title§§ Borraccino (Pd) replica alle accuse di Gemmato «Sanità pugliese definanziata dal Governo»
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Estratto da pag. 4 di "GAZZETTA DEL MEZZOGIORNO" del 08 Jun 2026
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tp:ocr§§ Borraccino (Pd) replica alle accuse di Gemmato «Sanità pugliese definanziata dal Governo» l È un botta e risposta che accende il dibattito sulla sanità pugliese, già provata da bilanci in sofferenza e da un aumento dell’Irpef che ha scatenato proteste in tutta la regione. A innescare la miccia sono state le parole del sottosegretario alla Salute Marcello Gemmato, secondo cui «l’aumento della pressione fiscale regionale rappresenta una scelta sbagliata». Una dichiarazione che il consigliere regionale del Pd, Cosimo Borraccino, definisce «stravagante», accusando il Governo di centrodestra di aver tagliato risorse al Servizio sanitario nazionale negli ultimi quattro anni. «Ascoltiamo con incredulità queste affermazioni» attacca, ricordando che la spesa sanitaria sul Pil «è scesa dal 6,8% del 2022 al 6,3% del 2026», segno di un definanziamento strutturale. Per Borraccino, il paradosso è evidente: «Gemmato e il centrodestra pugliese fanno opposizione a se stessi», perché il gap di 5 miliardi tra fabbisogno delle Regioni e fondi statali sarebbe responsabilità diretta del Governo. Il consigliere dem cita anche l’inchiesta giornalistica di Milena Gabanelli che ha denunciato presunti maggiori costi per i farmaci a carico del Ssn dopo una riforma «voluta proprio dal sottosegretario con delega alla farmaceutica». «Questa sarebbe una questione seria da affrontare» incalza, «non le piazze semivuote del centrodestra». Borraccino ricorda inoltre che la spesa sanitaria italiana resta inferiore alla media Ocse ed europea, mentre la quota di costi a carico dei cittadini (il 27%) supera quella degli altri Paesi Ue. «Il sottofinanziamento pubblico è ormai strutturale» cita dalla Fondazione Gimbe, «e sta mettendo in difficoltà tutte le Regioni». Per il consigliere Pd, gli effetti sono sotto gli occhi di tutti: famiglie costrette a pagare visite e prestazioni di tasca propria, rinunce alle cure, bilanci regionali in rosso per l’aumento dei costi energetici, dei farmaci e dei contratti del personale. «Le parole di Gemmato sono uno schiaffo all’intelligenza dei pugliesi» conclude, chiedendo al Governo di colmare il gap di 5 miliardi nella prossima legge di bilancio. MELCHIORRE - Ma dal centrodestra la replica non tarda ad arrivare. Il senatore di Fratelli d’Italia Filippo Melchiorre accusa il Pd di «preferire la propaganda alle risposte concrete», criticando la scelta dei dem di ironizzare sull’aumento dell’Irpef con vignette e contenuti social. «I pugliesi meritano rispetto» afferma, ricordando le «centinaia di cittadini scesi in piazza» e le «migliaia di firme raccolte» contro l’aumento della pressione fiscale. Per Melchiorre, la maggioranza regionale evita il confronto e «non affronta le questioni di merito», mentre la gente chiede soluzioni e non «iniziative autoreferenziali». E lo stesso Gemmato, al centro della polemica, rivendica i numeri del Governo: «Le risorse per la sanità pugliese sono cresciute, passando da 7,2 miliardi nel 2018 a quasi 8,8 miliardi nel 2025». A questi, aggiunge, si sommano «700 milioni in più dal 2022» e «40 milioni annui strutturali» derivanti dai nuovi criteri di riparto. Il problema, sostiene, non è Roma ma Bari: «Dal 2019 al 2025 la Regione ha registrato disavanzi costanti, frutto di sperperi e gestione clientelare». Per il sottosegretario, il dato più significativo è uno: «I conti peggiorano mentre le risorse aumentano». E conclude: «È difficile attribuire altrove responsabilità che sono interne alla gestione regionale». Tre voci, tre letture opposte della stessa crisi. Una certezza, però, resta: a pagare il prezzo più alto sono i cittadini pugliesi, stretti tra tasse in aumento e un sistema sanitario che fatica a reggere. [red.pp] ---End text--- Author: red.pp. Heading: Highlight: Image:SANITÀ Il consigliere regionale del Pd Cosimo Borraccino -tit_org- Borraccino (Pd) replica alle accuse di Gemmato «Sanità pugliese definanziata dal Governo» -sec_org-
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title§§ "Oralavera sfida sonoi Servizi" Cirio punta sul modello Torino
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Estratto da pag. 49 di "STAMPA TORINO" del 08 Jun 2026
pubDate§§ 2026-06-08T04:18:00+00:00
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tp:ocr§§ In Piemonte si accelera per chiudere i cantieri ancora aperti in vista della scadenza In ogni Asl i sopralluoghi degli ingegneri per verificare il rispetto dei cronoprogrammi “Ora la vera sfida sono i servizi” Cirio punta sul modello Torino IL RETROSCENA S oddisfazione, e sollievo: perchè l’opportunità del Pnrr, anche e soprattutto in Sanità, è uno di quei treni che non si possono perdere. Emblematici delle difficoltà, in Piemonte come nelle altre Regioni, i dati presentati nei giorni scorsi proprio a Torino da Fondazione Gimbe, e subito rilanciati dal Pd regionale (Rossi, Valle): soltanto il 5,2% delle Case di comunità è dotato di presenza medica e infermieristica, a fronte di una media nazionale del 3,9% con presenza e del 12,8% senza presenza strutturata. Non è il caso del capoluogo, stando al quadro presentato dall’Asl. Restando a Torino, il Pnrr ha attivato circa 48 milioni di investimenti tra ospedali di comunità, case di comunità e centrali territoriali. «Una rete di sanità territoriale che consegniamo alla cittadinanza nel pieno rispetto dei tempi - commenta il presidente della Regione Alberto Cirio - Non era scontato e non è così ovunque in Italia, ma grazie all’impegno di tutti e al lavoro dell’azienda sanitaria, a Torino e in Piemonte ci presentiamo alla scadenza dei fondi Pnnr con i compiti fatti e gli obiettivi raggiunti». Questo, sapendo che l’adempimento al percorso del Pnrr, reso estremamente complesso da fattori diversi e talora combinati - individuazione degli spazi e delle imprese, monitoraggio dei cronoprogrammi, vincoli delle Soprintendenze, reperimento del personale, coinvolgimento dei medici di medicina generale - è un punto di partenza. Non a caso, precisa Cirio, «ora la sfida è garantire la piena operatività delle strutture per offrire cure e assistenza alla popolazione, che sempre di più potrà far riferimento alla sanità territoriale affidandosi agli ospedali per i percorsi ad alta complessità. Sappiamo che i problemi della sanità sono tanti e risalgono indietro nel tempo, ma oggi con il Pnrr e con il piano di edilizia sanitaria che stiamo portando avanti, stiamo cercando di cambiare il volto della nostra Sanità e delle nostre strutture». Dello stesso avviso Federico Riboldi. «Le nuove strutture rappresentano uno dei pilastri della Sanità che stiamo costruendo in Piemonte - spiega l’assessore di riferimento - Questo percorso si è tradotto in una rete territoriale moderna e integrata, finalmente capace di mettere in collegamento ospedale, territorio, assistenza domiciliare e servizi sociosanitari. La sfida che abbiamo davanti è quella di rendere queste strutture sempre più operative e sempre più centrali nella presa in carico dei cittadini, in particolare delle persone fragili e dei pazienti cronici». Un cambiamento profondo, che integra l’attuale modello della Sanità territoriale (sostanzialmente centrato su medici di famiglia/pediatri). E che insieme all’ambizioso, e non meno ostico, piano di edilizia sanitaria regionale da quasi 5 miliardi «punta a ridisegnare il volto della Sanità piemontese rendendola, nelle intenzioni, più vicina alle comunità, più accessibile e più capace di rispondere ai bisogni di salute dei cittadini. Così Riboldi: «Oggi in Piemonte sono aperti circa 170 cantieri tra Case della comunità, Ospedali della comunità e altre strutture sanitarie: un impegno enorme sotto il profilo organizzativo e amministrativo». Una cosa è certa: il tempo stringe, anche nel resto della regione, proprio come a Torino, gli ufficiali certificatori hanno iniziato i sopralluoghi nelle strutture sul territorio per verificare cosa è stato fatto e cosa resta da fare. ALE.MON . — ---End text--- Author: ALE MON Heading: Highlight: ALBERTO CIRIO PRESIDENTE REGIONE PIEMONTE “ “ Consegniamo ai cittadini una nuova rete nel rispetto dei tempi FEDERICO RIBOLDI ASSESSORE SANITÀ Il nostro obiettivo è rendere questi poli sempre più centrali nella presa in carico dei pazienti cronici In questo assetto gli ospedali veri e propri diventeranno il punto di riferimento solo per i casi
gravi Image:L’ex-l’ex ospedale Einaudi, riutilizzato dopo anni di abbandono -tit_org- “Oralavera sfida sonoi Servizi” Cirio punta sul modello Torino -sec_org-
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title§§ Commissione Covid: i consulenti l'dl fanno audizioni in caserma = Commissione Covid: i consulenti FdI fanno audizioni in caserma
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Estratto da pag. 6 di "FATTO QUOTIDIANO" del 08 Jun 2026
pubDate§§ 2026-06-08T03:48:00+00:00
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category§§ POLITICA SANITARIA
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tp:ocr§§ Commissione Covid: i consulenti FdI fanno audizioni in caserma DENUNCIA M5S-PD Sentiti di nascosto un pm e un militare LA DENUNCIA Opposizione Richiesta ai presidenti di Camera e Senato la rimozione del meloniano Lisei Commissione Covid: i consulenti FdI fanno audizioni in caserma q DE CAROLIS E RODANO A PAG. 6 » Luca De Carolis e Tommaso Rodano L a commissione d’inchiesta sul Covid si sta trasformando in uno dei casi parlamentari più controversi della legislatura. Le opposizioni hanno inviato una lettera ai presidenti di Camera e Senato –e per conoscenza al presidente della stessa commissione, Marco Lisei di FdI – per denunciare “gravi illegittimità” nello svolgimento dei lavori, chiedendo la sconvocazione della seduta prevista per questa mattina, la rimozione di Lisei ed ipotizzando lo scioglimento della commissione stessa. L’atto rappresenta il punto più alto dello scontro politico che accompagna l’organismo parlamentare fin dalla sua nascita. Ma questa volta le opposizioni non contestano soltanto l’impostazione politica dell’inchiesta: mettono in discussione la legittimità stessa di alcune attività istruttorie svolte negli ultimi mesi. Al centro della denuncia ci sono “due soggetti” che dovrebbero essere ascoltati nella seduta odierna. Si tratterebbe del tenente colonnello della Guardia di finanza, Alberto Fagnani, e del sostituto procuratore della Dda di Napoli, Giuseppe Visone. Secondo i gruppi di opposizione – la lettera è firmata da Pd, M5S, Avs, Italia Viva e un senatore di Autonomie – i due sarebbero stati già formalmente interrogati come persone informate sui fatti, ma al di fuori delle procedure previste per una commissione parlamentare. I due testimoni infatti sarebbero stati sentiti “all ’insaputa dei commissari che compongono la Commissione parlamentare” e in una sede diversa da quella istituzionale: gli interrogatori si sarebbero svolti negli uffici del commissariato di Polizia di Trevi Campo Marzio, condotti da consulenti della Commissione nominati da Fratelli d’Italia. L’attività sarebbe stata autorizzata da una delega firmata di Lisei, che secondo le opposizioni “sarebbe totalmente illegittima e radicalmente nulla, con conseguente illegittimità e nullità delle attività poste in essere o conseguenti”. Le accuse diventano ancora più dure nelle pagine successive della lettera: “Siamo dinnanzi a violazioni costituzionali, legislative e regolamentari di gravità evidente e, lo si ribadisce, inaudita”. Violazioni che “pongono irreparabilmente l’attività della Commissione al di fuori del suo perimetro istituzionale”. A rendere ancora più paradossale la vicenda, secondo le opposizioni, sarebbe il contenuto stesso dei verbali. Fonti dei gruppi parlamentari riferiscono di aver potuto esaminare soltanto tardivamente gli atti e di aver constatato che le informazioni raccolte sarebbero già pubbliche e prive di particolare rilevanza: non coinvolgerebbero né il governo, guidato all’epoca da Giuseppe Conte, né la struttura commissariale che gestì la pandeCLA UN M E UN INTE IN U DELL mia. La naturale conseguenza della lettera è la richiesta “di assumere iniziative urgenti al fine di rimuovere il Presidente Lisei” e “di disporre la sospensione dei lavori della Commissione fino al momento nel quale non sarà ripristinata la legalità”. Altrimenti “l’unica soluzione percorribile sarebbe lo scioglimento della Commissione”. OSO ARE IL MOVIMENTO 5 STELLE alza ulteriormente il livello dello scontro, destinato a trasformarsi in bagarre nella seduta di questa mattina. Per il capogruppo in commissione, Alfonso Colucci, “nel comportamento della Commissione emergono gravissimi elementi di illegittimità, se non addirittura di illiceità. Hanno agito in spregio alle norme e ai regolamenti”. La vicenda si inserisce in un conflitto che dura dall’istituzione della commissione Covid. Le opposizioni hanno sempre accusato la maggioranza di aver costruito un organismo orientato soprattutto a colpire politicamente Conte e l’allora ministro della Salute Roberto Speranza: secondo questa lettura, la commissione avrebb
e dedicato gran parte delle proprie energie alla ricerca di responsabilità dell’esecutivo nazionale durante la pandemia, ignorando completamente altri centri decisionali, a partire dalle Regioni. La denuncia apre un fronte ancora più delicato. GATI EDE LIZIA ---End text--- Author: Luca De Carolis :-: Tommaso Rodano Heading: DENUNCIA M5S-PD Sentiti di nascosto un pm e un militare Highlight: CLAMOROSO UN MILITARE E UN PM INTERROGATI IN UNA SEDE DELLA POLIZIA Image:Mascherine Milano ai tempi del Covid, nel 2021. Poi, l’allora premier Giuseppe Conte FOTO ANSA -tit_org- Commissione Covid: i consulenti l'dl fanno audizioni in caserma Commissione Covid: i consulenti FdI fanno audizioni in caserma -sec_org-
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title§§ Intervista a Orazio Schillaci - Schillaci: riformare la medicina = "Una rivoluzione da non mancare" Il ministro della Salute Orazio Schillaci parla alla Festa del Foglio: "La riforma della medicina generale è un'occasione unica. Il governo troverà un sol
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Estratto da pag. 10 di "FOGLIO" del 08 Jun 2026
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category§§ POLITICA SANITARIA
