title§§ Assistenza non solo sanitaria agli anziani una buona notizia nella legge di bilancio link§§ http://gimbe.telpress.it/news/2025/12/27/2025122701714804246.PDF description§§

Estratto da pag. 10 di "AVVENIRE" del 27 Dec 2025

pubDate§§ 2025-12-27T04:38:00+00:00 arguments§§ http://gimbe.telpress.it/news/2025/12/27/2025122701714804246.PDF category§§ POLITICA SANITARIA subcategory§§ {'domain': ''} source§§ {'href': 'http://gimbe.telpress.it/news/2025/12/27/2025122701714804246.PDF', 'title': 'AVVENIRE'} tp:url§§ tp:attach_fn§§ http://gimbe.telpress.it/news/2025/12/27/2025122701714804246.PDF tp:ocr§§ ASSISTENZA NON SOLO SANITARIA AGLI ANZIANI UNA BUONA NOTIZIA NELLA LEGGE DI BILANCIO N el mese scorso il dibattito pubblico e mediatico in merito alla assistenza agli anziani si è concentrato su due grandi temi: legge 33/2023 con l’idea di una riforma “tradita”, formalmente in vigore ma di fatto sottofinanziata e svuotata dai decreti attuativi, e crisi strutturale delle Rsa che continua a esprimersi come una continua richiesta di adeguamenti tariffari, di lamentele per la mancanza di fondi adeguati e via dicendo. A ben vedere, un filo unisce il dibattito sui due problemi e cioè la mancata allocazione di risorse dedicate, ovvero la domanda di dotare finalmente la riforma dei fondi necessari alla sua piena attuazione. Sebbene condivida in una certa misura queste preoccupazioni, devo dire che continuo ad essere molto più preoccupato della mancanza di partecipazione di quasi tutti gli attori in campo nella costruzione concreta di un nuovo progetto assistenziale. La dilazione temporale della riforma viene letta come un modo per rinviare l’impatto finanziario delle riforme più costose (nuova domiciliarità, integrazione sociosanitaria, prestazioni aggiuntive), con il rischio che l’attuazione vera dipenda di volta in volta dalle leggi di bilancio annuali. Ma siamo sicuri che il problema sia realmente questo, ossia solo economico? No. Io vedo piuttosto il rischio di versare acqua in un secchio bucato e tanti che continuano a reclamare a gran voce di versare altra acqua. Non mi pare sia questa la soluzione. Per le Rsa, l’ho già detto più volte, si deve ripensare il modello, perché quello attuale non è più sostenibile, oltre ad avere le controindicazioni di tutte le istituzionalizzazioni che sradicano e non risolvono. Ospitare circa 300mila anziani in Rsa costa alle Regioni, ai Comuni e ai cittadini una cifra superiore ai 10 miliardi annui e si lasciano senza nulla i 2,8 milioni di “over 75” con problemi severi di capacità motorie, con povertà e comorbidità, che vivono ancora a casa. Per questi si spendono meno di 2 (due) miliardi di assistenza domiciliare. Dobbiamo cambiare paradigma. Quindi pensare ai fragili, prevenire, sviluppare un modello di assistenza veramente integrato, tale da coinvolgere salute, sociale e assistenziale in una unica valutazione e risposta, sviluppando un continuum di servizi territoriali e domiciliari attuati come vera presa in carico e non pura prestazione occasionale. Vanno ripensati anche gli ospedali perché trascendano i loro perimetri edilizi e seguano le persone a casa, in una nuova mobilità e con la adozione di strumenti di medicina digitale. Certo, la Legge 33 che riorganizza l’assistenza agli anziani rappresenta una sfida enorme, più che sul piano economico, su quello culturale, organizzativo, di comunicazione e integrazione di servizi! È ovvio che servono i fondi. Ma occorre, insieme, un progetto con implementazioni mirate che va verificato, valutato, raffinato e formalizzato. C’è bisogno delle sperimentazioni per avviare questo processo nelle realtà locali, costruendo procedure, avviando dialoghi tra istituzioni e cittadini, sconfiggendo le resistenze degli apparati, che non mancano certo. Questo progetto deve fare i conti inoltre con altre restrizioni: la carenza di infermieri, di Oss, di personale dedicato alla cura di livello più basso ma comunque formato e addestrato. Per di più, oltre la mancanza di professionisti, assistiamo ad una vera fuga dalla cura. Dobbiamo sforzarci di ricomprendere che la cura dell’altro è parte della nostra esistenza e dobbiamo renderla accettabile, sostenibile. Il grande tema dei caregiver richiede formazione nel loro diritto/dovere di assistere i congiunti. Aggiungo un ulteriore tema a questa complessità: quello delle aree interne, il 60% della superficie del nostro paese, con migliaia di piccoli comuni, oltre 14 milioni di persone e quasi 2,5 milioni di anziani. Come assistere in questa Italia dispersa su tanto territorio, isolata, priva di servizi? Insomma, il quadro prevalente è quello di un Paese che aumenta lentamente la spesa sanitaria ma con poco costrutto perché manca una via per la implementazione della bella legge che è la 33. E saluto con soddisfazione l’approvazione nella legge di Bilancio dell’emendamento presentato dalla Lega nella persona del capogruppo Romeo, con il quale si estende l’approccio sperimentale a tutte le fattispecie del decreto attuativo 29/2024 e cioè all’assistenza domiciliare integrata sociale e sanitaria, ai centri diurni, alle Rsa, alle reti di monitoraggio agli over 80, al “cohousing” e alle interazioni con gli ospedali. All’emendamento viene data una specifica copertura per il 2026 e il 2027 con uno stanziamento di 100 milioni annui. Questo finanziamento segue a breve distanza quello del bando dedicato alla telemedicina per i grandi anziani assistiti a casa con altri 150 milioni. Si dirà: è troppo poco e troppo tardi. Per parte mia preferisco preoccuparmi che queste risorse siano spese bene in modo da dimostrare che la strada intrapresa non è solo la più umana e giusta, ma che è anche sostenibile e non, insomma, un ennesimo secchio bucato. Mi sembra la buona notizia del Natale per i nostri anziani, un varco che si apre finalmente e ci permetterà di rendere concreti i sogni della legge 33. Arcivescovo, presidente emerito della Pontificia Accademia per la vita VINCENZO PAGLIA ---End text--- Author: VINCENZO PAGLIA Heading: Highlight: Image: -tit_org- Assistenza non solo sanitaria agli anziani una buona notizia nella legge di bilancio -sec_org- tp:writer§§ Vincenzo Paglia guid§§ http://gimbe.telpress.it/news/2025/12/27/2025122701714804246.PDF §---§ title§§ Essere un medico o fare il medico Cos'è il lavoro? = Essere un medico o fare il medico Il lavoro è vocazione o professione? link§§ http://gimbe.telpress.it/news/2025/12/27/2025122701713804248.PDF description§§

