title§§ Mobilità sanitaria, record di 5,15 miliardi per le cure fuori Regione
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Estratto da pag. 2 di "dottnet.it" del 04 Mar 2026
pubDate§§ 2026-03-04T16:34:00+00:00
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tp:ocr§§ Mobilità sanitaria, record di 5,15 miliardi per le cure fuori Regione SANITÀ PUBBLICA REDAZIONE DOTTNET 104/03/20261157 Mobilità sanitaria m crescita: nel 2023 gli italiani hanno speso 5,15 miliardi per curarsi fuori Regione. Il Report Gimbe evidenzia divari territoriali e forte attrattività di poche aree del Paese. La mobilità sanitaria interregionale continua a crescere e nel 2023 ha raggiunto il livello più alto mai registrato. Secondo il nuovo Report della Fondazione Gimbe presentato oggi a Roma, gli italiani hanno speso complessivamente 5,15 miliardi di euro per ricevere cure in una Regione diversa da quella di residenza, con un aumento del 2,3% rispetto ai 5,04 miliardi del 2022. Il fenomeno conferma una dinamica ormai strutturale del Servizio sanitario nazionale: una parte consistente dei cittadini si sposta per ottenere prestazioni sanitarie, spesso percorrendo centinaia di chilometri. 11 flusso principale resta quello che dal Mezzogiorno si dirige verso il Nord, ma il Report segnala anche una mobilità crescente tra Regioni settentrionali confinanti. Mobilità sanitaria e diseguaglianze regionali Secondo il presidente della Fondazione Gimbe, Nino Cartabellotta, la mobilità sanitaria rappresenta uno degli indicatori più sensibili delle diseguaglianze tra i sistemi sanitari regionali. "Rileva dove i cittadini trovano risposte adeguate e dove, invece, sono costretti a spostarsi per curarsi", spiega Cartabellotta. L'analisi mostra che circa la metà degli incassi generati dalle cure erogate a pazienti non residenti si concentra m tré sole Regioni: Lombardia, che intercetta il 23,2% delle risorse, Emilia-Romagna con il 17,6% e Veneto con 1'11,1%. Sul fronte opposto, i maggiori esborsi per prestazioni sanitarie ottenute dai propri residenti fuori Regione riguardano Lazio (12,1%), Campania (9,4%) e Lombardia (9,2%). Il quadro cambia se si osservano i saldi tra mobilità attiva e passiva. Alcune Regioni del Nord presentano un saldo fortemente positivo: la Lombardia registra un avanzo di 645,8 milioni. Ài contrario, diverse Regioni meridionali evidenziano deficit rilevanti, tra cui Calabria (-326,9 milioni), Campania (-306,3 milioni), Puglia (-253,2 milioni) e Sicilia (-246,7 milioni). Secondo Gimbe questi dati indicano che "¡a mobilità sanitaria è sempre meno una scelta e sempre più una necessità", segnale di un'offerta sanitaria non omogenea sul territorio nazionale. Privato convenzionato principale beneficiario della mobilità Un altro dato significativo riguarda la distribuzione delle risorse tra strutture pubbliche e private. Per ogni euro speso per prestazioni erogate ftiori Regione, oltre la metà finisce infatti nelle strutture private accreditate. Nel 2023 il privato convenzionato ha incassato 1.966 milioni di euro, contro i 1.643 milioni destinati alle strutture pubbliche. "ia quota di mobilità che confluisce verso il privato convenzionato non è omogenea in tutte le Regioni", spiega Cartabellotta. "Dipende dall'offerta e dalla capacità attrattiva di strutture private d'eccellenza". Il Report evidenzia forti differenze territoriali; il privato intercetta il 90,2% della mobilità attiva in Molise, il 71,1% in Lombardia, il 68,9% in Puglia e il 63,8% nel Lazio. All'estremo opposto si collocano Basilicata (7,2%), Provincia autonoma di Bolzano (9,1%), Liguria (11,4%), Umbria (15,1%) e Valle d'Aosta (15,7%). Perché i pazienti si spostano L'analisi Gimbe mostra anche la tipologia di prestazioni per cui i cittadini si spostano. Tra i ricoveri fuori Regione, oltre la metà (52,4%) riguarda interventi ad alta complessità, mentre il 41,1% riguarda prestazioni a complessità media o bassa. Una quota minoritaria, pari al 6,5%, riguarda interventi classificati come a rischio inappropriatezza. Un altro elemento rilevante riguarda la natura degli spostamenti. Solo una parte limitata dei ricoveri è legata a situazioni occasionali - come emergenze o ricoveri durante soggiorni fuori Regione - oppure al fatto che l'ospedale più vicino si trovi oltre il confine regionale. L'80,4% delle prest
