title§§ PNRR Salute: riforma sanità territoriale al palo - Il Corriere Nazionale link§§ http://gimbe.telpress.it/news/2026/04/05/2026040501796205245.PDF description§§

Estratto da pag. 1 di "corrierenazionale.net" del 05 Apr 2026

Sulla carta esiste dal 2022. Ha un nome preciso, una dotazione miliardaria, un’architettura definita da un decreto ministeriale. Eppure, a quattro anni dalla…

pubDate§§ 2026-04-05T05:57:00+00:00 arguments§§ http://gimbe.telpress.it/news/2026/04/05/2026040501796205245.PDF category§§ GIMBE subcategory§§ {'domain': ''} source§§ {'href': 'http://gimbe.telpress.it/news/2026/04/05/2026040501796205245.PDF', 'title': 'corrierenazionale.net'} tp:url§§ https://www.corrierenazionale.net/2026/04/05/pnrr-salute-riforma-sanita-territoriale-al-palo/ tp:attach_fn§§ http://gimbe.telpress.it/news/2026/04/05/2026040501796205245.PDF tp:ocr§§ PNRR Salute: riforma sanità territoriale al palo Ambiente, Natura & Salute Solo 66 Case della Comunità su 1.715 sono pienamente operative: obiettivi PNRR a rischio entro il 30 giugno 2026 (ph. autore) Di Giovanni Ierfone Del 5 Aprile 2026 alle ore 07:30 Operative solo 66 Case della Comunità su 1.715: il 37,8% è senza servizi, il 45,5% ne ha almeno uno, appena il 3,9% a pieno regimeSulla carta esiste dal 2022. Ha un nome preciso, una dotazione miliardaria, un’architettura definita da un decreto ministeriale. Eppure, a quattro anni dalla sua istituzione e a tre mesi dalla rendicontazione finale all’Europa, la riforma della sanità territoriale italiana è ancora in gran parte ferma al palo. È l’allarme lanciato dalla Fondazione GIMBE che, attraverso il proprio Osservatorio sul Servizio Sanitario Nazionale, continua a monitorare l’attuazione del piano. Case della Comunità: solo 66 su 1.715 I dati aggiornati al 31 dicembre 2025, elaborati sulla base del report Agenas, sono difficili da leggere senza un certo disagio. Solo 66 Case della Comunità su 1.715 programmate risultano pienamente operative. Il 3,9% del totale. Un dato che certifica come la riforma, a quattro anni dall’adozione del decreto, sia ancora ben lontana dall’essere realmente funzionante. “L’obiettivo è fornire ai cittadini un quadro oggettivo, al riparo da letture strumentali, e lanciare un monito a Governo e Regioni sui rischi che gli inaccettabili ritardi avranno sulla rendicontazione finale” ha dichiarato Nino Cartabellotta, presidente della Fondazione GIMBE. Il 37,8% delle strutture non ha servizi attivi, il 45,5% ne ha almeno uno, solo il 3,9% è pienamente operativo con medici e infermieri (ph. GIMBE)Il quadro è reso ancora più critico dalla carenza di dati e dalla disomogeneità territoriale. Per 649 Case della Comunità (37,8%) le Regioni non hanno dichiarato attivo alcun servizio previsto dal DM 77. Per altre 781 strutture (45,5%) risulta attivo almeno un servizio, ma solo in 285 casi (16,7%) sono stati dichiarati operativi tutti i servizi obbligatori. E anche dove i servizi risultano formalmente presenti, spesso manca il personale, l’elemento decisivo. La piena operatività richiede infatti la presenza di medici e infermieri secondo standard orari precisi, e senza queste figure, le strutture restano, nei fatti, “scatole vuote”. Le differenze tra le Regioni  sono marcate. La quota di Case della Comunità con almeno un servizio attivo supera la media nazionale in dieci territori, dalla Toscana (49,7%) fino alla Valle d’Aosta (100%). Al contrario, Basilicata e Provincia autonoma di Bolzano risultano ferme a zero. Oltre metà delle Case della Comunità pienamente operative si concentra in Lombardia (22) ed Emilia-Romagna (15).   