title§§ Fiere, a We Make Future 2026 stage formativi e speaker internazionali link§§ http://gimbe.telpress.it/news/2026/04/08/2026040803025809330.PDF description§§

Estratto da pag. 1 di "adnkronos.com" del 08 Apr 2026

AI, Digital Marketing e innovazione protagonisti della rassegna a BolognaFiere

pubDate§§ 2026-04-08T12:52:00+00:00 arguments§§ http://gimbe.telpress.it/news/2026/04/08/2026040803025809330.PDF category§§ GIMBE subcategory§§ {'domain': ''} source§§ {'href': 'http://gimbe.telpress.it/news/2026/04/08/2026040803025809330.PDF', 'title': 'adnkronos.com'} tp:url§§ https://www.adnkronos.com/economia/fiere-a-we-make-future-2026-stage-formativi-e-speaker-internazionali_5QRIkD6dVSuYT9YCrrqtUC tp:attach_fn§§ http://gimbe.telpress.it/news/2026/04/08/2026040803025809330.PDF tp:ocr§§ AI, Digital Marketing e innovazione protagonisti della rassegna a BolognaFiereSi delinea l’anteprima del programma formativo del WMF 2026 (24 - 26 giugno BolognaFiere), che si preannuncia come il più completo al mondo per i settori AI, Digital Marketing e Innovazione, con decine di percorsi verticali, momenti di approfondimento e opportunità di aggiornamento rivolte a professionisti, imprese, startup e operatori dell’innovazione. Già annunciati infatti, all’interno della Fiera internazionale B2B sull’innovazione AI, Tech e Digital, +70 stage formativi, degli oltre 90 in programma, insieme a più di 400 speaker da tutto il mondo, degli oltre 1.000 previsti tra Mainstage e stage formativi, che esploreranno in modo trasversale i principali ambiti dell’innovazione: dall’Intelligenza Artificiale alla robotica, dal digital marketing alla data analysis e poi cybersecurity, open innovation e imprenditorialità, salute, informazione, governance, impatto sociale e tantissimo altro.A portare sul palco visioni e competenze saranno, tra gli altri, rappresentanti di OpenAI, Anthropic, NVIDIA, Google, Microsoft, Dell Technologies e Intel, IIT, ESA - European Space Agency e CINECA, insieme a esperti come Daniele Pucci (Generative Bionics) e Alberto Sangiovanni Vincentelli (UC Berkeley), Brunello Cucinelli, Bryan Madden (AMD), Alicia Hanf (LG NOVA - LG Electronics), Ajaz Ahmed Siddiqui (Microsoft), Ayumi Moore Aoki (Women in Tech® Global), Alec Ross (Bologna Business School), Chris Bangle (Ex BMW), Mara Dettmann (Lego Group) a cui si affiancheranno rappresentati delle istituzioni tra cui Lucilla Sioli (Direttrice dell’AI Office della Commissione Europea), Michiel Scheffer (President, European Innovation Council), Orazio Schillaci (Ministro della Salute), Anna Ascani (Vicepresidente della Camera dei Deputati), Sergio Strozzi, (Head of Innovation, Technology and Startups, MAECI), Luigi Di Maio (EU Special Representative for the Gulf Region) e voci del mondo dell’informazione e della cultura come Leyla Elchekhly (Al Jazeera), Randa Ghazy, Cecilia Sala, Enrico Mentana, Lorenzo Tondo e Corrado Formigli.Il programma formativo si sviluppa in coerenza con le 14 industry strategiche del WMF, permettendo a professionisti, aziende, startup e istituzioni di costruire percorsi personalizzati tra stage verticali. Con oltre 73.000 presenze da 90 Paesi, più di 1.000 speaker e oltre 700 espositori e sponsor nel 2025, il WMF si conferma dunque piattaforma globale capace di portare in Italia competenze e visioni dai principali ecosistemi internazionali.“Con questa anteprima offriamo una prima visione concreta dell’ampiezza e della direzione del programma formativo del WMF 2026”, afferma Cosmano Lombardo, Founder e CEO di Search On Media Group e ideatore del WMF – We Make Future. “I 70 stage e centinaia di speaker internazionali già annunciati rappresentano l’inizio di un percorso multidisciplinare che scopre il mondo di oggi e di domani, dall’Intelligenza Artificiale al digital business e l’imprenditoria innovativa fino all’impatto sociale delle tecnologie. Il valore per chi partecipa è poter costruire un’esperienza formativa su misura, entrando in contatto diretto con competenze e visioni provenienti dai principali ecosistemi globali”Il programma formativo del WMF 2026 si caratterizza per ampiezza, varietà e applicabilità concreta, offrendo a professionisti, aziende e operatori dell’innovazione la possibilità di costruire percorsi personalizzati tra decine di stage verticali, in base ai propri obiettivi e ambiti di interesse. Dall’Intelligenza Artificiale alla robotica, dal digital marketing ai modelli di business emergenti, fino a informazione, lavoro e impatto sociale, il programma dà una lettura trasversale delle principali trasformazioni in atto. Tra gli stage già annunciati, largo a ben 16 verticali sull’AI tra cui AI & Business Transformation, Agentic AI, Robotics & Physical AI, AI Solutions, Machine Learning, insieme a percorsi dedicati a Coding e Vibe Coding, Cybersecurity, e a quelli dedicat i alla formazione e supporto all’internazionalizzazione di startup e imprese come VCs & Startup, Entrepreneurship, Management & leadership e Impact to business.Particolare spazio è dedicato al Digital Marketing, analizzato in tutte le sue principali leve attraverso numerosi stage verticali come Digital Marketing & Business Solutions, Social Media Strategies, Search & AI, Advertising, Brand Strategy, Automation & CRM, Data & Analytics, Video & Connected TV, AI Marketing e AI Commerce, che offriranno strumenti, casi reali e strategie applicabili. Su questi temi si confronteranno professionisti ed esperti del settore come Alessio Pomaro (Search On Media Group), Filippo Trocca (Making Science), Giorgio Taverniti (Search On Media Group), Roberto Nardini e Veronica Gentili, insieme a figure e realtà attive nell’ecosistema digitale come Marcello Majonchi (Arduino), Gabriele Pavanello (The Fork) e Luca Castelli (Will Media). A completare il quadro, il programma si sviluppa anche su ambiti come Fintech & Digital Assets, UX & UI, Audio & Visual Production, Legal Tech, Digital Health, Work & HR, EduTech, Journalism, Tourism & Travel, Tech for No Profit e Music & Art, offrendo una lettura integrata delle trasformazioni tra tecnologia, società e sviluppo sostenibile.Tra Mainstage e stage formativi, a portare contributi provenienti dai principali ecosistemi dell’innovazione saranno, tra i già annunciati, anche Aprajita Jain (Google), Marco Pavone (NVIDIA), Francesco Ubertini (CINECA), Federico Menna (28 Dgtl), Pierre-Philippe Mathieu (ESA), Piergiorgio Marini (Philip Morris International) e i rappresentanti di Klarna e Cubbit, per il panel Scaleup for future. Il confronto si estenderà poi alla dimensione culturale e sociale, con la partecipazione del Presidente FIMI (Federazione Industria Musicale Italiana) Enzo Mazza, di Siyabulela Mandela, Pegah Moshir Pour e lo scrittore e drammaturgo Stefano Massini, mentre ulteriore spazio sarà dedicato al mondo della content creation e alla creator economy con i primi creator annunciati Slim Dogs, Jakidale, Le Karma B, Pierluca Mariti (Piuttosto Che), Michele Basile e Beatrice Rigillo.A rafforzare poi la qualità del programma contribuiscono gli stage sviluppati in collaborazione con realtà di riferimento nei rispettivi settori, che porteranno sul palco veri e propri eventi formativi verticali. Tra questi, Backend & Cloud con DEVPUNKS, UX & UI con Architecta, Search & AI con Search Tech e Digital Health con la Fondazione GIMBE, insieme allo stage Content Creators con le due realtà Chimera Agency & Talia Media. Lo stage Social Media Strategies, sarà invece una vera e propria summer edition dell’omonimo e principale evento italiano dedicato ai Social e al Web Marketing, configurandosi come evento formativo dedicato all’interno della manifestazione. Un’offerta che consente ai partecipanti di accedere a contenuti sviluppati con la collaborazione di player attivi nei diversi ambiti, ampliando le opportunità di aggiornamento e confronto su casi concreti, strumenti e best practice.Appuntamento quindi dal 24 al 26 giugno a BolognaFiere per l’evento di riferimento a livello globale per la formazione e l’aggiornamento dei professionisti nei settori AI, Digital Marketing e Tech: è già possibile consultare online l’anteprima del programma formativo e accedere alle offerte ticket per partecipare al WMF 2026, disponibili fino al 24 aprile.WMF – We Make Future è ideato, organizzato e prodotto da Search On Media Group. La manifestazione si svolge con il patrocinio della Commissione Europea, della Regione Emilia-Romagna e del Comune di Bologna, con il supporto del MAECI – Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale, di ICE – Agenzia per la promozione all’estero e l’internazionalizzazione delle imprese italiane e della Regione Emilia-Romagna. Con la collaborazione di BolognaFiere, Cineca ed ESA – European Space Agency. tp:writer§§ Adnkronos guid§§ http://gimbe.telpress.it/news/2026/04/08/2026040803025809330.PDF §---§ title§§ Uil e Uilfpl, sanità già in crisi, con autonomia si rischia il collasso - Notizie link§§ http://gimbe.telpress.it/news/2026/04/08/2026040803033209264.PDF description§§

Estratto da pag. 1 di "ansa.it" del 08 Apr 2026

"La sottoscrizione delle pre-intese sull''autonomia differenziata in materia sanitaria impone una riflessione che la Uil e la Uilfpl Calabria non intendono eludere. (ANSA)

pubDate§§ 2026-04-08T12:30:00+00:00 arguments§§ http://gimbe.telpress.it/news/2026/04/08/2026040803033209264.PDF category§§ GIMBE subcategory§§ {'domain': ''} source§§ {'href': 'http://gimbe.telpress.it/news/2026/04/08/2026040803033209264.PDF', 'title': 'ansa.it'} tp:url§§ https://www.ansa.it/calabria/notizie/2026/04/08/uil-e-uilfpl-sanita-gia-in-crisi-con-autonomia-si-rischia-il-collasso_b5afb960-25c7-4156-ad05-10870ce9cbb1.html tp:attach_fn§§ http://gimbe.telpress.it/news/2026/04/08/2026040803033209264.PDF tp:ocr§§ "La sottoscrizione dellepre-intese sull'autonomia differenziata in materia sanitariaimpone una riflessione che la Uil e la Uilfpl Calabria nonintendono eludere. La nostra posizione è chiara: non si puòprocedere su questa strada senza prima aver riequilibrato unsistema che già oggi penalizza strutturalmente il Mezzogiorno ela Calabria in particolare". È quanto affermano MariaelenaSenese e Walter Bloise, segretari generali Uil e UilfplCalabria, in una nota.     "I dati - proseguono - parlano da soli. La Calabria registraun saldo passivo di mobilità sanitaria pari a 326,9 milionil'anno. E il dato è in crescita. Oltre 40.000 calabresi siricoverano fuori regione ogni anno. Il Report della FondazioneGimbe certifica che nel 2023 la mobilità sanitariainterregionale nazionale ha raggiunto il record storico di 5,15miliardi di euro, con flussi concentrati specialmente versoLombardia, Emilia-Romagna e Veneto. La Calabria è tra le regioniche contribuiscono di più a quel dato e tra quelle che nebeneficiano di meno. Dietro questi numeri c'è un problema diqualità delle cure e fiducia. I cittadini calabresi convivonoquotidianamente con sistemi di prenotazione inefficienti, tempid'attesa insostenibili, presidi ospedalieri difficili daraggiungere, Pronto Soccorso sovraffollati e una riduzione delleGuardie Mediche sul territorio. Il risultato è un servizio allepersone lacunoso e poco efficiente".     "C'è un aspetto - affermano i sindacalisti - che troppospesso viene sottovalutato nel dibattito pubblico: l'accessoalle cure, in Calabria, è già oggi un percorso a ostacoli, realee quotidiano. Ottenere una visita specialistica o un esamediagnostico significa, nella maggior parte dei casi, attenderemesi, percorrere centinaia di chilometri, fare i conti construtture sottodimensionate e con un'offerta territoriale semprepiù rarefatta. Per molti cittadini, soprattutto anziani, personesole o residenti nelle aree interne, questo si traducedirettamente in rinuncia alle cure. Chi non può permettersi dirinunciare è spesso costretto a partire. Viaggi lunghi, spese ditrasporto e alloggio, giorni di lavoro persi, famiglie che siorganizzano intorno a un malato lontano: sono costi che lo Statonon contabilizza, ma che ricadono interamente sulle spalle deicalabresi e, in modo sproporzionato, sulle fasce economicamentepiù fragili. Un meccanismo che si autoalimenta: meno pazientirestano, meno risorse rimangono, meno si investe, più èdifficile trattenere personale qualificato. Questa condizionenon è accettabile oggi e sarà insostenibile domani, sel'autonomia differenziata dovesse procedere senza adeguategaranzie di riequilibrio".     "In questo contesto, in Calabria, l'autonomia differenziatanon risolve il problema, ma lo aggrava - spiegano Senese eBloise -. Consentire alle Regioni già più ricche di tratteneremaggiori risorse e competere sul piano salariale significherebbeaccelerare la fuga di medici e infermieri dal Sud, aumentare lamobilità passiva e spingere le famiglie meno abbienti arinunciare alle cure per l'impossibilità di sostenere i costi,diretti e indiretti, dello spostarsi. Si configurerebbe, neifatti, una sanità a due livelli: sistemi regionali avanzati alNord, e contesti sanitari sempre più fragili, incapaci di< br/>rispondere ai bisogni reali dei cittadini nel Mezzogiorno. Unaprospettiva incompatibile con i principi costituzionali diuguaglianza e con l'idea stessa di Servizio sanitarionazionale".     "Chiediamo - concludono Senese e Bloise - azioni strutturaliche puntino a ricostruire la fiducia dei cittadini attraversotrasparenza e riduzione delle liste d'attesa; ad investire inpoli di eccellenza regionali; a fermare l'emorragia di personalesanitario; a reinvestire le risorse della mobilità passiva nelpotenziamento delle strutture locali; a costruire reti clinicheinterregionali basate sulla collaborazione, non sullaconcorrenza. Il Servizio sanitario nazionale deve rimanerefondato su universalità, uguaglianza ed equità. Chiediamoun'assunzione di responsabilità politica a tutti i livelli: lasalute non può diventare un fattore di disuguaglianzaterritoriale. Il nostro obiettivo è garantire ai cittadinicalabresi lo stesso diritto alla cura di chi vive nelle regionipiù forti. Senza dover partire. Senza dover pagare di più. Senzadover rinunciare alla salute. Il tempo delle parole e degli spotè finito», concludono Senese e Bloise".    Riproduzione riservata © Copyright ANSA tp:writer§§ Redazione ANSA guid§§ http://gimbe.telpress.it/news/2026/04/08/2026040803033209264.PDF §---§ title§§ Sanità e autonomia differenziata, il monito di UIL e UILFPL Calabria: “Sanità già in crisi, cosi si rischia il collasso” link§§ http://gimbe.telpress.it/news/2026/04/08/2026040802929608244.PDF description§§

Estratto da pag. 1 di "approdocalabria.it" del 08 Apr 2026

pubDate§§ 2026-04-08T07:45:00+00:00 arguments§§ http://gimbe.telpress.it/news/2026/04/08/2026040802929608244.PDF category§§ GIMBE subcategory§§ {'domain': ''} source§§ {'href': 'http://gimbe.telpress.it/news/2026/04/08/2026040802929608244.PDF', 'title': 'approdocalabria.it'} tp:url§§ https://www.approdocalabria.it/sanita-e-autonomia-differenziata-il-monito-di-uil-e-uilfpl-calabria-sanita-gia-in-crisi-cosi-si-rischia-il-collasso/ tp:attach_fn§§ http://gimbe.telpress.it/news/2026/04/08/2026040802929608244.PDF tp:ocr§§ Apr 08, 2026 - redazione«La sottoscrizione delle pre-intese sull’autonomia differenziata in materia sanitaria impone una riflessione che la UIL e la UILFPL Calabria non intendono eludere. La nostra posizione è chiara: non si può procedere su questa strada senza prima aver riequilibrato un sistema che già oggi penalizza strutturalmente il Mezzogiorno e la Calabria in particolare». È quanto affermano Mariaelena Senese e Walter R.E. Bloise, segretari generali UIL e UILFPL Calabria, in una nota stampa.Per Senese e Bloise «i dati parlano da soli. La Calabria registra un saldo passivo di mobilità sanitaria pari a 326,9 milioni di euro l’anno. E il dato è in crescita. Oltre 40.000 calabresi si ricoverano fuori regione ogni anno. Il Report della Fondazione GIMBE certifica che nel 2023 la mobilità sanitaria interregionale nazionale ha raggiunto il record storico di 5,15 miliardi di euro, con flussi concentrati specialmente verso Lombardia, Emilia-Romagna e Veneto. La Calabria è tra le regioni che contribuiscono di più a quel dato e tra quelle che ne beneficiano di meno».«Dietro questi numeri c’è un problema di qualità delle cure e fiducia – proseguono Senese e Bloise -. I cittadini calabresi convivono quotidianamente con sistemi di prenotazione inefficienti, tempi d’attesa insostenibili, presidi ospedalieri difficili da raggiungere, Pronto Soccorso sovraffollati e una riduzione delle Guardie Mediche sul territorio. Il risultato è un servizio alle persone lacunoso e poco efficiente».L’allarme dei segretari si concentra anche sugli aspetti di carattere sociale, strettamente connessi alle questioni sanitarie: «C’è un aspetto che troppo spesso viene sottovalutato nel dibattito pubblico: l’accesso alle cure, in Calabria, è già oggi un percorso a ostacoli, reale e quotidiano. Ottenere una visita specialistica o un esame diagnostico nel sistema pubblico calabrese significa, nella maggior parte dei casi, attendere mesi, percorrere fino a centinaia di chilometri, fare i conti con strutture sottodimensionate e con un’offerta sanitaria territoriale sempre più rarefatta. Per molti cittadini, soprattutto anziani, persone sole o residenti nelle aree interne, questo si traduce direttamente in rinuncia alle cure. Chi non può permettersi di rinunciare alle cure, è spesso costretto a partire. Viaggi lunghi, spese di trasporto e alloggio, giorni di lavoro persi, famiglie che si organizzano intorno a un malato lontano: sono costi che lo Stato non contabilizza, ma che ricadono interamente sulle spalle dei calabresi e, in modo sproporzionato, sulle fasce economicamente più fragili. Un meccanismo che, una volta innescato, si autoalimenta: meno pazienti restano, meno risorse rimangono, meno si investe, più è difficile trattenere personale qualificato. Questa condizione non è accettabile oggi e sarà insostenibile domani, se l’autonomia differenziata dovesse procedere senza adeguate garanzie di riequilibrio».«In questo contesto, in Calabria, l’autonomia differenziata non risolve il problema, ma lo aggrava – spiegano Senese e Bloise -. Consentire alle Regioni già più ricche di trattenere maggiori risorse e competere sul piano salariale significherebbe accelerare la fuga di medici e infermieri dal Sud, aumentare la mobilità passiva e spingere le famiglie meno abbienti a rinunciare alle cure per l’impossibilità di sostenere i costi — diretti e indiretti — dello spostarsi. Si configurerebbe, nei fatti, una sanità a due livelli: sistemi regionali avanzati al Nord, e contesti sanitari sempre più fragili, incapaci di rispondere ai bisogni reali dei cittadini nel Mezzogiorno. Una prospettiva incompatibile con i principi costituzionali di uguaglianza e con l’idea stessa di Servizio Sanitario Nazionale».Da UIL e UILFPL Calabria non arriva solo una denuncia, ma anche una richiesta di interventi mirati e precisi: «Chiediamo azioni strutturali che puntino a ricostruire la fiducia dei cittadini attraverso trasparenza e riduzione delle liste d’attesa; ad investire in poli di eccellenza regionali; a ferm are l’emorragia di personale sanitario; a reinvestire le risorse della mobilità passiva nel potenziamento delle strutture locali; a costruire reti cliniche interregionali basate sulla collaborazione, non sulla concorrenza.Il Servizio Sanitario Nazionale deve rimanere fondato su universalità, uguaglianza ed equità. Chiediamo un’assunzione di responsabilità politica a tutti i livelli: la salute non può diventare un fattore di disuguaglianza territoriale. Il nostro obiettivo è garantire ai cittadini calabresi lo stesso diritto alla cura di chi vive nelle regioni più forti. Senza dover partire. Senza dover pagare di più. Senza dover rinunciare alla salute. Il tempo delle parole e degli spot è finito», concludono Senese e Bloise.di redazioneI Nas sequestrano 15 chili di prodotti ittici privi di rintracciabilità di redazioneL’Amministrazione comunale di Palmi porterà in trattazionealprossimo Consiglio Comunale il regolamento per la definizione agevolata delle entrate comunali, la cosiddetta “rottamazione quinquies”. Il provvedimento consentirà ai contribuenti di regolarizzare le posizioni relative a IMU e TARI, con riferimento agli anni passati, attraverso il pagamento del solo capitale dovuto, con l’abbattimento integrale di sanzioni e interessi. […]di redazionedi Antonino Napoli “Questa notte un’intera civiltà morirà”. Ha detto The Donald. E questa non è solo una frase forte ma un modo di vedere il mondo.Quando il leader di quella che viene considerata la più grande democrazia del mondo arriva a immaginare la distruzione di un’intera civiltà, il problema non è solo politico. È […]L'utilizzo di materiale audio, foto, video e testo prodotto da approdocalabria.it potrà essere utilizzato da altre testate o siti internet se e solo se venga citata come fonte approdocalabria.it con collegamento al giornale.© 2023 approdocalabria.it - Tutti i diritti riservati. Direttore responsabile Luigi Longo. Direttore editoriale Antonio Marziale. Responsabile ufficio legale avv. Antonino Napoli Via Sila, 8 - 89029 Taurianova (RC) Tel. 0966.611303 - Cell. 340.382.7450 Email: redazione@approdocalabria.it tp:writer§§ REDAZIONE guid§§ http://gimbe.telpress.it/news/2026/04/08/2026040802929608244.PDF §---§ title§§ L’intervista. Il sindaco di Taurianova Roy Biasi “senza filtri” dal 1997 ad oggi, “Io ho la consapevolezza di poter vincere perché ho lavorato bene, ma il giudice supremo saranno gli elettori” link§§ http://gimbe.telpress.it/news/2026/04/08/2026040803044409408.PDF description§§

Estratto da pag. 1 di "approdocalabria.it" del 08 Apr 2026

pubDate§§ 2026-04-08T13:15:00+00:00 arguments§§ http://gimbe.telpress.it/news/2026/04/08/2026040803044409408.PDF category§§ GIMBE subcategory§§ {'domain': ''} source§§ {'href': 'http://gimbe.telpress.it/news/2026/04/08/2026040803044409408.PDF', 'title': 'approdocalabria.it'} tp:url§§ https://www.approdocalabria.it/lintervista-il-sindaco-di-taurianova-roy-biasi-senza-filtri-dal-1997-ad-oggi-io-ho-la-consapevolezza-di-poter-vincere-perche-ho-lavorato-bene-ma-il-giudice-supre/ tp:attach_fn§§ http://gimbe.telpress.it/news/2026/04/08/2026040803044409408.PDF tp:ocr§§ Apr 08, 2026 - Giuseppe LarosaAbbiamo incontrato al Comune il sindaco di Taurianova Roy Biasi per capire meglio come si sta preparando all’imminente campagna elettorale per il rinnovo del Consiglio Comunale del 24 e 25 maggio. A circa un mese e mezzo dal voto, ma soprattutto a due settimane dall’inizio ufficiale della campagna elettorale. Biasi si ripresenta davanti ai cittadini di Taurianova per chiedere la conferma dopo la vittoria del 2020 con una lista che nei fatti è composta per la maggior parte degli uscenti con l’aggiunta di nuovi innesti con la presenza di Forza Italia (partito di Biasi) e Fratelli d’Italia, insieme a quello che era il partito del 2020, ovvero la Lega quando Biasi fu eletto sindaco all’ombra di Alberto da Giussano.Allora Biasi, è la sua sesta campagna elettorale, dal 1997 ad oggi sono trascorsi 29 anni, il suo bilancio è di quattro vittorie su cinque. Chi è oggi Roy Biasi, rispetto al 1997?Ero un ragazzo ed è chiaro che affrontavo una campagna elettorale, me la ricordo come se fosse ora, oltre alla grande emozione, anche con la consapevolezza comunque di non essere assolutamente favorito, di non essere conosciuto e quindi mi facevo conoscere per la prima volta. Però, nonostante tutto, avevo grande fiducia che potessi, diciamo, in qualche modo vincere quelle elezioni. Soprattutto dopo il primo comizio che ricordo ancora, oggi come se lo stessi vivendo adesso, è stata veramente una grande emozione presentarmi a Taurianova da giovane avvocato. Allora ero vicepretore e mi sono dovuto dimettere per potermi candidare. Oggi lo faccio con una consapevolezza, diciamo, differente, con un bagaglio di esperienza acquisito in questi anni, sono trenta praticamente, attraverso un vissuto amministrativo ma anche politico. Nel senso che ho avuto la possibilità di poter fare l’amministratore non solo al comune ma anche alla provincia facendo il consigliere provinciale, facendo anche l’assessore e comunque vivendo anche una vita professionale, come dire, compressa all’interno di questa attività politica che toglie tanto tempo.Si sente più vecchio o più saggio?Più saggio.Cosa cambieresti o cosa non avresti voluto fare, ma che invece hai fatto? Anche in merito a qualcosa riguardante fatti, circostanze e soprattutto persone nella tua lunga avventura politico-amministrativa?Non rinnego nulla perché alla fine la vita è fatta di scelte e le scelte alcune volte possono essere giuste e possono essere errate. È difficilissimo che uno faccia sempre scelte giuste e quindi di conseguenza non rinego nulla di quello che ho fatto perché l’ho fatto sempre nella convinzione di fare bene, quindi mai in malafede, ma sempre con la finalità di raggiungere l’obiettivo importante che mi ero prefissato. Anche nella vita politica, più tecnicamente politica, nel senso anche nella gestione dei partiti perché io sono stato segretario provinciale anche di Forza Italia, del Pdl, sono stato vice coordinatore della Lega e quindi sono state esperienze che comunque mi hanno maturato. Credo che oggi ho accumulato un bagaglio di esperienze importanti che posso mettere a disposizione della mia comunità ed è credo, sia un vantaggio poter usufruire di queste esperienze perché i momenti difficili come quello attuale che stanno vivendo gli Enti Locali, se non hai l’esperienza giusta, le relazioni giuste che sono tutte cose che acquisti piano piano negli anni, non sono cose che tu decidi oggi di fare il sindaco e dici ora mi faccio le relazioni, ma non è così. Io ho vissuto campagne elettorale ad esempio con Fitto che abbiamo fatto un percorso politico anche insieme e ora si ritrova ad essere un personaggio importante.La tua prima parte dell’avventura amministrativa l’ha terminata nel 2006, da quell’anno in poi si sono succeduti tre sindaci e tre commissariamenti prefettizi, tutti quanti ti hanno accusato che sei stato l’artefice del dissesto finanziario. È stato lei il responsabile del dissesto finanziario a Taurianova?Questa credo che sia una delle più gran di favole, per il semplice motivo che è uno che finisce nel 2006, tra altre cose subentrando ad un’amministrazione che era in predissesto, quella del compianto senatore Argiroffi.Però mi scusi, il compianto senatore Argiroffi ti lasciato diversi miliardi delle vecchie lire?Quando noi siamo entrati al Comune era in predissesto finanziario, un Comune completamente disastrato, sia dal punto di vista dell’organizzazione amministrativa, dell’assetto burocratico del Comune, sia dal punto di vista della città. Una città completamente distrutta, strade dissestate, strade inesistenti nelle frazioni San Martino e Amato. Acqua, non ne parliamo, mi ricordo la prima estate che io fui sindaco, spazzatura a tonnellate, io abitavo di fronte al passaggio a livello (Rione Zaccheria), e lì davanti c’era un cumulo di spazzature con i topi che passeggiavano su quel muretto di separazione con il famoso campetto. Era una situazione di enorme disastro, anche dal punto di vista finanziario. La fortuna in quel caso quale fu? Che per il primo anno, barcamenandoci in questa difficoltà, abbiamo avuto l’intuizione di portare un consulente perché non avendo io la competenza dal punto di vista finanziario per poter capire come era messo l’ente, abbiamo tirato fuori, dopo un lavoro fatto di mesi e mesi, dei residui attivi che ci hanno consentito poi di poter fare anche un bel po’ di opere pubbliche e lì ho rifatto tutte le piazze insieme alla mia Amministrazione, così come ho rifatto un sacco di strade, ho rifatto tutte le piazze come Piazza Italia, Piazza Garibaldi, Piazza Macri, come anche nella frazione di San Martino, comprese fognature, tutte le pubbliche illuminazioni, le strade anche a “Pegara” e “Sacchinella”, una serie di strade che non c’erano. Abbiamo veramente rivoluzionato e fatto tutto quello che c’era da fare. Abbiamo recuperato dal bilancio questi soldi perché non sono stati finanziamenti e alla fine abbiamo cercato di dare a Taurianova quello splendore che si era perso per strada per via di quegli avvenimenti che avevano caratterizzato negativamente la nostra storia, affossandola. Io ho finito nel 2006, anzi gennaio per la precisione 2007, poi il dissesto è stato dichiarato nel 2017.Ma negli anni successivi, quindi anche con la gestione dell’ex due volte sindaco Domenico Romeo, il problema si è posto sul dissesto in quanto fece delle “ricognizioni finanziarie” tramite un tecnico esterno e sancì che quel “buco” esisteva per davvero, anche il prefetto Latella certificò una sua, diciamo, “gestione ballerina” del bilancio comunale. Quindi?Ma queste sono tutte ricostruzioni di parte, anche perché poi, ripeto, se così fosse stato anche i vari commissari che si sono succeduti avrebbero, e loro non è che hanno problemi di carattere politico, di fare o non fare, avrebbero potuto farlo. Il problema è che è cambiato il modo di gestire. Mentre una volta, diciamo, si gestiva in maniera differente, poi sono cambiate le regole. E le regole hanno poi determinato il venir meno di un certo tipo di amministrare, come si faceva ai tempi precedenti. Faccio un esempio. Tu prendevi un mutuo alla Cassa deposita e prestiti. La Cassa deposita e prestiti ti erogava il mutuo tutto, inizialmente, senza neanche che tu iniziassi l’opera, solo col progetto. Poi queste opere non si sa se venivano finite, tant’è che i comuni in dissesto, in Calabria, ma anche nelle altre regioni, sono la stragrande maggioranza, sono andati tutti in dissesto per il semplice motivo che è cambiata questa gestione, che ti dava la possibilità di introitare il mutuo, di utilizzare i soldi, non fare l’opera, e utilizzavi, diciamo, quei soldi, non pagavi il fornitore. Mentre che cosa è successo? Quando poi è cominciata la modifica, da questo punto di vista, i soldi delle gestioni, per quanto riguarda i mutui, tu non li potevi toccare se non nel momento in cui pagavi lo stato d’avanzamento. Cioè, ti davano il mutuo, non tutto, l’anticipo, paghi lo stato d’avanzamento, mandi le fatture alla Cassa deposita e prestiti, secondo stato d’avanzamento, è finita l a pacchia.A proposito di mutui, in merito al tanto discusso prestito dalla Banca Opi di tre milioni di euro, riportato anche in alcune delibere della Corte dei Conti, cos’ha da dire Biasi? Qual è la verità?La verità è che c’era una banca, come in quel periodo ce n’erano in tantissimi posti, in tantissimi comuni. Tu sai, ci sono i momenti che c’è uno strumento finanziario particolare e c’è sta moda che tutti i comuni si ragionano a quello strumento. C’erano i vari, come dire, emissari della Banco Opi, che sono passati al comune. Dice, noi abbiamo delle condizioni favorevoli, addirittura più favorevoli rispetto al Cassa Depositi e Prestiti e abbiamo la possibilità di poter fare un elenco di opere che potete fare e ve le finanziamo.Veniamo ad oggi, allo stato attuale i suoi due competitors sono Domenico Romeo e Annamaria Cordopatri. Ha paura di essere sconfitto o questa sfidala ritiene stimolante?Io ho la consapevolezza di aver governato, almeno per quanto mi riguarda in questi cinque anni, di aver fatto veramente il massimo possibile, quindi ho la coscienza a posto e la tranquillità di non potermi rimproverare dal punto di vista dell’averci provato in tutti i modi per realizzare le cose che volevo realizzare secondo quello che era il nostro programma elettorale. Quindi ho fatto il massimo. Teniamo conto che noi abbiamo iniziato col Covid praticamente, siamo stati due anni chiusi. Poi abbiamo avuto per altri due anni ancora la continuazione del dissesto e quindi praticamente da un anno e mezzo, due anni, noi agiamo come un’amministrazione normale, con la possibilità di riassumere gente. Abbiamo assunto personale con il parere della COSFEL. Il discorso della stabilizzazione l’abbiamo fatto interamente noi.  E le opere non terminate come il palazzetto dello sport e il cine-teatro, oltre alle strade davvero dissestate, diciamo vergognosamente dissestate?Il Palazzetto è un’opera che l’amministrazione provinciale, all’epoca quando io ero consigliere provinciale, iniziò a fare e sotto la mia egida questo Palazzetto ha conosciuto lo stato in cui è stato coperto ed è stato completato, poi c’è stato un problema con una ditta, ditta che è stata inquisita, oltre a dei lavori non conformi, diciamo, al progetto e quindi…Sì ok Biasi, abbiamo capito, ma oggi?Il Palazzetto dello Sport manca solo del pavimento che è stato già acquistato e dovrebbe essere montato in tempi brevi. Mentre con il Cinemateatro abbiamo un’altra vicissitudine perché lo abbiamo ereditato, non erano iniziati i lavori, noi li abbiamo fatti partire, abbiamo fatto la progettazione, abbiamo fatto tutto. Dopodiché, purtroppo, abbiamo avuto dei problemi con la ditta, alla quale io ho dato disposizione di revocare il mandato, di fare la risoluzione contrattuale, la recessione contrattuale perché non lavoravano.Purtroppo gli amministratori si trovano di fronte anche a queste difficoltà, a delle ditte che in alcuni casi non onorano per varie vicissitudini, per difficoltà o perché c’è stato il Covid e quindi non c’erano gli operai e quindi i lavori sono stati fermi. Ecco, dobbiamo considerare tutta questa serie di cose. E diverse difficoltà hanno portato la ditta ad allungare di molti i lavori. L’allungamento dei lavori che cosa determina? Determina un aumento dei prezzi come i materiali edili che sono schizzati alle stelle. Quindi la difficoltà di tutti i lavori pubblici che erano in corso di vedere l’opera che ad un prezzo si poteva completare. Quindi che cosa succede? Che la ditta che doveva acquistare il proiettore e costava 10 euro e aveva fatto un ribasso del 30% e ne costava 7 euro ora lo va ad acquistare e costa 50 euro e quindi è a difficoltà. Nonostante tutto abbiamo risolto il rescisso poi la ditta è tornata indietro sui suoi passi e ora sta lavorando velocemente per la consegna credo nel giro di uno o due mesi.Per quanto riguarda le strade purtroppo da quando è finita la provincia ed è subentrata la città metropolitana non c’è stata più una gestione delle strade.Biasi, sinceramente, lei si sente già vincitore e quindi confermato come sindaco?Io ho la consapevolezza di poter vincere perché ripeto, credo di aver lavorato bene e se uno lavora bene si deve rimettere al giudizio degli elettori che è il giudizio più imparziale possibile nel senso che al di là di quello che può dire l’opposizione, al di là di quello che possono scrivere sui social, coloro i quali si nascondono dietro finti profili, e al di là di coloro i quali insinuano pur non avendo un finto profilo però dicendo delle cose che non stanno né in cielo né in terra purtroppo alla fine io dico che la valutazione sta al giudice supremo che è la gente. Io confido di poter vincere per il semplice motivo che ritengo di aver lavorato bene.Perché un cittadino dovrebbe sentirsi orgoglioso di vivere a Taurianova?Perché Taurianova è diventata una cittadina che ormai è fiore all’occhiello dell’intera Calabria, un punto di riferimento ormai culturale acclarato non solo regionale ma anche nazionale è cresciuta moltissimo sotto il profilo diciamo anche della narrazione è cresciuta molto anche nei suoi giovani e nelle seconde generazioni diciamo degli imprenditori che stanno facendo cose importanti. Abbiamo prodotti di eccellenza che viaggiano in tutto il mondo, è una città molto evoluta e non lo dico io ma lo dicono tante persone al di fuori di Taurianova che venendo. Io credo che Taurianova abbia fatto un grosso passo in avanti con la “Capitale italiana del libro”, in quanto è stata utilissima per noi perché ci ha consentito di chiudere il discorso della biblioteca di consegnarla ai cittadini che è un’opera che rimane fra le più importanti di quelle che abbiamo perché è un punto di riferimento culturale, soprattutto dai ragazzi che vanno a studiare che ci fanno le manifestazioni che comunque ci sono una serie di attività che non sono solo la lettura sono tutte collaterali sempre ad attività culturali che comunque hanno elevato il tono di Taurianova.Lei parla sempre di cultura, però c’è un problema che non si affronta spesso nelle campagne elettorali ed è la questione degli anziani, come se fossero degli invisibili, come mai, non dovrebbe far parte anche questo tema della cultura?Noi siamo capofila di un ambito, “L’ambito 3 socio-assistenziale”, sostanzialmente nel nostro ambito ci sono 10 comuni e noi con questo ambito abbiamo costruito delle cose importanti per quanto riguarda anche per i nostri anziani, come l’assistenza domiciliare oppure ad esempio la possibilità per gli anziani di poter delegare anche per l’acquisto di beni di prima necessità che è un’assistenza non solo di carattere sociale ma anche addirittura di carattere socio-sanitario. Abbiamo costruito dei progetti importanti che stanno dando già i suoi frutti anche questi progetti sono discreti nel senso che non sono progetti di clamore sono progetti che nel loro piccolo nella loro interiorità nella loro discrezione nella loro sfera intima aiutano molte persone rispetto a prima in maniera molto fattiva in maniera molto professionale infatti con il nostro ambito lavorano diverse cooperative del settore ci sono diversi ragazzi impegnati e siamo diventati modello anche per quanto riguarda l’accoglienza per il semplice motivo che oltre ad essere fiore all’occhiello della Regione Calabria per quanto riguarda il nostro ambito che è stato uno dei tre scelti per la sperimentazione dell’azienda speciale siamo diventati modello anche per quanto riguarda l’accoglienza dei ragazzi migranti tant’è che siamo entrati ora a pieno titolo nel “Decreto Caivano”, insieme a Rosarno e San Ferdinando che erano i precedenti destinatari e hanno voluto includere anche a Taurianova per le esperienze acquisite in questo campo e che viene riconosciuto a livello regionale e a livello nazionale quindi abbiamo fatto dei passi da gigante ecco perché noi dobbiamo andare orgogliosi di Taurianova perché di Taurianova oggi si parla e non si fa riferimento a quello a cui si faceva riferimento prima, ovvero a fatti spiacevoli. Oggi si parla di Tauriano va perché è la capitale del torrone perché è la capitale del gelato oppure perché è la capitale del kiwi, oppure perché è la capitale della cultura e non solo, ma anche la terra dei Madonnari, così come dell’Infiorata, entrambi sono delle manifestazioni che danno lustro a tutta la Calabria quindi a Taurianova che viene ben vista soprattutto all’esterno. Io giro molto e spesso noi che viviamo all’interno di Taurianova non ci rendiamo conto della bellezza che ha acquisito la nostra città cosa che invece ci viene riconosciuta moltissimo da chi vive all’esterno e ci guarda dall’esterno.di Giuseppe LarosaAbbiamo incontrato al Comune il sindaco di Taurianova Roy Biasi per capire meglio come si sta preparando all’imminente campagna elettorale per il rinnovo del Consiglio Comunale del 24 e 25 maggio. A circa un mese e mezzo dal voto, ma soprattutto a due settimane dall’inizio ufficiale della campagna elettorale. Biasi si ripresenta davanti ai cittadini […]di redazioneCresce inarrestabile la febbre da “6”. Il SuperEnalotto tornerà con l’estrazione di giovedì 9 aprile che mette in palio 146,9 milioni di euro. Una cifra che attualmente rappresenta il jackpot più alto del mondo. Dando uno sguardo alla storia del gioco, come riporta Agipronews, questo montepremi si piazza al settimo posto di tutti i tempi, […]di redazioneLa realizzazione della Case di Comunità e degli Ospedali di Comunità sta per diventare l’ennesimo flop in tema di Sanità Pubblica per la Regione Calabria e il Commissario Roberto Occhiuto. Al riguardo, gli ultimi dati Agenas sull’attuazione della Missione Salute del PNRR riportati dalla Fondazione Gimbe non forniscono grandi speranze. Al 31 dicembre 2025, per […]L'utilizzo di materiale audio, foto, video e testo prodotto da approdocalabria.it potrà essere utilizzato da altre testate o siti internet se e solo se venga citata come fonte approdocalabria.it con collegamento al giornale.© 2023 approdocalabria.it - Tutti i diritti riservati. Direttore responsabile Luigi Longo. Direttore editoriale Antonio Marziale. Responsabile ufficio legale avv. Antonino Napoli Via Sila, 8 - 89029 Taurianova (RC) Tel. 0966.611303 - Cell. 340.382.7450 Email: redazione@approdocalabria.it tp:writer§§ Giuseppe Larosa guid§§ http://gimbe.telpress.it/news/2026/04/08/2026040803044409408.PDF §---§ title§§ Sanità, No del Pd Calabria alle pre-intese sull’autonomia differenziata. “Urge l’equa ripartizione del Fondo sanitario, altrimenti la tutela della salute diventa un mercato per ricchi” link§§ http://gimbe.telpress.it/news/2026/04/08/2026040803044509409.PDF description§§

Estratto da pag. 1 di "approdocalabria.it" del 08 Apr 2026

pubDate§§ 2026-04-08T13:15:00+00:00 arguments§§ http://gimbe.telpress.it/news/2026/04/08/2026040803044509409.PDF category§§ GIMBE subcategory§§ {'domain': ''} source§§ {'href': 'http://gimbe.telpress.it/news/2026/04/08/2026040803044509409.PDF', 'title': 'approdocalabria.it'} tp:url§§ https://www.approdocalabria.it/sanita-no-del-pd-calabria-alle-pre-intese-sullautonomia-differenziata-urge-lequa-ripartizione-del-fondo-sanitario-altrimenti-la-tutela-della-salute-diventa-un-mercato-per/ tp:attach_fn§§ http://gimbe.telpress.it/news/2026/04/08/2026040803044509409.PDF tp:ocr§§ Apr 08, 2026 - redazione??????????Guidato dal senatore Nicola Irto, il Pd Calabria esprime ferma contrarietà alle pre-intese per l’autonomia differenziata sulla sanità e richiama il governo alle proprie responsabilità politiche e istituzionali. “Le pre-intese – si legge in una nota dei dem calabresi – rappresentano un passo sbagliato e pericoloso. Arrivano in un contesto di profonde diseguaglianze territoriali che lo Stato non ha ancora affrontato alla radice. Il punto cruciale è invece la ripartizione del Fondo sanitario nazionale, che, nonostante le ultime modifiche, continua a penalizzare le regioni del Mezzogiorno e soprattutto la Calabria”. “Il criterio prevalente di distribuzione delle risorse – osserva il Pd – ha prodotto divari crescenti nei servizi e nelle prestazioni. Senza un riequilibrio, anche per il passato, i trasferimenti di competenze in ambito sanitario andranno ad accrescere le distanze tra i Servizi sanitari regionali. Così, l’autonomia differenziata determinerebbe un aumento fuori controllo delle diseguaglianze, aggraverebbe la mobilità sanitaria e si potrebbero persino avere ulteriori storture, come i tetti al numero dei pazienti curabili fuori regione”. “Bisogna ristabilire – avvertono i dem – condizioni di equità. Ma serve il coraggio di rivedere nel complesso la ripartizione del Fondo sanitario nazionale, tenendo conto dei bisogni effettivi di salute, dei fattori socioeconomici e delle fragilità territoriali”. “Sono altresì indispensabili – sottolineano i dem – grossi investimenti nella prevenzione e nella medicina specialistica. È necessario creare in Calabria centri di eccellenza, a partire da una struttura pubblica pediatrica che possa ridurre drasticamente la migrazione sanitaria e offrire risposte adeguate ai bambini e alle loro famiglie. Il centrodestra regionale ha scelto la strada del silenzio e non parla più di equa distribuzione delle risorse e di investimenti necessari. Noi continueremo a batterci – conclude il Pd Calabria – per la sanità pubblica e contro un’autonomia differenziata che punta a trasformare la tutela della salute in un mercato a misura di ricchi”.di Giuseppe LarosaAbbiamo incontrato al Comune il sindaco di Taurianova Roy Biasi per capire meglio come si sta preparando all’imminente campagna elettorale per il rinnovo del Consiglio Comunale del 24 e 25 maggio. A circa un mese e mezzo dal voto, ma soprattutto a due settimane dall’inizio ufficiale della campagna elettorale. Biasi si ripresenta davanti ai cittadini […]di redazioneCresce inarrestabile la febbre da “6”. Il SuperEnalotto tornerà con l’estrazione di giovedì 9 aprile che mette in palio 146,9 milioni di euro. Una cifra che attualmente rappresenta il jackpot più alto del mondo. Dando uno sguardo alla storia del gioco, come riporta Agipronews, questo montepremi si piazza al settimo posto di tutti i tempi, […]di redazioneLa realizzazione della Case di Comunità e degli Ospedali di Comunità sta per diventare l’ennesimo flop in tema di Sanità Pubblica per la Regione Calabria e il Commissario Roberto Occhiuto. Al riguardo, gli ultimi dati Agenas sull’attuazione della Missione Salute del PNRR riportati dalla Fondazione Gimbe non forniscono grandi speranze. Al 31 dicembre 2025, per […]L'utilizzo di materiale audio, foto, video e testo prodotto da approdocalabria.it potrà essere utilizzato da altre testate o siti internet se e solo se venga citata come fonte approdocalabria.it con collegamento al giornale.© 2023 approdocalabria.it - Tutti i diritti riservati. Direttore responsabile Luigi Longo. Direttore editoriale Antonio Marziale. Responsabile ufficio legale avv. Antonino Napoli Via Sila, 8 - 89029 Taurianova (RC) Tel. 0966.611303 - Cell. 340.382.7450 Email: redazione@approdocalabria.it tp:writer§§ REDAZIONE guid§§ http://gimbe.telpress.it/news/2026/04/08/2026040803044509409.PDF §---§ title§§ SuperEnalotto da record: il jackpot sfiora i 147 milioni di euro, è il più alto del mondo link§§ http://gimbe.telpress.it/news/2026/04/08/2026040803043409410.PDF description§§

Estratto da pag. 1 di "approdocalabria.it" del 08 Apr 2026

pubDate§§ 2026-04-08T13:15:00+00:00 arguments§§ http://gimbe.telpress.it/news/2026/04/08/2026040803043409410.PDF category§§ GIMBE subcategory§§ {'domain': ''} source§§ {'href': 'http://gimbe.telpress.it/news/2026/04/08/2026040803043409410.PDF', 'title': 'approdocalabria.it'} tp:url§§ https://www.approdocalabria.it/superenalotto-da-record-il-jackpot-sfiora-i-147-milioni-di-euro-e-il-piu-alto-del-mondo/ tp:attach_fn§§ http://gimbe.telpress.it/news/2026/04/08/2026040803043409410.PDF tp:ocr§§ Apr 08, 2026 - redazioneCresce inarrestabile la febbre da “6”. Il SuperEnalotto tornerà con l’estrazione di giovedì 9 aprile che mette in palio 146,9 milioni di euro. Una cifra che attualmente rappresenta il jackpot più alto del mondo.Dando uno sguardo alla storia del gioco, come riporta Agipronews, questo montepremi si piazza al settimo posto di tutti i tempi, ma la scalata continua: manca ormai meno di un milione per agganciare i 147,9 vinti il 22 agosto 2009 a Bagnone (MS).Le statistiche sorridono a questo periodo dell’anno: il “6” è stato centrato ben 11 volte nel mese di aprile. L’ultimo risale a otto anni fa (17 aprile), quando a Caltanissetta fu messo a segno un colpo da oltre 130 milioni di euro, che ancora oggi occupa l’ottavo posto nella classifica all-time.Per trovare invece la vincita più alta della storia non bisogna andare troppo indietro nel tempo: il 16 febbraio 2023 sono stati vinti ben 371,1 milioni di euro grazie alla “Bacheca dei Sistemi”. Questa “lavagna virtuale” permette ai giocatori di partecipare a un sistema collettivo con più combinazioni: in quell’occasione furono vendute 90 quote da 5 euro ciascuna, consentendo a ciascun vincitore di incassare oltre 4 milioni di euro. L’ultimo “6”, invece, risale a quasi un anno fa: a Desenzano del Garda (BS) lo scorso 22 maggio, fu realizzato un colpo da 35,4 milioni.Ad oggi, quasi tutta Italia è stata baciata dalla fortuna: fatta eccezione per Valle d’Aosta e Molise, tutte le regioni hanno registrato almeno un “6”. La regina assoluta rimane la Campania con 19 vincite record, di cui ben 14 nella sola provincia di Napoli, seguita dal Lazio a quota 16 e dall’Emilia-Romagna a 13.di Giuseppe LarosaAbbiamo incontrato al Comune il sindaco di Taurianova Roy Biasi per capire meglio come si sta preparando all’imminente campagna elettorale per il rinnovo del Consiglio Comunale del 24 e 25 maggio. A circa un mese e mezzo dal voto, ma soprattutto a due settimane dall’inizio ufficiale della campagna elettorale. Biasi si ripresenta davanti ai cittadini […]di redazioneCresce inarrestabile la febbre da “6”. Il SuperEnalotto tornerà con l’estrazione di giovedì 9 aprile che mette in palio 146,9 milioni di euro. Una cifra che attualmente rappresenta il jackpot più alto del mondo. Dando uno sguardo alla storia del gioco, come riporta Agipronews, questo montepremi si piazza al settimo posto di tutti i tempi, […]di redazioneLa realizzazione della Case di Comunità e degli Ospedali di Comunità sta per diventare l’ennesimo flop in tema di Sanità Pubblica per la Regione Calabria e il Commissario Roberto Occhiuto. Al riguardo, gli ultimi dati Agenas sull’attuazione della Missione Salute del PNRR riportati dalla Fondazione Gimbe non forniscono grandi speranze. Al 31 dicembre 2025, per […]L'utilizzo di materiale audio, foto, video e testo prodotto da approdocalabria.it potrà essere utilizzato da altre testate o siti internet se e solo se venga citata come fonte approdocalabria.it con collegamento al giornale.© 2023 approdocalabria.it - Tutti i diritti riservati. Direttore responsabile Luigi Longo. Direttore editoriale Antonio Marziale. Responsabile ufficio legale avv. Antonino Napoli Via Sila, 8 - 89029 Taurianova (RC) Tel. 0966.611303 - Cell. 340.382.7450 Email: redazione@approdocalabria.it tp:writer§§ REDAZIONE guid§§ http://gimbe.telpress.it/news/2026/04/08/2026040803043409410.PDF §---§ title§§ Taurianova, elezioni comunali. Cinzia Cucinotta a sostegno di Roy Biasi link§§ http://gimbe.telpress.it/news/2026/04/08/2026040803043209412.PDF description§§