azioni rientra infatti nella cosiddetta "mobilità effettiva", cioè spostamenti programmati per ricevere cure ritenute più appropriate o più rapide. Il tema dell'equità del Servizio sanitario nazionale Per Gimbe il fenomeno della mobilità sanitaria continua a riflettere le profonde differenze territoriali nell'offerta di servizi sanitari. "/ dati sulla mobilità sanitaria ci ricordano che il diritto alla tutela della salute non può dipendere dal codice di avviamento postale", conclude Cartabellotta. Il quadro delineato dal Report riporta al centro del dibattito uno dei temi più delicati per il futuro del Servizio sanitario nazionale: garantire livelli di assistenza omogenei in tutto il Paese, evitando che l'accesso alle cure dipenda dalla Regione in cui si vive. -tit_org- Mobilità sanitaria, record di 5,15 miliardi per le cure fuori Regione -sec_org-
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title§§ Lea, Fnomceo: "Un italiano su dieci rinuncia alle cure, servono riforme condivise"
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Estratto da pag. 2 di "dottnet.it" del 04 Mar 2026
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tp:ocr§§ Lea, Fnomceo: "Vn italiano su dieci rinuncia alle cure, servono riforme condivise59 FNOMCEO REDAZIONE DOTTNET | 04/03/2026 15:53 Rinuncia alle cure e disuguaglianze territoriali mettono sotto pressione i Lea. In audizione alla Camera la Fnomceo chiede riforme condivise e un rafforzamento del sistema di garanzia. Un italiano su dieci rinuncia alle cure e le differenze territoriali continuano a incidere sull'accesso alle prestazioni sanitarie. È uno dei dati richiamati dalla Federazione nazionale degli Ordini dei medici (Fnomceo) nel corso dell'audizione alla Commissione Affari Sociali della Camera nell'ambito dell'indagine conoscitiva sui Livelli essenziali di assistenza (Lea). Secondo i dati Istat citati durante l'audizione, la quota di cittadini che rinuncia alle cure raggiunge il 10% della popolazione, con valori pari al 9,2% nel Nord, al 10,7% nel Centro e al 10,3% nel Sud. Lea al centro della discussione sulla sanità Nel corso dell'audizione il vicepresidente della Fnomceo Giovanni Leoni ha ricordato che i Lea rappresentano uno degli strumenti fondamentali per garantire equità e coesione nel Servizio sanitario nazionale. "I Lea definiscono non solo le prestazioni che devono essere garantite, ma anche il livello di equità e di coesione del sistema. Tuttavia persistono criticità significative nella loro applicazione concreta, con differenze marcate tra Regioni ha affermato Leoni. Un'affermazione che si incrocia con i dati sulla mobilità sanitaria presentati dalla Fondazione Gimbe. Per questo, secondo la Federazione degli Ordini dei medici, il nuovo Sistema di Garanzia dei Lea dovrebbe diventare una priorità per il Servizio sanitario nazionale. Liste d'attesa e carenza di personale tra le cause Tra i fattori che incidono maggiormente sull'accesso alle cure, la Fnomceo indica in primo luogo le liste d'attesa. Secondo l'Ordine dei medici, tuttavia, il problema non può essere ridotto a inefficienze organizzative. Le difficoltà sono legate anche alla cronica insufficienza di personale medico e sanitario e a modelli organizzativi spesso rigidi e frammentati. Le liste d'attesa pesano soprattutto nelle regioni del Centro e del Nord, mentre nel Mezzogiorno alla rinuncia alle cure contribuiscono anche motivazioni economiche e criticità organizzative. Critiche al commissariamento delle regioni Nel corso dell'audizione la Fnomceo ha inoltre condiviso la necessità di un*analisi critica del sistema di commissariamento delle regioni in difficoltà. Secondo l'Ordine dei medici, infatti, il commissariamento non è riuscito da solo a ridurre i divari territoriali ne a riportare stabilmente le realtà più fragili a livelli adeguati di erogazione dei Lea. "Dal punto di vista dei medici i commissariamenti si traducono spesso in scenari di straordinarietà permanente, m cui prevalgono logiche contabili e di emergenza a scapito della programmazione e della valorizzazione del personale", ha spiegato Leoni. Verso un'agenda di riforme condivise La Federazione degli Ordini dei medici auspica che l'indagine conoscitiva in corso possa tradursi in una vera agenda di riforme del sistema sanitario. L'obiettivo, secondo la Fnomceo, deve essere quello di costruire interventi condivisi tra Stato, Regioni, professionisti sanitari e cittadini, con l'obiettivo di restituire piena attuazione ai principi di universalità, uguaglianza ed equità che sono alla base del Servizio sanitario nazionale. -tit_org- Lea, Fnomceo: “Un italiano su dieci rinuncia alle cure, servono riforme condivise” -sec_org-
