title§§ Un Comune su due senza pediatra, ma tutti gli under 14 assistiti = Pediatri, un Comune su 2 e senza: gli sforzi delle Asst per garantire l'assistenza
link§§ http://gimbe.telpress.it/news/2026/06/30/2026063003120207082.PDF
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Estratto da pag. 12 di "BRESCIAOGGI" del 30 Jun 2026
pubDate§§ 2026-06-30T05:44:00+00:00
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tp:ocr§§ InodidellaSanità UnComunesudue senzapediatra,matutti gliunder14assistiti Pediatri,unComunesu2 èsenza:glisforzidelleAsst pergarantirel’assistenza I sistemi bresciano e lombardo reggono meglio rispetto a quello nazionale: ogni under 14 ha la possibilità di recarsi dal proprio medico. Le difficoltà contingenti soprattutto nei paesi di montagna sono compensate dalle sostituzioni transitorie Sono 124 i professionisti di libera scelta in provincia, che seguono 135mila pazienti • Anche se un Comune bresciano su due è senza il pediatra, lo sforzo del sistema delle Asst bresciane è notevole e garantisce assistenza a tutti i 135mila under 14 della provincia. Sono 124 i pediatri di libera scelta operativi sul territorio. All’interno di una situazione regionale e nazionale che mostra segnali di sofferenza, nel Bresciano, invece, al netto di carenze temporanee che vengono tamponate, la situazione è sotto controllo. PANIGHETTI PAGINE 12-13 IRENEPANIGHETTI Nella crisi generalizzata della sanità, la pediatria, per lo meno «quella bresciana e quella lombarda, sono un’isola felice - garantisce Andrea Delvecchio, coordinatore per il bresciano e tesoriere nazionale di SiMPeF, il Sindacato dei medici e pediatri di famiglia –; non c’è carenza di pediatri, tutti i bambini fino ai 14 anni hanno la possibilità di andare dal pediatra, o dal medico di base, se la famiglia, al compimento del sesto anno di età del figlio, ha deciso di affidarsi a quest’ultimo. Ci possono essere, è vero, momenti transitori di carenza: per esempio, quando c'è qualche pensionamento o qualche trasferimento si liberano dei posti nelle zone di provincia, in particolare in montagna dove è più difficile trovare qualcuno che voglia andare; ma si tratta di fasi transitorie che durano pochi mesi e che comunque vengono compensate attraverso il meccanismo delle sostituzioni temporanee». Lo conferma l’Asst Spedali Civili: «Vi è ad oggi una sola situazione da monitorare per cui stiamo cercando proposte compensative in attesa dell'uscita del nuovo bando: a marzo erano stati pubblicati due posti di titolarità e ha accettato un pediatra. Gli assistiti del pediatra appena andato in pensione nella zona della alta Valtrompia, nell'attesa del conferimento di un incarico ad un pediatra accettante, potranno iscriversi temporaneamente ai pediatri della Aggregazione Funzionale Territoriale grazie al loro volontario aumento di massimale in via transitoria. L'azienda sta inoltre organizzando, con la collaborazione di tutti i pediatri dell'Asst Spedali Civili, un ambulatorio di continuità assistenziale pediatrica presso la Casa di comunità di Tavernole». I numeri Eppure la Fondazione Gimbe ha da poco lanciato l’allarme su criticità importanti di pediatri, stimando una carenza nazionale di 497 professionisti con forti squilibri regionali: il 78,7% delle carenze si concentrerebbe infatti in tre sole grandi regioni del nord, in peggioramento rispetto al 1° gennaio 2024: Lombardia, Piemonte, Veneto. E dunque come si concilia questo allarme con le valutazioni di Andrea Delvecchio? Per una questione di metodo di calcolo. La stessa Gimbe, che si è basata sul rapporto ottimale di 1 pediatra ogni 850 assistiti, precisa di aver eseguito una stima, «a livello regionale, che non permette di individuare le singole zone carenti, che dipendono da variabili locali come densità abitativa, distribuzione della popolazione pediatrica, caratteristiche geografiche e accessibilità degli ambulatori». E’ proprio sulla variabilità regionale che insiste Delvecchio: «La pediatria lombarda non potrà mai essere paragonata alla pediatria della Sardegna, per questioni orografiche, di natalità, di densità di popolazione. Quindi è vero che sono due regioni italiane, è vero che rientrano entrambe nel conteggio che Gimbe fa delle carenze, ma poi sono due realtà non paragonabili. Gimbe giustamente prende l'accordo collettivo nazionale che mette dei numeri, fa dei calcoli su quei numeri e da lì ricava la carenza, ma per la nostra zona questi numeri non rispecchiano la realtà: in Lombardia la gestione della sa
nità è differente, per esempio abbiamo delle deroghe massimali di pazienti per pediatra». In media nel Bresciano ogni pediatra ha circa 1080 assisti; se si considera che solo una parte (tra il 70 e l'80% dei 6-14enni) è seguita dal pediatra (gli altri sono del medico di medicina generale) e che la popolazione totale 0-14 è di circa 160mila unità (dai dati di www.tuttitalia.it/lombardia/provincia-di-brescia/statistiche/popolazione-eta-s esso-stato-civile-2025/), abbiamo circa 135 mila pazienti. Da distribuire su 124 pediatri, secondo i dati delle Asst che insistono sul bresciano, così suddivisi: 49 per l’Asst Spedali civili, 36 + 1 incaricata in Asst Garda, 30 in Asst Franciacorta, 8 in Asst Valcamonica. La distribuzione di questi pediatri tuttavia non è omogenea su tutti i Comuni della provincia di Brescia: oltre 100 paesi bresciani sarebbero senza pediatra, secondo i numeri che si trovano su https://sdg.asst-spedalicivili.it/SDG/Help/ViewMedico.aspx, che tuttavia non sono del tutto precisi, e questo è un problema, poiché rappresentano la fonte pubblica alla portata di tutti. La lettura Approfondendo con le singole Asst, Bresciaoggi ha verificato che i numeri su quel sito si discostano di qualche unità, ma soprattutto che quei numeri vanno letti bene. «Tutti i bambini da 0 a 14 nel Bresciano hanno la possibilità di andare dal pediatra – ripete Delvecchio – può essere che ci siano paesi senza, ma bisogna guardare alla nostra organizzazione, che è per ambiti non per paesi. In alcuni Comuni inoltre sono presenti più pediatri, magari associati in studio, in modo da garantire un’assistenza migliore, coprendo gli aspetti organizzativi e burocratici, che incidono sul nostro lavoro, sebbene in maniera inferiore rispetto ai medici di base. Inoltre la nostra utenza è diversa: si tratta di famiglie relativamente giovani, che non hanno problemi a spostarsi o ad usare la tecnologia, a differenza dei pazienti dei medici di famiglia che possono avare persone anziane e fragili. L’obiettivo finale, cioè garantire il migliore servizio possibile, nel Bresciano è raggiunto, anche se non tutti i paesi hanno un pediatra stabile». ---End text--- Author: IRENE PANIGHETTI Heading: Highlight: Anche l’aggregazione di studi favorisce una copertura più capillare sul territorio Image:Numero medio di assistiti Piemonte Prov. Aut. di Bolzano Veneto LOMBARDIA Friuli Venezia Giulia Prov. Aut. di Trento Valle d'Aosta Molise Basìlicata Marche Campania Calabria ITALIA Toscana Liguria Sardegna Sicilia Abruzzo Umbria Puglia Emilia Romagna Lazio 1.126 1.114 1.018 1.000 960 957 942 940 932 926 925 919 917 916 892 859 853 847 834 830 815 805 0 FONTE: GIMBE 200 400 600 800 1.000 1.200 WITHUB I pediatri bresciani garantiscono assistenza a 135mila pazienti under 14 -tit_org- Un Comune su due senza pediatra, ma tutti gli under 14 assistiti Pediatri, un Comune su 2 e senza: gli sforzi delle Asst per garantire l'assistenza -sec_org-
tp:writer§§ IRENE PANIGHETTI
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title§§ Lettere - «Sanità lodigiana: la nostra replica all'intervento di Grignaffini»
link§§ http://gimbe.telpress.it/news/2026/06/30/2026063001695304181.PDF
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Estratto da pag. 26 di "CITTADINO DI LODI" del 30 Jun 2026
pubDate§§ 2026-06-30T03:05:00+00:00
