title§§ Disuguaglianze e federalismo Okay alla proposta molisana
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Estratto da pag. 2 di "PRIMO PIANO MOLISE" del 18 Jan 2026
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tp:ocr§§ Disuguaglianze e federalismo Okay alla proposta molisana Indagine parlamentare sui Lea, illustrata l’iniziativa. “Torna” Federico, pesa l’assenza di Greco CAMPOBASSO. Un’assenza che pesa, più di molte presenze. Alla conferenza stampa del Movimento 5 Stelle tenutasi ieri mattina nella Biblioteca del Consiglio regionale del Molise, dedicata alla presentazione dell’indagine conoscitiva parlamentare sulle disuguaglianze regionali nell’accesso ai Livelli essenziali di assistenza (LEA), mancava il capogruppo M5S a Palazzo D’Aimmo, Andrea Greco. Un’assenza notata e commentata sottovoce, che i bene informati leggono come l’ennesimo segnale di una frattura ormai evidente, non solo con Roberto Gravina, ma anche con il coordinatore regionale Antonio Federico. E proprio la presenza di Federico, seconda annotazione politica tutt’altro che marginale, ha rappresentato di per sé una notizia. Da tempo lontano dai riflettori del dibattito pubblico regionale, il coordinatore molisano del Movimento è riapparso in una iniziativa ufficiale dopo un lungo periodo di sostanziale silenzio, coincidente – non casualmente – con la fine degli incarichi istituzionali retribuiti: prima il mandato in Consiglio regionale, poi quello parlamentare. Un letargo politico che, secondo molti osservatori, ha contribuito allo stato di evidente disorientamento in cui versano oggi i 5 stelle in Molise, privi di una guida riconosciuta e attraversati da tensioni interne sempre più difficili da occultare. La vicenda Greco ne sarebbe la dimostrazione più plastica. Al netto di queste dinamiche, la conferenza ha comunque offerto contenuti di rilievo sul piano istituzionale. Al centro dell’incontro, infatti, la presentazione dell’indagine conoscitiva sulle disuguaglianze territoriali nell’erogazione dei LEA, approvata all’unanimità dalla Commissione Affari sociali e sanità della Camera dei deputati. Un risultato politico che il Movimento rivendica come significativo, soprattutto per una regione come il Molise, da anni simbolo delle criticità del sistema sanitario nazionale. A introdurre i lavori è stato Roberto Gravina, oggi anche coordinatore nazionale del Comitato Enti Locali del Movimento 5 Stelle e promotore dell’iniziativa. Gravina non ha usato mezzi termini nel definire il federalismo sanitario «un fallimento certificato», sottolineando come i crescenti divari tra territori siano il frutto di un impianto che ha prodotto disuguaglianze strutturali, penalizzando soprattutto le regioni più fragili. «Il Molise – ha spiegato – è la prova più evidente di come anni di commissariamento non abbiano risolto le carenze di personale né ridotto le liste d’attesa, scaricando sui cittadini inefficienze e fragilità amministrative». Un’analisi che si innesta in un quadro nazionale già ampiamente documentato dai dati del Ministero della Salute, dalle analisi della Fondazione Gimbe e dalle relazioni di Cnel e Corte dei conti: nel 2023 solo 13 regioni risultano pienamente adempienti ai LEA, mentre il Mezzogiorno continua a scontare ritardi, alimentando mobilità sanitaria passiva e diseguaglianze nell’accesso alle cure. La pandemia ha poi agito da moltiplicatore, rendendo ancora più evidenti le falle di un sistema frammentato. Nel corso dell’incontro è intervenuto anche il consigliere regionale Angelo Primiani, che ha definito l’indagine «un’occasione fondamentale per portare a livello nazionale ciò che in Molise si vive da anni», avvertendo che senza interventi strutturali il rischio è quello di continuare a subire un modello che amplifica le disuguaglianze invece di ridurle. Il lavoro parlamentare, sostenuto dai deputati del Movimento Marianna Ricciardi, Di Lauro, Sportiello e Quartini, si concentrerà sull’analisi dei criteri di riparto del Fondo sanitario nazionale, sull’impatto della mobilità sanitaria e sullo stato reale dell’uniformità dei LEA, con un orizzonte temporale fissato a giugno 2026. Audizioni, acquisizione di atti e dati tecnici dovrebbero, nelle intenzioni, fornire una base solida per eventuali riforme. A chiudere il cerchio è stato Antonio Federico