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tp:ocr§§ Schillaci: riformare la medicina “Una rivoluzione da non mancare” Il ministro della Salute Orazio Schillaci parla alla Festa del Foglio: “La riforma della medicina generale è un’occasione unica. Il governo troverà un soluzione. L’astensione sul piano pandemico dell’Oms? Non è un no definitivo”. Intervista D urante il Festival dell’Innovazione del Foglio tenuto a Venezia abbiamo intervistato il ministro della Salute Orazio Schillaci. Tra i temi toccati la riforma della medicina generale, fiDI LUCA ROBERTO nita in mezzo ai veti della maggioranza, passando per la gestione dei casi di Ebola a livello internazionale (e l’eventuale ripensamento dell’Italia sul piano pandemico Oms). Questa la prima domanda dell’intervista. Ministro, lei ha lavorato nelle ultime settimane, negli ultimi mesi, a una riforma molto importante che è quella dei medici di medicina generale. Ieri abbiamo letto alcune dichiarazioni, alcune note, con la Lega che dice “noi siamo sempre stati contrari a questa riforma, le riforme non si fanno per ideologia”. E pare che la maggioranza sia intenzionata a bloccare questo progetto di riforma. (segue nell’inserto II) (segue dalla prima pagina) Io le chiedo innanzitutto di darci contezza di qual è la situazione, e poi soprattutto se a questo punto sente ancora la fiducia della maggioranza. “Oggi i giornali hanno ripreso molto a parlare di questo argomento dei medici di medicina generale, un argomento che è sempre di grande interesse. La riforma non è una riforma per i medici di medicina generale, questo lo chiarirei subito, perché ogni volta che si parla di medici di medicina generale poi si sposta l’attenzione mediatica non solo sui medici di medicina generale, ma in particolare sul tipo di contratto. Questo è un argomento che dall’inizio, da quando ho iniziato a fare il ministro, ho sempre dichiarato che non mi appassiona. Come nasce il tutto? Dal fatto che i presidenti di regione, per la prima volta 21 regioni all’unanimità, chiedono al ministro di metterci insieme per far sì che la medicina territoriale, sulla quale abbiamo investito moltissimo e sulla quale siamo nei tempi e rispetteremo quelli che sono i target europei con le infrastrutture e con l’apertura delle case di comunità, possa non solo portare a un’apertura di queste nuove fondamentali infrastrutture, ma possa far sì che all’interno di queste strutture i cittadini trovino l’assistenza sanitaria che necessitano. Questo per me è un punto fondamentale perché queste giornata è dedicata all’innovazione. Io credo che l’innovazione per il Servizio sanitario nazionale, che quest’anno compie 48 anni, sia fondamentale. Il nostro è un Servizio sanitario nazionale di grande qualità che io difendo, molto apprezzato, mi dispiace dirlo, più all’estero che in Italia, e ogni volta che sono all’estero ho l’orgoglio di rappresentare uno dei migliori Servizi sanitari nazionali che si basa su dei principi unici, quelli del 1978, sanciti nell’articolo 32 della Costituzione. E’ un sistema sanitario universalistico, che si basa sulla equità delle cure, che guarda, con l’articolo 32, soprattutto alle fasce più deboli, più poveri e più fragili della popolazione. Viene visto come modello da governi e nazioni che sono distanti dal governo di cui io faccio parte. Le cito tra gli altri il Brasile e l’Inghilterra, con i relativi ministri con i quali ho grossi contatti e che guardano a noi come un punto di riferimento. Però, dopo 48 anni, il mondo è cambiato. La sanità del terzo millennio, come la chiamo io, ha bisogno evidentemente di novità, soprattutto per andare incontro a quello che vogliono i cittadini. Noi abbiamo visto durante il Covid un Servizio sanitario nazionale a macchia di leopardo, con delle punte importanti e con altre inefficienze. Ciò che è uscito fuori in maniera molto chiara è che la debolezza del Servizio sanitario nazionale era legata soprattutto alla medicina territoriale. Quindi questa voglia, finalmente, di cambiare un modello basato solo sugli ospedali, di avere una maggiore integrazione su ospedali e territorio (e su questo c’è anch
e un disegno di legge che verrà discusso prossimamente) è la vera novità. Noi non possiamo far sì che queste strutture che rappresentano veramente la novità non siano adeguate a quelle che sono le esigenze della sanità del terzo millennio. I medici di medicina generale svolgono un ruolo fondamentale perché sono i professionisti più vicini ai cittadini, quelli che li conoscono meglio. Io sto facendo da più di un anno una battaglia per far sì che la prevenzione diventi la parola d’ordine del Servizio Sanitario Nazionale. Ripeto da un po’ di tempo che oggi il Servizio Sanitario Nazionale, il ministero della Salute e il ministro si occupano di curare le italiani e gli italiani. Io vorrei che da subito il ministro, il ministero e il Servizio sanitario nazionale si occupassero essenzialmente di far sì che le italiane e gli italiani non si ammalino. Questo perché è cambiata la demografia, siamo un Paese che invecchia, siamo tornati a essere, nel postCovid, la seconda nazione più longeva al mondo. Questo però ci deve imporre dei cambiamenti. In questa direzione va la riforma della medicina territoriale in cui dobbiamo avere dei team multidisciplinari che operino all’interno delle case di comunità. I medici di medicina generale sono il perno perché, ripeto, conoscono meglio di tutti i pazienti. Questo vuol dire che possono indicare ai pazienti le migliori strategie terapeutiche, indicare ai pazienti le migliori scelte, possono giocare un ruolo fondamentale proprio nella prevenzione, possono dare un contributo in quelli che sono i problemi oggi della sanità italiana: la cronicità, il fatto di non intasare i pronto soccorsi quando ci sono delle attività che possono essere svolte in altre in altre situazioni sanitarie. Il focus non è il contratto dei medici di medicina generale. Quel che importa davvero è che i medici di medicina generale in maniera leale partecipino alla medicina territoriale. Io credo che questo è un obiettivo che sicuramente raggiungeremo perché non possiamo non avere i medici di medicina generale all’interno di queste strutture e in accordo con noi e soprattutto con le regioni. Le devo dire di più. Se guardiamo oggi alla figura del medico di medicina generale, lo dico da molti anni, è una figura, purtroppo, in crisi. Se lei legge quotidianamente, vede quanto spesso i concorsi per posizioni in medicina generale vanno deserti, in tutta Italia. Quindi dobbiamo riformare anche la figura del medico di medicina generale. Dobbiamo dargli una formazione adatta. Questo lo dico da almeno tre anni, e due giorni fa lo ha ribadito l’Unione europea, mettendo in evidenza alcune criticità del Servizio sanitario nazionale”. Quindi è convinto che troverete una quadra? “Io sono convinto che troveremo una quadra perché va trovata nell’interesse dei cittadini. Io difendo solo la salute pubblica e i cittadini. In particolare, mi lasci dire, difendo le persone più deboli e più fragili. Questa è una rivoluzione alla quale noi non possiamo tirarci indietro e credo che nessuno si tirerà indietro capendo quanto sia importante la salute pubblica per tutti e quanto sia importante dotare il Servizio sanitario nazionale di una visione più moderna che è quella della medicina territoriale. Rivalutando la figura del medico di medicina generale, perché lavorare in equipe, avere a disposizione la telemedicina vuol dire secondo me rendere nuovamente più attrattiva la professione, anche avendo finalmente una formazione di tipo universitario. Oggi un giovane che si laurea in medicina può scegliere tra tante specializzazioni di livello universitario, tra l’altro pagate in un modo, o fare il medico di medicina generale con un corso regionale pagato molto di meno. Dobbiamo rivalutare insieme ai medici di medicina generale la loro professionalità, continuare ad avere il rapporto fiduciario che hanno con i pazienti perché è un caposaldo del nostro Servizio sanitario nazionale e vederli insieme ad altre figure professionali all’interno delle case di comunità”. So che lei è una figura tecnica, ma le hanno dato fastidio quelle uscite? E soprattutto,