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tp:ocr§§ lodi «Sanità lodigiana: la nostra replica all’intervento di Grignaffini» Egregio direttore Grignaffini, su “il Cittadino” leggiamo il suo intervento/accusa di diffamazione e qui controbattiamo. Da maggio, alcuni pazienti ricorrenti per il rispetto dei Tempi Massimi di Attesa riferiscono di aver ricevuto da ASST con telefonate seguenti avvisi: è difficile trovare disponibilità di visite ed esami nel tempo giusto; il paziente può ritelefonare al SERVIZIO GESTIONE PRENOTAZIONI chiedendo di cercarle nelle provincie vicine, oppure rivolgersi direttamente a strutture sanitarie convenzionate. A una ultranovantenne con ricetta a 10gg posta in percorso di tutela è stato detto di chiamare i recapiti dei privati convenzionati comunicati da ASST con un messaggio (mai arrivato). Proprio per affrontare violazioni dell’accesso alla cura e del TMA come queste i pazienti associati al Coordinamento presentano, in numero crescente dal 2023, i ricorsi amministrativi contro ASST. Questo lavoro ha permesso di notificare al direttore generale più di 700 casi di diagnosi e ricovero fissati oltre i TMA, esigendo e ottenendo la soppressione di tali trasgressioni e il ripristino del diritto alla salute. Così il Coordinamento è diventato “punto di riferimento” per i pazienti che decidono di autotutelarsi individualmente e collettivamente. anche gli operatori sanitari cominciano a segnalare ai nostri volontari e volontarie difficoltà e ostacoli al loro lavoro. Le loro informazioni (confidenziali e comunque documentate, così da essere impugnabili se necessario) ci consentono una pertinente cognizione del deficit di tutela in ASST. Replichiamo ora nel merito delle seguenti circostanze problematiche “… ci riserveremo di fare verifiche interne relative ad… incomprensioni con gli utenti.” […] “ … è possibile che ci si riferisca a casi di pazienti … da fuori provincia … (casi nei quali) l’URP provvede a contattare il paziente per verificare … se … intende scegliere l’ASST di Lodi (come sede)… della prestazione oppure … se la sede è stata proposta in quanto la prima ad avere disponibilità.” Ma i casi in discussione non sono di pazienti da fuori provincia. Comunque sia, ogni paziente (sia esso dentro o fuori provincia) che ha consegnato la ricetta al sistema “CENTRO UNICO DI PRENOTAZIONE” (a un CUP qualsiasi) e ha accettato l‘appuntamento dal primo operatore “… ad avere disponibilità alla effettuazione della prestazione…” ha già fatto la scelta di sede ed erogatore e quest’ultimo ha l’obbligo di assicuragli la prestazione nel rispetto della priorità di tempo prescritta dal medico curante. Così non fosse, il paziente facendo ricorso esige ed ottiene la prestazione nel rispetto delle priorità prescritte. In definitiva il paziente non ha bisogno, né può essere costretto a disperdersi nella procedura dell’ingegnere: “l’URP provvede a contattare il paziente per verificare se intende scegliere l’ASST di Lodi. Se non c’è un interesse specifico su Lodi e dichiarata la volontà di prenotare in altra struttura l’URP si mette in contatto con Call Center Regionale per prendere in carico la richiesta” In primo luogo, questa procedura è: •incongrua (la presa in carico della prestazione sanitaria viene correlata all’intervento URP secondo la forma legale della scelta “in linea di interesse specifico”, scelta che il paziente non può fare avendola già fatta nella forma legale “in linea di diritto”, tramite richiesta e accettazione dal Cup della prenotazione e Ricorso al direttore generale) •onerosa economicamente (il personale URP deve dare una congrua parte di tempo lavorativo in una attività scorrettamente suppletiva di un servizio eventualmente già in atto e garantito in linea di diritto da ASST – qui potrebbero configurarsi fatti di danno erariale –). In secondo luogo, questa procedura è: •indeterminata (il direttore dice … non è dato sapere in quali termini si sia svolta l’interlocuzione tra cittadino e Call Center Regionale) •contraddittoria (il direttore dice “l’ASST prende in carico tutti i pazienti che si presentano ai propri CUP … in caso di indis
ponibilità potranno essere proposti appuntamenti anche presso altre strutture sanitarie della ATS – invece qualsiasi CUP lo può fare –). Abbiamo inoltre saputo che ASST ha citato, in ambito AFT, le OVERPRESCRIZIONI di classi di priorità e la necessità di contenerle, pena interventi di verifica sull’operato (poiché i MMG non possono operare altrimenti se non violando a loro missione, questo è un argomento insussistente che invece viene frequentemente usato contro di loro) Di seguito il direttore sottolinea come i dati 2026, inviati al sistema regionale di monitoraggio dei TMA, “ segnalano il rispetto (di) classi U oltre il 90%, classi B 90%, classi D 87%. (sono a) “testimonianza del percorso virtuoso avviato in 2 anni e mezzo ” (e) proiettano ASST … tra le più performanti in Regione Lombardia. Controbattiamo nel merito dei due principi base di attuazione dei LEA diagnosi e ricovero posti: 1) L’ “Amministrazione performativa pubblica (Public Sector Performance Management)” è il principio di valutazione aziendale delle performance classificate come dati percentualmente misurabili. Nel merito ASST usa il SISTEMA DI MONITORAGGIO DEI TMA (SMTMA Public Sector Performance Management) (vedi PNGLA, Legge 29 7 2024 107, D. L. 124 del 1998.). Su questa base il direttore sottolinea che il suo operato è un “percorso virtuoso” con cui, però, si dimentica più o meno le criticità strutturali dell’SMTMA: - si concentra esclusivamente sulle prime visite e sui primi accertamenti diagnostici; - esclude prese in carico specialistiche e follow-up, vitali per pazienti cronici anziani oncologici, cardiologici, ecc.; - ignora l’integrazione pubblico e privato accreditato. (vedi Osservatorio CPI – Università Cattolica MI e GIMBE) Il SMTMA configurato in logica settoriale, non vede l’insieme organico dell’offerta sanitaria che considera tutta specificata nella gestione informatica del rapporto tra dati empirici e standard statistici. 2) L’Effettività performativa dei diritti sociali (Legal enforcement of social rights) è il principio che determina la giustiziabilità/ esigibilità dei diritti sociali e(salute, ecc.) cioè realizza le norme che li tutelano producendo le relative azioni e servizi. L’Effettività Performativa del bisogno/diritto Salute” è garantita da art. 32 Cost. caratterizzato da •Forza trasformativa: Produce effetti reali sulla società obbligando i pubblici poteri SSN/ASST a erogare i LEA di diagnostica e ricovero. •Programmazione: Impone al SSN/ASST di organizzare risorse, personale e strutture secondo appropriatezza organizzativa. •Azione giudiziaria: permette al paziente di autotutelarsi in via amministrativa e giurisdizionale quando necessario. Nel merito di accuse gravi infondate e diffamanti argomentiamo che i principi sopra citati, il primo regolatore burocratico, il secondo facitore sociale diritto alla Salute, causano un oggettivo antagonismo tra interessi-valori dei loro due soggetti. Il soggetto irritato per il contrasto aperto con i ricorsi può anche definire accuse gravi e diffamanti gli interventi degli altri contro le violazioni al diritto alla salute. Precisiamo che le nostre asserzioni in conferenza stampa e qui sono svolte secondo quanto previsto d art. 14, c. 5, titolo IV d.lgs.502/1992: Quando citiamo il caso in cui qualcuno di ASST ha invitato una signora di 96 anni già posta in percorso di tutela a cercare personalmente la prestazione sanitaria da erogare tassativamente entro 10 giorni, il Coordinamento fa una osservazione, opposizione, denuncia, reclamo riguardante una inadempienza decisamente problematica e dal 2022 diversi pazienti associati al Coordinamento hanno dovuto affrontare inadempienze molto più problematiche. Infine, il confronto diretto per il miglior modus operandi a tutela del paziente dopo le accuse del diffamato ai diffamatori?! È un invito buonista che si dissolve nell’irrazionalità del suo programma: “… trovare il miglior modus operandi a tutela del paziente.” Il miglior modus operandi è già definito e sancito dall’insieme delle norme attuative dell’art. 32 cost. Perciò, non essen
do necessario trovarlo, è irrazionale proporre di riunirsi per cercarlo. Invece lo si può praticare subito ed è proprio ciò che i ricorrenti a propria tutela fanno dal 2022 (vedi oltre 700 ricorsi amministrativi citati) e che continuano e continueranno a fare con i ricorsi amministrativi. Lei direttore ha due modi possibili di produrre direttamente lo stesso risultato: Quando il CUP fissa l’appuntamento fuori TMA, senza aspettare il ricorso del paziente per visite, esami, entro il tempo prescritto dal MMG, può fare subito ciò che serve: 1) fa cercare dal RUA ASST la struttura sanitaria disponibile che fissa appuntamento nel TMA. 2) imitare Il Direttore Generale Thomas Schael, di ASL 2 Abruzzo che per togliere gli appuntamenti oltre il TMA ha bloccato l’attività intramoenia impiegando il tempo liberatosi per effettuare visite ed esami in regola. Qui si vede la decisiva attuazione dell’interesse sociale alla Salute secondo il principio Effettività performativa dei diritti sociali. Il provvedimento è stato oggetto di forte contestazione dell’Anaao (sindacato di medici e dirigenza sanitaria) che lo ha definito dannoso per il personale e inappropriato per l’organizzazione dell’azienda. Qui si vede l’interesse della burocrazia secondo l’opposto principio di Amministrazione performativa pubblica. In definitiva il Confronto diretto con qualsiasi direttore generale in carica c’è sempre ed è fondato sul d.lgs.502/1992, il pilastro per la partecipazione e la tutela dei diritti nel SSN. Coordinamento lodigiano per il diritto alla salute Lodi ---End text--- Author: POSTA DAI LETTORI Heading: Highlight: Image: -tit_org- Lettere - «Sanità lodigiana: la nostra replica all’intervento di Grignaffini» -sec_org-