, che ha rimarcato il valore dell’approvazione unanime dell’indagine in Commissione e il ruolo del Movimento a Roma anche in assenza di parlamentari eletti in Molise. Parole che, tuttavia, si scontrano con una realtà politica regionale segnata da divisioni, assenze ingombranti e una leadership che fatica a ricomporsi. La conferenza stampa di ieri, insomma, ha messo in evidenza due piani distinti: da un lato un’iniziativa parlamentare di indubbio rilievo sul tema cruciale della sanità e dell’equità dei diritti; dall’altro lo stato di salute tutt’altro che florido del Movimento 5 Stelle in Molise, sempre più alla ricerca di una direzione politica chiara. Un paradosso che rischia di indebolire, sul territorio, anche le battaglie che a Roma trovano invece sponde e consensi trasversali. lc ---End text--- Author: Redazione Heading: Highlight: Image: -tit_org- Disuguaglianze e federalismo Okay alla proposta molisana -sec_org-
tp:writer§§ REDAZIONE
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title§§ La città diseguale, quando le disparità sociali condizionano anche il diritto alla salute
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Estratto da pag. 6 di "REPUBBLICA GENOVA" del 18 Jan 2026
pubDate§§ 2026-01-18T03:52:00+00:00
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tp:ocr§§ La città diseguale, quando le disparità sociali condizionano anche il diritto alla salute uno dei tanti caratteri della città diseguale. Perché le disparità sociali non condizionano soltanto le opportunità dell’esistenza, ma l’accesso alla cura e alla concretezza del diritto alla salute. I dati epidemiologici elaborati sulle serie storiche della mortalità, standardizzate sulle caratteristiche della popolazione per età e genere, sottolineano la continuità di una forte polarizzazione sanitaria tra i quartieri genovesi. Con percentuali di decessi che disegnano uno scarto tra più 40 per cento a meno 20 per cento in base alla residenza. Sono statistiche rilevate negli anni dall’ISDE, l’associazione dei medici per l’ambiente, e di cui ha scritto qualche giorno fa Valentina Evelli su Repubblica. Si muore di più a Cornigliano, Rivarolo, Prà, Struppa, I dati epidemiologici Bolzaneto, Prè che ad Albaro, Portoria, elaborati sulle serie Nervi, Quarto, San storiche della mortalità Martino, Foce. La conseguenza di un ottolineano la continuità mix tra degrado di una polarizzazione ambientale, povertà, scorretti stili di vita, sanitaria tra i quartieri bassa educazione alla prevenzione. Qualcosa che determina non solo una più elevata mortalità ma incide sulle patologie croniche e acute, le alterazioni nello sviluppo, la moltiplicazione dei disturbi psicologici. Con il loro perdurare nel tempo. Quello che accade a Cornigliano pur nella riduzione delle emissioni inquinanti per la chiusura, da un decennio, del ciclo a caldo delle acciaierie. La non neutralità della geografia della salute segna tutte le grandi città italiane a partire da Milano, con oltre il 60 per cento dei decessi, rispetto alla media standardizzata, nei quartieri più distanti dal centro con meno verde, alta intensità di traffico, bassa qualità del contesto urbano. Peraltro, Milano è, con la pianura