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title§§ Salute mentale e carenza strutturali
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Estratto da pag. 5 di "LA RAGIONE" del 04 Mar 2026
pubDate§§ 2026-03-04T05:20:00+00:00
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category§§ POLITICA SANITARIA
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tp:ocr§§ Il punto non è quante se ne accertano ma come le si tratta Salute mentale e carenze strutturali I l dibattito pubblico degli ultimi anni sulla salute mentale suggerisce che le diagnosi di disturbi psichici siano aumentate in modo significativo, soprattutto tra i giovani. Lo ha sottolineato anche un recente articolo del “The Guardian”, che s’interroga sul rischio di overdiagnosis (sovradiagnosi) e sull’ampliamento delle categorie diagnostiche fino a includere esperienze un tempo considerate parte della normale variabilità umana. Come osserva il quotidiano britannico, il rischio è di ridurre il confronto a un’alternativa binaria: o l’aumento dei disturbi mentali è reale oppure è il frutto di un’epoca ipersensibile che medicalizza ogni fragilità. Ma questa contrapposizione è fuorviante. La sovradiagnosi può verificarsi in alcuni individui o sottogruppi, mentre in altri può esserci un incremento autentico del disagio; allo stesso tempo può persistere un problema di sottodiagnosi, soprattutto nei contesti in cui lo stigma resta elevato o l’accesso ai servizi è limitato. Più dinamiche possono convivere, dunque. La possibilità di una sovradiagnosi non dovrebbe tuttavia essere utilizzata per liquidare chi riferisce sofferenza psicologica: la storia della salute mentale è anche la storia di persone non credute, soprattutto tra i più giovani. Minimizzare o ridicolizzare il disagio non lo riduce: rischia piuttosto di accentuarlo e di spingere a utilizzare etichette sempre più forti per ottenere ascolto, complicando ulteriormente il rapporto fra linguaggio, diagnosi e cura. Il fenomeno è stato definito “concept creep”: uno slittamento semantico che estende progressivamente il perimetro di parole come ansia, trauma o disturbo, rendendole più pervasive nel linguaggio quotidiano. È un tema serio, che merita attenzione. Ma ridurre tutto a una moda culturale o a una fragilità generazionale rischia di essere una semplificazione fuorviante. Al netto del dibattito terminologico, negli ultimi anni il disagio sembra essersi effettivamente intensificato. La pandemia ha accelerato dinamiche già in atto: isolamento, precarietà, iperconnessione, trasformazione delle relazioni sociali anche attraverso l’ambiente digitale. In questo contesto la salute mentale non appare più come una questione marginale, ma come un nodo strutturale delle politiche pubbliche. Non è soltanto una percezione. I dati dell’Istituto superiore di sanità mostrano che tra il 2016 e il 2024 la prevalenza di psicofarmaci tra bambini e adolescenti è più che raddoppiata, passando dallo 0,26 allo 0,57%, mentre i consumi sono cresciuti da 20,6 a 59,3 confezioni ogni mille minori. I farmaci più prescritti sono antipsicotici, antidepressivi e medicinali per l’Adhd. Una tendenza che s’inserisce in un’aumentata propensione internazionale all’uso di questi farmaci, accentuata dopo il Covid-19. La questione non è dunque stabilire se le diagnosi siano troppe o troppo poche. La vera domanda è se il Servizio sanitario nazionale sia oggi attrezzato per governare un fenomeno che tende a consolidarsi. Se la salute mentale diventa un asse stabile della domanda di cura, non bastano misure episodiche o incentivi temporanei. Serve una strategia pluriennale: monitoraggio sistematico dei dati, investimenti stabili nei Dipartimenti di salute mentale, integrazione tra scuola, territorio e servizi, riduzione delle disomogeneità regionali. È una scelta di governance, ma anche di responsabilità pubblica. Perché un sistema universalistico si misura sulla capacità di riconoscere i nuovi bisogni e organizzarne la risposta, evitando che si trasformino in nuove disuguaglianze. ---End text--- Author: Ilaria Donatio Heading: Highlight: Image:ee urali -tit_org- Salute mentale e carenza strutturali -sec_org-
