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Estratto da pag. 18 di "ABOUTPHARMA" del 01 May 2026

pubDate§§ 2026-05-01T02:58:00+00:00 arguments§§ http://gimbe.telpress.it/news/2026/05/01/2026050101687205058.PDF category§§ GIMBE subcategory§§ {'domain': ''} source§§ {'href': 'http://gimbe.telpress.it/news/2026/05/01/2026050101687205058.PDF', 'title': 'ABOUTPHARMA'} tp:url§§ tp:attach_fn§§ http://gimbe.telpress.it/news/2026/05/01/2026050101687205058.PDF tp:ocr§§ LE CURE PRIMARIE CHE VORREI PARLANO I GIOVANI MEDICI Dalla necessità di una formazione più strutturata alla richiesta di maggiori competenze cliniche, relazionali e digitali, fino al riconoscimento professionale e a condizioni di lavoro sostenibili: gli aspiranti professionisti indicano le priorità per rendere attrattivo e stabile il settore Martina Consoloni, ricercatrice Dipartimento di politiche per la salute, Irccs Istituto di ricerche farmacologiche Mario Negri (Milano) Annette Corraro, ricercatrice Dipartimento di politiche per la salute, Irccs Istituto di ricerche farmacologiche Mario Negri Luigi Bracchitta, medico di medicina generale, Ats Città Metropolitana, Milano Alessandro Nobili, responsabile Dipartimento di politiche per la salute, Irccs Istituto di ricerche farmacologiche Mario Negri I mmaginate un medico di base che ogni mattina apre il suo studio e si trova davanti una sala d'attesa sempre più affollata: anziani con tre o quattro malattie croniche, pazienti che non sanno a chi rivolgersi per un problema di salute mentale, famiglie che cercano orientamento tra le pieghe di un sistema difficile da leggere. È un'istantanea comune in molte parti d'Italia, ma è anche il punto di partenza per capire perché la riforma delle cure primarie – avviata nel 2022 con il decreto ministeriale 77 e sostenuta dai fondi del Piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr) – sia una delle sfide più urgenti che il Servizio sanitario nazionale si trovi ad affrontare. VIAGGIO NELL’ITALIA CHE INVECCHIA L'Italia sta invecchiando rapidamente. Secondo i dati Istat più recenti (2024-2025), le persone con 65 anni e più rappresentano circa il 24,3 per cento della popolazione. Vale a dire, quasi un italiano su quattro. Cresce in particolare la fascia dei cosiddetti grandi anziani: gli ultraottantenni sono circa 4,6 milioni di persone. Inoltre, nel 2024 la speranza di vita alla nascita ha raggiunto gli 83,4 anni complessivi (81,4 per gli uomini, 85,5 per le donne), valori tra i più elevati in Europa. Tuttavia, una quota sempre maggiore degli anni guadagnati viene trascorsa in condizioni di salute non ottimali. Ipertensione, diabete, artrosi, insufficienza cardiaca, demenza: patologie che richiedono prossimità, continuità delle cure, integrazione tra professioni diverse. Tutto ciò che il sistema ospedaliero da solo non riesce a garantire. Ne deriva una domanda di cura in crescita, che trova progressivamente sempre meno supporto nelle reti familiari e nella popolazione in età attiva. A questo scenario si aggiunge una crescente carenza di medici di medicina generale. Secondo la Fondazione Gimbe, al primo gennaio 2024 ne mancavano 5.575. Tra il 2024 e il 2027, circa 7.300 di loro raggiungeranno l'età pensionabile, aggravando il deficit senza un adeguato ricambio. Già oggi l’accesso al proprio medico di medicina generale è difficile in molte aree del Paese: oltre la metà dei professionisti in attività ha un numero di assistiti superiore ai livelli considerati ottimali (1.500 pazienti) e in numerose regioni i cittadini faticano a trovare un medico disponibile vicino al proprio domicilio. Come ha recentemente sottolineato Nino Cartabellotta, presidente della Fondazione Gimbe, questa situazione è il risultato di anni di programmazione inadeguata, incapace di assicurare il necessario ricambio generazionale a fronte dei pensionamenti previsti. COSA NE PENSANO I MEDICI DEL DOMANI? Ma come vedono queste trasformazioni i medici che tra pochi anni lavoreranno proprio in questo sistema? Come immaginano il loro futuro professionale coloro che fra uno, due o tre anni costituiranno la spina dorsale delle cure primarie italiane? Quali aspettative nutrono e quali timori? Per provare a rispondere a queste domande e come approfondiamo nel nostro articolo pubblicato a marzo 2026 sulla rivista Health Services Management Research (“The future of primary health care in Italy: needs, concerns and aspirations of physicians in training”), abbiamo condotto un’indagine nazionale, raccogliendo le prospettive di quasi 400 futuri medici di medicina gen erale e medici di comunità e cure primarie. I dati che presentiamo arrivano da uno studio nazionale condotto nell’ambito del progetto “MedicInRete – Formazione e Networking per le Cure Primarie”, promosso dal Dipartimento di politiche per la salute dell’Irccs Istituto di ricerche farmacologiche Mario Negri, insieme all’Alleanza per la riforma delle cure primarie e alla Campagna Primary Health Care Now or Never (grazie al supporto della Banca Popolare di Milano). Abbiamo costruito un questionario, che è stato distribuito a due categorie di medici in formazione: i frequentanti il corso di formazione specifica in medicina generale (il percorso triennale, gestito dalle Regioni, che porta all'abilitazione come medico di medicina generale) e i frequentanti la scuola di specializzazione in medicina di comunità e delle cure primarie (un percorso quadriennale, a base universitaria, che forma come specialisti). Due iter diversi, ma destinati a lavorare sempre più spesso insieme nelle case della comunità, secondo quanto previsto dalla riforma territoriale del Dm 77. La ricerca è stata realizzata tra la primavera e l’estate del 2024, coinvolgendo quasi tutte le regioni italiane. Le 34 domande del questionario – alcune a risposta chiusa, altre su scala di valutazione, con spazio anche per commenti liberi – coprivano quattro aree tematiche: le motivazioni che avevano spinto i medici a scegliere il percorso formativo in medicina generale o medicina di comunità e cure primarie; la percezione dell'adeguatezza del proprio percorso di formazione rispetto a otto aree di competenza; le aspettative e le preoccupazioni per il futuro professionale; e le opinioni sulle Case della Comunità, il pilastro organizzativo della riforma in corso. Le loro risposte offrono una prima fotografia delle opportunità e delle difficoltà che potrebbero accompagnare la trasformazione delle cure primarie prevista nel Dm 77. SE LA FORMAZIONE FATICA A TENERE IL PASSO Se c'è un messaggio che emerge con particolare forza dallo studio, è questo: entrambi i gruppi di medici in formazione percepiscono lacune importanti tra le competenze che ritengono necessarie per esercitare la professione di medici delle cure primarie e quelle che il loro percorso formativo consente effettivamente di sviluppare. Nel disegno della ricerca, abbiamo identificato otto aree di competenza rilevanti per le cure primarie italiane: le competenze cliniche e di presa in carico, quelle epidemiologiche, quelle gestionali e manageriali, le competenze per il lavoro con altri medici di cure primarie e in équipe multiprofessionali, quelle relazionali, comunicative e di gestione del conflitto, la conoscenza dei servizi territoriali e la capacità di collaborare con le comunità di riferimento. Su tutte e otto, i futuri medici di medicina generale riferiscono un divario tra l’importanza percepita e l’acquisizione effettiva. La forbice più ampia riguarda proprio le competenze cliniche e di presa in carico dei bisogni di salute dei loro assistiti, ma anche la conoscenza dei servizi locali, la capacità di lavorare in équipe e la collaborazione comunitaria risultano largamente insufficienti secondo i diretti interessati. Un dato colpisce, in modo particolare: oltre il 96 per cento dei futuri medici di medicina generale giudica “abbastanza” o “molto” importante la conoscenza dei servizi sanitari e sociali del territorio, ma soltanto il 36 per cento ritiene di aver ricevuto una formazione adeguata in questo ambito. I futuri medici delle cure primarie mostrano gap generalmente più contenuti – il percorso universitario strutturato sembra garantire una maggiore organicità della formazione – ma anche loro segnalano carenze significative nelle competenze relazionali e comunicative e nella capacità di collaborare con le comunità. COSA CHIEDONO I GIOVANI MEDICI? Dai commenti aperti emergono temi ricorrenti: la scarsa attenzione alla salute mentale, alla medicina di genere, alla medicina narrativa, alla medicina delle migrazioni. C’è poi il capitolo della digitalizzazione: molti giovani medici chiedono una maggio re integrazione delle tecnologie digitali – dalla telemedicina all'intelligenza artificiale – nella formazione e nella pratica quotidiana. Su un tema specifico, i numeri sono inequivocabili: il 74,5 per cento dei futuri medici di medicina generale vorrebbe che il corso regionale di formazione venisse trasformato in una scuola di specializzazione universitaria. I motivi citati sono molteplici: maggiore organicità del percorso, migliore qualità dei tirocini, possibilità di fare ricerca, maggiore riconoscimento professionale. Non mancano tuttavia voci critiche: una minoranza teme che l'università possa snaturare la vocazione territoriale della medicina generale, imponendo logiche accademiche lontane dalla realtà del campo. Non è un caso che una delle risposte più ricorrenti – come concetto – sia stata la seguente: “L'ambiente universitario, e per molti versi anche quello ospedaliero, sono anni luce distanti dai bisogni e dai metodi di lavoro che si hanno sul territorio. Sul territorio il paziente è immerso in un contesto molto più ampio della semplice stanza d'ospedale”. Tale