title§§ Il 13% dei campani non si cura più
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Estratto da pag. 6 di "CRONACHE DI CASERTA" del 10 Dec 2025
pubDate§§ 2025-12-10T04:39:00+00:00
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tp:ocr§§ I dati del rapporto povertà della Caritas presentato ieri a Caserta: a rischio il 43% della popolazione Il 13% dei campani non si cura più CASERTA (r.c.) - È la regione con i livelli più alti di povertà, meno occupati rispetto alle medie nazionali ed europee e alte soglie di spopolamento nelle aree interne, in cui tra i principali fattori di diseguaglianza figura l’accesso ai servizi sanitari, con sempre più persone indigenti che rinunciano a curarsi. È il quadro che emerge dal “Dossier regionale sulle Povertà in Campania” presentato ieri dalla delegazione di Caritas Campania a Caserta. Il dossier è basato su fonti ufficiali - Istat, Eurostat, Ministero della Salute, Agenas, Gimbe - integrate e raccolte dalla rete Caritas che si avvale dei Centri di Ascolto dislocati nei territori delle 21 diocesi campane. “Nei nostri Centri – sottolinea Antonio De Luca, vescovo della Diocesi di Teggiano-Policastro e delegato della Conferenza episcopale campana per il Servizio Carità - notiamo che cresce sempre di più la richiesta di aiuti per le cure sanitarie da parte delle famiglie; molti, specie nelle aree interne, lamentano la lontananza dalle strutture sanitarie e il costo ritenuto alto dei trasporti. Lo si chiami come si vuole, ma una forma di sostegno minimo al reddito Un momento dell’incontro ci vuole, lo prevedono tutte le democrazie evolute per le famiglie bisognose”. Tra i dati più allarmanti, quello dell’alta incidenza delle varie forme di indigenza, la “povertà assoluta”, la “povertà relativa” e il “rischio di povertà o esclusione sociale, con il 43,5% della popolazione campana esposta a vulnerabilità significative. Il 13,5% dei cittadini rinuncia poi a curarsi, rispetto al 9,9% della media nazionale. Ciò si riflette anche sull’aspettativa di vita: in Campania si vive in media due anni in meno rispetto al resto d’Italia (80,9 contro l’82,7 nazionale). Il dossier denuncia poi sempre nel settore sanitario, lunghe liste d’attesa, carenze strutturali, personale insufficiente e un crescente ricorso alla sanità privata, con una spesa pro capite inferiore di circa 320 euro alla media nazionale (1.910 euro contro i 2.230 euro spesi nel resto del Paese), con un gap complessivo di oltre 1,7 miliardi di euro. E anche il reddito pro capite, sebbene in crescita negli ultimi anni, è ancora ben lontano dalla media nazionale (18.500 in Campania contro i 31mila euro per cittadino nel resto d’Italia). © RIPRODUZIONE RISERVATA ---End text--- Author: rc. Heading: Highlight: Image:Un momento dell’incontro -tit_org- Il 13% dei campani non si cura più -sec_org-
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title§§ Il 13% dei campani non si cura più
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Estratto da pag. 6 di "CRONACHE DI NAPOLI" del 10 Dec 2025
pubDate§§ 2025-12-10T05:09:00+00:00
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tp:ocr§§ I dati del rapporto povertà della Caritas presentato ieri a Caserta: a rischio il 43% della popolazione Il 13% dei campani non si cura più napoli (r.c.) - È la regione con i livelli più alti di povertà, meno occupati rispetto alle medie nazionali ed europee e alte soglie di spopolamento nelle aree interne, in cui tra i principali fattori di diseguaglianza figura l’accesso ai servizi sanitari, con sempre più persone indigenti che rinunciano a curarsi. È il quadro che emerge dal “Dossier regionale sulle Povertà in Campania” presentato ieri dalla delegazione di Caritas Campania a Caserta. Il dossier è basato su fonti ufficiali - Istat, Eurostat, Ministero della Salute, Agenas, Gimbe - integrate e raccolte dalla rete Caritas che si avvale dei Centri di Ascolto dislocati nei territori delle 21 diocesi campane. “Nei nostri Centri – sottolinea Antonio De Luca, vescovo della Diocesi di Teggiano-Policastro e delegato della Conferenza episcopale campana per il Servizio Carità - notiamo che cresce sempre di più la richiesta di aiuti per le cure sanitarie da parte delle famiglie; molti, specie nelle aree interne, lamentano la lontananza dalle strutture sanitarie e il costo ritenuto alto dei trasporti. Lo si chiami come si vuole, ma una forma di sostegno minimo al reddito ci vuole, lo prevedono tutte le democrazie evolute per le famiglie bisognose”. Tra i dati più allarmanti, quello dell’alta incidenza delle varie forme di indigenza, la “povertà assoluta”, la “povertà relativa” e il “rischio di povertà o esclusione sociale, con il 43,5% della popolazione campana esposta a vulnerabilità significative. Il 13,5% dei cittadini rinuncia poi a curarsi, rispetto al 9,9% della media nazionale. Ciò si riflette anche sull’aspettativa di vita: in Campania si vive in media due anni in meno rispetto al resto d’Italia (80,9 contro l’82,7 nazionale). Il dossier denuncia poi sempre nel settore sanitario, lunghe liste d’attesa, carenze strutturali, personale insufficiente e un crescente ricorso alla sanità privata, con una spesa pro capite inferiore di circa 320 euro alla media nazionale (1.910 euro contro i 2.230 euro spesi nel resto del Paese), con un gap complessivo di oltre 1,7 miliardi di euro. E anche il reddito pro capite, sebbene in crescita negli ultimi anni, è ancora ben lontano dalla media nazionale (18.500 in Campania contro i 31mila euro per cittadino nel resto d’Italia). © RIPRODUZIONE RISERVATA ---End text--- Author: r. c. Heading: Highlight: Image:Un momento dell’incontro -tit_org- Il 13% dei campani non si cura più -sec_org-
tp:writer§§ R. C.
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title§§ Povertà, il 43% dei campani a rischio vulnerabilità
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Estratto da pag. 8 di "ROMA" del 10 Dec 2025
pubDate§§ 2025-12-10T06:07:00+00:00
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tp:ocr§§ IL REPORT Presentato il dossier regionale elaborato dalla Caritas: il 13% dei cittadini della nostra regione rinuncia a curarsi Povertà, il 43% dei campani a rischio vulnerabilità CASERTA. È la regione con i livelli più alti di povertà, meno occupati rispetto alle medie nazionali ed europee e alte soglie di spopolamento nelle aree interne, in cui tra i principali fattori di diseguaglianza figura l’accesso ai servizi sanitari, con sempre più persone indigenti che rinunciano a curarsi. È il quadro che emerge dal Dossier Regionale sulle Povertà in Campania presentato oggi dalla delegazione di Caritas Campania a Caserta. Il dossier è basato su fonti ufficiali - Istat, Eurostat, Ministero della Salute, Agenas, Gimbe - integrate e raccolte dalla rete Caritas che si avvale dei Centri di Ascolto dislocati nei territori delle 21 diocesi campane. «Nei nostri Centri sottolinea Antonio De Luca, Vescovo della Diocesi di TeggianoPolicastro e delegato della Conferenza Episcopale Campana per il Servizio Carità - notiamo che cresce sempre di più la richiesta di aiuti per le cure sanitarie da parte delle famiglie; molti, specie nelle aree interne, lamentano la lontananza dalle strutture sanitarie e il costo ritenuto alto dei trasporti. Lo si chiami come si vuole, ma una forma di sostegno minimo al reddito ci vuole, lo prevedono tutte le democrazie evolute per le famiglie bisognose». Tra i dati più allarmanti, quello dell’alta incidenza delle varie forme di indigenza, la «povertà assoluta», la «povertà relativa» e il «rischio di povertà o esclusione sociale», con il 43,5% della popolazione campana esposta a vulnerabilità significative. Il 13,5% dei cittadini rinuncia poi a curarsi, rispetto al 9,9% della media nazionale. Ciò si riflette anche sull’aspettativa di vita: in Campania si vive in media due anni in meno rispetto al resto d’Italia (80,9 contro l’82,7 nazionale). Il dossier denuncia poi sempre nel settore sanitario lunghe liste d’attesa, carenze strutturali, personale insufficiente e un crescente ricorso alla sanità privata, con una spesa pro capite inferiore di circa 320 euro alla media nazionale (1.910 euro contro i 2.230 euro spesi nel resto del Paese), con un gap complessivo di oltre 1,7 miliardi di euro. E anche il reddito pro capite è ancora ben lontano dalla media nazionale (18.500 in Campania contro i 31mila euro per cittadino nel resto d’Italia). © RIPRODUZIONE RISERVATA ---End text--- Author: Redazione Heading: Highlight: Image: -tit_org- Povertà, il 43% dei campani a rischio vulnerabilità -sec_org-
tp:writer§§ REDAZIONE
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§---§
title§§ Sanità cattolica, il concordato garantisce la nostra identità
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Estratto da pag. 9 di "AVVENIRE" del 10 Dec 2025
pubDate§§ 2025-12-10T05:42:00+00:00
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category§§ POLITICA SANITARIA
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tp:ocr§§ Il presidente Aris ricorda il mandato evangelico e la sua tutela SANITÀ CATTOLICA, IL CONCORDATO GARANTISCE LA NOSTRA IDENTITÀ «N on puoi tornare indietro e cambiare l’inizio, ma puoi iniziare dove sei e cambiare il finale». Mi è venuta in mente questa frase di Clive Staples Lewis – scrittore, saggista, teologo e apologeta cristiano britannico, scomparso nel 1963 – mentre ripercorrevo le mie preoccupazioni per quello che dovranno affrontare le strutture socio-sanitarie della Chiesa – molte riunite nell’Aris, Associazione che presiedo – allorché andrà in porto disegno di legge sulla «morte medicalmente assistita». Perché sicuramente andrà in porto. La Corte Costituzionale, continua quasi a supplicare il Parlamento affinché dia finalmente un seguito alla sentenza n. 242 del 2019, con la quale, tra l’altro, sollecitava proprio l’emanazione di una legge che regolasse definitivamente tutte le implicanze della pratica del suicidio assistito. E regioni come la Toscana e la Sardegna hanno già lanciato lo sprint finale. C’è bisogno di un approccio di grande rispetto quando si parla del fine vita delle persone, perché parliamo di una realtà di grande sofferenza. Al tempo stesso, non è immaginabile che un sistema che nasce per dare cura e per dare sollievo alle persone possa offrire percorsi di morte. Riteniamo che non sia nelle corde del Servizio sanitario nazionale. Nel rispetto di ognuno, certo, va anche riconosciuto che nell’ordinamento italiano non esiste il diritto alla morte. «Noi immaginiamo la giustizia come una bilancia – dichiarò monsignor Massimo Angelelli, direttore dell’Ufficio Cei per la Pastorale della Salute , commentando l’intervento dei vescovi toscani in risposta alla legge regionale in questione –: dove c’è un diritto, dall’altra parte c’è un dovere. Se c’è un diritto alla morte, qualcuno ha un dovere di procurarmi la morte. Questo non è accettabile». II 2 luglio le Commissioni Sanità e Giustizia del Senato hanno, come è noto, approvato un testo base di disegno di legge sulla «morte medicalmente assistita» disciplinando la non punibilità dell’aiuto al suicidio in ambito penale e, ad onor del vero, con una particolare sottolineatura sullo sviluppo delle cure palliative, anche in ottica di protezione del diritto alla vita. Il testo avrebbe dovuto essere un mix tra le tante norme sino a oggi proposte e sulla scia di