continua a sentire la fiducia della maggioranza? “Io ovviamente sono un tecnico ma agisco in un governo politico, dopodiché io credo che tutti possono capire quanto è importante far partire le case di comunità. I politici non credo che non capiscano l’importanza di tanti soldi messi dal Pnrr, vuol dire modernizzare la sanità. Io credo che riusciremo sicuramente a trovare un equilibrio, nell’interesse dei cittadini. È un’occasione unica che non possiamo lasciarci sfuggire, i medici di medicina generale credo che lo capiscano. Tra l’altro ci sono molti giovani che ovviamente vorrebbero lavorare di più in equipe, avere tutti gli strumenti che oggi la tecnologia e l’innovazione ci mettono a disposizione. Io sono un ottimista e sono convinto che alla fine su un argomento così importante si troverà sicuramente la soluzione migliore nell’interesse della salute pubblica”. La porto su un altro tema. Lei ieri ha partecipato a un vertice informale dei ministri della Salute dell’Unione Europea. Il tema ovviamente è l’insorgenza di nuovi casi a livello mondiale di Ebola, ma anche di hantavirus. Le volevo chiedere se c’è preoccupazione da parte sua, da parte del governo e dei governi europei e ci voglio aggiungere però anche un dettaglio, perché l’anno scorso il governo italiano non ha ratificato il piano pandemico dell’OMS. Alla luce di quello che sta succedendo, che comunque ancora non desta allarme, è una scelta che rifarebbe o magari avremmo avuto degli strumenti in più? “Intanto sull’ultima domanda le dico che l’astensione non è un no definitivo perché il piano pandemico non è stato approvato, è ancora sotto discussione perché mancano tutti gli allegati che sono la parte essenziale, è stato rinviato nell’ultima seduta dell’OMS e verrà credo riproposto nel prossimo maggio, quindi c’è tempo per vedere cosa ci sarà all’interno. Dopodiché, io ribadisco quella che è la nostra serietà, che abbiamo dimostrato con i fatti. Io preferisco i fatti alle parole per mia natura e per mia professione originale. Sono una persona che si basa sui fatti e sui dati. Siamo stati capofila nel portare all’attenzione dell’Unione Europea la possibile epidemia di ebola. Il presidente del Consiglio ha inviato il 29 maggio scorso una lettera alla presidenza semestrale cipriota. Io ho parlato con il ministro della Salute cipriota una settimana fa. Ieri si è tenuta questa riunione informale e noi siamo stati i primi, dopo gli organismi internazionali, ad avere la parola e con il sottoscritto abbiamo presentato quello che ha fatto l’Italia con questo piano circostanziato ispirato alla massima precauzione su chi arriva da queste zone dell’Africa a rischio. Però vorrei dire, come ho detto due giorni fa al Question time in Senato, che siamo molto sereni, non c’è nessuna preoccupazione, ci siamo ispirati a un piano di massima precauzione, vogliamo che i paesi europei agiscano insieme con noi. Ieri c’è stato un confronto con gran parte dei paesi europei, sono intervenuti più di 20 paesi su 27 in questa discussione. L’argomento verrà riproposto nell’EPSCO, che è la riunione dei ministri della Salute Europea, alla quale parteciperò in Lussemburgo il 16 giugno. Credo che anche il presidente del Consiglio ne discuterà nella riunione del 18. Noi siamo capofila in questo, all’interno di un sistema collaudato e poi vorrei ribadire anche, come sempre, quello che fa l’Italia. Abbiamo mandato un gruppo di medici esperti dello Spallanzani in Congo per prestare assistenza, per dare consigli, per fornire quella che è la capacità del sistema italiano su questo tipo di operazioni sanitarie. Questo per dire che bisogna stare tranquilli. Noi abbiamo dato prova di essere pronti. Sull’hantivirus abbiamo immediatamente identificato le quattro persone che erano finite su questo volo nel quale era transitata una signora che poi è deceduta per hantivirus, li abbiamo sottoposti a tutti i test, abbiamo due ospedali di eccellenza come lo Spallanzani e il Sacco che sono in grado di fronteggiare qualunque tipo di epidemia, quindi io sono molto sereno e sono contento che l’Italia abbia ribad
ito la leadership che merita. Sull’OMS le devo dire: la cosa che più mi ha sempre infastidito è come negli ultimi anni, ma non da quando sono ministro io, da prima, l’Italia abbia avuto un peso inferiore a quello che merita. Noi abbiamo tra i migliori ricercatori, tra i migliori medici, tra i migliori professionisti, eppure se lei va a vedere il peso nelle posizioni di vertice dell’OMS negli ultimi quindici anni, l’Italia non è stata trattata come meritava per la qualità scientifica, clinica e medica che è in grado di esprimere”. Le faccio quest’ultima domanda perché è un tema quasi da campagna elettorale: le liste d’attesa. La sinistra ci sta già impostando la campagna elettorale, perché è un tema che tocca tutti. Sulle liste d’attesa, visto che è un tema che chiama in causa anche la collaborazione con le regioni, sarete in grado di fare di più? “Sulle liste d’attesa parto da una frase che mi ha molto colpito del direttore Cerasa nel suo ultimo libro, L’Antitodo, che dice: ‘I pessimisti, i catastrofisti si basano sulle notizie, gli ottimisti si basano sui dati’. Io mi iscrivo ovviamente alla categoria degli ottimisti perché per tutta la mia vita professionale mi sono basato sui dati. Quarant’anni fa l’Espresso faceva gli stessi titoli che fa oggi: in Italia per fare una Tac ci vuole un anno. Sono passati 30 anni, nessuno ha fatto nulla. Io ci ho messo la faccia e guardi che mi hanno vivamente sconsigliato molti di parlare di liste d’attesa. Ma come diceva Borsellino, ‘quando uno ha paura muore tutti i giorni, quando uno non ha paura, e io non ho paura, muore quando gli tocca morire’. E’ un argomento che ho toccato con quella che è la serietà e la metodologia che porto avanti, che è una metodologia scientifica. Come si cura una malattia se non ci sono i dati? Come fa un partito di opposizione, in questo momento, a dire che le liste di attesa sono peggiorate rispetto a quattro anni fa? Noi oggi abbiamo un sistema che ci permette di monitorare i dati. Questo è il punto di partenza, quindi non sono più descrizioni, mi lasci dire, aneddotiche. È una vergogna pensare che una persona per fare una risonanza magnetica cerebrale oppure una mammografia debba aspettare sei mesi, ma finora non c’era un sistema in grado di fare questo. Io rivendico che con la legge che abbiamo fatto nel 2024 oggi abbiamo una piattaforma dell’istituto di attesa. Sicuramente va migliorata, però già ci fa vedere dei trend di miglioramento, ci fa vedere come l’81 per cento delle prestazioni viene fatta nei tempi giusti, ci fa vedere come 16 su 21 regioni hanno un trend in miglioramento delle prestazioni, come in più di 1000 ospedali italiani c’è un miglioramento del 20 per cento nell’offerta, allora rivendico di aver rimesso al centro dell’attenzione