title§§ Scure del governo Penalizzate scuola e sanità = Scure del governo su scuola e sanità Penalizzate dai definanziamenti
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Estratto da pag. 6 di "NOTIZIA GIORNALE" del 27 Jun 2026
Allarme della Corte dei Conti malgrado il bavaglio delle destra La salute di ritto "incomprimibile" con "priorità qualitativa"
pubDate§§ 2026-06-27T02:06:00+00:00
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tp:ocr§§ Definanziamenti Scure del governo Penalizzate scuola e sanità di GIULIO CAVALLI A PAGINA 6 Scure del governo su scuola e sanità Penalizzate dai definanziamenti Allarme della Corte dei Conti malgrado ¡I bavaglio delle destra La salute diritto "incomprimibile" con "priorità qualitativa" di GIULIO CAVALLI C a È l'organo che il governo ha appena imbavagliato a certificare il vuoto, La Corte dei conti, ridotta nei poteri dalla legge n. 1/2026 che ha messo un tetto al risarcimento per danno erariale, ha scelto il Giudizio di parificazione sul rendiconto dello Stato per dire la cosa che a Palazzo Chigi preferirebbero archiviare in fretta: a essere svuotate, anno dopo anno, sono proprio la scuola e la sanità, le due voci che la Costituzione mette al riparo dai tagli. A leggere la requisitoria, il 26 giugno, È stato il procuratore generale Pio Silvestri, davanti al presidente Guido Carlino. Toni da magistrato concabile, eppure senza sconti. 11 Servizio sanitario nazionale resta "un unicum nel panorama mondiale e un modello, ancora vincente, in termini di qualità", e proprio per questo "non bisogna più indugiare o lesinare risorse". Il diritto alla salute, aggiunge, è "centrale per definire il parametro di civiltà di un Paese". Un diritto, quindi, che vale più di una riga di bilancio. QUESTIONE DI PRIORITÀ 11 passaggio più tagliente è di diri ttu costi tu zi una] e. Silvestri ricorda il principio fissato dalla Corte costituzionale: è la garanzia dei diritti incomprimibili a incidere sul bilancio, non l'equilibrio del bilancio a comprimere i diritti. Alle spese per la salute spetta una "preferenza qualitativa", perché sono "spese costituzionalmente necessari e": se si deve tagliare, si taglia altrove, sulle disponibilità "in disii me", prima di toccarle. Tradotto: il governo che invoca i conti i ð ordine per stringere su ospedali e aule sta rove sdando proprio la gerarchia che la Consulta ha scritto. E la scuola? Silvestri la mette sullo stesso piano. L'istruzione pubblica, dice, "soffre di problemi sostanzialmente analoghi" a quelli del sistema sanitario, e "quello che appare più preoccupante è che pare consolidarsi la tendenza al defina nziamen to dell'intero settore" 11 dato che cita arriva dal rapporto Investing in Education 202S della Commissione europea: l'Italia destina all'istruzione il 7.3% della spesa pubblica, contro una media europea del 9,6% (dati 2023). Due punti e mezzo di scarto che valgono miliardi. COKTABILITÀEPOLJTIM Qui il referto contabile incrocia la politica. In Italia la privatizzazione di scuola e sanità si fa per sottrazione; si lascia il pubblico senza fondi, e il privato riempie il vuoto. Sulla salute il conto è già leggibile. Secondo l'iscat, nel 2024 5,8 milioni di persone hanno rinunciato ad almeno una prestazione sanitaria, e la spesa che esce direttamente dalle tasche delle famiglie continua a salire. La fondazione Cimbe ha quantificato in circa 37 miliardi le risorse sottratte al Ssn nel decennio 2010-2019. Chi può, paga e si cura; chi non può, aspetta o rinuncia. Sulla scuola la traiettoria è la stessa, con altri strumenti. 11 comparto pubblico regge su oltre 280 mila contratti di supplenza l'anno, fotografati dallo stesso rendiconto. L'artìcolo 33 della Costituzione le vuole "senza oneri per lo Stato": il governo legge la norma al contrario. [1 de- finanziamento del pubblico e la premessa. 11 resto lo ta il mercato. Resta il paradosso da cui parte tutto, [i governo ha appena ridotto la Corte dei conti ai si leni; io sul danno erariale, con lo scudo che limita al 30% la responsabilità di chi sbaglia con i soldi pubblici. E ora la stessa Corte gli consegna il referto su ciò che quei soldi, sottratti, stanno producendo: meno servigio pubblico ñ pitì spesa privata. deficit intanto viaggia al 3,1% del Pii. i; debito al 137.1%, e 1·82% dell'Irpeflo versano dipendenti e pensionati. I diritti incompri ni i bili, de) resto, si stanno comprimendo. Per scelta, dice la Costituzione attraverso la sua magistratura contabile. Per scelta.· -tit_org- Scure del governo Penalizza
te scuola e sanità Scure del governo su scuola e sanità Penalizzate dai definanziamenti -sec_org-
tp:writer§§ GIULIO CAVALLI
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title§§ Cure a domicilio per 60mila grandi anziani
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Estratto da pag. 9 di "AVVENIRE" del 27 Jun 2026
pubDate§§ 2026-06-27T03:47:00+00:00