quelle che, in qualche modo sono, già in vigore. A questo punto non guasta una seppur veloce, riflessione sulla sfida etica e antropologica che ci viene dalla nuova cultura della morte, cultura che sta sempre più prendendo piede in Europa, e che ormai bussa prepotentemente alle porte di casa nostra. Se non fosse stato per la pandemia, già saremmo costretti a confrontarci con l’eutanasia. Contraddizione di questa nostra società: si lotta per strappare alla morte le persone più fragili mentre si cova la volontà di favorire la morte di altri esseri umani, forse ancor più fragili. I temi del nascere e del morire, le modalità con cui oggi si può o si pretende di intervenire tecnicamente in questi che sono i frangenti più intimi e delicati della vita dell’uomo, hanno una straordinaria importanza sia di per sé sia come fattori di forte impatto antropologico. Si va diffondendo – o si subisce passivamente – la convinzione che tutto ciò che è tecnicamente possibile sia, per ciò stesso, legittimo, e non ci rendiamo conto che in questo modo ci avviamo verso una paurosa alienazione. È come se trasferissimo il cuore della nostra consapevolezza morale dall’interiorità della nostra coscienza al delirio di un’ormai acquisita onnipotenza dell’uomo dell’era tecnocratica, uomo che si arroga il diritto di decidere come e quando nascere, come e quando morire. Resta il fatto che a nessuno sembra venuto davvero in mente quale problema enorme si presenta alla sanità cattolica di fronte a una legge che potrebbe esigere di fornire il servizio di morte assistita. Sono migliaia le strutture socio-sanitarie che operano nell’ambito della Chiesa cattolica, che, attraverso la Santa Sede, con lo Stato italiano ha sot
toscritto un patto, il Concordato, per stabilire la convivenza nel rispetto delle reciproche identità. Un Concordato che, stipulato come parte dei Patti Lateranensi del 1929, è stato revisionato e confermato il 18 febbraio del 1984. In quel Concordato fu riconosciuta la loro differenziazione, proprio in base all’identità cristiana. Al punto che nell’articolo 7, comma 4, nonostante sia stabilito che tutte le istituzioni sanitarie gestite da enti ecclesiastici – pubbliche o private che siano – nell’espletamento delle loro attività devono seguire le leggi dello Stato, si legge anche «nel rispetto della struttura e delle finalità di tali enti». Il mandato evangelico “andate e curate gli infermi...” per le nostre strutture è, e resterà sempre, un vincolo prioritario che non possiamo disattendere. Verremmo meno alle ragioni del nostro impegno in sanità; finiremmo per snaturare i carismi dei nostri fondatori e fondatrici; tradiremmo il comando di nostro Signore. Piuttosto, ci impegniamo a rafforzare la nostra catena di hospice, nei quali accogliere e accompagnare quanti si accingono a raggiungere il traguardo della loro avventura terrena, circondati dall’amore di chi non li abbandona, anzi li cura, lenisce le sue sofferenze in “con-passione”. Presidente Aris Associazione religiosa Istituti Socio-sanitari ---End text--- Author: VIRGINIO BEBBER Heading: Highlight: Image: -tit_org- Sanità cattolica, il concordato garantisce la nostra identità -sec_org-
tp:writer§§ VIRGINIO BEBBER
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§---§
title§§ Delle 15 strutture sanitarie migliori d'Italia solo una è al Sud
link§§ http://gimbe.telpress.it/news/2025/12/10/2025121003171706592.PDF
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Estratto da pag. 12 di "AVVENIRE" del 10 Dec 2025
pubDate§§ 2025-12-10T05:43:00+00:00
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category§§ POLITICA SANITARIA
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tp:ocr§§ LA VALUTAZIONE DELL’AGENAS Delle 15 strutture sanitarie migliori d’Italia solo una è al Sud V alutando 1.117 strutture di ricovero, pubbliche e private, con 218 indicatori in otto aree cliniche (189 di ambito ospedaliero, 29 territoriale), il Programma nazionale esiti (Pne) offre una fotografia a più facce dell’assistenza sanitaria in Italia. I risultati 2025 presentati ieri al ministero della Salute da parte dell’Agenzia nazionale per i servizi sanitari regionali (Agenas) mostrano che – a dieci anni dall’introduzione di standard nazionali dell’assistenza ospedaliera (stabiliti con il decreto ministeriale 70/2015) – la sanità che tende a migliorare, ma con grandi differenze territoriali, e con un gradiente – tendenzialmente – Nord-Sud. Anche se Agenas sottolinea che il Pne «non produce classifiche, graduatorie, giudizi» è difficile sfuggire alla logica della “pagella”. Infatti emerge che sono 15 le strutture ospedaliere che eccellono in almeno sei delle otto aree cliniche esaminate (cardiocircolatorio, nervoso, respiratorio, chirurgia generale, chirurgia oncologica, graviAnalizza danza e parto, osteomuscolare, nefrologia) e so- di prestaz lo due (Savigliano in Piearee c monte e Mestre in VeneLa tenden to) hanno ottenuto la vaè in migl lutazione più alta in tutte le 8 aree. Delle 15, cinque si trovano in Lombardia, tre in Veneto, due in Emilia Romagna, una ciascuna in Piemonte, Toscana, Umbria, Marche e Campania. Le dolenti note, cioè le strutture che richiedono una revisione con audit della qualità dell’assistenza sono ben 197 in tutto il Paese, cioè il 17,63% del totale. Può incoraggiare il fatto che la tendenza è al miglioramento: lo scorso anno erano 239 con 68 ospedali che hanno superato fasi critiche, mentre 26 nuove strutture sono finite sotto la lente. Zone critiche sono i volumi o il livello per la chirurgia oncoloone in otto gica complessa di pancreas e retto, la tempestiiniche vità di accesso a proceza generale dure salvavita e l’approoramento priatezza clinica in area materno-infantile (in particolare i parti cesarei, che sono diminuiti ma poco al Sud). Sono migliorati anche gli esiti per le operazioni al femore negli over65 entro le 48 ore . «La qualità dell’assistenza – ha detto il ministro Schillaci – non deve essere un privilegio né dipendere dal Cap di residenza: deve essere un vero diritto per tutti». Il Pne mostra «che il sistema progredisce e migliora in presenza di standard robusti a livello nazionale – ha spiegato il commissario straordinario di Agenas, Americo Cicchetti –. Concentrare la casistica sui tumori della mammella ha portato a un miglioramento degli esiti. Non è accaduto invece dove gli standard non erano così robusti, per esempio nel tumore del retto». Peraltro le differenze, puntualizza Cicchetti, «non sono solo tra Nord e Sud ma anche tra i grandi centri urbani – dove sono concentrate le eccellenze ospedaliere – e le aree interne», dove ci sono meno ospedali e con casistiche meno numerose. Infine Cicchetti, ha sottolineato l’importanza dell’organizzazione: «Il lavoro di gestione del manager può fare la differenza». ---End text--- Author: ENRICO NEGROTTI Heading: Highlight: Analizzato il livello di prestazione in otto aree cliniche La tendenza generale è in miglioramento Image: -tit_org- Delle 15 strutture sanitarie migliori d’Italia solo una è al Sud -sec_org-
tp:writer§§ ENRICO NEGROTTI
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§---§
title§§ Per 1.430 case di comunità Consip, 28 mila dispositivi medici
link§§ http://gimbe.telpress.it/news/2025/12/10/2025121003075906782.PDF
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Estratto da pag. 36 di "CORRIERE DELLA SERA" del 10 Dec 2025
pubDate§§ 2025-12-10T05:46:00+00:00
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category§§ POLITICA SANITARIA
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tp:ocr§§ Per 1.430 case di comunità Consip,28miladispositivimedici Consip ha aggiudicata una gara per dotare le future 1.430 case della comunità hub e le altre strutture di prossimità delle più moderne tecnologie sanitarie, in linea con il nuovo modello di assistenza territoriale sostenute dalla Missione 6 Salute del Pnrr. Garantiranno oltre 15 milioni di prestazioni l’anno. ---End text--- Author: Redazione Heading: Highlight: Image: -tit_org- Per 1.430 case di comunità Consip, 28 mila dispositivi medici -sec_org-
tp:writer§§ REDAZIONE
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§---§
title§§ Gli ospedali italiani promossi a pieni voti = Tumori, infarti e parti: i 15 ospedali top Ma il divario Nord-Sud resta profondo
link§§ http://gimbe.telpress.it/news/2025/12/10/2025121003094006791.PDF
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Estratto da pag. 25 di "CORRIERE DELLA SERA" del 10 Dec 2025
di Maria Giovanna Faiella La fotografia di Agenas sulla qualità delle cure. Il ministro: «Graduale riduzione dei cesarei»
pubDate§§ 2025-12-10T05:46:00+00:00
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category§§ POLITICA SANITARIA
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tp:ocr§§ La classifica di Agenas Gli ospedali italiani promossi a pieni voti di Maria Giovanna Faiella Tumori,infartieparti:i15ospedalitop MaildivarioNord-Sudrestaprofondo La fotografia di Agenas sulla qualità delle cure. Il ministro: «Graduale riduzione dei cesarei» a pagina 25 Quindici ospedali italiani, anche non necessariamente tra i più grandi, sono promossi «a pieni voti» avendo raggiunto, nel 2024, un livello «alto» o «molto alto» di qualità dell’assistenza negli ambiti clinici valutati, almeno sei tra questi otto: cardiocircolatorio, nervoso, respiratorio, chirurgia generale, chirurgia oncologica, gravidanza e parto, osteomuscolare, nefrologia. Li ha individuati l’Agenzia nazionale per i servizi sanitari regionali (Agenas) col Programma nazionale esiti 2025 (Pne), che ha analizzato l’attività ospedaliera erogata nel 2024 da 1.117 strutture pubbliche e private. Non è una «classifica» degli ospedali, precisa Agenas, ma una fotografia sull’assistenza ospedaliera, che evidenzia aspetti positivi e critici (da superare). In generale, l’assistenza ospedaliera è migliorata un po’ dappertutto, anche se rimane l’annoso divario tra Nord e Sud del Paese. Qualche esempio? Sottoporsi a un intervento chirurgico complesso per tumore al pancreas, al Sud e nelle Isole, in troppi casi può essere ancora rischioso: solo il 28% dei casi trattati, infatti, si concentra in strutture con alti volumi di attività, un indicatore correlato all’efficacia, in base a evidenze scientifiche; gli altri interventi, invece, sono eseguiti in ospedali dove si fanno poche operazioni l’anno, quindi è inferiore l’esperienza che richiede la complessità dell’intervento. Il Pne, precisa il Rapporto, è uno strumento utile a «misurare» gli esiti delle cure, valutati attraverso una serie di indicatori per le diverse aree cliniche, nel solco del dm 70/2015 che ha stabilito, a livello nazionale, «standard qualitativi, strutturali, tecnologici e quantitativi» per organizzare, appunto, l’assistenza ospedaliera nel segno della qualità e della sicurezza delle cure. «Il Programma nazionale esiti consente di valorizzare le tante pratiche virtuose esistenti e anche di intervenire sulle criticità — ha detto il ministro della Salute Orazio Schillaci —. In questi anni ci sono stati progressi significativi su più fronti, come la concentrazione dei casi complessi in Centri qualificati che garantiscono alti volumi di attività, correlati a maggiore efficacia e sicurezza delle cure». Riguardo all’area materno-infantile, poi, ha detto Schillaci, «c’è stata una graduale riduzione di parti cesarei, scesi dal 25% nel 2015 al 22% nel 2024; ed è lentamente cresciuta la percentuale di parti vaginali dopo un taglio cesareo». Però rimangono differenze tra Nord (più vicino allo standard del 15% indicato dall’Oms) e Sud, dove si registrano valori spesso superiori al 25%. Altro dato emerso è il minor ricorso al taglio cesareo in ospedali pubblici e con alti volumi di attività. Ancora: l’infarto oggi si cura bene un po’ dappertutto. Nel 2024, rileva il Rapporto, si è registrata un’elevata concentrazione dei casi (circa il 90%) in strutture ad alto volume, come pure sono migliorate le cure per gli infarti gravi («Stemi») trattati con l’angioplastica coronarica, effettuata entro 90 minuti dall’accesso in ospedale per il 63% dei pazienti (valori peggiori al Sud), in linea con la soglia raccomandata dal dm 70. Passi avanti sono stati fatti anche per gli interventi oncologici, in particolare per il tumore della mammella (casi trattati in ospedali ad alto volume di attività passati dal 72% nel 2015 al 90% nel 2024), per il tumore del colon (dal 69% al 73%), della prostata (dal 63% all’82%) e del polmone (dal 69% all’83%). Ma si può (e si deve) fare di più nell’ambito della chirurgia oncologica: dal Pne, infatti, emerge che più di un ospedale su tre fa registrare ancora esiti «bassi» o «molto bassi». La buona notizia è che gli ospedali con aree critiche possono migliorare l’assistenza attraverso attività di audit sulla qualità dei dati e sul percorso clinico e organizzativo. Il Rapp