Estratto da pag. 1 di "approdocalabria.it" del 08 Apr 2026

pubDate§§ 2026-04-08T13:15:00+00:00 arguments§§ http://gimbe.telpress.it/news/2026/04/08/2026040803043209412.PDF category§§ GIMBE subcategory§§ {'domain': ''} source§§ {'href': 'http://gimbe.telpress.it/news/2026/04/08/2026040803043209412.PDF', 'title': 'approdocalabria.it'} tp:url§§ https://www.approdocalabria.it/taurianova-elezioni-comunali-cinzia-cucinotta-a-sostegno-di-roy-biasi/ tp:attach_fn§§ http://gimbe.telpress.it/news/2026/04/08/2026040803043209412.PDF tp:ocr§§ Apr 08, 2026 - redazioneL’annuncio su Facebook della candidata al Consiglio Comunale di Taurianova a sostegno di Roy BiasiHo deciso di candidarmi alle elezioni comunali al fianco di Roy Biasi. La mia è una scelta fatta con il cuore. Da anni vivo ogni giorno, accanto ai giovani e alle famiglie, ascoltando le loro storie, le loro difficoltà e i loro sogni, ed è proprio da questo ascolto sincero che nasce la mia candidatura. Voglio mettermi al servizio della comunità con umiltà, presenza e amore per tutto il territorio comunale.Desidero dare voce alle persone aiutandole ad esprimere bisogni e idee, trasformando l’inclusione da concetto astratto a realtà concreta, da vivere nel quotidiano. Nei prossimi giorni vi presenteremo il programma e le azioni che vogliamo realizzare per i nostri giovani e per tutta la comunità. Io ho fatto la mia scelta, con coraggio e responsabilità. Adesso tocca a voi, il 24 e 25 maggio di fare la scelta giustadi Giuseppe LarosaAbbiamo incontrato al Comune il sindaco di Taurianova Roy Biasi per capire meglio come si sta preparando all’imminente campagna elettorale per il rinnovo del Consiglio Comunale del 24 e 25 maggio. A circa un mese e mezzo dal voto, ma soprattutto a due settimane dall’inizio ufficiale della campagna elettorale. Biasi si ripresenta davanti ai cittadini […]di redazioneCresce inarrestabile la febbre da “6”. Il SuperEnalotto tornerà con l’estrazione di giovedì 9 aprile che mette in palio 146,9 milioni di euro. Una cifra che attualmente rappresenta il jackpot più alto del mondo. Dando uno sguardo alla storia del gioco, come riporta Agipronews, questo montepremi si piazza al settimo posto di tutti i tempi, […]di redazioneLa realizzazione della Case di Comunità e degli Ospedali di Comunità sta per diventare l’ennesimo flop in tema di Sanità Pubblica per la Regione Calabria e il Commissario Roberto Occhiuto. Al riguardo, gli ultimi dati Agenas sull’attuazione della Missione Salute del PNRR riportati dalla Fondazione Gimbe non forniscono grandi speranze. Al 31 dicembre 2025, per […]L'utilizzo di materiale audio, foto, video e testo prodotto da approdocalabria.it potrà essere utilizzato da altre testate o siti internet se e solo se venga citata come fonte approdocalabria.it con collegamento al giornale.© 2023 approdocalabria.it - Tutti i diritti riservati. Direttore responsabile Luigi Longo. Direttore editoriale Antonio Marziale. Responsabile ufficio legale avv. Antonino Napoli Via Sila, 8 - 89029 Taurianova (RC) Tel. 0966.611303 - Cell. 340.382.7450 Email: redazione@approdocalabria.it tp:writer§§ REDAZIONE guid§§ http://gimbe.telpress.it/news/2026/04/08/2026040803043209412.PDF §---§ title§§ Alecci, "Ennesimo flop in tema di Sanità per la Regione. Il raggiungimento dei target prefissati dal PNRR appare pressochè impossibile" link§§ http://gimbe.telpress.it/news/2026/04/08/2026040803043309413.PDF description§§

Estratto da pag. 1 di "approdocalabria.it" del 08 Apr 2026

pubDate§§ 2026-04-08T13:15:00+00:00 arguments§§ http://gimbe.telpress.it/news/2026/04/08/2026040803043309413.PDF category§§ GIMBE subcategory§§ {'domain': ''} source§§ {'href': 'http://gimbe.telpress.it/news/2026/04/08/2026040803043309413.PDF', 'title': 'approdocalabria.it'} tp:url§§ https://www.approdocalabria.it/alecci-ennesimo-flop-in-tema-di-sanita-per-la-regione-il-raggiungimento-dei-target-prefissati-dal-pnrr-appare-pressoche-impossibile/ tp:attach_fn§§ http://gimbe.telpress.it/news/2026/04/08/2026040803043309413.PDF tp:ocr§§ Apr 08, 2026 - redazioneLa realizzazione della Case di Comunità e degli Ospedali di Comunità sta per diventare l’ennesimo flop in tema di Sanità Pubblica per la Regione Calabria e il Commissario Roberto Occhiuto. Al riguardo, gli ultimi dati Agenas sull’attuazione della Missione Salute del PNRR riportati dalla Fondazione Gimbe non forniscono grandi speranze. Al 31 dicembre 2025, per le Case di Comunità, delle 63 previste, solo 2 (3,2%) offrono almeno un servizio attivo, contro una media nazionale del 45,5%. Riguardo gli Ospedali di Comunità, invece, sui 20 previsti solo uno (5%) ha un servizio dichiarato attivo, contro una media del 27%. A tre mesi dalla scadenza, il raggiungimento dei target prefissati dal PNRR appare pressochè impossibile, e, inoltre, ad oggi non è previsto alcuno slittamento temporale, con tutti i rischi sulla rendicontazione ed eventuali restituzioni che ne deriverebbero.Ma c’è di più! Se un cittadino calabrese volesse conoscere in maniera inequivocabile lo stato dell’arte dei vari cantieri, attingendo ad una fonte istituzionale, rimarrebbe profondamente deluso. Perché il sito ufficiale della Regione Calabria dedicato al PNRR riporta lo stato di esecuzione dei lavori aggiornato al 15 luglio 2025 (quindi nove mesi fa!), senza indicazioni successive. Per questo motivo, al fine di fare chiarezza sullo stato delle cose, ho presentato un’interrogazione al Presidente Occhiuto per conoscere quali sono gli aggiornamenti reali sullo stato di esecuzione dei lavori delle Case di Comunità e degli Ospedali di Comunità successivi al 15 luglio 2025 e perché il sito ufficiale regionale non è stato aggiornato da quella data, quali sono le cause specifiche del ritardo nell’attivazione delle strutture previste in Calabria, quali misure concrete intende adottare la Giunta per renderle operative entro giugno 2026.E’ inutile sottolineare come la mancata attuazione delle Case e degli Ospedali di Comunità entro la data prevista non farà che appesantire ulteriormente il già grave ritardo nella sanità territoriale calabrese, con ricadute negative sull’accesso alle cure, sull’efficienza del sistema e sul bilancio regionale. Il PNRR rischia, dunque, di certificare l’ennesima occasione mancata per la Calabria, con la conseguente perdita di finanziamenti già potenzialmente stanziati, soprattutto in quegli ambiti, come la sanità, dove maggiormente si sente il bisogno di investimenti e innovazione.di Giuseppe LarosaAbbiamo incontrato al Comune il sindaco di Taurianova Roy Biasi per capire meglio come si sta preparando all’imminente campagna elettorale per il rinnovo del Consiglio Comunale del 24 e 25 maggio. A circa un mese e mezzo dal voto, ma soprattutto a due settimane dall’inizio ufficiale della campagna elettorale. Biasi si ripresenta davanti ai cittadini […]di redazioneCresce inarrestabile la febbre da “6”. Il SuperEnalotto tornerà con l’estrazione di giovedì 9 aprile che mette in palio 146,9 milioni di euro. Una cifra che attualmente rappresenta il jackpot più alto del mondo. Dando uno sguardo alla storia del gioco, come riporta Agipronews, questo montepremi si piazza al settimo posto di tutti i tempi, […]di redazioneLa realizzazione della Case di Comunità e degli Ospedali di Comunità sta per diventare l’ennesimo flop in tema di Sanità Pubblica per la Regione Calabria e il Commissario Roberto Occhiuto. Al riguardo, gli ultimi dati Agenas sull’attuazione della Missione Salute del PNRR riportati dalla Fondazione Gimbe non forniscono grandi speranze. Al 31 dicembre 2025, per […]L'utilizzo di materiale audio, foto, video e testo prodotto da approdocalabria.it potrà essere utilizzato da altre testate o siti internet se e solo se venga citata come fonte approdocalabria.it con collegamento al giornale.© 2023 approdocalabria.it - Tutti i diritti riservati. Direttore responsabile Luigi Longo. Direttore editoriale Antonio Marziale. Responsabile ufficio legale avv. Antonino Napoli Via Sila, 8 - 89029 Taurianova (RC) Tel. 0966.611303 - Cell. 340.382.7450 Email: redazione@approdocalabria.it tp:writer§§ REDAZIONE guid§§ http://gimbe.telpress.it/news/2026/04/08/2026040803043309413.PDF §---§ title§§ Giusi Princi: “Nuova strategia europea sugli incendi boschivi, un’opportunità per la Calabria” link§§ http://gimbe.telpress.it/news/2026/04/08/2026040803043809414.PDF description§§

Estratto da pag. 1 di "approdocalabria.it" del 08 Apr 2026

pubDate§§ 2026-04-08T13:15:00+00:00 arguments§§ http://gimbe.telpress.it/news/2026/04/08/2026040803043809414.PDF category§§ GIMBE subcategory§§ {'domain': ''} source§§ {'href': 'http://gimbe.telpress.it/news/2026/04/08/2026040803043809414.PDF', 'title': 'approdocalabria.it'} tp:url§§ https://www.approdocalabria.it/giusi-princi-nuova-strategia-europea-sugli-incendi-boschivi-unopportunita-per-la-calabria/ tp:attach_fn§§ http://gimbe.telpress.it/news/2026/04/08/2026040803043809414.PDF tp:ocr§§ Apr 08, 2026 - redazioneL’eurodeputata calabrese Giusi Princi accoglie con favore la nuova strategia della Commissione Europea per la gestione dei rischi associati agli incendi boschivi, a seguito dei devastanti eventi dell’estate 2025. “La Calabria, con le sue vaste aree forestali e la vulnerabilità dei suoi territori a rischio incendi, può trarre grandi benefici da questa iniziativa europea”, sottolinea l’On. Princi.La strategia europea prevede un approccio integrato basato su prevenzione, preparazione, risposta e recupero. Tra le misure chiave: il preposizionamento delle squadre europee dei vigili del fuoco nelle aree ad alto rischio, la gestione proattiva del suolo e il recupero dei territori già colpiti da incendi, oltre alla creazione di una rete di esperti, FoRISK, per armonizzare le competenze a livello europeo.“In Calabria, dove ogni estate il rischio incendi mette a dura prova le comunità locali e le economie rurali, possono fare la differenza strumenti come il preposizionamento delle squadre e la formazione avanzata dei vigili del fuoco, che già operano con grande professionalità e costante impegno, garantendo un presidio efficace e qualificato sul territorio”, afferma l’Onorevole Princi. “La possibilità di integrare squadre da altri Stati membri in caso di emergenza – prosegue – rappresenta un passo fondamentale per aumentare la sicurezza dei nostri cittadini e proteggere il nostro patrimonio naturale”.L’eurodeputata evidenzia inoltre l’importanza del recupero sostenibile dei territori colpiti dagli incendi, che può diventare un’opportunità per promuovere soluzioni basate sulla natura e una gestione forestale più resiliente. “Investire oggi nella prevenzione e nella resilienza dei nostri boschi – evidenzia – significa proteggere le comunità calabresi e il loro sviluppo economico, evitando danni ambientali a lungo termine”.“In un tempo in cui i cambiamenti climatici avanzano e le risorse naturali sono sempre più sotto pressione – aggiunge l’Onorevole Princi -, la lotta contro gli incendi boschivi non è solo una questione ambientale, ma una responsabilità collettiva. La Calabria è già modello positivo in Italia grazie all’operazione messa in campo dalla Regione per contrastare gli incendi e monitorare il territorio attraverso l’utilizzo dei droni e grazie al costante impegno della Protezione civile calabrese. Con il supporto dei fondi europei e l’adozione di ulteriori misure locali mirate – conclude -, la regione può diventare un modello per l’intera Europa”.L’obiettivo della comunicazione è informare e coordinare tutti i soggetti coinvolti nella prevenzione e gestione dei megaincendi, rafforzando la resilienza dei territori europei.di Giuseppe LarosaAbbiamo incontrato al Comune il sindaco di Taurianova Roy Biasi per capire meglio come si sta preparando all’imminente campagna elettorale per il rinnovo del Consiglio Comunale del 24 e 25 maggio. A circa un mese e mezzo dal voto, ma soprattutto a due settimane dall’inizio ufficiale della campagna elettorale. Biasi si ripresenta davanti ai cittadini […]di redazioneCresce inarrestabile la febbre da “6”. Il SuperEnalotto tornerà con l’estrazione di giovedì 9 aprile che mette in palio 146,9 milioni di euro. Una cifra che attualmente rappresenta il jackpot più alto del mondo. Dando uno sguardo alla storia del gioco, come riporta Agipronews, questo montepremi si piazza al settimo posto di tutti i tempi, […]di redazioneLa realizzazione della Case di Comunità e degli Ospedali di Comunità sta per diventare l’ennesimo flop in tema di Sanità Pubblica per la Regione Calabria e il Commissario Roberto Occhiuto. Al riguardo, gli ultimi dati Agenas sull’attuazione della Missione Salute del PNRR riportati dalla Fondazione Gimbe non forniscono grandi speranze. Al 31 dicembre 2025, per […]L'utilizzo di materiale audio, foto, video e testo prodotto da approdocalabria.it potrà essere utilizzato da altre testate o siti internet se e solo se venga cit ata come fonte approdocalabria.it con collegamento al giornale.© 2023 approdocalabria.it - Tutti i diritti riservati. Direttore responsabile Luigi Longo. Direttore editoriale Antonio Marziale. Responsabile ufficio legale avv. Antonino Napoli Via Sila, 8 - 89029 Taurianova (RC) Tel. 0966.611303 - Cell. 340.382.7450 Email: redazione@approdocalabria.it tp:writer§§ REDAZIONE guid§§ http://gimbe.telpress.it/news/2026/04/08/2026040803043809414.PDF §---§ title§§ Autonomia differenziata e sanità, l'allarme della Uil Calabria: "Rischio di un sistema a due velocità" - Calabria Diretta News link§§ http://gimbe.telpress.it/news/2026/04/08/2026040802869108787.PDF description§§

Estratto da pag. 1 di "calabriadirettanews.com" del 08 Apr 2026

Uil e Uilfpl Calabria criticano l''autonomia differenziata in sanità, evidenziando il peso della mobilità passiva e chiedendo interventi contro la rinuncia alle cure

pubDate§§ 2026-04-08T10:08:00+00:00 arguments§§ http://gimbe.telpress.it/news/2026/04/08/2026040802869108787.PDF category§§ GIMBE subcategory§§ {'domain': ''} source§§ {'href': 'http://gimbe.telpress.it/news/2026/04/08/2026040802869108787.PDF', 'title': 'calabriadirettanews.com'} tp:url§§ https://www.calabriadirettanews.com/2026/04/08/autonomia-differenziata-e-sanita-lallarme-della-uil-calabria-rischio-di-un-sistema-a-due-velocita/ tp:attach_fn§§ http://gimbe.telpress.it/news/2026/04/08/2026040802869108787.PDF tp:ocr§§ La sottoscrizione delle pre-intese sull’autonomia differenziata in ambito sanitario accende il dibattito in Calabria. Mariaelena Senese e Walter R.E. Bloise, segretari generali di Uil e Uilfpl Calabria, hanno espresso una netta ferma posizione di contrasto rispetto a un percorso che, senza un preventivo riequilibrio del sistema, rischia di penalizzare ulteriormente il Mezzogiorno. Secondo i rappresentanti sindacali, procedere in questa direzione senza garanzie strutturali aggraverebbe una situazione già segnata da profonde disparità territoriali.Il quadro delineato dalla nota sindacale si fonda su dati definiti inequivocabili. La Calabria registra attualmente un saldo passivo di mobilità sanitaria pari a 326,9 milioni di euro l’anno, un valore che continua a crescere costantemente. Ogni anno, oltre 40.000 cittadini calabresi sono costretti a ricoverarsi fuori regione. Questo fenomeno si inserisce in un contesto nazionale analizzato dal Report della Fondazione Gimbe, che per il 2023 ha certificato un record storico di 5,15 miliardi di euro per la mobilità interregionale, con flussi diretti prevalentemente verso Lombardia, Emilia-Romagna e Veneto.«Dietro questi numeri c’è un problema di qualità delle cure e fiducia», sottolineano Senese e Bloise. La quotidianità per i pazienti calabresi è fatta di sistemi di prenotazione inefficienti, tempi d’attesa critici e presidi ospedalieri difficilmente raggiungibili. Tale situazione spinge molte persone, in particolare anziani e residenti nelle aree interne, alla rinuncia alle cure o, per chi ne ha la possibilità, ai cosiddetti viaggi della speranza. Questi spostamenti generano costi indiretti non contabilizzati dallo Stato, come spese di alloggio e giorni di lavoro persi, che gravano sulle famiglie e sulle fasce più fragili.L’analisi dei segretari della Uil si sposta poi sugli effetti che l’autonomia differenziata potrebbe produrre nel lungo periodo. Il timore principale riguarda la capacità delle regioni più ricche di trattenere maggiori risorse e competere sul piano salariale, accelerando la fuga di medici e infermieri dal Sud verso il Nord. «Si configurerebbe, nei fatti, una sanità a due livelli: sistemi regionali avanzati al Nord, e contesti sanitari sempre più fragili nel Mezzogiorno», spiegano i vertici sindacali, definendo tale prospettiva incompatibile con i principi costituzionali di uguaglianza.Il meccanismo descritto rischia di diventare un circolo vizioso: la diminuzione dei pazienti rimasti sul territorio porta a una riduzione delle risorse, che a sua volta limita gli investimenti e rende sempre più difficile trattenere personale qualificato nelle strutture locali.Oltre alla denuncia, Uil e Uilfpl Calabria avanzano proposte precise per invertire la rotta. Tra le richieste principali figurano azioni strutturali per la riduzione delle liste d’attesa e il potenziamento della trasparenza, oltre all’investimento in poli di eccellenza regionali che possano trattenere l’utenza. I sindacati propongono inoltre di reinvestire le risorse attualmente destinate alla mobilità passiva nel rafforzamento delle strutture del territorio e nella creazione di reti cliniche interregionali basate sulla collaborazione anziché sulla concorrenza tra sistemi sanitari.L’obiettivo finale, concludono Senese e Bloise, è garantire ai cittadini calabresi lo stesso diritto alla cura di chi risiede nelle regioni più forti del Paese, preservando i pilastri di universalità ed equità che fondano il Servizio sanitario nazionale.Trattiamo temi prettamente legati alla nostra regione, la Calabria, cercando di descrivere tutte le realtà della nostra terra, dalla politica al costume. La nostra punta di diamante è  un'informazione dettagliata e costante attraverso il sito internetContattaci: calabriadirettanews@gmail.comCalabria Diretta News  S.A.S.reg. trib. Cosenza 10/10/2020 n°1816© Copyright Calabria Diretta News - Partita IVA 03595570783 tp:writer§§ Redazione CDN guid§§ http://gimbe.telpress.it/news/2026/04/08/2026040802869108787.PDF §---§ title§§ Sanità in Calabria, l'allarme di Alecci: "Il PNRR è al palo, Case e Ospedali di Comunità sono un flop" - Calabria Diretta News link§§ http://gimbe.telpress.it/news/2026/04/08/2026040803027109327.PDF description§§

Estratto da pag. 1 di "calabriadirettanews.com" del 08 Apr 2026

I dati Agenas e Gimbe certificano un ritardo drammatico rispetto alla media nazionale: attive solo il 3% delle strutture previste

pubDate§§ 2026-04-08T12:51:00+00:00 arguments§§ http://gimbe.telpress.it/news/2026/04/08/2026040803027109327.PDF category§§ GIMBE subcategory§§ {'domain': ''} source§§ {'href': 'http://gimbe.telpress.it/news/2026/04/08/2026040803027109327.PDF', 'title': 'calabriadirettanews.com'} tp:url§§ https://www.calabriadirettanews.com/2026/04/08/sanita-in-calabria-lallarme-di-alecci-il-pnrr-e-al-palo-case-e-ospedali-di-comunita-sono-un-flop/ tp:attach_fn§§ http://gimbe.telpress.it/news/2026/04/08/2026040803027109327.PDF tp:ocr§§ La sanità territoriale calabrese si trova di fronte a una sfida complessa per il rispetto delle scadenze fissate dal Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza. Secondo i dati Agenas analizzati dalla Fondazione Gimbe, la realizzazione delle strutture sanitarie di prossimità registra rallentamenti significativi. Al 31 dicembre 2025, la situazione relativa alle Case di Comunità vede solo 2 strutture con almeno un servizio attivo su un totale di 63 previste, pari al 3,2% del totale. Questo dato si discosta nettamente dalla media nazionale, che si attesta al 45,5%.Per quanto riguarda gli Ospedali di Comunità, il quadro rimane simile. Delle 20 strutture programmate sul territorio regionale, solo una risulta avere un servizio attivo, raggiungendo una percentuale del 5%. Anche in questo caso il confronto con il resto d’Italia evidenzia un divario marcato, essendo la media nazionale pari al 27%. La vicinanza delle scadenze rende il raggiungimento dei target una questione di massima urgenza per evitare il rischio di complicanze nella rendicontazione dei fondi europei.Oltre ai ritardi strutturali, emerge una problematica relativa alla trasparenza e all’aggiornamento dei dati messi a disposizione della cittadinanza. Il portale ufficiale della Regione Calabria dedicato al PNRR riporta infatti informazioni ferme al 15 luglio 2025. Questa mancanza di aggiornamenti da circa nove mesi rende difficile per i cittadini e gli operatori monitorare l’effettivo avanzamento dei cantieri.Il consigliere regionale Ernesto Alecci ha presentato un’interrogazione rivolta al Presidente Roberto Occhiuto per ottenere chiarimenti sulla gestione di queste opere. Alecci ha dichiarato: “Il raggiungimento dei target prefissati dal PNRR appare pressochè impossibile. Inoltre il sito istituzionale sullo stato dei cantieri è fermo all’estate scorsa. Ho presentato un’interrogazione ad Occhiuto per fare chiarezza”. L’obiettivo dell’atto ispettivo è comprendere le cause specifiche dei ritardi e quali siano le misure previste per rendere operative le strutture entro giugno 2026.La mancata attivazione nei tempi previsti delle Case e degli Ospedali di Comunità potrebbe avere ripercussioni dirette sull’efficienza del sistema sanitario regionale. Queste strutture sono considerate fondamentali per decongestionare i reparti ospedalieri e offrire cure primarie accessibili sul territorio. Il mancato completamento delle opere entro il 2026 comporterebbe non solo un danno ai servizi per i pazienti, ma anche il rischio concreto di dover restituire i finanziamenti stanziati.Il PNRR rappresenta una risorsa centrale per l’innovazione e il potenziamento degli investimenti in Calabria. Un eventuale fallimento nella missione salute graverebbe ulteriormente sul bilancio regionale e sulla capacità di garantire i livelli essenziali di assistenza in un settore che necessita di interventi strutturali immediati.Trattiamo temi prettamente legati alla nostra regione, la Calabria, cercando di descrivere tutte le realtà della nostra terra, dalla politica al costume. La nostra punta di diamante è  un'informazione dettagliata e costante attraverso il sito internetContattaci: calabriadirettanews@gmail.comCalabria Diretta News  S.A.S.reg. trib. Cosenza 10/10/2020 n°1816© Copyright Calabria Diretta News - Partita IVA 03595570783 tp:writer§§ Redazione CDN guid§§ http://gimbe.telpress.it/news/2026/04/08/2026040803027109327.PDF §---§ title§§ Autonomia differenziata, monito UIL e UILFPL Calabria: "Sanità già in crisi, cosi si rischia il collasso" - Calabria News link§§ http://gimbe.telpress.it/news/2026/04/08/2026040802938508349.PDF description§§

Estratto da pag. 1 di "calabrianews.it" del 08 Apr 2026

pubDate§§ 2026-04-08T08:15:00+00:00 arguments§§ http://gimbe.telpress.it/news/2026/04/08/2026040802938508349.PDF category§§ GIMBE subcategory§§ {'domain': ''} source§§ {'href': 'http://gimbe.telpress.it/news/2026/04/08/2026040802938508349.PDF', 'title': 'calabrianews.it'} tp:url§§ https://www.calabrianews.it/autonomia-differenziata-monito-uil-e-uilfpl-calabria-sanita-gia-in-crisi-cosi-si-rischia-il-collasso/ tp:attach_fn§§ http://gimbe.telpress.it/news/2026/04/08/2026040802938508349.PDF tp:ocr§§ Calabria News Calabria Newsmercoledì, 8 Aprile, 2026Calabria NewsCalabria NewsInserisci testoCercaHomeAttualitàAutonomia differenziata, monito UIL e UILFPL Calabria: "Sanità già in crisi, cosi...Autonomia differenziata, monito UIL e UILFPL Calabria: “Sanità già in crisi, cosi si rischia il collasso”8 Aprile 2026“La sottoscrizione delle pre-intese sull’autonomia differenziata in materia sanitaria impone una riflessione che la UIL e la UILFPL Calabria non intendono eludere. La nostra posizione è chiara: non si può procedere su questa strada senza prima aver riequilibrato un sistema che già oggi penalizza strutturalmente il Mezzogiorno e la Calabria in particolare”. È quanto affermano Mariaelena Senese e Walter R.E. Bloise, segretari generali UIL e UILFPL Calabria, in una nota stampa.Per Senese e Bloise “i dati parlano da soli. La Calabria registra un saldo passivo di mobilità sanitaria pari a 326,9 milioni di euro l’anno. E il dato è in crescita. Oltre 40.000 calabresi si ricoverano fuori regione ogni anno. Il Report della Fondazione GIMBE certifica che nel 2023 la mobilità sanitaria interregionale nazionale ha raggiunto il record storico di 5,15 miliardi di euro, con flussi concentrati specialmente verso Lombardia, Emilia-Romagna e Veneto. La Calabria è tra le regioni che contribuiscono di più a quel dato e tra quelle che ne beneficiano di meno. Dietro questi numeri c’è un problema di qualità delle cure e fiducia – proseguono Senese e Bloise -. I cittadini calabresi convivono quotidianamente con sistemi di prenotazione inefficienti, tempi d’attesa insostenibili, presidi ospedalieri difficili da raggiungere, Pronto Soccorso sovraffollati e una riduzione delle Guardie Mediche sul territorio. Il risultato è un servizio alle persone lacunoso e poco efficiente“.L’allarme dei segretari si concentra anche sugli aspetti di carattere sociale, strettamente connessi alle questioni sanitarie: “C’è un aspetto che troppo spesso viene sottovalutato nel dibattito pubblico: l’accesso alle cure, in Calabria, è già oggi un percorso a ostacoli, reale e quotidiano. Ottenere una visita specialistica o un esame diagnostico nel sistema pubblico calabrese significa, nella maggior parte dei casi, attendere mesi, percorrere fino a centinaia di chilometri, fare i conti con strutture sottodimensionate e con un’offerta sanitaria territoriale sempre più rarefatta. Per molti cittadini, soprattutto anziani, persone sole o residenti nelle aree interne, questo si traduce direttamente in rinuncia alle cure. Chi non può permettersi di rinunciare alle cure, è spesso costretto a partire. Viaggi lunghi, spese di trasporto e alloggio, giorni di lavoro persi, famiglie che si organizzano intorno a un malato lontano: sono costi che lo Stato non contabilizza, ma che ricadono interamente sulle spalle dei calabresi e, in modo sproporzionato, sulle fasce economicamente più fragili. Un meccanismo che, una volta innescato, si autoalimenta: meno pazienti restano, meno risorse rimangono, meno si investe, più è difficile trattenere personale qualificato. Questa condizione non è accettabile oggi e sarà insostenibile domani, se l’autonomia differenziata dovesse procedere senza adeguate garanzie di riequilibrio. In questo contesto, in Calabria, l’autonomia differenziata non risolve il problema, ma lo aggrava – spiegano Senese e Bloise -. Consentire alle Regioni già più ricche di trattenere maggiori risorse e competere sul piano salariale significherebbe accelerare la fuga di medici e infermieri dal Sud, aumentare la mobilità passiva e spingere le famiglie meno abbienti a rinunciare alle cure per l’impossibilità di sostenere i costi — diretti e indiretti — dello spostarsi. Si configurerebbe, nei fatti, una sanità a due livelli: sistemi regionali avanzati al Nord, e contesti sanitari sempre più fragili, incapaci di rispondere ai bisogni reali dei cittadini nel Mezzogiorno. Una prospettiva incompatibile con i principi costituzionali di uguaglianza e con l’idea stessa di Servizio Sani tario Nazionale”.Da UIL e UILFPL Calabria non arriva solo una denuncia, ma anche una richiesta di interventi mirati e precisi: “Chiediamo azioni strutturali che puntino a ricostruire la fiducia dei cittadini attraverso trasparenza e riduzione delle liste d’attesa; ad investire in poli di eccellenza regionali; a fermare l’emorragia di personale sanitario; a reinvestire le risorse della mobilità passiva nel potenziamento delle strutture locali; a costruire reti cliniche interregionali basate sulla collaborazione, non sulla concorrenza. Il Servizio Sanitario Nazionale deve rimanere fondato su universalità, uguaglianza ed equità. Chiediamo un’assunzione di responsabilità politica a tutti i livelli: la salute non può diventare un fattore di disuguaglianza territoriale. Il nostro obiettivo è garantire ai cittadini calabresi lo stesso diritto alla cura di chi vive nelle regioni più forti. Senza dover partire. Senza dover pagare di più. Senza dover rinunciare alla salute. Il tempo delle parole e degli spot è finito“, concludono Senese e Bloise.TagsautonomiaBloiseCalabriadifferenziatasanitàSeneseUil tp:writer§§ Lorena Iuffrida guid§§ http://gimbe.telpress.it/news/2026/04/08/2026040802938508349.PDF §---§ title§§ Sanità e autonomia differenziata, il monito di UIL e UILFPL Calabria link§§ http://gimbe.telpress.it/news/2026/04/08/2026040803205608044.PDF description§§

Estratto da pag. 1 di "catanzaroinforma.it" del 08 Apr 2026

«Sanità già in crisi, cosi si rischia il collasso. Venga prima l’equità sociale»

pubDate§§ 2026-04-08T06:46:00+00:00 arguments§§ http://gimbe.telpress.it/news/2026/04/08/2026040803205608044.PDF category§§ GIMBE subcategory§§ {'domain': ''} source§§ {'href': 'http://gimbe.telpress.it/news/2026/04/08/2026040803205608044.PDF', 'title': 'catanzaroinforma.it'} tp:url§§ https://www.catanzaroinforma.it/senza-categoria/2026/04/08/sanita-e-autonomia-differenziata-il-monito-di-uil-e-uilfpl-calabria/409073/ tp:attach_fn§§ http://gimbe.telpress.it/news/2026/04/08/2026040803205608044.PDF tp:ocr§§ «La sottoscrizione delle pre-intese sull’autonomia differenziata in materia sanitaria impone una riflessione che la UIL e la UILFPL Calabria non intendono eludere. La nostra posizione è chiara: non si può procedere su questa strada senza prima aver riequilibrato un sistema che già oggi penalizza strutturalmente il Mezzogiorno e la Calabria in particolare». È quanto affermano Mariaelena Senese e Walter R.E. Bloise, segretari generali UIL e UILFPL Calabria, in una nota stampa.Per Senese e Bloise «i dati parlano da soli. La Calabria registra un saldo passivo di mobilità sanitaria pari a 326,9 milioni di euro l’anno. E il dato è in crescita. Oltre 40.000 calabresi si ricoverano fuori regione ogni anno. Il Report della Fondazione GIMBE certifica che nel 2023 la mobilità sanitaria interregionale nazionale ha raggiunto il record storico di 5,15 miliardi di euro, con flussi concentrati specialmente verso Lombardia, Emilia-Romagna e Veneto. La Calabria è tra le regioni che contribuiscono di più a quel dato e tra quelle che ne beneficiano di meno».«Dietro questi numeri c’è un problema di qualità delle cure e fiducia – proseguono Senese e Bloise -. I cittadini calabresi convivono quotidianamente con sistemi di prenotazione inefficienti, tempi d’attesa insostenibili, presidi ospedalieri difficili da raggiungere, Pronto Soccorso sovraffollati e una riduzione delle Guardie Mediche sul territorio. Il risultato è un servizio alle persone lacunoso e poco efficiente».L’allarme dei segretari si concentra anche sugli aspetti di carattere sociale, strettamente connessi alle questioni sanitarie: «C’è un aspetto che troppo spesso viene sottovalutato nel dibattito pubblico: l’accesso alle cure, in Calabria, è già oggi un percorso a ostacoli, reale e quotidiano. Ottenere una visita specialistica o un esame diagnostico nel sistema pubblico calabrese significa, nella maggior parte dei casi, attendere mesi, percorrere fino a centinaia di chilometri, fare i conti con strutture sottodimensionate e con un’offerta sanitaria territoriale sempre più rarefatta. Per molti cittadini, soprattutto anziani, persone sole o residenti nelle aree interne, questo si traduce direttamente in rinuncia alle cure. Chi non può permettersi di rinunciare alle cure, è spesso costretto a partire. Viaggi lunghi, spese di trasporto e alloggio, giorni di lavoro persi, famiglie che si organizzano intorno a un malato lontano: sono costi che lo Stato non contabilizza, ma che ricadono interamente sulle spalle dei calabresi e, in modo sproporzionato, sulle fasce economicamente più fragili. Un meccanismo che, una volta innescato, si autoalimenta: meno pazienti restano, meno risorse rimangono, meno si investe, più è difficile trattenere personale qualificato. Questa condizione non è accettabile oggi e sarà insostenibile domani, se l’autonomia differenziata dovesse procedere senza adeguate garanzie di riequilibrio».«In questo contesto, in Calabria, l’autonomia differenziata non risolve il problema, ma lo aggrava – spiegano Senese e Bloise -. Consentire alle Regioni già più ricche di trattenere maggiori risorse e competere sul piano salariale significherebbe accelerare la fuga di medici e infermieri dal Sud, aumentare la mobilità passiva e spingere le famiglie meno abbienti a rinunciare alle cure per l’impossibilità di sostenere i costi — diretti e indiretti — dello spostarsi. Si configurerebbe, nei fatti, una sanità a due livelli: sistemi regionali avanzati al Nord, e contesti sanitari sempre più fragili, incapaci di rispondere ai bisogni reali dei cittadini nel Mezzogiorno. Una prospettiva incompatibile con i principi costituzionali di uguaglianza e con l’idea stessa di Servizio Sanitario Nazionale».Da UIL e UILFPL Calabria non arriva solo una denuncia, ma anche una richiesta di interventi mirati e precisi: «Chiediamo azioni strutturali che puntino a ricostruire la fiducia dei cittadini attraverso trasparenza e riduzione delle liste d’attesa; ad investire in poli di eccellenza regionali; a fermare l’emorragia di personale sanitario; a reinvestire le risorse della mobilità passiva nel potenziamento delle strutture locali; a costruire reti cliniche interregionali basate sulla collaborazione, non sulla concorrenza.Il Servizio Sanitario Nazionale deve rimanere fondato su universalità, uguaglianza ed equità. Chiediamo un’assunzione di responsabilità politica a tutti i livelli: la salute non può diventare un fattore di disuguaglianza territoriale. Il nostro obiettivo è garantire ai cittadini calabresi lo stesso diritto alla cura di chi vive nelle regioni più forti. Senza dover partire. Senza dover pagare di più. Senza dover rinunciare alla salute. Il tempo delle parole e degli spot è finito», concludono Senese e Bloise. tp:writer§§ REDAZIONE guid§§ http://gimbe.telpress.it/news/2026/04/08/2026040803205608044.PDF §---§ title§§ Sanità Calabria, Alecci: ritardi su Case e Ospedali di Comunità link§§ http://gimbe.telpress.it/news/2026/04/08/2026040803033509263.PDF description§§

Estratto da pag. 1 di "catanzaroinforma.it" del 08 Apr 2026

Case e Ospedali di Comunità in Calabria, Alecci denuncia ritardi sul PNRR: pochi servizi attivi e sito regionale non aggiornato.

pubDate§§ 2026-04-08T12:30:00+00:00 arguments§§ http://gimbe.telpress.it/news/2026/04/08/2026040803033509263.PDF category§§ GIMBE subcategory§§ {'domain': ''} source§§ {'href': 'http://gimbe.telpress.it/news/2026/04/08/2026040803033509263.PDF', 'title': 'catanzaroinforma.it'} tp:url§§ https://www.catanzaroinforma.it/politica/2026/04/08/sanita-calabria-alecci-ritardi-su-case-e-ospedali-di-comunita/409115/ tp:attach_fn§§ http://gimbe.telpress.it/news/2026/04/08/2026040803033509263.PDF tp:ocr§§ “La realizzazione delle Case di Comunità e degli Ospedali di Comunità rischia di diventare l’ennesimo flop della sanità calabrese”. È quanto afferma il consigliere regionale Ernesto Alecci, che punta il dito contro i ritardi nell’attuazione della Missione Salute del PNRR.Secondo i dati Agenas, riportati dalla Fondazione Gimbe, al 31 dicembre 2025 in Calabria risultano operative solo 2 Case di Comunità su 63 previste (3,2%), a fronte di una media nazionale del 45,5%. Ancora più critica la situazione degli Ospedali di Comunità: uno solo attivo su 20 (5%), contro una media del 27%.Numeri che, a pochi mesi dalla scadenza, renderebbero “pressoché impossibile” il raggiungimento degli obiettivi fissati dal PNRR, senza che al momento siano previsti slittamenti dei termini, con possibili ripercussioni sulla rendicontazione e sul rischio di restituzione delle risorse.Alecci evidenzia anche la mancanza di trasparenza: “Il sito istituzionale della Regione Calabria sullo stato dei cantieri è fermo al 15 luglio 2025, senza aggiornamenti successivi”.Per questo il consigliere ha presentato un’interrogazione al presidente della Regione, Roberto Occhiuto, chiedendo chiarimenti sullo stato reale dei lavori, sulle cause dei ritardi e sulle misure che la Giunta intende adottare per rendere operative le strutture entro giugno 2026.“La mancata attuazione – conclude Alecci – aggraverebbe ulteriormente il ritardo della sanità territoriale calabrese, con effetti negativi sull’accesso alle cure e sull’efficienza del sistema”. tp:writer§§ REDAZIONE guid§§ http://gimbe.telpress.it/news/2026/04/08/2026040803033509263.PDF §---§ title§§ Sanità e autonomia differenziata, il monito di UIL e UILFPL Calabria: «Si rischia il collasso» link§§ http://gimbe.telpress.it/news/2026/04/08/2026040803218608170.PDF description§§

Estratto da pag. 1 di "corrieredellacalabria.it" del 08 Apr 2026

È quanto affermano Mariaelena Senese e Walter R.E. Bloise, segretari generali UIL e UILFPL Calabria, in una nota stampa

pubDate§§ 2026-04-08T07:28:00+00:00 arguments§§ http://gimbe.telpress.it/news/2026/04/08/2026040803218608170.PDF category§§ GIMBE subcategory§§ {'domain': ''} source§§ {'href': 'http://gimbe.telpress.it/news/2026/04/08/2026040803218608170.PDF', 'title': 'corrieredellacalabria.it'} tp:url§§ https://www.corrieredellacalabria.it/2026/04/08/sanita-e-autonomia-differenziata-il-monito-di-uil-e-uilfpl-calabria-si-rischia-il-collasso/ tp:attach_fn§§ http://gimbe.telpress.it/news/2026/04/08/2026040803218608170.PDF tp:ocr§§ I nostri canaliCATANZARO «La sottoscrizione delle pre-intese sull’autonomia differenziata in materia sanitaria impone una riflessione che la UIL e la UILFPL Calabria non intendono eludere. La nostra posizione è chiara: non si può procedere su questa strada senza prima aver riequilibrato un sistema che già oggi penalizza strutturalmente il Mezzogiorno e la Calabria in particolare». È quanto affermano Mariaelena Senese e Walter R.E. Bloise, segretari generali UIL e UILFPL Calabria, in una nota stampa. Per Senese e Bloise «i dati parlano da soli. La Calabria registra un saldo passivo di mobilità sanitaria pari a 326,9 milioni di euro l’anno. E il dato è in crescita. Oltre 40.000 calabresi si ricoverano fuori regione ogni anno. Il Report della Fondazione GIMBE certifica che nel 2023 la mobilità sanitaria interregionale nazionale ha raggiunto il record storico di 5,15 miliardi di euro, con flussi concentrati specialmente verso Lombardia, Emilia-Romagna e Veneto. La Calabria è tra le regioni che contribuiscono di più a quel dato e tra quelle che ne beneficiano di meno». «Dietro questi numeri c’è un problema di qualità delle cure e fiducia – proseguono Senese e Bloise -. I cittadini calabresi convivono quotidianamente con sistemi di prenotazione inefficienti, tempi d’attesa insostenibili, presidi ospedalieri difficili da raggiungere, Pronto Soccorso sovraffollati e una riduzione delle Guardie Mediche sul territorio. Il risultato è un servizio alle persone lacunoso e poco efficiente».L’allarme dei segretari si concentra anche sugli aspetti di carattere sociale, strettamente connessi alle questioni sanitarie: «C’è un aspetto che troppo spesso viene sottovalutato nel dibattito pubblico: l’accesso alle cure, in Calabria, è già oggi un percorso a ostacoli, reale e quotidiano. Ottenere una visita specialistica o un esame diagnostico nel sistema pubblico calabrese significa, nella maggior parte dei casi, attendere mesi, percorrere fino a centinaia di chilometri, fare i conti con strutture sottodimensionate e con un’offerta sanitaria territoriale sempre più rarefatta. Per molti cittadini, soprattutto anziani, persone sole o residenti nelle aree interne, questo si traduce direttamente in rinuncia alle cure. Chi non può permettersi di rinunciare alle cure, è spesso costretto a partire. Viaggi lunghi, spese di trasporto e alloggio, giorni di lavoro persi, famiglie che si organizzano intorno a un malato lontano: sono costi che lo Stato non contabilizza, ma che ricadono interamente sulle spalle dei calabresi e, in modo sproporzionato, sulle fasce economicamente più fragili. Un meccanismo che, una volta innescato, si autoalimenta: meno pazienti restano, meno risorse rimangono, meno si investe, più è difficile trattenere personale qualificato. Questa condizione non è accettabile oggi e sarà insostenibile domani, se l’autonomia differenziata dovesse procedere senza adeguate garanzie di riequilibrio». «In questo contesto, in Calabria, l’autonomia differenziata non risolve il problema, ma lo aggrava – spiegano Senese e Bloise -. Consentire alle Regioni già più ricche di trattenere maggiori risorse e competere sul piano salariale significherebbe accelerare la fuga di medici e infermieri dal Sud, aumentare la mobilità passiva e spingere le famiglie meno abbienti a rinunciare alle cure per l’impossibilità di sostenere i costi — diretti e indiretti — dello spostarsi. Si configurerebbe, nei fatti, una sanità a due livelli: sistemi regionali avanzati al Nord, e contesti sanitari sempre più fragili, incapaci di rispondere ai bisogni reali dei cittadini nel Mezzogiorno. Una prospettiva incompatibile con i principi costituzionali di uguaglianza e con l’idea stessa di Servizio Sanitario Nazionale». Da UIL e UILFPL Calabria non arriva solo una denuncia, ma anche una richiesta di interventi mirati e precisi: «Chiediamo azioni strutturali che puntino a ricostruire la fiducia dei cittadini attraverso trasparenza e riduzione delle liste d’attesa; ad investire in poli di eccellenza regionali; a fermare l’emorragia di personale sanitario; a rei nvestire le risorse della mobilità passiva nel potenziamento delle strutture locali; a costruire reti cliniche interregionali basate sulla collaborazione, non sulla concorrenza. Il Servizio Sanitario Nazionale deve rimanere fondato su universalità, uguaglianza ed equità. Chiediamo un’assunzione di responsabilità politica a tutti i livelli: la salute non può diventare un fattore di disuguaglianza territoriale. Il nostro obiettivo è garantire ai cittadini calabresi lo stesso diritto alla cura di chi vive nelle regioni più forti. Senza dover partire. Senza dover pagare di più. Senza dover rinunciare alla salute. Il tempo delle parole e degli spot è finito», concludono Senese e Bloise. (redazione@corrierecal.it)Il Corriere della Calabria è anche su WhatsApp. Basta cliccare qui per iscriverti al canale ed essere sempre aggiornato  News&Com SRLTelefono: 0968-53665 Email: newsandcom@gmail.comx tp:writer§§ Redazione Corriere guid§§ http://gimbe.telpress.it/news/2026/04/08/2026040803218608170.PDF §---§ title§§ «Ritardi nella realizzazione di Case e Ospedali di comunità in Calabria», interrogazione di Alecci link§§ http://gimbe.telpress.it/news/2026/04/08/2026040802896109093.PDF description§§

Estratto da pag. 1 di "corrieredellacalabria.it" del 08 Apr 2026

«Il raggiungimento dei target Pnrr appare pressocché impossibile e il sito istituzionale sullo stato dei cantieri è fermo all’estate scorsa»

pubDate§§ 2026-04-08T11:41:00+00:00 arguments§§ http://gimbe.telpress.it/news/2026/04/08/2026040802896109093.PDF category§§ GIMBE subcategory§§ {'domain': ''} source§§ {'href': 'http://gimbe.telpress.it/news/2026/04/08/2026040802896109093.PDF', 'title': 'corrieredellacalabria.it'} tp:url§§ https://www.corrieredellacalabria.it/2026/04/08/ritardi-nella-realizzazione-di-case-e-ospedali-di-comunita-in-calabria-interrogazione-di-alecci/ tp:attach_fn§§ http://gimbe.telpress.it/news/2026/04/08/2026040802896109093.PDF tp:ocr§§ I nostri canaliCATANZARO «La realizzazione della Case di Comunità e degli Ospedali di Comunità sta per diventare l’ennesimo flop in tema di Sanità Pubblica per la Regione Calabria e il Commissario Roberto Occhiuto. Al riguardo, gli ultimi dati Agenas sull’attuazione della Missione Salute del PNRR riportati dalla Fondazione Gimbe non forniscono grandi speranze. Al 31 dicembre 2025, per le Case di Comunità, delle 63 previste, solo 2 (3,2%) offrono almeno un servizio attivo, contro una media nazionale del 45,5%. Riguardo gli Ospedali di Comunità, invece, sui 20 previsti solo uno (5%) ha un servizio dichiarato attivo, contro una media del 27%. A tre mesi dalla scadenza, il raggiungimento dei target prefissati dal PNRR appare pressochè impossibile, e, inoltre, ad oggi non è previsto alcuno slittamento temporale, con tutti i rischi sulla rendicontazione ed eventuali restituzioni che ne deriverebbero»: a denunciarlo in una nota stampa è il consigliere regionale e capogruppo del Pd Ernesto Alecci.«Ma c’è di più! Se un cittadino calabrese volesse conoscere in maniera inequivocabile lo stato dell’arte dei vari cantieri, attingendo ad una fonte istituzionale, rimarrebbe profondamente deluso. Perché – riporta Alecci – il sito ufficiale della Regione Calabria dedicato al PNRR riporta lo stato di esecuzione dei lavori aggiornato al 15 luglio 2025 (quindi nove mesi fa!), senza indicazioni successive. Per questo motivo, al fine di fare chiarezza sullo stato delle cose, ho presentato un’interrogazione al Presidente Occhiuto per conoscere quali sono gli aggiornamenti reali sullo stato di esecuzione dei lavori delle Case di Comunità e degli Ospedali di Comunità successivi al 15 luglio 2025 e perché il sito ufficiale regionale non è stato aggiornato da quella data, quali sono le cause specifiche del ritardo nell’attivazione delle strutture previste in Calabria, quali misure concrete intende adottare la Giunta per renderle operative entro giugno 2026».«E’ inutile sottolineare come la mancata attuazione delle Case e degli Ospedali di Comunità entro la data prevista non farà che appesantire ulteriormente il già grave ritardo nella sanità territoriale calabrese, con ricadute negative sull’accesso alle cure, sull’efficienza del sistema e sul bilancio regionale. Il PNRR rischia, dunque, di certificare l’ennesima occasione mancata per la Calabria, con la conseguente perdita di finanziamenti già potenzialmente stanziati, soprattutto in quegli ambiti, come la sanità, dove maggiormente si sente il bisogno di investimenti e innovazione» conclude Alecci.News&Com SRLTelefono: 0968-53665 Email: newsandcom@gmail.comx tp:writer§§ Redazione Corriere guid§§ http://gimbe.telpress.it/news/2026/04/08/2026040802896109093.PDF §---§ title§§ Autonomia differenziata, Uil UilFpl Calabria: «Sanità già in crisi. Prima l’equità sociale» link§§ http://gimbe.telpress.it/news/2026/04/08/2026040803213308169.PDF description§§