padana, una delle aree di maggior criticità dell’aria d’Europa. Così come Genova, dopo Palermo e Napoli, è il porto con maggiori percentuali di agenti inquinanti rilasciato dalle navi e dai mezzi di trasporti pesanti collegati all’attività portuale. A dare ulteriore solidità al quadro delle diseguaglianze sanitarie contribuisce poi il rapporto 2025 della Fondazione Gimbe. La Liguria occupa il penultimo posto, insieme all’Abruzzo, È “ ultima è la Sicilia, nella classifica nazionale dei livelli di prevenzione della salute. Prevenzione che, bene ricordarlo, non è un indicatore statistico, ma dovrebbe costituire il pilastro fondamentale del sistema sanitario contribuendo alla promozione, individuale e collettiva, di buone pratiche e diagnosi precoci. Non solo. La rinuncia alle prestazioni sanitarie per i tempi di attesa e per le difficoltà economiche continua a crescere. Se nel 2023 era, nella nostra regione, il 7,8 per cento dei residenti, in aumento sul 5,8 per cento del 2022, nel 2024 si arriva al 10,1 per cento, pari a 150mila persone. Una percentuale di poco superiore al dato nazionale che, secondo l’Istat, è del 9,9 per cento degli italiani, all’incirca 6 milioni. Nel 2023 erano un milione in meno. Ancora: la spesa sanitaria a carico diretto delle famiglie è stata lo scorso anno di 41, 3 miliardi all’incirca il 22,2 per cento dell’intera spesa sanitaria del paese. In Liguria l’aumento è stato del 15 per cento in dieci anni. Per l’OMS, l’organizzazione mondiale della sanità, se l’incidenza delle risorse private è superiore al 15 per cento di quelle pubbliche è il segno della crisi dell’equità nell’accesso alle cure. Cresce, sia pure di poco, la speranza di vita, la più alta in Europa, ma si riducono gli anni in buona salute. Anche l’indice di mortalità evitabile, pur inferiore a quello europeo, tende ad innalzarsi e, in particolare, per chi ha bassa istruzione ed è segnato da fragilità economica. Prevale progressivamente una dimensione di salute per censo che rinvia alla multifattorialità delle povertà contemporanee, all’ereditarietà delle fortune e delle sfortune, a un welfare prestazionale che ha perso ogni riferimento alla centralità della persona e ai
diritti di cittadinanza . La stessa discussione pubblica sulla salute appare sempre più circoscritta ai parametri economici e tecnici e assai meno interessata alla domanda di cura. In una progressiva fuoriuscita, per chi può permetterselo, dal perimetro delle politiche pubbliche. Vale per il risanamento ambientale, con il rischio che un’incerta e faticosa transizione ecologica accentui e non riduca le disparità all’interno delle città. Senza tradursi in giustizia sociale ma in un ulteriore arretramento delle periferie e della dipendenza dalle sole logiche di mercato. Le statistiche dei medici ambientali sottolineano tutto questo, tolgono invisibilità a dinamiche sociali destinate, nella cornice di un progressivo svotarsi del welfare famigliare, a dividere sempre di più la città dei ricchi da quella dei poveri. ---End text--- Author: LUCA BORZANI Heading: Highlight: “ I dati epidemiologici elaborati sulle serie storiche della mortalità sottolineano la continuità di una polarizzazione sanitaria tra i quartieri Image: -tit_org- La città diseguale, quando le disparità sociali condizionano anche il diritto alla salute -sec_org-
tp:writer§§ Luca Borzani
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title§§ Ricerca, ilbando Roche vinto dall'Aou cittadina
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Estratto da pag. 53 di "STAMPA ALESSANDRIA" del 18 Jan 2026
pubDate§§ 2026-01-18T05:05:00+00:00