orto rileva che, grazie agli audit, l’anno scorso 68 strutture con aree critiche sono riuscite a ottenere risultati positivi. Segno che gli strumenti per offrire cure migliori ai pazienti ci sono, basta utilizzarli. «Un altro aspetto da indagare e monitorare riguarda le liste di attesa per gli interventi chirurgici» ha detto il commissario straordinario di Agenas, Americo Cicchetti, che ha anticipato: «Svilupperemo un sistema per monitorare i tempi di attesa per i ricoveri in ospedale». Maria Giovanna Faiella ---End text--- Author: Maria Giovanna Faiella Heading: Highlight: 1.117 218 8 Ospedali le strutture pubbliche e private prese in esame nell’edizione 2025 del Programma nazionale esiti di Agenas Indicatori esaminati dal Programma nazionale esiti per stabilire la qualità delle strutture ospedaliere in Italia Aree cliniche, dalla chirurgia oncologica alla nefrologia, che sono state valutate con i relativi indicatori I centri di eccellenza 15 ospedali che hanno raggiunto nel 2024 un livello alto o molto alto (fra parentesi il numero delle aree valutate. L’ordine delle strutture è casuale) 10 11 12 52 4 6 3 1 PIEMONTE 1 Ospedale di Savigliano (Cuneo) (8) VENETO 10 Ospedale di Montebelluna (Treviso) (6) 11 Ospedale di Cittadella (Padova) (7) 12 Ospedale di Mestre (Venezia) (8) 14 EMILIA-ROMAGNA 13 Ospedale di Bentivoglio (Bologna) (6) 14 Ospedale di Fidenza (Parma) (7) 13 7 LOMBARDIA 2 Ospedale Bolognini di Seriate (Bergamo) (6) 3 Ospedale Maggiore di Lodi (7) 4 Fondazione Poliambulanza di Brescia (7) 5 Ospedale Papa Giovanni XXIII di Bergamo (7) 6 Ist. Clin. Humanitas di Rozzano (Milano) (7) 8 15 MARCHE 15 Stabilimento Umberto I - G. M. Lancisi (Ancona) (7) Il punteggio più alto diviso per area in 3.737 ospedali (dati in %) Cardiocircolatorio 66,4 9 Nervoso 65 TOSCANA 7 P.O. F. Lotti Stabilimento di Pontedera (Pisa) (7) Respiratorio UMBRIA 8 Ospedale di Città di Castello (Perugia) (6) Chirurgia oncolog. 46,2 CAMPANIA 9 A.O.U. Federico II di Napoli (7) Fonte: AGENAS – Rapporto PNE - Programma Nazionale Esiti 2025 (su dati 2024) 35,1 Chirurgia generale 72,1 Gravidanza e parto 38 Osteomuscolare 70,6 Nefrologia 56,4 Corriere della Sera I punti da migliorare Più di un nosocomio su tre ha ancora risultati bassi o molto bassi nella chirurgia oncologica Image: -tit_org- Gli ospedali italiani promossi a pieni voti Tumori, infarti e parti: i 15 ospedali top Ma il divario Nord-Sud resta profondo -sec_org-
tp:writer§§ Maria Giovanna Faiella
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title§§ Infermieri "a gettone" Caos totale nella sanità = II caos degli infermieri "a gettone" Il San Raffaele non è un caso isolato
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Estratto da pag. 8 di "DOMANI" del 10 Dec 2025
Trailbeil/dicembrelesale di Medicinaadaltaintensità dellastruttura sono collassate per l'inesperienza degli esternalizzati Ladenunciadiunmedicoditurno: «Sbagliavano le somministrazioni». Avviata l'ispezione. sindacati: «Il sistema è malato»
pubDate§§ 2025-12-10T05:42:00+00:00
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tp:ocr§§ PANICO AL SAN RAFFAELE, MA IL FENOMENO È PIÙ GRAVE I nicmiìcn a gettone Caos totale nella sanità PENNELLI e RIERA a paqina 8 ç La sanità è allo stremo tra privatizzazione crescente , liste d'attesa. personale som organico e soìtopagato - ALL'OSPEDALE PRIVATO DEL GRUPPO SAN DONATO II caos degli infermieri a gettone II San Raliaele non è un caso isolato Tra il 5e il 7dicembre le sale di Medicina ad alta intensità della struttura sono collassate per l'inesperienza degli esternar La denuncia di un medico di turno: «Sbagliavano le somministrazioni». Avviata l'ispezione, sindacati: «II sistema è malat FEDERICA PENNELLI Nel giorno in cui deflagra il caso dei gettonistì al San Raffaele, arriva anche la fotografia sul sistema sanitario italiano: è allo stremo tra privatìzzazione crescente, liste d'attesa interminabili, territori senza medicina di prossimità, personale sotto organico e sottopagato. L'ultimo rapporto Agenas conferma che quasi due ospedali su died, tra pubblici e privati, risultano rimandati sui principali indicatori di qualità. Accanto ad alcune eccellenze — come gli ospedali di Savigliano [Piemonte) e Mestre [Veneto) —restano profonde disuguaglianze tra Nord-Sud- intanto la carenza strutturale di infermieri spinge molti reparti a ricorrere a "gettonisti": personale estemo fornito da cooperative con continuità assistenziale fragile, che aumenta i rischi nella presa carico dei pazienti Ma quando la precarietà diventa sistema, la tenuta salta: è il caso del San Raffaele di Milano, quello scelto da fi gure del calibro di Silvio Berlusconi, eccellenza del Gruppo San Donato, colosso della sanità privata, dove il reparto di Medicina ad alta intensità è collassato fra il 5 e il 7 dicembre per gravi errori e disorganizzazione del personale esternalizza- II I-JIH ilfRii ²ïÃéë³³é³ il - II KeHdi « , i un JS . Inliil . i =L=c5S ' S ? ' sss to. in ima mail interna diventata pubblica, infatti, è emersa la denuncia di un medico di turno che ricostruiva la situazione limite in cui è trovato a operare : infermieri alla prima esperienza ignari di dove si trovassero i farmaci, che non sapevano somministrare alcune terapie o addirittura altri sanitari che hanno sbagliato il dosaggio. Sono solo alcuni ¿egli esempi citati nella mail del medico di turno ai superiori del San Raffaele. Un terremoto, che porterà ad un'ispezione. Anche perché l ' emergenza di quella notte ha imposto trasferimenti di pazienti, ü blocco dei ricoveri, l ' attivazione di un'unità di crisi e le dimissioni dei vertici infermieristici e dell'amministratore unico, rrancescoGallL «Sistema fuori controllo» «Quello che è accaduto al San Raffaelenonèun'anomalia episodica — dice Antonio De Palma, presidente del sindacato infermieri italiano "Nursing Up" —è il seguale che il sistema sanitario sta cedendo nelle fondamenta, sostituendo la continuità assistenziale con soluzioni tampone improvvisate». Il ricorso a personale esterno "a gettone", per De Palma, non è più emergenza, «è diventato meccanismo di sopravvivenza per coprire carenze croniche». Ed è qui che entrano m gioco ² numeri ufficiali dell'Autorità nazionale anticorruzione (Anac): «Le JRegioni, dal 2019 al 2024, hanno stanziato 2 miliardi e 141 milioni di euro per gettonisti. A fine 2023 erano già l miliardo e 827 milioni e nel 2024 è previsto un ulteriore incremento di 314 milioni. Nel 2024 le aziende sanitarie hanno messoabilancio4S7,5 milioni di euro, e poi ci sentiamo dire che non ci sono risorse per assunzioni stabili». La conseguenza più grave è la ruga delle professioniste e dei professionisti dal pubblico: «Nel 2024 abbiamo avuto oltre 20mila dimissioni nei prinii nove mesi . Ogni armo 6mila infermieri vanno all'estero». Tutto questo avviene in un paese che, secondo gli standard europei, presenta un deficit strutturale di almeno l75nula infermieri ; «Chi governa può davvero permettersi di ignorare questi numeri?». All'interno del sistema, poi, si verifica il par
adosso che vede gli infermieri dipendenti - pagati 1.500 euroalmese-venir sostituiti dagli stessi colleghi che, dimettendosi, rientrano come gettonistì con compensi doppi . Ma anche la cornice formativa non aiuta: «Registriamo uncrollo dell'I 1 per cento nelle iscrizioni ai corsi di laurea in infermieristica. Chi si iscriverebbe oggi ad una professione dove si è terzultimi in Europa per stipendio ma dovele responsabilità sono altissime?». Per il sindacato «servono stabilizzazioni, retribuzioni dignitose . Senza misure strutturali, tra due anni dovremmo chiudere reparti perché non avremo infermieri». «Una scelta politica» Per Stefano Caselli, infermiere professionale e presidente del Laboratorio salute popolare (Lsp) di Bologna, il caso del San Raffaele «è un terremoto politico » . Svela ciò che da anni «si finge di non vedere»: ovvero che il sistema sanitario si regge su «personale non formato, gettonisti e turnover infinito » ' . Tutto questo mentre il governo Meloni «racconta fiabe come 'Todiosofenomeno dei gettonistì è stato estirpato"». II fenomeno, per Caselli, è stato invece normalizzato; nel privato è strutturale, ma ora «il pubblico è ormai ampiamente infetto da questo morbo». L'ultimo caso ha mostrato che se il personale è «poco formato la macchina implode: nel privato la reputazione ha un valore economico e conseguenze immediate». Nel pubblico, invece, «le denunce sono poche». La fuga dei sanitari. secondo Caselli , nasce anche dall'assenza di strumenti di lotta efficaci: « LO sciopero nella sanità, classificata come "servizio essenziale", è "neutralizzato", non crea danno e quindi non crea diritti » . Per questo «gli infermieri non lottano più. perché non hanno più strumenti per farlo». La responsabilità. per l'infermiere, ricade anche sui sindacati confederali, «che hanno accettato una gestione senza conflitto, permettendo al governo di ripetere che va tutto bene». Ma il rischio è chiaro: un sistema che diventa un guscio vuoto, «II San Kaffaele non è un caso isolato ma una profezia». Caselli condude con un monito: «La sanità non si salva senza rotture. Servono tré scelte immediate; stabilizzare il personale eliminando cooperative e gettoni ; aumentare i salati , rendere obbligatoria e verificabile la formazione». Perché la crisi di oggi « non è un incidente: è una scelta politica» e, se non si porrà un freno alla situazione «potrebbe accadere ancora in altri ospedali». CRPRODUZIOt^ ISERVuTA Il San Raffaele di Milano è l'eccellenza de ! Gruppo Salì Donata , colosso della sanità privata: qui ricoverato anche Silvio Berlusconi ' OTC II I-JIH ilfRii ²ïÃéë³³é³ il - II KeHdi « , i un JS . Iril . il » sss -tit_org- Infermieri “a gettone” Caos totale nella sanità II caos degli infermieri “a gettone” Il San Raffaele non è un caso isolato -sec_org-
tp:writer§§ FEDERICA PENNELLI
