title§§ «In Italia mancano almeno 497 pediatri» link§§ http://gimbe.telpress.it/news/2026/06/07/2026060701988304090.PDF description§§

Estratto da pag. 8 di "GAZZETTA DEL MEZZOGIORNO" del 07 Jun 2026

In Basilicata ne mancano cinque, la Puglia è in equilibrio

pubDate§§ 2026-06-07T04:06:00+00:00 arguments§§ http://gimbe.telpress.it/news/2026/06/07/2026060701988304090.PDF category§§ GIMBE subcategory§§ {'domain': ''} source§§ {'href': 'http://gimbe.telpress.it/news/2026/06/07/2026060701988304090.PDF', 'title': 'GAZZETTA DEL MEZZOGIORNO'} tp:url§§ tp:attach_fn§§ http://gimbe.telpress.it/news/2026/06/07/2026060701988304090.PDF tp:ocr§§ «In Italia mancano almeno 497 pediatri» In Basilicata ne mancano cinque, la Puglia è in equilibrio l Nel Paese che ha fondato le sue grandezze e le sue cadute - sulla famiglia, ciò che c’è di più prezioso, cioè la salute dei pochi bambini che riempiono le culle tricolore, deve fare i conti con la coperta corta del bilancio del Paese. Un’analisi condotta da Fondazione Gimbe sulla situazione della pediatria territoriale, mostra come in Italia mancano almeno 497 pediatri, quasi l’80% dei quali in Lombardia, Piemonte e Veneto. Cinque i pediatri che mancano in Basilicata. Mentre la Puglia, per una volta, fa caso a sé e, virtuosissima, ha i conti in regola e non c’è carenza di pediatri di libera scelta. I DATI NAZIONALI -La carenza di sanitari che badino alla salute dei più piccini sembra destinata a peggiorare perché, malgrado le nascite latitano, entro il 2029 andranno in pensione 1.547 medici e il turn over appare più che una condizione fisiologica, un’incognita. Attualmente - secondo Gimbe - i pediatri di famiglia sono poco più di 6mila. Con questi numeri, l’applicazione della bozza di riordino dell’assistenza primaria proposta dal ministro della Salute che vorrebbe estendere fino ai 18 anni l’assistenza pediatrica, sembra irrealizzabile: per darle concretezza servirebbero oltre 3.500 medici pediatri in più. Sul fronte dell’assistenza pediatrica, per i cittadini le difficoltà cominciano già al momento della scelta del medico: «Procedure complesse, risposte non sempre tempestive da parte delle Aziende Sanitarie Locali, pediatri con un numero troppo elevato di assistiti e, in alcune aree, impossibilità per le famiglie di iscrivere i propri figli a un pediatra di famiglia», dice il presidente Gimbe Nino Cartabellotta. «Una situazione che crea disagi e rischia di compromettere la continuità dell’assistenza pediatrica, soprattutto per i bambini più piccoli e quelli più fragili». La situazione della pediatria è aggravata poi dalle criticità della medicina generale: in teoria ogni pediatra potrebbe avere in cura al massimo mille bambini e ragazzi (sebbene il massimo ottimale sia considerato 850). Oggi queste deroghe rischiano di essere la norma: «con la grave carenza di oltre 5.700 medici di medicina generale, molti ragazzi che escono dall’assistenza pediatrica al raggiungimento dei 14 anni rischiano di non trovare un medico di medicina generale disponibile. Di conseguenza, le deroghe ai massimali diventano sempre più frequenti, alimentando un circolo vizioso che aumenta il sovraccarico dei pediatri di libera scelta, riducendo qualità e accessibilità dell’assistenza pediatrica». I DATI REGIONALI -ISe la media nazionale è di 917 assistiti per pediatra, in Piemonte si arriva a 1.126, a Bolzano a 1.114, in Veneto a 1.018. La media, poi, tende a sottostimare carenze locali anche molto critiche, soprattutto nelle aree interne. Facendo riferimento al rapporto di 1 pediatra ogni 850 assisti (secondo quanto previsto dall’ultimo Accordo collettivo nazionale) in Puglia, come si diceva, all’1 gennaio 2025 non si registra una carenza di “camici bianchi”. Nella regione il numero medio di assistiti per pediatra è pari a 830, sotto la media nazionale (917 assistiti per pediatra) e al di sotto del massimale senza deroghe (ovvero 1.000 assistiti per pediatra). In particolare, dallo studio emerge che l’84,3% della popolazione tra 6 e 13 anni risulta seguita da un pediatra (media nazionale 82,9%). Inoltre il report evidenzia che entro il 2029 sono 143 i pediatri di libera scelta che raggiungeranno l’età di pensionamento di 70 anni. In Basilicata, sempre facendo riferimento al rapporto ottimale di un pediatra di libera scelta ogni 850 assistiti, all’1 gennaio 2025 si stima una carenza di cinque dottori. Entro il 2029, in 27 raggiungeranno l’età di pensionamento di 70 anni. Attualmente il numero medio di assistiti per medico è pari a 932, sopra media nazionale (917 assistiti per pediatra), ma al di sotto del massimale senza deroghe; infine il 75,5% della popolazione tra 6 e 13 anni risulta seguita da un pediatra (media nazionale 8 2,9%). Marisa Ingrosso ---End text--- Author: Marisa Ingrosso Heading: Highlight: PREVISIONI FOSCHE Entro il 2029 andranno in pensione 1.547 medici e il turn over appare più che una condizione fisiologica, un’incognita Image:CURE I pediatri di famiglia sono poco più di 6mila in tutto il Paese -tit_org- «In Italia mancano almeno 497 pediatri» -sec_org- tp:writer§§ MARISA INGROSSO guid§§ http://gimbe.telpress.it/news/2026/06/07/2026060701988304090.PDF §---§ title§§ Intervista a Renato Balduzzi - Balduzzi: «La riforma Schillaci un testo equilibrato I medici non siano ostaggio di qualche sindacato» link§§ http://gimbe.telpress.it/news/2026/06/07/2026060702041903490.PDF description§§