un argomento che la politica non avrebbe mai voluto toccare. Oggi, se lei legge, in tutte le regioni si parla di liste di attesa e sono convinto che questo sia un lavoro di squadra che va fatto dal ministero, dalle regioni, ma anche dai cittadini, perché anche i cittadini devono prendersi le proprie responsabilità. Quando uno deve fare una TAC e poi non può andare deve alzare il telefono, chiamare e dire ‘io domani non posso venire’ in modo tale che se c’è una persona che magari ha un tumore e aspetta tre mesi può subentrare. Io sono convinto che con la serietà e con la metodologia che è quello che io sto portando avanti riusciremo a migliorare anche le liste di attesa. Ho il privilegio non essendo un politico di poter pensare a quello che serve veramente ai cittadini magari fra dieci anni. Io sono convinto che questa è una buona legge che, quando verrà applicata, metterà le regioni in competizione tra di loro per offrire sempre minori tempi di attesa”. Ha detto che non è un politico, ma l’anno prossimo che si va a votare, a scadenza del suo mandato, torna alla sua professione? “Vediamo quello che capita. Io nella mia vita non mi sono mai annoiato e sono convinto che non mi annoierò neanche l’anno prossimo. Quindi qualcosa da fare lo trovo”. Luca Roberto ---End text--- Author: Luca Roberto Heading
: Highlight: “Le divergenze in maggioranza? Nessuno si tirerà indietro sulla riforma, capendo quanto sia importante la salute pubblica per tutti e quanto sia importante dotare il Servizio sanitario di una visione più moderna. La figura del medico di medicina generale va rivalutata. E’ quello che stiamo facendo” “Sulle liste d’attesa ci ho messo la faccia. Stiamo migliorando. Oggi finalmente abbiamo una piattaforma di monitoraggio. Sono convinto che la nostra sia una buona legge e che, quando verrà applicata, metterà le regioni in competizione tra di loro per offrire un servizio migliore e tempi più brevi” Image:Il ministro della Salute Orazio Schillaci intervistato da Luca Roberto -tit_org- Intervista a Orazio Schillaci - Schillaci: riformare la medicina “Una rivoluzione da non mancare" Il ministro della Salute Orazio Schillaci parla alla Festa del Foglio: “La riforma della medicina generale è un’occasione unica. Il governo troverà -sec_org-
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title§§ Osteopatia: per l'accesso alla professione serve la laurea = Osteopata soltanto con la laurea
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Estratto da pag. 53 di "ITALIA OGGI SETTE" del 08 Jun 2026
Periprofessionisti già formati scatta l'esame di abilitazione
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tp:ocr§§ Osteopatia: per l’accesso alla professione serve la laurea Dopo oltre 8 anni, il decreto sulle equipollenze chiude il cerchio avviato dalla legge Lorenzin Osteopata soltanto con la laurea Per i professionisti già formati scatta l’esame di abilitazione da pag. 41 Pagina a cura DI MICHELE DAMIANI na nuova era per l’osteopatia italiana. Dal prossimo settembre, infatti, l’accesso alla professione passerà esclusivamente dalla laurea, che sarà direttamente abilitante. Il titolo potrà essere rilasciato soltanto dalle università, previo accreditamento ministeriale. Addio, quindi, a quel sistema formativo che ha caratterizzato l’osteopatia fino ad oggi, fatto di scuole private sparse sul territorio. Ma coloro che si sono formati (o si stanno formando) attraverso questo sistema non saranno abbandonati, dato che è stato previsto un regime transitorio per il riconoscimento delle competenze acquisite. Questo grazie al decreto sulle equipollenze (dpcm 25 marzo 2026, in Gazzetta ufficiale il 22 maggio scorso), un provvedimento che rappresenta l’ultimo tassello del percorso di riconoscimento dell’osteopata, avviato con la legge 3/2018, ovvero la riforma delle professioni sanitarie (ribattezzata anche legge Lorenzin dal nome dell’allora ministra della salute). Gli osteopati in Italia. La riforma è intervenuta su un comparto che, fino a pochi anni fa, si muoveva in un quadro normativo ancora incerto. Basti pensare che, in assenza di un albo di categoria, è difficile quantificare con precisione il numero di professionisti attivi in Italia. Il Registro degli osteopati d’Italia (Roi), in un documento depositato in Parlamento a seguito di un’audizione, parla di una platea compresa tra i 10 mila e i 15 mila professionisti. In larga maggioranza lavoratori autonomi i quali, dal punto di vista previdenziale, versano alla gestione separata Inps. La riforma Lorenzin. La legge, in estrema sintesi, ha rivoluzionato gli ordini delle professioni sanitarie, riorganizzando un sistema che da troppo tempo chiedeva modifiche. Tra i profili trattati figurava anche quello dell’osteopata che, grazie alla riforma, veniva incasellato tra le professioni sanitarie. «Un percorso che era partito già quattro anni prima, con i lavori preparatori alla riforma, che ci hanno permesso di inserire anche gli osteopati tra i profili trattati», spiega a ItaliaOggi Mauro Longobardi, presidente Roi. «Il passaggio fondamentale è l’inserimento progressivo dell’osteopatia all’interno del Sistema sanitario nazionale. Fino ad oggi era una professione prevalentemente “privata”. Questo consentirà l’inizio di una collaborazione con altre professioni e con tutte le strutture del Ssn, anche quelle territoriali», aggiunge Longobardi. U La legge ha quindi aperto la strada al riconoscimento normativo dell’osteopatia, rinviando a una serie di decreti attuativi la definizione concreta della professione. Il dpr 131/2021 ha definito il profilo professionale dell’osteopata, mentre il decreto del Mur 1563 del 1° dicembre 2023 ha disciplinato l’ordinamento didattico del corso di laurea. Con il decreto sulle equipollenze si completa ora anche il quadro relativo ai professionisti già formati attraverso il precedente sistema. Provvedimenti che porteranno alla creazione dell’albo di categoria, che sarà gestito dalla Federazione nazionale ordini dei tecnici sanitari di radiologia medica, delle professioni sanitarie tecniche, della riabilitazione e della prevenzione (Fno Tsrm e Pstrp). Come diventare osteopati. La riforma, nel suo complesso, pone un punto fermo: per diventare osteopata in futuro sarà necessario passare per la laurea. Come detto, infatti, il decreto equipollenze sancisce testualmente che «A decorrere dal 1° settembre 2026 il corso di studio per il conseguimento del titolo della professione di osteopata potrà essere attivato solo dalle università previo accreditamento del ministero dell’università e della ricerca». I primi corsi sono partiti nel 2024 in varie università: Firenze, Verona, Padova e Chieti, oltre a Humanitas e San Raffaele a Milano e a Unilink nelle s