Ospedali di Comunità: zero strutture operativePeggio ancora va per gli Ospedali di Comunità, pensati per alleggerire i pronto soccorso e gestire pazienti non acuti. Su 594 strutture programmate, solo 163 (27,4%) risultano avere almeno un servizio attivo, per un totale di oltre 2.900 posti letto. Ma nessuna, al 31 dicembre scorso, risulta completamente funzionante secondo gli standard previsti: assistenza infermieristica h24, presenza medica quotidiana, case manager, spazi per la riabilitazione. Raggiungere la piena operatività entro giugno, scrive GIMBE, appare “una missione impossibile”. L’unico fronte che mostra progressi consistenti riguarda le Centrali Operative Territoriali (COT), decisive per il coordinamento della presa in carico dei pazienti, che hanno già raggiunto il target europeo: 625 su 657 programmate sono pienamente funzionanti. Ma il tempo stringe. Tra giugno e dicembre 2025, a fronte di 121 nuove Case della Comunità con almeno un servizio attivo, quelle realmente operative con personale m edico e infermieristico sono aumentate solo di 20. Per gli Ospedali di Comunità, nello stesso periodo, l’incremento è stato di appena dieci strutture. Target PNRR rimodulati al ribasso: Case della Comunità da 1.350 a 1.038, COT da 600 a 480, Ospedali di Comunità da 400 a 307 (ph. GIMBE)Fascicolo sanitario: tutto da completareAnche sul versante digitale le difficoltà sono evidenti. Il Fascicolo Sanitario Elettronico 2.0, finanziato con 1,38 miliardi di euro, resta incompleto e poco utilizzato. Al 30 settembre 2025, nessuna Regione mette a disposizione tutte le 20 tipologie di documenti previste: l’Emilia-Romagna arriva a 17, la Puglia si ferma a 11. Il nodo principale, però, è l’adesione dei cittadini. Solo il 44% ha autorizzato medici e operatori a consultare il proprio fascicolo. In Abruzzo e Campania la quota crolla al 2%. In Emilia-Romagna raggiunge il 92%. Nel Mezzogiorno, solo la Puglia supera la media nazionale, attestandosi al 75%. Secondo Cartabellotta, non si tratta solo di un problema tecnico ma di un “fallimento culturale e organizzativo”, alimentato anche dalla diffidenza sulla sicurezza dei dati e da una diffusa difficoltà nell’utilizzo degli strumenti digitali. La scadenza del 30 giugno 2026 si avvicina e, con essa, tre possibili scenari, nessuno dei quali rassicurante. Non raggiungere i target europei e dover restituire i fondi, centrare gli obiettivi grazie alle Regioni più avanzate, ampliando ulteriormente il divario con il resto del Paese; oppure incassare le risorse senza che i cittadini ne vedano i benefici concreti, lasciando in eredità strutture incompiute e una digitalizzazione a macchia di leopardo. “È la più grande occasione per costruire una sanità territoriale efficiente e accessibile”, conclude GIMBE. “Ma senza accelerazioni immediate rischia di trasformarsi in un’occasione sprecata”.  60 SHARES Facebook X RSS Feed Visualizzazioni: 8 #CaseDellaComunità #SanitàTerritoriale #PNRRItalia #SanitàPubblica #RiformaSanitaria Case della Comunità PNRR Last modified: Del 4 Aprile 2026 alle ore 20:40 Previous Story: Crisi energetica, FLP scrive a Meloni e Zangrillo About the Author / Giovanni Ierfone Lascia un commento Annulla rispostaIl tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *Commento * Nome * Email * Sito web ? Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.Solo 66 Case della Comunità su 1.715 sono pienamente operative: obiettivi PNRR a rischio entro il 30 giugno 2026 (ph. autore)Operative solo 66 Case della Comunità su 1.715: il 37,8% è senza servizi, il 45,5% ne ha almeno uno, appena il 3,9% a pieno regimeSulla carta esiste dal 2022. Ha un nome preciso, una dotazione miliardaria, un’architettura definita da un decreto ministeriale. Eppure, a quattro anni dalla sua istituzione e a tre mesi dalla rendicontazione finale all’Europa, la riforma della sanità territoriale italiana è ancora in gran parte ferma al palo. È l’allarme lanciato dalla Fondazione GIMBE che, attraverso il proprio Osservatorio sul Servizio Sanitario Nazionale, continua a monitorare l’attuazione del piano. Case della Comunità: solo 66 su 1.715 I dati aggiornati al 31 dicembre 2025, elaborati sulla base del report Agenas, sono difficili da leggere senza un certo disagio. Solo 66 Case della Comunità su 1.715 programmate risultano pienamente operative. Il 3,9% del totale. Un dato che certifica come la riforma, a quattro anni dall’adozione del decreto, sia ancora ben lontana dall’essere realmente funzionante. “L’obiettivo è fornire ai cittadini un quadro oggettivo, al riparo da letture strumentali, e lancia re un monito a Governo e Regioni sui rischi che gli inaccettabili ritardi avranno sulla rendicontazione finale” ha dichiarato Nino Cartabellotta, presidente della Fondazione GIMBE. Il 37,8% delle strutture non ha servizi attivi, il 45,5% ne ha almeno uno, solo il 3,9% è pienamente operativo con medici e infermieri (ph. GIMBE)Il quadro è reso ancora più critico dalla carenza di dati e dalla disomogeneità territoriale. Per 649 Case della Comunità (37,8%) le Regioni non hanno dichiarato attivo alcun servizio previsto dal DM 77. Per altre 781 strutture (45,5%) risulta attivo almeno un servizio, ma solo in 285 casi (16,7%) sono stati dichiarati operativi tutti i servizi obbligatori. E anche dove i servizi risultano formalmente presenti, spesso manca il personale, l’elemento decisivo. La piena operatività richiede infatti la presenza di medici e infermieri secondo standard orari precisi, e senza queste figure, le strutture restano, nei fatti, “scatole vuote”. Le differenze tra le Regioni  sono marcate. La quota di Case della Comunità con almeno un servizio attivo supera la media nazionale in dieci territori, dalla Toscana (49,7%) fino alla Valle d’Aosta (100%). Al contrario, Basilicata e Provincia autonoma di Bolzano risultano ferme a zero. Oltre metà delle Case della Comunità pienamente operative si concentra in Lombardia (22) ed Emilia-Romagna (15).   Ospedali di Comunità: zero strutture operativePeggio ancora va per gli Ospedali di Comunità, pensati per alleggerire i pronto soccorso e gestire pazienti non acuti. Su 594 strutture programmate, solo 163 (27,4%) risultano avere almeno un servizio attivo, per un totale di oltre 2.900 posti letto. Ma nessuna, al 31 dicembre scorso, risulta completamente funzionante secondo gli standard previsti: assistenza infermieristica h24, presenza medica quotidiana, case manager, spazi per la riabilitazione. Raggiungere la piena operatività entro giugno, scrive GIMBE, appare “una missione impossibile”. L’unico fronte che mostra progressi consistenti riguarda le Centrali Operative Territoriali (COT), decisive per il coordinamento della presa in carico dei pazienti, che hanno già raggiunto il target europeo: 625 su 657 programmate sono pienamente funzionanti. Ma il tempo stringe. Tra giugno e dicembre 2025, a fronte di 121 nuove Case della Comunità con almeno un servizio attivo, quelle realmente operative con personale