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tp:ocr§§ Cure a domicilio per 60mila grandi anziani SALUTE E INVECCHIAMENTO Roma A Roma attraverso l’uso di Advanced Analytics verrà integrato il sistema di monitoraggio “Viva gli anziani” - con un progetto sposato dall’università di Tor Vergata – permettendo di far uscire dall’isolamento 4700 over 80, consentendo loro anche di essere monitorati per le loro patologie croniche. In Liguria tutto ruota intorno agli infermieri di famiglia e comunità, perno sanitario di un sistema che porta a domicilio tutti i servizi ambulatoriali e ospedalieri, aiutati dai medici di famiglia e dai volontari di enti del Terzo settore. Questi sono solo alcuni dei 58 progetti selezionati da Agenas e che beneficeranno di un finanziamento di 150 milioni di euro del Pnrr. Progetti pilota che riguardano l’intero territorio nazionale e che avranno l’importante compito di realizzare nuove modalità di presa in carico domiciliare per circa 60mila cittadini over 80, con almeno una patologia cronica, ma non seguiti dai servizi domiciari della sanità pubblica. Ogni progetto verrà supportato economicamente in funzione del numero di anziani presi in carico, con un costo standard pro-capite di quasi 2500 euro per l’intera durata sperimentale del progetto, che è di 18 mesi. «Stiamo costruendo un nuovo modello di sanità – spiega il direttore generale di Agenas, Angelo Tanese – che punta innanzitutto a prendersi carico dei nostri grandi anziani fragili. Questi progetti sono importanti perché dimostrano che oggi è possibile rendere la casa un luogo di cura». Tra le tante proposte, 146 in tutto, sono state selezionate le migliori e quelle che raggiungono il numero più ampio di platea possibile. «L’obiettivo non è solo quello di utilizzare al meglio i fondi del Pnrr – aggiunge – ma di realizzare un vero e proprio salto in avanti del nostro Servizio Sanitario nazionale, e di farlo con una visione unitaria e di sistema. I progetti coinvolgeranno le Regioni e le Aziende sanitarie locali, con l’obiettivo di trasformare la sperimentazione in nuovi modelli di servizio per le persone più bisognose di assistenza su tutto il territorio nazionale, e l’Agenzia accompagnerà questo processo». Dei 58 progetti selezionati, 32 riguardano l’Area Nord dove saranno seguiti quasi 25mila pazienti; 13 l’Area Centro in cui saranno coinvolti più di 17mila over 80; 13 l’Area Sud che coinvolgerà anche qui più di 17mila persone. Tanto per fare un esempio, in Sardegna circa 1700 ultraottantenni verranno presi in carico con telemedicina e televisite da una equipe multidisciplinare formata da Aziende sanitarie, Case della comunità, medici di medicina generale, Comuni e Terzo Settore. Così come in Campania, grazie al progetto pilota dell’università Federico II di Napoli, 5mila grandi anziani (per lo più over 80) verranno curati e stimolati per evitare il declino cognitivo attraverso la piattaforma “Sinfonia Grandi Anziani”, ovvero una rete operativa che integra Asl, medici di famiglia, farmacie, ordini professionali e infrastrutture digitali regionali. © RIPRODUZIONE RISERVATA ---End text--- Author: ALESSIA GUERRIERI Heading: SALUTE E INVECCHIAMENTO Highlight: Sono 58 i progetti selezionati da Agenas, l’Agenzia nazionale per i Servizi sanitari regionali, che beneficeranno diun finanziamento di 150 milioni del Pnrr Image: -tit_org- Cure a domicilio per 60mila grandi anziani -sec_org-
tp:writer§§ Alessia Guerrieri
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title§§ L'accordo per i medici nelle Case di Comunità
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Estratto da pag. 23 di "CORRIERE DELLA SERA" del 27 Jun 2026
pubDate§§ 2026-06-27T03:48:00+00:00
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tp:ocr§§ L’accordo per i medici nelle Case di Comunità Sanità E spletati anche gli ultimi due passaggi tecnici, ovvero il via libera della Corte dei Conti e quello della Conferenza Stato-Regioni, l’Accordo collettivo nazionale per i medici di medicina generale ora è davvero ufficiale e operativo. Un passaggio fondamentale per la scadenza di martedì prossimo per la piena funzionalità delle 1.038 Case di Comunità sul territorio italiano, nel rispetto delle tempistiche e degli obiettivi del Pnrr. E che ha come obiettivo finale quello di garantire ai cittadini un’assistenza più vicina al territorio e una migliore presa in carico del paziente, specie se cronico. «L’Accordo è il risultato di un confronto serrato e di un dialogo costante con le Regioni e con le organizzazioni sindacali della medicina generale», ha dichiarato il sottosegretario alla Salute, Marcello Gemmato ( foto). «Abbiamo svolto un lavoro di mediazione politica continuo, a tratti complesso, tenendo insieme esigenze diverse, ma senza mai perdere di vista l’obiettivo — ha aggiunto ancora —: arrivare a un’intesa condivisa e sostenibile». Un’intesa che, a differenza di quella siglata nel 2024 che contemplava la disponibilità facoltativa a prestare servizio per quattro ore a settimana, prevede invece per i medici di base l’obbligo di svolgere fino a sei ore settimanali nelle Case di comunità per 48 settimane l’anno. «Le Case di Comunità non possono essere soltanto nuove strutture fisiche: devono diventare luoghi reali di cura, orientamento e continuità assistenziale», ha commentato soddisfatta la sottosegretaria all’Economia Sandra Savino. Clarida Salvatori © RIPRODUZIONE RISERVATA ---End text--- Author: Clarida Salvatori Heading: Sanità Highlight: Image: -tit_org- L’accordo per i medici nelle Case di Comunità -sec_org-
tp:writer§§ Clarida Salvatori
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§---§