dibattito non è certamente nuovo. Da anni esperti, movimenti e associazioni di categoria lo sollevano. Ma i dati di questa ricerca mostrano che è ancora vivo anche tra chi studia per diventare medico di famiglia. IL NODO DEI CONTRATTI Oltre alle lacune formative, i futuri medici di medicina generale esprimono preoccupazioni profonde riguardo alle condizioni contrattuali che troveranno al termine del percorso di formazione. È un capitolo di questo studio che merita attenzione, perché tocca il problema dell'attrattività e della sostenibilità della medicina generale – e quindi della tenuta dell’intero sistema nel medio-lungo periodo. Quasi due terzi di loro risultano insoddisfatti del modello contrattuale vigente. I motivi sono vari, ma convergenti: l'assenza di tutele tipiche del lavoro dipendente (ferie retribuite, maternità, malattia), il carico amministrativo eccessivo, il rischio di burnout, il modello retributivo a quota capitaria che viene percepito come inadeguato, l'alto numero di assistiti che grava su ogni singolo medico. Queste criticità non emergono solo dal nostro campione. Già su queste pagine (si veda il numero 235 di AboutPharma) è stato evidenziato come la crescente complessità del lavoro territoriale si scontri con oneri amministrativi e modelli contrattuali sempre meno adeguati. Eppure, sarebbe un errore leggere questa insoddisfazione come una domanda di impiego pubblico di dipendenza. Infatti, soltanto il 3,8 per cento dei rispondenti indica questa come soluzione auspicabile e il 10,4 per cento difende esplicitamente il modello attuale proprio per l'autonomia professionale che garantisce. Ciò vuol dire che la quota più consistente di critici non si riconosce in nessuno dei due poli: chiede condizioni migliori (più tutele, meno burocrazia, meno pazienti per medico), senza necessariamente voler cambiare la natura del rapporto di lavoro. Il dato sugli assistiti è di per sé eloquente. Secondo il ministero della Salute, la percentuale di medici di medicina generale con un massimo di 1.500 assistiti (il limite massimo previsto dalla normativa) ha superato il 51 per cento, più che raddoppiando rispetto a pochi anni fa. In Lombardia, la regione in cui il fenomeno è più acuto, quasi 3 medici su 4 si trovano in questa condizione. Ciò che emerge dai nostri dati (insoddisfazione diffusa per le condizioni attuali, ma scarsa adesione anche all'alternativa della dipendenza pubblica) è dunque una sfumatura importante, che invita a non ridurre il dibattito a una semplice scelta tra autonomia professionale e dipendenza dal sistema pubblico: il problema reale, per molti di questi medici, non è la forma giuridica del contratto, ma le condizioni concrete di lavoro. L'ultimo accordo collettivo nazionale 2022-2024 ha introdotto importanti novità, tra cui il ruolo Unico di assistenza primaria, che prevede una settimana lavorativa di 38 ore che combina assistenza ai propri assistiti con attività a orario in strutture come le Case della Comunità o a ltri servizi afferenti al Distretto di appartenenza. Una riforma che ha generato ulteriori interrogativi tra i professionisti, soprattutto in merito alla chiarezza dei ruoli, alle attività da svolgere nelle case della comunità, al lavoro in équipe con le altre figure professionali e alla coerenza con il percorso formativo ricevuto. C'è anche chi immagina un futuro positivo – circa un quarto dei rispondenti parla di soddisfazione professionale, relazioni significative con i pazienti, lavoro in équipe – ma il dato che colpisce è che il 6,9 per cento dei futuri medici di medicina generale stia già considerando di abbandonare il percorso o di lavorare all'estero. Sul fronte dei futuri medici di comunità e delle cure primarie, il tema dominante è diverso ma altrettanto critico: quello delle barriere regolatorie che limitano il loro ruolo clinico nel sistema sanitario. Questi camici bianchi completano quattro anni di specializzazione universitaria – con un curriculum di area medica che abbraccia tanto le attività cliniche di medicina generale e cure primarie, di cure palliative e terapia del dolore, quanto l’organizzazione dei servizi territoriali nell’ambito dell’assistenza distrettuale – ma non possono accedere direttamente alla convenzione come medici di medicina generale. La separazione tra percorsi formativi crea una situazione paradossale: professionisti formati proprio per lavorare nelle cure primarie che, una volta terminata la specializzazione, non possono svolgere pienamente l’attività clinica. Non sorprende quindi che una quota significativa degli specializzandi in medicina di comunità e delle cure primarie percepisca questi vincoli normativi come ostacolo alla propria realizzazione professionale. LE CASE DELLA COMUNITÀ VISTE DAI GIOVANI MEDICI Le case della comunità rappresentano probabilmente il simbolo più visibile della riforma avviata con il Dm 77/2022. Pensate come nodi centrali dell’assistenza di prossimità, queste strutture dovrebbero ospitare équipe multiprofessionali e servizi integrati tra sociale, sanitario e terzo settore, con l’obiettivo di rendere le cure primarie più accessibili e coordinate per i cittadini. Ma come la vedono i giovani medici che ci dovranno lavorare? La risposta sembra dipendere molto da quale percorso formativo stanno frequentando. Tra i futuri medici di comunità e delle cure primarie, il 91,3 per cento dichiara un'alta disponibilità a lavorare nelle case della comunità. Per loro, rappresentano il contesto ideale in cui esprimere le competenze acquisite durante la specializzazione: lavoro in équipe, organizzazione dei servizi, presa in carico integrata del paziente, collaborazione con il territorio. Ben diversa è la prospettiva dei futuri medici di medicina generale. Il 63,1 per cento dichiara infatti una bassa disponibilità a lavorare nelle case della comunità. Le preoccupazioni sono di due tipi principali: da un lato, l'incertezza sul funzionamento concreto di queste strutture (ruoli poco chiari, accordi contrattuali ancora nebulosi); dall'altro, il timore di perdere l'autonomia professionale e la relazione fiduciaria con il paziente. Un futuro medico di medicina generale ha sintetizzato bene questa preoccupazione: “Sarebbe utilissimo poter collaborare con altri servizi territoriali in un ambiente come una casa della comunità. Ma non sarei disposto a lavorarci se deve essere solo uno spazio con me dentro in modo tale che si possa dire che nelle case della comunità c'è la nostra figura, quando poi sono solo un inquilino, magari malvisto. A quel punto preferisco pagare l'affitto a un privato, rimanere libero e in prossimità del cittadino”. COME CAMBIA IL PENSIERO LUNGO LO STIVALE? I dati mostrano anche importanti differenze geografiche. Tra i rispondenti dalla Sicilia, il 73,3 per cento esprime una bassa o nulla disponibilità a lavorare nelle case della comunità, con motivazioni legate soprattutto all'incertezza organizzativa e al timore di perdere autonomia professionale. All'opposto, tra i rispondenti dell'Emilia-Romagna – regione che ha tradizionalmente investito più d i altre nell’integrazione sociosanitaria e ha già sperimentato le Case della Salute, il modello da cui le case della comunità discendono – il livello di disponibilità è significativamente più alto. Un risultato prevedibile, che conferma quanto il successo delle riforme dipenda spesso dalla storia e dalle esperienze organizzative maturate nei singoli territori. Vale la pena sottolineare un elemento metodologicamente rilevante: al momento della raccolta dati, la maggior parte delle Case della Comunità non era ancora operativa. Le opinioni dei giovani medici riflettono dunque aspettative e timori, non valutazioni basate sull'esperienza diretta. Questo significa che vi è ancora un'importante finestra di opportunità: se la fase di implementazione sarà gestita con attenzione ai bisogni e con il coinvolgimento dei professionisti, molti scettici potranno diventare sostenitori. CHE COSA SERVE DAVVERO ALLE CURE PRIMARIE? Nel loro insieme, i risultati dello studio delineano un quadro complesso ma tutto sommato coerente. I medici in formazione nelle cure primarie (futuri medici di medicina generale e delle case di comunità e delle cure primarie) sono motivati, orientati al lavoro in équipe e convinti dell’importanza di un approccio olistico alla salute. Lontani dall'immagine di professionisti disimpegnati che talvolta emerge nel dibattito pubblico, sono figure spesso poco sostenute nei loro percorsi formativi e inserite in un sistema che fatica ancora a valorizzarne pienamente le competenze e le aspirazioni professionali. Dal nostro studio emergono almeno quattro direzioni di azione che ci sembrano urgenti e importanti. La prima direzione riguarda la formazione. Riformare il corso triennale per medici di medicina generale non è più rinviabile: la trasformazione da corso regionale a una scuola di specializzazione universitaria sembra essere la strada preferita dai diretti interessati. Qualunque riforma, però, dovrà preservare l'identità della medicina generale come pratica radicata nel territorio. Per questo, sarà necessario riconoscere la medicina generale come settore scientifico-disciplinare universitario, senza penalizzare chi fino ad oggi ha costruito la propria competenza più sul campo che nella ricerca. La seconda direzione riguarda le condizioni contrattuali. Le preoccupazioni per la mancanza di tutele, il sovraccarico lavorativo e i rischi di burnout dei futuri medici di medicina generale non sono lamentele campanilistiche: sono segnali di un sistema che rischia di perdere i suoi professionisti più giovani prima ancora che entrino a regime. Introdurre maggiore flessibilità nei modelli contrattuali e garantire