medico e infermieristico sono aumentate solo di 20. Per gli Ospedali di Comunità, nello stesso periodo, l’incremento è stato di appena dieci strutture. Target PNRR rimodulati al ribasso: Case della Comunità da 1.350 a 1.038, COT da 600 a 480, Ospedali di Comunità da 400 a 307 (ph. GIMBE)Fascicolo sanitario: tutto da completareAnche sul versante digitale le difficoltà sono evidenti. Il Fascicolo Sanitario Elettronico 2.0, finanziato con 1,38 miliardi di euro, resta incompleto e poco utilizzato. Al 30 settembre 2025, nessuna Regione mette a disposizione tutte le 20 tipologie di documenti previste: l’Emilia-Romagna arriva a 17, la Puglia si ferma a 11. Il nodo principale, però, è l’adesione dei cittadini. Solo il 44% ha autorizzato medici e operatori a consultare il proprio fascicolo. In Abruzzo e Campania la quota crolla al 2%. In Emilia-Romagna raggiunge il 92%. Nel Mezzogiorno, solo la Puglia supera la media nazionale, attestandosi al 75%. Secondo Cartabellotta, non si tratta solo di un problema tecnico ma di un “fallimento culturale e organizzativo”, alimentato anche dalla diffidenza sulla sicurezza dei dati e da una diffusa difficoltà nell’utilizzo degli strumenti digitali. La scadenza del 30 giugno 2026 si avvicina e, con essa, tre possibili scenari, nessuno dei quali rassicurante. Non raggiungere i target europei e dover restituire i fondi, centrare gli obiettivi grazie alle Regioni più avanzate, ampliando ulteriormente il divario con il resto del Paese; oppure incassare le risorse senza che i cittadini ne vedano i benefici concreti, lasciando in eredità strutture incompiute e una digitalizzazione a macchia di leopardo. “È la più grande occasione per costruire una sanità territoriale efficiente e accessibile”, conclude GIMBE. “Ma senza accelerazioni immediate rischia di trasformarsi in un’occasione sprecata”.  60 SHARES Facebook X RSS Feed Visualizzazioni: 8Visualizzazioni: 8 tp:writer§§ REDAZIONE guid§§ http://gimbe.telpress.it/news/2026/04/05/2026040501796205245.PDF §---§ title§§ La crisi in Medio Oriente e il rischio di un aumento degli italiani che rinunciano a visite ed esami. link§§ http://gimbe.telpress.it/news/2026/04/05/2026040502107800025.PDF description§§

Estratto da pag. 1 di "oggitreviso.it" del 05 Apr 2026

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Uno scenario che avrà conseguenze anche sui sistemi sanitari e sulle scelte dei cittadini che già negli anni posti pandemia Covid sembrano orientanti a stringere la cinghia sulle necessità di cura. Come ha evidenziato l'ultimo rapporto della Fondazione Gimbe, nel 2024 "circa 5,8 milioni di italiani (il 9,9% della popolazione) hanno rinunciato a visite specialistiche o esami diagnostici, evidenziando una crisi del Servizio sanitario nazionale". Un fenomeno "in forte aumento rispetto ai 4,5 milioni del 2023, trainato principalmente dalle lunghissime liste d'attesa e dalle difficoltà economiche", precisa il report. Difficoltà economiche che la crisi in Medio Oriente potrebbe esacerbare. "E' difficile fare previsioni, aspettiamo intanto il dato 2025 per vedere il trend", spiega all'Adnkronos Salute Nino Cartabellotta, presidente della Fondazione Gimbe. Ma le avvisaglie di un possibile rischio che nel 2026 crescano gli italiani costretti a 'tagliare' esami e visite, o a posticiparle a periodi migliori nella speranza che le armi tacciano, è molto realistico. Nel rapporto Gimbe, se la media della popolazione che ha rinunciato a prestazioni sanitarie è del 9,9%, sono da ricordare i picchi: in