title§§ Regioni, rischio gap si parte dalla salute Puglia già in trincea = Si rivede l'Autonomia: i rischi per Sud e Puglia Nuovo colpo alla Sanità
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Estratto da pag. 7 di "NUOVO QUOTIDIANO DI PUGLIA BARI" del 08 Apr 2026
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tp:ocr§§ Regioni, rischio gap si parte dalla salute Puglia già in trincea Si rivede l’Autonomia: i rischi per Sud e Puglia Nuovo colpo alla Sanità Scontro tra Regioni Le intese preliminari di Veneto, Lombardia, Liguria e Piemonte nonostante la sentenza della Consulta: i “no-Lep” e l’escamotage. Puglia sul fronte critico Francesco G. GIOFFREDI C’ è uno spettro che s’aggira in Regione. E spaventa, tanto. È uno spettro “di ritorno”, uno di quei temi carsici che scompaiono e riaffiorano a fasi alterne nel dibattito pubblico: si tratta dell’Autonomia differenziata, cioè il trasferimento di ulteriori funzioni e per A pag.7 specifiche materie alle Regioni (...). Francesco G. GIOFFREDI C’è uno spettro che s’aggira in Regione. E spaventa, tanto. È uno spettro “di ritorno”, uno di quei temi carsici che scompaiono e riaffiorano a fasi alterne nel dibattito pubblico: si tratta dell’Autonomia differenziata, cioè il trasferimento di ulteriori funzioni e per specifiche materie alle Regioni che ne facciano richiesta, secondo il perimetro e le modalità scandite dalla Costituzione. Ora, e nonostante la frenata imposta nel 2024 dalla Corte costituzionale, l’Autonomia si riaffaccia a fari spenti, può indirettamente far saltare il banco e aumentare il gap tra Nord e Sud. Soprattutto in materia di Sanità: un campo minato, e la Puglia ne sa qualcosa tra deficit (da 369 milioni), carenza di personale, offerta da ridisegnare. L’Autonomia differenziata di una quota di Regioni settentrionali rischia d’essere allora il colpo di grazia. In che modo la “risalita” dell’Autonomia differenziata approfondirebbe il divario sanitario? Esempi concreti, pescati dal documento elaborato in Regione Puglia: tariffe di rimborso “sartoriali”, che farebbero da attrattore di professionisti medici verso le Regioni più ricche; fondi sanitari integrativi che consoliderebbero una sanità a due velocità; e, nel complesso, una crescente asimmetria dell’offerta sanitaria che incrementerebbe i flussi di mobilità passiva, e cioè i viaggi dei pazienti in massa dal Sud verso il Nord. Con esborsi per le Regioni meridionali, e ulteriore aggravio sulle pericolanti casse pugliesi (la mobilità passiva in Puglia è schizzata intanto a 345 milioni). Nei giorni scorsi la Conferenza unificata (che include Regioni, Anci e Upi) ha dato il via libera alle intese preliminari per Lombardia, Veneto, Piemonte e Liguria. Quasi un fulmine a ciel sereno. Del resto, il treno dell’Autonomia differenziata non era stato perentoriamente stoppato dalla Corte costituzionale, con la sentenza 192 del 2024? Sì: la Consulta aveva chiarito che qualsiasi devoluzione di funzioni alle Regioni in grado di impattare sui diritti civili o sociali impone comunque la fissazione preventiva dei Lep, cioè dei Livelli essenziali delle prestazioni: sono una “rete di protezione”, la garanzia costituzionale che ogni cittadino, a qualsiasi latitudine, possa godere degli stessi diritti fondamentali e dello stesso standard minimo di servizi. Senza Lep, la partita rischia d’essere truccata. E i Lep, ad oggi, non ci sono. E allora? Su cosa poggiano questi quattro accordi preliminari con Lombardia, Veneto, Piemonte e Liguria? Su un punto, non l’unico: le pre-intese incidono sui cosiddetti no-Lep, dunque su materie non comprese nei Lep, almeno all’apparenza. Perché in realtà le pre-intese trattano il “coordinamento della finanza pubblica” anche in tema di “tutela della salute”. E quindi gli effetti sono sostanziali, come se fossero Lep. In Conferenza delle Regioni la Puglia di Antonio Decaro, insieme con la Campania, s’è messa alla testa del pacchetto di amministrazioni di centrosinistra contrarie a questa brusca, e per certi versi inattesa, accelerazione. Fronte spaccato, in tre blocchi: i favorevoli (le Regioni a guida centrodestra del Nord), i favorevoli ma con postille (le Regioni di centrodestra del Sud, che vincolano l’ok alle pre-intese all’uscita rapida e certa dai Piani di rientro sanitari), i contrari (le amministrazioni a guida centrosinistra). Parere negativo di Anci (i Comuni) e positivo dell’Upi (le
Province). Ora, sarà una legge statale eventualmente ad accelerare, ad assorbire le pre-intese e a incanalare l’iter verso questa forma di Autonomia soft. O almeno, “soft” solo sulla carta e all’apparenza. La Puglia, con un dettagliato documento di osservazioni curate dal capo di Gabinetto Davide Pellegrino, ha sollevato dubbi di metodo e merito. Per prima cosa, definire come no-Lep una materia non impone automatismi, e insomma andrebbero valutati comunque funzione per funzione gli impatti sui diritti civili e sociali. E poi la Corte costituzionale ha escluso il ricorso alla spesa storica come criterio per finanziare le funzioni oggetto di trasferimento: dovrebbero contare i fabbisogni di spesa effettivi, senza cristallizzare le risorse assegnate in passato. Altro esempio, diverso dalla Sanità: in materia di Protezione civile, i dati sulle compartecipazioni regionali ai costi sono – spiegano dalla Puglia – «irrisori», lo 0,15% del totale per il Veneto e lo 0,35% per la Liguria. Ma, in questa fase e non solo, è sulla Sanità che si gioca la partita e si misura il potenziale, maggiore gap. E c’è un “trucchetto”, denuncia la Puglia e non solo, che ha fatto rientrare dalla finestra l’Autonomia differenziata temporaneamente uscita dalla porta (per ora chiusa dalla Corte costituzionale): l’ultima Legge di bilancio ha equiparato i Lep (non ancora definiti) ai Lea (Livelli essenziali di assistenza, in materia sanitaria) del 2017. Tuttavia «senza nemmeno fissare i costi standard e garantire il finanziamento necessario». Inoltre, rileva sempre la Regione, il nuovo tariffario sanitario nazionale adottato nel 2024 è stato parzialmente annullato dal Tar nei mesi scorsi, il che impedirebbe di fissare economicamente gli stessi Lea. Si tratta peraltro di concetti ben distinti nella loro essenza: i Lep sono un vincolo costituzionale, una soglia critica di prestazioni necessarie; i Lea sono uno strumento operativo, un elenco di prestazioni che le Regioni devono erogare. Va da sé che, senza Lep e con il caos sui Lea, devolvere ad alcune Regioni funzioni in materia sanitaria equivale ad ampliare i divari. E su questo punto, di recente, ha battuto forte anche la Fondazione Gimbe: «In sanità qualsiasi discussione sui Lep non può prescindere da una valutazione delle attuali diseguaglianze regionali nei Lea, ovvero le prestazioni e i servizi che il Servizio sanitario nazionale è tenuto a