Estratto da pag. 17 di "AVVENIRE" del 27 Dec 2025

pubDate§§ 2025-12-27T04:38:00+00:00 arguments§§ http://gimbe.telpress.it/news/2025/12/27/2025122701713804248.PDF category§§ POLITICA SANITARIA subcategory§§ {'domain': ''} source§§ {'href': 'http://gimbe.telpress.it/news/2025/12/27/2025122701713804248.PDF', 'title': 'AVVENIRE'} tp:url§§ tp:attach_fn§§ http://gimbe.telpress.it/news/2025/12/27/2025122701713804248.PDF tp:ocr§§ Essere un medico o fare il medico Cos’è il lavoro? Essere un medico o fare il medico Il lavoro è vocazione o professione? RO Lo sguardo delle nuove generazioni sul senso dell’identità personale e sul ruolo sociale da svolgere Molti giovani rifiutano l’idea di essere identificati con il mestiere che fanno, ingabbiati in uno schema. Sembra una prospettiva liberante. Eppure qualcosa lascia perplessi. Perchéogni impiego può essere vissuto solo come guadagno e carriera o come dono di sé, come contributo al prossimo e al mondo. A pagina 17 Q ualche tempo fa, a un convegno, ascoltai con grande interesse una ragazza di vent’anni che raccontava di sé. Si discuteva di come i giovani vedessero il futuro e lei, brillante studentessa di medicina, disse una frase che mi colpì molto: «Io non voglio essere un medico, io voglio fare il medico». Spiegò molto chiaramente cosa intendesse: lei non intendeva identificarsi con il suo lavoro. Vedeva il suo lavoro, per quanto utile agli altri, come una parte della sua persona, della sua identità, che era molto di più della sua professione futura. «Io sono me stessa, la mia identità non si può racchiudere in una attività. Io farò il medico e questa sarà una delle mie tante attività. Un’attività a cui desidero dedicare una parte importante del mio tempo, ma nella vita voglio fare molto altro». Capii perfettamente cosa intendeva: desiderava sentirsi libera, non essere incasellata in un ruolo sociale. Avrebbe fatto il medico, avrebbe viaggiato, si sarebbe dedicata a uno sport o a una passione: in tutte queste cose, senza una gerarchia necessaria, lei avrebbe espresso sé stessa, la propria identità. Q uesta prospettiva mi affascinò e al tempo stesso mi lasciò perplesso. Io, nato nel 1981, ho vissuto a lungo in un tempo in cui la professione definiva il ruolo sociale e la persona. Nella mia città c’erano il farmacista, il bancario, l’operatore ecologico, il barista, il fruttivendolo. Da bambino vedevo la società come un alveare, dove ognuno aveva un ruolo e contribuiva così al funzionamento dell’intera organizzazione. La visione di quella ragazza mi sembrò per molti aspetti liberante: nessuno deve essere ridotto al proprio mestiere, nessuno deve essere ingabbiato in uno schema, ogni persona ha diritto di esprimere la propria unicità. Pensai alle storie raccontatemi da molti ex allievi: tanti di loro hanno cambiato con disinvoltura indirizzi accademici, lavori, luoghi di vita, anche nel giro di pochissimi anni. Il mito della stabilità fa ormai parte del passato: si cambia continuamente, ci si evolve. La vita non è un alveare in cui inserirsi, è un mare sconfinato sul quale viaggiare, affrontando ogni onda in modo sempre diverso. E ppure c’era qualcosa che mi lasciava perplesso nella visione di quella ragazza, qualcosa in cui non mi ritrovavo. Io non direi semplicemente che faccio l’insegnante, direi che sono un insegnante. L’insegnamento fa parte della mia essenza: il contributo che do al mondo attraverso la mia professione fa parte di me, del mio modo di essere. Ne parlai la scorsa estate con un gruppetto di amici, durante un’escursione in montagna. Tra loro c’era una ex allieva, ora prof di lettere come me. Nata negli anni novanta, docente appassionata alle scuole medie, disse così: «Io sono un insegnante e sono molto felice di esserlo. L’insegnamento è parte fondamentale della mia identità. Senza l’insegnamento non sarei chi sono. Insegnare dà senso alla mia vita». Discutemmo a lungo di ciò anche con gli altri presenti e venne fuori la questione di cui spesso si discute: l’insegnamento è una vocazione o è una professione? La mia ex allieva e ora collega non aveva dubbi: per lei l’insegnamento era sicuramente una vocazione. Mi raccontò però di alcuni colleghi che, di fronte a questa sua affermazione, erano insorti: «Sempre la solita Ogni impieg storia». le avevano detto, «con la scusa vissuto solo co della vocazione il e come carrier nostro lavoro viene e in questo cas sminuito. Siamo di egoismo. sottovalutati, sottopagati, umiliati con essere int stipendi da fame. pr ima di tutt Ma tanto, ci dicono, di sé, come insegnare è una voal prossimo cazione! Basta! Siamo professionisti come gli altri! Gli insegnanti che parlano di vocazione danneggiano la loro stessa categoria!». L a mia ex allieva naturalmente non condivideva questo discorso: la doverosa battaglia per avere diritti e salari più adeguati nulla ha a che vedere con la vocazione, cioè la motivazione, la spinta esistenziale che porta a impegnarsi in un determinato campo. La vocazione è una chiamata, l’attrazione a partecipare a qualcosa di grande. La vocazione ha a che fare col dono di sé, ma non è sinonimo di gratuità dal punto di vista economico. Non è per forza una forma di volontariato senza retribuzione. Il giusto salario è una forma di rispetto della dignità go può essere delle persone: seome guadagno guire la propria vocazione non signifira a ogni costo, ca rinunciare alla so è una forma propria dignità. Un Oppure può altro amico presente alla discussione, terpretato anche lui insegnano come dono te alle medie, allarcontributo gò il discorso su coo e al mondo me molti dei suoi allievi vedevano il proprio futuro lavorativo: «In tanti non partono da ciò che desiderano fare, ma da quanto possono guadagnare. Vogliono fare i soldi, in qualsiasi modo. Una mia studentessa mi ha detto apertamente che a lei andrebbe benissimo fare la mantenuta». N on si può pretendere che un dodicenne abbia già le idee chiare: a quell’età spesso si tende a essere provocatori. Questa affermazione però poneva una nuova questione: cos’è il lavoro? È prima di tutto uno strumento per fare soldi o è prima di tutto il contributo che noi diamo al mondo intorno a noi? Ricordai le parole che, mesi prima, avevo ascoltato durante la presentazione di un libro da un famosissimo scrittore: «Conosco persone che guadagnano ventimila euro al mese e piangono tutte le mattine perché non vogliono andare al lavoro, perché non amano ciò che fanno». Eppure c’è chi punta a guadagnare tantissimo, il più velocemente possibile, per poi smettere di lavorare per sempre. Una posizione non molto diversa da quella, provocatoria, di quella ragazza delle medie. «Il problema», intervenne saggiamente un’altra persona presente alla discussione durante quella gita in montagna, «è che quando fai un lavoro di cui non vedi il senso, che non ti appassiona, ti rovini la vita. È un’esperienza terribile». È vero. Noi esseri umani siamo affamati di senso: impiegare il nostro tempo per qualcosa che percepiamo come vuoto, per quanto remunerativo, avvelena l’anima, rende nervosi e insoddisfatti. La mia ex allieva raccontò di una sua studentessa che aveva il grande sogno di viaggiare. «Io voglio i soldi per viaggiare, punto. Del resto non mi importa nulla». Lei, la prof, iniziò un lungo dialogo con quella ragazza. Provò a farla riflettere e ci riuscì: la ragazza arrivò alla conclusione che poteva fare la guida turistica o lavorare in un’agenzia di viaggi. Così avrebbe potuto coronare il suo sogno di viaggiare e allo stesso tempo avrebbe potuto accompagnare altri alla scoperta del mondo. La sua passione sarebbe stata in qualche modo condivisa. Trovai questo esempio molto illuminante. Forse, più che chiedersi se l’insegnamento sia un lavoro o una vocazione, varrebbe la pena riscoprire la dimensione di vocazione che è presente in ogni lavoro. Ogni lavoro può essere vissuto solo come guadagno e come carriera ad ogni costo, anche a prezzo della sopraffazione di altri, e in questo caso è solo una forma di egoismo più o meno raffinata. Ma ogni lavoro può anche essere vissuto prima di tutto come dono di sé, come contributo al prossimo e al mondo intorno a noi, e in questo caso si vive nello stile della vocazione. E forse, dato che nessuna persona è un’isola e che nessuno si salva da solo, la vita come vocazione è la strada per essere soddisfatti, compiuti, realizzati. È lo splendido paradosso del nostro essere umani: possiamo essere felici solo se usciamo da noi stessi, se accogliamo gli altri, se abbiamo il coraggio di decentrarci. Insegnante e scrittore ---End text--- Author: MARCO ERBA He ading: RO Lo sguardo delle nuove generazioni sul senso dell’identità personale e sul ruolo sociale da svolgere Highlight: Molti giovani rifiutano l’idea di essere ridotti solo al mestiere che esercitano, ingabbiati in uno schema. Sembra una prospettiva liberante. Eppure qualcosa lascia perplessi Ogni impiego può essere vissuto solo come guadagno e come carriera a ogni costo, e in questo caso è una forma di egoismo. Oppure può essere interpretato prima di tutto come dono di sé, come contributo al prossimo e al mondo Image:Bisognerebbe riscoprire la dimensione di vocazione che è presente in ogni lavoro /Icp -tit_org- Essere un medico o fare il medico Cos’è il lavoro? Essere un medico o fare il medico Il lavoro è vocazione o professione? -sec_org- tp:writer§§ MARCO ERBA guid§§ http://gimbe.telpress.it/news/2025/12/27/2025122701713804248.PDF §---§ title§§ Pronto soccorso ko Lasciati senza cure milioni di italiani = Divieto di pronto soccorso In milioni lasciati senza cure link§§ http://gimbe.telpress.it/news/2025/12/27/2025122701714004254.PDF description§§