Sardegna si arriva al 17,2%, in Abruzzo al 12,6%, in Umbria al 12,2% e nel Lazio al 12%. Le reazioni. Secondo Antonio Magi, segretario generale del Sumai-Assoprof, il sindacato dei medici ambulatoriali: "Tra inflazione e aumento dei costi, tra cui il caro carburante, anche legati ai conflitti in corso, sempre più persone sono in difficoltà - spiega all'Adnkronos Salute Magi - Le cause principali sono tre: la riduzione dell'offerta pubblica, dovuta al minor numero di specialisti sul territorio; l'aumento dei costi delle assicurazioni sanitarie, che non tutti possono permettersi; e il calo del potere d'acquisto, con stipendi fermi e prezzi in crescita". Per questi motivi "molti italiani non riescono più a curarsi. E in un Paese sempre più anziano - l'Italia è il più longevo dell'Unione europea, con oltre il 24% della popolazione over 65 - questo significa anche difficoltà a tenere sotto controllo patologie croniche come il diabete o a gestire problemi come le fratture", sottolinea il leader sindacale. A peggiorare il quadro l'allungamento delle liste d'attesa. "Lo vedo ogni giorno negli ambulatori", testimonia Magi: "Per un'ecografia addominale si arriva a 6 mesi, per quella alla tiroide fino a 11 mesi, mentre per una Tac total body si può attendere anche 1 anno. Una visita cardiologica? Tre mesi nelle grandi città, fino a 6 mesi in provincia"."Con tre guerre in corso i costi continuano a crescere, sia per le famiglie sia per il Servizio sanitario nazionale: aumentano le spese per energia e trasporti, con ricadute su beni e servizi. E' un momento difficile anche per il Ssn, che invece deve essere più vicino ai cittadini". A dirlo all'Adnkronos Salute è Tonino Aceti, presidente di Salutequità. "Da tempo assistiamo a una crescente difficoltà degli italiani ad accedere alle cure. Nel 2024, secondo l'Istat, circa il 9,9% della popolazione - quasi 1 persona su 10 - ha rinunciato a curarsi", ricorda. "Di questi, il 6,8% ha rinunciato a causa delle liste d'attesa troppo lunghe e il 5,3% per motivi economici. Si tratta di un peggioramento evidente - sottolinea Aceti - rispetto al periodo pre-pandemia: nel 2019 la quota era del 6,3%, salita appunto al 9,9% nel 2024, nonostante l'aumento d el Fondo sanitario nazionale e gli interventi su personale e liste d'attesa". Il fenomeno, inoltre, non è uniforme sul territorio: "Al Nord la rinuncia alle cure è al 9,2%, mentre nel Mezzogiorno sale al 10,3%. Qui si concentrano maggiori difficoltà, sia dal punto di vista sanitario sia economico: stipendi più bassi, meno occupazione e servizi sanitari regionali più in affanno", rimarca il presidente di Salutequità, che per affrontare la situazione indica alcune priorità: "Il Governo deve mettere in sicurezza il Servizio sanitario nazionale e garantire l'accesso tempestivo alle cure a tutti. Servono misure urgenti per sostenere le famiglie, soprattutto le più fragili, aumentando il finanziamento del Ssn, riducendo le liste d'attesa e valutando interventi come la riduzione o sospensione temporanea dei ticket su visite specialistiche e farmaci".Infine, i dati sulla spesa: "Tra gennaio e ottobre 2024, secondo il Mef, gli italiani hanno speso per ticket 1,25 miliardi di euro per i farmaci e 1,55 miliardi per le prestazioni specialistiche, cifre in aumento rispetto al 2021. In un momento in cui le famiglie devono già fare i conti con il caro vita, e quindi razionalizzare la propria spesa, non possono e non devono essere costrette ancor di più a 'razionare' l’accesso alle cure. Per questo