title§§ Intervista a Nino Cartabellota - «La strategia? Rafforzare il servizio pubblico»
link§§ http://gimbe.telpress.it/news/2026/03/25/2026032502144200402.PDF
description§§
Estratto da pag. 11 di "GAZZETTINO" del 25 Mar 2026
pubDate§§ 2026-03-25T01:47:00+00:00
arguments§§ http://gimbe.telpress.it/news/2026/03/25/2026032502144200402.PDF
category§§ GIMBE
subcategory§§ {'domain': ''}
source§§ {'href': 'http://gimbe.telpress.it/news/2026/03/25/2026032502144200402.PDF', 'title': 'GAZZETTINO'}
tp:url§§
tp:attach_fn§§ http://gimbe.telpress.it/news/2026/03/25/2026032502144200402.PDF
tp:ocr§§ «La strategia? Rafforzare il servizio pubblico» L’intervista Q uasi il 30% degli intervistati dall’Osservatorio Nordest dichiara di aver rinunciato alle cure per motivi economici. Un fenomeno analizzato con Nino Cartabellotta, presidente della fondazione Gimbe, che si occupa di ricerca, formazione e sensibilizzazione per tutelare il Servizio sanitario nazionale. Nonostante il Veneto sia considerato un’eccellenza sanitaria e attragga pazienti da fuori regione, chi sono le categorie più fragili e cosa rivelano questi dati sulla reale accessibilità del sistema? «Le fragilità riguardano soprattutto anziani, lavoratori precari e, in generale, persone con minori capacità di spesa. Anche nei sistemi più performanti persistono disuguaglianze nell’accesso. In un momento di crisi del Ssn, l’attrattività è un’arma a doppio taglio: da un lato legittima l’eccellenza del Veneto, dall’altro riduce la possibilità di garantire tempestività ai residenti». Mancano centinaia di medici di base: quali sono le cause strutturali di questa carenza e quanto rischia di incidere? «Secondo i nostri dati, attualmente in Veneto mancano quasi 750 medici di famiglia. Questo si inserisce in un contesto di invecchiamento della popolazione, che aumenta la domanda di assistenza. Il rischio è un progressivo indebolimento della medicina territoriale, con effetti a cascata: aumento degli accessi impropri ai pronto soccorso e agli ospedali e maggiore difficoltà nella gestione dei pazienti cronici». Liste d’attesa sempre più lunghe e accesso alle cure a proprie spese: quale dovrebbe essere oggi il ruolo del pubblico e del privato? «Quando il servizio pubblico non riesce a garantire tempi adeguati, aumenta il ricorso alla sanità a pagamento. Così il diritto alla tutela della salute rischia di trasformarsi in una prestazione accessibile in base alla capacità di spesa. Il pubblico deve restare il pilastro del sistema, mentre il privato può svolgere un ruolo integrativo. Ma senza un forte investimento su prevenzione ed educazione sanitaria, la pressione sul sistema è destinata a crescere ulteriormente». Alla luce di questi segnali — rinuncia alle cure, carenza di personale, pressione demografica — quali strategie concrete e sostenibili vede per invertire la tendenza? «Serve una strategia con più azioni: rifinanziare il Ssn, rafforzare l’assistenza territoriale, rendere più attrattive le professioni sanitarie e ridurre le diseguaglianze regionali. Senza una governance nazionale forte e una visione di lungo periodo il rischio è consolidare le diseguaglianze in un sistema dove l’accesso alle cure dipende sempre più dal portafoglio e dal territorio di residenza». Lelia Clara Falconi © RIPRODUZIONE RISERVATA ---End text--- Author: Lelia Clara Falconi Heading: L’intervista Highlight: Image: -tit_org- Intervista a Nino Cartabellota - «La strategia? Rafforzare il servizio pubblico» -sec_org-
tp:writer§§ Lelia Clara Falconi
guid§§ http://gimbe.telpress.it/news/2026/03/25/2026032502144200402.PDF
§---§
title§§ Il 2025 anno record per donazioni e trapianti = Il 2025 è stato l'anno record per trapianti e donazioni
link§§ http://gimbe.telpress.it/news/2026/03/25/2026032501790606050.PDF
description§§
Estratto da pag. 9 di "AVVENIRE" del 25 Mar 2026
pubDate§§ 2026-03-25T05:03:00+00:00
arguments§§ http://gimbe.telpress.it/news/2026/03/25/2026032501790606050.PDF
category§§ POLITICA SANITARIA
subcategory§§ {'domain': ''}
source§§ {'href': 'http://gimbe.telpress.it/news/2026/03/25/2026032501790606050.PDF', 'title': 'AVVENIRE'}
tp:url§§
tp:attach_fn§§ http://gimbe.telpress.it/news/2026/03/25/2026032501790606050.PDF
tp:ocr§§ SANITÀ Il 2025 anno record per donazioni e trapianti Salinaro e l’analisi di Vanacore a pag. 9 e 13 I DATI DEL CENTRO NAZIONALE Il 2025 è stato l’anno record per trapianti e donazioni V icende, rarissime, come quella del piccolo Domenico Caliendo che non ha potuto ricevere un cuore nuovo perché l’organo del donatore è arrivato al Monaldi di Napoli in pessimo stato di conservazione, con il conseguente decesso del bambino, non scalfiscono la fiducia degli italiani nelle donazioni e nei trapianti di organo. Il 2025 e i primi mesi del 2026 viaggiano con numeri molto positivi; lo scorso anno in particolare è stato il miglior di sempre per donazioni e trapianti: 2.164 le prime (+3,2% rispetto al 2024) e 4.697 i secondi (+1,2%). Massimo storico anche per l'attività di tessuti e midollo osseo. Sono invece stabili le opposizioni al prelievo degli organi registrate nelle rianimazioni al momento del decesso dei potenziali donatori, ma salgono i “no” dai cittadini, specie dei giovani, al momento del rinnovo della Carta d'identità. Sono i dati che emergono dal Report preliminare del Centro nazionale trapianti (Cnt), presentato dal ministro della Salute, Orazio Schillaci, e dal direttore del Cnt, Giuseppe Feltrin, agli Stati generali della Rete trapiantologica. «Sia per le donazioni che per i trapianti – afferma il Cnt – si tratta dei numeri più alti di sempre in Italia». Il tasso nazionale di donazione si è assestato a quota 30,2 donatori per milione di persone, tra i primi in Europa. E con le donazioni crescono i trapianti. A segnare l'aumento maggiore sono stati quelli di cuore (da 413 a 461). Stabili i trapianti di rene (2.347), in lieve crescita quelli di fegato (1.770), ai quali vanno aggiunti anche 150 trapianti di polmone e 33 di pancreas. In aumento anche i trapianti da donatore vivente, passati da 366 a 382. Complessivamente in Italia nel 2025 ci sono stati 73,4 trapianti per milione di abitanti. La donazione a cuore fermo - ovvero quella da pazienti la cui morte viene constatata dopo un arresto cardiaco di almeno 20 minuti - si conferma uno dei settori trainanti: le segnalazioni di donatori di questo tipo sono cresciute del 