title§§ La crisi in Medio Oriente e il rischio di un aumento degli italiani che rinunciano a visite ed esami – Breaking Funweek link§§ http://gimbe.telpress.it/news/2026/04/04/2026040403111307137.PDF description§§
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Roma, 3 apr. (Adnkronos Salute) - Il conflitto tra Iran e Usa-Israele e la crisi geopolitica in Medio Oriente stanno impattando sulle economie dei Paesi europei con le prime avvisaglie di una sempre più concreta crisi energetica. La Commissione europea ha già avvisato parlando di "preparazione all''austerity". Uno scenario che avrà conseguenze anche sui sistemi
pubDate§§ 2026-04-04T10:22:00+00:00 arguments§§ http://gimbe.telpress.it/news/2026/04/04/2026040403199807858.PDF category§§ GIMBE subcategory§§ {'domain': ''} source§§ {'href': 'http://gimbe.telpress.it/news/2026/04/04/2026040403199807858.PDF', 'title': 'ilsannioquotidiano.it'} tp:url§§ https://www.ilsannioquotidiano.it/2026/04/04/la-crisi-in-medio-oriente-e-il-rischio-di-un-aumento-degli-italiani-che-rinunciano-a-visite-ed-esami/?utm_source=rss&utm_medium=rss&utm_campaign=la-crisi-in-medio-oriente-e-il-rischio-di-un-aumento-degli-italiani-che-rinunciano-a-visite-ed-esami tp:attach_fn§§ http://gimbe.telpress.it/news/2026/04/04/2026040403199807858.PDF tp:ocr§§ Roma, 3 apr. (Adnkronos Salute) – Il conflitto tra Iran e Usa-Israele e la crisi geopolitica in Medio Oriente stanno impattando sulle economie dei Paesi europei con le prime avvisaglie di una sempre più concreta crisi energetica. La Commissione europea ha già avvisato parlando di “preparazione all’austerity”. Uno scenario che avrà conseguenze anche sui sistemi sanitari e sulle scelte dei cittadini che già negli anni posti pandemia Covid sembrano orientanti a stringere la cinghia sulle necessità di cura. Come ha evidenziato l’ultimo rapporto della Fondazione Gimbe, nel 2024 “circa 5,8 milioni di italiani (il 9,9% della popolazione) hanno rinunciato a visite specialistiche o esami diagnostici, evidenziando una crisi del Servizio sanitario nazionale”. Un fenomeno “in forte aumento rispetto ai 4,5 milioni del 2023, trainato principalmente dalle lunghissime liste d’attesa e dalle difficoltà economiche”, precisa il report.Difficoltà economiche che la crisi in Medio Oriente potrebbe esacerbare. “E’ difficile fare previsioni, aspettiamo intanto il dato 2025 per vedere il trend”, spiega all’Adnkronos Salute Nino Cartabellotta, presidente della Fondazione Gimbe. Ma le avvisaglie di un possibile rischio che nel 2026 crescano gli italiani costretti a ‘tagliare’ esami e visite, o a posticiparle a periodi migliori nella speranza che le armi tacciano, è molto realistico. Nel rapporto Gimbe, se la media della popolazione che ha rinunciato a prestazioni sanitarie è del 9,9%, sono da ricordare i picchi: in Sardegna si arriva al 17,2%, in Abruzzo al 12,6%, in Umbria al 12,2% e nel Lazio al 12%.Le reazioni. Secondo Antonio Magi, segretario generale del Sumai-Assoprof, il sindacato dei medici ambulatoriali: “Tra inflazione e aumento dei costi, tra cui il caro carburante, anche legati ai conflitti in corso, sempre più persone sono in difficoltà – spiega all’Adnkronos Salute Magi – Le cause principali sono tre: la riduzione dell’offerta pubblica, dovuta al minor numero di specialisti sul territorio; l’aumento dei costi delle assicurazioni sanitarie, che non tutti possono permettersi; e il calo del potere d’acquisto, con stipendi fermi e prezzi in crescita”. Per questi motivi “molti italiani non riescono più a curarsi. E in un Paese sempre più anziano – l’Italia è il più longevo dell’Unione europea, con oltre il 24% della popolazione over 65 – questo significa anche difficoltà a tenere sotto controllo patologie croniche come il diabete o a gestire problemi come le fratture”, sottolinea il leader sindacale.A peggiorare il quadro l’allungamento delle liste d’attesa. “Lo vedo ogni giorno negli ambulatori”, testimonia Magi: “Per un’ecografia addominale si arriva a 6 mesi, per quella alla tiroide fino a 11 mesi, mentre per una Tac total body si può attendere anche 1 anno. Una visita cardiologica? Tre mesi nelle grandi città, fino a 6 mesi in provincia”.“Con tre guerre in corso i costi continuano a crescere, sia per le famiglie sia per il Servizio sanitario nazionale: aumentano le spese per energia e trasporti, con ricadute su beni e servizi. E’ un momento difficile anche per il Ssn, che invece deve essere più vicino ai cittadini”. A dirlo all’Adnkronos Salute è Tonino Aceti, presidente di Salutequità. “Da tempo assistiamo a una crescente difficoltà degli italiani ad accedere alle cure. Nel 2024, secondo l’Istat, circa il 9,9% della popolazione – quasi 1 persona su 10 – ha rinunciato a curarsi”, ricorda. “Di questi, il 6,8% ha rinunciato a causa delle liste d’attesa troppo lunghe e il 5,3% per motivi economici. Si tratta di un peggioramento evidente – sottolinea Aceti – rispetto al periodo pre-pandemia: nel 2019 la quota era del 6,3%, salita appunto al 9,9% nel 2024, nonostante l’aumento del Fondo sanitario nazionale e gli interventi su personale e liste d’attesa”. Il fenomeno, inoltre, non è uniforme sul territorio: “Al Nord la rinuncia alle cure è al 9,2%, mentre nel Mezzogiorno sale al 10,3%. Qui si concentrano maggiori difficoltà, sia dal punto di vista sanitario sia economico: stipendi più bassi, m eno occupazione e servizi sanitari regionali più in affanno”, rimarca il presidente di Salutequità, che per affrontare la situazione indica alcune priorità: “Il Governo deve mettere in sicurezza il Servizio sanitario nazionale e garantire l’accesso tempestivo alle cure a tutti. Servono misure urgenti per sostenere le famiglie, soprattutto le più fragili, aumentando il finanziamento del Ssn, riducendo le liste d’attesa e valutando interventi come la riduzione o sospensione temporanea dei ticket su visite specialistiche e farmaci”.Infine, i dati sulla spesa: “Tra gennaio e ottobre 2024, secondo il Mef, gli italiani hanno speso per ticket 1,25 miliardi di euro per i farmaci e 1,55 miliardi per le prestazioni specialistiche, cifre in aumento rispetto al 2021. In un momento in cui le famiglie devono già fare i conti con il caro vita, e quindi razionalizzare la propria spesa, non possono e non devono essere costrette ancor di più a ‘razionare’ l’accesso alle cure. Per questo intervenire solo sul fronte delle accise non basta. E’ necessario intervenire concretamente e subito anche sul potenziamento dell’accesso alle cure”, conclude Aceti.Secondo i dati della sorveglianza Passi d’argento dell’Istituto superiore di sanità, nel biennio 2023-2024 il 15% degli ultra 65enni ha dichiarato di aver rinunciato, nei 12 mesi precedenti l’intervista, ad almeno una visita medica o a un esame diagnostico di cui avrebbe avuto bisogno. Il 66% ha riferito di non aver rinunciato a nessuna visita o esame, mentre il 19% ha dichiarato di non averne avuto necessità. Escludendo gli anziani che hanno dichiarato di non aver avuto bisogno di visite o esami, la percentuale di coloro che hanno rinunciato a prestazioni sanitarie necessarie sale al 18%. Nel biennio 2023-2024 – continua il report dell’Iss – tra coloro che hanno dovuto rinunciare ad almeno una visita o a un esame diagnostico pur avendone bisogno, ben oltre la metà (65%) ha indicato le lunghe liste d’attesa come causa principale, il 17% la difficoltà nel raggiungere la struttura (eccessiva distanza o mancanza di mezzi di trasporto adeguati) o orari poco convenienti, mentre il 14% ha dichiarato come motivo i costi troppo elevati delle prestazioni sanitarie. Queste motivazioni sono state indicate sempre più frequentemente nel corso dei 4 anni di rilevazione: le lunghe liste di attesa sono state indicate dal 10% degli intervistati che ha rinunciato alle visite mediche nel 2020, ma dal 68% degli intervistati nel 2023; la difficoltà nel raggiungere la struttura viene indicata dal 4% di chi ha rinunciato nel 2020 e dal 17% nel 2023; i costi eccessivi dall’1% e dal 16% negli stessi anni.Se il problema delle liste d’attesa in alcune regioni è diventato una priorità dopo l’intervento del decreto del Governo, più difficile trovare una soluzione ai costi in un momento globale di crisi economica e di rischio reale di recessione per l’economia globale. A fronte di questo gli italiani possono ancora contare su un Servizio sanitario nazionale universalistico che garantisce al cittadino la gratuità di molte prestazioni. Ma quanto potrà reggere? tp:writer§§ Robot Adnkronos guid§§ http://gimbe.telpress.it/news/2026/04/04/2026040403199807858.PDF §---§ title§§ La crisi in Medio Oriente e il rischio di un aumento degli italiani che rinunciano a visite ed esami - La Ragione link§§ http://gimbe.telpress.it/news/2026/04/04/2026040403178407808.PDF description§§
Estratto da pag. 1 di "laragione.eu" del 04 Apr 2026
Estratto da pag. 1 di "laverita.info" del 04 Apr 2026
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pubDate§§ 2026-04-04T07:31:00+00:00 arguments§§ http://gimbe.telpress.it/news/2026/04/04/2026040403275407606.PDF category§§ GIMBE subcategory§§ {'domain': ''} source§§ {'href': 'http://gimbe.telpress.it/news/2026/04/04/2026040403275407606.PDF', 'title': 'laverita.info'} tp:url§§ https://www.laverita.info/oggi-in-edicola-2676663785.html tp:attach_fn§§ http://gimbe.telpress.it/news/2026/04/04/2026040403275407606.PDF tp:ocr§§ La prima visita di un leader occidentale nel Golfo dall’inizio della guerra in Iran è il segnale inequivocabile che il presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, ha archiviato i dossier spinosi per rivolgere l’attenzione alle vere emergenze del Paese che, come ha scritto il direttore Maurizio Belpietro, sono i soldi, la sicurezza e la salute.Si comincia dai primi, perché la guerra in corso promette di far schizzare di nuovo l’inflazione alle stesse. Per questo ieri mattina, dopo un vertice di maggioranza convocato la sera precedente, i ministri si sono riuniti in un Cdm organizzato per prorogare le misure adottate per sterilizzare il rincaro energetico. «Il governo è intervenuto con un nuovo decreto per prorogare la riduzione delle accise sui carburanti, ampliando la misura con un intervento mirato a sostegno degli agricoltori e delle imprese esportatrici. È una misura necessaria per fronteggiare una fase particolarmente delicata, segnata da tensioni internazionali che stanno producendo effetti concreti sui costi dell’energia e sull’economia» ha scritto Meloni sui social, sottolineando che «sappiamo che il quadro resta complesso. Per questo il governo continuerà a monitorare con la massima attenzione l’evoluzione dello scenario internazionale e a lavorare su ogni intervento necessario a proteggere famiglie, imprese e lavoro».Giancarlo Giorgetti nella conferenza stampa post Cdm ha chiarito che le coperture ci poteranno fino all’inizio di maggio. «L’onere di queste misure sono intorno ai 500 milioni. Per 200 milioni c’è l’autocopertura che deriva dall’incremento del gettito Iva; per 300 milioni sono risorse che sono state recuperate sostanzialmente sulle risorse Ets - CO2 che non erano state ancora utilizzate, avendo premura di non toccare quelle originariamente destinate al sollievo degli energivori» ha precisato, ma per quanto riguarda il futuro bisognerà capire che verso prenderà la guerra. Questo lo scopo della missione di Meloni. Ieri pomeriggio è giunta a Gedda in Arabia Saudita, la prima visita nella regione da parte di un leader di Ue, G20 e Nato dall’inizio del conflitto, con incontri in programma con i principali rappresentanti di Arabia Saudita, Qatar ed Emirati Arabi Uniti. L’obiettivo della missione è rafforzare le relazioni con queste nazioni e ribadire il sostegno dell’Italia di fronte agli attacchi iraniani, consolidando al contempo un partenariato strategico sempre più solido. Il focus principale resta quello della sicurezza energetica nazionale. Il Golfo rappresenta infatti una fonte cruciale di petrolio e gas per l’Italia e ha un ruolo determinante nell’andamento dei prezzi energetici globali.Dopo la tappa in Algeria e quella nei Paesi del Golfo, Meloni ha in programma un viaggio in Azerbaigian. Una missione che potrebbe svolgersi a maggio o giugno.La missione serve anche per il nodo sicurezza che si intreccia a doppio filo con l’emergenza degli immigrati irregolari. Gli sfollati in Libano sono già un milione e se la crisi dovesse continuare potrebbero moltiplicarsi. Il tema è stato sollevato dall’Italia anche a livello europeo. Tra gli ambiti sui quali l’Italia offrirà supporto al Golfo c’è quello della Difesa. Le richieste e le necessità di questi Paesi sono diverse in questa fase. Sono già in corso spedizioni e forniture di natura difensiva, ma potrebbero arrivare nuove richieste che saranno valutate. Intanto l’ambasciata iraniana in Italia ieri su X ha scritto: «Se l’Italia è preoccupata per il blocco dello Stretto di Hormuz, allora pretenda la fine della guerra».«Le interlocuzioni con Teheran esistono, a livello diplomatico» spiegano le fonti italiane, «noi come altri non le abbiamo mai interrotte». Quindi alla domanda se vi siano interlocuzioni in corso «la risposta è sì», e si sta cercando di negoziare «per arrivare a una cessazione delle ostilità come tutti stanno cercando di fare, a livello quantomeno europeo».Sul fronte interno, dopo lo spacchettamento delle deleghe lasciate da Andrea Delmastro al ministero della Giustizia, è stato trovato un nome per il ministero del Turismo. A sostituire Daniela Santanchè è il sottosegretario alla Cultura, Gianmarco Mazzi, stimato da tutti i colleghi della maggioranza, che ieri ha giurato al Colle dal presidente della Repubblica, Sergio Mattarella.Meloni, inoltre, in un’intervista al Tg1 ieri sera, è tornata sulla questione Sigonella: «Continuo a ritenere che sul piano geopolitico l’Europa non abbia molto da guadagnare da una divaricazione con gli Stati Uniti, però il nostro lavoro è soprattutto quello di difendere i nostri interessi nazionali e quando non siamo d’accordo dobbiamo dirlo e, stavolta, noi non siamo d’accordo».«Che il governo va avanti l’ho detto un minuto dopo l’esito del referendum. Non abbiamo tempo da perdere, particolarmente in un momento come questo. A me divertono le ricostruzioni su dimissioni e rimpasti che però per me sono alchimie di palazzo, chi vuole continui pure a parlare di questo che noi intanto continuiamo a fare il nostro lavoro per il bene di questa nazione», ha aggiunto il premier.Considerato che il paziente non è ancora morto, è inutile curarlo: è questa la sintesi della risposta negativa della Commissione europea alla considerazione del ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti, sulla necessità di rivedere o comunque prevedere delle deroghe ai rigidissimi parametri del Patto di stabilità, considerato il drammatico quadro internazionale e la crisi energetica che ne deriva.In conferenza stampa dopo che il Cdm, ieri, ha prorogato il taglio delle accise fino al 1° maggio, Giorgetti fa una dichiarazione all’insegna del più puro pragmatismo: «Sull’ipotesi di sforamento del limite del 3% del deficit a causa della crisi energetica», risponde il ministro a una domanda sull’argomento, «credo che si faccia riferimento alla volontà di chiedere o non chiedere la clausola di deroga prevista dal nuovo regolamento europeo di governance economica. È chiaro che la riflessione a livello europeo, se la situazione non cambia, sarà inevitabile. Ho espresso questa mia valutazione già all’inizio del conflitto, l’ho ribadita all’Eurogruppo a inizio settimana. Lo farò in qualsiasi consenso internazionale a cui parteciperò, perché questa è la realtà. Abbiamo fatto un G7 con la partecipazione delle organizzazioni internazionali proprio in settimana», aggiunge il ministro dell’Economia, «e il quadro che è stato rappresentato è oggettivamente preoccupante per le ricadute economiche. Tutti correlano alla durata del conflitto le misure da assumere. Il tema della durata produrrà ahimè conseguenze sia sulla politica monetaria sia sulla politica fiscale dei diversi Paesi. Chi più chi meno, credo che tutto il globo ne sia colpito».Niente di clamoroso, niente di stupefacente: siamo in un periodo di gravissima crisi e quindi, se c’è un momento in cui rimodulare le norme adeguandole alla realtà, è questo. E invece, ma forse non c’è neanche più da stupirsi, la risposta da Bruxelles è ai limiti del delirio: «La Commissione europea», sottolinea una portavoce, «non ritiene che attualmente la Ue si trovi in una situazione che richiede la sospensione delle regole del Patto di stabilità come avvenuto all’epoca della crisi pandemica. La possibilità di far scattare la clausola di salvaguardia del Patto di stabilità esiste solo in caso di grave recessione nell’area euro o nella Ue nel suo complesso. Stiamo monitorando attentamente la situazione instabile in Medio Oriente, ma non ci troviamo in tale scenario».Quindi, secondo questi cervelloni, per dare un po’ di ossigeno alle economie europee bisogna aspettare che si precipiti in una condizione di grave recessione, ovvero alla fame. Siamo di fronte, come è evidente, a una follia. Lo stesso Commissario Ue all’Economia Valdis Dombrovskis, una settimana fa, in conferenza stampa al termine dell’Eurogruppo, aveva ribadito che «la clausola di salvaguardia generale è subordinata a una grave recessione economica nell’Ue o nell’area dell’euro nel suo complesso. Attualmente, anche sulla base dell’analisi di scena rio non siamo in questa situazione». E in quale situazione siamo? «Siamo di fronte», aveva aggiunto Dombrovskis, detto Draculovskis, «al rischio di uno shock di tipo stagflazionistico, vale a dire una situazione in cui una crescita più debole coincide con un’inflazione più elevata. Questo vale anche se le interruzioni delle forniture energetiche dovessero essere relativamente di breve durata». In sostanza: se tutto va bene, siamo rovinati.Pensate che anche uno che di regole europee se ne intende, e che certamente non è sospettabile di simpatie per il governo guidato da Giorgia Meloni, ovvero l’ex presidente del Consiglio e presidente della Commissione europea Romano Prodi, pensa che sia l’ora di sospendere il Patto di stabilità: «Il problema», sottolinea Prodi a Sky Tg24, «è che non sia solo un caso speciale per l’Italia. Che non dimostriamo ancora una volta le nostre debolezze. Deve essere un problema europeo con una revisione dei vincoli a livello europeo. Ho sempre detto che il Patto di stabilità rigido è stupido. Si deve tener conto che c’è una situazione straordinaria e anche i bilanci di tutti i Paesi europei devono essere adattati a questa situazione, l’Italia è più a rischio perché è già fuori di questi parametri e quindi il problema per noi è più serio ma il problema è generale».La sensazione è che si proceda a passi da gigante verso razionamenti e altre misure drastiche, quelle sì, da stato di guerra, ma evitando accuratamente di dare respiro ai Paesi membri della Ue aspettando che la situazione diventi irreparabile. Viene da chiedersi se siamo di fronte a una totale incompetenza, a una imperdonabile cocciutaggine oppure, e sarebbe molto grave, a un preciso disegno per mettere in ginocchio mezza Europa, il che sarebbe non solo peggio: sarebbe criminale. Le prossime settimane ci diranno quale di queste ipotesi, tutte catastrofiche, sarà quella giusta.Intanto la pressione fiscale in Italia nel 2025 fa segnare il record degli ultimi dieci anni: i dati grezzi dell’Istat indicano che ha raggiunto il 43,1% del Pil, in crescita di 0,7 punti percentuali rispetto al 42,4 del 2024. Per trovare un livello più alto bisogna tornare al 2014, quando era al 43,1%. Il dato del quarto trimestre, poi, del 51,4%, rappresenta un picco che non si vedeva dall’analogo periodo del 2014, con il 52,2%. Il potere d’acquisto delle famiglie è diminuito rispetto al trimestre precedente dello 0,8%.Tira aria di austerity in Europa. Mentre il governo Meloni prolunga al 1° maggio il taglio delle accise sui carburanti in scadenza il 7 aprile, da Bruxelles la consegna è tirare la cinghia sui consumi energetici. Non siamo ancora alle domeniche a piedi dello shock energetico degli anni Settanta, ma la tentazione di varare misure drastiche c’è, eccome. Basta leggere quello che ha detto il commissario europeo all’Energia, Dan Jorgensen, sul principale quotidiano finanziario britannico, il Financial Times, per capire che aria tira. «L’Unione europea si sta preparando a uno shock energetico duraturo legato alla guerra in Medio Oriente e sta valutando tutte le possibilità, comprese misure di razionamento dei carburanti e un nuovo rilascio di petrolio dalle riserve strategiche». Più chiaro di così. Secondo Jorgensen, «questa sarà una crisi lunga» e «i prezzi dell’energia saranno più alti per moltissimo tempo». Il commissario ha spiegato che il blocco comunitario non si trova «ancora» in una crisi di sicurezza degli approvvigionamenti, ma sta preparando piani per affrontare gli effetti «strutturali e duraturi» del conflitto. Jorgensen ha aggiunto che la Commissione sta valutando anche «gli scenari peggiori», pur non essendo ancora arrivata al punto di dover imporre il razionamento di prodotti critici come il carburante per l’aviazione e il gasolio. «Meglio essere preparati che dovercene pentire», ha affermato, sottolineando che l’Ue «sta valutando tutte le possibilità» anche se non ha ancora modificato le regole vigenti. «Più la situazione diventa grave, più dovremo guardare anche agli strumenti legislativi». Jorge nsen ha infine detto di non escludere un nuovo ricorso alle riserve strategiche «se la situazione dovesse peggiorare» pur precisando che ogni decisione dovrà essere presa «nel momento esatto giusto e in modo proporzionato». Il mese scorso i Paesi dell’Ue hanno partecipato al più grande rilascio di riserve strategiche di petrolio della storia, nel tentativo di contenere l’impennata dei prezzi.Jorgensen non è nuovo nel tratteggiare scenari drammatici. Alcuni giorni fa aveva detto che nessuno deve illudersi sulla fine veloce delle conseguenze per il mercato dell’energia «perché non succederà e anche se si raggiungesse la pace domani le infrastrutture energetiche comunque sono state danneggiate, e servirà tempo per tornare alla normalità». E siccome - sostiene - lo shock non sarà breve, «gli Stati membri della Ue devono prepararsi a razionamenti».Jorgensen ha anche inviato una lettera ai Ventisette in cui ha lanciato un messaggio ancora più esplicito, ovvero: «Più riuscite a risparmiare petrolio, in particolare diesel e carburante per aerei, meglio è per tutti», confermando di spingere sulla stretta dei consumi anche attraverso la riduzione della mobilità.La sua non è una voce isolata ma sta acquisendo proseliti. Nino Cartabellotta, presidente della Fondazione Gimbe, dalla sanità sposta il suo interesse alla geopolitica e afferma che «bisogna preparare il Paese a uno shock energetico di lunga durata e disincentivare i consumi». E a proposito del decreto taglia accise, commenta che «non bisogna spacciare per cura l’ennesimo decreto cerotto».Di razionamento e austerità energetica ha parlato anche l’Agenzia internazionale dell’energia (Iea - International energy agency). Già il 20 marzo aveva stilato una sorta di decalogo per ridurre la domanda di carburanti, invitando a lavorare da casa, a prendere meno aerei, a lasciare l’auto ferma e a preferire i trasporti pubblici. Aveva stimato che con politiche su larga scala per la riduzione dei viaggi aziendali, la domanda di carburante per aerei potrebbe diminuire tra il 7% e il 15%. Quindi arrivava a dire che in un mercato volatile, i cittadini devono adattarsi alla riduzione dei consumi.L’Agenzia, poi, faceva l’esempio di alcuni Paesi che avevano adottato misure di austerità: le Filippine e il Pakistan hanno introdotto settimane lavorative di quattro giorni per i dipendenti pubblici, mentre lo Sri Lanka ha chiuso gli uffici pubblici il mercoledì. Anche il Laos, la Thailandia e il Vietnam stanno promuovendo attivamente il lavoro da casa. Modelli virtuosi da seguire, secondo l’Iea.E di interruzione o contingentamento dei servizi di mobilità cominciano a parlare anche alcune categorie. Assarmatori e Confitarma hanno lanciato l’allarme di un rischio per i collegamenti nazionali. «L’aumento del costo dei carburanti impatta sui servizi marittimi per passeggeri e merci», affermano le due associazioni. E avvertono: «In assenza di interventi correttivi, c’è il rischio concreto di una compromissione dei servizi, fino a una possibile riduzione dell’offerta, o, nei casi più critici, al venir meno dei collegamenti». Stesso allarme dalle compagnie aeree. Ryanair ventila il rischio di dover cancellare alcuni voli in estate, qualora il conflitto iraniano dovesse continuare per un mese ancora e interrompere le forniture di jet fuel. Anche Lufthansa ha fatto sapere che in piena stagione estiva potrebbe lasciare a terra 40 aerei.I grandi sacerdoti della governance– quelli che parlano ai fondi d’investimento e ai grandi investitori con il tono di chi dispensa verità rivelate – si sono pronunciati sul prossimo consiglio d’amministrazione di Mps. Hanno intonato il canto gregoriano della finanza. Lo spartito è chiaro: avanti tutta con Fabrizio Palermo come amministratore delegato e, seppur con qualche acuto in meno, per la conferma di Nicola Maione come presidente.Dopo ISS, anche Glass Lewis si schiera per la lista del cda in vista dell’assemblea del 15 aprile che deciderà la nuova squadra di comando.E già qui si in travede il paradosso: quando i proxy advisor sono d’accordo, il mercato tira un sospiro di sollievo. Quando non lo sono, ancora di più, perché almeno c’è un po’ di suspense.Nel caso specifico, però, la suspense è durata poco. Glass Lewis, con l’aplomb di chi ha visto tutto e giudicato tutto, ha deciso che la lista del consiglio uscente è quella «meglio posizionata per offrire una cornice di governance bilanciata e stabile durante un periodo di transizione strategica». In altre parole: non è il momento di mettersi a fare esperimenti creativi con una banca che di esperimenti ne ha già fatti abbastanza.Glass Lewis, l’attuale numero uno di Acea mostra «esperienza rilevante per l’attuale fase». Che è un modo elegante per dire: ha visto tempeste peggiori e, soprattutto, sa dove mettere le mani quando il quadro si complica. Operazioni complesse? Ok. Contesti istituzionali? Ok. Integrazione con Mediobanca? Vedremo, ma almeno sulla carta il curriculum regge.Poi c’è Nicola Maione il presidente che fa parte del cda dal 2017. Qui la musica presenta qualche stecca. Perché se ISS aveva storto il naso sulla riconferma, Glass Lewis decide invece di premiare la continuità: meglio tenersi l’usato sicuro che rischiare il nuovo incerto. In fondo, «i benefici di mantenere l’esperienza nel ruolo superano le preoccupazioni sulla sua performance». Una frase meravigliosa, perché dentro ci sta tutto: il passato, il presente e anche un pizzico di indulgenza.Per il resto va in onda la liturgia delle bocciature eccellenti su cui i due sacerdoti della governance di trovano d’accordo. Inviato a non votare Alessandro Caltagirone (figlio dell'azionista Francesco Gaetano Caltagirone), Elena De Simone (manager espressione del gruppo Caltagirone) e del presidente del comitato nomine, Domenico Lombardi. Bocciate anche le liste che presentano candidature «credibili ma non adatte al momento». Riferimento trasparente a quella dell’ex amministratore delegato Luigi Lovaglio. Credibile, sì. Opportuno, no. Perché nelle fasi delicate la parola chiave non è talento, ma continuità. O, in alternativa, prevedibilità. Lovaglio, dopo essere stato costretto alle dimissioni, non si è dato per vinto candidandosi in una lista alternativa. Pierluigi Tortora, numero uno della holding Plt, in un'intervista pubblicata oggi su Milano Finanza, si è detto comunque fiducioso sulle possibilità di successo di Lovaglio. «Credo che il mercato possa premiare la bontà della lista, la trasparenza, la coerenza a un progetto sul quale il mercato si è già espresso Secondo me con il 20-22% ce la giochiamo».A Siena, lato Fondazione Monte dei Paschi di Siena, si osserva la scena con quella miscela di nostalgia e apprensione che solo chi ha già dato (e perso) molto può permettersi. E qui la memoria torna impietosa: oltre cinque miliardi di patrimonio bruciati nel tentativo di mantenere il controllo. Un falò di sofferenze e di risorse.La Fondazione Monte dei Paschi, ora teme che la sfida per la governance possa cambiare la visione dell’istituto. Che è un po’ come dire: abbiamo già visto cosa succede quando si cambia troppo, troppo in fretta. E non è stato un bello spettacolo.Così il 15 aprile, a Siena, non si voterà solo un consiglio di amministrazione. Si voterà una linea di galleggiamento. Tra chi vuole ridisegnare la banca e chi, più prudentemente, preferisce tenerla dritta mentre attraversa l’ennesimo tratto di mare agitato. E, a giudicare dal coro dei proxy, il messaggio è chiaro: dopo il successo della scalata a Mediobanca occorre mettere ordine tra Siena e Milano. Anche se, in Italia, il pilota automatico ha spesso bisogno di qualcuno che controlli che funzioni davvero.Un discreto balzo in avanti. In silenzio, quasi a sorpresa, Giorgia Meloni mette fine all’«interim» e promuove dalle retrovie del governo il nuovo ministro del Turismo. È Gianmarco Mazzi, già sottosegretario alla Cultura con delega allo spettacolo. Ha giurato ieri mattina poco prima delle 11 al Quirinale, davanti a Sergio Mattarella e al premie r.Il segnale è chiaro: il governo è solido e procede senza tentennamenti. La squadra è concentrata sulle sue responsabilità, senza farsi distrarre dagli strepiti delle opposizioni e da gossip di vario genere. La scelta di Mazzi parla da sola. In tre anni e mezzo di lavoro, mentre al Mic si passava da Gennaro Sangiuliano ad Alessandro Giuli, con cambiamenti dei relativi staff, il neoministro non ha mai alimentato polemiche o attriti di alcun tipo.«Il turismo è un mondo ricco di fascino e grandi professionalità che richiede cura attenta perché rappresenta un pilastro dell’economia italiana. Sono onorato di questo incarico e ringrazio il presidente della Repubblica e il presidente del Consiglio per la fiducia accordatami», ha detto Mazzi subito dopo il giuramento. La scelta dell’ex sottosegretario alla Cultura interrompe il totonomi che nei giorni scorsi aveva alimentato l’ipotesi della promozione del consigliere di Daniela Santanché, Gianluca Caramanna, grande conoscitore della macchina ministeriale, della candidatura di Giovanni Malagò, ex presidente del Coni ora in corsa per la poltrona della Fgci, e di Luca Zaia, il doge trevigiano con il solo neo di non appartenere a Fratelli d’Italia. La casella del Turismo, con il suo enorme impatto sul Pil italiano, doveva restare in quota al partito di maggioranza relativa. Immediate sono arrivate le congratulazioni di Santanché che ha definito quella di Mazzi «una scelta giusta, grazie alla quale l’industria turistica italiana potrà contare su una figura di assoluto spessore».Veronese, 65 anni, sposato con Evelina Smarrito, schiva quanto lui, laureato in giurisprudenza con una tesi sull’«Intervento pubblico nel campo dello spettacolo fra promozione culturale e mercato», il neoministro ha alle spalle un lungo percorso come agente, manager e organizzatore di eventi di respiro internazionale. Poco più che ventenne, nel 1981 è promotore con Mogol, Gianni Morandi e Gianluca Pecchini della Nazionale cantanti. Il mondo dell’intrattenimento diventa il suo campo d’azione privilegiato. Da Caterina Caselli apprende i primi segreti del mestiere. Ma le collaborazioni importanti si susseguono: Fabrizio De André, i Pooh, Lucio Dalla. La più duratura è quella con Adriano Celentano, Claudia Mori e il Clan, «la mia famiglia», confida a Sette del Corriere della Sera. Nel 2000 con la Nazionale cantanti organizza all’Olimpico di Roma la «Partita del Cuore per la pace». Nella tribuna autorità ci sono il presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi, Shimon Peres e Yasser Arafat, oltre a personalità come Pelè, Michael Schumacher e Sean Connery. Nell’aprile 2003, con Morandi e Luca Barbarossa, in piena crisi con l’Iraq, porta a Baghdad gli aiuti umanitari della Croce Rossa italiana, iniziativa per la quale la delegazione riceverà un riconoscimento dei Nobel per la Pace, consegnato dal Dalai Lama e Mikhail Gorbaciov. Nei primi anni Duemila cura gli show di Celentano su Rai 1, Francamente me ne infischio, 125 milioni di caz…te e Rockpolitik, tra gli show più dirompenti della storia della televisione. Mazzi abbina intuizione, pazienza e doti manageriali che si rivelano risolutive nelle situazioni più complesse. Tra il 2006 e il 2012, affiancato da Lucio Presta, è per cinque volte direttore artistico del Festival di Sanremo. Cura l’organizzazione della cerimonia d’apertura di Expo 2015 dalla Piazza del Duomo di Milano. Seguono le collaborazioni con Riccardo Cocciante, Vasco Rossi, Dario Fo, Vasco Rossi e Massimo Giletti. Dal 2017 al 2022 porta l’Arena di Verona, di cui è direttore artistico, al centro del circuito dell’intrattenimento italiano e internazionale. Nel settembre 2022 viene eletto alla Camera con Fratelli d’Italia. Concreto e riservato, è il nuovo ministro del Turismo del governo Meloni. tp:writer§§ REDAZIONE guid§§ http://gimbe.telpress.it/news/2026/04/04/2026040403275407606.PDF §---§ title§§ Accise prorogate, Meloni nel Golfo per l’energia link§§ http://gimbe.telpress.it/news/2026/04/04/2026040403275207608.PDF description§§
Estratto da pag. 1 di "laverita.info" del 04 Apr 2026
Via libera al decreto Carburanti: taglio delle accise fino al 1° maggio. Meloni vola nel Golfo per rafforzare la sicurezza energetica e affrontare l’impatto della crisi iraniana su prezzi e inflazione. «Non abbiamo tempo da perdere».