tp:writer§§ Ilaria Donatio
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title§§ C'è un tempo per ogni pillola
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Estratto da pag. 51 di "PANORAMA" del 04 Mar 2026
pubDate§§ 2026-03-04T05:20:00+00:00
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tp:ocr§§ C’È UN TEMPO PER OGNI PILLOLA Il tempismo conta anche in medicina. Non solo è importante quale medicina assumere, ma anche quando farlo per allungare la sopravvivenza del paziente. Si fa strada la cronofarmacologia. C di Maddalena Bonaccorso ’è un orologio dentro di noi, e può aiutarci a guarire, o potrebbe addirittura fare la differenza tra la vita e la morte. Perché il tempismo in medicina conta, e l’orario in cui si assume un farmaco può trasformarsi in un alleato o in un nemico dei pazienti: e se anche non è una novità dell’oggi - chi non si è sentito dire di assumere la statina di sera piuttosto che al mattino, “perché il colesterolo si forma di notte”? - c’è una grande novità, emersa da uno studio cinese, che sta alimentando il dibattito scientifico tra oncologi e immunologi di tutto il mondo. Gli scienziati della Central South University di Changsha hanno coinvolto in un trial 210 pazienti colpiti dalla stessa forma di cancro al polmone, sottoponendoli a un identico protocollo di immunoterapia a base di pembrolizumab (antitumorale della classe degli anticorpi monoclonali), associato a chemioterapia. L’unica differenza di trattamento tra i pazienti era il “timing” della cura, l’orario in cui ricevevano l’infusione del farmaco. Risultato: i malati trattati nella fascia oraria mattutina (prima delle 15) hanno registrato una sopravvivenza complessiva quasi doppia e più lunga di circa dodici mesi rispetto a chi iniziava la terapia più tardi durante la giornata. Non solo: hanno avuto circa cinque mesi in più di tempo prima che la malattia progredisse. Dati sconvolgenti, pubblicati all’inizio di febbraio sulla rivista scientifica Nature Medicine, che hanno avuto l’effetto a cascata di riaccendere il dibattito sulla cronofarmacologia, branca clinica che studia come efficacia e tollerabilità dei farmaci possano variare in base all’orario di somministrazione: settore da sempre considerato poco più che una bizzarria. Ora il vento sta cambiando. «Fino a pochi anni fa, chi parlava di cronofarmacologia veniva quasi paragonato a chi fa gli oroscopi», dice a Panorama il professor Roberto Manfredini, direttore della Uoc Clinica medica dell’Azienda ospedaliero-universitaria di Ferrara. «Adesso, cominciano a esserci dati solidi che confermano come l’orario di assunzione dei farmaci possa influire sull’efficacia e anche sulla riduzione di eventi avversi. Tutta la letteratura sulla farmacoterapia andrebbe riletta alla luce di quell’aspetto fondamentale che è il tempo, perché ogni organo ha un proprio “orologio biologico”». Lo studio cinese, però, appena uscito si è già rivelato molto divisivo, tra fazioni di oncologi entusiasti e altre di scettici. Proprio a causa di quei risultati che sono stati definiti quasi “troppo belli per essere veri” e che sono ora doverosamente sottoposti a controlli incrociati e verifiche. «L’immunoterapia contro il cancro viene utilizzata da poco più di dieci anni», spiega l’oncologo Paolo Tarantino del Dana-Farber Cancer Institute, Harvard Medical School di Boston. «Questo vuol dire che molti dei suoi meccanismi di azione e delle variabili che possono influenzarne l’efficacia non sono stati ancora del tutto chiariti. Uno degli elementi chiave è il ritmo circadiano: per esempio sappiamo che il cortisolo, ormone chiave per la risposta immunitaria, raggiunge il picco nelle prime ore del mattino e diminuisce progressivamente nel corso della giornata. Questo andamento influenza l’attività dei linfociti T, che svolgono un ruolo centrale nel riconoscimento e nell’eliminazione delle cellule tumorali, e che mostrano variazioni circadiane in termini sia di numero che di stato funzionale. Lo studio cinese sembra dimostrare che l’effetto di questi linfociti venga amplificato dopo somministrazioni mattutine di immunoterapia. Il problema è che la ricerca ha mostrato alcune criticità metodologiche: prima di cambiare la pratica clinica è bene attendere che gli studi siano ripetuti anche in altri conti52 Panorama 4 marzo 2026 nenti, e su altre coorti di popolazione». La ricerca cinese non è stata la