edi di Roma, Città di Castello (Pg) e Novedrate (Co). «Ma ci sono tante altre facoltà che si stanno affacciando, sia private che pubbliche», racconta a ItaliaOggi Marco Sbarbaro, presidente dell’Aiso, l’Associazione italiana scuole di osteopatia. «Si parla di Pescara, Torino, Venezia, forse Napoli. Il decreto sulle equipollenze ha sbloccato definitivamente la situazione e a breve avremo grosse novità». Essendo una laurea triennale partita nel 2024, i primi laureati direttamente abilitati non si vedranno prima del 2027. Il decreto equipollenze. Quindi, per diventare osteopati sarà necessario laurearsi. Ma cosa succede ai professionisti formati in passato o a quelli che stanno completando oggi il proprio percorso? A risolvere la questione è intervenuto proprio il decreto equipollenze, che rappresenta l’ultimo provvedimento attuativo della legge Lorenzin e completa il percorso normativo avviato otto anni fa. Il perno del provvedimento è costituito dai nuovi elenchi speciali che saranno attivati dalla Fno Tsrm e Pstrp. Potranno accedervi i professionisti già formati e coloro che si sono iscritti a una scuola di osteopatia entro il 31 agosto 2026. Dal giorno successivo, infatti, l’attivazione dei corsi finalizzati al conseguimento del titolo sarà riservata esclusivamente alle università accreditate. Saranno ammessi coloro che hanno completato un corso di almeno tre anni in osteopatia e che siano in possesso di un diploma di scuola secondaria. Il titolo dovrà attestare almeno 2.400 ore di formazione teorica (96 Cfu) oppure, per chi è già in possesso di una laurea abilitante all’esercizio di una professione sanitaria, almeno 1.500 ore di formazione teorica (60 Cfu). In entrambi i casi è richiesto il possesso di 1.000 ore di tirocinio, requisito che può essere compensato da 36 mesi, anche non continuativi, di attività professionale. Quest’ultima può essere valorizzata se svolta nel periodo compreso tra la pubblicazione della legge 3/2018 e i 24 mesi successivi alla pubblicazione in Gazzetta ufficiale del dpcm sulle equipollenze. Successivamente all’iscrizione negli elenchi speciali, i professionisti avranno sei anni di tempo per ottenere il riconoscimento definitivo attraverso un esame di abilitazione. Le università che hanno attivato il corso di laurea in osteopatia provvederanno a valutare il curriculum dei candidati e, per coloro che non possiedono anche una laurea sanitaria, saranno predisposti percorsi integrativi e misure compensative da completare prima dell’esame. Una volta concluso questo percorso, sarà possibile iscriversi all’albo professionale che, come detto, è in dirittura d’arrivo. Il decreto individua inoltre le materie sulle quali è necessario aver maturato competenze per partecipare all’esame di abilitazione. L’elenco comprende medicina legale, scienze tecniche mediche applicate, igiene generale e applicata, nonché conoscenze relative alla normativa sulla prevenzione e sicurezza nei luoghi di lavoro, alla radioprotezione e alla fisica applicata, solo per citarne alcune. Tali competenze potranno essere dimostrate attraverso la procedura di riconoscimento dei Cfu maturati con una laurea abilitante o con un titolo equipollente all’esercizio di una professione sanitaria. L’albo di categoria. Dal punto di vista normativo, quindi, il percorso è sostanzialmente completato: l’osteopatia è a tutti gli effetti una professione sanitaria, dotata di un proprio percorso universitario e di regole definite per il riconoscimento degli operatori già attivi. Restano però da completare gli ultimi passaggi operativi, a partire dall’istituzione degli elenchi speciali (ormai prossima, si veda altro articolo in pagina) e dell’albo professionale. Un passaggio che lascia qualche preoccupazione alle associazioni di categoria. «Non vorrei che una volta definita la normativa si sbarri la strada a chi fa questo lavoro da anni», è l’appello di Sbarbaro. «Auspichiamo come Aiso di collaborare con la Federazione per facilitare l’ingresso negli elenchi speciali, sapendo che c’è tanta differenza tra i vari corsi. C’è il tema del riconosc
imento delle competenze di professionisti che svolgono questa attività da 20 o 30 anni. Auspichiamo», conclude Sbarbaro, «che questo problema venga affrontato nella maniera corretta». Nei prossimi mesi si capirà quindi quanti degli attuali osteopati riusciranno a transitare nel nuovo sistema. Una partita che riguarda migliaia di professionisti e che rappresenta l’ultimo vero banco di prova della riforma avviata con la legge Lorenzin. ---End text--- Author: MICHELE DAMIANI Heading: Highlight: Image: -tit_org- Osteopatia: per l’accesso alla professione serve la laurea Osteopata soltanto con la laurea -sec_org-
tp:writer§§ Michele Damiani
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title§§ Riforme flop Il gran ritorno dell 'egemonia dei veti = Riforme saltate e liti Se nel governo torna l'egemonia dei veti
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Estratto da pag. 2 di "QUOTIDIANO DEL SUD L'ALTRA VOCE DELL' ITALIA" del 08 Jun 2026
Dopo quello della giustizia si arena anche il cantiere sanità la maggioranza inizia a bagare divisioni e calcoli elettorali
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tp:ocr§§ • LO SCENARIO Governo paralizzato Riforme ^op II gran ritomo dell'egemonia dei veti di CLAUDIO MARINCOLA Salta la riforma. Salta quella dei medici di famiglia e, con essa, riaffiora l'impressione che stia saltando un po' tutto. Non soltanto un provvedimento, non soltanto una trattativa andata male. Salta l'idea stessa che questa maggioranza sia ancora in grado di affrontare i nodi strutturali del Paese. L'apoplessia della coalizione di governo non è un'immagine giornalistica. È una diagnosi politica. Le funzioni vitali dell'esecutivo rallentano, le decisioni si bloccano, le rubrme entrano in coma farmacologico. Il paziente è cosciente, parla, comunica, rivendica persino la propria longevità. Ma è intubato, paralizzato, Messa così potrebbe sembrare la cartella clinica di un reparto ospedaliero. E invece il paradosso è che proprio sulla sanità si è consumato l'ennesimo fallimento. La riforma della medicina generale rappresentava il test più importante per verificare la reale capacità del governo Meloni di sfidare corporazioni, interessi consolidati e rendite di posizione. Non una riforma qualsiasi. Affrontava uno dei principali punti deboli del Servizio sanitario nazionale: la medicina territoriale. Da anni operatori, ammini stratori regionali, tecnici e istituzioni ripetono la stessa cosa. Il modello attuale rappresenta uno dei principali ostacoli al pieno funzionamento delle Case della Comunità previste dal Pnrr. L'Italia continua a essere un'anomalia nel panorama europeo. I medici di base e i pediatri di libera scelta restano convenzionati e non organicamente inseriti nel SSN. Una partioolarità che nel tempo è diventata rigidità. Eppure il governo non è riuscito a portare a casa neppure questa riforma, II caso è ancora più clamoroso perché il provvedimento portava la firma- per decreto - del ministro della Salute Orazio Schillaci. Non ci aveva messo soltanto la faccia. Aveva investito il proprio capitale politico. E si è ritrovato a combattere una battaglia da solo. Prima sono arrivati i malumori di Forza Italia. Poi è andata in scena una delle rappresentazioni più surreali della legislatura. A contestare la linea del ministro è stato addirittura il sottosegretario Marcello Gemmato, esponente di Fdl. continua a ðàä. Il LO SCENARIO Riforme saltate e liti Senel ovemo toma l'egemonia dei veti Dopo quello della giustizia si arena anche il cantiere sanità la ma^ioranza inizia a pacare divisioni e calcoli elettorali segue dalla prima pagina di CLAUDIO MARINCOLA II vice che si trasforma in opposizione interna. Hanno vintoi veti, le resistenze corporative, gli interessi organizzati, I medici non vogliono il lavoro dipendente. Non vogliono l'obbligo di presenza nelle Case della Comunità. Non vogliono consorziarsi secondo gii schemi immaginati dalla riforma. Posizioni legittime, Ma il