title§§ Errori strategici e lobby Perché la riforma dei medici è fallita
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Estratto da pag. 10 di "DOMANI" del 27 Jun 2026
pubDate§§ 2026-06-27T03:48:00+00:00
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tp:ocr§§ Errori strategici e lobby Perché la riforma dei medici è fallita L'ANALISI ochissimi giorni dopo il no del governo alla “Riforma Schillaci”, è giunto un accordo con le sigle sindacali dei medici di medicina generale che suona comela condanna definitiva di qualsiasi serio tentativo di riforma della medicinaterritoriale. Per riassumerequarnto già detto in duerecentiarticoli, ]a riforma prevedeva la presenza di medici stabilmente inseriti nelle Case di comunità (Cdc) per gestire, in collaborazione con infermieri domiciliarie assistenti sociali, i bisogni clinici e assistenziali dei pazienti più fragili e complessi. Considerata la scarsità di medici di medicina generaleela loro ancora più scarsa disponibilità a far parte di questo progetto, il ministro Schillaci, con il consenso di tutti gli assessori regionali, aveva previsto di assumere a contratto di dipendenza un numero limitato di medici per garantire in ogni caso il buon funzionamento delle Cdc. Purtroppo, la maggioranza di governo, incalzata dalla fortissima lobby dei medici di famiglia, ha preferito partorire un topolino, affossando la riforma e siglando al suo posto un accordo privo di afflato innovativo, tanto nel metodo quanto nei contenuti. Insintesi,i medici di medicina generale garantiranno la loro presenza nelle Cdc per un massimo di 6 ore settimanali. Il meccanismo prevede che siano le Ast a stabilire il numero di ore da coprire, mentre saranno i imedici stessi, nelle loro forIne di aggregazione territoriale, a selezionare chi e in che modosi presterà a coprire i turni. È evidente che si tratta di una logica minimalistae puramente prestazionale:io ti offro alcune oredi lavoro aggiuntive e tu mele paghi. Punto e a capo. Visto che il diavolo si nasconde nei dettagli, è bene coglierne almeno due in questa vicenda. Il primo è che nel testo di riforma si sottolineava la necessità che i medici fossero “stabilmente”" presenti nelle Cdc; il secondo, ugualee contrario, èche l'accordosiglato prevede che i medici prestino la loroattivitàinturnidi3ore, per non più di due volte a settimana. A queste condizioni è impossibile pensare di svolgere un lavoro continuativo e collaborativo, vistocheimedici compariranno per poche ore e poi non sì rivedranno prima di 70 più giorni. Giusto perché tutto sia chiaro, ricordo che i pazienti di cui questi medici dovrebbero occuparsi non sono necessariamente i loro e che sarà quindi indispensabile coinvolgere (come?) anche il medico di base nella cui lista i pazienti sono iscritti. È dunque molto più probabile che ai medici di medicina generale si finisca per chiedere solo di svolgere un'attività di piccolo cabotaggio. Nella migliore delle ipotesi, terranno aperto un ambulatorio per le piccole urgenze (nella speranza di ridurrealmeno un po'gli accessi impropri al Pronto soccorso) o compileranno ricettee prescrizioni peri cittadini rimasti senza medico di fiducia. Cose dignitose e necessarie, per carità, ma certo molto lontane da una vera riforma dell'assistenza territoriale. Alternativa dimenticata C'è un ultimo punto da sottolineare. L'attenzione centrata sulle Cdc fa sì che nessuno parli più di riconsiderare le modalità di lavoro dei medici di medicina generale e di restituire a questi professionisti i compiti che hanno da tempo abbarndonato.Si potrebbe ragionare, per esempio, di rendere obbligatoria la medicina di gruppo, assegnandole sia la gestione delle urgenze minori sia la collaborazione strutturata con gli altri professionisti della salute che lavorano nelle Cdc. Qualcosa del genere esisteva nel progetto iniziale delle Cdc, che prevedeva una Cdc di prossimità (detta “spoke”) ogni 12.000 cittadini (cioè ogni 8 medici di medicina generale). Sarebbero stati centri piccoli, non lontani dai loro assistiti, ma in grado di offrire un'assistenza multiprofessionale informale ed efficiente. Sì è invece preferito puntare, per motivi economici e politici (tra i quali gli obblighi imposti dal Pnrr), su Cdc più grandi (dette “hub”] in numero di una ogni 50.000 abitanti, strutture che si stanno rivelando poco diverse
dai poliambulatori che erano e ai quali, in molte regioni d'Italia, si è semplicemente deciso di cambiare il nomesulla targa all'ingresso. In conclusione, in quest'estate del 2026 registriamo una vittoria schiacciante della corporazione medica (che non necessariamente rappresenta i tanti ottimi medici che ancoraci assistono nei loro ambulatori di medicina generale) e il tramonto di un coraggioso progetto di riforma. ---End text--- Author: DANIELE COEN Heading: L'ANALISI Highlight: Image:Con il Pnrr si è deciso di finanziare le nuove Case di comunità, seguendo però il modello dei grandi hub FOTO ANSA -tit_org- Errori strategici e lobby Perché la riforma dei medici è fallita -sec_org-
tp:writer§§ DANIELE COEN
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title§§ Fine vita, rischio di un "processo" basato tutto sulle emozioni = Fine vita, il corpo come testimonianza: il rischio di un "processo" basato sulle emozioni