prima a rivelare i benefici che possono derivare dalla crono- farmacologia tumorale: già nel 2021 uno studio pubblicato sulla rivista Science Advances condotto da ricercatori dell’Università della Pennsylvania aveva dimostrato che circa la metà tra 126 farmaci anti tumorali sottoposti a screening mostrava forti oscillazioni nell’efficacia, a seconda del momento del ciclo circadiano in cui venivano somministrati. Se dunque i benefici dello studio cinese fossero confermati, anche in maniera meno “eclatante” rispetto ai dati comunicati da Nature, si tratterebbe di una svolta epocale. «Se si trattasse di un nuovo farmaco, verrebbe salutato da tutti come una scoperta rivoluzionaria» ha affermato alla Cnn il celebre oncologo Zach Buchwald della Emory University di Atlanta, davanti ai risultati presentati dal team di ricercatori cinese. Nel frattempo, anche Buchwald sta procedendo sulla strada della crono-farmacologia tumorale, reclutando pazienti per testare l’immunoterapia a tempo su pazienti con melanoma. Se però pensiamo a tutte le fasi che un farmaco “attraversa” nell’organismo, e vale per lo stomaco e l’assorbimento, per l’intestino, per il metabolismo del fegato, per il cuore e il cervello, è facile capire come il dibattito sulla crono-farmacologia non coinvolga solo i trattamenti oncologici. Tornando alle statine, usate per abbassare il colesterolo “cattivo” (Ldl), che in Italia vengono assunte da una percentuale che varia tra il 9 e il 15 per cento della popolazione a seconda delle regioni (dati dell’ultimo rapporto OsMed) esistono già trial che mostrano come i risultati migliori si ottengano prendendole in serata piuttosto che al mattino. «L’assunzione serale funziona soprattutto per le statine a breve durata d’azione» continua Manfredini. «La simvastatina, per esempio, che è tra le più prescritte in Italia, è tra i pochissimi farmaci per cui anche Fda (l’Agenzia regolatoria americana) ha inserito nel bugiardino la dicitura “da assumere di sera”, proprio perché l’effetto è potenziato. Questo accade perché l’enzima che metabolizza la produzione del colesterolo a livello epatico è attivo particolarmente nelle ore serali, quindi noi dobbiamo far arrivare la “bomba intelligente” nel momento giusto, perché possa esplicare la sua azione massima quando c’è il massimo rischio». Principio universale, che dovrebbe riguardare tutti i farmaci: per esempio, quelli per l’ipertensione e per il rischio cardiovascolare, che sono - tra quelli prescritti dal Ssn - al primo posto per consumi e al secondo per spesa. «Per i pazienti che mantengono valori pressori elevati anche di notte, le linee guida raccomandano l’associazione di due antipertensivi a basso dosaggio piuttosto che uno solo alla massima dose», conclude Manfredini. «Tipicamente questi sono individui che hanno un rischio cardiovascolare maggiore, con insufficienza renale cronica, o in dialisi, con diabete scompensato, fumatori o chi soffre di apnee ostruttive. Ecco, per loro potrebbe essere opportuno assumere uno dei due farmaci di sera, perché le evidenze mostrano che una copertura terapeutica notturna riduce i picchi pressori del mattino, quando il rischio di eventi cardiovascolari è più elevato». Ma a noi, tutte queste cose così importanti, chi dovrebbe dirle? Il medico di famiglia, che il più delle volte sentiamo rapidamente al telefono o solo via messaggio? E chi dovrebbe organizzare i reparti ospedalieri in modo che il giusto farmaco venga somministrato alla giusta ora, se spesso in corsia sfuggono ai radar anche le terapie croniche, quando ad assumerle non ci pensa il malato stesso (o i suoi familiari)? In questo modo si rischia che una strategia di cura a basso costo e con grandi potenziali benefici possa essere vanificata nel mare magnum dell’incuria e della cronica assenza di personale medico e infermieristico. Forse, allora, la prossima rivoluzione nel campo delle cure non sarà un farmaco miracoloso, ma un dettaglio apparentemente banale: l’ora, scritta accanto al dosaggio e chiaramente spiegata ai pazienti. Perché se ogni organo segue il proprio ritmo, se