47,2%, portando le donazioni a quota 435 e i trapianti a 937. Negli ultimi 12 mesi i centri in grado di effettuare questo tipo di donazioni sono passati da 85 a 111, dislocati in 17 regioni. Lo scorso anno ha segnato numeri da primato anche per quanto riguarda i tessuti: è stato raggiunto il massimo storico sia per le donazioni (16.825, +5,6%) sia per i trapianti (27.351, +2,6%), con risultati significativi in particolare per le cornee e il tessuto muscolo-scheletrico. Segno positivo pure per le cellule staminali emopoietiche: mai così tante donazioni effettive (490, +19,5%) e trapianti da donatore non familiare (1.161, +6%). Schillaci ha sottolineato «lo spirito di gratuità e solidarietà che anima il sistema dei trapianti», invitando «a veicolare il messaggio che ogni volta che c'è una donazione si apre una vera e propria speranza di vita». © RIPRODUZIONE RISERVATA ---End text--- Author: VITO SALINARO Heading: Highlight: Massimo storico anche per l’attività di tessuti e midollo osseo, stabili le opposizioni al prelievo degli organi ma crescono i no dei giovani al momento del rilascio della carta d’identità Image:Un trapianto di cuore eseguito all’Ospedale Pediatrico Bambino Gesù di Roma -tit_org- Il 2025 anno record per donazioni e trapianti Il 2025 è stato l’anno record per trapianti e donazioni -sec_org-
tp:writer§§ VITO SALINARO
guid§§ http://gimbe.telpress.it/news/2026/03/25/2026032501790606050.PDF
§---§
title§§ Non dimentichiamoci di Domenico il sistema dei trapianti può migliorare
link§§ http://gimbe.telpress.it/news/2026/03/25/2026032501791006054.PDF
description§§
Estratto da pag. 13 di "AVVENIRE" del 25 Mar 2026
pubDate§§ 2026-03-25T05:03:00+00:00
arguments§§ http://gimbe.telpress.it/news/2026/03/25/2026032501791006054.PDF
category§§ POLITICA SANITARIA
subcategory§§ {'domain': ''}
source§§ {'href': 'http://gimbe.telpress.it/news/2026/03/25/2026032501791006054.PDF', 'title': 'AVVENIRE'}
tp:url§§
tp:attach_fn§§ http://gimbe.telpress.it/news/2026/03/25/2026032501791006054.PDF
tp:ocr§§ L’importanza di introdurre il meccanismo del silenzio-assenso NON DIMENTICHIAMOCI DI DOMENICO IL SISTEMA DEI TRAPIANTI PUÒ MIGLIORARE Q uando il clamore mediatico si attenua, il rischio è che svanisca anche la memoria collettiva. Sarebbe un errore grave se accadesse anche per la tragica vicenda del piccolo Domenico, il bambino di due anni e mezzo deceduto il 21 febbraio scorso dopo un trapianto di cuore eseguito all’Ospedale Monaldi di Napoli. Di quella storia restano le immagini del dolore dei suoi genitori, un dolore composto e dignitoso che ha colpito profondamente l’opinione pubblica. Ma resta anche lo smarrimento di fronte a un esito così drammatico, tanto più perché riguarda un intervento complesso ma ormai entrato nella pratica della medicina contemporanea. Ogni vicenda di questo genere chiede di essere compresa fino in fondo, con rispetto per il dolore delle famiglie ma anche con la responsabilità di trarne insegnamenti utili per tutti. L’ANED, come molte organizzazioni del terzo settore – o, come lo definisce l’economista civile Stefano Zamagni, del “settore civile” – lavora ogni giorno per ridurre la distanza tra i bisogni delle persone e le risposte concrete della società e delle istituzioni. Nel campo dei trapianti questa distanza è ancora evidente. Da una parte ci sono persone affette da insufficienza renale terminale, costrette alla dialisi perché i reni non funzionano più; dall’altra uomini e donne che attendono un organo, spesso per anni, sapendo che da quell’attesa dipende la possibilità di continuare a vivere o di ritrovare una prospettiva di vita. Il trapianto è un intervento salvavita, ma possiede una caratteristica unica: può esistere soltanto se esiste un organo disponibile. Senza donazione non c’è trapianto. Le statistiche ricordano un dato semplice ma raramente considerato: nel corso della vita è molto più probabile avere bisogno di un trapianto che diventare effettivamente donatori. Per questo la cultura della donazione non riguarda “gli altri”, ma la responsabilità reciproca di tutti i membri di una comunità. In Italia esiste già una legge che potrebbe aumentare in modo significativo le donazioni di organi: la Legge 1 aprile 1999 n. 91, che introduce il principio del silenzio-assenso. Ogni cittadino è considerato donatore se in vita non ha espresso una volontà contraria. Una norma approvata da oltre venticinque anni – ma mai pienamente attuata – che accompagna il diritto al trapianto al dovere della donazione. Infatti, continua ad applicarsi il regime transitorio del consenso o dissenso esplicito previsto dall’articolo 23, in base al quale il cittadino può dichiarare la propria volontà e, in mancanza, i familiari possono opporsi al prelievo. Regime transitorio che ha trovato una prima risposta, purtroppo non totalmente sufficiente, con la possibilità di esprimere la propria volontà al momento del rilascio o del rinnovo della Carta d’identità. L’attuazione del silenzio-assenso, dal punto di vista giuridico-amministrativo, richiederebbe soprattutto misure regolamentari e organizzative, non necessariamente una nuova legge. In questa direzione si collocherebbe l’emanazione del decreto ministeriale attuativo previsto dall’articolo 5 della legge, accompagnata da un protocollo operativo tra Ministero della Salute, Regioni, Comuni e Aziende sanitarie e dall’istituzione contestuale di un registro nazionale delle opposizioni al trapianto, analogo a quello già esistente per le dichiarazioni anticipate di trattamento (DAT). Finora, tuttavia, non vi sono segnali in questa direzione. Il risultato è che i trapianti continuano poggiare sull’impegno – straordinario ma non sufficiente – delle Regioni più virtuose e dei tanti professionisti di altissimo livello. In questo contesto, l’imminente convocazione degli Stati Generali della Trapiantologia potrebbe rappresentare un passaggio decisivo. Non solo per valorizzare i risultati raggiunti (si veda l’articolo a pagina 9), ma soprattutto per affrontare alcune questioni rimaste troppo a lungo irrisolte: l’applicazione del principio del silenzio-as