link§§ http://gimbe.telpress.it/news/2026/06/27/2026062701819205439.PDF
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Estratto da pag. 11 di "DUBBIO" del 27 Jun 2026
pubDate§§ 2026-06-27T03:48:00+00:00
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tp:ocr§§ LA POLEMICA Fine vita , rischio di un ^processo r basato tutto sulle emozioni i l : n » l : . : J l . l » LA LEGITTIMITÀ COSTITUZIONALE NON PU MISURARSI SULL AUTOREVOLEZZA DELLA SOFFERENZA. IN UN'AULA CHE DECIDE SU PRINCIPI, SAREBBE PREOCCUPANTE Fine vita il corpo come testimonianza: il rischio di un ^processo^ basato sulle emozioni GILBERTO CORBELLJNI micus curiae - le opinioni scritte di Martedì 23 giugno la Corte costi- formazioni sociali senza scopo di tuzionale ha discusso, per l'ot- lucro portatrici di interessi collettivi fava volta, del fine vita. In que- o diffusi - esiste dal gennaio 2020, e stione il requisito del "trattamento di l'intervento del terzo titolare di un sostegno r tale , uno dei quattro pa- interesse qualificato, diretto e imlutti fissati dalla sentenza 242/2019, mediato è istituto più antico ancora. chiamato in causa dal gip di Bologna La voce dei malati era già stata ascola partire dal caso della donna accom- tata nel giudizio deciso con la senpagnata in Svizzera da Marco Cappa- tenza 135/2024. Le corti costituzioto. All'udienza hanno partecipato nali,inltaliacomealtrove,hamioda undici malati, non come casi concre- tempo aperto le porte alla società citi, ma come estremi di una polarizza- vile, e lo fanno proprio nelle matfìrifì zione. Infatti, chiunque ne abbia a forte densità etica. L'inedito, in scritto ti ha presentati identificandone otto contrari e tré favorevoli all'ampliamento. Quasi tutte le cronache parlato di seduta "senza precedenti". Di che precedente si tratta? Non di una novità procedurale, in senso proprio. Lo strumento dell'a- questo caso, none il canale, ma chea percorrerlo siano stati i pazienti schierati gli uni contro gli altri, ciascuno con il proprio corpo sofferente a fare da argomento. Ed è qui che comincia un terreno davvero scivoloso. L'apertura del 2020 nasceva con uno scopo preciso ñ legittimo: arricchire il quadro fattuale, far sapere alla Corte cosa concretamente significhi, nella vita, una certa condizione. Altra cosa è ciò che si è accaduto; associazioni favorevoli e contrarie che veicolano la propria tesi attraverso la testimonianza dei malati. Così il contributo conoscitivo scade a soggettività, e la deliberazione su principi rischia di trasformarsi in un censimento di preferenze tra portatori di interessi opposti. Non si vuole certo pensare che la questione costituzionale - se il requisito del sostegno vitale superi il vaglio di ragionevolezza e di uguaglianza - si deciderà contando quanti malati lo vogliono e quanti no. Se i numeri fossero rovesciati, tré contrari e otto favorevoli, la risposta di diritto dovrebbe essere identica. Un diritto ce o non ce. È curioso però il fatto che mentre nella società italiana le persone favorevoli a una legge sul fine vita sono la stragrande maggiorana, all'udienza solo tré malati, contro otto, la rappresentano. Ripeto, in punta di diritto non significa niente, ma chissà come si è arrivati a quei numeri, che evidenziamo almeno superficialità e insensibilità per la percezione pubblica di un tema così delicato. Ai giudici della Corte nessuno può insegnare che la maggioranza dei malati che non vuole il suicidio assistito non può vincolare costituzionalmente la minoranza che lo chiede, più di quanto una maggioranza di Testimoni di Geova possa cifìcidere sulle trasfusioni altrui. Gli otto contrari non difendono un proprio diritto leso, ma usano la propria condizione contro l'estensione di un diritto di altri. È testimonianza, non argomento. In sede di legittimità il pathos non farà di certo premio sul logos. Irovo francamente bizzarro lo slogan dei contrari: "non vogliamo la pistola sul tavolo". Come si fa a non rendersi conto che, al di là della metafora, l'argomento si rovescia da sé. Nella sua versione migliore è analogo alla storia di Ulisse e le sirene: una preferenza di secondo ordine, autonoma, contro le proprie pulsioni di primo ordine. Legittima. Ma lega Ulisse, non gli altri marinai. Rimanendo alla metafora, dire "non la voglio
sul mio tavolino" non autorizza a toglierla a tutti, tanto più che la pistola finiscfì sul tavolo solo di chi la chiede. E quando l'avvocato dei contrari avverte chfi, caduto il requisito, la tutela della loro vita dipenderebbe solo dalla loro capacità di diredi no, sta confessando ciò che dovrebbe negare: l'io decisamente convinto nell'esser contrario, in realtà teme la propria fragilità. È una dichiarazione di debolezza psicologica e morale travestita da difesa della libertà: si invoca la tutela della scelta libera ammettendo che la scelta non sarebbe libera. Chiunque può chiedere che gli si sottragga un dispositivo o gli alcolici di cui è dipendente, per non cedere alla tentazione, Ma è un patto privato con sé stessi, non una ragione per negare a un altro un diritto che, per ipotesi, poggia sull'autonomia. E le garanzie procedurali - accertamento della capacità, tempi di riflessione, conferma - servono precisamente a separare la scelta "in difficoltà" da quella