intervenire solo sul fronte delle accise non basta. E' necessario intervenire concretamente e subito anche sul potenziamento dell'accesso alle cure", conclude Aceti.Secondo i dati della sorveglianza Passi d'argento dell'Istituto superiore di sanità, nel biennio 2023-2024 il 15% degli ultra 65enni ha dichiarato di aver rinunciato, nei 12 mesi precedenti l'intervista, ad almeno una visita medica o a un esame diagnostico di cui avrebbe avuto bisogno. Il 66% ha riferito di non aver rinunciato a nessuna visita o esame, mentre il 19% ha dichiarato di non averne avuto necessità. Escludendo gli anziani che hanno dichiarato di non aver avuto bisogno di visite o esami, la percentuale di coloro che hanno rinunciato a prestazioni sanitarie necessarie sale al 18%. Nel biennio 2023-2024 - continua il report dell'Iss - tra coloro che hanno dovuto rinunciare ad almeno una visita o a un esame diagnostico pur avendone bisogno, ben oltre la metà (65%) ha indicato le lunghe liste d'attesa come causa principale, il 17% la difficoltà nel raggiungere la struttura (eccessiva distanza o mancanza di mezzi di trasporto adeguati) o orari poco convenienti, mentre il 14% ha dichiarato come motivo i costi troppo elevati delle prestazioni sanitarie. Queste motivazioni sono state indicate sempre più frequentemente nel corso dei 4 anni di rilevazione: le lunghe liste di attesa sono state indicate dal 10% degli intervistati che ha rinunciato alle visite mediche nel 2020, ma dal 68% degli intervistati nel 2023; la difficoltà nel raggiungere la struttura viene indicata dal 4% di chi ha rinunciato nel 2020 e dal 17% nel 2023; i costi eccessivi dall'1% e dal 16% negli stessi anni. Se il problema delle liste d'attesa in alcune regioni è diventato una priorità dopo l'intervento del decreto del Governo, più difficile trovare una soluzione ai costi in un momento globale di crisi economica e di rischio reale di recessione per l'economia globale. A fronte di questo gli italiani possono ancora contare su un Servizio sanitario nazionale universalistico che garantisce al cittadino la gratuità di molte prestazioni. Ma quanto potrà reggere?   05/04/2026 01:00 AdnKronos tp:writer§§ REDAZIONE guid§§ http://gimbe.telpress.it/news/2026/04/05/2026040502107800025.PDF §---§ title§§ GIMBE. Mancano medici famiglia. Calo del 17,6% in 5 anni - Umbria TV link§§ http://gimbe.telpress.it/news/2026/04/05/2026040501899702172.PDF description§§

Estratto da pag. 1 di "umbriatv.com" del 04 Apr 2026

pubDate§§ 2026-04-05T02:20:00+00:00 arguments§§ http://gimbe.telpress.it/news/2026/04/05/2026040501899702172.PDF category§§ GIMBE subcategory§§ {'domain': ''} source§§ {'href': 'http://gimbe.telpress.it/news/2026/04/05/2026040501899702172.PDF', 'title': 'umbriatv.com'} tp:url§§ https://www.umbriatv.com/notizie/salute/gimbe-mancano-medici-famiglia-calo-del-176-in-5-anni/ tp:attach_fn§§ http://gimbe.telpress.it/news/2026/04/05/2026040501899702172.PDF tp:ocr§§ Secondo l’ultimo report della Fondazione GIMBE, la medicina territoriale italiana è in codice rosso. In Umbria più della media nazionale: tra il 2019 e il 2024 i medici di famiglia sono diminuiti del 17,6%, con una carenza attuale di 12 unità. Nonostante l’alto numero di candidati ai concorsi, entro il 2028 sono previsti ben 116 pensionamenti, mettendo a rischio la tenuta del servizio per i cittadini.© Umbria Televisioni S.R.L. Via Monteneri, 37 06129 Perugia - P.IVA 00496230541 | Powered by Rubidia tp:writer§§ guid§§ http://gimbe.telpress.it/news/2026/04/05/2026040501899702172.PDF §---§