libertà di scelta potrebbe rendere più attrattiva la carriera in cure primarie e ridare prospettiva a chi oggi sta pensando di lasciare la professione. Strettamente connessa alla seconda direzione, la terza ha a che fare con il riconoscimento professionale dei medici delle case di comunità e delle cure primarie. Avere medici con quattro anni di formazione universitaria in cure primarie che non possono lavorare come medici di medicina generale – per di più, in una fase di grave carenza di medici di medicina generale – è un paradosso che il nostro studio documenta con chiarezza e che il nostro servizio sanitario non può permettersi. Chiarire il ruolo di questi specialisti e creare percorsi di reclutamento pubblici dedicati su tutto il territorio nazionale, coerenti le funzioni previste dalla riforma, è una priorità che non può essere rimandata. La quarta direzione riguarda le case della comunità. Come già sottolineato da più parti, le strutture fisiche da sole non bastano. Servono ruoli chiari, forme solide di governance e coordinamento, modelli organizzativi che garantiscano la qualità della relazione terapeutica e una vera presa in carico dei bisogni, per superare la logica delle prestazioni e costruire un vero lavoro in équipe e una reale medicina di iniziativa. Servono anche spazi di ricerca che consentano la crescita professionale di chi ci lavora. Quello che i nostri dati suggeriscono è che la disponi bilità dei medici a lavorare nelle case della comunità dipenderà da come queste strutture saranno concretamente organizzate e dalla credibilità del modello di cura che il Dm 77 prefigura ma che, a oggi, rimane ancora quasi del tutto da costruire nella pratica. C'è infine un tema trasversale che il nostro studio non ha esplorato direttamente, ma che è emerso con una certa insistenza dalle risposte dei giovani medici: la digitalizzazione. Strumenti digitali integrati, fascicoli sanitari condivisi, telemedicina per i territori più difficili da raggiungere sono richieste concrete, che dicono qualcosa su come questa generazione immagina il proprio lavoro. È un segnale che vale la pena raccogliere, tanto più che il Pnrr ha previsto lo sviluppo di una piattaforma di intelligenza artificiale per le case della comunità. Un'iniziativa ambiziosa, che però non esime dal porsi una domanda che la letteratura internazionale solleva con crescente attenzione: le tecnologie digitali alleggeriscono davvero i carichi di lavoro e riducono le distanze, o rischiano di amplificare le disuguaglianze esistenti? IL SOSTEGNO CHE SERVE (ORA PIÙ CHE MAI) I futuri medici delle cure primarie si trovano intrappolati in un sistema che non riesce ancora a sostenerli: percorsi formativi spesso inadeguati, condizioni contrattuali precarie, ruoli professionali mal definiti e prospettive di carriera poco chiare. Il punto centrale è che le riforme organizzative non si realizzano da sole: hanno bisogno di una visione di sistema, di una chiara analisi della situazione epidemiologica, demografica e dei bisogni di salute delle comunità e, non ultimo, del coinvolgimento diretto dei professionisti che le incarnino, che le facciano proprie, che le traducano in pratica quotidiana. Se i futuri medici di medicina generale percepiscono le case della comunità come una minaccia alla loro autonomia professionale e alla qualità della relazione con il paziente, quelle strutture rischiano di rimanere gusci vuoti. Se i futuri specialisti delle cure primarie continuano a trovarsi in un limbo regolatorio che ne comprime il ruolo clinico, una risorsa preziosa viene sprecata, proprio mentre il sistema ne avrebbe più bisogno. I medici che oggi frequentano entrambi i corsi eserciteranno la professione fino agli anni 2050 e oltre. Le competenze che stanno (o meno) acquisendo accompagneranno milioni di pazienti per i prossimi trent'anni. Le frustrazioni che oggi li spingono a considerare la fuga all’estero o l'abbandono della professione lasceranno vuoti che il sistema farà fatica a colmare. In questo senso, il nostro studio parla di quale medicina territoriale sarà possibile in un Paese che nel 2050 avrà più di diciotto milioni di over 65: con una quota crescente di grandi anziani, di pazienti con polipatologie croniche e di famiglie sempre meno capaci di farsi carico informalmente della cura dei propri cari. Una medicina che dovrà essere radicalmente diversa da quella che conosciamo oggi, troppo ancorata alle prestazioni, alle singole malattie e di conseguenza alla frammentazione delle cure e per nulla attenta ai determinanti socioeconomici della salute. AVVICINARE I MEDICI AI CITTADINI Bisogna quindi andare verso una medicina di comunità capace di ascoltare i bisogni di salute dei cittadini: meno orientata all'episodio acuto, più attenta alla promozione della salute e alla prevenzione, abile nel mantenere insieme la dimensione clinica, quella sociale e quella comunitaria. Servono esattamente quelle competenze che i giovani medici che hanno partecipato al nostro studio dicono di non riuscire ad acquisire abbastanza e che vedrebbero come necessarie per la loro professione nelle cure primarie. Non si parte da zero. In varie aree del Paese esistono già esperienze che provano a muoversi in queste direzioni: ambulatori che sperimentano forme di lavoro orizzontale, reti interprofessionali che connettono medici, servizi sociali e associazioni del territorio, presidi sanitari di prossimità che raggiungono chi il sistema fatica ad intercettare, percorsi di prevenzione e promozione della salute costruiti insieme alle comunità. Circa un anno fa abbiamo raccolto alcune di queste esperienze nel volume “Esperienze orientate alla primary health care in Italia. Un percorso di mappatura” (2025, Cultura e salute Editore, Perugia). Ciò che è emerso da quel percorso di mappatura non è un catalogo di modelli da replicare, ma la prova che cambiare è possibile, e che in molti casi il cambiamento è già in corso. Il problema è che queste esperienze restano spesso sommerse, difficilmente riconoscibili nei quadri istituzionali, e quindi prive degli strumenti e dei supporti per consolidarsi e diffondersi. Formare e sostenere i giovani medici affinché diventino capaci di abitare e alimentare queste realtà – e di crearne di nuove – è forse il compito più urgente che il nostro Servizio sanitario nazionale ha davanti a sé per conservare il suo mandato e il suo universalismo. ---End text--- Author: Redazione Heading: Highlight: “Quale medicina territoriale sarà possibile in un Paese che nel 2050 avrà più di diciotto milioni di over 65? Tanti i dubbi di fronte alla quota crescente di grandi anziani, di pazienti con polipatologie croniche e di famiglie sempre meno capaci di farsi carico informalmente della cura dei propri cari” Medicina generale e di comunità e cure primarie: formazione e opportunità a confronto MEDICO DI MEDICINA GENERALE MEDICO DI COMUNITÀ E CURE PRIMARIE Percorso e durata Corso triennale di formazione specifica in medicina generale, organizzato a livello regionale Specializzazione quadriennale universitaria in medicina di comunità e cure primarie Modalità e luoghi Formazione pratica e teorica diffusa a livello regionale con tirocini in ambito territoriale e ospedaliero. Formazione organizzata a livello regionale, non standardizzata a livello nazionale Percorso universitario con attività cliniche e organizzative in contesti territoriali; attivato in un numero limitato di università italiane (tra cui Bari, Bologna, Milano, Modena e Reggio Emilia, Napoli Federico II, Padova, Palermo, Verona, Sapienza Università di Roma, Università Cattolica del Sacro Cuore e Università Politecnica delle Marche) Status contrattuale Lavoro esclusivamente come libero professionista convenzionato sotto Accordo collettivo nazionale; remunerazione a quota capitaria con integrazioni; tirocinanti autorizzati a lavorare come medici di assistenza primaria a ciclo di scelta e massimale ridotto dal 2019 Specialista con canale contrattuale dedicato solo in alcune regioni italiane; inserimento nel Ssn per attività di assistenza sanitaria primaria come dipendente tramite bandi o come specialista convenzionato, tramite il canale della specialistica ambulatoriale interna Integrazione nel Servizio sanitario nazionale (Ssn) Ruolo consolidato ma con dibattito su transizione, anche parziale, verso rapporto di dipendenza con Ssn Ruoli organizzativi e clinici, fatta eccezione per l’esercizio della medicina generale Ruoli nelle Case di comunità secondo il DM 77/2022 Referente principale, in quanto titolare del rapporto di fiducia con il singolo assistito, relativamente agli aspetti diagnostico-terapeutici in tutte le fasi della vita Referente clinico per le attività che garantisce presso la Casa della Comunità, nell’ambito della programmazione distrettuale e degli obiettivi aziendali/ regionali “La medicina del territorio dovrà essere radicalmente diversa da quella che conosciamo oggi, troppo ancorata alle prestazioni, alle singole malattie e di conseguenza alla frammentazione delle cure e per nulla attenta ai determinanti socioeconomici della salute” “Bisogna andare verso una medicina di comunità capace di ascoltare i bisogni di salute dei cittadini: meno orientata all’episodio acuto, più attenta alla promozione della salute e alla prevenzione, abile nel mantenere insieme la dimensione clinica, quella sociale e quella comunitaria” Image: -tit_org- Le cure primarie che vorrei parlano i giovani medici -sec_org- tp:writer§§ REDAZIONE guid§§ http://gimbe.telpress.it/news/2026/05/01/2026050101687205058.PDF §---§ title§§ Sanità, i conti alla fine tornano ma il nodo resta e si ripresenterà nel 2027 link§§ http://gimbe.telpress.it/news/2026/05/01/2026050103183507697.PDF description§§

