'} tp:url§§ https://www.mondoprofessionisti.it/casse-di-previdenza/sanita-la-proposta-ania-rilancia-il-dibattito-sul-ssn/ tp:attach_fn§§ http://gimbe.telpress.it/news/2026/07/06/2026070601791106070.PDF tp:ocr§§ L’Ania sviluppa e diffonde nel nostro Paese la cultura della sicurezza e della prevenzione, perché sia le persone, sia le aziende, sia la società nel suo complesso, possano essere protette di più e meglio.Nel corso della sua relazione all’assemblea Ania del 2 luglio 2026 il Presidente sul tema ha così dichiarato:«Infine, tra i grandi progetti è opportuno citare le polizze sanitarie e metterle in relazione con il poderoso sistema di equità sociale che è il nostro Servizio Sanitario Nazionale. L’SSN è una ricchezza della nostra nazione. Che va preservata. Purtroppo, presenta due grosse fragilità: da un lato la qualità e la disponibilità delle cure è molto disomogenea sul territorio. Dall’altro lato, il Servizio Sanitario Nazionale fatica a sostentarsi sotto il profilo finanziario. Sul primo punto possiamo solo lanciare un appello alle autorità amministrative responsabili del suo funzionamento. Sul secondo punto, che è evidentemente collegato al primo, possiamo invece far la nostra parte. Già oggi, oltre ai circa 140 miliardi di euro che lo Stato spende per l’SSN, i cittadini pagano di tasca propria 42 miliardi di euro aggiuntivi che in larghissima misura escono dal circuito dell’SSN e non sono intermediati né dai fondi sanitari né dalle assicurazioni.La nostra proposta è semplice: incentiviamo l’intermediazione da parte di imprese d’assicurazione e fondi sanitari di questo enorme flusso finanziario che oggi sfugge al settore pubblico, attraverso incentivi fiscali a polizze che prevedano l’annullamento di scoperti e di franchigie per il rimborso delle prestazioni effettuate nelle strutture pubbliche in regime di libera professione intramuraria. Una sorta di “superconvenzione” con le assicurazioni, che consenta agli ospedali pubblici di eccellenza di intercettare risorse che già oggi i cittadini spendono comunque: avremo così creato un secondo ed un terzo pilastro per la previdenza sanitaria, analogamente a quanto fatto per il sistema pensionistico.»Naturalmente le imprese assicurative inseguono il profitto, come è ovvio che sia, e quindi cercano di girare in proprio favore quei 42 miliardi che i cittadini spendono di tasca propria per curarsi, stante le lunghe liste di attesa del SSN.Al cittadino italiano, e siamo in tanti a chiederlo, serve una polizza molto semplice, priva di limiti, franchigie, scoperti e altre esclusioni che di solito si scoprono dopo la sottoscrizione nelle appendici, in grado di tutelarlo laddove il SSN sia carente, senza sentirsi poi eccepire alcunché sulla copertura.Consapevole di ciò, l’ANIA da qualche anno ha predisposto le linee guida per contratti assicurativi chiari e comprensibili.Il tema della chiarezza e comprensibilità dei contratti assicurativi ha assunto negli ultimi anni un ruolo sempre più centrale.Diventa quindi evidente, come sta scritto nell’introduzione delle linee guida, “la necessità di un rinnovato approccio verso gli assicurati, anche in termini di linguaggio, che deve condurre, da un lato, i clienti a una maggiore consapevolezza della gestione del rischio e, dall’altro, l’intero settore a essere promotore di questo cambiamento, adottando una comunicazione ancora più efficace.La Fondazione GIMBE ha presentato l’8 ottobre 2025 presso la Sala della Regina della Camera dei Deputati l’8° Rapporto sul Servizio Sanitario Nazionale rilevando anzitutto come dati, narrative e sondaggi di popolazione dimostrino che oggi la vera emergenza del Paese è il Servizio Sanitario Nazionale. Un divario della spesa sanitaria pubblica pro capite di € 727 rispetto alla media dei paesi OCSE membri dell’Unione Europea, con un gap