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title§§ Azzardo nel calcio, Schillaci ferma Lotito
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Estratto da pag. 8 di "FATTO QUOTIDIANO" del 10 Dec 2025
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tp:ocr§§ GLI EMENDAMENTI IL MINISTRO DELLA SALUTE BOCCIA IL RITORNO DEGLI SPOT DELLE SOCIETÀ DI BETTING Azzardo nel calcio, Schillaci ferma Lotito LOBBY&SPORT » Alessandro Mantovani e Giacomo Salvini C’ è un parere nettamente negativo del ministro della Salute all’emendamento alla legge di Bilancio che vuole reintrodurre la pubblicità, almeno “indiretta”, delle società di scommesse. C’è il rischio di incoraggiare fenomeni di ludopatia, peraltro in crescita. Così Orazio Schillaci, medico e ministro tecnico, ha detto di no all’iniziativa che porta, guarda un po’, la firma di Claudio Lotito, senatore di Forza Italia e soprattutto presidente della Lazio. Emendamento concordato con gli altri padroni del pallone che chiedono di abolire il divieto da quando esiste, cioè dal decreto cosiddetto “Di gn i tà ” del 2018, governo Conte-1: la normativa sulla pubblicità ovviamente è generale, però riguarda soprattutto il mondo del calcio. La rimozione del divieto aveva già avuto un mezzo via libera ai primi di marzo, con una risoluzione di maggioranza, dalla commissione Cultura e Sport del Senato. Ora però Giorgia Meloni e Fratelli d’Italia non confermano questa posizione, come conferma anche il secco no di Schillaci, che sarà pure un ministro tecnico ma al partito della premier risponde. Una volta che sarà formalizzato il “no” della Salute, l’obiettivo di FdI è non far votare l’emendamento per evitare una spaccatura nella maggioranza chiedendo a Lotito di ritirarlo. Bisogna anche dire che il divieto di pubblicità indiretta delle società di bettingesiste, ma il calcio gli gira attorno assai allegramente. Per dirne una, sulle maglie dell’Inter, in Italia e nel mondo, dal 2024 c’è scritto Bettson.sport. È il main sponsor, come si dice. Inutili le proteste della Campagna “Mettiamoci in gioco” contro i rischi del gioco d’azzardo, condotta anche da Libera e Avviso Pubblico: “Be tsson Sport è ufficialmente un sito di infotainment, ma fa parte della nota galassia Betsson Group, una società di scommesse che opera da decenni in oltre 20 Paesi distribuiti in tre continenti”, si leggeva allora in una nota che esprimeva “stupore e profonda preoccupazione”. Proprio nel 2024 Bettson ha superato il miliardo di euro di fatturato, è partner anche del Napoli e di altre società di calcio, basket e altri sport. Ora però, evidentemente, da questo genere di sponsorizzazioni un po’ oblique il calcio non incassa abbastanza. Di qui l’emendamento di Lotito, che peraltro pensa a uno sponsor del mondo delle scommesse anche per la Lazio, che incredibilmente non ce l’ha. Nel 2024, il mondo del gioco in Italia ha incassato complessivamente oltre 157 miliardi di euro, con un incremento del 6,5% rispetto all’anno precedente, si legge nel più recente rapporto Eurispes sul tema, intitolato “Scommesse, Sport e Media”. Erano stati 111,7 miliardi di euro nel 2021, 136 nel 2022 e oltre 150 nel 2023. Nel Regno Unito, in Germania, in Francia e perfino in Spagna, però, fanno numeri più alti dei nostri. Le scommesse sportive aumentano però più delle altre, nel nostro Paese: +20% dal 2023 al 2024, sempre secondo Eurispes. Non c’è il valore assoluto, però nel 2023 la raccolta era stata di 21,13 miliardi e quindi nel 2024 dovrebbe aver superato i 25, secondo i calcoli di Calcio e Finanza. Ovviamente crescono anche le ludopatie: si stimano almeno 1,5 milioni di giocatori patologici, per lo più non diagnosticati. Naturalmente i sostenitori dell’emendamento Lotito ne traggono conforto: se non sono diminuite durante il divieto di pubblicità, tanto vale tornare alla pubblicità. ---End text--- Author: Alessandro Mantovani :-: Giacomo Salvini Heading: Highlight: SCOMMESSE SPORTIVE +20% NEL ’24 SECONDO la ricerca di Eurispes “Scommesse, Sport e Media” il gioco d’azzardo in ambito sportivo in Italia cresce più di quello di altro genere tra 2023 e 2024: +20% contro il +6,5% del settore. Il giro d’affari delle scommesse sportive l’anno scorso dovrebbe aver superato i 25 miliardi Image:Senatore Claudio Lotito ANSA -tit_org- Azzardo nel calcio, Schillaci ferma Lotito -sec_org-
tp:writer§§ Alessandro Mantovani - Giacomo Salvini
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title§§ Certificato di malattia? Basta una videochiamata
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Estratto da pag. 19 di "LIBERO" del 10 Dec 2025
Il medico di famiglia controllerà lo stato di salute dell'assistito tramite computer. Rivoluzione anche per le ricette: per i cronici varranno 12 mesi
pubDate§§ 2025-12-10T05:49:00+00:00
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tp:ocr§§ Certificato di malattia? Basta una videochiamata Il medico di famiglia controllerà lo stato di salute dell’assistito tramite computer. Rivoluzione anche per le ricette: per i cronici varranno 12 mesi DAL 18 GENNAIO SI CAMBIA ¦ È il mondo moderno. Più veloce, più digitale. Ché sì, d’accordo, le nuove tecnologie bisogna saperle sfruttare, però no, guai a non stare al passo, a non aggiornarsi. Tra non poco il certificato di malattia potrà essere rilasciato anche dopo una visita da remoto. Gli ambulatori congestionati (specie in questa stagione, col freddo, con l’influenza che ha già messo a letto 3,3 milioni di italiani), la fila, la coda, la prenotazione e la sala d’aspetto: ricordi di una vita in analogico che i nostri ragazzi (forse) non avranno neppure. È una buona notizia, sia chiaro. È che la scienza (e la medicina) evolvono, si mettono al servizio di chi ne ha bisogno. La leggere numero 182 del 2 dicembre scorso, che è stata pubblicata sulla Gazzetta ufficiale di mercoledì scorso, semplifica il semplificabile. Di fatto toglie di mezzo la visita domiciliare o la corsa allo studio del medico di base. Vediamo le principali novità. Cosa cambia? Con l’articolo 58 del provvedimento viene prevista la possibilità, per il dottore di famiglia, di rilasciare il certificato di malattia anche a distanza e attraverso gli strumenti della cosiddetta telemedicina. Ciò che cambia è solamente la modalità: non sarà più necessario (non vuol dire che non si potrà più fare) recarsi fisicamente all’ambulatorio o aspettare il giro visite a domicilio, sarà sufficiente collegarsi attraverso una piattaforma virtuale. Per il resto la certificazione effettuata da remoto avrà lo stesso identico valore di quella tradizionalmente rilasciata in presenza (e potrà essere impiegata in ambito lavorativo). Cosa dovrà fare il medico? Anzitutto sarà necessario disporre di un’applicazione certificata che garantisca una visita secondo tutti gli standard riconosciuti (in due parole: non è sufficiente videochiamare il proprio medico tramite Whatsapp). Telemedicina non significa, infatti, assenza di accertamenti. Anche per il certificato rilasciato in questo modo il medico dovrà accertare le condizioni fisiche del paziente e, per l’appunto, restano pienamente in vigore le sanzioni (severe) per chi rilascia o ritira attestazioni false. Occhio ai furbetti, insomma, anche se quelli ci sono sempre stati anche “dal vivo”. Quando entrerà in vigore? Ufficialmente da giovedì 18 dicembre, tuttavia non sarà una misura immediatamente operativa. Serve, cioè, un accordo della Conferenza tra Stato e Regioni circa la definizione dei casi specifici da far rientrare nella normativa e le modalità tecniche con cui, nella pratica, mettere in atto l’operazione. Fino all’accordo di Conferenza la norma resterà senza effetto. Chi ha voluto questo provvedimento? Non si tratta di una sorpresa per tutti. Questa novità era stata chiesta da tempo dalla Fimmg, ossia dalla Federazione italiana dei medici di medicina generale, la quale oggi sostiene che abbia lo scopo ultimo di «alleggerire l’eccessivo carico burocratico che grava quotidianamente sugli ambulatori». Ci sono altre novità? Sì, l’articolo 62 della nuova legge riguarda le ricette per i pazienti che hanno a che fare con patologie croniche e che, ciclicamente, devono chiedere al proprio medico un rinnovo. Anche in questo caso l’intento della “mini riforma” è di semplificare la procedura standard: d’ora in poi i medici di famiglia potranno estendere la validità delle loro prescrizioni per un periodo massimo di un anno (dodici mesi). Cosa significa? In questo modo è possibile, da una parte, risparmiare tempo e, dall’altra, snellire le procedure che portano a ricette ripetute spesso in maniera quasi automatica: mandi un’email al medico che ti risponde con la stessa prescrizione reiterata (per centinaia di pazienti ogni giorno sono ore di lavoro al mese che possono essere impiegate su altri fronti). Quali sono le tempistiche? Neanche qui la misura scatterà con la mera entrata in vigore della norma e, anche per le ric
ette annuali, bisognerà aspettare il decreto che le rende effettive. In questo caso, però, non tocca alla Conferenza tra Stato e Regioni, ma sarà direttamente il ministero della Salute, di concerto con quello dell’Economia, a emanarlo. Il tempo stimato è di circa novanta giorni dall’entrata in vigore della legge, quindi in linea generale, intorno a metà marzo. Come saranno le nuove ricette? Il medico dovrà indicare nella ricetta ripetibile la posologia e il numero di confezioni dispensabili nell’arco di un anno, potrà sospendere la prescrizione in qualsiasi momento e, all’occorrenza, potrà modificare la terapia in corso. Il farmacista consegnerà un numero di confezioni sufficiente a coprire trenta dì alla volta. ---End text--- Author: LUCA PUCCINI Heading: DAL 18 GENNAIO SI CAMBIA Highlight: Image: -tit_org- Certificato di malattia? Basta una videochiamata -sec_org-
tp:writer§§ LUCA PUCCINI
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title§§ La manovra non cura la sanità, aumentano le disparità Nord-Sud
link§§ http://gimbe.telpress.it/news/2025/12/10/2025121003108206961.PDF
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Estratto da pag. 7 di "MANIFESTO" del 10 Dec 2025
pubDate§§ 2025-12-10T05:49:00+00:00