Estratto da pag. 1 di "lacnews24.it" del 08 Apr 2026

I segretari Mariaelena Senese e Walter R.E. Bloise: «Si configurerebbero, nei fatti, due livelli: sistemi regionali avanzati al Nord e contesti sanitari sempre più fragili, incapaci di rispondere ai bisogni reali dei cittadini nel Mezzogiorno»

pubDate§§ 2026-04-08T07:28:00+00:00 arguments§§ http://gimbe.telpress.it/news/2026/04/08/2026040803213308169.PDF category§§ GIMBE subcategory§§ {'domain': ''} source§§ {'href': 'http://gimbe.telpress.it/news/2026/04/08/2026040803213308169.PDF', 'title': 'lacnews24.it'} tp:url§§ https://www.lacnews24.it/sanita/autonomia-differenziata-uil-uilfpl-calabria-sanita-gia-in-crisi-prima-lequita-sociale-blj1nzue tp:attach_fn§§ http://gimbe.telpress.it/news/2026/04/08/2026040803213308169.PDF tp:ocr§§ «La sottoscrizione delle pre-intese sull'autonomia differenziata in materia sanitaria impone una riflessione che la Uil UilFpl Calabria non intendono eludere. La nostra posizione è chiara: non si può procedere su questa strada senza prima aver riequilibrato un sistema che già oggi penalizza strutturalmente il Mezzogiorno e la Calabria in particolare». È quanto affermano Mariaelena Senese e Walter R.E. Bloise, segretari generali Uil UilFpl Calabria, in una nota stampa. Per Senese e Bloise «i dati parlano da soli. La Calabria registra un saldo passivo di mobilità sanitaria pari a 326,9 milioni di euro l'anno. E il dato è in crescita. Oltre 40mila calabresi si ricoverano fuori regione ogni anno. Il Report della Fondazione Gimbe certifica che nel 2023 la mobilità sanitaria interregionale nazionale ha raggiunto il record storico di 5,15 miliardi di euro, con flussi concentrati specialmente verso Lombardia, Emilia-Romagna e Veneto. La Calabria è tra le regioni che contribuiscono di più a quel dato e tra quelle che ne beneficiano di meno». «Dietro questi numeri c'è un problema di qualità delle cure e fiducia – proseguono Senese e Bloise -. I cittadini calabresi convivono quotidianamente con sistemi di prenotazione inefficienti, tempi d'attesa insostenibili, presidi ospedalieri difficili da raggiungere, Pronto Soccorso sovraffollati e una riduzione delle Guardie Mediche sul territorio. Il risultato è un servizio alle persone lacunoso e poco efficiente». L’allarme dei segretari si concentra anche sugli aspetti di carattere sociale, strettamente connessi alle questioni sanitarie: «C'è un aspetto che troppo spesso viene sottovalutato nel dibattito pubblico: l'accesso alle cure, in Calabria, è già oggi un percorso a ostacoli, reale e quotidiano. Ottenere una visita specialistica o un esame diagnostico nel sistema pubblico calabrese significa, nella maggior parte dei casi, attendere mesi, percorrere fino a centinaia di chilometri, fare i conti con strutture sottodimensionate e con un'offerta sanitaria territoriale sempre più rarefatta. Per molti cittadini, soprattutto anziani, persone sole o residenti nelle aree interne, questo si traduce direttamente in rinuncia alle cure. Chi non può permettersi di rinunciare alle cure, è spesso costretto a partire. Viaggi lunghi, spese di trasporto e alloggio, giorni di lavoro persi, famiglie che si organizzano intorno a un malato lontano: sono costi che lo Stato non contabilizza, ma che ricadono interamente sulle spalle dei calabresi e, in modo sproporzionato, sulle fasce economicamente più fragili. Un meccanismo che, una volta innescato, si autoalimenta: meno pazienti restano, meno risorse rimangono, meno si investe, più è difficile trattenere personale qualificato. Questa condizione non è accettabile oggi e sarà insostenibile domani, se l'autonomia differenziata dovesse procedere senza adeguate garanzie di riequilibrio». «In questo contesto, in Calabria, l'autonomia differenziata non risolve il problema, ma lo aggrava – spiegano Senese e Bloise -. Consentire alle Regioni già più ricche di trattenere maggiori risorse e competere sul piano salariale significherebbe accelerare la fuga di medici e infermieri dal Sud, aumentare la mobilità passiva e spingere le famiglie meno abbienti a rinunciare alle cure per l'impossibilità di sostenere i costi — diretti e indiretti — dello spostarsi. Si configurerebbe, nei fatti, una sanità a due livelli: sistemi regionali avanzati al Nord, e contesti sanitari sempre più fragili, incapaci di rispondere ai bisogni reali dei cittadini nel Mezzogiorno. Una prospettiva incompatibile con i principi costituzionali di uguaglianza e con l'idea stessa di Servizio Sanitario Nazionale». Da Uil UilFpl Calabria non arriva solo una denuncia, ma anche una richiesta di interventi mirati e precisi: «Chiediamo azioni strutturali che puntino a ricostruire la fiducia dei cittadini attraverso trasparenza e riduzione delle liste d'attesa; ad investire in poli di eccellenza regionali; a fermare l'emorragia di personale sanitario ; a reinvestire le risorse della mobilità passiva nel potenziamento delle strutture locali; a costruire reti cliniche interregionali basate sulla collaborazione, non sulla concorrenza. Il Servizio Sanitario Nazionale deve rimanere fondato su universalità, uguaglianza ed equità. Chiediamo un'assunzione di responsabilità politica a tutti i livelli: la salute non può diventare un fattore di disuguaglianza territoriale. Il nostro obiettivo è garantire ai cittadini calabresi lo stesso diritto alla cura di chi vive nelle regioni più forti. Senza dover partire. Senza dover pagare di più. Senza dover rinunciare alla salute. Il tempo delle parole e degli spot è finito», concludono Senese e Bloise. tp:writer§§ REDAZIONE guid§§ http://gimbe.telpress.it/news/2026/04/08/2026040803213308169.PDF §---§ title§§ Sanità Calabria, interrogazione di Alecci a Occhiuto su case e ospedali di comunità link§§ http://gimbe.telpress.it/news/2026/04/08/2026040802899808998.PDF description§§

Estratto da pag. 1 di "lacnews24.it" del 08 Apr 2026

Il capogruppo Pd attacca e presenta un’interrogazione al governatore: «Attivi solo due strutture su 63 e un presidio ospedaliero su 20. Dati fermi da mesi e rischio restituzione fondi»

pubDate§§ 2026-04-08T11:14:00+00:00 arguments§§ http://gimbe.telpress.it/news/2026/04/08/2026040802899808998.PDF category§§ GIMBE subcategory§§ {'domain': ''} source§§ {'href': 'http://gimbe.telpress.it/news/2026/04/08/2026040802899808998.PDF', 'title': 'lacnews24.it'} tp:url§§ https://www.lacnews24.it/sanita/case-e-ospedali-di-comunita-fermi-al-palo-alecci-pd-ennesimo-flop-di-occhiuto-target-pnrr-ormai-irraggiungibili-rivj5d5k tp:attach_fn§§ http://gimbe.telpress.it/news/2026/04/08/2026040802899808998.PDF tp:ocr§§ Sanità territoriale al palo in Calabria, mentre il conto alla rovescia del Pnrr entra nella fase decisiva. Le Case di Comunità e gli Ospedali di Comunità, pilastri della riforma, rischiano di restare incompiuti. A lanciare l’allarme è il consigliere regionale e capogruppo del Partito Democratico Ernesto Alecci: «La realizzazione delle Case di Comunità e degli Ospedali di Comunità sta per diventare l’ennesimo flop in tema di sanità pubblica per la Regione Calabria e per il commissario Roberto Occhiuto». A preoccupare sono i dati Agenas sull’attuazione della Missione Salute del Pnrr, riportati dalla Fondazione Gimbe: «Su 63 Case di Comunità previste, solo 2 (3,2%) offrono almeno un servizio attivo, contro una media nazionale del 45,5%». Ancora più critica la situazione degli Ospedali di Comunità: «Su 20 strutture previste, solo una (5%) risulta attiva, a fronte di una media italiana del 27%». Numeri che, sottolinea Alecci, rendono difficile qualsiasi recupero: «A tre mesi dalla scadenza, il raggiungimento dei target fissati dal Pnrr appare pressoché impossibile e non è previsto alcuno slittamento temporale», con il rischio di «problemi nella rendicontazione e possibili restituzioni dei fondi». Il consigliere dem punta poi il dito sulla mancanza di trasparenza: «Se un cittadino calabrese volesse conoscere lo stato dei cantieri attraverso fonti ufficiali, resterebbe deluso». Il sito della Regione Calabria dedicato al PNRR, infatti, «riporta dati aggiornati al 15 luglio 2025», senza aggiornamenti successivi. Da qui l’iniziativa in Consiglio regionale: «Ho presentato un’interrogazione al presidente Occhiuto per conoscere gli aggiornamenti reali sullo stato dei lavori, le ragioni del mancato aggiornamento del sito e le cause specifiche dei ritardi». Non solo. Alecci chiede anche risposte operative: «Quali misure concrete intende adottare la Giunta per rendere operative le strutture entro giugno 2026?». Il rischio, conclude il capogruppo del Pd, è pesante: «La mancata attuazione delle Case e degli Ospedali di Comunità non farà che aggravare il ritardo della sanità territoriale», con ricadute su accesso alle cure, efficienza del sistema e bilancio regionale. In questo quadro, il Pnrr rischia di trasformarsi in «un’altra occasione mancata per la Calabria», con la possibile perdita di risorse già stanziate proprio in un settore dove «il bisogno di investimenti e innovazione è più urgente». tp:writer§§ REDAZIONE guid§§ http://gimbe.telpress.it/news/2026/04/08/2026040802899808998.PDF §---§ title§§ Sanità Calabria, Alecci (Pd): "Case e Ospedali di Comunità verso il flop, Occhiuto chiarisca" link§§ http://gimbe.telpress.it/news/2026/04/08/2026040802894209054.PDF description§§

Estratto da pag. 1 di "lanuovacalabria.it" del 08 Apr 2026

"La realizzazione della Case di Comunità e degli Ospedali di Comunità sta per diventare lennesimo flop in tema di Sanità Pubblica per la Regione Calabria e...

pubDate§§ 2026-04-08T11:28:00+00:00 arguments§§ http://gimbe.telpress.it/news/2026/04/08/2026040802894209054.PDF category§§ GIMBE subcategory§§ {'domain': ''} source§§ {'href': 'http://gimbe.telpress.it/news/2026/04/08/2026040802894209054.PDF', 'title': 'lanuovacalabria.it'} tp:url§§ http://lanuovacalabria.it/sanita-calabria-alecci-pd-case-e-ospedali-di-comunita-verso-il-flop-occhiuto-chiarisca tp:attach_fn§§ http://gimbe.telpress.it/news/2026/04/08/2026040802894209054.PDF tp:ocr§§ "La realizzazione della Case di Comunità e degli Ospedali di Comunità sta per diventare l’ennesimo flop in tema di Sanità Pubblica per la Regione Calabria e il Commissario Roberto Occhiuto. Al riguardo, gli ultimi dati Agenas sull’attuazione della Missione Salute del PNRR riportati dalla Fondazione Gimbe non forniscono grandi speranze. Al 31 dicembre 2025, per le Case di Comunità, delle 63 previste, solo 2 (3,2%) offrono almeno un servizio attivo, contro una media nazionale del 45,5%. Riguardo gli Ospedali di Comunità, invece, sui 20 previsti solo uno (5%) ha un servizio dichiarato attivo, contro una media del 27%. A tre mesi dalla scadenza, il raggiungimento dei target prefissati dal PNRR appare pressochè impossibile, e, inoltre, ad oggi non è previsto alcuno slittamento temporale, con tutti i rischi sulla rendicontazione ed eventuali restituzioni che ne deriverebbero". Così in una nota il consigliere regionale del Pd, Ernesto Alecci. "Ma c’è di più! - aggiunge - Se un cittadino calabrese volesse conoscere in maniera inequivocabile lo stato dell’arte dei vari cantieri, attingendo ad una fonte istituzionale, rimarrebbe profondamente deluso. Perché il sito ufficiale della Regione Calabria dedicato al PNRR riporta lo stato di esecuzione dei lavori aggiornato al 15 luglio 2025 (quindi nove mesi fa!), senza indicazioni successive. Per questo motivo, al fine di fare chiarezza sullo stato delle cose, ho presentato un’interrogazione al Presidente Occhiuto per conoscere quali sono gli aggiornamenti reali sullo stato di esecuzione dei lavori delle Case di Comunità e degli Ospedali di Comunità successivi al 15 luglio 2025 e perché il sito ufficiale regionale non è stato aggiornato da quella data, quali sono le cause specifiche del ritardo nell’attivazione delle strutture previste in Calabria, quali misure concrete intende adottare la Giunta per renderle operative entro giugno 2026.E’ inutile sottolineare come la mancata attuazione delle Case e degli Ospedali di Comunità entro la data prevista non farà che appesantire ulteriormente il già grave ritardo nella sanità territoriale calabrese, con ricadute negative sull’accesso alle cure, sull’efficienza del sistema e sul bilancio regionale. Il PNRR rischia, dunque, di certificare l’ennesima occasione mancata per la Calabria, con la conseguente perdita di finanziamenti già potenzialmente stanziati, soprattutto in quegli ambiti, come la sanità, dove maggiormente si sente il bisogno di investimenti e innovazione". Segui La Nuova Calabria sui socialTestata giornalistica registrata presso il tribunale di Catanzaro n. 4 del Registro Stampa del 05/07/2019 Direttore responsabile: Enzo Cosentino Direttore editoriale: Stefania Papaleo Redazione centrale: Vico dell'Onda 5 88100 Catanzaro (CZ) LaNuovaCalabria | P.Iva 03698240797Service Provider Sirinfo Srl Contattaci: redazione@lanuovacalabria.itTel. 3508267797 tp:writer§§ REDAZIONE guid§§ http://gimbe.telpress.it/news/2026/04/08/2026040802894209054.PDF §---§ title§§ Sanità pubblica, a Modena confronto sul futuro del diritto alla salute promosso da Fondazione Gimbe link§§ http://gimbe.telpress.it/news/2026/04/08/2026040802881408926.PDF description§§

Estratto da pag. 1 di "lapressa.it" del 08 Apr 2026

Società: Cuore dell’iniziativa sarà la lectio magistralis di Nino Cartabellotta. Intervengono l assessore regionale Fabi e il sindaco Mezzetti

pubDate§§ 2026-04-08T10:50:00+00:00 arguments§§ http://gimbe.telpress.it/news/2026/04/08/2026040802881408926.PDF category§§ GIMBE subcategory§§ {'domain': ''} source§§ {'href': 'http://gimbe.telpress.it/news/2026/04/08/2026040802881408926.PDF', 'title': 'lapressa.it'} tp:url§§ https://www.lapressa.it//articoli/societa/sanit-pubblica-a-modena-confronto-sul-futuro-del-diritto-alla-salute-promosso-da-fondazione-gimbe tp:attach_fn§§ http://gimbe.telpress.it/news/2026/04/08/2026040802881408926.PDF tp:ocr§§ È un interrogativo tanto semplice quanto cruciale quello al centro dell’incontro promosso dalla Fondazione Gimbe: la tutela della salute è ancora un diritto universale o sta diventando un privilegio per pochi?Il tema sarà al centro dell’appuntamento in programma il 18 aprile a Modena, presso il Forum Monzani, con inizio alle 17. L’evento si inserisce nel calendario delle iniziative per il trentennale della Fondazione.Ad aprire i lavori sarà Paolo Botti (nella foto), presidente del Rotary Club Vignola Castelfranco Bazzano e rappresentante del nucleo di coordinamento della Rete Civica #SalviamoSSN di Modena. Seguiranno i saluti istituzionali del sindaco Massimo Mezzetti.Cuore dell’iniziativa sarà la lectio magistralis di Nino Cartabellotta, che offrirà una riflessione approfondita sullo stato attuale del Servizio Sanitario Nazionale e sulle sfide che ne mettono a rischio l’universalità.A seguire, una tavola rotonda moderata dal direttore di Trc Ettore Tazzioli metterà a confronto istituzioni e professionisti del settore. Tra gli interventi attesi, quelli di Massimo Fabi, assessore alle Politiche per la salute della Regione Emilia-Romagna, e Carlo Curatola, presidente dell’Ordine dei Medici Chirurghi e Odontoiatri della provincia di Modena.L’iniziativa si propone come un momento di dialogo aperto tra cittadini, esperti e decisori politici, con l’obiettivo di riportare al centro del dibattito pubblico il futuro della sanità italiana. In un contesto segnato da crescenti disuguaglianze e difficoltà di accesso alle cure, il tema appare quanto mai attuale.La partecipazione è gratuita, con iscrizione obbligatoria. tp:writer§§ REDAZIONE guid§§ http://gimbe.telpress.it/news/2026/04/08/2026040802881408926.PDF §---§ title§§ Con la scusa della guerra ci riprovano col lockdown link§§ http://gimbe.telpress.it/news/2026/04/08/2026040803244507409.PDF description§§

Estratto da pag. 1 di "laverita.info" del 08 Apr 2026

Leggi gli ultimi articoli su

pubDate§§ 2026-04-08T05:14:00+00:00 arguments§§ http://gimbe.telpress.it/news/2026/04/08/2026040803244507409.PDF category§§ GIMBE subcategory§§ {'domain': ''} source§§ {'href': 'http://gimbe.telpress.it/news/2026/04/08/2026040803244507409.PDF', 'title': 'laverita.info'} tp:url§§ https://www.laverita.info/con-la-scusa-della-guerra-ci-riprovano-col-lockdown-2676676525.html tp:attach_fn§§ http://gimbe.telpress.it/news/2026/04/08/2026040803244507409.PDF tp:ocr§§ C’è un pezzo d’Europa, e anche d’Italia, che fa il tifo per il lockdown. Quel periodo in cui, a causa del Covid, alle persone era impedito di uscire, si consumava poco gasolio e ancora meno benzina, i negozi erano chiusi e le aziende lavoravano in smart working, e così anche le emissioni erano ridotte al minimo.Un mondo chiuso per epidemia, che adesso qualcuno a quanto pare rimpiange, vedendo nel «tutti a casa» una soluzione facile per far fronte alle difficoltà imposte dalla guerra in Iran. Il primo a parlare di razionamenti, di limitare viaggi, cioè di restare a casa ma abbassando riscaldamento e condizionamento, è stato Dan Jorgensen, socialdemocratico danese e commissario all’Energia della Ue. Poi sono venuti altri, come ad esempio Nino Cartabellotta, orfano inconsolabile della pandemia, divenuto famoso proprio durante il lockdown. Con un post su X, il presidente della fondazione Gimbe ha scritto parole ottimistiche, cui mancava solo l’invito a predisporsi a un prossimo decesso: «Bisogna preparare il Paese a uno shock energetico di lunga durata e disincentivare i consumi. Non spacciare per cura l’ennesimo decreto cerotto». Che cosa c’entri il gastroenterologo Cartabellotta con la guerra e il blocco delle petroliere in uscita dallo stretto di Hormuz non è dato sapere, ma pare evidente che, come molti suoi colleghi, lo «scienziato» sia in crisi da astinenza tv e dunque la crisi energetica gli faccia intravedere la possibilità di tornare ad apparire nei talk show.Si capisce anche il suggerimento del presidente dell’Anief, Marcello Pacifico. L’associazione riunisce insegnanti e formatori, perciò il sindacalista non si è trattenuto dal suggerire al governo e al Parlamento l’adozione della ormai mitica Dad, didattica a distanza, che consentiva ai docenti di tenere lezioni dal salotto di casa in tuta sportiva se non addirittura in pigiama. «La crisi energetica, con ripercussioni sul costo dei carburanti, potrebbe portare l’Italia entro giugno a un tasso di inflazione altissimo», dunque, ha spiegato Pacifico, «per frenare il costo della vita si potrebbe valutare il collocamento dei lavoratori pubblici in smart working». Insomma, tutti a casa in pantofole anziché in cattedra, anche se, dopo aver lanciato il sasso, il presidente Anief precisa che la scuola dovrà essere l’ultima a chiudere, ma si sa che è sempre meglio prevenire che curare.Nel frattempo, per alleggerire il clima di pessimismo che aleggia sull’economia europea, Bruxelles ci tiene a ribadire non soltanto che non sono previsti allentamenti del patto di stabilità, cioè nessuna deroga ai vincoli di bilancio, ma che sia a livello comunitario che per quanto riguarda i singoli Stati sono vietati i tagli alle accise. In altre parole, l’Unione sposa la linea Cartabellotta, dicendo che i consumatori devono soffrire e anche un po’ morire.Negando qualsiasi possibilità di sforamento dei parametri di bilancio e respingendo ogni apertura all’idea di tornare a comprare gas russo (scelta super ipocrita, che non tiene conto del fatto che gli Stati europei continuano ad acquistare il Gnl di Putin e il rialzo dei prezzi dei prodotti fossili sta comunque aiutando l’economia di Mosca), l’Europa apre la strada non soltanto all’austerity raccomandata dall’Agenzia internazionale dell’energia, la cui ricetta in sostanza si riduce a meno spostamenti e meno consumo di carburante, ma pure a un futuro lockdown, come quello adottato durante la pandemia. Del resto, a bordo campo si scalda i muscoli uno che in fatto di chiusure se ne intende. Ringalluzzito dalla vittoria del No al referendum sulla giustizia e spinto dalla possibilità di un ricorso alle primarie per la scelta del candidato leader di centrosinistra, Giuseppe Conte accarezza l’idea di tornare a Palazzo Chigi e di riutilizzare i famigerati Dpcm. A motivarli non sarebbe il Covid ma il virus iraniano. Nella malaugurata ipotesi di una vittoria del centrosinistra alle prossime elezioni potrebbe tornare anche Roberto Speranza, indimenticato ministro della Salute del periodo 2020-2022. Lo s logan, ovviamente, non sarebbe più tachipirina e vigile attesa, ma meno benzina e vigile attesa. Perché ciò che conta è stare in casa e avere pazienza, sempre che la morte di cui sopra non arrivi prima.«Tutti i concetti più pregnanti della moderna dottrina dello Stato sono concetti teologici secolarizzati». Lo scrisse Carl Schmitt nel 1922. Ci aveva visto lungo. Anche dietro la guerra in Medio Oriente non ci sono soltanto interessi economici. Oltre alla materia, c’è lo spirito. La religione. Dal lato dell’Iran, certo, il cui regime teocratico lotta per sopravvivere. Dal lato di Tel Aviv, che insegue senza più remore il sogno del Grande Israele, come proclamò Benjamin Netanyahu nell’agosto del 2025. E pure dal lato americano.Nell’amministrazione Usa si è innescato un duello, essenzialmente teologico-politico, tra le anime del trumpismo: il conservatorismo di JD Vance, sovranista, isolazionista, ma cattolico, stavolta alleato del concorrente neocon Marco Rubio, anche lui discepolo (meno fervente) della Chiesa di Roma; e il sionismo protestante di Pete Hegseth, il capo del Pentagono, un evangelico convinto che la campagna bellica statunitense sia una riedizione delle crociate. Lui, che si è tatuato la scritta Deus vult, motto dei cavalieri del Santo Sepolcro.Né Vance né Rubio erano favorevoli a bombardare l’Iran. Entrambi coltivano ambizioni presidenziali e non vogliono disastri sul groppone. Il segretario di Stato ha addossato esplicitamente le responsabilità del conflitto a Israele. Hegseth, invece, si è speso per convincere il presidente che la vittoria sarebbe stata totale e veloce. Tanto zelo potrebbe spiegare la sorpresa della Casa Bianca dinanzi al prevedibile blocco di Hormuz. Le difficoltà hanno messo il numero uno del Pentagono, per cui i dem invocano l’impeachment, in una posizione scomoda. Il timore di essere silurato da un furibondo Trump lo avrebbe spinto ad avviare un repulisti nel suo ministero, cominciato dalla rimozione del generale Randy George, capo di Stato maggiore dell’esercito e vicino a Vance. È stata l’ultima di una serie di esibizioni muscolari. Per il triduo pasquale, il Pentagono ha organizzato solamente celebrazioni protestanti. Nessun servizio liturgico per il personale cattolico. È un dettaglio? Semmai, il culmine di un percorso iniziato un paio di mesi fa, quando il segretario alla Difesa aveva portato al dicastero in Virginia il pastore Douglas Wilson. Un evangelico ultranazionalista che vorrebbe bandire le manifestazioni pubbliche della «superstizione» cattolica, tipo le processioni in onore di Maria.La radicalizzazione ha alimentato inevitabili attriti con il Vaticano: The Free Press, qualche giorno fa, ha riferito di un incontro tenutosi a gennaio, sempre al Pentagono, con alcuni diplomatici della Santa Sede. Agli emissari della Chiesa sarebbe stato intimato di schierarsi apertamente al fianco degli Usa. Alcune scene inquietanti - i predicatori evangelici che impongono le mani sul presidente nello Studio ovale, o le invocazioni del solito Hegseth a Dio affinché conduca l’America al trionfo - hanno finito per convincere il Papa a mobilitarsi. Leone XIV - un americano - ha sentito Trump per invocare la pace e ha ribadito che Dio «non ascolta la preghiera di chi fa la guerra». L’altro ieri, persino The Donald ha dovuto ammettere: «A Dio non piace quello che sta succedendo». Dall’Ungheria, Vance, non senza imbarazzo, ha tentato di salvare capra e cavoli: «Spero che Dio sia d’accordo con la decisione che l’Iran non dovrebbe avere un’arma nucleare», ha detto. Ieri sera, da Castel Gandolfo, il pontefice ha tuonato: la minaccia di distruzione all’Iran e al suo popolo «non è accettabile». Ma se il tycoon ha tolto l’elmetto all’Altissimo, Hegseth ha perseverato nel delirio mistico, stabilendo un grottesco parallelo tra la risurrezione di Cristo e il recupero del pilota dell’F-15, «abbattuto il Venerdì Santo, nascostosi in una grotta per tutto il sabato e salvato domenica».Il Vaticano è reduce da tensioni anche con il governo israeliano, dopo l’ incidente della Domenica delle Palme al Santo Sepolcro. La geografia dei dissidi è dunque composita ma intelligibile: i protestanti che appoggiano Trump sono esponenti di quel «cristianesimo sionista» che - lo rilevarono quasi vent’anni fa i politologi John Mearsheimer e Stephen Walt - è una componente della «lobby israeliana» capace di influire, non sempre con esiti felici, sulla politica estera degli Usa. Netanyahu, non diversamente dai suoi predecessori, la sfrutta a suo vantaggio. I conservatori cattolici ne sono agli antipodi. E Trump?Il presidente-narciso deve essere stato irretito dai santoni che lo hanno divinizzato e gli hanno promesso la redenzione. L’andamento del conflitto lo ha destato: è apparsa sempre più evidente la sua volontà di tirarsi fuori dal pantano. Lo testimonierebbe l’idea di sostituire, in qualità di negoziatori, il duo Steve Witkoff e Jared Kushner (il genero ebreo) con Vance. In assenza del Signore degli eserciti, rimane solo la diplomazia.Schiarite a Siena, temporali sull’asse Milano-Francoforte. Il cielo della finanza europea sembra uscito da un capriccioso bollettino meteo: sole a tratti, rovesci improvvisi e qualche fulmine. Partiamo dalla notizia che cambia gli equilibri del sistema bancario italiano: Delfin, la cassaforte degli eredi Del Vecchio, ha depositato le azioni per l’assemblea del 15 aprile di Montepaschi. È il segnale che le schermaglie sono finite. L’affluenza si annuncia superiore al 70%. Il peso di Delfin azionista di riferimento con il 17,5% diventa decisivo.Sul tavolo, non ci sono solo nomi ma visioni. Da una parte la lista del cda uscente, dall’altra quella alternativa di Plt guidata dall’ex amministratore delegato Luigi Lovaglio, che in serata è stato licenziato dal board del Monte «per giusta causa» anche come direttore generale. La terza lista è quella di minoranza delle Sgr e i fondi di Assogestioni.La sorpresa è dietro l’angolo: Delfin potrebbe astenersi. Una non-scelta che è già una scelta. Perché? Perché a Milano, non quella dei salotti ma quella della procura, si guarda con attenzione ai movimenti dei grandi azionisti. Il sospetto di concerto aleggia, e in questi casi la prudenza diventa una strategia. Meglio non esporsi troppo visto che la lista del cda guidata da Fabrizio Palermo gode dell’appoggio del gruppo Caltagirone (11,45%). Si aggiungerebbero l’1,4% di Benetton e l’1% dei fondi Mediolanum. Poi le casse di previdenza che complessivamente arrivano all’1,5%. A completare il consenso altre quote più piccole che toccano complessivamente il 5%. In totale si arriva al 20%. Da questo calcolo resterebbero fuori le quote di Banco Bpm e quella del Mef. Così, paradossalmente, l’azionista più pesante potrebbe scegliere di non pesare. O meglio: di pesare senza farsi vedere. Eventualmente il suo voto si manifesterà quando sulle preferenze per i singoli membri del consiglio d’amministrazione. Gli advisor sono unanimi nel giudizio su Fabrizio Palermo come ad. Assi meno sulla conferma di Nicola Maione alla presidenza. Mentre Siena si prepara al voto con un certo ottimismo altrove il clima è decisamente più burrascoso.A Francoforte addirittura c’è il gelo. L’Ops lanciata da Unicredit per acquisire Commerzbank si è schiantata contro un muro di ghiaccio. Il messaggio è semplice nella sua chiarezza: così non va. L’offerta non convince, il premio non è adeguato, il valore non si vede. E soprattutto - dettaglio non secondario - la fiducia non c’è. Che, in operazioni di questo tipo, è un po’ come dire che manca l’ossigeno. Il numero uno di Unicredit, Andrea Orcel, aveva immaginato un percorso diverso. Un’integrazione capace di creare un campione europeo secondo uno schema gradito alla Bce. Ma tra l’idea e la realtà c’è di mezzo un management tedesco che non ha alcuna intenzione di farsi conquistare: il valore possiamo crearlo da soli. Anzi, se proprio dobbiamo prenderci dei rischi, preferiamo farlo in autonomia. Una dichiarazione di indipendenza che suona anche come una bocciatura dell’operazione.C’è poi il tema del me todo. I tedeschi lamentano di essere stati spesso informati a cose fatte, più che coinvolti. E qui si entra in un terreno delicato, quello delle relazioni tra pari. Perché un’Ops può anche essere tecnicamente impeccabile, ma se manca il rapporto fiduciario diventa una salita insidiosa.Il risultato è che, mentre a Siena si intravedono schiarite a Francoforte si addensano nuvole scure. L’offerta resta formalmente in piedi, certo. Ma il percorso si complica. E non poco.E così l’Europa bancaria si ritrova, ancora una volta, divisa tra due modelli. Quello italiano, fatto di equilibri sottili, mediazioni, astensioni strategiche. E quello tedesco, più diretto e roccioso.In mezzo, come sempre, c’è il mercato. Che osserva, valuta, soppesa. E che sa benissimo che dietro queste partite non ci sono solo poltrone, ma strategie, assetti di potere, pezzi di futuro.Alla fine, la fotografia è questa: a Siena si gioca una partita complessa ma aperta, con un arbitro invisibile che si chiama prudenza. A Francoforte, invece la palla al momento è stata respinta. Riprovare. E chissà che, in questo strano meteo della finanza, non sia proprio l’Italia - spesso data per imprevedibile - a mostrare, almeno per una volta, il cielo più stabile. Anche se, come sempre, basterà un voto in assemblea per cambiare il vento.Da oltre trent’anni ci è stato doviziosamente spiegato che per salvare il pianeta occorre «decarbonizzare» l’economia, ovvero rinunciare ai combustibili fossili: petrolio, gas e carbone, devono restare nel sottosuolo, come diceva Greta Thunberg. Ci dicono entro il 2050. La chiamano transizione-energetica.L’Ue ha l’ambizione di guidarla, e per fare la prima della classe si è anche data degli obiettivi intermedi: rinunciare al 90 per cento dei combustibili fossili entro il 2040. Vien da ridere: è tra quattordici anni.Se vogliamo ridere di più, ecco le dichiarazioni di Alfonso Pecoraro Scanio: «Serve un’Europa libera dalla dipendenza dai combustibili fossili, capace di puntare con decisione sulla pace e sulle energie rinnovabili. Le guerre continuano ad essere, troppo spesso, legate al petrolio. È sempre più chiaro, come evidenziato anche da autorevoli analisi internazionali, che i combustibili fossili sono non solo tra i principali responsabili della crisi climatica, ma sono anche fattori strutturali di instabilità geopolitica e di conflitto. Gli importanti investimenti che l’Europa ha avviato sulle energie rinnovabili devono essere rafforzati».Non gli sovviene neanche pallidamente che se per gas e petrolio si arriva a far la guerra, forse avranno un qualcosa di prezioso. Giova d’altra parte rammentare che il Nostro è un avvocato che s’è messo in testa che col fotovoltaico si diventa ricchi. Cosa magari vera, come è vero che si diventa ricchi a vender ai calvi tonti lozioni per far crescere i capelli. Ma se chiediamo all’avvocato cos’è l’energia e perché mai i combustibili fossili sarebbero responsabili di una non meglio identificata crisi climatica, non saprebbe profferire parola. Come lo so? Lo deduco dal fatto che una volta che mi chiesero di intervenire ad un dibattito l’avvocato si rifiutò di partecipare quando seppe che c’ero io.Accade ora che, proprio per gli eventi bellici nel Golfo Persico, della fornitura di petrolio e gas mondiale, all’improvviso venga a mancare non il 90% che ci si propone di abbandonare fra 14 anni, ma appena il 20%. Sarebbe un buon inizio lungo quella strada maestra, no? A quanto pare, no, perché, invece, immediatamente scoppia il panico. Il prezzo del petrolio sale sopra i 100 dollari al barile, e vari esperti - ah, gli esperti, sempre invocati e mai che ne imbrocchino una giusta - non escludono che arrivi presto a 200 dollari. Gli economisti - buoni anche quelli - annunciano una imminente recessione economica mondiale, se l’interruzione delle forniture dovesse durare più di alcune settimane. Vi chiederete perché sbertuccio anche gli economisti, ed ecco perché: quelli che ora stanno gridando all’allarme per questo 20% in meno sono gli stessi - ma proprio gli stessi - che si sono inventati la green economy suggerendo la riduzione del 90%. Comunque sia, le borse crollano e l’inflazione rialza la testa.I soloni dell’Ue convocano riunioni di emergenza. Fatih Birol (economista, ça va sans dire) direttore dell’Agenzia internazionale dell’energia ha appena dichiarato che l’offensiva militare di Usa e Israele contro l’Iran ha creato «la più grande minaccia alla sicurezza energetica globale degli ultimi decenni». Come mai non gli venne il sospetto di questa minaccia quando promuoveva, come ha promosso per lungo tempo, la riduzione dell’uso dei combustibili fossili.Nei passati trent’anni il consumo mondiale di tutti i combustibili fossili è cresciuto del 50%; il carbone, in particolare, continua ogni anno a stabilire un nuovo primato. Ma nessuno nella classe politica europea ha il coraggio di dire che il re è nudo e che l’intera politica europea su clima ed energia ha prodotto un solo risultato: la fuga della attività manifatturiere dall’Europa ed un declino economico. In trent’anni, la diminuzione del 20% delle emissioni europee di CO2, equivalente a meno del 2% di quelle globali, è avvenuta grazie all’aumento delle importazioni di beni prodotti nei Paesi extraeuropei. Nessuno dei quali conosce i turbamenti di Pecoraro Scanio. Tutti però desiderano una sola cosa: che le proprie economie continuino a crescere.Bene - direte - ma dopo questo pistolotto, hai proposte concrete? Ci provo. Dunque, nel breve termine:1 metter la pietra tombale sulle sovvenzioni pubbliche al fotovoltaico;2 abbandonare definitivamente l’Ets (Emission trading system), un assurdo sistema che sta distruggendo l’economia delle sane aziende energivore;3 riavviare gli impianti a carbone;4 ascoltare le istanze di Mosca, finora ignorate e riconsiderare la Russia quale privilegiato fornitore di gas.Nel più lungo termine:5 avviare un importante programma sugli impianti elettronucleari di grosso taglio, gli unici, con consolidata tecnologia, la cui economia di scala fornirebbe elettricità a costi che porterebbero l’odierna asfittica Europa su un piano competitivo.Dopo oltre dieci anni si è risvegliata la frana del Petacciato, in provincia di Campobasso, attiva da oltre 110 anni. L’ultimo smottamento più grave si era verificato nel 2015. Lo scivolamento ha causato, nella giornata di ieri, numerosi disagi soprattutto alla circolazione dei mezzi con tratti autostradali interrotti. Infatti, è stato necessario chiudere in entrambe le direzioni l’autostrada A14 tra Vasto e Poggio Imperiale, dopo la comparsa di lesioni sull’asfalto.Si è registrato, inoltre, uno stop forzato dei treni sulla linea Bari-Pescara tra Termoli e Montenero di Bisaccia. Infatti, in particolare nel pomeriggio di ieri alla stazione ferroviaria di Foggia, la sospensione dei treni ha causato parecchi disagi. Circa 200 viaggiatori sono rimasti bloccati dal primo pomeriggio nello scalo foggiano nel tentativo di trovare soluzioni alternative per proseguire il viaggio verso il Nord Italia. Secondo le prime verifiche degli addetti ai lavori, a causare la riattivazione della frana, considerata tra le più grandi d’Europa, sono state le piogge abbondanti della scorsa settimana. L’Italia, quindi, è stata spezzata in due sulla dorsale Adriatica. L’uscita obbligatoria di Vasto sud sulla A14 ha causato file chilometriche. In alcuni momenti si sono registrati tre chilometri di coda, diventati quattro nel tratto compreso tra Vasto nord e Vasto sud in direzione Bari e dieci chilometri nel tratto compreso tra Poggio Imperiale e Termoli in direzione Pescara, dovuti anche agli spostamenti previsti per i rientri dalle vacanze pasquali.Per le automobili sono stati individuati percorsi alternativi, mentre per i tir e altri mezzi pesanti è stato necessario anche tornare indietro. Tanti i disagi per gli automobilisti ai quali è stata fornita dell’acqua.Le chiusure sono state disposte in via precauzionale, pe r consentire le necessarie verifiche tecniche in conseguenza del fronte franoso. Pure le ferrovie hanno riprogrammato percorsi alternativi con collegamenti in direzione Caserta-Foggia. Sul posto è giunto subito il sindaco di Petacciato, Antonio Di Pardo, che ha chiesto l’aiuto della Protezione civile, e il presidente della Regione, Francesco Roberti. Per tutta la giornata di ieri sono proseguiti i sopralluoghi effettuati dai tecnici del 7° Tronco di Pescara di Autostrade per l’Italia per le valutazioni del caso. Il ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti, Matteo Salvini, ha seguito costantemente la situazione. Il dicastero ha reso noto che, per la giornata di oggi alle 15, il ministro convocherà una riunione programmatica al Mit per analizzare tutte le criticità, mettere in campo quanto prima misure che evitino l’isolamento della regione e ridurre al minimo i disagi dei cittadini.All’incontro, oltre al ministro, saranno presenti, tra gli altri, il presidente della Regione Molise e gli amministratori delegati di Anas, Rfi e Autostrade per l’Italia. Il presidente della Protezione civile, Fabio Ciciliano, nel tardo pomeriggio di ieri, al termine del Comitato operativo, ha scattato una fotografia della situazione: «Il fronte di frana è lungo circa quattro chilometri, quindi lunghissimo. Si tratta di una frana storica di cui si era già perfettamente a conoscenza, e proprio perché il fronte è così ampio la soluzione alternativa per la ricerca della viabilità ordinaria stradale e ferroviaria è particolarmente complessa. Fino a questo momento sono state evacuate circa 50 persone dal Comune. Sono quelle che ci preoccupano di più perché la frana non è ferma, si sta muovendo». Prevista, per oggi una seconda valutazione.Il presidente Ciciliano ha spiegato che cosa succederà: «Ci sarà una seconda valutazione del professore Casali, che è professore ordinario di Geologia applicata all’Università di Firenze, centro di competenza del dipartimento della Protezione civile, e dell’Università di Chieti con il professore Sciarra, in maniera tale che si riesca ad avere una prima valutazione di quella che è la consistenza del movimento franoso sulla base della quale, ovviamente, poi sarà necessario ragionare per cercare di trovare soluzioni che siano soluzioni definitive nel lungo periodo ma temporanee nel breve periodo. La situazione è particolarmente complessa, e la tempistica lunga, c’è bisogno di qualche settimana se non addirittura di qualche mese. Non ci si può aspettare un ripristino della viabilità in cinque o sette giorni. Stiamo parlando di un fronte di frana lungo quattro chilometri e la linea ferroviaria ci passa dentro. Finché non si ferma non sarà possibile fare nessun tipo di ripristino infrastrutturale. I tempi saranno molto lunghi».Adesso, si sta lavorando anche alla conta dei danni e ieri i vigili del fuoco hanno effettuato delle ricognizioni pure con il supporto dei droni. tp:writer§§ REDAZIONE guid§§ http://gimbe.telpress.it/news/2026/04/08/2026040803244507409.PDF §---§ title§§ Alla Casa Bianca scoppia la faida cristiana link§§ http://gimbe.telpress.it/news/2026/04/08/2026040803243407410.PDF description§§