pubDate§§ 2026-04-04T07:31:00+00:00 arguments§§ http://gimbe.telpress.it/news/2026/04/04/2026040403275207608.PDF category§§ GIMBE subcategory§§ {'domain': ''} source§§ {'href': 'http://gimbe.telpress.it/news/2026/04/04/2026040403275207608.PDF', 'title': 'laverita.info'} tp:url§§ https://www.laverita.info/accise-proroga-meloni-golfo-2676663018.html tp:attach_fn§§ http://gimbe.telpress.it/news/2026/04/04/2026040403275207608.PDF tp:ocr§§ La prima visita di un leader occidentale nel Golfo dall’inizio della guerra in Iran è il segnale inequivocabile che il presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, ha archiviato i dossier spinosi per rivolgere l’attenzione alle vere emergenze del Paese che, come ha scritto il direttore Maurizio Belpietro, sono i soldi, la sicurezza e la salute.Si comincia dai primi, perché la guerra in corso promette di far schizzare di nuovo l’inflazione alle stesse. Per questo ieri mattina, dopo un vertice di maggioranza convocato la sera precedente, i ministri si sono riuniti in un Cdm organizzato per prorogare le misure adottate per sterilizzare il rincaro energetico. «Il governo è intervenuto con un nuovo decreto per prorogare la riduzione delle accise sui carburanti, ampliando la misura con un intervento mirato a sostegno degli agricoltori e delle imprese esportatrici. È una misura necessaria per fronteggiare una fase particolarmente delicata, segnata da tensioni internazionali che stanno producendo effetti concreti sui costi dell’energia e sull’economia» ha scritto Meloni sui social, sottolineando che «sappiamo che il quadro resta complesso. Per questo il governo continuerà a monitorare con la massima attenzione l’evoluzione dello scenario internazionale e a lavorare su ogni intervento necessario a proteggere famiglie, imprese e lavoro».Giancarlo Giorgetti nella conferenza stampa post Cdm ha chiarito che le coperture ci poteranno fino all’inizio di maggio. «L’onere di queste misure sono intorno ai 500 milioni. Per 200 milioni c’è l’autocopertura che deriva dall’incremento del gettito Iva; per 300 milioni sono risorse che sono state recuperate sostanzialmente sulle risorse Ets - CO2 che non erano state ancora utilizzate, avendo premura di non toccare quelle originariamente destinate al sollievo degli energivori» ha precisato, ma per quanto riguarda il futuro bisognerà capire che verso prenderà la guerra. Questo lo scopo della missione di Meloni. Ieri pomeriggio è giunta a Gedda in Arabia Saudita, la prima visita nella regione da parte di un leader di Ue, G20 e Nato dall’inizio del conflitto, con incontri in programma con i principali rappresentanti di Arabia Saudita, Qatar ed Emirati Arabi Uniti. L’obiettivo della missione è rafforzare le relazioni con queste nazioni e ribadire il sostegno dell’Italia di fronte agli attacchi iraniani, consolidando al contempo un partenariato strategico sempre più solido. Il focus principale resta quello della sicurezza energetica nazionale. Il Golfo rappresenta infatti una fonte cruciale di petrolio e gas per l’Italia e ha un ruolo determinante nell’andamento dei prezzi energetici globali.Dopo la tappa in Algeria e quella nei Paesi del Golfo, Meloni ha in programma un viaggio in Azerbaigian. Una missione che potrebbe svolgersi a maggio o giugno.La missione serve anche per il nodo sicurezza che si intreccia a doppio filo con l’emergenza degli immigrati irregolari. Gli sfollati in Libano sono già un milione e se la crisi dovesse continuare potrebbero moltiplicarsi. Il tema è stato sollevato dall’Italia anche a livello europeo. Tra gli ambiti sui quali l’Italia offrirà supporto al Golfo c’è quello della Difesa. Le richieste e le necessità di questi Paesi sono diverse in questa fase. Sono già in corso spedizioni e forniture di natura difensiva, ma potrebbero arrivare nuove richieste che saranno valutate. Intanto l’ambasciata iraniana in Italia ieri su X ha scritto: «Se l’Italia è preoccupata per il blocco dello Stretto di Hormuz, allora pretenda la fine della guerra».«Le interlocuzioni con Teheran esistono, a livello diplomatico» spiegano le fonti italiane, «noi come altri non le abbiamo mai interrotte». Quindi alla domanda se vi siano interlocuzioni in corso «la risposta è sì», e si sta cercando di negoziare «per arrivare a una cessazione delle ostilità come tutti stanno cercando di fare, a livello quantomeno europeo».Sul fronte interno, dopo lo spacchettamento delle deleghe lasciate da Andrea Delmastro al ministero della Giustizia, è stato trovato un nome per il ministero del Turismo. A sostituire Daniela Santanchè è il sottosegretario alla Cultura, Gianmarco Mazzi, stimato da tutti i colleghi della maggioranza, che ieri ha giurato al Colle dal presidente della Repubblica, Sergio Mattarella.Meloni, inoltre, in un’intervista al Tg1 ieri sera, è tornata sulla questione Sigonella: «Continuo a ritenere che sul piano geopolitico l’Europa non abbia molto da guadagnare da una divaricazione con gli Stati Uniti, però il nostro lavoro è soprattutto quello di difendere i nostri interessi nazionali e quando non siamo d’accordo dobbiamo dirlo e, stavolta, noi non siamo d’accordo».«Che il governo va avanti l’ho detto un minuto dopo l’esito del referendum. Non abbiamo tempo da perdere, particolarmente in un momento come questo. A me divertono le ricostruzioni su dimissioni e rimpasti che però per me sono alchimie di palazzo, chi vuole continui pure a parlare di questo che noi intanto continuiamo a fare il nostro lavoro per il bene di questa nazione», ha aggiunto il premier.Considerato che il paziente non è ancora morto, è inutile curarlo: è questa la sintesi della risposta negativa della Commissione europea alla considerazione del ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti, sulla necessità di rivedere o comunque prevedere delle deroghe ai rigidissimi parametri del Patto di stabilità, considerato il drammatico quadro internazionale e la crisi energetica che ne deriva.In conferenza stampa dopo che il Cdm, ieri, ha prorogato il taglio delle accise fino al 1° maggio, Giorgetti fa una dichiarazione all’insegna del più puro pragmatismo: «Sull’ipotesi di sforamento del limite del 3% del deficit a causa della crisi energetica», risponde il ministro a una domanda sull’argomento, «credo che si faccia riferimento alla volontà di chiedere o non chiedere la clausola di deroga prevista dal nuovo regolamento europeo di governance economica. È chiaro che la riflessione a livello europeo, se la situazione non cambia, sarà inevitabile. Ho espresso questa mia valutazione già all’inizio del conflitto, l’ho ribadita all’Eurogruppo a inizio settimana. Lo farò in qualsiasi consenso internazionale a cui parteciperò, perché questa è la realtà. Abbiamo fatto un G7 con la partecipazione delle organizzazioni internazionali proprio in settimana», aggiunge il ministro dell’Economia, «e il quadro che è stato rappresentato è oggettivamente preoccupante per le ricadute economiche. Tutti correlano alla durata del conflitto le misure da assumere. Il tema della durata produrrà ahimè conseguenze sia sulla politica monetaria sia sulla politica fiscale dei diversi Paesi. Chi più chi meno, credo che tutto il globo ne sia colpito».Niente di clamoroso, niente di stupefacente: siamo in un periodo di gravissima crisi e quindi, se c’è un momento in cui rimodulare le norme adeguandole alla realtà, è questo. E invece, ma forse non c’è neanche più da stupirsi, la risposta da Bruxelles è ai limiti del delirio: «La Commissione europea», sottolinea una portavoce, «non ritiene che attualmente la Ue si trovi in una situazione che richiede la sospensione delle regole del Patto di stabilità come avvenuto all’epoca della crisi pandemica. La possibilità di far scattare la clausola di salvaguardia del Patto di stabilità esiste solo in caso di grave recessione nell’area euro o nella Ue nel suo complesso. Stiamo monitorando attentamente la situazione instabile in Medio Oriente, ma non ci troviamo in tale scenario».Quindi, secondo questi cervelloni, per dare un po’ di ossigeno alle economie europee bisogna aspettare che si precipiti in una condizione di grave recessione, ovvero alla fame. Siamo di fronte, come è evidente, a una follia. Lo stesso Commissario Ue all’Economia Valdis Dombrovskis, una settimana fa, in conferenza stampa al termine dell’Eurogruppo, aveva ribadito che «la clausola di salvaguardia generale è subordinata a una grave recessione economica nell’Ue o nell’area dell’euro nel suo complesso. Attualmente, anche sulla base dell’analisi di scena rio non siamo in questa situazione». E in quale situazione siamo? «Siamo di fronte», aveva aggiunto Dombrovskis, detto Draculovskis, «al rischio di uno shock di tipo stagflazionistico, vale a dire una situazione in cui una crescita più debole coincide con un’inflazione più elevata. Questo vale anche se le interruzioni delle forniture energetiche dovessero essere relativamente di breve durata». In sostanza: se tutto va bene, siamo rovinati.Pensate che anche uno che di regole europee se ne intende, e che certamente non è sospettabile di simpatie per il governo guidato da Giorgia Meloni, ovvero l’ex presidente del Consiglio e presidente della Commissione europea Romano Prodi, pensa che sia l’ora di sospendere il Patto di stabilità: «Il problema», sottolinea Prodi a Sky Tg24, «è che non sia solo un caso speciale per l’Italia. Che non dimostriamo ancora una volta le nostre debolezze. Deve essere un problema europeo con una revisione dei vincoli a livello europeo. Ho sempre detto che il Patto di stabilità rigido è stupido. Si deve tener conto che c’è una situazione straordinaria e anche i bilanci di tutti i Paesi europei devono essere adattati a questa situazione, l’Italia è più a rischio perché è già fuori di questi parametri e quindi il problema per noi è più serio ma il problema è generale».La sensazione è che si proceda a passi da gigante verso razionamenti e altre misure drastiche, quelle sì, da stato di guerra, ma evitando accuratamente di dare respiro ai Paesi membri della Ue aspettando che la situazione diventi irreparabile. Viene da chiedersi se siamo di fronte a una totale incompetenza, a una imperdonabile cocciutaggine oppure, e sarebbe molto grave, a un preciso disegno per mettere in ginocchio mezza Europa, il che sarebbe non solo peggio: sarebbe criminale. Le prossime settimane ci diranno quale di queste ipotesi, tutte catastrofiche, sarà quella giusta.Intanto la pressione fiscale in Italia nel 2025 fa segnare il record degli ultimi dieci anni: i dati grezzi dell’Istat indicano che ha raggiunto il 43,1% del Pil, in crescita di 0,7 punti percentuali rispetto al 42,4 del 2024. Per trovare un livello più alto bisogna tornare al 2014, quando era al 43,1%. Il dato del quarto trimestre, poi, del 51,4%, rappresenta un picco che non si vedeva dall’analogo periodo del 2014, con il 52,2%. Il potere d’acquisto delle famiglie è diminuito rispetto al trimestre precedente dello 0,8%.Tira aria di austerity in Europa. Mentre il governo Meloni prolunga al 1° maggio il taglio delle accise sui carburanti in scadenza il 7 aprile, da Bruxelles la consegna è tirare la cinghia sui consumi energetici. Non siamo ancora alle domeniche a piedi dello shock energetico degli anni Settanta, ma la tentazione di varare misure drastiche c’è, eccome. Basta leggere quello che ha detto il commissario europeo all’Energia, Dan Jorgensen, sul principale quotidiano finanziario britannico, il Financial Times, per capire che aria tira. «L’Unione europea si sta preparando a uno shock energetico duraturo legato alla guerra in Medio Oriente e sta valutando tutte le possibilità, comprese misure di razionamento dei carburanti e un nuovo rilascio di petrolio dalle riserve strategiche». Più chiaro di così. Secondo Jorgensen, «questa sarà una crisi lunga» e «i prezzi dell’energia saranno più alti per moltissimo tempo». Il commissario ha spiegato che il blocco comunitario non si trova «ancora» in una crisi di sicurezza degli approvvigionamenti, ma sta preparando piani per affrontare gli effetti «strutturali e duraturi» del conflitto. Jorgensen ha aggiunto che la Commissione sta valutando anche «gli scenari peggiori», pur non essendo ancora arrivata al punto di dover imporre il razionamento di prodotti critici come il carburante per l’aviazione e il gasolio. «Meglio essere preparati che dovercene pentire», ha affermato, sottolineando che l’Ue «sta valutando tutte le possibilità» anche se non ha ancora modificato le regole vigenti. «Più la situazione diventa grave, più dovremo guardare anche agli strumenti legislativi». Jorge nsen ha infine detto di non escludere un nuovo ricorso alle riserve strategiche «se la situazione dovesse peggiorare» pur precisando che ogni decisione dovrà essere presa «nel momento esatto giusto e in modo proporzionato». Il mese scorso i Paesi dell’Ue hanno partecipato al più grande rilascio di riserve strategiche di petrolio della storia, nel tentativo di contenere l’impennata dei prezzi.Jorgensen non è nuovo nel tratteggiare scenari drammatici. Alcuni giorni fa aveva detto che nessuno deve illudersi sulla fine veloce delle conseguenze per il mercato dell’energia «perché non succederà e anche se si raggiungesse la pace domani le infrastrutture energetiche comunque sono state danneggiate, e servirà tempo per tornare alla normalità». E siccome - sostiene - lo shock non sarà breve, «gli Stati membri della Ue devono prepararsi a razionamenti».Jorgensen ha anche inviato una lettera ai Ventisette in cui ha lanciato un messaggio ancora più esplicito, ovvero: «Più riuscite a risparmiare petrolio, in particolare diesel e carburante per aerei, meglio è per tutti», confermando di spingere sulla stretta dei consumi anche attraverso la riduzione della mobilità.La sua non è una voce isolata ma sta acquisendo proseliti. Nino Cartabellotta, presidente della Fondazione Gimbe, dalla sanità sposta il suo interesse alla geopolitica e afferma che «bisogna preparare il Paese a uno shock energetico di lunga durata e disincentivare i consumi». E a proposito del decreto taglia accise, commenta che «non bisogna spacciare per cura l’ennesimo decreto cerotto».Di razionamento e austerità energetica ha parlato anche l’Agenzia internazionale dell’energia (Iea - International energy agency). Già il 20 marzo aveva stilato una sorta di decalogo per ridurre la domanda di carburanti, invitando a lavorare da casa, a prendere meno aerei, a lasciare l’auto ferma e a preferire i trasporti pubblici. Aveva stimato che con politiche su larga scala per la riduzione dei viaggi aziendali, la domanda di carburante per aerei potrebbe diminuire tra il 7% e il 15%. Quindi arrivava a dire che in un mercato volatile, i cittadini devono adattarsi alla riduzione dei consumi.L’Agenzia, poi, faceva l’esempio di alcuni Paesi che avevano adottato misure di austerità: le Filippine e il Pakistan hanno introdotto settimane lavorative di quattro giorni per i dipendenti pubblici, mentre lo Sri Lanka ha chiuso gli uffici pubblici il mercoledì. Anche il Laos, la Thailandia e il Vietnam stanno promuovendo attivamente il lavoro da casa. Modelli virtuosi da seguire, secondo l’Iea.E di interruzione o contingentamento dei servizi di mobilità cominciano a parlare anche alcune categorie. Assarmatori e Confitarma hanno lanciato l’allarme di un rischio per i collegamenti nazionali. «L’aumento del costo dei carburanti impatta sui servizi marittimi per passeggeri e merci», affermano le due associazioni. E avvertono: «In assenza di interventi correttivi, c’è il rischio concreto di una compromissione dei servizi, fino a una possibile riduzione dell’offerta, o, nei casi più critici, al venir meno dei collegamenti». Stesso allarme dalle compagnie aeree. Ryanair ventila il rischio di dover cancellare alcuni voli in estate, qualora il conflitto iraniano dovesse continuare per un mese ancora e interrompere le forniture di jet fuel. Anche Lufthansa ha fatto sapere che in piena stagione estiva potrebbe lasciare a terra 40 aerei.I grandi sacerdoti della governance– quelli che parlano ai fondi d’investimento e ai grandi investitori con il tono di chi dispensa verità rivelate – si sono pronunciati sul prossimo consiglio d’amministrazione di Mps. Hanno intonato il canto gregoriano della finanza. Lo spartito è chiaro: avanti tutta con Fabrizio Palermo come amministratore delegato e, seppur con qualche acuto in meno, per la conferma di Nicola Maione come presidente.Dopo ISS, anche Glass Lewis si schiera per la lista del cda in vista dell’assemblea del 15 aprile che deciderà la nuova squadra di comando.E già qui si in travede il paradosso: quando i proxy advisor sono d’accordo, il mercato tira un sospiro di sollievo. Quando non lo sono, ancora di più, perché almeno c’è un po’ di suspense.Nel caso specifico, però, la suspense è durata poco. Glass Lewis, con l’aplomb di chi ha visto tutto e giudicato tutto, ha deciso che la lista del consiglio uscente è quella «meglio posizionata per offrire una cornice di governance bilanciata e stabile durante un periodo di transizione strategica». In altre parole: non è il momento di mettersi a fare esperimenti creativi con una banca che di esperimenti ne ha già fatti abbastanza.Glass Lewis, l’attuale numero uno di Acea mostra «esperienza rilevante per l’attuale fase». Che è un modo elegante per dire: ha visto tempeste peggiori e, soprattutto, sa dove mettere le mani quando il quadro si complica. Operazioni complesse? Ok. Contesti istituzionali? Ok. Integrazione con Mediobanca? Vedremo, ma almeno sulla carta il curriculum regge.Poi c’è Nicola Maione il presidente che fa parte del cda dal 2017. Qui la musica presenta qualche stecca. Perché se ISS aveva storto il naso sulla riconferma, Glass Lewis decide invece di premiare la continuità: meglio tenersi l’usato sicuro che rischiare il nuovo incerto. In fondo, «i benefici di mantenere l’esperienza nel ruolo superano le preoccupazioni sulla sua performance». Una frase meravigliosa, perché dentro ci sta tutto: il passato, il presente e anche un pizzico di indulgenza.Per il resto va in onda la liturgia delle bocciature eccellenti su cui i due sacerdoti della governance di trovano d’accordo. Inviato a non votare Alessandro Caltagirone (figlio dell'azionista Francesco Gaetano Caltagirone), Elena De Simone (manager espressione del gruppo Caltagirone) e del presidente del comitato nomine, Domenico Lombardi. Bocciate anche le liste che presentano candidature «credibili ma non adatte al momento». Riferimento trasparente a quella dell’ex amministratore delegato Luigi Lovaglio. Credibile, sì. Opportuno, no. Perché nelle fasi delicate la parola chiave non è talento, ma continuità. O, in alternativa, prevedibilità. Lovaglio, dopo essere stato costretto alle dimissioni, non si è dato per vinto candidandosi in una lista alternativa. Pierluigi Tortora, numero uno della holding Plt, in un'intervista pubblicata oggi su Milano Finanza, si è detto comunque fiducioso sulle possibilità di successo di Lovaglio. «Credo che il mercato possa premiare la bontà della lista, la trasparenza, la coerenza a un progetto sul quale il mercato si è già espresso Secondo me con il 20-22% ce la giochiamo».A Siena, lato Fondazione Monte dei Paschi di Siena, si osserva la scena con quella miscela di nostalgia e apprensione che solo chi ha già dato (e perso) molto può permettersi. E qui la memoria torna impietosa: oltre cinque miliardi di patrimonio bruciati nel tentativo di mantenere il controllo. Un falò di sofferenze e di risorse.La Fondazione Monte dei Paschi, ora teme che la sfida per la governance possa cambiare la visione dell’istituto. Che è un po’ come dire: abbiamo già visto cosa succede quando si cambia troppo, troppo in fretta. E non è stato un bello spettacolo.Così il 15 aprile, a Siena, non si voterà solo un consiglio di amministrazione. Si voterà una linea di galleggiamento. Tra chi vuole ridisegnare la banca e chi, più prudentemente, preferisce tenerla dritta mentre attraversa l’ennesimo tratto di mare agitato. E, a giudicare dal coro dei proxy, il messaggio è chiaro: dopo il successo della scalata a Mediobanca occorre mettere ordine tra Siena e Milano. Anche se, in Italia, il pilota automatico ha spesso bisogno di qualcuno che controlli che funzioni davvero.Un discreto balzo in avanti. In silenzio, quasi a sorpresa, Giorgia Meloni mette fine all’«interim» e promuove dalle retrovie del governo il nuovo ministro del Turismo. È Gianmarco Mazzi, già sottosegretario alla Cultura con delega allo spettacolo. Ha giurato ieri mattina poco prima delle 11 al Quirinale, davanti a Sergio Mattarella e al premie r.Il segnale è chiaro: il governo è solido e procede senza tentennamenti. La squadra è concentrata sulle sue responsabilità, senza farsi distrarre dagli strepiti delle opposizioni e da gossip di vario genere. La scelta di Mazzi parla da sola. In tre anni e mezzo di lavoro, mentre al Mic si passava da Gennaro Sangiuliano ad Alessandro Giuli, con cambiamenti dei relativi staff, il neoministro non ha mai alimentato polemiche o attriti di alcun tipo.«Il turismo è un mondo ricco di fascino e grandi professionalità che richiede cura attenta perché rappresenta un pilastro dell’economia italiana. Sono onorato di questo incarico e ringrazio il presidente della Repubblica e il presidente del Consiglio per la fiducia accordatami», ha detto Mazzi subito dopo il giuramento. La scelta dell’ex sottosegretario alla Cultura interrompe il totonomi che nei giorni scorsi aveva alimentato l’ipotesi della promozione del consigliere di Daniela Santanché, Gianluca Caramanna, grande conoscitore della macchina ministeriale, della candidatura di Giovanni Malagò, ex presidente del Coni ora in corsa per la poltrona della Fgci, e di Luca Zaia, il doge trevigiano con il solo neo di non appartenere a Fratelli d’Italia. La casella del Turismo, con il suo enorme impatto sul Pil italiano, doveva restare in quota al partito di maggioranza relativa. Immediate sono arrivate le congratulazioni di Santanché che ha definito quella di Mazzi «una scelta giusta, grazie alla quale l’industria turistica italiana potrà contare su una figura di assoluto spessore».Veronese, 65 anni, sposato con Evelina Smarrito, schiva quanto lui, laureato in giurisprudenza con una tesi sull’«Intervento pubblico nel campo dello spettacolo fra promozione culturale e mercato», il neoministro ha alle spalle un lungo percorso come agente, manager e organizzatore di eventi di respiro internazionale. Poco più che ventenne, nel 1981 è promotore con Mogol, Gianni Morandi e Gianluca Pecchini della Nazionale cantanti. Il mondo dell’intrattenimento diventa il suo campo d’azione privilegiato. Da Caterina Caselli apprende i primi segreti del mestiere. Ma le collaborazioni importanti si susseguono: Fabrizio De André, i Pooh, Lucio Dalla. La più duratura è quella con Adriano Celentano, Claudia Mori e il Clan, «la mia famiglia», confida a Sette del Corriere della Sera. Nel 2000 con la Nazionale cantanti organizza all’Olimpico di Roma la «Partita del Cuore per la pace». Nella tribuna autorità ci sono il presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi, Shimon Peres e Yasser Arafat, oltre a personalità come Pelè, Michael Schumacher e Sean Connery. Nell’aprile 2003, con Morandi e Luca Barbarossa, in piena crisi con l’Iraq, porta a Baghdad gli aiuti umanitari della Croce Rossa italiana, iniziativa per la quale la delegazione riceverà un riconoscimento dei Nobel per la Pace, consegnato dal Dalai Lama e Mikhail Gorbaciov. Nei primi anni Duemila cura gli show di Celentano su Rai 1, Francamente me ne infischio, 125 milioni di caz…te e Rockpolitik, tra gli show più dirompenti della storia della televisione. Mazzi abbina intuizione, pazienza e doti manageriali che si rivelano risolutive nelle situazioni più complesse. Tra il 2006 e il 2012, affiancato da Lucio Presta, è per cinque volte direttore artistico del Festival di Sanremo. Cura l’organizzazione della cerimonia d’apertura di Expo 2015 dalla Piazza del Duomo di Milano. Seguono le collaborazioni con Riccardo Cocciante, Vasco Rossi, Dario Fo, Vasco Rossi e Massimo Giletti. Dal 2017 al 2022 porta l’Arena di Verona, di cui è direttore artistico, al centro del circuito dell’intrattenimento italiano e internazionale. Nel settembre 2022 viene eletto alla Camera con Fratelli d’Italia. Concreto e riservato, è il nuovo ministro del Turismo del governo Meloni.La violenza agghiacciante contro una donna, presa a cinghiate davanti al figlio su un autobus per mano di due minorenni di origine nordafricana, ripresa da un video. È accaduto mercoledì, ore 17.10 del pomeriggio, su un autobus della linea 5 che collega la stazione di Al essandria al sobborgo di Spinetta.La scena, filmata con il telefonino di uno dei passeggeri che non sarebbe intervenuto perché gli aggressori «possedevano armi da taglio», mostra una povera donna ripetutamente colpita con furia bestiale, strattonata mentre si sente il suono tremendo delle strisce di cuoio che si abbattono su tutto il suo corpo.Il raptus sarebbe scattato dopo «un semplice sguardo», hanno raccontato gli altri passeggeri a RadioGold News Alessandria che ha pubblicato il video. «La donna è salita sul bus insieme al figlio e a un certo punto uno degli aggressori si è rivolto a lei chiedendo che cosa avesse da guardare». I due si sono avvicinati e hanno iniziato a parlarle, a spintonare il ragazzino e quando la signora si è alzata per difenderlo dicendo di lasciare stare il figlio, contro di lei si è scatenato l’inferno.Un maranza ha cominciato a sferrare cinghiate con ferocia inaudita, l’altro è sceso dal mezzo «per aprire lo zaino e prendere un’altra cintura» e usarla contro la donna che tentava inutilmente di difendersi da colpi rabbiosi sul volto e sul corpo. Il tutto, nell’immobilità di chi viaggiava su quell’autobus e che come massima reazione si è limitato a filmare il pestaggio.Inevitabile pensare al tredicenne della scuola media Leonardo Da Vinci di Trescore Balneario, nella Bergamasca, che pur vedendo un suo coetaneo armato di coltello non ha esitato a prenderlo a calci, facendolo scappare e contribuendo così a salvare la vita dell’insegnante di francese Chiara Mocchi.I due giovani sono fuggiti appena l’autista ha fermato il mezzo e chiamato il 112, la mamma è stata portata in ospedale ad Alessandria dove ha dovuto ricorrere a cure mediche. Che si trattasse di due maranza minorenni l’ha scoperto dopo poche ore la Squadra mobile anche grazie alle immagini delle telecamere sul bus. Diffuso online, il video ripreso dai social è stato commentato con parole di sdegno e di incredulità. «Non sembra che sia Italia», è stato il post che forse meglio spiega lo sconcerto dei cittadini davanti a una violenza inflitta a una donna da due minorenni nordafricani.«L’aggressione avvenuta sul bus numero 5 è un fatto gravissimo, che scuote profondamente la nostra comunità. Una donna e suo figlio sono stati vittime di una violenza brutale, in pieno giorno, su un mezzo pubblico. Questo non è accettabile. Alessandria merita sicurezza, rispetto e protezione», ha commentato Davide Buzzi Langhi, consigliere comunale di Forza Italia.Due maranza balordi, anzi delinquenti, come quelli che Concita De Gregorio ha provato a giustificare poche settimane fa, ospite del programma su Rete4 È sempre Cartabianca. Sarebbero vittime di un «Paese che non vuole questi ragazzi», secondo l’editorialista di Repubblica, un Paese che «li rifiuta, li respinge, li condanna all’origine che hanno. […] È razzismo».Allora giustifichiamo il loro disagio che si manifesta con vili quanto feroci aggressioni, scatenate da motivi banali quali un semplice sguardo? Bisogna chinare il capo e dire poveretti, sono emarginati e si sfogano così? Vediamo quali attenuanti troverà il magistrato, per rimettere in libertà non un minorenne ma un uomo di 37 anni, di origini extracomunitarie e senza fissa dimora, con precedenti, arrestato nel Lazio dai carabinieri con l’ipotesi di reato di violenza sessuale aggravata su una minore di Leonessa.A dare l’allarme è stata la mamma della ragazzina, segnalando che la figlia stava subendo molestie da uno sconosciuto mentre era su un autobus di linea diretto a Rieti. Lo straniero, incapace di frenare i suoi istinti, avrebbe importunato pesantemente la giovane, tentando inoltre di riprenderla con il proprio telefono cellulare. L’Arma, subito intervenuta, l’ha sottoposto a fermo.Giovedì, a Treviso una signora di 79 anni che stava andando a fare la spesa in bicicletta è stata buttata a terra da uno straniero che l’aveva affiancata su un monopattino per rubarle la borsa nel cestino. La poveretta ha riportato ferite al ginocchio e alla m ano, l’extracomunitario è riuscito a dileguarsi con il bottino malgrado l’inseguimento da parte di due giovani accorsi in aiuto della donna.Sempre due giorni fa, un tunisino di 27 anni ha seminato il panico nel centro di Ravenna, danneggiando auto tra le quali un veicolo di proprietà del gruppo di volontariato e di Protezione civile, colpendo con pugni alla schiena un passante che stava camminando con il proprio cane, dopo avergli strappato il guinzaglio di mano. Inutili i tentativi di calmarlo, il giovane con numerosi precedenti ha reagito con violenza e tre agenti hanno riportato lesioni. Solo con l’intervento di rinforzi l’extracomunitario è stato arrestato. Già, perché se si reagisce con durezza la colpa è sempre delle forze dell’ordine. tp:writer§§ REDAZIONE guid§§ http://gimbe.telpress.it/news/2026/04/04/2026040403275207608.PDF §---§ title§§ Patto di stabilità, scontro UE-Giorgetti sulla deroga link§§ http://gimbe.telpress.it/news/2026/04/04/2026040403275307609.PDF description§§
Estratto da pag. 1 di "laverita.info" del 04 Apr 2026
Bruxelles respinge la richiesta di flessibilità sul Patto di stabilità: niente deroga senza grave recessione. Giorgetti insiste sulla crisi energetica e i rischi per l’economia. Crescono pressione fiscale e timori di stagflazione in Europa.
pubDate§§ 2026-04-04T07:31:00+00:00 arguments§§ http://gimbe.telpress.it/news/2026/04/04/2026040403275307609.PDF category§§ GIMBE subcategory§§ {'domain': ''} source§§ {'href': 'http://gimbe.telpress.it/news/2026/04/04/2026040403275307609.PDF', 'title': 'laverita.info'} tp:url§§ https://www.laverita.info/patto-stabilita-scontro-ue-giorgetti-2676663015.html tp:attach_fn§§ http://gimbe.telpress.it/news/2026/04/04/2026040403275307609.PDF tp:ocr§§ Considerato che il paziente non è ancora morto, è inutile curarlo: è questa la sintesi della risposta negativa della Commissione europea alla considerazione del ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti, sulla necessità di rivedere o comunque prevedere delle deroghe ai rigidissimi parametri del Patto di stabilità, considerato il drammatico quadro internazionale e la crisi energetica che ne deriva.In conferenza stampa dopo che il Cdm, ieri, ha prorogato il taglio delle accise fino al 1° maggio, Giorgetti fa una dichiarazione all’insegna del più puro pragmatismo: «Sull’ipotesi di sforamento del limite del 3% del deficit a causa della crisi energetica», risponde il ministro a una domanda sull’argomento, «credo che si faccia riferimento alla volontà di chiedere o non chiedere la clausola di deroga prevista dal nuovo regolamento europeo di governance economica. È chiaro che la riflessione a livello europeo, se la situazione non cambia, sarà inevitabile. Ho espresso questa mia valutazione già all’inizio del conflitto, l’ho ribadita all’Eurogruppo a inizio settimana. Lo farò in qualsiasi consenso internazionale a cui parteciperò, perché questa è la realtà. Abbiamo fatto un G7 con la partecipazione delle organizzazioni internazionali proprio in settimana», aggiunge il ministro dell’Economia, «e il quadro che è stato rappresentato è oggettivamente preoccupante per le ricadute economiche. Tutti correlano alla durata del conflitto le misure da assumere. Il tema della durata produrrà ahimè conseguenze sia sulla politica monetaria sia sulla politica fiscale dei diversi Paesi. Chi più chi meno, credo che tutto il globo ne sia colpito».Niente di clamoroso, niente di stupefacente: siamo in un periodo di gravissima crisi e quindi, se c’è un momento in cui rimodulare le norme adeguandole alla realtà, è questo. E invece, ma forse non c’è neanche più da stupirsi, la risposta da Bruxelles è ai limiti del delirio: «La Commissione europea», sottolinea una portavoce, «non ritiene che attualmente la Ue si trovi in una situazione che richiede la sospensione delle regole del Patto di stabilità come avvenuto all’epoca della crisi pandemica. La possibilità di far scattare la clausola di salvaguardia del Patto di stabilità esiste solo in caso di grave recessione nell’area euro o nella Ue nel suo complesso. Stiamo monitorando attentamente la situazione instabile in Medio Oriente, ma non ci troviamo in tale scenario».Quindi, secondo questi cervelloni, per dare un po’ di ossigeno alle economie europee bisogna aspettare che si precipiti in una condizione di grave recessione, ovvero alla fame. Siamo di fronte, come è evidente, a una follia. Lo stesso Commissario Ue all’Economia Valdis Dombrovskis, una settimana fa, in conferenza stampa al termine dell’Eurogruppo, aveva ribadito che «la clausola di salvaguardia generale è subordinata a una grave recessione economica nell’Ue o nell’area dell’euro nel suo complesso. Attualmente, anche sulla base dell’analisi di scenario non siamo in questa situazione». E in quale situazione siamo? «Siamo di fronte», aveva aggiunto Dombrovskis, detto Draculovskis, «al rischio di uno shock di tipo stagflazionistico, vale a dire una situazione in cui una crescita più debole coincide con un’inflazione più elevata. Questo vale anche se le interruzioni delle forniture energetiche dovessero essere relativamente di breve durata». In sostanza: se tutto va bene, siamo rovinati.Pensate che anche uno che di regole europee se ne intende, e che certamente non è sospettabile di simpatie per il governo guidato da Giorgia Meloni, ovvero l’ex presidente del Consiglio e presidente della Commissione europea Romano Prodi, pensa che sia l’ora di sospendere il Patto di stabilità: «Il problema», sottolinea Prodi a Sky Tg24, «è che non sia solo un caso speciale per l’Italia. Che non dimostriamo ancora una volta le nostre debolezze. Deve essere un problema europeo con una revisione dei vincoli a livello europeo. Ho sempre detto che il Patto di stabilità rigido è stupido. Si deve tener conto che c’è u na situazione straordinaria e anche i bilanci di tutti i Paesi europei devono essere adattati a questa situazione, l’Italia è più a rischio perché è già fuori di questi parametri e quindi il problema per noi è più serio ma il problema è generale».La sensazione è che si proceda a passi da gigante verso razionamenti e altre misure drastiche, quelle sì, da stato di guerra, ma evitando accuratamente di dare respiro ai Paesi membri della Ue aspettando che la situazione diventi irreparabile. Viene da chiedersi se siamo di fronte a una totale incompetenza, a una imperdonabile cocciutaggine oppure, e sarebbe molto grave, a un preciso disegno per mettere in ginocchio mezza Europa, il che sarebbe non solo peggio: sarebbe criminale. Le prossime settimane ci diranno quale di queste ipotesi, tutte catastrofiche, sarà quella giusta.Intanto la pressione fiscale in Italia nel 2025 fa segnare il record degli ultimi dieci anni: i dati grezzi dell’Istat indicano che ha raggiunto il 43,1% del Pil, in crescita di 0,7 punti percentuali rispetto al 42,4 del 2024. Per trovare un livello più alto bisogna tornare al 2014, quando era al 43,1%. Il dato del quarto trimestre, poi, del 51,4%, rappresenta un picco che non si vedeva dall’analogo periodo del 2014, con il 52,2%. Il potere d’acquisto delle famiglie è diminuito rispetto al trimestre precedente dello 0,8%.Tira aria di austerity in Europa. Mentre il governo Meloni prolunga al 1° maggio il taglio delle accise sui carburanti in scadenza il 7 aprile, da Bruxelles la consegna è tirare la cinghia sui consumi energetici. Non siamo ancora alle domeniche a piedi dello shock energetico degli anni Settanta, ma la tentazione di varare misure drastiche c’è, eccome. Basta leggere quello che ha detto il commissario europeo all’Energia, Dan Jorgensen, sul principale quotidiano finanziario britannico, il Financial Times, per capire che aria tira. «L’Unione europea si sta preparando a uno shock energetico duraturo legato alla guerra in Medio Oriente e sta valutando tutte le possibilità, comprese misure di razionamento dei carburanti e un nuovo rilascio di petrolio dalle riserve strategiche». Più chiaro di così. Secondo Jorgensen, «questa sarà una crisi lunga» e «i prezzi dell’energia saranno più alti per moltissimo tempo». Il commissario ha spiegato che il blocco comunitario non si trova «ancora» in una crisi di sicurezza degli approvvigionamenti, ma sta preparando piani per affrontare gli effetti «strutturali e duraturi» del conflitto. Jorgensen ha aggiunto che la Commissione sta valutando anche «gli scenari peggiori», pur non essendo ancora arrivata al punto di dover imporre il razionamento di prodotti critici come il carburante per l’aviazione e il gasolio. «Meglio essere preparati che dovercene pentire», ha affermato, sottolineando che l’Ue «sta valutando tutte le possibilità» anche se non ha ancora modificato le regole vigenti. «Più la situazione diventa grave, più dovremo guardare anche agli strumenti legislativi». Jorgensen ha infine detto di non escludere un nuovo ricorso alle riserve strategiche «se la situazione dovesse peggiorare» pur precisando che ogni decisione dovrà essere presa «nel momento esatto giusto e in modo proporzionato». Il mese scorso i Paesi dell’Ue hanno partecipato al più grande rilascio di riserve strategiche di petrolio della storia, nel tentativo di contenere l’impennata dei prezzi.Jorgensen non è nuovo nel tratteggiare scenari drammatici. Alcuni giorni fa aveva detto che nessuno deve illudersi sulla fine veloce delle conseguenze per il mercato dell’energia «perché non succederà e anche se si raggiungesse la pace domani le infrastrutture energetiche comunque sono state danneggiate, e servirà tempo per tornare alla normalità». E siccome - sostiene - lo shock non sarà breve, «gli Stati membri della Ue devono prepararsi a razionamenti».Jorgensen ha anche inviato una lettera ai Ventisette in cui ha lanciato un messaggio ancora più esplicito, ovvero: «Più riuscite a risparmiare petrolio, in particolare diesel e carburante per aerei , meglio è per tutti», confermando di spingere sulla stretta dei consumi anche attraverso la riduzione della mobilità.La sua non è una voce isolata ma sta acquisendo proseliti. Nino Cartabellotta, presidente della Fondazione Gimbe, dalla sanità sposta il suo interesse alla geopolitica e afferma che «bisogna preparare il Paese a uno shock energetico di lunga durata e disincentivare i consumi». E a proposito del decreto taglia accise, commenta che «non bisogna spacciare per cura l’ennesimo decreto cerotto».Di razionamento e austerità energetica ha parlato anche l’Agenzia internazionale dell’energia (Iea - International energy agency). Già il 20 marzo aveva stilato una sorta di decalogo per ridurre la domanda di carburanti, invitando a lavorare da casa, a prendere meno aerei, a lasciare l’auto ferma e a preferire i trasporti pubblici. Aveva stimato che con politiche su larga scala per la riduzione dei viaggi aziendali, la domanda di carburante per aerei potrebbe diminuire tra il 7% e il 15%. Quindi arrivava a dire che in un mercato volatile, i cittadini devono adattarsi alla riduzione dei consumi.L’Agenzia, poi, faceva l’esempio di alcuni Paesi che avevano adottato misure di austerità: le Filippine e il Pakistan hanno introdotto settimane lavorative di quattro giorni per i dipendenti pubblici, mentre lo Sri Lanka ha chiuso gli uffici pubblici il mercoledì. Anche il Laos, la Thailandia e il Vietnam stanno promuovendo attivamente il lavoro da casa. Modelli virtuosi da seguire, secondo l’Iea.E di interruzione o contingentamento dei servizi di mobilità cominciano a parlare anche alcune categorie. Assarmatori e Confitarma hanno lanciato l’allarme di un rischio per i collegamenti nazionali. «L’aumento del costo dei carburanti impatta sui servizi marittimi per passeggeri e merci», affermano le due associazioni. E avvertono: «In assenza di interventi correttivi, c’è il rischio concreto di una compromissione dei servizi, fino a una possibile riduzione dell’offerta, o, nei casi più critici, al venir meno dei collegamenti». Stesso allarme dalle compagnie aeree. Ryanair ventila il rischio di dover cancellare alcuni voli in estate, qualora il conflitto iraniano dovesse continuare per un mese ancora e interrompere le forniture di jet fuel. Anche Lufthansa ha fatto sapere che in piena stagione estiva potrebbe lasciare a terra 40 aerei.La prima visita di un leader occidentale nel Golfo dall’inizio della guerra in Iran è il segnale inequivocabile che il presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, ha archiviato i dossier spinosi per rivolgere l’attenzione alle vere emergenze del Paese che, come ha scritto il direttore Maurizio Belpietro, sono i soldi, la sicurezza e la salute.Si comincia dai primi, perché la guerra in corso promette di far schizzare di nuovo l’inflazione alle stesse. Per questo ieri mattina, dopo un vertice di maggioranza convocato la sera precedente, i ministri si sono riuniti in un Cdm organizzato per prorogare le misure adottate per sterilizzare il rincaro energetico. «Il governo è intervenuto con un nuovo decreto per prorogare la riduzione delle accise sui carburanti, ampliando la misura con un intervento mirato a sostegno degli agricoltori e delle imprese esportatrici. È una misura necessaria per fronteggiare una fase particolarmente delicata, segnata da tensioni internazionali che stanno producendo effetti concreti sui costi dell’energia e sull’economia» ha scritto Meloni sui social, sottolineando che «sappiamo che il quadro resta complesso. Per questo il governo continuerà a monitorare con la massima attenzione l’evoluzione dello scenario internazionale e a lavorare su ogni intervento necessario a proteggere famiglie, imprese e lavoro».Giancarlo Giorgetti nella conferenza stampa post Cdm ha chiarito che le coperture ci poteranno fino all’inizio di maggio. «L’onere di queste misure sono intorno ai 500 milioni. Per 200 milioni c’è l’autocopertura che deriva dall’incremento del gettito Iva; per 300 milioni sono risorse che sono state recuperate sostanz ialmente sulle risorse Ets - CO2 che non erano state ancora utilizzate, avendo premura di non toccare quelle originariamente destinate al sollievo degli energivori» ha precisato, ma per quanto riguarda il futuro bisognerà capire che verso prenderà la guerra. Questo lo scopo della missione di Meloni. Ieri pomeriggio è giunta a Gedda in Arabia Saudita, la prima visita nella regione da parte di un leader di Ue, G20 e Nato dall’inizio del conflitto, con incontri in programma con i principali rappresentanti di Arabia Saudita, Qatar ed Emirati Arabi Uniti. L’obiettivo della missione è rafforzare le relazioni con queste nazioni e ribadire il sostegno dell’Italia di fronte agli attacchi iraniani, consolidando al contempo un partenariato strategico sempre più solido. Il focus principale resta quello della sicurezza energetica nazionale. Il Golfo rappresenta infatti una fonte cruciale di petrolio e gas per l’Italia e ha un ruolo determinante nell’andamento dei prezzi energetici globali.Dopo la tappa in Algeria e quella nei Paesi del Golfo, Meloni ha in programma un viaggio in Azerbaigian. Una missione che potrebbe svolgersi a maggio o giugno.La missione serve anche per il nodo sicurezza che si intreccia a doppio filo con l’emergenza degli immigrati irregolari. Gli sfollati in Libano sono già un milione e se la crisi dovesse continuare potrebbero moltiplicarsi. Il tema è stato sollevato dall’Italia anche a livello europeo. Tra gli ambiti sui quali l’Italia offrirà supporto al Golfo c’è quello della Difesa. Le richieste e le necessità di questi Paesi sono diverse in questa fase. Sono già in corso spedizioni e forniture di natura difensiva, ma potrebbero arrivare nuove richieste che saranno valutate. Intanto l’ambasciata iraniana in Italia ieri su X ha scritto: «Se l’Italia è preoccupata per il blocco dello Stretto di Hormuz, allora pretenda la fine della guerra».