deliberata. L'obiezione, dissezionata con la logica, riguarda l'adeguatezza delle salvaguardie, non l'autonomia. Esiste una versione seria della preoccupazione dei contrari, ma è non diversa da quella espressa. Premesso che un diritto è una comice di principio che riconosce e proteg- ge la scelta autonoma in quanto tale una cornice, non un calco!), non può essere ritagliata m anticipo su tutti i casi in cui l'autodeterminazione vacilla. E vacilla in modi innumerevoli ed eterogenei; dall'interno, sotto il peso del dolore, dello sconforto, del sentirsi un peso; dall ' esterno , per un contesto avverso, l'isolamento, la povertà, l'assistenza che manca. Pretendere che la norma neutralizzi in anticipo ognuna di queste oscillazioni porta a un bivio: o si restringe il diritto fìno ad annullarlo-quaìunque scelta può,m linea di principio, essere sospettata di non essere abbastanza libera - oppure si adotta un surrogato grossolano. Il requisito del sostegno vitale è esattamente un surrogato del genere: non misura se la scelta è libera, dice solo c'è o meno una macchina che ti tiene in vita. Esclude il malato pienamente autonomo die non dipende da un macchinario, e non autorizza alcuna inibrenza sulla libertà di chi invece vi dipende. È un criterio accidentale spacciato per criterio di principio. È la ragione del dubbio di uguaglianza sollevato da giudice di Bologna. La. vacillazione reale, quella, non la filtra la cornice ma la procedura; accertamento della capacità, tempi di riflessione, conferma, caso per caso. Confondere i due piani - volere che sia la cornice a escludere ogni caso rischioso - è un errore di categoria. Ciò che la cornice davvero non può assorbire è un'altra cosa: lo spostamento dell'inadempimento. Quando l'opzione per andarsene esiste, restare in vita può diventare una scelta da giustificare - a sé e agli altri - e affiora il fantasma del "dovere di morire". È l'argomento di John Hardwig. È difendibile, ci mancherebbe. Ma è sociale, non individuale. E si oppone all'autonomia anziché fondarla. Va maneggiato per quello che è. Riguarda il contesto, non la titolarità del diritto: i casi che gli danno forza retorica - i sistemi che aprono l'accessomentre lasciano scoperte povertà e assistenza (diseguaglianze in una parola) - sono problemi del contesto, su cui il re quisito d'accesso non può, e non lia senso che, intervenga. A un contesto avverso si può efficacemente rispondere con le cure palliative, il sostegno, l'assistenza, etc. Nessuna soluzione potrà mai venire dalla perimetrazione di chi conta come titolare del diritto. Negare il diritto perché il contesto è cattivo significa far pagare al più autonomo una falla che spetta allo Stato riparare. La cornice protegge il principio. L'inadempimento lo si difende altrove. Non è quello che il teatro delle testimonianze contrapposte ha illuminato. Si è percepito semmai il rischio opposto: che la legittimità costituzionale finisca per misurarsi sull'autorevolezza della sofferenza di chi parla, hi un'aula che deve decidere su principi, è la scivolosità da temere di più. -tit_org- Fine
vita, rischio di un “processo” basato tutto sulle emozioni Fine vita, il corpo come testimonianza: il rischio di un “processo” basato sulle emozioni -sec_org-
tp:writer§§ Gilberto Corbellini
guid§§ http://gimbe.telpress.it/news/2026/06/27/2026062701819205439.PDF
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title§§ I dati smontano le balle sulla mortalità nelle Rsa ai tempi del Covid
link§§ http://gimbe.telpress.it/news/2026/06/27/2026062701820705434.PDF
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Estratto da pag. 20 di "FOGLIO" del 27 Jun 2026
pubDate§§ 2026-06-27T03:48:00+00:00
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tp:ocr§§ I dati smontano le balle sulla mortalità nelle Rsa ai tempi del Covid R iaggregando e rileggendo i dati dei morti di Covid nel 2020 sorge spontanea una domanda: com’è stato possibile che finissero sotto accusa le strutture residenziali sociosanitarie (Rsa) come luoghi nei quali, per non essere riusciti a prendere le precauzioni essenziali per limitare il contagio, la mortalità per Covid degli assistiti sembrava aver toccato vette eccezionali che lasciavano intendere che si fossero verificate in più istituti e strutture di quel tipo delle vere e proprie stragi? Bella domanda, perché i dati, analizzati e letti correttamente, non mostrano niente di tutto questo. Eppure si è lasciato credere in lungo e in largo che, trattandosi di istituti per vecchi, per di più malandati, scarsamente o per niente autonomi, magari pure soli, senza famigliari o con famigliari impegnati nelle loro vite così da avere ben poco tempo da dedicare loro, non si fosse prestata l’attenzione mediamente necessaria, quella che si sarebbe prestata se si fosse trattato di altri luoghi, a tenere il più possibile il virus fuori dalla porta. E quando un’informazione ha circolato indisturbata per mesi, quando al suo seguito un’opinione, un sentimento pubblico si è consolidato, non c’è niente da fare: l’informazione quella resta, il sentimento non viene meno. Semmai si dimentica, si passa oltre. Ma non si corregge. Così l’informazione sulla super mortalità nelle Rsa non è mi stata corretta. E’ diventata convinzione generalizzata, e tale