fornire a tutti. Il monitoraggio del ministero tramite gli indicatori del Nuovo sistema di garanzia fotografa profonde differenze. Nel 2023 (ultimo anno disponibile) ben 8 Regioni risultano non adempienti ai Lea non raggiungendo la soglia minima di 60 punti su 100 in almeno una delle tre macro-aree: prevenzione, distrettuale e ospedaliera. Inoltre, sommando i punteggi, a fronte di una media di 226 punti su 300, esistono divari molto marcati: Veneto e Toscana superano i 280, mentre altre Regioni non raggiungono i 200 punti, in particolare nel Mezzogiorno. Infine, in ciascuna macro-area, il divario tra le Regioni con le migliori performance e quelle in maggiore difficoltà supera i 40 punti». Ma l’entità delle disuguaglianze, spiegano da Gimbe, «è largamente sottostimata». Le quattro pre-intese, argomenta il documento della Puglia, «consentono alle Regioni trattanti di definire tariffe di rimborso e remunerazioni diverse da quelle nazionali, a carico del proprio bilancio. Il rischio e che ciò generi Lea differenziati “di fatto” tramite tariffe. In altri termini, tariffe più alte possono attrarre strutture e professionisti, con effetti indiretti sui tempi di attesa e sulla qualità dell’offerta rispetto ad altre Regioni». In sostanza, è una forma di «dumping territoriale al rialzo», una specie di concorrenza sleale. Stessi rischi con i fondi sanitari integrativi, che già tracciano un divario Nord-Sud: «L’ulteriore rafforzamento dei fondi nelle Regioni più “ricche” e con servizi migliori può consolidare una sanità “a due velocità”, pur formalmente rispettosa dei Lea, senza che si dia luogo a politiche di compensazione», visto che oltretutto la perequazione pr
evista dall’articolo 119 della Costituzione è inattuata. Scompensi a catena, che ora rischiano di moltipli ---End text--- Author: Francesco G GIOFFREDI Heading: Scontro tra Regioni Le intese preliminari di Veneto, Lombardia, Liguria e Piemonte nonostante la sentenza della Consulta: i “no-Lep” e l’escamotage. Puglia sul fronte critico Highlight: Image:L’autonomia differenziata Punteggio totale adempimenti LEA Anno 2023 Veneto Toscana Emilia-Romagna Prov. Aut. Trento Piemonte Lombardia Umbria Marche Friuli Venezia Giulia Puglia Liguria* Lazio Campania Prov. Aut. Bolzano* Molise* Sardegna Basilicata* Abruzzo* Calabria* Sicilia* Valle d'Aosta* 288 286 278 278 270 257 257 248 235 228 219 216 206 202 193 192 189 182 177 173 165 *Regione inadempiente secondo il Nuovo Sistema di Garanzia (NSG) -tit_org- Regioni, rischio gap si parte dalla salute Puglia già in trincea Si rivede l'Autonomia: i rischi per Sud e Puglia Nuovo colpo alla Sanità -sec_org-
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Estratto da pag. 7 di "NUOVO QUOTIDIANO DI PUGLIA BARI" del 08 Apr 2026
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Province). Ora, sarà una legge statale eventualmente ad accelerare, ad assorbire le pre-intese e a incanalare l’iter verso questa forma di Autonomia soft. O almeno, “soft” solo sulla carta e all’apparenza. La Puglia, con un dettagliato documento di osservazioni curate dal capo di Gabinetto Davide Pellegrino, ha sollevato dubbi di metodo e merito. Per prima cosa, definire come no-Lep una materia non impone automatismi, e insomma andrebbero valutati comunque funzione per funzione gli impatti sui diritti civili e sociali. E poi la Corte costituzionale ha escluso il ricorso alla spesa storica come criterio per finanziare le funzioni oggetto di trasferimento: dovrebbero contare i fabbisogni di spesa effettivi, senza cristallizzare le risorse assegnate in passato. Altro esempio, diverso dalla Sanità: in materia di Protezione civile, i dati sulle compartecipazioni regionali ai costi sono – spiegano dalla Puglia – «irrisori», lo 0,15% del totale per il Veneto e lo 0,35% per la Liguria. Ma, in questa fase e non solo, è sulla Sanità che si gioca la partita e si misura il potenziale, maggiore gap. E c’è un “trucchetto”, denuncia la Puglia e non solo, che ha fatto rientrare dalla finestra l’Autonomia differenziata temporaneamente uscita dalla porta (per ora chiusa dalla Corte costituzionale): l’ultima Legge di bilancio ha equiparato i Lep (non ancora definiti) ai Lea (Livelli essenziali di assistenza, in materia sanitaria) del 2017. Tuttavia «senza nemmeno fissare i costi standard e garantire il finanziamento necessario». Inoltre, rileva sempre la Regione, il nuovo tariffario sanitario nazionale adottato nel 2024 è stato parzialmente annullato dal Tar nei mesi scorsi, il che impedirebbe di fissare economicamente gli stessi Lea. Si tratta peraltro di concetti ben distinti nella loro essenza: i Lep sono un vincolo costituzionale, una soglia critica di prestazioni necessarie; i Lea sono uno strumento operativo, un elenco di prestazioni che le Regioni devono erogare. Va da sé che, senza Lep e con il caos sui Lea, devolvere ad alcune Regioni funzioni in materia sanitaria equivale ad ampliare i divari. E su questo punto, di recente, ha battuto forte anche la Fondazione Gimbe: «In sanità qualsiasi discussione sui Lep non può prescindere da una valutazione delle attuali diseguaglianze regionali nei Lea, ovvero le prestazioni e i servizi che il Servizio sanitario nazionale è tenuto a fornire a tutti. Il monitoraggio del ministero tramite gli indicatori del Nuovo sistema di garanzia fotografa profonde differenze. Nel 2023 (ultimo anno disponibile) ben 8 Regioni risultano non adempienti ai Lea non raggiungendo la soglia minima di 60 punti su 100 in almeno una delle tre macro-aree: prevenzione, distrettuale e ospedaliera. Inoltre, sommando i punteggi, a fronte di una media di 226 punti su 300, esistono divari molto marcati: Veneto e Toscana superano i 280, mentre altre Regioni non raggiungono i 200 punti, in particolare nel Mezzogiorno. Infine, in ciascuna macro-area, il divario tra le Regioni con le migliori performance e quelle in maggiore difficoltà supera i 40 punti». Ma l’entità delle disuguaglianze, spiegano da Gimbe, «è largamente sottostimata». Le quattro pre-intese, argomenta il documento della Puglia, «consentono alle Regioni trattanti di definire tariffe di rimborso e remunerazioni diverse da quelle nazionali, a carico del proprio bilancio. Il rischio e che ciò generi Lea differenziati “di fatto” tramite tariffe. In altri termini, tariffe più alte possono attrarre strutture e professionisti, con effetti indiretti sui tempi di attesa e sulla qualità dell’offerta rispetto ad altre Regioni». In sostanza, è una forma di «dumping territoriale al rialzo», una specie di concorrenza sleale. Stessi rischi con i fondi sanitari integrativi, che già tracciano un divario Nord-Sud: «L’ulteriore rafforzamento dei fondi nelle Regioni più “ricche” e con servizi migliori può consolidare una sanità “a due velocità”, pur formalmente rispettosa dei Lea, senza che si dia luogo a politiche di compensazione», visto che oltretutto la perequazione pr