«Le interlocuzioni con Teheran esistono, a livello diplomatico» spiegano le fonti italiane, «noi come altri non le abbiamo mai interrotte». Quindi alla domanda se vi siano interlocuzioni in corso «la risposta è sì», e si sta cercando di negoziare «per arrivare a una cessazione delle ostilità come tutti stanno cercando di fare, a livello quantomeno europeo».Sul fronte interno, dopo lo spacchettamento delle deleghe lasciate da Andrea Delmastro al ministero della Giustizia, è stato trovato un nome per il ministero del Turismo. A sostituire Daniela Santanchè è il sottosegretario alla Cultura, Gianmarco Mazzi, stimato da tutti i colleghi della maggioranza, che ieri ha giurato al Colle dal presidente della Repubblica, Sergio Mattarella.Meloni, inoltre, in un’intervista al Tg1 ieri sera, è tornata sulla questione Sigonella: «Continuo a ritenere che sul piano geopolitico l’Europa non abbia molto da guadagnare da una divaricazione con gli Stati Uniti, però il nostro lavoro è soprattutto quello di difendere i nostri interessi nazionali e quando non siamo d’accordo dobbiamo dirlo e, stavolta, noi non siamo d’accordo».«Che il governo va avanti l’ho detto un minuto dopo l’esito del referendum. Non abbiamo tempo da perdere, particolarmente in un momento come questo. A me divertono le ricostruzioni su dimissioni e rimpasti che però per me sono alchimie di palazzo, chi vuole continui pure a parlare di questo che noi intanto continuiamo a fare il nostro lavoro per il bene di questa nazione», ha aggiunto il premier.I grandi sacerdoti della governance– quelli che parlano ai fondi d’investimento e ai grandi investitori con il tono di chi dispensa verità rivelate – si sono pronunciati sul prossimo consiglio d’amministrazione di Mps. Hanno intonato il canto gregoriano della finanza. Lo spartito è chiaro: avanti tutta con Fabrizio Palermo come amministratore delegato e, seppur con qualche acuto in meno, per la conferma di Nicola Maione come presidente.Dopo ISS, anche Glass Lewis si schiera per la lista del cda in vista dell’assemblea del 15 aprile che deciderà la nuova squadra di comando.E già qui si in travede il paradosso: quando i proxy advisor sono d’accordo, il mercato tira un sospiro di sollievo. Quando non lo sono, ancora di più, perché almeno c’è un po’ di suspense.Nel caso specifico, però, la suspense è durata poco. Glass Lewis, con l’aplomb di chi ha visto tutto e giudicato tutto, ha deciso che la lista del consiglio uscente è quella «meglio posizionata per offrire una cornice di governance bilanciata e stabile durante un periodo di transizione strategica». In altre parole: non è il momento di mettersi a fare esperimenti creativi con una banca che di esperimenti ne ha già fatti abbastanza.Glass Lewis, l’attuale numero uno di Acea mostra «esperienza rilevante per l’attuale fase». Che è un modo elegante per dire: ha visto tempeste peggiori e, soprattutto, sa dove mettere le mani quando il quadro si complica. Operazioni complesse? Ok. Contesti istituzionali? Ok. Integrazione con Mediobanca? Vedremo, ma almeno sulla carta il curriculum regge.Poi c’è Nicola Maione il presidente che fa parte del cda dal 2017. Qui la musica presenta qualche stecca. Perché se ISS aveva storto il naso sulla riconferma, Glass Lewis decide invece di premiare la continuità: meglio tenersi l’usato sicuro che rischiare il nuovo incerto. In fondo, «i benefici di mantenere l’esperienza nel ruolo superano le preoccupazioni sulla sua performance». Una frase meravigliosa, perché dentro ci sta tutto: il passato, il presente e anche un pizzico di indulgenza.Per il resto va in onda la liturgia delle bocciature eccellenti su cui i due sacerdoti della governance di trovano d’accordo. Inviato a non votare Alessandro Caltagirone (figlio dell'azionista Francesco Gaetano Caltagirone), Elena De Simone (manager espressione del gruppo Caltagirone) e del presidente del comitato nomine, Domenico Lombardi. Bocciate anche le liste che presentano candidature «credibili ma non adatte al momento». Riferimento trasparente a quella dell’ex amministratore delegato Luigi Lovaglio. Credibile, sì. Opportuno, no. Perché nelle fasi delicate la parola chiave non è talento, ma continuità. O, in alternativa, prevedibilità. Lovaglio, dopo essere stato costretto alle dimissioni, non si è dato per vinto candidandosi in una lista alternativa. Pierluigi Tortora, numero uno della holding Plt, in un'intervista pubblicata oggi su Milano Finanza, si è detto comunque fiducioso sulle possibilità di successo di Lovaglio. «Credo che il mercato possa premiare la bontà della lista, la trasparenza, la coerenza a un progetto sul quale il mercato si è già espresso Secondo me con il 20-22% ce la giochiamo».A Siena, lato Fondazione Monte dei Paschi di Siena, si osserva la scena con quella miscela di nostalgia e apprensione che solo chi ha già dato (e perso) molto può permettersi. E qui la memoria torna impietosa: oltre cinque miliardi di patrimonio bruciati nel tentativo di mantenere il controllo. Un falò di sofferenze e di risorse.La Fondazione Monte dei Paschi, ora teme che la sfida per la governance possa cambiare la visione dell’istituto. Che è un po’ come dire: abbiamo già visto cosa succede quando si cambia troppo, troppo in fretta. E non è stato un bello spettacolo.Così il 15 aprile, a Siena, non si voterà solo un consiglio di amministrazione. Si voterà una linea di galleggiamento. Tra chi vuole ridisegnare la banca e chi, più prudentemente, preferisce tenerla dritta mentre attraversa l’ennesimo tratto di mare agitato. E, a giudicare dal coro dei proxy, il messaggio è chiaro: dopo il successo della scalata a Mediobanca occorre mettere ordine tra Siena e Milano. Anche se, in Italia, il pilota automatico ha spesso bisogno di qualcuno che controlli che funzioni davvero.Un discreto balzo in avanti. In silenzio, quasi a sorpresa, Giorgia Meloni mette fine all’«interim» e promuove dalle retrovie del governo il nuovo ministro del Turismo. È Gianmarco Mazzi, già sottosegretario alla Cultura con delega allo spettacolo. Ha giurato ieri mattina poco prima delle 11 al Quirinale, davanti a Sergio Mattarella e al premie r.Il segnale è chiaro: il governo è solido e procede senza tentennamenti. La squadra è concentrata sulle sue responsabilità, senza farsi distrarre dagli strepiti delle opposizioni e da gossip di vario genere. La scelta di Mazzi parla da sola. In tre anni e mezzo di lavoro, mentre al Mic si passava da Gennaro Sangiuliano ad Alessandro Giuli, con cambiamenti dei relativi staff, il neoministro non ha mai alimentato polemiche o attriti di alcun tipo.«Il turismo è un mondo ricco di fascino e grandi professionalità che richiede cura attenta perché rappresenta un pilastro dell’economia italiana. Sono onorato di questo incarico e ringrazio il presidente della Repubblica e il presidente del Consiglio per la fiducia accordatami», ha detto Mazzi subito dopo il giuramento. La scelta dell’ex sottosegretario alla Cultura interrompe il totonomi che nei giorni scorsi aveva alimentato l’ipotesi della promozione del consigliere di Daniela Santanché, Gianluca Caramanna, grande conoscitore della macchina ministeriale, della candidatura di Giovanni Malagò, ex presidente del Coni ora in corsa per la poltrona della Fgci, e di Luca Zaia, il doge trevigiano con il solo neo di non appartenere a Fratelli d’Italia. La casella del Turismo, con il suo enorme impatto sul Pil italiano, doveva restare in quota al partito di maggioranza relativa. Immediate sono arrivate le congratulazioni di Santanché che ha definito quella di Mazzi «una scelta giusta, grazie alla quale l’industria turistica italiana potrà contare su una figura di assoluto spessore».Veronese, 65 anni, sposato con Evelina Smarrito, schiva quanto lui, laureato in giurisprudenza con una tesi sull’«Intervento pubblico nel campo dello spettacolo fra promozione culturale e mercato», il neoministro ha alle spalle un lungo percorso come agente, manager e organizzatore di eventi di respiro internazionale. Poco più che ventenne, nel 1981 è promotore con Mogol, Gianni Morandi e Gianluca Pecchini della Nazionale cantanti. Il mondo dell’intrattenimento diventa il suo campo d’azione privilegiato. Da Caterina Caselli apprende i primi segreti del mestiere. Ma le collaborazioni importanti si susseguono: Fabrizio De André, i Pooh, Lucio Dalla. La più duratura è quella con Adriano Celentano, Claudia Mori e il Clan, «la mia famiglia», confida a Sette del Corriere della Sera. Nel 2000 con la Nazionale cantanti organizza all’Olimpico di Roma la «Partita del Cuore per la pace». Nella tribuna autorità ci sono il presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi, Shimon Peres e Yasser Arafat, oltre a personalità come Pelè, Michael Schumacher e Sean Connery. Nell’aprile 2003, con Morandi e Luca Barbarossa, in piena crisi con l’Iraq, porta a Baghdad gli aiuti umanitari della Croce Rossa italiana, iniziativa per la quale la delegazione riceverà un riconoscimento dei Nobel per la Pace, consegnato dal Dalai Lama e Mikhail Gorbaciov. Nei primi anni Duemila cura gli show di Celentano su Rai 1, Francamente me ne infischio, 125 milioni di caz…te e Rockpolitik, tra gli show più dirompenti della storia della televisione. Mazzi abbina intuizione, pazienza e doti manageriali che si rivelano risolutive nelle situazioni più complesse. Tra il 2006 e il 2012, affiancato da Lucio Presta, è per cinque volte direttore artistico del Festival di Sanremo. Cura l’organizzazione della cerimonia d’apertura di Expo 2015 dalla Piazza del Duomo di Milano. Seguono le collaborazioni con Riccardo Cocciante, Vasco Rossi, Dario Fo, Vasco Rossi e Massimo Giletti. Dal 2017 al 2022 porta l’Arena di Verona, di cui è direttore artistico, al centro del circuito dell’intrattenimento italiano e internazionale. Nel settembre 2022 viene eletto alla Camera con Fratelli d’Italia. Concreto e riservato, è il nuovo ministro del Turismo del governo Meloni.La violenza agghiacciante contro una donna, presa a cinghiate davanti al figlio su un autobus per mano di due minorenni di origine nordafricana, ripresa da un video. È accaduto mercoledì, ore 17.10 del pomeriggio, su un autobus della linea 5 che collega la stazione di Al essandria al sobborgo di Spinetta.La scena, filmata con il telefonino di uno dei passeggeri che non sarebbe intervenuto perché gli aggressori «possedevano armi da taglio», mostra una povera donna ripetutamente colpita con furia bestiale, strattonata mentre si sente il suono tremendo delle strisce di cuoio che si abbattono su tutto il suo corpo.Il raptus sarebbe scattato dopo «un semplice sguardo», hanno raccontato gli altri passeggeri a RadioGold News Alessandria che ha pubblicato il video. «La donna è salita sul bus insieme al figlio e a un certo punto uno degli aggressori si è rivolto a lei chiedendo che cosa avesse da guardare». I due si sono avvicinati e hanno iniziato a parlarle, a spintonare il ragazzino e quando la signora si è alzata per difenderlo dicendo di lasciare stare il figlio, contro di lei si è scatenato l’inferno.Un maranza ha cominciato a sferrare cinghiate con ferocia inaudita, l’altro è sceso dal mezzo «per aprire lo zaino e prendere un’altra cintura» e usarla contro la donna che tentava inutilmente di difendersi da colpi rabbiosi sul volto e sul corpo. Il tutto, nell’immobilità di chi viaggiava su quell’autobus e che come massima reazione si è limitato a filmare il pestaggio.Inevitabile pensare al tredicenne della scuola media Leonardo Da Vinci di Trescore Balneario, nella Bergamasca, che pur vedendo un suo coetaneo armato di coltello non ha esitato a prenderlo a calci, facendolo scappare e contribuendo così a salvare la vita dell’insegnante di francese Chiara Mocchi.I due giovani sono fuggiti appena l’autista ha fermato il mezzo e chiamato il 112, la mamma è stata portata in ospedale ad Alessandria dove ha dovuto ricorrere a cure mediche. Che si trattasse di due maranza minorenni l’ha scoperto dopo poche ore la Squadra mobile anche grazie alle immagini delle telecamere sul bus. Diffuso online, il video ripreso dai social è stato commentato con parole di sdegno e di incredulità. «Non sembra che sia Italia», è stato il post che forse meglio spiega lo sconcerto dei cittadini davanti a una violenza inflitta a una donna da due minorenni nordafricani.«L’aggressione avvenuta sul bus numero 5 è un fatto gravissimo, che scuote profondamente la nostra comunità. Una donna e suo figlio sono stati vittime di una violenza brutale, in pieno giorno, su un mezzo pubblico. Questo non è accettabile. Alessandria merita sicurezza, rispetto e protezione», ha commentato Davide Buzzi Langhi, consigliere comunale di Forza Italia.Due maranza balordi, anzi delinquenti, come quelli che Concita De Gregorio ha provato a giustificare poche settimane fa, ospite del programma su Rete4 È sempre Cartabianca. Sarebbero vittime di un «Paese che non vuole questi ragazzi», secondo l’editorialista di Repubblica, un Paese che «li rifiuta, li respinge, li condanna all’origine che hanno. […] È razzismo».Allora giustifichiamo il loro disagio che si manifesta con vili quanto feroci aggressioni, scatenate da motivi banali quali un semplice sguardo? Bisogna chinare il capo e dire poveretti, sono emarginati e si sfogano così? Vediamo quali attenuanti troverà il magistrato, per rimettere in libertà non un minorenne ma un uomo di 37 anni, di origini extracomunitarie e senza fissa dimora, con precedenti, arrestato nel Lazio dai carabinieri con l’ipotesi di reato di violenza sessuale aggravata su una minore di Leonessa.A dare l’allarme è stata la mamma della ragazzina, segnalando che la figlia stava subendo molestie da uno sconosciuto mentre era su un autobus di linea diretto a Rieti. Lo straniero, incapace di frenare i suoi istinti, avrebbe importunato pesantemente la giovane, tentando inoltre di riprenderla con il proprio telefono cellulare. L’Arma, subito intervenuta, l’ha sottoposto a fermo.Giovedì, a Treviso una signora di 79 anni che stava andando a fare la spesa in bicicletta è stata buttata a terra da uno straniero che l’aveva affiancata su un monopattino per rubarle la borsa nel cestino. La poveretta ha riportato ferite al ginocchio e alla m ano, l’extracomunitario è riuscito a dileguarsi con il bottino malgrado l’inseguimento da parte di due giovani accorsi in aiuto della donna.Sempre due giorni fa, un tunisino di 27 anni ha seminato il panico nel centro di Ravenna, danneggiando auto tra le quali un veicolo di proprietà del gruppo di volontariato e di Protezione civile, colpendo con pugni alla schiena un passante che stava camminando con il proprio cane, dopo avergli strappato il guinzaglio di mano. Inutili i tentativi di calmarlo, il giovane con numerosi precedenti ha reagito con violenza e tre agenti hanno riportato lesioni. Solo con l’intervento di rinforzi l’extracomunitario è stato arrestato. Già, perché se si reagisce con durezza la colpa è sempre delle forze dell’ordine. tp:writer§§ REDAZIONE guid§§ http://gimbe.telpress.it/news/2026/04/04/2026040403275307609.PDF §---§ title§§ Deficit, Giorgetti sfida il 3% Ue sul Patto stabilità link§§ http://gimbe.telpress.it/news/2026/04/04/2026040403275807610.PDF description§§
Estratto da pag. 1 di "laverita.info" del 04 Apr 2026
Il governo proroga il taglio delle accise e apre allo sforamento del 3% deficit/Pil. Giorgetti avverte: con la crisi energetica le regole Ue rischiano di diventare insostenibili. Bruxelles frena: stop al Patto solo con grave recessione.
pubDate§§ 2026-04-04T07:31:00+00:00 arguments§§ http://gimbe.telpress.it/news/2026/04/04/2026040403275807610.PDF category§§ GIMBE subcategory§§ {'domain': ''} source§§ {'href': 'http://gimbe.telpress.it/news/2026/04/04/2026040403275807610.PDF', 'title': 'laverita.info'} tp:url§§ https://www.laverita.info/deficit-ue-patto-stabilita-2676663720.html tp:attach_fn§§ http://gimbe.telpress.it/news/2026/04/04/2026040403275807610.PDF tp:ocr§§ «Al diavolo il tre per cento!». Giancarlo Giorgetti non lo ha detto proprio come avevamo auspicato, ma il senso è lo stesso. Con parole accorte il ministro dell’Economia ha spiegato: «È chiaro che la riflessione a livello europeo, se la situazione non cambia, sarà inevitabile».Ovviamente ogni riferimento alla regola del tre per cento del Patto di stabilità era puramente intenzionale. Perché è questo il cappio al collo dell’economia dei Paesi Ue e in particolare dell’Italia. Si tratta di un nodo scorsoio che rischia di strangolare senza ragione aziende e famiglie, negando loro quei sostegni che in un momento di difficoltà internazionale dovuto al blocco dello stretto di Hormuz sono indispensabili.Da quando Bruxelles varò le misure per contenere il deficit di ogni singolo Stato dell’Unione, molte cose sono cambiate. Ci sono state crisi finanziarie, blocchi produttivi e guerre alle porte di casa. Le materie prime sono andate alle stelle, alcune alleanze sono andate in pezzi e molte produzioni sono state abbandonate o sono sulla via del declino. Di fronte a scenari in continua evoluzione, l’Europa però continua a tener fede al dogma del tre per cento, manco fosse il principale dei dieci comandamenti. Da tempo alcuni Paesi hanno deciso di sforare questa regola, ma l’Italia, a causa dell’enorme debito pubblico, per garantire la propria futura solvibilità si è sempre attenuta al parametro, nel tentativo di ottenere il riconoscimento di Paese affidabile. Tuttavia, lo sforzo di rimanere sotto la soglia fissata nelle tavole della legge di Bruxelles ormai non ha più alcun senso. Delle raccomandazioni dell’Unione (anche ieri il portavoce della Commissione ha sostenuto che la sospensione del Patto di stabilità sarà possibile solo in presenza di una grave recessione) se ne infischia la maggior parte degli Stati membri, soprattutto quelli più importanti come Francia e Germania, che fanno ciò che ritengono più utile per l’interesse nazionale.L’Europa del resto non è una nazione con regole univoche. Non ha una costituzione. E nemmeno un solo governo. Gli esecutivi sono 27 e, sebbene a Bruxelles sia insediata l’Alta rappresentante Ue per gli Affari esteri, ogni singolo Stato in materia di relazioni internazionali e equilibri geopolitici fa i propri interessi. L’ultimo esempio lo abbiamo avuto ieri, con il voto sull’Iran. La Francia di Macron ha votato insieme a Russia e Cina per porre il veto su una richiesta dei Paesi mediorientali a favore di un intervento nel Golfo a tutela dei traffici marittimi. La scelta di Parigi, in contrasto con gli interessi dell’Europa, guarda caso è stata subito ripagata da Teheran con il passaggio di un cargo francese proprio nelle acque chiuse al traffico dal regime degli ayatollah.Dunque, perché di fronte a chi fa gli affari propri noi non ci dovremmo fare i nostri? Perché non dovremmo trattare con i Paesi che ci possono fornire il gas e il petrolio senza essere ricattati dai pasdaran? Perché non dobbiamo decidere che il tre per cento è un parametro stupido, che non ha alcuna attinenza con la realtà e neppure è garanzia di alcunché? Fino a ieri questi ragionamenti sembravano una bestemmia, perché la religione di Bruxelles è stata abbracciata senza batter ciglio dalle nostre istituzioni (non passa giorno che Sergio Mattarella non beatifichi la Ue). Ma ora, a causa della nuova crisi energetica, perfino il mite Giorgetti sembra ricredersi. Non possiamo che gioirne e aspettarci che presto altre norme dell’Unione siano mandate al macero. Dalle norme di bilancio alle regole sulla decarbonizzazione, in questi anni in Europa ci siamo fatti male da soli.Tempo fa c’era un meraviglioso slogan contro le tossicodipendenze che recitava un: «Digli di smettere». Ecco, su deficit, politica estera, strategia industriale e pure Green deal, è arrivata l’ora di invitare Ursula e compagni a smettere.Considerato che il paziente non è ancora morto, è inutile curarlo: è questa la sintesi della risposta negativa della Commissione europea alla considerazione del min istro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti, sulla necessità di rivedere o comunque prevedere delle deroghe ai rigidissimi parametri del Patto di stabilità, considerato il drammatico quadro internazionale e la crisi energetica che ne deriva.In conferenza stampa dopo che il Cdm, ieri, ha prorogato il taglio delle accise fino al 1° maggio, Giorgetti fa una dichiarazione all’insegna del più puro pragmatismo: «Sull’ipotesi di sforamento del limite del 3% del deficit a causa della crisi energetica», risponde il ministro a una domanda sull’argomento, «credo che si faccia riferimento alla volontà di chiedere o non chiedere la clausola di deroga prevista dal nuovo regolamento europeo di governance economica. È chiaro che la riflessione a livello europeo, se la situazione non cambia, sarà inevitabile. Ho espresso questa mia valutazione già all’inizio del conflitto, l’ho ribadita all’Eurogruppo a inizio settimana. Lo farò in qualsiasi consenso internazionale a cui parteciperò, perché questa è la realtà. Abbiamo fatto un G7 con la partecipazione delle organizzazioni internazionali proprio in settimana», aggiunge il ministro dell’Economia, «e il quadro che è stato rappresentato è oggettivamente preoccupante per le ricadute economiche. Tutti correlano alla durata del conflitto le misure da assumere. Il tema della durata produrrà ahimè conseguenze sia sulla politica monetaria sia sulla politica fiscale dei diversi Paesi. Chi più chi meno, credo che tutto il globo ne sia colpito».Niente di clamoroso, niente di stupefacente: siamo in un periodo di gravissima crisi e quindi, se c’è un momento in cui rimodulare le norme adeguandole alla realtà, è questo. E invece, ma forse non c’è neanche più da stupirsi, la risposta da Bruxelles è ai limiti del delirio: «La Commissione europea», sottolinea una portavoce, «non ritiene che attualmente la Ue si trovi in una situazione che richiede la sospensione delle regole del Patto di stabilità come avvenuto all’epoca della crisi pandemica. La possibilità di far scattare la clausola di salvaguardia del Patto di stabilità esiste solo in caso di grave recessione nell’area euro o nella Ue nel suo complesso. Stiamo monitorando attentamente la situazione instabile in Medio Oriente, ma non ci troviamo in tale scenario».Quindi, secondo questi cervelloni, per dare un po’ di ossigeno alle economie europee bisogna aspettare che si precipiti in una condizione di grave recessione, ovvero alla fame. Siamo di fronte, come è evidente, a una follia. Lo stesso Commissario Ue all’Economia Valdis Dombrovskis, una settimana fa, in conferenza stampa al termine dell’Eurogruppo, aveva ribadito che «la clausola di salvaguardia generale è subordinata a una grave recessione economica nell’Ue o nell’area dell’euro nel suo complesso. Attualmente, anche sulla base dell’analisi di scenario non siamo in questa situazione». E in quale situazione siamo? «Siamo di fronte», aveva aggiunto Dombrovskis, detto Draculovskis, «al rischio di uno shock di tipo stagflazionistico, vale a dire una situazione in cui una crescita più debole coincide con un’inflazione più elevata. Questo vale anche se le interruzioni delle forniture energetiche dovessero essere relativamente di breve durata». In sostanza: se tutto va bene, siamo rovinati.Pensate che anche uno che di regole europee se ne intende, e che certamente non è sospettabile di simpatie per il governo guidato da Giorgia Meloni, ovvero l’ex presidente del Consiglio e presidente della Commissione europea Romano Prodi, pensa che sia l’ora di sospendere il Patto di stabilità: «Il problema», sottolinea Prodi a Sky Tg24, «è che non sia solo un caso speciale per l’Italia. Che non dimostriamo ancora una volta le nostre debolezze. Deve essere un problema europeo con una revisione dei vincoli a livello europeo. Ho sempre detto che il Patto di stabilità rigido è stupido. Si deve tener conto che c’è una situazione straordinaria e anche i bilanci di tutti i Paesi europei devono essere adattati a questa situazione, l’Italia è più a rischio perché è già fuori di questi pa rametri e quindi il problema per noi è più serio ma il problema è generale».La sensazione è che si proceda a passi da gigante verso razionamenti e altre misure drastiche, quelle sì, da stato di guerra, ma evitando accuratamente di dare respiro ai Paesi membri della Ue aspettando che la situazione diventi irreparabile. Viene da chiedersi se siamo di fronte a una totale incompetenza, a una imperdonabile cocciutaggine oppure, e sarebbe molto grave, a un preciso disegno per mettere in ginocchio mezza Europa, il che sarebbe non solo peggio: sarebbe criminale. Le prossime settimane ci diranno quale di queste ipotesi, tutte catastrofiche, sarà quella giusta.Intanto la pressione fiscale in Italia nel 2025 fa segnare il record degli ultimi dieci anni: i dati grezzi dell’Istat indicano che ha raggiunto il 43,1% del Pil, in crescita di 0,7 punti percentuali rispetto al 42,4 del 2024. Per trovare un livello più alto bisogna tornare al 2014, quando era al 43,1%. Il dato del quarto trimestre, poi, del 51,4%, rappresenta un picco che non si vedeva dall’analogo periodo del 2014, con il 52,2%. Il potere d’acquisto delle famiglie è diminuito rispetto al trimestre precedente dello 0,8%.Tira aria di austerity in Europa. Mentre il governo Meloni prolunga al 1° maggio il taglio delle accise sui carburanti in scadenza il 7 aprile, da Bruxelles la consegna è tirare la cinghia sui consumi energetici. Non siamo ancora alle domeniche a piedi dello shock energetico degli anni Settanta, ma la tentazione di varare misure drastiche c’è, eccome. Basta leggere quello che ha detto il commissario europeo all’Energia, Dan Jorgensen, sul principale quotidiano finanziario britannico, il Financial Times, per capire che aria tira. «L’Unione europea si sta preparando a uno shock energetico duraturo legato alla guerra in Medio Oriente e sta valutando tutte le possibilità, comprese misure di razionamento dei carburanti e un nuovo rilascio di petrolio dalle riserve strategiche». Più chiaro di così. Secondo Jorgensen, «questa sarà una crisi lunga» e «i prezzi dell’energia saranno più alti per moltissimo tempo». Il commissario ha spiegato che il blocco comunitario non si trova «ancora» in una crisi di sicurezza degli approvvigionamenti, ma sta preparando piani per affrontare gli effetti «strutturali e duraturi» del conflitto. Jorgensen ha aggiunto che la Commissione sta valutando anche «gli scenari peggiori», pur non essendo ancora arrivata al punto di dover imporre il razionamento di prodotti critici come il carburante per l’aviazione e il gasolio. «Meglio essere preparati che dovercene pentire», ha affermato, sottolineando che l’Ue «sta valutando tutte le possibilità» anche se non ha ancora modificato le regole vigenti. «Più la situazione diventa grave, più dovremo guardare anche agli strumenti legislativi». Jorgensen ha infine detto di non escludere un nuovo ricorso alle riserve strategiche «se la situazione dovesse peggiorare» pur precisando che ogni decisione dovrà essere presa «nel momento esatto giusto e in modo proporzionato». Il mese scorso i Paesi dell’Ue hanno partecipato al più grande rilascio di riserve strategiche di petrolio della storia, nel tentativo di contenere l’impennata dei prezzi.Jorgensen non è nuovo nel tratteggiare scenari drammatici. Alcuni giorni fa aveva detto che nessuno deve illudersi sulla fine veloce delle conseguenze per il mercato dell’energia «perché non succederà e anche se si raggiungesse la pace domani le infrastrutture energetiche comunque sono state danneggiate, e servirà tempo per tornare alla normalità». E siccome - sostiene - lo shock non sarà breve, «gli Stati membri della Ue devono prepararsi a razionamenti».Jorgensen ha anche inviato una lettera ai Ventisette in cui ha lanciato un messaggio ancora più esplicito, ovvero: «Più riuscite a risparmiare petrolio, in particolare diesel e carburante per aerei, meglio è per tutti», confermando di spingere sulla stretta dei consumi anche attraverso la riduzione della mobilità.La sua non è una voce isolata ma sta acquis endo proseliti. Nino Cartabellotta, presidente della Fondazione Gimbe, dalla sanità sposta il suo interesse alla geopolitica e afferma che «bisogna preparare il Paese a uno shock energetico di lunga durata e disincentivare i consumi». E a proposito del decreto taglia accise, commenta che «non bisogna spacciare per cura l’ennesimo decreto cerotto».Di razionamento e austerità energetica ha parlato anche l’Agenzia internazionale dell’energia (Iea - International energy agency). Già il 20 marzo aveva stilato una sorta di decalogo per ridurre la domanda di carburanti, invitando a lavorare da casa, a prendere meno aerei, a lasciare l’auto ferma e a preferire i trasporti pubblici. Aveva stimato che con politiche su larga scala per la riduzione dei viaggi aziendali, la domanda di carburante per aerei potrebbe diminuire tra il 7% e il 15%. Quindi arrivava a dire che in un mercato volatile, i cittadini devono adattarsi alla riduzione dei consumi.L’Agenzia, poi, faceva l’esempio di alcuni Paesi che avevano adottato misure di austerità: le Filippine e il Pakistan hanno introdotto settimane lavorative di quattro giorni per i dipendenti pubblici, mentre lo Sri Lanka ha chiuso gli uffici pubblici il mercoledì. Anche il Laos, la Thailandia e il Vietnam stanno promuovendo attivamente il lavoro da casa. Modelli virtuosi da seguire, secondo l’Iea.E di interruzione o contingentamento dei servizi di mobilità cominciano a parlare anche alcune categorie. Assarmatori e Confitarma hanno lanciato l’allarme di un rischio per i collegamenti nazionali. «L’aumento del costo dei carburanti impatta sui servizi marittimi per passeggeri e merci», affermano le due associazioni. E avvertono: «In assenza di interventi correttivi, c’è il rischio concreto di una compromissione dei servizi, fino a una possibile riduzione dell’offerta, o, nei casi più critici, al venir meno dei collegamenti». Stesso allarme dalle compagnie aeree. Ryanair ventila il rischio di dover cancellare alcuni voli in estate, qualora il conflitto iraniano dovesse continuare per un mese ancora e interrompere le forniture di jet fuel. Anche Lufthansa ha fatto sapere che in piena stagione estiva potrebbe lasciare a terra 40 aerei.I grandi sacerdoti della governance– quelli che parlano ai fondi d’investimento e ai grandi investitori con il tono di chi dispensa verità rivelate – si sono pronunciati sul prossimo consiglio d’amministrazione di Mps. Hanno intonato il canto gregoriano della finanza. Lo spartito è chiaro: avanti tutta con Fabrizio Palermo come amministratore delegato e, seppur con qualche acuto in meno, per la conferma di Nicola Maione come presidente.Dopo ISS, anche Glass Lewis si schiera per la lista del cda in vista dell’assemblea del 15 aprile che deciderà la nuova squadra di comando.E già qui si intravede il paradosso: quando i proxy advisor sono d’accordo, il mercato tira un sospiro di sollievo. Quando non lo sono, ancora di più, perché almeno c’è un po’ di suspense.Nel caso specifico, però, la suspense è durata poco. Glass Lewis, con l’aplomb di chi ha visto tutto e giudicato tutto, ha deciso che la lista del consiglio uscente è quella «meglio posizionata per offrire una cornice di governance bilanciata e stabile durante un periodo di transizione strategica». In altre parole: non è il momento di mettersi a fare esperimenti creativi con una banca che di esperimenti ne ha già fatti abbastanza.Glass Lewis, l’attuale numero uno di Acea mostra «esperienza rilevante per l’attuale fase». Che è un modo elegante per dire: ha visto tempeste peggiori e, soprattutto, sa dove mettere le mani quando il quadro si complica. Operazioni complesse? Ok. Contesti istituzionali? Ok. Integrazione con Mediobanca? Vedremo, ma almeno sulla carta il curriculum regge.Poi c’è Nicola Maione il presidente che fa parte del cda dal 2017. Qui la musica presenta qualche stecca. Perché se ISS aveva storto il naso sulla riconferma, Glass Lewis decide invece di premiare la continuità: meglio tenersi l’usato sicuro che risc hiare il nuovo incerto. In fondo, «i benefici di mantenere l’esperienza nel ruolo superano le preoccupazioni sulla sua performance». Una frase meravigliosa, perché dentro ci sta tutto: il passato, il presente e anche un pizzico di indulgenza.Per il resto va in onda la liturgia delle bocciature eccellenti su cui i due sacerdoti della governance di trovano d’accordo. Inviato a non votare Alessandro Caltagirone (figlio dell'azionista Francesco Gaetano Caltagirone), Elena De Simone (manager espressione del gruppo Caltagirone) e del presidente del comitato nomine, Domenico Lombardi. Bocciate anche le liste che presentano candidature «credibili ma non adatte al momento». Riferimento trasparente a quella dell’ex amministratore delegato Luigi Lovaglio. Credibile, sì. Opportuno, no. Perché nelle fasi delicate la parola chiave non è talento, ma continuità. O, in alternativa, prevedibilità. Lovaglio, dopo essere stato costretto alle dimissioni, non si è dato per vinto candidandosi in una lista alternativa. Pierluigi Tortora, numero uno della holding Plt, in un'intervista pubblicata oggi su Milano Finanza, si è detto comunque fiducioso sulle possibilità di successo di Lovaglio. «Credo che il mercato possa premiare la bontà della lista, la trasparenza, la coerenza a un progetto sul quale il mercato si è già espresso Secondo me con il 20-22% ce la giochiamo».A Siena, lato Fondazione Monte dei Paschi di Siena, si osserva la scena con quella miscela di nostalgia e apprensione che solo chi ha già dato (e perso) molto può permettersi. E qui la memoria torna impietosa: oltre cinque miliardi di patrimonio bruciati nel tentativo di mantenere il controllo. Un falò di sofferenze e di risorse.La Fondazione Monte dei Paschi, ora teme che la sfida per la governance possa cambiare la visione dell’istituto. Che è un po’ come dire: abbiamo già visto cosa succede quando si cambia troppo, troppo in fretta. E non è stato un bello spettacolo.Così il 15 aprile, a Siena, non si voterà solo un consiglio di amministrazione. Si voterà una linea di galleggiamento. Tra chi vuole ridisegnare la banca e chi, più prudentemente, preferisce tenerla dritta mentre attraversa l’ennesimo tratto di mare agitato. E, a giudicare dal coro dei proxy, il messaggio è chiaro: dopo il successo della scalata a Mediobanca occorre mettere ordine tra Siena e Milano. Anche se, in Italia, il pilota automatico ha spesso bisogno di qualcuno che controlli che funzioni davvero.Un discreto balzo in avanti. In silenzio, quasi a sorpresa, Giorgia Meloni mette fine all’«interim» e promuove dalle retrovie del governo il nuovo ministro del Turismo. È Gianmarco Mazzi, già sottosegretario alla Cultura con delega allo spettacolo. Ha giurato ieri mattina poco prima delle 11 al Quirinale, davanti a Sergio Mattarella e al premier.Il segnale è chiaro: il governo è solido e procede senza tentennamenti. La squadra è concentrata sulle sue responsabilità, senza farsi distrarre dagli strepiti delle opposizioni e da gossip di vario genere. La scelta di Mazzi parla da sola. In tre anni e mezzo di lavoro, mentre al Mic si passava da Gennaro Sangiuliano ad Alessandro Giuli, con cambiamenti dei relativi staff, il neoministro non ha mai alimentato polemiche o attriti di alcun tipo.«Il turismo è un mondo ricco di fascino e grandi professionalità che richiede cura attenta perché rappresenta un pilastro dell’economia italiana. Sono onorato di questo incarico e ringrazio il presidente della Repubblica e il presidente del Consiglio per la fiducia accordatami», ha detto Mazzi subito dopo il giuramento. La scelta dell’ex sottosegretario alla Cultura interrompe il totonomi che nei giorni scorsi aveva alimentato l’ipotesi della promozione del consigliere di Daniela Santanché, Gianluca Caramanna, grande conoscitore della macchina ministeriale, della candidatura di Giovanni Malagò, ex presidente del Coni ora in corsa per la poltrona della Fgci, e di Luca Zaia, il doge trevigiano con il solo neo di non appartenere a Fratelli d’Italia. La casella del T urismo, con il suo enorme impatto sul Pil italiano, doveva restare in quota al partito di maggioranza relativa. Immediate sono arrivate le congratulazioni di Santanché che ha definito quella di Mazzi «una scelta giusta, grazie alla quale l’industria turistica italiana potrà contare su una figura di assoluto spessore».Veronese, 65 anni, sposato con Evelina Smarrito, schiva quanto lui, laureato in giurisprudenza con una tesi sull’«Intervento pubblico nel campo dello spettacolo fra promozione culturale e mercato», il neoministro ha alle spalle un lungo percorso come agente, manager e organizzatore di eventi di respiro internazionale. Poco più che ventenne, nel 1981 è promotore con Mogol, Gianni Morandi e Gianluca Pecchini della Nazionale cantanti. Il mondo dell’intrattenimento diventa il suo campo d’azione privilegiato. Da Caterina Caselli apprende i primi segreti del mestiere. Ma le collaborazioni importanti si susseguono: Fabrizio De André, i Pooh, Lucio Dalla. La più duratura è quella con Adriano Celentano, Claudia Mori e il Clan, «la mia famiglia», confida a Sette del Corriere della Sera. Nel 2000 con la Nazionale cantanti organizza all’Olimpico di Roma la «Partita del Cuore per la pace». Nella tribuna autorità ci sono il presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi, Shimon Peres e Yasser Arafat, oltre a personalità come Pelè, Michael Schumacher e Sean Connery. Nell’aprile 2003, con Morandi e Luca Barbarossa, in piena crisi con l’Iraq, porta a Baghdad gli aiuti umanitari della Croce Rossa italiana, iniziativa per la quale la delegazione riceverà un riconoscimento dei Nobel per la Pace, consegnato dal Dalai Lama e Mikhail Gorbaciov. Nei primi anni Duemila cura gli show di Celentano su Rai 1, Francamente me ne infischio, 125 milioni di caz…te e Rockpolitik, tra gli show più dirompenti della storia della televisione. Mazzi abbina intuizione, pazienza e doti manageriali che si rivelano risolutive nelle situazioni più complesse. Tra il 2006 e il 2012, affiancato da Lucio Presta, è per cinque volte direttore artistico del Festival di Sanremo. Cura l’organizzazione della cerimonia d’apertura di Expo 2015 dalla Piazza del Duomo di Milano. Seguono le collaborazioni con Riccardo Cocciante, Vasco Rossi, Dario Fo, Vasco Rossi e Massimo Giletti. Dal 2017 al 2022 porta l’Arena di Verona, di cui è direttore artistico, al centro del circuito dell’intrattenimento italiano e internazionale. Nel settembre 2022 viene eletto alla Camera con Fratelli d’Italia. Concreto e riservato, è il nuovo ministro del Turismo del governo Meloni.La violenza agghiacciante contro una donna, presa a cinghiate davanti al figlio su un autobus per mano di due minorenni di origine nordafricana, ripresa da un video. È accaduto mercoledì, ore 17.10 del pomeriggio, su un autobus della linea 5 che collega la stazione di Alessandria al sobborgo di Spinetta.La scena, filmata con il telefonino di uno dei passeggeri che non sarebbe intervenuto perché gli aggressori «possedevano armi da taglio», mostra una povera donna ripetutamente colpita con furia bestiale, strattonata mentre si sente il suono tremendo delle strisce di cuoio che si abbattono su tutto il suo corpo.Il raptus sarebbe scattato dopo «un semplice sguardo», hanno raccontato gli altri passeggeri a RadioGold News Alessandria che ha pubblicato il video. «La donna è salita sul bus insieme al figlio e a un certo punto uno degli aggressori si è rivolto a lei chiedendo che cosa avesse da guardare». I due si sono avvicinati e hanno iniziato a parlarle, a spintonare il ragazzino e quando la signora si è alzata per difenderlo dicendo di lasciare stare il figlio, contro di lei si è scatenato l’inferno.Un maranza ha cominciato a sferrare cinghiate con ferocia inaudita, l’altro è sceso dal mezzo «per aprire lo zaino e prendere un’altra cintura» e usarla contro la donna che tentava inutilmente di difendersi da colpi rabbiosi sul volto e sul corpo. Il tutto, nell’immobilità di chi viaggiava su quell’autobus e che come massima reazione si è limitato a filmare il pestagg io.Inevitabile pensare al tredicenne della scuola media Leonardo Da Vinci di Trescore Balneario, nella Bergamasca, che pur vedendo un suo coetaneo armato di coltello non ha esitato a prenderlo a calci, facendolo scappare e contribuendo così a salvare la vita dell’insegnante di francese Chiara Mocchi.I due giovani sono fuggiti appena l’autista ha fermato il mezzo e chiamato il 112, la mamma è stata portata in ospedale ad Alessandria dove ha dovuto ricorrere a cure mediche. Che si trattasse di due maranza minorenni l’ha scoperto dopo poche ore la Squadra mobile anche grazie alle immagini delle telecamere sul bus. Diffuso online, il video ripreso dai social è stato commentato con parole di sdegno e di incredulità. «Non sembra che sia Italia», è stato il post che forse meglio spiega lo sconcerto dei cittadini davanti a una violenza inflitta a una donna da due minorenni nordafricani.«L’aggressione avvenuta sul bus numero 5 è un fatto gravissimo, che scuote profondamente la nostra comunità. Una donna e suo figlio sono stati vittime di una violenza brutale, in pieno giorno, su un mezzo pubblico. Questo non è accettabile. Alessandria merita sicurezza, rispetto e protezione», ha commentato Davide Buzzi Langhi, consigliere comunale di Forza Italia.Due maranza balordi, anzi delinquenti, come quelli che Concita De Gregorio ha provato a giustificare poche settimane fa, ospite del programma su Rete4 È sempre Cartabianca. Sarebbero vittime di un «Paese che non vuole questi ragazzi», secondo l’editorialista di Repubblica, un Paese che «li rifiuta, li respinge, li condanna all’origine che hanno. […] È razzismo».Allora giustifichiamo il loro disagio che si manifesta con vili quanto feroci aggressioni, scatenate da motivi banali quali un semplice sguardo? Bisogna chinare il capo e dire poveretti, sono emarginati e si sfogano così? Vediamo quali attenuanti troverà il magistrato, per rimettere in libertà non un minorenne ma un uomo di 37 anni, di origini extracomunitarie e senza fissa dimora, con precedenti, arrestato nel Lazio dai carabinieri con l’ipotesi di reato di violenza sessuale aggravata su una minore di Leonessa.A dare l’allarme è stata la mamma della ragazzina, segnalando che la figlia stava subendo molestie da uno sconosciuto mentre era su un autobus di linea diretto a Rieti. Lo straniero, incapace di frenare i suoi istinti, avrebbe importunato pesantemente la giovane, tentando inoltre di riprenderla con il proprio telefono cellulare. L’Arma, subito intervenuta, l’ha sottoposto a fermo.Giovedì, a Treviso una signora di 79 anni che stava andando a fare la spesa in bicicletta è stata buttata a terra da uno straniero che l’aveva affiancata su un monopattino per rubarle la borsa nel cestino. La poveretta ha riportato ferite al ginocchio e alla mano, l’extracomunitario è riuscito a dileguarsi con il bottino malgrado l’inseguimento da parte di due giovani accorsi in aiuto della donna.Sempre due giorni fa, un tunisino di 27 anni ha seminato il panico nel centro di Ravenna, danneggiando auto tra le quali un veicolo di proprietà del gruppo di volontariato e di Protezione civile, colpendo con pugni alla schiena un passante che stava camminando con il proprio cane, dopo avergli strappato il guinzaglio di mano. Inutili i tentativi di calmarlo, il giovane con numerosi precedenti ha reagito con violenza e tre agenti hanno riportato lesioni. Solo con l’intervento di rinforzi l’extracomunitario è stato arrestato. Già, perché se si reagisce con durezza la colpa è sempre delle forze dell’ordine. tp:writer§§ REDAZIONE guid§§ http://gimbe.telpress.it/news/2026/04/04/2026040403275807610.PDF §---§ title§§ Gattuso si dimette, Serie A riparte e oscura il flop Italia link§§ http://gimbe.telpress.it/news/2026/04/04/2026040403275907611.PDF description§§
Estratto da pag. 1 di "laverita.info" del 04 Apr 2026
Gattuso lascia la Nazionale dopo il fallimento azzurro. Riparte la Serie A con big match che rischiano di far dimenticare la crisi del calcio italiano. Tra riforme necessarie e caos federale, il futuro resta incerto.