sarà sempre. Ma i dati sono traditori, a volte. Pensi di averli messi a tacere, ed eccoli che rispuntano a prendersi una vendetta che magari non servirà a niente, che non ristabilisce verità, ma non foss’altro resta a testimonianza. Perché ecco come sono andate le cose: nel 2020 di 100 morti di Covid, 80 sono morti in ospedale, 16 in strutture socio-assistenziali e hospice di varia natura, solo 4 nelle proprie abitazioni. Proporzioni che variano abbastanza considerevolmente con l’età – con l’ospedale a fare sempre e comunque la parte del leone. I morti di Covid in ospedale raggiungono infatti punte di oltre il 90 per cento dei morti di Covid tra i 60 e i 75 anni ma scendono al 60 per cento, venti punti sotto la media dell’80 per cento, nel caso dei morti di 90 e più anni, dei quali 33 su 100, uno su tre, sono morti nelle strutture socioassistenziali Lo schema è chiaro, ed è esattamente quello che ha tratto in inganno. La preferenza per il ricovero ospedaliero è stata elevatissima, quasi il 100 per cento, alle età meno avanzate in relazione al Covid, ovvero quando c’era insieme più urgenza e una superiore speranza di guarigione, ed è stata inferiore alle età molto avanzate, sia per le difficoltà di trasporto di questi pazienti dagli istituti residenziali agli ospedali sia per problemi di precedenza, negli ospedali dove scarseggiavano i letti, che hanno anche se dolorosamente favorito i più giovani. In questo quadro una attenta riflessione richiede infine questo fatto: la proporzione dei morti per tutte le cause, Covid compreso, in strutture residenziali socio-assistenziali e hospice di varia natura è stata nel 2020 di poco superiore a quella del quinquennio 2015-2019, riflesso della maggiore mortalità per Covid non – attenzione – in queste strutture in quanto tali ma, cosa ben diversa, degli ultranovantenni particolarmente numerosi in queste strutture, e qui rimasti in forti proporzioni, per i motivi che si è detto. Così si può senz’altro dire che con il Covid sono venute al pettine carenze di non poco conto, strutturali e culturali, del Servizio sanitario nazionale: il predominio acritico indiscusso dell’ospedale; la marginalità della medicina di base; l’insufficienza di strutture di cura e assistenza sanitaria tra l’ospedale e l’abitazione; modalità organizzative e operative poco armonizzate tra pubblico e privato. L’80 per cento di morti di Covid in ospedale, una proporzione doppia dei tempi normali, dice peraltro che non ci si è risparmiati per far fronte all’emergenza straordinaria nei modi migliori ma anch
e che si sono consumati innumerevoli drammi di distacco degli ammalati dalle proprie case e famiglie. Ma, quando si dice il paradosso, non si può aggiungere l’imprevidenza e l’impreparazione negli istituti residenziali di cura tra questi nodi. Ci si è presi cura dei nostri vecchi. E abbiamo saputo farlo. Roberto Volpi ---End text--- Author: Roberto Volpi Heading: Highlight: Image: -tit_org- I dati smontano le balle sulla mortalità nelle Rsa ai tempi del Covid -sec_org-
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title§§ Medici di base in trasferta
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Estratto da pag. 27 di "ITALIA OGGI" del 27 Jun 2026
Seioreasettimana presso le Case di Comunità
pubDate§§ 2026-06-27T03:48:00+00:00
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category§§ POLITICA SANITARIA
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tp:ocr§§ Intesa raggiunta in Conferenza Stato-Regioni. Case operative dal 30/06 Medici di base in trasferta Sei ore a settimana presso le Case di Comunità DI ALBERTO MORO e Case di Comunità entreranno a pieno regime entro il 30 giugno grazie al definitivo semaforo verde arrivato dalla riunione straordinaria di ieri della Conferenza Stato-Regioni sull’Accordo collettivo nazionale (ACN) per i medici di medicina generale. Il provvedimento ha superato positivamente il vaglio della Corte dei Conti sbloccando un percorso che permette così il rispetto delle scadenze fissate dal Pnrr. I medici di medicina generale dovranno ora assicurare la propria presenza nelle Case di Comunità fino a un massimo di 6 ore settimanali obbligatorie per 48 settimane all’anno, a differenza del precedente ACN del 2024 che prevedeva 4 ore settimanali facoltative. La sottosegretaria all’Economia e alle Finanze Sandra Savino ha espresso soddisfazione definendo l’intesa come «un passaggio importanL te per rendere pienamente operative le Case della Comunità e rafforzare la presa in carico dei cittadini sul territorio». Secondo l’esponente del Ministero dell’Economia, il risultato raggiunto conferma il lavoro serio di Governo e Regioni per dare attuazione concreta alla sanità di prossimità attraverso «un investimento da 2 miliardi di euro collegato a un target nazionale di almeno 1.038 Case della Comunità con servizi attivi entro giugno 2026». Savino ha inoltre rimarcato che l’intesa avvicina questo traguardo alla vita reale delle persone poiché «le risorse del Pnrr producono risultati solo se diventano servizi accessibili organizzati e continuativi». Il nuovo assetto regolatorio stabilito dalla Sisac (Struttura Interregionale Sanitari Convenzionati) e dai sindacati Fimmg e Fmt impone ai medici di famiglia un impegno obbligatorio fino