Estratto da pag. 10 di "AVVENIRE" del 07 Jun 2026

pubDate§§ 2026-06-07T03:41:00+00:00 arguments§§ http://gimbe.telpress.it/news/2026/06/07/2026060702041903490.PDF category§§ POLITICA SANITARIA subcategory§§ {'domain': ''} source§§ {'href': 'http://gimbe.telpress.it/news/2026/06/07/2026060702041903490.PDF', 'title': 'AVVENIRE'} tp:url§§ tp:attach_fn§§ http://gimbe.telpress.it/news/2026/06/07/2026060702041903490.PDF tp:ocr§§ L’INTERVISTA ALL’EX MINISTRO DELLA SALUTE Balduzzi: «La riforma Schillaci un testo equilibrato I medici non siano ostaggio di qualche sindacato» Roma I l testo proposto dal governo è «un progetto complessivamente equilibrato», che va nella direzione da anni tracciata per realizzare nella sanità un’assistenza territoriale degna di questo nome. L’ex ministro della Salute, Renato Balduzzi, non considera “calata dall’alto”, come la definiscono alcuni sindacati di categoria, la riforma che dispone per i medici di famiglia un doppio canale: da una parte la convenzione riformata come modello ordinario, dall’altra una forma di dipendenza selettiva dentro il Ssn. Il suo augurio perciò adesso è che «il ministro Schillaci mantenga la posizione e che i medici di famiglia favorevoli a coinvolgersi davvero nella rete sanitaria facciano sentire la loro voce, in modo che non si sentano soltanto prese di posizione corporative o di qualche esponente politico che si accoda ad esse. E soprattutto mi auguro che chi, dentro le professioni sanitarie come in Parlamento, ha davvero a cuore il Servizio sanitario nazionale, faccia sentire con forza la sua voce». Secondo lei che cosa ha creato lo stallo? È solo una questione di tipologia di contratto che avrà il personale medico nella Case della comunità? La “legge 833” lasciava aperta la strada: dipendenza o convenzione. Il testo proposto dal ministero permette ai medici di famiglia di scegliere se aderire alla futura convenzione, evidentemente rinnovata, o se passare alla dipendenza. Nella sostanza, il testo riprende esattamente gli elementi di fondo della riforma del 2012 che a sua volta il ministro dell’epoca (sorride, essendo egli stesso, ndr) non aveva inventata, ma l’aveva trovata nelle convenzioni stipulate tra medici e Regioni, precisando e dando forza legislativa a ciò che già era scritto: aggregazioni funzionali territoriali e unità complesse di cure primarie. Certo, se le convenzioni si firmano per poi non applicarle, allora è davvero tutta un’altra questione. Come fare adesso per superare l’impasse? Il ministro Schillaci ieri ha detto, dopo i problemi emersi venerdì, che «sulle Case della comunità troveremo la quadra». Vi sono tutti i presupposti per aprire un confronto utile sul testo e io mi auguro che il ministro voglia tenere ferma la posizione. E che, soprattutto, i tanti medici di famiglia che da tempo sperimentano una medicina generale rinnovata vogliano far sentire la loro voce, che non può essere assorbita dalle sole voci di questa o quella sigla sindacale o di qualche esponente politico che si accoda. Se non si riuscisse a trovare la “quadra”, vi sarebbe il rischio di perdere i fondi del Pnrr per le Case della comunità? Il testo del governo, o chiamiamolo testo del ministro a questo punto, propone la forma del decreto-legge proprio perché, pur prossimi alla cosiddetta scadenza del Pnrr, siamo lontani dall’aver dato un nuovo assetto territoriale all’assistenza sanitaria e soprattutto siamo lontani dall'avere costruito un sistema di Case della comunità. Io insisto: Case della comunità e non case di comunità, perché non è la stessa cosa. Queste sono l’architrave