Estratto da pag. 1 di "laverita.info" del 08 Apr 2026

Leggi gli ultimi articoli su

pubDate§§ 2026-04-08T05:14:00+00:00 arguments§§ http://gimbe.telpress.it/news/2026/04/08/2026040803243407410.PDF category§§ GIMBE subcategory§§ {'domain': ''} source§§ {'href': 'http://gimbe.telpress.it/news/2026/04/08/2026040803243407410.PDF', 'title': 'laverita.info'} tp:url§§ https://www.laverita.info/alla-casa-bianca-scoppia-la-faida-cristiana-2676676531.html tp:attach_fn§§ http://gimbe.telpress.it/news/2026/04/08/2026040803243407410.PDF tp:ocr§§ «Tutti i concetti più pregnanti della moderna dottrina dello Stato sono concetti teologici secolarizzati». Lo scrisse Carl Schmitt nel 1922. Ci aveva visto lungo. Anche dietro la guerra in Medio Oriente non ci sono soltanto interessi economici. Oltre alla materia, c’è lo spirito. La religione. Dal lato dell’Iran, certo, il cui regime teocratico lotta per sopravvivere. Dal lato di Tel Aviv, che insegue senza più remore il sogno del Grande Israele, come proclamò Benjamin Netanyahu nell’agosto del 2025. E pure dal lato americano.Nell’amministrazione Usa si è innescato un duello, essenzialmente teologico-politico, tra le anime del trumpismo: il conservatorismo di JD Vance, sovranista, isolazionista, ma cattolico, stavolta alleato del concorrente neocon Marco Rubio, anche lui discepolo (meno fervente) della Chiesa di Roma; e il sionismo protestante di Pete Hegseth, il capo del Pentagono, un evangelico convinto che la campagna bellica statunitense sia una riedizione delle crociate. Lui, che si è tatuato la scritta Deus vult, motto dei cavalieri del Santo Sepolcro.Né Vance né Rubio erano favorevoli a bombardare l’Iran. Entrambi coltivano ambizioni presidenziali e non vogliono disastri sul groppone. Il segretario di Stato ha addossato esplicitamente le responsabilità del conflitto a Israele. Hegseth, invece, si è speso per convincere il presidente che la vittoria sarebbe stata totale e veloce. Tanto zelo potrebbe spiegare la sorpresa della Casa Bianca dinanzi al prevedibile blocco di Hormuz. Le difficoltà hanno messo il numero uno del Pentagono, per cui i dem invocano l’impeachment, in una posizione scomoda. Il timore di essere silurato da un furibondo Trump lo avrebbe spinto ad avviare un repulisti nel suo ministero, cominciato dalla rimozione del generale Randy George, capo di Stato maggiore dell’esercito e vicino a Vance. È stata l’ultima di una serie di esibizioni muscolari. Per il triduo pasquale, il Pentagono ha organizzato solamente celebrazioni protestanti. Nessun servizio liturgico per il personale cattolico. È un dettaglio? Semmai, il culmine di un percorso iniziato un paio di mesi fa, quando il segretario alla Difesa aveva portato al dicastero in Virginia il pastore Douglas Wilson. Un evangelico ultranazionalista che vorrebbe bandire le manifestazioni pubbliche della «superstizione» cattolica, tipo le processioni in onore di Maria.La radicalizzazione ha alimentato inevitabili attriti con il Vaticano: The Free Press, qualche giorno fa, ha riferito di un incontro tenutosi a gennaio, sempre al Pentagono, con alcuni diplomatici della Santa Sede. Agli emissari della Chiesa sarebbe stato intimato di schierarsi apertamente al fianco degli Usa. Alcune scene inquietanti - i predicatori evangelici che impongono le mani sul presidente nello Studio ovale, o le invocazioni del solito Hegseth a Dio affinché conduca l’America al trionfo - hanno finito per convincere il Papa a mobilitarsi. Leone XIV - un americano - ha sentito Trump per invocare la pace e ha ribadito che Dio «non ascolta la preghiera di chi fa la guerra». L’altro ieri, persino The Donald ha dovuto ammettere: «A Dio non piace quello che sta succedendo». Dall’Ungheria, Vance, non senza imbarazzo, ha tentato di salvare capra e cavoli: «Spero che Dio sia d’accordo con la decisione che l’Iran non dovrebbe avere un’arma nucleare», ha detto. Ieri sera, da Castel Gandolfo, il pontefice ha tuonato: la minaccia di distruzione all’Iran e al suo popolo «non è accettabile». Ma se il tycoon ha tolto l’elmetto all’Altissimo, Hegseth ha perseverato nel delirio mistico, stabilendo un grottesco parallelo tra la risurrezione di Cristo e il recupero del pilota dell’F-15, «abbattuto il Venerdì Santo, nascostosi in una grotta per tutto il sabato e salvato domenica».Il Vaticano è reduce da tensioni anche con il governo israeliano, dopo l’incidente della Domenica delle Palme al Santo Sepolcro. La geografia dei dissidi è dunque composita ma intelligibile: i protestanti che appoggiano Trump sono esponenti di quel «cristianesimo sionista» che - lo rilevarono quasi vent’anni fa i politologi John Mearsheimer e Stephen Walt - è una componente della «lobby israeliana» capace di influire, non sempre con esiti felici, sulla politica estera degli Usa. Netanyahu, non diversamente dai suoi predecessori, la sfrutta a suo vantaggio. I conservatori cattolici ne sono agli antipodi. E Trump?Il presidente-narciso deve essere stato irretito dai santoni che lo hanno divinizzato e gli hanno promesso la redenzione. L’andamento del conflitto lo ha destato: è apparsa sempre più evidente la sua volontà di tirarsi fuori dal pantano. Lo testimonierebbe l’idea di sostituire, in qualità di negoziatori, il duo Steve Witkoff e Jared Kushner (il genero ebreo) con Vance. In assenza del Signore degli eserciti, rimane solo la diplomazia.C’è un pezzo d’Europa, e anche d’Italia, che fa il tifo per il lockdown. Quel periodo in cui, a causa del Covid, alle persone era impedito di uscire, si consumava poco gasolio e ancora meno benzina, i negozi erano chiusi e le aziende lavoravano in smart working, e così anche le emissioni erano ridotte al minimo.Un mondo chiuso per epidemia, che adesso qualcuno a quanto pare rimpiange, vedendo nel «tutti a casa» una soluzione facile per far fronte alle difficoltà imposte dalla guerra in Iran. Il primo a parlare di razionamenti, di limitare viaggi, cioè di restare a casa ma abbassando riscaldamento e condizionamento, è stato Dan Jorgensen, socialdemocratico danese e commissario all’Energia della Ue. Poi sono venuti altri, come ad esempio Nino Cartabellotta, orfano inconsolabile della pandemia, divenuto famoso proprio durante il lockdown. Con un post su X, il presidente della fondazione Gimbe ha scritto parole ottimistiche, cui mancava solo l’invito a predisporsi a un prossimo decesso: «Bisogna preparare il Paese a uno shock energetico di lunga durata e disincentivare i consumi. Non spacciare per cura l’ennesimo decreto cerotto». Che cosa c’entri il gastroenterologo Cartabellotta con la guerra e il blocco delle petroliere in uscita dallo stretto di Hormuz non è dato sapere, ma pare evidente che, come molti suoi colleghi, lo «scienziato» sia in crisi da astinenza tv e dunque la crisi energetica gli faccia intravedere la possibilità di tornare ad apparire nei talk show.Si capisce anche il suggerimento del presidente dell’Anief, Marcello Pacifico. L’associazione riunisce insegnanti e formatori, perciò il sindacalista non si è trattenuto dal suggerire al governo e al Parlamento l’adozione della ormai mitica Dad, didattica a distanza, che consentiva ai docenti di tenere lezioni dal salotto di casa in tuta sportiva se non addirittura in pigiama. «La crisi energetica, con ripercussioni sul costo dei carburanti, potrebbe portare l’Italia entro giugno a un tasso di inflazione altissimo», dunque, ha spiegato Pacifico, «per frenare il costo della vita si potrebbe valutare il collocamento dei lavoratori pubblici in smart working». Insomma, tutti a casa in pantofole anziché in cattedra, anche se, dopo aver lanciato il sasso, il presidente Anief precisa che la scuola dovrà essere l’ultima a chiudere, ma si sa che è sempre meglio prevenire che curare.Nel frattempo, per alleggerire il clima di pessimismo che aleggia sull’economia europea, Bruxelles ci tiene a ribadire non soltanto che non sono previsti allentamenti del patto di stabilità, cioè nessuna deroga ai vincoli di bilancio, ma che sia a livello comunitario che per quanto riguarda i singoli Stati sono vietati i tagli alle accise. In altre parole, l’Unione sposa la linea Cartabellotta, dicendo che i consumatori devono soffrire e anche un po’ morire.Negando qualsiasi possibilità di sforamento dei parametri di bilancio e respingendo ogni apertura all’idea di tornare a comprare gas russo (scelta super ipocrita, che non tiene conto del fatto che gli Stati europei continuano ad acquistare il Gnl di Putin e il rialzo dei prezzi dei prodotti fossili sta comunque aiutando l’economia di Mosca), l’Europa apre la strada non soltanto all’austerity raccomandata dall’Agenzia internazionale dell’energia, la cui ricetta in sostanza si riduce a meno spostamenti e meno consumo di carburante, ma pure a un futuro lockdown, come quello adottato durante la pandemia. Del resto, a bordo campo si scalda i muscoli uno che in fatto di chiusure se ne intende. Ringalluzzito dalla vittoria del No al referendum sulla giustizia e spinto dalla possibilità di un ricorso alle primarie per la scelta del candidato leader di centrosinistra, Giuseppe Conte accarezza l’idea di tornare a Palazzo Chigi e di riutilizzare i famigerati Dpcm. A motivarli non sarebbe il Covid ma il virus iraniano. Nella malaugurata ipotesi di una vittoria del centrosinistra alle prossime elezioni potrebbe tornare anche Roberto Speranza, indimenticato ministro della Salute del periodo 2020-2022. Lo slogan, ovviamente, non sarebbe più tachipirina e vigile attesa, ma meno benzina e vigile attesa. Perché ciò che conta è stare in casa e avere pazienza, sempre che la morte di cui sopra non arrivi prima.Schiarite a Siena, temporali sull’asse Milano-Francoforte. Il cielo della finanza europea sembra uscito da un capriccioso bollettino meteo: sole a tratti, rovesci improvvisi e qualche fulmine. Partiamo dalla notizia che cambia gli equilibri del sistema bancario italiano: Delfin, la cassaforte degli eredi Del Vecchio, ha depositato le azioni per l’assemblea del 15 aprile di Montepaschi. È il segnale che le schermaglie sono finite. L’affluenza si annuncia superiore al 70%. Il peso di Delfin azionista di riferimento con il 17,5% diventa decisivo.Sul tavolo, non ci sono solo nomi ma visioni. Da una parte la lista del cda uscente, dall’altra quella alternativa di Plt guidata dall’ex amministratore delegato Luigi Lovaglio, che in serata è stato licenziato dal board del Monte «per giusta causa» anche come direttore generale. La terza lista è quella di minoranza delle Sgr e i fondi di Assogestioni.La sorpresa è dietro l’angolo: Delfin potrebbe astenersi. Una non-scelta che è già una scelta. Perché? Perché a Milano, non quella dei salotti ma quella della procura, si guarda con attenzione ai movimenti dei grandi azionisti. Il sospetto di concerto aleggia, e in questi casi la prudenza diventa una strategia. Meglio non esporsi troppo visto che la lista del cda guidata da Fabrizio Palermo gode dell’appoggio del gruppo Caltagirone (11,45%). Si aggiungerebbero l’1,4% di Benetton e l’1% dei fondi Mediolanum. Poi le casse di previdenza che complessivamente arrivano all’1,5%. A completare il consenso altre quote più piccole che toccano complessivamente il 5%. In totale si arriva al 20%. Da questo calcolo resterebbero fuori le quote di Banco Bpm e quella del Mef. Così, paradossalmente, l’azionista più pesante potrebbe scegliere di non pesare. O meglio: di pesare senza farsi vedere. Eventualmente il suo voto si manifesterà quando sulle preferenze per i singoli membri del consiglio d’amministrazione. Gli advisor sono unanimi nel giudizio su Fabrizio Palermo come ad. Assi meno sulla conferma di Nicola Maione alla presidenza. Mentre Siena si prepara al voto con un certo ottimismo altrove il clima è decisamente più burrascoso.A Francoforte addirittura c’è il gelo. L’Ops lanciata da Unicredit per acquisire Commerzbank si è schiantata contro un muro di ghiaccio. Il messaggio è semplice nella sua chiarezza: così non va. L’offerta non convince, il premio non è adeguato, il valore non si vede. E soprattutto - dettaglio non secondario - la fiducia non c’è. Che, in operazioni di questo tipo, è un po’ come dire che manca l’ossigeno. Il numero uno di Unicredit, Andrea Orcel, aveva immaginato un percorso diverso. Un’integrazione capace di creare un campione europeo secondo uno schema gradito alla Bce. Ma tra l’idea e la realtà c’è di mezzo un management tedesco che non ha alcuna intenzione di farsi conquistare: il valore possiamo crearlo da soli. Anzi, se proprio dobbiamo prenderci dei rischi, preferiamo farlo in autonomia. Una dichiarazione di indipendenza che suona anche come una bocciatura dell’operazione.C’è poi il tema del me todo. I tedeschi lamentano di essere stati spesso informati a cose fatte, più che coinvolti. E qui si entra in un terreno delicato, quello delle relazioni tra pari. Perché un’Ops può anche essere tecnicamente impeccabile, ma se manca il rapporto fiduciario diventa una salita insidiosa.Il risultato è che, mentre a Siena si intravedono schiarite a Francoforte si addensano nuvole scure. L’offerta resta formalmente in piedi, certo. Ma il percorso si complica. E non poco.E così l’Europa bancaria si ritrova, ancora una volta, divisa tra due modelli. Quello italiano, fatto di equilibri sottili, mediazioni, astensioni strategiche. E quello tedesco, più diretto e roccioso.In mezzo, come sempre, c’è il mercato. Che osserva, valuta, soppesa. E che sa benissimo che dietro queste partite non ci sono solo poltrone, ma strategie, assetti di potere, pezzi di futuro.Alla fine, la fotografia è questa: a Siena si gioca una partita complessa ma aperta, con un arbitro invisibile che si chiama prudenza. A Francoforte, invece la palla al momento è stata respinta. Riprovare. E chissà che, in questo strano meteo della finanza, non sia proprio l’Italia - spesso data per imprevedibile - a mostrare, almeno per una volta, il cielo più stabile. Anche se, come sempre, basterà un voto in assemblea per cambiare il vento.Da oltre trent’anni ci è stato doviziosamente spiegato che per salvare il pianeta occorre «decarbonizzare» l’economia, ovvero rinunciare ai combustibili fossili: petrolio, gas e carbone, devono restare nel sottosuolo, come diceva Greta Thunberg. Ci dicono entro il 2050. La chiamano transizione-energetica.L’Ue ha l’ambizione di guidarla, e per fare la prima della classe si è anche data degli obiettivi intermedi: rinunciare al 90 per cento dei combustibili fossili entro il 2040. Vien da ridere: è tra quattordici anni.Se vogliamo ridere di più, ecco le dichiarazioni di Alfonso Pecoraro Scanio: «Serve un’Europa libera dalla dipendenza dai combustibili fossili, capace di puntare con decisione sulla pace e sulle energie rinnovabili. Le guerre continuano ad essere, troppo spesso, legate al petrolio. È sempre più chiaro, come evidenziato anche da autorevoli analisi internazionali, che i combustibili fossili sono non solo tra i principali responsabili della crisi climatica, ma sono anche fattori strutturali di instabilità geopolitica e di conflitto. Gli importanti investimenti che l’Europa ha avviato sulle energie rinnovabili devono essere rafforzati».Non gli sovviene neanche pallidamente che se per gas e petrolio si arriva a far la guerra, forse avranno un qualcosa di prezioso. Giova d’altra parte rammentare che il Nostro è un avvocato che s’è messo in testa che col fotovoltaico si diventa ricchi. Cosa magari vera, come è vero che si diventa ricchi a vender ai calvi tonti lozioni per far crescere i capelli. Ma se chiediamo all’avvocato cos’è l’energia e perché mai i combustibili fossili sarebbero responsabili di una non meglio identificata crisi climatica, non saprebbe profferire parola. Come lo so? Lo deduco dal fatto che una volta che mi chiesero di intervenire ad un dibattito l’avvocato si rifiutò di partecipare quando seppe che c’ero io.Accade ora che, proprio per gli eventi bellici nel Golfo Persico, della fornitura di petrolio e gas mondiale, all’improvviso venga a mancare non il 90% che ci si propone di abbandonare fra 14 anni, ma appena il 20%. Sarebbe un buon inizio lungo quella strada maestra, no? A quanto pare, no, perché, invece, immediatamente scoppia il panico. Il prezzo del petrolio sale sopra i 100 dollari al barile, e vari esperti - ah, gli esperti, sempre invocati e mai che ne imbrocchino una giusta - non escludono che arrivi presto a 200 dollari. Gli economisti - buoni anche quelli - annunciano una imminente recessione economica mondiale, se l’interruzione delle forniture dovesse durare più di alcune settimane. Vi chiederete perché sbertuccio anche gli economisti, ed ecco perché: quelli che ora stanno gridando all’allarme per questo 20% in meno sono gli stessi - ma proprio gli stessi - che si sono inventati la green economy suggerendo la riduzione del 90%. Comunque sia, le borse crollano e l’inflazione rialza la testa.I soloni dell’Ue convocano riunioni di emergenza. Fatih Birol (economista, ça va sans dire) direttore dell’Agenzia internazionale dell’energia ha appena dichiarato che l’offensiva militare di Usa e Israele contro l’Iran ha creato «la più grande minaccia alla sicurezza energetica globale degli ultimi decenni». Come mai non gli venne il sospetto di questa minaccia quando promuoveva, come ha promosso per lungo tempo, la riduzione dell’uso dei combustibili fossili.Nei passati trent’anni il consumo mondiale di tutti i combustibili fossili è cresciuto del 50%; il carbone, in particolare, continua ogni anno a stabilire un nuovo primato. Ma nessuno nella classe politica europea ha il coraggio di dire che il re è nudo e che l’intera politica europea su clima ed energia ha prodotto un solo risultato: la fuga della attività manifatturiere dall’Europa ed un declino economico. In trent’anni, la diminuzione del 20% delle emissioni europee di CO2, equivalente a meno del 2% di quelle globali, è avvenuta grazie all’aumento delle importazioni di beni prodotti nei Paesi extraeuropei. Nessuno dei quali conosce i turbamenti di Pecoraro Scanio. Tutti però desiderano una sola cosa: che le proprie economie continuino a crescere.Bene - direte - ma dopo questo pistolotto, hai proposte concrete? Ci provo. Dunque, nel breve termine:1 metter la pietra tombale sulle sovvenzioni pubbliche al fotovoltaico;2 abbandonare definitivamente l’Ets (Emission trading system), un assurdo sistema che sta distruggendo l’economia delle sane aziende energivore;3 riavviare gli impianti a carbone;4 ascoltare le istanze di Mosca, finora ignorate e riconsiderare la Russia quale privilegiato fornitore di gas.Nel più lungo termine:5 avviare un importante programma sugli impianti elettronucleari di grosso taglio, gli unici, con consolidata tecnologia, la cui economia di scala fornirebbe elettricità a costi che porterebbero l’odierna asfittica Europa su un piano competitivo.Dopo oltre dieci anni si è risvegliata la frana del Petacciato, in provincia di Campobasso, attiva da oltre 110 anni. L’ultimo smottamento più grave si era verificato nel 2015. Lo scivolamento ha causato, nella giornata di ieri, numerosi disagi soprattutto alla circolazione dei mezzi con tratti autostradali interrotti. Infatti, è stato necessario chiudere in entrambe le direzioni l’autostrada A14 tra Vasto e Poggio Imperiale, dopo la comparsa di lesioni sull’asfalto.Si è registrato, inoltre, uno stop forzato dei treni sulla linea Bari-Pescara tra Termoli e Montenero di Bisaccia. Infatti, in particolare nel pomeriggio di ieri alla stazione ferroviaria di Foggia, la sospensione dei treni ha causato parecchi disagi. Circa 200 viaggiatori sono rimasti bloccati dal primo pomeriggio nello scalo foggiano nel tentativo di trovare soluzioni alternative per proseguire il viaggio verso il Nord Italia. Secondo le prime verifiche degli addetti ai lavori, a causare la riattivazione della frana, considerata tra le più grandi d’Europa, sono state le piogge abbondanti della scorsa settimana. L’Italia, quindi, è stata spezzata in due sulla dorsale Adriatica. L’uscita obbligatoria di Vasto sud sulla A14 ha causato file chilometriche. In alcuni momenti si sono registrati tre chilometri di coda, diventati quattro nel tratto compreso tra Vasto nord e Vasto sud in direzione Bari e dieci chilometri nel tratto compreso tra Poggio Imperiale e Termoli in direzione Pescara, dovuti anche agli spostamenti previsti per i rientri dalle vacanze pasquali.Per le automobili sono stati individuati percorsi alternativi, mentre per i tir e altri mezzi pesanti è stato necessario anche tornare indietro. Tanti i disagi per gli automobilisti ai quali è stata fornita dell’acqua.Le chiusure sono state disposte in via precauzionale, pe r consentire le necessarie verifiche tecniche in conseguenza del fronte franoso. Pure le ferrovie hanno riprogrammato percorsi alternativi con collegamenti in direzione Caserta-Foggia. Sul posto è giunto subito il sindaco di Petacciato, Antonio Di Pardo, che ha chiesto l’aiuto della Protezione civile, e il presidente della Regione, Francesco Roberti. Per tutta la giornata di ieri sono proseguiti i sopralluoghi effettuati dai tecnici del 7° Tronco di Pescara di Autostrade per l’Italia per le valutazioni del caso. Il ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti, Matteo Salvini, ha seguito costantemente la situazione. Il dicastero ha reso noto che, per la giornata di oggi alle 15, il ministro convocherà una riunione programmatica al Mit per analizzare tutte le criticità, mettere in campo quanto prima misure che evitino l’isolamento della regione e ridurre al minimo i disagi dei cittadini.All’incontro, oltre al ministro, saranno presenti, tra gli altri, il presidente della Regione Molise e gli amministratori delegati di Anas, Rfi e Autostrade per l’Italia. Il presidente della Protezione civile, Fabio Ciciliano, nel tardo pomeriggio di ieri, al termine del Comitato operativo, ha scattato una fotografia della situazione: «Il fronte di frana è lungo circa quattro chilometri, quindi lunghissimo. Si tratta di una frana storica di cui si era già perfettamente a conoscenza, e proprio perché il fronte è così ampio la soluzione alternativa per la ricerca della viabilità ordinaria stradale e ferroviaria è particolarmente complessa. Fino a questo momento sono state evacuate circa 50 persone dal Comune. Sono quelle che ci preoccupano di più perché la frana non è ferma, si sta muovendo». Prevista, per oggi una seconda valutazione.Il presidente Ciciliano ha spiegato che cosa succederà: «Ci sarà una seconda valutazione del professore Casali, che è professore ordinario di Geologia applicata all’Università di Firenze, centro di competenza del dipartimento della Protezione civile, e dell’Università di Chieti con il professore Sciarra, in maniera tale che si riesca ad avere una prima valutazione di quella che è la consistenza del movimento franoso sulla base della quale, ovviamente, poi sarà necessario ragionare per cercare di trovare soluzioni che siano soluzioni definitive nel lungo periodo ma temporanee nel breve periodo. La situazione è particolarmente complessa, e la tempistica lunga, c’è bisogno di qualche settimana se non addirittura di qualche mese. Non ci si può aspettare un ripristino della viabilità in cinque o sette giorni. Stiamo parlando di un fronte di frana lungo quattro chilometri e la linea ferroviaria ci passa dentro. Finché non si ferma non sarà possibile fare nessun tipo di ripristino infrastrutturale. I tempi saranno molto lunghi».Adesso, si sta lavorando anche alla conta dei danni e ieri i vigili del fuoco hanno effettuato delle ricognizioni pure con il supporto dei droni. tp:writer§§ REDAZIONE guid§§ http://gimbe.telpress.it/news/2026/04/08/2026040803243407410.PDF §---§ title§§ Schiarite in Mps, temporali per Unicredit link§§ http://gimbe.telpress.it/news/2026/04/08/2026040803243507411.PDF description§§

Estratto da pag. 1 di "laverita.info" del 08 Apr 2026

Leggi gli ultimi articoli su

pubDate§§ 2026-04-08T05:14:00+00:00 arguments§§ http://gimbe.telpress.it/news/2026/04/08/2026040803243507411.PDF category§§ GIMBE subcategory§§ {'domain': ''} source§§ {'href': 'http://gimbe.telpress.it/news/2026/04/08/2026040803243507411.PDF', 'title': 'laverita.info'} tp:url§§ https://www.laverita.info/schiarite-in-mps-temporali-per-unicredit-2676676534.html tp:attach_fn§§ http://gimbe.telpress.it/news/2026/04/08/2026040803243507411.PDF tp:ocr§§ Schiarite a Siena, temporali sull’asse Milano-Francoforte. Il cielo della finanza europea sembra uscito da un capriccioso bollettino meteo: sole a tratti, rovesci improvvisi e qualche fulmine. Partiamo dalla notizia che cambia gli equilibri del sistema bancario italiano: Delfin, la cassaforte degli eredi Del Vecchio, ha depositato le azioni per l’assemblea del 15 aprile di Montepaschi. È il segnale che le schermaglie sono finite. L’affluenza si annuncia superiore al 70%. Il peso di Delfin azionista di riferimento con il 17,5% diventa decisivo.Sul tavolo, non ci sono solo nomi ma visioni. Da una parte la lista del cda uscente, dall’altra quella alternativa di Plt guidata dall’ex amministratore delegato Luigi Lovaglio, che in serata è stato licenziato dal board del Monte «per giusta causa» anche come direttore generale. La terza lista è quella di minoranza delle Sgr e i fondi di Assogestioni.La sorpresa è dietro l’angolo: Delfin potrebbe astenersi. Una non-scelta che è già una scelta. Perché? Perché a Milano, non quella dei salotti ma quella della procura, si guarda con attenzione ai movimenti dei grandi azionisti. Il sospetto di concerto aleggia, e in questi casi la prudenza diventa una strategia. Meglio non esporsi troppo visto che la lista del cda guidata da Fabrizio Palermo gode dell’appoggio del gruppo Caltagirone (11,45%). Si aggiungerebbero l’1,4% di Benetton e l’1% dei fondi Mediolanum. Poi le casse di previdenza che complessivamente arrivano all’1,5%. A completare il consenso altre quote più piccole che toccano complessivamente il 5%. In totale si arriva al 20%. Da questo calcolo resterebbero fuori le quote di Banco Bpm e quella del Mef. Così, paradossalmente, l’azionista più pesante potrebbe scegliere di non pesare. O meglio: di pesare senza farsi vedere. Eventualmente il suo voto si manifesterà quando sulle preferenze per i singoli membri del consiglio d’amministrazione. Gli advisor sono unanimi nel giudizio su Fabrizio Palermo come ad. Assi meno sulla conferma di Nicola Maione alla presidenza. Mentre Siena si prepara al voto con un certo ottimismo altrove il clima è decisamente più burrascoso.A Francoforte addirittura c’è il gelo. L’Ops lanciata da Unicredit per acquisire Commerzbank si è schiantata contro un muro di ghiaccio. Il messaggio è semplice nella sua chiarezza: così non va. L’offerta non convince, il premio non è adeguato, il valore non si vede. E soprattutto - dettaglio non secondario - la fiducia non c’è. Che, in operazioni di questo tipo, è un po’ come dire che manca l’ossigeno. Il numero uno di Unicredit, Andrea Orcel, aveva immaginato un percorso diverso. Un’integrazione capace di creare un campione europeo secondo uno schema gradito alla Bce. Ma tra l’idea e la realtà c’è di mezzo un management tedesco che non ha alcuna intenzione di farsi conquistare: il valore possiamo crearlo da soli. Anzi, se proprio dobbiamo prenderci dei rischi, preferiamo farlo in autonomia. Una dichiarazione di indipendenza che suona anche come una bocciatura dell’operazione.C’è poi il tema del metodo. I tedeschi lamentano di essere stati spesso informati a cose fatte, più che coinvolti. E qui si entra in un terreno delicato, quello delle relazioni tra pari. Perché un’Ops può anche essere tecnicamente impeccabile, ma se manca il rapporto fiduciario diventa una salita insidiosa.Il risultato è che, mentre a Siena si intravedono schiarite a Francoforte si addensano nuvole scure. L’offerta resta formalmente in piedi, certo. Ma il percorso si complica. E non poco.E così l’Europa bancaria si ritrova, ancora una volta, divisa tra due modelli. Quello italiano, fatto di equilibri sottili, mediazioni, astensioni strategiche. E quello tedesco, più diretto e roccioso.In mezzo, come sempre, c’è il mercato. Che osserva, valuta, soppesa. E che sa benissimo che dietro queste partite non ci sono solo poltrone, ma strategie, assetti di potere, pezzi di futuro.Alla fine, la fotografia è questa: a Siena si gioca una partita complessa ma aperta, con un ar bitro invisibile che si chiama prudenza. A Francoforte, invece la palla al momento è stata respinta. Riprovare. E chissà che, in questo strano meteo della finanza, non sia proprio l’Italia - spesso data per imprevedibile - a mostrare, almeno per una volta, il cielo più stabile. Anche se, come sempre, basterà un voto in assemblea per cambiare il vento.C’è un pezzo d’Europa, e anche d’Italia, che fa il tifo per il lockdown. Quel periodo in cui, a causa del Covid, alle persone era impedito di uscire, si consumava poco gasolio e ancora meno benzina, i negozi erano chiusi e le aziende lavoravano in smart working, e così anche le emissioni erano ridotte al minimo.Un mondo chiuso per epidemia, che adesso qualcuno a quanto pare rimpiange, vedendo nel «tutti a casa» una soluzione facile per far fronte alle difficoltà imposte dalla guerra in Iran. Il primo a parlare di razionamenti, di limitare viaggi, cioè di restare a casa ma abbassando riscaldamento e condizionamento, è stato Dan Jorgensen, socialdemocratico danese e commissario all’Energia della Ue. Poi sono venuti altri, come ad esempio Nino Cartabellotta, orfano inconsolabile della pandemia, divenuto famoso proprio durante il lockdown. Con un post su X, il presidente della fondazione Gimbe ha scritto parole ottimistiche, cui mancava solo l’invito a predisporsi a un prossimo decesso: «Bisogna preparare il Paese a uno shock energetico di lunga durata e disincentivare i consumi. Non spacciare per cura l’ennesimo decreto cerotto». Che cosa c’entri il gastroenterologo Cartabellotta con la guerra e il blocco delle petroliere in uscita dallo stretto di Hormuz non è dato sapere, ma pare evidente che, come molti suoi colleghi, lo «scienziato» sia in crisi da astinenza tv e dunque la crisi energetica gli faccia intravedere la possibilità di tornare ad apparire nei talk show.Si capisce anche il suggerimento del presidente dell’Anief, Marcello Pacifico. L’associazione riunisce insegnanti e formatori, perciò il sindacalista non si è trattenuto dal suggerire al governo e al Parlamento l’adozione della ormai mitica Dad, didattica a distanza, che consentiva ai docenti di tenere lezioni dal salotto di casa in tuta sportiva se non addirittura in pigiama. «La crisi energetica, con ripercussioni sul costo dei carburanti, potrebbe portare l’Italia entro giugno a un tasso di inflazione altissimo», dunque, ha spiegato Pacifico, «per frenare il costo della vita si potrebbe valutare il collocamento dei lavoratori pubblici in smart working». Insomma, tutti a casa in pantofole anziché in cattedra, anche se, dopo aver lanciato il sasso, il presidente Anief precisa che la scuola dovrà essere l’ultima a chiudere, ma si sa che è sempre meglio prevenire che curare.Nel frattempo, per alleggerire il clima di pessimismo che aleggia sull’economia europea, Bruxelles ci tiene a ribadire non soltanto che non sono previsti allentamenti del patto di stabilità, cioè nessuna deroga ai vincoli di bilancio, ma che sia a livello comunitario che per quanto riguarda i singoli Stati sono vietati i tagli alle accise. In altre parole, l’Unione sposa la linea Cartabellotta, dicendo che i consumatori devono soffrire e anche un po’ morire.Negando qualsiasi possibilità di sforamento dei parametri di bilancio e respingendo ogni apertura all’idea di tornare a comprare gas russo (scelta super ipocrita, che non tiene conto del fatto che gli Stati europei continuano ad acquistare il Gnl di Putin e il rialzo dei prezzi dei prodotti fossili sta comunque aiutando l’economia di Mosca), l’Europa apre la strada non soltanto all’austerity raccomandata dall’Agenzia internazionale dell’energia, la cui ricetta in sostanza si riduce a meno spostamenti e meno consumo di carburante, ma pure a un futuro lockdown, come quello adottato durante la pandemia. Del resto, a bordo campo si scalda i muscoli uno che in fatto di chiusure se ne intende. Ringalluzzito dalla vittoria del No al referendum sulla giustizia e spinto dalla possibilità di un ricorso alle primarie per la scelta del candidato leader di centrosinistra, Giuseppe Conte accarezza l’idea di tornare a Palazzo Chigi e di riutilizzare i famigerati Dpcm. A motivarli non sarebbe il Covid ma il virus iraniano. Nella malaugurata ipotesi di una vittoria del centrosinistra alle prossime elezioni potrebbe tornare anche Roberto Speranza, indimenticato ministro della Salute del periodo 2020-2022. Lo slogan, ovviamente, non sarebbe più tachipirina e vigile attesa, ma meno benzina e vigile attesa. Perché ciò che conta è stare in casa e avere pazienza, sempre che la morte di cui sopra non arrivi prima.«Tutti i concetti più pregnanti della moderna dottrina dello Stato sono concetti teologici secolarizzati». Lo scrisse Carl Schmitt nel 1922. Ci aveva visto lungo. Anche dietro la guerra in Medio Oriente non ci sono soltanto interessi economici. Oltre alla materia, c’è lo spirito. La religione. Dal lato dell’Iran, certo, il cui regime teocratico lotta per sopravvivere. Dal lato di Tel Aviv, che insegue senza più remore il sogno del Grande Israele, come proclamò Benjamin Netanyahu nell’agosto del 2025. E pure dal lato americano.Nell’amministrazione Usa si è innescato un duello, essenzialmente teologico-politico, tra le anime del trumpismo: il conservatorismo di JD Vance, sovranista, isolazionista, ma cattolico, stavolta alleato del concorrente neocon Marco Rubio, anche lui discepolo (meno fervente) della Chiesa di Roma; e il sionismo protestante di Pete Hegseth, il capo del Pentagono, un evangelico convinto che la campagna bellica statunitense sia una riedizione delle crociate. Lui, che si è tatuato la scritta Deus vult, motto dei cavalieri del Santo Sepolcro.Né Vance né Rubio erano favorevoli a bombardare l’Iran. Entrambi coltivano ambizioni presidenziali e non vogliono disastri sul groppone. Il segretario di Stato ha addossato esplicitamente le responsabilità del conflitto a Israele. Hegseth, invece, si è speso per convincere il presidente che la vittoria sarebbe stata totale e veloce. Tanto zelo potrebbe spiegare la sorpresa della Casa Bianca dinanzi al prevedibile blocco di Hormuz. Le difficoltà hanno messo il numero uno del Pentagono, per cui i dem invocano l’impeachment, in una posizione scomoda. Il timore di essere silurato da un furibondo Trump lo avrebbe spinto ad avviare un repulisti nel suo ministero, cominciato dalla rimozione del generale Randy George, capo di Stato maggiore dell’esercito e vicino a Vance. È stata l’ultima di una serie di esibizioni muscolari. Per il triduo pasquale, il Pentagono ha organizzato solamente celebrazioni protestanti. Nessun servizio liturgico per il personale cattolico. È un dettaglio? Semmai, il culmine di un percorso iniziato un paio di mesi fa, quando il segretario alla Difesa aveva portato al dicastero in Virginia il pastore Douglas Wilson. Un evangelico ultranazionalista che vorrebbe bandire le manifestazioni pubbliche della «superstizione» cattolica, tipo le processioni in onore di Maria.La radicalizzazione ha alimentato inevitabili attriti con il Vaticano: The Free Press, qualche giorno fa, ha riferito di un incontro tenutosi a gennaio, sempre al Pentagono, con alcuni diplomatici della Santa Sede. Agli emissari della Chiesa sarebbe stato intimato di schierarsi apertamente al fianco degli Usa. Alcune scene inquietanti - i predicatori evangelici che impongono le mani sul presidente nello Studio ovale, o le invocazioni del solito Hegseth a Dio affinché conduca l’America al trionfo - hanno finito per convincere il Papa a mobilitarsi. Leone XIV - un americano - ha sentito Trump per invocare la pace e ha ribadito che Dio «non ascolta la preghiera di chi fa la guerra». L’altro ieri, persino The Donald ha dovuto ammettere: «A Dio non piace quello che sta succedendo». Dall’Ungheria, Vance, non senza imbarazzo, ha tentato di salvare capra e cavoli: «Spero che Dio sia d’accordo con la decisione che l’Iran non dovrebbe avere un’arma nucleare», ha detto. Ieri sera, da Castel Gandolfo, il pontefice ha tuonato: la minaccia di distruzione all’Iran e al suo popolo «non è accettabile». Ma se il tycoon ha tolto l’elmetto all’Altissimo, Hegseth ha perseverato nel delirio mistico, stabilendo un grottesco parallelo tra la risurrezione di Cristo e il recupero del pilota dell’F-15, «abbattuto il Venerdì Santo, nascostosi in una grotta per tutto il sabato e salvato domenica».Il Vaticano è reduce da tensioni anche con il governo israeliano, dopo l’incidente della Domenica delle Palme al Santo Sepolcro. La geografia dei dissidi è dunque composita ma intelligibile: i protestanti che appoggiano Trump sono esponenti di quel «cristianesimo sionista» che - lo rilevarono quasi vent’anni fa i politologi John Mearsheimer e Stephen Walt - è una componente della «lobby israeliana» capace di influire, non sempre con esiti felici, sulla politica estera degli Usa. Netanyahu, non diversamente dai suoi predecessori, la sfrutta a suo vantaggio. I conservatori cattolici ne sono agli antipodi. E Trump?Il presidente-narciso deve essere stato irretito dai santoni che lo hanno divinizzato e gli hanno promesso la redenzione. L’andamento del conflitto lo ha destato: è apparsa sempre più evidente la sua volontà di tirarsi fuori dal pantano. Lo testimonierebbe l’idea di sostituire, in qualità di negoziatori, il duo Steve Witkoff e Jared Kushner (il genero ebreo) con Vance. In assenza del Signore degli eserciti, rimane solo la diplomazia.Da oltre trent’anni ci è stato doviziosamente spiegato che per salvare il pianeta occorre «decarbonizzare» l’economia, ovvero rinunciare ai combustibili fossili: petrolio, gas e carbone, devono restare nel sottosuolo, come diceva Greta Thunberg. Ci dicono entro il 2050. La chiamano transizione-energetica.L’Ue ha l’ambizione di guidarla, e per fare la prima della classe si è anche data degli obiettivi intermedi: rinunciare al 90 per cento dei combustibili fossili entro il 2040. Vien da ridere: è tra quattordici anni.Se vogliamo ridere di più, ecco le dichiarazioni di Alfonso Pecoraro Scanio: «Serve un’Europa libera dalla dipendenza dai combustibili fossili, capace di puntare con decisione sulla pace e sulle energie rinnovabili. Le guerre continuano ad essere, troppo spesso, legate al petrolio. È sempre più chiaro, come evidenziato anche da autorevoli analisi internazionali, che i combustibili fossili sono non solo tra i principali responsabili della crisi climatica, ma sono anche fattori strutturali di instabilità geopolitica e di conflitto. Gli importanti investimenti che l’Europa ha avviato sulle energie rinnovabili devono essere rafforzati».Non gli sovviene neanche pallidamente che se per gas e petrolio si arriva a far la guerra, forse avranno un qualcosa di prezioso. Giova d’altra parte rammentare che il Nostro è un avvocato che s’è messo in testa che col fotovoltaico si diventa ricchi. Cosa magari vera, come è vero che si diventa ricchi a vender ai calvi tonti lozioni per far crescere i capelli. Ma se chiediamo all’avvocato cos’è l’energia e perché mai i combustibili fossili sarebbero responsabili di una non meglio identificata crisi climatica, non saprebbe profferire parola. Come lo so? Lo deduco dal fatto che una volta che mi chiesero di intervenire ad un dibattito l’avvocato si rifiutò di partecipare quando seppe che c’ero io.Accade ora che, proprio per gli eventi bellici nel Golfo Persico, della fornitura di petrolio e gas mondiale, all’improvviso venga a mancare non il 90% che ci si propone di abbandonare fra 14 anni, ma appena il 20%. Sarebbe un buon inizio lungo quella strada maestra, no? A quanto pare, no, perché, invece, immediatamente scoppia il panico. Il prezzo del petrolio sale sopra i 100 dollari al barile, e vari esperti - ah, gli esperti, sempre invocati e mai che ne imbrocchino una giusta - non escludono che arrivi presto a 200 dollari. Gli economisti - buoni anche quelli - annunciano una imminente recessione economica mondiale, se l’interruzione delle forniture dovesse durare più di alcune settimane. Vi chiederete perché sbertuccio anche gli economisti, ed ecco perché: quelli che ora stanno gridando all’allarme per questo 20% in meno sono gli stessi - ma proprio gli stessi - che si sono inventati la green economy suggerendo la riduzione del 90%. Comunque sia, le borse crollano e l’inflazione rialza la testa.I soloni dell’Ue convocano riunioni di emergenza. Fatih Birol (economista, ça va sans dire) direttore dell’Agenzia internazionale dell’energia ha appena dichiarato che l’offensiva militare di Usa e Israele contro l’Iran ha creato «la più grande minaccia alla sicurezza energetica globale degli ultimi decenni». Come mai non gli venne il sospetto di questa minaccia quando promuoveva, come ha promosso per lungo tempo, la riduzione dell’uso dei combustibili fossili.Nei passati trent’anni il consumo mondiale di tutti i combustibili fossili è cresciuto del 50%; il carbone, in particolare, continua ogni anno a stabilire un nuovo primato. Ma nessuno nella classe politica europea ha il coraggio di dire che il re è nudo e che l’intera politica europea su clima ed energia ha prodotto un solo risultato: la fuga della attività manifatturiere dall’Europa ed un declino economico. In trent’anni, la diminuzione del 20% delle emissioni europee di CO2, equivalente a meno del 2% di quelle globali, è avvenuta grazie all’aumento delle importazioni di beni prodotti nei Paesi extraeuropei. Nessuno dei quali conosce i turbamenti di Pecoraro Scanio. Tutti però desiderano una sola cosa: che le proprie economie continuino a crescere.Bene - direte - ma dopo questo pistolotto, hai proposte concrete? Ci provo. Dunque, nel breve termine:1 metter la pietra tombale sulle sovvenzioni pubbliche al fotovoltaico;2 abbandonare definitivamente l’Ets (Emission trading system), un assurdo sistema che sta distruggendo l’economia delle sane aziende energivore;3 riavviare gli impianti a carbone;4 ascoltare le istanze di Mosca, finora ignorate e riconsiderare la Russia quale privilegiato fornitore di gas.Nel più lungo termine:5 avviare un importante programma sugli impianti elettronucleari di grosso taglio, gli unici, con consolidata tecnologia, la cui economia di scala fornirebbe elettricità a costi che porterebbero l’odierna asfittica Europa su un piano competitivo.Dopo oltre dieci anni si è risvegliata la frana del Petacciato, in provincia di Campobasso, attiva da oltre 110 anni. L’ultimo smottamento più grave si era verificato nel 2015. Lo scivolamento ha causato, nella giornata di ieri, numerosi disagi soprattutto alla circolazione dei mezzi con tratti autostradali interrotti. Infatti, è stato necessario chiudere in entrambe le direzioni l’autostrada A14 tra Vasto e Poggio Imperiale, dopo la comparsa di lesioni sull’asfalto.Si è registrato, inoltre, uno stop forzato dei treni sulla linea Bari-Pescara tra Termoli e Montenero di Bisaccia. Infatti, in particolare nel pomeriggio di ieri alla stazione ferroviaria di Foggia, la sospensione dei treni ha causato parecchi disagi. Circa 200 viaggiatori sono rimasti bloccati dal primo pomeriggio nello scalo foggiano nel tentativo di trovare soluzioni alternative per proseguire il viaggio verso il Nord Italia. Secondo le prime verifiche degli addetti ai lavori, a causare la riattivazione della frana, considerata tra le più grandi d’Europa, sono state le piogge abbondanti della scorsa settimana. L’Italia, quindi, è stata spezzata in due sulla dorsale Adriatica. L’uscita obbligatoria di Vasto sud sulla A14 ha causato file chilometriche. In alcuni momenti si sono registrati tre chilometri di coda, diventati quattro nel tratto compreso tra Vasto nord e Vasto sud in direzione Bari e dieci chilometri nel tratto compreso tra Poggio Imperiale e Termoli in direzione Pescara, dovuti anche agli spostamenti previsti per i rientri dalle vacanze pasquali.Per le automobili sono stati individuati percorsi alternativi, mentre per i tir e altri mezzi pesanti è stato necessario anche tornare indietro. Tanti i disagi per gli automobilisti ai quali è stata fornita dell’acqua.Le chiusure sono state disposte in via precauzionale, pe r consentire le necessarie verifiche tecniche in conseguenza del fronte franoso. Pure le ferrovie hanno riprogrammato percorsi alternativi con collegamenti in direzione Caserta-Foggia. Sul posto è giunto subito il sindaco di Petacciato, Antonio Di Pardo, che ha chiesto l’aiuto della Protezione civile, e il presidente della Regione, Francesco Roberti. Per tutta la giornata di ieri sono proseguiti i sopralluoghi effettuati dai tecnici del 7° Tronco di Pescara di Autostrade per l’Italia per le valutazioni del caso. Il ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti, Matteo Salvini, ha seguito costantemente la situazione. Il dicastero ha reso noto che, per la giornata di oggi alle 15, il ministro convocherà una riunione programmatica al Mit per analizzare tutte le criticità, mettere in campo quanto prima misure che evitino l’isolamento della regione e ridurre al minimo i disagi dei cittadini.All’incontro, oltre al ministro, saranno presenti, tra gli altri, il presidente della Regione Molise e gli amministratori delegati di Anas, Rfi e Autostrade per l’Italia. Il presidente della Protezione civile, Fabio Ciciliano, nel tardo pomeriggio di ieri, al termine del Comitato operativo, ha scattato una fotografia della situazione: «Il fronte di frana è lungo circa quattro chilometri, quindi lunghissimo. Si tratta di una frana storica di cui si era già perfettamente a conoscenza, e proprio perché il fronte è così ampio la soluzione alternativa per la ricerca della viabilità ordinaria stradale e ferroviaria è particolarmente complessa. Fino a questo momento sono state evacuate circa 50 persone dal Comune. Sono quelle che ci preoccupano di più perché la frana non è ferma, si sta muovendo». Prevista, per oggi una seconda valutazione.Il presidente Ciciliano ha spiegato che cosa succederà: «Ci sarà una seconda valutazione del professore Casali, che è professore ordinario di Geologia applicata all’Università di Firenze, centro di competenza del dipartimento della Protezione civile, e dell’Università di Chieti con il professore Sciarra, in maniera tale che si riesca ad avere una prima valutazione di quella che è la consistenza del movimento franoso sulla base della quale, ovviamente, poi sarà necessario ragionare per cercare di trovare soluzioni che siano soluzioni definitive nel lungo periodo ma temporanee nel breve periodo. La situazione è particolarmente complessa, e la tempistica lunga, c’è bisogno di qualche settimana se non addirittura di qualche mese. Non ci si può aspettare un ripristino della viabilità in cinque o sette giorni. Stiamo parlando di un fronte di frana lungo quattro chilometri e la linea ferroviaria ci passa dentro. Finché non si ferma non sarà possibile fare nessun tipo di ripristino infrastrutturale. I tempi saranno molto lunghi».Adesso, si sta lavorando anche alla conta dei danni e ieri i vigili del fuoco hanno effettuato delle ricognizioni pure con il supporto dei droni. tp:writer§§ REDAZIONE guid§§ http://gimbe.telpress.it/news/2026/04/08/2026040803243507411.PDF §---§ title§§ Meloni senza alternative: dopo di lei, c’è il deserto link§§ http://gimbe.telpress.it/news/2026/04/08/2026040803243207412.PDF description§§