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tp:ocr§§ Alessandria Ricerca, il bando Roche vinto dall’Aou cittadina L’Azienda Ospedaliero-Universitaria di Alessandria si è aggiudicata il bando «Roche per la ricerca clinica» con un progetto di Ematologia candidato dal professor Marco Ladetto e valutato da Fondazione Gimbe. Il finanziamento sostiene lo studio nazionale Fil_Mab, dedicato ai nuovi anticorpi monoclonali per il trattamento del linfoma non-Hodgkin a cellule B, con il coinvolgimento di data manager e infermieri di ricerca. A. PAN. ---End text--- Author: A PAN Heading: Highlight: Image: -tit_org- Ricerca, ilbando Roche vinto dall’Aou cittadina -sec_org-
tp:writer§§ A PAN
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title§§ Farmaci su misura per i pazienti cronici Anche in Italia sempre più "pillole sciolte"
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Estratto da pag. 16 di "AVVENIRE" del 18 Jan 2026
pubDate§§ 2026-01-18T04:40:00+00:00
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category§§ POLITICA SANITARIA
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tp:ocr§§ Farmaci su misura per i pazienti cronici Anche in Italia sempre più “pillole sciolte” P azienti cronici, anziani con una o più patologie, sottoposti a lunghe cure, spesso modificabili, che richiedono l’assunzione di numerosi farmaci: anche più di 10 al giorno, sparsi per la casa in pile di confezioni che si fa fatica persino a distinguere. E il cui ricorso provoca non di rado stress e confusione. Anche in familiari e caregiver. Un disagio che può essere superato con il “deblistering”, ovvero lo sconfezionamento dei vari farmaci che vengono riorganizzati in un “Sistema di dosaggio personalizzato” (Sdp) - cui provvede la farmacia di fiducia -, per semplificare la gestione della terapia, ridurre lo stress legato al timore di commettere errori (duplicazioni e orari sbagliati sono frequenti), promuovere una maggiore autonomia del paziente, alleggerendo anche il carico di lavoro di chi è chiamato ad occuparsene. In sostanza, il farmacista provvede a riconfezionare e a mettere ordine tra i medicinali prescritti al paziente, utilizzando blister personalizzati, con indicazione di giorno e ora di assunzione. A tutto vantaggio anche della sostenibilità del Sistema sanitario, visto che distribuendo solo le dosi necessarie, si abbattono gli sprechi. E ancor più, si argina l’inadempienza terapeutica associata a esiti clinici peggiori, ad un ricorso più frequente alle ospedalizzazioni e a costi sanitari più elevati. È risaputo che, nei Paesi sviluppati, circa il 50% dei pazienti con terapie croniche non segue correttamente il piano terapeutico. In Spagna, dove il Sistema di dosaggio personalizzato è partito oltre 25 anni fa e supporta adesso 450.000 pazienti, è stato dimostrato che, dopo 12 mesi di follow-up, il gruppo di pazienti che lo utilizza mostra un incremento del 21% di aderenza alla terapia. Negli Usa il deblistering è praticato nelle farmacie ospedaliere dal 1960. Anche nel Regno Unito, in Olanda e in Germania l’Sdp è di gran lunga utilizzato. In Australia le macchine automatiche per il deblistering servono sia le farmacie comunitarie, sia quelle ospedaliere. In Svizzera, per evitare sprechi, le farmacie vendono farmaci sfusi, conservando il resto per eventuali utilizzi successivi. E in Italia? Al momento manca una legislazione nazionale. Ma pochi mesi fa il Consiglio di Stato, con un parere che può costituire uno spartiacque, ha chiarito che il deblistering - limitatamente ai farmaci in forma orale e solida, come compresse e capsule - è “un’attività consentita nella farmacia”, che non necessita di autorizzazioni e che rientra nel perimetro professionale del farmacista. Poi, come sempre accade, le Regioni si muovono autonomamente. La Lombardia è stata la prima ad importare un modello utilizzato in Olanda e nei Paesi scandinavi