della nuova assistenza territoriale che, intrecciata con l'assistenza ospedaliera, ci permetterebbe di avere un sistema sanitario capace non solo di resistere meglio a dure evenienze avverse come epidemie, pandemie o altro, ma di funzionare bene attraverso un reale e pieno coinvolgimento nella rete sanitaria anche di quei validi professionisti che sono oggi, in qualche misura, a mezzo servizio. Ho letto, sul punto, dichiarazioni sorprendenti da parte di esponenti politici secondo cui la riforma del ministro Schillaci avrebbe come risultato rendere i medici di famiglia come dei burocrati chiusi nelle Case della comunità. Ora probabilmente le parole sono sfuggite o non si ha bene chiaro quello che sono le Case della comunità. Riesce a sintetizzarci che cosa sono? Sono un rovesciamento del rapporto tra il bisogno sanitario e il servizio. Da sempre quando c’è un bisogno sanitario si va al servizio, si chi ami pronto soccorso, medico di famiglia o specialista ambulatoriale. Ma le Case della comunità si chiamano così perché quel genitivo esprime l'affiancamento al “bisogno che va al servizio” con “il servizio va al bisogno”, grazie evidentemente alla digitalizzazione e così via. È stupefacente che non si voglia far funzionare un sistema costruito appunto per migliorare la sanità. A meno che non si voglia dare credito a quella lettura per cui in realtà lo stop alle Case della comunità è lo stop al consolidamento del Ssn, che si vorrebbe indebolire privatizzandolo in modo sempre più strisciante, per non parlare poi del cosiddetto regionalismo differenziato che lo destrutturerebbe. Ma spetta alla politica aiutare i cittadini-elettori a capire come stanno le cose. Per questo è importante che quanti hanno realmente a cuore il Ssn nelle Regioni, nelle professioni e dentro il Parlamento facciano sentire la loro voce. Che idea si è fatto? Si blocca il decreto in realtà per ridare gas alla sanità privata? Dico semplicemente che la riforma della medicina di famiglia è da tantissimi anni matura. Anzi c'era già stata, bastava applicarla. I governi successivi al governo Monti, per svariate ragioni, non ebbero la forza o la volontà di farlo: i provvedimenti applicativi erano pronti e, secondo una legge ancora vigente, addirittura doverosi a partire da una certa data. Quindi la riforma del 2012 ha avuto una applicazione a macchia di leopardo. La pandemia ha tuttavia dimostrato, anche ai più sordi, che quella era la linea da seguire e d'altra parte su di essa da decenni, a partire dalle intuizioni del grande Elio Guzzanti, la comunità sanitaria è schierata. In altre parole: i medici di famiglia o diventano dipendenti del Servizio sanitario nazionale o si coinvolgono davvero nella rete sanitaria rimanendo convenzionati, con impegni definiti (pensiamo alla prevenzione) e valutabili. Non si può non volere né l'una, né l'altra cosa. ---End text--- Author: ALESSIA GUERRIERI Heading: Highlight: «Il ministro non muti idea. Sul passaggio dei medici di famiglia come dipendenti e sulle Case di comunità si apra un confronto utile. E quanti hanno a cuore il Ssn si facciano sentire» Image:Il professor Renato Balduzzi -tit_org- Intervista a Renato Balduzzi - Balduzzi: «La riforma Schillaci un testo equilibrato I medici non siano ostaggio di qualche sindacato» -sec_org- tp:writer§§ Alessia Guerrieri guid§§ http://gimbe.telpress.it/news/2026/06/07/2026060702041903490.PDF §---§ title§§ Legge sul caregiver Ciani: «Fare presto ma fare davvero bene» = Paolo Ciani, deputato Pd link§§ http://gimbe.telpress.it/news/2026/06/07/2026060702042303494.PDF description§§