Estratto da pag. 1 di "laverita.info" del 08 Apr 2026

Leggi gli ultimi articoli su

pubDate§§ 2026-04-08T05:14:00+00:00 arguments§§ http://gimbe.telpress.it/news/2026/04/08/2026040803243207412.PDF category§§ GIMBE subcategory§§ {'domain': ''} source§§ {'href': 'http://gimbe.telpress.it/news/2026/04/08/2026040803243207412.PDF', 'title': 'laverita.info'} tp:url§§ https://www.laverita.info/meloni-senza-alternative-dopo-di-lei-ce-il-deserto-2676676566.html tp:attach_fn§§ http://gimbe.telpress.it/news/2026/04/08/2026040803243207412.PDF tp:ocr§§ Da un giorno all’altro, senza una ragione fondata, è cambiato nella gente il polso della situazione italiana, al di là della guerra, di Trump e dei carburanti. Oggi il tema e il giudizio corrente, la domanda che ti fanno o la risposta che si danno in tanti è: ma la Meloni durerà fino a fine legislatura, si dimetterà di sua volontà, sarà costretta a farlo, ce la farà a resistere a questa ripida discesa di consensi e previsioni (che spesso si coincidono)?Per chi si fosse sintonizzato solo ora con lo spirito del tempo o chi si fosse allontanato solo un paio di settimane dall’Italia, non capirebbe il perché del cataclisma e del capovolgimento: un referendum perduto non aggiunge e non toglie nulla all’azione di governo, non c’è un nesso oggettivo tra le due cose, né sono intervenuti altri fattori interni così rilevanti da determinare questo improvviso cambio di passo e di giudizio: non mi direte che i casi Dalmastro o Santanché, fino a ieri al governo senza particolari traumi per il Paese, abbiano determinato questo rovesciamento di prospettiva, per giunta dopo che si sono dimessi. Non mi direte che un gossip che investe la vita privata di un ministro possa cambiare il giudizio degli italiani sul governo e sulla sua prospettiva di azione; sarebbe prova di una leggerezza farfallona e di una fatuità bigotta da parte degli italiani, se per una cosa del genere, vecchia come il cucco, si dovesse chiedere una crisi di governo e un cambio al Viminale e magari a Palazzo Chigi.In fondo la Meloni non ha fatto nulla di nuovo e di diverso rispetto a mezzo mese fa, quando aveva saldo e vasto il consenso nel Paese; se aveva pecche, limiti e insufficienze c’erano già allora, non si sono aggiunte o rivelate solo ora, in questi ultimi giorni. Nel frattempo e nel frangente non ha fatto nulla che potesse determinare un cambiamento di giudizio.Il vero guaio l’hanno combinato in Medio Oriente ma lei non c’entra; lei era vicina all’Amministrazione Trump, come è stata vicina all’Amministrazione Biden, e ha seguito la linea di sempre dei governi italiani rispetto al Fratellone americano: condiscendenza in cambio di benevolenza. In più lei, in partenza, era considerata affine a Trump e a Netanyahu, perché espressione comune della destra, dei nazional-conservatori. Ma il Trump che cerca il Nobel della pace di un anno fa non è il Trump che minaccia distruzioni totali di oggi e non è colpa della Meloni se tutto questo succede. E così Israele, non è certo quello del 7 ottobre del 2023.Le ricadute della situazione internazionale preoccupano seriamente ma questa, semmai, è una ragione in più per tenere i nervi e i governi saldi, affrontando le conseguenze e adottando le misure che ne deriveranno. Non è certo il momento opportuno per pensare in questo frangente di far cadere il governo e mettersi a cercare o raccattare un altro, con la prospettiva di farlo durare fino al prossimo anno, quando si tornerà a votare. Insomma, è davvero irrazionale quest’aria da fine governo, da Meloni alla frutta, per restare sul pezzo, che si respira in questi giorni.Dal canto suo la Meloni fa tutto quel che può fare nella sua situazione, riprende il suo dinamismo viaggiante nel mondo, cerca contatti e stabilisce ponti, per fronteggiare le crisi energetiche, economiche, comunicative che si stanno abbattendo; non sta lì con le mani in mano. Ma quando la vedi oggi più di ieri come una mosca bionda alle prese con questioni più grandi di lei, avverti la sua solitudine. «Dove vai quando poi resti sola», si chiedeva Lucio Battisti con Mogol quando Giorgia non era ancora nata, all’esordio della splendida, indimenticata Io vorrei, non vorrei ma se vuoi e concludeva: «E poi giù il deserto». Ecco, il tema: Giorgia sola e poi giù il deserto. Se dovessimo sintetizzare in una sola frase il momento politico che l’Italia sta attraversando, userei proprio quelle parole. Non ci sovviene nessuno al momento che possa sostituire Meloni a Palazzo Chigi e nessuno dalle sue parti che possa accompagnarla al governo da coprotagonista, regista, fiancheggiatore e stratega. Solo seguaci e alleati modesti, militanti, esecutori, zavorre. Governanti spesso maldestri. Quando qualcuno suggerisce un rimpasto per cambiare i ministri che non vanno, si apre il vaso di Pandora: sono più i ministri da cambiare che quelli da confermare, e lo dicono spesso gli stessi sostenitori della Meloni al governo.Ma quale sarebbe l’alternativa al governo Meloni che fornisce il cartello dell’opposizione? Schlein, Conte, Draghi? Per carità. Nessuno ci pare nelle condizioni di governare e di far meglio della Meloni. Se presi singolarmente non ci sembrano alternative credibili o capaci di migliorare le cose, messi insieme è ancora peggio perché tirerebbero in direzioni diverse, tra veti incrociati, farebbero governi arlecchino che non avrebbero nemmeno l’unico pregio del governo Meloni nel suo complesso: la sua omogeneità e il riconoscimento comune della leadership di Giorgia. Il più capace all’opposizione, Matteo Renzi, è anche il più inaffidabile per gli alleati e il meno votato dalla gente. Governi neocentristi che usino Tajani come cavallo di Troia, tappeto e poi agnellone sacrificale, secondo i voleri della Casa, mi sembrano impraticabili e fortemente minoritari. Il ritorno di Draghi, Monti o simil-tecnici, dopo le esperienze avute, sarebbe un passo indietro in tutti i sensi. I tecnici al governo, lo possiamo dire a ragion veduta, non sono stati un toccasana per il Paese, tenevano solo a questioni che avevano riflessi internazionali e risvolti finanziari, ma per il resto sono stati evanescenti se non peggiorativi persino rispetto ai governi politici (e ce ne vuole). Godevano di appoggi internazionali ma il Paese non se ne è affatto giovato, anzi.Allo stato attuale, la Meloni ci sembra senza alternative, circondata davvero da un deserto circostante e sottostante; sia nel suo versante, alleati inclusi, sia nel versante opposto e di opposizione. Lo dice uno che non ha risparmiato giudizi critici sul suo operato, sulla sua scarsa incidenza nel Paese, sulla più scarsa rispondenza tra il dire e il fare, sulla sua politica estera. Ma oggi, per esempio, rispetto agli Usa e a Netanyahu sta facendo scelte di buon senso, prudenti e realiste, rivolte a smarcarsi dal loro abbraccio mortale. E nell’attuale situazione ha comunque una credibilità internazionale, mantiene buoni rapporti con molti leader e potrebbe forse intraprendere qualche azione significativa per indicare una linea strategica unitaria e non psicolabile all’Ue. Non sarebbero in grado di fare diversamente o meglio Schlein, Conte, Renzi, Calenda o Salvini e Tajani. Arrivo a pensare che perfino Mattarella ne sia convinto e non osa avventurarsi in questo ribaltone, temendo le conseguenze.C’è un pezzo d’Europa, e anche d’Italia, che fa il tifo per il lockdown. Quel periodo in cui, a causa del Covid, alle persone era impedito di uscire, si consumava poco gasolio e ancora meno benzina, i negozi erano chiusi e le aziende lavoravano in smart working, e così anche le emissioni erano ridotte al minimo.Un mondo chiuso per epidemia, che adesso qualcuno a quanto pare rimpiange, vedendo nel «tutti a casa» una soluzione facile per far fronte alle difficoltà imposte dalla guerra in Iran. Il primo a parlare di razionamenti, di limitare viaggi, cioè di restare a casa ma abbassando riscaldamento e condizionamento, è stato Dan Jorgensen, socialdemocratico danese e commissario all’Energia della Ue. Poi sono venuti altri, come ad esempio Nino Cartabellotta, orfano inconsolabile della pandemia, divenuto famoso proprio durante il lockdown. Con un post su X, il presidente della fondazione Gimbe ha scritto parole ottimistiche, cui mancava solo l’invito a predisporsi a un prossimo decesso: «Bisogna preparare il Paese a uno shock energetico di lunga durata e disincentivare i consumi. Non spacciare per cura l’ennesimo decreto cerotto». Che cosa c’entri il gastroenterologo Cartabellotta con la guerra e il blocco delle petroliere in uscita dallo stretto di Hormuz non è dato sapere, ma pare evidente che, come molti suoi coll eghi, lo «scienziato» sia in crisi da astinenza tv e dunque la crisi energetica gli faccia intravedere la possibilità di tornare ad apparire nei talk show.Si capisce anche il suggerimento del presidente dell’Anief, Marcello Pacifico. L’associazione riunisce insegnanti e formatori, perciò il sindacalista non si è trattenuto dal suggerire al governo e al Parlamento l’adozione della ormai mitica Dad, didattica a distanza, che consentiva ai docenti di tenere lezioni dal salotto di casa in tuta sportiva se non addirittura in pigiama. «La crisi energetica, con ripercussioni sul costo dei carburanti, potrebbe portare l’Italia entro giugno a un tasso di inflazione altissimo», dunque, ha spiegato Pacifico, «per frenare il costo della vita si potrebbe valutare il collocamento dei lavoratori pubblici in smart working». Insomma, tutti a casa in pantofole anziché in cattedra, anche se, dopo aver lanciato il sasso, il presidente Anief precisa che la scuola dovrà essere l’ultima a chiudere, ma si sa che è sempre meglio prevenire che curare.Nel frattempo, per alleggerire il clima di pessimismo che aleggia sull’economia europea, Bruxelles ci tiene a ribadire non soltanto che non sono previsti allentamenti del patto di stabilità, cioè nessuna deroga ai vincoli di bilancio, ma che sia a livello comunitario che per quanto riguarda i singoli Stati sono vietati i tagli alle accise. In altre parole, l’Unione sposa la linea Cartabellotta, dicendo che i consumatori devono soffrire e anche un po’ morire.Negando qualsiasi possibilità di sforamento dei parametri di bilancio e respingendo ogni apertura all’idea di tornare a comprare gas russo (scelta super ipocrita, che non tiene conto del fatto che gli Stati europei continuano ad acquistare il Gnl di Putin e il rialzo dei prezzi dei prodotti fossili sta comunque aiutando l’economia di Mosca), l’Europa apre la strada non soltanto all’austerity raccomandata dall’Agenzia internazionale dell’energia, la cui ricetta in sostanza si riduce a meno spostamenti e meno consumo di carburante, ma pure a un futuro lockdown, come quello adottato durante la pandemia. Del resto, a bordo campo si scalda i muscoli uno che in fatto di chiusure se ne intende. Ringalluzzito dalla vittoria del No al referendum sulla giustizia e spinto dalla possibilità di un ricorso alle primarie per la scelta del candidato leader di centrosinistra, Giuseppe Conte accarezza l’idea di tornare a Palazzo Chigi e di riutilizzare i famigerati Dpcm. A motivarli non sarebbe il Covid ma il virus iraniano. Nella malaugurata ipotesi di una vittoria del centrosinistra alle prossime elezioni potrebbe tornare anche Roberto Speranza, indimenticato ministro della Salute del periodo 2020-2022. Lo slogan, ovviamente, non sarebbe più tachipirina e vigile attesa, ma meno benzina e vigile attesa. Perché ciò che conta è stare in casa e avere pazienza, sempre che la morte di cui sopra non arrivi prima.«Tutti i concetti più pregnanti della moderna dottrina dello Stato sono concetti teologici secolarizzati». Lo scrisse Carl Schmitt nel 1922. Ci aveva visto lungo. Anche dietro la guerra in Medio Oriente non ci sono soltanto interessi economici. Oltre alla materia, c’è lo spirito. La religione. Dal lato dell’Iran, certo, il cui regime teocratico lotta per sopravvivere. Dal lato di Tel Aviv, che insegue senza più remore il sogno del Grande Israele, come proclamò Benjamin Netanyahu nell’agosto del 2025. E pure dal lato americano.Nell’amministrazione Usa si è innescato un duello, essenzialmente teologico-politico, tra le anime del trumpismo: il conservatorismo di JD Vance, sovranista, isolazionista, ma cattolico, stavolta alleato del concorrente neocon Marco Rubio, anche lui discepolo (meno fervente) della Chiesa di Roma; e il sionismo protestante di Pete Hegseth, il capo del Pentagono, un evangelico convinto che la campagna bellica statunitense sia una riedizione delle crociate. Lui, che si è tatuato la scritta Deus vult, motto dei cavalieri del Santo Sepolcro.Né Vance né Rubio erano favorevoli a bombard are l’Iran. Entrambi coltivano ambizioni presidenziali e non vogliono disastri sul groppone. Il segretario di Stato ha addossato esplicitamente le responsabilità del conflitto a Israele. Hegseth, invece, si è speso per convincere il presidente che la vittoria sarebbe stata totale e veloce. Tanto zelo potrebbe spiegare la sorpresa della Casa Bianca dinanzi al prevedibile blocco di Hormuz. Le difficoltà hanno messo il numero uno del Pentagono, per cui i dem invocano l’impeachment, in una posizione scomoda. Il timore di essere silurato da un furibondo Trump lo avrebbe spinto ad avviare un repulisti nel suo ministero, cominciato dalla rimozione del generale Randy George, capo di Stato maggiore dell’esercito e vicino a Vance. È stata l’ultima di una serie di esibizioni muscolari. Per il triduo pasquale, il Pentagono ha organizzato solamente celebrazioni protestanti. Nessun servizio liturgico per il personale cattolico. È un dettaglio? Semmai, il culmine di un percorso iniziato un paio di mesi fa, quando il segretario alla Difesa aveva portato al dicastero in Virginia il pastore Douglas Wilson. Un evangelico ultranazionalista che vorrebbe bandire le manifestazioni pubbliche della «superstizione» cattolica, tipo le processioni in onore di Maria.La radicalizzazione ha alimentato inevitabili attriti con il Vaticano: The Free Press, qualche giorno fa, ha riferito di un incontro tenutosi a gennaio, sempre al Pentagono, con alcuni diplomatici della Santa Sede. Agli emissari della Chiesa sarebbe stato intimato di schierarsi apertamente al fianco degli Usa. Alcune scene inquietanti - i predicatori evangelici che impongono le mani sul presidente nello Studio ovale, o le invocazioni del solito Hegseth a Dio affinché conduca l’America al trionfo - hanno finito per convincere il Papa a mobilitarsi. Leone XIV - un americano - ha sentito Trump per invocare la pace e ha ribadito che Dio «non ascolta la preghiera di chi fa la guerra». L’altro ieri, persino The Donald ha dovuto ammettere: «A Dio non piace quello che sta succedendo». Dall’Ungheria, Vance, non senza imbarazzo, ha tentato di salvare capra e cavoli: «Spero che Dio sia d’accordo con la decisione che l’Iran non dovrebbe avere un’arma nucleare», ha detto. Ieri sera, da Castel Gandolfo, il pontefice ha tuonato: la minaccia di distruzione all’Iran e al suo popolo «non è accettabile». Ma se il tycoon ha tolto l’elmetto all’Altissimo, Hegseth ha perseverato nel delirio mistico, stabilendo un grottesco parallelo tra la risurrezione di Cristo e il recupero del pilota dell’F-15, «abbattuto il Venerdì Santo, nascostosi in una grotta per tutto il sabato e salvato domenica».Il Vaticano è reduce da tensioni anche con il governo israeliano, dopo l’incidente della Domenica delle Palme al Santo Sepolcro. La geografia dei dissidi è dunque composita ma intelligibile: i protestanti che appoggiano Trump sono esponenti di quel «cristianesimo sionista» che - lo rilevarono quasi vent’anni fa i politologi John Mearsheimer e Stephen Walt - è una componente della «lobby israeliana» capace di influire, non sempre con esiti felici, sulla politica estera degli Usa. Netanyahu, non diversamente dai suoi predecessori, la sfrutta a suo vantaggio. I conservatori cattolici ne sono agli antipodi. E Trump?Il presidente-narciso deve essere stato irretito dai santoni che lo hanno divinizzato e gli hanno promesso la redenzione. L’andamento del conflitto lo ha destato: è apparsa sempre più evidente la sua volontà di tirarsi fuori dal pantano. Lo testimonierebbe l’idea di sostituire, in qualità di negoziatori, il duo Steve Witkoff e Jared Kushner (il genero ebreo) con Vance. In assenza del Signore degli eserciti, rimane solo la diplomazia.Schiarite a Siena, temporali sull’asse Milano-Francoforte. Il cielo della finanza europea sembra uscito da un capriccioso bollettino meteo: sole a tratti, rovesci improvvisi e qualche fulmine. Partiamo dalla notizia che cambia gli equilibri del sistema bancario italiano: Delfin, la cassaforte degli eredi Del Vecchio, ha depositato le azioni per l ’assemblea del 15 aprile di Montepaschi. È il segnale che le schermaglie sono finite. L’affluenza si annuncia superiore al 70%. Il peso di Delfin azionista di riferimento con il 17,5% diventa decisivo.Sul tavolo, non ci sono solo nomi ma visioni. Da una parte la lista del cda uscente, dall’altra quella alternativa di Plt guidata dall’ex amministratore delegato Luigi Lovaglio, che in serata è stato licenziato dal board del Monte «per giusta causa» anche come direttore generale. La terza lista è quella di minoranza delle Sgr e i fondi di Assogestioni.La sorpresa è dietro l’angolo: Delfin potrebbe astenersi. Una non-scelta che è già una scelta. Perché? Perché a Milano, non quella dei salotti ma quella della procura, si guarda con attenzione ai movimenti dei grandi azionisti. Il sospetto di concerto aleggia, e in questi casi la prudenza diventa una strategia. Meglio non esporsi troppo visto che la lista del cda guidata da Fabrizio Palermo gode dell’appoggio del gruppo Caltagirone (11,45%). Si aggiungerebbero l’1,4% di Benetton e l’1% dei fondi Mediolanum. Poi le casse di previdenza che complessivamente arrivano all’1,5%. A completare il consenso altre quote più piccole che toccano complessivamente il 5%. In totale si arriva al 20%. Da questo calcolo resterebbero fuori le quote di Banco Bpm e quella del Mef. Così, paradossalmente, l’azionista più pesante potrebbe scegliere di non pesare. O meglio: di pesare senza farsi vedere. Eventualmente il suo voto si manifesterà quando sulle preferenze per i singoli membri del consiglio d’amministrazione. Gli advisor sono unanimi nel giudizio su Fabrizio Palermo come ad. Assi meno sulla conferma di Nicola Maione alla presidenza. Mentre Siena si prepara al voto con un certo ottimismo altrove il clima è decisamente più burrascoso.A Francoforte addirittura c’è il gelo. L’Ops lanciata da Unicredit per acquisire Commerzbank si è schiantata contro un muro di ghiaccio. Il messaggio è semplice nella sua chiarezza: così non va. L’offerta non convince, il premio non è adeguato, il valore non si vede. E soprattutto - dettaglio non secondario - la fiducia non c’è. Che, in operazioni di questo tipo, è un po’ come dire che manca l’ossigeno. Il numero uno di Unicredit, Andrea Orcel, aveva immaginato un percorso diverso. Un’integrazione capace di creare un campione europeo secondo uno schema gradito alla Bce. Ma tra l’idea e la realtà c’è di mezzo un management tedesco che non ha alcuna intenzione di farsi conquistare: il valore possiamo crearlo da soli. Anzi, se proprio dobbiamo prenderci dei rischi, preferiamo farlo in autonomia. Una dichiarazione di indipendenza che suona anche come una bocciatura dell’operazione.C’è poi il tema del metodo. I tedeschi lamentano di essere stati spesso informati a cose fatte, più che coinvolti. E qui si entra in un terreno delicato, quello delle relazioni tra pari. Perché un’Ops può anche essere tecnicamente impeccabile, ma se manca il rapporto fiduciario diventa una salita insidiosa.Il risultato è che, mentre a Siena si intravedono schiarite a Francoforte si addensano nuvole scure. L’offerta resta formalmente in piedi, certo. Ma il percorso si complica. E non poco.E così l’Europa bancaria si ritrova, ancora una volta, divisa tra due modelli. Quello italiano, fatto di equilibri sottili, mediazioni, astensioni strategiche. E quello tedesco, più diretto e roccioso.In mezzo, come sempre, c’è il mercato. Che osserva, valuta, soppesa. E che sa benissimo che dietro queste partite non ci sono solo poltrone, ma strategie, assetti di potere, pezzi di futuro.Alla fine, la fotografia è questa: a Siena si gioca una partita complessa ma aperta, con un arbitro invisibile che si chiama prudenza. A Francoforte, invece la palla al momento è stata respinta. Riprovare. E chissà che, in questo strano meteo della finanza, non sia proprio l’Italia - spesso data per imprevedibile - a mostrare, almeno per una volta, il cielo più stabile. Anche se, come sempre, basterà un voto in assemblea per cambiare il vento.Da oltre trent’anni ci è stato doviziosamente spiegato che per salvare il pianeta occorre «decarbonizzare» l’economia, ovvero rinunciare ai combustibili fossili: petrolio, gas e carbone, devono restare nel sottosuolo, come diceva Greta Thunberg. Ci dicono entro il 2050. La chiamano transizione-energetica.L’Ue ha l’ambizione di guidarla, e per fare la prima della classe si è anche data degli obiettivi intermedi: rinunciare al 90 per cento dei combustibili fossili entro il 2040. Vien da ridere: è tra quattordici anni.Se vogliamo ridere di più, ecco le dichiarazioni di Alfonso Pecoraro Scanio: «Serve un’Europa libera dalla dipendenza dai combustibili fossili, capace di puntare con decisione sulla pace e sulle energie rinnovabili. Le guerre continuano ad essere, troppo spesso, legate al petrolio. È sempre più chiaro, come evidenziato anche da autorevoli analisi internazionali, che i combustibili fossili sono non solo tra i principali responsabili della crisi climatica, ma sono anche fattori strutturali di instabilità geopolitica e di conflitto. Gli importanti investimenti che l’Europa ha avviato sulle energie rinnovabili devono essere rafforzati».Non gli sovviene neanche pallidamente che se per gas e petrolio si arriva a far la guerra, forse avranno un qualcosa di prezioso. Giova d’altra parte rammentare che il Nostro è un avvocato che s’è messo in testa che col fotovoltaico si diventa ricchi. Cosa magari vera, come è vero che si diventa ricchi a vender ai calvi tonti lozioni per far crescere i capelli. Ma se chiediamo all’avvocato cos’è l’energia e perché mai i combustibili fossili sarebbero responsabili di una non meglio identificata crisi climatica, non saprebbe profferire parola. Come lo so? Lo deduco dal fatto che una volta che mi chiesero di intervenire ad un dibattito l’avvocato si rifiutò di partecipare quando seppe che c’ero io.Accade ora che, proprio per gli eventi bellici nel Golfo Persico, della fornitura di petrolio e gas mondiale, all’improvviso venga a mancare non il 90% che ci si propone di abbandonare fra 14 anni, ma appena il 20%. Sarebbe un buon inizio lungo quella strada maestra, no? A quanto pare, no, perché, invece, immediatamente scoppia il panico. Il prezzo del petrolio sale sopra i 100 dollari al barile, e vari esperti - ah, gli esperti, sempre invocati e mai che ne imbrocchino una giusta - non escludono che arrivi presto a 200 dollari. Gli economisti - buoni anche quelli - annunciano una imminente recessione economica mondiale, se l’interruzione delle forniture dovesse durare più di alcune settimane. Vi chiederete perché sbertuccio anche gli economisti, ed ecco perché: quelli che ora stanno gridando all’allarme per questo 20% in meno sono gli stessi - ma proprio gli stessi - che si sono inventati la green economy suggerendo la riduzione del 90%. Comunque sia, le borse crollano e l’inflazione rialza la testa.I soloni dell’Ue convocano riunioni di emergenza. Fatih Birol (economista, ça va sans dire) direttore dell’Agenzia internazionale dell’energia ha appena dichiarato che l’offensiva militare di Usa e Israele contro l’Iran ha creato «la più grande minaccia alla sicurezza energetica globale degli ultimi decenni». Come mai non gli venne il sospetto di questa minaccia quando promuoveva, come ha promosso per lungo tempo, la riduzione dell’uso dei combustibili fossili.Nei passati trent’anni il consumo mondiale di tutti i combustibili fossili è cresciuto del 50%; il carbone, in particolare, continua ogni anno a stabilire un nuovo primato. Ma nessuno nella classe politica europea ha il coraggio di dire che il re è nudo e che l’intera politica europea su clima ed energia ha prodotto un solo risultato: la fuga della attività manifatturiere dall’Europa ed un declino economico. In trent’anni, la diminuzione del 20% delle emissioni europee di CO2, equivalente a meno del 2% di quelle globali, è avvenuta grazie all’aumento delle importazioni di beni prodotti nei Paesi extraeuropei. Nessuno dei quali conosce i turbamenti di Pecoraro Scanio. Tut ti però desiderano una sola cosa: che le proprie economie continuino a crescere.Bene - direte - ma dopo questo pistolotto, hai proposte concrete? Ci provo. Dunque, nel breve termine:1 metter la pietra tombale sulle sovvenzioni pubbliche al fotovoltaico;2 abbandonare definitivamente l’Ets (Emission trading system), un assurdo sistema che sta distruggendo l’economia delle sane aziende energivore;3 riavviare gli impianti a carbone;4 ascoltare le istanze di Mosca, finora ignorate e riconsiderare la Russia quale privilegiato fornitore di gas.Nel più lungo termine:5 avviare un importante programma sugli impianti elettronucleari di grosso taglio, gli unici, con consolidata tecnologia, la cui economia di scala fornirebbe elettricità a costi che porterebbero l’odierna asfittica Europa su un piano competitivo. tp:writer§§ REDAZIONE guid§§ http://gimbe.telpress.it/news/2026/04/08/2026040803243207412.PDF §---§ title§§ Oggi in edicola link§§ http://gimbe.telpress.it/news/2026/04/08/2026040803243307413.PDF description§§

Estratto da pag. 1 di "laverita.info" del 08 Apr 2026

Leggi gli ultimi articoli su

pubDate§§ 2026-04-08T05:14:00+00:00 arguments§§ http://gimbe.telpress.it/news/2026/04/08/2026040803243307413.PDF category§§ GIMBE subcategory§§ {'domain': ''} source§§ {'href': 'http://gimbe.telpress.it/news/2026/04/08/2026040803243307413.PDF', 'title': 'laverita.info'} tp:url§§ https://www.laverita.info/oggi-in-edicola-2676676640.html tp:attach_fn§§ http://gimbe.telpress.it/news/2026/04/08/2026040803243307413.PDF tp:ocr§§ C’è un pezzo d’Europa, e anche d’Italia, che fa il tifo per il lockdown. Quel periodo in cui, a causa del Covid, alle persone era impedito di uscire, si consumava poco gasolio e ancora meno benzina, i negozi erano chiusi e le aziende lavoravano in smart working, e così anche le emissioni erano ridotte al minimo.Un mondo chiuso per epidemia, che adesso qualcuno a quanto pare rimpiange, vedendo nel «tutti a casa» una soluzione facile per far fronte alle difficoltà imposte dalla guerra in Iran. Il primo a parlare di razionamenti, di limitare viaggi, cioè di restare a casa ma abbassando riscaldamento e condizionamento, è stato Dan Jorgensen, socialdemocratico danese e commissario all’Energia della Ue. Poi sono venuti altri, come ad esempio Nino Cartabellotta, orfano inconsolabile della pandemia, divenuto famoso proprio durante il lockdown. Con un post su X, il presidente della fondazione Gimbe ha scritto parole ottimistiche, cui mancava solo l’invito a predisporsi a un prossimo decesso: «Bisogna preparare il Paese a uno shock energetico di lunga durata e disincentivare i consumi. Non spacciare per cura l’ennesimo decreto cerotto». Che cosa c’entri il gastroenterologo Cartabellotta con la guerra e il blocco delle petroliere in uscita dallo stretto di Hormuz non è dato sapere, ma pare evidente che, come molti suoi colleghi, lo «scienziato» sia in crisi da astinenza tv e dunque la crisi energetica gli faccia intravedere la possibilità di tornare ad apparire nei talk show.Si capisce anche il suggerimento del presidente dell’Anief, Marcello Pacifico. L’associazione riunisce insegnanti e formatori, perciò il sindacalista non si è trattenuto dal suggerire al governo e al Parlamento l’adozione della ormai mitica Dad, didattica a distanza, che consentiva ai docenti di tenere lezioni dal salotto di casa in tuta sportiva se non addirittura in pigiama. «La crisi energetica, con ripercussioni sul costo dei carburanti, potrebbe portare l’Italia entro giugno a un tasso di inflazione altissimo», dunque, ha spiegato Pacifico, «per frenare il costo della vita si potrebbe valutare il collocamento dei lavoratori pubblici in smart working». Insomma, tutti a casa in pantofole anziché in cattedra, anche se, dopo aver lanciato il sasso, il presidente Anief precisa che la scuola dovrà essere l’ultima a chiudere, ma si sa che è sempre meglio prevenire che curare.Nel frattempo, per alleggerire il clima di pessimismo che aleggia sull’economia europea, Bruxelles ci tiene a ribadire non soltanto che non sono previsti allentamenti del patto di stabilità, cioè nessuna deroga ai vincoli di bilancio, ma che sia a livello comunitario che per quanto riguarda i singoli Stati sono vietati i tagli alle accise. In altre parole, l’Unione sposa la linea Cartabellotta, dicendo che i consumatori devono soffrire e anche un po’ morire.Negando qualsiasi possibilità di sforamento dei parametri di bilancio e respingendo ogni apertura all’idea di tornare a comprare gas russo (scelta super ipocrita, che non tiene conto del fatto che gli Stati europei continuano ad acquistare il Gnl di Putin e il rialzo dei prezzi dei prodotti fossili sta comunque aiutando l’economia di Mosca), l’Europa apre la strada non soltanto all’austerity raccomandata dall’Agenzia internazionale dell’energia, la cui ricetta in sostanza si riduce a meno spostamenti e meno consumo di carburante, ma pure a un futuro lockdown, come quello adottato durante la pandemia. Del resto, a bordo campo si scalda i muscoli uno che in fatto di chiusure se ne intende. Ringalluzzito dalla vittoria del No al referendum sulla giustizia e spinto dalla possibilità di un ricorso alle primarie per la scelta del candidato leader di centrosinistra, Giuseppe Conte accarezza l’idea di tornare a Palazzo Chigi e di riutilizzare i famigerati Dpcm. A motivarli non sarebbe il Covid ma il virus iraniano. Nella malaugurata ipotesi di una vittoria del centrosinistra alle prossime elezioni potrebbe tornare anche Roberto Speranza, indimenticato ministro della Salute del periodo 2020-2022. Lo s logan, ovviamente, non sarebbe più tachipirina e vigile attesa, ma meno benzina e vigile attesa. Perché ciò che conta è stare in casa e avere pazienza, sempre che la morte di cui sopra non arrivi prima.«Tutti i concetti più pregnanti della moderna dottrina dello Stato sono concetti teologici secolarizzati». Lo scrisse Carl Schmitt nel 1922. Ci aveva visto lungo. Anche dietro la guerra in Medio Oriente non ci sono soltanto interessi economici. Oltre alla materia, c’è lo spirito. La religione. Dal lato dell’Iran, certo, il cui regime teocratico lotta per sopravvivere. Dal lato di Tel Aviv, che insegue senza più remore il sogno del Grande Israele, come proclamò Benjamin Netanyahu nell’agosto del 2025. E pure dal lato americano.Nell’amministrazione Usa si è innescato un duello, essenzialmente teologico-politico, tra le anime del trumpismo: il conservatorismo di JD Vance, sovranista, isolazionista, ma cattolico, stavolta alleato del concorrente neocon Marco Rubio, anche lui discepolo (meno fervente) della Chiesa di Roma; e il sionismo protestante di Pete Hegseth, il capo del Pentagono, un evangelico convinto che la campagna bellica statunitense sia una riedizione delle crociate. Lui, che si è tatuato la scritta Deus vult, motto dei cavalieri del Santo Sepolcro.Né Vance né Rubio erano favorevoli a bombardare l’Iran. Entrambi coltivano ambizioni presidenziali e non vogliono disastri sul groppone. Il segretario di Stato ha addossato esplicitamente le responsabilità del conflitto a Israele. Hegseth, invece, si è speso per convincere il presidente che la vittoria sarebbe stata totale e veloce. Tanto zelo potrebbe spiegare la sorpresa della Casa Bianca dinanzi al prevedibile blocco di Hormuz. Le difficoltà hanno messo il numero uno del Pentagono, per cui i dem invocano l’impeachment, in una posizione scomoda. Il timore di essere silurato da un furibondo Trump lo avrebbe spinto ad avviare un repulisti nel suo ministero, cominciato dalla rimozione del generale Randy George, capo di Stato maggiore dell’esercito e vicino a Vance. È stata l’ultima di una serie di esibizioni muscolari. Per il triduo pasquale, il Pentagono ha organizzato solamente celebrazioni protestanti. Nessun servizio liturgico per il personale cattolico. È un dettaglio? Semmai, il culmine di un percorso iniziato un paio di mesi fa, quando il segretario alla Difesa aveva portato al dicastero in Virginia il pastore Douglas Wilson. Un evangelico ultranazionalista che vorrebbe bandire le manifestazioni pubbliche della «superstizione» cattolica, tipo le processioni in onore di Maria.La radicalizzazione ha alimentato inevitabili attriti con il Vaticano: The Free Press, qualche giorno fa, ha riferito di un incontro tenutosi a gennaio, sempre al Pentagono, con alcuni diplomatici della Santa Sede. Agli emissari della Chiesa sarebbe stato intimato di schierarsi apertamente al fianco degli Usa. Alcune scene inquietanti - i predicatori evangelici che impongono le mani sul presidente nello Studio ovale, o le invocazioni del solito Hegseth a Dio affinché conduca l’America al trionfo - hanno finito per convincere il Papa a mobilitarsi. Leone XIV - un americano - ha sentito Trump per invocare la pace e ha ribadito che Dio «non ascolta la preghiera di chi fa la guerra». L’altro ieri, persino The Donald ha dovuto ammettere: «A Dio non piace quello che sta succedendo». Dall’Ungheria, Vance, non senza imbarazzo, ha tentato di salvare capra e cavoli: «Spero che Dio sia d’accordo con la decisione che l’Iran non dovrebbe avere un’arma nucleare», ha detto. Ieri sera, da Castel Gandolfo, il pontefice ha tuonato: la minaccia di distruzione all’Iran e al suo popolo «non è accettabile». Ma se il tycoon ha tolto l’elmetto all’Altissimo, Hegseth ha perseverato nel delirio mistico, stabilendo un grottesco parallelo tra la risurrezione di Cristo e il recupero del pilota dell’F-15, «abbattuto il Venerdì Santo, nascostosi in una grotta per tutto il sabato e salvato domenica».Il Vaticano è reduce da tensioni anche con il governo israeliano, dopo l’ incidente della Domenica delle Palme al Santo Sepolcro. La geografia dei dissidi è dunque composita ma intelligibile: i protestanti che appoggiano Trump sono esponenti di quel «cristianesimo sionista» che - lo rilevarono quasi vent’anni fa i politologi John Mearsheimer e Stephen Walt - è una componente della «lobby israeliana» capace di influire, non sempre con esiti felici, sulla politica estera degli Usa. Netanyahu, non diversamente dai suoi predecessori, la sfrutta a suo vantaggio. I conservatori cattolici ne sono agli antipodi. E Trump?Il presidente-narciso deve essere stato irretito dai santoni che lo hanno divinizzato e gli hanno promesso la redenzione. L’andamento del conflitto lo ha destato: è apparsa sempre più evidente la sua volontà di tirarsi fuori dal pantano. Lo testimonierebbe l’idea di sostituire, in qualità di negoziatori, il duo Steve Witkoff e Jared Kushner (il genero ebreo) con Vance. In assenza del Signore degli eserciti, rimane solo la diplomazia.Schiarite a Siena, temporali sull’asse Milano-Francoforte. Il cielo della finanza europea sembra uscito da un capriccioso bollettino meteo: sole a tratti, rovesci improvvisi e qualche fulmine. Partiamo dalla notizia che cambia gli equilibri del sistema bancario italiano: Delfin, la cassaforte degli eredi Del Vecchio, ha depositato le azioni per l’assemblea del 15 aprile di Montepaschi. È il segnale che le schermaglie sono finite. L’affluenza si annuncia superiore al 70%. Il peso di Delfin azionista di riferimento con il 17,5% diventa decisivo.Sul tavolo, non ci sono solo nomi ma visioni. Da una parte la lista del cda uscente, dall’altra quella alternativa di Plt guidata dall’ex amministratore delegato Luigi Lovaglio, che in serata è stato licenziato dal board del Monte «per giusta causa» anche come direttore generale. La terza lista è quella di minoranza delle Sgr e i fondi di Assogestioni.La sorpresa è dietro l’angolo: Delfin potrebbe astenersi. Una non-scelta che è già una scelta. Perché? Perché a Milano, non quella dei salotti ma quella della procura, si guarda con attenzione ai movimenti dei grandi azionisti. Il sospetto di concerto aleggia, e in questi casi la prudenza diventa una strategia. Meglio non esporsi troppo visto che la lista del cda guidata da Fabrizio Palermo gode dell’appoggio del gruppo Caltagirone (11,45%). Si aggiungerebbero l’1,4% di Benetton e l’1% dei fondi Mediolanum. Poi le casse di previdenza che complessivamente arrivano all’1,5%. A completare il consenso altre quote più piccole che toccano complessivamente il 5%. In totale si arriva al 20%. Da questo calcolo resterebbero fuori le quote di Banco Bpm e quella del Mef. Così, paradossalmente, l’azionista più pesante potrebbe scegliere di non pesare. O meglio: di pesare senza farsi vedere. Eventualmente il suo voto si manifesterà quando sulle preferenze per i singoli membri del consiglio d’amministrazione. Gli advisor sono unanimi nel giudizio su Fabrizio Palermo come ad. Assi meno sulla conferma di Nicola Maione alla presidenza. Mentre Siena si prepara al voto con un certo ottimismo altrove il clima è decisamente più burrascoso.A Francoforte addirittura c’è il gelo. L’Ops lanciata da Unicredit per acquisire Commerzbank si è schiantata contro un muro di ghiaccio. Il messaggio è semplice nella sua chiarezza: così non va. L’offerta non convince, il premio non è adeguato, il valore non si vede. E soprattutto - dettaglio non secondario - la fiducia non c’è. Che, in operazioni di questo tipo, è un po’ come dire che manca l’ossigeno. Il numero uno di Unicredit, Andrea Orcel, aveva immaginato un percorso diverso. Un’integrazione capace di creare un campione europeo secondo uno schema gradito alla Bce. Ma tra l’idea e la realtà c’è di mezzo un management tedesco che non ha alcuna intenzione di farsi conquistare: il valore possiamo crearlo da soli. Anzi, se proprio dobbiamo prenderci dei rischi, preferiamo farlo in autonomia. Una dichiarazione di indipendenza che suona anche come una bocciatura dell’operazione.C’è poi il tema del me todo. I tedeschi lamentano di essere stati spesso informati a cose fatte, più che coinvolti. E qui si entra in un terreno delicato, quello delle relazioni tra pari. Perché un’Ops può anche essere tecnicamente impeccabile, ma se manca il rapporto fiduciario diventa una salita insidiosa.Il risultato è che, mentre a Siena si intravedono schiarite a Francoforte si addensano nuvole scure. L’offerta resta formalmente in piedi, certo. Ma il percorso si complica. E non poco.E così l’Europa bancaria si ritrova, ancora una volta, divisa tra due modelli. Quello italiano, fatto di equilibri sottili, mediazioni, astensioni strategiche. E quello tedesco, più diretto e roccioso.In mezzo, come sempre, c’è il mercato. Che osserva, valuta, soppesa. E che sa benissimo che dietro queste partite non ci sono solo poltrone, ma strategie, assetti di potere, pezzi di futuro.Alla fine, la fotografia è questa: a Siena si gioca una partita complessa ma aperta, con un arbitro invisibile che si chiama prudenza. A Francoforte, invece la palla al momento è stata respinta. Riprovare. E chissà che, in questo strano meteo della finanza, non sia proprio l’Italia - spesso data per imprevedibile - a mostrare, almeno per una volta, il cielo più stabile. Anche se, come sempre, basterà un voto in assemblea per cambiare il vento.Da oltre trent’anni ci è stato doviziosamente spiegato che per salvare il pianeta occorre «decarbonizzare» l’economia, ovvero rinunciare ai combustibili fossili: petrolio, gas e carbone, devono restare nel sottosuolo, come diceva Greta Thunberg. Ci dicono entro il 2050. La chiamano transizione-energetica.L’Ue ha l’ambizione di guidarla, e per fare la prima della classe si è anche data degli obiettivi intermedi: rinunciare al 90 per cento dei combustibili fossili entro il 2040. Vien da ridere: è tra quattordici anni.Se vogliamo ridere di più, ecco le dichiarazioni di Alfonso Pecoraro Scanio: «Serve un’Europa libera dalla dipendenza dai combustibili fossili, capace di puntare con decisione sulla pace e sulle energie rinnovabili. Le guerre continuano ad essere, troppo spesso, legate al petrolio. È sempre più chiaro, come evidenziato anche da autorevoli analisi internazionali, che i combustibili fossili sono non solo tra i principali responsabili della crisi climatica, ma sono anche fattori strutturali di instabilità geopolitica e di conflitto. Gli importanti investimenti che l’Europa ha avviato sulle energie rinnovabili devono essere rafforzati».Non gli sovviene neanche pallidamente che se per gas e petrolio si arriva a far la guerra, forse avranno un qualcosa di prezioso. Giova d’altra parte rammentare che il Nostro è un avvocato che s’è messo in testa che col fotovoltaico si diventa ricchi. Cosa magari vera, come è vero che si diventa ricchi a vender ai calvi tonti lozioni per far crescere i capelli. Ma se chiediamo all’avvocato cos’è l’energia e perché mai i combustibili fossili sarebbero responsabili di una non meglio identificata crisi climatica, non saprebbe profferire parola. Come lo so? Lo deduco dal fatto che una volta che mi chiesero di intervenire ad un dibattito l’avvocato si rifiutò di partecipare quando seppe che c’ero io.Accade ora che, proprio per gli eventi bellici nel Golfo Persico, della fornitura di petrolio e gas mondiale, all’improvviso venga a mancare non il 90% che ci si propone di abbandonare fra 14 anni, ma appena il 20%. Sarebbe un buon inizio lungo quella strada maestra, no? A quanto pare, no, perché, invece, immediatamente scoppia il panico. Il prezzo del petrolio sale sopra i 100 dollari al barile, e vari esperti - ah, gli esperti, sempre invocati e mai che ne imbrocchino una giusta - non escludono che arrivi presto a 200 dollari. Gli economisti - buoni anche quelli - annunciano una imminente recessione economica mondiale, se l’interruzione delle forniture dovesse durare più di alcune settimane. Vi chiederete perché sbertuccio anche gli economisti, ed ecco perché: quelli che ora stanno gridando all’allarme per questo 20% in meno sono gli stessi - ma proprio gli stessi - che si sono inventati la green economy suggerendo la riduzione del 90%. Comunque sia, le borse crollano e l’inflazione rialza la testa.I soloni dell’Ue convocano riunioni di emergenza. Fatih Birol (economista, ça va sans dire) direttore dell’Agenzia internazionale dell’energia ha appena dichiarato che l’offensiva militare di Usa e Israele contro l’Iran ha creato «la più grande minaccia alla sicurezza energetica globale degli ultimi decenni». Come mai non gli venne il sospetto di questa minaccia quando promuoveva, come ha promosso per lungo tempo, la riduzione dell’uso dei combustibili fossili.Nei passati trent’anni il consumo mondiale di tutti i combustibili fossili è cresciuto del 50%; il carbone, in particolare, continua ogni anno a stabilire un nuovo primato. Ma nessuno nella classe politica europea ha il coraggio di dire che il re è nudo e che l’intera politica europea su clima ed energia ha prodotto un solo risultato: la fuga della attività manifatturiere dall’Europa ed un declino economico. In trent’anni, la diminuzione del 20% delle emissioni europee di CO2, equivalente a meno del 2% di quelle globali, è avvenuta grazie all’aumento delle importazioni di beni prodotti nei Paesi extraeuropei. Nessuno dei quali conosce i turbamenti di Pecoraro Scanio. Tutti però desiderano una sola cosa: che le proprie economie continuino a crescere.Bene - direte - ma dopo questo pistolotto, hai proposte concrete? Ci provo. Dunque, nel breve termine:1 metter la pietra tombale sulle sovvenzioni pubbliche al fotovoltaico;2 abbandonare definitivamente l’Ets (Emission trading system), un assurdo sistema che sta distruggendo l’economia delle sane aziende energivore;3 riavviare gli impianti a carbone;4 ascoltare le istanze di Mosca, finora ignorate e riconsiderare la Russia quale privilegiato fornitore di gas.Nel più lungo termine:5 avviare un importante programma sugli impianti elettronucleari di grosso taglio, gli unici, con consolidata tecnologia, la cui economia di scala fornirebbe elettricità a costi che porterebbero l’odierna asfittica Europa su un piano competitivo. tp:writer§§ REDAZIONE guid§§ http://gimbe.telpress.it/news/2026/04/08/2026040803243307413.PDF §---§ title§§ Trump rinvia ultimatum Iran: tregua e Hormuz riaperto link§§ http://gimbe.telpress.it/news/2026/04/08/2026040802939708345.PDF description§§

Estratto da pag. 1 di "laverita.info" del 08 Apr 2026

Trump sospende per due settimane l’attacco all’Iran in cambio della riapertura dello Stretto di Hormuz. Accettata la mediazione del Pakistan, con Israele favorevole. Venerdì a Islamabad il primo round di negoziati per un accordo.

pubDate§§ 2026-04-08T08:14:00+00:00 arguments§§ http://gimbe.telpress.it/news/2026/04/08/2026040802939708345.PDF category§§ GIMBE subcategory§§ {'domain': ''} source§§ {'href': 'http://gimbe.telpress.it/news/2026/04/08/2026040802939708345.PDF', 'title': 'laverita.info'} tp:url§§ https://www.laverita.info/trump-iran-ultimatum-tregua-hormuz-2676677665.html tp:attach_fn§§ http://gimbe.telpress.it/news/2026/04/08/2026040802939708345.PDF tp:ocr§§ A meno di due ore dalla scadenza dell’ultimatum, è arrivata nella notte la svolta: Donald Trump ha annunciato su Truth la sospensione dei bombardamenti contro l’Iran per due settimane, aprendo a una finestra negoziale in cambio della riapertura dello Stretto di Hormuz da parte di Teheran. «Sulla base delle conversazioni con il primo ministro Shehbaz Sharif e il feldmaresciallo Asim Munir del Pakistan, durante le quali mi hanno chiesto di sospendere la forza distruttiva prevista per stanotte contro l’Iran, e a condizione che la Repubblica Islamica dell’Iran accetti la completa, immediata e sicura riapertura dello Stretto di Hormuz, accetto di sospendere i bombardamenti e l’attacco all’Iran per un periodo di due settimane», ha scritto il presidente americano, parlando di «cessate il fuoco bilaterale» e rivendicando di aver «già raggiunto e superato tutti gli obiettivi militari». La mediazione del Pakistan, accettata anche da Israele, ha così aperto la strada a un primo round di colloqui diretti, atteso venerdì a Islamabad, con l’obiettivo di finalizzare un accordo che Washington considera ormai vicino.L’ultimatum di Donald Trump all’Iran scadeva alle 2 di notte italiane, dopo che per tutta la giornata di ieri si erano moltiplicate le tensioni a causa del precedente post del presidente americano, tornato a minacciare pesantemente Teheran, pur tenendo aperta la porta alla diplomazia. «Stanotte un’intera civiltà morirà, per non essere mai più riportata in vita. Non voglio che accada, ma probabilmente succederà. Tuttavia, ora che abbiamo un cambio di regime completo e totale, dove prevalgono menti diverse, più intelligenti e meno radicalizzate, forse qualcosa di rivoluzionario e meraviglioso potrà accadere, chi lo sa? Lo scopriremo stanotte, in uno dei momenti più importanti della lunga e complessa storia del mondo», ha dichiarato Trump su Truth. Parole che, secondo il Wall Street Journal, avrebbero spinto Teheran a interrompere le comunicazioni dirette con Washington, sebbene la stessa testata abbia riferito che i contatti indiretti stavano proseguendo. «L’Iran non si lascerà intimidire dalle minacce di Trump», ha anche affermato il primo vicepresidente dell’Iran, Mohammad Reza Aref.È chiaro che la strategia del presidente americano è stata quella di minacciare Teheran per spaventarla e costringerla a negoziare da una posizione di debolezza (il post di ieri ricorda, in parte, quello in cui, nel 2017, Trump promise alla Corea del Nord «fuoco e furia»). Il problema, per l’inquilino della Casa Bianca, è tuttavia duplice. Se la Repubblica islamica chiamasse il bluff, Trump si troverebbe davanti a un dilemma: fare marcia indietro, perdendo credibilità, oppure attaccare massicciamente, rischiando di impantanarsi e di far aumentare ulteriormente il costo dell’energia. In secondo luogo, il governo iraniano non è affatto compatto, il che rende difficile averlo come interlocutore. Il regime khomeinista è infatti sempre più spaccato tra un’ala dialogante (che fa capo al presidente iraniano, Masoud Pezeshkian) e un’altra che, legata ai pasdaran, preme per la linea dura nei confronti di Washington.Non è quindi da escludere che i bombardamenti americani, che ieri hanno colpito i siti militari sull’isola di Kharg, fossero finalizzati a mettere sotto pressione le Guardie della rivoluzione in vista della scadenza dell’ultimatum. La speranza a Washington era che, a ridosso della deadline, le spaccature ai vertici della Repubblica islamica emergessero esplicitamente, per indebolire la posizione iraniana. Ed evidentemente così è stato. Trump sta d’altronde lavorando da tempo per cercare di isolare i pasdaran, strizzando l’occhio all’Artesh (l’esercito regolare di Teheran). È anche in quest’ottica che, secondo Fox News, il presidente americano avrebbe aperto alla possibilità di posticipare la scadenza dell’ultimatum, qualora i negoziati avessero fatto progressi. Oltre a lasciare più tempo per la diplomazia, l’obiettivo, in caso, potrebbe essere quello di voler esasperare le divisioni interne al regime, per ar ginare il più possibile le Guardie della rivoluzione. Tra l’altro, ieri, Axios ha riferito di progressi nelle trattative tra Usa e Iran nelle 24 ore precedenti. La stessa testata ha inoltre riportato che potrebbero presto tenersi dei colloqui di persona a Islamabad tra il team americano, guidato da JD Vance, e quello iraniano.Si registra una dialettica anche in seno all’amministrazione statunitense. Il capo del Pentagono, Pete Hegseth, è scettico verso l’ipotesi di un celere cessate il fuoco: esattamente l’opposto di quanto auspicato da Vance, che, ieri, parlando da Budapest, ha detto che il conflitto finirà «molto presto», pur specificando che «la natura della conclusione dipende in ultima analisi dagli iraniani». «Il presidente ha fissato una scadenza tra circa 12 ore negli Stati Uniti. Lo scopriremo, ma ci saranno molte trattative da qui ad allora, e spero che si arrivi a una buona soluzione», ha continuato il numero due della Casa Bianca. Chi predica pace è papa Leone XIV: «Siamo un popolo che ama la pace e c’è tanto bisogno di pace nel mondo», ha detto il pontefice parlando con i giornalisti uscendo da Villa Barberini, a Castel Gandolfo. «Torniamo al dialogo, alle negoziazioni, cerchiamo di risolvere i problemi senza arrivare a questo punto. Invece siamo qui. Bisogna pregare tanto. Vorrei invitare tutti a pregare ma anche a cercare come comunicare, forse con i congressisti, con le autorità, a dire che non vogliamo la guerra, vogliamo la pace», ha aggiunto.Nel frattempo, ieri continuavano a registrarsi spaccature anche tra i principali attori regionali. Egitto, Turchia e Pakistan hanno lavorato per cercare di arrivare a un compromesso diplomatico prima della scadenza dell’ultimatum. Ieri pomeriggio, fonti di Islamabad hanno riferito che erano in corso sforzi per facilitare i colloqui tra Washington e Teheran. Dall’altra parte, domenica Benjamin Netanyahu ha esortato Trump a non concludere un cessate il fuoco troppo in fretta. Lo stesso ministro degli Esteri pakistano, Ishaq Dar, ha accusato, ieri, lo Stato ebraico di aver tentato di sabotare gli sforzi di Islamabad volti a favorire i colloqui tra Usa e Iran: un Iran che sostiene di avere ancora 15.000 missili e 45.000 droni, mentre la Casa Bianca aveva escluso di voler utilizzare armi nucleari.In tutto questo, ieri Cina e Russia hanno posto il veto su una risoluzione del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, che puntava alla riapertura di Hormuz: circostanza che ha irritato Bahrain, Arabia Saudita, Emirati, Giordania, Qatar e Kuwait.La settimana di Pasqua è stata finora la più difficile per automobilisti e autotrasportatori italiani e il pur generoso sforzo del governo, con il taglio delle accise, ha solo mitigato l’impatto del rialzo dei prezzi dei carburanti. Come prevedibile, la rilevazione dei prezzi medi settimanali pubblicata ieri dal ministero dell’Ambiente ha fatto segnare un prezzo del gasolio e della benzina rispettivamente pari a 2,09 e 1,76 euro/litro, in ulteriore rialzo rispetto alla settimana precedente di 6 e 3 centesimi.Per il gasolio un livello prossimo a quello di metà marzo 2022, poco prima della lunga sequenza di riduzioni delle accise decise dal governo Draghi.Rispetto alla settimana precedente all’intervento del governo (mercoledì 19 marzo), il gasolio è aumentato di 6 centesimi, nonostante le tasse (accise e Iva) siano diminuite di 19 centesimi, semplicemente perché il prezzo industriale è aumentato di ben 25 centesimi. Per la benzina, invece, il prezzo alla pompa è comunque riuscito a scendere perché il prezzo industriale, in aumento di 15 centesimi, ha solo parzialmente eroso l’effetto positivo del taglio delle tasse (21 centesimi) e il consumatore ha beneficiato di una riduzione di 6 centesimi.Ma rispetto alla settimana precedente lo scoppio delle ostilità nel Golfo Persico, la situazione è ben più grave: il gasolio è aumentato di 37 centesimi (+50 cent del prezzo industriale e -13 cent di tasse) e la benzina di 9 centesimi (+27 cent di prezzo industriale e -18 cen t di tasse).Tuttavia, questi dati fanno dell’Italia una mosca bianca (in positivo) nel panorama europeo perché ci sono solo la Spagna e la Polonia a farci compagnia su questa strada. Fermandoci alle economie più grandi della Ue, Germania e Francia non sono intervenute affatto, con il risultato che in questi Paesi il prezzo del gasolio è decollato oltre 2,30 euro/litro, mediamente 20 centesimi più dell’Italia.In Francia gli interventi si sono limitati a dei prestiti a tasso «agevolato» (3,8%) fino a 50.000 euro per piccole e medie imprese dei settori agricoltura, trasporti e pesca.È finora rimasto inascoltato il commissario Ue all’Energia Dan Jørgensen, rilanciato proprio ieri dal Financial Times, che ha invocato «coordinamento e cautela» negli interventi sui prezzi dei carburanti, al fine di non trasformare una crisi dei prezzi energetici in una crisi di finanza pubblica. Così come le parole dell’altro commissario Valdis Dombrovskis che ha richiesto misure «coerenti e di breve termine», sempre nel timore di «gravi implicazioni di natura fiscale».Indicazioni che fanno a pugni con una realtà che vede un’elevata disomogeneità dell’impatto di questa crisi sugli Stati membri. E situazioni diverse richiedono soluzioni diverse, altro che coerenza e coordinamento.Per esempio, il Qatar fornisce solo il 4% dell’import di gas della Ue, ma pesa per un terzo sull’import italiano di Gnl. In Francia è nota la quota relativamente elevata di energia prodotta con il nucleare; in Spagna, grazie all’alta quota di rinnovabili, in molte ore della giornata la produzione di energia da fonti fossili meno efficienti non entra nel calcolo del prezzo dell’energia.In ogni caso, Italia e Spagna hanno utilizzato due strade diverse per tagliare il carico fiscale sui carburanti. La prima ha tagliato le accise, la seconda soprattutto l’Iva (dal 21% al 10%) e anche le accise; pur essendo stato il risultato quasi equivalente, ci sono forti indizi che la scelta di Madrid sia stata la più efficace.Infatti, confrontando la rilevazione settimanale del 16 marzo (la settimana precedente gli interventi di riduzione) con quella del 30 marzo (quando le riduzioni sono andate a regime), si osserva che il prezzo medio settimanale alla pompa del gasolio in Spagna si è ridotto di 6 centesimi, mentre in Italia è rimasto invariato, nonostante in entrambi i Paesi le tasse siano diminuite di 20 centesimi.Questo perché il prezzo industriale in Italia è aumentato di ben 20 centesimi e in Spagna di 15 centesimi, dove comunque il prezzo industriale era già superiore rispetto all’Italia. L’aumento registrato in Italia è anche superiore a quello di Francia e Germania. Poiché il prezzo industriale del gasolio è determinato dal prezzo del petrolio e dal margine lordo di raffinazione, possiamo ipotizzare che qualcosa non abbia funzionato perfettamente nella trasmissione (il cosiddetto pass-through) del taglio delle accise dai raffinatori/distributori al consumatore finale.Infatti, ci sono studi che dimostrano che qualcosa resta «impigliato» nel margine del distributore; una vischiosità che non si riscontra quando si riduce l’aliquota Iva che, non essendo un costo per il raffinatore/distributore, viene immediatamente e per intero traslata a valle sul consumatore finale, indipendentemente dalle scorte, che invece giocano un ruolo quando si aumenta o riduce l’accisa.Inoltre, quando gli aumenti del petrolio e, di conseguenza, del prezzo industriale si susseguono, il taglio delle accise viene presto compensato dall’aumento dell’Iva ad aliquota piena sulla maggiore base imponibile. Insomma, con una mano lo Stato dà (tagliando le accise) e con l’altra prende (incassando la maggiore Iva) e il consumatore ne beneficia solo parzialmente.Ma ormai, con la proroga al 1° maggio del taglio, le «pieghe» di bilancio a disposizione del ministro Giancarlo Giorgetti si sono esaurite e ulteriori interventi richiederanno la formale approvazione di uno scostamento di bilancio. A Bruxelles dovrann o farsene una ragione, perché la scelta è tra una recessione lieve o grave.Le guerre d’Ucraina e d’Iran si avvicinano e tendono a diventare una, cercano un punto d’incontro come batteri letali. E stringono l’Europa in una morsa. L’aprile di follia dimostra che la crisi energetica è una sola e globale, che l’inflazione alle porte parte da Kiev e arriva allo stretto di Hormuz, che l’emergenza bellica (dolci i tempi in cui ci si crogiolava in quella climatica) non conosce differenze dal Donbass a Teheran. Con un incubo che sta diventando realtà: quella «terza guerra mondiale a pezzi» paventata da papa Francesco nel suo drammatico grido d’allarme è sempre più una sola. Enorme e terribile.Gli elementi di sutura delle forze in campo non si fermano al ruolo ufficiale di Russia e Cina, che giorno dopo giorno attestano con dichiarazioni e documenti la condanna nei confronti dell’attacco di Stati Uniti e Israele allo storico alleato iraniano e alla teocrazia degli ayatollah. Non parliamo di solidarietà di facciata, parliamo di fatti. Dell’aiuto coordinato nell’indicare ai pasdaran gli obiettivi alleati da colpire nel Golfo (satelliti cinesi); dell’invio di droni russi di ultima generazione ai Guardiani della rivoluzione e agli Huthi in rivolta. Un’escalation che fa tic-tac mentre le trattative non decollano per il radicalismo delle parti in causa; anche Donald Trump e Benjamin Netanyahu sembrano più giocatori di poker che di scacchi mentre la sabbia ha cominciato a scendere nella clessidra.Primo tassello del puzzle esplosivo: domenica il presidente serbo Aleksandar Vucic ha dichiarato che esercito e polizia hanno trovato due zaini contenenti esplosivi a Kanijza, vicino al gasdotto che dalla Turchia, attraverso i Balcani, è diretto in Ungheria con in pancia il gas russo. «Due grandi pacchi di materiale esplosivo con detonatori», ha precisato il numero uno di Belgrado. Il premier ungherese Viktor Orbán ha convocato il Consiglio di difesa e ha accusato l’Ucraina di sabotaggio. «Il fallito attentato terroristico si inserisce nella serie di attacchi ucraini degli ultimi giorni», ha affermato il ministro degli Esteri Péter Szijjártó.Due settimane fa Orbán aveva annunciato che Budapest avrebbe sospeso progressivamente le forniture di gas all’Ucraina, in risposta allo stop ai flussi di petrolio russo attraverso l’oleodotto Druzhba (che significa beffardamente Amicizia), danneggiato dai bombardamenti. Questa nuova dimostrazione muscolare al Turkish Stream non fa altro che aumentare la tensione e allargare il fronte. Orbán è lapidario: «L’ambizione dell’Ucraina è una minaccia per la vita dell’Ungheria. La nostra sicurezza energetica non è un gioco. Proteggeremo il nostro sistema energetico, la sicurezza delle nostre famiglie e i nostri interessi nazionali». Per poi aggiungere in modo sibillino: «L’Ucraina lavora da anni per isolare l’Europa dall’energia russa. Hanno fatto esplodere il Nord Stream e chiuso il gasdotto proveniente dall’Ungheria».È pur vero che il 12 aprile in Ungheria ci sono le elezioni e che l’avversario di Orbán - Péter Magyar - ha insinuato che si tratti di una manovra orchestrata per recuperare consenso elettorale. Ma in questi casi è necessario rimanere ancorati alla realtà e testimoniare una fibrillazione pericolosa. La vicenda Nord Stream 2 non ha mai convinto nessuno, le sue ombre continuano ad avvelenare i rapporti diplomatici. E gli attacchi alle infrastrutture con accuse incrociate per far precipitare la crisi sono un segnale preoccupante. Il nuovo sabotaggio ha una conseguenza: la militarizzazione dell’area del gasdotto in Vojvodina (Serbia) e in Ungheria fino ai confini con la Slovacchia. Un atto osservato con attenzione dalle cancellerie occidentali perché in Europa incombe una crisi energetica senza precedenti e il gas russo sta diventando di nuovo una risorsa imprescindibile.Il puzzle si compone, la guerra avanza e l’Europa (Italia compresa) viene tirata per la giacca a entrarci con i due piedi. Volodymyr Zelensky ha un ruolo centrale come collante dei due tavoli, non a caso da tempo accusa Vladimir Putin e Xi Jinping di armare Teheran e di indicare agli iraniani i bersagli occidentali nell’area del conflitto. Satelliti, droni, armi pesanti che attraversano le pietraie mesopotamiche. «Soprattutto i droni kamikaze iraniani Shahed, che i russi hanno testato e perfezionato contro di noi e ora sono un fattore nel terrore contro i civili». Reduce dal viaggio in Medio Oriente, il leader ucraino ha pianificato un accordo decennale di difesa con Emirati Arabi, Qatar e Arabia Saudita e ha confermato «l’invio di 200 esperti anti-drone per aiutare a intercettare gli attacchi iraniani con gli Shahed». In cambio ha chiesto missili Patriot che ora arrivano con il contagocce a Kiev, dirottati nel Golfo dall’operazione Epic Fury.La scacchiera è una sola, va da Kiev a Teheran. E lo scenario è da brividi perché il rischio d’una mossa del cavallo (imbizzarrito) diventa sempre più grande. Con il nostro Paese prigioniero della frase più consolante e assurda della Costituzione: «L’Italia ripudia la guerra». Il problema è che la guerra non ripudia l’Italia.C’è un pezzo d’Europa, e anche d’Italia, che fa il tifo per il lockdown. Quel periodo in cui, a causa del Covid, alle persone era impedito di uscire, si consumava poco gasolio e ancora meno benzina, i negozi erano chiusi e le aziende lavoravano in smart working, e così anche le emissioni erano ridotte al minimo.Un mondo chiuso per epidemia, che adesso qualcuno a quanto pare rimpiange, vedendo nel «tutti a casa» una soluzione facile per far fronte alle difficoltà imposte dalla guerra in Iran. Il primo a parlare di razionamenti, di limitare viaggi, cioè di restare a casa ma abbassando riscaldamento e condizionamento, è stato Dan Jorgensen, socialdemocratico danese e commissario all’Energia della Ue. Poi sono venuti altri, come ad esempio Nino Cartabellotta, orfano inconsolabile della pandemia, divenuto famoso proprio durante il lockdown. Con un post su X, il presidente della fondazione Gimbe ha scritto parole ottimistiche, cui mancava solo l’invito a predisporsi a un prossimo decesso: «Bisogna preparare il Paese a uno shock energetico di lunga durata e disincentivare i consumi. Non spacciare per cura l’ennesimo decreto cerotto». Che cosa c’entri il gastroenterologo Cartabellotta con la guerra e il blocco delle petroliere in uscita dallo stretto di Hormuz non è dato sapere, ma pare evidente che, come molti suoi colleghi, lo «scienziato» sia in crisi da astinenza tv e dunque la crisi energetica gli faccia intravedere la possibilità di tornare ad apparire nei talk show.Si capisce anche il suggerimento del presidente dell’Anief, Marcello Pacifico. L’associazione riunisce insegnanti e formatori, perciò il sindacalista non si è trattenuto dal suggerire al governo e al Parlamento l’adozione della ormai mitica Dad, didattica a distanza, che consentiva ai docenti di tenere lezioni dal salotto di casa in tuta sportiva se non addirittura in pigiama. «La crisi energetica, con ripercussioni sul costo dei carburanti, potrebbe portare l’Italia entro giugno a un tasso di inflazione altissimo», dunque, ha spiegato Pacifico, «per frenare il costo della vita si potrebbe valutare il collocamento dei lavoratori pubblici in smart working». Insomma, tutti a casa in pantofole anziché in cattedra, anche se, dopo aver lanciato il sasso, il presidente Anief precisa che la scuola dovrà essere l’ultima a chiudere, ma si sa che è sempre meglio prevenire che curare.Nel frattempo, per alleggerire il clima di pessimismo che aleggia sull’economia europea, Bruxelles ci tiene a ribadire non soltanto che non sono previsti allentamenti del patto di stabilità, cioè nessuna deroga ai vincoli di bilancio, ma che sia a livello comunitario che per quanto riguarda i singoli Stati sono vietati i tagli alle accise. In altre parole, l’Unione sposa la linea Cartabellotta, dicendo che i consumatori devono soffrire e anche un po’ morire.Negando qualsiasi possibilità di sforamento dei parametri di bilancio e respingendo ogni a pertura all’idea di tornare a comprare gas russo (scelta super ipocrita, che non tiene conto del fatto che gli Stati europei continuano ad acquistare il Gnl di Putin e il rialzo dei prezzi dei prodotti fossili sta comunque aiutando l’economia di Mosca), l’Europa apre la strada non soltanto all’austerity raccomandata dall’Agenzia internazionale dell’energia, la cui ricetta in sostanza si riduce a meno spostamenti e meno consumo di carburante, ma pure a un futuro lockdown, come quello adottato durante la pandemia. Del resto, a bordo campo si scalda i muscoli uno che in fatto di chiusure se ne intende. Ringalluzzito dalla vittoria del No al referendum sulla giustizia e spinto dalla possibilità di un ricorso alle primarie per la scelta del candidato leader di centrosinistra, Giuseppe Conte accarezza l’idea di tornare a Palazzo Chigi e di riutilizzare i famigerati Dpcm. A motivarli non sarebbe il Covid ma il virus iraniano. Nella malaugurata ipotesi di una vittoria del centrosinistra alle prossime elezioni potrebbe tornare anche Roberto Speranza, indimenticato ministro della Salute del periodo 2020-2022. Lo slogan, ovviamente, non sarebbe più tachipirina e vigile attesa, ma meno benzina e vigile attesa. Perché ciò che conta è stare in casa e avere pazienza, sempre che la morte di cui sopra non arrivi prima.«Tutti i concetti più pregnanti della moderna dottrina dello Stato sono concetti teologici secolarizzati». Lo scrisse Carl Schmitt nel 1922. Ci aveva visto lungo. Anche dietro la guerra in Medio Oriente non ci sono soltanto interessi economici. Oltre alla materia, c’è lo spirito. La religione. Dal lato dell’Iran, certo, il cui regime teocratico lotta per sopravvivere. Dal lato di Tel Aviv, che insegue senza più remore il sogno del Grande Israele, come proclamò Benjamin Netanyahu nell’agosto del 2025. E pure dal lato americano.Nell’amministrazione Usa si è innescato un duello, essenzialmente teologico-politico, tra le anime del trumpismo: il conservatorismo di JD Vance, sovranista, isolazionista, ma cattolico, stavolta alleato del concorrente neocon Marco Rubio, anche lui discepolo (meno fervente) della Chiesa di Roma; e il sionismo protestante di Pete Hegseth, il capo del Pentagono, un evangelico convinto che la campagna bellica statunitense sia una riedizione delle crociate. Lui, che si è tatuato la scritta Deus vult, motto dei cavalieri del Santo Sepolcro.Né Vance né Rubio erano favorevoli a bombardare l’Iran. Entrambi coltivano ambizioni presidenziali e non vogliono disastri sul groppone. Il segretario di Stato ha addossato esplicitamente le responsabilità del conflitto a Israele. Hegseth, invece, si è speso per convincere il presidente che la vittoria sarebbe stata totale e veloce. Tanto zelo potrebbe spiegare la sorpresa della Casa Bianca dinanzi al prevedibile blocco di Hormuz. Le difficoltà hanno messo il numero uno del Pentagono, per cui i dem invocano l’impeachment, in una posizione scomoda. Il timore di essere silurato da un furibondo Trump lo avrebbe spinto ad avviare un repulisti nel suo ministero, cominciato dalla rimozione del generale Randy George, capo di Stato maggiore dell’esercito e vicino a Vance. È stata l’ultima di una serie di esibizioni muscolari. Per il triduo pasquale, il Pentagono ha organizzato solamente celebrazioni protestanti. Nessun servizio liturgico per il personale cattolico. È un dettaglio? Semmai, il culmine di un percorso iniziato un paio di mesi fa, quando il segretario alla Difesa aveva portato al dicastero in Virginia il pastore Douglas Wilson. Un evangelico ultranazionalista che vorrebbe bandire le manifestazioni pubbliche della «superstizione» cattolica, tipo le processioni in onore di Maria.La radicalizzazione ha alimentato inevitabili attriti con il Vaticano: The Free Press, qualche giorno fa, ha riferito di un incontro tenutosi a gennaio, sempre al Pentagono, con alcuni diplomatici della Santa Sede. Agli emissari della Chiesa sarebbe stato intimato di schierarsi apertamente al fianco degli Usa. Alcune scene inquietanti - i predicatori ev angelici che impongono le mani sul presidente nello Studio ovale, o le invocazioni del solito Hegseth a Dio affinché conduca l’America al trionfo - hanno finito per convincere il Papa a mobilitarsi. Leone XIV - un americano - ha sentito Trump per invocare la pace e ha ribadito che Dio «non ascolta la preghiera di chi fa la guerra». L’altro ieri, persino The Donald ha dovuto ammettere: «A Dio non piace quello che sta succedendo». Dall’Ungheria, Vance, non senza imbarazzo, ha tentato di salvare capra e cavoli: «Spero che Dio sia d’accordo con la decisione che l’Iran non dovrebbe avere un’arma nucleare», ha detto. Ieri sera, da Castel Gandolfo, il pontefice ha tuonato: la minaccia di distruzione all’Iran e al suo popolo «non è accettabile». Ma se il tycoon ha tolto l’elmetto all’Altissimo, Hegseth ha perseverato nel delirio mistico, stabilendo un grottesco parallelo tra la risurrezione di Cristo e il recupero del pilota dell’F-15, «abbattuto il Venerdì Santo, nascostosi in una grotta per tutto il sabato e salvato domenica».Il Vaticano è reduce da tensioni anche con il governo israeliano, dopo l’incidente della Domenica delle Palme al Santo Sepolcro. La geografia dei dissidi è dunque composita ma intelligibile: i protestanti che appoggiano Trump sono esponenti di quel «cristianesimo sionista» che - lo rilevarono quasi vent’anni fa i politologi John Mearsheimer e Stephen Walt - è una componente della «lobby israeliana» capace di influire, non sempre con esiti felici, sulla politica estera degli Usa. Netanyahu, non diversamente dai suoi predecessori, la sfrutta a suo vantaggio. I conservatori cattolici ne sono agli antipodi. E Trump?Il presidente-narciso deve essere stato irretito dai santoni che lo hanno divinizzato e gli hanno promesso la redenzione. L’andamento del conflitto lo ha destato: è apparsa sempre più evidente la sua volontà di tirarsi fuori dal pantano. Lo testimonierebbe l’idea di sostituire, in qualità di negoziatori, il duo Steve Witkoff e Jared Kushner (il genero ebreo) con Vance. In assenza del Signore degli eserciti, rimane solo la diplomazia. tp:writer§§ REDAZIONE guid§§ http://gimbe.telpress.it/news/2026/04/08/2026040802939708345.PDF §---§ title§§ Carburanti, accise tagliate ma prezzi ancora in aumento link§§ http://gimbe.telpress.it/news/2026/04/08/2026040802939008350.PDF description§§