a sei ore settimanali all’interno delle strutture per 48 settimane l’anno. Tale schema sostituisce la precedente formula del 2024 che prevedeva una disponibilità puramente facoltativa di 4 ore. Sotto il profilo finanziario l’operazione comporta un investimento annuo massimo valutato in circa 120 milioni di euro da inserire nel futuro Accordo collettivo 2025-2027 con una stima di impegno medio effettivo di circa tre ore a settimana per ogni professionista. L’integrazione dei medici di base è considerata il pilastro per una riforma che punta a trasformare radicalmente la medicina territoriale. Sandra Savino ha ulteriormente chiarito la visione del Ministero dell'Economia spiegando che «le Case della Comunità non possono essere soltanto nuove strutture fisiche ma devono diventare luoghi reali di cura orientamento e continuità assistenziale». Per la sottosegretaria la vera sfida per le istituzioni «non è solo spendere le risorse disponibili ma trasformarle in servizi funzionanti accessibili e misurabili nella vita quotidiana delle persone a partire da anziani fragili e territori più distanti dai grandi centri». Il sottosegretario alla Salute Marcello Gemmato ha sottolineato il valore della mediazione politica descrivendo l’accordo come «il risultato di un confronto serrato e di un dialogo costante con le Regioni e con le organizzazioni sindacali della medicina generale». Gemmato ha precisato che l’obiettivo è stato quello di individuare soluzioni sostenibili mettendo al centro il potenziamento della sanità pubblica. L’intesa punta a ridurre la pressione sui presidi ospedalieri. Secondo Savino rafforzare la sanità territoriale significa infatti «migliorare la prevenzione avvicinare lo Stato ai cittadini e garantire una risposta più ordinata ai bisogni di salute» in una direzione che l'esecutivo intende sostenere con concretezza. ---End text--- Author: ALBERTO Moro Heading: Highlight: Image: -tit_org- Medici di base in trasferta -sec_org-
tp:writer§§ Alberto Moro
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title§§ Il giudice rivela le pressioni subite al processo sulla gestione Covid = Inchiesta Covid, ecco le pressioni sul giudice
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Estratto da pag. 9 di "VERITÀ" del 27 Jun 2026
Troppi aspetti non tornano nel verbale di un'udienza del processo a Raniero Guerra & C.: dalla registrazione iniziata in ritardo ai controlli del pubblico in aula «raccomandati» alla toga fino a uno strano video collegamento partito con una persona esterna
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tp:ocr§§ MISTERO SUI DEM SPARITI DAL VERBALE Il giudice rivela le pressioni subite al processo sulla gestione Covid Inchiesta Covid, ecco le pressioni sul giudice Troppi aspetti non tornano nel verbale di un’udienza del processo a Raniero Guerra & C.: dalla registrazione iniziata in ritardo ai controlli del pubblico in aula «raccomandati» alla toga fino a uno strano video collegamento partito con una persona esterna nT r o p p i aspetti non to r n a n o n e l verbale di un’udienza del processo a Ranieri Guerra per il piano pandemico: dalla registrazione avviata in ritardo ai controlli sull’accesso del pubblico, fino alle frasi su presunte raccomandazioni ricevute per limitare le presenze. Fatti richiamati da una interrogazione di Fdi. a pagina 9 n Dentro l’aula, prima della sentenza, c’è già qualcosa che non torna. È il 12 maggio. Nel palazzo di giustizia di Roma si celebra l’udienza preliminare del procedimento sul mancato aggiornamento del piano pandemico nazionale. Davanti al giudice ci sono gli ex dirigenti del ministero della Salute: Raniero Guerra, Giuseppe Ruocc o, M ar ia G ra z ia Po m pa e Francesco Maraglino (nel frattempo deceduto). L’accusa è di omissione di atti d’ufficio. Il procedimento si chiuderà con un «non luogo a procedere» per «intervenuta prescrizione». Ma oggi il caso non riguarda la prescrizione. La vicenda è arrivata sul tavolo del ministro della Giustizia, Carlo Nord io, con un’i nte r roga zio n e parlamentare depositata alla Camera e al Senato da Fratelli d’Italia. I meloniani chiedono «di avviare un’ispezione al tribunale di Roma al fine di verificare la regolarità dello svolgimento del procedimento penale». La richiesta, come anticipato ieri dalla Verità, nasce dai rilievi trasmessi alla Commissione parlamentare d’inchiesta sulla gestione della pandemia, presieduta dal senatore Marco Lisei, dall’associazione dei familiari delle vittime del Covid Sereniesempreuniti. Il punto di partenza è il verbale dell’udienza. Un verbale redatto con il sistema della fonoregistrazione e successiva trascrizione. Ed è proprio qui che si nota la prima crepa. Il documento si apre alle 10.48. Ma il giudice Alessandra Boffi esordisce così: «Da questo momento parte con la trascrizione. D’accordo? Vuole formulare la questione avvocato di nuovo? Abbia pazienza, perché abbiamo acceso...». L’udienza, quindi, almeno in parte, era già cominciata. La registrazione no. Tanto che a un avvocato viene chiesto di ripetere la questione. È un dettaglio? Forse. Ma nelle aule giudiziarie i dettagli spesso diventano sostanza. Soprattutto quando, più avanti, proprio la pubblicità dell’udienza diventa terreno di scontro. A un certo punto prende la