Estratto da pag. 9 di "DOMANI" del 27 Dec 2025

Pronto s SOCCOrSO oko Lasciati senza cure milioni di italiani

pubDate§§ 2025-12-27T04:38:00+00:00 arguments§§ http://gimbe.telpress.it/news/2025/12/27/2025122701714004254.PDF category§§ POLITICA SANITARIA subcategory§§ {'domain': ''} source§§ {'href': 'http://gimbe.telpress.it/news/2025/12/27/2025122701714004254.PDF', 'title': 'DOMANI'} tp:url§§ tp:attach_fn§§ http://gimbe.telpress.it/news/2025/12/27/2025122701714004254.PDF tp:ocr§§ INCHIESTA SULLA CRISI DELLA SANITÀ Pronto soccorso ko milioni di italiani FEDERICA PENNELLI a pagina 9 In tutta Italia mancano medici di hase, le patologie croniche non sono seguite, ¡e Uste d'attesa infinite •"C TO AN SA PRIMA PUNTATA DELLA NOSTRA INCHIESTA SULLA SANITÀ ITALIANA Divieto di pronto soccorso In milioni lasciati senza ñ õ ç In tutta Italia mancano medici di base, le patologie croniche non sono seguite, le liste d'attesa infini Bologna, Roma, Palermo: i pazienti lasciati soli. I presidi d'emergenza sono diventati luoghi di ascol FEDERICA PENNELLI Si discute molto di accessi impropri ai pronto soccorso (ps) delle nostre dttà-Spesso si colpevolizzano cittadini e cittadine, indicandoli come responsabili di accessi con codia non gravi in un luogo deputato alla mediana d'urgenza. Ma è una leggerezza delle persone che porta i presidi dell'emergenza a intasarsi? La risposta è no e, come spesso accade, bisogna cercare la complessità dietro dichiarazioni semplicistiche e dati parziali. «Fermo restando che nella serie storica degli anni 2021/2024 non si rilevano particolari cambiamenti nella proporzione di codici bianchi sul totale degli accessi in pronto soccorso — afferma la dottoressa Maria Pia Randazzo, che dirige l'Uffido statìstica e nussi informativi dell'Agenzia regionale per i servizi salutari regionali (Agenas) — declinare tale dato a livello regionale può comportare errori di valutazione se non si tiene in debita considerazione le scelte organizzative e procedurali che influenzano le dinamichedegli accessi a bassa complessità dei sistemi sanitari regionali». E infatti i problemi ci sono e derivano dalla mancanza di medicina di prossimità: secondo la Federazione italiana medici di medicina generale (Fiming), 5 milioni di persone non hanno medico di base e gli stessi medici sono sempre meno e sempre più oberati. Aquesto si aggiunge il problema delle Case di comunità (Ínaugurateenonfunzionantì), la povertà crescente che porta alla rinuncia alle cure, la migrazione sanitaria, l'invecchiamento della popolazione, l'isolamento sociale e l'aumento di problematiche sodali e psicologiche, un mix pericoloso che comporta, in tutta Italia, un carico di lavoro fortissimo sulle spalle di mediche e medici di Ps. Solitudine e patologie «Arrivano pazienti che non hanno avuto sostegno e monitoraggioconrinuosul territorio, per malattie come ipertensione o diabete, che se scarsamente controllate possono portare a complicazioni importantL Molti pazienti vedono nel Ps una sorta di via d'uscita: cercano di curare la loro patologia ma nel momento in cui, ad esempio, devono fare un esame strumentaleela lista d'attesaèdilanno, allora vedono in noi la scorciatoia per eseguire quell'esame in poco tempo». A parlare è il dottor Valerio Grandis, medico spedalizzando in Medicina d'urgenza/emergenza a Bologna, che racconta di «una grande di sperazione delle persone die si riversano nei Ps e che poi creano sovraffollamento anche nei reparti di medicina interna». Il medico racconta che giorni fa ha seguito un signore di 60 anni, vedovo. Aveva perso il lavoro e si era presentato per un diabete fuori controllo, con conseguenze importanti a livello fisico: "Aveva una neuropatia — quando i nervi periferici dei piedi e delle gambe iniziano a non funzionare più. quindi si perde sensibilità e funzionalità motoria—e non riuscendoadeambulare una delle fíglie lo ha portato in PS. Un classico esempio di mancata presa in carico della mediana territoriale che arriva qui da noi». Grandis ricorda: «Sarebbe dovuto essere preso ßç carico globahnente sul territorio prima di arrivare a questo livello, e invece non è così». L'altro grande problema di cui si parla poco, ma che determina tantissimi accessi al pronto soccorso, sono i problemi sodali: «Solitudine e disagio sodo economico sono un terreno fertile per un connubio di problemi che sfociano anche in patologie importanti». Le persone si ritrovano sole, senza una rete, «e vengono lasdate in ospedale o in reparto perche non hanno altro posto dove andare» . I repartì di lunga degenza, infatti, «sono pieni di persone che a volte non sì riescono a dimettere perché fuori non C'è nulla, e allora bisogna cercare una struttura che li possa assistere, attivando i servizi sodali». Codici o persone «Nessuno vuole fàrelaspedalistìca in mediana di emergenza/urgenza, i concorsi per lavorare da noi in Ps ri mangono vacanti». A parlare è Andrea, medico di un noto pronto soccorso