evista dall’articolo 119 della Costituzione è inattuata. Scompensi a catena, che ora rischiano di moltiplicarsi. © RIPRODUZIONE RISERVATA ---End text--- Author: Francesco G GIOFFREDI Heading: Scontro tra Regioni Le intese preliminari di Veneto, Lombardia, Liguria e Piemonte nonostante la sentenza della Consulta: i “no-Lep” e l’escamotage. Puglia sul fronte critico Highlight: Image:L’autonomia differenziata Punteggio totale adempimenti LEA Anno 2023 Veneto Toscana Emilia-Romagna Prov. Aut. Trento Piemonte Lombardia Umbria Marche Friuli Venezia Giulia Puglia Liguria* Lazio Campania Prov. Aut. Bolzano* Molise* Sardegna Basilicata* Abruzzo* Calabria* Sicilia* Valle d'Aosta* 288 286 278 278 270 257 257 248 235 228 219 216 206 202 193 192 189 182 177 173 165 *Regione inadempiente secondo il Nuovo Sistema di Garanzia (NSG) -tit_org- Aggiornato - Regioni, rischio gap si parte dalla salute Puglia già in trincea Si rivede l'Autonomia: i rischi per Sud e Puglia Nuovo colpo alla Sanità -sec_org-
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title§§ Con la scusa della guerra ci riprovano col lockdown = Si rivedono i nostalgici del lockdown al grido: meno benzina e vigile attesa
link§§ http://gimbe.telpress.it/news/2026/04/08/2026040802154601658.PDF
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Estratto da pag. 3 di "VERITÀ" del 08 Apr 2026
Dai presidi a cartabellotta, fino alla commissione ue: in nome del caro-energia riecco il partito del «tutti a casa» uno scenario non sgradito a conte, il quale con la vittoria del no sogna di tornare a rinchiuderci a colpi di dpcm
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tp:ocr§§ CON LA SCUSA DELLA GUERRA CI RIPROVANO COL LOCKDOWN Dai presidi a Cartabellotta, fino alla Commissione Ue: in nome del caro-energia riecco il partito del «tutti a casa» Uno scenario non sgradito a Conte, il quale con la vittoria del No sogna di tornare a rinchiuderci a colpi di Dpcm Polonia, Spagna & C.: tutti i Paesi che hanno sfidato l’eurodiktat sulle accise IL NUOVO MOTTO È: MENO BENZINA E VIGILE ATTESA Si rivedono i nostalgici del lockdown al grido: meno benzina e vigile attesa Dall’Unione europea ai medici orfani delle chiusure, come Cartabellotta, fino ai docenti: sempre più voci chiedono di richiudere tutto contro la crisi energetica. Affidando magari la pratica a «mister Dpcm» Conte n C’è un pezzo d’Europa, e anche d’Italia, che fa il tifo per il lockdown. Quel periodo in cui, a causa del Covid, alle persone era impedito di uscire, si consumava poco gasolio e ancora meno benzina, i negozi erano chiusi e le aziende lavoravano (...) segue a pagina 3 GIUSEPPE LITURRI a pagina 4 Segue dalla prima pagina di MAURIZIO BELPIETRO te della fondazione Gimbe ha scritto parole ottimistiche, cui mancava solo l’invito a predisporsi a un prossimo decesso: «Bisogna preparare il Paese a uno shock energetico di lunga durata e disincentivare i consumi. Non spacciare per cura l’ennesimo decreto cerotto». Che cosa c’entri il gastroenterologo Cartabellotta con la guerra e il blocco delle petroliere in uscita dallo stretto di Hormuz non è dato sapere, ma pare evidente che, come molti suoi colleghi, lo «scienziato» sia in crisi da astinenza tv e dunque la crisi energetica gli faccia intravedere la possibilità di tornare ad apparire nei talk show. Si capisce anche il suggerimento del presidente dell’Anief, Marcello Pacifico. L’associazione riunisce insegnanti e formatori, perciò il sindacalista non si è trattenuto dal suggerire al governo e al Parlamento l’adozione della ormai mitica Dad, didattica a distanza, che consentiva ai docenti di tenere lezioni dal salotto di casa in tuta sportiva se non addirittura in pigiama. «La crisi energetica, con ripercussioni sul costo dei carburanti, potrebbe portare l’Italia entro giugno a un tasso di inflazione altissimo», dunque, ha spiegato Pacifico, «per frenare il costo della vita si potrebbe valutare il collocamento dei lavoratori pubblici in smart working». Insomma, tutti a casa in pantofole anziché in cattedra, anche se, dopo aver lanciato il sasso, il presidente Anief precisa che la scuola dovrà essere l’ultima a chiudere, ma si sa che è sempre meglio prevenire che curare. Nel frattempo, per alleggerire il clima di pessimismo che aleggia sull’ec onom ia europea, Bruxelles ci tiene a ribadire non soltanto che non sono previsti allentamenti del patto di stabilità, cioè nessuna deroga ai vincoli di bilancio, ma che sia a livello comunitario che per quanto riguarda i singoli Stati sono vietati i tagli alle accise. In altre parole, l’Unione sposa la linea Cartabellotta, dicendo che i consumatori devono soffrire e anche un po’ morire. Negando qualsiasi possibilità di sforamento dei parametri di bilancio e respingendo ogni apertura all’idea di tornare a comprare gas russo (scelta super ipocrita, che non tiene conto del fatto che gli Stati europei continuano ad acquistare il Gnl di Putin e il rialzo dei prezzi dei prodotti fossili sta comunque aiutando l’economia di Mosca), l’Europa apre la strada non soltanto all’austerity raccomandata dall’Agenzia internazionale dell’energia, la cui ricetta in sostanza si riduce a meno spostamenti e meno consumo di carburante, ma pure a un futuro lockdown, come quello adottato durante la pandemia. Del resto, a bordo campo si scalda i muscoli uno che in fatto di chiusure se ne intende. Ringalluzzito dalla vittoria del No al referendum sulla giustizia e spinto dalla possibilità di un ricorso alle primarie per la scelta del candidato leader di centrosinistra, Giuseppe Conte accarezza l’idea di tornare a Palazzo Chigi e di riutilizzare i famigerati Dpcm. A motivarli non sarebbe il Covid ma il virus iraniano. Nella malaugurata ipotesi di una vitt
oria del centrosinistra alle prossime elezioni potrebbe tornare anche Roberto Speranza, indimenticato ministro della Salute del periodo 20202022. Lo slogan, ovviamente, non sarebbe più tachipirina e vigile attesa, ma meno benzina e vigile attesa. Perché ciò che conta è stare in casa e avere pazienza, sempre che la morte di cui sopra non arrivi prima. ---End text--- Author: MAURIZIO BELPIETRO Heading: IL NUOVO MOTTO È: MENO BENZINA E VIGILE ATTESA Highlight: Il leader dei 5 stelle, ringalluzzito dal referendum, scalda già i muscoli Negando la possibilità di sforamento del 3% e l’accesso al Gnl russo l’Ue apre all’austerity Image:PRIGIONIERI L’allora presidente del Consiglio, il pentastellato Giuseppe Conte, ai tempi del lockdown del 2020 [Ansa] -tit_org- Con la scusa della guerra ci riprovano col lockdown Si rivedono i nostalgici del lockdown al grido: meno benzina e vigile attesa -sec_org-
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Estratto da pag. 3 di "VERITÀ" del 08 Apr 2026