Estratto da pag. 5 di "NUOVA DEL SUD" del 01 May 2026

pubDate§§ 2026-05-01T05:08:00+00:00 arguments§§ http://gimbe.telpress.it/news/2026/05/01/2026050103183507697.PDF category§§ GIMBE subcategory§§ {'domain': ''} source§§ {'href': 'http://gimbe.telpress.it/news/2026/05/01/2026050103183507697.PDF', 'title': 'NUOVA DEL SUD'} tp:url§§ tp:attach_fn§§ http://gimbe.telpress.it/news/2026/05/01/2026050103183507697.PDF tp:ocr§§ Sanità, i conti alla fine tornano ma il nodo resta e si ripresenterà nel 2027 POTENZA - La Basilicata evita l’aumento delle tasse e mette in sicurezza, almeno formalmente, i conti della sanità. Ma il prezzo è il rinvio del problema: il disavanzo viene coperto con una complessa operazione di bilancio e spostato in avanti, senza affrontare le criticità strutturali del sistema. Il “buco”, ridotto a circa 54 milioni di euro, è stato colmato attraverso una manovra interna fatta di riallocazioni, economie di gestione, fondi straordinari e riprogrammazioni. Un intervento che consente di chiudere il bilancio 2026 senza ricorrere alla leva fiscale, evitando un aumento dell’addizionale Irpef che avrebbe pesato su cittadini e famiglie. E’ stato il Presidente Bardi nella sua relazione a rivendicare la scelta come “obbligata”, richiamando anche il principio costituzionale del diritto alla salute. La crescita della spesa sanitaria (+3,64% nel 2025) supera quella del Fondo sanitario nazionale (+1,86%), generando uno squilibrio che riguarda tutte le Regioni ma che in Basilicata si traduce in un sistema sotto pressione. Tra le principali voci di crescita: oltre 20 milioni per la spesa farmaceutica, legata a terapie innovative e all’invecchiamento della popolazione; circa 14 milioni per il personale, anche in seguito a 775 nuove assunzioni; 3,7 milioni per dispositivi medici; incremento delle prestazioni sociosanitarie e riabilitative. Secondo la Regione, si tratta di investimenti necessari per rafforzare i servizi. Nel 2025 la produzione ospedaliera ha raggiunto i 227,4 milioni di euro, con un aumento dei ricoveri e una riduzione della mobilità passiva di circa 10 milioni. COME E’ STATO COPERTO IL DISAVANZO - La copertura del disavanzo è avvenuta senza ricorso a nuove entrate fiscali, attraverso una manovra interna al bilancio basata su: compensazioni ambientali per circa 21 milioni; economie di gestione e utili delle aziende sanitarie (circa 12 milioni); riduzioni di spesa e fondi non pienamente utilizzati; aggiornamento delle entrate da oil e gas e rinegoziazione degli accordi con compagnie energetiche; utilizzo temporaneo di risorse vincolate e riprogrammazione di alcune poste. Una quota marginale di spesa è stata inoltre rinviata al 2027, contribuendo al riequilibrio complessivo. Un mix di interventi che – soprattutto con i fondi derivanti dalle attività petrolifere e come è accaduto già con il bilancio precedente - consente di evitare scelte impopolari nell’immediato, ma che di fatto rinvia il problema, lasciando aperta la questione del riequilibrio strutturale. Intanto è l’assessore alla Salute Cosimo Latronico a dimostrarsi il più soddisfatto confermando il mantenimento dell’aliquota Irpef all’1,23%, sottolineando la volontà di non scaricare sui cittadini il peso del disavanzo. Una decisione che evita un impatto diretto sui contribuenti, ma che riduce ulteriormente i margini di intervento futuro, in un contesto già caratterizzato da risorse limitate. Al di là dei numeri di bilancio, restano però le criticità che incidono sulla vita quotidiana dei cittadini: liste d’attesa ancora elevate; debolezza della sanità territoriale; costi significativi per la mobilità sanitaria verso altre regioni; l’accesso alle prestazioni pubbliche difficoltoso e i dati sulla rinuncia alle cure sono allarmanti. Secondo l’ottavo Rapporto Gimbe, in Basilicata si è passati dal 6,7% del 2023 al 10,8% del 2024: i cittadini che rinunciano a curarsi sono aumentati da 35.727 a 57.589, con un incremento del 4,1%, quasi il doppio della media nazionale. Segnali di miglioramento, come la riduzione della mobilità passiva e l’aumento della produzione ospedaliera, non bastano a compensare un sistema che continua a mostrare difficoltà nella risposta ai bisogni. SPECIALISTICA AMBULATORIALE CONVENZIONATA PENALIZZATA- Anche la specialistica ambulatoriale convenzionata segnala di non essere pienamente coinvolta, nonostante la disponibilità a contribuire alla riduzione delle liste d’attesa. In questo contesto di forte criticità, le associazioni delle struttur e della specialistica ambulatoriale privata accreditata richiamano con forza la necessità di un maggiore coinvolgimento del comparto privato accreditato come parte integrante della soluzione. Il sistema della sanità accreditata rappresenta una risorsa già disponibile, capillare e immediatamente attivabile per ridurre le liste d’attesa, contenere la mobilità sanitaria passiva e alleggerire la pressione sul sistema pubblico. Un contributo che, se pienamente valorizzato attraverso adeguati tetti di spesa e una programmazione più efficiente, potrebbe incidere concretamente sul riequilibrio dei conti. Eppure l’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato - già intervenuta in passato, fin dal 1999, sul riparto dei fondi sanitari della Puglia, della Calabria, della Sicilia, della Sardegna, della Campania e della Liguria - nel dicembre del 2025 ha formalmente invitato la Regione Basilicata a non cristallizzare le posizioni degli operatori preesistenti sul mercato ed a consentire “un adeguato sviluppo delle strutture maggiormente efficienti, che possono far valere, ai fini della copertura della spesa, i migliori risultati raggiunti sia in termini di contenimento dei costi che di soddisfacimento della domanda”. E’ sempre più attuale l’”appello”: investire nella specialistica ambulatoriale accreditata non significa privatizzare la sanità, ma rafforzare il servizio pubblico attraverso una rete integrata, in grado di garantire ai cittadini tempi di accesso più rapidi e prestazioni di qualità, contribuendo al tempo stesso alla sostenibilità economica del sistema sanitario regionale. Il risultato è un bilancio formalmente in ordine, ma costruito su basi fragili. L’operazione consente di evitare misure immediate e di mantenere i servizi, ma non affronta le cause profonde del disavanzo. La sanità lucana resta così sospesa tra esigenze di equilibrio finanziario e domanda crescente di assistenza. Il rischio è che, senza interventi strutturali, il problema si ripresenti amplificato nei prossimi anni. (A.Gi.) ---End text--- Author: Redazione Heading: Highlight: Il governo regionale copre il disavanzo senza ricorrere a nuove entrate fiscali ma tra liste d’attesa e mobilità passiva le criticità per il futuro non mancano Image:75 ,7 vi elsae. si nti re la ra miun e oca Il disavanzo della sanità regionale non verrà coperto con nuove entrate fiscali come confermato dalla giunta Bardi, ma restano ancora diversi i nodi irrisolti -tit_org- Sanità, i conti alla fine tornano ma il nodo resta e si ripresenterà nel 2027 -sec_org- tp:writer§§ REDAZIONE guid§§ http://gimbe.telpress.it/news/2026/05/01/2026050103183507697.PDF §---§ title§§ Approvato il nuovo piano «Ci difenderà dalle pandemie» link§§ http://gimbe.telpress.it/news/2026/05/01/2026050103102207044.PDF description§§