romano e attivista dell'Ambulatorio Popolare Roma Est, per cui utilizziamo un nome di ràntasia perché, per lui e altri colleghi, parlare con la stampa equivale a poter incorrere in pesanti sanzioni lavorative: «C'è una grande pressione e le narrazioni sui Ps vengono fatte sempre da politìd o dai direttori sanitari con velleità carrieristiche». chi parla con la stampa, infatti, viene sospeso e licenziato: «Solo a Roma, negli ultimi tré anni. tré colleghi sono stati puniti per aver pubblicamente parlato dei problemi che si vivevano all'interno dell'ospedale a nome di un sindacato di base». Oltre a questo si aggiunge il tema di un lavoro «usurante e faticoso, con dei livelli di stress insopportabili». Il problema del sovraffollamento dei Ps in Lazio, per Andrea. non è dettato principalmente dall'accesso dei codid non gravi: «È un problema chevalettonel macro problema della carenza della salute territoriale. Io leggo i codia nitido (II nronlo éêæîãêî non gravi codici non ascoltati, con condizioni che non sarebbero d'urgenza ma lo diventano perché nessuno ascolta e prende m carico queste persone » . Ci dovrebbero essere le Case di comunità «ma non ci sono davvero, e molti medici di base lavorano su appuntamenti a lungo termine». Mancano anche i taxi sanitari: «se una persona anziana abita m periferia, deveandaread una visita e non ha familiari che la possano accompagnare, salta la visita», si aggrava e finisce in Ps. C'è poi il dato della prevenzione che latita; le malattie - niche non riescono ad essere prevenute e poi curate adeguatamente, e ciò comporta l'aumento degli accessi: «Una o due persone al giorno arrivano da noi con la necrosi del piede a causa del diabete non curato, nel nostro territorio queste situazioni stanno aumentando vertiginosamente». A questo si aggiungono le lunghe liste d'attesa; «Se una persona attende 1 anno e mezzo per un'operazione all'ernia inguinale, sicuramente farà più accessi da noi» ma anche l'alto tasso di problematiche psichiche e di tossicodipendenza- Cè una popolazione che invecchia e un Ssn che non viene adeguatamente finanziato: «Quotidianamente ascoltiamo storie di figli che non hanno soldi per una badante e portano da noi i genitori con demenza, non hanno altro posto dove andare. Come facciamo a dire che queste persone non ci devono venire se sul territorio nessuno ti aiuta e non hai soldi?». Medicina del territorio II dottor Renato Costa è responsabilesalute della Cgil Sicilia. Durante la pandemia è stato commissario covid per la città metropolitana di Palermo ed è presidente della Rete ambulatori popolari. La sua esperienza gli permette di avere uno sguardo privilegiato rispetto a moiri aspetti legati alla crisi del sistema di salute pubblica - Racconta che la caratteristica del sistema sanitario della regione Sicilia «è avere U medico di medicina generale, poi il vuoto cosmico e poi il pronto soccorso». Ciò significa che «non esiste la medicina del territorio. Non ci sono altri modi per avere prestazioni o essere presi in carico», ci sarebbe bisogno di un "filtro territoriale" che preveda anche l'assistenza domiciliare integrata. «quindi la presa in carico del paziente a casa con la medicina di prossimità, come facevamo durante il Covid, ma da noi questo diritto è negato». In Sicilia, i Ps sono schiacciati da due componenti: «La prima è che almeno il 75 per cento di ñÛ vi accede non ha urgenze indifferibili», in seconda battuta «non si riescono a smaltire i pazienti perché non ci sono abbastanza posti letto; con attese che durano anche 24 ore». Cè poi il tema della povertà sanitaria: se il paziente si reca in . Ps, sa che potrà es sere curato anche se poi non riuscirà a pagare il ricket che gli verrà consegnato a fine prestazione. Costa racconta: «Abbiamo una popolazione povera, che non ha soldi per pagarsi cure private; se non ci fossero gli ambulatori popolari queste persone non saprebbero dove andare. Ci troviamo in una situazione m cui dovremmo aprime altri». Le persone, iniàtti, non riescono più a curarsi, «a pagare il ticket e a superare le liste d'attesa. Cè una crisi sodale. Chi fa loro la spesa? Chi effettua Ü prelievo a domicilio?Qui l ' assistenza domidiiare la fanno gli ambulatori popolari, perché l'alternativa è la delega ai privati con un sistema che va a implodere». (I-contìnua] L'emergenza «Non avendo altri posti dove andare, molti vengono lasciati ¡n ospedale» dinronioso ³àÍàæÛ³æ I - BH J à Spesso si colpevolizzano cittadini e cittadine, indicandoli come responsabili di accessi con codia non gravi FO'C iNSji -tit_org- Pronto soccorso ko Lasciati senza cure milioni di italiani Divieto di pronto soccorso In milioni lasciati senza cure -sec_org- tp:writer§§ FEDERICA PENNELLI guid§§ http://gimbe.telpress.it/news/2025/12/27/2025122701714004254.PDF §---§ title§§ I passi falsi sulla sanità dell'esperimento Todde in Sardegna link§§ http://gimbe.telpress.it/news/2025/12/27/2025122701714104255.PDF description§§