tp:writer§§ POSTA DAI LETTORI
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§---§
title§§ Essere poveri significa essere anche più malati perché la sanità in italia sta diventando esclusiva
link§§ http://gimbe.telpress.it/news/2026/06/30/2026063001818605442.PDF
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Estratto da pag. 15 di "AVVENIRE" del 30 Jun 2026
pubDate§§ 2026-06-30T04:01:00+00:00
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category§§ POLITICA SANITARIA
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tp:ocr§§ Il rapporto Caritas sulla povertà indica un peggioramento nell’accesso alle cure per i fragili ESSERE POVERI SIGNIFICA ESSERE ANCHE PIÙ MALATI PERCHÉ LA SANITÀ IN ITALIA STA DIVENTANDO ESCLUSIVA P iù poveri, più malati. È questo il quadro che emerge dal Report statistico nazionale 2026 “La povertà in Italia” recentemente pubblicato dalla Caritas Italiana. Sono dati che provengono da 3.520 centri distribuiti in 206 diocesi italiane (pari al 94,5% del totale), presenti in tutte le 16 regioni ecclesiastiche d’Italia: si tratta di 282.539 persone accompagnate dai servizi Caritas Italia con un aumento, rispetto al 2024, dell’1,7% delle persone seguite. Si consolida di fatto una condizione di fragilità che il Report descrive «non più come una condizione transitoria legata a crisi circoscritte, ma come una realtà che tende a protrarsi nel tempo, alimentata dal susseguirsi e dall’intrecciarsi di shock economici, geopolitici, sanitari e ambientali». In un contesto segnato da profonde disuguaglianze sociali, difficoltà abitative e fragilità relazionali che alimentano fenomeni di crescente isolamento, assumono un rilievo sempre maggiore anche i bisogni sanitari: il 16,1% delle persone accompagnate dalla Caritas ha presentato problematiche legate alla salute. La Caritas segnala che nel 2025 gli interventi di sostegno sanitario hanno superato quota 76 mila. Le richieste più frequenti riguardano la distribuzione e l’acquisto di farmaci, seguite dal supporto per visite specialistiche, esami diagnostici e altre prestazioni sanitarie. Si tratta di ambiti nei quali la risposta del servizio pubblico risulta spesso insufficiente. Numerosi farmaci prescritti da medici specialisti, infatti, sono classificati in fascia C e rimangono interamente a carico dei pazienti. È il caso, ad esempio, dei medicinali per le patologie vascolari, per i quali la spesa mensile può raggiungere anche 50 euro. L’ambito odontoiatrico rappresenta un’altra criticità: ormai da molto tempo le cure odontoiatriche sono ad appannaggio del privato ma la maggior rappresentazione del ceto povero comporta che anche una semplice cura della carie possa diventare una spesa insostenibile. Ma la quantità di interventi sanitari descritti nel report è fortemente sottostimata provenendo solamente dai centri di ascolto della Caritas e non dagli ambulatori solidali che afferiscono alla Caritas stessa. Si tratta di strutture nate per rispondere ai bisogni di salute che il SSN non riesce a gestire: erogano gratuitamente servizi sanitari a chi non ha la possibilità economica di usufruirne. Nella sola regione Marche ne sono presenti 13 – di cui 10 gestiti nell’ambito Caritas – che nel 2025 hanno erogato circa 10.000 interventi sanitari. I numeri raccontano una situazione in peggioramento: secondo gli ultimi dati Istat, quasi 5,8 milioni di persone, pari al 9,9% della popolazione, hanno rinunciato almeno una volta a una visita specialistica o ad un esame diagnostico. Solo nel 2023 la quota si fermava al 7,6%, segno di un incremento significativo che evidenzia le crescenti difficoltà di accesso alle cure. La diretta conseguenza di questo disagio ha comportato l’enorme innalzamento della spesa privata per la salute – la cosiddetta out of pocket – che si attesta a circa 920 euro/anno per cittadino (fonte Ocse 2024). Dal report emerge con forza come la salute non possa essere considerata esclusivamente una questione sanitaria. I bisogni sanitari sono molto spesso direttamente connessi al disagio sociale: è quest’ultimo, spesso conseguente alle difficoltà economiche, ad essere il perno regolatore delle necessità di salute. Oltre ai fondamentali vincoli di natura economica, emergono fattori meno visibili ma altrettanto determinanti, legati alle disuguaglianze informative, relazionali e culturali. Tra queste la difficoltà di molte persone di comprendere a quali servizi e prestazioni abbiano diritto e come potervi accedere e la complessità nell’interagire con le procedure burocratiche sempre più complesse e digitalizzate. Senza contare che nel contesto del bisogno sanitario es
iste un’ampia area di fragilità invisibili e difficilmente intercettabili. È il cosiddetto “bisogno grigio” che rappresenta un vero e proprio fattore di amplificazione delle fragilità sanitarie. Comprende tutte quelle persone che, pur necessitando di assistenza, non riescono ad entrare in contatto con i servizi sanitari. Si tratta spesso dei soggetti più vulnerabili della società: le persone senza dimora, gli anziani soli, i cittadini extracomunitari e coloro che risiedono in territori in condizioni di marginalità. La fotografia restituita dal rapporto Caritas è estremamente impietosa: un’Italia in cui il diritto alla salute risulta sempre più interconnesso alle condizioni economiche e sociali, alla capacità di orientarsi tra i servizi ed alle competenze digitali. Una sfida che interroga non solo il sistema sanitario, ma l’intero sistema di welfare. ---End text--- Author: GABRIELE PAGLIARICCIO Heading: Highlight: Image: -tit_org- Essere poveri significa essere anche più malati perché la sanità in italia sta diventando esclusiva -sec_org-
tp:writer§§ GABRIELE PAGLIARICCIO
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title§§ «Insieme per cure eque e tempestive»
link§§ http://gimbe.telpress.it/news/2026/06/30/2026063001818405444.PDF
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Estratto da pag. 5 di "AVVENIRE" del 30 Jun 2026
Venti associazioni di pazienti nell'iniziativa, per superare il divario Nord-Sud e i tempi lunghi
pubDate§§ 2026-06-30T04:01:00+00:00
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category§§ POLITICA SANITARIA
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tp:ocr§§ «Insieme per cure eque e tempestive» Venti associazioni di pazienti nell’iniziativa, per superare il divario Nord-Sud e i tempi lunghi AL VIA OGGI IL PROGETTO ALLA BOCCONI U n paziente mette i propri referti medici in valigia e prende un aereo verso un’altra regione, sperando che pochi chilometri più in là quella cura della quale ha un disperato bisogno sia già disponibile. Un viaggio forzato che oggi riguarda molti italiani, costretti a spostarsi a causa delle disuguaglianze territoriali e ad attendere comunque in media 14 mesi prima di poter accedere a una nuova terapia innovativa. Una tempistica che grava sulla vita delle persone e sulla tenuta del Servizio Sanitario Nazionale. È per superare questa paralisi, che da oggi oltre 20 associazioni di pazienti – attive in più ambiti, dall’oncologia al cardiovascolare – si riuniscono alla Sda Bocconi School of Management in una nuova tappa del progetto “Pazienti in Agorà”, promosso da Novartis dal 2025. Grazie all’aiuto degli esperti della Bocconi, d’ora in poi si daranno alle associazioni strumenti per aiutare le istituzioni a ridisegnare i modelli sanitari misurando il successo sul valore reale della cura attraverso gli esiti clinici, sociali, organizzativi ed economici. La collaborazione è il valore fondante di “Pazienti in Agorà”, parte del progetto “Partner per il Futuro”, avviato da Novartis nel 2023 nell’ottica di un’azione condivisa da parte di tutti gli attori verso un obiettivo comune: garantire un accesso equo e rapido alla cura. «Oggi in Italia l’accesso ai farmaci innovativi non è ancora tempestivo. Dalla loro approvazione in Europa, servono in media 441 giorni, con ulteriori differenze a livello regionale. Tempi lunghi e disuguaglianze territoriali rischiano di limitare concretamente il diritto alla salute», commenta ad Avvenire Valentino Confalone, amministratore delegato di Novartis Italia. Il progetto sta permettendo dunque alle associazioni di identificare nodi chiave su cui agire, di dare il proprio contributo nella raccolta e analisi dei dati e partecipare ai processi decisionali sul tema avviati dalle istituzioni. «Il passaggio chiave è integrare in modo strutturato nuovi elementi di valutazione: dati real world, qualità della vita ed esperienza concreta delle persone. Questo consente di leggere in modo più completo l’impatto delle terapie. Perché questo avvenga, è fondamentale