e, dal 2022, ha avviato una sperimentazione su base volontaria: in questo caso le farmacie ricevono un compenso dai cittadini. La Regione rivolge il servizio anche ai pazienti di Rsa e alle strutture sanitarie pubbliche e private. Oltre alla Lombardia, anche il Veneto, l’Umbria e, a seguire, altre Regioni hanno definito delle regole. L’Umbria ha introdotto la pratica come parte del programma “Farmacia dei servizi” e rimborsa il servizio per ogni confezionamento personalizzato delle farmacie, che sono destinate ad avere un ruolo sempre più centrale nella terapia dei pazienti cronici e in politerapia, con una interazione con i medici di famiglia destinata a crescere. Così come è destinata a crescere la platea delle famiglie italiane che ricorrerà al servizio, come afferma Luca Leban, amministratore unico dell’azienda “Innova365”, che ha ideato il “Progetto Aderenza, sistema di dosaggio personalizzato”, in sinergia con operatori internazionali come Venalink e TiMedi: «Tutto è nato nel 2018 – dice Leban -: soffrivo nel vedere mio nonno allettato a casa a causa dell’Alzheimer, e assistito da una badante 24 ore su 24. Doveva assumere 13 farmaci al giorno. Ho scoperto che in Inghilterra alcune farmacie offrivano un servizio di riconfezionamento dei farmaci in blister. Dopo un nuovo ricovero
di mio nonno a causa di “errate o mancate assunzioni delle pillole previste da piano terapeutico”, chiesi alla mia farmacista di fiducia di seguire il modello inglese». Da allora, «la situazione migliorò notevolmente e per due anni mio nonno non ha più avuto bisogno dell’ospedale. Avevo inoltre reso la vita molto più semplice a chi si occupava di lui». Da qui l’idea progettuale che sta prendendo piede: «Teniamo all’eticità del servizio – riprende Leban –. Vogliamo dare la possibilità a tutte le farmacie, in base al bacino di utenza e alle possibilità economiche, di dotarsi delle tecnologie per lo sconfezionamento e il riconfezionamento in dose unitarie». I margini di crescita sono enormi, visto che oggi in Italia solo poche migliaia di pazienti accedono a questo servizio. «Non è una semplice questione di business – osserva Leban -. Chi accede al deblistering ha una qualità della vita migliore, se pensiamo che un paziente su due non prende i farmaci nel modo corretto. E in Italia ci sono 14 milioni di politrattati cronici…». La politica pare interessata ad accorciare i tempi: «Il ministero della Salute – conclude Leban - sta lavorando ad una normativa dedicata che spero possa vedere la luce già in primavera». ---End text--- Author: VITO SALINARO Heading: Highlight: SANITÀ Sconfezionamento dei medicinali prescritti e dosaggio personalizzato con ora e giorno di assunzione: così il farmacista contribuisce ad abbattere gli sprechi e a semplificare la gestione della terapia Image:La Lombardia è stata la prima a utilizzare un modello già impiegato in Nord Europa che prevede lo sconfezionamento dei farmaci -tit_org- Farmaci su misura per i pazienti cronici Anche in Italia sempre più “pillole sciolte” -sec_org-
tp:writer§§ VITO SALINARO
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title§§ Le ragioni all'origine della crisi degli infermieri
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Estratto da pag. 8 di "CORRIERE SALUTE" del 18 Jan 2026
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category§§ POLITICA SANITARIA