Estratto da pag. 21 di "FOGLIO" del 27 Dec 2025

pubDate§§ 2025-12-27T04:38:00+00:00 arguments§§ http://gimbe.telpress.it/news/2025/12/27/2025122701714104255.PDF category§§ POLITICA SANITARIA subcategory§§ {'domain': ''} source§§ {'href': 'http://gimbe.telpress.it/news/2025/12/27/2025122701714104255.PDF', 'title': 'FOGLIO'} tp:url§§ tp:attach_fn§§ http://gimbe.telpress.it/news/2025/12/27/2025122701714104255.PDF tp:ocr§§ I passi falsi sulla sanità dell’esperimento Todde in Sardegna Roma. La Sardegna è un laboratorio politico a cielo aperto. La prima regione guidata dal M5s, con Alessandra Todde eletta presidente nel febbraio 2024 dopo una campagna elettorale fortemente incentrata sulla sanità, tema storicamente sensibile in un’isola segnata da carenze strutturali, mobilità passiva e profonde disuguaglianze territoriali. A quasi due anni dall’insediamento, il bilancio è fatto di luci e ombre, con segnali incoraggianti accanto a ritardi, scelte controverse e contraddizioni politiche che vanno oltre il solo perimetro sanitario. Partiamo dai dati. Nel 2023, ultimo anno pienamente fotografato dal monitoraggio dei Livelli essenziali di assistenza, solo 13 regioni rispettavano gli standard minimi di cura. Al Sud, appena tre: Puglia, Campania e Sardegna. Un risultato non scontato, che segnala una tenuta complessiva del sistema regionale e una capacità di garantire prestazioni essenziali migliore rispetto ad altri territori meridionali. Il quadro si fa però più complesso se si guardano i numeri più recenti legati all’attuazione del Pnrr, banco di prova decisivo per la sanità territoriale. Su 80 Case della comunità programmate in Sardegna, a settembre 2025 solo 27 risultavano avere almeno un servizio attivo. Nessuna, però, era pienamente operativa con tutti i servizi previsti; zero anche quelle con medici e infermieri già stabilmente presenti. Critico anche il dato sugli ospedali di comunità: appena due dichiarati attivi rispetto ai 34 programmati. Meglio va per le Centrali operative territoriali, 16 funzionanti su 24, ma il quadro complessivo resta quello di un’attuazione a rilento, che rischia di far perdere all’isola un’occasione storica di rafforzamento dell’assistenza di prossimità. A complicare il percorso della giunta Todde sono arrivate due vicende che hanno inciso sull’immagine della giunta in materia di sanità. La prima è la sentenza della Corte costituzionale che ha bocciato due pilastri della legge regionale 8 del 2025, eredità del riassetto voluto dalla giunta Solinas. La Consulta ha dichiarato incostituzionali sia la norma che consentiva ai nuovi direttori generali di sostituire entro 60 giorni i vertici amministrativi e sanitari, sia il commissariamento straordinario di tutte le 13 aziende sanitarie sarde con decadenza automatica dei direttori generali in carica. Una pronuncia netta, che riafferma i principi di imparzialità e buon andamento, ma che costringe la regione a ripensare il percorso di riorganizzazione. Il messaggio della Consulta è chiaro: la competenza concorrente in materia di tutela della salute non consente scorciatoie politiche né azzeramenti generalizzati. Il risultato è che il piano di riordino dovrà essere riscritto, senza il colpo di spugna sui vertici aziendali né commissariamenti di massa. La seconda vicenda è stata ancora più dirompente sul piano politico: la revoca dell’assessore alla Sanità Armando Bartolazzi, oncologo ed ex sottosegretario alla Salute nel primo governo Conte. Un’uscita di scena accompagnata da polemiche. Bartolazzi ha parlato di una sanità regionale in ritardo di 25 anni e di un’occasione persa per la creazione di un Irccs, che – a suo dire – l’isola non avrà più. Todde ha scelto di assumere ad interim la delega alla Sanità, rivendicando una presa diretta sui dossier e promettendo decisioni “chiare, rapide e condivise”. Ha difeso Bartolazzi sul piano umano e professionale, ma di fatto ne ha sancito l’uscita dal ruolo politico: una scelta che la espone in prima persona, senza più alibi. Il contesto, però, va oltre la sanità. La giunta Todde si muove in un quadro di crescenti contraddizioni politiche. La Corte costituzionale ha bocciato anche la legge regionale sulle aree idonee che di fatto bloccava le fonti rinnovabili: un altro colpo a una giunta che aveva fatto dell’opposizione agli impianti una bandiera elettorale, sebbene si dichiari ambientalista e favorevole alla transizione energetica. Ancora più delicata la partita sulla fabbrica di armi RWM nel Sulcis Iglesiente . La vicenda legata all’ampliamento dello stabilimento ha aperto un fronte con il governo nazionale, che minaccia il commissariamento, oltre a tensioni crescenti dentro la maggioranza regionale di centrosinistra. Che il M5s, a livello territoriale, su armi e rinnovabili si muova in direzione opposta rispetto alla linea di Conte dice molto delle difficoltà del partito nel tenere insieme coerenza politica e responsabilità di governo. Giovanni Rodriquez ---End text--- Author: Giovanni Rodriquez Heading: Highlight: Image: -tit_org- I passi falsi sulla sanità dell'esperimento Todde in Sardegna -sec_org- tp:writer§§ Giovanni Rodriquez guid§§ http://gimbe.telpress.it/news/2025/12/27/2025122701714104255.PDF §---§ title§§ Medici introvabili link§§ http://gimbe.telpress.it/news/2025/12/27/2025122701713004256.PDF description§§