senso e l’allineamento dei modelli organizzativi delle diverse Regioni ai migliori standard disponibili. Ogni trapianto nasce da un gesto umano semplice nella sua espressione, ma immenso nelle sue conseguenze. È il momento in cui il dolore di una perdita si trasforma nella possibilità di una nuova vita. Rendere la donazione una scelta sempre più naturale e condivisa, sostenuta da un sistema organizzativo uniforme significherebbe rafforzare quel senso di responsabilità reciproca che trova fondamento nei principi della Costituzione della Repubblica Italiana e nella coscienza civile del nostro Paese. Un sistema solido e trasparente contribuirebbe anche a proteggere la fiducia dei cittadini, evitando che il tema dei trapianti sia periodicamente esposto agli scossoni della cronaca o alla diffusione di fake news capaci di influenzare negativamente l’opinione pubblica. Presidente nazionale ANED Associazione Nazionale Emodializzati Dialisi e Trapianto APS ---End text--- Author: GIUSEPPE VANACORE Heading: Highlight: Image: -tit_org- Non dimentichiamoci di Domenico il sistema dei trapianti può migliorare -sec_org-
tp:writer§§ GIUSEPPE VANACORE
guid§§ http://gimbe.telpress.it/news/2026/03/25/2026032501791006054.PDF
§---§
title§§ Welfare ai raggi X
link§§ http://gimbe.telpress.it/news/2026/03/25/2026032501790706051.PDF
description§§
Estratto da pag. 31 di "ITALIA OGGI" del 25 Mar 2026
Stretta suifondi sanitari integrativi
pubDate§§ 2026-03-25T05:03:00+00:00
arguments§§ http://gimbe.telpress.it/news/2026/03/25/2026032501790706051.PDF
category§§ POLITICA SANITARIA
subcategory§§ {'domain': ''}
source§§ {'href': 'http://gimbe.telpress.it/news/2026/03/25/2026032501790706051.PDF', 'title': 'ITALIA OGGI'}
tp:url§§
tp:attach_fn§§ http://gimbe.telpress.it/news/2026/03/25/2026032501790706051.PDF
tp:ocr§§ Pro e contro della riforma. Vigilanza affidata a Covip Welfare ai raggi X Stretta sui fondi sanitari integrativi DI ANNA TAURO na nuova architettura della vigilanza si affaccia sul sistema della sanità integrativa italiana. Con l’articolo 29 del decreto legge Pnrr n. 19 del 19 febbraio 2026, il legislatore introduce un cambio di paradigma destinato a incidere profondamente sull’assetto dei fondi sanitari integrativi, affidando alla Commissione di vigilanza sui fondi pensione (Covip) poteri estesi e strutturati di supervisione. Una riforma che, se da un lato mira a rafforzare trasparenza e solidità del comparto, dall’altro solleva rilievi critici da parte degli operatori, tra cui Fondo Easi, fondo di assistenza sanitaria integrativa di matrice contrattuale, costituito dalle associazioni Assoced, Lait e Ugl Terziario. «Siamo favorevoli a maggiore trasparenza e controlli efficaci, ma non a interventi che rischiano di incidere su un sistema che già funziona, in assenza di una riforma organica del settore». Con queste parole Giancarlo Badalin, vicepresidente del Fondo Easi, commenta l’introduzione della vigilanza della Covip sui fondi di assistenza sanitaria integrativa. La norma, attualmente all’esame del Parlamento per la conversione in legge, è destinata a segnare un passaggio rilevante per il comparto. Tuttavia, proprio il passaggio parlamentare potrebbe modificarne contenuti e portata, rendendo l’assetto finale ancora incerto. Il cuore dell’intervento è rappresentato dai commi da 3 a 11 U dell’articolo 29, che estendono alla Covip competenze finora estranee al suo perimetro tradizionale. La Commissione sarà chiamata a vigilare sui fondi sanitari e sociosanitari integrativi e complementari del Servizio sanitario nazionale, nonché su enti, casse e società di mutuo soccorso, e ulteriori forme di assistenza sanitaria e sociosanitaria, di natura contrattuale collettiva o individuale, comunque denominate, purché stabilmente organizzate e dotate di autonomia gestionale. La vigilanza si estenderà ai profili organizzativi, di governo societario, amministrativi, finanziari e contabili, includendo anche la trasparenza e il corretto funzionamento dei fondi, fino alle modalità di erogazione delle prestazioni in favore degli iscritti. Restano esclusi, almeno formalmente, i contenuti sanitari e clinici delle prestazioni, che continuano a rientrare nella competenza pubblica in materia di tutela della salute. Tra le principali innovazioni figura l’istituzione di un Albo dei fondi sanitari e sociosanitari presso la Covip, chiamata a disciplinarne modalità di iscrizione, permanenza e cancellazione. Sempre alla Commissione spetterà: approvare e vigilare su statuti, regolamenti, fonti istitutive, modelli organizzativi e sistemi di governance; esercitare il controllo sulla gestione finanziaria, patrimoniale e tecnico-assicurativa, compresa la verifica della sostenibilità in funzione della natura delle prestazioni erogate e dei rischi effettivamente assunti; definire e vigilare sul rispetto delle regole di trasparenza e di informativa agli iscritti. La Commissione potrà inoltre definire, attraverso regolamenti propri, requisiti patrimoniali di solvibilità e di riserva tecnica, criteri di classificazione e schemi di bilancio, delineando un sistema di vigilanza prudenziale ex ante, analogo a quello già vigente per la previdenza complementare. Merita particolare attenzione la disposizione che attribuisce alla Covip poteri di vigilanza sul corretto impiego delle risorse, sul rispetto della funzione integrativa rispetto ai livelli essenziali di assistenza e sull’assenza di sovrapposizioni o distorsioni rispetto al Servizio sanitario nazionale, estendendone di fatto l’ambito verso forme di controllo sostanziale sulla coerenza del sistema. Permane tuttavia l’alta vigilanza del Ministero della salute, cui spettano le funzioni di indirizzo, monitoraggio dell’integrazione con il Ssn e verifica della coerenza con i principi di universalità, equità e solidarietà. Ne deriva un modello di governance multilivello che necessita di un mec