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tp:ocr§§ Le ragioni all’origine della crisi degli infermieri Lacarenzadipersonalecontinuaadaggravarsiannodopoanno Aumentailricorsoa«gettonisti»ealavoratoridall’estero Iproblemistrutturaliedeconomiciall’originedelmalessere S i sa da tempo: negli ospedali italiani mancano almeno 60mila infermieri, secondo stime della Corte dei Conti. In media, ci sono 4,64 unità ogni mille abitanti, ben al di sotto degli altri Paesi europei. Un rapporto ancora più basso in Regioni quali Lombardia, Campania e Sicilia, come rileva lo studio di Agenas-Agenzia nazionale per i servizi sanitari regionali sul personale del Servizio sanitario nazionale, pubblicato a settembre 2025 (dati riferiti al 2023). La carenza di infermieri è una questione annosa, esplosa con l’emergenza Covid: unita all’impossibilità per le Regioni, negli anni passati, di superare i tetti di spesa per il personale dipendente, ha alimentato il fenomeno dei cosiddetti «gettonisti», professionisti reclutati anche all’estero tramite società di somministrazione del lavoro e cooperative, che di solito li pagano per i turni che svolgono. Mancano stime ufficiali sugli infermieri che lavorano «a gettone»; si sa, però, che la tendenza a utilizzarli è in crescita anche nel 2024: l’Autorità Nazionale Anticorruzione (Anac), analizzando la spesa di Asl e ospedali per il ricorso all’esternalizzazione di personale medico e infermieristico nel Ssn, registra un aumento del valore di contratti e accordi stipulati, nonostante la fine della pandemia e una legge del 2023 che stabilisce l’uso dei «gettonisti» solo come extrema ratio (si veda box in alto). Gli infermieri a gettone sono reclutati soprattutto in Regione Lombardia, seguita da Abruzzo e Piemonte. Intanto, continua la fuga degli infermieri dal Servizio Sanitario Nazionale e ogni anno perdiamo migliaia di professionisti. Solo nel triennio 2020-22 si sono dimessi volontariamente quasi 17mila dipendenti, secondo i dati del ministero della Salute. I motivi? Diversi. Sfiancati da oltre due anni di pandemia, pur essendo già pochi in corsia devono sostenere carichi di lavoro gravosi per la carenza di organici, per esempio facendo turni straordinari per riempire buchi, anche di notte e nei festivi. E cresce il burnout, stato di «esaurimento» dovuto allo stress da lavoro. Non aiuta il clima sempre più conflittuale nell’ambiente di lavoro dovuto all’aumento delle aggressioni verbali e anche fisiche. Quanto agli stipendi, restano tra i più bassi in Europa. «Siamo pagati in media il 20% in meno rispetto agli altri Paesi europei, come rileva il rapporto Health at a Glance 2025 (Ocse)» dice Andrea Bottega, segretario nazionale di Nursind, il principale sindacato degli infermieri. «Se si vuole rendere più attrattiva la professione per mantenere vivo il sistema sanitario pubblico è necessario investire sugli infermieri italiani, a partire dalla remunerazione, senza trascurare carriera e conciliazione dei tempi di vita e lavoro». Tra quelli che lasciano il Servizio sanitario c’è chi preferisce andare a lavorare all’estero, dove condizioni salariali e organizzative sono più vantaggiose; c’è, poi, chi sceglie di lavorare nel privato, attratto da remunerazioni più elevate riconosciute per le prestazioni interinali o anche, a parità di condizioni economiche, per riuscire a conciliare lavoro e vita privata. Le previsioni per il futuro non sono incoraggianti: in uno scenario demografico segnato dal progressivo invecchiamento della popolazione, nel prossimo decennio è previsto un drastico calo di personale, senza un adeguato ricambio generazionale. Secondo i calcoli di Agenas, tra il 2026 e il 2035 almeno 78mila infermieri dipendenti del Ssn raggiungeranno l’età pensionabile. I nuovi laureati potrebbero non bastare per compensare le uscite: nel 2022 si sono laureati solo 16,4 infermieri ogni 100mila abitanti. E la professione non attrae più i giovani: da qualche anno, rileva Agenas, c’è una progressiva riduzione delle domande di iscrizione ai corsi di laurea in Scienze Infermieristiche, nonostante l’aumento del numero di posti a bando. Nel 2024, i