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tp:ocr§§ LE CRITICITÀ DEL SISTEMA SANITARIO NAZIONALE NEI DATI AGENAS, LO SCIOPERO DELLA CGIL VENERDÌ La manovra non cura la sanità, aumentano le disparità Nord-Sud II Venerdì la Cgil sciopera anche nella sanità per denunciare il definanziamento del sistema sanitario nazionale e la privatizzazione della salute che aumentano le diseguaglianze tra Nord e Sud. Lo ha confermato l'Agenzia nazionale per i servizi sanitari regionali (Agenas) che ieri ha presentato i risultati finali dal Programma nazionale esiti al ministero della Salute. Sono 15 gli ospedali valutati su almeno 6 aree, che hanno raggiunto nel 2024 un «livello alto o molto alto». Sono nel centro Nord (Veneto, Toscana, Marche e Umbria. Una è al sud: l'Azienda Ospedaliero-Universitaria della Federico II di Napoli, mentre 51 ospedali campani sono stati «rimandati». Quasi due ospedali su dieci sono rimandati e tra quelli che stentano la maggioranza si concentra al Sud, in particolare in Sicilia. Cinque ospedali «eccellenti» sono in Lombardia dove è scoppiato il caso dei servizi infermieristici al personale forniti da una cooperativa esterna al San Raffaele che ha bloccato gli accessi dal pronto soccorso. Ieri la Rsu ha denunciato la «scarsa manutenzione, carichi di lavoro insostenibili e un contratto scaduto da cinque anni». Per Pd e M5S la sanità lombarda è «nel baratro». Per i leghisti al potere tutto va bene. Ci sono altri dati dell'Agenas riferiti alle case di comunità finanziate dal Pnrr. Pensate per affrontare il problema delle liste d'attesa, della medicina di base e dei pronto soccorso, le strutture sono tutt'altro che completate. Solo 660 Case di Comunità, su 1.723, risultano operative con almeno un servizio attivo. La situazione è e critica in Abruzzo, Basilicata, Campania e Bolzano senza strutture aperte. In Calabria ce ne sono 2 su 63, in Molise 2 su 13, in Puglia 1 su 123, in Sardegna 27 su 80, in Sicilia 9 su 161. Per l’Area Stato sociale della Cgil la legge di bilancio porterà il fabbisogno sanitario al 6,15% del Pil, pari a 142,9 miliardi di euro. L’incremento, enfatizzato dal governo, sarà pari a 2,4 miliardi di euro per il 2027 e a 2,65 miliardi per il 2028. Fondi inadeguati rispetto al prodotto interno lordo scenderà nel 2027 al 6,04% e calerà al 5,93% nel 2028. Stime insufficienti a garantire il diritto alla salute. «Oltretutto le risorse non rafforzano il servizio pubblico ma sono in gran parte vincolate a specifici progetti» ha sostenuto Daniela Barbaresi, segretaria confederale della Cgil. Il dramma si abbatte sui malati e stringe in una morsa anche i medici sottopagati, stressati e capri espiatori di un sistema terribile. Risultato: per Bankitalia aumenta la spesa per pagare esami e interventi nelle cliniche private convenzionate (oltre 41 miliardi); aumentano le persone (anziani e donne) che non si curano: 5,8 milioni nel 2024 a fronte di 4,5 milioni nel 2023. ---End text--- Author: MARIO PIERRO Heading: Highlight: Caso San Raffaele: è scontro politico sulle condizioni dei lavoratori e la privatizzazione Image: -tit_org- La manovra non cura la sanità, aumentano le disparità Nord-Sud -sec_org-
tp:writer§§ MARIO PIERRO
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title§§ La verita vi prego sulla medicina
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Estratto da pag. 8 di "PANORAMA" del 10 Dec 2025
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tp:ocr§§ LA VERITÀ, VI PREGO, La scienza che sbaglia Dal microbioma al parto, dalla nutrizione alla longevità, dagli antibiotici alle allergie: sono davvero tanti gli errori fatti dalla medicina contemporanea. SULLA MEDICINA U di Maddalena Bonaccorso na promessa, un patto: consigli e pratiche nate dall’evidenza scientifica miglioreranno la nostra salute. La medicina moderna poggia su questo pilastro, vincolo di fiducia tra la scienza e le persone, che si basa sulla ricerca e sulle linee guida: frutto di anni di studio, trial e revisioni. Ma a volte, dietro le etichette di assoluta certezza si nascondono decisioni prese frettolosamente, indicazioni costruite su prove fragili e interessi economici. «E se la medicina, nel tentativo di proteggerci, avesse a volte sbagliato strada?». È una domanda che inquieta, perché scava nel cuore del nostro patto, e derubricarla al delirio del solito guru anti-scienza sarebbe comodo e tranquillizzante: solo che a porsela è uno scienziato tra i più importanti al mondo. Marty Makary, già chirurgo oncologo alla John Hopkins School of Medicine e dal marzo 2025 commissario dell’Fda statunitense, risveglia le nostre coscienze assonnate con il suo ultimo libro, Quando la medicina sbaglia (Newton Compton, 352 pagine, 14,90 euro), uscito in Italia da poche settimane. Pagine che costringono a misurare la distanza tra l’autorità del consiglio medico e la fragilità dei dati, e a fare i conti con una realtà scomoda: molte decisioni sanitarie nascono da interessi lobbystici o da errori metodologici, poi elevati a verità incontestabili. «Più volte, le istituzioni e la medicina organizzata hanno messo a tacere le opinioni dissenzienti di medici altamente qualificati, creando l’illusione di un consenso» dice Makary. «Questo atteggiamento ha un costo altissimo: spegne la voce dei pionieri, rallenta la correzione degli errori e mina la fiducia pubblica». Attenzione: lo scienziato americano non è un nemico della scienza, tutt’altro. È quello che in America viene definito “disruptor”, un dirompente innovatore che non ha paura di andare contro l’ordine costituito per dare vita a cose nuove. All’inizio della sua carriera, si mise in testa di creare una “check-list” di controllo - modellata su quella dei piloti degli aerei - per migliorare la sicurezza degli interventi chirurgici, perché «la semplicità, in medicina, è spesso la forma più alta di innovazione». In seguito quei protocolli sono entrati in vigore ovunque. Ha acceso un faro sull’abuso di antibiotici, molto prima che il problema dell’antibioticoresistenza fosse un’emergenza mondiale come oggi. Per questo il suo libro sta monopolizzando il dibattito medico in tutto il mondo. «Il paradosso è sia metodologico che culturale» dice a Panorama Daniele Coen, membro del direttivo della Academy of emergency medicine and care. «La medicina guadagna credibilità anche ammettendo i propri limiti, perché questo è il modo in cui procede la conoscenza. Se non lo fa, e in questo Marty Makary ha ragione, mina il rapporto di fiducia con la gente. Aggiungerei che spesso i medici ragionano in termini qualitativi e non quantitativi: fa bene o fa male, è bianco o è nero». Peccato che nella realtà le cose siano più sfumate: giocare con i numeri è una delle cose più facili per dar peso ai risultati delle proprie ricerche, e nei vari studi si usano spesso percentuali di miglioramento relative anziché assolute. «Se io dico che il trattamento X riduce del 25 per cento - dato relativo - la mortalità a 5 anni significa che, se la mortalità in assenza di trattamento e in valori assoluti è del 4 per cento, con il trattamento scenderà di un punto percentuale» continua Coen. «Cioè, invece di avere 96 probabilità su 100 di non morire, ne avrò 97. Buona cosa, ma certo non entusiasmante». Anche perché poi le conseguenze di questa confusione metodologica, sul lungo periodo, possono essere destabilizzanti: Makary cita una stima secondo cui circa 140 mila donne sarebbero morte prematuramente, nel giro di vent’anni, perché non hanno fatto ricorso alla terapia ormonale sostitutiv
a e sono quindi andate incontro a patologie correlate alla menopausa. Da qui la sua critica feroce contro i ginecologi e i medici di base che per decenni non l’hanno prescritta. «Dire alle donne di evitare la terapia ormonale sostitutiva perché provoca il cancro al seno potrebbe essere stato il più grande errore della medicina moderna. Eppure, inspiegabilmente, il dogma è ancora vivo», scrive lo scienziato, che ora da commissario dell’Fda è corso ai ripari. E cosa dire dell’operazione di appendicite? Nonostante tre studi randomizzati abbiano dimostrato che nel 75 per cento dei casi i pazienti non hanno bisogno di intervento chirurgico - il problema infatti può essere controllato con antibiotici - oggi, dice ancora Makary, «solo la metà dei chirurghi ha incorporato nella propria pratica questo approccio. L’altra metà continua a operare tutti i pazienti. Ciò significa che, in America, il fatto di finire sotto i ferri per un’appendicite dipende da chi è di turno quando si entra in Pronto soccorso». Ma cosa c’è dietro questi errori sistemici? L’autore individua più livelli di responsabilità: la selezione delle evidenze, i processi di revisione che possono essere assoggettati a narrazioni dominanti, pressioni economiche e istituzionali, la formazione di comitati che raramente rivedono le raccomandazioni con la stessa rigidità con cui le hanno promulgate. Il risultato è una struttura che premia la certezza istituzionale più che l’auto-correzione. E proprio sulle linee guida occorre fare chiarezza, anziché considerarle come qualcosa da scolpire nella pietra. «Sono uno strumento di supporto per le decisioni, da adattare caso per caso» dice Davide Capodanno, ordinario di Cardiologia all’Università di Catania e tra gli autori delle linee guida europee sulla prevenzione cardiovascolare. «Nascono da un processo rigoroso, ma devono aggiornarsi costantemente, perché la scienza evolve. Ammettere i limiti non indebolisce la medicina: al contrario, dimostra che è un sistema vivo e capace di proteggere i pazienti, basandosi sui fatti e non sulle abitudini. Prendiamo il caso dell’aspirina, che veniva utilizzata come prevenzione primaria, somministrata anche a pazienti sani senza pregressi problemi cardio-vascolari. Due nuovi trial hanno mostrato che aumentava i sanguinamenti senza benefici antiischemici: a quel punto è stato doveroso aggiornare le linee guida, e così è stato fatto». Le cose, però, non sempre vanno così bene, perché le resistenze sono forti, e il dover ammettere gli errori non è facile. Basti pensare a quanto accaduto in Usa con la “guerra” alle arachidi: come racconta Makary nel libro, il “divieto” di consumo di noccioline imposto dai medici sia alle donne incinte che ai bambini, in mancanza di dati solidi, ha creato un’intera generazione di individui allergici, con un aumento vertiginoso di accessi al Pronto soccorso per reazioni anafilattiche. Errori sistemici che costano cari, perché un’indicazione sbagliata, replicata milioni di volte, diventa un moltiplicatore di costi. La sola antibiotico-resistenza rischia di sottrarre miliardi ai sistemi sanitari, con oltre 1,2 milioni di morti per infezioni che si sono verificati, secondo i dati dell’Oms, solo nel 2019. Le raccomandazioni nutrizionali che dagli anni Settanta demonizzarono i grassi naturali hanno contribuito all’aumento di obesità e diabete: solo negli Stati Uniti il costo sanitario dell’obesità supera oggi i 170 miliardi di dollari l’anno. È accaduto anche con lo screening eccessivo (come il test per il Psa per il tumore della prostata o con le mammografie in fasce d’età improprie), che genera sovradiagnosi e spese per trattamenti inutili. Ovviamente, se si parla di rottura del patto di fiducia, il pensiero non può che correre ai tempi della pandemia da Covid-19, con lo stuolo di politici e di “esperti” che andavano in tv a spiegarci che per prevenire il contagio bisognava evitare di spostarci da una provincia a un’altra o di uscire dopo le 20, e che l’idrossiclorochina un giorno funzionava e dopo una settimana no, o che dopo due dosi di vaccino e l’infe