rafforzare le competenze delle associazioni e prevedere un loro coinvolgimento stabile e formalizzato. È così che possiamo passare da un sistema centrato sulla prestazione a una medicina realmente centrata sul valore per i pazienti», continua l’ad. I temi affrontati nel percorso di lavoro alla Bocconi comprenderanno infatti raccolta e misurazione di dati e indicatori del valore della cura; le dinamiche di interazione e comunicazione con gli interlocutori istituzionali e la partecipazione dei pazienti ai processi relativi all’innovazione, a partire dalla ricerca. Perché la chiave, precisa Confalone, è cambiare il metro di misura: «Il valore di un’innovazione terapeutica parte sicuramente dai dati clinici di efficacia e di sicurezza ma si deve completare con aspetti che valutano il valore economico-sociale di un farmaco, come ad esempio il numero di ricoveri ospedalieri o accessi al pronto soccorso, minori costi per la gestione di complicanze, migliore qualità di vita, con riflessi sulla produttività in termini lavorativi e sociali». Sarebbe un nuovo paradigma sanitario, a fronte di sistemi di monitoraggio e di bilancio delle regioni che fanno ancora fatica a quantificare i benefici trasversali. «In questo contesto, la crescente integrazione dei dati sanitari – spiega ancora l’ad –, anche attraverso le iniziative avviate dal ministero della Salute per costruire un ecosistema nazionale dei dati, rende oggi possibile utilizzare in modo più sistematico evidenze real world per misurare il valore complessivo delle terapie». Un processo che interpella anche Novartis, che in questa direzione «ha avviato diversi progetti sul territorio per supportare l’evoluzione dei modelli
di monitoraggio». È urgente, inoltre, avere «agilità nei processi decisionali, semplificazione, digitalizzazione e un quadro regolatorio stabile e prevedibile, che sono prerogative chiave di un sistema in grado di attrarre investimenti e garantire un accesso tempestivo ed equo all’innovazione». Per esempio, il Testo Unico della Farmaceutica «richiede un’accelerazione, con l’apertura quanto prima del tavolo tra ministero della Salute e ministero di Economia e Finanza, regioni e industria, per arrivare rapidamente a soluzioni condivise e concrete per il sistema e per i pazienti». Per Confalone, in definitiva, diventa sempre più rilevante orientare in modo efficace le risorse disponibili, privilegiando gli ambiti dove possono generare il maggiore valore per i pazienti e per il sistema, ossia, innanzitutto l’innovazione. «Il contributo più importante che possiamo dare resta quello di mantenere il focus sui bisogni dei pazienti e rafforzare la collaborazione tra tutti gli attori del sistema salute», conclude l’ad pensando al ruolo che può avere l’industria farmaceutica, in iniziative come quella avviata in Bocconi ma non solo, a fianco di pazienti e istituzioni. ELISA CAMPISI ---End text--- Author: ELISA CAMPISI Heading: AL VIA OGGI IL PROGETTO ALLA BOCCONI Highlight: Confalone, amministratore delegato Novartis Italia: «L’accesso ai nuovi farmaci qui richiede in media 441 giorni dalla loro approvazione europea, è un limite per il diritto alla salute» Image:Valentino Confalone Il campus dell’Università Bocconi -tit_org- «Insieme per cure eque e tempestive» -sec_org-
tp:writer§§ ELISA CAMPISI
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title§§ Tutte da riempire = Case di comunità attive "a metà" Il Sud è in ritardo sulle aperture
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Estratto da pag. 5 di "AVVENIRE" del 30 Jun 2026
pubDate§§ 2026-06-30T04:01:00+00:00
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tp:ocr§§ IL FATTO Delle 1.038 previste attivate 781. Al Nord percentuali di completamento superiori. Bene pure la Sardegna Tutte da riempire Aperte il 70% delle Case di comunità finanziate con i fondi Pnrr, ma il Sud resta indietro Nonostante l’intesa con i medici mancano migliaia di specialisti e di infermieri per i centri Case di comunità attive “a metà” Il Sud è in ritardo sulle aperture Oggi scade il termine previsto dal Pnrr per il completamento delle strutture territoriali pensate per avvicinare i servizi ai cittadini, ma non tutte le regioni hanno raggiunto il target minimo fissato dal piano. Però di quelle finanziate con il Pnrr, oggi ne risultano operative circa il 70%. Raggiunto pochi giorni fa l’accordo collettivo per gestire la presenza del personale medico e infermieristico nelle Case di comunità. I medici obbligati ad almeno 6 ore di servizio a settimana. Campisi a pagina 5 Roma L’ accordo con le Regioni e le sigle sindacali dei medici di base ha risolto una delle questioni che preoccupava di più, quella del personale della Case di comunità. Certo che oggi comunque, alla scadenza fissata dal Pnrr per l’entrata in funzione di queste strutture sul territorio nazionale, l’obiettivo non è stato raggiunto in tutte le Regioni. Nonostante l’istituzione nelle ultime settimane di task force regionali per dare un impulso a questi ambulatori di prossimità ideati con il compito di portare i servizi più vicini al cittadino, decongestionando in più i Pronto soccorso. Il Pnrr prevedeva 1.350 Case della comunità, poi ridotte a 1.038 con la rimodulazione del 2023. La programmazione concordata con il ministero della Salute è però salita a 1.715 strutture. La quota extra-Pnrr è stata infatti coperta con Fondi di coesione, Fondo opere indifferibili e risorse regionali o provinciali. L’ultima rilevazione Agenas, resa nota a marzo 2026, conta 781 Case di comunità con almeno un servizio attivo. Ma solo 204 hanno presenza medica conforme al Dm 77/2022 e 216 presenza infermieristica: da qui la stima di oltre 2.500 medici e quasi 7.000 infermieri a tempo pieno mancanti. Un quadro che nelle ultime settimane ha fatto prima saltare il decreto legge per la riforma della medicina territoriale messo in piedi dal ministro della Salute Orazio Schillaci e poi correre ai ripari per scongiurare non solo la perdita dei fondi europei ma anche, e soprattutto, problemi organizzativi per la medicina di base. Meno di una settimana fa, il 26 giugno, è arrivato il via libera in Conferenza Stato-Regioni dell’accordo collettivo per la disciplina dei rapporti con i medici di medicina generale per la loro presenza nelle Case della Comunità. Per i medici già incaricati a tempo indeterminato, che non abbiano accettato il completamento dell’impegno settimanale, viene introdotto l’obbligo di svolgere fino a 6 ore settimanali nelle Case della comunità. Un’attività dovrà essere resa dal lunedì al venerdì, dalle ore 8 alle ore 20, presso le sedi indicate dall’Azienda. Il compenso omnicomprensivo è fissato a 38,72 euro per ogni ora di attività. Un punto, questo, che aveva creato non pochi problemi, poi risolto in una riunione straordinaria il 23 giugno sera tra Regioni e sindacati di categoria Fimmg (Federazione italiana medici di medicina generale) e Fmt (Federazione medici territoriali). Ad oggi, però, la situazione dell’operatività delle Case della comunità non è così omogenea in Italia - dove in totale risultano operative poco più del 70%- ma con il Nord che viaggia con una percentuale di completamento maggiore e il Sud che arranca, soprattutto in alcune regioni. In Valle d’Aosta sono pienamente operative tutte e quattro le strutture previste. In Piemonte, dove la programmazione prevede 91 Case di comunità (di cui 82 finanziate con i fondi Pnrr) , 78 sono operative e altre 4 lo saranno entro agosto. In Liguria sono tutte regolarmente funzionanti le 32 Case di comunità previste. In Trentino sono aperte 11 delle 14 strutture stabilite, mentre in Alto Adige sono funzionanti 7 su 7 Case di comunità previste. In Emilia si viaggia sull’80% delle strutt