candidati sono stati appena sufficienti a coprire i posti disponibili. Nel frattempo, per far fronte alla carenza, spesso si ricorre a infermieri provenienti dall’estero. Durante l’emergenza Covid sono state introdotte deroghe per il riconoscimento delle qualifiche sanitarie estere: basta dimostrare l’iscrizione all’albo dello Stato di provenienza o di aver conseguito la qualifica professionale; ma non tutti hanno il nostro percorso formativo universitario. Grazie a queste misure, le Regioni hanno potuto reclutare professionisti di Paesi dell’Unione Europea ed extra-UE; e possono ancora farlo poiché la deroga, con la Legge di Bilancio 2026, è stata ulteriormente prorogata fino al 31 dicembre 2029. «Il problema della carenza non si risolve con interventi tampone né prorogando all’infinito l’esercizio della professione in deroga, per chi arriva dall’estero e non transita attraverso gli Ordini del territorio» sottolinea Barbara Mangiacavalli, presidente Fnopi, Federazione nazionale degli ordini delle professioni infermieristiche. «Da Ente sussidiario dello Stato chiediamo il rispetto dei requisiti formativi e la verifica delle competenze». Oggi in Italia sono quasi 20 mila gli infermieri «non certificati», secondo le stime di Fnopi, che chiede di istituire elenchi speciali per infermieri in arrivo da altri Paesi al fine di garantire conoscenza della lingua, verifica di competenze e requisiti formativi, indice di qualità dell’assistenza. E poi, conclude Mangiacavalli, occorre «valorizzare gli infermieri che esercitano in Italia» pure con «strumenti che favoriscano il rientro di professionisti che hanno lasciato il Paese, migliorando le condizioni lavorative ed economiche». ---End text--- Author: Maria Giovanna Faiella Heading: Highlight: Secondo stime della Corte dei Conti nel nostro Paese la carenza è di almeno 60 mila In media abbiamo 4,64 unità ogni mille abitanti. Ancora meno in Lombardia, Campania e Sicilia Image: -tit_org- Le ragioni all'origine della crisi degli infermieri -sec_org-
tp:writer§§ Maria Giovanna Faiella
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§---§
title§§ Il ministro Schillaci <
Estratto da pag. 13 di "VERITÀ" del 18 Jan 2026 Il ministro prova ad assolversi sul «Corriere», ma conferma che senza «certa stampa» dormirebbe ancora: «Io non ho poteri»
pubDate§§ 2026-01-18T04:44:00+00:00
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tp:ocr§§ Il ministro Schillaci «scopre» le truffe sulle liste d’attesa però se ne lava le mani MARIO GIORDANO a pagina 13 Schillaci si accorge delle liste d’attesa truccate e ammette di essere inutile Il ministro prova ad assolversi sul «Corriere», ma conferma che senza «certa stampa» dormirebbe ancora: «Io non ho poteri» n Caro Ora zio S ch i l l ac i , caro ministro della Salute, sono felice che si sia accorto che «chi trucca le liste d’attesa è indegno». Ci ha messo un po’ di tempo, ma evidentemente, con la dovuta calma, ci è arrivato anche lei. E sono contento pure che l’abbia fatto sapere tramite un’intervista al Corriere della Sera, riferendosi genericamente a «inchieste giornalistiche» e a «certa stampa». Quando parliamo con qualcuno noi, in genere, siamo abituati a guardarlo in faccia, e magari anche a chiamarlo per nome. Ma evidentemente quando si diventa ministri si preferiscono i messaggi trasversali. Detti anche pizzini. Comunque, per chiarezza, l’inchiesta giornalistica sulle visite farlocche l’ha fatta Fuori dal Coro e l’ha rilanciata nei giorni scorsi La Verità. Cosa, quest’ultima, che l’ha destata dal suo lungo torpore. Così ha rilasciato un’intervista al Corriere per dire che «fa male apprendere da inchieste giornalistiche che ci sono amministratori così indegni da permettere la manipolazione dei dati per sembrare virtuosi