Dai presidi a cartabellotta, fino alla commissione ue: in nome del caro-energia riecco il partito del «tutti a casa» uno scenario non sgradito a conte, il quale con la vittoria del no sogna di tornare a rinchiuderci a colpi di dpcm
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tp:ocr§§ CON LA SCUSA DELLA GUERRA CI RIPROVANO COL LOCKDOWN Dai presidi a Cartabellotta, fino alla Commissione Ue: in nome del caro-energia riecco il partito del «tutti a casa» Uno scenario non sgradito a Conte, il quale con la vittoria del No sogna di tornare a rinchiuderci a colpi di Dpcm Polonia, Spagna & C.: tutti i Paesi che hanno sfidato l’eurodiktat sulle accise Si rivedono i nostalgici del lockdown al grido: meno benzina e vigile attesa Dall’Unione europea ai medici orfani delle chiusure, come Cartabellotta, fino ai docenti: sempre più voci chiedono di richiudere tutto contro la crisi energetica. Affidando magari la pratica a «mister Dpcm» Conte n C’è un pezzo d’Europa, e anche d’Italia, che fa il tifo per il lockdown. Quel periodo in cui, a causa del Covid, alle persone era impedito di uscire, si consumava poco gasolio e ancora meno benzina, i negozi erano chiusi e le aziende lavoravano (...) segue a pagina 3 GIUSEPPE LITURRI a pagina 4 Segue dalla prima pagina di MAURIZIO BELPIETRO (...) in smart working, e così anche le emissioni erano ridotte al minimo. Un mondo chiuso per epidemia, che adesso qualcuno a quanto pare rimpiange, vedendo nel «tutti a casa» una soluzione facile per far fronte alle difficoltà imposte dalla guerra in Iran. Il primo a parlare di razionamenti, di limitare viaggi, cioè di restare a casa ma abbassando riscaldamento e condizionamento, è stato Dan Jorgensen, socialdemocratico danese e commissario all’Energia della Ue. Poi sono venuti altri, come ad esempio Nino Cartabellotta, orfano inconsolabile della pandemia, divenuto famoso proprio durante il lockdown. Con un post su X, il presidente della fondazione Gimbe ha scritto parole ottimistiche, cui mancava solo l’invito a predisporsi a un prossimo decesso: «Bisogna preparare il Paese a uno shock energetico di lunga durata e disincentivare i consumi. Non spacciare per cura l’ennesimo decreto cerotto». Che cosa c’entri il gastroenterologo Cartabellotta con la guerra e il blocco delle petroliere in uscita dallo stretto di Hormuz non è dato sapere, ma pare evidente che, come molti suoi colleghi, lo «scienziato» sia in crisi da astinenza tv e dunque la crisi energetica gli faccia intravedere la possibilità di tornare ad apparire nei talk show. Si capisce anche il suggerimento del presidente dell’Anief, Marcello Pacifico. L’associazione riunisce insegnanti e formatori, perciò il sindacalista non si è trattenuto dal suggerire al governo e al Parlamento l’adozione della ormai mitica Dad, didattica a distanza, che consentiva ai docenti di tenere lezioni dal salotto di casa in tuta sportiva se non addirittura in pigiama. «La crisi energetica, con ripercussioni sul costo dei carburanti, potrebbe portare l’Italia entro giugno a un tasso di inflazione altissimo», dunque, ha spiegato Pacifico, «per frenare il costo della vita si potrebbe valutare il collocamento dei lavoratori pubblici in smart working». Insomma, tutti a casa in pantofole anziché in cattedra, anche se, dopo aver lanciato il sasso, il presidente Anief precisa che la scuola dovrà essere l’ultima a chiudere, ma si sa che è sempre meglio prevenire che curare. Nel frattempo, per alleggerire il clima di pessimismo che aleggia sull’ec onom ia europea, Bruxelles ci tiene a ribadire non soltanto che non sono previsti allentamenti del patto di stabilità, cioè nessuna deroga ai vincoli di bilancio, ma che sia a livello comunitario che per quanto riguarda i singoli Stati sono vietati i tagli alle accise. In altre parole, l’Unione sposa la linea Cartabellotta, dicendo che i consumatori devono soffrire e anche un po’ morire. Negando qualsiasi possibilità di sforamento dei parametri di bilancio e respingendo ogni apertura all’idea di tornare a comprare gas russo (scelta super ipocrita, che non tiene conto del fatto che gli Stati europei continuano ad acquistare il Gnl di Putin e il rialzo dei prezzi dei prodotti fossili sta comunque aiutando l’economia di Mosca), l’Europa apre la strada non soltanto all’austerity raccomandata dall’Agenzia internazionale dell’energia, la cui ricetta in s
ostanza si riduce a meno spostamenti e meno consumo di carburante, ma pure a un futuro lockdown, come quello adottato durante la pandemia. Del resto, a bordo campo si scalda i muscoli uno che in fatto di chiusure se ne intende. Ringalluzzito dalla vittoria del No al referendum sulla giustizia e spinto dalla possibilità di un ricorso alle primarie per la scelta del candidato leader di centrosinistra, Giuseppe Conte accarezza l’idea di tornare a Palazzo Chigi e di riutilizzare i famigerati Dpcm. A motivarli non sarebbe il Covid ma il virus iraniano. Nella malaugurata ipotesi di una vittoria del centrosinistra alle prossime elezioni potrebbe tornare anche Roberto Speranza, indimenticato ministro della Salute del periodo 20202022. Lo slogan, ovviamente, non sarebbe più tachipirina e vigile attesa, ma meno benzina e vigile attesa. Perché ciò che conta è stare in casa e avere pazienza, sempre che la morte di cui sopra non arrivi prima. ---End text--- Author: MAURIZIO BELPIETRO Heading: Highlight: Negando la possibilità di sforamento del 3% e l’accesso al Gnl russo l’Ue apre all’austerity Il leader dei 5 stelle, ringalluzzito dal referendum, scalda già i muscoli Image:PRIGIONIERI L’allora presidente del Consiglio, il pentastellato Giuseppe Conte, ai tempi del lockdown del 2020 [Ansa] -tit_org- Aggiornato - Con la scusa della guerra ci riprovano col lockdown Si rivedono i nostalgici del lockdown al grido: meno benzina e vigile attesa -sec_org-
tp:writer§§ MAURIZIO BELPIETRO
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§---§
title§§ Morte Astori, medico sportivo condannato a un anno per falso
link§§ http://gimbe.telpress.it/news/2026/04/08/2026040803151206476.PDF
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Estratto da pag. 11 di "AVVENIRE" del 08 Apr 2026
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tp:ocr§§ Morte Astori, medico sportivo condannato a un anno per falso Condannato a 1 anno per un certificato medico falso, retrodatato di due anni dal 2019 al 2017. Così la motivazione della sentenza del tribunale di Firenze che condannò il 13 giugno 2025 il professor Giorgio Galanti a 1 anno per falso ideologico e, per lo stesso reato, a otto mesi la dottoressa Loira Toncelli e il professor Pietro Amedeo Modesti, questi accusato anche di “distruzione di atto vero”. Sono le condanne della seconda inchiesta sulla morte del capitano della Fiorentina, Davide Astori, deceduto il 4 marzo 2018 in hotel nel ritiro prepartita per la trasferta di Udine. Il primo processo ci fu per omicidio colposo e Galanti, direttore della Medicina dello Sport di Careggi, prese anche lì 1 anno di condanna con sentenza definitiva in Cassazione. Ora si leggono le motivazioni di primo grado del processo per falso. ---End text--- Author: Redazione Heading: Highlight: Image: -tit_org- Morte Astori, medico sportivo condannato a un anno per falso -sec_org-