ure realizzate delle 60 previste. In Toscana la situazione è migliore con 54 Case già operative che a giorni diventeranno 70 ed entro la fine dell’anno si toccherà 80 strutture. In Umbria sono previste 25 Case di Comunità (in 23 città) e tutte risultano operative. Nelle Marche il piano prevede 36 strutture totali, ma ad oggi sono aperte 29, prevalentemente con servizi ambulatoriali. Nel Lazio i lavori sono stati completati in 115 Case su 122 previste ed il target minimo è stato comunque raggiunto visto che prevedeva il completamento di 107 strutture. In Abruzzo la situazione è quasi in dirittura d’arrivo, visto che sono regolarmente aperte 41 delle 43 strutture previste. In Molise sono 9 le Case previste e i lavori per la maggior parte si dovrebbero concludere in questi giorni. Ma dalla Regione assicurano che saranno immediatamente operative, dato che già si dispone del personale necessario. Scendendo più a Sud la questione si complica. In Campania, ad esempio, ad oggi sono 98 le strutture attive anche se la previsione iniziale era di quasi il doppio, per la precisione 171. In Puglia ad oggi le strutture operative sono 42 e presto dovrebbero salire a 78. In Basilicata va meglio, con 15 Case della comunità funzionanti su 17. In Calabria al momento è stato deliberato il completamento dei lavori di 48 Case di comunità sulle 60 pianificate. In Sicilia ne risultano attive 54 su 146 previste, mentre altre 27 risultano conclusi i cantieri e attendono l’attivazione. In particolare in provincia di Palermo ne risultano operative 35. Di gran lunga più rosea la situazione in Sardegna in cui erano previste 50 strutture e ad oggi ne sono operative addirittura 59, superando quindi il target del Pnrr. ---End text--- Author: ALESSIA GUERRIERI Heading: Highlight: L’accordo collettivo con i medici raggiunto il 26 giugno ha permesso di avere un quadro chiaro per il personale che deve lavorarci Ma secondo le stime mancano migliaia di specialisti e di infermieri per questi centri Oggi la scadenza fissata dal Pnrr per queste strutture: delle 1.350 previste inizialmente ne sono aperte 781 Al Nord percentuali di completamento molto superiori Bene la Sardegna Image:La nuova casa di comunità “Ridotto” ex Astanteria Martini, a Torino /Ansa -tit_org- Tutte da riempire Case di comunità attive “a metà” Il Sud è in ritardo sulle aperture -sec_org-
tp:writer§§ Alessia Guerrieri
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title§§ AGGIORNATO - «La rivincita sul patriarcato: medico, dalla parte di chi soffre» = Medici di un esercito di pazienti «Non chiedono solo diagnosi: con i malati serve più empatia»
link§§ http://gimbe.telpress.it/news/2026/06/30/2026063001818905449.PDF
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Estratto da pag. 33 di "CORRIERE DELLA SERA" del 30 Jun 2026
pubDate§§ 2026-06-30T04:01:00+00:00
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category§§ POLITICA SANITARIA
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tp:ocr§§ Elvira Serra «La rivincita sul patriarcato: medico, dalla parte di chi soffre» In Campania Unica femmina in casa, arrivata alla laurea nonostante l’opposizione del padre Oggi la sua famiglia (di dottori) apre gratis lo studio una volta alla settimana di Roberta Scorranese Elvira Serra e lo studio di famiglia Medici di un esercito di pazienti «Non chiedono solo diagnosi: con i malati serve più empatia» L a storia di Elvira Serra inizia nel 1956, in una città affacciata sul mare in provincia di Salerno. Agropoli è piccola, Elvira è l’unica figlia femmina in una famiglia dove per i quattro fratelli maschi si preparava il successo. Per lei, al massimo, un posto da insegnante non lontano da casa. «Sono stata - premette Serra, oggi settantenne - una figlia molto amata. Però mio padre non concepiva che anche una donna potesse costruirsi una carriera». Come medico, poi, figuriamoci. «Mio padre temeva che quell’ambiente dominato dagli uomini avrebbe finito per distruggermi, ma io ero determinata e dopo il liceo mi iscrissi a Medicina». Quando il padre lo scoprì, quella sera stessa stracciò il certificato di iscrizione. «Furono i miei fratelli - ricorda oggi - a capirmi e a difendermi. Studiai, mi applicai con dedizione e finalmente mi laureai». Elvira non sapeva ancora che, pur nella sua rigidità di stampo patriarcale, il padre aveva intuito la verità: quello era un ambiente dominato dagli uomini, quasi fatto su misura per un uomo. E così «capitava spesso che, negli anni in cui ho prestato servizio sulle ambulanze, io mi precipitassi a soccorrere qualcuno per sentirmi chiedere “Signorina, ma dov’è il dottore? Si sbrighi a chiamarlo”. E quando precisavo che il dottore ero io, prima notavo un leggero sbigottimento, poi diffidenza». Ma erano gli Anni Ottanta, Serra non poteva nemmeno immaginare la svolta che avrebbe preso la sua vita quando, un giorno, nel cortile della «Federico II» di Napoli, intercettò lo sguardo timido di un ragazzo. «Ci stavamo preparando all’esame di Anatomia. Salvatore alzò gli occhi, con un sorriso catturò i miei». Quello sguardo li lega ancora oggi: Elvira e Salvatore hanno tre figli e sono nonni della piccola Elvira. Eppure, quel giorno assolato, quando si parlarono per la prima volta, è ancora impresso nei ricordi di Serra come un preludio, come una sensazione di un mondo che deve ancora arrivare. Aveva ragione: il bello doveva ancora venire. continua a pagina 33 SEGUE DA PAGINA 31 Elvira e Salvatore hanno capito sin dall’inizio che cosa volevano fare: unire i percorsi professionali alla costruzione di una famiglia. «E comunque - continua Serra - per me non è stato facile. Ci sono stati periodi in cui ho fatto più lavori: facevo i turni al pronto soccorso e poi in reparto». E poi lo studio e la ricerca: prima la specializzazione in anestesia e rianimazione, quindi il perfezionamento in angiologia, poi sono venute le terapie del dolore. Ma nel frattempo anche la famiglia è cresciuta. La prima figlia, Maria Gabriella, poi sono arrivati Gaetano e Valentina. «Non ho mai suggerito loro di seguire le nostre strade, mia e di Salvatore - continua Serra - ma ci sono arrivati da soli. Sin da piccoli hanno assorbito una certa curiosità scientifica in casa: chiedevano che cosa fosse quel bizzarro strumento, magari uno stetoscopio. Oppure sfogliavano un manuale di medicina e facevano domande sul funzionamento degli organi». Ecco allora un altro tassello del riscatto di Elvira: tutti e tre i figli sono diventati medici. Maria Gabriella è specialista nella riabilitazione, Gaetano è fisioterapista e posturologo, mentre Valentina è medico chirurgo e specialista in anestesia e rianimazione. La rivincita sulla società patriarcale può dirsi compiuta: una carriera nella medicina e una famiglia composta interamente da medici, comprese le due figlie femmine. Ma non è tutto. Serra è perfettamente consapevole che un riscatto limitato a una rivincita personale ha il sapore amaro dell’egoismo. Ha quindi voluto fare un passo avanti. «Abbiamo dato vita a uno studio privato spiega - e abbiamo deciso che una
volta alla settimana lo apriamo gratis ai pazienti». Un giorno che per Serra e Schettino (il cognome di Salvatore) vuol dire soprattutto ascolto, consiglio, indicazione di una strada da seguire. «Con il tempo - racconta - mi sono resa conto che l’intuizione di mio padre, cioè che la medicina fosse un mondo per uomini, non si riferiva soltanto a un atteggiamento sessista, ma era giusta anche e soprattutto in un’altra accezione. Manca l’ascolto, manca l’empatia, manca un contatto con il paziente che non sia di mera diagnosi». E così, una volta alla settimana, Elvira e la sua famiglia danno vita a un piccolo rituale che consiste nel fermarsi e aprire le porte al dolore, alle preoccupazioni, ai dubbi altrui. «Io ho sempre cercato questa apertura verso gli altri nel corso della mia carriera conclude il medico - e potrei raccontare tanti aneddoti. Soltanto oggi mi rendo conto che questo punto fa la differenza e non solo i titoli accademici. Soltanto oggi mi rendo conto che questo era il mio vero obiettivo e ci sono arrivata grazie all’amore». Di un marito, di tre figli e di un piccolo esercito di pazienti. rscorranese@corriere.it ---End text--- Author: Roberta Scorranese Heading: In Campania Unica femmina in casa, arrivata alla laurea nonostante l’opposizione del padre Oggi la sua famiglia (di dottori) apre gratis lo studio una volta alla settimana di Roberta Scorranese Highlight: Attività ? Elvira Serra ha fondato con il marito Salvatore Schettino «Fisiomedica Agropoli» nella località salernitana Con loro lavorano anche i figli Gaetano, Maria Gabriella e Valentina: un giorno alla settimana, il giovedì, le visite sono gratuite per chi è in situazione di povertà Image:Elvira Serra è nata nel 1956 ad Agropoli (Sa): «Sono stata una figlia molto amata, ma mio padre non voleva che mi laureassi in Medicina». Invece arrivarono la laurea, il matrimonio con un collega e lo studio Elvira Serra (prima a sinistra) con figli e marito -tit_org- AGGIORNATO - «La rivincita sul patriarcato: medico, dalla parte di chi soffre» Medici di un esercito di pazienti «Non chiedono solo diagnosi: con i malati serve più empatia» -sec_org-
tp:writer§§ Roberta Scorranese
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title§§ Frontalieri, tassa salute rischia rinvio alla Consulta
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Estratto da pag. 26 di "ITALIA OGGI" del 30 Jun 2026
pubDate§§ 2026-06-30T04:01:00+00:00