Estratto da pag. 17 di "STAMPA" del 27 Dec 2025

pubDate§§ 2025-12-27T04:38:00+00:00 arguments§§ http://gimbe.telpress.it/news/2025/12/27/2025122701713004256.PDF category§§ POLITICA SANITARIA subcategory§§ {'domain': ''} source§§ {'href': 'http://gimbe.telpress.it/news/2025/12/27/2025122701713004256.PDF', 'title': 'STAMPA'} tp:url§§ tp:attach_fn§§ http://gimbe.telpress.it/news/2025/12/27/2025122701713004256.PDF tp:ocr§§ Medici introvabili Il 17% dei posti resta vacante ma la percentuale sale al 47% per i reparti di medicina d’urgenza e al 60% per anatomia patologica In aumento anche chi va via dall’Italia dal 2020 oltre 5 mila professionisti IL DOSSIER PAOLO RUSSO ROMA I concorsi medici che finiscono deserti sono il primo segnale di una fragilità che rischia di trasformare una criticità gestibile in una falla strutturale del Servizio sanitario nazionale. Non si tratta soltanto di graduatorie con pochi idonei o rinunce in ultima battuta: sempre più bandi - soprattutto per Pronto soccorso, anestesia, urgenti e specialità usuranti - non raccolgono candidature sufficienti. È un fenomeno che sta crescendo con l’allentamento delle restrizioni al turnover e che potrebbe aggravare quella carenza di camici bianchi che oggi, pur non essendo ancora allarmante, è già sotto osservazione dai manager sanitari. Nel corso del 2025 su 15.283 posti messi a bando dalle Regioni per varie specialità mediche 2.569, pari a circa il 17%, sono rimasti vacanti. Ma i camici bianchi. Si tengono alla larga soprattutto dai settori nevralgici e al tempo stesso usuranti del nostro sistema sanitario. Nella medicina di emergenza e urgenza, quella che deve cavarsela nel girone dantesco dei pronto soccorso d’Italia, su 976 posti disponibili, solo 537 sono stati assegnati, con circa il 47 % dei posti vacanti. Ma ci si tiene ala larga anche da anatomia patologica, radioterapia e discipline di laboratorio, specialità che i certi casi hanno oltre il 60% di posti non assegnati. In Valle d’Aosta il 56% dei concorsi medici banditi sono andati deserti; al Cardarelli di Napoli un concorso per dirigenti di Pronto soccorso non ha registrato neppure un candidato; in Piemonte bando per cinque Pronto soccorso senza partecipanti; idem per il posto di dirigente del Serd (il servizio per i tossicodipendenti) a Trento e per i due posti da nefrologo alla Asl di Vercelli; a Rovigo nessuno per un posto da anestesista a tempo indeterminato; in diverse Asl del Nord-Ovest i bandi per ginecologia, ortopedia e urologia si chiudono nel nulla. È la punta di un iceberg che gli ospedali già percepiscono sulla loro pelle ogni giorno. Una componente importante è poi la mobilità internazionale. Negli ultimi anni circa mille medici italiani ogni anno hanno richiesto i certificati per trasferirsi e lavorare all’estero, secondo stime della Federazione nazionale degli Ordini dei medici – un numero che è una costante, non un picco episodico. Altre fonti associative parlano di oltre 5.000 medici italiani e 1.000 infermieri che negli ultimi cinque anni hanno presentato richieste di trasferimento fuori dai confini nazionali, con mète che vanno dall’Europa settentrionale agli Emirati Arabi. Una fuga che non è solo statistica, ma impatta sugli organici locali, in particolare nei reparti più stressati e nel territorio. Questa mobilità si somma a un altro problema: l’imbuto formativo. Il numero programmato all’ingresso di Medicina, le lunghe attese per le specializzazioni e la scarsa attrattività di alcune branche rallentano l’ingresso stabile di giovani medici nel mercato del lavoro. Secondo un’indagine del sindacato medico Anaao Assomed, anche molti concorsi di specializzazione restano senza assegnazione: nel 2024 non è stato attribuito il 25% delle borse di specializzazione, mentre per medicina d’emergenza-urgenza è stata assegnata meno di una borsa su tre. Percentuali molto alte di posti non coperti si rilevano per microbiologia, patologia clinica, radiologia, medicina nucleare. Ma a rischiare la desertificazione sono soprattutto gli studi dei medici di famiglia. Nel 2024 su 2.623 borse di studio disponibili, infatti, sono solo 2.240 i candidati che si sono fatti avanti, lasciando vuoto il 15% dei posti disponibili con punte nelle Marche (881 candidati per 155 posti), Toscana (150 presenti per 3200 posti), Veneto (186 aspiranti medici di base per 212 posti disponibili). I numeri raccolti da Istat e Agenas raccontano di una grande fuga dei medici di famiglia, che dagli oltre 46mila del 20 02 ha portato 42.426 medici nel 2019, 41.707 nel 2020, 40.250 l’anno successivo per arrivare da qui al 2025 a contarne solo 36.628, qualcosa come diecimila in meno in 12 anni, durante i quali la popolazione sarà pure leggermente diminuita ma è anche invecchiata. E sono proprio gli anziani a fare più spesso visita agli ambulatori dei camici bianchi sul territorio. Il problema è che già oggi la maggior parte di loro ha oltre 25 anni di servizio e il ricambio generazionale non è in vista all’orizzonte. Anzi, secondo l’Enpam, l’ente previdenziale dei dottori, i giovani formati da qui al 2031 copriranno solo la metà dei 20mila medici di famiglia destinati ad andare in pensione, visto che oltre il 50% di loro ha già più di 60 anni. In questo contesto la sfida è doppia. Da un lato c’è la gestione del turnover e delle pensioni di massa che si avvicinano - nel 2022, un quarto dei medici di famiglia e ospedalieri aveva già superato i 60 anni - con prospettive di uscite significative nei prossimi dieci anni. Dall’altro c’è la capacità di attrarre e trattenere professionisti sanitari qualificati, in un mercato europeo dove la domanda è diffusa e i salari e le condizioni di lavoro spesso più vantaggiosi. Senza contromosse valide non solo quella infermieristica, ma anche l’emergenza medica è destinata ad esplodere. — ---End text--- Author: PAOLO RUSSO Heading: Highlight: Dopo i pensionamenti nel 2031 mancheranno anche diecimila dottori di base In Valle d’Aosta a vuoto il 56% dei concorsi in Piemonte snobbati i Pronto soccorso Image:COSÌ IN ITALIA 15.283 I posti per medici messi a bando dalle Regioni nel 2025 2.569 (17%) sono rimasti vuoti 47% I posti non assegnati in medicina di emergenza 2.623 le borse di studio per medici di famiglia nel 2024 2.240 I canditati interessati 15% posti disponibili rimasti vuoti Withub -tit_org- Medici introvabili -sec_org- tp:writer§§ paolo russo guid§§ http://gimbe.telpress.it/news/2025/12/27/2025122701713004256.PDF §---§ title§§ Le spese per gli immigrati mandano la sanità in rosso = Le spese sanitarie per gli stranieri mandano in rosso il sistema emiliano link§§ http://gimbe.telpress.it/news/2025/12/27/2025122701713704251.PDF description§§