a scapito di chi soffre». Pofferbacco, che sorpresa: vero signor ministro? Noi siamo lieti di averle fatto scoprire che esistono svariate Asl dove vengono registrate finte prime visite, mai comunicate ai pazienti, per taroccare report e statistiche. Una vera e propria truffa ai danni dei malati escogitata per aggirare le leggi e incassare premi di risultato. La domanda è: perché non se n’è accorto lei? Che aveva di più importante da fare? Nominare il Parisi sbagliato? Sciogliere la commissione sui vaccini? Tenere fuori dalla porta le vittime degli effetti avversi? Lei dice: «Fa male apprendere da inchieste giornalistiche». A noi fa male apprendere che il ministro apprenda dalle inchieste giornalistiche. A noi, cioè, fa male sapere che il ministro non si accorge di ciò che avviene sotto in suoi occhi e sulla pelle dei cittadini. Per altro, il primo servizio di Fuori dal Coro su questo argomento è di novembre: com’è che lei «apprende» solo adesso? Ce l’ha un ufficio stampa? Qualcuno che le vuol bene e le segnali notizie che la possono interessare? Sinceramente non riesco a capire come possa esserle sfuggito uno scandalo del genere: sono mesi che si fa bello con la «piattaforma nazionale», il «monitoraggio», i sistemi di controllo e di vigilanza. E poi non s’accorge che le Asl truffano i malati? E allora a che servono tutte queste piattaforme di monitoraggio? Che diavolo monitorano? «Ora siamo più consapevoli di come avvenga la gestione regionale delle liste d’attesa», festeggia tutto tronfio al Corriere. E meno male che ora siete più consapevoli. Altrimenti che succedeva? Se non eravate consapevoli, dico: cosa poteva ancora capitare? Le confesso: dopo aver letto questa intervista ho il vago sospetto che la piattaforma, il monitoraggio, il sistema «chiaro e nazionale» per tenere sotto controllo le liste d’attesa non servano a una beata mazza. Ma, tranquillo, non è un problema: tanto, caro ministro, non può fare nulla. È lei stesso a dirlo, per cercare di giustificare il suo letargo istituzionale: «Il ministro della Salute non ha alcun potere di intervento sui manager delle aziende sanitarie», dice. In pratica, un’ammissione di assoluta impotenza. Una dichiarazione di inutilità. Una resa. A questo punto resta solo un dubbio: che ci sta ancora a fare al ministero? Se «non ha alcun potere di intervento» come passa le sue giornate? Gioca a briscola? A tresette? Fa il solitario in attesa di incassare lo stipendio? A noi avevano insegnato, e l’esperienza ci insegna, che il ministero ha poteri commissariali e ispettivi nei confronti delle Asl. Ma probabilmente sbagliamo. Nel caso, però, le vorremmo domandare, caro ministro, perché si affanna a strombazzare quanto vi impegnate per control
lare e monitorare? «Osserviamo costantemente», ripete anche al Corriere. E poi «non manchiamo di vigilare». E poi ancora: «Chiediamo conto». Ma che siete? I guardiani del faro? Gli umarell governativi? A che serve «osservare», «vigilare» e «chiedere conto» se poi ammette che non può fare nulla? Lei dice che «certa stampa» (grazie per il soprannome) vi «accusa di colpe» che non avete e promette «alla prossima occasione» di regalarci «qualche copia del Titolo V della Costituzione». Veniamo volentieri a ritirare l’omaggio, caro ministro. Ma solo se lei nel frattempo accetta il nostro: l’articolo 32 della Costituzione. Quello del diritto alla salute che lei calpesta ogni giorno. ---End text--- Author: MARIO GIORDANO Heading: Highlight: Image:IMBARAZZO In alto, le parole di Orazio Schillaci al Corriere. A sinistra, La Verità del 16 gennaio -tit_org- Il ministro Schillaci
tp:writer§§ MARIO GIORDANO
guid§§ http://gimbe.telpress.it/news/2026/01/18/2026011802029403359.PDF
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