Estratto da pag. 22 di "CORRIERE DELLA SERA" del 01 May 2026

pubDate§§ 2026-05-01T04:34:00+00:00 arguments§§ http://gimbe.telpress.it/news/2026/05/01/2026050103102207044.PDF category§§ POLITICA SANITARIA subcategory§§ {'domain': ''} source§§ {'href': 'http://gimbe.telpress.it/news/2026/05/01/2026050103102207044.PDF', 'title': 'CORRIERE DELLA SERA'} tp:url§§ tp:attach_fn§§ http://gimbe.telpress.it/news/2026/05/01/2026050103102207044.PDF tp:ocr§§ Approvato il nuovo piano «Ci difenderà dalle pandemie» Il via libera A pprovato ieri dalla conferenza StatoRegioni il nuovo Piano pandemico 2025-29. Il nuovo piano fa non riferimento solo al contrasto di una pandemia influenzale, ma è esteso a tutte le potenziali pandemie da patogeni a trasmissione respiratoria. Quanto alle risorse la legge di Bilancio 2025 stanzia 50 milioni per il 2025, 150 per il 2026 e 300 milioni annui a partire dal ‘27. Il Piano «si fonda su un obiettivo chiaro: garantire tutela ai cittadini», ha detto il ministro della Salute Orazio Schillaci. Cinque gli obiettivi: ridurre l’impatto sanitario di una pandemia sulla popolazione; garantire risposte rapide e coordinate a livello nazionale e locale; limitare l’impatto sui servizi sanitari assicurando la continuità delle prestazioni essenziali; tutelare gli operatori sanitari; promuovere informazione e responsabilizzazione della popolazione. Il testo tiene conto delle indicazioni dell’Oms e adotta un approccio adattabile a diversi scenari. Quanto alle misure si fa riferimento a dispositivi di protezione e all’utilizzo dei vaccini, e a interventi di controllo non farmacologici, Non si parla di lockdown, ma è previsto, in presenza di un patogeno respiratorio a elevata contagiosità, che possano essere valutate misure restrittive, autorizzate attraverso atti aventi forza di legge, per limitare aggregazioni di persone. Previsto anche, in certi scenari, il potenziamento dello smartworking e del telelavoro. ---End text--- Author: Redazione Heading: Il via libera Highlight: Image: -tit_org- Approvato il nuovo piano «Ci difenderà dalle pandemie» -sec_org- tp:writer§§ REDAZIONE guid§§ http://gimbe.telpress.it/news/2026/05/01/2026050103102207044.PDF §---§ title§§ Fine vita, sprint di FI con la regia Costa-Craxi Ma resta il nodo Ssn link§§ http://gimbe.telpress.it/news/2026/05/01/2026050103100807050.PDF description§§

Estratto da pag. 4 di "DUBBIO" del 01 May 2026

pubDate§§ 2026-05-01T04:34:00+00:00 arguments§§ http://gimbe.telpress.it/news/2026/05/01/2026050103100807050.PDF category§§ POLITICA SANITARIA subcategory§§ {'domain': ''} source§§ {'href': 'http://gimbe.telpress.it/news/2026/05/01/2026050103100807050.PDF', 'title': 'DUBBIO'} tp:url§§ tp:attach_fn§§ http://gimbe.telpress.it/news/2026/05/01/2026050103100807050.PDF tp:ocr§§ Fine vita, sprint di FI con la regia Costa-Craxi Ma resta il nodo Ssn FRANCESCA SPASIANO orza Italia fa sul serio: vuole una legge sul fine vita entro la fine della legislatura. E la vuole al pinito da mettere il tema al centro della prima riunione dei parlamentari azzurri dopo la svolta liberale impressa da Arcore. L'incontro si è tenuto mercoledì sera alla Camera, con il neo capogruppo Enrico Costa. Ma c'erano anche Stefania Craxi. che ha appena assunto la guida dei senatori, e Pierantonio Zanettin, relatore del testo base a Palazzo Madama insieme al collega di Fratelli d'Italia Ignazio Zullo. L'obiettivo'!' Sbloccare il ddl fermo nelle commissioni Giustizia e Affari sociali per portarlo m Aula al più presto. Non prima di aver superato le divergenze, diciamo così, che pure ci sono. Ma con cauto ottimismo nella possibilità di arrivare a una mediazione con gli alleati. «Abbiamo voluto conoscere lo stato dell'arte dei lavori al Senato, per poterci esprimere come deputati. Ovviamente nell'ambito della libertà di coscienza, che è una caratteristica della nostra azione su questi temi spiega Costa al Dubbio -. E stata una riunione molto sentita, con interventi di alto profilo. Complessivamente c'è stata una grande adesione e apprezzamento per l'iter che è stato intrapreso e im grande stimolo ad andare avanti. Il percorso avrà certamente le sue difficoltà, ma era necessario fare in modo che questo tema diventasse di rilevanza parlamentare, creando un coordinamento e facendo sentire il nostro sostegno». Insomma, se si trattava di sondare gli umori e mandare un messaggio, il risultato appare chiaro: la truppa azzurra, nei dne rami, è compatta. Ora resta da capire se lo stesso si possa dire del centrodestra. con la Lega che al momento tace e Fratelli d'Italia che non appare entusiasta. I melomani, in particolare, vogliono che il servizio sanitario resti escluso dai percorsi di fine vita per ciò che riguarda il personale, il farmaco e la strumentazione necessaria. E il nodo ha pesato sul testo per mesi, prima che il progetta sparisse del tutto dai radar. L'ultima novità arrivata a fine anno, con la sentenza 204 della Consulta sulla legge della Toscana, impugnata dal governo, che stabilisce tempi e procedure certe. I giudici hanno in gran parte salvato la norma e sancito «il diritto» del paziente, che abbia già ottenuto il via libera al suicidio assistito, di fare affidamento sulla sanità pubblica. Ma l'interpreta2Ìone "discorde" della decisione non ha incoraggiato l'iter di una legge nazionale, sulla quale è calato il sipario dopo le parole pro- nunciate dalla premier nella conferenza stampa di inizio anno. Per quel che trapela, i dubbi vanno cercati soprattutto dalle parti del governo. Ma per Stefaiua Craxi, che ha ripreso mano il dossier, sarebbe «del tutto ftiorviante parlaro di divisioni, oppure strumentalizzare ima discussione necessaria, indispensabile, per ragioni di stampa o peggio di propaganda politica». La neo-capogruppo ribadisce che il tema del fine vita «è un argomento che chiama in causa le coscienze, che mai e poi mai, da liberali, faremo ricadere in una misera logica parte, favorendo sempre una discussione tanto giuridica quanto etica all'altezza». «Certo - spiega la senatrice al Dubbio -, per noi il tema ñ centrale. E lo poniamo con forza. Ma vogliamo partire da un testo equilibrato, non dogmatico, rispettoso delle sentenze della Corte costituzionale e che disciplina i casi e il percorso di coloro che, in determinante circostanze, possono consapevolmente scegliere il loro destino. Un testo che tutela il diritto alla vita senza perdere mai di vista la libertà della persona, e la necessità di assicurare all'uomo la sua piena dignità anche nella morte. Per Forza Italia è un obiettivo che si può e si deve raggiungere questa legislatura. E nell'interesse di tutti, dei cittadini in primis». Quanto al ruolo del servizio sanitario, bisognerà trovare una soluzione. «Si possono individuare alcune opzioni possibili e praticabili, avendo come bussola d'intervento quella di evitare pro cedure inapplicabili e una sorta di inaccettabile "privatizzazione del riñe vita" - infatti la proposta prevede un intervento del comitato etico nazionale - che porterebbero a una diseguaglianza, anche di carattere economico, nella richiesta del suicidio assistito e ridurrebbero la garanzia di prevenire abusi nei confronti delle persone ammalate e vulnerabili». Da parte sua, il relatore di Fdl, Zullo, assicura che il testo è fermo perché mancano ancora i pareri della quinta commissione. E ribadisce: «Le norme di questa nazione prevedono che il Servizio sanitario nazionale debba agire per la vita e la salute». Per il melómano non è un «pregiudizio», ma un fatto: il fine vita non può rientrare tra i livelli essenziali di assistenza. Ma è possibile far affidamento sulla strumentazione e sul personale pubblico, pur prevedendo l'obiezione di coscienza del medico? Ciò che è certo, al momento, e che il Parlamento dovrà muoversi prima delle Regioni. E in particolare prima della Lombardia, dove i giovani azzurri hanno aperto alla proposta rilanciata dell'Associazione Luca Coscioni, "Liberi subito", che punta a raccogliere cinquemila firme entro la Ene di settembre. «Noi stiamo lavorando per dare delle linee guida che consentano di avere un comportamento omogeneo da parte di tutte le nostre Ats e Asst. Questo è quello che possiamo fare, che stiamo facendo ed è l'unica parte di competenza regionale», dice il governatore Attilio Fontana. Con Craxi che conclude: «In un ambito cosi delicato non possiamo permetterci soluzioni improvvisate o regolazioni disallineate: è indispensabile una regia unitaria che garantisca equilibrio, competenza e responsabilità istituzionale». -tit_org- Fine vita, sprint di FI con la regia Costa-Craxi Ma resta il nodo Ssn -sec_org- tp:writer§§ FRANCESCA SPASIANO guid§§ http://gimbe.telpress.it/news/2026/05/01/2026050103100807050.PDF §---§ title§§ Prevenzione La lotteria dei controlli link§§ http://gimbe.telpress.it/news/2026/05/01/2026050103100907051.PDF description§§