Estratto da pag. 7 di "VERITÀ" del 27 Dec 2025

pubDate§§ 2025-12-27T04:38:00+00:00 arguments§§ http://gimbe.telpress.it/news/2025/12/27/2025122701713704251.PDF category§§ POLITICA SANITARIA subcategory§§ {'domain': ''} source§§ {'href': 'http://gimbe.telpress.it/news/2025/12/27/2025122701713704251.PDF', 'title': 'VERITÀ'} tp:url§§ tp:attach_fn§§ http://gimbe.telpress.it/news/2025/12/27/2025122701713704251.PDF tp:ocr§§ Le spese per gli immigrati mandano la sanità in rosso In Emilia-Romagna la giunta dem limita i ricoveri dei calabresi però ha sborsato 180 milioni nella cura degli extracomunitari Le spese sanitarie per gli stranieri mandano in rosso il sistema emiliano La Regione guidata dal democratico De Pascale sborsa 180 milioni per indiani, marocchini ed egiziani Intanto, però, alza il ticket ai residenti e valuta un tetto alle prestazioni per chi viene a curarsi da fuori n Michele De Pascale, governatore democratico dell’Emilia-Romagna, espresse qualche tempo fa a Radio24 comprensibile (...) segue a pagina 7 Segue dalla prima pagina di FRANCESCO BORGONOVO (...) preoccupazione per lo stato della sanità nella sua registrazione. «In questo momento il problema principale dell’Emilia-Romagna è il nostro storico motivo di orgoglio e cioè l’enorme pressione di persone da fuori Regione che si vengono a curare qui», disse. «Non ce la facciamo più, non riusciamo più a soddisfare i nostri cittadini e l’enorme pressione delle altre Regioni che si vengono a curare in Emilia-Romagna e ci stanno intasando il sistema e lo dico con rispetto». Che il sistema sia sotto pressione i cittadini emiliano romagnoli se ne sono accorti, anche perché da maggio si sono visti aumentare i ticket, e non poco. Ai non esenti - cioè circa due abitanti su tre - è stato richiesto di pagare 2,20 euro a confezione di medicinale, fino a un massimo di 4 euro a ricetta. Sono aumentati anche i costi per le visite: per un controllo da uno specialista si pagano 17,90 euro, mentre in caso di «accesso inappropriato» al pronto soccorso il ticket per la prima visita è di 25 euro più altri 23 euro per visite di consulenza aggiuntive e 36,15 euro per gli esami prescritti dal medico. «Una decisione definita anche a seguito di un positivo confronto con le organizzazioni sindacali volta a continuare a garantire la qualità e la sostenibilità economica del servizio sanitario regionale, messo a dura prova dal sottofinanziamento statale, e necessaria anche in seguito all’introduzione di farmaci e terapie altamente innovativi, che consentono di curare meglio tante patologie ma che sono al contempo molto dispendiosi», dissero De Pascale e l’assessore alle Politiche per la salute Massimo Fabi. Tutto comprensibile: aumenta la richiesta di farmaci, aumentano i prezzi, aumenta l’età media dei cittadini... Tutti questi aumenti, tuttavia, vengono illuminati da una luce diversa nel momento in cui si compie una piccola verifica e si scopre quanto spende la Regione per curare gli stranieri. Priamo Bocchi, consigliere regionale emiliano di Fratelli d’Italia, ha fatto un accesso agli atti chiedendo quanti denari vengano sborsati per l’assistenza sanitaria ai cittadini extra Ue. «Alla luce di una linea che pare quantomeno assurda, ho ritenuto doveroso fare chiarezza sui numeri reali. Dai dati emersi tramite accesso agli atti risulta che, nel periodo 20202024, la Regione Emilia-Romagna abbia speso oltre 180 milioni di euro per l’assistenza sanitaria ai cittadini stranieri extra Ue, di cui quasi 10 milioni solo a Parma», dice Bocchi. «Un dato che colpisce ancora di più se si considera che oltre il 75% di questa spesa resta a carico del Ssr. Mancano tetti adeguati, manca un sistema di vigilanza efficace e le percentuali di rimborso sono estremamente basse. Il tutto mentre ai cittadini residenti, alle strutture pubbliche e al privato accreditato viene imposto il razionamento delle cure». In effetti i numeri sono abbastanza impressionanti. Parliamo di 34,255 milioni di euro nella Provincia di Piacenza; 53,125 milioni a Reggio Emilia; 52,957 milioni a Bologna; 29,928 milioni a Modena; 9,943 a Parma. La gran parte di questi soldi è appunto a carico del sistema sanitario regionale, solo una piccolissima fetta è rimborsata da altre Regioni o dai Paesi di provenienza degli stranieri in virtù di accordi bilaterali. «La gestione della sanità regionale da parte del governatore Michele De Pascale e dell’assessore Massimo Fabi non smette di destare la nostra preoccupazione», dice Bocchi. «A un anno di distanza dal loro insediamento, pur nella piena continuità con una Regione da sempre guidata dalla stessa parte politica, i problemi strutturali del Servizio sanitario regionale restano irrisolti e, in alcuni casi, risultano persino aggravati. Un anno fa De Pascale e Fabi hanno dato il benvenuto ai cittadini con una stangata per colmare un maxi buco ereditato dai predecessori. Eppure, nel corso del 2025, i disagi non sono affatto scomparsi: liste d’attesa interminabili, pronto soccorso in sofferenza, carenza di medici e infermieri. E come si è deciso di rispondere? Tagliando ulteriormente i servizi per chi paga le tasse sul territorio». «In questo contesto», prosegue il consigliere, «si inserisce il tetto alla mobilità extra-regionale, una scelta miope e ingiusta. Una misura che penalizza i pazienti provenienti da Regioni meno attrezzate e che, al tempo stesso, mette in difficoltà le strutture emiliano-romagnole, costringendo alla chiusura o al ridimensionamento reparti che non vengono considerati di alta complessità solo sulla carta, ma che nella realtà lo sono eccome. Come se non bastasse la giunta ha introdotto limiti sempre più stringenti anche per il privato accreditato, arrivando a tetti persino per i pazienti extra Provincia. Un sistema di vincoli che, mentre produce liste d’attesa sempre più lunghe e riduce l’offerta di servizi, rischia di compromettere la sopravvivenza stessa delle eccellenze sanitarie regionali, che non possono reggere con i soli numeri dell’utenza emiliano-romagnola. Quanto sta accadendo è inaccettabile. Per alcuni si mettono tetti, limiti e budget mentre si lascia fuori controllo una voce che pesa in modo crescente sul sistema. La priorità deve tornare a essere la tutela dei nostri cittadini e la salvaguardia di un servizio sanitario che rischia di perdere, giorno dopo giorno, qualità ed equità». Difficile dargli torto. L’Emilia-Romagna aumenta i ticket per i residenti e pensa di introdurre un tetto alle prestazioni sanitarie per chi viene da fuori Regione. Ma intanto sborsa milioni e milioni per gli extracomunitari, soprattutto albanesi, indiani, marocchini, egiziani e - in alcune Province - anche ucraini. Giova ricordare che nel 2024 il disavanzo della sanità regionale ammontava a 378 milioni di euro. Una cifra di cui converrebbe tenere conto prima di mostrarsi così tanto accoglienti. ---End text--- Author: FRANCESCO BORGONOVO Heading: Highlight: Bocchi (Fdi): «Oltre il 75% di questi soldi è a carico del Ssr Manca vigilanza» I disagi comprendono lunghe liste d’attesa, pronto soccorso colmi e carenza di personale Image: -tit_org- Le spese per gli immigrati mandano la sanità in rosso Le spese sanitarie per gli stranieri mandano in rosso il sistema emiliano -sec_org- tp:writer§§ FRANCESCO BORGONOVO guid§§ http://gimbe.telpress.it/news/2025/12/27/2025122701713704251.PDF §---§ title§§ Dopo il green pass, rischiamo farmaci e vaccini obbligatori = La Consulta benedice l'odioso green pass e prepara Il terreno a nuove imposizioni link§§ http://gimbe.telpress.it/news/2025/12/27/2025122701714204252.PDF description§§