canismo di raccordo interistituzionale tra le diverse funzioni di vigilanza. Non meno rilevante è il meccanismo di finanziamento della nuova vigilanza: un contributo a carico dei fondi fino allo 0,2 per mille delle risorse destinate alle prestazioni. Una previsione che introduce un onere diretto sul sistema mutualistico. L’intervento si inserisce in un settore che rappresenta uno dei pilastri del welfare integrativo italiano, con circa 17 milioni di iscritti e più di 3 miliardi di euro di prestazioni annue. L’obiettivo dichiarato è rafforzare la trasparenza e l’affidabilità del sistema. Tuttavia, le perplessità non mancano. In primo luogo, sul metodo: l’inserimento della disciplina in un decreto legge legato al Pnrr viene ritenuto non coerente con le finalità del provvedimento e privo dei requisiti di necessità e urgenza. Inoltre, il nuovo assetto rischia di sovrapporsi a sistemi di controllo già esistenti, come l’Anagrafe dei fondi sanitari presso il Ministero della salute, generando duplicazioni e maggiori oneri amministrativi. Nel merito, Badalin evidenzia come la norma introduca un sistema di vigilanza avanzato in assenza di una disciplina organica del settore: «si interviene partendo dai controlli e dalla disciplina regolamentare, senza che sia stato ancora definito un quadro legislativo complessivo di riferimento», osserva. Una scelta che, secondo il vicepresidente di Fondo Easi, rischia di creare squilibri applicativi e incertezze operative, soprattutto per i fondi contrattuali e mutualistici: «i fondi sanitari integrativi», spiega, «hanno caratteristiche profondamente diverse rispetto ai fondi pensione, non accumulano risorse né realizzano investimenti, ma utilizzano contributi per garantire prestazioni sanitarie in tempi immediati». Da qui il timore che l’estensione di modelli regolatori propri della previdenza complementare o del settore assicurativo possa comportare un appesantimento gestionale non coerente con la natura dei fondi sanitari. Particolarmente critica è la valutazione sul contributo di vigilanza: «ogni prelievo sulle risorse destinate alle prestazioni si traduce inevitabilmente in una riduzione dei servizi per gli iscritti. Si tratta di risorse della contrattazione collettiva, destinate alla salute dei lavoratori, che verrebbero in parte dirottate per finanziare un nuovo apparato di controllo». Il nuovo assetto delineato dal decreto apre dunque una fase di transizione per la sanità integrativa, con l’obiettivo di rafforzare i presidi di controllo ma anche con il rischio di incidere su un sistema consolidato. Se è vero che il settore necessita di regole più omogenee e di strumenti di controllo efficaci, è altrettanto evidente che l’impatto della riforma dipenderà in larga misura dalle scelte attuative e dalla capacità di coordinamento tra le autorità coinvolte. Per il Fondo Easi, la priorità resta una riforma organica e condivisa del sistema «parliamo di un pilastro del welfare costruito dalle parti sociali e alimentato da risorse private», conclude Badalin. «Intervenire senza una visione complessiva rischia di comprometterne l’efficienza proprio nel momento in cui il servizio sanitario nazionale ha più bisogno di un secondo pilastro solido e funzionante». Il passaggio parlamentare per la conversione del decreto sarà dunque decisivo. In gioco non c’è soltanto un riassetto della vigilanza, ma il futuro equilibrio tra pubblico e integrativo nel sistema sanitario italiano. ---End text--- Author: Anna Tauro Heading: Highlight: Image: -tit_org- Welfare ai raggi X -sec_org-
tp:writer§§ ANNA TAURO
guid§§ http://gimbe.telpress.it/news/2026/03/25/2026032501790706051.PDF
§---§
title§§ Muore in pizzeria per un malore Inchiesta sul farmaco dimagrante
link§§ http://gimbe.telpress.it/news/2026/03/25/2026032501790906057.PDF
description§§
Estratto da pag. 21 di "LIBERO" del 25 Mar 2026
Il 34enne deceduto davanti a fidanzata e colleghi: da oltre un anno seguiva una terapia per problemi legati al peso. Disposta l'autopsia per verificare se le medicine hanno influito
pubDate§§ 2026-03-25T05:03:00+00:00
arguments§§ http://gimbe.telpress.it/news/2026/03/25/2026032501790906057.PDF
category§§ POLITICA SANITARIA
subcategory§§ {'domain': ''}
source§§ {'href': 'http://gimbe.telpress.it/news/2026/03/25/2026032501790906057.PDF', 'title': 'LIBERO'}
tp:url§§
tp:attach_fn§§ http://gimbe.telpress.it/news/2026/03/25/2026032501790906057.PDF
tp:ocr§§ LA TRAGEDIA DI GENOVA E UN RISVOLTO ALLARMANTE Muore in pizzeria per un malore Inchiesta sul farmaco dimagrante Il 34enne deceduto davanti a fidanzata e colleghi: da oltre un anno seguiva una terapia per problemi legati al peso. Disposta l’autopsia per verificare se le medicine hanno influito ¦ È ancora tutto da chiarire è bene precisarlo, però il sospetto c’è, tanto che i pm di Genova stanno già facendo gli accertamenti su quei farmaci per perdere peso che “miracolosi” non lo sono di certo, aprioristicamente un problema nemmeno, ma che sarebbe un errore non trattare per ciò che rappresentano, cioè per medicine che, in quanto tali, devono essere assunte secondo criterio. È morto domenica sera in pizzeria Marco Bracesco, 34 anni, addetto all’Anagrafe del capoluogo ligure: lui, che un impiego ce l’aveva in Comune, che proprio in quelle ore era assieme ai colleghi perché l’ufficio nel quale lavorava era aperto per consentire le operazioni sul referendum, che visto che s’era fatto tardi aveva optato, assieme agli altri, per andare a mangiare una pizza in un locale a due passi. E proprio lì Bracesco ha avuto un arresto cardiaco. Il personale presente ha provato ogni cosa, ha chiamato all’istante i soccorsi, il 118 ha subito usato il defibrillatore, ma purtroppo non c’è stato nulla da fare per salvare la vita a questo ragazzo del 1991 per il cui cordoglio, oggi, si stringe il municipio genovese. La procura ha aperto un’inchiesta per capire come sia potuto succedere, e quell’ipotesi è arrivata pressoché nelle stesse ore: sì, è vero, il responso ufficiale, l’unico che varrà eventualmente in tribunale, verrà dall’autopsia che è già stata disposta e dagli esami tossicologici che sono stati richiesti. Però le autorità non hanno impiegato molto a venire a conoscenza che Bracesco, da 15 mesi - vale a dire dal dicembre 2024 -, stava assumendo dei farmaci con l’obiettivo di perdere peso, quelli che in un colpo solo riducono la sensazione di appetito e aumentano quella di sazietà, insomma i medicinali nati per curare il diabete e che, piano piano, mica solo nel nostro Paese, hanno allargato il loro campo d’azione. Al 34enne, almeno uno di questi, l’aveva prescritto un endocrinologo, compito degli inquirenti è anche capire se ne stesse assumendo altri. Questa vicenda riapre un dibattito che forse non è mai stato affrontato a pieno ma che non è secondario: il fenomeno è reale e i numeri a riguardo lo certificano, nel 2024 le vendite private dei recettori glp-1, la categoria a cui appartengono i prodotti più noti, sono aumentate del 78,7% rispetto ai dodici mesi precedenti e la sola semaglutide, il farmaco principe nel trattamento del diabete di tipo 2 e dell’obesità, ha generato una spesa di 55,3 milioni di