parola l’avvocato Augusto Sinagra, che rappresentava alcune delle parti civili costituite. Sta spiegando perché, dopo quello che dice di aver visto, aveva deciso di non mettere più piede in un’aula di giustizia penale. Il giudice lo interrompe. Non per il merito. Per una persona seduta in fondo all’aula. «Mi perdoni. Può chiedere chi è quel signore, lì in fondo, quello in fondo. Mi perdoni, chi è lei? Mi scusi, perché la vedevo... va bene. Prego, mi perdoni avvocato». Sinagra riprende. Ma non lascia passare l’episodio. Lo trasforma nel cuore politico e processuale del suo intervento. Dice al giudice: «Lei ha chiesto l’accertamento dell’identità della persona, adesso. Giudice, sappiamo tutti quanti che questo zelo, questa precisione, chiamiamola così, questa accuratezza nel tenere presente che la Camera di Consiglio non è aperta al pubblico, non è di tutti i giorni, non è di tutti i giudici. Lei con attitudine generosa direi, e anche sincera, stamattina ci ha comunicato che era stato raccomandato di fare queste verifiche». L’avvocato attribuisce alla giudice una precedente comunicazione: quei controlli sarebbero stati «raccomandati». E proprio qui il ritardo iniziale della fonoregistrazione MISTERO In alto, Raniero Guerra, 73 anni, medico ed ex direttore vicario dell’Organizzazione mondiale della sanità [Ansa]; qui sopra, il titolo del nostro articolo di ieri dedicato all
a vicenda; accanto, lo stralcio del verbale d’udienza diventa un elemento che non può essere liquidato come una formalità. Sinag ra i n s is te: «Questa verifica non ha lo scopo di rendere ossequio alla norma del codice, ha lo scopo di dare il minimo della pubblicità possibile quando si parla di queste cose». E ancora: «Non basta che il giudice sia imparziale... lei certamente lo è! Occorre che appaia anche imparziale, ma per apparire imparziale occorre che ci sia un pubblico». Ma proprio quando le parti civili stanno per chiedere che il capo d’accusa venga trasformato in uno più grave, quello di epidemia colposa, c’è un secondo colpo di scena. L’udienza viene interrotta, questa volta per un inconveniente tecnico. Dal verbale risulta che «è partito un videocollegamento in aula». Dagli altoparlanti parte la voce di qualcuno che non è presente. Uno strano e sospetto cortocircuito. Il giudice si accorge che qualcosa non funziona: «Scusate... non credo che sentano, no! Sospendiamo 5 minuti e risolviamo questo problema». Qualcuno, a quel punto, si è chiesto se ci fosse stato un collegamento con l’esterno. Secondo quanto riportato nel materiale trasmesso alla Commissione Covid e ripreso da Fratelli d’Italia, il giudice avrebbe dichiarato di aver subito «pressioni» esterne ed estranee in relazione alle decisioni da assumere nel procedimento, «tanto da impedirle di autorizzare la pubblicità delle udienze». È una ricostruzione politica, non giudiziaria. Ma quel passaggio è stato ritenuto di una gravità tale da finire in un’interrogazione al Guardasigilli. Nell’interrogazione le «condotte processuali» vengono definite «gravi» e «meritevoli di una approfondita valutazione sotto il profilo ispettivo, disciplinare e politico-istituzionale». I firmatari sostengono che «il condizionamento della funzione giurisdizionale sarebbe stato apertamente menzionato in udienza alla presenza di decine di parti civili costituite», oltre che dei legali degli imputati, e che ciò rappresenterebbe «una evidente lesione dei principi costituzionali di autonomia e indipendenza della magistratura». Di certo sull’apertura dell’udienza al pubblico c’e ra molta tensione. Al punto che alle precisazioni dell’avvocato Sinagra il giudice lo interrompe: «Ma non ho capito, ma lei sta facendo un appunto?». L’avvocato replica: «No...», ma viene nuovamente fermato. Ne nasce un breve botta e risposta. E a quel punto il giudice spiega il senso del proprio intervento: «Mi sembra solo che insistesse troppo sul fatto che io abbia richiamato... è mio dovere, perché mi hanno invitato... a contenere il numero delle persone». Una frase che si collega a quanto sostenuto pochi istanti prima da Sinagra, secondo cui il giudice aveva comunicato che era stato «raccomandato di fare queste verifiche». Proprio attorno a queste parole si concentra una parte delle contestazioni nell’interrogazione parlamentare. Ma mentre attorno a queste parole si concentra una parte delle contestazioni dell’interrogazione parlamentare, il capogruppo di Fdi alla Camera, Galeazzo Bignami, chiede che l’ex premier Giuseppe Conte, invece di «intralciare i lavori» della Commissione Covid, «si faccia audire» e «racconti quello che sa riguardo a ciò che sta emergendo come il più grande scandalo della storia della Repubblica». Ovvero l’acquisto per «1 miliardo 251 milioni di euro» da «consorzi cinesi sconosciuti» di mascherine «rivelatesi farlocche». © RIPRODUZIONE RISERVATA ---End text--- Author: FABIO AMENDOLARA Heading: Highlight: Tutte le stranezze sono finite in un’interrogazione a Carlo Nordio Bignami vs Conte: «Dubbi sull’appalto delle mascherine, deve riferire in Aula» Image: -tit_org- Il giudice rivela le pressioni subite al processo sulla gestione Covid Inchiesta Covid, ecco le pressioni sul giudice -sec_org-
tp:writer§§ FABIO AMENDOLARA
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