pubDate§§ 2026-04-04T07:31:00+00:00 arguments§§ http://gimbe.telpress.it/news/2026/04/04/2026040403275907611.PDF category§§ GIMBE subcategory§§ {'domain': ''} source§§ {'href': 'http://gimbe.telpress.it/news/2026/04/04/2026040403275907611.PDF', 'title': 'laverita.info'} tp:url§§ https://www.laverita.info/gattuso-nazionale-crisi-italia-2676663748.html tp:attach_fn§§ http://gimbe.telpress.it/news/2026/04/04/2026040403275907611.PDF tp:ocr§§ Loro tornano a casa lessi e noi abbiamo cattiva memoria. Le tempeste perfette cominciano così e continuano per anni, di sicuro 12. È il cattivo pensiero che arriva subdolo nel giorno di passaggio fra la disfatta Nazionale e il campionato che riappare dietro il sipario di velluto con una giornata ultra sexy: Inter-Roma (domani ore 20.45 su Dazn) e Napoli-Milan (a Pasquetta, idem). Lo scenario ideale per gettarsi alle spalle le amarezze azzurre e far finta che non sia successo niente, anche se pure Gennaro Gattuso nel frattempo si è dimesso. Sarebbe il miglior modo per perdere altri quattro anni.I diversivi sono intriganti, l’ultrà da divano che secondo le femministe «perpetua il patriarcato tossico» ha di che lambiccarsi e perdere il sonno: Rafa Leao e Markus Thuram smetteranno di fare i soprammobili? Osservando i relitti della difesa dell’Inter (in infermeria anche Yann Bisseck), chi lo marca Donyell Malen? Davvero Antonio Conte manderà addosso a Max Allegri i Fab Four Anguissa, Lobotka, McTominay, De Bruyne? In che modo gli arbitri peggiori del pianeta (tranne Clement Turpin) riusciranno a rovinare una o tutte e due le sfide di vertice, fondamentali per scudetto e zona Champions?Come avrete notato, i calciatori citati sono stranieri, dettaglio che riconduce il pensiero direttamente allo scempio bosniaco dell’Italia pallonara e alla necessità di non nascondere la polvere sotto il tappeto per la terza volta consecutiva, rapiti da un dribbling di Kenan Yildiz o infuriati per una mancata chiamata al Var. In federazione lo hanno fatto dopo le dimissioni di Carlo Tavecchio (prima stazione della Via Crucis), lo hanno ripetuto dopo la vergogna Macedonia del Nord (seconda stazione) ed è fondamentale evitare la modalità «chiacchiere e distintivo» dopo la notte di Zenica con l’uscita di scena di Gabriele Gravina e di tutto il cucuzzaro.Di conseguenza è fondamentale davvero voltare pagina: Serie A a 18 squadre, almeno quattro italiani titolari in partenza in campionato, valorizzazione degli under 21 (che noi riteniamo non pronti e negli altri Paesi sono leader), Paolo Maldini team manager. E alla larga da giocatori come Federico Chiesa, infortunato per l’Italia ma sgallettante due giorni dopo a Liverpool mentre in Curva Sud veniva preso a pietrate Alessandro Bastoni, facile capro espiatorio in campo con le infiltrazioni. Poiché il futuro non prescinde mai dal passato, ieri sono arrivate anche le dimissioni di Gattuso al quale la Federazione avrebbe voluto affidare la transizione fino a giugno, con l’impegno di andare in panchina nelle amichevoli con Grecia e Lussemburgo.Ringhio ha detto No da Marbella, dove si trova con la famiglia. Ha preferito chiudere senza code imbarazzanti come quella del vecchio che prende per mano il nuovo negli spot del cioccolato. E lo ha fatto con dignitosa spontaneità come al solito: «Con il dolore nel cuore, non avendo raggiunto l’obiettivo che ci eravamo prefissati, ritengo conclusa la mia esperienza sulla panchina della Nazionale. La maglia azzurra è il bene più prezioso che esiste nel calcio, per questo è giusto agevolare fin da subito le future valutazioni tecniche. È stato un onore guidare la Nazionale e farlo con un gruppo di ragazzi che hanno mostrato impegno e attaccamento alla maglia. Ma il ringraziamento più grande va ai tifosi, a tutti gli italiani che non hanno mai fatto mancare il loro sostegno. Sempre con l’azzurro nel cuore».A meno di colpi di scena sarà l’allenatore dell’Under 21, Silvio Baldini, a traghettare la squadra sull’altra sponda del fiume nelle amichevoli estive, in attesa che il Consiglio federale individui - con molta calma, in fondo non è successo niente - i candidati per l’elezione del 22 giugno (Giovanni Malagò, Giancarlo Abete o il rientrante Demetrio Albertini). Solo allora il prescelto avrà mandato di designare il ct della rinascita (Roberto Mancini, Antonio Conte o suggestioni improbabili tipo Simone Inzaghi e Pep Guardiola) in un valzer lento che imbarazza il popolo. Perché a settembre in Nations League dovremo vedercela «solo» con Francia, Belgio e Turchia.Ecco perché è fondamentale rimanere sul pezzo, fare un nodo al fazzoletto e non dimenticare mai che arriverà un altro mondiale, un altro psicodramma, un altro spareggio e dovremo essere pronti ad affrontarlo per vincerlo. L’esperienza insegna che chi siede sulla poltrona di presidente della Federcalcio tende a promettere mari e monti per regolare al massimo un atlante. E preferisce tirare a campare da smemorato per non scomodare gli altri poteri forti (Lega di Serie A che nega gli stage, ilettanti con le loro camarille) in nome dell’amichettismo e della convenienza, approfittando del luna park del campionato che immancabilmente torna a oscurare lo sfascio Nazionale e a lobotomizzare le coscienze fin da domani. Anche senza Andrea Bocelli, questa volta nessun dorma.La prima visita di un leader occidentale nel Golfo dall’inizio della guerra in Iran è il segnale inequivocabile che il presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, ha archiviato i dossier spinosi per rivolgere l’attenzione alle vere emergenze del Paese che, come ha scritto il direttore Maurizio Belpietro, sono i soldi, la sicurezza e la salute.Si comincia dai primi, perché la guerra in corso promette di far schizzare di nuovo l’inflazione alle stesse. Per questo ieri mattina, dopo un vertice di maggioranza convocato la sera precedente, i ministri si sono riuniti in un Cdm organizzato per prorogare le misure adottate per sterilizzare il rincaro energetico. «Il governo è intervenuto con un nuovo decreto per prorogare la riduzione delle accise sui carburanti, ampliando la misura con un intervento mirato a sostegno degli agricoltori e delle imprese esportatrici. È una misura necessaria per fronteggiare una fase particolarmente delicata, segnata da tensioni internazionali che stanno producendo effetti concreti sui costi dell’energia e sull’economia» ha scritto Meloni sui social, sottolineando che «sappiamo che il quadro resta complesso. Per questo il governo continuerà a monitorare con la massima attenzione l’evoluzione dello scenario internazionale e a lavorare su ogni intervento necessario a proteggere famiglie, imprese e lavoro».Giancarlo Giorgetti nella conferenza stampa post Cdm ha chiarito che le coperture ci poteranno fino all’inizio di maggio. «L’onere di queste misure sono intorno ai 500 milioni. Per 200 milioni c’è l’autocopertura che deriva dall’incremento del gettito Iva; per 300 milioni sono risorse che sono state recuperate sostanzialmente sulle risorse Ets - CO2 che non erano state ancora utilizzate, avendo premura di non toccare quelle originariamente destinate al sollievo degli energivori» ha precisato, ma per quanto riguarda il futuro bisognerà capire che verso prenderà la guerra. Questo lo scopo della missione di Meloni. Ieri pomeriggio è giunta a Gedda in Arabia Saudita, la prima visita nella regione da parte di un leader di Ue, G20 e Nato dall’inizio del conflitto, con incontri in programma con i principali rappresentanti di Arabia Saudita, Qatar ed Emirati Arabi Uniti. L’obiettivo della missione è rafforzare le relazioni con queste nazioni e ribadire il sostegno dell’Italia di fronte agli attacchi iraniani, consolidando al contempo un partenariato strategico sempre più solido. Il focus principale resta quello della sicurezza energetica nazionale. Il Golfo rappresenta infatti una fonte cruciale di petrolio e gas per l’Italia e ha un ruolo determinante nell’andamento dei prezzi energetici globali.Dopo la tappa in Algeria e quella nei Paesi del Golfo, Meloni ha in programma un viaggio in Azerbaigian. Una missione che potrebbe svolgersi a maggio o giugno.La missione serve anche per il nodo sicurezza che si intreccia a doppio filo con l’emergenza degli immigrati irregolari. Gli sfollati in Libano sono già un milione e se la crisi dovesse continuare potrebbero moltiplicarsi. Il tema è stato sollevato dall’Italia anche a livello europeo. Tra gli ambiti sui quali l’Italia offrirà supporto al Golfo c’è quello della Difesa. Le richieste e le necessi tà di questi Paesi sono diverse in questa fase. Sono già in corso spedizioni e forniture di natura difensiva, ma potrebbero arrivare nuove richieste che saranno valutate. Intanto l’ambasciata iraniana in Italia ieri su X ha scritto: «Se l’Italia è preoccupata per il blocco dello Stretto di Hormuz, allora pretenda la fine della guerra».«Le interlocuzioni con Teheran esistono, a livello diplomatico» spiegano le fonti italiane, «noi come altri non le abbiamo mai interrotte». Quindi alla domanda se vi siano interlocuzioni in corso «la risposta è sì», e si sta cercando di negoziare «per arrivare a una cessazione delle ostilità come tutti stanno cercando di fare, a livello quantomeno europeo».Sul fronte interno, dopo lo spacchettamento delle deleghe lasciate da Andrea Delmastro al ministero della Giustizia, è stato trovato un nome per il ministero del Turismo. A sostituire Daniela Santanchè è il sottosegretario alla Cultura, Gianmarco Mazzi, stimato da tutti i colleghi della maggioranza, che ieri ha giurato al Colle dal presidente della Repubblica, Sergio Mattarella.Meloni, inoltre, in un’intervista al Tg1 ieri sera, è tornata sulla questione Sigonella: «Continuo a ritenere che sul piano geopolitico l’Europa non abbia molto da guadagnare da una divaricazione con gli Stati Uniti, però il nostro lavoro è soprattutto quello di difendere i nostri interessi nazionali e quando non siamo d’accordo dobbiamo dirlo e, stavolta, noi non siamo d’accordo».«Che il governo va avanti l’ho detto un minuto dopo l’esito del referendum. Non abbiamo tempo da perdere, particolarmente in un momento come questo. A me divertono le ricostruzioni su dimissioni e rimpasti che però per me sono alchimie di palazzo, chi vuole continui pure a parlare di questo che noi intanto continuiamo a fare il nostro lavoro per il bene di questa nazione», ha aggiunto il premier.Considerato che il paziente non è ancora morto, è inutile curarlo: è questa la sintesi della risposta negativa della Commissione europea alla considerazione del ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti, sulla necessità di rivedere o comunque prevedere delle deroghe ai rigidissimi parametri del Patto di stabilità, considerato il drammatico quadro internazionale e la crisi energetica che ne deriva.In conferenza stampa dopo che il Cdm, ieri, ha prorogato il taglio delle accise fino al 1° maggio, Giorgetti fa una dichiarazione all’insegna del più puro pragmatismo: «Sull’ipotesi di sforamento del limite del 3% del deficit a causa della crisi energetica», risponde il ministro a una domanda sull’argomento, «credo che si faccia riferimento alla volontà di chiedere o non chiedere la clausola di deroga prevista dal nuovo regolamento europeo di governance economica. È chiaro che la riflessione a livello europeo, se la situazione non cambia, sarà inevitabile. Ho espresso questa mia valutazione già all’inizio del conflitto, l’ho ribadita all’Eurogruppo a inizio settimana. Lo farò in qualsiasi consenso internazionale a cui parteciperò, perché questa è la realtà. Abbiamo fatto un G7 con la partecipazione delle organizzazioni internazionali proprio in settimana», aggiunge il ministro dell’Economia, «e il quadro che è stato rappresentato è oggettivamente preoccupante per le ricadute economiche. Tutti correlano alla durata del conflitto le misure da assumere. Il tema della durata produrrà ahimè conseguenze sia sulla politica monetaria sia sulla politica fiscale dei diversi Paesi. Chi più chi meno, credo che tutto il globo ne sia colpito».Niente di clamoroso, niente di stupefacente: siamo in un periodo di gravissima crisi e quindi, se c’è un momento in cui rimodulare le norme adeguandole alla realtà, è questo. E invece, ma forse non c’è neanche più da stupirsi, la risposta da Bruxelles è ai limiti del delirio: «La Commissione europea», sottolinea una portavoce, «non ritiene che attualmente la Ue si trovi in una situazione che richiede la sospensione delle regole del Patto di stabilità come avvenuto all’epoca della crisi pandemica. La poss ibilità di far scattare la clausola di salvaguardia del Patto di stabilità esiste solo in caso di grave recessione nell’area euro o nella Ue nel suo complesso. Stiamo monitorando attentamente la situazione instabile in Medio Oriente, ma non ci troviamo in tale scenario».Quindi, secondo questi cervelloni, per dare un po’ di ossigeno alle economie europee bisogna aspettare che si precipiti in una condizione di grave recessione, ovvero alla fame. Siamo di fronte, come è evidente, a una follia. Lo stesso Commissario Ue all’Economia Valdis Dombrovskis, una settimana fa, in conferenza stampa al termine dell’Eurogruppo, aveva ribadito che «la clausola di salvaguardia generale è subordinata a una grave recessione economica nell’Ue o nell’area dell’euro nel suo complesso. Attualmente, anche sulla base dell’analisi di scenario non siamo in questa situazione». E in quale situazione siamo? «Siamo di fronte», aveva aggiunto Dombrovskis, detto Draculovskis, «al rischio di uno shock di tipo stagflazionistico, vale a dire una situazione in cui una crescita più debole coincide con un’inflazione più elevata. Questo vale anche se le interruzioni delle forniture energetiche dovessero essere relativamente di breve durata». In sostanza: se tutto va bene, siamo rovinati.Pensate che anche uno che di regole europee se ne intende, e che certamente non è sospettabile di simpatie per il governo guidato da Giorgia Meloni, ovvero l’ex presidente del Consiglio e presidente della Commissione europea Romano Prodi, pensa che sia l’ora di sospendere il Patto di stabilità: «Il problema», sottolinea Prodi a Sky Tg24, «è che non sia solo un caso speciale per l’Italia. Che non dimostriamo ancora una volta le nostre debolezze. Deve essere un problema europeo con una revisione dei vincoli a livello europeo. Ho sempre detto che il Patto di stabilità rigido è stupido. Si deve tener conto che c’è una situazione straordinaria e anche i bilanci di tutti i Paesi europei devono essere adattati a questa situazione, l’Italia è più a rischio perché è già fuori di questi parametri e quindi il problema per noi è più serio ma il problema è generale».La sensazione è che si proceda a passi da gigante verso razionamenti e altre misure drastiche, quelle sì, da stato di guerra, ma evitando accuratamente di dare respiro ai Paesi membri della Ue aspettando che la situazione diventi irreparabile. Viene da chiedersi se siamo di fronte a una totale incompetenza, a una imperdonabile cocciutaggine oppure, e sarebbe molto grave, a un preciso disegno per mettere in ginocchio mezza Europa, il che sarebbe non solo peggio: sarebbe criminale. Le prossime settimane ci diranno quale di queste ipotesi, tutte catastrofiche, sarà quella giusta.Intanto la pressione fiscale in Italia nel 2025 fa segnare il record degli ultimi dieci anni: i dati grezzi dell’Istat indicano che ha raggiunto il 43,1% del Pil, in crescita di 0,7 punti percentuali rispetto al 42,4 del 2024. Per trovare un livello più alto bisogna tornare al 2014, quando era al 43,1%. Il dato del quarto trimestre, poi, del 51,4%, rappresenta un picco che non si vedeva dall’analogo periodo del 2014, con il 52,2%. Il potere d’acquisto delle famiglie è diminuito rispetto al trimestre precedente dello 0,8%.Tira aria di austerity in Europa. Mentre il governo Meloni prolunga al 1° maggio il taglio delle accise sui carburanti in scadenza il 7 aprile, da Bruxelles la consegna è tirare la cinghia sui consumi energetici. Non siamo ancora alle domeniche a piedi dello shock energetico degli anni Settanta, ma la tentazione di varare misure drastiche c’è, eccome. Basta leggere quello che ha detto il commissario europeo all’Energia, Dan Jorgensen, sul principale quotidiano finanziario britannico, il Financial Times, per capire che aria tira. «L’Unione europea si sta preparando a uno shock energetico duraturo legato alla guerra in Medio Oriente e sta valutando tutte le possibilità, comprese misure di razionamento dei carburanti e un nuovo rilascio di petrolio dalle riserve strategiche». Più chiaro di co sì. Secondo Jorgensen, «questa sarà una crisi lunga» e «i prezzi dell’energia saranno più alti per moltissimo tempo». Il commissario ha spiegato che il blocco comunitario non si trova «ancora» in una crisi di sicurezza degli approvvigionamenti, ma sta preparando piani per affrontare gli effetti «strutturali e duraturi» del conflitto. Jorgensen ha aggiunto che la Commissione sta valutando anche «gli scenari peggiori», pur non essendo ancora arrivata al punto di dover imporre il razionamento di prodotti critici come il carburante per l’aviazione e il gasolio. «Meglio essere preparati che dovercene pentire», ha affermato, sottolineando che l’Ue «sta valutando tutte le possibilità» anche se non ha ancora modificato le regole vigenti. «Più la situazione diventa grave, più dovremo guardare anche agli strumenti legislativi». Jorgensen ha infine detto di non escludere un nuovo ricorso alle riserve strategiche «se la situazione dovesse peggiorare» pur precisando che ogni decisione dovrà essere presa «nel momento esatto giusto e in modo proporzionato». Il mese scorso i Paesi dell’Ue hanno partecipato al più grande rilascio di riserve strategiche di petrolio della storia, nel tentativo di contenere l’impennata dei prezzi.Jorgensen non è nuovo nel tratteggiare scenari drammatici. Alcuni giorni fa aveva detto che nessuno deve illudersi sulla fine veloce delle conseguenze per il mercato dell’energia «perché non succederà e anche se si raggiungesse la pace domani le infrastrutture energetiche comunque sono state danneggiate, e servirà tempo per tornare alla normalità». E siccome - sostiene - lo shock non sarà breve, «gli Stati membri della Ue devono prepararsi a razionamenti».Jorgensen ha anche inviato una lettera ai Ventisette in cui ha lanciato un messaggio ancora più esplicito, ovvero: «Più riuscite a risparmiare petrolio, in particolare diesel e carburante per aerei, meglio è per tutti», confermando di spingere sulla stretta dei consumi anche attraverso la riduzione della mobilità.La sua non è una voce isolata ma sta acquisendo proseliti. Nino Cartabellotta, presidente della Fondazione Gimbe, dalla sanità sposta il suo interesse alla geopolitica e afferma che «bisogna preparare il Paese a uno shock energetico di lunga durata e disincentivare i consumi». E a proposito del decreto taglia accise, commenta che «non bisogna spacciare per cura l’ennesimo decreto cerotto».Di razionamento e austerità energetica ha parlato anche l’Agenzia internazionale dell’energia (Iea - International energy agency). Già il 20 marzo aveva stilato una sorta di decalogo per ridurre la domanda di carburanti, invitando a lavorare da casa, a prendere meno aerei, a lasciare l’auto ferma e a preferire i trasporti pubblici. Aveva stimato che con politiche su larga scala per la riduzione dei viaggi aziendali, la domanda di carburante per aerei potrebbe diminuire tra il 7% e il 15%. Quindi arrivava a dire che in un mercato volatile, i cittadini devono adattarsi alla riduzione dei consumi.L’Agenzia, poi, faceva l’esempio di alcuni Paesi che avevano adottato misure di austerità: le Filippine e il Pakistan hanno introdotto settimane lavorative di quattro giorni per i dipendenti pubblici, mentre lo Sri Lanka ha chiuso gli uffici pubblici il mercoledì. Anche il Laos, la Thailandia e il Vietnam stanno promuovendo attivamente il lavoro da casa. Modelli virtuosi da seguire, secondo l’Iea.E di interruzione o contingentamento dei servizi di mobilità cominciano a parlare anche alcune categorie. Assarmatori e Confitarma hanno lanciato l’allarme di un rischio per i collegamenti nazionali. «L’aumento del costo dei carburanti impatta sui servizi marittimi per passeggeri e merci», affermano le due associazioni. E avvertono: «In assenza di interventi correttivi, c’è il rischio concreto di una compromissione dei servizi, fino a una possibile riduzione dell’offerta, o, nei casi più critici, al venir meno dei collegamenti». Stesso allarme dalle compagnie aeree. Ryanair ventila il rischio di dover cancellare alcuni voli in es tate, qualora il conflitto iraniano dovesse continuare per un mese ancora e interrompere le forniture di jet fuel. Anche Lufthansa ha fatto sapere che in piena stagione estiva potrebbe lasciare a terra 40 aerei.I grandi sacerdoti della governance– quelli che parlano ai fondi d’investimento e ai grandi investitori con il tono di chi dispensa verità rivelate – si sono pronunciati sul prossimo consiglio d’amministrazione di Mps. Hanno intonato il canto gregoriano della finanza. Lo spartito è chiaro: avanti tutta con Fabrizio Palermo come amministratore delegato e, seppur con qualche acuto in meno, per la conferma di Nicola Maione come presidente.Dopo ISS, anche Glass Lewis si schiera per la lista del cda in vista dell’assemblea del 15 aprile che deciderà la nuova squadra di comando.E già qui si intravede il paradosso: quando i proxy advisor sono d’accordo, il mercato tira un sospiro di sollievo. Quando non lo sono, ancora di più, perché almeno c’è un po’ di suspense.Nel caso specifico, però, la suspense è durata poco. Glass Lewis, con l’aplomb di chi ha visto tutto e giudicato tutto, ha deciso che la lista del consiglio uscente è quella «meglio posizionata per offrire una cornice di governance bilanciata e stabile durante un periodo di transizione strategica». In altre parole: non è il momento di mettersi a fare esperimenti creativi con una banca che di esperimenti ne ha già fatti abbastanza.Glass Lewis, l’attuale numero uno di Acea mostra «esperienza rilevante per l’attuale fase». Che è un modo elegante per dire: ha visto tempeste peggiori e, soprattutto, sa dove mettere le mani quando il quadro si complica. Operazioni complesse? Ok. Contesti istituzionali? Ok. Integrazione con Mediobanca? Vedremo, ma almeno sulla carta il curriculum regge.Poi c’è Nicola Maione il presidente che fa parte del cda dal 2017. Qui la musica presenta qualche stecca. Perché se ISS aveva storto il naso sulla riconferma, Glass Lewis decide invece di premiare la continuità: meglio tenersi l’usato sicuro che rischiare il nuovo incerto. In fondo, «i benefici di mantenere l’esperienza nel ruolo superano le preoccupazioni sulla sua performance». Una frase meravigliosa, perché dentro ci sta tutto: il passato, il presente e anche un pizzico di indulgenza.Per il resto va in onda la liturgia delle bocciature eccellenti su cui i due sacerdoti della governance di trovano d’accordo. Inviato a non votare Alessandro Caltagirone (figlio dell'azionista Francesco Gaetano Caltagirone), Elena De Simone (manager espressione del gruppo Caltagirone) e del presidente del comitato nomine, Domenico Lombardi. Bocciate anche le liste che presentano candidature «credibili ma non adatte al momento». Riferimento trasparente a quella dell’ex amministratore delegato Luigi Lovaglio. Credibile, sì. Opportuno, no. Perché nelle fasi delicate la parola chiave non è talento, ma continuità. O, in alternativa, prevedibilità. Lovaglio, dopo essere stato costretto alle dimissioni, non si è dato per vinto candidandosi in una lista alternativa. Pierluigi Tortora, numero uno della holding Plt, in un'intervista pubblicata oggi su Milano Finanza, si è detto comunque fiducioso sulle possibilità di successo di Lovaglio. «Credo che il mercato possa premiare la bontà della lista, la trasparenza, la coerenza a un progetto sul quale il mercato si è già espresso Secondo me con il 20-22% ce la giochiamo».A Siena, lato Fondazione Monte dei Paschi di Siena, si osserva la scena con quella miscela di nostalgia e apprensione che solo chi ha già dato (e perso) molto può permettersi. E qui la memoria torna impietosa: oltre cinque miliardi di patrimonio bruciati nel tentativo di mantenere il controllo. Un falò di sofferenze e di risorse.La Fondazione Monte dei Paschi, ora teme che la sfida per la governance possa cambiare la visione dell’istituto. Che è un po’ come dire: abbiamo già visto cosa succede quando si cambia troppo, troppo in fretta. E non è stato un bello spettacolo.Così il 15 aprile, a Siena, non si voterà solo un consiglio di amministrazione. Si voterà una linea di galleggiamento. Tra chi vuole ridisegnare la banca e chi, più prudentemente, preferisce tenerla dritta mentre attraversa l’ennesimo tratto di mare agitato. E, a giudicare dal coro dei proxy, il messaggio è chiaro: dopo il successo della scalata a Mediobanca occorre mettere ordine tra Siena e Milano. Anche se, in Italia, il pilota automatico ha spesso bisogno di qualcuno che controlli che funzioni davvero.Un discreto balzo in avanti. In silenzio, quasi a sorpresa, Giorgia Meloni mette fine all’«interim» e promuove dalle retrovie del governo il nuovo ministro del Turismo. È Gianmarco Mazzi, già sottosegretario alla Cultura con delega allo spettacolo. Ha giurato ieri mattina poco prima delle 11 al Quirinale, davanti a Sergio Mattarella e al premier.Il segnale è chiaro: il governo è solido e procede senza tentennamenti. La squadra è concentrata sulle sue responsabilità, senza farsi distrarre dagli strepiti delle opposizioni e da gossip di vario genere. La scelta di Mazzi parla da sola. In tre anni e mezzo di lavoro, mentre al Mic si passava da Gennaro Sangiuliano ad Alessandro Giuli, con cambiamenti dei relativi staff, il neoministro non ha mai alimentato polemiche o attriti di alcun tipo.«Il turismo è un mondo ricco di fascino e grandi professionalità che richiede cura attenta perché rappresenta un pilastro dell’economia italiana. Sono onorato di questo incarico e ringrazio il presidente della Repubblica e il presidente del Consiglio per la fiducia accordatami», ha detto Mazzi subito dopo il giuramento. La scelta dell’ex sottosegretario alla Cultura interrompe il totonomi che nei giorni scorsi aveva alimentato l’ipotesi della promozione del consigliere di Daniela Santanché, Gianluca Caramanna, grande conoscitore della macchina ministeriale, della candidatura di Giovanni Malagò, ex presidente del Coni ora in corsa per la poltrona della Fgci, e di Luca Zaia, il doge trevigiano con il solo neo di non appartenere a Fratelli d’Italia. La casella del Turismo, con il suo enorme impatto sul Pil italiano, doveva restare in quota al partito di maggioranza relativa. Immediate sono arrivate le congratulazioni di Santanché che ha definito quella di Mazzi «una scelta giusta, grazie alla quale l’industria turistica italiana potrà contare su una figura di assoluto spessore».Veronese, 65 anni, sposato con Evelina Smarrito, schiva quanto lui, laureato in giurisprudenza con una tesi sull’«Intervento pubblico nel campo dello spettacolo fra promozione culturale e mercato», il neoministro ha alle spalle un lungo percorso come agente, manager e organizzatore di eventi di respiro internazionale. Poco più che ventenne, nel 1981 è promotore con Mogol, Gianni Morandi e Gianluca Pecchini della Nazionale cantanti. Il mondo dell’intrattenimento diventa il suo campo d’azione privilegiato. Da Caterina Caselli apprende i primi segreti del mestiere. Ma le collaborazioni importanti si susseguono: Fabrizio De André, i Pooh, Lucio Dalla. La più duratura è quella con Adriano Celentano, Claudia Mori e il Clan, «la mia famiglia», confida a Sette del Corriere della Sera. Nel 2000 con la Nazionale cantanti organizza all’Olimpico di Roma la «Partita del Cuore per la pace». Nella tribuna autorità ci sono il presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi, Shimon Peres e Yasser Arafat, oltre a personalità come Pelè, Michael Schumacher e Sean Connery. Nell’aprile 2003, con Morandi e Luca Barbarossa, in piena crisi con l’Iraq, porta a Baghdad gli aiuti umanitari della Croce Rossa italiana, iniziativa per la quale la delegazione riceverà un riconoscimento dei Nobel per la Pace, consegnato dal Dalai Lama e Mikhail Gorbaciov. Nei primi anni Duemila cura gli show di Celentano su Rai 1, Francamente me ne infischio, 125 milioni di caz…te e Rockpolitik, tra gli show più dirompenti della storia della televisione. Mazzi abbina intuizione, pazienza e doti manageriali che si rivelano risolutive nelle situazioni più complesse. Tra il 2006 e il 2012, affiancato da Lucio P resta, è per cinque volte direttore artistico del Festival di Sanremo. Cura l’organizzazione della cerimonia d’apertura di Expo 2015 dalla Piazza del Duomo di Milano. Seguono le collaborazioni con Riccardo Cocciante, Vasco Rossi, Dario Fo, Vasco Rossi e Massimo Giletti. Dal 2017 al 2022 porta l’Arena di Verona, di cui è direttore artistico, al centro del circuito dell’intrattenimento italiano e internazionale. Nel settembre 2022 viene eletto alla Camera con Fratelli d’Italia. Concreto e riservato, è il nuovo ministro del Turismo del governo Meloni. tp:writer§§ REDAZIONE guid§§ http://gimbe.telpress.it/news/2026/04/04/2026040403275907611.PDF §---§ title§§ Violenza diffusa, allarme sicurezza in tutta Italia link§§ http://gimbe.telpress.it/news/2026/04/04/2026040403275607612.PDF description§§
Estratto da pag. 1 di "laverita.info" del 04 Apr 2026
Aggressioni, rapine e violenze da Nord a Sud: cresce l’allarme sicurezza anche nei centri minori. Il caso di Alessandria riaccende il dibattito su immigrazione, criminalità e risposta dello Stato, tra polemiche politiche e interventi delle forze dell’ordine.