Estratto da pag. 18 di "ESPRESSO" del 01 May 2026

pubDate§§ 2026-05-01T04:34:00+00:00 arguments§§ http://gimbe.telpress.it/news/2026/05/01/2026050103100907051.PDF category§§ POLITICA SANITARIA subcategory§§ {'domain': ''} source§§ {'href': 'http://gimbe.telpress.it/news/2026/05/01/2026050103100907051.PDF', 'title': 'ESPRESSO'} tp:url§§ tp:attach_fn§§ http://gimbe.telpress.it/news/2026/05/01/2026050103100907051.PDF tp:ocr§§ Prevenzione La lotteria dei controlli l punto di partenza di ogni conversazione con chi si occupa di ricerca sul cancro e di cura dei pazienti oncologici è sempre questo: potremmo evitare il 40% dei tumori se solo facessimo più attenzione al nostro stile di vita. Ma ci sono anche altri fattori, fattori politici e di organizzazione del sistema sanitario, che pongono degli ostacoli sulla strada della prevenzione. Se guardiamo ai soli stili di vita – alimentazione sana, movimento, niente alcol o fumo – questo è un terreno sul quale le donne tendono a fare meglio degli uomini, per ragioni biologiche ma anche sociali e culturali. Di fatto, sviluppano meno tumori e li superano più spesso rispetto agli uomini. Eppure, in Italia nel 2025 sono state circa 179.800 le nuove diagnosi di cancro per le Del Mastro, direttric donne. Secondo i dati dell’Airc, cologia medica dell’ l’Associazione italiana per la ri- e membro del comit cerca sul cancro – che domeni- co di Airc. I numeri c ca 10 torna nelle piazze con l’A- che hanno ricevuto u zalea della Ricerca per la Festa al seno – la più freque della Mamma – , circa una su tre minile, circa il 31,1% nel corso della propria vita rice- dei casi sopravvivono ve una diagnosi di questo tipo. cessivi all’averne avut Non significa che non ci siPerò, proprio rigu ano stati cambiamenti impor- adottare per prevenir tanti: uno su tutti, oggi più di mori Del Mastro pu prima si sta diffondendo tra le tendenze cui presta pazienti la consapevolezza che tra tutte, quella che ri la malattia non vuol dire per ti, pur essendoci in n forza dover pensare al peggio. «Sicuramen- fumatrici rispetto ai f te sono meno spaventate rispetto al pas- gli ultimi anni c’è sta sato, nonostante una diagnosi di cancro la proporzione di don spaventi sempre, ma non c’è più un atteg- si è immediatamente giamento di ineluttabilità rispetto a quel- abbiamo visto una ri lo che sarà il decorso», conferma Lucia lità negli uomini e un I tudini r il 40 o sulla he alle meno lpisce servizi attesa: stacoli bblica Del Mastro, direttrice della clinica di Oncologia medica dell’Università di Genova e membro del comitato tecnico-scientifico di Airc. I numeri confortano: le italiane che hanno ricevuto una diagnosi di cancro al seno – la più frequente per il genere femminile, circa il 31,1% del totale – nell’89,5% dei casi sopravvivono nei cinque anni successivi all’averne avuto notizia. Però, proprio riguardo alle abitudini da adottare per prevenire l’insorgenza dei tumori Del Mastro puntualizza su alcune tendenze cui prestare attenzione; prima tra tutte, quella che riguarda il fumo. Infatti, pur essendoci in numeri assoluti meno fumatrici rispetto ai fumatori uomini, «negli ultimi anni c’è stato un incremento della proporzione di donne che fuma e questo si è immediatamente tradotto nel fatto che abbiamo visto una riduzione della mortalità negli uomini e un aumento della mortalità nelle donne per il tumore del polmone», spiega l’esperta. Inoltre, sebbene le donne siano più propense a seguire un corretta alimentazione, per entrambi i generi, in Italia, ci sono risultati insoddisfacenti sulla necessità di praticare maggiore attività fisica. «Abbiamo ormai delle dimostrazioni chiare che l’esercizio fisico riduce il rischio di alcuni tipi di tumore, tra cui per esempio il tumore della mammella, però purtroppo la popolazione italiana è ancora sedentaria», afferma Del Mastro, aggiungendo che nel nostro Paese siamo lontani dal riuscire a ridurre l’incidenza di alcuni tipi di tumore facendo leva sul movimento. E, infine, l’Italia è lontana anche dal raggiungimento dell’obiettivo di copertura per il vaccino contro il papillomavirus, fattore di rischio non solo per i tumori della cervice uterina ma anche di altri che interessano chiunque, con qualunque anatomia. L’obiettivo sarebbe di una copertura del 95% della popolazione entro i 13 anni d’età, ma resta di anno in anno al di sotto di questa soglia. Non sono solo i fattori biologici o culturali a intervenire nella nostra capacità di prevenire le malattie e intervenire con delle diagn osi precoci. Riuscire a fare un esame diagnostico o una visita medica nei tempi appropriati è un tema non solo medico ma politico e di organizzazione del Servizio sanitario nazionale (Ssn). Invece, solo il 39,9% delle cittadine e dei cittadini italiani riesce a ottenere una prestazione dal nostro Ssn nei tempi massimi previsti dalla legge. Questa percentuale è stata calcolata dall’Associazione Luca Coscioni a partire da dati ufficiali diffusi da Agenas, l’Agenzia nazionale per i servizi sanitari regionali, che gestisce anche la Piattaforma nazionale delle liste di attesa. L’Associazione denuncia una diffusione da parte della Piattaforma di dati «limitati, cumulativi e poco significativi», si legge in un report, che mette in evidenza come le informazioni sulle prenotazioni e i tempi di attesa siano incomplete e difficili da interpretare. Quello dei dati non è un problema solo teorico ma ha conseguenze sul modo in cui è organizzata la risposta del Ssn ai bisogni della popolazione. Sul proprio sito l’Associazione propone anche la diffusione del modulo per chiedere il percorso di tutela nei casi di ritardo, che garantisce la prestazione entro i tempi massimi, in regime di intramoenia o presso altra struttura convenzionata, senza costi aggiuntivi oltre al ticket. Ma come risolvere nel lungo termine il problema delle liste d’attesa e dei ritardi, che poi hanno anche un impatto effettivo sulla possibilità di fare prevenzione e diagnosi precoce, nei casi di tumore ma non solo? «Non è tanto un problema di carenze di personale o di I dati A le nuo per le Presta solo p su 10, l’assoc Coscio contro di cur soldi, che per carità vanno sempre bene – risponde Marcello Crivellini, docente di Analisi e organizzazione di sistemi sanitari al Politecnico di Milano e consigliere generale dell’Associazione Luca Coscioni – è un problema soprattutto di organizzazione, il Ssn ormai da un po’ di tempo non è più un sistema ma una somma di parti che sono malamente connesse tra loro». Crivellini ha individuato tre punti fondamentali sui quali intervenire. Il primo è, appunto, l’organizzazione: ministeri e Regioni «parlano sui giornali, ma fra loro, francamente, la collaborazione è minima», e anche tra Regioni e aziende ospedaliere il dialogo è migliorabile. Il secondo punto è la realizzazione completa del Cup, il Centro unico di prenotazione delle prestazioni sanitarie. Per Crivellini questo non è in realtà “unico” da nessuna parte, perché ai Cup regionali si affiancano i centri per le prenotazioni delle singole realtà ospedaliere e questo è particolarmente vero per il privato accreditato, che in alcune Regioni, come la Lombardia, copre circa la metà dell’offerta sanitaria. Avere dei Cup realmente efficienti e unificati permetterebbe di garantire maggiore controllo sulle prestazioni effettivamente offerte. Il docente pone un esempio: se per una risonanza magnetica il Cup regionale prevede un’attesa di sei mesi, nel frattempo il paziente può cercare e trovare altrove dove effettuare l’esame, attendendo di meno. Se poi non si presenta e non disdice l’appuntamento originario, finisce per contribuire al fenomeno del “no show”, quel numero rilevante di appuntamenti cui i pazienti non si presentano per vari motivi, perché magari come in questo caso sono riusciti a fare l’esame più rapidamente, o perché hanno scelto di non effettuarlo più. L’ultimo punto sul quale lavorare nel lungo termine per migliorare i tempi entro i quali il Ssn risponde alle richieste dei cittadini è l’appropriatezza degli esami e delle visite prescritti. «Siamo di fronte a molte prestazioni che risultano inutili», spiega Crivellini e cita una ricerca di Aress, l’Agenzia regionale strategica per la salute della Regione Puglia, secondo la quale in quel territorio circa quattro prescrizioni di Tac e risonanze magnetiche sono risultate inappropriato. Ed è un discorso che si può facilmente estendere anche al resto del Paese. Il risultato della mancanza di comunicazione tra i pezzi dello Stato che si occupano della sanità pubblica, delle lacune nei dati, delle liste di attesa no n solo lunghe ma disorganizzate, della domanda di esami e visite inflazionata da prescrizioni inutili, è una strada tortuosa per chi ha bisogno di cure e di diagnosi. Se è vero che siamo responsabili del nostro stile di vita e del suo impatto sulla salute, è altrettanto vero che sulla prevenzione e la diagnosi precoce, anche dei tumori, pesa quel ritardo nelle visite e gli esami, in quasi il 60% dei casi. ---End text--- Author: JESSICA MARIANA MASUCCI Heading: Highlight: Le abitudini incidono per il 40 per cento sulla malattia. Che alle donne fa meno paura, ma colpisce una su 3. Disservizi e liste d’attesa: il percorso a ostacoli della sanità pubblica I dati Airc: 179.800 le nuove diagnosi per le donne. Prestazioni puntuali solo per 4 pazienti su 10, secondo l’associazione Luca Coscioni mobilitata contro i ritardi di cure e assistenza Image:DONATELLA Il cancro e la mutazione mi hanno tolto i seni, le tube, le ovaie, ma non la femminilità e il mio essere me stessa. La protesi non mi restituiva nulla di ciò che il cancro mi ha levato. Ho voluto restare flat e ho imparato ad accettarmi. Foto e pittura sul corpo mi hanno fatto scoprire una me che non conoscevo. Ora mi voglio ancora più bene. Come Flat vogliamo essere un ponte coi chirurghi, per informare e aiutare a scegliere FRANCESCA PAOLA Dopo mastectomia, chemio e radio, l’unica ricostruzione possibile del mio seno era con l’innesto di un pezzo del muscolo gran dorsale e lembi di pelle presi dai glutei e altre zone meno visibili. La parte sinistra del mio torace avrebbe avuto l’aspetto di un patchwork. Ho detto no e oggi sono flat monolaterale senza rimpianti. Condivisione e consapevolezza rendono libere di scegliere... di essere Farfalle Libere! PAOLA Anche chi non vuole ricostruire deve avere il suo posto nella società. Sono una mono-seno convinta della sua scelta: ho preferito l’asimmetria naturale a quella artificiale. Se vogliamo indicarla come una scelta estetica, sì, per me lo è stata! Mi piace poter decidere del mio corpo. Dopo un male così devastante, restare flat e accettarsi è stata per me la più grande sconfitta degli stereotipi sul corpo femminile SARA Io non sono un protocollo! Ciò che va bene a nove donne, non è detto sia la scelta giusta anche per la decima. La protesi mi ha uccisa più del cancro. L’ho tolta contro il parere dei medici e mi piaccio così, con il mio solo seno naturale a destra. Dopo tanti gruppi, ho incontrato Mastectomia semplice senza ricostruzione - Flat-Farfalle libere e mi sono sentita finalmente a casa. A tal punto che oggi ne sono amministratrice! -tit_org- Prevenzione La lotteria dei controlli -sec_org- tp:writer§§ JESSICA MARIANA MASUCCI guid§§ http://gimbe.telpress.it/news/2026/05/01/2026050103100907051.PDF §---§ title§§ Fdi lancia l'allarme: «Spese fuori controllo nella sanità pugliese» link§§ http://gimbe.telpress.it/news/2026/05/01/2026050103102007046.PDF description§§