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tp:ocr§§ Frontalieri, tassa salute rischia rinvio alla Consulta La cosiddetta “tassa sulla salute dei frontalieri” è, tecnicamente, una quota di compartecipazione al Ssn introdotta dall’art. 1, commi 237–238, L. 213/2023 e rivolta ai residenti che lavorano in Svizzera, ai frontalieri che hanno esercitato il diritto di opzione per l’assicurazione svizzera e ai loro familiari a carico; essa si innesta sul coordinamento con la Svizzera via Alcp e Reg. (Ce) n. 883/2004/987/2009, che garantisce l’accesso in Italia tramite modello S1 e rimborsi tra istituzioni. La quota è fissata in misura non inferiore a 200 euro per ogni mese lavorato, con raddoppio in caso di omesso pagamento o comunicazione, e criteri e modalità demandati a decreto del Ministero della salute/Mef; il versamento è alla Regione di residenza del soggetto obbligato. Sul piano critico, l’importo fisso interroga l’art. 53 Cost. in tema di capacità contributiva, perché il prelievo prescinde da reddito e consumo sanitario effettivo, collegandosi allo status lavorativo; inoltre affiora il rischio di doppio finanziamento: le Asl già ricevono rimborsi tramite S1 ai sensi del Reg. 883/2004, cui ora si aggiunge la nuova compartecipazione regionale, senza un esplicito meccanismo di compensazione ex ante. Il profilo della non discriminazione nell’Alcp merita attenzione: l’S1 garantisce prestazioni “come se assicurati” nel Paese di residenza; un onere selettivo a carico dei frontalieri che hanno optato per la copertura svizzera potrebbe essere scrutinato per proporzionalità e compatibilità con l’assetto di coordinamento; la Cassazione ha, in ogni caso, riaffermato la tutela dei diritti sociali nel quadro del Reg. 883/2004, senza mettere in discussione discipline nazionali conformi al coordinamento. La tenuta costituzionale dipenderà dall’attuazione regionale e dall’allineamento ai Lea e al coordinamento della finanza pubblica: destinazione vincolata alla copertura di prestazioni, trasparenza dei flussi e coordinamento con i rimborsi S1 attenuano i rischi di irragionevolezza; in difetto, la misura potrebbe essere valutata alla luce dell’art. 117 Cost., della giurisprudenza sui Lea e dell’autonomia finanziaria regionale delineata dalla riforma del federalismo. Samuele Valente _____© Riproduzione riservata______ ---End text--- Author: Redazione Heading: Highlight: Image: -tit_org- Frontalieri, tassa salute rischia rinvio alla Consulta -sec_org-
tp:writer§§ REDAZIONE
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§---§
title§§ Le ludopatie sono una malattia
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Estratto da pag. 6 di "ITALIA OGGI" del 30 Jun 2026
San Patrignano cura (in 18 mesi) la dipendenza da gioco
pubDate§§ 2026-06-30T04:01:00+00:00
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tp:ocr§§ Università Bocconi: gli italiani spendono più nel gioco d’azzardo che nei prodotti finanziari Le ludopatie sono una malattia San Patrignano cura (in 18 mesi) la dipendenza da gioco l gioco non va demonizzato ma gestito. Quando era vietato proliferava la clandestinità, ora che è ammesso è possibile monitorarlo e intervenire per arginare comportamenti compulsivi. In particolare è il gioco Il gioco on line che dema gestito sta preoccupaprolifer zione per le difficoltà di un efora che è fettivo controlmonito lo. Che il proper argi blema non vacompu da sottovaluè il gio tato, anche a preoccup vantaggio di di un chi considera il gioco un proprio divertente passatempo, lo confermano, insieme, una ricerca dell’università Bocconi e l’impegno di San Patrignano che accanto alla sua attività di recupero dei tossicodipendenti sta sviluppando anche un’appendice per chi è giocodipenI dente. È la prima volta che la Bocconi compie un’analisi di questo fenomeno e Valerio Ferraro (economista nel team dell’Osservatorio sui conti pubblici della Bocconi) sintetizza i risultati: «Con una crescita che dura da più di vent’anni, nel 2025 il settore del gioco d’azzardo in Italia ha raggiunto dimensioni imponenti: 165 miliardi scommessi, il 7,3% del Pil, come se ciascun italiano (maggiorenne) avesse giocato ogni giorno 7,65 euro. Una somma che vale l’85% della spesa delle famiglie italiane in alimentari e più del doppio della spesa in servizi assicurativi e finanziari. La perdita netta (puntate meno vincite) è la più alta d’Europa, sia pro capite che sul Pil. Tra le regioni d’Italia, quelle del Sud spiccano per le somme giocate e perse pro capite, ma perdono con minore frequenza rispetto alle regioni del Nord grazie ad una preferenza per i giochi di abilità online. In questo scenario, il gettito erariale prodotto dal gioco, seppur in aumento nominale, soffre di una decrescita in rapporto ai volumi di gioco, dal 19,4% nel 2006 al 6,9% nel 2025. La riduzione dipende soprattutto dallo spostamento verso il gioco online, meno tassato, più capillare e più esposto a fenomeni di elusione o illegalità. Questo assottigliamento rischia inoltre di sottrarre risorse c ad uno Stato che inves ste poco più di 30 mid lioni di euro in pred venzione e cura dei disturbi legati al gioco, No ovvero neanche lo al 0,3% di quanto incassa tassando i giocatori, anche patologici». Non a caso San Patrignano si è aperta alle nuove dipendenze, dall’uso compulsivo dei cellulari al gioco. Dice Letizia Moratti, co-fondatrice della Comunità: «L’esperienza di San Patrignano insegna che dietro ogni dipendenza c’è una persona, con le sue fragilità, le sue ferite e il bisogno di essere accompagnata verso una nuova possibilità». In Comunità il percorso è di tipo residenziale, dura un anno e mezzo o più. In alcuni casi ci si avvale di un supporto psicoterapeutico volto a rimuovere tutte le convinzioni relative al gioco e a tutti gli atteggiamenti sbagliati che la dipendenza porta ad assumere. Spiegano i responsabili del settore: «La persona è seguita da uno psicoterapeuta e da un educatore. Oltre a questi, successivamente il giocatore patologico viene affiancato da un altro ospite della struttura che è in fase di conclusione del percorso. Inoltre viene individuata all’interno della famiglia la persona che diventerà per lui una figura di riferimento e che sarà in costante contatto con l’educatore. A metà percorso, è prevista una verifica di qualche giorno all’interno del proprio contesto d’origine e questo serve alla persona per responsabilizzarsi e prendere coscienza dei propri cambiamenti. Al termine di queste giornate, il rientro in comunità è seguito da un’analisi di quanto vissuto e si arricchisce della presa in carico di una nuova persona entrata in percorso». L’Istituto di Neuroscienze conferma che dalla ludopatia si può guarire: «Essendo una dipendenza riconosciuta come disturbo psicologico, richiede un percorso di cura mirato. Non si guarisce da soli o dall'oggi al domani, ma con il giusto aiuto è possibile tornare a una vita serena». Tra gli ospiti
che San Patrignano ha già aiutato e si raccontano vi è Jacopo Bagherini, giocatore di calcio (portiere) di successo: «Ero un giocatore con ottimi risultati ma fuori dal campo mi stavo distruggendo la vita a causa della dipendenza dal gioco, ho deciso quindi di partire per San Patrignano per farmi curare. Sono rimasto 18 mesi, Adesso sono io che aiuto le famiglie in difficoltà». Mentre Nino Modica è ora un apprezzato produttore di canditi artigianali: «A un certo punto della mia vita mi sono scoperto vulnerabile, un po’ alla volta ho iniziato a cascarci dentro. Avevo una sorta di vita parallela; sia chiaro non ho mai commesso nulla di illecito, per fortuna. Ma la mattina mi alzavo e pensavo solo a giocare. Era un inferno, vivevo in funzione dei soldi che dovevo procurarmi per giocare. Quelli sono veri campanelli di allarme. Sono patito per San Patrignano sapendo che sarei stato via per circa un anno e mezzo; ho detto a tutti che andavo a Dubai per lavoro. Una volta in Comunità ho iniziato il percorso, all’inizio davvero duro. Ma sono riuscito a togliermi questo peso e ricominciare». Quindi se affrontata a dovere, dalla ludopatia sene esce. Altre comunità, oltre a San Patrignano, hanno incominciato ad interessarsi alla questione, sono sorti in varie regioni gruppi di Giocatori Anonimi, i cui membri si sostengono tra loro, e l’Istituto superiore di sanità ha avviato un numero verde gratuito (800558822, dalle ore 10 alle 16, dal lunedì al venerdì) per ricevere consulenza e supporto. Molte Asl si stanno attrezzando. Conclude Ferraro: «Lo Stato sembra trovarsi in una situazione di conflitto d’interessi. Da una parte ha interesse a incanalare entro circuiti legali una domanda di gioco che, se lasciata e senza sbocchi regolati, alimenterebbe mercati illeciti e offshore; così gi facendo, garantisce al o tempo stesso una fonte consistente di gettito e sottrae spazio alla criminalità organizzata. D’altra parte, ha il dovere di contenere la diffusione dei disturbi da gioco e i costi sociali che ne derivano, con la difficoltà aggiuntiva che la componente più problematica del fenomeno è anche la più redditizia per i conti pubblici. Il conflitto d’interessi che caratterizza l’intervento pubblico nel settore del gioco d’azzardo non può essere eliminato, ma può essere gestito subordinando la produzione di gettito alle priorità di salute pubblica, ai rischi sociali e sanitari, sia nella definizione delle regole di mercato che nelle valutazioni delle politiche adottate, quand’anche ciò riduca le entrate erariali nel breve periodo». _____© Riproduzione riservata______n ---End text--- Author: CARLO VALENTINI Heading: Highlight: L’Istituto di Neuroscienze conferma che dalla ludopatia si può guarire: «Essendo una dipendenza riconosciuta come disturbo psicologico, richiede un percorso di cura mirato. Non si guarisce da soli o dall'oggi al domani, ma con il giusto aiuto è possibile tornare a una vita serena» Il gioco non va demonizzato ma gestito. Quando era vietato, proliferava la clandestinità, ora che è ammesso è possibile monitorarlo e intervenire per arginare comportamenti compulsivi. In particolare è il gioco on line che desta preoccupazione per le difficoltà di un effettivo controllo Image:Letizia Moratti cofondatrice della Comunità di San Patrignano e Roberta Metsola, presidente del Parlamento europeo -tit_org- Le ludopatie sono una malattia -sec_org-