euro (a cui tra l’altro ne andrebbero sommati altri 21,8 per gli acquisti della “fascia A” non rimborsati dal Servizio sanitario nazionale). Si tratta di sostanze che, in pratica, mimano un ormone naturale capace di regolare la glicemia: tu hai meno fame nel senso che ti senti sazio prima e più a lungo e i risultati sulla bilancia sono quasi sempre garantiti. Sì, ma sono anche sicuri? Al netto della faccenda genovese che troverà una risposta a parte e nel faldone che la sta trattando, la letteratura medica degli ultimi anni, a uno sguardo d’insieme, rileva effetti collaterali non trascurabili che vanno dalla nausea al vomito, dalla stipsi alla pancreatite (senza contare che una recente ricerca dell’università di Oxford su oltre 10mila soggetti ha scoperto che, chi perde in media meno di quindici chili durante questo trattamento, ne riprende circa dieci alla fine perché codesti farmaci non insegnano abitudini nuove e sostenibile all’organismo). Il vero nodo, però, è un altro: data la diffusione sempre più capillare di questi farmaci si è creato, e il malcostume qui è europeo, un mercato illegale e parallelo che, come ogni racket del nero, non guarda in faccia a nessuno e non è regolato da nessun controllo di sicurezza. Gli operatori sanitari ricordano che questi medicinali devono essere utilizzati sotto la supervisio
ne di un professionista (infatti la maggior parte di loro, in farmacia, si può acquistare solo con una ricetta): a Padova, nell’autunno passato, una donna di 31 anni, credendo di usare una siringa per perdere qualche chilo, si è iniettata insulina pura comprata su internet ed è finita in coma. Meglio non rischiare. ---End text--- Author: LUCA PUCCINI Heading: Highlight: PRESCRIZIONE Il medicinale era stato comunque prescritto all’uomo da un endocrinologo TENDENZA Anche in Italia sono sempre più usati i farmaci anti-diabete contro l’obesità Image: -tit_org- Muore in pizzeria per un malore Inchiesta sul farmaco dimagrante -sec_org-
tp:writer§§ LUCA PUCCINI
guid§§ http://gimbe.telpress.it/news/2026/03/25/2026032501790906057.PDF
§---§
title§§ Lombardia eccellenza per la salute
link§§ http://gimbe.telpress.it/news/2026/03/25/2026032501791106055.PDF
description§§
Estratto da pag. 35 di "MF" del 25 Mar 2026
I modelli organizzativi a supporto della prevenzione e dell'attività fisica
pubDate§§ 2026-03-25T05:03:00+00:00
arguments§§ http://gimbe.telpress.it/news/2026/03/25/2026032501791106055.PDF
category§§ POLITICA SANITARIA
subcategory§§ {'domain': ''}
source§§ {'href': 'http://gimbe.telpress.it/news/2026/03/25/2026032501791106055.PDF', 'title': 'MF'}
tp:url§§
tp:attach_fn§§ http://gimbe.telpress.it/news/2026/03/25/2026032501791106055.PDF
tp:ocr§§ Sanità e sport, la Regione ai vertici nazionali per la qualità di cure e strutture ospedaliere LOMBARDIA, ECCELLENZA PER LA SALUTE I modelli organizzativi a supporto della prevenzione e dell’attività fisica L a sanità lombarda e lo sport rappresentano un esempio di eccellenza italiana, sia dal punto di vista organizzativo sia scientifico. Guido Bertolaso, assessore al Welfare della Regione Lombardia, e Maurizio Casasco, presidente della Federazione Medico Sportiva Italiana e della European Federation of Sports Medicine Associations, hanno tracciato un quadro dettagliato delle sfide e dei successi del sistema regionale, con uno sguardo all’esperienza delle Olimpiadi di Milano-Cortina. Secondo Bertolaso, la Lombardia si colloca ai vertici nazionali per qualità delle cure e strutture sanitarie. Cinque dei dieci migliori ospedali italiani, secondo classifiche indipendenti come quella di Newsweek, sono lombardi, e metà degli istituti di cura a carattere scientifico si trovano nella regione, molti dei quali a Milano. Eppure, sottolinea l’assessore, nonostante il posizionamento di eccellenza, la regione deve affrontare una «malattia» che rallenta tutto: la burocrazia. Il raffronto tra opere ingegneristiche mostra l’entità del problema: l’Autostrada del Sole, negli anni Sessanta, fu completata in otto anni, mentre la Brebemi, lunga sessanta chilometri, ha richiesto diciotto anni. Anche strutture ospedaliere moderne come il nuovo padiglione pediatrico del Buzzi hanno subito ritardi significativi. Bertolaso evidenzia come la burocrazia rallenti interventi cruciali, dai grandi progetti agli adempimenti sanitari quotidiani. Un medico spende fino al 30% del tempo in pratiche amministrative, tra compilazione di cartelle e procedure difensive, sottraendo energie alla cura. Il caso dei giovani atleti di Crans Montana durante le Olimpiadi invernali mostra l’importanza di snellire le procedure: grazie a interventi rapidi e investimenti mirati, otto ragazzi sono tornati a casa rapidamente, evitando lunghe attese in Svizzera. Complessivamente, la Lombardia ha stanziato 50 milioni di euro per potenziare ospedali e strutture olimpiche, con investimenti permanenti destinati alla cittadinanza e implementazioni di telemedicina che coprono l’intero territorio. La digitalizzazione emerge come strumento strategico per ridurre inefficienze e facilitare l’accesso alle cure. Bertolaso cita centrali di continuità assistenziale 24 ore su 24 e teleconsulto con specialisti a distanza, permettendo diagnosi e prescrizioni rapide, un modello che può alleviare la pressione sui medici di base e migliorare l’efficienza del sistema sanitario. Accanto agli aspetti logistici e organizzativi, l’attenzione alla prevenzione e alla medicina dello sport rappresenta un elemento distintivo del modello lombardo. Casasco ricorda come lo sport imponga velocità, efficienza e capacità di risposta immediata. L’esperienza olimpica ha dimostrato che quando c’è un obiettivo concreto, la burocrazia può essere temporaneamente superata, permettendo interventi tempestivi e risultati eccellenti. Il laboratorio antidoping italiano ha gestito oltre 4.000 controlli, analizzando 750 sostanze diverse per campione con tempi di risposta di 24 ore, ricevendo elogi da organismi internazionali come la Wada e il Cio. L’attività fisica è considerata una vera e propria medicina, con prescrizioni basate su parametri scientifici, età biologica e capacità funzionale individuale. Casasco evidenzia come la medicina dello sport, nata a Milano nel 1957 con la prima scuola di specialità, offra linee guida per prevenzione primaria, secondaria e terziaria, affrontando patologie neurologiche e cardiovascolari e misurando la performance biologica degli individui. L’esperienza olimpica permette di trasferire al sistema sanitario nazionale modelli di eccellenza nella gestione della salute e nella valutazione della capacità funzionale dei cittadini. Il filo conduttore dell’intera esperienza, sottolineano Bertolaso e Casasco, è il gioco di squadra. Nello sport come nella sanità, il coordinamen