Estratto da pag. 11 di "AVVENIRE" del 07 Jun 2026

pubDate§§ 2026-06-07T03:41:00+00:00 arguments§§ http://gimbe.telpress.it/news/2026/06/07/2026060702042303494.PDF category§§ POLITICA SANITARIA subcategory§§ {'domain': ''} source§§ {'href': 'http://gimbe.telpress.it/news/2026/06/07/2026060702042303494.PDF', 'title': 'AVVENIRE'} tp:url§§ tp:attach_fn§§ http://gimbe.telpress.it/news/2026/06/07/2026060702042303494.PDF tp:ocr§§ Ciani (Pd): è necessario fare presto ma fare bene Emendamenti unitari LA LEGGE SUI CAREGIVER Legge sui caregiver Ciani: «Fare presto ma fare davvero bene» Riccardi a pagina 11 I tempi stringono per la norma di riconoscimento del ruolo dei caregiver familiari. Perché i 16 mesi che mancano alla conclusione naturale della legislatura sembrano essere un periodo lungo, ma potrebbero comunque non essere sufficienti a completare l’iter di una legge, oggi ancora in prima lettura in commissione alla Camera. E che dunque deve arrivare in Aula per il voto dopo l’esame preliminare, essere discussa e licenziata. Poi passare al Senato per un analogo duplice vaglio e voto (e un’eventuale terza lettura nel caso di cambiamenti del testo). Ma i caregiver che attendono da almeno dieci anni di veder riconosciuto l’impegno – spesso h24, sette giorni su sette – a favore di loro cari con gravi disabilità, non possono più aspettare. Abbiamo chiesto allora a Paolo Ciani, deputato Pd e segretario della commissione Affari sociali della Camera, quali sono le prospettive di una possibile accelerazione dei lavori. Onorevole Ciani, concluse le audizioni degli enti istituzionali e delle associazioni di caregiver, in commissione Affari sociali sembra di registrare una pausa, se non un’impasse, sul disegno di legge presentato dalla ministra per le Disabilità, Alessandra Locatelli. In che fase siamo? Siamo in una fase importante: il riconoscimento del caregiver familiare non può più essere rinviato. Parliamo di persone, molto spesso donne, che sostengono ogni giorno una parte essenziale del nostro welfare, senza tutele adeguate, in solitudine e senza riconoscimento economico e previdenziale. Il Ddl Locatelli ha il merito di aver riaperto un percorso parlamentare colpevolmente bloccato, ma il testo va migliorato. Non basta affermare che il caregiver familiare esiste: bisogna definire con chiarezza quali condizioni ne determinano il riconoscimento. Non c’è il rischio di arrivare “lunghi” con i tempi? Il rischio c’è ed è per questo che bisogna accelerare. Ma questo non può significare approvare una legge qualunque. Dopo anni di attesa, sarebbe grave arrivare a una norma debole, che riconosce il tema ma non cambia davvero la vita delle persone. Siamo al quarto anno di legislatura e serve una scelta politica chiara: riportare in Commissione il provvedimento, lavorare sugli emendamenti e mandare all’Aula un testo all’altezza. Fare presto sì, ma fare bene. Dalle audizioni che cosa è emerso, quali i principali nodi che le associazioni di caregiver familiari hanno evidenziato? È emerso soprattutto il bisogno di uscire dall’invisibilità. Le associazioni, questa volta come già nel 2024, hanno posto questioni molto concrete: il diritto ad essere riconosciuti come persone e cittadini al pari degli altri. Hanno evidenziato la specificità dei caregiver familiari (in particolar modo i conviventi) rispetto a tutte le altre figure impegnate nella presa in carico domiciliare di una persona, affinché non si ripropongano quelle genericità che troppo spesso hanno caratterizzato la normativa sulla disabilità e che hanno finito per compromettere l’effettiva esigibilità dei diritti. Ricordo sempre che i caregiver familiari sono un avamposto contro la “cultura dello scarto” più volte denunciata da Papa Francesco. È possibile introdurre miglioramenti al Ddl Locatelli integrando le proposte di legge già presentate? Non solo è possibile, è necessario. In Parlamento esistevano proposte, precedenti all’iniziativa del Governo e l’incardinamento in Commissione era stato chiesto dalle opposizioni. Alcune Pdl prevedevano la differenza tra conviventi e non, tutele crescenti e una specifica individuazione delle condizioni di disabilità. La proposta a mia prima firma, ad esempio, recepiva questi principi e insisteva su un punto per me fondamentale: il caregiver familiare ha diritti propri, distinti da quelli della persona di cui si prende cura e va differenziato dai lavoratori delle cure domiciliari, riconoscendogli il giusto ruolo sociale. Per questo ora ho presentato emendamenti sul riconoscimento della figura, sul sostegno economico, sull’inserimento lavorativo e sulle misure a sostegno del mantenimento di una vita lavorativa. Con questi ed altri apporti si costruirebbe una legge più giusta ed efficace. Il vero nodo resta quello delle risorse. È realistico pensare che possano essere aumentate? È necessario aumentare le risorse e nella misura in cui non si facesse sarebbe meglio iniziare dai caregiver familiari maggiormente impegnati. Senza risorse adeguate la legge rischia di essere soltanto un riconoscimento simbolico di cui queste persone non hanno certo bisogno. Peraltro l’utilizzo dell’Isee familiare per stabilire il contributo rischia di renderlo non solo insufficiente ma anche iniquo. Il mondo dei caregiver familiari può essere molto ampio e differenziato. Pensare di comprendere tutti senza una chiara perimetrazione della platea e senza adeguate risorse rischia di trasformare una giusta aspettativa in una delusione. Ma dire che non ci sono risorse non può diventare un alibi. I diritti dei cittadini non si assoggettano alle risorse. Lo Stato risparmia ogni giorno grazie al lavoro invisibile dei caregiver familiari. Sostenerli non è un costo, ma un investimento sociale, sanitario ed economico e l’istituzionalizzazione costerebbe di più. Si può procedere anche gradualmente, partendo dalle situazioni più gravi, ma la direzione deve essere chiara: diritti esigibili, criteri certi e sostegni reali. ---End text--- Author: FRANCESCO RICCARDI Heading: LA LEGGE SUI CAREGIVER Highlight: Il tempo stringe per l’approvazione della norma sul riconoscimento di chi si prende cura di un familiare con disabilità L’esponente Pd e segretario della commissione Affari sociali spiega a che punto siamo «Occorre concordare alcuni emendamenti significativi al ddl Locatelli prima di arrivare in Aula E vanno potenziate le risorse stanziate e il sostegno economico» Image:Una mamma caregiver assieme al figlio con disabilità durante una manifestazione di associazioni di caregiver a Roma nello scorso gennaio /Ansa Paolo Ciani, deputato Pd -tit_org- Legge sul caregiver Ciani: «Fare presto ma fare davvero bene» Paolo Ciani, deputato Pd -sec_org- tp:writer§§ FRANCESCO RICCARDI guid§§ http://gimbe.telpress.it/news/2026/06/07/2026060702042303494.PDF §---§ title§§ AGGIORNATO - Il Fascicolo sanitario prende piede link§§ http://gimbe.telpress.it/news/2026/06/07/2026060702041603491.PDF description§§