gli enzimi epatici, gli ormoni, i linfociti T si muovono come strumenti di un’orchestra sincronizzata sull’alternanza di luce e buio, ignorare il tempo significa solo suonare fuori spartito. Con in gioco la salute, e la vita. ¦ © RIPRODUZIONE RISERVATA ---End text--- Author: Maddalena Bonaccorso Heading: Highlight: Image:A destra, un paziente si prova la pressione: per chi ha valori elevati anche la notte, meglio assumere due farmaci anti ipertensione, di cui uno la sera, nell’arco della giornata. Sotto, i linfociti T che pare aumentino la loro efficacia nelle ore mattutine. Ma è bene attendere nuove conferme cliniche. -tit_org- C'è un tempo per ogni pillola -sec_org-
tp:writer§§ Maddalena Bonaccorso
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§---§
title§§ Contro le liste d'attesa più soldi ai privati E Giani vuole sfruttare i bandi europei
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Estratto da pag. 14 di "QUOTIDIANO NAZIONALE" del 04 Mar 2026
E Giani vuole sfruttare i bandi europei
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tp:ocr§§ Contro le liste d’attesa più soldi ai privati E Giani vuole sfruttare i bandi europei Il bilancio della sanità La giunta regionale della Toscana ha approvato una variazione di bilancio da 80 milioni di euro, che segue a una precedente di 130 milioni, necessari per chiudere in pareggio il bilancio 2025 del servizio sanitario toscano. Le risorse provengono per 30 milioni dall’adeguamento della previsione di gettito dell’addizionale Irpef; 25,72 milioni da accantonamenti a garanzie del pagamento delle rate di mutuo non più necessari e 24,27 milioni dal fondo di riserva. La Toscana inoltre accelera sull’abbattimento delle liste d’attesa: 32 milioni di euro saranno destinati a questi due obiettivi nel 2026. 20 milioni per l’attività di Asl e aziende ospedaliero universitarie (2 in più rispetto allo scorso anno) e 12 milioni di maggiori risorse per il privato convenzionato con un tetto che quest’anno sarà di 329 milioni di euro. I 12 milioni aggiuntivi sono tutti riservati a prestazioni destinate a residenti in Toscana. 4 milioni sono vincolati all’esito dei monitoraggi dei tempi di attesa: potranno accedervi le aziende che miglioreranno significativamente sulle prestazioni in cui i tempi sono più critici, come dermatologia e oculistica. La grande sfida, come affermano il governatore toscano Eugenio Giani (foto) e l’assessora alla sanità Monia Monni, è la riforma della sanità territoriale, anche con la realizzazione delle case di comunità. Per sanità e ricerca Giani è intenzionato a sfruttare i soldi da bandi europei. i. u. ---End text--- Author: i.u Heading: Il bilancio della sanità Highlight: Image: -tit_org- Contro le liste d'attesa più soldi ai privati E Giani vuole sfruttare i bandi europei -sec_org-
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title§§ La psicologia come pilastro nella cura dell'obesità
link§§ http://gimbe.telpress.it/news/2026/03/04/2026030403147906332.PDF
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Estratto da pag. 62 di "REPUBBLICA" del 04 Mar 2026
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tp:ocr§§ SIMDO IL PRESIDENTE GIANCARLO TONOLO: «NON È SOLO UNA QUESTIONE DI ALIMENTAZIONE E CALORIE: DIMENSIONE EMOTIVA E SOCIALE SONO CENTRALI» La psicologia come pilastro nella cura dell’obesità I l 4 marzo si celebra la Giornata Mondiale dell’Obesità, un appuntamento che per la Società Italiana Metabolismo Diabete Obesità (SIMDO) rappresenta non solo un momento di riflessione istituzionale, ma una vera e propria chiamata alle armi per un cambio di paradigma radicale nella gestione di quella che è a tutti gli effetti un’emergenza sanitaria globale. In questo scenario, la SIMDO ribadisce con forza che l’obesità non può più essere relegata a una mera questione