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§---§
title§§ Schillaci in fuga dai meloniani Ipotesi Forza Italia
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Estratto da pag. 8 di "DOMANI" del 08 Apr 2026
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tp:ocr§§ dai meloniani . Ipotesi Forza Italia In rotta con Fratelli d'Italia che lo aveva scelto per evitare una nomina berlusconianaal ministero Corteggiato da Forza ltalia che potrebbe garantirgli un futuro al San Donato Non è passato molto tempo da quando fonti vicine al segretario di Forza Italia, e ministro degli esteri Antonio Tajani, facevanotrapelare con insistenza indiscrezioni suun imminente approdo del ministro della salute OrazioSchillaci nelle file azzurre. Un corteggiamento reciproco, nato dalla necessità del ministro di trovare una sponda politica solida mentre il terreno sotto i suoi piedi cominciavaa franare. Orazio Schillaci, il tecnico scelto per stabilizzare uno dei dicasteri più complessi dopo l'era Speranza e il Covid, vive oggi un isolamento politico. La sua nomina, avvenuta nell'ottobre 2022, non è stata il frutto di una visione programmatica sulla sanità, ma di una scelta di Francesco Lollobrigida. In quella fase aveva lanecessità di neutralizzarele pretese di Silvio Berlusconi, che reclamava il ministero della Salute per Licia Ronzulli. Schillaci, allora rettore di Tor Vergata, rappresentava il profilo perfetto: un accademico di area, rispettato ma privo di una propria base elettorale, utileadiredi noad Arcoresernza innescareuna-crisi di governo immediata. Ma dopo qualche anno quando il ministro ha tentato di rivendicare un'autonomia tecnica che malsi conciliava con le urgenze ideologiche del partito, è iniziato il logoramento del rapporto con Fratelli d'Italia. Il primo strappo netto risale all'agosto 2025, con il caso della commissione Vaccini. Schillaci in quell'occasione dopo aver revocato le nomine di profili vicini al mondo no-vax viene abbandonato dalla destra ma non da Forza Italia. Sentendosi così delegittimato, il ministro avrebbe avviato una manovra di riposizionamernto verso gli azzurri, cercando in Antonio Tajani una sponda solida per proteggere il proprio ruolo. Un corteggiaImento diventato plastico il 15 gennaio 2026 nella sala Colletti della Camera: per presentare la riforma sulle liste d'attesa e sulle incompatibilità dei medici, Schillaci si è fatto scortare dal gotha azzurro al completo — Antonio Tajani, Paolo Barelli, Maurizio Gasparri e Letizia Moratti — trasformando una conferenza tecnica in un direttorio politico forzista. Ma l'abbraccio di Tajani potrebbe comunque rivelarsi un vicolocieco: gli azzurri, pur incassando il suo appoggio, hanno già pronti i nomi per un eventuale successione, dalla stessa Letizia Moratti l'eurodeputata e presidente della Consulta di Forza Italia fino all'insospettabile Filippo Anelli, presidente della Fnomceo. Ad inasprire ulteriormente i rapporti con Fratelli d'Italia è stato poi l'ultimo scontro con Marcello Gemmato. Mentre Schillaci cercava asilo politico, il conflitto interno al dicastero con il sottosegretario, fedelissimo della Premier evero "ministro ombra", esplodeva sulla governance farmaceutica. Il punto di non ritorno è stato 1'11 febbraio 2026: quandosSchillaci ha inviato una durissima lettera ai vertici dell’Aifa — da lui nominati maormai vicini a Gemmato — chiedendo conto di uno sforaImento della spesa farmaceutica da 2,85 miliardi di euro. La replica di Gemmato è stata una nota «riservata», in cui invitava Schillaci a una revisione della governance da lui stesso nominata, proponendo un confronto che si è poi concluso con una pace di facciata nella sededi Fratelli d'Italia. Lo stesso Gemmato, potente farmacista che proprio qualchegiorno fa, ha dichiarato di puntare a spostare il 90 per cento della distribuzione diretta dei farmaci dalle farmacie ospedaliere alle farmacie convenzionate, pubbliche e private. Oggi Schillaci è un ministro senza copertura finanziaria, lasciato solo a difendere una legge di bilancio che ha starnziatorisorse giudicate insufficienti persino dai governatori regionali di centrodestra. In questo scenario di solitudine politica, le indiscrezioni parlamentari descrivono un uomo già proiettato verso il “dopo”. La via d'uscita potrebbe essere tracciata verso Milano, con l'incarico di retto
re Università Vita-Salute San Raffaele, 0ggi ricoperto da Enrico Gherlone. Il passaggio alla guida del tempio della sanità privata lombarda, mediato magari dai vertici di Forza Italia che mantengono legami solidissimi con il Gruppo San Donato, rappresenterebbe la “buona uscita” ideale: un approdo accademico di prestigio. Si chiuderebbe così la parabola di un tecnico voluto da Lollobrigida, corteggiato da Forza Italia, ma che oggi si ritrova solo, a cercare una via d'uscita decorosa da un governo in bilico tra ipotesi di rimpasto e lo spettrodelleelezioni anticipate, ---End text--- Author: LINDA DI BENEDETTO Heading: Highlight: Image: Il ministro Orazio Schillaci ANSA -tit_org- Schillaci in fuga dai meloniani Ipotesi Forza Italia -sec_org-
tp:writer§§ LINDA DI BENEDETTO
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§---§
title§§ Il buco nero delle case di comunita
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Estratto da pag. 8 di "PANORAMA" del 08 Apr 2026
pubDate§§ 2026-04-08T04:11:00+00:00
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category§§ POLITICA SANITARIA