Estratto da pag. 6 di "CORRIERE SALUTE" del 07 Jun 2026

pubDate§§ 2026-06-07T03:41:00+00:00 arguments§§ http://gimbe.telpress.it/news/2026/06/07/2026060702041603491.PDF category§§ POLITICA SANITARIA subcategory§§ {'domain': ''} source§§ {'href': 'http://gimbe.telpress.it/news/2026/06/07/2026060702041603491.PDF', 'title': 'CORRIERE SALUTE'} tp:url§§ tp:attach_fn§§ http://gimbe.telpress.it/news/2026/06/07/2026060702041603491.PDF tp:ocr§§ IlFascicolo sanitario prendepiede N on solo Ai. Anche il Fascicolo sanitario elettronico, per decenni la «cenerentola» della sanità digitale in Italia, sta finalmente prendendo piede. Secondo l’indagine Ipsos Doxa, l’83% delle persone dichiara di conoscerlo (+13 punti percentuali rispetto al 2025) e il 53% vi ha fatto accesso (+11 punti percentuali), per consultare referti, ricette elettroniche, prenotazioni di visite ed esami o certificati vaccinali. Chi non utilizza il Fse dichiara di preferire altri canali o di non sapere come si usa. La gestione del consenso a consultare i dati nel Fse da parte dei professionisti fornita dai cittadini, tuttavia, presenta ancora forti differenze territoriali, con percentuali che variano dal 93% in EmiliaRomagna, a valori inferiori al 10% in diverse regioni del Centro-Sud. «La fase attuale rappresenta un punto di svolta nel percorso verso un sistema sanitario più connesso, informato e accessibile», sottolinea De Cesare. «Queste asimmetrie, però, rappresentano un ostacolo alla piena interoperabilità del sistema e al suo potenziale di integrazione dei percorsi di cura». © RIPRODUZIONE RISERVATA ---End text--- Author: Redazione Heading: Highlight: Image: -tit_org- AGGIORNATO - Il Fascicolo sanitario prende piede -sec_org- tp:writer§§ REDAZIONE guid§§ http://gimbe.telpress.it/news/2026/06/07/2026060702041603491.PDF §---§ title§§ Case di comunità, Schillaci insiste la sponda dalle Regioni di destra link§§ http://gimbe.telpress.it/news/2026/06/07/2026060702042503484.PDF description§§