Estratto da pag. 10 di "GIORNALE" del 01 May 2026

pubDate§§ 2026-05-01T04:34:00+00:00 arguments§§ http://gimbe.telpress.it/news/2026/05/01/2026050103102007046.PDF category§§ POLITICA SANITARIA subcategory§§ {'domain': ''} source§§ {'href': 'http://gimbe.telpress.it/news/2026/05/01/2026050103102007046.PDF', 'title': 'GIORNALE'} tp:url§§ tp:attach_fn§§ http://gimbe.telpress.it/news/2026/05/01/2026050103102007046.PDF tp:ocr§§ DA EMILIANO A DECARO Fdi lancia l’allarme: «Spese fuori controllo nella sanità pugliese» Una voragine da 369 milioni nei conti della sanità pugliese, con il rischio concreto che il costo ricada sui cittadini sotto forma di aumento dell’Irpef. Così il centrodestra accende i riflettori sulla crisi, con un comunicato congiunto firmato dai capigruppo di Fdi, Fi, Lega e Misto in consiglio regionale, che chiede «nomi e cognomi» dei responsabili del disavanzo maturato nel 2025 e reclama l’istituzione di una commissione d’indagine. Il tutto, rimarca ancora l’opposizione, mentre alla Regione, che da 21 anni è governata ininterrottamente dal centrosinistra, ora tocca spiegare a Mef e dicastero della Salute in che modo rientrare dal deficit-monstre. Nel mirino, ovviamente, finiscono il presidente Antonio Decaro (nella foto) e la giunta, in particolare l’assessore alla Salute Donato Pentassuglia, accusati di fare «scena muta» e di non voler spiegare «come e chi abbia creato questo debito spaventoso». Così, spiega la nota, «chiediamo una Commissione d’indagine urgente per chiarire ogni singola voce di spesa e i responsabili. Vogliamo l’elenco, vogliamo nomi e cognomi». Il sospetto del centrodestra – «quasi una certezza», chiosano i capigruppo - è diretto quanto esplicito: «Nel 2025 la spesa sanitaria è andata fuori controllo per foraggiare clientele e accordi elettorali in vista delle regionali». Accuse pesanti, alle quali si aggiunge la denuncia di una inutile «corsa ai tagli dei nastri di ospedali, ambulatori e sale operatorie ancora chiusi dopo mesi». L’opposizione si domanda anche perché, a proposito del contributo al buco della spesa farmaceutica, «già negli anni passati non siano stati rimossi i direttori generali (delle Asl, ndr) che non hanno vigilato sullo splafonamento», quando una legge regionale prevede «esplicitamente la decadenza in caso di mancato rispetto dei tetti di spesa». E la nota congiunta conclude criticando Decaro, reo di «presentare ai pugliesi» il conto «di questi sprechi che si sommano a mille altri – manutenzioni e incarichi inutili, nomine e promozioni regalate, acquisti sfrenati». Va ricordato, peraltro, che il disavanzo non nasce certo oggi. Negli ultimi anni il colore della sanità pugliese è stato sempre il rosso, con equilibri raggiunti spesso attraverso manovre straordinarie. Basti pensare che per la mobilità passiva, i soldi spesi per i «viaggi della salute«, nel solo ’24 sono usciti dalle casse regionali 230 milioni di euro, con un totale aggregato dell’ultimo decennio che sfiora i 2 miliardi di euro. ---End text--- Author: Massimo Malpica Heading: Highlight: Image: -tit_org- Fdi lancia l'allarme: «Spese fuori controllo nella sanità pugliese» -sec_org- tp:writer§§ Massimo Malpica guid§§ http://gimbe.telpress.it/news/2026/05/01/2026050103102007046.PDF §---§ title§§ Medicina generale in sciopero link§§ http://gimbe.telpress.it/news/2026/05/01/2026050103101707043.PDF description§§

Estratto da pag. 26 di "ITALIA OGGI" del 01 May 2026

pubDate§§ 2026-05-01T04:34:00+00:00 arguments§§ http://gimbe.telpress.it/news/2026/05/01/2026050103101707043.PDF category§§ POLITICA SANITARIA subcategory§§ {'domain': ''} source§§ {'href': 'http://gimbe.telpress.it/news/2026/05/01/2026050103101707043.PDF', 'title': 'ITALIA OGGI'} tp:url§§ tp:attach_fn§§ http://gimbe.telpress.it/news/2026/05/01/2026050103101707043.PDF tp:ocr§§ Medicina generale in sciopero Il Sindacato medici italiani (Smi) ha proclamato lo stato di agitazione della categoria in relazione al progetto di riforma della medicina generale promosso dal ministero della salute. A renderlo noto è lo stesso Smi, attraverso una nota diffusa ieri. «La proposta di riorganizzazione dell’assistenza territoriale», si legge nel documento, «presenta criticità rilevanti che rischiano di compromettere il ruolo centrale del medico di medicina generale nel Ssn. In particolare», sottolinea il sindacato, «esprimiamo forte preoccupazione per possibili modifiche del rapporto convenzionale, per la ridefinizione delle modalità organizzative delle cure primarie e per il rischio di una progressiva perdita di autonomia professionale». Lo Smi evidenzia inoltre un ulteriore nodo legato alle case di comunità: «Per coloro che volontariamente volessero lavorare nelle case di comunità, viene impedito l’accesso per la mancanza di regole chiare sull’equipollenza dell’attuale corso di formazione in medicina generale con la specializzazione». ______© Riproduzione riservata _____ n ---End text--- Author: Redazione Heading: Highlight: Image: -tit_org- Medicina generale in sciopero -sec_org- tp:writer§§ REDAZIONE guid§§ http://gimbe.telpress.it/news/2026/05/01/2026050103101707043.PDF §---§ title§§ Voragine nei conti della sanità «Subito una commissione per accertare le responsabilità» link§§ http://gimbe.telpress.it/news/2026/05/01/2026050103101007048.PDF description§§