Estratto da pag. 1 di "laverita.info" del 08 Apr 2026

Il taglio delle accise non ferma il caro carburanti: gasolio e benzina salgono per l’aumento del prezzo industriale. Italia più virtuosa di Francia e Germania, ma i benefici per consumatori e imprese restano limitati.

pubDate§§ 2026-04-08T08:15:00+00:00 arguments§§ http://gimbe.telpress.it/news/2026/04/08/2026040802939008350.PDF category§§ GIMBE subcategory§§ {'domain': ''} source§§ {'href': 'http://gimbe.telpress.it/news/2026/04/08/2026040802939008350.PDF', 'title': 'laverita.info'} tp:url§§ https://www.laverita.info/carburanti-accise-prezzi-italia-europa-2676677687.html tp:attach_fn§§ http://gimbe.telpress.it/news/2026/04/08/2026040802939008350.PDF tp:ocr§§ La settimana di Pasqua è stata finora la più difficile per automobilisti e autotrasportatori italiani e il pur generoso sforzo del governo, con il taglio delle accise, ha solo mitigato l’impatto del rialzo dei prezzi dei carburanti. Come prevedibile, la rilevazione dei prezzi medi settimanali pubblicata ieri dal ministero dell’Ambiente ha fatto segnare un prezzo del gasolio e della benzina rispettivamente pari a 2,09 e 1,76 euro/litro, in ulteriore rialzo rispetto alla settimana precedente di 6 e 3 centesimi.Per il gasolio un livello prossimo a quello di metà marzo 2022, poco prima della lunga sequenza di riduzioni delle accise decise dal governo Draghi.Rispetto alla settimana precedente all’intervento del governo (mercoledì 19 marzo), il gasolio è aumentato di 6 centesimi, nonostante le tasse (accise e Iva) siano diminuite di 19 centesimi, semplicemente perché il prezzo industriale è aumentato di ben 25 centesimi. Per la benzina, invece, il prezzo alla pompa è comunque riuscito a scendere perché il prezzo industriale, in aumento di 15 centesimi, ha solo parzialmente eroso l’effetto positivo del taglio delle tasse (21 centesimi) e il consumatore ha beneficiato di una riduzione di 6 centesimi.Ma rispetto alla settimana precedente lo scoppio delle ostilità nel Golfo Persico, la situazione è ben più grave: il gasolio è aumentato di 37 centesimi (+50 cent del prezzo industriale e -13 cent di tasse) e la benzina di 9 centesimi (+27 cent di prezzo industriale e -18 cent di tasse).Tuttavia, questi dati fanno dell’Italia una mosca bianca (in positivo) nel panorama europeo perché ci sono solo la Spagna e la Polonia a farci compagnia su questa strada. Fermandoci alle economie più grandi della Ue, Germania e Francia non sono intervenute affatto, con il risultato che in questi Paesi il prezzo del gasolio è decollato oltre 2,30 euro/litro, mediamente 20 centesimi più dell’Italia.In Francia gli interventi si sono limitati a dei prestiti a tasso «agevolato» (3,8%) fino a 50.000 euro per piccole e medie imprese dei settori agricoltura, trasporti e pesca.È finora rimasto inascoltato il commissario Ue all’Energia Dan Jørgensen, rilanciato proprio ieri dal Financial Times, che ha invocato «coordinamento e cautela» negli interventi sui prezzi dei carburanti, al fine di non trasformare una crisi dei prezzi energetici in una crisi di finanza pubblica. Così come le parole dell’altro commissario Valdis Dombrovskis che ha richiesto misure «coerenti e di breve termine», sempre nel timore di «gravi implicazioni di natura fiscale».Indicazioni che fanno a pugni con una realtà che vede un’elevata disomogeneità dell’impatto di questa crisi sugli Stati membri. E situazioni diverse richiedono soluzioni diverse, altro che coerenza e coordinamento.Per esempio, il Qatar fornisce solo il 4% dell’import di gas della Ue, ma pesa per un terzo sull’import italiano di Gnl. In Francia è nota la quota relativamente elevata di energia prodotta con il nucleare; in Spagna, grazie all’alta quota di rinnovabili, in molte ore della giornata la produzione di energia da fonti fossili meno efficienti non entra nel calcolo del prezzo dell’energia.In ogni caso, Italia e Spagna hanno utilizzato due strade diverse per tagliare il carico fiscale sui carburanti. La prima ha tagliato le accise, la seconda soprattutto l’Iva (dal 21% al 10%) e anche le accise; pur essendo stato il risultato quasi equivalente, ci sono forti indizi che la scelta di Madrid sia stata la più efficace.Infatti, confrontando la rilevazione settimanale del 16 marzo (la settimana precedente gli interventi di riduzione) con quella del 30 marzo (quando le riduzioni sono andate a regime), si osserva che il prezzo medio settimanale alla pompa del gasolio in Spagna si è ridotto di 6 centesimi, mentre in Italia è rimasto invariato, nonostante in entrambi i Paesi le tasse siano diminuite di 20 centesimi.Questo perché il prezzo industriale in Italia è aumentato di ben 20 centesimi e in Spagna di 15 c entesimi, dove comunque il prezzo industriale era già superiore rispetto all’Italia. L’aumento registrato in Italia è anche superiore a quello di Francia e Germania. Poiché il prezzo industriale del gasolio è determinato dal prezzo del petrolio e dal margine lordo di raffinazione, possiamo ipotizzare che qualcosa non abbia funzionato perfettamente nella trasmissione (il cosiddetto pass-through) del taglio delle accise dai raffinatori/distributori al consumatore finale.Infatti, ci sono studi che dimostrano che qualcosa resta «impigliato» nel margine del distributore; una vischiosità che non si riscontra quando si riduce l’aliquota Iva che, non essendo un costo per il raffinatore/distributore, viene immediatamente e per intero traslata a valle sul consumatore finale, indipendentemente dalle scorte, che invece giocano un ruolo quando si aumenta o riduce l’accisa.Inoltre, quando gli aumenti del petrolio e, di conseguenza, del prezzo industriale si susseguono, il taglio delle accise viene presto compensato dall’aumento dell’Iva ad aliquota piena sulla maggiore base imponibile. Insomma, con una mano lo Stato dà (tagliando le accise) e con l’altra prende (incassando la maggiore Iva) e il consumatore ne beneficia solo parzialmente.Ma ormai, con la proroga al 1° maggio del taglio, le «pieghe» di bilancio a disposizione del ministro Giancarlo Giorgetti si sono esaurite e ulteriori interventi richiederanno la formale approvazione di uno scostamento di bilancio. A Bruxelles dovranno farsene una ragione, perché la scelta è tra una recessione lieve o grave.Le guerre d’Ucraina e d’Iran si avvicinano e tendono a diventare una, cercano un punto d’incontro come batteri letali. E stringono l’Europa in una morsa. L’aprile di follia dimostra che la crisi energetica è una sola e globale, che l’inflazione alle porte parte da Kiev e arriva allo stretto di Hormuz, che l’emergenza bellica (dolci i tempi in cui ci si crogiolava in quella climatica) non conosce differenze dal Donbass a Teheran. Con un incubo che sta diventando realtà: quella «terza guerra mondiale a pezzi» paventata da papa Francesco nel suo drammatico grido d’allarme è sempre più una sola. Enorme e terribile.Gli elementi di sutura delle forze in campo non si fermano al ruolo ufficiale di Russia e Cina, che giorno dopo giorno attestano con dichiarazioni e documenti la condanna nei confronti dell’attacco di Stati Uniti e Israele allo storico alleato iraniano e alla teocrazia degli ayatollah. Non parliamo di solidarietà di facciata, parliamo di fatti. Dell’aiuto coordinato nell’indicare ai pasdaran gli obiettivi alleati da colpire nel Golfo (satelliti cinesi); dell’invio di droni russi di ultima generazione ai Guardiani della rivoluzione e agli Huthi in rivolta. Un’escalation che fa tic-tac mentre le trattative non decollano per il radicalismo delle parti in causa; anche Donald Trump e Benjamin Netanyahu sembrano più giocatori di poker che di scacchi mentre la sabbia ha cominciato a scendere nella clessidra.Primo tassello del puzzle esplosivo: domenica il presidente serbo Aleksandar Vucic ha dichiarato che esercito e polizia hanno trovato due zaini contenenti esplosivi a Kanijza, vicino al gasdotto che dalla Turchia, attraverso i Balcani, è diretto in Ungheria con in pancia il gas russo. «Due grandi pacchi di materiale esplosivo con detonatori», ha precisato il numero uno di Belgrado. Il premier ungherese Viktor Orbán ha convocato il Consiglio di difesa e ha accusato l’Ucraina di sabotaggio. «Il fallito attentato terroristico si inserisce nella serie di attacchi ucraini degli ultimi giorni», ha affermato il ministro degli Esteri Péter Szijjártó.Due settimane fa Orbán aveva annunciato che Budapest avrebbe sospeso progressivamente le forniture di gas all’Ucraina, in risposta allo stop ai flussi di petrolio russo attraverso l’oleodotto Druzhba (che significa beffardamente Amicizia), danneggiato dai bombardamenti. Questa nuova dimostrazione muscolare al Turkish Stream non fa altro che aumentare la tensione e allargare il fronte. Orbán è lapidario: «L’ambizione dell’Ucraina è una minaccia per la vita dell’Ungheria. La nostra sicurezza energetica non è un gioco. Proteggeremo il nostro sistema energetico, la sicurezza delle nostre famiglie e i nostri interessi nazionali». Per poi aggiungere in modo sibillino: «L’Ucraina lavora da anni per isolare l’Europa dall’energia russa. Hanno fatto esplodere il Nord Stream e chiuso il gasdotto proveniente dall’Ungheria».È pur vero che il 12 aprile in Ungheria ci sono le elezioni e che l’avversario di Orbán - Péter Magyar - ha insinuato che si tratti di una manovra orchestrata per recuperare consenso elettorale. Ma in questi casi è necessario rimanere ancorati alla realtà e testimoniare una fibrillazione pericolosa. La vicenda Nord Stream 2 non ha mai convinto nessuno, le sue ombre continuano ad avvelenare i rapporti diplomatici. E gli attacchi alle infrastrutture con accuse incrociate per far precipitare la crisi sono un segnale preoccupante. Il nuovo sabotaggio ha una conseguenza: la militarizzazione dell’area del gasdotto in Vojvodina (Serbia) e in Ungheria fino ai confini con la Slovacchia. Un atto osservato con attenzione dalle cancellerie occidentali perché in Europa incombe una crisi energetica senza precedenti e il gas russo sta diventando di nuovo una risorsa imprescindibile.Il puzzle si compone, la guerra avanza e l’Europa (Italia compresa) viene tirata per la giacca a entrarci con i due piedi. Volodymyr Zelensky ha un ruolo centrale come collante dei due tavoli, non a caso da tempo accusa Vladimir Putin e Xi Jinping di armare Teheran e di indicare agli iraniani i bersagli occidentali nell’area del conflitto. Satelliti, droni, armi pesanti che attraversano le pietraie mesopotamiche. «Soprattutto i droni kamikaze iraniani Shahed, che i russi hanno testato e perfezionato contro di noi e ora sono un fattore nel terrore contro i civili». Reduce dal viaggio in Medio Oriente, il leader ucraino ha pianificato un accordo decennale di difesa con Emirati Arabi, Qatar e Arabia Saudita e ha confermato «l’invio di 200 esperti anti-drone per aiutare a intercettare gli attacchi iraniani con gli Shahed». In cambio ha chiesto missili Patriot che ora arrivano con il contagocce a Kiev, dirottati nel Golfo dall’operazione Epic Fury.La scacchiera è una sola, va da Kiev a Teheran. E lo scenario è da brividi perché il rischio d’una mossa del cavallo (imbizzarrito) diventa sempre più grande. Con il nostro Paese prigioniero della frase più consolante e assurda della Costituzione: «L’Italia ripudia la guerra». Il problema è che la guerra non ripudia l’Italia.A meno di due ore dalla scadenza dell’ultimatum, è arrivata nella notte la svolta: Donald Trump ha annunciato su Truth la sospensione dei bombardamenti contro l’Iran per due settimane, aprendo a una finestra negoziale in cambio della riapertura dello Stretto di Hormuz da parte di Teheran. «Sulla base delle conversazioni con il primo ministro Shehbaz Sharif e il feldmaresciallo Asim Munir del Pakistan, durante le quali mi hanno chiesto di sospendere la forza distruttiva prevista per stanotte contro l’Iran, e a condizione che la Repubblica Islamica dell’Iran accetti la completa, immediata e sicura riapertura dello Stretto di Hormuz, accetto di sospendere i bombardamenti e l’attacco all’Iran per un periodo di due settimane», ha scritto il presidente americano, parlando di «cessate il fuoco bilaterale» e rivendicando di aver «già raggiunto e superato tutti gli obiettivi militari». La mediazione del Pakistan, accettata anche da Israele, ha così aperto la strada a un primo round di colloqui diretti, atteso venerdì a Islamabad, con l’obiettivo di finalizzare un accordo che Washington considera ormai vicino.L’ultimatum di Donald Trump all’Iran scadeva alle 2 di notte italiane, dopo che per tutta la giornata di ieri si erano moltiplicate le tensioni a causa del precedente post del presidente americano, tornato a minacciare pesantemente Teheran, pur tenendo aperta la porta alla diplomazia. «Stanotte un’intera civiltà mo rirà, per non essere mai più riportata in vita. Non voglio che accada, ma probabilmente succederà. Tuttavia, ora che abbiamo un cambio di regime completo e totale, dove prevalgono menti diverse, più intelligenti e meno radicalizzate, forse qualcosa di rivoluzionario e meraviglioso potrà accadere, chi lo sa? Lo scopriremo stanotte, in uno dei momenti più importanti della lunga e complessa storia del mondo», ha dichiarato Trump su Truth. Parole che, secondo il Wall Street Journal, avrebbero spinto Teheran a interrompere le comunicazioni dirette con Washington, sebbene la stessa testata abbia riferito che i contatti indiretti stavano proseguendo. «L’Iran non si lascerà intimidire dalle minacce di Trump», ha anche affermato il primo vicepresidente dell’Iran, Mohammad Reza Aref.È chiaro che la strategia del presidente americano è stata quella di minacciare Teheran per spaventarla e costringerla a negoziare da una posizione di debolezza (il post di ieri ricorda, in parte, quello in cui, nel 2017, Trump promise alla Corea del Nord «fuoco e furia»). Il problema, per l’inquilino della Casa Bianca, è tuttavia duplice. Se la Repubblica islamica chiamasse il bluff, Trump si troverebbe davanti a un dilemma: fare marcia indietro, perdendo credibilità, oppure attaccare massicciamente, rischiando di impantanarsi e di far aumentare ulteriormente il costo dell’energia. In secondo luogo, il governo iraniano non è affatto compatto, il che rende difficile averlo come interlocutore. Il regime khomeinista è infatti sempre più spaccato tra un’ala dialogante (che fa capo al presidente iraniano, Masoud Pezeshkian) e un’altra che, legata ai pasdaran, preme per la linea dura nei confronti di Washington.Non è quindi da escludere che i bombardamenti americani, che ieri hanno colpito i siti militari sull’isola di Kharg, fossero finalizzati a mettere sotto pressione le Guardie della rivoluzione in vista della scadenza dell’ultimatum. La speranza a Washington era che, a ridosso della deadline, le spaccature ai vertici della Repubblica islamica emergessero esplicitamente, per indebolire la posizione iraniana. Ed evidentemente così è stato. Trump sta d’altronde lavorando da tempo per cercare di isolare i pasdaran, strizzando l’occhio all’Artesh (l’esercito regolare di Teheran). È anche in quest’ottica che, secondo Fox News, il presidente americano avrebbe aperto alla possibilità di posticipare la scadenza dell’ultimatum, qualora i negoziati avessero fatto progressi. Oltre a lasciare più tempo per la diplomazia, l’obiettivo, in caso, potrebbe essere quello di voler esasperare le divisioni interne al regime, per arginare il più possibile le Guardie della rivoluzione. Tra l’altro, ieri, Axios ha riferito di progressi nelle trattative tra Usa e Iran nelle 24 ore precedenti. La stessa testata ha inoltre riportato che potrebbero presto tenersi dei colloqui di persona a Islamabad tra il team americano, guidato da JD Vance, e quello iraniano.Si registra una dialettica anche in seno all’amministrazione statunitense. Il capo del Pentagono, Pete Hegseth, è scettico verso l’ipotesi di un celere cessate il fuoco: esattamente l’opposto di quanto auspicato da Vance, che, ieri, parlando da Budapest, ha detto che il conflitto finirà «molto presto», pur specificando che «la natura della conclusione dipende in ultima analisi dagli iraniani». «Il presidente ha fissato una scadenza tra circa 12 ore negli Stati Uniti. Lo scopriremo, ma ci saranno molte trattative da qui ad allora, e spero che si arrivi a una buona soluzione», ha continuato il numero due della Casa Bianca. Chi predica pace è papa Leone XIV: «Siamo un popolo che ama la pace e c’è tanto bisogno di pace nel mondo», ha detto il pontefice parlando con i giornalisti uscendo da Villa Barberini, a Castel Gandolfo. «Torniamo al dialogo, alle negoziazioni, cerchiamo di risolvere i problemi senza arrivare a questo punto. Invece siamo qui. Bisogna pregare tanto. Vorrei invitare tutti a pregare ma anche a cercare come comunicare, forse con i congressisti, con le autorità, a dire che non voglia mo la guerra, vogliamo la pace», ha aggiunto.Nel frattempo, ieri continuavano a registrarsi spaccature anche tra i principali attori regionali. Egitto, Turchia e Pakistan hanno lavorato per cercare di arrivare a un compromesso diplomatico prima della scadenza dell’ultimatum. Ieri pomeriggio, fonti di Islamabad hanno riferito che erano in corso sforzi per facilitare i colloqui tra Washington e Teheran. Dall’altra parte, domenica Benjamin Netanyahu ha esortato Trump a non concludere un cessate il fuoco troppo in fretta. Lo stesso ministro degli Esteri pakistano, Ishaq Dar, ha accusato, ieri, lo Stato ebraico di aver tentato di sabotare gli sforzi di Islamabad volti a favorire i colloqui tra Usa e Iran: un Iran che sostiene di avere ancora 15.000 missili e 45.000 droni, mentre la Casa Bianca aveva escluso di voler utilizzare armi nucleari.In tutto questo, ieri Cina e Russia hanno posto il veto su una risoluzione del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, che puntava alla riapertura di Hormuz: circostanza che ha irritato Bahrain, Arabia Saudita, Emirati, Giordania, Qatar e Kuwait.C’è un pezzo d’Europa, e anche d’Italia, che fa il tifo per il lockdown. Quel periodo in cui, a causa del Covid, alle persone era impedito di uscire, si consumava poco gasolio e ancora meno benzina, i negozi erano chiusi e le aziende lavoravano in smart working, e così anche le emissioni erano ridotte al minimo.Un mondo chiuso per epidemia, che adesso qualcuno a quanto pare rimpiange, vedendo nel «tutti a casa» una soluzione facile per far fronte alle difficoltà imposte dalla guerra in Iran. Il primo a parlare di razionamenti, di limitare viaggi, cioè di restare a casa ma abbassando riscaldamento e condizionamento, è stato Dan Jorgensen, socialdemocratico danese e commissario all’Energia della Ue. Poi sono venuti altri, come ad esempio Nino Cartabellotta, orfano inconsolabile della pandemia, divenuto famoso proprio durante il lockdown. Con un post su X, il presidente della fondazione Gimbe ha scritto parole ottimistiche, cui mancava solo l’invito a predisporsi a un prossimo decesso: «Bisogna preparare il Paese a uno shock energetico di lunga durata e disincentivare i consumi. Non spacciare per cura l’ennesimo decreto cerotto». Che cosa c’entri il gastroenterologo Cartabellotta con la guerra e il blocco delle petroliere in uscita dallo stretto di Hormuz non è dato sapere, ma pare evidente che, come molti suoi colleghi, lo «scienziato» sia in crisi da astinenza tv e dunque la crisi energetica gli faccia intravedere la possibilità di tornare ad apparire nei talk show.Si capisce anche il suggerimento del presidente dell’Anief, Marcello Pacifico. L’associazione riunisce insegnanti e formatori, perciò il sindacalista non si è trattenuto dal suggerire al governo e al Parlamento l’adozione della ormai mitica Dad, didattica a distanza, che consentiva ai docenti di tenere lezioni dal salotto di casa in tuta sportiva se non addirittura in pigiama. «La crisi energetica, con ripercussioni sul costo dei carburanti, potrebbe portare l’Italia entro giugno a un tasso di inflazione altissimo», dunque, ha spiegato Pacifico, «per frenare il costo della vita si potrebbe valutare il collocamento dei lavoratori pubblici in smart working». Insomma, tutti a casa in pantofole anziché in cattedra, anche se, dopo aver lanciato il sasso, il presidente Anief precisa che la scuola dovrà essere l’ultima a chiudere, ma si sa che è sempre meglio prevenire che curare.Nel frattempo, per alleggerire il clima di pessimismo che aleggia sull’economia europea, Bruxelles ci tiene a ribadire non soltanto che non sono previsti allentamenti del patto di stabilità, cioè nessuna deroga ai vincoli di bilancio, ma che sia a livello comunitario che per quanto riguarda i singoli Stati sono vietati i tagli alle accise. In altre parole, l’Unione sposa la linea Cartabellotta, dicendo che i consumatori devono soffrire e anche un po’ morire.Negando qualsiasi possibilità di sforamento dei parametri di bilancio e respingendo ogni a pertura all’idea di tornare a comprare gas russo (scelta super ipocrita, che non tiene conto del fatto che gli Stati europei continuano ad acquistare il Gnl di Putin e il rialzo dei prezzi dei prodotti fossili sta comunque aiutando l’economia di Mosca), l’Europa apre la strada non soltanto all’austerity raccomandata dall’Agenzia internazionale dell’energia, la cui ricetta in sostanza si riduce a meno spostamenti e meno consumo di carburante, ma pure a un futuro lockdown, come quello adottato durante la pandemia. Del resto, a bordo campo si scalda i muscoli uno che in fatto di chiusure se ne intende. Ringalluzzito dalla vittoria del No al referendum sulla giustizia e spinto dalla possibilità di un ricorso alle primarie per la scelta del candidato leader di centrosinistra, Giuseppe Conte accarezza l’idea di tornare a Palazzo Chigi e di riutilizzare i famigerati Dpcm. A motivarli non sarebbe il Covid ma il virus iraniano. Nella malaugurata ipotesi di una vittoria del centrosinistra alle prossime elezioni potrebbe tornare anche Roberto Speranza, indimenticato ministro della Salute del periodo 2020-2022. Lo slogan, ovviamente, non sarebbe più tachipirina e vigile attesa, ma meno benzina e vigile attesa. Perché ciò che conta è stare in casa e avere pazienza, sempre che la morte di cui sopra non arrivi prima.«Tutti i concetti più pregnanti della moderna dottrina dello Stato sono concetti teologici secolarizzati». Lo scrisse Carl Schmitt nel 1922. Ci aveva visto lungo. Anche dietro la guerra in Medio Oriente non ci sono soltanto interessi economici. Oltre alla materia, c’è lo spirito. La religione. Dal lato dell’Iran, certo, il cui regime teocratico lotta per sopravvivere. Dal lato di Tel Aviv, che insegue senza più remore il sogno del Grande Israele, come proclamò Benjamin Netanyahu nell’agosto del 2025. E pure dal lato americano.Nell’amministrazione Usa si è innescato un duello, essenzialmente teologico-politico, tra le anime del trumpismo: il conservatorismo di JD Vance, sovranista, isolazionista, ma cattolico, stavolta alleato del concorrente neocon Marco Rubio, anche lui discepolo (meno fervente) della Chiesa di Roma; e il sionismo protestante di Pete Hegseth, il capo del Pentagono, un evangelico convinto che la campagna bellica statunitense sia una riedizione delle crociate. Lui, che si è tatuato la scritta Deus vult, motto dei cavalieri del Santo Sepolcro.Né Vance né Rubio erano favorevoli a bombardare l’Iran. Entrambi coltivano ambizioni presidenziali e non vogliono disastri sul groppone. Il segretario di Stato ha addossato esplicitamente le responsabilità del conflitto a Israele. Hegseth, invece, si è speso per convincere il presidente che la vittoria sarebbe stata totale e veloce. Tanto zelo potrebbe spiegare la sorpresa della Casa Bianca dinanzi al prevedibile blocco di Hormuz. Le difficoltà hanno messo il numero uno del Pentagono, per cui i dem invocano l’impeachment, in una posizione scomoda. Il timore di essere silurato da un furibondo Trump lo avrebbe spinto ad avviare un repulisti nel suo ministero, cominciato dalla rimozione del generale Randy George, capo di Stato maggiore dell’esercito e vicino a Vance. È stata l’ultima di una serie di esibizioni muscolari. Per il triduo pasquale, il Pentagono ha organizzato solamente celebrazioni protestanti. Nessun servizio liturgico per il personale cattolico. È un dettaglio? Semmai, il culmine di un percorso iniziato un paio di mesi fa, quando il segretario alla Difesa aveva portato al dicastero in Virginia il pastore Douglas Wilson. Un evangelico ultranazionalista che vorrebbe bandire le manifestazioni pubbliche della «superstizione» cattolica, tipo le processioni in onore di Maria.La radicalizzazione ha alimentato inevitabili attriti con il Vaticano: The Free Press, qualche giorno fa, ha riferito di un incontro tenutosi a gennaio, sempre al Pentagono, con alcuni diplomatici della Santa Sede. Agli emissari della Chiesa sarebbe stato intimato di schierarsi apertamente al fianco degli Usa. Alcune scene inquietanti - i predicatori ev angelici che impongono le mani sul presidente nello Studio ovale, o le invocazioni del solito Hegseth a Dio affinché conduca l’America al trionfo - hanno finito per convincere il Papa a mobilitarsi. Leone XIV - un americano - ha sentito Trump per invocare la pace e ha ribadito che Dio «non ascolta la preghiera di chi fa la guerra». L’altro ieri, persino The Donald ha dovuto ammettere: «A Dio non piace quello che sta succedendo». Dall’Ungheria, Vance, non senza imbarazzo, ha tentato di salvare capra e cavoli: «Spero che Dio sia d’accordo con la decisione che l’Iran non dovrebbe avere un’arma nucleare», ha detto. Ieri sera, da Castel Gandolfo, il pontefice ha tuonato: la minaccia di distruzione all’Iran e al suo popolo «non è accettabile». Ma se il tycoon ha tolto l’elmetto all’Altissimo, Hegseth ha perseverato nel delirio mistico, stabilendo un grottesco parallelo tra la risurrezione di Cristo e il recupero del pilota dell’F-15, «abbattuto il Venerdì Santo, nascostosi in una grotta per tutto il sabato e salvato domenica».Il Vaticano è reduce da tensioni anche con il governo israeliano, dopo l’incidente della Domenica delle Palme al Santo Sepolcro. La geografia dei dissidi è dunque composita ma intelligibile: i protestanti che appoggiano Trump sono esponenti di quel «cristianesimo sionista» che - lo rilevarono quasi vent’anni fa i politologi John Mearsheimer e Stephen Walt - è una componente della «lobby israeliana» capace di influire, non sempre con esiti felici, sulla politica estera degli Usa. Netanyahu, non diversamente dai suoi predecessori, la sfrutta a suo vantaggio. I conservatori cattolici ne sono agli antipodi. E Trump?Il presidente-narciso deve essere stato irretito dai santoni che lo hanno divinizzato e gli hanno promesso la redenzione. L’andamento del conflitto lo ha destato: è apparsa sempre più evidente la sua volontà di tirarsi fuori dal pantano. Lo testimonierebbe l’idea di sostituire, in qualità di negoziatori, il duo Steve Witkoff e Jared Kushner (il genero ebreo) con Vance. In assenza del Signore degli eserciti, rimane solo la diplomazia. tp:writer§§ REDAZIONE guid§§ http://gimbe.telpress.it/news/2026/04/08/2026040802939008350.PDF §---§ title§§ Dai tubi sabotati agli alleati dell’Iran. La guerra globale non è più «a pezzi» link§§ http://gimbe.telpress.it/news/2026/04/08/2026040802939108351.PDF description§§