pubDate§§ 2026-04-04T07:31:00+00:00 arguments§§ http://gimbe.telpress.it/news/2026/04/04/2026040403275607612.PDF category§§ GIMBE subcategory§§ {'domain': ''} source§§ {'href': 'http://gimbe.telpress.it/news/2026/04/04/2026040403275607612.PDF', 'title': 'laverita.info'} tp:url§§ https://www.laverita.info/violenza-allarme-sicurezza-italia-immigrazione-2676663011.html tp:attach_fn§§ http://gimbe.telpress.it/news/2026/04/04/2026040403275607612.PDF tp:ocr§§ La violenza agghiacciante contro una donna, presa a cinghiate davanti al figlio su un autobus per mano di due minorenni di origine nordafricana, ripresa da un video. È accaduto mercoledì, ore 17.10 del pomeriggio, su un autobus della linea 5 che collega la stazione di Alessandria al sobborgo di Spinetta.La scena, filmata con il telefonino di uno dei passeggeri che non sarebbe intervenuto perché gli aggressori «possedevano armi da taglio», mostra una povera donna ripetutamente colpita con furia bestiale, strattonata mentre si sente il suono tremendo delle strisce di cuoio che si abbattono su tutto il suo corpo.Il raptus sarebbe scattato dopo «un semplice sguardo», hanno raccontato gli altri passeggeri a RadioGold News Alessandria che ha pubblicato il video. «La donna è salita sul bus insieme al figlio e a un certo punto uno degli aggressori si è rivolto a lei chiedendo che cosa avesse da guardare». I due si sono avvicinati e hanno iniziato a parlarle, a spintonare il ragazzino e quando la signora si è alzata per difenderlo dicendo di lasciare stare il figlio, contro di lei si è scatenato l’inferno.Un maranza ha cominciato a sferrare cinghiate con ferocia inaudita, l’altro è sceso dal mezzo «per aprire lo zaino e prendere un’altra cintura» e usarla contro la donna che tentava inutilmente di difendersi da colpi rabbiosi sul volto e sul corpo. Il tutto, nell’immobilità di chi viaggiava su quell’autobus e che come massima reazione si è limitato a filmare il pestaggio.Inevitabile pensare al tredicenne della scuola media Leonardo Da Vinci di Trescore Balneario, nella Bergamasca, che pur vedendo un suo coetaneo armato di coltello non ha esitato a prenderlo a calci, facendolo scappare e contribuendo così a salvare la vita dell’insegnante di francese Chiara Mocchi.I due giovani sono fuggiti appena l’autista ha fermato il mezzo e chiamato il 112, la mamma è stata portata in ospedale ad Alessandria dove ha dovuto ricorrere a cure mediche. Che si trattasse di due maranza minorenni l’ha scoperto dopo poche ore la Squadra mobile anche grazie alle immagini delle telecamere sul bus. Diffuso online, il video ripreso dai social è stato commentato con parole di sdegno e di incredulità. «Non sembra che sia Italia», è stato il post che forse meglio spiega lo sconcerto dei cittadini davanti a una violenza inflitta a una donna da due minorenni nordafricani.«L’aggressione avvenuta sul bus numero 5 è un fatto gravissimo, che scuote profondamente la nostra comunità. Una donna e suo figlio sono stati vittime di una violenza brutale, in pieno giorno, su un mezzo pubblico. Questo non è accettabile. Alessandria merita sicurezza, rispetto e protezione», ha commentato Davide Buzzi Langhi, consigliere comunale di Forza Italia.Due maranza balordi, anzi delinquenti, come quelli che Concita De Gregorio ha provato a giustificare poche settimane fa, ospite del programma su Rete4 È sempre Cartabianca. Sarebbero vittime di un «Paese che non vuole questi ragazzi», secondo l’editorialista di Repubblica, un Paese che «li rifiuta, li respinge, li condanna all’origine che hanno. […] È razzismo».Allora giustifichiamo il loro disagio che si manifesta con vili quanto feroci aggressioni, scatenate da motivi banali quali un semplice sguardo? Bisogna chinare il capo e dire poveretti, sono emarginati e si sfogano così? Vediamo quali attenuanti troverà il magistrato, per rimettere in libertà non un minorenne ma un uomo di 37 anni, di origini extracomunitarie e senza fissa dimora, con precedenti, arrestato nel Lazio dai carabinieri con l’ipotesi di reato di violenza sessuale aggravata su una minore di Leonessa.A dare l’allarme è stata la mamma della ragazzina, segnalando che la figlia stava subendo molestie da uno sconosciuto mentre era su un autobus di linea diretto a Rieti. Lo straniero, incapace di frenare i suoi istinti, avrebbe importunato pesantemente la giovane, tentando inoltre di riprenderla con il proprio telefono cellulare. L’Arma, subito intervenuta, l’ha sottoposto a fermo.Giovedì, a Treviso una signora di 79 anni che stava andando a fare la spesa in bicicletta è stata buttata a terra da uno straniero che l’aveva affiancata su un monopattino per rubarle la borsa nel cestino. La poveretta ha riportato ferite al ginocchio e alla mano, l’extracomunitario è riuscito a dileguarsi con il bottino malgrado l’inseguimento da parte di due giovani accorsi in aiuto della donna.Sempre due giorni fa, un tunisino di 27 anni ha seminato il panico nel centro di Ravenna, danneggiando auto tra le quali un veicolo di proprietà del gruppo di volontariato e di Protezione civile, colpendo con pugni alla schiena un passante che stava camminando con il proprio cane, dopo avergli strappato il guinzaglio di mano. Inutili i tentativi di calmarlo, il giovane con numerosi precedenti ha reagito con violenza e tre agenti hanno riportato lesioni. Solo con l’intervento di rinforzi l’extracomunitario è stato arrestato. Già, perché se si reagisce con durezza la colpa è sempre delle forze dell’ordine.La prima visita di un leader occidentale nel Golfo dall’inizio della guerra in Iran è il segnale inequivocabile che il presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, ha archiviato i dossier spinosi per rivolgere l’attenzione alle vere emergenze del Paese che, come ha scritto il direttore Maurizio Belpietro, sono i soldi, la sicurezza e la salute.Si comincia dai primi, perché la guerra in corso promette di far schizzare di nuovo l’inflazione alle stesse. Per questo ieri mattina, dopo un vertice di maggioranza convocato la sera precedente, i ministri si sono riuniti in un Cdm organizzato per prorogare le misure adottate per sterilizzare il rincaro energetico. «Il governo è intervenuto con un nuovo decreto per prorogare la riduzione delle accise sui carburanti, ampliando la misura con un intervento mirato a sostegno degli agricoltori e delle imprese esportatrici. È una misura necessaria per fronteggiare una fase particolarmente delicata, segnata da tensioni internazionali che stanno producendo effetti concreti sui costi dell’energia e sull’economia» ha scritto Meloni sui social, sottolineando che «sappiamo che il quadro resta complesso. Per questo il governo continuerà a monitorare con la massima attenzione l’evoluzione dello scenario internazionale e a lavorare su ogni intervento necessario a proteggere famiglie, imprese e lavoro».Giancarlo Giorgetti nella conferenza stampa post Cdm ha chiarito che le coperture ci poteranno fino all’inizio di maggio. «L’onere di queste misure sono intorno ai 500 milioni. Per 200 milioni c’è l’autocopertura che deriva dall’incremento del gettito Iva; per 300 milioni sono risorse che sono state recuperate sostanzialmente sulle risorse Ets - CO2 che non erano state ancora utilizzate, avendo premura di non toccare quelle originariamente destinate al sollievo degli energivori» ha precisato, ma per quanto riguarda il futuro bisognerà capire che verso prenderà la guerra. Questo lo scopo della missione di Meloni. Ieri pomeriggio è giunta a Gedda in Arabia Saudita, la prima visita nella regione da parte di un leader di Ue, G20 e Nato dall’inizio del conflitto, con incontri in programma con i principali rappresentanti di Arabia Saudita, Qatar ed Emirati Arabi Uniti. L’obiettivo della missione è rafforzare le relazioni con queste nazioni e ribadire il sostegno dell’Italia di fronte agli attacchi iraniani, consolidando al contempo un partenariato strategico sempre più solido. Il focus principale resta quello della sicurezza energetica nazionale. Il Golfo rappresenta infatti una fonte cruciale di petrolio e gas per l’Italia e ha un ruolo determinante nell’andamento dei prezzi energetici globali.Dopo la tappa in Algeria e quella nei Paesi del Golfo, Meloni ha in programma un viaggio in Azerbaigian. Una missione che potrebbe svolgersi a maggio o giugno.La missione serve anche per il nodo sicurezza che si intreccia a doppio filo con l’emergenza degli immigrati irregolari. Gli sfollati in Libano sono già un milione e se la crisi dovesse con tinuare potrebbero moltiplicarsi. Il tema è stato sollevato dall’Italia anche a livello europeo. Tra gli ambiti sui quali l’Italia offrirà supporto al Golfo c’è quello della Difesa. Le richieste e le necessità di questi Paesi sono diverse in questa fase. Sono già in corso spedizioni e forniture di natura difensiva, ma potrebbero arrivare nuove richieste che saranno valutate. Intanto l’ambasciata iraniana in Italia ieri su X ha scritto: «Se l’Italia è preoccupata per il blocco dello Stretto di Hormuz, allora pretenda la fine della guerra».«Le interlocuzioni con Teheran esistono, a livello diplomatico» spiegano le fonti italiane, «noi come altri non le abbiamo mai interrotte». Quindi alla domanda se vi siano interlocuzioni in corso «la risposta è sì», e si sta cercando di negoziare «per arrivare a una cessazione delle ostilità come tutti stanno cercando di fare, a livello quantomeno europeo».Sul fronte interno, dopo lo spacchettamento delle deleghe lasciate da Andrea Delmastro al ministero della Giustizia, è stato trovato un nome per il ministero del Turismo. A sostituire Daniela Santanchè è il sottosegretario alla Cultura, Gianmarco Mazzi, stimato da tutti i colleghi della maggioranza, che ieri ha giurato al Colle dal presidente della Repubblica, Sergio Mattarella.Meloni, inoltre, in un’intervista al Tg1 ieri sera, è tornata sulla questione Sigonella: «Continuo a ritenere che sul piano geopolitico l’Europa non abbia molto da guadagnare da una divaricazione con gli Stati Uniti, però il nostro lavoro è soprattutto quello di difendere i nostri interessi nazionali e quando non siamo d’accordo dobbiamo dirlo e, stavolta, noi non siamo d’accordo».«Che il governo va avanti l’ho detto un minuto dopo l’esito del referendum. Non abbiamo tempo da perdere, particolarmente in un momento come questo. A me divertono le ricostruzioni su dimissioni e rimpasti che però per me sono alchimie di palazzo, chi vuole continui pure a parlare di questo che noi intanto continuiamo a fare il nostro lavoro per il bene di questa nazione», ha aggiunto il premier.Considerato che il paziente non è ancora morto, è inutile curarlo: è questa la sintesi della risposta negativa della Commissione europea alla considerazione del ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti, sulla necessità di rivedere o comunque prevedere delle deroghe ai rigidissimi parametri del Patto di stabilità, considerato il drammatico quadro internazionale e la crisi energetica che ne deriva.In conferenza stampa dopo che il Cdm, ieri, ha prorogato il taglio delle accise fino al 1° maggio, Giorgetti fa una dichiarazione all’insegna del più puro pragmatismo: «Sull’ipotesi di sforamento del limite del 3% del deficit a causa della crisi energetica», risponde il ministro a una domanda sull’argomento, «credo che si faccia riferimento alla volontà di chiedere o non chiedere la clausola di deroga prevista dal nuovo regolamento europeo di governance economica. È chiaro che la riflessione a livello europeo, se la situazione non cambia, sarà inevitabile. Ho espresso questa mia valutazione già all’inizio del conflitto, l’ho ribadita all’Eurogruppo a inizio settimana. Lo farò in qualsiasi consenso internazionale a cui parteciperò, perché questa è la realtà. Abbiamo fatto un G7 con la partecipazione delle organizzazioni internazionali proprio in settimana», aggiunge il ministro dell’Economia, «e il quadro che è stato rappresentato è oggettivamente preoccupante per le ricadute economiche. Tutti correlano alla durata del conflitto le misure da assumere. Il tema della durata produrrà ahimè conseguenze sia sulla politica monetaria sia sulla politica fiscale dei diversi Paesi. Chi più chi meno, credo che tutto il globo ne sia colpito».Niente di clamoroso, niente di stupefacente: siamo in un periodo di gravissima crisi e quindi, se c’è un momento in cui rimodulare le norme adeguandole alla realtà, è questo. E invece, ma forse non c’è neanche più da stupirsi, la risposta da Bruxelles è ai limiti del delirio: «La Commissione europea», sottolinea una portavoce, «non ritiene che attualmente la Ue si trovi in una situazione che richiede la sospensione delle regole del Patto di stabilità come avvenuto all’epoca della crisi pandemica. La possibilità di far scattare la clausola di salvaguardia del Patto di stabilità esiste solo in caso di grave recessione nell’area euro o nella Ue nel suo complesso. Stiamo monitorando attentamente la situazione instabile in Medio Oriente, ma non ci troviamo in tale scenario».Quindi, secondo questi cervelloni, per dare un po’ di ossigeno alle economie europee bisogna aspettare che si precipiti in una condizione di grave recessione, ovvero alla fame. Siamo di fronte, come è evidente, a una follia. Lo stesso Commissario Ue all’Economia Valdis Dombrovskis, una settimana fa, in conferenza stampa al termine dell’Eurogruppo, aveva ribadito che «la clausola di salvaguardia generale è subordinata a una grave recessione economica nell’Ue o nell’area dell’euro nel suo complesso. Attualmente, anche sulla base dell’analisi di scenario non siamo in questa situazione». E in quale situazione siamo? «Siamo di fronte», aveva aggiunto Dombrovskis, detto Draculovskis, «al rischio di uno shock di tipo stagflazionistico, vale a dire una situazione in cui una crescita più debole coincide con un’inflazione più elevata. Questo vale anche se le interruzioni delle forniture energetiche dovessero essere relativamente di breve durata». In sostanza: se tutto va bene, siamo rovinati.Pensate che anche uno che di regole europee se ne intende, e che certamente non è sospettabile di simpatie per il governo guidato da Giorgia Meloni, ovvero l’ex presidente del Consiglio e presidente della Commissione europea Romano Prodi, pensa che sia l’ora di sospendere il Patto di stabilità: «Il problema», sottolinea Prodi a Sky Tg24, «è che non sia solo un caso speciale per l’Italia. Che non dimostriamo ancora una volta le nostre debolezze. Deve essere un problema europeo con una revisione dei vincoli a livello europeo. Ho sempre detto che il Patto di stabilità rigido è stupido. Si deve tener conto che c’è una situazione straordinaria e anche i bilanci di tutti i Paesi europei devono essere adattati a questa situazione, l’Italia è più a rischio perché è già fuori di questi parametri e quindi il problema per noi è più serio ma il problema è generale».La sensazione è che si proceda a passi da gigante verso razionamenti e altre misure drastiche, quelle sì, da stato di guerra, ma evitando accuratamente di dare respiro ai Paesi membri della Ue aspettando che la situazione diventi irreparabile. Viene da chiedersi se siamo di fronte a una totale incompetenza, a una imperdonabile cocciutaggine oppure, e sarebbe molto grave, a un preciso disegno per mettere in ginocchio mezza Europa, il che sarebbe non solo peggio: sarebbe criminale. Le prossime settimane ci diranno quale di queste ipotesi, tutte catastrofiche, sarà quella giusta.Intanto la pressione fiscale in Italia nel 2025 fa segnare il record degli ultimi dieci anni: i dati grezzi dell’Istat indicano che ha raggiunto il 43,1% del Pil, in crescita di 0,7 punti percentuali rispetto al 42,4 del 2024. Per trovare un livello più alto bisogna tornare al 2014, quando era al 43,1%. Il dato del quarto trimestre, poi, del 51,4%, rappresenta un picco che non si vedeva dall’analogo periodo del 2014, con il 52,2%. Il potere d’acquisto delle famiglie è diminuito rispetto al trimestre precedente dello 0,8%.Tira aria di austerity in Europa. Mentre il governo Meloni prolunga al 1° maggio il taglio delle accise sui carburanti in scadenza il 7 aprile, da Bruxelles la consegna è tirare la cinghia sui consumi energetici. Non siamo ancora alle domeniche a piedi dello shock energetico degli anni Settanta, ma la tentazione di varare misure drastiche c’è, eccome. Basta leggere quello che ha detto il commissario europeo all’Energia, Dan Jorgensen, sul principale quotidiano finanziario britannico, il Financial Times, per capire che aria tira. «L’Unione europea si sta preparando a uno shock energetico duraturo legato alla guerra in Medio Oriente e sta valutando tutte le possibilità, comprese misure di razionamento dei carburanti e un nuovo rilascio di petrolio dalle riserve strategiche». Più chiaro di così. Secondo Jorgensen, «questa sarà una crisi lunga» e «i prezzi dell’energia saranno più alti per moltissimo tempo». Il commissario ha spiegato che il blocco comunitario non si trova «ancora» in una crisi di sicurezza degli approvvigionamenti, ma sta preparando piani per affrontare gli effetti «strutturali e duraturi» del conflitto. Jorgensen ha aggiunto che la Commissione sta valutando anche «gli scenari peggiori», pur non essendo ancora arrivata al punto di dover imporre il razionamento di prodotti critici come il carburante per l’aviazione e il gasolio. «Meglio essere preparati che dovercene pentire», ha affermato, sottolineando che l’Ue «sta valutando tutte le possibilità» anche se non ha ancora modificato le regole vigenti. «Più la situazione diventa grave, più dovremo guardare anche agli strumenti legislativi». Jorgensen ha infine detto di non escludere un nuovo ricorso alle riserve strategiche «se la situazione dovesse peggiorare» pur precisando che ogni decisione dovrà essere presa «nel momento esatto giusto e in modo proporzionato». Il mese scorso i Paesi dell’Ue hanno partecipato al più grande rilascio di riserve strategiche di petrolio della storia, nel tentativo di contenere l’impennata dei prezzi.Jorgensen non è nuovo nel tratteggiare scenari drammatici. Alcuni giorni fa aveva detto che nessuno deve illudersi sulla fine veloce delle conseguenze per il mercato dell’energia «perché non succederà e anche se si raggiungesse la pace domani le infrastrutture energetiche comunque sono state danneggiate, e servirà tempo per tornare alla normalità». E siccome - sostiene - lo shock non sarà breve, «gli Stati membri della Ue devono prepararsi a razionamenti».Jorgensen ha anche inviato una lettera ai Ventisette in cui ha lanciato un messaggio ancora più esplicito, ovvero: «Più riuscite a risparmiare petrolio, in particolare diesel e carburante per aerei, meglio è per tutti», confermando di spingere sulla stretta dei consumi anche attraverso la riduzione della mobilità.La sua non è una voce isolata ma sta acquisendo proseliti. Nino Cartabellotta, presidente della Fondazione Gimbe, dalla sanità sposta il suo interesse alla geopolitica e afferma che «bisogna preparare il Paese a uno shock energetico di lunga durata e disincentivare i consumi». E a proposito del decreto taglia accise, commenta che «non bisogna spacciare per cura l’ennesimo decreto cerotto».Di razionamento e austerità energetica ha parlato anche l’Agenzia internazionale dell’energia (Iea - International energy agency). Già il 20 marzo aveva stilato una sorta di decalogo per ridurre la domanda di carburanti, invitando a lavorare da casa, a prendere meno aerei, a lasciare l’auto ferma e a preferire i trasporti pubblici. Aveva stimato che con politiche su larga scala per la riduzione dei viaggi aziendali, la domanda di carburante per aerei potrebbe diminuire tra il 7% e il 15%. Quindi arrivava a dire che in un mercato volatile, i cittadini devono adattarsi alla riduzione dei consumi.L’Agenzia, poi, faceva l’esempio di alcuni Paesi che avevano adottato misure di austerità: le Filippine e il Pakistan hanno introdotto settimane lavorative di quattro giorni per i dipendenti pubblici, mentre lo Sri Lanka ha chiuso gli uffici pubblici il mercoledì. Anche il Laos, la Thailandia e il Vietnam stanno promuovendo attivamente il lavoro da casa. Modelli virtuosi da seguire, secondo l’Iea.E di interruzione o contingentamento dei servizi di mobilità cominciano a parlare anche alcune categorie. Assarmatori e Confitarma hanno lanciato l’allarme di un rischio per i collegamenti nazionali. «L’aumento del costo dei carburanti impatta sui servizi marittimi per passeggeri e merci», affermano le due associazioni. E avvertono: «In assenza di interventi correttivi, c’è il rischio concreto di una compromissione dei servizi , fino a una possibile riduzione dell’offerta, o, nei casi più critici, al venir meno dei collegamenti». Stesso allarme dalle compagnie aeree. Ryanair ventila il rischio di dover cancellare alcuni voli in estate, qualora il conflitto iraniano dovesse continuare per un mese ancora e interrompere le forniture di jet fuel. Anche Lufthansa ha fatto sapere che in piena stagione estiva potrebbe lasciare a terra 40 aerei.I grandi sacerdoti della governance– quelli che parlano ai fondi d’investimento e ai grandi investitori con il tono di chi dispensa verità rivelate – si sono pronunciati sul prossimo consiglio d’amministrazione di Mps. Hanno intonato il canto gregoriano della finanza. Lo spartito è chiaro: avanti tutta con Fabrizio Palermo come amministratore delegato e, seppur con qualche acuto in meno, per la conferma di Nicola Maione come presidente.Dopo ISS, anche Glass Lewis si schiera per la lista del cda in vista dell’assemblea del 15 aprile che deciderà la nuova squadra di comando.E già qui si intravede il paradosso: quando i proxy advisor sono d’accordo, il mercato tira un sospiro di sollievo. Quando non lo sono, ancora di più, perché almeno c’è un po’ di suspense.Nel caso specifico, però, la suspense è durata poco. Glass Lewis, con l’aplomb di chi ha visto tutto e giudicato tutto, ha deciso che la lista del consiglio uscente è quella «meglio posizionata per offrire una cornice di governance bilanciata e stabile durante un periodo di transizione strategica». In altre parole: non è il momento di mettersi a fare esperimenti creativi con una banca che di esperimenti ne ha già fatti abbastanza.Glass Lewis, l’attuale numero uno di Acea mostra «esperienza rilevante per l’attuale fase». Che è un modo elegante per dire: ha visto tempeste peggiori e, soprattutto, sa dove mettere le mani quando il quadro si complica. Operazioni complesse? Ok. Contesti istituzionali? Ok. Integrazione con Mediobanca? Vedremo, ma almeno sulla carta il curriculum regge.Poi c’è Nicola Maione il presidente che fa parte del cda dal 2017. Qui la musica presenta qualche stecca. Perché se ISS aveva storto il naso sulla riconferma, Glass Lewis decide invece di premiare la continuità: meglio tenersi l’usato sicuro che rischiare il nuovo incerto. In fondo, «i benefici di mantenere l’esperienza nel ruolo superano le preoccupazioni sulla sua performance». Una frase meravigliosa, perché dentro ci sta tutto: il passato, il presente e anche un pizzico di indulgenza.Per il resto va in onda la liturgia delle bocciature eccellenti su cui i due sacerdoti della governance di trovano d’accordo. Inviato a non votare Alessandro Caltagirone (figlio dell'azionista Francesco Gaetano Caltagirone), Elena De Simone (manager espressione del gruppo Caltagirone) e del presidente del comitato nomine, Domenico Lombardi. Bocciate anche le liste che presentano candidature «credibili ma non adatte al momento». Riferimento trasparente a quella dell’ex amministratore delegato Luigi Lovaglio. Credibile, sì. Opportuno, no. Perché nelle fasi delicate la parola chiave non è talento, ma continuità. O, in alternativa, prevedibilità. Lovaglio, dopo essere stato costretto alle dimissioni, non si è dato per vinto candidandosi in una lista alternativa. Pierluigi Tortora, numero uno della holding Plt, in un'intervista pubblicata oggi su Milano Finanza, si è detto comunque fiducioso sulle possibilità di successo di Lovaglio. «Credo che il mercato possa premiare la bontà della lista, la trasparenza, la coerenza a un progetto sul quale il mercato si è già espresso Secondo me con il 20-22% ce la giochiamo».A Siena, lato Fondazione Monte dei Paschi di Siena, si osserva la scena con quella miscela di nostalgia e apprensione che solo chi ha già dato (e perso) molto può permettersi. E qui la memoria torna impietosa: oltre cinque miliardi di patrimonio bruciati nel tentativo di mantenere il controllo. Un falò di sofferenze e di risorse.La Fondazione Monte dei Paschi, ora teme che la sfida per la governance possa ca mbiare la visione dell’istituto. Che è un po’ come dire: abbiamo già visto cosa succede quando si cambia troppo, troppo in fretta. E non è stato un bello spettacolo.Così il 15 aprile, a Siena, non si voterà solo un consiglio di amministrazione. Si voterà una linea di galleggiamento. Tra chi vuole ridisegnare la banca e chi, più prudentemente, preferisce tenerla dritta mentre attraversa l’ennesimo tratto di mare agitato. E, a giudicare dal coro dei proxy, il messaggio è chiaro: dopo il successo della scalata a Mediobanca occorre mettere ordine tra Siena e Milano. Anche se, in Italia, il pilota automatico ha spesso bisogno di qualcuno che controlli che funzioni davvero.Un discreto balzo in avanti. In silenzio, quasi a sorpresa, Giorgia Meloni mette fine all’«interim» e promuove dalle retrovie del governo il nuovo ministro del Turismo. È Gianmarco Mazzi, già sottosegretario alla Cultura con delega allo spettacolo. Ha giurato ieri mattina poco prima delle 11 al Quirinale, davanti a Sergio Mattarella e al premier.Il segnale è chiaro: il governo è solido e procede senza tentennamenti. La squadra è concentrata sulle sue responsabilità, senza farsi distrarre dagli strepiti delle opposizioni e da gossip di vario genere. La scelta di Mazzi parla da sola. In tre anni e mezzo di lavoro, mentre al Mic si passava da Gennaro Sangiuliano ad Alessandro Giuli, con cambiamenti dei relativi staff, il neoministro non ha mai alimentato polemiche o attriti di alcun tipo.«Il turismo è un mondo ricco di fascino e grandi professionalità che richiede cura attenta perché rappresenta un pilastro dell’economia italiana. Sono onorato di questo incarico e ringrazio il presidente della Repubblica e il presidente del Consiglio per la fiducia accordatami», ha detto Mazzi subito dopo il giuramento. La scelta dell’ex sottosegretario alla Cultura interrompe il totonomi che nei giorni scorsi aveva alimentato l’ipotesi della promozione del consigliere di Daniela Santanché, Gianluca Caramanna, grande conoscitore della macchina ministeriale, della candidatura di Giovanni Malagò, ex presidente del Coni ora in corsa per la poltrona della Fgci, e di Luca Zaia, il doge trevigiano con il solo neo di non appartenere a Fratelli d’Italia. La casella del Turismo, con il suo enorme impatto sul Pil italiano, doveva restare in quota al partito di maggioranza relativa. Immediate sono arrivate le congratulazioni di Santanché che ha definito quella di Mazzi «una scelta giusta, grazie alla quale l’industria turistica italiana potrà contare su una figura di assoluto spessore».Veronese, 65 anni, sposato con Evelina Smarrito, schiva quanto lui, laureato in giurisprudenza con una tesi sull’«Intervento pubblico nel campo dello spettacolo fra promozione culturale e mercato», il neoministro ha alle spalle un lungo percorso come agente, manager e organizzatore di eventi di respiro internazionale. Poco più che ventenne, nel 1981 è promotore con Mogol, Gianni Morandi e Gianluca Pecchini della Nazionale cantanti. Il mondo dell’intrattenimento diventa il suo campo d’azione privilegiato. Da Caterina Caselli apprende i primi segreti del mestiere. Ma le collaborazioni importanti si susseguono: Fabrizio De André, i Pooh, Lucio Dalla. La più duratura è quella con Adriano Celentano, Claudia Mori e il Clan, «la mia famiglia», confida a Sette del Corriere della Sera. Nel 2000 con la Nazionale cantanti organizza all’Olimpico di Roma la «Partita del Cuore per la pace». Nella tribuna autorità ci sono il presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi, Shimon Peres e Yasser Arafat, oltre a personalità come Pelè, Michael Schumacher e Sean Connery. Nell’aprile 2003, con Morandi e Luca Barbarossa, in piena crisi con l’Iraq, porta a Baghdad gli aiuti umanitari della Croce Rossa italiana, iniziativa per la quale la delegazione riceverà un riconoscimento dei Nobel per la Pace, consegnato dal Dalai Lama e Mikhail Gorbaciov. Nei primi anni Duemila cura gli show di Celentano su Rai 1, Francamente me ne infischio, 125 milioni di caz…te e Rockpolitik, tra gli s how più dirompenti della storia della televisione. Mazzi abbina intuizione, pazienza e doti manageriali che si rivelano risolutive nelle situazioni più complesse. Tra il 2006 e il 2012, affiancato da Lucio Presta, è per cinque volte direttore artistico del Festival di Sanremo. Cura l’organizzazione della cerimonia d’apertura di Expo 2015 dalla Piazza del Duomo di Milano. Seguono le collaborazioni con Riccardo Cocciante, Vasco Rossi, Dario Fo, Vasco Rossi e Massimo Giletti. Dal 2017 al 2022 porta l’Arena di Verona, di cui è direttore artistico, al centro del circuito dell’intrattenimento italiano e internazionale. Nel settembre 2022 viene eletto alla Camera con Fratelli d’Italia. Concreto e riservato, è il nuovo ministro del Turismo del governo Meloni. tp:writer§§ REDAZIONE guid§§ http://gimbe.telpress.it/news/2026/04/04/2026040403275607612.PDF §---§ title§§ Figc, Criscitiello: Malagò unica svolta contro il sistema link§§ http://gimbe.telpress.it/news/2026/04/04/2026040403275707613.PDF description§§
Estratto da pag. 1 di "laverita.info" del 04 Apr 2026
Criscitiello analizza il dopo Gravina: rischio continuità con Abete, Marani o Bedin. Solo Malagò può rompere il sistema Figc. Tra giochi di potere, stipendi e disinteresse mediatico, il vero cambiamento resta incerto.
pubDate§§ 2026-04-04T07:31:00+00:00 arguments§§ http://gimbe.telpress.it/news/2026/04/04/2026040403275707613.PDF category§§ GIMBE subcategory§§ {'domain': ''} source§§ {'href': 'http://gimbe.telpress.it/news/2026/04/04/2026040403275707613.PDF', 'title': 'laverita.info'} tp:url§§ https://www.laverita.info/figc-criscitiello-sistema-gravina-elezioni-2676663765.html tp:attach_fn§§ http://gimbe.telpress.it/news/2026/04/04/2026040403275707613.PDF tp:ocr§§ Il disastro della Nazionale e il conseguente terremoto in Figc che ha portato alle dimissioni del presidente Gabriele Gravina, del capo delegazione Gianluigi Buffon e del ct Gennaro Gattuso aprono ora due mesi e mezzo di transizione tanto delicata quanto decisiva per il futuro del calcio italiano. Un vuoto di potere che imporrebbe scelte rapide, ma soprattutto credibili, costruite più sulle idee e sui programmi che sui nomi, in vista delle elezioni federali del 22 giugno.Tra manovre di palazzo, candidature in via di definizione e la necessità di ricostruire dalle macerie di un fallimento storico che ha di fatto cancellato l’Italia dalla mappa mondiale del pallone, la domanda che in molti si fanno in questi giorni, oltre a chi prenderà in mano la Figc e con quale progetto, è se davvero si potrà arrivare a un profondo cambiamento strutturale. Ne abbiamo parlato con Michele Criscitiello, giornalista e conduttore televisivo di Sportitalia, per capire cosa sta succedendo dietro le quinte di via Allegri e quali scenari si aprono da qui alle urne.Direttore, come vedi questi mesi che ci porteranno alle elezioni?«Parto dal fatto che Gravina si è dimesso, ma è stato obbligato a farlo. Non l’ha fatto con una forza e una volontà reale. C’è stata la politica che si è messa di mezzo e l’aspetto mediatico della mancata qualificazione ai Mondiali è stato troppo forte. Se avesse voluto farlo, non avrebbe convocato un’assemblea elettiva in 49 giorni. Non c’è nemmeno il tempo di convocare le call tra le varie componenti. Ecco, se si fossero dimesse tutte le componenti, allora il segnale sarebbe stato forte. E invece si è dimesso solo Gravina. Qua c’è un inciucio da evitare».Quale?«Se non si dimettono l’avvocato Viglione, Brunelli, in sostanza gli uomini di Gravina che vogliono portare avanti il suo progetto, si profila la candidatura di Giancarlo Abete. Se passa il nome di Abete sarà comunque un Gravina bis. Anche peggio, perché non cambierà nulla. Per scardinare il sistema devono cambiare gli uomini».Tra gli altri nomi che circolano, ci sono anche Paolo Bedin e Matteo Marani.«Ecco. Questo è il secondo scenario. Se passa Bedin significa che Gravina ha fatto un accordo con Andrea Abodi (ministro dello Sport, ndr), perché Bedin è uomo di Abodi. Se invece passa il nome di Marani, è sempre un’ipotesi spalleggiata da Gravina. Ma poi vedrai che Marani, come ha fatto con la Lega Pro, ignorerà Gravina e farà tutto quello che vuole».E poi c’è Giovanni Malagò.«Malagò è l’unico nome per il cambiamento. Ma non perché Malagò sia il futuro. Malagò fa parte di un cambiamento perché romperebbe con il sistema Gravina. Farebbe altri tipi di accordi, però in questo momento ha l’ostruzionismo di Abodi, perché tra i due c’è da sempre una guerra in atto».E gli altri nomi di ex campioni come Maldini, Rivera, Del Piero?«Quelli sono solo nomi di facciata per il popolo, ma sono figure completamente fuori dalla politica sportiva e a cui non farebbero nemmeno toccare palla in uno scenario come questo. Ripeto: l’unica soluzione credibile per me è che la Lega di A porti avanti Malagò».Ma quindi, tracciando una mappa del potere che c’è adesso in Figc, pare di capire che Gravina può ancora muovere una fetta consistente di voti in vista delle elezioni per la sua successione. Così non cambierà davvero nulla nel sistema?«Non è detto. C’è una battaglia politica che durerà 49 giorni. Se passa Malagò, significa che il sistema Gravina è messo da parte. Se non passa Malagò, il sistema Gravina è uscito dalla porta e rientrato dalla finestra. Dobbiamo vigilare su questo. Ma il grande nemico di questo inciucio, sai qual è?Quale?«Che di ’sta roba ne parla solo Criscitiello su Sportitalia tutti i giorni da dieci anni. Altrove non gliene frega niente a nessuno. Esce l’Italia dal Mondiale: ok ne parlano tutti. Poi? Ora c’è Pasqua, Pasquetta, le grigliate. Riparte il campionato. C’è Inter-Roma, Napoli-Milan. E tutti si dimenticano di quello che è successo e che il 22 giugno ci sono le elezioni federali. Invece no. L’aspetto mediatico è fondamentale per continuare a battagliare fino a che non salta il sistema che è sempre più marcio».A proposito, come giudichi l’intervento del presidente dell’Aiac Renzo Ulivieri che ha detto che Gravina non avrebbe dovuto dimettersi?«Uno schifo totale. Ma è naturale. Ulivieri guadagna 150.000 euro di stipendio, ha 85 anni ed è attaccato alla poltrona. Perché non dimentichiamoci che qua non è solo una volontà di potere, è una volontà economica».Cioè?«Gravina guadagna più di un milione di euro. Ulivieri 150.000 euro. Marani, 250.000 da presidente della Lega Pro e altri 120.000 da presidente del Museo di Coverciano. Parliamo di 370.000 euro quando il premier in Italia, Giorgia Meloni, ne guadagna 180.000 per guidare il Paese. Questo ti fa capire che il sistema è morto».Anche il presidente dell’Uefa, Ceferin, è intervenuto in difesa di Gravina, minacciando anche l’Italia in vista di Euro 2032 per gli stadi.«Ceferin si deve fare i fatti suoi. Primo perché il calcio italiano non lo conosce nemmeno. Secondo perché ha fatto fare uno spareggio mondiale su un campo di Serie C senza nemmeno la goal-line technology. E va a difendere l’amichetto Gravina a cui, vedrai, darà qualche incarico per l’Europeo del 2032. Questo è poco, ma sicuro».Ieri per ultimo si è dimesso Gattuso. Cosa succede sulla panchina fino a giugno?«Per l’amichevole di giugno possono far salire uno degli allenatori delle giovanili. Tra l’altro noi abbiamo allenatori bravi nel settore giovanile. Alberto Bollini nell’Under 19, Carmine Nunziata nell’Under 20. Tutta gente seria. Si va ad interim con un allenatore, anche se Abodi ha già fatto invasione di campo contattando personalmente Mancini. Una cosa senza alcun senso perché non rientra nelle competenze del ministro dello Sport la scelta del prossimo ct».La prima visita di un leader occidentale nel Golfo dall’inizio della guerra in Iran è il segnale inequivocabile che il presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, ha archiviato i dossier spinosi per rivolgere l’attenzione alle vere emergenze del Paese che, come ha scritto il direttore Maurizio Belpietro, sono i soldi, la sicurezza e la salute.Si comincia dai primi, perché la guerra in corso promette di far schizzare di nuovo l’inflazione alle stesse. Per questo ieri mattina, dopo un vertice di maggioranza convocato la sera precedente, i ministri si sono riuniti in un Cdm organizzato per prorogare le misure adottate per sterilizzare il rincaro energetico. «Il governo è intervenuto con un nuovo decreto per prorogare la riduzione delle accise sui carburanti, ampliando la misura con un intervento mirato a sostegno degli agricoltori e delle imprese esportatrici. È una misura necessaria per fronteggiare una fase particolarmente delicata, segnata da tensioni internazionali che stanno producendo effetti concreti sui costi dell’energia e sull’economia» ha scritto Meloni sui social, sottolineando che «sappiamo che il quadro resta complesso. Per questo il governo continuerà a monitorare con la massima attenzione l’evoluzione dello scenario internazionale e a lavorare su ogni intervento necessario a proteggere famiglie, imprese e lavoro».Giancarlo Giorgetti nella conferenza stampa post Cdm ha chiarito che le coperture ci poteranno fino all’inizio di maggio. «L’onere di queste misure sono intorno ai 500 milioni. Per 200 milioni c’è l’autocopertura che deriva dall’incremento del gettito Iva; per 300 milioni sono risorse che sono state recuperate sostanzialmente sulle risorse Ets - CO2 che non erano state ancora utilizzate, avendo premura di non toccare quelle originariamente destinate al sollievo degli energivori» ha precisato, ma per quanto riguarda il futuro bisognerà capire che verso prenderà la guerra. Questo lo scopo della missione di Meloni. Ieri pomeriggio è giunta a Gedda in Arabia Saudita, la prima visita nella regione da parte di un leader di Ue, G20 e Na to dall’inizio del conflitto, con incontri in programma con i principali rappresentanti di Arabia Saudita, Qatar ed Emirati Arabi Uniti. L’obiettivo della missione è rafforzare le relazioni con queste nazioni e ribadire il sostegno dell’Italia di fronte agli attacchi iraniani, consolidando al contempo un partenariato strategico sempre più solido. Il focus principale resta quello della sicurezza energetica nazionale. Il Golfo rappresenta infatti una fonte cruciale di petrolio e gas per l’Italia e ha un ruolo determinante nell’andamento dei prezzi energetici globali.Dopo la tappa in Algeria e quella nei Paesi del Golfo, Meloni ha in programma un viaggio in Azerbaigian. Una missione che potrebbe svolgersi a maggio o giugno.La missione serve anche per il nodo sicurezza che si intreccia a doppio filo con l’emergenza degli immigrati irregolari. Gli sfollati in Libano sono già un milione e se la crisi dovesse continuare potrebbero moltiplicarsi. Il tema è stato sollevato dall’Italia anche a livello europeo. Tra gli ambiti sui quali l’Italia offrirà supporto al Golfo c’è quello della Difesa. Le richieste e le necessità di questi Paesi sono diverse in questa fase. Sono già in corso spedizioni e forniture di natura difensiva, ma potrebbero arrivare nuove richieste che saranno valutate. Intanto l’ambasciata iraniana in Italia ieri su X ha scritto: «Se l’Italia è preoccupata per il blocco dello Stretto di Hormuz, allora pretenda la fine della guerra».«Le interlocuzioni con Teheran esistono, a livello diplomatico» spiegano le fonti italiane, «noi come altri non le abbiamo mai interrotte». Quindi alla domanda se vi siano interlocuzioni in corso «la risposta è sì», e si sta cercando di negoziare «per arrivare a una cessazione delle ostilità come tutti stanno cercando di fare, a livello quantomeno europeo».Sul fronte interno, dopo lo spacchettamento delle deleghe lasciate da Andrea Delmastro al ministero della Giustizia, è stato trovato un nome per il ministero del Turismo. A sostituire Daniela Santanchè è il sottosegretario alla Cultura, Gianmarco Mazzi, stimato da tutti i colleghi della maggioranza, che ieri ha giurato al Colle dal presidente della Repubblica, Sergio Mattarella.Meloni, inoltre, in un’intervista al Tg1 ieri sera, è tornata sulla questione Sigonella: «Continuo a ritenere che sul piano geopolitico l’Europa non abbia molto da guadagnare da una divaricazione con gli Stati Uniti, però il nostro lavoro è soprattutto quello di difendere i nostri interessi nazionali e quando non siamo d’accordo dobbiamo dirlo e, stavolta, noi non siamo d’accordo».