Estratto da pag. 11 di "VERITÀ" del 27 Dec 2025

Seguendo il presupposto dei giudici, ogni farmaco «efficace» ein grado di alleggerire gli ospedali può diventare obbligatorio

pubDate§§ 2025-12-27T04:38:00+00:00 arguments§§ http://gimbe.telpress.it/news/2025/12/27/2025122701714204252.PDF category§§ POLITICA SANITARIA subcategory§§ {'domain': ''} source§§ {'href': 'http://gimbe.telpress.it/news/2025/12/27/2025122701714204252.PDF', 'title': 'VERITÀ'} tp:url§§ tp:attach_fn§§ http://gimbe.telpress.it/news/2025/12/27/2025122701714204252.PDF tp:ocr§§ GLI EFFETTI DELLA SENTENZA DELLA CONSULTA Dopo il green pass, rischiamo farmaci e vaccini obbligatori La Consulta benedice l’odioso green pass e prepara il terreno a nuove imposizioni Seguendo il presupposto dei giudici, ogni farmaco «efficace» e in grado di alleggerire gli ospedali può diventare obbligatorio a pagina 11 Coordinatore Cmsi n La sentenza della Corte costituzionale n. 199, con la quale i giudici hanno di fatto legittimato l’imposizione del green pass, apre in teoria le porte all’estensione degli obblighi di trattamento sanitario. Finora, almeno formalmente, la Costituzione imponeva infatti che questi fossero legittimi solo se, oltre al ricevente, avessero tutelato anche la salute degli altri, «riducendo la circolazione del patogeno». Gli obblighi in questione sarebbero d’ora in poi costituzionalmente legittimi, anche se ritenuti efficaci per «tutelare la salute del solo ricevente», e/o per «contenere il carico ospedaliero». Molti vaccini sono oggi presentati da fabbricanti e istituzioni con tali requisiti. Anche gran parte dei farmaci in commercio vanta tali proprietà: d’ora in poi quindi qualche autorità potrebbe pensare di renderli obbligatori per legge. Per scongiurare questa pericolosa deriva occorre entrare nel merito su tutti e tre i fronti: effetti sulla salute dei singoli, sulla trasmissione comunitaria e sul carico ospedaliero. Gli argomenti per farlo non mancano: la divulgazione «scientifica» propone un grande uso di farmaci quando, in realtà, le ricerche scientifiche suggerirebbero approcci più prudenti o ben diversi. Vediamo alcuni esempi. 1Lo screening con Psa del cancro alla prostata. Il New England journal of medicine ha appena pubblicato i risultati finali della più grande e valida ricerca randomizzata controllata su oltre 160.000 maschi di sette Paesi europei, in media di 60 anni al reclutamento e 83 dopo 23 anni di follow up. I gruppi di controllo erano confrontati con gruppi sottoposti a screening ripetuti con misura del Psa, per la diagnosi precoce del cancro prostatico. Gli autori dichiarano una (modica) riduzione significativa del 13% delle morti da cancro prostatico, grazie ai risultati di due soli Paesi, Olanda e Svezia, pur in presenza, nei gruppi con Psa, di una generale sovradiagnosi di tumori che non si sarebbero manifestati nel corso della vita. Nella maggioranza degli altri Paesi, però, la mortalità da cancro prostatico in tendenza è persino aumentata (in Italia +6%). Peggio ancora, in Italia è anche aumentata la mortalità totale: 67 morti in più nei 7.500 soggetti con Psa. Dunque, in Italia lo screening ha comportato in media svantaggi su tutti i fronti: più diagnosi, trattamenti e complicanze (e verosimili carichi ospedalieri), più danni individuali, più morti e costi per la comunità. Le regioni che hanno avviato screening organizzati dovrebbero rimetterli in discussione, smettere di promuoverli e, quanto meno, far figurare i risultati delle migliori prove a oggi sui modelli di consenso informato di chi vuole iniziare un Psa di screening, cui spesso seguono cascate di ulteriori test, anche invasivi, costi e danni. 2Le vaccinazioni pediatriche obbligatorie. Il tema, reso tabù, richiederà molti approfondimenti scientifici in contraddittorio. Basti per ora ricordare che in vaccinologia sono abituali questi inganni: usare falsi placebo nei gruppi di controllo, garantendo ai vaccini un’errata percezione di sicurezza, mentire su «protezioni di gregge» che gran parte dei vaccini non assicurano affatto, dichiarare del tutto sicure vaccinazioni multiple simultanee mai studiate in modo corretto - che i vaccini siano «efficaci e sicuri» come classe, anziché valutarli in modo scientifico critico uno per uno, come si dovrebbe per ogni farmaco - che i profarmaci a base di mRna siano «vaccini», per sottrarli a controlli di legge riservati ai farmaci, basare gran parte delle valutazioni di efficacia e sicurezza su studi clinici affidati ai produttori, in gravi conflitti di interessi. 3 Una ricerca scomoda. Tanti studi di confronto «vaccinati verso non vaccinati» erano stati respinti non per avere dati deboli, ma perché questi non erano graditi, sostenendo che non provenivano da istituzioni di alto livello o non apparivano sulle maggiori riviste mediche. Ciò ha spinto il regista Del Bigtree a rivolgersi al dottor Zervos, importante infettivologo Usa dello stimato centro medico Henry Ford Health. Bigtree chiese a Zervos, convinto fautore dei vaccini, di dimostrare che i no vax sbagliavano, attuando la maggior ricerca di confronto su 16.500 vaccinati e 2.000 non vaccinati seguiti fino a dieci anni, completata nel 2020. I risultati furono devastanti per i vaccinati contro le convinzioni di Zervos, che però scelse di non pubblicarli. Nel 2022, Bigtree lo convinse a spiegare il perché, registrando con una telecamera nascosta. Zervos ammise apertamente: «Se pubblicassi una cosa simile, sarebbe la mia fine». Tale episodio reale, insieme ai risultati della ricerca, consegnata a Bigtree, compaiono nel film An inconvenient study, che mostra che i bambini vaccinati hanno avuto probabilità: • 4,29 volte maggiore di soffrire d’asma; • 3 volte maggiore di malattie atopiche (come l’eczema); • quasi 6 volte maggiore di patologie autoimmuni, con oltre 80 diverse malattie; • 5,5 volte più disturbi del neurosviluppo; • 2,9 volte più disabilità motorie; • 4,5 volte più disturbi del linguaggio; • 3 volte più ritardi di sviluppo; • 6 volte più infezioni acute/croniche dell’orecchio; • In circa 2.000 bambini non vaccinati non si sono avuti disturbi d’atte n z ione/iperattività (Adhd), diabete, problemi comportamentali, difficoltà d’apprendimento, disabilità intellettive, tic o altri disturbi psicologici. La ricerca ha concluso che, contrariamente alle aspettative, l’esposizione alle vaccinazioni si associava in modo indipendente a un aumento complessivo di 2,5 volte della probabilità di una condizione di salute cronica rispetto ai non vaccinati, che hanno avuto nei dieci anni studiati il 17% di probabilità di malattia cronica, contro il 57% nei vaccinati, con evidente aumento di danni individuali e carico ospedaliero. ---End text--- Author: ALBERTO DONZELLI Heading: Highlight: Il regista Bigtree ha svelato i danni causati dal siero a migliaia di bambini Dai «falsi placebo» alle inoculazioni multiple non studiate, i trucchi abbondano Image: -tit_org- Dopo il green pass, rischiamo farmaci e vaccini obbligatori La Consulta benedice l'odioso green pass e prepara Il terreno a nuove imposizioni -sec_org- tp:writer§§ ALBERTO DONZELLI guid§§ http://gimbe.telpress.it/news/2025/12/27/2025122701714204252.PDF §---§