complessivo che sfiora i € 42,9 miliardi; la crisi motivazionale del personale che abbandona il SSN; quasi 5,8 milioni di persone che nel 2023 hanno rinunciato alle cure, di cui 3,1 milioni per motivi economici; le inaccettabili diseguaglianze regionali e territoriali; la migrazione sanitaria e i disagi quotidiani sui tempi di attesa e sui pronto soccorso affollati dimostrano che la tenuta del SSN è prossima al punto di non ritorno, che i princìpi fondanti di universali smo, equità e uguaglianza sono stati ormai traditi e che si sta lentamente sgretolando il diritto costituzionale alla tutela della salute, in particolare per le fasce socio-economiche più deboli, gli anziani e i fragili, chi vive nel Mezzogiorno e nelle aree interne e disagiate.Il rilancio del SSN richiede una presa di coscienza collettiva: istituzioni, professionisti della salute e cittadini devono riconoscere che la progressiva perdita di un servizio pubblico, equo e universalistico non mette a rischio soltanto il diritto alla tutela della salute, ma anche la coesione sociale e lo sviluppo economico del Paese. È per questo che la Fondazione GIMBE ha aggiornato il Piano di Rilancio del Ssn: un programma chiaro in 15 punti, non un manuale operativo, ma uno strumento di orientamento che fissa le priorità strategiche per rafforzare e innovare il nostro insostituibile SSN. Un piano che ha come bussola l’articolo 32 della Costituzione e il rispetto dei princìpi fondanti del SSN e mette nero su bianco le azioni indispensabili per potenziarlo con risorse adeguate, riforme coraggiose e una radicale e moderna riorganizzazione. Questo percorso non può prescindere da un triplice patto. Innanzitutto, un patto politico che superi gli avvicendamenti dei Governi e riconosca nel Ssn un pilastro della democrazia, uno strumento di coesione sociale e un motore di sviluppo economico. Poi, un patto sociale che renda i cittadini consapevoli del valore del SSN e li educhi ad un uso responsabile della sanità pubblica. Infine, un patto professionale in cui tutti gli attori della sanità rinuncino ai privilegi di categoria per salvaguardare il bene comune.Perché se la Costituzione tutela il diritto alla salute di tutti, la Sanità deve essere per tutti.Fatta questa premessa e tenuto conto della proposta avanzata da Ania, invito a studiare una polizza omnia per 50 milioni di utenti così da contenere il premio assicurativo e incassare, in tutto o in parte, quei 42 miliardi che spendiamo ogni anno di tasca nostra per le carenze del SSN.42 miliardi diviso 50 milioni di potenziali utenti, da un premio di 840 euro all’anno.Il tema dei rapporti tra pubblico e privato in sanità è sempre stato molto caldo e divisivo. Secondo molti osservatori, sarebbe in atto una “privatizzazione strisciante” della sanità italiana, che alcuni intendono come maggiore ricorso ai servizi a pagamento ed altri come una più invadente presenza del privato accreditato nella fornitura dei servizi sanitari.In alternativa, l’Ania potrebbe stipulare delle convenzioni con le strutture sanitarie private accreditate e quindi convenzionate con il Ssn e con adeguata tessera sanitaria integrativa, tener indenne il cittadino da ogni spesa.La tessera sanitaria è il documento personale rilasciato a tutti i cittadini che hanno diritto alle prestazioni fornite dal Servizio Sanitario Nazionale (SSN). Contiene il codice fiscale assegnato dall’Agenzia e lo certifica. Serve ogni volta che il cittadino si reca dal medico, acquista un medicinale o richiede una visita presso le strutture del Sistema sanitario nazionale. La tessera sanitaria solitamente è anche Carta Nazionale dei Servizi: una volta attivata, consente di accedere ai servizi online delle Pubbliche Amministrazioni.La tessera sanitaria, gratuita, vale sei anni. Alla scadenza l’Agenzia spedisce automaticamente