«Che il governo va avanti l’ho detto un minuto dopo l’esito del referendum. Non abbiamo tempo da perdere, particolarmente in un momento come questo. A me divertono le ricostruzioni su dimissioni e rimpasti che però per me sono alchimie di palazzo, chi vuole continui pure a parlare di questo che noi intanto continuiamo a fare il nostro lavoro per il bene di questa nazione», ha aggiunto il premier.Considerato che il paziente non è ancora morto, è inutile curarlo: è questa la sintesi della risposta negativa della Commissione europea alla considerazione del ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti, sulla necessità di rivedere o comunque prevedere delle deroghe ai rigidissimi parametri del Patto di stabilità, considerato il drammatico quadro internazionale e la crisi energetica che ne deriva.In conferenza stampa dopo che il Cdm, ieri, ha prorogato il taglio delle accise fino al 1° maggio, Giorgetti fa una dichiarazione all’insegna del più puro pragmatismo: «Sull’ipotesi di sforamento del limite del 3% del deficit a causa della crisi energetica», risponde il ministro a una domanda sull’argomento, «credo che si faccia riferimento alla volontà di chiedere o non chiedere la clausola di deroga prevista dal nuovo regolamento europeo di governance economica. È chiaro che la riflessione a livello europeo, se la situazione non cambia, sarà inevitabile. Ho espresso questa mia valutazione già all’inizio del confl itto, l’ho ribadita all’Eurogruppo a inizio settimana. Lo farò in qualsiasi consenso internazionale a cui parteciperò, perché questa è la realtà. Abbiamo fatto un G7 con la partecipazione delle organizzazioni internazionali proprio in settimana», aggiunge il ministro dell’Economia, «e il quadro che è stato rappresentato è oggettivamente preoccupante per le ricadute economiche. Tutti correlano alla durata del conflitto le misure da assumere. Il tema della durata produrrà ahimè conseguenze sia sulla politica monetaria sia sulla politica fiscale dei diversi Paesi. Chi più chi meno, credo che tutto il globo ne sia colpito».Niente di clamoroso, niente di stupefacente: siamo in un periodo di gravissima crisi e quindi, se c’è un momento in cui rimodulare le norme adeguandole alla realtà, è questo. E invece, ma forse non c’è neanche più da stupirsi, la risposta da Bruxelles è ai limiti del delirio: «La Commissione europea», sottolinea una portavoce, «non ritiene che attualmente la Ue si trovi in una situazione che richiede la sospensione delle regole del Patto di stabilità come avvenuto all’epoca della crisi pandemica. La possibilità di far scattare la clausola di salvaguardia del Patto di stabilità esiste solo in caso di grave recessione nell’area euro o nella Ue nel suo complesso. Stiamo monitorando attentamente la situazione instabile in Medio Oriente, ma non ci troviamo in tale scenario».Quindi, secondo questi cervelloni, per dare un po’ di ossigeno alle economie europee bisogna aspettare che si precipiti in una condizione di grave recessione, ovvero alla fame. Siamo di fronte, come è evidente, a una follia. Lo stesso Commissario Ue all’Economia Valdis Dombrovskis, una settimana fa, in conferenza stampa al termine dell’Eurogruppo, aveva ribadito che «la clausola di salvaguardia generale è subordinata a una grave recessione economica nell’Ue o nell’area dell’euro nel suo complesso. Attualmente, anche sulla base dell’analisi di scenario non siamo in questa situazione». E in quale situazione siamo? «Siamo di fronte», aveva aggiunto Dombrovskis, detto Draculovskis, «al rischio di uno shock di tipo stagflazionistico, vale a dire una situazione in cui una crescita più debole coincide con un’inflazione più elevata. Questo vale anche se le interruzioni delle forniture energetiche dovessero essere relativamente di breve durata». In sostanza: se tutto va bene, siamo rovinati.Pensate che anche uno che di regole europee se ne intende, e che certamente non è sospettabile di simpatie per il governo guidato da Giorgia Meloni, ovvero l’ex presidente del Consiglio e presidente della Commissione europea Romano Prodi, pensa che sia l’ora di sospendere il Patto di stabilità: «Il problema», sottolinea Prodi a Sky Tg24, «è che non sia solo un caso speciale per l’Italia. Che non dimostriamo ancora una volta le nostre debolezze. Deve essere un problema europeo con una revisione dei vincoli a livello europeo. Ho sempre detto che il Patto di stabilità rigido è stupido. Si deve tener conto che c’è una situazione straordinaria e anche i bilanci di tutti i Paesi europei devono essere adattati a questa situazione, l’Italia è più a rischio perché è già fuori di questi parametri e quindi il problema per noi è più serio ma il problema è generale».La sensazione è che si proceda a passi da gigante verso razionamenti e altre misure drastiche, quelle sì, da stato di guerra, ma evitando accuratamente di dare respiro ai Paesi membri della Ue aspettando che la situazione diventi irreparabile. Viene da chiedersi se siamo di fronte a una totale incompetenza, a una imperdonabile cocciutaggine oppure, e sarebbe molto grave, a un preciso disegno per mettere in ginocchio mezza Europa, il che sarebbe non solo peggio: sarebbe criminale. Le prossime settimane ci diranno quale di queste ipotesi, tutte catastrofiche, sarà quella giusta.Intanto la pressione fiscale in Italia nel 2025 fa segnare il record degli ultimi dieci anni: i dati grezzi dell’Istat indicano che ha raggiunto il 43,1% del Pil, in crescita di 0,7 punti perc entuali rispetto al 42,4 del 2024. Per trovare un livello più alto bisogna tornare al 2014, quando era al 43,1%. Il dato del quarto trimestre, poi, del 51,4%, rappresenta un picco che non si vedeva dall’analogo periodo del 2014, con il 52,2%. Il potere d’acquisto delle famiglie è diminuito rispetto al trimestre precedente dello 0,8%.Tira aria di austerity in Europa. Mentre il governo Meloni prolunga al 1° maggio il taglio delle accise sui carburanti in scadenza il 7 aprile, da Bruxelles la consegna è tirare la cinghia sui consumi energetici. Non siamo ancora alle domeniche a piedi dello shock energetico degli anni Settanta, ma la tentazione di varare misure drastiche c’è, eccome. Basta leggere quello che ha detto il commissario europeo all’Energia, Dan Jorgensen, sul principale quotidiano finanziario britannico, il Financial Times, per capire che aria tira. «L’Unione europea si sta preparando a uno shock energetico duraturo legato alla guerra in Medio Oriente e sta valutando tutte le possibilità, comprese misure di razionamento dei carburanti e un nuovo rilascio di petrolio dalle riserve strategiche». Più chiaro di così. Secondo Jorgensen, «questa sarà una crisi lunga» e «i prezzi dell’energia saranno più alti per moltissimo tempo». Il commissario ha spiegato che il blocco comunitario non si trova «ancora» in una crisi di sicurezza degli approvvigionamenti, ma sta preparando piani per affrontare gli effetti «strutturali e duraturi» del conflitto. Jorgensen ha aggiunto che la Commissione sta valutando anche «gli scenari peggiori», pur non essendo ancora arrivata al punto di dover imporre il razionamento di prodotti critici come il carburante per l’aviazione e il gasolio. «Meglio essere preparati che dovercene pentire», ha affermato, sottolineando che l’Ue «sta valutando tutte le possibilità» anche se non ha ancora modificato le regole vigenti. «Più la situazione diventa grave, più dovremo guardare anche agli strumenti legislativi». Jorgensen ha infine detto di non escludere un nuovo ricorso alle riserve strategiche «se la situazione dovesse peggiorare» pur precisando che ogni decisione dovrà essere presa «nel momento esatto giusto e in modo proporzionato». Il mese scorso i Paesi dell’Ue hanno partecipato al più grande rilascio di riserve strategiche di petrolio della storia, nel tentativo di contenere l’impennata dei prezzi.Jorgensen non è nuovo nel tratteggiare scenari drammatici. Alcuni giorni fa aveva detto che nessuno deve illudersi sulla fine veloce delle conseguenze per il mercato dell’energia «perché non succederà e anche se si raggiungesse la pace domani le infrastrutture energetiche comunque sono state danneggiate, e servirà tempo per tornare alla normalità». E siccome - sostiene - lo shock non sarà breve, «gli Stati membri della Ue devono prepararsi a razionamenti».Jorgensen ha anche inviato una lettera ai Ventisette in cui ha lanciato un messaggio ancora più esplicito, ovvero: «Più riuscite a risparmiare petrolio, in particolare diesel e carburante per aerei, meglio è per tutti», confermando di spingere sulla stretta dei consumi anche attraverso la riduzione della mobilità.La sua non è una voce isolata ma sta acquisendo proseliti. Nino Cartabellotta, presidente della Fondazione Gimbe, dalla sanità sposta il suo interesse alla geopolitica e afferma che «bisogna preparare il Paese a uno shock energetico di lunga durata e disincentivare i consumi». E a proposito del decreto taglia accise, commenta che «non bisogna spacciare per cura l’ennesimo decreto cerotto».Di razionamento e austerità energetica ha parlato anche l’Agenzia internazionale dell’energia (Iea - International energy agency). Già il 20 marzo aveva stilato una sorta di decalogo per ridurre la domanda di carburanti, invitando a lavorare da casa, a prendere meno aerei, a lasciare l’auto ferma e a preferire i trasporti pubblici. Aveva stimato che con politiche su larga scala per la riduzione dei viaggi aziendali, la domanda di carburante per aerei potrebbe diminuire tra il 7% e il 15%. Quindi arrivava a dire che in un mercato volatile, i cittadini devono adattarsi alla riduzione dei consumi.L’Agenzia, poi, faceva l’esempio di alcuni Paesi che avevano adottato misure di austerità: le Filippine e il Pakistan hanno introdotto settimane lavorative di quattro giorni per i dipendenti pubblici, mentre lo Sri Lanka ha chiuso gli uffici pubblici il mercoledì. Anche il Laos, la Thailandia e il Vietnam stanno promuovendo attivamente il lavoro da casa. Modelli virtuosi da seguire, secondo l’Iea.E di interruzione o contingentamento dei servizi di mobilità cominciano a parlare anche alcune categorie. Assarmatori e Confitarma hanno lanciato l’allarme di un rischio per i collegamenti nazionali. «L’aumento del costo dei carburanti impatta sui servizi marittimi per passeggeri e merci», affermano le due associazioni. E avvertono: «In assenza di interventi correttivi, c’è il rischio concreto di una compromissione dei servizi, fino a una possibile riduzione dell’offerta, o, nei casi più critici, al venir meno dei collegamenti». Stesso allarme dalle compagnie aeree. Ryanair ventila il rischio di dover cancellare alcuni voli in estate, qualora il conflitto iraniano dovesse continuare per un mese ancora e interrompere le forniture di jet fuel. Anche Lufthansa ha fatto sapere che in piena stagione estiva potrebbe lasciare a terra 40 aerei.I grandi sacerdoti della governance– quelli che parlano ai fondi d’investimento e ai grandi investitori con il tono di chi dispensa verità rivelate – si sono pronunciati sul prossimo consiglio d’amministrazione di Mps. Hanno intonato il canto gregoriano della finanza. Lo spartito è chiaro: avanti tutta con Fabrizio Palermo come amministratore delegato e, seppur con qualche acuto in meno, per la conferma di Nicola Maione come presidente.Dopo ISS, anche Glass Lewis si schiera per la lista del cda in vista dell’assemblea del 15 aprile che deciderà la nuova squadra di comando.E già qui si intravede il paradosso: quando i proxy advisor sono d’accordo, il mercato tira un sospiro di sollievo. Quando non lo sono, ancora di più, perché almeno c’è un po’ di suspense.Nel caso specifico, però, la suspense è durata poco. Glass Lewis, con l’aplomb di chi ha visto tutto e giudicato tutto, ha deciso che la lista del consiglio uscente è quella «meglio posizionata per offrire una cornice di governance bilanciata e stabile durante un periodo di transizione strategica». In altre parole: non è il momento di mettersi a fare esperimenti creativi con una banca che di esperimenti ne ha già fatti abbastanza.Glass Lewis, l’attuale numero uno di Acea mostra «esperienza rilevante per l’attuale fase». Che è un modo elegante per dire: ha visto tempeste peggiori e, soprattutto, sa dove mettere le mani quando il quadro si complica. Operazioni complesse? Ok. Contesti istituzionali? Ok. Integrazione con Mediobanca? Vedremo, ma almeno sulla carta il curriculum regge.Poi c’è Nicola Maione il presidente che fa parte del cda dal 2017. Qui la musica presenta qualche stecca. Perché se ISS aveva storto il naso sulla riconferma, Glass Lewis decide invece di premiare la continuità: meglio tenersi l’usato sicuro che rischiare il nuovo incerto. In fondo, «i benefici di mantenere l’esperienza nel ruolo superano le preoccupazioni sulla sua performance». Una frase meravigliosa, perché dentro ci sta tutto: il passato, il presente e anche un pizzico di indulgenza.Per il resto va in onda la liturgia delle bocciature eccellenti su cui i due sacerdoti della governance di trovano d’accordo. Inviato a non votare Alessandro Caltagirone (figlio dell'azionista Francesco Gaetano Caltagirone), Elena De Simone (manager espressione del gruppo Caltagirone) e del presidente del comitato nomine, Domenico Lombardi. Bocciate anche le liste che presentano candidature «credibili ma non adatte al momento». Riferimento trasparente a quella dell’ex amministratore delegato Luigi Lovaglio. Credibile, sì. Opportuno, no. Perché nelle fasi delicate la parola chiave non è talento, ma continuità. O , in alternativa, prevedibilità. Lovaglio, dopo essere stato costretto alle dimissioni, non si è dato per vinto candidandosi in una lista alternativa. Pierluigi Tortora, numero uno della holding Plt, in un'intervista pubblicata oggi su Milano Finanza, si è detto comunque fiducioso sulle possibilità di successo di Lovaglio. «Credo che il mercato possa premiare la bontà della lista, la trasparenza, la coerenza a un progetto sul quale il mercato si è già espresso Secondo me con il 20-22% ce la giochiamo».A Siena, lato Fondazione Monte dei Paschi di Siena, si osserva la scena con quella miscela di nostalgia e apprensione che solo chi ha già dato (e perso) molto può permettersi. E qui la memoria torna impietosa: oltre cinque miliardi di patrimonio bruciati nel tentativo di mantenere il controllo. Un falò di sofferenze e di risorse.La Fondazione Monte dei Paschi, ora teme che la sfida per la governance possa cambiare la visione dell’istituto. Che è un po’ come dire: abbiamo già visto cosa succede quando si cambia troppo, troppo in fretta. E non è stato un bello spettacolo.Così il 15 aprile, a Siena, non si voterà solo un consiglio di amministrazione. Si voterà una linea di galleggiamento. Tra chi vuole ridisegnare la banca e chi, più prudentemente, preferisce tenerla dritta mentre attraversa l’ennesimo tratto di mare agitato. E, a giudicare dal coro dei proxy, il messaggio è chiaro: dopo il successo della scalata a Mediobanca occorre mettere ordine tra Siena e Milano. Anche se, in Italia, il pilota automatico ha spesso bisogno di qualcuno che controlli che funzioni davvero.Un discreto balzo in avanti. In silenzio, quasi a sorpresa, Giorgia Meloni mette fine all’«interim» e promuove dalle retrovie del governo il nuovo ministro del Turismo. È Gianmarco Mazzi, già sottosegretario alla Cultura con delega allo spettacolo. Ha giurato ieri mattina poco prima delle 11 al Quirinale, davanti a Sergio Mattarella e al premier.Il segnale è chiaro: il governo è solido e procede senza tentennamenti. La squadra è concentrata sulle sue responsabilità, senza farsi distrarre dagli strepiti delle opposizioni e da gossip di vario genere. La scelta di Mazzi parla da sola. In tre anni e mezzo di lavoro, mentre al Mic si passava da Gennaro Sangiuliano ad Alessandro Giuli, con cambiamenti dei relativi staff, il neoministro non ha mai alimentato polemiche o attriti di alcun tipo.«Il turismo è un mondo ricco di fascino e grandi professionalità che richiede cura attenta perché rappresenta un pilastro dell’economia italiana. Sono onorato di questo incarico e ringrazio il presidente della Repubblica e il presidente del Consiglio per la fiducia accordatami», ha detto Mazzi subito dopo il giuramento. La scelta dell’ex sottosegretario alla Cultura interrompe il totonomi che nei giorni scorsi aveva alimentato l’ipotesi della promozione del consigliere di Daniela Santanché, Gianluca Caramanna, grande conoscitore della macchina ministeriale, della candidatura di Giovanni Malagò, ex presidente del Coni ora in corsa per la poltrona della Fgci, e di Luca Zaia, il doge trevigiano con il solo neo di non appartenere a Fratelli d’Italia. La casella del Turismo, con il suo enorme impatto sul Pil italiano, doveva restare in quota al partito di maggioranza relativa. Immediate sono arrivate le congratulazioni di Santanché che ha definito quella di Mazzi «una scelta giusta, grazie alla quale l’industria turistica italiana potrà contare su una figura di assoluto spessore».Veronese, 65 anni, sposato con Evelina Smarrito, schiva quanto lui, laureato in giurisprudenza con una tesi sull’«Intervento pubblico nel campo dello spettacolo fra promozione culturale e mercato», il neoministro ha alle spalle un lungo percorso come agente, manager e organizzatore di eventi di respiro internazionale. Poco più che ventenne, nel 1981 è promotore con Mogol, Gianni Morandi e Gianluca Pecchini della Nazionale cantanti. Il mondo dell’intrattenimento diventa il suo campo d’azione privilegiato. Da Caterina Caselli apprende i p rimi segreti del mestiere. Ma le collaborazioni importanti si susseguono: Fabrizio De André, i Pooh, Lucio Dalla. La più duratura è quella con Adriano Celentano, Claudia Mori e il Clan, «la mia famiglia», confida a Sette del Corriere della Sera. Nel 2000 con la Nazionale cantanti organizza all’Olimpico di Roma la «Partita del Cuore per la pace». Nella tribuna autorità ci sono il presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi, Shimon Peres e Yasser Arafat, oltre a personalità come Pelè, Michael Schumacher e Sean Connery. Nell’aprile 2003, con Morandi e Luca Barbarossa, in piena crisi con l’Iraq, porta a Baghdad gli aiuti umanitari della Croce Rossa italiana, iniziativa per la quale la delegazione riceverà un riconoscimento dei Nobel per la Pace, consegnato dal Dalai Lama e Mikhail Gorbaciov. Nei primi anni Duemila cura gli show di Celentano su Rai 1, Francamente me ne infischio, 125 milioni di caz…te e Rockpolitik, tra gli show più dirompenti della storia della televisione. Mazzi abbina intuizione, pazienza e doti manageriali che si rivelano risolutive nelle situazioni più complesse. Tra il 2006 e il 2012, affiancato da Lucio Presta, è per cinque volte direttore artistico del Festival di Sanremo. Cura l’organizzazione della cerimonia d’apertura di Expo 2015 dalla Piazza del Duomo di Milano. Seguono le collaborazioni con Riccardo Cocciante, Vasco Rossi, Dario Fo, Vasco Rossi e Massimo Giletti. Dal 2017 al 2022 porta l’Arena di Verona, di cui è direttore artistico, al centro del circuito dell’intrattenimento italiano e internazionale. Nel settembre 2022 viene eletto alla Camera con Fratelli d’Italia. Concreto e riservato, è il nuovo ministro del Turismo del governo Meloni. tp:writer§§ REDAZIONE guid§§ http://gimbe.telpress.it/news/2026/04/04/2026040403275707613.PDF §---§ title§§ Turismo, Meloni nomina Mazzi ministro: stop interim link§§ http://gimbe.telpress.it/news/2026/04/04/2026040403274607614.PDF description§§
Estratto da pag. 1 di "laverita.info" del 04 Apr 2026
Giorgia Meloni chiude l’interim e nomina Gianmarco Mazzi ministro del Turismo. Ex sottosegretario alla Cultura, profilo manageriale e discreto, scelto per rafforzare la stabilità del governo e un settore chiave per l’economia italiana.
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La squadra è concentrata sulle sue responsabilità, senza farsi distrarre dagli strepiti delle opposizioni e da gossip di vario genere. La scelta di Mazzi parla da sola. In tre anni e mezzo di lavoro, mentre al Mic si passava da Gennaro Sangiuliano ad Alessandro Giuli, con cambiamenti dei relativi staff, il neoministro non ha mai alimentato polemiche o attriti di alcun tipo.«Il turismo è un mondo ricco di fascino e grandi professionalità che richiede cura attenta perché rappresenta un pilastro dell’economia italiana. Sono onorato di questo incarico e ringrazio il presidente della Repubblica e il presidente del Consiglio per la fiducia accordatami», ha detto Mazzi subito dopo il giuramento. La scelta dell’ex sottosegretario alla Cultura interrompe il totonomi che nei giorni scorsi aveva alimentato l’ipotesi della promozione del consigliere di Daniela Santanché, Gianluca Caramanna, grande conoscitore della macchina ministeriale, della candidatura di Giovanni Malagò, ex presidente del Coni ora in corsa per la poltrona della Fgci, e di Luca Zaia, il doge trevigiano con il solo neo di non appartenere a Fratelli d’Italia. La casella del Turismo, con il suo enorme impatto sul Pil italiano, doveva restare in quota al partito di maggioranza relativa. Immediate sono arrivate le congratulazioni di Santanché che ha definito quella di Mazzi «una scelta giusta, grazie alla quale l’industria turistica italiana potrà contare su una figura di assoluto spessore».Veronese, 65 anni, sposato con Evelina Smarrito, schiva quanto lui, laureato in giurisprudenza con una tesi sull’«Intervento pubblico nel campo dello spettacolo fra promozione culturale e mercato», il neoministro ha alle spalle un lungo percorso come agente, manager e organizzatore di eventi di respiro internazionale. Poco più che ventenne, nel 1981 è promotore con Mogol, Gianni Morandi e Gianluca Pecchini della Nazionale cantanti. Il mondo dell’intrattenimento diventa il suo campo d’azione privilegiato. Da Caterina Caselli apprende i primi segreti del mestiere. Ma le collaborazioni importanti si susseguono: Fabrizio De André, i Pooh, Lucio Dalla. La più duratura è quella con Adriano Celentano, Claudia Mori e il Clan, «la mia famiglia», confida a Sette del Corriere della Sera. Nel 2000 con la Nazionale cantanti organizza all’Olimpico di Roma la «Partita del Cuore per la pace». Nella tribuna autorità ci sono il presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi, Shimon Peres e Yasser Arafat, oltre a personalità come Pelè, Michael Schumacher e Sean Connery. Nell’aprile 2003, con Morandi e Luca Barbarossa, in piena crisi con l’Iraq, porta a Baghdad gli aiuti umanitari della Croce Rossa italiana, iniziativa per la quale la delegazione riceverà un riconoscimento dei Nobel per la Pace, consegnato dal Dalai Lama e Mikhail Gorbaciov. Nei primi anni Duemila cura gli show di Celentano su Rai 1, Francamente me ne infischio, 125 milioni di caz…te e Rockpolitik, tra gli show più dirompenti della storia della televisione. Mazzi abbina intuizione, pazienza e doti manageriali che si rivelano risolutive nelle situazioni più complesse. Tra il 2006 e il 2012, affiancato da Lucio Presta, è per cinque volte direttore artistico del Festival di Sanremo. Cura l’organizzazione della cerimonia d’apertura di Expo 2015 dalla Piazza del Duomo di Milano. Seguono le collaborazioni con Riccardo Cocciante, Vasco Rossi, Dario Fo, Vasco Rossi e Massimo Giletti. Dal 2017 al 2022 porta l’Arena di Verona, di cui è direttore artistico, al centro del circuito dell’intrattenimento italiano e internazionale. Nel settembre 2022 viene eletto alla Camera con Fratelli d’Italia. C oncreto e riservato, è il nuovo ministro del Turismo del governo Meloni.La prima visita di un leader occidentale nel Golfo dall’inizio della guerra in Iran è il segnale inequivocabile che il presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, ha archiviato i dossier spinosi per rivolgere l’attenzione alle vere emergenze del Paese che, come ha scritto il direttore Maurizio Belpietro, sono i soldi, la sicurezza e la salute.Si comincia dai primi, perché la guerra in corso promette di far schizzare di nuovo l’inflazione alle stesse. Per questo ieri mattina, dopo un vertice di maggioranza convocato la sera precedente, i ministri si sono riuniti in un Cdm organizzato per prorogare le misure adottate per sterilizzare il rincaro energetico. «Il governo è intervenuto con un nuovo decreto per prorogare la riduzione delle accise sui carburanti, ampliando la misura con un intervento mirato a sostegno degli agricoltori e delle imprese esportatrici. È una misura necessaria per fronteggiare una fase particolarmente delicata, segnata da tensioni internazionali che stanno producendo effetti concreti sui costi dell’energia e sull’economia» ha scritto Meloni sui social, sottolineando che «sappiamo che il quadro resta complesso. Per questo il governo continuerà a monitorare con la massima attenzione l’evoluzione dello scenario internazionale e a lavorare su ogni intervento necessario a proteggere famiglie, imprese e lavoro».Giancarlo Giorgetti nella conferenza stampa post Cdm ha chiarito che le coperture ci poteranno fino all’inizio di maggio. «L’onere di queste misure sono intorno ai 500 milioni. Per 200 milioni c’è l’autocopertura che deriva dall’incremento del gettito Iva; per 300 milioni sono risorse che sono state recuperate sostanzialmente sulle risorse Ets - CO2 che non erano state ancora utilizzate, avendo premura di non toccare quelle originariamente destinate al sollievo degli energivori» ha precisato, ma per quanto riguarda il futuro bisognerà capire che verso prenderà la guerra. Questo lo scopo della missione di Meloni. Ieri pomeriggio è giunta a Gedda in Arabia Saudita, la prima visita nella regione da parte di un leader di Ue, G20 e Nato dall’inizio del conflitto, con incontri in programma con i principali rappresentanti di Arabia Saudita, Qatar ed Emirati Arabi Uniti. L’obiettivo della missione è rafforzare le relazioni con queste nazioni e ribadire il sostegno dell’Italia di fronte agli attacchi iraniani, consolidando al contempo un partenariato strategico sempre più solido. Il focus principale resta quello della sicurezza energetica nazionale. Il Golfo rappresenta infatti una fonte cruciale di petrolio e gas per l’Italia e ha un ruolo determinante nell’andamento dei prezzi energetici globali.Dopo la tappa in Algeria e quella nei Paesi del Golfo, Meloni ha in programma un viaggio in Azerbaigian. Una missione che potrebbe svolgersi a maggio o giugno.La missione serve anche per il nodo sicurezza che si intreccia a doppio filo con l’emergenza degli immigrati irregolari. Gli sfollati in Libano sono già un milione e se la crisi dovesse continuare potrebbero moltiplicarsi. Il tema è stato sollevato dall’Italia anche a livello europeo. Tra gli ambiti sui quali l’Italia offrirà supporto al Golfo c’è quello della Difesa. Le richieste e le necessità di questi Paesi sono diverse in questa fase. Sono già in corso spedizioni e forniture di natura difensiva, ma potrebbero arrivare nuove richieste che saranno valutate. Intanto l’ambasciata iraniana in Italia ieri su X ha scritto: «Se l’Italia è preoccupata per il blocco dello Stretto di Hormuz, allora pretenda la fine della guerra».«Le interlocuzioni con Teheran esistono, a livello diplomatico» spiegano le fonti italiane, «noi come altri non le abbiamo mai interrotte». Quindi alla domanda se vi siano interlocuzioni in corso «la risposta è sì», e si sta cercando di negoziare «per arrivare a una cessazione delle ostilità come tutti stanno cercando di fare, a livello quantomeno europeo».Sul fronte interno, dopo lo spacchettamento delle deleghe lasciate da Andrea Delmastro al ministero della Giustizia, è stato trovato un nome per il ministero del Turismo. A sostituire Daniela Santanchè è il sottosegretario alla Cultura, Gianmarco Mazzi, stimato da tutti i colleghi della maggioranza, che ieri ha giurato al Colle dal presidente della Repubblica, Sergio Mattarella.Meloni, inoltre, in un’intervista al Tg1 ieri sera, è tornata sulla questione Sigonella: «Continuo a ritenere che sul piano geopolitico l’Europa non abbia molto da guadagnare da una divaricazione con gli Stati Uniti, però il nostro lavoro è soprattutto quello di difendere i nostri interessi nazionali e quando non siamo d’accordo dobbiamo dirlo e, stavolta, noi non siamo d’accordo».«Che il governo va avanti l’ho detto un minuto dopo l’esito del referendum. Non abbiamo tempo da perdere, particolarmente in un momento come questo. A me divertono le ricostruzioni su dimissioni e rimpasti che però per me sono alchimie di palazzo, chi vuole continui pure a parlare di questo che noi intanto continuiamo a fare il nostro lavoro per il bene di questa nazione», ha aggiunto il premier.Considerato che il paziente non è ancora morto, è inutile curarlo: è questa la sintesi della risposta negativa della Commissione europea alla considerazione del ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti, sulla necessità di rivedere o comunque prevedere delle deroghe ai rigidissimi parametri del Patto di stabilità, considerato il drammatico quadro internazionale e la crisi energetica che ne deriva.In conferenza stampa dopo che il Cdm, ieri, ha prorogato il taglio delle accise fino al 1° maggio, Giorgetti fa una dichiarazione all’insegna del più puro pragmatismo: «Sull’ipotesi di sforamento del limite del 3% del deficit a causa della crisi energetica», risponde il ministro a una domanda sull’argomento, «credo che si faccia riferimento alla volontà di chiedere o non chiedere la clausola di deroga prevista dal nuovo regolamento europeo di governance economica. È chiaro che la riflessione a livello europeo, se la situazione non cambia, sarà inevitabile. Ho espresso questa mia valutazione già all’inizio del conflitto, l’ho ribadita all’Eurogruppo a inizio settimana. Lo farò in qualsiasi consenso internazionale a cui parteciperò, perché questa è la realtà. Abbiamo fatto un G7 con la partecipazione delle organizzazioni internazionali proprio in settimana», aggiunge il ministro dell’Economia, «e il quadro che è stato rappresentato è oggettivamente preoccupante per le ricadute economiche. Tutti correlano alla durata del conflitto le misure da assumere. Il tema della durata produrrà ahimè conseguenze sia sulla politica monetaria sia sulla politica fiscale dei diversi Paesi. Chi più chi meno, credo che tutto il globo ne sia colpito».Niente di clamoroso, niente di stupefacente: siamo in un periodo di gravissima crisi e quindi, se c’è un momento in cui rimodulare le norme adeguandole alla realtà, è questo. E invece, ma forse non c’è neanche più da stupirsi, la risposta da Bruxelles è ai limiti del delirio: «La Commissione europea», sottolinea una portavoce, «non ritiene che attualmente la Ue si trovi in una situazione che richiede la sospensione delle regole del Patto di stabilità come avvenuto all’epoca della crisi pandemica. La possibilità di far scattare la clausola di salvaguardia del Patto di stabilità esiste solo in caso di grave recessione nell’area euro o nella Ue nel suo complesso. Stiamo monitorando attentamente la situazione instabile in Medio Oriente, ma non ci troviamo in tale scenario».Quindi, secondo questi cervelloni, per dare un po’ di ossigeno alle economie europee bisogna aspettare che si precipiti in una condizione di grave recessione, ovvero alla fame. Siamo di fronte, come è evidente, a una follia. Lo stesso Commissario Ue all’Economia Valdis Dombrovskis, una settimana fa, in conferenza stampa al termine dell’Eurogruppo, aveva ribadito che «la clausola di salvaguardia generale è subordinata a una grave recessione economica nell’Ue o nell’area dell’ euro nel suo complesso. Attualmente, anche sulla base dell’analisi di scenario non siamo in questa situazione». E in quale situazione siamo? «Siamo di fronte», aveva aggiunto Dombrovskis, detto Draculovskis, «al rischio di uno shock di tipo stagflazionistico, vale a dire una situazione in cui una crescita più debole coincide con un’inflazione più elevata. Questo vale anche se le interruzioni delle forniture energetiche dovessero essere relativamente di breve durata». In sostanza: se tutto va bene, siamo rovinati.Pensate che anche uno che di regole europee se ne intende, e che certamente non è sospettabile di simpatie per il governo guidato da Giorgia Meloni, ovvero l’ex presidente del Consiglio e presidente della Commissione europea Romano Prodi, pensa che sia l’ora di sospendere il Patto di stabilità: «Il problema», sottolinea Prodi a Sky Tg24, «è che non sia solo un caso speciale per l’Italia. Che non dimostriamo ancora una volta le nostre debolezze. Deve essere un problema europeo con una revisione dei vincoli a livello europeo. Ho sempre detto che il Patto di stabilità rigido è stupido. Si deve tener conto che c’è una situazione straordinaria e anche i bilanci di tutti i Paesi europei devono essere adattati a questa situazione, l’Italia è più a rischio perché è già fuori di questi parametri e quindi il problema per noi è più serio ma il problema è generale».La sensazione è che si proceda a passi da gigante verso razionamenti e altre misure drastiche, quelle sì, da stato di guerra, ma evitando accuratamente di dare respiro ai Paesi membri della Ue aspettando che la situazione diventi irreparabile. Viene da chiedersi se siamo di fronte a una totale incompetenza, a una imperdonabile cocciutaggine oppure, e sarebbe molto grave, a un preciso disegno per mettere in ginocchio mezza Europa, il che sarebbe non solo peggio: sarebbe criminale. Le prossime settimane ci diranno quale di queste ipotesi, tutte catastrofiche, sarà quella giusta.Intanto la pressione fiscale in Italia nel 2025 fa segnare il record degli ultimi dieci anni: i dati grezzi dell’Istat indicano che ha raggiunto il 43,1% del Pil, in crescita di 0,7 punti percentuali rispetto al 42,4 del 2024. Per trovare un livello più alto bisogna tornare al 2014, quando era al 43,1%. Il dato del quarto trimestre, poi, del 51,4%, rappresenta un picco che non si vedeva dall’analogo periodo del 2014, con il 52,2%. Il potere d’acquisto delle famiglie è diminuito rispetto al trimestre precedente dello 0,8%.Tira aria di austerity in Europa. Mentre il governo Meloni prolunga al 1° maggio il taglio delle accise sui carburanti in scadenza il 7 aprile, da Bruxelles la consegna è tirare la cinghia sui consumi energetici. Non siamo ancora alle domeniche a piedi dello shock energetico degli anni Settanta, ma la tentazione di varare misure drastiche c’è, eccome. Basta leggere quello che ha detto il commissario europeo all’Energia, Dan Jorgensen, sul principale quotidiano finanziario britannico, il Financial Times, per capire che aria tira. «L’Unione europea si sta preparando a uno shock energetico duraturo legato alla guerra in Medio Oriente e sta valutando tutte le possibilità, comprese misure di razionamento dei carburanti e un nuovo rilascio di petrolio dalle riserve strategiche». Più chiaro di così. Secondo Jorgensen, «questa sarà una crisi lunga» e «i prezzi dell’energia saranno più alti per moltissimo tempo». Il commissario ha spiegato che il blocco comunitario non si trova «ancora» in una crisi di sicurezza degli approvvigionamenti, ma sta preparando piani per affrontare gli effetti «strutturali e duraturi» del conflitto. Jorgensen ha aggiunto che la Commissione sta valutando anche «gli scenari peggiori», pur non essendo ancora arrivata al punto di dover imporre il razionamento di prodotti critici come il carburante per l’aviazione e il gasolio. «Meglio essere preparati che dovercene pentire», ha affermato, sottolineando che l’Ue «sta valutando tutte le possibilità» anche se non ha ancora modificato le regole vigenti. «Più la situazione d iventa grave, più dovremo guardare anche agli strumenti legislativi». Jorgensen ha infine detto di non escludere un nuovo ricorso alle riserve strategiche «se la situazione dovesse peggiorare» pur precisando che ogni decisione dovrà essere presa «nel momento esatto giusto e in modo proporzionato». Il mese scorso i Paesi dell’Ue hanno partecipato al più grande rilascio di riserve strategiche di petrolio della storia, nel tentativo di contenere l’impennata dei prezzi.Jorgensen non è nuovo nel tratteggiare scenari drammatici. Alcuni giorni fa aveva detto che nessuno deve illudersi sulla fine veloce delle conseguenze per il mercato dell’energia «perché non succederà e anche se si raggiungesse la pace domani le infrastrutture energetiche comunque sono state danneggiate, e servirà tempo per tornare alla normalità». E siccome - sostiene - lo shock non sarà breve, «gli Stati membri della Ue devono prepararsi a razionamenti».Jorgensen ha anche inviato una lettera ai Ventisette in cui ha lanciato un messaggio ancora più esplicito, ovvero: «Più riuscite a risparmiare petrolio, in particolare diesel e carburante per aerei, meglio è per tutti», confermando di spingere sulla stretta dei consumi anche attraverso la riduzione della mobilità.La sua non è una voce isolata ma sta acquisendo proseliti. Nino Cartabellotta, presidente della Fondazione Gimbe, dalla sanità sposta il suo interesse alla geopolitica e afferma che «bisogna preparare il Paese a uno shock energetico di lunga durata e disincentivare i consumi». E a proposito del decreto taglia accise, commenta che «non bisogna spacciare per cura l’ennesimo decreto cerotto».Di razionamento e austerità energetica ha parlato anche l’Agenzia internazionale dell’energia (Iea - International energy agency). Già il 20 marzo aveva stilato una sorta di decalogo per ridurre la domanda di carburanti, invitando a lavorare da casa, a prendere meno aerei, a lasciare l’auto ferma e a preferire i trasporti pubblici. Aveva stimato che con politiche su larga scala per la riduzione dei viaggi aziendali, la domanda di carburante per aerei potrebbe diminuire tra il 7% e il 15%. Quindi arrivava a dire che in un mercato volatile, i cittadini devono adattarsi alla riduzione dei consumi.L’Agenzia, poi, faceva l’esempio di alcuni Paesi che avevano adottato misure di austerità: le Filippine e il Pakistan hanno introdotto settimane lavorative di quattro giorni per i dipendenti pubblici, mentre lo Sri Lanka ha chiuso gli uffici pubblici il mercoledì. Anche il Laos, la Thailandia e il Vietnam stanno promuovendo attivamente il lavoro da casa. Modelli virtuosi da seguire, secondo l’Iea.E di interruzione o contingentamento dei servizi di mobilità cominciano a parlare anche alcune categorie. Assarmatori e Confitarma hanno lanciato l’allarme di un rischio per i collegamenti nazionali. «L’aumento del costo dei carburanti impatta sui servizi marittimi per passeggeri e merci», affermano le due associazioni. E avvertono: «In assenza di interventi correttivi, c’è il rischio concreto di una compromissione dei servizi, fino a una possibile riduzione dell’offerta, o, nei casi più critici, al venir meno dei collegamenti». Stesso allarme dalle compagnie aeree. Ryanair ventila il rischio di dover cancellare alcuni voli in estate, qualora il conflitto iraniano dovesse continuare per un mese ancora e interrompere le forniture di jet fuel. Anche Lufthansa ha fatto sapere che in piena stagione estiva potrebbe lasciare a terra 40 aerei.I grandi sacerdoti della governance– quelli che parlano ai fondi d’investimento e ai grandi investitori con il tono di chi dispensa verità rivelate – si sono pronunciati sul prossimo consiglio d’amministrazione di Mps. Hanno intonato il canto gregoriano della finanza. Lo spartito è chiaro: avanti tutta con Fabrizio Palermo come amministratore delegato e, seppur con qualche acuto in meno, per la conferma di Nicola Maione come presidente.Dopo ISS, anche Glass Lewis si schiera per la lista del cda in vista dell’assemblea del 1 5 aprile che deciderà la nuova squadra di comando.E già qui si intravede il paradosso: quando i proxy advisor sono d’accordo, il mercato tira un sospiro di sollievo. Quando non lo sono, ancora di più, perché almeno c’è un po’ di suspense.Nel caso specifico, però, la suspense è durata poco. Glass Lewis, con l’aplomb di chi ha visto tutto e giudicato tutto, ha deciso che la lista del consiglio uscente è quella «meglio posizionata per offrire una cornice di governance bilanciata e stabile durante un periodo di transizione strategica». In altre parole: non è il momento di mettersi a fare esperimenti creativi con una banca che di esperimenti ne ha già fatti abbastanza.Glass Lewis, l’attuale numero uno di Acea mostra «esperienza rilevante per l’attuale fase». Che è un modo elegante per dire: ha visto tempeste peggiori e, soprattutto, sa dove mettere le mani quando il quadro si complica. Operazioni complesse? Ok. Contesti istituzionali? Ok. Integrazione con Mediobanca? Vedremo, ma almeno sulla carta il curriculum regge.Poi c’è Nicola Maione il presidente che fa parte del cda dal 2017. Qui la musica presenta qualche stecca. Perché se ISS aveva storto il naso sulla riconferma, Glass Lewis decide invece di premiare la continuità: meglio tenersi l’usato sicuro che rischiare il nuovo incerto. In fondo, «i benefici di mantenere l’esperienza nel ruolo superano le preoccupazioni sulla sua performance». Una frase meravigliosa, perché dentro ci sta tutto: il passato, il presente e anche un pizzico di indulgenza.Per il resto va in onda la liturgia delle bocciature eccellenti su cui i due sacerdoti della governance di trovano d’accordo. Inviato a non votare Alessandro Caltagirone (figlio dell'azionista Francesco Gaetano Caltagirone), Elena De Simone (manager espressione del gruppo Caltagirone) e del presidente del comitato nomine, Domenico Lombardi. Bocciate anche le liste che presentano candidature «credibili ma non adatte al momento». Riferimento trasparente a quella dell’ex amministratore delegato Luigi Lovaglio. Credibile, sì. Opportuno, no. Perché nelle fasi delicate la parola chiave non è talento, ma continuità. O, in alternativa, prevedibilità. Lovaglio, dopo essere stato costretto alle dimissioni, non si è dato per vinto candidandosi in una lista alternativa. Pierluigi Tortora, numero uno della holding Plt, in un'intervista pubblicata oggi su Milano Finanza, si è detto comunque fiducioso sulle possibilità di successo di Lovaglio. «Credo che il mercato possa premiare la bontà della lista, la trasparenza, la coerenza a un progetto sul quale il mercato si è già espresso Secondo me con il 20-22% ce la giochiamo».A Siena, lato Fondazione Monte dei Paschi di Siena, si osserva la scena con quella miscela di nostalgia e apprensione che solo chi ha già dato (e perso) molto può permettersi. E qui la memoria torna impietosa: oltre cinque miliardi di patrimonio bruciati nel tentativo di mantenere il controllo. Un falò di sofferenze e di risorse.La Fondazione Monte dei Paschi, ora teme che la sfida per la governance possa cambiare la visione dell’istituto. Che è un po’ come dire: abbiamo già visto cosa succede quando si cambia troppo, troppo in fretta. E non è stato un bello spettacolo.Così il 15 aprile, a Siena, non si voterà solo un consiglio di amministrazione. Si voterà una linea di galleggiamento. Tra chi vuole ridisegnare la banca e chi, più prudentemente, preferisce tenerla dritta mentre attraversa l’ennesimo tratto di mare agitato. E, a giudicare dal coro dei proxy, il messaggio è chiaro: dopo il successo della scalata a Mediobanca occorre mettere ordine tra Siena e Milano. Anche se, in Italia, il pilota automatico ha spesso bisogno di qualcuno che controlli che funzioni davvero.La violenza agghiacciante contro una donna, presa a cinghiate davanti al figlio su un autobus per mano di due minorenni di origine nordafricana, ripresa da un video. È accaduto mercoledì, ore 17.10 del pomeriggio, su un autobus della linea 5 che collega la stazione di Al essandria al sobborgo di Spinetta.La scena, filmata con il telefonino di uno dei passeggeri che non sarebbe intervenuto perché gli aggressori «possedevano armi da taglio», mostra una povera donna ripetutamente colpita con furia bestiale, strattonata mentre si sente il suono tremendo delle strisce di cuoio che si abbattono su tutto il suo corpo.Il raptus sarebbe scattato dopo «un semplice sguardo», hanno raccontato gli altri passeggeri a RadioGold News Alessandria che ha pubblicato il video. «La donna è salita sul bus insieme al figlio e a un certo punto uno degli aggressori si è rivolto a lei chiedendo che cosa avesse da guardare». I due si sono avvicinati e hanno iniziato a parlarle, a spintonare il ragazzino e quando la signora si è alzata per difenderlo dicendo di lasciare stare il figlio, contro di lei si è scatenato l’inferno.Un maranza ha cominciato a sferrare cinghiate con ferocia inaudita, l’altro è sceso dal mezzo «per aprire lo zaino e prendere un’altra cintura» e usarla contro la donna che tentava inutilmente di difendersi da colpi rabbiosi sul volto e sul corpo. Il tutto, nell’immobilità di chi viaggiava su quell’autobus e che come massima reazione si è limitato a filmare il pestaggio.Inevitabile pensare al tredicenne della scuola media Leonardo Da Vinci di Trescore Balneario, nella Bergamasca, che pur vedendo un suo coetaneo armato di coltello non ha esitato a prenderlo a calci, facendolo scappare e contribuendo così a salvare la vita dell’insegnante di francese Chiara Mocchi.I due giovani sono fuggiti appena l’autista ha fermato il mezzo e chiamato il 112, la mamma è stata portata in ospedale ad Alessandria dove ha dovuto ricorrere a cure mediche. Che si trattasse di due maranza minorenni l’ha scoperto dopo poche ore la Squadra mobile anche grazie alle immagini delle telecamere sul bus. Diffuso online, il video ripreso dai social è stato commentato con parole di sdegno e di incredulità. «Non sembra che sia Italia», è stato il post che forse meglio spiega lo sconcerto dei cittadini davanti a una violenza inflitta a una donna da due minorenni nordafricani.«L’aggressione avvenuta sul bus numero 5 è un fatto gravissimo, che scuote profondamente la nostra comunità. Una donna e suo figlio sono stati vittime di una violenza brutale, in pieno giorno, su un mezzo pubblico. Questo non è accettabile. Alessandria merita sicurezza, rispetto e protezione», ha commentato Davide Buzzi Langhi, consigliere comunale di Forza Italia.Due maranza balordi, anzi delinquenti, come quelli che Concita De Gregorio ha provato a giustificare poche settimane fa, ospite del programma su Rete4 È sempre Cartabianca. Sarebbero vittime di un «Paese che non vuole questi ragazzi», secondo l’editorialista di Repubblica, un Paese che «li rifiuta, li respinge, li condanna all’origine che hanno. […] È razzismo».Allora giustifichiamo il loro disagio che si manifesta con vili quanto feroci aggressioni, scatenate da motivi banali quali un semplice sguardo? Bisogna chinare il capo e dire poveretti, sono emarginati e si sfogano così? Vediamo quali attenuanti troverà il magistrato, per rimettere in libertà non un minorenne ma un uomo di 37 anni, di origini extracomunitarie e senza fissa dimora, con precedenti, arrestato nel Lazio dai carabinieri con l’ipotesi di reato di violenza sessuale aggravata su una minore di Leonessa.A dare l’allarme è stata la mamma della ragazzina, segnalando che la figlia stava subendo molestie da uno sconosciuto mentre era su un autobus di linea diretto a Rieti. Lo straniero, incapace di frenare i suoi istinti, avrebbe importunato pesantemente la giovane, tentando inoltre di riprenderla con il proprio telefono cellulare. L’Arma, subito intervenuta, l’ha sottoposto a fermo.Giovedì, a Treviso una signora di 79 anni che stava andando a fare la spesa in bicicletta è stata buttata a terra da uno straniero che l’aveva affiancata su un monopattino per rubarle la borsa nel cestino. La poveretta ha riportato ferite al ginocchio e alla m ano, l’extracomunitario è riuscito a dileguarsi con il bottino malgrado l’inseguimento da parte di due giovani accorsi in aiuto della donna.Sempre due giorni fa, un tunisino di 27 anni ha seminato il panico nel centro di Ravenna, danneggiando auto tra le quali un veicolo di proprietà del gruppo di volontariato e di Protezione civile, colpendo con pugni alla schiena un passante che stava camminando con il proprio cane, dopo avergli strappato il guinzaglio di mano. Inutili i tentativi di calmarlo, il giovane con numerosi precedenti ha reagito con violenza e tre agenti hanno riportato lesioni. Solo con l’intervento di rinforzi l’extracomunitario è stato arrestato. Già, perché se si reagisce con durezza la colpa è sempre delle forze dell’ordine. tp:writer§§ REDAZIONE guid§§ http://gimbe.telpress.it/news/2026/04/04/2026040403274607614.PDF §---§ title§§ Iran abbatte F-15 Usa, pilota disperso: tensione alle stelle link§§ http://gimbe.telpress.it/news/2026/04/04/2026040403182107717.PDF description§§
Estratto da pag. 1 di "laverita.info" del 04 Apr 2026
Un caccia Usa abbattuto nei cieli iraniani: un pilota salvato, l’altro disperso o catturato. Israele sospende i raid per il recupero. Teheran offre una taglia, mentre Russia e Turchia chiedono il cessate il fuoco.