zione da Covid fosse necessaria anche la terza dose, e il giorno dopo no: esempio del quale anche Makary scrive, raccontando un episodio capitato a lui, ossia il divieto di partecipare a un convegno dell’American public health association perché non in regola con le vaccinazioni, nonostante avesse correttamente eseguito le prime due dosi e dopo avesse contratto anche l’infezione. Del resto, proprio sul tema vaccini si è visto come la confusione generata intorno alle indicazioni, soprattutto riguardo al farmaco di AstraZeneca, responsabile di alcuni casi di decessi in persone giovani che non avrebbero dovuto sottoporsi a quella tipologia di vaccino, abbia creato un’onda lunga di scetticismo: tanto che oggi persino le vaccinazioni antinfluenzali segnano un notevole decremento, esponendo fragili e anziani a rischi importanti e il servizio sanitario a costi altissimi. Rappresentazione plastica di come la poca chiarezza e il non ammettere l’errore abbiano causato un enorme danno sanitario sistemico. Makary accende un riflettore anche sul tema della disforia di genere, con la storia della dottoressa Lisa Littmann della Brown University: «Littmann ha descritto come i casi di giovani che si identificano come transgender si verifichino in gruppi specifici - spesso tra ragazze con un uso compulsivo dei social media- piuttosto che in modo casuale nella popolazione, e come molti di essi presentino disturbi mentali sottostanti». In tal modo ha messo in discussione tutta la narrazione dominante sul fenomeno “gender”, perché ha suggerito che se il transgenderismo fosse biologico ci si aspetterebbe, appunto, una distribuzione casuale in tutte le coorti. La Brown University ha preso le distanze dalla professoressa e non le ha rinnovato il contratto. «La classe medica ha fatto passare un inferno alla dottoressa Littman» scrive Makary. «Qual era il suo crimine? Aveva pubblicato uno studio con risultati che non piacevano ad alcune persone». Serve quindi sempre chiarezza, e il coraggio di ammettere gli errori, che spesso vengono da lontano e si possono far risalire, anche in questo caso, ai dogmi. «Uno dei grandi problemi della medicina di oggi è l’aver trasmesso ai medici, sin dalla loro formazione, una logica di delega» spiega Guido Bertolini, capo del Dipartimento di Epidemiologia medica dell’IRCCS Istituto Mario Negri. «Si è perso quello che io chiamo il saper sapere: non basta conoscere, bisogna anche saper gestire la conoscenza. Questa capacità andrebbe insegnata e coltivata, non lasciata al caso o all’attitudine individuale, perché determina il modo in cui le conoscenze vengono poi applicate. Invece è stata ridotta a linee guida, protocolli, flowchart e checklist». Si è preferito addestrare i medici a seguire le evidenze, in una sorta di distillato semplificato, piuttosto che a riconoscerle. «Questo approccio, basato sul memorizzare protocolli, finisce per delegare la decisione clinica a un’autorità esterna, privando il medico della sua autonomia epistemologica» continua Bertolini. «Ma questa non è una garanzia di sicurezza: bisogna invece metterli in grado di gestire con responsabilità la complessità del ruolo. Le regole standardizzate vanno bene negli studi clinici su migliaia di pazienti, ma al letto del malato servono capacità di adattamento e giudizio, che non possono ridursi a un automatismo». Autonomia, accettazione degli errori come parte integrante del processo di miglioramento, e trasparenza. Questa la via maestra per ricostruire quel patto che oggi sembra perduto. Anche perché «se si pretende di chiudere la porta a tutti gli errori, la verità ne resterà fuori. Si può progredire solo se si ha il coraggio di sbagliare» afferma Carlo Maria Petrini, direttore dell’Unità di Bioetica dell’ Istituto superiore di sanità. «Comunicare il cambiamento e l’autocritica è un modo per promuovere la credibilità della scienza, non per minarla: del resto, Goethe diceva che gli errori dell’uomo lo fanno particolarmente amabile». Proprio questa dovrebbe essere la strada. Tornare al letto del malato, con umiltà e competenza. Ammettere,
quando accade, di aver sbagliato, perché l’errore non è una sconfitta per la scienza: è il suo battito cardiaco, e se la medicina vuole restare viva deve ricominciare a tollerare lo sbaglio come parte essenziale della guarigione. Perché, ormai dovremmo averlo capito, il prezzo ¦ del dogma si paga sempre in vite umane. © RIPRODUZIONE RISERVATA ---End text--- Author: MaddalenaBonaccorso Heading: Highlight: La non prescrizione della terapia ormonale sostitutiva ha portato a morte prematura 140 mila donne in 20 anni Una diagnosi complicata Il libro scritto da Marty Makary (in foto a destra) racconta come gli errori della ricerca medica possano causare disastri alla collettività (New Compton, 352 pagine, 14,90 euro). Se si parla di rottura del patto di fiducia, il pensiero corre al Covid con politici ed “esperti” che in tv dicevano tutto e il contrario di tutto Image:Troppi antibiotici La somministrazione eccessiva di antibiotici ha causato una resistenza che, si stima, nel solo 2019 avrebbe condotto a 1,2 milioni di decessi per gli effetti avversi di infezioni. etty images (4) La teoria gender Anche sulla disforia di genere, il ceto medico tende a escludere chi non la pensa come la maggioranza e mette in discussione la narrazione dominante. -tit_org- La verita vi prego sulla medicina -sec_org-
tp:writer§§ MaddalenaBonaccorso
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title§§ Farmaci dati per sbaglio e infermieri improvvisati ''Il San Raffaele nel caos'' nelle mail dei medici le gravi accuse sul weekend in ospedale Per tamponare l'emergenza, incentivi da mille euro al personale
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Estratto da pag. 25 di "REPUBBLICA" del 10 Dec 2025
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tp:ocr§§ Farmaci dati per sbaglio e infermieri improvvisati “Il San Raffaele nel caos” Milano, nelle mail dei medici le gravi accuse sul weekend in ospedale Per tamponare l’emergenza, incentivi da mille euro al personale di ALESSANDRA CORICA e FEDERICA VENNI MILANO a gravità di quanto sta accadendo viene messa nero su bianco dal medico di guardia nella notte tra sabato e domenica nel reparto di Medicina ad alta complessità. «La situazione è estremamente pericolosa per i pazienti, ma anche per i medici», scrive. E ancora: «Abbiamo tamponato un po’ la situazione bloccando i nuovi ricoveri da Pronto soccorso, bisogna però preoccuparsi anche di chi è già ricoverato». Per poi concludere: «Di sicuro, così non si può andare avanti, è una situazione troppo pericolosa. Errori irrecuperabili sono dietro l’angolo». Sono alcune delle frasi che si leggono nelle mail scambiate tra i camici bianchi, i primari e la direzione sanitaria dell’ospedale tra sabato e domenica. Mail con accuse gravissime, che hanno portato lunedì alla convocazione di un cda del Gruppo San Donato, dopo il quale l’amministratore unico dell’ospedale fino a quel momento in carica, il ciellino Francesco Galli, ha fatto un passo indietro. A decidere, il presidente del gruppo Angelino Alfano, i vicepresidenti Paolo Rotelli, Marco Rotelli e Kamel Ghribi, e i consiglieri Nicola Grigoletto e Augusta Iannini. L’allarme parte già nel pomeriggio di sabato: un weekend complesso a Milano, visto il ponte dell’Immacolata. In pratica, tre giorni in cui trovare personale non in ferie è un terno al lotto. Di qui, la decisione del San Raffaele di ricorrere, per tamponare i buchi, a infermieri di una cooperativa esterna, in servizio per la prima volta nel reparto al terzo piano dell’Iceberg, il palazzo di vetro che la famiglia Rotelli — che controlla il San Raffaele dal 2012, dopo averlo salvato dal crac provocato da don Verzè — ha voluto per farne il simbolo del nuovo corso dell’istituto, famoso per aver curato, fino alla fine, Silvio Berlusconi. E invece. Già alle 17.22 di sabato, allora, uno dei medici in servizio inizia a mettere nero su bianco i problemi: «Un infermiere del primo gruppo (letti 301.1-306) riferisce di non aver mai fatto affiancamento in reparto e di essere al suo primo turno presso l’ospedale San Raffaele. Non sapeva dove fossero i farmaci, non risultava in grado di caricare gli esami ematici su Sap (il sistema interno, ndr), non in grado di gestire Niv (la ventilazione non invasiva, ndr), né terapia insulinica in continuo». Tanto che poi per risolvere il problema viene prima chiamato un infermiere della Neurochirurgia, e dopo vengono bloccati i ricoveri dal pronto soccorso. E ancora: «L’infermiera destinata ai letti di AR non sapeva i nomi dei farmaci prescritti, non comprende bene l’italiano», si legge. «La medesima infermiera commetteva errore di somministrazione di amiodarone 4fl in 250 SG5%, somministrandola a 200ml per ora anziché a 20ml L (un’ora anziché 12 ore) per un paziente di Admission room». Infermiera che, segnala sempre il medico, «attorno alle ore 5 si allontanava definitivamente dal reparto, senza più ripresentarsi». Ma non solo: il personale non era in grado di organizzare i carrelli dei farmaci, «quasi tutte le terapie della notte risultavano scadute» e «tutto il personale Oss non sapeva dove si trovasse l’emoteca per ritirare emoderivati urgenti». Un disastro, insomma, per un reparto da 53 letti in convenzione con la sanità pubblica lombarda. E che ha scatenato la rabbia dei familiari dei pazienti: «Mia mamma è in una condizione delicatissima ed è stata completamente abbandonata, poteva anche morire», dice Samanta Olivieri mentre aspetta di andare dalla madre, paziente oncologica. «Sabato sono arrivata qui e l’ho trovata senza alcun supporto, ossigeno compreso, ed era quasi giù dal letto, lei che non può muoversi da sola. Lunedì il culmine, sono arrivata alle 10.30 della mattina ed era in condizioni pietose, senza cure. Ho dovuto aspettare quasi tre ore prima che le iniettassero l’antibiotico». Nel frattempo vicino a lei Marianna Ma
rchetti, in attesa di fare visita alla madre di un’amica, scuoteva la testa: «L’unico interesse di questo ospedale è fare business». Dal San Raffaele, assicurano che ora la situazione è tornata nella norma: i ricoveri dal pronto soccorso sarebbero già ripresi nel pomeriggio di domenica. E per tamponare la carenza di infermieri, fino a ieri sono stati reclutati professionisti interni da altri reparti — con incentivi da 600 euro per un turno diurno e mille per uno notturno — e da oggi saranno trasferiti in pianta stabile lavoratori finora impiegati altrove. Certo è che la situazione ha fatto arrabbiare non poco la Regione Lombardia, con la quale il San Raffaele è convenzionato: «È evidente che prima del cda ci sia stato un confronto con i vertici del Gruppo San Donato, e i risultati si sono visti da subito», ha ribadito l’assessore lombardo Guido Bertolaso, in attesa di capire a quali conclusioni arriveranno sia le ispezioni disposte da Palazzo Lombardia già lunedì, sia le verifiche dei Nas fatte ieri. Nel frattempo i sindacati hanno presentato una denuncia in commissariato. ---End text--- Author: ALESSANDRA CORICA :-: FEDERICA VENNI Heading: Highlight: Per coprire i turni la direzione ha affidato i servizi a una cooperativa esterna. La rabbia dei familiari dei pazienti: “Mia madre senza ossigeno” le tappe L’allarme Quello appena trascorso è stato un weekend complesso a Milano a causa del ponte dell’Immacolata In pratica tre giorni in cui gran parte del personale aveva preso le ferie La cooperativa Il San Raffaele per tamponare i buchi decide di affidarsi a una cooperativa esterna di infermieri in servizio per la prima volta nel famoso ospedale di Milano Le contromisure Per tamponare la carenza di infermieri sono stati reclutati professionisti interni da altri reparti con incentivi da 600 euro per un turno diurno a mille per uno notturno Image:T La scritta comparsa davanti al San Raffaele dopo il weekend da incubo in corsia nel mirino Dimissioni Francesco Galli ha dato le dimissioni da amministratore del San Raffaele -tit_org- Farmaci dati per sbaglio e infermieri improvvisati ''Il San Raffaele nel caos'' nelle mail dei medici le gravi accuse sul weekend in ospedale Per tamponare l'emergenza, incentivi da mille euro al personale -sec_org-
tp:writer§§ ALESSANDRA CORICA - FEDERICA VENNI