tp:writer§§ CARLO VALENTINI
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title§§ Colpo di Covid
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Estratto da pag. 1 di "SECOLO D'ITALIA" del 30 Jun 2026
pubDate§§ 2026-06-30T04:01:00+00:00
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tp:ocr§§ COLPO DI COVID MOSSA A SORPRESA IN COMMISSIONE: BIGNAMI CONVOCATO, ANDRÀ IN AUDIZIONE. FDI: CONTE FACCIA ALTRETTANTO Colpo di scena in Commissione Covid: il gruppo di FdI ha chiesto l’audizione del capogruppo alla Camera Galeazzo Bignami, oggi componente della Commissione, affinché possa riferire sulle vicende della pandemia di cui è stato protagonista come parlamentare impegnato nelle battaglie per ottenere gli atti del governo Conte e del ministero della Salute. Per rendere possibile la sua audizione, Bignami ha annunciato le dimissioni dalla Commissione, eliminando così qualsiasi profilo di incompatibilità. Un guanto di sfida politica, ma anche un esempio, per Giuseppe Conte, che continua invece a sedere nell’organismo parlamentare e di farsi audire non ha alcuna intenzione. “In relazione ai lavori della Commissione d’inchiesta sul Covid il gruppo di Fratelli d’Italia ha richiesto l’audizione del deputato Galeazzo Bignami, oggi componente della stessa Commissione, per audirlo in riferimento alle vicende legate alla pandemia di cui è stato testimone principale”, si legge nella nota diffusa dai parlamentari di FdI. Tra i temi sui quali Bignami potrà essere ascoltato figurano le richieste di accesso agli atti sui contratti di acquisto delle mascherine, i verbali della task force e il Piano pandemico nazionale. Proprio quei dinieghi opposti dall’allora ministro della Salute Roberto Speranza diedero origine ai ricorsi amministrativi promossi dallo stesso Bignami, conclusi con le sentenze del Tar del Lazio che obbligarono il ministero alla pubblicazione del Piano pandemico e dei verbali della task force. “Dando seguito alla richiesta avanzata nella Commissione d’inchiesta sul Covid di audirmi nell’ambito dei lavori della stessa, comunico di aver appena provveduto a presentare le mie dimissioni da componente della Commissione”, afferma Bignami. ---End text--- Author: Maurizio Ferrini Heading: Highlight: Image: -tit_org- Colpo di Covid -sec_org-
tp:writer§§ Maurizio Ferrini
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title§§ Veneto, Trento e Toscana al top nel gestire risorse Sanità
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Estratto da pag. 25 di "SOLE 24 ORE" del 30 Jun 2026
pubDate§§ 2026-06-30T04:01:00+00:00
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tp:ocr§§ Veneto, Trento e Toscana al top nel gestire risorse Sanità Il ranking del Crea I l Veneto si conferma al vertice del ranking “economico-finanziario” con un indice di performance pari al 64%, seguito dalla Provincia Autonoma di Trento (62%) e dalla Toscana (61%). Queste Regioni dimostrano una gestione efficiente delle risorse, con una spesa sanitaria pubblica pro-capite che si avvicina ai livelli medi europei e una spesa sanitaria totale pro-capite standardizzata che riflette un buon equilibrio tra costi e qualità dei servizi. Al contrario, le Regioni del Sud, come Calabria (36%), Sicilia (35%) e Molise (31%), continuano a registrare i livelli più bassi, evidenziando difficoltà strutturali nella gestione economica del sistema sanitario. Tuttavia, si osserva un miglioramento della performance in alcune di queste aree, come la Calabria, che ha registrato un incremento significativo nel periodo 2019-2025. È questo uno dei risultati che emerge dal XIV Rapporto «Opportunità di tutela della Salute: Le Performance Regionali», curato dal C.R.E.A. Sanità dell'Università degli Studi di Roma Tor Vergata che sarà presentato domani. Tra le novità di questa nuova edizione c’è il fatto che Il Rapporto introduce quest'anno la valutazione della percezione di miglioramento oltre alla soddisfazione attuale dei cittadini. © RIPRODUZIONE RISERVATA ---End text--- Author: Redazione Heading: Highlight: Image: -tit_org- Veneto, Trento e Toscana al top nel gestire risorse Sanità -sec_org-
tp:writer§§ REDAZIONE
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title§§ Case di comunità al via: aperture al rush finale, l'incognita dei medici
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Estratto da pag. 25 di "SOLE 24 ORE" del 30 Jun 2026
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tp:ocr§§ Case di comunità al via: aperture al rush finale, l’incognita dei medici La scadenza. Già 900 strutture certificate sulle 1.038 previste, ma il ministero ne stima circa 1.200. Schillaci: «Ora lavoriamo pancia a terra sul personale» I l traguardo è vicinissimo anzi praticamente raggiunto: oltre mille e trecento tra Case e ospedali di comunità sono ufficialmente aperte in tempo per il triplice fischio finale fissato per oggi dall'Europa come scadenza per spendere i tre miliardi stanziati con il Pnrr per costruire queste nuove strutture della Sanità del territorio. Il termine del 30 giugno fissato da Bruxelles prevedeva infatti come target minimo l'apertura di almeno 1038 Case di comunità e 307 Ospedali di comunità e i dati su cui in queste ore stanno facendo le verifiche i tecnici del ministero della Salute fanno respirare un'aria di cauto ottimismo sul raggiungimento del risultato. Sotto la lente le strutture che hanno dichiarato la piena operatività con la raccolta dei documenti che continuerà anche nei prossimi giorni - solo per le Case di comunità sono oltre 17mila le “carte” attese per l'invio a Bruxelles - ma gli ultimi numeri ufficiali sono positivi: se a metà giugno le Case di comunità per le quali le Regioni avevano dichiarato ufficialmente l'operatività erano poco più di 800, venerdì scorso si era arrivati a quota 900 che fa presagire il raggiungimento del target delle 1038 strutture sul filo di lana. Anzi i tecnici della Salute stimano che si potrebbe superare il target europeo raggiungendo subito le 1200 aperture complessive (in cantiere, ma senza scadenze precise, ce ne sono oltre 1700 in tutto di Case di comunità). Discorso molto simile per gli Ospedali di comunità che venerdì scorso erano già arrivati a quota 290 a fronte di un target di 307, insomma anche qui la meta è davvero a un passo. Per questo al ministero della Salute si tira un sospiro di sollievo come dimostra anche la soddisfazione del ministro Orazio Schillaci che al Sole 24 ore spiega come si sia «lavorato tanto su questo target. Siamo sempre stati ottimisti. Il lavoro che stiamo facendo è di affiancamento delle Regioni e di monitoraggio continuo. Ringrazio le strutture del ministero per il grande impegno, ma anche i territori. La sfida del Pnrr era grande e troppo importante per sprecare l'occasione. Questo Paese quando vuole sa essere unito e può puntare dritto all'obiettivo. Ora lavoriamo pancia a terra sul personale. Abbiamo chiuso l'intesa con i medici di medicina generale, ma dobbiamo scrivere tutti insieme convintamente una nuova pagina per la medicina territoriale». Ecco proprio l'accordo con i medici di famiglia andato in porto in extremis che prevede fino al massimo sei ore di impegno settimanale nelle Case di comunità con turni di non meno di 3 ore per quei dottori che non sono già impegnati nel distretto potrebbe essere la spina nel fianco. Il nodo come mostrano i monitoraggi di Agenas è riuscire a popolare queste strutture di personale e servizi - a dicembre scorso solo il 4% delle Case di comunità aveva tutti i servizi a regime - e la retromarcia del Governo sul decreto di riforma che prevedeva anche la dipendenza per i medici di famiglia da assoldare per le nuove strutture potrebbe far rischiare il flop a più di una Casa di comunità. L'accordo potrebbe non bastare come ha spiegato nei giorni scorsi l'assessore al Welfare della Lombardia Guido Bertolaso che l'ha definito un «pannicello caldo» visto che al momento solo il 17% della presenza di camici bianchi è garantita dai medici di famiglia: «Proveremo a far applicare l'accordo arrivato in zona cesarini. Se entro la fine di quest'anno qualcosa si potrà realizzare sarà un gran risultato, ma noi ci contiamo poco e intanto ci siamo organizzati in modo diverso per dare il personale alle nostre Case di comunità» . L'altro nodo della nuova Sanità territoriale potrebbe essere lo scarto tra Regioni del Nord dove si contano più strutture già operative e quelle del Sud che è in ritardo o ha target più bassi. Solo per quanto riguarda le Case di comunità al 30 Giugno la