pubDate§§ 2026-04-04T08:51:00+00:00 arguments§§ http://gimbe.telpress.it/news/2026/04/04/2026040403182107717.PDF category§§ GIMBE subcategory§§ {'domain': ''} source§§ {'href': 'http://gimbe.telpress.it/news/2026/04/04/2026040403182107717.PDF', 'title': 'laverita.info'} tp:url§§ https://www.laverita.info/iran-abbatte-f15-usa-2676663019.html tp:attach_fn§§ http://gimbe.telpress.it/news/2026/04/04/2026040403182107717.PDF tp:ocr§§ A dispetto di quanto annunciato da Washington, pare che non sia stata raggiunta la superiorità aerea nei cieli iraniani: per la prima volta, un caccia F-15 americano è stato distrutto dal regime mentre sorvolava il territorio dell’Iran.Dopo l’annuncio dell’abbattimento da parte dei media iraniani, si sono susseguite notizie contrastanti, a partire dal tipo di jet colpito. Secondo Teheran, si trattava di un F-35, con un solo posto, ma le immagini suggerivano che fosse un F-15, quindi con un equipaggio di due persone. Quest’ultima ipotesi è stata confermata da diversi esperti. Va da sé che inizialmente non fosse chiaro il numero dei militari americani coinvolti. La confusione ha riguardato anche la loro sorte: quando si parlava ancora di un solo pilota, prima il regime ha dato per certa la sua morte, ma poco dopo l’agenzia Tasnim ha rivelato che si sarebbe eiettato, precipitando nel territorio iraniano. Anche il servizio di intelligence dei pasdaran ha condiviso le foto del sedile intatto. Immediate sono state le ricerche di soccorso attivate dagli Stati Uniti, con il supporto di Israele, per localizzare i membri dell’equipaggio, mentre i media iraniani mostravano due elicotteri e un aereo C-130 Hercules americani volare a bassa quota sull’Iran. Peraltro, a detta delle agenzie di stampa iraniane e di Al jazeera, uno dei Black hawk impegnati nella ricerca nel Sudovest dell’Iran, sarebbe stato colpito dal fuoco antiaereo. Nel momento in cui scriviamo Washington non ha rilasciato dichiarazioni in merito né smentito la notizia.Il regime, comunque, non si è lasciato scappare l’occasione di poter catturare i soldati americani, annunciando una taglia di 64.000 dollari secondo al Jazeera. A dare indicazioni alla popolazione è stata pure la tv locale della provincia di Kohkilouyeh e Boyer-Ahmad, a 500 chilometri a Sud-Ovest di Teheran: alla consegna dei piloti americani sarebbe corrisposto «un premio prezioso». Ma i soccorsi statunitensi sono stati più veloci: un pilota è stato tratto in salvo. Non si hanno, quando il giornale va in stampa, notizie ufficiali sul secondo militare, ma secondo l’agenzia iraniana NourNew, sarebbe stato catturato. Israele intanto ha sospeso i raid per facilitare le operazioni di salvataggio da parte degli States.E mentre Trump veniva informato dell’abbattimento del caccia, il presidente del Parlamento iraniano, Mohammad Bagher Ghalibaf, ha condiviso un’amara riflessione per la Casa Bianca: «Questa geniale guerra senza strategia che hanno scatenato è stata ridimensionata da “cambio di regime” a “Ehi! Qualcuno riesce a trovare i nostri piloti?”». Peraltro, secondo l’intelligence americana, l’Iran avrebbe ancora intatta la metà dei lanciatori di missili e dei droni.Gli Stati Uniti hanno intanto distrutto il simbolo di modernizzazione dell’Iran: il ponte B1, che collega Teheran a Karaj. A detta dei funzionari americani, l’infrastruttura, oltre a essere utilizzata per il supporto logistico, era il collegamento per trasportare i missili e i suoi componenti verso i siti di lancio nell’Iran occidentale. I morti sono almeno otto e i feriti 95. Lo stesso Trump ha confermato il raid su Truth, avvertendo che arriverà il turno della distruzione «delle centrali elettriche». A condannare l’attacco, definendolo «un crimine di guerra terroristico in stile Isis» è stato il portavoce del ministero degli Esteri iraniano, Esmaeil Baqaei.Baqaei non esclude nemmeno che dietro gli attacchi di Stati Uniti e Israele ci sia la partecipazione di alcuni Paesi del Golfo. La considerazione si riferisce a un drone abbattuto sopra la città di Shiraz. A suo dire «potrebbe essere un’ulteriore prova della partecipazione diretta di alcuni Stati della regione nei crimini di guerra. Il regime ha poi rivendicato un attacco contro un data center di Oracle a Dubai. Raid che è però stato smentito dagli Emirati Arabi Uniti. Quel che è certo, invece, è lo scoppio di un incendio nell’impianto per la produzione di gas ad Habshan, sempre negli Emirati, a seguito di un attacco iraniano. Le a ttività nel sito, che produce il 60% del gas del Paese, sono state sospese, mentre si conta una vittima egiziana. Nel pomeriggio è stato comunicato che è stata colpita anche la sede della Emirates global aluminium di Al Taweelah. Pure in Kuwait è divampato un incendio nella raffineria di Mina Al-Ahmadi. Ed è stato danneggiato un impianto di desalinizzazione che fornisce la maggior parte dell’acqua ai Paesi del Golfo. Nel frattempo, il Regno Unito ha annunciato che schiererà nel Paese il suo sistema di difesa aerea, Rapid Sentry. I pasdaran hanno anche comunicato di aver preso di mira la portaerei statunitense Abraham Lincoln, nell’Oceano Indiano settentrionale, con quattro missili da crociera.A inserirsi nell’attività diplomatica è la Russia: dopo che il presidente russo, Vladimir Putin, e il suo omologo turco Recep Tayyip Erdogan, hanno chiesto un «immediato cessate il fuoco», è stato anche reso noto che Mosca ha proposto un piano di sicurezza collettiva per il Golfo, che prevede «un confronto paritario, senza prescrizioni imposte dall’Occidente».La prima visita di un leader occidentale nel Golfo dall’inizio della guerra in Iran è il segnale inequivocabile che il presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, ha archiviato i dossier spinosi per rivolgere l’attenzione alle vere emergenze del Paese che, come ha scritto il direttore Maurizio Belpietro, sono i soldi, la sicurezza e la salute.Si comincia dai primi, perché la guerra in corso promette di far schizzare di nuovo l’inflazione alle stesse. Per questo ieri mattina, dopo un vertice di maggioranza convocato la sera precedente, i ministri si sono riuniti in un Cdm organizzato per prorogare le misure adottate per sterilizzare il rincaro energetico. «Il governo è intervenuto con un nuovo decreto per prorogare la riduzione delle accise sui carburanti, ampliando la misura con un intervento mirato a sostegno degli agricoltori e delle imprese esportatrici. È una misura necessaria per fronteggiare una fase particolarmente delicata, segnata da tensioni internazionali che stanno producendo effetti concreti sui costi dell’energia e sull’economia» ha scritto Meloni sui social, sottolineando che «sappiamo che il quadro resta complesso. Per questo il governo continuerà a monitorare con la massima attenzione l’evoluzione dello scenario internazionale e a lavorare su ogni intervento necessario a proteggere famiglie, imprese e lavoro».Giancarlo Giorgetti nella conferenza stampa post Cdm ha chiarito che le coperture ci poteranno fino all’inizio di maggio. «L’onere di queste misure sono intorno ai 500 milioni. Per 200 milioni c’è l’autocopertura che deriva dall’incremento del gettito Iva; per 300 milioni sono risorse che sono state recuperate sostanzialmente sulle risorse Ets - CO2 che non erano state ancora utilizzate, avendo premura di non toccare quelle originariamente destinate al sollievo degli energivori» ha precisato, ma per quanto riguarda il futuro bisognerà capire che verso prenderà la guerra. Questo lo scopo della missione di Meloni. Ieri pomeriggio è giunta a Gedda in Arabia Saudita, la prima visita nella regione da parte di un leader di Ue, G20 e Nato dall’inizio del conflitto, con incontri in programma con i principali rappresentanti di Arabia Saudita, Qatar ed Emirati Arabi Uniti. L’obiettivo della missione è rafforzare le relazioni con queste nazioni e ribadire il sostegno dell’Italia di fronte agli attacchi iraniani, consolidando al contempo un partenariato strategico sempre più solido. Il focus principale resta quello della sicurezza energetica nazionale. Il Golfo rappresenta infatti una fonte cruciale di petrolio e gas per l’Italia e ha un ruolo determinante nell’andamento dei prezzi energetici globali.Dopo la tappa in Algeria e quella nei Paesi del Golfo, Meloni ha in programma un viaggio in Azerbaigian. Una missione che potrebbe svolgersi a maggio o giugno.La missione serve anche per il nodo sicurezza che si intreccia a doppio filo con l’emergenza degli immigrati irregolari. Gli sfollati in Libano sono già un milione e se la crisi dovesse continuare potrebbero moltiplicarsi. Il tema è stato sollevato dall’Italia anche a livello europeo. Tra gli ambiti sui quali l’Italia offrirà supporto al Golfo c’è quello della Difesa. Le richieste e le necessità di questi Paesi sono diverse in questa fase. Sono già in corso spedizioni e forniture di natura difensiva, ma potrebbero arrivare nuove richieste che saranno valutate. Intanto l’ambasciata iraniana in Italia ieri su X ha scritto: «Se l’Italia è preoccupata per il blocco dello Stretto di Hormuz, allora pretenda la fine della guerra».«Le interlocuzioni con Teheran esistono, a livello diplomatico» spiegano le fonti italiane, «noi come altri non le abbiamo mai interrotte». Quindi alla domanda se vi siano interlocuzioni in corso «la risposta è sì», e si sta cercando di negoziare «per arrivare a una cessazione delle ostilità come tutti stanno cercando di fare, a livello quantomeno europeo».Sul fronte interno, dopo lo spacchettamento delle deleghe lasciate da Andrea Delmastro al ministero della Giustizia, è stato trovato un nome per il ministero del Turismo. A sostituire Daniela Santanchè è il sottosegretario alla Cultura, Gianmarco Mazzi, stimato da tutti i colleghi della maggioranza, che ieri ha giurato al Colle dal presidente della Repubblica, Sergio Mattarella.Meloni, inoltre, in un’intervista al Tg1 ieri sera, è tornata sulla questione Sigonella: «Continuo a ritenere che sul piano geopolitico l’Europa non abbia molto da guadagnare da una divaricazione con gli Stati Uniti, però il nostro lavoro è soprattutto quello di difendere i nostri interessi nazionali e quando non siamo d’accordo dobbiamo dirlo e, stavolta, noi non siamo d’accordo».«Che il governo va avanti l’ho detto un minuto dopo l’esito del referendum. Non abbiamo tempo da perdere, particolarmente in un momento come questo. A me divertono le ricostruzioni su dimissioni e rimpasti che però per me sono alchimie di palazzo, chi vuole continui pure a parlare di questo che noi intanto continuiamo a fare il nostro lavoro per il bene di questa nazione», ha aggiunto il premier.Considerato che il paziente non è ancora morto, è inutile curarlo: è questa la sintesi della risposta negativa della Commissione europea alla considerazione del ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti, sulla necessità di rivedere o comunque prevedere delle deroghe ai rigidissimi parametri del Patto di stabilità, considerato il drammatico quadro internazionale e la crisi energetica che ne deriva.In conferenza stampa dopo che il Cdm, ieri, ha prorogato il taglio delle accise fino al 1° maggio, Giorgetti fa una dichiarazione all’insegna del più puro pragmatismo: «Sull’ipotesi di sforamento del limite del 3% del deficit a causa della crisi energetica», risponde il ministro a una domanda sull’argomento, «credo che si faccia riferimento alla volontà di chiedere o non chiedere la clausola di deroga prevista dal nuovo regolamento europeo di governance economica. È chiaro che la riflessione a livello europeo, se la situazione non cambia, sarà inevitabile. Ho espresso questa mia valutazione già all’inizio del conflitto, l’ho ribadita all’Eurogruppo a inizio settimana. Lo farò in qualsiasi consenso internazionale a cui parteciperò, perché questa è la realtà. Abbiamo fatto un G7 con la partecipazione delle organizzazioni internazionali proprio in settimana», aggiunge il ministro dell’Economia, «e il quadro che è stato rappresentato è oggettivamente preoccupante per le ricadute economiche. Tutti correlano alla durata del conflitto le misure da assumere. Il tema della durata produrrà ahimè conseguenze sia sulla politica monetaria sia sulla politica fiscale dei diversi Paesi. Chi più chi meno, credo che tutto il globo ne sia colpito».Niente di clamoroso, niente di stupefacente: siamo in un periodo di gravissima crisi e quindi, se c’è un momento in cui rimodulare le norme adeguandole alla realtà, è questo. E invece, ma forse non c’è neanche più da stupirsi, la risposta da Bruxelles è ai limiti de l delirio: «La Commissione europea», sottolinea una portavoce, «non ritiene che attualmente la Ue si trovi in una situazione che richiede la sospensione delle regole del Patto di stabilità come avvenuto all’epoca della crisi pandemica. La possibilità di far scattare la clausola di salvaguardia del Patto di stabilità esiste solo in caso di grave recessione nell’area euro o nella Ue nel suo complesso. Stiamo monitorando attentamente la situazione instabile in Medio Oriente, ma non ci troviamo in tale scenario».Quindi, secondo questi cervelloni, per dare un po’ di ossigeno alle economie europee bisogna aspettare che si precipiti in una condizione di grave recessione, ovvero alla fame. Siamo di fronte, come è evidente, a una follia. Lo stesso Commissario Ue all’Economia Valdis Dombrovskis, una settimana fa, in conferenza stampa al termine dell’Eurogruppo, aveva ribadito che «la clausola di salvaguardia generale è subordinata a una grave recessione economica nell’Ue o nell’area dell’euro nel suo complesso. Attualmente, anche sulla base dell’analisi di scenario non siamo in questa situazione». E in quale situazione siamo? «Siamo di fronte», aveva aggiunto Dombrovskis, detto Draculovskis, «al rischio di uno shock di tipo stagflazionistico, vale a dire una situazione in cui una crescita più debole coincide con un’inflazione più elevata. Questo vale anche se le interruzioni delle forniture energetiche dovessero essere relativamente di breve durata». In sostanza: se tutto va bene, siamo rovinati.Pensate che anche uno che di regole europee se ne intende, e che certamente non è sospettabile di simpatie per il governo guidato da Giorgia Meloni, ovvero l’ex presidente del Consiglio e presidente della Commissione europea Romano Prodi, pensa che sia l’ora di sospendere il Patto di stabilità: «Il problema», sottolinea Prodi a Sky Tg24, «è che non sia solo un caso speciale per l’Italia. Che non dimostriamo ancora una volta le nostre debolezze. Deve essere un problema europeo con una revisione dei vincoli a livello europeo. Ho sempre detto che il Patto di stabilità rigido è stupido. Si deve tener conto che c’è una situazione straordinaria e anche i bilanci di tutti i Paesi europei devono essere adattati a questa situazione, l’Italia è più a rischio perché è già fuori di questi parametri e quindi il problema per noi è più serio ma il problema è generale».La sensazione è che si proceda a passi da gigante verso razionamenti e altre misure drastiche, quelle sì, da stato di guerra, ma evitando accuratamente di dare respiro ai Paesi membri della Ue aspettando che la situazione diventi irreparabile. Viene da chiedersi se siamo di fronte a una totale incompetenza, a una imperdonabile cocciutaggine oppure, e sarebbe molto grave, a un preciso disegno per mettere in ginocchio mezza Europa, il che sarebbe non solo peggio: sarebbe criminale. Le prossime settimane ci diranno quale di queste ipotesi, tutte catastrofiche, sarà quella giusta.Intanto la pressione fiscale in Italia nel 2025 fa segnare il record degli ultimi dieci anni: i dati grezzi dell’Istat indicano che ha raggiunto il 43,1% del Pil, in crescita di 0,7 punti percentuali rispetto al 42,4 del 2024. Per trovare un livello più alto bisogna tornare al 2014, quando era al 43,1%. Il dato del quarto trimestre, poi, del 51,4%, rappresenta un picco che non si vedeva dall’analogo periodo del 2014, con il 52,2%. Il potere d’acquisto delle famiglie è diminuito rispetto al trimestre precedente dello 0,8%.Tira aria di austerity in Europa. Mentre il governo Meloni prolunga al 1° maggio il taglio delle accise sui carburanti in scadenza il 7 aprile, da Bruxelles la consegna è tirare la cinghia sui consumi energetici. Non siamo ancora alle domeniche a piedi dello shock energetico degli anni Settanta, ma la tentazione di varare misure drastiche c’è, eccome. Basta leggere quello che ha detto il commissario europeo all’Energia, Dan Jorgensen, sul principale quotidiano finanziario britannico, il Financial Times, per capire che aria tira. «L’Unione europea si s ta preparando a uno shock energetico duraturo legato alla guerra in Medio Oriente e sta valutando tutte le possibilità, comprese misure di razionamento dei carburanti e un nuovo rilascio di petrolio dalle riserve strategiche». Più chiaro di così. Secondo Jorgensen, «questa sarà una crisi lunga» e «i prezzi dell’energia saranno più alti per moltissimo tempo». Il commissario ha spiegato che il blocco comunitario non si trova «ancora» in una crisi di sicurezza degli approvvigionamenti, ma sta preparando piani per affrontare gli effetti «strutturali e duraturi» del conflitto. Jorgensen ha aggiunto che la Commissione sta valutando anche «gli scenari peggiori», pur non essendo ancora arrivata al punto di dover imporre il razionamento di prodotti critici come il carburante per l’aviazione e il gasolio. «Meglio essere preparati che dovercene pentire», ha affermato, sottolineando che l’Ue «sta valutando tutte le possibilità» anche se non ha ancora modificato le regole vigenti. «Più la situazione diventa grave, più dovremo guardare anche agli strumenti legislativi». Jorgensen ha infine detto di non escludere un nuovo ricorso alle riserve strategiche «se la situazione dovesse peggiorare» pur precisando che ogni decisione dovrà essere presa «nel momento esatto giusto e in modo proporzionato». Il mese scorso i Paesi dell’Ue hanno partecipato al più grande rilascio di riserve strategiche di petrolio della storia, nel tentativo di contenere l’impennata dei prezzi.Jorgensen non è nuovo nel tratteggiare scenari drammatici. Alcuni giorni fa aveva detto che nessuno deve illudersi sulla fine veloce delle conseguenze per il mercato dell’energia «perché non succederà e anche se si raggiungesse la pace domani le infrastrutture energetiche comunque sono state danneggiate, e servirà tempo per tornare alla normalità». E siccome - sostiene - lo shock non sarà breve, «gli Stati membri della Ue devono prepararsi a razionamenti».Jorgensen ha anche inviato una lettera ai Ventisette in cui ha lanciato un messaggio ancora più esplicito, ovvero: «Più riuscite a risparmiare petrolio, in particolare diesel e carburante per aerei, meglio è per tutti», confermando di spingere sulla stretta dei consumi anche attraverso la riduzione della mobilità.La sua non è una voce isolata ma sta acquisendo proseliti. Nino Cartabellotta, presidente della Fondazione Gimbe, dalla sanità sposta il suo interesse alla geopolitica e afferma che «bisogna preparare il Paese a uno shock energetico di lunga durata e disincentivare i consumi». E a proposito del decreto taglia accise, commenta che «non bisogna spacciare per cura l’ennesimo decreto cerotto».Di razionamento e austerità energetica ha parlato anche l’Agenzia internazionale dell’energia (Iea - International energy agency). Già il 20 marzo aveva stilato una sorta di decalogo per ridurre la domanda di carburanti, invitando a lavorare da casa, a prendere meno aerei, a lasciare l’auto ferma e a preferire i trasporti pubblici. Aveva stimato che con politiche su larga scala per la riduzione dei viaggi aziendali, la domanda di carburante per aerei potrebbe diminuire tra il 7% e il 15%. Quindi arrivava a dire che in un mercato volatile, i cittadini devono adattarsi alla riduzione dei consumi.L’Agenzia, poi, faceva l’esempio di alcuni Paesi che avevano adottato misure di austerità: le Filippine e il Pakistan hanno introdotto settimane lavorative di quattro giorni per i dipendenti pubblici, mentre lo Sri Lanka ha chiuso gli uffici pubblici il mercoledì. Anche il Laos, la Thailandia e il Vietnam stanno promuovendo attivamente il lavoro da casa. Modelli virtuosi da seguire, secondo l’Iea.E di interruzione o contingentamento dei servizi di mobilità cominciano a parlare anche alcune categorie. Assarmatori e Confitarma hanno lanciato l’allarme di un rischio per i collegamenti nazionali. «L’aumento del costo dei carburanti impatta sui servizi marittimi per passeggeri e merci», affermano le due associazioni. E avvertono: «In assenza di interventi correttivi, c’è il rischio concre to di una compromissione dei servizi, fino a una possibile riduzione dell’offerta, o, nei casi più critici, al venir meno dei collegamenti». Stesso allarme dalle compagnie aeree. Ryanair ventila il rischio di dover cancellare alcuni voli in estate, qualora il conflitto iraniano dovesse continuare per un mese ancora e interrompere le forniture di jet fuel. Anche Lufthansa ha fatto sapere che in piena stagione estiva potrebbe lasciare a terra 40 aerei.I grandi sacerdoti della governance– quelli che parlano ai fondi d’investimento e ai grandi investitori con il tono di chi dispensa verità rivelate – si sono pronunciati sul prossimo consiglio d’amministrazione di Mps. Hanno intonato il canto gregoriano della finanza. Lo spartito è chiaro: avanti tutta con Fabrizio Palermo come amministratore delegato e, seppur con qualche acuto in meno, per la conferma di Nicola Maione come presidente.Dopo ISS, anche Glass Lewis si schiera per la lista del cda in vista dell’assemblea del 15 aprile che deciderà la nuova squadra di comando.E già qui si intravede il paradosso: quando i proxy advisor sono d’accordo, il mercato tira un sospiro di sollievo. Quando non lo sono, ancora di più, perché almeno c’è un po’ di suspense.Nel caso specifico, però, la suspense è durata poco. Glass Lewis, con l’aplomb di chi ha visto tutto e giudicato tutto, ha deciso che la lista del consiglio uscente è quella «meglio posizionata per offrire una cornice di governance bilanciata e stabile durante un periodo di transizione strategica». In altre parole: non è il momento di mettersi a fare esperimenti creativi con una banca che di esperimenti ne ha già fatti abbastanza.Glass Lewis, l’attuale numero uno di Acea mostra «esperienza rilevante per l’attuale fase». Che è un modo elegante per dire: ha visto tempeste peggiori e, soprattutto, sa dove mettere le mani quando il quadro si complica. Operazioni complesse? Ok. Contesti istituzionali? Ok. Integrazione con Mediobanca? Vedremo, ma almeno sulla carta il curriculum regge.Poi c’è Nicola Maione il presidente che fa parte del cda dal 2017. Qui la musica presenta qualche stecca. Perché se ISS aveva storto il naso sulla riconferma, Glass Lewis decide invece di premiare la continuità: meglio tenersi l’usato sicuro che rischiare il nuovo incerto. In fondo, «i benefici di mantenere l’esperienza nel ruolo superano le preoccupazioni sulla sua performance». Una frase meravigliosa, perché dentro ci sta tutto: il passato, il presente e anche un pizzico di indulgenza.Per il resto va in onda la liturgia delle bocciature eccellenti su cui i due sacerdoti della governance di trovano d’accordo. Inviato a non votare Alessandro Caltagirone (figlio dell'azionista Francesco Gaetano Caltagirone), Elena De Simone (manager espressione del gruppo Caltagirone) e del presidente del comitato nomine, Domenico Lombardi. Bocciate anche le liste che presentano candidature «credibili ma non adatte al momento». Riferimento trasparente a quella dell’ex amministratore delegato Luigi Lovaglio. Credibile, sì. Opportuno, no. Perché nelle fasi delicate la parola chiave non è talento, ma continuità. O, in alternativa, prevedibilità. Lovaglio, dopo essere stato costretto alle dimissioni, non si è dato per vinto candidandosi in una lista alternativa. Pierluigi Tortora, numero uno della holding Plt, in un'intervista pubblicata oggi su Milano Finanza, si è detto comunque fiducioso sulle possibilità di successo di Lovaglio. «Credo che il mercato possa premiare la bontà della lista, la trasparenza, la coerenza a un progetto sul quale il mercato si è già espresso Secondo me con il 20-22% ce la giochiamo».A Siena, lato Fondazione Monte dei Paschi di Siena, si osserva la scena con quella miscela di nostalgia e apprensione che solo chi ha già dato (e perso) molto può permettersi. E qui la memoria torna impietosa: oltre cinque miliardi di patrimonio bruciati nel tentativo di mantenere il controllo. Un falò di sofferenze e di risorse.La Fondazione Monte dei Paschi, ora teme che la sfida per la governance possa cambiare la visione dell’istituto. Che è un po’ come dire: abbiamo già visto cosa succede quando si cambia troppo, troppo in fretta. E non è stato un bello spettacolo.Così il 15 aprile, a Siena, non si voterà solo un consiglio di amministrazione. Si voterà una linea di galleggiamento. Tra chi vuole ridisegnare la banca e chi, più prudentemente, preferisce tenerla dritta mentre attraversa l’ennesimo tratto di mare agitato. E, a giudicare dal coro dei proxy, il messaggio è chiaro: dopo il successo della scalata a Mediobanca occorre mettere ordine tra Siena e Milano. Anche se, in Italia, il pilota automatico ha spesso bisogno di qualcuno che controlli che funzioni davvero.Un discreto balzo in avanti. In silenzio, quasi a sorpresa, Giorgia Meloni mette fine all’«interim» e promuove dalle retrovie del governo il nuovo ministro del Turismo. È Gianmarco Mazzi, già sottosegretario alla Cultura con delega allo spettacolo. Ha giurato ieri mattina poco prima delle 11 al Quirinale, davanti a Sergio Mattarella e al premier.Il segnale è chiaro: il governo è solido e procede senza tentennamenti. La squadra è concentrata sulle sue responsabilità, senza farsi distrarre dagli strepiti delle opposizioni e da gossip di vario genere. La scelta di Mazzi parla da sola. In tre anni e mezzo di lavoro, mentre al Mic si passava da Gennaro Sangiuliano ad Alessandro Giuli, con cambiamenti dei relativi staff, il neoministro non ha mai alimentato polemiche o attriti di alcun tipo.«Il turismo è un mondo ricco di fascino e grandi professionalità che richiede cura attenta perché rappresenta un pilastro dell’economia italiana. Sono onorato di questo incarico e ringrazio il presidente della Repubblica e il presidente del Consiglio per la fiducia accordatami», ha detto Mazzi subito dopo il giuramento. La scelta dell’ex sottosegretario alla Cultura interrompe il totonomi che nei giorni scorsi aveva alimentato l’ipotesi della promozione del consigliere di Daniela Santanché, Gianluca Caramanna, grande conoscitore della macchina ministeriale, della candidatura di Giovanni Malagò, ex presidente del Coni ora in corsa per la poltrona della Fgci, e di Luca Zaia, il doge trevigiano con il solo neo di non appartenere a Fratelli d’Italia. La casella del Turismo, con il suo enorme impatto sul Pil italiano, doveva restare in quota al partito di maggioranza relativa. Immediate sono arrivate le congratulazioni di Santanché che ha definito quella di Mazzi «una scelta giusta, grazie alla quale l’industria turistica italiana potrà contare su una figura di assoluto spessore».Veronese, 65 anni, sposato con Evelina Smarrito, schiva quanto lui, laureato in giurisprudenza con una tesi sull’«Intervento pubblico nel campo dello spettacolo fra promozione culturale e mercato», il neoministro ha alle spalle un lungo percorso come agente, manager e organizzatore di eventi di respiro internazionale. Poco più che ventenne, nel 1981 è promotore con Mogol, Gianni Morandi e Gianluca Pecchini della Nazionale cantanti. Il mondo dell’intrattenimento diventa il suo campo d’azione privilegiato. Da Caterina Caselli apprende i primi segreti del mestiere. Ma le collaborazioni importanti si susseguono: Fabrizio De André, i Pooh, Lucio Dalla. La più duratura è quella con Adriano Celentano, Claudia Mori e il Clan, «la mia famiglia», confida a Sette del Corriere della Sera. Nel 2000 con la Nazionale cantanti organizza all’Olimpico di Roma la «Partita del Cuore per la pace». Nella tribuna autorità ci sono il presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi, Shimon Peres e Yasser Arafat, oltre a personalità come Pelè, Michael Schumacher e Sean Connery. Nell’aprile 2003, con Morandi e Luca Barbarossa, in piena crisi con l’Iraq, porta a Baghdad gli aiuti umanitari della Croce Rossa italiana, iniziativa per la quale la delegazione riceverà un riconoscimento dei Nobel per la Pace, consegnato dal Dalai Lama e Mikhail Gorbaciov. Nei primi anni Duemila cura gli show di Celentano su Rai 1, Francamente me ne infischio, 125 milion i di caz…te e Rockpolitik, tra gli show più dirompenti della storia della televisione. Mazzi abbina intuizione, pazienza e doti manageriali che si rivelano risolutive nelle situazioni più complesse. Tra il 2006 e il 2012, affiancato da Lucio Presta, è per cinque volte direttore artistico del Festival di Sanremo. Cura l’organizzazione della cerimonia d’apertura di Expo 2015 dalla Piazza del Duomo di Milano. Seguono le collaborazioni con Riccardo Cocciante, Vasco Rossi, Dario Fo, Vasco Rossi e Massimo Giletti. Dal 2017 al 2022 porta l’Arena di Verona, di cui è direttore artistico, al centro del circuito dell’intrattenimento italiano e internazionale. Nel settembre 2022 viene eletto alla Camera con Fratelli d’Italia. Concreto e riservato, è il nuovo ministro del Turismo del governo Meloni. tp:writer§§ REDAZIONE guid§§ http://gimbe.telpress.it/news/2026/04/04/2026040403182107717.PDF §---§ title§§ Pentagono, silurato George: tensioni su guerra Iran link§§ http://gimbe.telpress.it/news/2026/04/04/2026040403196207822.PDF description§§
Estratto da pag. 1 di "laverita.info" del 04 Apr 2026
Il capo del Pentagono Pete Hegseth rimuove il generale Randy George nel pieno della crisi con l’Iran. Dietro la mossa, tensioni interne all’amministrazione Trump, rivalità politiche e divisioni sulla strategia militare e diplomatica.