Estratto da pag. 19 di "REPUBBLICA" del 07 Jun 2026

pubDate§§ 2026-06-07T03:41:00+00:00 arguments§§ http://gimbe.telpress.it/news/2026/06/07/2026060702042503484.PDF category§§ POLITICA SANITARIA subcategory§§ {'domain': ''} source§§ {'href': 'http://gimbe.telpress.it/news/2026/06/07/2026060702042503484.PDF', 'title': 'REPUBBLICA'} tp:url§§ tp:attach_fn§§ http://gimbe.telpress.it/news/2026/06/07/2026060702042503484.PDF tp:ocr§§ 7 giugno 2026 Case di comunità, Schillaci insiste la sponda dalle Regioni di destra ROMA chillaci non desiste. Il ministro alla Salute dopo aver incassato la richiesta di fermare la riforma della medicina territoriale, ieri è tornato allo scoperto: «Sulle case di Comunità troveremo una quadra», coinvolgendo i medici di famiglia nelle nuove strutture. Non è il solo ad insistere per portare avanti il decreto, del quale si è discusso a lungo. Anche alcune Regioni sono convinte che bisogna insistere e i rappresentati di quelle di centrodestra che più credono alla riforma saranno a Roma la settimana prossima per convincere palazzo Chigi. In gioco ce la possibilità, per certe realtà locali, di far partire le Case di comunità, i maxi ambulatori che rivoluzioneranno l’assistenza territoriale. Schillaci ieri era alla Festa dell’Innovazione organizzata dal Foglio a Venezia. Riguardo al rallentamento della presidenza del consiglio sulla riforma, ha spiegato di essere un tecnico, che lavora per migliorare la sanità. «Ma agisco in un governo politiS co. Dopodiché credo che tutti possano capire quanto è importante far partire le Case di comunità. E siccome i politici non credo che non capiscano l’importanza di tanti soldi messi dal Pnrr sul progetto di modernizzazione della sanità, credo che riusciremo sicuramente a trovare un equilibrio, nell’interesse dei cittadini. È un’occasione unica che non possiamo lasciarci sfuggire. I medici di medicina generale credo che lo capiscano». A dir la verità i sindacati hanno attaccato duramente le ipotesi di riforma. Per il ministro «ci sono molti giovani che vorrebbero lavorare di più in équipe e avere gli strumenti messi a disposizione dalla tecnologia e dall’innovazione» e quindi nelle Case di comunità. «Io sono ottimista e sono convinto che alla fine, su un argomento così importante, si troverà la soluzione migliore nell’interesse della salute pubblica. Ogni volta che si parla di medici di medicina generale si sposta l’attenzione mediatica in particolare sul tipo di contratto e di rapporto» col sistema sanitario nazionale. «Ma voglio chiarirlo: la riforma non è per i medici di medicina generale. Il focus non è il loro contratto, che vedo interessa moltissimo, ma il fatto che, in maniera leale, partecipino alla medicina territoriale. Tutto nasce dal fatto che per la prima volta 21 Regioni all’unanimità, chiedono al ministro di metterci insieme. Vogliamo far sì che la medicina territoriale, sulla quale abbiamo investito moltissimo e sulla quale rispetteremo i target europei, possa non solo portare all’avvio della Case di comunità, ma anche far sì che all’interno di queste strutture i cittadini trovino l’assistenza sanitaria di cui necessitano. Questo per me è un punto fondamentale. Io credo che l’innovazione per il servizio sanitario nazionale, che quest’anno compie 48 anni, sia fondamentale». — MI.BO. ---End text--- Author: Redazione Heading: Highlight: Il titolare della salute: “Sulla mia riforma troveremo una quadra” Pressing dai territori su palazzo Chigi Image:Il ministro della salute Orazio Schillaci si è visto bocciare dal centrodestra la sua riforma sui medici di famiglia R MINICHIELLO / AGF -tit_org- Case di comunità, Schillaci insiste la sponda dalle Regioni di destra -sec_org- tp:writer§§ REDAZIONE guid§§ http://gimbe.telpress.it/news/2026/06/07/2026060702042503484.PDF §---§ title§§ Intervista a Michele De Pascale - De Pascale "Senza strategia il governo colpisce la sanità e delegittima il ministro" link§§ http://gimbe.telpress.it/news/2026/06/07/2026060702047503498.PDF description§§