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tp:ocr§§ IL BUCO NERO DELLE CASE DI COMUNITÀ D di Maddalena Bonaccorso ovevano essere la svolta della sanità pubblica, il pilastro della medicina territoriale, “il lascito” agli italiani del governo guidato da Giuseppe Conte e dell’allora ministro della Salute Roberto Speranza. Invece, le Case di comunità sembrano una sorta di buco nero, che va a sommarsi all’impatto negativo provocato dal Superbonus sui conti pubblici (oltre 131 miliardi di euro; vedere servizio a pagina 20) e alla questione delle forniture di mascherine cinesi arrivate ai sanitari durante le prime fasi della pandemia sulla quale si sta indagando in Commissione Covid. Strutture progettate nell’ambito della riforma per il rafforzamento dell’assistenza sul territorio, avviata durante il governo giallo-rosso e poi definita con il Decreto ministeriale n. 77 del 2022, le Case di comunità miravano a essere il primo punto di accesso al Servizio sanitario nazionale: più efficienti e accessibili dei medici di base, e meglio attrezzate. Finanziate con circa 2 miliardi di euro del Piano di ripresa e resilienza, sezione Missione 6 Salute (che “vale” più di 15 miliardi, l’8 per cento dell’intero importo del Pnrr), al loro interno dovrebbero cooperare medici, infermieri e altri professionisti, con l’obiettivo di offrire visite, esami e gestione delle cronicità, allo scopo di evitare il ricorso improprio a ospedali e Pronto soccorso: questi ultimi perennemente in affanno, sovraffollati e di conseguenza rischiosi. In teoria, le Case di comunità (divise in Hub e Spoke, le prime più complete e le seconde con meno servizi) dovevano quindi essere un modello pensato per portare la sanità “sotto casa”; in pratica, si avviano a essere un grande flop. Lo hanno appena messo nero su bianco i dati di Agenas, l’ente pubblico che valuta le prestazioni sanitarie. Secondo il monitoraggio del primo semestre 2025, su 1.723 Case della comunità programmate in Italia e da realizzare entro giugno 2026, solo 660 (il 38%) risultano attive con almeno un servizio funzionante. Appena 46 strutture, meno del 3%, rispettano gli standard previsti dal Decreto ministeriale n. 77 del 2022, garantendo la presenza di medici e infermieri e di tutti i servizi obbligatori. Peggio ancora: circa 172 offrirebbero i servizi solo sulla carta, senza la presenza stabile del personale sanitario, elemento che ne invalida l’efficacia. Del resto, in un Paese dove già oggi mancano quasi 6 mila medici di base (oltre a specialisti in discipline come anestesia, chirurgia e medicina di emergenza) e 65 mila infermieri, come si poteva pensare di riempire di professionalità queste nuove «invenzioni»? Il paradosso però è un altro. «Tutti sapevamo, e in molti l’abbiamo ribadito pubblicamente, che queste strutture, così come sono state ideate, non avrebbero mai potuto funzionare», dice a Panorama Roberto Carlo Rossi, presidente dell’Ordine dei medici chirurghi e odontoiatri di Milano. «Viene da chiedersi come siano state prese certe decisioni: qualsiasi professionista con un minimo di esperienza nell’organizzazione sanitaria avrebbe potuto prevedere gli esiti di una simile impostazione. In Sanità, tutto si gioca sugli indicatori e sugli obiettivi che si fissano all’inizio: se sbagli quelli, inevitabilmente fallisci in tutto il resto, e poi rimediare è quasi impossibile». Pertanto, quando tra la fine del 2020 e l’inizio del 2021 Roberto Speranza annunciava questa «rivoluzione» - che poi avrebbe appunto trovato il suo inquadramento tecnico nel DM77 - era già evidente quali e quante sarebbero state le criticità. Nel novembre del 2022 noi di Panorama già definivamo queste strutture «i non luoghi della salute», oltre che «una falsa soluzione», raccogliendo le testimonianze di Ordini, sindacati, medici… tutti concordi, forse sarebbe bastato ascoltarli. Fa quindi specie sentir risuonare forte, ma solo adesso, la voce della senatrice pentastellata Mariolina Castelleone, per giunta anche medico, che a poche ore dalla presentazione del report Agenas se la prende con il governo attuale e dichiara che «Case e ospedali di comuni
tà rischiano di diventare cattedrali nel deserto: un fallimento che non può essere minimizzato». Più che rischiare di diventarlo, infatti, possiamo dire che cattedrali nel deserto lo sono per nascita, per idea e per decreto. Ma al di là dei tanti soldi investiti in quelle che appaiono per la maggior parte scatole vuote (senza contare l’ulteriore miliardo destinato agli Ospedali di comunità, anch’essi in ritardo) il danno prodotto è più profondo: un tradimento del patto sociale che rischia di aumentare la sfiducia dei cittadini nei confronti della sanità e quella dei medici, che già peraltro abbandonano il Ssn, nell’ennesima rivoluzione promessa e poi mancata. «Il risultato infatti è fallimentare non solo nei confronti degli utenti, ma anche del sistema ospedaliero», conferma Guido Quici, presidente di Cimo (Coordinamento italiano medici ospedalieri). «Le Case di comunità dovrebbero funzionare soprattutto da filtro, evitando accessi impropri. Ma se il cittadino vi si rivolge e non trova risposte, non riesce a essere visitato perché non ci sono medici, dopo una o due esperienze negative smette di andarci: e si rivolge direttamente al Pronto soccorso. È un cortocircuito, prevedibile fin dall’inizio». Ne siamo stati testimoni: nella tarda serata di un mercoledì di marzo, la Casa di comunità di Monreale (quasi 39 mila abitanti, cittadina turistica a pochi chilometri da Palermo) è deserta. La struttura, costata 906 mila euro di fondi Pnrr, è stata inaugurata lo scorso 12 gennaio, e le dichiarazioni dell’assessore alla Salute della Regione siciliana Daniela Faraoni erano state roboanti: il presidio medico sarebbe servito soprattutto a decongestionare i Pronto soccorso di Palermo, che fanno costantemente registrare indici di sovraffollamento molto elevati (in alcuni casi superiori al 300 per cento), tempi di attesa biblici e centinaia di pazienti costretti a stazionare in barella per giorni. Ma dopo nemmeno due mesi dal taglio del nastro, davanti al paziente fuori sede (quindi impossibilitato a rivolgersi al medico di base) che suona alla porta della Casa di comunità con servizio di «continuità assistenziale» dalle 20 alle 8 di mattina, in pratica l’ex Guardia medica notturna - per un dolore al fianco, l’unico medico in servizio allarga le braccia. Per capire se c’è un problema che potrebbe rapidamente peggiorare non c’è altra possibilità se non il... Pronto soccorso. Già, perché qui, dopo una spesa di quasi un milione di euro non è possibile nemmeno fare un’ecografia di base, che in pochi minuti potrebbe dirimere i dubbi. Il Ps più vicino è quello dell’Ospedale Ingrassia di Palermo, che da Monreale dista pochi chilometri: siamo nella regione dove è appena scoppiato l’ennesimo scandalo, legato a un report sullo stato dell’arte dei reparti di emergenza-urgenza, che è stato oggetto di un’interrogazione ministeriale da parte del vicepresidente della Camera Giorgio Mulè (Forza Italia). Le informazioni contenute in questo dossier, infatti, non sono mai state rese pubbliche e secondo le indiscrezioni potrebbero rivelarsi scottanti. L’Ingrassia, comunque, alle 22 registra un indice di sovraffollamento di quasi il 300 per cento. La situazione all’interno del Ps deve essere talmente problematica che tre pazienti in barella, due dei quali con le flebo attaccate, sono stati posizionati al centro della sala d’attesa aperta al pubblico: una situazione che appare lesiva della dignità umana, e tutto mentre la casa di comunità nuova di zecca era - appunto - deserta. Suonando al citofono del Pronto soccorso non risponde nessuno, evidentemente il personale presente sta seguendo i casi più gravi: il monitor segnala 14 pazienti in attesa e 18 in terapia, due sono codici rossi. Sappiamo cosa vuol dire: inutile aspettare, si farebbe mattina. «In pratica, per quello che possiamo vedere finora, le Case di comunità stanno tragicamente fallendo nel compito di risolvere i bisogni di salute della popolazione», ci dice il primario di un grande ospedale milanese. «Ironicamente, ma non troppo, possiamo dire che sembrano più che altro i “buttadentro”