to, la condivisione di competenze e la centralità del merito sono fattori decisivi per il successo. Lo sport insegna a lottare, a non arrendersi e a valorizzare le competenze di ciascuno, principi applicabili anche nel management ospedaliero e nelle altre attività pubbliche. L’Italia, grazie a questa sinergia tra sanità, sport e organizzazione, conferma la capacità di coniugare eccellenza scientifica, innovazione e rapidità operativa, offrendo un modello replicabile anche in ambiti non sportivi. (riproduzione riservata) ---End text--- Author: Redazione Heading: Highlight: Image:Da sinistra Maurizio Casasco e Guido Bertolaso -tit_org- Lombardia eccellenza per la salute -sec_org-
tp:writer§§ REDAZIONE
guid§§ http://gimbe.telpress.it/news/2026/03/25/2026032501791106055.PDF
§---§
title§§ Mal di social
link§§ http://gimbe.telpress.it/news/2026/03/25/2026032503142806296.PDF
description§§
Estratto da pag. 8 di "PANORAMA" del 25 Mar 2026
pubDate§§ 2026-03-25T05:08:00+00:00
arguments§§ http://gimbe.telpress.it/news/2026/03/25/2026032503142806296.PDF
category§§ POLITICA SANITARIA
subcategory§§ {'domain': ''}
source§§ {'href': 'http://gimbe.telpress.it/news/2026/03/25/2026032503142806296.PDF', 'title': 'PANORAMA'}
tp:url§§
tp:attach_fn§§ http://gimbe.telpress.it/news/2026/03/25/2026032503142806296.PDF
tp:ocr§§ «Nuocciono gravemente alla salute». Sarà questo il messaggio che in futuro leggeremo prima di entrare su una piattaforma Web? A vedere il numero di processi e le accuse di dipendenza e violenza nei confronti dei minori parrebbe proprio di sì. Ma intanto dobbiamo proteggere i nostri giovani dalle insidie delle reti virtuali. Una vita allo schermo Ormai i ragazzini passano gran parte del loro tempo a scrollare lo schermo del loro smartphone. E anche i genitori non sono da meno. Così viene meno l’interazione familiare che giova alla crescita. 8 Panorama 25 marzo 2026 social E di Maddalena Bonaccorso se un giorno, prima di aprire Instagram o TikTok, ci comparisse davanti agli occhi una scritta simile a quella sui pacchetti di sigarette: «I social nuocciono gravemente alla salute?». Negli Stati Uniti l’idea non è più una provocazione, anzi è già quasi realtà. Tra cause collettive e richieste di maxi-risarcimenti, le piattaforme digitali stanno entrando in una stagione giudiziaria che ricorda da vicino quella che negli anni Novanta travolse l’industria del tabacco. A Los Angeles si sono appena concluse le arringhe del primo processo con giuria sui danni da social media mai approdato in un tribunale. Intentato da una ragazza oggi ventenne, che dichiara di essere diventata «dipendente» dai social fin dalla più tenera età ed essere poi precipitata nella depressione e nell’autolesionismo fino a manifestare tendenze suicidarie, è il «caso pilota» di una serie di azioni legali promosse in diversi Stati contro le maggiori piattaforme. Snapchat e TikTok hanno già deciso di transare, mentre gli avvocati di Meta e YouTube sostengono che i problemi della giovane derivino da un vissuto familiare e personale difficile: toccherà alla giuria accertare se esista davvero un nesso causale tra i problemi della ricorrente e l’uso dei social, e in caso stabilire un suo risarcimento per i danni subiti. In quello che è stato definito «un processo senza precedenti», è stato chiamato a testimoniare anche lo stesso Mark Zuckerberg. La sentenza di Los Angeles dovrebbe arrivare nelle prossime settimane. Ma a essere sotto accusa, sia nel caso pilota californiano che negli altri circa 1.600 processi «derivati» che stanno iniziando un po’ ovunque negli States, non è soltanto la presenza sui social media di contenuti dannosi, ma il design stesso e il funzionamento delle piattaforme. Secondo i ricorsi presentati da diversi Stati federali, scuole e famiglie, i social avrebbero sviluppato sistemi di raccomandazione e notifiche pensati per trattenere gli utenti - soprattutto bambini e adolescenti - il più a lungo possibile, creando volontariamente meccanismi di dipendenza e anteponendoli alla salute mentale dei minori. L’obiettivo non è solo il risarcimento dei danni dovuti all’aumento di ansia, depressione, autolesionismo dei giovani, ma una modifica strutturale del funzionamento e dei meccanismi che regolano visibilità dei contenuti, notifiche e suggerimenti automatici. «L’impatto sulla psiche può essere considerato a tutti gli effetti un problema di sanità pubblica, e queste cause saranno sempre più numerose», afferma a Panorama lo psichiatra Claudio Mencacci, presidente della Società italiana di neuropsicofarmacologia. «Le piattaforme sono sotto accusa perché possono favorire vere e proprie forme di dipendenza: i loro meccanismi funzionano in modo simile a quelli del gioco d’azzardo. I like, in un certo senso, sono come piccole vincite: stimolano il circuito dopaminergico del cervello, quello della ricompensa immediata. Dal punto di vista neurologico non cambia molto se parliamo di dipendenze fisiche da sostanze come il tabacco, oppure mentali e comportamentali, proprio perché i circuiti cerebrali coinvolti sono sostanzialmente gli stessi». Chiarirlo è importantissimo, perché spesso si tende a sottovalutare le dipendenze legate alle abitudini digitali, quasi fossero meno gravi e con minori effetti negativi sulla nostra vita e sulla nostra salute rispetto a quelle provocate da sostanze o da alcool e tabacco. Ma non è così: è vero c