Estratto da pag. 19 di "REPUBBLICA" del 07 Jun 2026

pubDate§§ 2026-06-07T03:41:00+00:00 arguments§§ http://gimbe.telpress.it/news/2026/06/07/2026060702047503498.PDF category§§ POLITICA SANITARIA subcategory§§ {'domain': ''} source§§ {'href': 'http://gimbe.telpress.it/news/2026/06/07/2026060702047503498.PDF', 'title': 'REPUBBLICA'} tp:url§§ tp:attach_fn§§ http://gimbe.telpress.it/news/2026/06/07/2026060702047503498.PDF tp:ocr§§ De Pascale “Senza strategia il governo colpisce la sanità e delegittima il ministro” BOLOGNA l ministro Orazio Schillaci sembra non avere «il mandato politico» del governo, che a sua volta «non ha una strategia». E che questo accada per la seconda volta «è grave», sostiene il presidente dell’Emilia-Romagna, Michele de Pascale, che propone l’accordo raggiunto nella sua regione sulle Case di comunità come modello. Salta la riforma di Schillaci, cosa ne pensa? «È molto difficile per le Regioni confrontarsi con un ministero e un governo senza capire quale sia la direzione di marcia. Da noi la giunta dà un indirizzo e l’assessore conduce la trattativa per arrivare all’obiettivo, non è che alla fine inizia la discussione politica. Invece siamo costretti a inseguire testi e bozze e poi scopriamo che il ministro non ha il mandato politico per farlo. Questo è grave. Non lo dico da presidente dell’Emilia-Romagna, che è in regola col Pnrr anche senza la riforma, ma perché per molte Regioni questa incertezza rappresenta una difficoltà enorme». Voi eravate favorevoli, però. «Avevamo fatto un documento di osservazioni approvato all’unanimità dalla Conferenza delle Regioni, che garantisse a chi era già avanti come noi di non ripartire da zero e potesse funzionare per le Regioni in difficoltà. Ma sia questa riforma I che la legge delega mi sono sempre sembrate provvedimenti, anche con elementi positivi all’interno, ma privi della visione complessiva che servirebbe». Concorda col ministro sul fatto che la riforma della medicina generale sia “un’occasione unica”? «Sul fatto che la medicina territoriale abbia bisogno di una riforma profonda siamo i più convinti, stiamo concentrando lì la maggior parte dei nostri sforzi e stiamo riuscendo a trasformarla. Il problema è girare a vuoto, questa sarebbe la seconda volta che si ferma tutto: già all’inizio del mio mandato ho constatato che non c’era alcuna correlazione tra le proposte del ministero e la reale volontà politica del governo. Per l’Emilia-Romagna sono state settimane di tensioni e dibattiti molto astratti, per noi però non cambia nulla. Continueremo sulla linea che avevamo già tracciato». Schillaci dice che si troverà una quadra. Come? «Il nostro lavoro è a disposizione e noi siamo disponibili a dare una mano, sarebbe importante che diventasse parte dell’accordo nazionale. Io sostengo da sempre che il punto centrale non è lo status giuridico dei medici, ma l’obiettivo finale: una medicina generale rinnovata, integrata, che lavori in team, utilizzi le tecnologie e garantisca continuità assistenziale e presa in carico delle cronicità. L’accordo che noi abbiamo raggiunto consente di ottenere tutti gli obiettivi Pnrr, mantenendo la convenzione, senza passare alle dipendenze, con incentivi basati su obiettivi di gruppo e orari di apertura degli ambulatori. Non pretendiamo di avere la verità in tasca: in astratto si può arrivare agli stessi risultati sia con una convenzione che con la dipendenza, ma Emilia-Romagna e Toscana hanno indicato una strada». Non è stato un percorsofacile. Avete avuto resistenze? «Abbiamo avuto interlocutori responsabili, anche col contributo di una nuova generazione di medici. È servito un anno, è stato un lavoro molto faticoso e l’accordo non è stato firmato da tutti (Fimmg ha firmato, Snami no, ndr). Un tema giusto che il ministro pone è che sarebbe giusto riprendere la scuola di specialità: è antistorico che i medici di medicina generale lo diventino per corso regionale. E questo non lo possiamo cambiare da soli». Le Case della comunità rischiano di restare vuote senza la riforma? «In Emilia-Romagna questo problema non c’è: arriveremo a circa 200 Case entro settembre e in ognuna entreranno i medici di base. Resta però un problema molto serio per altre realtà del Paese. E non perché noi siamo più bravi, sarebbe una lettura sbagliata: in molte Regioni non ci sarebbero le condizioni per sottoscrivere un accordo come il nostro. È una questione che il governo non ha affrontato». Dove ha sbagliato il governo? «È mancata una strategia fin dal l’inizio. Abbiamo discusso molto questo provvedimento, ma il problema è più generale: non vedo una vera visione riformatrice né la capacità di imprimere quella svolta di cui il sistema avrebbe bisogno». Lei di recente ha detto che anche in Emilia-Romagna nella sanità “il tetto della casa sta per crollare”. Perché? «Perché il tema del finanziamento della sanità resta aperto. Mi aspetto che si faccia una discussione seria sulla legge di bilancio 2027. Il governo Meloni dovrà decidere se garantire almeno lo stesso livello di copertura che ha ereditato o assumersi la responsabilità di un ulteriore peggioramento. Che la sanità non sia stata una priorità di questo governo è un’opinione ormai piuttosto diffusa. Nel 2025 si è scelto di tagliare, nel 2026 di restare fermi. Quello che chiediamo per il 2027 è semplice: che ci sia finalmente un investimento aggiuntivo e significativo sulla sanità pubblica italiana». ---End text--- Author: MARCO BETTAZZI Heading: Highlight: “ T È molto difficile confrontarsi con un governo senza capire quale sia la direzione di marcia Il governatore de Pascale “ Il lavoro fatto in Emilia-Romagna è a disposizione e può diventare parte di un accordo nazionale Image: -tit_org- Intervista a Michele De Pascale - De Pascale “Senza strategia il governo colpisce la sanità e delegittima il ministro” -sec_org- tp:writer§§ Marco Bettazzi guid§§ http://gimbe.telpress.it/news/2026/06/07/2026060702047503498.PDF §---§ title§§ Schillaci resuscita il piano dell'Oms link§§ http://gimbe.telpress.it/news/2026/06/07/2026060702042903488.PDF description§§