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title§§ Le due facce della sanità = Le due facce della sanità
link§§ http://gimbe.telpress.it/news/2025/12/10/2025121003164106596.PDF
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Estratto da pag. 15 di "REPUBBLICA" del 10 Dec 2025
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tp:ocr§§ Le due facce della sanità Le due facce della sanità er la sanità italiana sono giorni strani, nei quali leggiamo contemporaneamente notizie molto buone e molto cattive. Tra le prime — quelle buone — c’è il rapporto Agenas, che ci mostra una sanità pubblica in miglioramento e con prestazioni talvolta a livello di sistemi sanitari che hanno la reputazione di essere molto più evoluti (e immensamente più costosi) del nostro Ssn. Di particolare interesse sono i numeri che riguardano patologie gravissime, ma curabili con un’assistenza medica adeguata. Un esempio, l’infarto. La percentuale di pazienti che viene trattata con angioplastica coronarica entro 90 minuti dall’arrivo in ospedale è aumentata superando il 60% di media e arrivando in molte zone ben oltre il 70%, con i casi virtuosamente concentrati in grandi strutture, in grado di offrire prestazioni migliori per ovvi motivi. A continua a pagina 15 P Q segue dalla prima uesto si riflette in una mortalità mediana dell’1,5% a 30 giorni da un bypass coronarico isolato: un dato che tutti i paesi europei e anche gli Usa ci possono invidiare. Però non mancano le ombre. Al di là del rapporto Agenas, quando si legge di medici arrestati con il sospetto di avere manipolato e sfruttato i pazienti da dializzare per trarre un indebito profitto ci viene da pensare ancora con maggior gratitudine ai professionisti della sanità (che non sono solo i medici: le prestazioni eccellenti sono sempre frutto di un lavoro di equipe che interessa numerose figure professionali, tutte importantissime) che fanno il proprio dovere in condizioni non sempre facili, per usare un eufemismo. Peraltro anche nei numeri del rapporto Agenas troviamo una sanità a “macchia di leopardo”. Molti di voi penseranno al solito gradiente Nord-Sud, invece non è proprio così. Pur nell’ambito della solita generale differenza Nord-Sud al settentrione ci sono zone che hanno prestazioni pessime; al contrario al Sud vediamo che in aree che generalmente non brillano, ci sono posti dove i pazienti vengono curati in maniera impeccabile. Questo deve farci riflettere, perché una sanità che è un terno al lotto a seconda del luogo dove a un paziente viene un infarto o un ictus è inaccettabile. I dati oggettivi presenti nel rapporto Agenas ci dimostrano che non si può ridurre tutto al pregiudizio “Nord organizzato-Sud arretrato”. Ci sono zone inadeguate e zone no zone che eccellenti sia al Nord sia al Sud. È necessario zioni pessime identificare le prime o posti dove (ovunque siano) e migliorarle, perché i impeccabili numeri indicano che i problemi ci sono, ma che la “struttura portante” del Ssn è ancora valida, e dovrebbe essere gelosamente custodita dalla nostra politica, perché la salute pubblica non è questione di destra o di sinistra, ma è un argomento sul quale è auspicabile che tutti siano d’accordo. Riguardo a questo aspetto, purtroppo, non si può che essere pessimisti, perché bipartisan pare invece il generale disinteresse — al di là di roboanti dichiarazioni — nei confronti di questo tema fondamentale. Alcuni problemi ai quali andrà incontro nel prossimo futuro la nostra sanità sono facilmente identificabili e richiedono di essere affrontati con il necessario anticipo, ma questo non avviene. Per esempio, in Italia non mancano i medici (siamo nella media europea), ma mancano i medici disposti a specializzarsi in certe discipline. Rispetto al numero programmato, mentre non avremo insufficienza di chirurghi plastici, dermatologi e oculisti, tra 5 anni ci mancheranno l’82% dei radioterapisti e il 70% dei medici di pronto soccorso. Questo è prevedibile (basta guardare le scelte odierne degli specializzandi) e tra cinque anni non potremo creare specialisti con la bacchetta magica e tanto meno mandare nei reparti medici non specializzati. Ancora peggio se pensiamo agli infermieri: la carenza in questo caso è già oggi gravissima, e importarli dall’estero non sarà facile, visto che in Italia sono pagati (e trattati) peggio che altrove. Insomma, abbiamo motivi per essere orgogliosi del Ssn, ma anche cose che non v
anno bene. Ad alcune può pensare la magistratura, ma ad altre deve mettere mano la politica, e molto alla svelta. Dobbiamo pretendere che avvenga, perché alle elezioni con il nostro voto potremo mandare a casa i politici inetti, ma non potremo creare specialisti e infermieri. Q “ ---End text--- Author: ROBERTO BURIONI Heading: Highlight: Al Nord ci sono zone che hanno prestazioni pessime al Sud ci sono posti dove le cure sono impeccabili Image: -tit_org- Le due facce della sanità Le due facce della sanità -sec_org-
tp:writer§§ Roberto Burioni
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title§§ Norme & tributi - Sanitari, le ore di pronta disponibilità in regime flat
link§§ http://gimbe.telpress.it/news/2025/12/10/2025121003172406583.PDF
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Estratto da pag. 37 di "SOLE 24 ORE" del 10 Dec 2025
pubDate§§ 2025-12-10T05:42:00+00:00
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tp:ocr§§ Sanitari, le ore di pronta disponibilità in regime flat Trattamento al pari degli straordinari: tassazione agevolata al 5% Infermieri Ssn Le ore di pronta disponibilità degli infermieri pubblici si considerano straordinari soggetti a tassazione agevolata al 5%, mentre sono soggetti a tassazione ordinaria i compensi per prestazioni svolte in sede elettorale. Con la risposta a interpello 308/2025, pubblicata il 9 dicembre, l’agenzia delle Entrate ha parzialmente corretto il tiro rispetto al precedente interpello n. 272/2025, che aveva escluso dalla flat-tax entrambe tali tipologie di remunerazione. La questione riguarda l’ambito di applicazione del regime di tassazione sostitutiva al 5% sui compensi per lo straordinario degli infermieri del Ssn, introdotto dall’articolo 1, commi 354 e 355, della legge di Bilancio 2025. La disposizione istitutiva si applica ai compensi per lavoro straordinario disciplinato dall’articolo 47 del Ccnl comparto sanità 2019-2021, erogati agli infermieri dipendenti dalle aziende e dagli enti del Ssn: come in altre occasioni, dal puntuale richiamo di una specifica clausola del Ccnl, l’Agenzia ha ricavato l’esclusione di ogni altro emolumento contemplato da altri articoli del contratto collettivo. Il problema nasce dal fatto che, in base al contratto vigente, le ore di pronta disponibilità (regolate dall’articolo 44 del Ccnl) vengono retribuite «a titolo di straordinario», ma presentano peculiarità che ne rendevano incerta la riconducibilità alla disciplina agevolativa. L’Agenzia ha quindi acquisito i pareri del ministero della Salute e dell’ufficio legislativo del ministro per la Pubblica amministrazione; entrambi i dicasteri hanno sottolineato che, a norma dell’articolo 47, comma 5, del contratto nazionale, il servizio per pronta disponibilità è computato ai fini del limite individuale di 180 ore annue di straordinario. Deve, quindi, prevalere una concezione oggettivo-funzionale dell’attività lavorativa: ogni prestazione resa oltre l’orario ordinario è qualificata e retribuita come lavoro straordinario e il legislatore, riferendosi all’articolo 47 come norma definitoria generale, ha inteso includere nell’agevolazione anche le ore di pronta disponibilità effettivamente svolte. Indiretta conferma viene anche dal fatto che nei lavori parlamentari i costi della misura sono stati stimati calcolando il minor gettito fiscale sull’intero monte ore di straordinario del personale infermieristico, comprendendovi, quindi, anche le ore di pronta disponibilità. Al contrario, i compensi per le prestazioni svolte in sede elettorale non sono disciplinati dal Ccnl di comparto, ma dall’articolo 119 del Testo unico elettorale: non sono quindi riconducibili alla nozione di lavoro straordinario di cui all’articolo 47 del contratto, non riguardano finalità della struttura sanitaria e non attengono alla prestazione infermieristica. Restano, quindi, soggette a tassazione ordinaria. —Ma.Ta. © RIPRODUZIONE RISERVATA ---End text--- Author: ma.ta. Heading: Infermieri Ssn Highlight: Vanno invece a tassazione ordinaria i compensi per prestazioni svolte in sede elettorale Image: -tit_org- Norme & tributi - Sanitari, le ore di pronta disponibilità in regime flat -sec_org-
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title§§ Super ospedali in ogni Regione per ridurre gap con il Nord
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Estratto da pag. 2 di "SOLE 24 ORE" del 10 Dec 2025
pubDate§§ 2025-12-10T05:46:00+00:00
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tp:ocr§§ Super ospedali in ogni Regione per ridurre gap con il Nord La riforma allo studio Atteso a breve in Consiglio dei ministri il riordino della rete ospedaliera Creare una rete di una ventina di «ospedali nazionali di riferimento» di terzo livello, individuandone almeno uno per ogni Regione, che potranno contare sulle ultime grandi attrezzature mediche d’avanguardia e sul personale sanitario di cui hanno bisogno senza paletti e tetti alle assunzioni grazie ai finanziamenti che arriveranno direttamente da Roma e non più solo dalle Regioni. Ecco una delle misure più attese della nuova mini riforma allo studio del ministero della Salute e attesa entro dicembre in consiglio dei ministri: si tratta di un nuovo Ddl delega dopo quello sulle professioni ora in Parlamento - che punta alla riforma della rete ospedaliera e di quella del territorio, facendo in particolare un tagliando degli standard ospedalieri che proprio quest’anno compiono 10 anni. Grazie a questa sorta di status speciale questi “super ospedali” avranno mani più libere su assunzioni e tecnologie con fondi specifici dedicati compresi quelli dell’edilizia ospedaliera in modo da poter garantire un livello elevatissimo di cure che dovranno spaziare su tutte le specialità più importanti e complesse come la cardiochirurgia, la neurochirurgia o l’oncologia pediatrica. L’idea di fondo di questa mini riforma è far arrivare questa “spina dorsale” di super ospedali anche al Sud dove non mancano le strutture all’avanguardia che però con il sostegno di Roma riuscirebbero a competere meglio con i grandi Hub del Nord che oggi attirano tanti pazienti anche da altre Regioni. Uno sbilanciamento, questo, che incentiva appunto i cosiddetti “viaggi della speranza”, lo spostamento cioè di centinaia di migliaia di pazienti che ogni anno si muovono soprattutto dal Sud al Nord in cerca delle cure specialistiche di cui hanno bisogno, un fenomeno che nel 2023 ha sfiorato i 3 miliardi per valore dei ricoveri fuori Regione. Del resto ieri è stato lo stesso ministro della Salute Orazio Schillaci alla presentazione di Agenas del programma nazionale esiti a sottolineare come anche se l’assistenza ospedaliera mostra «progressi significativi su più fronti» restano ancora diverse «criticità» e soprattutto «permane un significativo divario Nord-Sud». Come ha sottolineato anche il commissario dell’Agenas Americo Cicchetti il livello di assistenza ospedaliera «è migliorato ma restano delle criticità, principalmente dovute al divario ancora presente tra il Nord ed il Sud del Paese, ma anche tra le aree cittadine e quelle periferiche». Lo stesso commissario aggiunge poi come «nonostante la mobilità passiva dei pazienti verso il Nord le Regioni del Sud non riescono a raggiungere risultati di salute comparabili a quelle del Nord, l’unica via dunque è quella di avere strutture di livello anche al Sud dove non mancano le eccellenze, ma ora devono crescere di più». —Mar.B. © RIPRODUZIONE RISERVATA ---End text--- Author: mar b Heading: Highlight: I centri di riferimento avranno attrezzature d’avanguardia e personale senza vincoli e con più fondi Image: -tit_org- Super ospedali in ogni Regione per ridurre gap con il Nord -sec_org-