pubDate§§ 2026-04-04T10:01:00+00:00 arguments§§ http://gimbe.telpress.it/news/2026/04/04/2026040403196207822.PDF category§§ GIMBE subcategory§§ {'domain': ''} source§§ {'href': 'http://gimbe.telpress.it/news/2026/04/04/2026040403196207822.PDF', 'title': 'laverita.info'} tp:url§§ https://www.laverita.info/pentagono-silurato-george-guerra-iran-2676663020.html tp:attach_fn§§ http://gimbe.telpress.it/news/2026/04/04/2026040403196207822.PDF tp:ocr§§ Tira un’aria strana ai vertici del Pentagono. Il segretario alla Difesa, Pete Hegseth, ha ordinato il siluramento del capo di Stato maggiore, il generale Randy George. Secondo Nbc News, «il licenziamento di George è derivato in parte dal risentimento di lunga data di Hegseth nei confronti dell’Esercito e dei suoi vertici, nonché dal suo difficile rapporto con il segretario dell’Esercito Dan Driscoll».Stando alla testata, il generale silurato sarebbe infatti stato uno stretto alleato dello stesso Driscoll e sarebbe teoricamente dovuto rimanere in carica fino al 2027. Si tratta di un «dettaglio» interessante. E questo non soltanto perché il licenziamento ai vertici del Pentagono è avvenuto nel bel mezzo del conflitto con l’Iran. Ma anche perché Driscoll è un amico intimo del vicepresidente americano, JD Vance. Questi due fattori vanno probabilmente letti in connessione. Cominciamo subito col dire che il numero due della Casa Bianca era sempre stato scettico verso un’operazione militare su larga scala contro Teheran. Una preoccupazione la sua, che, secondo Politico, era in buona parte condivisa dallo stesso Marco Rubio. Per quanto generalmente più propenso all’uso della forza sul fronte internazionale rispetto a Vance, anche il segretario di Stato temeva che un attacco in grande stile avrebbe esposto Washington al rischio di un pantano. La Cnn ha invece riportato che Hegseth, dopo aver capito che Donald Trump fosse propenso a intraprendere un conflitto su vasta scala, si sarebbe graniticamente schierato a favore di questa opzione, minimizzandone i rischi.Non si può quindi escludere che, davanti alle crescenti difficoltà che gli Stati Uniti stanno riscontrando nella crisi iraniana, Hegseth abbia voluto indebolire la posizione di Driscoll per colpire indirettamente Vance. Un Vance che è al momento pienamente coinvolto nell’iniziativa diplomatica volta a cercare di porre fine alla guerra. Appena l’altro ieri, Channel 12 ha infatti riportato che il vicepresidente americano starebbe trattando con il presidente del parlamento iraniano, Bagher Ghalibaf, attraverso la mediazione del Pakistan. Eppure, la scorsa settimana, Trump rivelò che il capo del Pentagono era «scontento» per l’eventualità di una rapida conclusione del conflitto e di un cessate il fuoco.Tuttavia, bisogna fare attenzione. Le tensioni tra Hegseth e Driscoll sono antecedenti all’inizio del conflitto con l’Iran. Già a settembre, la Cnn riportò che il capo del Pentagono si era irritato dopo che il segretario all’Esercito aveva invitato Trump a visitare il Dipartimento della Difesa. «Se Driscoll iniziasse ad acquisire troppa visibilità o a essere troppo favorito, sarebbe politicamente molto più facile lasciare andare Hegseth in qualche modo o trovargli una via d’uscita», raccontò un funzionario anonimo alla testata. Non solo. L’anno scorso, Trump - che ieri ha proposto al Congresso un budget per la Difesa da 1.500 miliardi di dollari - aveva conferito a Driscoll un ruolo centrale nel processo diplomatico ucraino: il che, con ogni probabilità, aveva ulteriormente impensierito il capo del Pentagono, il quale ha continuato a vedere nel segretario all’Esercito un potenziale rivale. E infatti, sempre a settembre, la Cnn riferì che «il nome di Driscoll è stato sempre più spesso menzionato, anche all’interno della Casa Bianca, come possibile sostituto di Hegseth». Non si può quindi del tutto escludere che Hegseth sia attualmente spaventato dai rimpasti di Trump, che ha recentemente silurato il segretario alla Sicurezza interna, Kristi Noem, e la procuratrice generale, Pam Bondi (secondo Politico, a rischio sarebbero anche i segretari al Commercio e al Lavoro, Howard Lutnick e Lori Chavez-DeRemer). Sia chiaro: al momento non paiono registrarsi esplicitamente tensioni tra Hegseth e il presidente. Tuttavia, se lo stallo in Iran non dovesse sbloccarsi, non è detto che l’inquilino della Casa Bianca (soprattutto con l’approssimarsi delle Midterm di novembre) non possa guardare al capo del Pentagono come a un capro espiatorio. Questo potr ebbe aver spinto Hegseth ad accelerare, licenziando George e provando addirittura a cacciare lo stesso Driscoll (l’altro ieri, The Atlantic riportava che alla Casa Bianca si starebbe infatti discutendo di un suo possibile siluramento). L’acuirsi di questo scontro proprio adesso lascia intendere che il conflitto in Iran possa aver accelerato la resa dei conti. Hegseth comincia probabilmente a sentire il fiato sul collo e, temendo per il proprio futuro politico, punta a colpire i rivali interni, oltre allo stesso Vance, di cui - come abbiamo visto - non condivide la linea diplomatica con l’Iran. I prossimi giorni ci diranno, insomma, se e come cambieranno gli equilibri ai vertici dell’amministrazione Trump.A dispetto di quanto annunciato da Washington, pare che non sia stata raggiunta la superiorità aerea nei cieli iraniani: per la prima volta, un caccia F-15 americano è stato distrutto dal regime mentre sorvolava il territorio dell’Iran.Dopo l’annuncio dell’abbattimento da parte dei media iraniani, si sono susseguite notizie contrastanti, a partire dal tipo di jet colpito. Secondo Teheran, si trattava di un F-35, con un solo posto, ma le immagini suggerivano che fosse un F-15, quindi con un equipaggio di due persone. Quest’ultima ipotesi è stata confermata da diversi esperti. Va da sé che inizialmente non fosse chiaro il numero dei militari americani coinvolti. La confusione ha riguardato anche la loro sorte: quando si parlava ancora di un solo pilota, prima il regime ha dato per certa la sua morte, ma poco dopo l’agenzia Tasnim ha rivelato che si sarebbe eiettato, precipitando nel territorio iraniano. Anche il servizio di intelligence dei pasdaran ha condiviso le foto del sedile intatto. Immediate sono state le ricerche di soccorso attivate dagli Stati Uniti, con il supporto di Israele, per localizzare i membri dell’equipaggio, mentre i media iraniani mostravano due elicotteri e un aereo C-130 Hercules americani volare a bassa quota sull’Iran. Peraltro, a detta delle agenzie di stampa iraniane e di Al jazeera, uno dei Black hawk impegnati nella ricerca nel Sudovest dell’Iran, sarebbe stato colpito dal fuoco antiaereo. Nel momento in cui scriviamo Washington non ha rilasciato dichiarazioni in merito né smentito la notizia.Il regime, comunque, non si è lasciato scappare l’occasione di poter catturare i soldati americani, annunciando una taglia di 64.000 dollari secondo al Jazeera. A dare indicazioni alla popolazione è stata pure la tv locale della provincia di Kohkilouyeh e Boyer-Ahmad, a 500 chilometri a Sud-Ovest di Teheran: alla consegna dei piloti americani sarebbe corrisposto «un premio prezioso». Ma i soccorsi statunitensi sono stati più veloci: un pilota è stato tratto in salvo. Non si hanno, quando il giornale va in stampa, notizie ufficiali sul secondo militare, ma secondo l’agenzia iraniana NourNew, sarebbe stato catturato. Israele intanto ha sospeso i raid per facilitare le operazioni di salvataggio da parte degli States.E mentre Trump veniva informato dell’abbattimento del caccia, il presidente del Parlamento iraniano, Mohammad Bagher Ghalibaf, ha condiviso un’amara riflessione per la Casa Bianca: «Questa geniale guerra senza strategia che hanno scatenato è stata ridimensionata da “cambio di regime” a “Ehi! Qualcuno riesce a trovare i nostri piloti?”». Peraltro, secondo l’intelligence americana, l’Iran avrebbe ancora intatta la metà dei lanciatori di missili e dei droni.Gli Stati Uniti hanno intanto distrutto il simbolo di modernizzazione dell’Iran: il ponte B1, che collega Teheran a Karaj. A detta dei funzionari americani, l’infrastruttura, oltre a essere utilizzata per il supporto logistico, era il collegamento per trasportare i missili e i suoi componenti verso i siti di lancio nell’Iran occidentale. I morti sono almeno otto e i feriti 95. Lo stesso Trump ha confermato il raid su Truth, avvertendo che arriverà il turno della distruzione «delle centrali elettriche». A condannare l’attacco, definendolo «un crimine di guerra terroristico in stile Isis» è sta to il portavoce del ministero degli Esteri iraniano, Esmaeil Baqaei.Baqaei non esclude nemmeno che dietro gli attacchi di Stati Uniti e Israele ci sia la partecipazione di alcuni Paesi del Golfo. La considerazione si riferisce a un drone abbattuto sopra la città di Shiraz. A suo dire «potrebbe essere un’ulteriore prova della partecipazione diretta di alcuni Stati della regione nei crimini di guerra. Il regime ha poi rivendicato un attacco contro un data center di Oracle a Dubai. Raid che è però stato smentito dagli Emirati Arabi Uniti. Quel che è certo, invece, è lo scoppio di un incendio nell’impianto per la produzione di gas ad Habshan, sempre negli Emirati, a seguito di un attacco iraniano. Le attività nel sito, che produce il 60% del gas del Paese, sono state sospese, mentre si conta una vittima egiziana. Nel pomeriggio è stato comunicato che è stata colpita anche la sede della Emirates global aluminium di Al Taweelah. Pure in Kuwait è divampato un incendio nella raffineria di Mina Al-Ahmadi. Ed è stato danneggiato un impianto di desalinizzazione che fornisce la maggior parte dell’acqua ai Paesi del Golfo. Nel frattempo, il Regno Unito ha annunciato che schiererà nel Paese il suo sistema di difesa aerea, Rapid Sentry. I pasdaran hanno anche comunicato di aver preso di mira la portaerei statunitense Abraham Lincoln, nell’Oceano Indiano settentrionale, con quattro missili da crociera.A inserirsi nell’attività diplomatica è la Russia: dopo che il presidente russo, Vladimir Putin, e il suo omologo turco Recep Tayyip Erdogan, hanno chiesto un «immediato cessate il fuoco», è stato anche reso noto che Mosca ha proposto un piano di sicurezza collettiva per il Golfo, che prevede «un confronto paritario, senza prescrizioni imposte dall’Occidente».La prima visita di un leader occidentale nel Golfo dall’inizio della guerra in Iran è il segnale inequivocabile che il presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, ha archiviato i dossier spinosi per rivolgere l’attenzione alle vere emergenze del Paese che, come ha scritto il direttore Maurizio Belpietro, sono i soldi, la sicurezza e la salute.Si comincia dai primi, perché la guerra in corso promette di far schizzare di nuovo l’inflazione alle stesse. Per questo ieri mattina, dopo un vertice di maggioranza convocato la sera precedente, i ministri si sono riuniti in un Cdm organizzato per prorogare le misure adottate per sterilizzare il rincaro energetico. «Il governo è intervenuto con un nuovo decreto per prorogare la riduzione delle accise sui carburanti, ampliando la misura con un intervento mirato a sostegno degli agricoltori e delle imprese esportatrici. È una misura necessaria per fronteggiare una fase particolarmente delicata, segnata da tensioni internazionali che stanno producendo effetti concreti sui costi dell’energia e sull’economia» ha scritto Meloni sui social, sottolineando che «sappiamo che il quadro resta complesso. Per questo il governo continuerà a monitorare con la massima attenzione l’evoluzione dello scenario internazionale e a lavorare su ogni intervento necessario a proteggere famiglie, imprese e lavoro».Giancarlo Giorgetti nella conferenza stampa post Cdm ha chiarito che le coperture ci poteranno fino all’inizio di maggio. «L’onere di queste misure sono intorno ai 500 milioni. Per 200 milioni c’è l’autocopertura che deriva dall’incremento del gettito Iva; per 300 milioni sono risorse che sono state recuperate sostanzialmente sulle risorse Ets - CO2 che non erano state ancora utilizzate, avendo premura di non toccare quelle originariamente destinate al sollievo degli energivori» ha precisato, ma per quanto riguarda il futuro bisognerà capire che verso prenderà la guerra. Questo lo scopo della missione di Meloni. Ieri pomeriggio è giunta a Gedda in Arabia Saudita, la prima visita nella regione da parte di un leader di Ue, G20 e Nato dall’inizio del conflitto, con incontri in programma con i principali rappresentanti di Arabia Saudita, Qatar ed Emirati Arabi Uniti. L’obiettivo della missione è rafforzare le relazi oni con queste nazioni e ribadire il sostegno dell’Italia di fronte agli attacchi iraniani, consolidando al contempo un partenariato strategico sempre più solido. Il focus principale resta quello della sicurezza energetica nazionale. Il Golfo rappresenta infatti una fonte cruciale di petrolio e gas per l’Italia e ha un ruolo determinante nell’andamento dei prezzi energetici globali.Dopo la tappa in Algeria e quella nei Paesi del Golfo, Meloni ha in programma un viaggio in Azerbaigian. Una missione che potrebbe svolgersi a maggio o giugno.La missione serve anche per il nodo sicurezza che si intreccia a doppio filo con l’emergenza degli immigrati irregolari. Gli sfollati in Libano sono già un milione e se la crisi dovesse continuare potrebbero moltiplicarsi. Il tema è stato sollevato dall’Italia anche a livello europeo. Tra gli ambiti sui quali l’Italia offrirà supporto al Golfo c’è quello della Difesa. Le richieste e le necessità di questi Paesi sono diverse in questa fase. Sono già in corso spedizioni e forniture di natura difensiva, ma potrebbero arrivare nuove richieste che saranno valutate. Intanto l’ambasciata iraniana in Italia ieri su X ha scritto: «Se l’Italia è preoccupata per il blocco dello Stretto di Hormuz, allora pretenda la fine della guerra».«Le interlocuzioni con Teheran esistono, a livello diplomatico» spiegano le fonti italiane, «noi come altri non le abbiamo mai interrotte». Quindi alla domanda se vi siano interlocuzioni in corso «la risposta è sì», e si sta cercando di negoziare «per arrivare a una cessazione delle ostilità come tutti stanno cercando di fare, a livello quantomeno europeo».Sul fronte interno, dopo lo spacchettamento delle deleghe lasciate da Andrea Delmastro al ministero della Giustizia, è stato trovato un nome per il ministero del Turismo. A sostituire Daniela Santanchè è il sottosegretario alla Cultura, Gianmarco Mazzi, stimato da tutti i colleghi della maggioranza, che ieri ha giurato al Colle dal presidente della Repubblica, Sergio Mattarella.Meloni, inoltre, in un’intervista al Tg1 ieri sera, è tornata sulla questione Sigonella: «Continuo a ritenere che sul piano geopolitico l’Europa non abbia molto da guadagnare da una divaricazione con gli Stati Uniti, però il nostro lavoro è soprattutto quello di difendere i nostri interessi nazionali e quando non siamo d’accordo dobbiamo dirlo e, stavolta, noi non siamo d’accordo».«Che il governo va avanti l’ho detto un minuto dopo l’esito del referendum. Non abbiamo tempo da perdere, particolarmente in un momento come questo. A me divertono le ricostruzioni su dimissioni e rimpasti che però per me sono alchimie di palazzo, chi vuole continui pure a parlare di questo che noi intanto continuiamo a fare il nostro lavoro per il bene di questa nazione», ha aggiunto il premier.Considerato che il paziente non è ancora morto, è inutile curarlo: è questa la sintesi della risposta negativa della Commissione europea alla considerazione del ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti, sulla necessità di rivedere o comunque prevedere delle deroghe ai rigidissimi parametri del Patto di stabilità, considerato il drammatico quadro internazionale e la crisi energetica che ne deriva.In conferenza stampa dopo che il Cdm, ieri, ha prorogato il taglio delle accise fino al 1° maggio, Giorgetti fa una dichiarazione all’insegna del più puro pragmatismo: «Sull’ipotesi di sforamento del limite del 3% del deficit a causa della crisi energetica», risponde il ministro a una domanda sull’argomento, «credo che si faccia riferimento alla volontà di chiedere o non chiedere la clausola di deroga prevista dal nuovo regolamento europeo di governance economica. È chiaro che la riflessione a livello europeo, se la situazione non cambia, sarà inevitabile. Ho espresso questa mia valutazione già all’inizio del conflitto, l’ho ribadita all’Eurogruppo a inizio settimana. Lo farò in qualsiasi consenso internazionale a cui parteciperò, perché questa è la realtà. Abbiamo fatto un G7 con la partecipazion e delle organizzazioni internazionali proprio in settimana», aggiunge il ministro dell’Economia, «e il quadro che è stato rappresentato è oggettivamente preoccupante per le ricadute economiche. Tutti correlano alla durata del conflitto le misure da assumere. Il tema della durata produrrà ahimè conseguenze sia sulla politica monetaria sia sulla politica fiscale dei diversi Paesi. Chi più chi meno, credo che tutto il globo ne sia colpito».Niente di clamoroso, niente di stupefacente: siamo in un periodo di gravissima crisi e quindi, se c’è un momento in cui rimodulare le norme adeguandole alla realtà, è questo. E invece, ma forse non c’è neanche più da stupirsi, la risposta da Bruxelles è ai limiti del delirio: «La Commissione europea», sottolinea una portavoce, «non ritiene che attualmente la Ue si trovi in una situazione che richiede la sospensione delle regole del Patto di stabilità come avvenuto all’epoca della crisi pandemica. La possibilità di far scattare la clausola di salvaguardia del Patto di stabilità esiste solo in caso di grave recessione nell’area euro o nella Ue nel suo complesso. Stiamo monitorando attentamente la situazione instabile in Medio Oriente, ma non ci troviamo in tale scenario».Quindi, secondo questi cervelloni, per dare un po’ di ossigeno alle economie europee bisogna aspettare che si precipiti in una condizione di grave recessione, ovvero alla fame. Siamo di fronte, come è evidente, a una follia. Lo stesso Commissario Ue all’Economia Valdis Dombrovskis, una settimana fa, in conferenza stampa al termine dell’Eurogruppo, aveva ribadito che «la clausola di salvaguardia generale è subordinata a una grave recessione economica nell’Ue o nell’area dell’euro nel suo complesso. Attualmente, anche sulla base dell’analisi di scenario non siamo in questa situazione». E in quale situazione siamo? «Siamo di fronte», aveva aggiunto Dombrovskis, detto Draculovskis, «al rischio di uno shock di tipo stagflazionistico, vale a dire una situazione in cui una crescita più debole coincide con un’inflazione più elevata. Questo vale anche se le interruzioni delle forniture energetiche dovessero essere relativamente di breve durata». In sostanza: se tutto va bene, siamo rovinati.Pensate che anche uno che di regole europee se ne intende, e che certamente non è sospettabile di simpatie per il governo guidato da Giorgia Meloni, ovvero l’ex presidente del Consiglio e presidente della Commissione europea Romano Prodi, pensa che sia l’ora di sospendere il Patto di stabilità: «Il problema», sottolinea Prodi a Sky Tg24, «è che non sia solo un caso speciale per l’Italia. Che non dimostriamo ancora una volta le nostre debolezze. Deve essere un problema europeo con una revisione dei vincoli a livello europeo. Ho sempre detto che il Patto di stabilità rigido è stupido. Si deve tener conto che c’è una situazione straordinaria e anche i bilanci di tutti i Paesi europei devono essere adattati a questa situazione, l’Italia è più a rischio perché è già fuori di questi parametri e quindi il problema per noi è più serio ma il problema è generale».La sensazione è che si proceda a passi da gigante verso razionamenti e altre misure drastiche, quelle sì, da stato di guerra, ma evitando accuratamente di dare respiro ai Paesi membri della Ue aspettando che la situazione diventi irreparabile. Viene da chiedersi se siamo di fronte a una totale incompetenza, a una imperdonabile cocciutaggine oppure, e sarebbe molto grave, a un preciso disegno per mettere in ginocchio mezza Europa, il che sarebbe non solo peggio: sarebbe criminale. Le prossime settimane ci diranno quale di queste ipotesi, tutte catastrofiche, sarà quella giusta.Intanto la pressione fiscale in Italia nel 2025 fa segnare il record degli ultimi dieci anni: i dati grezzi dell’Istat indicano che ha raggiunto il 43,1% del Pil, in crescita di 0,7 punti percentuali rispetto al 42,4 del 2024. Per trovare un livello più alto bisogna tornare al 2014, quando era al 43,1%. Il dato del quarto trimestre, poi, del 51,4%, rappresenta un picco che no n si vedeva dall’analogo periodo del 2014, con il 52,2%. Il potere d’acquisto delle famiglie è diminuito rispetto al trimestre precedente dello 0,8%.Tira aria di austerity in Europa. Mentre il governo Meloni prolunga al 1° maggio il taglio delle accise sui carburanti in scadenza il 7 aprile, da Bruxelles la consegna è tirare la cinghia sui consumi energetici. Non siamo ancora alle domeniche a piedi dello shock energetico degli anni Settanta, ma la tentazione di varare misure drastiche c’è, eccome. Basta leggere quello che ha detto il commissario europeo all’Energia, Dan Jorgensen, sul principale quotidiano finanziario britannico, il Financial Times, per capire che aria tira. «L’Unione europea si sta preparando a uno shock energetico duraturo legato alla guerra in Medio Oriente e sta valutando tutte le possibilità, comprese misure di razionamento dei carburanti e un nuovo rilascio di petrolio dalle riserve strategiche». Più chiaro di così. Secondo Jorgensen, «questa sarà una crisi lunga» e «i prezzi dell’energia saranno più alti per moltissimo tempo». Il commissario ha spiegato che il blocco comunitario non si trova «ancora» in una crisi di sicurezza degli approvvigionamenti, ma sta preparando piani per affrontare gli effetti «strutturali e duraturi» del conflitto. Jorgensen ha aggiunto che la Commissione sta valutando anche «gli scenari peggiori», pur non essendo ancora arrivata al punto di dover imporre il razionamento di prodotti critici come il carburante per l’aviazione e il gasolio. «Meglio essere preparati che dovercene pentire», ha affermato, sottolineando che l’Ue «sta valutando tutte le possibilità» anche se non ha ancora modificato le regole vigenti. «Più la situazione diventa grave, più dovremo guardare anche agli strumenti legislativi». Jorgensen ha infine detto di non escludere un nuovo ricorso alle riserve strategiche «se la situazione dovesse peggiorare» pur precisando che ogni decisione dovrà essere presa «nel momento esatto giusto e in modo proporzionato». Il mese scorso i Paesi dell’Ue hanno partecipato al più grande rilascio di riserve strategiche di petrolio della storia, nel tentativo di contenere l’impennata dei prezzi.Jorgensen non è nuovo nel tratteggiare scenari drammatici. Alcuni giorni fa aveva detto che nessuno deve illudersi sulla fine veloce delle conseguenze per il mercato dell’energia «perché non succederà e anche se si raggiungesse la pace domani le infrastrutture energetiche comunque sono state danneggiate, e servirà tempo per tornare alla normalità». E siccome - sostiene - lo shock non sarà breve, «gli Stati membri della Ue devono prepararsi a razionamenti».Jorgensen ha anche inviato una lettera ai Ventisette in cui ha lanciato un messaggio ancora più esplicito, ovvero: «Più riuscite a risparmiare petrolio, in particolare diesel e carburante per aerei, meglio è per tutti», confermando di spingere sulla stretta dei consumi anche attraverso la riduzione della mobilità.La sua non è una voce isolata ma sta acquisendo proseliti. Nino Cartabellotta, presidente della Fondazione Gimbe, dalla sanità sposta il suo interesse alla geopolitica e afferma che «bisogna preparare il Paese a uno shock energetico di lunga durata e disincentivare i consumi». E a proposito del decreto taglia accise, commenta che «non bisogna spacciare per cura l’ennesimo decreto cerotto».Di razionamento e austerità energetica ha parlato anche l’Agenzia internazionale dell’energia (Iea - International energy agency). Già il 20 marzo aveva stilato una sorta di decalogo per ridurre la domanda di carburanti, invitando a lavorare da casa, a prendere meno aerei, a lasciare l’auto ferma e a preferire i trasporti pubblici. Aveva stimato che con politiche su larga scala per la riduzione dei viaggi aziendali, la domanda di carburante per aerei potrebbe diminuire tra il 7% e il 15%. Quindi arrivava a dire che in un mercato volatile, i cittadini devono adattarsi alla riduzione dei consumi.L’Agenzia, poi, faceva l’esempio di alcuni Paesi che avevano adottato misure di austeri tà: le Filippine e il Pakistan hanno introdotto settimane lavorative di quattro giorni per i dipendenti pubblici, mentre lo Sri Lanka ha chiuso gli uffici pubblici il mercoledì. Anche il Laos, la Thailandia e il Vietnam stanno promuovendo attivamente il lavoro da casa. Modelli virtuosi da seguire, secondo l’Iea.E di interruzione o contingentamento dei servizi di mobilità cominciano a parlare anche alcune categorie. Assarmatori e Confitarma hanno lanciato l’allarme di un rischio per i collegamenti nazionali. «L’aumento del costo dei carburanti impatta sui servizi marittimi per passeggeri e merci», affermano le due associazioni. E avvertono: «In assenza di interventi correttivi, c’è il rischio concreto di una compromissione dei servizi, fino a una possibile riduzione dell’offerta, o, nei casi più critici, al venir meno dei collegamenti». Stesso allarme dalle compagnie aeree. Ryanair ventila il rischio di dover cancellare alcuni voli in estate, qualora il conflitto iraniano dovesse continuare per un mese ancora e interrompere le forniture di jet fuel. Anche Lufthansa ha fatto sapere che in piena stagione estiva potrebbe lasciare a terra 40 aerei.I grandi sacerdoti della governance– quelli che parlano ai fondi d’investimento e ai grandi investitori con il tono di chi dispensa verità rivelate – si sono pronunciati sul prossimo consiglio d’amministrazione di Mps. Hanno intonato il canto gregoriano della finanza. Lo spartito è chiaro: avanti tutta con Fabrizio Palermo come amministratore delegato e, seppur con qualche acuto in meno, per la conferma di Nicola Maione come presidente.Dopo ISS, anche Glass Lewis si schiera per la lista del cda in vista dell’assemblea del 15 aprile che deciderà la nuova squadra di comando.E già qui si intravede il paradosso: quando i proxy advisor sono d’accordo, il mercato tira un sospiro di sollievo. Quando non lo sono, ancora di più, perché almeno c’è un po’ di suspense.Nel caso specifico, però, la suspense è durata poco. Glass Lewis, con l’aplomb di chi ha visto tutto e giudicato tutto, ha deciso che la lista del consiglio uscente è quella «meglio posizionata per offrire una cornice di governance bilanciata e stabile durante un periodo di transizione strategica». In altre parole: non è il momento di mettersi a fare esperimenti creativi con una banca che di esperimenti ne ha già fatti abbastanza.Glass Lewis, l’attuale numero uno di Acea mostra «esperienza rilevante per l’attuale fase». Che è un modo elegante per dire: ha visto tempeste peggiori e, soprattutto, sa dove mettere le mani quando il quadro si complica. Operazioni complesse? Ok. Contesti istituzionali? Ok. Integrazione con Mediobanca? Vedremo, ma almeno sulla carta il curriculum regge.Poi c’è Nicola Maione il presidente che fa parte del cda dal 2017. Qui la musica presenta qualche stecca. Perché se ISS aveva storto il naso sulla riconferma, Glass Lewis decide invece di premiare la continuità: meglio tenersi l’usato sicuro che rischiare il nuovo incerto. In fondo, «i benefici di mantenere l’esperienza nel ruolo superano le preoccupazioni sulla sua performance». Una frase meravigliosa, perché dentro ci sta tutto: il passato, il presente e anche un pizzico di indulgenza.Per il resto va in onda la liturgia delle bocciature eccellenti su cui i due sacerdoti della governance di trovano d’accordo. Inviato a non votare Alessandro Caltagirone (figlio dell'azionista Francesco Gaetano Caltagirone), Elena De Simone (manager espressione del gruppo Caltagirone) e del presidente del comitato nomine, Domenico Lombardi. Bocciate anche le liste che presentano candidature «credibili ma non adatte al momento». Riferimento trasparente a quella dell’ex amministratore delegato Luigi Lovaglio. Credibile, sì. Opportuno, no. Perché nelle fasi delicate la parola chiave non è talento, ma continuità. O, in alternativa, prevedibilità. Lovaglio, dopo essere stato costretto alle dimissioni, non si è dato per vinto candidandosi in una lista alternativa. Pierluigi Tortora, numero uno dell a holding Plt, in un'intervista pubblicata oggi su Milano Finanza, si è detto comunque fiducioso sulle possibilità di successo di Lovaglio. «Credo che il mercato possa premiare la bontà della lista, la trasparenza, la coerenza a un progetto sul quale il mercato si è già espresso Secondo me con il 20-22% ce la giochiamo».A Siena, lato Fondazione Monte dei Paschi di Siena, si osserva la scena con quella miscela di nostalgia e apprensione che solo chi ha già dato (e perso) molto può permettersi. E qui la memoria torna impietosa: oltre cinque miliardi di patrimonio bruciati nel tentativo di mantenere il controllo. Un falò di sofferenze e di risorse.La Fondazione Monte dei Paschi, ora teme che la sfida per la governance possa cambiare la visione dell’istituto. Che è un po’ come dire: abbiamo già visto cosa succede quando si cambia troppo, troppo in fretta. E non è stato un bello spettacolo.Così il 15 aprile, a Siena, non si voterà solo un consiglio di amministrazione. Si voterà una linea di galleggiamento. Tra chi vuole ridisegnare la banca e chi, più prudentemente, preferisce tenerla dritta mentre attraversa l’ennesimo tratto di mare agitato. E, a giudicare dal coro dei proxy, il messaggio è chiaro: dopo il successo della scalata a Mediobanca occorre mettere ordine tra Siena e Milano. Anche se, in Italia, il pilota automatico ha spesso bisogno di qualcuno che controlli che funzioni davvero. tp:writer§§ REDAZIONE guid§§ http://gimbe.telpress.it/news/2026/04/04/2026040403196207822.PDF §---§ title§§ La crisi in Medio Oriente e il rischio di un aumento degli italiani che rinunciano a visite ed esami link§§ http://gimbe.telpress.it/news/2026/04/04/2026040403181007718.PDF description§§
Estratto da pag. 1 di "notizie.tiscali.it" del 04 Apr 2026
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Uno scenario che avrà conseguenze anche sui sistemi sanitari e sulle scelte dei cittadini che già negli anni posti pandemia Covid sembrano orientanti a stringere la cinghia sulle necessità di cura. Come ha evidenziato l'ultimo rapporto della Fondazione Gimbe, nel 2024 "circa 5,8 milioni di italiani (il 9,9% della popolazione) hanno rinunciato a visite specialistiche o esami diagnostici, evidenziando una crisi del Servizio sanitario nazionale". Un fenomeno "in forte aumento rispetto ai 4,5 milioni del 2023, trainato principalmente dalle lunghissime liste d'attesa e dalle difficoltà economiche", precisa il report.Difficoltà economiche che la crisi in Medio Oriente potrebbe esacerbare. "E' difficile fare previsioni, aspettiamo intanto il dato 2025 per vedere il trend", spiega all'Adnkronos Salute Nino Cartabellotta, presidente della Fondazione Gimbe. Ma le avvisaglie di un possibile rischio che nel 2026 crescano gli italiani costretti a 'tagliare' esami e visite, o a posticiparle a periodi migliori nella speranza che le armi tacciano, è molto realistico. Nel rapporto Gimbe, se la media della popolazione che ha rinunciato a prestazioni sanitarie è del 9,9%, sono da ricordare i picchi: in Sardegna si arriva al 17,2%, in Abruzzo al 12,6%, in Umbria al 12,2% e nel Lazio al 12%.Le reazioni. Secondo Antonio Magi, segretario generale del Sumai-Assoprof, il sindacato dei medici ambulatoriali: "Tra inflazione e aumento dei costi, tra cui il caro carburante, anche legati ai conflitti in corso, sempre più persone sono in difficoltà - spiega all'Adnkronos Salute Magi - Le cause principali sono tre: la riduzione dell'offerta pubblica, dovuta al minor numero di specialisti sul territorio; l'aumento dei costi delle assicurazioni sanitarie, che non tutti possono permettersi; e il calo del potere d'acquisto, con stipendi fermi e prezzi in crescita". Per questi motivi "molti italiani non riescono più a curarsi. E in un Paese sempre più anziano - l'Italia è il più longevo dell'Unione europea, con oltre il 24% della popolazione over 65 - questo significa anche difficoltà a tenere sotto controllo patologie croniche come il diabete o a gestire problemi come le fratture", sottolinea il leader sindacale.A peggiorare il quadro l'allungamento delle liste d'attesa. "Lo vedo ogni giorno negli ambulatori", testimonia Magi: "Per un'ecografia addominale si arriva a 6 mesi, per quella alla tiroide fino a 11 mesi, mentre per una Tac total body si può attendere anche 1 anno. Una visita cardiologica? Tre mesi nelle grandi città, fino a 6 mesi in provincia"."Con tre guerre in corso i costi continuano a crescere, sia per le famiglie sia per il Servizio sanitario nazionale: aumentano le spese per energia e trasporti, con ricadute su beni e servizi. E' un momento difficile anche per il Ssn, che invece deve essere più vicino ai cittadini". A dirlo all'Adnkronos Salute è Tonino Aceti, presidente di Salutequità. "Da tempo assistiamo a una crescente difficoltà degli italiani ad accedere alle cure. Nel 2024, secondo l'Istat, circa il 9,9% della popolazione - quasi 1 persona su 10 - ha rinunciato a curarsi", ricorda. "Di questi, il 6,8% ha rinunciato a causa delle liste d'attesa troppo lunghe e il 5,3% per motivi economici. Si tratta di un peggioramento evidente - sottolinea Aceti - rispetto al periodo pre-pandemia: nel 2019 la quota era del 6,3%, salita appunto al 9,9% nel 2024, nonostante l'aumento del Fondo sanitario nazionale e gli interventi su personale e liste d'attesa". Il fenomeno, inoltre, non è uniforme sul territorio: "Al Nord la rinuncia alle cure è al 9,2%, mentre nel Mezzogiorno sale al 10,3%. Qui si concentrano maggiori difficoltà, sia dal punto di vista sanitario sia economico: stipendi più bassi, m eno occupazione e servizi sanitari regionali più in affanno", rimarca il presidente di Salutequità, che per affrontare la situazione indica alcune priorità: "Il Governo deve mettere in sicurezza il Servizio sanitario nazionale e garantire l'accesso tempestivo alle cure a tutti. Servono misure urgenti per sostenere le famiglie, soprattutto le più fragili, aumentando il finanziamento del Ssn, riducendo le liste d'attesa e valutando interventi come la riduzione o sospensione temporanea dei ticket su visite specialistiche e farmaci".Infine, i dati sulla spesa: "Tra gennaio e ottobre 2024, secondo il Mef, gli italiani hanno speso per ticket 1,25 miliardi di euro per i farmaci e 1,55 miliardi per le prestazioni specialistiche, cifre in aumento rispetto al 2021. In un momento in cui le famiglie devono già fare i conti con il caro vita, e quindi razionalizzare la propria spesa, non possono e non devono essere costrette ancor di più a 'razionare' l’accesso alle cure. Per questo intervenire solo sul fronte delle accise non basta. E' necessario intervenire concretamente e subito anche sul potenziamento dell'accesso alle cure", conclude Aceti.Secondo i dati della sorveglianza Passi d'argento dell'Istituto superiore di sanità, nel biennio 2023-2024 il 15% degli ultra 65enni ha dichiarato di aver rinunciato, nei 12 mesi precedenti l'intervista, ad almeno una visita medica o a un esame diagnostico di cui avrebbe avuto bisogno. Il 66% ha riferito di non aver rinunciato a nessuna visita o esame, mentre il 19% ha dichiarato di non averne avuto necessità. Escludendo gli anziani che hanno dichiarato di non aver avuto bisogno di visite o esami, la percentuale di coloro che hanno rinunciato a prestazioni sanitarie necessarie sale al 18%. Nel biennio 2023-2024 - continua il report dell'Iss - tra coloro che hanno dovuto rinunciare ad almeno una visita o a un esame diagnostico pur avendone bisogno, ben oltre la metà (65%) ha indicato le lunghe liste d'attesa come causa principale, il 17% la difficoltà nel raggiungere la struttura (eccessiva distanza o mancanza di mezzi di trasporto adeguati) o orari poco convenienti, mentre il 14% ha dichiarato come motivo i costi troppo elevati delle prestazioni sanitarie. Queste motivazioni sono state indicate sempre più frequentemente nel corso dei 4 anni di rilevazione: le lunghe liste di attesa sono state indicate dal 10% degli intervistati che ha rinunciato alle visite mediche nel 2020, ma dal 68% degli intervistati nel 2023; la difficoltà nel raggiungere la struttura viene indicata dal 4% di chi ha rinunciato nel 2020 e dal 17% nel 2023; i costi eccessivi dall'1% e dal 16% negli stessi anni.Se il problema delle liste d'attesa in alcune regioni è diventato una priorità dopo l'intervento del decreto del Governo, più difficile trovare una soluzione ai costi in un momento globale di crisi economica e di rischio reale di recessione per l'economia globale. A fronte di questo gli italiani possono ancora contare su un Servizio sanitario nazionale universalistico che garantisce al cittadino la gratuità di molte prestazioni. Ma quanto potrà reggere? tp:writer§§ REDAZIONE guid§§ http://gimbe.telpress.it/news/2026/04/04/2026040403181007718.PDF §---§ title§§ La crisi in Medio Oriente e il rischio di un aumento degli italiani che rinunciano a visite ed esami – Padovanews link§§ http://gimbe.telpress.it/news/2026/04/04/2026040401866502753.PDF description§§
Estratto da pag. 1 di "padovanews.it" del 03 Apr 2026
Estratto da pag. 1 di "welfarenetwork.it" del 03 Apr 2026
Chiediamo uguaglianza e rapidità nell’accesso alle cure, abbattimento delle liste d’attesa, valorizzazione del personale sanitario
pubDate§§ 2026-04-04T09:06:00+00:00 arguments§§ http://gimbe.telpress.it/news/2026/04/04/2026040403186907733.PDF category§§ GIMBE subcategory§§ {'domain': ''} source§§ {'href': 'http://gimbe.telpress.it/news/2026/04/04/2026040403186907733.PDF', 'title': 'welfarenetwork.it'} tp:url§§ https://www.welfarenetwork.it/pd-manifestazione-a-milano-per-la-sanita-pubblica-sabato-11-aprile-ore-15-20260403/ tp:attach_fn§§ http://gimbe.telpress.it/news/2026/04/04/2026040403186907733.PDF tp:ocr§§ Carissime democratiche, carissimi democratici, negli imminenti giorni di festa pasquali potremo tutti concederci, lo spero, qualche momento di riposo: ce lo siamo guadagnato dopo aver lavorato duramente per il Referendum costituzionale e un attimo prima di immergerci nella campagna per le elezioni amministrative che si terranno sì a fine maggio, ma per le quali siamo praticamente già in campo adesso, e voglio ringraziare già ora i Segretari di Federazione e di Circolo, i Responsabili di Zona, le iscritte, gli iscritti e i militanti che stanno preparando questi appuntamenti nei 93 Comuni lombardi che saranno chiamati a rinnovare le loro Amministrazioni.Prima però di questo lavoro, e prima del meritato riposo, tengo a invitarvi già adesso alla MANIFESTAZIONE CHE TERREMO A MILANO, PER LA SANITÀ PUBBLICA, IL PROSSIMO SABATO 11 APRILE ALLE 15.00: c’è bisogno di dare un segnale chiaro non solo a destra e Lega, che governano la Lombardia (e la sanità lombarda) da oltre trent’anni, ma anche alle cittadine e ai cittadini della nostra Regione: NOI DEMOCRATICI CI SIAMO e stiamo impegnandoci con tutte le nostre forze affinché la sanità torni accessibile, universale e gratuita, in una parola sia realmente PUBBLICA e sia realmente un DIRITTO, così come afferma con chiarezza la nostra COSTITUZIONE. C’è bisogno che si sia in tanti a ribadirlo davanti ai Palazzi da cui Fontana e la sua maggioranza continuano a recitare la loro parte in commedia mentre la realtà si rivela in tutta la sua durezza a tutti quei lombardi che hanno bisogno di un esame: la lista d’attesa è lunga ad andar bene un anno, ma a pagamento ecco che la prenotazione può miracolosamente essere fatta per domani. Sarebbe ridicolo se non fosse vergognoso!E quindi TI ASPETTIAMO. ASPETTIAMO PROPRIO TE che stai leggendo questa newsletter, perché se vogliamo essere ascoltati dobbiamo dirlo con tutto il fiato che abbiamo in corpo: la sanità deve essere pubblica e deve funzionare in favore delle cittadine e dei cittadini che ne hanno bisogno, è questa la sola e unica logica di fondo: L’APPUNTAMENTO È PER LE ORE 15.00 DI SABATO 11 APRILE A MILANO, IN PIAZZA CITTÀ DI LOMBARDIA, proprio sotto le finestre di quel Palazzo Lombardia che più di altri ha bisogno di sentirci chiedere uguaglianza e rapidità nell’accesso alle cure, abbattimento delle liste d’attesa, valorizzazione del personale sanitario che quotidianamente si fa carico tanto delle necessità delle persone quanto delle manchevolezze di un sistema che mai deve mettere qualcuno davanti all’alternativa tra pagare o rinunciare a curarsi. Mai più.Sono d’altra parte questioni su cui noi democratici lombardi insistiamo da molto tempo: non possiamo permettere che la medicina territoriale, la più prossima alle persone, si barcameni tra Case di Comunità poco (se non per nulla) operative, Ospedali di Comunità attivi (quando sono in attività) solo parzialmente e strutture private accreditate che nella nostra Regione sono ben 400 ma delle quali appena 8 (non è un refuso: solo otto!) hanno aderito al CUP, il nuovo Centro Unico di Prenotazione. Perché siamo al collasso: lo dicono sia i dati nazionali diffusi dalla Fondazione Gimbe e dell’Agenzia Agenas sia quelli lombardi che parlano di milioni di ricette per visite ed esami che vengono prodotte ma poi restano inutilizzate proprio a causa di attese così lunghe da costringere (costringere chi può permetterselo, ovviamente) a optare per lil privato.Per Fontana questo sarebbe garantire il diritto universale alla salute? VI INVITO DAVVERO A ESSERE CON NOI SABATO 11: diffondiamo la notizia presso i nostri contatti e organizziamoci per essere presenti e far sentire la nostra voce!Per il resto tengo a sottolineare la bella riunione della Direzione regionale, presieduta da Barbara Pollastrini, che abbiamo tenuto lo scorso sabato alla Casa della Cultura: non solo abbiamo potuto ascoltare il report di Youtrend sull’esito del Referendum che - con il focus particolare tenuto sui dati lombardi - ci ha mostrato sotto una luce diversa e interessante la vittoria del S ì nella nostra Regione, ma oltre a questo abbiamo potuto anche ascoltare Antonio Di Bella, che ci ha parlato della grave situazione in Medio Oriente e anche del ruolo (e delle prospettive) degli Stati Uniti. È stata una Direzione davvero intensa e ricca, e vi invito a rivederne le parti più significative nel video integrale che trovate nel nostro Canale YouTube. Anche perché - l’argomento sembrerà prosaico davanti alle bombe che esplodono, lo capisco, ma non è certo di poco conto - Trump da una parte tuona contro gli “inaffidabili” alleati europei, che non lo aiutano abbastanza nei suoi colpi di testa, e dall’altra firma accordi (come quello col suo degno compare argentino Milei) per aprire il mercato statunitense a prodotti che scimmiottano le eccellenze alimentari del nostro Paese, ne ricopiano impunemente nome e immagini, ma poi altro non sono che prodotti taroccati che nulla hanno che fare con l’Italia. E se ancora questo tema a qualcuno sembra poca cosa davanti ai bombardamenti, vada a chiedere che ne pensa a chi queste eccellenze italiane le produce e si trova davanti alla concorrenza sleale dei due grandi amiconi di Meloni e Salvini, senza che né la Presidente né il Vicepresidente del Consiglio aprano bocca per difendere agricoltori, allevatori e lavoratori delle filiere produttive alimentari. Sovranisti a sovranità alternata, come al solito.Chiudo qui, augurandovi di cuore una festa serena: da martedì saremo di nuovo al lavoro ma adesso dedichiamoci alle persone che abbiamo care. Saremo in campo, tra l’altro, nella nostra nuova sede regionale e metropolitana appena inaugurata in Via Sauli 24 a Milano, in uno spazio nuovo, grande, bello, che è la casa di tutte e tutti noi, democratiche e democratici. Venite a trovarci! Un caro saluto e buona Pasqua, Silvia RoggianiSegretaria regionale PD lombardo tp:writer§§ REDAZIONE guid§§ http://gimbe.telpress.it/news/2026/04/04/2026040403186907733.PDF §---§