estetica o alla semplicistica visione di una mancanza di volontà individuale; essa è una malattia cronica, progressiva e recidivante che richiede una presa in carico globale e l’accesso garantito a terapie innovative tramite l’inserimento nei Livelli Essenziali di Assistenza (LEA). “OLTRE LA BILANCIA” La sfida lanciata quest’anno va “oltre la bilancia”, puntando i riflettori su un pilastro troppo spesso trascurato nei percorsi terapeutici tradizionali: la dimensione psicologica. Trattare l’obesità per SIMDO significa infatti occuparsi non solo dei parametri metabolici o della riduzione del peso corporeo, ma penetrare nelle pieghe della sfera emotiva, relazionale e persino sessuale del paziente, riconoscendo che il benessere della mente è indissociabile da quello del corpo. Oltre sei milioni di italiani convivono oggi con l’obesità, una condizione che funge da porta d’ingresso per patologie invalidanti come il diabete di tipo 2, l’ipertensione e le malattie cardiovascolari, ma che porta con sé anche un carico sommerso di disagio psicologico capace di influenzare ogni ambito della quotidianità. Molti pazienti sperimentano un profondo senso di isolamento, stigma sociale e difficoltà marcate nella sfera dell’intimità, aspetti che purtroppo tendono a rimanere nell’ombra durante le frettolose visite cliniche standardizzate. PROGETTO DI FORMAZIONE È proprio per colmare questo divario assistenziale che SIMDO ha dato vita a un ambizioso progetto di formazione itinerante su scala nazionale, rivolto a una platea multidisciplinare composta da medici, infermieri e psicologi. Questo percorso formativo si distingue per un focus innovativo sul legame tra malattie metaboliche e sessualità, analizzando come il calo della libido o le disfunzioni organiche minino alla base la dignità e la qualità della vita del paziente. Dopo le prime tappe di successo in Puglia, il tour formativo approderà nel mese di marzo a Luino, in Lombardia, per proseguire poi verso i centri nevralgici di Napoli, Roma e Torino, consolidando una rete di competenze diffusa sul territorio. L’approccio promosso dalla presidenza di Giancarlo Tonolo mira a una medicina “sartoriale”, capace di considerare le differenze di genere, età e condizione socioeconomica, poiché la letteratura scientifica evidenzia come le fasce di popolazione con minori risorse economiche siano paradossalmente quelle più esposte al rischio di obesità e diabete. In tale ottica, la battaglia per l’equità nell’accesso alle cure diventa un dovere etico oltre che clinico: sebbene la Legge Pella abbia segnato un traguardo storico nel riconoscimento della cronicità della patologia, resta urgente garantire la rimborsabilità selettiva dei nuovi farmaci antiobesità per i soggetti più fragili e ad alto rischio cardiovascolare o oncologico. Investire oggi nel supporto psicologico e nella prevenzione integrata non è un costo, ma un investimento strategico che permetterà di risparmiare vite umane e risorse preziose del Servizio sanitario nazionale in un futuro ormai prossimo. DAL 1990 SIMDO, forte della sua storia trentennale iniziata nel 1990, continua a promuovere un modello di assistenza che unisce oltre quindici discipline diverse, ponendo l’ascolto del paziente e la sua integrità psicofisica al centro di ogni strategia terapeutica, affinché nessuno debba più affrontare la sfida dell’obesità in solitudine o senza gli strumenti adeguati a riconq
uistare la propria salute e la propria dignità. La centralità della persona intera è l’obiettivo finale di questo percorso che integra la cura dei sintomi fisici con la gestione del disagio emotivo, in un’alleanza terapeutica che non giudica ma accompagna il paziente verso un benessere completo e duraturo. ---End text--- Author: Redazione Heading: Highlight: Image:XXIV CONGRESSO NAZIONALE SIMDO -tit_org- La psicologia come pilastro nella cura dell’obesità -sec_org-
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Estratto da pag. 30 di "STAMPA" del 04 Mar 2026