he il fumo è cancerogeno, ma siamo sicuri che «bruciare» le menti dei bambini sia meno grave? O che avrà meno conseguenze sulla loro vita futura? «Quando ci abituiamo alla gratificazione rapidissima dei social, dei like, rischiamo di entrare in una logica di soddisfazione istantanea che rende sempre più difficile tollerare l’attesa e la frustrazione, in ogni settore», continua Mencacci. «Un meccanismo con effetti a cascata negli aspetti quotidiani e nei rapporti con le altre persone. Può portare a comportamenti devianti, violenti e autolesionisti, così come a disturbi del sonno che rendono complicate le attività della giornata, dalla scuola allo sport». Consideriamo, per esempio, tutte le volte in cui, dopo i casi di femminicidio o di bullismo vengono riscontrate nei colpevoli problematiche legate al narcisismo patologico e all’incapacità di sopportare le frustrazioni e il rifiuto. Ciò che sta succedendo negli Stati Uniti probabilmente accadrà anche da noi, nel Vecchio continente, dove però si punta sulla normativa preventiva, più che sulle aule dei tribunali. «In Europa, il Digital Service Act impone già alle piattaforme accessibili ai minori misure appropriate e proporzionate per garantire loro un alto livello di privacy, sicurezza e protezione», afferma Ginevra Cerrina Feroni, vice presidente del Garante per la Protezione dei dati personali. «Le linee guida della Commissione chiedono di limitare autoplay, notifiche e altre funzioni che favoriscono un uso eccessivo, così come ogni tipo di profilazione comportamentale. Non si tratta di censurare i contenuti, bensì di porre limiti ragionevoli a certe tecniche di cattura dell’attenzione, quando riguardano soggetti vulnerabili. Poter inserire avvertenze sull’uso dei social, come con il tabacco, serve a poco se l’etichetta non è accompagnata da regole sul design e, soprattutto, sulla profilazione dei minori. Forse insieme agli avvertimenti iniziali si potrebbero inserire anche avvisi temporalizzati che ricordino agli utenti di non passare troppo tempo su un’app». Sul pericolo che la tecnologia corra troppo in fretta, mentre noi tentiamo di «fermare il vento con le mani», Cerrina Feroni non ha dubbi. «L’approccio europeo ha senz’altro il vantaggio di provare a intervenire prima del danno, non dopo anni di contenzioso. Il Digital Services Act sui minori e l’AI Act sulle pratiche manipolative offrono già una base più solida di quella americana per imporre cautele ex ante. Il rischio è, appunto, che la tecnologia arrivi più veloce della legge. Ma non direi che sia un “fermare il vento con le mani”. Se le regole sono scritte bene, cioè non inseguono la singola funzione ma colpiscono le logiche opache che sfruttano la vulnerabilità, hanno efficacia anche quando i prodotti cambiano». E i prodotti, occorre dirlo, evolvono con rapidità impressionante. Perché mentre si parla dei social media che hanno ormai smarrito la loro idea originaria di piazze virtuali di relazione e sono diventate macchine progettate per tenerci attaccati allo schermo (e venderci «cose») il mondo va avanti. Con i pericoli che si moltiplicano. «La realtà sta già andando oltre TikTok. Siamo entrati nell’era dei chatbot affettivi: l’Intelligenza artificiale è arrivata per restare», sostiene il pedagogista Michele Marangi, docente all’Università eCampus e autore del libro IA, infanzia e algoritmi. Crescere e apprendere nel postdigitale di Edizioni Junior. «Pensiamo all’universo dei giocattoli connessi, il cosiddetto “Internet of toys”: con l’orsacchiotto o il robottino dotato di Ia possiamo chiacchierare e raccontargli la nostra vita, risponderà a tono e ci darà “consigli”. Ma se questo accade già a sei anni, bisogna chiedersi cosa significhi per la crescita e lo sviluppo dei bambini». Nulla di positivo, tanto che già alcuni giocattoli smart sono stati ritirati dal mercato: è il caso dell’orsetto Kumma (prodotto da FoloToy di Singapore), che in alcune interazioni avrebbe incoraggiato i piccoli utenti ad atti autolesionisti o suggerito contenuti inappropriati. O del robot Miko3, che fa sentire in colpa
i bambini se smettono di giocare con lui. A questo si aggiunge un’ulteriore, grave criticità: spesso genitori, insegnanti e istituzioni non conoscono neppure il linguaggio digitale dei ragazzi, a partire dagli emoji. E la realtà, come spesso capita, ce la sbatte letteralmente in faccia la serie tv Adolescence. Cuori lilla, cuori gialli, emoji nelle chat e su Instagram: per un adulto sono messaggi innocui o positivi, ma per chi li manda sono segnali di seduzione, esclusione e bullismo. È una delle scene più inquietanti della serie tv: guardiamo quei messaggi e non capiamo nulla. «È questo il vero cortocircuito: gli adolescenti vivono dentro un ecosistema simbolico di cui noi adulti non interpretiamo i codici, i segnali di esclusione, la pressione sociale nascosta dietro un like che non arriva o un commento che scompare», conclude Marangi. «Inoltre, senza voler criminalizzare i genitori, è vero che molti ragazzi crescono come figli unici continuamente messi in scena: “sei la mia luce”, “ti mostro ovunque”. Se a 15 anni sentono il bisogno di esibirsi sui social è anche perché sono stati abituati a farlo». Forse, ammettiamolo, occorrerebbe un esame di coscienza sulle troppe ore che noi adulti trascorriamo scrollando i feed infiniti di Instagram o TikTok. «Quasi tutti i problemi legati ai social sono generati da un fenomeno chiamato tecnoferenza», aggiunge lo psichiatra Mencacci. «Il termine indica l’introduzione delle interazioni sociali mediate dalla tecnologia all’interno della relazione quotidiana. La tecnoferenza influenza l’attenzione dei genitori e i segnali necessari per sostenere la salute mentale dei bambini. Ormai sappiamo che se una madre, quando è da sola con il suo bambino, dedica più del 27 per cento del tempo che trascorre con lui a scrollare il cellulare, questo può indurre comportamenti di ridotta interazione. Il bambino guarda negli occhi la mamma, ma non li vede concentrati su di sé: da qui nasce una prima frattura nella relazione». Giorgia lo sa bene: ha 16 anni ed è in cura in un grande ospedale di Roma, per disturbi del comportamento giunti fino all’anoressia. «Adesso ho capito che i modelli che mi scorrevano davanti su Instagram e TikTok erano sbagliati e poco realisti», ammette al telefono, dopo aver accettato di parlare con noi per cercare di “aiutare i più piccoli”. «Ma quando ne avevo 13 non potevo capirlo, e mi ritrovavo a vivere in una realtà strana, la mia psichiatra la definiva finta e alterata. Per me il cellulare anche a tavola è sempre stato la normalità, e anche prima di andare a letto rimanevo a scrollare i social. E lo fanno ancora molti miei amici. Ma dopo la terapia, tutti noi in famiglia abbiamo cambiato atteggiamento. Ora posso usare lo smartphone due ore al giorno, e spesso lo utilizzo anche meno per mia scelta». A volte, occorre uno choc, anche in famiglia. Ma di certo non è facile arrivare a un compromesso, e