tp:writer§§ Mar B
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title§§ Ospedali e malattie ecco dove curarsi = Ospedali, meno errori dove sì opera di più Lombardia promossa, luci e ombre in Piemonte
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Estratto da pag. 17 di "STAMPA" del 10 Dec 2025
pubDate§§ 2025-12-10T05:53:00+00:00
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tp:ocr§§ LA CLASSIFICA DEL MINISTERO Ospedali e malattie ecco dove curarsi Dall’angioplastica agli interventi al femore: così Agenas stila la classifica delle migliori e peggiori strutture italiane Ospedali, meno errori dove si opera di più Lombardia promossa, luci e ombre in Piemonte C osa fa sì che a 30 giorni per un ricovero da ictus all’ospedale Civile di Legnano si registri una moralità del 23,5% mentre agli Ospedali Riuniti di Foggia è solo dello 0,64%? – PAGINA 17 IL DOSSIER PAOLO RUSSO C osa fa sì che a 30 giorni per un ricovero da ictus all’ospedale Civile di Legnano si registri una inquietante moralità del 23,5% mentre negli Ospedali Riuniti di Foggia è solo dello 0,64%. Come mai nel 99,2% dei casi al “Pertini” di Roma e soltanto per il 4,6% dei pazienti del policlinico Monserrato di Cagliari una frattura al femore viene ridotta entro le 48 ore. Termine oltre il quale a una certa età si rischia di passare il resto della vita in carrozzina a rotelle. La risposta a queste e alle altre centinaia di diseguaglianze tra Ospedali e Asl è che, a dieci anni dall’entrata in vigore del “Dm 70” che ha fissato gli standard di efficienza, l’Italia continua a fare i conti con un vecchio vizio difficile da estirpare: una rete ospedaliera troppo dispersiva, fatta di reparti e ospedaletti che trattano pochi casi all’anno, specie negli ambiti più delicati come la chirurgia oncologica o le procedure salvavita. Lo certificano i numeri del Programma Nazionale Esiti (Pne), che anche nell’edizione 2025 mette in fila progressi importanti, ma anche criticità che hanno il sapore amaro delle occasioni perse. «Le analisi - ha sottolineato il ministro della Salute, Orazio Schillaci, alla presentazione del Pne - mostrano innanzitutto come la concentrazione della casistica complessa in centri che garantiscono alti volumi di attività siano correlati a una maggiore efficacia. E su questo si sono registrati miglioramenti notevoli». Il principio è semplice e vale in ogni settore, ma in sanità diventa una legge di gravità: dove si opera di più, si sbaglia di meno. Non a caso, gli interventi più complessi concentrati nei centri ad alto volume mostrano performance migliori, mentre là dove prevalgono reparti con tre o quattro casi al mese - o addirittura all’anno - gli esiti peggiorano. È il caso, ad esempio, delle resezioni pancreatiche, che al Sud finiscono in strutture ad alto volume solo nel 28% dei casi, contro una media nazionale del 54%. Oppure degli interventi sul retto, dove addirittura si registra un arretramento: appena il 22% eseguito in centri sopra soglia, contro il 30% del 2015. Un passo indietro in un campo in cui la curva di apprendimento conta più del bisturi. Eppure, laddove lo Stato ha imposto standard chiari, la differenza si vede. Il Dm 70 ha introdotto parametri minimi di attività e sicurezza, e i risultati parlano: nella chirurgia della mammella il 90% dei casi è oggi trattato in strutture ad alto volume (erano il 72% dieci anni fa). Anche colon, prostata e polmone mostrano un progressivo riordino, segno che quando le regole sono definite e monitorate, il sistema risponde. Perché - dice in filigrana il Pne - la qualità migliora quando è misurata. Ma il vero tallone d’Achille resta la disomogeneità territoriale. L’Italia appare come una sanità a due velocità: Nord più vicino agli standard, Sud spesso incagliato sotto soglia, sia nei volumi che nella rapidità dei trattamenti. Emblematico il caso dell’angioplastica urgente: la quota di pazienti trattati entro 90 minuti sale al 63% a livello nazionale, ma con un gradiente Nord-Sud che continua a scavare differenze di sopravvivenza. Lo stesso copione si ripete nella frattura del femore: 60% operata entro due giorni, ma molte regioni meridionali restano sotto lo standard. Fatto sta che nella classifica dei 15 migliori ospedali d’Italia stilata da Agenas ben 10 siano al Nord -5 nella sola Lombardia- e solo uno al Sud, in Campania. La lezione che emerge è chiara: non basta aggiungere tecnologia o rifare i pronto soccorso, se prima non si razionalizza la rete dei pun
ti di erogazione. Il Pne fotografa ben 1.117 strutture di ricovero valutate, sia pubbliche che private convenzionate. Un mosaico così frammentato che non sorprende scoprire come 197 di esse siano state segnalate per 330 audit a causa dei risultati molto bassi o delle criticità nella codifica clinica. Una lista nera per quasi la metà degli ospedali composta da quelli campani (51) e siciliani (43). È comunque l’altra faccia della dispersione: troppi reparti per pochi pazienti, e la qualità si assottiglia come una coperta troppo corta. Eppure qualche spiraglio c’è. Sessantotto strutture sono uscite dalla “lista nera” dell’audit grazie a miglioramenti documentati, distribuiti in tutte le regioni. Segno che la trasparenza funziona: quando gli esiti diventano pubblici e confrontabili, le aziende ospedaliere si muovono. «I dati di questa edizione confermano un principio fondamentale: quando il sistema opera con standard nazionali basati su riferimenti normativi precisi e con strumenti efficaci di monitoraggio, il sistema globalmente migliora», commenta Schillaci. Mentre per il Commissario straordinario di Agenas, Americo Cicchetti, «il livello di assistenza ospedaliera è migliorato ma restano delle criticità, principalmente dovute al divario ancora presente tra il Nord ed il Sud del Paese ma anche tra le aree cittadine e quelle periferiche». Dove però esistono standard - come per la day surgery della colecistectomia, salita dal 22 al 39% in dieci anni, o per la riduzione dei tagli cesarei primari - i progressi sono tangibili. Anche se su questi ultimi c’è ancora da lavorare, soprattutto da Roma in giù, dove tra cliniche e clinichette nella maggioranza dei casi si partorisce con il bisturi, con punte del 61,8%, come nel caso della Casa di cura Villa dei fiori di Napoli. Se l’Italia vuole davvero una sanità capace di garantire equità e sicurezza, la strada è segnata: meno ospedali che fanno tutto e di tutto, più centri che fanno bene ciò per cui sono attrezzati.— ---End text--- Author: PAOLO RUSSO Heading: Highlight: LA CLASSIFICA I 15 migliori ospedali d’Italia Strutture valutate su almeno 6 aree e con livello alto/molto alto in tutte le aree considerate Ospedale di Savigliano Piemonte (8 aree) P.O. F. Lotti, Pontedera Toscana (7 aree) Ospedale di Mestre Veneto (8 aree) Stabilimento Umberto I, G.M. Lancisi Marche (7 aree) Ospedale Maggiore di Lodi Lombardia (7 aree) A.O.U. Federico II di Napoli Campania (7 aree) Fondazione Poliambulanza Lombardia (7 aree) Ospedale Bolognini Lombardia (6 aree) Ospedale Papa Giovanni XXIII Lombardia (7 aree) Ospedale di Montebelluna Veneto (6 aree) Istituto Clinico Humanitas Lombardia (7 aree) Ospedale Bentivoglio Emilia-Romagna (6 aree) Ospedale di Cittadella Veneto (7 aree) Ospedale di Città di Castello Umbria Ospedale Fidenza Emilia-Romagna (7 aree) (6 aree) Interventi e prestazioni ANGIOPLASTICA ENTRO 90’ DAL RICOVERO PER INFARTO INCIDENZA MIGLIORI Bari 94.64% Casa di Cura Santa Maria Patti (Sicilia) 93.63% P.O. Barone-Romeo Bari 90.35% Casa di Cura Anthea PEGGIORI Stabilimento di Fano Fano (Marche) 2.08% Ospedale di Vizzolo Predabissi Vizzolo Predabissi (Lo) 5.88% S. Leonardo Castel. di Stabia (Campania) 5.88% INTERVENTO TUMORE AL COLON MORTALITÀ A 30 GG MIGLIORI La Spezia Ospedale Sant'Andrea Ospedale Morgagni-Pierantoni Forlì (Cesena) Osp. Regionale Umberto Parini Valle d'Aosta PEGGIORI Ospedale Maria Vittoria Torino Presidio Ospedaliero Rummo Benevento Presidio Ospedaliero Matera Basilicata MORTALITÀ A 30 GG PER BY-PASS CORONARICO INCIDENZA MIGLIORI Pisa 0.19% Az. Ospedaliero-Univ. Pisana Lancisi (Ancona) 0.22% Stabilimento Umberto I Lombardia 0.23% Ospedali Civili di Brescia PEGGIORI Osp. Casa Sollievo della Sofferenza S. Giovanni Rotondo (Puglia) 7.46% Iscas Morgagni Nord Srl Pedara (Catania) 6,39% Az. Ospedaliera Papardo Messina 4.56% NUMERO PARTI CESAREI SU TOTALE PARTI MIGLIORI Az. Osp.-Universitaria di Parma Emilia Romagna Ospedale Civile S. Giovanni di Dio Crotone (Calabria) Monza Irccs San Gerardo dei Tintori PEGGIORI Casa di C
ura Villa dei Fiori Napoli Casa di Cura E. Falcidia Catania Clinica Santa Patrizia Napoli MORTALITÀ A 30 GG DA ICTUS MIGLIORI Puglia Ospedali Riuniti di Foggia Polo Ospedaliero Unico Integrato Rieti (Lazio) Varese Casa di Cura Mater Domini PEGGIORI Ospedale Civile di Legnano Milano P.O. Gravina e S. Pietro Catania Ospedale di Belluno Veneto RIDUZIONE FRATTURA DEL FEMORE ENTRO 48 H MIGLIORI Roma Sandro Pertini Bergamo Humanitas Gavazzeni Bari Ospedale Monopoli PEGGIORI Policlinico Monserrato Cagliari P.O. Torre del Greco Napoli P.O. San Francesco Nuoro INCIDENZA 0.64% 1.42% 2% 23.53% 22.48% 20.83% REVISIONE PROTESI D’ANCA A 2 ANNI DALL’INTERVENTO INCIDENZA MIGLIORI Firenze 0.30% Casa di Cura Ulivella e Glicini 0.30% Humanitas Ist. Clinico Catanese Catania Parma 0.36% Az. Ospedaliero-Universitaria PEGGIORI Maria Ss. Addolorata Salerno 9.61% Casa di Cura S. Anna Roma 9.01% Casa di Cura Santa Lucia Glef Ragusa 8.70% INCIDENZA 0.32% 0.56% 0.57% 13.79% 13.29% 12.89% INCIDENZA 6.55% 7.26% 8.09% 61.81% 59.96% 59.04% INCIDENZA 99.28% 98.69% 98.39% 4.63% 4.99% 5.82% OSPEDALE Servizi territoriali ACCESSI AL PRONTO SOCCORSO BIANCHI E VERDI NEI GG FERIALI INCIDENZA MIGLIORI Liguria 0.2% Asl Savonese Liguria 0.21% Asl Chiavarese Calabria 1.34% Asp Catanzaro PEGGIORI Azienda Sanitaria Bolzano P.A. di Bolzano 14.96% Ulss N. 1 Dolomiti Veneto 14.15% Asl Torino 5 Piemonte 12.93% Fonte: Programma nazionale esiti (Pne) di Agenas, edizione 2025 ACCESSI AL PRONTO SOCCORSO BIANCHI E VERDI NEI GG FESTIVI INCIDENZA MIGLIORI Liguria 0.12% Asl Chiavarese Liguria 0.13% Asl Savonese Toscana 1.04% Prov. di Prato PEGGIORI Ulss N. 1 Dolomiti Veneto 10.32% Asp Caltanissetta Sicilia 9.84% Asl Città di Torino Piemonte 9.65% Withub Il ministro Schillaci “Negli ultimi 10 anni progressi notevoli nei grandi centri” Il vero tallone d’Achille resta la disomogeneità territoriale, con il Sud che arranca Image: -tit_org- Ospedali e malattie ecco dove curarsi Ospedali, meno errori dove sì opera di più Lombardia promossa, luci e ombre in Piemonte -sec_org-
tp:writer§§ paolo russo
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