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tp:ocr§§ Le aziende sanitarie cominciano a sollecitare i dottori di famiglia ad aderire alle attività nelle nuove strutture già operative “Venite a lavorare”, “Prima serve l’accordo” Case di comunità, tensioni tra Asl e medici IL DOSSIER ALESSANDRO MONDO L e Asl, e prima ancora la Regione, hanno fretta, e cominciano a premere sui medici di medicina generale. Questi ultimi, seccati dalle sollecitazioni, frenano, e rimandano all’ennesimo tavolo di trattativa per la definizione di un accordo regionale «che disciplini in modo chiaro ruoli, modalità operative, impegni orari e riconoscimenti professionali ed economici: qualsiasi iniziativa anticipatoria e disomogenea da parte delle aziende rischia di generare confusione, disuguaglianze territoriali e una comprensibile difficoltà di adesione da parte dei professionisti». Così Fimmg Piemonte, principale e poptente sindacato di categoria, dopo che il direttore generale dell’Asl Torino3, Giovanni La Valle, ha cominciato a fare l’appello, dei medici. Parliamo di case di comunità, snodo tra territorio e ospedali: 91 previste in Piemonte. Della necessità di garantire i servizi, anche quelli di base, nelle (poche) strutture già operative. E di un equivoco che si trascina da tempo. Nulla da obiettare, formalmente, ma basta telefonare a qualche medico di famiglia per avere la conferma di quello che già si sa: la prospettiva di lavorare anche nelle case di comunità non entusiasma i dottori, poer usare un eufemismo. I quali dottori va detto, sono già alle prese con una serie di problemi e novità: dalla riduzione degli effettivi alla strutturazione nelle Aft (continuano a lavorare negli studi ma in modo coordinato e in rete per garantire una presenza più organizzata sul territorio). Ecco perchè, ora che sulle case di comunità si avvicina il redde rationem, i sindacati si muovono con i piedi di piombo, e vogliono vederci chiaro. «La montagna di soldi, a debito, del Pnrr per le Case e Ospedali di comunità rischia di partorire il topolino - avverte Roberto Venesia, segretario Fimmg Piemonte -. Le Case di comunità rappresentano un’ulteriore, grande opportunità solo se realizzeranno un’offerta assistenziale integrativa e non sostitutiva nel sistema attuale delle cure territoriali. Un approccio ideologico, teorico, senza chiarezza sul ruolo che si svolgerebbe all’interno, ha larghi margini di incertezza circa l’effettiva efficacia per i pazienti e la sostenibilità per il sistema sanitario». La premessa non è esaltante. Dopodichè, la medicina territoriale non si sottrae: «Proprio per garantire un avvio efficace, omogeneo e sostenibile del nuovo modello, integrabile con le 178 Aft, è indispensabile che il coinvolgimento dei medici avvenga nel pieno rispetto degli accordi vigenti e la stipula, in tempi brevi, di un accordo regionale». E ancora: «Soltanto attraverso un’intesa chiara e condivisa sarà possibile coniugare il rispetto degli impegni del Pnrr con la tutela dei diritti dei medici e, soprattutto, con l’interesse dei cittadini a un’assistenza territoriale efficace, uniforme e di qualità. La carenza dei medici di famiglia in Piemonte è drammatica anche a causa dei ritardi e mancanza di certezze». No comment da parte dell’Asl Torino 3. Breve, e secco, il commento da parte dell’assessore regionale alla Sanità Federico Riboldi, che alla pari delle Asl sta spingendo sulla nuova rete di comunità, Case e Ospedali: «Le aziende sanitarie locali godono di autonomia nell'organizzare la sanità territoriale, che può variare da un'area all'altra ma sempre nel rispetto della legislazione e delle direttive del Pnrr. Nel caso dell'Asl Torino 3, il direttore generale ha operato in conformità con le normative vigenti, organizzando tempestivamente le attività necessarie per l'attivazione delle strutture previste e il mantenimento dei servizi». Partita aperta. — ---End text--- Author: ALESSANDRO MONDO Heading: Highlight: Il sindacato Fimmg mette le mani avanti “Disponibili ma oggi manca chiarezza sulle funzioni che si svolgerebbero all’interno” FEDERICO RIBOLDI ASSESSORE SANITÀ “ Le aziende s
anitarie devono organizzare le attività utili per attivare le nuove strutture Image:Snodo tra ospedali e territorio Una delle nuove case di comunità a Torino, in corso Toscana Primo front office con i cittadini -tit_org- “Venite a lavorare”, “Prima serve l'accordo” Case di comunità, tensioni tra Asl e medici -sec_org-
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