Estratto da pag. 17 di "VERITÀ" del 07 Jun 2026

Il ministro apre alla ratifica dell'intesa pandemica: «L'astensione non è un no definitivo Vedremo». E sulla riforma sanitaria resta ottimista, malgrado il freno del centrodestra

pubDate§§ 2026-06-07T03:41:00+00:00 arguments§§ http://gimbe.telpress.it/news/2026/06/07/2026060702042903488.PDF category§§ POLITICA SANITARIA subcategory§§ {'domain': ''} source§§ {'href': 'http://gimbe.telpress.it/news/2026/06/07/2026060702042903488.PDF', 'title': 'VERITÀ'} tp:url§§ tp:attach_fn§§ http://gimbe.telpress.it/news/2026/06/07/2026060702042903488.PDF tp:ocr§§ Schillaci resuscita il piano dell’Oms Il ministro apre alla ratifica dell’intesa pandemica: «L’astensione non è un no definitivo Vedremo». E sulla riforma sanitaria resta ottimista, malgrado il freno del centrodestra n Orazio Schillaci dispensa fragili sicurezze e smonta granitiche certezze. «La riforma della medicina generale è un’occasione unica che non possiamo lasciarci sfuggire. Io sono ottimista e sono convinto che si troverà una soluzione», ha dichiarato ieri alla Festa dell’Innovazione del Foglio, parlando di un decreto in realtà affossato. Poi, con noncuranza mette in discussione una scelta del governo Meloni. «L’astensione sull’accordo pandemico dell’Oms non è un no definitivo. Il piano pandemico non è stato approvato, è ancora sotto discussione perché mancano tutti quanti gli allegati, che sono la parte essenziale. È stato rinviato nell’ultima seduta dell’Oms e verrà credo riproposto nel prossimo maggio. Quindi c’è tempo per vedere cosa ci sarà all’interno del piano pandemico», ha fatto sapere durante il suo intervento. Ma che cosa fa il ministro del centrodestra, apre all’accordo adottato dall’Assemblea mondiale della sanità? Dopo che nel maggio dello scorso anno l’Italia si era astenuta, intendendo così «ribadire la propria posizione in merito alla necessità di riaffermare la sovranità degli Stati nell’affrontare le questioni di salute pubblica». Quale altra posizione contraria all’esecutivo intende prendere, il professor Schillaci? Il decreto, sul quale a Lungotevere Ripa stava lavorando d’intesa con le Regioni si è arenato: sono le stesse associazioni di categoria dei medici di medicina generale a parlare di fallimento annunciato, eppure il ministro della Salute deve dimostrare di tenere la barra dritta. «La quadra va trovata nell’interesse dei cittadini, io difendo solo la salute pubblica e i cittadini e in particolare difendo le persone più deboli e più fragili. Questa è una rivoluzione dalla quale noi non possiamo tirarci indietro e credo che nessuno si tirerà indietro capendo quanto sia importante la salute pubblica per tutti e quanto sia importante dotare il Servizio sanitario nazionale di una visione più moderna che è quella della medicina territoriale», ha detto tutto d’un fiato. Schillaci sa bene che, in base al Pnrr, a fine giugno devono aprire almeno 1.038 Case di comunità, per la cui organizzazione sono arrivati dall’Europa 2 miliardi di euro. Devono entrare a regime, ci saranno i controlli di Bruxelles, ma senza personale medico come possono funzionare? Perché diventino operative, la riforma Schillaci ridisegna la medicina del territorio intervenendo sulle norme che regolano il rapporto dei medici di medicina generale e il Servizio sanitario nazionale (Ssn). I medici di famiglia però non vogliono saperne che si metta mano sulla loro convenzione con il Ssn di cui alcuni diventerebbero dipendenti con il cosiddetto doppio binario dell’assistenza primaria. I sindacati avevano osteggiato la riforma e minacciato scioperi, quindi la trattativa resta impossibile se non c’è «negoziato», come continua a chiedere Silvestro Scotti, segretario della Federazione italiana medici di medicina generale (Fimmg). «No alla retribuzione per obiettivi. Sì al rilancio della medicina dei servizi», sostiene Pina Onotri, segretario generale del sindacato medici italiani (Smi). Il flop della riforma viene attribuito a Schillaci. «Dopo quasi quattro anni di governo Meloni sembra di ascoltare un ministro appena arrivato, non chi ha avuto il compito di guidare per quasi quattro anni il Servizio sanitario nazionale», ha commentato ironico Francesco Boccia, presidente dei senatori del Pd. «Oggi il ministro parla di una rivoluzione indispensabile. Ma quella rivoluzione avrebbe dovuto essere già in corso». © RIPRODUZIONE RISERVATA ---End text--- Author: PATRIZIA FLODER REITTER Heading: Highlight: Image:CONTRASTI Il ministro della Salute, Orazio Schillaci [Ansa] -tit_org- Schillaci resuscita il piano dell'Oms -sec_org- tp:writer§§ PATRIZIA FLODER REITTER guid§§ http://gimbe.telpress.it/news/2026/06/07/2026060702042903488.PDF §---§