dato politico resta: il governo ha perso, una sconfitta simbolica enorme perché arriva dopo 15 anni di tentativi falliti. Le Case della Comunità non sono un'invenzione di oggi. Ð primo a immaginarle fu Renato Balduzzi nel governo Monti. Oggi quelle strutture rischiano di trasformarsi in scatole vuote. Á qui emerge un elemento ancora più preoccupante. La sensazione che le valutazioni elettorali stiano ormai prevalendo sulle scelte di governo, I medici di famiglia rappresentano una categoria influente, radicata nei territori, capace di orientare consenso. Toccarne status e organizzazione significa aprire un conflitto. E il governo - semplicemente - non ha la forza di sostenerlo. Prendiamo la giustìzia. La riforma Nordio doveva inaugurare una nuova stagione garantista. Doveva ridisegnare i rapporti tra magistratura e politica. Correggere gli squilibri del sistema. Oggi il bilancio appare mol to più modesto. L'ultimo episodio riguarda il Gip collegiale. La norma prevedeva che le richieste di custodia cautelare non fossero più decise da un solo giudice ma da un collegio di tré magistrati. Una delle misure bandiera della riforma. Doveva entrare in vigore ad agosto. È stata rinviata a febbraio ÉÎÉ7. Il ministro C
arlo Nordio ha parlato di problemi di digitalizzazione, Ma la sostanza politica è un'altra: una riforma, annunciata come decisiva si arena nel momento dell'attuazione. E non è l'unico capitolo rimasto sospeso. Che fine ha fatto l'inappellabilità delle sentenze di assoluzione da parte del pm? Che fine ha fatto U dibatti- to sulla prescrizione? E la responsabilità civile dei magistrati tanto cara a Forza Italia,? remi evocati, rilanciati, promessi. Poi congelati. La maggioranza si divide persino sulle risorse che l'Europa potrebbe rendere disponibili grazie alla nuova flessibilità energetica. Parliamo dei 14 miliardi destinati alla transizione, alle reti, all'elettrificazione e alle energie rinnovabili. Eppure anche qui emergono tensioni e differenze di visione dentro la stessa Lega, mentre Matteo Salvini appare già proiettato sulle prossime campagne elettorali. Il risultato è una coalizione sempre più impegnata nella gestione degli equilibri interni e sempre meno sui risultati. L'esecutivo rivendica il record di durata. E ha ragione. La stabilità è un valore. Ma senza decisioni rischia di trasformarsi in immobilismo. Una lunga legislatura può essere una risorsa straordinaria oppure una lunga attesa. Primo Ïîð sulle liste d'attesa. Secondo ïîð sulla medi cina generale. Terzo flop sulle Case della Comunità. Sullo sfondo una giustizia che procede a rinvii e una PA che aspetta ancora la rivoluzione annunciata. Resta appunto l'ultimo banco di prova. La riforma della Pubblica amministrazione firmata da Paolo Zangrillo. Dovrebbe introdurre il merito, rompere gii automatismi burocratici, rendere finalmente credibili le va- lutazioni dei dirigenti e delle carriere. In un sistema nel quale quasi tutti risultano eccellenti e nessuno paga mai per inefficienze o ritardi. Una grande riforma. Ma se anche questo cantiere dovesse arenarsi, diventerebbe difficile sostenere che la legislatura abbia prodotto qualcosa di realmente trasformativo. Naturalmente il tempo non è ancora scaduto. Le urne sono ancora lontane. Giorgia Meloni conserva consenso, centralità politica. Nessuno può escludere un colpo di reni. Ma le sabbie mobili elettorali hanno una caratteristica: non mghiottono all'improvviso. Lo fanno lentamente, Un passo dopo l'altro. Una riforma rinviata. Una mediazione al ribasso. Un veto accettato. Un conflitto evitato, Finché è troppo tardi e si sprofonda, -tit_org- Riforme flop Il gran ritorno dell ’egemonia dei veti Riforme saltate e liti Se nel governo torna l'egemonia dei veti -sec_org-
tp:writer§§ CLAUDIO MARINCOLA
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title§§ Settimana decisiva al via
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Estratto da pag. 23 di "REPUBBLICA" del 08 Jun 2026
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tp:ocr§§ Settimana decisiva al via Si apre la settimana decisiva per la riforma della medicina territoriale. Il lavoro sul decreto che tra l’altro introduce, in casi limitati, l’assunzione di medici di famiglia e specialisti per attivare le Case di comunità è in stallo per i dubbi della presidenza del consiglio. Il ministro alla Salute Orazio Schillaci però ha detto di non voler desistere e proverà a far sentire le sue ragioni, così come si muoveranno alcune Regioni di centrodestra. In particolare la Lombardia potrebbe chiedere un incontro con Giorgia Meloni, dalla quale era già stato il presidente del Lazio Francesco Rocca, per convincerla delle ragioni di chi vuole la riforma. ---End text--- Author: Redazione Heading: Highlight: Image: -tit_org- Settimana decisiva al via -sec_org-
tp:writer§§ REDAZIONE
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title§§ Nove medici, pediatri e dentisti così funziona la Casa di comunità "Nessun paziente viene respinto"
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Estratto da pag. 23 di "REPUBBLICA" del 08 Jun 2026
pubDate§§ 2026-06-08T03:48:00+00:00
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tp:ocr§§ Nove medici, pediatri e dentisti così funziona la Casa di comunità “Nessun paziente viene respinto” dal nostro inviato MICHELE BOCCI PIETRASANTA n movimento brusco al lavoro e Anna ha sentito tirare nella schiena. Ha dolore e zoppica un po’ mentre percorre il corridoio che conduce alla porta del medico di guardia. La raggiunge dopo aver sorpassato lo sportello del Cup all’entrata, la zona del centro prelievi, la stanza dove vengono organizzati gli aiuti per chi non è autosufficiente e la postazione delle segretarie dei medici di famiglia. È un giorno festivo ma il dottor Lorenzo Bazzan, che ha iniziato a visitare Anna, non è l’unica presenza nella Casa di comunità. Ci sono anche gli infermieri che si occupano delle visite a domicilio, e per l’appunto sono usciti per raggiungere l’abitazione di un paziente, e c’è l’operatrice del Pua, il Punto unico di accesso. Tutti gli altri servizi si attivano di nuovo questa mattina, per assicurare a chi vive a Pietrasanta una solida presenza sanitaria pubblica. L’ex ospedale della “piccola Atene” della Versilia, a pochi passi dai ristoranti e dalle installazioni d’artista che riempiono le vie pedonali del centro, ha chiuso vent’anni fa ma oggi permette di allargare lo sguardo sul futuro della sanità. Che si basa proprio sulle Case di comunità, strutture finanziate dal Pnrr che a meno di un mese della scadenza del piano nazionale di ripresa e resilienza sono ancora troppo rare in Italia. La Toscana è una delle regioni che ne ha aperte di più, insieme all’Emilia-Romagna. Per restare alla U sola Versilia, sono 7, una sessantina in tutta la regione. Altrove ci sono ancora grandi problemi ad aprirle, tanto che grandi realtà governate dal centrodestra come la Lombardia e il Lazio hanno promosso, insieme al ministro alla Salute Orazio Schillaci, la riforma che servirebbe a riempire le Case di comunità, in particolare con i medici di famiglia. Mentre realtà come il Veneto per attivare le nuove strutture territoriali chiedono aiuto ai medici ospedalieri, Toscana ed Emilia hanno fatto accordi regionali con i dottori di famiglia, così sono potute partire. La forza di Pietrasanta, in effetti, sono proprio i cosiddetti medici di medicina