una nuova Tessera sanitaria all’indirizzo di residenza del cittadino, presente in Anagrafe Tributaria.La tessera sanitaria integrativa verrebbe emessa da Ania dietro pagamento di un premio e terrà indenne l’utente del servizio da ogni spesa per prestazioni in strutture sanitarie accreditate.Naturalmente l’intervento assicurativo in un sistema sanitario a 3 pilastri, può giustificarsi solo se viene garantito per il SSN un finanziamento percentuale del PIL pari alla Germania, se i fondi aziendali tipo Sanipro, Unipol, ecc. entrano in tutti i contratti di lavoro.Solo così si mantiene il Ssn che serve per l’urgenza, la complessità e il territorio, e si crea un circolo virtuoso per garantire migliori tutele e non il minimo sindacale!Ovvia mente il progetto e la regia devono rimanere unici in capo al pubblico, che integra il convenzionato e il privato in un quadro di riordino clinico e programmazione di lungo periodo.Ricordo che con la tassazione già si finanzia il Ssn e quindi bisogna far pagare le tasse anche a chi oggi non le paga!“Rilevante, e meritevoli di una riflessione su equità ed efficienza del nostro sistema fiscale, anche i profili di distribuzione dei contribuenti che, sulla base di quanto dichiarato nel 2024, hanno corrisposto almeno 1 euro di Irpef nel 2023. Emerge dalla dodicesima edizione dell’Osservatorio sulle entrate fiscali, a cura del Centro Studi e Ricerche Itinerari Previdenziali, presentata oggi alla Camera dei Deputati insieme a Cida-Confederazione italiana dirigenti e alte professionalità.Nel dettaglio, da 0 a 7.500 euro lordi si collocano 7.288.399 soggetti, il 17,12% del totale, che pagano in media 26 euro di Irpef l’anno (19 se rapportati ai cittadini) e sono pertanto pressoché a carico dell’intera collettività. Nella fascia subito superiore, quella dei contribuenti che dichiarano redditi tra i 7.500 e i 15.000 euro lordi l’anno sono 7.696.479: in questo caso, al netto del tir, l’Irpef media annua pagata per contribuente è di 296 euro (214 euro per abitante), a fronte – a titolo esemplificativo – di una spesa sanitaria pro capite pari di circa 2.222 euro.L’insieme di queste 3 fasce di contribuenti vale a dire 16.169.510 soggetti versano solo 1,19% del totale Irpef: rapportato al numero di abitanti, questo significa 22,409 milioni di persone (l’equivalente di Lombardia, Lazio, Campania e oltre) pagano, al netto di deduzioni e detrazioni un’imposta media di 100 euro annui.Tra 15.000 e 20.000 euro di reddito lordo dichiarato si trovano circa 5 milioni di contribuenti, che pagano un’imposta media annua di 1.817 euro, che si riduce a 1.311 euro per singolo abitante; seguono da 20.001 a 29.000 euro 9,7 milioni di contribuenti, con un’imposta media di 3.750 euro che scende a 2.706 se rapportata al totale abitanti: un importo che, come per la fascia successiva, basterebbe di per sé a coprire i costi della spesa sanitaria pro capite, ma che resterebbe comunque insufficiente guardando alle altre principali funzioni di welfare non coperte da contributi di scopo, tra cui appunto l’assistenza. Seguono quindi i redditi tra 29.001 e 35mila euro, fascia in cui si collocano 4.359.429 contribuenti pari a 6.041.664 abitanti: questi contribuenti, il 10,24%, pagano un’imposta media di 6.254 euro l’anno, 4.512 euro per abitante, e versano complessivamente il 13,16% delle imposte. Sommando tutte le fasce di reddito fino a 29mila euro, si evidenzia dunque che il 72,59% dei contribuenti italiani versa soltanto il 23,13%: di tutta l’Irpef”.Il cd ceto medio è ormai allo stremo e aspetta di essere rivitalizzato da politiche che guardino al futuro e non a catturare solo il consenso del presente!La strada è lunga ma prima si intraprende, prima si arriva al traguardo. tp:writer§§ REDAZIONE guid§§ http://gimbe.telpress.it/news/2026/07/06/2026070601791106070.PDF §---§