dei Pronto soccorso: se si presenta da loro un paziente che necessita anche solo di un’ecografia o di un altro semplice esame, non sono attrezzati per eseguirlo, o magari hanno la tecnologia ma non il medico che la sappia usare, e li mandano in ospedale. Ma così, che senso ha?». Nessuno, appunto: e non cambia quasi nulla da un lato all’altro della Penisola, come ci testimoniano diversi pazienti in fila al servizio informazioni della Casa di comunità di via Rugabella, a poche centinaia di metri dal Duomo di Milano. I cartelli, così come le informazioni date dagli addetti del primo piano, contrarie rispetto a quelle fornite dagli impiegati del piano terra, indicano la presenza di un servizio di continuità assistenziale h/24, ma in realtà è attivo solo di notte. I cinque medici di medicina generale presenti - almeno sulla carta ricevono solo i propri assistiti, e solo su appuntamento. Chi pensa di trovarvi la Guardia medica attiva, viene invece indirizzato al Pronto soccorso del Policlinico, che dista solo poche centinaia di metri. Sarebbe tuttavia ingeneroso condannare in toto le Case di comunità, perché in quel 3 per cento dove i servizi sono stati attivati e in parte funzionano, si possono trovare alcuni ambulatori, o magari c’è il centro vaccinale per bambini (quello sì, a Milano era pieno nel giorno della nostra visita) e l’ufficio scelta e revoca del medico, o ancora si programmano gli screening o gli interventi infermieristici domiciliari. Tuttavia, il rapporto costo/beneficio è fortemente a sfavore, e soprattutto non è stato raggiunto lo scopo principe, cioè alleggerire ospedali e reparti di emergenza. Ma alla fine, cosa si può fare per correggere il tiro? «Ora come ora, il problema maggiore sta nella forte resistenza alla riforma manifestata da alcune categorie all’interno del Ssn», rivela Gilberto Turati, ordinario di scienza delle finanze alla Cattolica di Milano e coordinatore della laurea magistrale in healthcare management. «Sono le stesse categorie che in passato hanno bloccato proprio la piena realizzazione di una rete di servizi territoriali. Una resistenza facilitata dalle difficoltà del progetto, che sono a metà strada tra il sociale e il sanitario e quindi richiedono un dialogo tra livelli differenti». Davanti agli allarmi giunti da diversi osservatori, però, il governo ha provato a individuare una soluzione. «Si è cercato, in una delle recenti leggi di bilancio, di destinare fondi per il personale della sanità territoriale», conclude Turati. «Certo, un grande tema rimasto sul tavolo è il contributo dei medici di medicina generale che dovrebbero essere i “protagonisti” della riforma della sanità territoriale: ma qui torniamo al problema di cui sopra, le resistenze al cambiamento. Occorre ingaggiare i giovani, che sono favorevoli alla riforma, e coinvolgere i nuovi medici offrendo corsi di specializzazione nella cura territoriale. Lo stesso vale per gli infermieri». Non è facile. O forse è proprio impossibile. Nel frattempo le cattedrali restano lì, perfettamente capaci, per adesso, di assolvere a una sola funzione: erodere, giorno dopo giorno, la ¦ fiducia della gente. © RIPRODUZIONE RISERVATA ---End text--- Author: Maddalena Bonaccorso Heading: Highlight: Image:Dovevano essere la svolta per la sanità pubblica e invece il “lascito” agli italiani del governo Conte bis e del ministro della Salute Roberto Speranza è un fallimento. Costato 2 miliardi di euro di fondi del Pnrr. “Cattedrali nel deserto” senza medici che erodono ancora di più la fiducia dei cittadini. L’assistenza sul territorio avrebbe bisogno di infermieri e di medici che però mancano anche negli ospedali 10 Panorama 8 aprile 2026 CASE VUOTE, PRONTO SOCCORSO PIENI A lato, il Pronto soccorso dell’Ospedale Ingrassia di Palermo come al solito pieno all’inverosimile, mentre la Casa di comunità di Monreale (a pochi chilometri) è vuota. Come quella di via Rugabella a Milano (nell’altra pagina) che “funziona” solo di notte. Sopra, l’articolo di Panorama del novembre 2022 dove si paventava il flop del progetto del governo Conte
. ARTEFICI DEL PROGETTO Sopra, la senatrice pentastellata Mariolina Castellone e, in alto, il deputato Pd Roberto Speranza, che da ministro della Salute ha promosso le Case di comunità. Ansa, Italy Photo Press, Contrasto, Agf, La commissione Covid sta indagando sulle forniture di mascherine cinesi 14 Panorama 8 aprile 2026 -tit_org- Il buco nero delle case di comunita -sec_org-
tp:writer§§ Maddalena Bonaccorso
guid§§ http://gimbe.telpress.it/news/2026/04/08/2026040803151706481.PDF
§---§
title§§ Sanità, al via il confronto sui contratti 2025-2027
link§§ http://gimbe.telpress.it/news/2026/04/08/2026040803151506475.PDF
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Estratto da pag. 12 di "SOLE 24 ORE" del 08 Apr 2026
pubDate§§ 2026-04-08T04:11:00+00:00
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tp:ocr§§ le convocazioni all’aran Sanità, al via il confronto sui contratti 2025-2027 Riparte la stagione dei rinnovi contrattuali nella sanità. Dopo il via libera lo scorso febbraio alla firma definitiva del contratto dei medici 2022-2024 - che ha portato a 491 euro di aumento lordo mensile da marzo - è ora ai nastri di partenza il tavolo per il nuovo accordo 2025-2027, fortemente atteso dalla categoria perché affronterà i nodi legati, questa volta, alla parte normativa, a partire dalle carriere e le condizioni lavorative. Ma i sindacati avvertono: «Non accetteremo alcun accordo al ribasso». A ripartire sarà anche la contrattazione per il comparto sanità, che riguarda in totale oltre 500mila lavoratori. L'Agenzia per la rappresentanza negoziale delle pubbliche amministrazioni (Aran) ha infatti convocato le organizzazioni sindacali per il 22 e il 29 aprile prossimi. «Con queste convocazioni - spiega il presidente Aran, Antonio Naddeo - apriamo una fase nuova per la gestione del personale della sanità pubblica. Dobbiamo costruire con i sindacati un contratto che dia risposte concrete a chi ogni giorno garantisce servizi essenziali ai cittadini: più attenzione alle condizioni di lavoro, più valorizzazione delle competenze e un’organizzazione capace di sostenere davvero il cambiamento». Intanto, il 17 aprile scenderanno in piazza i lavoratori della sanità privata, senza rinnovo contrattuale da 8 anni, e da 14 anni nel caso dei dipendenti delle Rsa. © RIPRODUZIONE RISERVATA ---End text--- Author: Redazione Heading: Highlight: Image: -tit_org- Sanità, al via il confronto sui contratti 2025-2027 -sec_org-