Lombardia ne conta già 186 operative mentre il Veneto ben 102 o il Lazio con 115 attivate contro a esempio le 42 attive della Puglia e le 48 messe in cantiere in Calabria di cui ancora non è nota l'operatività mentre in Sicilia le case di comunità attive risulterebbero 54 su 146 previste, mentre altre 27 risultano concluse e sono in via di attivazione. © RIPRODUZIONE RISERVATA ---End text--- Author: Marzio Bartoloni Heading: Highlight: Rischio scarto tra Regioni del Nord dove si contano più strutture già operative e quelle del Sud che è in ritardo Image:Target sul filo di lana. I numeri del ministero della Salute sono positivi sul raggiungimento del target minimo di 1038 Case di comunità e 307 Ospedali di comunità -tit_org- Case di comunità al via: aperture al rush finale, l’incognita dei medici -sec_org-
tp:writer§§ Marzio Bartoloni
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title§§ Investimenti nella sanità e attrazione dei giovani: due leve per lo sviluppo
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Estratto da pag. 27 di "SOLE 24 ORE" del 30 Jun 2026
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tp:ocr§§ Investimenti nella sanità e attrazione dei giovani: due leve per lo sviluppo Politiche regionali. Il presidente de Pascale: «Adesso che i conti sono stati messi in ordine il sistema della salute ha di nuovo riserve da spendere» Pagina a cura di Alessandro Cicognani L a sanità dell’Emilia-Romagna prova a uscire dall’emergenza dei conti e a tornare su un terreno di programmazione. Dopo un disavanzo vicino ai 200 milioni nel 2024 e un 2025 chiuso con un rosso di 50 milioni, il 2026 è l’anno in cui via Aldo Moro punta al pareggio. Michele de Pascale, presidente della Regione da fine 2024, rivendica il passaggio più delicato della sua prima fase di mandato: mettere in sicurezza il servizio sanitario regionale senza arretrare sul modello pubblico. «Assumendoci anche il rischio di esserci sbagliati, possiamo dire che la sanità regionale chiuderà il 2026 finalmente in pareggio». Il punto di partenza è la lunga coda del Covid. La pandemia ha alzato in modo strutturale l’asticella della spesa sanitaria, in Emilia-Romagna come nel resto del Paese, mentre le risorse straordinarie che avevano sostenuto il sistema si sono progressivamente esaurite. «Quando il rubinetto dei finanziamenti statali si è chiuso, si è inevitabilmente generato un buco di bilancio» ricostruisce de Pascale. Da qui la scelta, politicamente costosa, di intervenire su più leve: addizionale Irpef, ticket farmaceutico, Irap e bollo auto. «Mi rendo conto che a volte si debbano prendere decisioni che rischiano di risultare impopolari, ma non potevamo più permetterci di non avere il ticket sulla farmaceutica» dice il presidente, ricordando che l’Emilia-Romagna era rimasta l’unica Regione del Centro-Nord senza questa compartecipazione. Dentro questa cornice si colloca il rafforzamento del Fondo regionale per la non autosufficienza, con una dotazione indicata in 568,2 milioni e incrementi progressivi rispetto al bilancio precedente. È uno dei capitoli più sensibili, perché riguarda una popolazione che oggi conta circa 220mila persone non autosufficienti e che nei prossimi vent’anni potrebbe salire fino a 370mila. «Abbiamo la fortuna di avere il fondo per la non autosufficienza più grande d’Italia - sottolinea de Pascale -. Prima una parte rilevante era coperta da Roma, oggi sono quasi tutte risorse regionali». La partita, però, non è solo fiscale. La Regione rivendica anche una razionalizzazione della spesa nei presìdi ospedalieri e una maggiore appropriatezza nell’uso delle risorse. La rete è ampia e complessa: grandi ospedali provinciali, strutture intermedie, medicina territoriale, case della comunità. «Avere i conti in ordine non è facile», osserva il presidente. La sanità regionale 2026 parte da una programmazione da 10,2 miliardi, con 8,3 miliardi destinati alle aziende sanitarie e 1,9 miliardi distribuiti su azioni vincolate. Il passaggio decisivo è ora trasformare l’equilibrio dei conti in capacità di investimento. Se il sistema tiene, ragiona de Pascale, può tornare a investire: completare le opere Pnrr (attualmente all’80%), dare continuità al piano ospedaliero, rafforzare la medicina di prossimità, alleggerire la pressione sugli ospedali e ridurre i costi impropri generati da ricoveri troppo lunghi o da risposte territoriali insufficienti. «Adesso che i conti sono stati messi in ordine, la sanità emiliano-romagnola ha di nuovo riserve da spendere», dice. Ma il quadro resta fragile, perché nel 2025 lo Stato non ha coperto l’inflazione, mentre per il 2026 ha garantito almeno questa copertura. «Speriamo che decida di fare lo stesso anche nel 2027». La seconda gamba della strategia riguarda i giovani. L’Emilia-Romagna continua ad attrarre competenze alte grazie a un sistema produttivo che può contare su grandi marchi come Ferrari, Lamborghini, Ducati, Barilla e Technogym. La Regione ha lanciato un bando da quattro milioni per portare dottori di ricerca nelle imprese, sostenendo progetti legati all’assunzione di nuovi talenti. «Sono arrivate 38 domande e ad oggi ne sono già state formalizzate 15 - spiega De Pascale -. Inserire ricercatori e
ricercatrici dentro il tessuto produttivo è sempre fondamentale». Sulle alte competenze, però, il presidente invita a non leggere la mobilità solo come fuga. «Le esperienze e le contaminazioni fuori dai confini sono parte integrante del percorso di carriera di un ricercatore». Il nodo più difficile è un altro: trattenere e attrarre giovani lavoratori in una regione dove il costo della vita, soprattutto a Bologna, rischia di diventare una barriera all’ingresso. Già oggi chi vince bandi pubblici nel capoluogo spesso preferisce rifiutarli per via del caro mattone. «Per troppo tempo si è pensato che quello della casa fosse solo un tema di mercato, ma è anche politico» afferma de Pascale. La risposta passa dal piano regionale da 300 milioni, costruito anche attraverso il rapporto con la Banca europea per gli investimenti, per rigenerare patrimonio pubblico inutilizzato e aumentare gli alloggi a canone calmierato. A questo si aggiunge il tema delle foresterie aziendali. «Bisogna cambiare mentalità: l’abitazione può diventare un pezzo del welfare aziendale», dice. Alcune aziende hanno iniziato a muoversi in autonomia, ma per far funzionare un sistema complesso, «serve un quadro normativo che distingua le foresterie dagli affitti ordinari». Quella che si dice, conditio sine qua non. © RIPRODUZIONE RISERVATA ---End text--- Author: Alessandro Cicognani Heading: Highlight: modello pubblico La sanità regionale La sanità è il cuore della manovra regionale: dopo un disavanzo di circa 200 milioni nel 2024 e un rosso ridotto a 50 milioni nel 2025, ora la sanità emiliano romagnola punta al pareggio nel 2026. Un risultato reso possibile da interventi diretti sulle imposte, sui ticket farmaceutici, ma anche sull’efficientamento dell’intero sistema. La rete vale 11,5 miliardi e tiene insieme grandi ospedali provinciali, presìdi intermedi, case della comunità e medicina territoriale. La visione di Michele de Pascale è difendere il modello pubblico, razionalizzando la spesa e usando risorse regionali per finanziare ciò che lo Stato non copre. E si torna anche a parlare di investimenti Grande successo del bando per portare dottori di ricerca nelle imprese e promuovere l’assunzione di talenti 220mila persone fragili Sul Fondo per la non autosufficienza la Regione investe 568,2 milioni, per una platea oggi stimata in 220mila persone Image:michele de pascale Presidente della Regione EmiliaRomagna Eccellenze. L’Ospedale Maggiore di Bologna è il secondo del comprensorio per dimensione (circa 900 posti letto), dopo il Policlinico Sant’Orsola-Malpighi -tit_org- Investimenti nella sanità e attrazione dei giovani: due leve per lo sviluppo -sec_org-
tp:writer§§ Alessandro Cicognani
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