Estratto da pag. 1 di "laverita.info" del 08 Apr 2026

Leggi gli ultimi articoli su

pubDate§§ 2026-04-08T08:15:00+00:00 arguments§§ http://gimbe.telpress.it/news/2026/04/08/2026040802939108351.PDF category§§ GIMBE subcategory§§ {'domain': ''} source§§ {'href': 'http://gimbe.telpress.it/news/2026/04/08/2026040802939108351.PDF', 'title': 'laverita.info'} tp:url§§ https://www.laverita.info/guerra-globale-non-piu-pezzi-2676677654.html tp:attach_fn§§ http://gimbe.telpress.it/news/2026/04/08/2026040802939108351.PDF tp:ocr§§ Le guerre d’Ucraina e d’Iran si avvicinano e tendono a diventare una, cercano un punto d’incontro come batteri letali. E stringono l’Europa in una morsa. L’aprile di follia dimostra che la crisi energetica è una sola e globale, che l’inflazione alle porte parte da Kiev e arriva allo stretto di Hormuz, che l’emergenza bellica (dolci i tempi in cui ci si crogiolava in quella climatica) non conosce differenze dal Donbass a Teheran. Con un incubo che sta diventando realtà: quella «terza guerra mondiale a pezzi» paventata da papa Francesco nel suo drammatico grido d’allarme è sempre più una sola. Enorme e terribile.Gli elementi di sutura delle forze in campo non si fermano al ruolo ufficiale di Russia e Cina, che giorno dopo giorno attestano con dichiarazioni e documenti la condanna nei confronti dell’attacco di Stati Uniti e Israele allo storico alleato iraniano e alla teocrazia degli ayatollah. Non parliamo di solidarietà di facciata, parliamo di fatti. Dell’aiuto coordinato nell’indicare ai pasdaran gli obiettivi alleati da colpire nel Golfo (satelliti cinesi); dell’invio di droni russi di ultima generazione ai Guardiani della rivoluzione e agli Huthi in rivolta. Un’escalation che fa tic-tac mentre le trattative non decollano per il radicalismo delle parti in causa; anche Donald Trump e Benjamin Netanyahu sembrano più giocatori di poker che di scacchi mentre la sabbia ha cominciato a scendere nella clessidra.Primo tassello del puzzle esplosivo: domenica il presidente serbo Aleksandar Vucic ha dichiarato che esercito e polizia hanno trovato due zaini contenenti esplosivi a Kanijza, vicino al gasdotto che dalla Turchia, attraverso i Balcani, è diretto in Ungheria con in pancia il gas russo. «Due grandi pacchi di materiale esplosivo con detonatori», ha precisato il numero uno di Belgrado. Il premier ungherese Viktor Orbán ha convocato il Consiglio di difesa e ha accusato l’Ucraina di sabotaggio. «Il fallito attentato terroristico si inserisce nella serie di attacchi ucraini degli ultimi giorni», ha affermato il ministro degli Esteri Péter Szijjártó.Due settimane fa Orbán aveva annunciato che Budapest avrebbe sospeso progressivamente le forniture di gas all’Ucraina, in risposta allo stop ai flussi di petrolio russo attraverso l’oleodotto Druzhba (che significa beffardamente Amicizia), danneggiato dai bombardamenti. Questa nuova dimostrazione muscolare al Turkish Stream non fa altro che aumentare la tensione e allargare il fronte. Orbán è lapidario: «L’ambizione dell’Ucraina è una minaccia per la vita dell’Ungheria. La nostra sicurezza energetica non è un gioco. Proteggeremo il nostro sistema energetico, la sicurezza delle nostre famiglie e i nostri interessi nazionali». Per poi aggiungere in modo sibillino: «L’Ucraina lavora da anni per isolare l’Europa dall’energia russa. Hanno fatto esplodere il Nord Stream e chiuso il gasdotto proveniente dall’Ungheria».È pur vero che il 12 aprile in Ungheria ci sono le elezioni e che l’avversario di Orbán - Péter Magyar - ha insinuato che si tratti di una manovra orchestrata per recuperare consenso elettorale. Ma in questi casi è necessario rimanere ancorati alla realtà e testimoniare una fibrillazione pericolosa. La vicenda Nord Stream 2 non ha mai convinto nessuno, le sue ombre continuano ad avvelenare i rapporti diplomatici. E gli attacchi alle infrastrutture con accuse incrociate per far precipitare la crisi sono un segnale preoccupante. Il nuovo sabotaggio ha una conseguenza: la militarizzazione dell’area del gasdotto in Vojvodina (Serbia) e in Ungheria fino ai confini con la Slovacchia. Un atto osservato con attenzione dalle cancellerie occidentali perché in Europa incombe una crisi energetica senza precedenti e il gas russo sta diventando di nuovo una risorsa imprescindibile.Il puzzle si compone, la guerra avanza e l’Europa (Italia compresa) viene tirata per la giacca a entrarci con i due piedi. Volodymyr Zelensky ha un ruolo centrale come collante dei due tavoli, non a caso da tempo accusa Vladimir Putin e Xi Jinping di arm are Teheran e di indicare agli iraniani i bersagli occidentali nell’area del conflitto. Satelliti, droni, armi pesanti che attraversano le pietraie mesopotamiche. «Soprattutto i droni kamikaze iraniani Shahed, che i russi hanno testato e perfezionato contro di noi e ora sono un fattore nel terrore contro i civili». Reduce dal viaggio in Medio Oriente, il leader ucraino ha pianificato un accordo decennale di difesa con Emirati Arabi, Qatar e Arabia Saudita e ha confermato «l’invio di 200 esperti anti-drone per aiutare a intercettare gli attacchi iraniani con gli Shahed». In cambio ha chiesto missili Patriot che ora arrivano con il contagocce a Kiev, dirottati nel Golfo dall’operazione Epic Fury.La scacchiera è una sola, va da Kiev a Teheran. E lo scenario è da brividi perché il rischio d’una mossa del cavallo (imbizzarrito) diventa sempre più grande. Con il nostro Paese prigioniero della frase più consolante e assurda della Costituzione: «L’Italia ripudia la guerra». Il problema è che la guerra non ripudia l’Italia.La settimana di Pasqua è stata finora la più difficile per automobilisti e autotrasportatori italiani e il pur generoso sforzo del governo, con il taglio delle accise, ha solo mitigato l’impatto del rialzo dei prezzi dei carburanti. Come prevedibile, la rilevazione dei prezzi medi settimanali pubblicata ieri dal ministero dell’Ambiente ha fatto segnare un prezzo del gasolio e della benzina rispettivamente pari a 2,09 e 1,76 euro/litro, in ulteriore rialzo rispetto alla settimana precedente di 6 e 3 centesimi.Per il gasolio un livello prossimo a quello di metà marzo 2022, poco prima della lunga sequenza di riduzioni delle accise decise dal governo Draghi.Rispetto alla settimana precedente all’intervento del governo (mercoledì 19 marzo), il gasolio è aumentato di 6 centesimi, nonostante le tasse (accise e Iva) siano diminuite di 19 centesimi, semplicemente perché il prezzo industriale è aumentato di ben 25 centesimi. Per la benzina, invece, il prezzo alla pompa è comunque riuscito a scendere perché il prezzo industriale, in aumento di 15 centesimi, ha solo parzialmente eroso l’effetto positivo del taglio delle tasse (21 centesimi) e il consumatore ha beneficiato di una riduzione di 6 centesimi.Ma rispetto alla settimana precedente lo scoppio delle ostilità nel Golfo Persico, la situazione è ben più grave: il gasolio è aumentato di 37 centesimi (+50 cent del prezzo industriale e -13 cent di tasse) e la benzina di 9 centesimi (+27 cent di prezzo industriale e -18 cent di tasse).Tuttavia, questi dati fanno dell’Italia una mosca bianca (in positivo) nel panorama europeo perché ci sono solo la Spagna e la Polonia a farci compagnia su questa strada. Fermandoci alle economie più grandi della Ue, Germania e Francia non sono intervenute affatto, con il risultato che in questi Paesi il prezzo del gasolio è decollato oltre 2,30 euro/litro, mediamente 20 centesimi più dell’Italia.In Francia gli interventi si sono limitati a dei prestiti a tasso «agevolato» (3,8%) fino a 50.000 euro per piccole e medie imprese dei settori agricoltura, trasporti e pesca.È finora rimasto inascoltato il commissario Ue all’Energia Dan Jørgensen, rilanciato proprio ieri dal Financial Times, che ha invocato «coordinamento e cautela» negli interventi sui prezzi dei carburanti, al fine di non trasformare una crisi dei prezzi energetici in una crisi di finanza pubblica. Così come le parole dell’altro commissario Valdis Dombrovskis che ha richiesto misure «coerenti e di breve termine», sempre nel timore di «gravi implicazioni di natura fiscale».Indicazioni che fanno a pugni con una realtà che vede un’elevata disomogeneità dell’impatto di questa crisi sugli Stati membri. E situazioni diverse richiedono soluzioni diverse, altro che coerenza e coordinamento.Per esempio, il Qatar fornisce solo il 4% dell’import di gas della Ue, ma pesa per un terzo sull’import italiano di Gnl. In Francia è nota la quota relativamente elevata di energia prodotta con il nucle are; in Spagna, grazie all’alta quota di rinnovabili, in molte ore della giornata la produzione di energia da fonti fossili meno efficienti non entra nel calcolo del prezzo dell’energia.In ogni caso, Italia e Spagna hanno utilizzato due strade diverse per tagliare il carico fiscale sui carburanti. La prima ha tagliato le accise, la seconda soprattutto l’Iva (dal 21% al 10%) e anche le accise; pur essendo stato il risultato quasi equivalente, ci sono forti indizi che la scelta di Madrid sia stata la più efficace.Infatti, confrontando la rilevazione settimanale del 16 marzo (la settimana precedente gli interventi di riduzione) con quella del 30 marzo (quando le riduzioni sono andate a regime), si osserva che il prezzo medio settimanale alla pompa del gasolio in Spagna si è ridotto di 6 centesimi, mentre in Italia è rimasto invariato, nonostante in entrambi i Paesi le tasse siano diminuite di 20 centesimi.Questo perché il prezzo industriale in Italia è aumentato di ben 20 centesimi e in Spagna di 15 centesimi, dove comunque il prezzo industriale era già superiore rispetto all’Italia. L’aumento registrato in Italia è anche superiore a quello di Francia e Germania. Poiché il prezzo industriale del gasolio è determinato dal prezzo del petrolio e dal margine lordo di raffinazione, possiamo ipotizzare che qualcosa non abbia funzionato perfettamente nella trasmissione (il cosiddetto pass-through) del taglio delle accise dai raffinatori/distributori al consumatore finale.Infatti, ci sono studi che dimostrano che qualcosa resta «impigliato» nel margine del distributore; una vischiosità che non si riscontra quando si riduce l’aliquota Iva che, non essendo un costo per il raffinatore/distributore, viene immediatamente e per intero traslata a valle sul consumatore finale, indipendentemente dalle scorte, che invece giocano un ruolo quando si aumenta o riduce l’accisa.Inoltre, quando gli aumenti del petrolio e, di conseguenza, del prezzo industriale si susseguono, il taglio delle accise viene presto compensato dall’aumento dell’Iva ad aliquota piena sulla maggiore base imponibile. Insomma, con una mano lo Stato dà (tagliando le accise) e con l’altra prende (incassando la maggiore Iva) e il consumatore ne beneficia solo parzialmente.Ma ormai, con la proroga al 1° maggio del taglio, le «pieghe» di bilancio a disposizione del ministro Giancarlo Giorgetti si sono esaurite e ulteriori interventi richiederanno la formale approvazione di uno scostamento di bilancio. A Bruxelles dovranno farsene una ragione, perché la scelta è tra una recessione lieve o grave.A meno di due ore dalla scadenza dell’ultimatum, è arrivata nella notte la svolta: Donald Trump ha annunciato su Truth la sospensione dei bombardamenti contro l’Iran per due settimane, aprendo a una finestra negoziale in cambio della riapertura dello Stretto di Hormuz da parte di Teheran. «Sulla base delle conversazioni con il primo ministro Shehbaz Sharif e il feldmaresciallo Asim Munir del Pakistan, durante le quali mi hanno chiesto di sospendere la forza distruttiva prevista per stanotte contro l’Iran, e a condizione che la Repubblica Islamica dell’Iran accetti la completa, immediata e sicura riapertura dello Stretto di Hormuz, accetto di sospendere i bombardamenti e l’attacco all’Iran per un periodo di due settimane», ha scritto il presidente americano, parlando di «cessate il fuoco bilaterale» e rivendicando di aver «già raggiunto e superato tutti gli obiettivi militari». La mediazione del Pakistan, accettata anche da Israele, ha così aperto la strada a un primo round di colloqui diretti, atteso venerdì a Islamabad, con l’obiettivo di finalizzare un accordo che Washington considera ormai vicino.L’ultimatum di Donald Trump all’Iran scadeva alle 2 di notte italiane, dopo che per tutta la giornata di ieri si erano moltiplicate le tensioni a causa del precedente post del presidente americano, tornato a minacciare pesantemente Teheran, pur tenendo aperta la porta alla diplomazia. «Stanotte un’intera civiltà mo rirà, per non essere mai più riportata in vita. Non voglio che accada, ma probabilmente succederà. Tuttavia, ora che abbiamo un cambio di regime completo e totale, dove prevalgono menti diverse, più intelligenti e meno radicalizzate, forse qualcosa di rivoluzionario e meraviglioso potrà accadere, chi lo sa? Lo scopriremo stanotte, in uno dei momenti più importanti della lunga e complessa storia del mondo», ha dichiarato Trump su Truth. Parole che, secondo il Wall Street Journal, avrebbero spinto Teheran a interrompere le comunicazioni dirette con Washington, sebbene la stessa testata abbia riferito che i contatti indiretti stavano proseguendo. «L’Iran non si lascerà intimidire dalle minacce di Trump», ha anche affermato il primo vicepresidente dell’Iran, Mohammad Reza Aref.È chiaro che la strategia del presidente americano è stata quella di minacciare Teheran per spaventarla e costringerla a negoziare da una posizione di debolezza (il post di ieri ricorda, in parte, quello in cui, nel 2017, Trump promise alla Corea del Nord «fuoco e furia»). Il problema, per l’inquilino della Casa Bianca, è tuttavia duplice. Se la Repubblica islamica chiamasse il bluff, Trump si troverebbe davanti a un dilemma: fare marcia indietro, perdendo credibilità, oppure attaccare massicciamente, rischiando di impantanarsi e di far aumentare ulteriormente il costo dell’energia. In secondo luogo, il governo iraniano non è affatto compatto, il che rende difficile averlo come interlocutore. Il regime khomeinista è infatti sempre più spaccato tra un’ala dialogante (che fa capo al presidente iraniano, Masoud Pezeshkian) e un’altra che, legata ai pasdaran, preme per la linea dura nei confronti di Washington.Non è quindi da escludere che i bombardamenti americani, che ieri hanno colpito i siti militari sull’isola di Kharg, fossero finalizzati a mettere sotto pressione le Guardie della rivoluzione in vista della scadenza dell’ultimatum. La speranza a Washington era che, a ridosso della deadline, le spaccature ai vertici della Repubblica islamica emergessero esplicitamente, per indebolire la posizione iraniana. Ed evidentemente così è stato. Trump sta d’altronde lavorando da tempo per cercare di isolare i pasdaran, strizzando l’occhio all’Artesh (l’esercito regolare di Teheran). È anche in quest’ottica che, secondo Fox News, il presidente americano avrebbe aperto alla possibilità di posticipare la scadenza dell’ultimatum, qualora i negoziati avessero fatto progressi. Oltre a lasciare più tempo per la diplomazia, l’obiettivo, in caso, potrebbe essere quello di voler esasperare le divisioni interne al regime, per arginare il più possibile le Guardie della rivoluzione. Tra l’altro, ieri, Axios ha riferito di progressi nelle trattative tra Usa e Iran nelle 24 ore precedenti. La stessa testata ha inoltre riportato che potrebbero presto tenersi dei colloqui di persona a Islamabad tra il team americano, guidato da JD Vance, e quello iraniano.Si registra una dialettica anche in seno all’amministrazione statunitense. Il capo del Pentagono, Pete Hegseth, è scettico verso l’ipotesi di un celere cessate il fuoco: esattamente l’opposto di quanto auspicato da Vance, che, ieri, parlando da Budapest, ha detto che il conflitto finirà «molto presto», pur specificando che «la natura della conclusione dipende in ultima analisi dagli iraniani». «Il presidente ha fissato una scadenza tra circa 12 ore negli Stati Uniti. Lo scopriremo, ma ci saranno molte trattative da qui ad allora, e spero che si arrivi a una buona soluzione», ha continuato il numero due della Casa Bianca. Chi predica pace è papa Leone XIV: «Siamo un popolo che ama la pace e c’è tanto bisogno di pace nel mondo», ha detto il pontefice parlando con i giornalisti uscendo da Villa Barberini, a Castel Gandolfo. «Torniamo al dialogo, alle negoziazioni, cerchiamo di risolvere i problemi senza arrivare a questo punto. Invece siamo qui. Bisogna pregare tanto. Vorrei invitare tutti a pregare ma anche a cercare come comunicare, forse con i congressisti, con le autorità, a dire che non voglia mo la guerra, vogliamo la pace», ha aggiunto.Nel frattempo, ieri continuavano a registrarsi spaccature anche tra i principali attori regionali. Egitto, Turchia e Pakistan hanno lavorato per cercare di arrivare a un compromesso diplomatico prima della scadenza dell’ultimatum. Ieri pomeriggio, fonti di Islamabad hanno riferito che erano in corso sforzi per facilitare i colloqui tra Washington e Teheran. Dall’altra parte, domenica Benjamin Netanyahu ha esortato Trump a non concludere un cessate il fuoco troppo in fretta. Lo stesso ministro degli Esteri pakistano, Ishaq Dar, ha accusato, ieri, lo Stato ebraico di aver tentato di sabotare gli sforzi di Islamabad volti a favorire i colloqui tra Usa e Iran: un Iran che sostiene di avere ancora 15.000 missili e 45.000 droni, mentre la Casa Bianca aveva escluso di voler utilizzare armi nucleari.In tutto questo, ieri Cina e Russia hanno posto il veto su una risoluzione del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, che puntava alla riapertura di Hormuz: circostanza che ha irritato Bahrain, Arabia Saudita, Emirati, Giordania, Qatar e Kuwait.C’è un pezzo d’Europa, e anche d’Italia, che fa il tifo per il lockdown. Quel periodo in cui, a causa del Covid, alle persone era impedito di uscire, si consumava poco gasolio e ancora meno benzina, i negozi erano chiusi e le aziende lavoravano in smart working, e così anche le emissioni erano ridotte al minimo.Un mondo chiuso per epidemia, che adesso qualcuno a quanto pare rimpiange, vedendo nel «tutti a casa» una soluzione facile per far fronte alle difficoltà imposte dalla guerra in Iran. Il primo a parlare di razionamenti, di limitare viaggi, cioè di restare a casa ma abbassando riscaldamento e condizionamento, è stato Dan Jorgensen, socialdemocratico danese e commissario all’Energia della Ue. Poi sono venuti altri, come ad esempio Nino Cartabellotta, orfano inconsolabile della pandemia, divenuto famoso proprio durante il lockdown. Con un post su X, il presidente della fondazione Gimbe ha scritto parole ottimistiche, cui mancava solo l’invito a predisporsi a un prossimo decesso: «Bisogna preparare il Paese a uno shock energetico di lunga durata e disincentivare i consumi. Non spacciare per cura l’ennesimo decreto cerotto». Che cosa c’entri il gastroenterologo Cartabellotta con la guerra e il blocco delle petroliere in uscita dallo stretto di Hormuz non è dato sapere, ma pare evidente che, come molti suoi colleghi, lo «scienziato» sia in crisi da astinenza tv e dunque la crisi energetica gli faccia intravedere la possibilità di tornare ad apparire nei talk show.Si capisce anche il suggerimento del presidente dell’Anief, Marcello Pacifico. L’associazione riunisce insegnanti e formatori, perciò il sindacalista non si è trattenuto dal suggerire al governo e al Parlamento l’adozione della ormai mitica Dad, didattica a distanza, che consentiva ai docenti di tenere lezioni dal salotto di casa in tuta sportiva se non addirittura in pigiama. «La crisi energetica, con ripercussioni sul costo dei carburanti, potrebbe portare l’Italia entro giugno a un tasso di inflazione altissimo», dunque, ha spiegato Pacifico, «per frenare il costo della vita si potrebbe valutare il collocamento dei lavoratori pubblici in smart working». Insomma, tutti a casa in pantofole anziché in cattedra, anche se, dopo aver lanciato il sasso, il presidente Anief precisa che la scuola dovrà essere l’ultima a chiudere, ma si sa che è sempre meglio prevenire che curare.Nel frattempo, per alleggerire il clima di pessimismo che aleggia sull’economia europea, Bruxelles ci tiene a ribadire non soltanto che non sono previsti allentamenti del patto di stabilità, cioè nessuna deroga ai vincoli di bilancio, ma che sia a livello comunitario che per quanto riguarda i singoli Stati sono vietati i tagli alle accise. In altre parole, l’Unione sposa la linea Cartabellotta, dicendo che i consumatori devono soffrire e anche un po’ morire.Negando qualsiasi possibilità di sforamento dei parametri di bilancio e respingendo ogni a pertura all’idea di tornare a comprare gas russo (scelta super ipocrita, che non tiene conto del fatto che gli Stati europei continuano ad acquistare il Gnl di Putin e il rialzo dei prezzi dei prodotti fossili sta comunque aiutando l’economia di Mosca), l’Europa apre la strada non soltanto all’austerity raccomandata dall’Agenzia internazionale dell’energia, la cui ricetta in sostanza si riduce a meno spostamenti e meno consumo di carburante, ma pure a un futuro lockdown, come quello adottato durante la pandemia. Del resto, a bordo campo si scalda i muscoli uno che in fatto di chiusure se ne intende. Ringalluzzito dalla vittoria del No al referendum sulla giustizia e spinto dalla possibilità di un ricorso alle primarie per la scelta del candidato leader di centrosinistra, Giuseppe Conte accarezza l’idea di tornare a Palazzo Chigi e di riutilizzare i famigerati Dpcm. A motivarli non sarebbe il Covid ma il virus iraniano. Nella malaugurata ipotesi di una vittoria del centrosinistra alle prossime elezioni potrebbe tornare anche Roberto Speranza, indimenticato ministro della Salute del periodo 2020-2022. Lo slogan, ovviamente, non sarebbe più tachipirina e vigile attesa, ma meno benzina e vigile attesa. Perché ciò che conta è stare in casa e avere pazienza, sempre che la morte di cui sopra non arrivi prima.«Tutti i concetti più pregnanti della moderna dottrina dello Stato sono concetti teologici secolarizzati». Lo scrisse Carl Schmitt nel 1922. Ci aveva visto lungo. Anche dietro la guerra in Medio Oriente non ci sono soltanto interessi economici. Oltre alla materia, c’è lo spirito. La religione. Dal lato dell’Iran, certo, il cui regime teocratico lotta per sopravvivere. Dal lato di Tel Aviv, che insegue senza più remore il sogno del Grande Israele, come proclamò Benjamin Netanyahu nell’agosto del 2025. E pure dal lato americano.Nell’amministrazione Usa si è innescato un duello, essenzialmente teologico-politico, tra le anime del trumpismo: il conservatorismo di JD Vance, sovranista, isolazionista, ma cattolico, stavolta alleato del concorrente neocon Marco Rubio, anche lui discepolo (meno fervente) della Chiesa di Roma; e il sionismo protestante di Pete Hegseth, il capo del Pentagono, un evangelico convinto che la campagna bellica statunitense sia una riedizione delle crociate. Lui, che si è tatuato la scritta Deus vult, motto dei cavalieri del Santo Sepolcro.Né Vance né Rubio erano favorevoli a bombardare l’Iran. Entrambi coltivano ambizioni presidenziali e non vogliono disastri sul groppone. Il segretario di Stato ha addossato esplicitamente le responsabilità del conflitto a Israele. Hegseth, invece, si è speso per convincere il presidente che la vittoria sarebbe stata totale e veloce. Tanto zelo potrebbe spiegare la sorpresa della Casa Bianca dinanzi al prevedibile blocco di Hormuz. Le difficoltà hanno messo il numero uno del Pentagono, per cui i dem invocano l’impeachment, in una posizione scomoda. Il timore di essere silurato da un furibondo Trump lo avrebbe spinto ad avviare un repulisti nel suo ministero, cominciato dalla rimozione del generale Randy George, capo di Stato maggiore dell’esercito e vicino a Vance. È stata l’ultima di una serie di esibizioni muscolari. Per il triduo pasquale, il Pentagono ha organizzato solamente celebrazioni protestanti. Nessun servizio liturgico per il personale cattolico. È un dettaglio? Semmai, il culmine di un percorso iniziato un paio di mesi fa, quando il segretario alla Difesa aveva portato al dicastero in Virginia il pastore Douglas Wilson. Un evangelico ultranazionalista che vorrebbe bandire le manifestazioni pubbliche della «superstizione» cattolica, tipo le processioni in onore di Maria.La radicalizzazione ha alimentato inevitabili attriti con il Vaticano: The Free Press, qualche giorno fa, ha riferito di un incontro tenutosi a gennaio, sempre al Pentagono, con alcuni diplomatici della Santa Sede. Agli emissari della Chiesa sarebbe stato intimato di schierarsi apertamente al fianco degli Usa. Alcune scene inquietanti - i predicatori ev angelici che impongono le mani sul presidente nello Studio ovale, o le invocazioni del solito Hegseth a Dio affinché conduca l’America al trionfo - hanno finito per convincere il Papa a mobilitarsi. Leone XIV - un americano - ha sentito Trump per invocare la pace e ha ribadito che Dio «non ascolta la preghiera di chi fa la guerra». L’altro ieri, persino The Donald ha dovuto ammettere: «A Dio non piace quello che sta succedendo». Dall’Ungheria, Vance, non senza imbarazzo, ha tentato di salvare capra e cavoli: «Spero che Dio sia d’accordo con la decisione che l’Iran non dovrebbe avere un’arma nucleare», ha detto. Ieri sera, da Castel Gandolfo, il pontefice ha tuonato: la minaccia di distruzione all’Iran e al suo popolo «non è accettabile». Ma se il tycoon ha tolto l’elmetto all’Altissimo, Hegseth ha perseverato nel delirio mistico, stabilendo un grottesco parallelo tra la risurrezione di Cristo e il recupero del pilota dell’F-15, «abbattuto il Venerdì Santo, nascostosi in una grotta per tutto il sabato e salvato domenica».Il Vaticano è reduce da tensioni anche con il governo israeliano, dopo l’incidente della Domenica delle Palme al Santo Sepolcro. La geografia dei dissidi è dunque composita ma intelligibile: i protestanti che appoggiano Trump sono esponenti di quel «cristianesimo sionista» che - lo rilevarono quasi vent’anni fa i politologi John Mearsheimer e Stephen Walt - è una componente della «lobby israeliana» capace di influire, non sempre con esiti felici, sulla politica estera degli Usa. Netanyahu, non diversamente dai suoi predecessori, la sfrutta a suo vantaggio. I conservatori cattolici ne sono agli antipodi. E Trump?Il presidente-narciso deve essere stato irretito dai santoni che lo hanno divinizzato e gli hanno promesso la redenzione. L’andamento del conflitto lo ha destato: è apparsa sempre più evidente la sua volontà di tirarsi fuori dal pantano. Lo testimonierebbe l’idea di sostituire, in qualità di negoziatori, il duo Steve Witkoff e Jared Kushner (il genero ebreo) con Vance. In assenza del Signore degli eserciti, rimane solo la diplomazia. tp:writer§§ REDAZIONE guid§§ http://gimbe.telpress.it/news/2026/04/08/2026040802939108351.PDF §---§ title§§ Ue folle: Patto di stabilità inviolabile link§§ http://gimbe.telpress.it/news/2026/04/08/2026040802954508509.PDF description§§

Estratto da pag. 1 di "laverita.info" del 08 Apr 2026

Leggi gli ultimi articoli su

pubDate§§ 2026-04-08T08:55:00+00:00 arguments§§ http://gimbe.telpress.it/news/2026/04/08/2026040802954508509.PDF category§§ GIMBE subcategory§§ {'domain': ''} source§§ {'href': 'http://gimbe.telpress.it/news/2026/04/08/2026040802954508509.PDF', 'title': 'laverita.info'} tp:url§§ https://www.laverita.info/europa-patto-stabilita-governo-italiano-2676676794.html tp:attach_fn§§ http://gimbe.telpress.it/news/2026/04/08/2026040802954508509.PDF tp:ocr§§ «Non c’è una situazione economica tale da giustificare la sospensione del Patto di stabilità». Una sentenza praticamente che arriva da un portavoce della Commissione europea. L’attivazione della clausola generale del Patto è prevista solo in caso «di grave recessione e a condizione che non metta in pericolo la sostenibilità fiscale nel medio termine. E al momento non siamo in questo scenario», spiega, aggiungendo che «non abbiamo ricevuto richieste dagli Stati per valutare la possibilità di attivare la clausola nazionale di salvaguardia che sospende il Patto di stabilità per mitigare l’aumento dei prezzi dell’energia.Le due procedure sono molto diverse perché, per attivare la clausola generale, serve l’iniziativa della Commissione, mentre per quella nazionale sono gli Stati che possono avviare il processo».«La nostra Ue ha già superato una crisi energetica grazie all’unità e alla determinazione. La sicurezza energetica dell’Europa è la nostra priorità e responsabilità comune. Nessuno Stato membro può proteggersi da solo. Ma come Unione possiamo farcela insieme, attingendo ai punti di forza che ci consentono di superare ogni crisi: stabilità, resilienza e forza di volontà», il messaggio del presidente Ursula von der Leyen, che ribadisce velatamente quanto già spiegato dal portavoce: «Le eventuali misure nazionali non devono portare inflazione e aumento del deficit, ed è nostro compito vigilare affinché ogni iniziativa nazionale sia coordinata a livello europeo».Eppure, lo scorso venerdì, il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti ha avvisato che se la crisi in Medio Oriente proseguisse sarebbe inevitabile per l’Ue valutare un nuovo stop del Patto, come già avvenuto dopo il Covid. Inoltre, il commissario Ue all’Economia Valdis Dombrovskis ha fornito uno scenario (non una vera previsione economica) secondo cui a causa della situazione attuale l’economia dell’Ue e dell’Eurozona crescerà quest’anno dello 0,4% in meno rispetto alle precedenti previsioni (rispettivamente 1,4% e 1,2%), mentre con un conflitto più lungo l’impatto sarà dello 0,6% sia nel 2026 e sia nel 2027. A questo punto si attendono le prossime previsioni in arrivo il 21 maggio per capire se lo scenario fornito sarà effettivamente confermato.L’emergenza, in ogni caso, esiste ed è concreta. Per questo si pensa a diverse ipotesi. Cinque Paesi, tra cui Italia e Germania, hanno chiesto di tassare gli extra profitti delle società energetiche per ridurre i prezzi di benzina e gas. Lo ha fatto sapere Bruxelles. «La Commissione la sta valutando e agirà a tempo debito. Riconosciamo di non trovarci nella stessa situazione, ma è comunque importante tenere conto di quanto accaduto nel 2022 e trarre insegnamenti da quanto appreso», la spiegazione del portavoce della Commissione. A chiedere una tassa sugli extra profitti in Italia è soprattutto Giuseppe Conte. Il leader del Movimento 5 stelle sui social ha scritto: «Urge un intervento serio sul piano interno. Questo caro carburante è costato agli italiani in 2 giorni 1,3 miliardi: un vero salasso.Il premier Meloni convochi un Consiglio dei ministri straordinario ma non per adottare le solite misure elettoralistiche e palliative, ma per introdurre una vera tassa sugli extra profitti», perché, secondo Conte, «in questi anni, non in questi giorni, le aziende energetiche, le imprese bancarie assicurative, le industrie delle armi hanno accumulato profitti ingenti: utilizziamo quelli con la tassa sugli extra profitti per redistribuirli alle famiglie in difficoltà e alle stesse imprese a cui un anno fa, ricordiamocelo, Giorgia Meloni aveva promesso 25 miliardi di aiuti. Gli italiani sono stanchi, basta con le promesse, vogliono fatti concreti».La settimana di Pasqua è stata finora la più difficile per automobilisti e autotrasportatori italiani e il pur generoso sforzo del governo, con il taglio delle accise, ha solo mitigato l’impatto del rialzo dei prezzi dei carburanti. Come prevedibile, la rilevazione dei prezzi medi settimanali pubblicata ieri dal ministero dell’Ambiente ha fatto segnare un prezzo del gasolio e della benzina rispettivamente pari a 2,09 e 1,76 euro/litro, in ulteriore rialzo rispetto alla settimana precedente di 6 e 3 centesimi.Per il gasolio un livello prossimo a quello di metà marzo 2022, poco prima della lunga sequenza di riduzioni delle accise decise dal governo Draghi.Rispetto alla settimana precedente all’intervento del governo (mercoledì 19 marzo), il gasolio è aumentato di 6 centesimi, nonostante le tasse (accise e Iva) siano diminuite di 19 centesimi, semplicemente perché il prezzo industriale è aumentato di ben 25 centesimi. Per la benzina, invece, il prezzo alla pompa è comunque riuscito a scendere perché il prezzo industriale, in aumento di 15 centesimi, ha solo parzialmente eroso l’effetto positivo del taglio delle tasse (21 centesimi) e il consumatore ha beneficiato di una riduzione di 6 centesimi.Ma rispetto alla settimana precedente lo scoppio delle ostilità nel Golfo Persico, la situazione è ben più grave: il gasolio è aumentato di 37 centesimi (+50 cent del prezzo industriale e -13 cent di tasse) e la benzina di 9 centesimi (+27 cent di prezzo industriale e -18 cent di tasse).Tuttavia, questi dati fanno dell’Italia una mosca bianca (in positivo) nel panorama europeo perché ci sono solo la Spagna e la Polonia a farci compagnia su questa strada. Fermandoci alle economie più grandi della Ue, Germania e Francia non sono intervenute affatto, con il risultato che in questi Paesi il prezzo del gasolio è decollato oltre 2,30 euro/litro, mediamente 20 centesimi più dell’Italia.In Francia gli interventi si sono limitati a dei prestiti a tasso «agevolato» (3,8%) fino a 50.000 euro per piccole e medie imprese dei settori agricoltura, trasporti e pesca.È finora rimasto inascoltato il commissario Ue all’Energia Dan Jørgensen, rilanciato proprio ieri dal Financial Times, che ha invocato «coordinamento e cautela» negli interventi sui prezzi dei carburanti, al fine di non trasformare una crisi dei prezzi energetici in una crisi di finanza pubblica. Così come le parole dell’altro commissario Valdis Dombrovskis che ha richiesto misure «coerenti e di breve termine», sempre nel timore di «gravi implicazioni di natura fiscale».Indicazioni che fanno a pugni con una realtà che vede un’elevata disomogeneità dell’impatto di questa crisi sugli Stati membri. E situazioni diverse richiedono soluzioni diverse, altro che coerenza e coordinamento.Per esempio, il Qatar fornisce solo il 4% dell’import di gas della Ue, ma pesa per un terzo sull’import italiano di Gnl. In Francia è nota la quota relativamente elevata di energia prodotta con il nucleare; in Spagna, grazie all’alta quota di rinnovabili, in molte ore della giornata la produzione di energia da fonti fossili meno efficienti non entra nel calcolo del prezzo dell’energia.In ogni caso, Italia e Spagna hanno utilizzato due strade diverse per tagliare il carico fiscale sui carburanti. La prima ha tagliato le accise, la seconda soprattutto l’Iva (dal 21% al 10%) e anche le accise; pur essendo stato il risultato quasi equivalente, ci sono forti indizi che la scelta di Madrid sia stata la più efficace.Infatti, confrontando la rilevazione settimanale del 16 marzo (la settimana precedente gli interventi di riduzione) con quella del 30 marzo (quando le riduzioni sono andate a regime), si osserva che il prezzo medio settimanale alla pompa del gasolio in Spagna si è ridotto di 6 centesimi, mentre in Italia è rimasto invariato, nonostante in entrambi i Paesi le tasse siano diminuite di 20 centesimi.Questo perché il prezzo industriale in Italia è aumentato di ben 20 centesimi e in Spagna di 15 centesimi, dove comunque il prezzo industriale era già superiore rispetto all’Italia. L’aumento registrato in Italia è anche superiore a quello di Francia e Germania. Poiché il prezzo industriale del gasolio è determinato dal prezzo del petrolio e dal margine lordo di raffinazione, possiamo ipotizzare che qualcosa non abbia funzio nato perfettamente nella trasmissione (il cosiddetto pass-through) del taglio delle accise dai raffinatori/distributori al consumatore finale.Infatti, ci sono studi che dimostrano che qualcosa resta «impigliato» nel margine del distributore; una vischiosità che non si riscontra quando si riduce l’aliquota Iva che, non essendo un costo per il raffinatore/distributore, viene immediatamente e per intero traslata a valle sul consumatore finale, indipendentemente dalle scorte, che invece giocano un ruolo quando si aumenta o riduce l’accisa.Inoltre, quando gli aumenti del petrolio e, di conseguenza, del prezzo industriale si susseguono, il taglio delle accise viene presto compensato dall’aumento dell’Iva ad aliquota piena sulla maggiore base imponibile. Insomma, con una mano lo Stato dà (tagliando le accise) e con l’altra prende (incassando la maggiore Iva) e il consumatore ne beneficia solo parzialmente.Ma ormai, con la proroga al 1° maggio del taglio, le «pieghe» di bilancio a disposizione del ministro Giancarlo Giorgetti si sono esaurite e ulteriori interventi richiederanno la formale approvazione di uno scostamento di bilancio. A Bruxelles dovranno farsene una ragione, perché la scelta è tra una recessione lieve o grave.Le guerre d’Ucraina e d’Iran si avvicinano e tendono a diventare una, cercano un punto d’incontro come batteri letali. E stringono l’Europa in una morsa. L’aprile di follia dimostra che la crisi energetica è una sola e globale, che l’inflazione alle porte parte da Kiev e arriva allo stretto di Hormuz, che l’emergenza bellica (dolci i tempi in cui ci si crogiolava in quella climatica) non conosce differenze dal Donbass a Teheran. Con un incubo che sta diventando realtà: quella «terza guerra mondiale a pezzi» paventata da papa Francesco nel suo drammatico grido d’allarme è sempre più una sola. Enorme e terribile.Gli elementi di sutura delle forze in campo non si fermano al ruolo ufficiale di Russia e Cina, che giorno dopo giorno attestano con dichiarazioni e documenti la condanna nei confronti dell’attacco di Stati Uniti e Israele allo storico alleato iraniano e alla teocrazia degli ayatollah. Non parliamo di solidarietà di facciata, parliamo di fatti. Dell’aiuto coordinato nell’indicare ai pasdaran gli obiettivi alleati da colpire nel Golfo (satelliti cinesi); dell’invio di droni russi di ultima generazione ai Guardiani della rivoluzione e agli Huthi in rivolta. Un’escalation che fa tic-tac mentre le trattative non decollano per il radicalismo delle parti in causa; anche Donald Trump e Benjamin Netanyahu sembrano più giocatori di poker che di scacchi mentre la sabbia ha cominciato a scendere nella clessidra.Primo tassello del puzzle esplosivo: domenica il presidente serbo Aleksandar Vucic ha dichiarato che esercito e polizia hanno trovato due zaini contenenti esplosivi a Kanijza, vicino al gasdotto che dalla Turchia, attraverso i Balcani, è diretto in Ungheria con in pancia il gas russo. «Due grandi pacchi di materiale esplosivo con detonatori», ha precisato il numero uno di Belgrado. Il premier ungherese Viktor Orbán ha convocato il Consiglio di difesa e ha accusato l’Ucraina di sabotaggio. «Il fallito attentato terroristico si inserisce nella serie di attacchi ucraini degli ultimi giorni», ha affermato il ministro degli Esteri Péter Szijjártó.Due settimane fa Orbán aveva annunciato che Budapest avrebbe sospeso progressivamente le forniture di gas all’Ucraina, in risposta allo stop ai flussi di petrolio russo attraverso l’oleodotto Druzhba (che significa beffardamente Amicizia), danneggiato dai bombardamenti. Questa nuova dimostrazione muscolare al Turkish Stream non fa altro che aumentare la tensione e allargare il fronte. Orbán è lapidario: «L’ambizione dell’Ucraina è una minaccia per la vita dell’Ungheria. La nostra sicurezza energetica non è un gioco. Proteggeremo il nostro sistema energetico, la sicurezza delle nostre famiglie e i nostri interessi nazionali». Per poi aggiungere in modo sibillino: «L’Ucraina lavora da anni per isolar e l’Europa dall’energia russa. Hanno fatto esplodere il Nord Stream e chiuso il gasdotto proveniente dall’Ungheria».È pur vero che il 12 aprile in Ungheria ci sono le elezioni e che l’avversario di Orbán - Péter Magyar - ha insinuato che si tratti di una manovra orchestrata per recuperare consenso elettorale. Ma in questi casi è necessario rimanere ancorati alla realtà e testimoniare una fibrillazione pericolosa. La vicenda Nord Stream 2 non ha mai convinto nessuno, le sue ombre continuano ad avvelenare i rapporti diplomatici. E gli attacchi alle infrastrutture con accuse incrociate per far precipitare la crisi sono un segnale preoccupante. Il nuovo sabotaggio ha una conseguenza: la militarizzazione dell’area del gasdotto in Vojvodina (Serbia) e in Ungheria fino ai confini con la Slovacchia. Un atto osservato con attenzione dalle cancellerie occidentali perché in Europa incombe una crisi energetica senza precedenti e il gas russo sta diventando di nuovo una risorsa imprescindibile.Il puzzle si compone, la guerra avanza e l’Europa (Italia compresa) viene tirata per la giacca a entrarci con i due piedi. Volodymyr Zelensky ha un ruolo centrale come collante dei due tavoli, non a caso da tempo accusa Vladimir Putin e Xi Jinping di armare Teheran e di indicare agli iraniani i bersagli occidentali nell’area del conflitto. Satelliti, droni, armi pesanti che attraversano le pietraie mesopotamiche. «Soprattutto i droni kamikaze iraniani Shahed, che i russi hanno testato e perfezionato contro di noi e ora sono un fattore nel terrore contro i civili». Reduce dal viaggio in Medio Oriente, il leader ucraino ha pianificato un accordo decennale di difesa con Emirati Arabi, Qatar e Arabia Saudita e ha confermato «l’invio di 200 esperti anti-drone per aiutare a intercettare gli attacchi iraniani con gli Shahed». In cambio ha chiesto missili Patriot che ora arrivano con il contagocce a Kiev, dirottati nel Golfo dall’operazione Epic Fury.La scacchiera è una sola, va da Kiev a Teheran. E lo scenario è da brividi perché il rischio d’una mossa del cavallo (imbizzarrito) diventa sempre più grande. Con il nostro Paese prigioniero della frase più consolante e assurda della Costituzione: «L’Italia ripudia la guerra». Il problema è che la guerra non ripudia l’Italia.A meno di due ore dalla scadenza dell’ultimatum, è arrivata nella notte la svolta: Donald Trump ha annunciato su Truth la sospensione dei bombardamenti contro l’Iran per due settimane, aprendo a una finestra negoziale in cambio della riapertura dello Stretto di Hormuz da parte di Teheran. «Sulla base delle conversazioni con il primo ministro Shehbaz Sharif e il feldmaresciallo Asim Munir del Pakistan, durante le quali mi hanno chiesto di sospendere la forza distruttiva prevista per stanotte contro l’Iran, e a condizione che la Repubblica Islamica dell’Iran accetti la completa, immediata e sicura riapertura dello Stretto di Hormuz, accetto di sospendere i bombardamenti e l’attacco all’Iran per un periodo di due settimane», ha scritto il presidente americano, parlando di «cessate il fuoco bilaterale» e rivendicando di aver «già raggiunto e superato tutti gli obiettivi militari». La mediazione del Pakistan, accettata anche da Israele, ha così aperto la strada a un primo round di colloqui diretti, atteso venerdì a Islamabad, con l’obiettivo di finalizzare un accordo che Washington considera ormai vicino.L’ultimatum di Donald Trump all’Iran scadeva alle 2 di notte italiane, dopo che per tutta la giornata di ieri si erano moltiplicate le tensioni a causa del precedente post del presidente americano, tornato a minacciare pesantemente Teheran, pur tenendo aperta la porta alla diplomazia. «Stanotte un’intera civiltà morirà, per non essere mai più riportata in vita. Non voglio che accada, ma probabilmente succederà. Tuttavia, ora che abbiamo un cambio di regime completo e totale, dove prevalgono menti diverse, più intelligenti e meno radicalizzate, forse qualcosa di rivoluzionario e meraviglioso potrà accadere, chi lo sa? Lo scopriremo stanotte , in uno dei momenti più importanti della lunga e complessa storia del mondo», ha dichiarato Trump su Truth. Parole che, secondo il Wall Street Journal, avrebbero spinto Teheran a interrompere le comunicazioni dirette con Washington, sebbene la stessa testata abbia riferito che i contatti indiretti stavano proseguendo. «L’Iran non si lascerà intimidire dalle minacce di Trump», ha anche affermato il primo vicepresidente dell’Iran, Mohammad Reza Aref.È chiaro che la strategia del presidente americano è stata quella di minacciare Teheran per spaventarla e costringerla a negoziare da una posizione di debolezza (il post di ieri ricorda, in parte, quello in cui, nel 2017, Trump promise alla Corea del Nord «fuoco e furia»). Il problema, per l’inquilino della Casa Bianca, è tuttavia duplice. Se la Repubblica islamica chiamasse il bluff, Trump si troverebbe davanti a un dilemma: fare marcia indietro, perdendo credibilità, oppure attaccare massicciamente, rischiando di impantanarsi e di far aumentare ulteriormente il costo dell’energia. In secondo luogo, il governo iraniano non è affatto compatto, il che rende difficile averlo come interlocutore. Il regime khomeinista è infatti sempre più spaccato tra un’ala dialogante (che fa capo al presidente iraniano, Masoud Pezeshkian) e un’altra che, legata ai pasdaran, preme per la linea dura nei confronti di Washington.Non è quindi da escludere che i bombardamenti americani, che ieri hanno colpito i siti militari sull’isola di Kharg, fossero finalizzati a mettere sotto pressione le Guardie della rivoluzione in vista della scadenza dell’ultimatum. La speranza a Washington era che, a ridosso della deadline, le spaccature ai vertici della Repubblica islamica emergessero esplicitamente, per indebolire la posizione iraniana. Ed evidentemente così è stato. Trump sta d’altronde lavorando da tempo per cercare di isolare i pasdaran, strizzando l’occhio all’Artesh (l’esercito regolare di Teheran). È anche in quest’ottica che, secondo Fox News, il presidente americano avrebbe aperto alla possibilità di posticipare la scadenza dell’ultimatum, qualora i negoziati avessero fatto progressi. Oltre a lasciare più tempo per la diplomazia, l’obiettivo, in caso, potrebbe essere quello di voler esasperare le divisioni interne al regime, per arginare il più possibile le Guardie della rivoluzione. Tra l’altro, ieri, Axios ha riferito di progressi nelle trattative tra Usa e Iran nelle 24 ore precedenti. La stessa testata ha inoltre riportato che potrebbero presto tenersi dei colloqui di persona a Islamabad tra il team americano, guidato da JD Vance, e quello iraniano.Si registra una dialettica anche in seno all’amministrazione statunitense. Il capo del Pentagono, Pete Hegseth, è scettico verso l’ipotesi di un celere cessate il fuoco: esattamente l’opposto di quanto auspicato da Vance, che, ieri, parlando da Budapest, ha detto che il conflitto finirà «molto presto», pur specificando che «la natura della conclusione dipende in ultima analisi dagli iraniani». «Il presidente ha fissato una scadenza tra circa 12 ore negli Stati Uniti. Lo scopriremo, ma ci saranno molte trattative da qui ad allora, e spero che si arrivi a una buona soluzione», ha continuato il numero due della Casa Bianca. Chi predica pace è papa Leone XIV: «Siamo un popolo che ama la pace e c’è tanto bisogno di pace nel mondo», ha detto il pontefice parlando con i giornalisti uscendo da Villa Barberini, a Castel Gandolfo. «Torniamo al dialogo, alle negoziazioni, cerchiamo di risolvere i problemi senza arrivare a questo punto. Invece siamo qui. Bisogna pregare tanto. Vorrei invitare tutti a pregare ma anche a cercare come comunicare, forse con i congressisti, con le autorità, a dire che non vogliamo la guerra, vogliamo la pace», ha aggiunto.Nel frattempo, ieri continuavano a registrarsi spaccature anche tra i principali attori regionali. Egitto, Turchia e Pakistan hanno lavorato per cercare di arrivare a un compromesso diplomatico prima della scadenza dell’ultimatum. Ieri pomeriggio, fonti di Islamabad hanno rif erito che erano in corso sforzi per facilitare i colloqui tra Washington e Teheran. Dall’altra parte, domenica Benjamin Netanyahu ha esortato Trump a non concludere un cessate il fuoco troppo in fretta. Lo stesso ministro degli Esteri pakistano, Ishaq Dar, ha accusato, ieri, lo Stato ebraico di aver tentato di sabotare gli sforzi di Islamabad volti a favorire i colloqui tra Usa e Iran: un Iran che sostiene di avere ancora 15.000 missili e 45.000 droni, mentre la Casa Bianca aveva escluso di voler utilizzare armi nucleari.In tutto questo, ieri Cina e Russia hanno posto il veto su una risoluzione del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, che puntava alla riapertura di Hormuz: circostanza che ha irritato Bahrain, Arabia Saudita, Emirati, Giordania, Qatar e Kuwait.C’è un pezzo d’Europa, e anche d’Italia, che fa il tifo per il lockdown. Quel periodo in cui, a causa del Covid, alle persone era impedito di uscire, si consumava poco gasolio e ancora meno benzina, i negozi erano chiusi e le aziende lavoravano in smart working, e così anche le emissioni erano ridotte al minimo.Un mondo chiuso per epidemia, che adesso qualcuno a quanto pare rimpiange, vedendo nel «tutti a casa» una soluzione facile per far fronte alle difficoltà imposte dalla guerra in Iran. Il primo a parlare di razionamenti, di limitare viaggi, cioè di restare a casa ma abbassando riscaldamento e condizionamento, è stato Dan Jorgensen, socialdemocratico danese e commissario all’Energia della Ue. Poi sono venuti altri, come ad esempio Nino Cartabellotta, orfano inconsolabile della pandemia, divenuto famoso proprio durante il lockdown. Con un post su X, il presidente della fondazione Gimbe ha scritto parole ottimistiche, cui mancava solo l’invito a predisporsi a un prossimo decesso: «Bisogna preparare il Paese a uno shock energetico di lunga durata e disincentivare i consumi. Non spacciare per cura l’ennesimo decreto cerotto». Che cosa c’entri il gastroenterologo Cartabellotta con la guerra e il blocco delle petroliere in uscita dallo stretto di Hormuz non è dato sapere, ma pare evidente che, come molti suoi colleghi, lo «scienziato» sia in crisi da astinenza tv e dunque la crisi energetica gli faccia intravedere la possibilità di tornare ad apparire nei talk show.Si capisce anche il suggerimento del presidente dell’Anief, Marcello Pacifico. L’associazione riunisce insegnanti e formatori, perciò il sindacalista non si è trattenuto dal suggerire al governo e al Parlamento l’adozione della ormai mitica Dad, didattica a distanza, che consentiva ai docenti di tenere lezioni dal salotto di casa in tuta sportiva se non addirittura in pigiama. «La crisi energetica, con ripercussioni sul costo dei carburanti, potrebbe portare l’Italia entro giugno a un tasso di inflazione altissimo», dunque, ha spiegato Pacifico, «per frenare il costo della vita si potrebbe valutare il collocamento dei lavoratori pubblici in smart working». Insomma, tutti a casa in pantofole anziché in cattedra, anche se, dopo aver lanciato il sasso, il presidente Anief precisa che la scuola dovrà essere l’ultima a chiudere, ma si sa che è sempre meglio prevenire che curare.Nel frattempo, per alleggerire il clima di pessimismo che aleggia sull’economia europea, Bruxelles ci tiene a ribadire non soltanto che non sono previsti allentamenti del patto di stabilità, cioè nessuna deroga ai vincoli di bilancio, ma che sia a livello comunitario che per quanto riguarda i singoli Stati sono vietati i tagli alle accise. In altre parole, l’Unione sposa la linea Cartabellotta, dicendo che i consumatori devono soffrire e anche un po’ morire.Negando qualsiasi possibilità di sforamento dei parametri di bilancio e respingendo ogni apertura all’idea di tornare a comprare gas russo (scelta super ipocrita, che non tiene conto del fatto che gli Stati europei continuano ad acquistare il Gnl di Putin e il rialzo dei prezzi dei prodotti fossili sta comunque aiutando l’economia di Mosca), l’Europa apre la strada non soltanto all’austerity raccomandata dall’Agenzia internazionale dell’energia, la cui ricetta in sostanza si riduce a meno spostamenti e meno consumo di carburante, ma pure a un futuro lockdown, come quello adottato durante la pandemia. Del resto, a bordo campo si scalda i muscoli uno che in fatto di chiusure se ne intende. Ringalluzzito dalla vittoria del No al referendum sulla giustizia e spinto dalla possibilità di un ricorso alle primarie per la scelta del candidato leader di centrosinistra, Giuseppe Conte accarezza l’idea di tornare a Palazzo Chigi e di riutilizzare i famigerati Dpcm. A motivarli non sarebbe il Covid ma il virus iraniano. Nella malaugurata ipotesi di una vittoria del centrosinistra alle prossime elezioni potrebbe tornare anche Roberto Speranza, indimenticato ministro della Salute del periodo 2020-2022. Lo slogan, ovviamente, non sarebbe più tachipirina e vigile attesa, ma meno benzina e vigile attesa. Perché ciò che conta è stare in casa e avere pazienza, sempre che la morte di cui sopra non arrivi prima. tp:writer§§ REDAZIONE guid§§ http://gimbe.telpress.it/news/2026/04/08/2026040802954508509.PDF §---§ title§§ Con +70 stage e +400 speaker il WMF svela l’anteprima del programma link§§ http://gimbe.telpress.it/news/2026/04/08/2026040802898109081.PDF description§§