tp:writer§§ REDAZIONE
guid§§ http://gimbe.telpress.it/news/2026/04/08/2026040803151506475.PDF
§---§
title§§ Per un sistema sanitario di qualità, con accesso equo, finanziariamente sostenibile
link§§ http://gimbe.telpress.it/news/2026/04/08/2026040803151806478.PDF
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Estratto da pag. 15 di "SOLE 24 ORE" del 08 Apr 2026
pubDate§§ 2026-04-08T04:11:00+00:00
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tp:ocr§§ Per un sistema sanitario di qualità, con accesso equo, finanziariamente sostenibile Economia e società/1 P ochi settori delle politiche pubbliche mostrano con tanta chiarezza la qualità delle istituzioni di un Paese quanto la sanità. Dal modo in cui una società organizza l’accesso alle cure dipendono non solo la salute dei cittadini, ma anche la coesione sociale, la fiducia nelle istituzioni e, nel lungo periodo, le prospettive di crescita economica. Oggi i sistemi di welfare si trovano ad affrontare sfide profonde: l’invecchiamento della popolazione, la diffusione delle malattie croniche, il rapido progresso tecnologico e una domanda crescente di servizi sanitari. Si tratta di trasformazioni che mettono sotto pressione modelli costruiti in un contesto demografico ed economico molto diverso da quello attuale. In questo scenario, il Rapporto sulla Sussidiarietà 2025-2026 dedicato alla salute rappresenta un contributo particolarmente utile al dibattito pubblico. Il valore del volume risiede nella qualità dell’analisi e nel chiarimento dei criteri che dovrebbero guidare le decisioni di policy in un settore così delicato. Attraverso dati, evidenze empiriche e riflessioni di scenario, il Rapporto affronta una delle questioni centrali delle politiche pubbliche contemporanee: come conciliare universalità dell’accesso alle cure, qualità dei servizi e sostenibilità finanziaria dei sistemi sanitari. Uno dei meriti principali del lavoro è quello di riportare al centro la natura particolare della sanità nelle economie moderne perché, come viene osservato nell’introduzione del volume, il tema della salute l’accesso come bene comune deve universal rimanere insistentemente al centro dell’agenda pubblica. alle cure Questa osservazione coglie un benefici punto essenziale. La salute non è infatti un bene economico che vanno ordinario. La teoria economica la oltre que definisce un “bene meritorio”, cioè un bene che “non risponde a personal una logica di mercato”, un bene che la collettività ritiene debba essere garantito a tutti indipendentemente dal reddito o dalla capacità di pagare. L’accesso universale alle cure produce infatti benefici che vanno ben oltre il valore individuale delle prestazioni sanitarie e che si riflettono sull’intero sistema sociale ed economico. In questo contesto assume particolare rilevanza il principio di sussidiarietà, uno dei fili conduttori del Rapporto. Giorgio Vittadini ricorda che l’essenza di tale valore-guida è la costruzione del bene di tutti, non solo di una parte, attraverso l’organizzazione di un quadro regolato dall’istituzione, capace di valorizzare il contributo e la collaborazione tra diversi attori, pubblici, privati e non profit. Il Rapporto propone quindi una lettura equilibrata del rapporto tra pubblico e privato nella sanità. e La presenza di una pluralità di produce erogatori può favorire innovazione organizzativa e maggiore capacità di risposta ai o bisogni dei cittadini. Tuttavia, perché questo modello funzioni è llo necessaria una responsabilità e pubblica forte e credibile, capace di orientare l’azione dei diversi soggetti verso obiettivi di interesse generale. La prospettiva indicata dal Rapporto è coerente con una tradizione importante dell’economia dello sviluppo. Come ha sostenuto Amartya Sen, lo sviluppo non può essere misurato soltanto attraverso la crescita del reddito, ma anche attraverso l’espansione delle capacità e delle opportunità delle persone. La salute rappresenta una delle dimensioni fondamentali di queste capacità e costituisce quindi una componente essenziale dello sviluppo umano. Tra le criticità che emergono dallo studio vengono segnalate, ad esempio, le disuguaglianze territoriali nell’accesso ai servizi e le difficoltà di coordinamento tra i diversi livelli dell’assistenza. Dinamiche che, se non affrontate, rischiano di indebolire i principi di universalità ed equità che hanno storicamente caratterizzato il Servizio sanitario nazionale. Questa impostazione richiama anche una riflessione più ampia sul ruolo delle istituzioni nell’economia.
Già Karl Polanyi osservava come che «lasciare il destino degli esseri umani e del loro ambiente naturale alle sole forze del mercato porterebbe alla distruzione della società». Occorre invece sviluppare istituzioni e norme capaci di sostenere forme più ampie di reciprocità sociale. Nel caso della sanità questo aspetto è particolarmente evidente: i benefici di un sistema sanitario efficace non si esauriscono nel rapporto tra chi paga e chi riceve una prestazione, ma si diffondono nell’intera società, rafforzando coesione sociale, fiducia e prosperità collettiva. Particolarmente significativo è anche il richiamo al tema della sostenibilità della spesa sanitaria. Il Rapporto sottolinea infatti che politiche di contenimento dei costi basate su tagli lineari e prive di adeguati strumenti di valutazione della qualità possono produrre effetti negativi sulla capacità di cura del sistema. Si tratta di una considerazione rilevante anche dal punto di vista macroeconomico. Numerosi studi mostrano che sistemi sanitari universali ed efficienti contribuiscono non solo al benessere sociale, ma anche alla crescita economica. Popolazioni più sane partecipano più attivamente alla vita economica, migliorano la produttività del lavoro e riducono nel lungo periodo i costi sociali legati alla malattia. Investire nella sanità significa quindi investire in una delle principali infrastrutture sociali su cui si fonda la prosperità delle economie moderne. Senior Economist Internazional Monetary Fund Le opinioni espresse in questo articolo sono attribuibili esclusivamente all’autore e non rappresentano necessariamente le posizioni del Fondo Monetario Internazionale, del suo Consiglio Esecutivo o del suo management © RIPRODUZIONE RISERVATA ---End text--- Author: Samuele Rosa Heading: Economia e società/1 Highlight: l’accesso universale alle cure produce benefici che vanno oltre quello personale Image:s s -tit_org- Per un sistema sanitario di qualità, con accesso equo, finanziariamente sostenibile -sec_org-
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