soluzioni semplici e a portata di mano non ce ne sono. Se la tentazione è vietare del tutto lo smartphone, ebbene non serve, anche perché quando i ragazzini manifestano un disagio, questo non ha mai un unico aspetto. «Difficilmente vediamo ragazzi che arrivano nei nostri servizi solo perché hanno un problema legato ai social», afferma la professoressa Antonella Costantino, direttore della neuropsichiatria dell’infanzia e dell’adolescenza dell’Irccs ospedale Policlinico di Milano. «Più spesso mostrano un mix di difficoltà: disturbi neuropsichiatrici, fragilità emotive, incapacità relazionali. L’uso dei social si intreccia con queste condizioni, a volte amplificandole, ma a volte offrendo anche uno spazio di contatto. Togliere i cellulari è inutile: occorre aiutare i giovani ad aumentare la consapevolezza di come funzionano i social. Per alcuni ragazzi molto chiusi o con difficoltà relazionali questi strumenti possono anche rappresentare una porta di accesso alle relazioni». Il punto sta proprio qui: nel saper discernere e soprattutto saper ammettere che c’è un potere nascosto e manipolatorio dietro a quelli che sembrano innocui feed da guardare prima di addormenta
rci, per cercare di spegnere il cervello e non pensare alla realtà che ci circonda. Lo diceva già il sociologo statunitense Neil Postman, nell’ormai lontano 1985, quando nel saggio Amusing ourselves to death spiegava come la televisione ci allontanasse dalla vera conoscenza, manipolandoci con la disinformazione. Oggi, davanti ai social, il pericolo è lo stesso: non è più una questione di contenuti, ma di chi decide come dobbiamo ragionare. Forse non siamo più noi a guidare lo schermo. Forse non lo siamo mai stati. ¦ © RIPRODUZIONE RISERVATA ---End text--- Author: Maddalena Bonaccorso Heading: Highlight: Giocattoli diseducativi Con l’orsacchiotto o il robottino dotato di Intelligenza artificiale si può chiacchierare e questo risponderà a tono dando “consigli”. Nell’altra pagina, l’orsetto smart Kumma, che è stato ritirato dal mercato in quanto considerato pericoloso per la psiche dei bimbi, e Miko3, che fa sentire in colpa i bambini se smettono di giocare con lui. Segnali di esclusione Nella serie di Netflix Adolescence (sopra una scena) si racconta la distanza a volte incolmabile tra gli adulti e i ragazzi, un solco scavato anche dall’uso smodato dei social e dei cellulari. Protagonisti alla sbarra Sotto, il fondatore di Meta Mark Zuckerberg: lo scorso febbraio ha testimoniato a Los Angeles all’udienza del primo storico processo sulla dipendenza dai social. Il processo di Los Angeles contro Meta è il capofila di altre 1.600 cause presentate negli Stati Uniti Image:Ipa, Shutterstock, Getty images, iStock, Netflix -tit_org- Mal di social -sec_org-
tp:writer§§ Maddalena Bonaccorso
guid§§ http://gimbe.telpress.it/news/2026/03/25/2026032503142806296.PDF
§---§
title§§ Trapianti, anno record per le donazioni Ma quattro italiani su dieci si oppongono
link§§ http://gimbe.telpress.it/news/2026/03/25/2026032501791906047.PDF
description§§
Estratto da pag. 21 di "STAMPA" del 25 Mar 2026
Aumentano i no al momento del rinnovo della carta d'identità, soprattutto trai 18 ei 30 anni
pubDate§§ 2026-03-25T05:03:00+00:00
arguments§§ http://gimbe.telpress.it/news/2026/03/25/2026032501791906047.PDF
category§§ POLITICA SANITARIA
subcategory§§ {'domain': ''}
source§§ {'href': 'http://gimbe.telpress.it/news/2026/03/25/2026032501791906047.PDF', 'title': 'STAMPA'}
tp:url§§
tp:attach_fn§§ http://gimbe.telpress.it/news/2026/03/25/2026032501791906047.PDF
tp:ocr§§ Trapianti, anno record per le donazioni Ma quattro italiani su dieci si oppongono Aumentano i no al momento del rinnovo della carta d’identità, soprattutto tra i 18 e i 30 anni Con oltre 2.100 donazioni e 4.697 trapianti, il 2025 si conferma il «miglior anno di sempre» per la rete trapiantologica italiana. Numeri record che vedono il nostro Paese tra i primi in Europa, con circa 30 donatori per milione di abitanti. A fronte di questi risultati cresce, però, il numero di cittadini che si oppongono alla donazione al momento del rinnovo della carta d’identità. Nel 2025 i «no» hanno raggiunto il 40,1%, in aumento rispetto al 36,3% del 2024, con un’incidenza maggiore tra i 18 e i 30 anni. «Numeri mai così alti per donazioni e trapianti, ma serve rafforzare la sensibilizzazione, soprattutto tra i giovani», ha sottolineato il ministro della Salute Orazio Schillaci. I dati sono stati presentati agli Stati generali della rete trapiantologica, a Roma. Un incontro che non poteva prescindere dal ricordo del piccolo Domenico Caliendo, morto dopo il trapianto di un cuore rivelatosi inutilizzabile. «Quella di Domenico - ricorda il direttore del Centro nazionale trapianti, Giuseppe Feltrin - è una ferita aperta da cui ripartire e che non vogliamo dimenticare». Nel 2025, le donazioni di organi sono state il 3,2% in più rispetto al 2024. A segnare i tassi più elevati, nel 2025, è stato il Veneto, con 49,5 donatori per milione di abitanti, seguito dalla Toscana (47,3) e dal Piemonte (41,9), a fronte di una media nazionale di 30,2. Si segnala però anche la crescita in Regioni meridionali, come Basilicata (+5,7), Puglia (+4,4) e Campania (+3,9). Parallelamente, grazie ai prelievi di organi, sono stati realizzati 55 trapianti in più rispetto all'anno precedente (+1,2%) con una media di 73,4 trapianti per milione di abitanti. A segnare l'aumento maggiore sono stati quelli di cuore, passati dai 413 del 2024 ai 461 del 2025 (+11,6%). Aumentano poi i cittadini che registrano la propria volontà (positiva o negativa) al momento del rilascio della carta di identità: a farlo sono stati quasi 3,8 milioni, pari al 59% degli oltre 6,3 milioni di richiedenti il documento. La nota dolente è che aumentano pure coloro che dichiarano di non voler donare organi: i consensi sono stati oltre 2,2 milioni, pari al 59,9% a fronte del 63,7% del 2024, mentre le opposizioni circa 1,5 milioni, pari al 40,1% a fronte del 36,3% dell'anno precedente. — ---End text--- Author: Redazione Heading: Highlight: Image:Interventi Nel 2025 in Italia ci sono state 2100 donazioni e le équipe di specialisti hanno fatto 4697 trapianti -tit_org- Trapianti, anno record per le donazioni Ma quattro italiani su dieci si oppongono -sec_org-
tp:writer§§ REDAZIONE
guid§§ http://gimbe.telpress.it/news/2026/03/25/2026032501791906047.PDF
§---§