Estratto da pag. 1 di "oltrefano.it" del 08 Apr 2026

Con +70 stage e +400 speaker il WMF svela l''anteprima del programma, Si delinea l’anteprima del programma formativo del WMF 2026 (24 - 26 giugno BolognaFiere), che si preannuncia come il più completo al mondo per i settori

pubDate§§ 2026-04-08T11:38:00+00:00 arguments§§ http://gimbe.telpress.it/news/2026/04/08/2026040802898109081.PDF category§§ GIMBE subcategory§§ {'domain': ''} source§§ {'href': 'http://gimbe.telpress.it/news/2026/04/08/2026040802898109081.PDF', 'title': 'oltrefano.it'} tp:url§§ https://www.oltrefano.it/attualita/regione-marche/con-70-stage-e-400-speaker-il-wmf-svela-lanteprima-del-programma.html tp:attach_fn§§ http://gimbe.telpress.it/news/2026/04/08/2026040802898109081.PDF tp:ocr§§ Si delinea l’anteprima del programma formativo del WMF 2026 (24 – 26 giugno BolognaFiere), che si preannuncia come il più completo al mondo per i settori AI, Digital Marketing e Innovazione, con decine di percorsi verticali, momenti di approfondimento e opportunità di aggiornamento rivolte a professionisti, imprese, startup e operatori dell’innovazione.Già annunciati infatti, all’interno della Fiera internazionale B2B sull’innovazione AI, Tech e Digital, +70 stage formativi, degli oltre 90 in programma, insieme a più di 400 speaker da tutto il mondo, degli oltre 1.000 previsti tra Mainstage e stage formativi, che esploreranno in modo trasversale i principali ambiti dell’innovazione: dall’Intelligenza Artificiale alla robotica, dal digital marketing alla data analysis e poi cybersecurity, open innovation e imprenditorialità, salute, informazione, governance, impatto sociale e tantissimo altro.A portare sul palco visioni e competenze saranno, tra gli altri, rappresentanti di OpenAI, Anthropic, NVIDIA, Google, Microsoft, Dell Technologies e Intel, IIT, ESA – European Space Agency e CINECA, insieme a esperti come Daniele Pucci (Generative Bionics) e Alberto Sangiovanni Vincentelli (UC Berkeley), Brunello Cucinelli, Bryan Madden (AMD), Alicia Hanf (LG NOVA – LG Electronics), Ajaz Ahmed Siddiqui (Microsoft), Ayumi Moore Aoki (Women in Tech® Global), Alec Ross (Bologna Business School), Chris Bangle (Ex BMW), Mara Dettmann (Lego Group) a cui si affiancheranno rappresentati delle istituzioni tra cui Lucilla Sioli (Direttrice dell’AI Office della Commissione Europea), Michiel Scheffer (President, European Innovation Council), Orazio Schillaci (Ministro della Salute), Anna Ascani (Vicepresidente della Camera dei Deputati), Sergio Strozzi, (Head of Innovation, Technology and Startups, MAECI), Luigi Di Maio (EU Special Representative for the Gulf Region) e voci del mondo dell’informazione e della cultura come Leyla Elchekhly (Al Jazeera), Randa Ghazy, Cecilia Sala, Enrico Mentana, Lorenzo Tondo e Corrado Formigli.Il programma formativo si sviluppa in coerenza con le 14 industry strategiche del WMF, permettendo a professionisti, aziende, startup e istituzioni di costruire percorsi personalizzati tra stage verticali. Con oltre 73.000 presenze da 90 Paesi, più di 1.000 speaker e oltre 700 espositori e sponsor nel 2025, il WMF si conferma dunque piattaforma globale capace di portare in Italia competenze e visioni dai principali ecosistemi internazionali.“Con questa anteprima offriamo una prima visione concreta dell’ampiezza e della direzione del programma formativo del WMF 2026”, afferma Cosmano Lombardo, Founder e CEO di Search On Media Group e ideatore del WMF – We Make Future. “I 70 stage e centinaia di speaker internazionali già annunciati rappresentano l’inizio di un percorso multidisciplinare che scopre il mondo di oggi e di domani, dall’Intelligenza Artificiale al digital business e l’imprenditoria innovativa fino all’impatto sociale delle tecnologie. Il valore per chi partecipa è poter costruire un’esperienza formativa su misura, entrando in contatto diretto con competenze e visioni provenienti dai principali ecosistemi globali”I Temi: dall’AI al Fintech, dall’health all’imprenditorialità e la space economy fino a Work & HR Il programma formativo del WMF 2026 si caratterizza per ampiezza, varietà e applicabilità concreta, offrendo a professionisti, aziende e operatori dell’innovazione la possibilità di costruire percorsi personalizzati tra decine di stage verticali, in base ai propri obiettivi e ambiti di interesse. Dall’Intelligenza Artificiale alla robotica, dal digital marketing ai modelli di business emergenti, fino a informazione, lavoro e impatto sociale, il programma dà una lettura trasversale delle principali trasformazioni in atto. Tra gli stage già annunciati, largo a ben 16 verticali sull’AI tra cui AI & Business Transformation, Agentic AI, Robotics & Physical AI, AI Solutions, Machine Learning, insieme a percorsi dedicati a Coding e Vibe Coding, Cyb ersecurity, e a quelli dedicati alla formazione e supporto all’internazionalizzazione di startup e imprese come VCs & Startup, Entrepreneurship, Management & leadership e Impact to business.Particolare spazio è dedicato al Digital Marketing, analizzato in tutte le sue principali leve attraverso numerosi stage verticali come Digital Marketing & Business Solutions, Social Media Strategies, Search & AI, Advertising, Brand Strategy, Automation & CRM, Data & Analytics, Video & Connected TV, AI Marketing e AI Commerce, che offriranno strumenti, casi reali e strategie applicabili. Su questi temi si confronteranno professionisti ed esperti del settore come Alessio Pomaro (Search On Media Group), Filippo Trocca (Making Science), Giorgio Taverniti (Search On Media Group), Roberto Nardini e Veronica Gentili, insieme a figure e realtà attive nell’ecosistema digitale come Marcello Majonchi (Arduino), Gabriele Pavanello (The Fork) e Luca Castelli (Will Media). A completare il quadro, il programma si sviluppa anche su ambiti come Fintech & Digital Assets, UX & UI, Audio & Visual Production, Legal Tech, Digital Health, Work & HR, EduTech, Journalism, Tourism & Travel, Tech for No Profit e Music & Art, offrendo una lettura integrata delle trasformazioni tra tecnologia, società e sviluppo sostenibile.Tra Mainstage e stage formativi, a portare contributi provenienti dai principali ecosistemi dell’innovazione saranno, tra i già annunciati, anche Aprajita Jain (Google), Marco Pavone (NVIDIA), Francesco Ubertini (CINECA), Federico Menna (28 Dgtl), Pierre-Philippe Mathieu (ESA), Piergiorgio Marini (Philip Morris International) e i rappresentanti di Klarna e Cubbit, per il panel Scaleup for future. Il confronto si estenderà poi alla dimensione culturale e sociale, con la partecipazione del Presidente FIMI (Federazione Industria Musicale Italiana) Enzo Mazza, di Siyabulela Mandela, Pegah Moshir Pour e lo scrittore e drammaturgo Stefano Massini, mentre ulteriore spazio sarà dedicato al mondo della content creation e alla creator economy con i primi creator annunciati Slim Dogs, Jakidale, Le Karma B, Pierluca Mariti (Piuttosto Che), Michele Basile e Beatrice Rigillo.A rafforzare poi la qualità del programma contribuiscono gli stage sviluppati in collaborazione con realtà di riferimento nei rispettivi settori, che porteranno sul palco veri e propri eventi formativi verticali. Tra questi, Backend & Cloud con DEVPUNKS, UX & UI con Architecta, Search & AI con Search Tech e Digital Health con la Fondazione GIMBE, insieme allo stage Content Creators con le due realtà Chimera Agency & Talia Media. Lo stage Social Media Strategies, sarà invece una vera e propria summer edition dell’omonimo e principale evento italiano dedicato ai Social e al Web Marketing, configurandosi come evento formativo dedicato all’interno della manifestazione. Un’offerta che consente ai partecipanti di accedere a contenuti sviluppati con la collaborazione di player attivi nei diversi ambiti, ampliando le opportunità di aggiornamento e confronto su casi concreti, strumenti e best practice.Appuntamento quindi dal 24 al 26 giugno a BolognaFiere per l’evento di riferimento a livello globale per la formazione e l’aggiornamento dei professionisti nei settori AI, Digital Marketing e Tech: è già possibile consultare online l’anteprima del programma formativo e accedere alle offerte ticket per partecipare al WMF 2026, disponibili fino al 24 aprile.WMF – We Make Future è ideato, organizzato e prodotto da Search On Media Group. La manifestazione si svolge con il patrocinio della Commissione Europea, della Regione Emilia-Romagna e del Comune di Bologna, con il supporto del MAECI – Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale, di ICE – Agenzia per la promozione all’estero e l’internazionalizzazione delle imprese italiane e della Regione Emilia-Romagna. Con la collaborazione di BolognaFiere, Cineca ed ESA – European Space Agency.Sei un nostro fedele lettore? Sostienici con una donazione!Condividi: tp:writer§§ Oltrefano.it Redazione - https//www.oltrefano.it/author/admin guid§§ http://gimbe.telpress.it/news/2026/04/08/2026040802898109081.PDF §---§ title§§ Si rivede l'Autonomia differenziata: i rischi per Sud e Puglia, i divari e il nuovo colpo alla Sanità. Cosa succede link§§ http://gimbe.telpress.it/news/2026/04/08/2026040802880908925.PDF description§§

Estratto da pag. 1 di "quotidianodipuglia.it" del 08 Apr 2026

C''è uno spettro che s’aggira in Regione. E spaventa, tanto. È uno spettro “di ritorno”, uno di quei temi carsici che scompaiono e riaffiorano a fasi alterne nel...

pubDate§§ 2026-04-08T10:50:00+00:00 arguments§§ http://gimbe.telpress.it/news/2026/04/08/2026040802880908925.PDF category§§ GIMBE subcategory§§ {'domain': ''} source§§ {'href': 'http://gimbe.telpress.it/news/2026/04/08/2026040802880908925.PDF', 'title': 'quotidianodipuglia.it'} tp:url§§ https://www.quotidianodipuglia.it/regione/autonomia_differenziata_regioni_puglia_nord_sud_sanita_decaro-9461911.html tp:attach_fn§§ http://gimbe.telpress.it/news/2026/04/08/2026040802880908925.PDF tp:ocr§§ C'è uno spettro che s’aggira in Regione. E spaventa, tanto. È uno spettro “di ritorno”, uno di quei temi carsici che scompaiono e riaffiorano a fasi alterne nel dibattito pubblico: si tratta dell’Autonomia differenziata, cioè il trasferimento di ulteriori funzioni e per specifiche materie alle Regioni che ne facciano richiesta, secondo il perimetro e le modalità scandite dalla Costituzione. Ora, e nonostante la frenata imposta nel 2024 dalla Corte costituzionale, l’Autonomia si riaffaccia a fari spenti, può indirettamente far saltare il banco e aumentare il gap tra Nord e Sud. Soprattutto in materia di Sanità: un campo minato, e la Puglia ne sa qualcosa tra deficit (da 369 milioni), carenza di personale, offerta da ridisegnare. L’Autonomia differenziata di una quota di Regioni settentrionali rischia d’essere allora il colpo di grazia. In che modo la “risalita” dell’Autonomia differenziata approfondirebbe il divario sanitario? Esempi concreti, pescati dal documento elaborato in Regione Puglia: tariffe di rimborso “sartoriali”, che farebbero da attrattore di professionisti medici verso le Regioni più ricche; fondi sanitari integrativi che consoliderebbero una sanità a due velocità; e, nel complesso, una crescente asimmetria dell’offerta sanitaria che incrementerebbe i flussi di mobilità passiva, e cioè i viaggi dei pazienti in massa dal Sud verso il Nord. Con esborsi per le Regioni meridionali, e ulteriore aggravio sulle pericolanti casse pugliesi (la mobilità passiva in Puglia è schizzata intanto a 345 milioni). Il via libera in Conferenza e la spaccatura Nei giorni scorsi la Conferenza unificata (che include Regioni, Anci e Upi) ha dato il via libera alle intese preliminari per Lombardia, Veneto, Piemonte e Liguria. Quasi un fulmine a ciel sereno. Del resto, il treno dell’Autonomia differenziata non era stato perentoriamente stoppato dalla Corte costituzionale, con la sentenza 192 del 2024? Sì: la Consulta aveva chiarito che qualsiasi devoluzione di funzioni alle Regioni in grado di impattare sui diritti civili o sociali impone comunque la fissazione preventiva dei Lep, cioè dei Livelli essenziali delle prestazioni: sono una “rete di protezione”, la garanzia costituzionale che ogni cittadino, a qualsiasi latitudine, possa godere degli stessi diritti fondamentali e dello stesso standard minimo di servizi. Senza Lep, la partita rischia d’essere truccata. E i Lep, ad oggi, non ci sono. E allora? Su cosa poggiano questi quattro accordi preliminari con Lombardia, Veneto, Piemonte e Liguria? Su un punto, non l’unico: le pre-intese incidono sui cosiddetti no-Lep, dunque su materie non comprese nei Lep, almeno all’apparenza. Perché in realtà le pre-intese trattano il “coordinamento della finanza pubblica” anche in tema di “tutela della salute”. E quindi gli effetti sono sostanziali, come se fossero Lep. In Conferenza delle Regioni la Puglia di Antonio Decaro, insieme con la Campania, s’è messa alla testa del pacchetto di amministrazioni di centrosinistra contrarie a questa brusca, e per certi versi inattesa, accelerazione. Fronte spaccato, in tre blocchi: i favorevoli (le Regioni a guida centrodestra del Nord), i favorevoli ma con postille (le Regioni di centrodestra del Sud, che vincolano l’ok alle pre-intese all’uscita rapida e certa dai Piani di rientro sanitari), i contrari (le amministrazioni a guida centrosinistra). Parere negativo di Anci (i Comuni) e positivo dell’Upi (le Province). Ora, sarà una legge statale eventualmente ad accelerare, ad assorbire le pre-intese e a incanalare l’iter verso questa forma di Autonomia soft. O almeno, “soft” solo sulla carta e all’apparenza. I dubbi e i timori della Puglia La Puglia, con un dettagliato documento di osservazioni curate dal capo di Gabinetto Davide Pellegrino, ha sollevato dubbi di metodo e merito. Per prima cosa, definire come no-Lep una materia non impone automatismi, e insomma andrebbero valutati comunque funzione per funzione gli impatti sui diritti civili e sociali. E poi la Corte costituzionale ha escluso il ricorso alla spesa storica come criterio p er finanziare le funzioni oggetto di trasferimento: dovrebbero contare i fabbisogni di spesa effettivi, senza cristallizzare le risorse assegnate in passato. Altro esempio, diverso dalla Sanità: in materia di Protezione civile, i dati sulle compartecipazioni regionali ai costi sono – spiegano dalla Puglia – «irrisori», lo 0,15% del totale per il Veneto e lo 0,35% per la Liguria. Ma, in questa fase e non solo, è sulla Sanità che si gioca la partita e si misura il potenziale, maggiore gap. E c’è un “trucchetto”, denuncia la Puglia e non solo, che ha fatto rientrare dalla finestra l’Autonomia differenziata temporaneamente uscita dalla porta (per ora chiusa dalla Corte costituzionale): l’ultima Legge di bilancio ha equiparato i Lep (non ancora definiti) ai Lea (Livelli essenziali di assistenza, in materia sanitaria) del 2017. Tuttavia «senza nemmeno fissare i costi standard e garantire il finanziamento necessario». Inoltre, rileva sempre la Regione, il nuovo tariffario sanitario nazionale adottato nel 2024 è stato parzialmente annullato dal Tar nei mesi scorsi, il che impedirebbe di fissare economicamente gli stessi Lea. Si tratta peraltro di concetti ben distinti nella loro essenza: i Lep sono un vincolo costituzionale, una soglia critica di prestazioni necessarie; i Lea sono uno strumento operativo, un elenco di prestazioni che le Regioni devono erogare. Va da sé che, senza Lep e con il caos sui Lea, devolvere ad alcune Regioni funzioni in materia sanitaria equivale ad ampliare i divari. I divari tra Regioni E su questo punto, di recente, ha battuto forte anche la Fondazione Gimbe: «In sanità qualsiasi discussione sui Lep non può prescindere da una valutazione delle attuali diseguaglianze regionali nei Lea, ovvero le prestazioni e i servizi che il Servizio sanitario nazionale è tenuto a fornire a tutti. Il monitoraggio del ministero tramite gli indicatori del Nuovo sistema di garanzia fotografa profonde differenze. Nel 2023 (ultimo anno disponibile) ben 8 Regioni risultano non adempienti ai Lea non raggiungendo la soglia minima di 60 punti su 100 in almeno una delle tre macro-aree: prevenzione, distrettuale e ospedaliera. Inoltre, sommando i punteggi, a fronte di una media di 226 punti su 300, esistono divari molto marcati: Veneto e Toscana superano i 280, mentre altre Regioni non raggiungono i 200 punti, in particolare nel Mezzogiorno. Infine, in ciascuna macro-area, il divario tra le Regioni con le migliori performance e quelle in maggiore difficoltà supera i 40 punti». Ma l’entità delle disuguaglianze, spiegano da Gimbe, «è largamente sottostimata». Le quattro pre-intese, argomenta il documento della Puglia, «consentono alle Regioni trattanti di definire tariffe di rimborso e remunerazioni diverse da quelle nazionali, a carico del proprio bilancio. Il rischio e che ciò generi Lea differenziati “di fatto” tramite tariffe. In altri termini, tariffe più alte possono attrarre strutture e professionisti, con effetti indiretti sui tempi di attesa e sulla qualità dell’offerta rispetto ad altre Regioni». In sostanza, è una forma di «dumping territoriale al rialzo», una specie di concorrenza sleale. Stessi rischi con i fondi sanitari integrativi, che già tracciano un divario Nord-Sud: «L’ulteriore rafforzamento dei fondi nelle Regioni più “ricche” e con servizi migliori può consolidare una sanità “a due velocità”, pur formalmente rispettosa dei Lea, senza che si dia luogo a politiche di compensazione», visto che oltretutto la perequazione prevista dall’articolo 119 della Costituzione è inattuata. Scompensi a catena, che ora rischiano di moltiplicarsi. tp:writer§§ REDAZIONE guid§§ http://gimbe.telpress.it/news/2026/04/08/2026040802880908925.PDF §---§ title§§ La visita? Nel 2028. Viaggio fra le liste d'attesa siciliane link§§ http://gimbe.telpress.it/news/2026/04/08/2026040802916209146.PDF description§§

Estratto da pag. 1 di "rainews.it" del 08 Apr 2026

In alcune zone della Sicilia si aspettano esami per oltre un anno. La storia: "Mi hanno dato l''appuntamento dopo 10 mesi, ma a pagamento dopo 48 ore". La Regione: "Fatti passi avanti"

pubDate§§ 2026-04-08T11:52:00+00:00 arguments§§ http://gimbe.telpress.it/news/2026/04/08/2026040802916209146.PDF category§§ GIMBE subcategory§§ {'domain': ''} source§§ {'href': 'http://gimbe.telpress.it/news/2026/04/08/2026040802916209146.PDF', 'title': 'rainews.it'} tp:url§§ https://www.rainews.it/tgr/sicilia/video/2026/04/liste-attesa-sicilia-38b44c34-a6c6-4e17-b015-9844fb278610.html tp:attach_fn§§ http://gimbe.telpress.it/news/2026/04/08/2026040802916209146.PDF tp:ocr§§ Per la visita ci si vede nel 2028. Nella Sicilia segnata dalla tragedia di Maria Cristina Gallo, rimasta per 8 mesi ad aspettare l'esame istologico sul tumore che poi l'ha uccisa, le liste d'attesa restano una nota dolente: mentre vola l'attività intramoenia, cioè le prestazioni rese a pagamento dai medici del servizio pubblico, in giro per l'Isola ci sono posti in cui bisogna aspettare oltre un anno per essere ricevuti gratuitamente.La situazione può essere descritta dal monitoraggio che la Regione ha pubblicato sul sito Costruire salute. Ci sono però aziende, come l'Asp di Messina, in cui il monitoraggio è fermo da un anno. Chi è virtuoso, come l'Asp di Siracusa, mostra un quadro impietoso: a Lentini, ad esempio, il primo appuntamento per una mammografia è disponibile a gennaio 2028, lo stesso mese che bisogna attendere per una colonscopia ad Augusta. Alla luce di questo, a Vincenzo Pirosa, che ha bisogno di una risonanza magnetica ad Avola, è andata persino bene: a settembre ha ottenuto un appuntamento per il 29 luglio. A meno di pagare: "Ho chiesto al Cup se con l'intramoenia c'era qualche possibilità - racconta - E mi hanno detto 'dopodomani può andare all'Umberto I a Siracusa e gliela fanno'".Per il sindacato di categoria Cimest, del resto, con l'intramoenia si guadagna bene: secondo un rapporto pubblicato un mese fa il medico siciliano recordman delle prestazioni, un professionista catanese, ha incassato da questa voce 261mila euro in un anno. E mentre si attende il verdetto della Corte dei Conti su questo tema, la rete "Salviamo il servizio sanitario nazionale", promossa dalla fondazione Gimbe, contesta le strategie scelte per abbattere le attese: "Il governo regionale - spiega Ernesto Melluso della rete - ha stanziato nel 2025 oltre 40 milioni di euro per l'alleggerimento delle liste d'attesa, destinati in gran parte alle strutture private, ma non si registrano ad oggi miglioramenti del sistema perché non è ancora stato attivato il SovraCup".Per l'assessora alla Sanità Daniela Faraoni, però, i passi avanti ci sono: per le visite richieste in tempi brevi o urgenti, le attese sono tornate nella norma. "Stiamo cercando di contenerle - osserva - è ovvio che ci sono delle aree in cui ancora abbiamo qualche difficoltà ma perché le difficoltà derivano anche dalla difficoltà di trovare poi i dirigenti medici che hanno i profili di competenze per le quali si hanno le maggiori criticità". tp:writer§§ Claudio Reale, montaggio Alessio Costa guid§§ http://gimbe.telpress.it/news/2026/04/08/2026040802916209146.PDF §---§ title§§ Realizzazione case e ospedali di Comunità, Alecci: "ritardi in Calabria, ennesimo flop della Regione" link§§ http://gimbe.telpress.it/news/2026/04/08/2026040802881508927.PDF description§§

Estratto da pag. 1 di "strettoweb.com" del 08 Apr 2026

Alecci: “Ennesimo flop in tema di Sanità per la Regione. Il raggiungimento dei target prefissati dal PNRR appare pressochè impossibile. Inoltre il sito...

pubDate§§ 2026-04-08T10:50:00+00:00 arguments§§ http://gimbe.telpress.it/news/2026/04/08/2026040802881508927.PDF category§§ GIMBE subcategory§§ {'domain': ''} source§§ {'href': 'http://gimbe.telpress.it/news/2026/04/08/2026040802881508927.PDF', 'title': 'strettoweb.com'} tp:url§§ https://www.strettoweb.com/2026/04/realizzazione-case-e-ospedali-di-comunita-alecci-ritardi-in-calabria-ennesimo-flop-della-regione/2066693/ tp:attach_fn§§ http://gimbe.telpress.it/news/2026/04/08/2026040802881508927.PDF tp:ocr§§ “La realizzazione della Case di Comunità e degli Ospedali di Comunità sta per diventare l’ennesimo flop in tema di Sanità Pubblica per la Regione Calabria e il Commissario Roberto Occhiuto. Al riguardo, gli ultimi dati Agenas sull’attuazione della Missione Salute del PNRR riportati dalla Fondazione Gimbe non forniscono grandi speranze. Al 31 dicembre 2025, per le Case di Comunità, delle 63 previste, solo 2 (3,2%) offrono almeno un servizio attivo, contro una media nazionale del 45,5%”. A rivelarlo, in una nota, è il Consigliere Regionale Ernesto Alecci.“Riguardo gli Ospedali di Comunità, invece, sui 20 previsti solo uno (5%) ha un servizio dichiarato attivo, contro una media del 27%. A tre mesi dalla scadenza, il raggiungimento dei target prefissati dal PNRR appare pressochè impossibile, e, inoltre, ad oggi non è previsto alcuno slittamento temporale, con tutti i rischi sulla rendicontazione ed eventuali restituzioni che ne deriverebbero”.“Ma c’è di più! Se un cittadino calabrese volesse conoscere in maniera inequivocabile lo stato dell’arte dei vari cantieri, attingendo ad una fonte istituzionale, rimarrebbe profondamente deluso. Perché il sito ufficiale della Regione Calabria dedicato al PNRR riporta lo stato di esecuzione dei lavori aggiornato al 15 luglio 2025 (quindi nove mesi fa!), senza indicazioni successive. Per questo motivo, al fine di fare chiarezza sullo stato delle cose, ho presentato un’interrogazione al Presidente Occhiuto per conoscere quali sono gli aggiornamenti reali sullo stato di esecuzione dei lavori delle Case di Comunità e degli Ospedali di Comunità successivi al 15 luglio 2025 e perché il sito ufficiale regionale non è stato aggiornato da quella data, quali sono le cause specifiche del ritardo nell’attivazione delle strutture previste in Calabria, quali misure concrete intende adottare la Giunta per renderle operative entro giugno 2026”.“E’ inutile sottolineare come la mancata attuazione delle Case e degli Ospedali di Comunità entro la data prevista non farà che appesantire ulteriormente il già grave ritardo nella sanità territoriale calabrese, con ricadute negative sull’accesso alle cure, sull’efficienza del sistema e sul bilancio regionale. Il PNRR rischia, dunque, di certificare l’ennesima occasione mancata per la Calabria, con la conseguente perdita di finanziamenti già potenzialmente stanziati, soprattutto in quegli ambiti, come la sanità, dove maggiormente si sente il bisogno di investimenti e innovazione”.Iscrivendoti dichiari di aver preso visione delle condizioni generali del servizio.© 2026 StrettoWeb - Editore Socedit srl - P.iva/CF 02901400800 tp:writer§§ Consolato Cicciù guid§§ http://gimbe.telpress.it/news/2026/04/08/2026040802881508927.PDF §---§ title§§ RITARDI NELLA REALIZZAZIONE DELLE CASE E DEGLI OSPEDALI DI COMUNITA’ IN CALABRIA. – Telemia link§§ http://gimbe.telpress.it/news/2026/04/08/2026040802890908897.PDF description§§

Estratto da pag. 1 di "telemia.it" del 08 Apr 2026

pubDate§§ 2026-04-08T10:42:00+00:00 arguments§§ http://gimbe.telpress.it/news/2026/04/08/2026040802890908897.PDF category§§ GIMBE subcategory§§ {'domain': ''} source§§ {'href': 'http://gimbe.telpress.it/news/2026/04/08/2026040802890908897.PDF', 'title': 'telemia.it'} tp:url§§ https://www.telemia.it/ritardi-nella-realizzazione-delle-case-e-degli-ospedali-di-comunita-in-calabria/ tp:attach_fn§§ http://gimbe.telpress.it/news/2026/04/08/2026040802890908897.PDF tp:ocr§§ TelemiaTelemia, la tv crossmediale a portata di click. Cronaca, politica, economia, cultura e sport dalla Calabria in tempo reale.Alecci: “Ennesimo flop in tema di Sanità per la Regione. Il raggiungimento dei target prefissati dal PNRR appare pressochè impossibile. Inoltre il sito istituzionale sullo stato dei cantieri è fermo all’estate scorsa. Presentata un’interrogazione ad Occhiuto per fare chiarezza”.Continua....La realizzazione della Case di Comunità e degli Ospedali di Comunità sta per diventare l’ennesimo flop in tema di Sanità Pubblica per la Regione Calabria e il Commissario Roberto Occhiuto. Al riguardo, gli ultimi dati Agenas sull’attuazione della Missione Salute del PNRR riportati dalla Fondazione Gimbe non forniscono grandi speranze. Al 31 dicembre 2025, per le Case di Comunità, delle 63 previste, solo 2 (3,2%) offrono almeno un servizio attivo, contro una media nazionale del 45,5%. Riguardo gli Ospedali di Comunità, invece, sui 20 previsti solo uno (5%) ha un servizio dichiarato attivo, contro una media del 27%. A tre mesi dalla scadenza, il raggiungimento dei target prefissati dal PNRR appare pressochè impossibile, e, inoltre, ad oggi non è previsto alcuno slittamento temporale, con tutti i rischi sulla rendicontazione ed eventuali restituzioni che ne deriverebbero.Ma c’è di più! Se un cittadino calabrese volesse conoscere in maniera inequivocabile lo stato dell’arte dei vari cantieri, attingendo ad una fonte istituzionale, rimarrebbe profondamente deluso. Perché il sito ufficiale della Regione Calabria dedicato al PNRR riporta lo stato di esecuzione dei lavori aggiornato al 15 luglio 2025 (quindi nove mesi fa!), senza indicazioni successive. Per questo motivo, al fine di fare chiarezza sullo stato delle cose, ho presentato un’interrogazione al Presidente Occhiuto per conoscere quali sono gli aggiornamenti reali sullo stato di esecuzione dei lavori delle Case di Comunità e degli Ospedali di Comunità successivi al 15 luglio 2025 e perché il sito ufficiale regionale non è stato aggiornato da quella data, quali sono le cause specifiche del ritardo nell’attivazione delle strutture previste in Calabria, quali misure concrete intende adottare la Giunta per renderle operative entro giugno 2026.E’ inutile sottolineare come la mancata attuazione delle Case e degli Ospedali di Comunità entro la data prevista non farà che appesantire ulteriormente il già grave ritardo nella sanità territoriale calabrese, con ricadute negative sull’accesso alle cure, sull’efficienza del sistema e sul bilancio regionale. Il PNRR rischia, dunque, di certificare l’ennesima occasione mancata per la Calabria, con la conseguente perdita di finanziamenti già potenzialmente stanziati, soprattutto in quegli ambiti, come la sanità, dove maggiormente si sente il bisogno di investimenti e innovazione.TelemiaTelemia, la tv crossmediale a portata di click. Cronaca, politica, economia, cultura e sport dalla Calabria in tempo reale.Telemia | Media Società Cooperativa Arl Copyright | 2025 © Tutti i diritti riservati | Newspaperup di Themeansar.This is an example widget to show how the Header Toggle Sidebar looks by default. You can add custom widgets from the widget in the admin. tp:writer§§ Raffaella Silvestro guid§§ http://gimbe.telpress.it/news/2026/04/08/2026040802890908897.PDF §---§ title§§ Sanità e autonomia differenziata, monito di UIL e UILFPL Calabria: Sanità già in crisi. Prima lâ??equità sociale • TEN TV link§§ http://gimbe.telpress.it/news/2026/04/08/2026040802872808812.PDF description§§

Estratto da pag. 1 di "tenonline.tv" del 08 Apr 2026

pubDate§§ 2026-04-08T10:18:00+00:00 arguments§§ http://gimbe.telpress.it/news/2026/04/08/2026040802872808812.PDF category§§ GIMBE subcategory§§ {'domain': ''} source§§ {'href': 'http://gimbe.telpress.it/news/2026/04/08/2026040802872808812.PDF', 'title': 'tenonline.tv'} tp:url§§ https://www.tenonline.tv/news/attualita/sanita-e-autonomia-differenziata-monito-di-uil-e-uilfpl-calabria-sanita-gia-in-crisi-prima-lequita-sociale/ tp:attach_fn§§ http://gimbe.telpress.it/news/2026/04/08/2026040802872808812.PDF tp:ocr§§ «La sottoscrizione delle pre-intese sull’autonomia differenziata in materia sanitaria impone una riflessione che la UIL e la UILFPL Calabria non intendono eludere. La nostra posizione è chiara: non si può procedere su questa strada senza prima aver riequilibrato un sistema che già oggi penalizza strutturalmente il Mezzogiorno e la Calabria in particolare». Ã? quanto affermano Mariaelena Senese e Walter Bloise, segretari generali UIL e UILFPL Calabria, in una nota stampa.Per Senese e Bloise «i dati parlano da soli. La Calabria registra un saldo passivo di mobilità sanitaria pari a 326,9 milioni di euro l’anno. E il dato è in crescita. Oltre 40.000 calabresi si ricoverano fuori regione ogni anno. Il Report della Fondazione GIMBE certifica che nel 2023 la mobilità sanitaria interregionale nazionale ha raggiunto il record storico di 5,15 miliardi di euro, con flussi concentrati specialmente verso Lombardia, Emilia-Romagna e Veneto. La Calabria è tra le regioni che contribuiscono di più a quel dato e tra quelle che ne beneficiano di meno».«Dietro questi numeri c’è un problema di qualità delle cure e fiducia â?? proseguono Senese e Bloise -. I cittadini calabresi convivono quotidianamente con sistemi di prenotazione inefficienti, tempi d’attesa insostenibili, presidi ospedalieri difficili da raggiungere, Pronto Soccorso sovraffollati e una riduzione delle Guardie Mediche sul territorio. Il risultato è un servizio alle persone lacunoso e poco efficiente».Lâ??allarme dei segretari si concentra anche sugli aspetti di carattere sociale, strettamente connessi alle questioni sanitarie: «C’è un aspetto che troppo spesso viene sottovalutato nel dibattito pubblico: l’accesso alle cure, in Calabria, è già oggi un percorso a ostacoli, reale e quotidiano. Ottenere una visita specialistica o un esame diagnostico nel sistema pubblico calabrese significa, nella maggior parte dei casi, attendere mesi, percorrere fino a centinaia di chilometri, fare i conti con strutture sottodimensionate e con un’offerta sanitaria territoriale sempre più rarefatta. Per molti cittadini, soprattutto anziani, persone sole o residenti nelle aree interne, questo si traduce direttamente in rinuncia alle cure. Chi non può permettersi di rinunciare alle cure, è spesso costretto a partire. Viaggi lunghi, spese di trasporto e alloggio, giorni di lavoro persi, famiglie che si organizzano intorno a un malato lontano: sono costi che lo Stato non contabilizza, ma che ricadono interamente sulle spalle dei calabresi e, in modo sproporzionato, sulle fasce economicamente più fragili. Un meccanismo che, una volta innescato, si autoalimenta: meno pazienti restano, meno risorse rimangono, meno si investe, più è difficile trattenere personale qualificato. Questa condizione non è accettabile oggi e sarà insostenibile domani, se l’autonomia differenziata dovesse procedere senza adeguate garanzie di riequilibrio».«In questo contesto, in Calabria, l’autonomia differenziata non risolve il problema, ma lo aggrava â?? spiegano Senese e Bloise -. Consentire alle Regioni già più ricche di trattenere maggiori risorse e competere sul piano salariale significherebbe accelerare la fuga di medici e infermieri dal Sud, aumentare la mobilità passiva e spingere le famiglie meno abbienti a rinunciare alle cure per l’impossibilità di sostenere i costi â?? diretti e indiretti â?? dello spostarsi. Si configurerebbe, nei fatti, una sanità a due livelli: sistemi regionali avanzati al Nord, e contesti sanitari sempre più fragili, incapaci di rispondere ai bisogni reali dei cittadini nel Mezzogiorno. Una prospettiva incompatibile con i principi costituzionali di uguaglianza e con l’idea stessa di Servizio Sanitario Nazionale».Da UIL e UILFPL Calabria non arriva solo una denuncia, ma anche una richiesta di interventi mirati e precisi: «Chiediamo azioni strutturali che puntino a ricostruire la fiducia dei cittadini attraverso trasparenza e riduzione delle liste d’attesa; ad investire in poli di eccellenza region ali; a fermare l’emorragia di personale sanitario; a reinvestire le risorse della mobilità passiva nel potenziamento delle strutture locali; a costruire reti cliniche interregionali basate sulla collaborazione, non sulla concorrenza.Il Servizio Sanitario Nazionale deve rimanere fondato su universalità, uguaglianza ed equità. Chiediamo un’assunzione di responsabilità politica a tutti i livelli: la salute non può diventare un fattore di disuguaglianza territoriale. Il nostro obiettivo è garantire ai cittadini calabresi lo stesso diritto alla cura di chi vive nelle regioni più forti. Senza dover partire. Senza dover pagare di più. Senza dover rinunciare alla salute. Il tempo delle parole e degli spot è finito», concludono Senese e Bloise. tp:writer§§ guid§§ http://gimbe.telpress.it/news/2026/04/08/2026040802872808812.PDF §---§ title§§ AI, Digital Marketing e innovazione: con +70 stage e +400 speaker il WMF svela l'anteprima del programma formativo link§§ http://gimbe.telpress.it/news/2026/04/08/2026040802883508963.PDF description§§

Estratto da pag. 1 di "today.it" del 08 Apr 2026

pubDate§§ 2026-04-08T10:59:00+00:00 arguments§§ http://gimbe.telpress.it/news/2026/04/08/2026040802883508963.PDF category§§ GIMBE subcategory§§ {'domain': ''} source§§ {'href': 'http://gimbe.telpress.it/news/2026/04/08/2026040802883508963.PDF', 'title': 'today.it'} tp:url§§ https://www.today.it/tech/ai-digital-marketing-innovazione-stage-e-speaker-wmf-anteprima-del-programma-formativo.html tp:attach_fn§§ http://gimbe.telpress.it/news/2026/04/08/2026040802883508963.PDF tp:ocr§§ Si delinea l’anteprima del programma formativo del WMF 2026 (24 - 26 giugno BolognaFiere), che si preannuncia come il più completo al mondo per i settori AI, Digital Marketing e Innovazione, con decine di percorsi verticali, momenti di approfondimento e opportunità di aggiornamento rivolte a professionisti, imprese, startup e operatori dell’innovazione.Già annunciati infatti, all’interno della Fiera internazionale B2B sull’innovazione AI, Tech e Digital, +70 stage formativi, degli oltre 90 in programma, insieme a più di 400 speaker da tutto il mondo, degli oltre 1.000 previsti tra Mainstage e stage formativi, che esploreranno in modo trasversale i principali ambiti dell’innovazione: dall’Intelligenza Artificiale alla robotica, dal digital marketing alla data analysis e poi cybersecurity, open innovation e imprenditorialità, salute, informazione, governance, impatto sociale e tantissimo altro.A portare sul palco visioni e competenze saranno, tra gli altri, rappresentanti di OpenAI, Anthropic, NVIDIA, Google, Microsoft, Dell Technologies e Intel, IIT, ESA - European Space Agency e CINECA, insieme a esperti come Daniele Pucci (Generative Bionics) e Alberto Sangiovanni Vincentelli (UC Berkeley), Brunello Cucinelli, Bryan Madden (AMD), Alicia Hanf (LG NOVA - LG Electronics), Ajaz Ahmed Siddiqui (Microsoft), Ayumi Moore Aoki (Women in Tech® Global), Alec Ross (Bologna Business School), Chris Bangle (Ex BMW), Mara Dettmann (Lego Group) a cui si affiancheranno rappresentati delle istituzioni tra cui Lucilla Sioli (Direttrice dell’AI Office della Commissione Europea), Michiel Scheffer (President, European Innovation Council), Orazio Schillaci (Ministro della Salute), Anna Ascani (Vicepresidente della Camera dei Deputati), Sergio Strozzi, (Head of Innovation, Technology and Startups, MAECI), Luigi Di Maio (EU Special Representative for the Gulf Region) e voci del mondo dell’informazione e della cultura come Leyla Elchekhly (Al Jazeera), Randa Ghazy, Cecilia Sala, Enrico Mentana, Lorenzo Tondo e Corrado Formigli.Il programma formativo si sviluppa in coerenza con le 14 industry strategiche del WMF, permettendo a professionisti, aziende, startup e istituzioni di costruire percorsi personalizzati tra stage verticali. Con oltre 73.000 presenze da 90 Paesi, più di 1.000 speaker e oltre 700 espositori e sponsor nel 2025, il WMF si conferma dunque piattaforma globale capace di portare in Italia competenze e visioni dai principali ecosistemi internazionali.“Con questa anteprima offriamo una prima visione concreta dell’ampiezza e della direzione del programma formativo del WMF 2026”, afferma Cosmano Lombardo, Founder e CEO di Search On Media Group e ideatore del WMF – We Make Future. “I 70 stage e centinaia di speaker internazionali già annunciati rappresentano l’inizio di un percorso multidisciplinare che scopre il mondo di oggi e di domani, dall’Intelligenza Artificiale al digital business e l’imprenditoria innovativa fino all’impatto sociale delle tecnologie. Il valore per chi partecipa è poter costruire un’esperienza formativa su misura, entrando in contatto diretto con competenze e visioni provenienti dai principali ecosistemi globali”I Temi: dall’AI al Fintech, dall’health all’imprenditorialità e la space economy fino a Work & HRIl programma formativo del WMF 2026 si caratterizza per ampiezza, varietà e applicabilità concreta, offrendo a professionisti, aziende e operatori dell’innovazione la possibilità di costruire percorsi personalizzati tra decine di stage verticali, in base ai propri obiettivi e ambiti di interesse. Dall’Intelligenza Artificiale alla robotica, dal digital marketing ai modelli di business emergenti, fino a informazione, lavoro e impatto sociale, il programma dà una lettura trasversale delle principali trasformazioni in atto. Tra gli stage già annunciati, largo a ben 16 verticali sull’AI tra cui AI & Business Transformation, Agentic AI, Robotics & Physical AI, AI Solutions, Machine Learning, insieme a percorsi dedicati a Coding e Vibe Coding, Cybersecurity, e a quelli dedicati alla formazione e supporto all ’internazionalizzazione di startup e imprese come VCs & Startup, Entrepreneurship, Management & leadership e Impact to business.Particolare spazio è dedicato al Digital Marketing, analizzato in tutte le sue principali leve attraverso numerosi stage verticali come Digital Marketing & Business Solutions, Social Media Strategies, Search & AI, Advertising, Brand Strategy, Automation & CRM, Data & Analytics, Video & Connected TV, AI Marketing e AI Commerce, che offriranno strumenti, casi reali e strategie applicabili. Su questi temi si confronteranno professionisti ed esperti del settore come Alessio Pomaro (Search On Media Group), Filippo Trocca (Making Science), Giorgio Taverniti (Search On Media Group), Roberto Nardini e Veronica Gentili, insieme a figure e realtà attive nell’ecosistema digitale come Marcello Majonchi (Arduino), Gabriele Pavanello (The Fork) e Luca Castelli (Will Media). A completare il quadro, il programma si sviluppa anche su ambiti come Fintech & Digital Assets, UX & UI, Audio & Visual Production, Legal Tech, Digital Health, Work & HR, EduTech, Journalism, Tourism & Travel, Tech for No Profit e Music & Art, offrendo una lettura integrata delle trasformazioni tra tecnologia, società e sviluppo sostenibile.Tra Mainstage e stage formativi, a portare contributi provenienti dai principali ecosistemi dell’innovazione saranno, tra i già annunciati, anche Aprajita Jain (Google), Marco Pavone (NVIDIA), Francesco Ubertini (CINECA), Federico Menna (28 Dgtl), Pierre-Philippe Mathieu (ESA), Piergiorgio Marini (Philip Morris International) e i rappresentanti di Klarna e Cubbit, per il panel Scaleup for future. Il confronto si estenderà poi alla dimensione culturale e sociale, con la partecipazione del Presidente FIMI (Federazione Industria Musicale Italiana) Enzo Mazza, di Siyabulela Mandela, Pegah Moshir Pour e lo scrittore e drammaturgo Stefano Massini, mentre ulteriore spazio sarà dedicato al mondo della content creation e alla creator economy con i primi creator annunciati Slim Dogs, Jakidale, Le Karma B, Pierluca Mariti (Piuttosto Che), Michele Basile e Beatrice Rigillo.A rafforzare poi la qualità del programma contribuiscono gli stage sviluppati in collaborazione con realtà di riferimento nei rispettivi settori, che porteranno sul palco veri e propri eventi formativi verticali. Tra questi, Backend & Cloud con DEVPUNKS, UX & UI con Architecta, Search & AI con Search Tech e Digital Health con la Fondazione GIMBE, insieme allo stage Content Creators con le due realtà Chimera Agency & Talia Media. Lo stage Social Media Strategies, sarà invece una vera e propria summer edition dell’omonimo e principale evento italiano dedicato ai Social e al Web Marketing, configurandosi come evento formativo dedicato all’interno della manifestazione. Un’offerta che consente ai partecipanti di accedere a contenuti sviluppati con la collaborazione di player attivi nei diversi ambiti, ampliando le opportunità di aggiornamento e confronto su casi concreti, strumenti e best practice.Appuntamento quindi dal 24 al 26 giugno a BolognaFiere per l’evento di riferimento a livello globale per la formazione e l’aggiornamento dei professionisti nei settori AI, Digital Marketing e Tech: è già possibile consultare online l’anteprima del programma formativo e accedere alle offerte ticket per partecipare al WMF 2026, disponibili fino al 24 aprile.WMF – We Make Future è ideato, organizzato e prodotto da Search On Media Group. La manifestazione si svolge con il patrocinio della Commissione Europea, della Regione Emilia-Romagna e del Comune di Bologna, con il supporto del MAECI – Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale, di ICE – Agenzia per la promozione all’estero e l’internazionalizzazione delle imprese italiane e della Regione Emilia-Romagna. Con la collaborazione di BolognaFiere, Cineca ed ESA – European Space Agency.LINK UTILI- Anteprima del Programma formativo- Offerta ticket tp:writer§§ REDAZIONE guid§§ http://gimbe.telpress.it/news/2026/04/08/2026040802883508963.PDF §---§ title§§ AI, Digital Marketing e innovazione: con +70 stage e +400 speaker il WMF svela l'anteprima del programma formativo link§§ http://gimbe.telpress.it/news/2026/04/08/2026040802896309091.PDF description§§

Estratto da pag. 1 di "today.it" del 08 Apr 2026

pubDate§§ 2026-04-08T11:41:00+00:00 arguments§§ http://gimbe.telpress.it/news/2026/04/08/2026040802896309091.PDF category§§ GIMBE subcategory§§ {'domain': ''} source§§ {'href': 'http://gimbe.telpress.it/news/2026/04/08/2026040802896309091.PDF', 'title': 'today.it'} tp:url§§ https://www.today.it/tech/ai-digital-marketing-innovazione-stage-e-speaker-wmf-anteprima-del-programma-formativo.html tp:attach_fn§§ http://gimbe.telpress.it/news/2026/04/08/2026040802896309091.PDF tp:ocr§§ "The Drama" con Zendaya e Robert Pattinson è brillante, ma gli manca una stoccataSi delinea l’anteprima del programma formativo del WMF 2026 (24 - 26 giugno BolognaFiere), che si preannuncia come il più completo al mondo per i settori AI, Digital Marketing e Innovazione, con decine di percorsi verticali, momenti di approfondimento e opportunità di aggiornamento rivolte a professionisti, imprese, startup e operatori dell’innovazione.Già annunciati infatti, all’interno della Fiera internazionale B2B sull’innovazione AI, Tech e Digital, +70 stage formativi, degli oltre 90 in programma, insieme a più di 400 speaker da tutto il mondo, degli oltre 1.000 previsti tra Mainstage e stage formativi, che esploreranno in modo trasversale i principali ambiti dell’innovazione: dall’Intelligenza Artificiale alla robotica, dal digital marketing alla data analysis e poi cybersecurity, open innovation e imprenditorialità, salute, informazione, governance, impatto sociale e tantissimo altro.A portare sul palco visioni e competenze saranno, tra gli altri, rappresentanti di OpenAI, Anthropic, NVIDIA, Google, Microsoft, Dell Technologies e Intel, IIT, ESA - European Space Agency e CINECA, insieme a esperti come Daniele Pucci (Generative Bionics) e Alberto Sangiovanni Vincentelli (UC Berkeley), Brunello Cucinelli, Bryan Madden (AMD), Alicia Hanf (LG NOVA - LG Electronics), Ajaz Ahmed Siddiqui (Microsoft), Ayumi Moore Aoki (Women in Tech® Global), Alec Ross (Bologna Business School), Chris Bangle (Ex BMW), Mara Dettmann (Lego Group) a cui si affiancheranno rappresentati delle istituzioni tra cui Lucilla Sioli (Direttrice dell’AI Office della Commissione Europea), Michiel Scheffer (President, European Innovation Council), Orazio Schillaci (Ministro della Salute), Anna Ascani (Vicepresidente della Camera dei Deputati), Sergio Strozzi, (Head of Innovation, Technology and Startups, MAECI), Luigi Di Maio (EU Special Representative for the Gulf Region) e voci del mondo dell’informazione e della cultura come Leyla Elchekhly (Al Jazeera), Randa Ghazy, Cecilia Sala, Enrico Mentana, Lorenzo Tondo e Corrado Formigli.Il programma formativo si sviluppa in coerenza con le 14 industry strategiche del WMF, permettendo a professionisti, aziende, startup e istituzioni di costruire percorsi personalizzati tra stage verticali. Con oltre 73.000 presenze da 90 Paesi, più di 1.000 speaker e oltre 700 espositori e sponsor nel 2025, il WMF si conferma dunque piattaforma globale capace di portare in Italia competenze e visioni dai principali ecosistemi internazionali.“Con questa anteprima offriamo una prima visione concreta dell’ampiezza e della direzione del programma formativo del WMF 2026”, afferma Cosmano Lombardo, Founder e CEO di Search On Media Group e ideatore del WMF – We Make Future. “I 70 stage e centinaia di speaker internazionali già annunciati rappresentano l’inizio di un percorso multidisciplinare che scopre il mondo di oggi e di domani, dall’Intelligenza Artificiale al digital business e l’imprenditoria innovativa fino all’impatto sociale delle tecnologie. Il valore per chi partecipa è poter costruire un’esperienza formativa su misura, entrando in contatto diretto con competenze e visioni provenienti dai principali ecosistemi globali”I Temi: dall’AI al Fintech, dall’health all’imprenditorialità e la space economy fino a Work & HRIl programma formativo del WMF 2026 si caratterizza per ampiezza, varietà e applicabilità concreta, offrendo a professionisti, aziende e operatori dell’innovazione la possibilità di costruire percorsi personalizzati tra decine di stage verticali, in base ai propri obiettivi e ambiti di interesse. Dall’Intelligenza Artificiale alla robotica, dal digital marketing ai modelli di business emergenti, fino a informazione, lavoro e impatto sociale, il programma dà una lettura trasversale delle principali trasformazioni in atto. Tra gli stage già annunciati, largo a ben 16 verticali sull’AI tra cui AI & Business Transformation, Agentic AI, Robotics & Physical AI , AI Solutions, Machine Learning, insieme a percorsi dedicati a Coding e Vibe Coding, Cybersecurity, e a quelli dedicati alla formazione e supporto all’internazionalizzazione di startup e imprese come VCs & Startup, Entrepreneurship, Management & leadership e Impact to business.Particolare spazio è dedicato al Digital Marketing, analizzato in tutte le sue principali leve attraverso numerosi stage verticali come Digital Marketing & Business Solutions, Social Media Strategies, Search & AI, Advertising, Brand Strategy, Automation & CRM, Data & Analytics, Video & Connected TV, AI Marketing e AI Commerce, che offriranno strumenti, casi reali e strategie applicabili. Su questi temi si confronteranno professionisti ed esperti del settore come Alessio Pomaro (Search On Media Group), Filippo Trocca (Making Science), Giorgio Taverniti (Search On Media Group), Roberto Nardini e Veronica Gentili, insieme a figure e realtà attive nell’ecosistema digitale come Marcello Majonchi (Arduino), Gabriele Pavanello (The Fork) e Luca Castelli (Will Media). A completare il quadro, il programma si sviluppa anche su ambiti come Fintech & Digital Assets, UX & UI, Audio & Visual Production, Legal Tech, Digital Health, Work & HR, EduTech, Journalism, Tourism & Travel, Tech for No Profit e Music & Art, offrendo una lettura integrata delle trasformazioni tra tecnologia, società e sviluppo sostenibile.Tra Mainstage e stage formativi, a portare contributi provenienti dai principali ecosistemi dell’innovazione saranno, tra i già annunciati, anche Aprajita Jain (Google), Marco Pavone (NVIDIA), Francesco Ubertini (CINECA), Federico Menna (28 Dgtl), Pierre-Philippe Mathieu (ESA), Piergiorgio Marini (Philip Morris International) e i rappresentanti di Klarna e Cubbit, per il panel Scaleup for future. Il confronto si estenderà poi alla dimensione culturale e sociale, con la partecipazione del Presidente FIMI (Federazione Industria Musicale Italiana) Enzo Mazza, di Siyabulela Mandela, Pegah Moshir Pour e lo scrittore e drammaturgo Stefano Massini, mentre ulteriore spazio sarà dedicato al mondo della content creation e alla creator economy con i primi creator annunciati Slim Dogs, Jakidale, Le Karma B, Pierluca Mariti (Piuttosto Che), Michele Basile e Beatrice Rigillo.A rafforzare poi la qualità del programma contribuiscono gli stage sviluppati in collaborazione con realtà di riferimento nei rispettivi settori, che porteranno sul palco veri e propri eventi formativi verticali. Tra questi, Backend & Cloud con DEVPUNKS, UX & UI con Architecta, Search & AI con Search Tech e Digital Health con la Fondazione GIMBE, insieme allo stage Content Creators con le due realtà Chimera Agency & Talia Media. Lo stage Social Media Strategies, sarà invece una vera e propria summer edition dell’omonimo e principale evento italiano dedicato ai Social e al Web Marketing, configurandosi come evento formativo dedicato all’interno della manifestazione. Un’offerta che consente ai partecipanti di accedere a contenuti sviluppati con la collaborazione di player attivi nei diversi ambiti, ampliando le opportunità di aggiornamento e confronto su casi concreti, strumenti e best practice.Appuntamento quindi dal 24 al 26 giugno a BolognaFiere per l’evento di riferimento a livello globale per la formazione e l’aggiornamento dei professionisti nei settori AI, Digital Marketing e Tech: è già possibile consultare online l’anteprima del programma formativo e accedere alle offerte ticket per partecipare al WMF 2026, disponibili fino al 24 aprile.WMF – We Make Future è ideato, organizzato e prodotto da Search On Media Group. La manifestazione si svolge con il patrocinio della Commissione Europea, della Regione Emilia-Romagna e del Comune di Bologna, con il supporto del MAECI – Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale, di ICE – Agenzia per la promozione all’estero e l’internazionalizzazione delle imprese italiane e della Regione Emilia-Romagna. Con la collaborazione di BolognaFiere, Cineca ed ESA – European Space Agency.LINK UTILI- Anteprima del Programma formativo- Offerta ticket © Riproduzione riservata tp:writer§§ REDAZIONE guid§§ http://gimbe.telpress.it/news/2026/04/08/2026040802896309091.PDF §---§