generale. Nella Casa di comunità, spiega la dottoressa Manuela Folena della Asl Toscana Nord-Ovest, ce ne sono ben nove, più un pediatra, per un bacino di utenza di 20 mila persone. I professionisti hanno una segreteria unica e si alternano nelle stanze messe a disposizione dalla struttura. Ricevono su appuntamento, ma chi ha un bisogno può comunque presentarsi, intanto perché durante la settimana è attivo un Pir, cioè un Punto di intervento rapido, ambulatorio per urgenze banali. E comunque, visto che i dottori sono in rete, se il medico di famiglia quel giorno non ha ambulatorio, i suoi colleghi possono conoscere la situazione sanitaria dell’assistito e di dare quindi indicazioni. «L’indicazione è di non mandare indietro nessuno», dice Folena. Durante la settimana arrivano anche gli specialisti. C’è addirittura l’odontoiatra, presente tutti i giorni, due dei quali dedicati alle urgenze. Fanno poi ambulatorio il geriatra, il neurologo e lo pneumologo. Per fissare un appuntamento con loro e con qualunque altro professionista della Asl, la mattina presto apre lo sportello del Cup, il Centro unico di prenotazione. Ogni giorno, inoltre, si presentano le persone che hanno bisogno di un prelievo del sangue e quelle che devono fare una medicazione. Gli infermieri ricevono anche senza appuntamento e se c’è bisogno, come detto, vanno a domicilio. Poi ci sono gli assistenti sociali della Asl e il Pua, il punto unico di accesso, sportello di accoglienza per chi ha problemi di non autosufficienza, ad esempio l’anziano uscito dall’ospedale che deve essere aiutato ad affrontare la convalescenza. L’operatore compila una scheda e i vari servizi prendono in carico la persona. I casi sono anche 10-15 al giorno. La Casa di comunità non chiude mai, perché nella notte e nel weekend c’è la guardia medica. Come ovunque, il servizio è molto utilizzato. E così, quan
do Anna esce dall’ambulatorio si presenta una signora con la figlia. Nemmeno il tempo di raccontare che si sta specializzando in cardiologia a Pisa, e il dottor Bazzan deve iniziare un’altra visita. ---End text--- Author: MICHELE BOCCI Heading: Highlight: Le strutture sono messe in discussione dal centrodestra. Quella aperta in Versilia serve un bacino di 20 mila persone Image:un ne voro nella pica doio dico aver T L’ingresso della Casa di comunità di Pietrasanta -tit_org- Nove medici, pediatri e dentisti così funziona la Casa di comunità “Nessun paziente viene respinto” -sec_org-
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title§§ Norme & Tributi - Danni medici, la cartella clinica incompleta non aiuta il sanitario
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Estratto da pag. 22 di "SOLE 24 ORE" del 08 Jun 2026
pubDate§§ 2026-06-08T03:48:00+00:00
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tp:ocr§§ Danni medici, la cartella clinica incompleta non aiuta il sanitario Diritto e salute Sì alla responsabilità anche se il nesso non è provato per le lacune documentali Il medico che ometta di annotare correttamente dati clinici, procedure eseguite e controlli effettuati non può successivamente avvantaggiarsi dell’incertezza probatoria derivante dalla propria omissione. Anzi: la responsabilità per il danno causato al paziente ricade sul sanitario se la sua condotta è astrattamente idonea a provocarlo ma non è possibile ricostruire compiutamente il nesso causale proprio per le lacune documentali imputabili al medico. Lo ha chiarito la Cassazione che, con l’ordinanza 6499/2026, ha precisato il rilievo della corretta tenuta della cartella clinica per accertare la responsabilità sanitaria. Il caso riguarda un paziente che doveva essere sottoposto a un intervento chirurgico: durante la fase anestesiologica si era verificato un arresto cardiaco che aveva causato gravi danni neurologici e invalidità quasi totale. In primo grado il Tribunale aveva accertato la responsabilità solidale del chirurgo, dell’anestesista e della struttura sanitaria. Ma la Corte d’appello, all’esito di una nuova consulenza tecnica medico-legale, aveva individuato nell’errata gestione della procedura anestesiologica l’unica causa dell’arresto cardiaco, affermando la responsabilità esclusiva dell’anestesista, che aveva quindi presentato ricorso in Cassazione. La Corte sottolinea che, quando la condotta del sanitario risulti idonea a causare l’evento dannoso, l’eventuale impossibilità di accertare fattori causali alternativi, determinata dalle lacune della documentazione sanitaria, non può risolversi a vantaggio del medico. Nel caso esaminato, la Corte ha evidenziato come il farmaco usato per l’anestesia potesse divenire altamente pericoloso se non somministrato secondo le rigorose regole cautelari richieste dalla pratica anestesiologica. In particolare, la mancata documentazione dell’utilizzo della tecnica corretta ha impedito di escludere che il farmaco fosse stato accidentalmente immesso in modo tale da causare l’arresto cardiocircolatorio. In tale contesto, la tesi difensiva prospettata dall’anestesista – che individuava una causa alternativa per l’arresto cardiaco – è stata qualificata dalla Cassazione come mera possibilità teorica, priva di riscontri clinici e incompatibile con la dinamica temporale accertata. La Suprema corte precisa infatti che il criterio civilistico del “più probabile che non” non richiede l’eliminazione di ogni possibile ipotesi alternativa, ma impone di individuare, tra le diverse ricostruzioni eziologiche, quella più coerente con gli elementi istruttori disponibili. La pronuncia afferma che l’incompletezza della cartella clinica non costituisce una mera irregolarità formale, ma assume rilevanza decisiva sul piano probatorio, poiché impedisce la ricostruzione del decorso clinico e l’accertamento di eventuali cause alternative dell’evento dannoso. In questi casi, opera il principio della vicinanza della prova, con conseguente spostamento dell’onere probatorio sul sanitario che aveva l’obbligo di documentare correttamente l’attività svolta. La Cassazione precisa poi che la mera astratta possibilità di fattori alternativi non è sufficiente a interrompere il nesso causale quando la condotta del medico sia idonea a produrre l’evento e l’incertezza eziologica dipenda proprio dalle omissioni documentali imputabili al sanitario. La decisione consolida dunque il principio secondo cui il rischio della “causa ignota” grava sulla parte che ha determinato l’opacità probatoria. © RIPRODUZIONE RISERVATA ---End text--- Author: Rosa Sciatta Heading: Highlight: La motivazione Il principio Quando l’azione o l’omissione siano in se stesse concretamente idonee a determinare l’evento, il difetto di accertamento di un fattore alternativo ricade negativamente sul soggetto inadempiente. Il rischio della “causa ignota” deve quindi gravare sulla parte che ha dato causa all’opacità documentale. L’applicazione L’incertezza eziologi
ca non può risolversi a favore del sanitario, ma si converte in una prova di responsabilità se la condotta non documentata sia astrattamente idonea a cagionare l’evento. Il medico che non ha redatto in modo corretto la cartella clinica non può giovarsi dello stato di incertezza probatoria da lui stesso colposamente cagionato. Image: -tit_org- Norme & Tributi - Danni medici, la cartella clinica incompleta non aiuta il sanitario -sec_org-
tp:writer§§ Rosa Sciatta
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