Estratto da pag. 7 di "TEMPO" del 01 May 2026

pubDate§§ 2026-05-01T04:34:00+00:00 arguments§§ http://gimbe.telpress.it/news/2026/05/01/2026050103101007048.PDF category§§ POLITICA SANITARIA subcategory§§ {'domain': ''} source§§ {'href': 'http://gimbe.telpress.it/news/2026/05/01/2026050103101007048.PDF', 'title': 'TEMPO'} tp:url§§ tp:attach_fn§§ http://gimbe.telpress.it/news/2026/05/01/2026050103101007048.PDF tp:ocr§§ PUGLIA Voragine nei conti della sanità «Subito una commissione per accertare le responsabilità» ••• «Subito una commissione d’indagine per accertare i responsabili del buco sanitario pugliese: per il deficit di 369 milioni bisognerà chiarire ogni singola voce. Vogliamo l’elenco: nomi e cognomi». Questa la richiesta avan- Anton zata dai gruppi della minoPres ranza di centrodestra nel della Consiglio regionale della PuP glia: Fratelli d’Italia, Forza Italia, Lega Puglia e gruppo Misto. «La Puglia è in un vicolo cieco, e ai cittadini verrà imposto di pagare di tasca propria, con l’aumento dell’addizionale Irpef, parte della voragine da 369 milioni accumulata nel 2025 nei conti della sanità regionale. Si apre ora una fase commissariale, e la Regione dovrà dire ai ministeri di Economia e Salute come intende uscire dal deficit», avvertono i 4 gruppi del centrodestra. «Siccome il presidente Decaro e l’assessore Pentassuglia, a fronte di nostre reiterate richieste, fanno scena muta e non spiegano come e chi abbia creato questo debito spaventoso, li mettiamo spalDecaro le al muro e chiediamo una nte Commissione d’indagine urgione gente per chiarire il nostro a dubbio, che è quasi una certezza: nel 2025 la spesa sanitaria è andata fuori controllo per foraggiare clientele e accordi elettorali in vista delle regionali. Per non dire della corsa ai tagli dei nastri di ospedali, ambulatori e sale operatorie ancora chiusi dopo mesi». E Fdi accusa la Giunta Decaro: «Ha rimescolato le deleghe dei Dipartimenti, ma lasciando il numero esattamente a quello che era precedentemente: 13 posti». RED. IN. ---End text--- Author: RED.IN. Heading: Highlight: Image:Antonio Decaro Presidente della Regione Puglia -tit_org- Voragine nei conti della sanità «Subito una commissione per accertare le responsabilità» -sec_org- tp:writer§§ RED.IN. guid§§ http://gimbe.telpress.it/news/2026/05/01/2026050103101007048.PDF §---§ title§§ Varato il nuovo piano pandemico Mai più lockdown e vaccini per tutti = Passa Il piano anti pandemie Niente lockdovwun alla Conte e vaccini iniettati a casaccio link§§ http://gimbe.telpress.it/news/2026/05/01/2026050103101107049.PDF description§§

Estratto da pag. 14 di "VERITÀ" del 01 May 2026

Ok della Conferenza Stato-Regioni. Restrizioni da valutare in base a gravità dei virus e impatto economico. Per i farmaci sarà richiesta «appropriatezza prescrittiva»

pubDate§§ 2026-05-01T04:34:00+00:00 arguments§§ http://gimbe.telpress.it/news/2026/05/01/2026050103101107049.PDF category§§ POLITICA SANITARIA subcategory§§ {'domain': ''} source§§ {'href': 'http://gimbe.telpress.it/news/2026/05/01/2026050103101107049.PDF', 'title': 'VERITÀ'} tp:url§§ tp:attach_fn§§ http://gimbe.telpress.it/news/2026/05/01/2026050103101107049.PDF tp:ocr§§ Varato il nuovo piano pandemico Mai più lockdown e vaccini per tutti APPROVATO IN CONFERENZA STATO-REGIONI Passa il piano anti pandemie Niente lockdown alla Conte e vaccini iniettati a casaccio Ok della Conferenza Stato-Regioni. Restrizioni da valutare in base a gravità dei virus e impatto economico. Per i farmaci sarà richiesta «appropriatezza prescrittiva» n L a C o n f erenza StatoR e g i o n i a pprova il nuovo piano pandemico. Che contempla restrizioni, purché proporzionate alla gravità della situazione, tenendo conto del loro impatto economico e delle evidenze scientifiche, in base a norme trasparenti. Farmaci e vaccini? Somministrati solo se appropriato. a pagina 14 n Orazio Schillaci ha battuto un colpo: il nuovo piano pandemico 2025-2029, approvato ieri dalla Conferenza StatoRegioni, dovrebbe aver archiviato i lockdown alla Conte e le vaccinazioni forzate alla Speranza. Lo si evince consultando la sezione dedicata agli «interventi non farmacologici» (Npi) per il controllo delle infezioni. Essa conferma che, qualora si diffonda un «patogeno respiratorio ad elevata contagiosità e/o patogenicità», verranno «valutate misure restrittive e autorizzate attraverso leggi o atti aventi forza di legge» (quindi, niente più dpcm, i famigerati decreti del presidente del Consiglio sfornati a raffica da Giuseppi), con l’obiettivo di «limitare o evitare aggregazioni di persone». Tuttavia, il documento riconosce che, siccome «possono incidere sulle libertà personali», i provvedimenti dovranno «essere sostenuti sia da un processo decisionale trasparente basato sulle conoscenze e sulle evidenze disponibili sia da solidi quadri giuridici». Due precisazioni che non trascurabili: entrambe le condizioni mancarono quando l’allora premier dei 5 stelle e il ministro della Salute introdussero regole di dubbia efficacia, con deroghe grottesche (ricordate gli «affetti stabili»?) e dalle comprovate conseguenze disastrose (le altre gravi malattie trascurate, nonché il record di ore di lezione perdute a scuola). L’applicazione dei divieti, si legge nel piano pandemico, avrà «intensità proporzionale alla contagiosità e/o alla patogenicità dell’agente patogeno». In più, si terrà conto delle «ripercussioni» che le contromisure «possono determinare sulla popolazione in termini sociali ed economici». È il riconoscimento di un principio fondamentale: anche nella gestione di un’emergenza, il governo deve saper soppesare e bilanciare diversi principi e beni altrettanto degni di considerazione. Compreso il diritto di portare a casa il pane. Quanto alle campagne di vaccinazione e alla somministrazione di farmaci, il testo è chiaro: senza sbandate pseudoscientifiche o derive complottiste, evidenzia che ogni campagna dovrà «garantire u n’elevata appropriatezza prescrittiva, intesa come corrispondenza tra indicazione clinica, scelta terapeutica e profilo del paziente». Alla luce di queste indicazioni, viene difficile immaginare una replica dell’increscioso spettacolo della persecuzione fondata sul green pass. Con milioni di giovani sottoposti a ricatto medico-politico, in assenza di adeguata valutazione del rapporto tra rischio e benefici delle inoculazioni di vaccini anti Covid. È la clausola che dovrebbe impedire tragedie come quella di Camilla Canepa , la diciottenne ligure stroncata dal medicinale di Astrazeneca. Le Regioni e le Province autonome hanno chiesto al governo di intervenire ancora su due fronti. Primo: assicurare che le risorse possano essere utilizzate per reclutare personale anche in deroga ai tetti attualmente previsti, com’è accaduto già con la legge di Bilancio 2025; e ammettere le Regioni a statuto speciale e le Province autonome di Treno e Bolzano alla ripartizione di eventuali risorse aggiuntive, qualora si rendano disponibili. Attenzione, però: un’altra novità importante è che non arriveranno fondi a pioggia. I finanziamenti pluriennali, con stanziamenti crescenti (50 milioni per il 2025, 150 per il 2026 e 300 l’anno dal 2027), saranno vincolati a una pianificazione dettagliata da parte degli enti. Entro 90 giorni dalla stipula dell’accordo, Regioni e Province autonome dovranno trasmettere al ministero della Salute la delibera di recepimento del piano (pensato per virus respiratori e influenzali) e il cronoprogramma con le prime azioni per attuarlo; entro nove mesi dovrà arrivare un secondo cronoprogramma; dal 2027 saranno necessarie relazioni di attività e resoconti finanziari. L’erogazione del denaro pubblico sarà subordinata al rispetto e alla verifica di questi passaggi: prima si approvano i programmi, poi vengono valutati, infine si sbloccano i soldi. A svolgere il ruolo di supervisore sarà un Comitato di coordinamento, vero e proprio organismo di controllo centralizzato. Utile anche a definire bene le rispettive competenze di Stato e Regioni - uno dei punti che, nel 2020, creò confusione e compromise la reazione all’epidemia. Tutto affinché non si ripeta l’indegna recita di Conte. Che in tv giurava: «Siamo prontissimi». E poi ci rinchiuse a doppia mandata. © RIPRODUZIONE RISERVATA ---End text--- Author: ALESSANDRO RICO Heading: APPROVATO IN CONFERENZA STATO-REGIONI Highlight: Image:ADDETTO AI LAVORI Il ministro della Salute, Orazio Schillaci [Ansa] -tit_org- Varato il nuovo piano pandemico Mai più lockdown e vaccini per tutti Passa Il piano anti pandemie Niente lockdovwun alla Conte e vaccini iniettati a casaccio -sec_org- tp:writer§§ ALESSANDRO RICO guid§§ http://gimbe.telpress.it/news/2026/05/01/2026050103101107049.PDF §---§