title§§ «Più controlli sulle cure prestate»
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Estratto da pag. 2 di "CENTRO" del 09 Dec 2025
Al centro dell'azione anche i Lea, le direttive: «Rafforzeremo la rete di assistenza»
pubDate§§ 2025-12-09T06:33:00+00:00
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tp:ocr§§ «Più controlli sulle cure prestato Al centro dell'azione anche i Lea. le direttive: «Rafforzeremo la rete di assistenze » L'AQUILA Lea è un acronimo che significa "livelli essenziali di assistenza", cioè il minimo sindacale delle cure che è necessario fornire ai cittadini. E anche la qualità delle prestazioni sanitarie, con l'Abruzzo finito in passato nella tagliola dei dati negativi della Fondazione Gimbe, è al centro delle promesse dell'amministrazione Marsilio. «Si prevedono forme di controllo più effi cienti ed efficaci», è questo l'obiettivo dichiarato del centrodestra di governo per i prossimi tré anni. Il Defr (Documento di economia e finanza regionale) dice: «Tra le principali azioni vi è l'implementazione di sistemi di controllo sull'effettiva erogazione dei Lea da parte delle aziende sanitarie, con particolare attenzione alle aree critiche, come la prevenzione, l'assistenza ospedaliera e quella territoriale». E la politica assicura; «Sono previsti, inoltre, il rafforzamento dell'assistenza primaria e domiciliare, la riduzione delle liste d'attesa, il potenziamen to della telemedicina, specie mente per i pazienti cronic: la presa in carico integra del paziente attraverso un' deguata sinergia tra ospeda medici di base e farmacie d servizi». Il Defr annuncia un potei ziamento di cure sul ' rio per liberare gli ospedi dal sovraffollamento: «Afroi tè dell'aumento di persoi affette da patologie cronici si terrà conto della necessi dell'introduzione di nuo modelli di sanità proattiv compresi i Pdta (Percors diagnostico terapeutico as< stenziale) in chiave digitale» L'assessore NicolettaVerì LAMANOVRA » VERSO LE AUDIZIONI ALL'EMK I pazienti abruzzesi in fuga «Pesante il saldo con le Mari SS 1 ^ «PulcoDtro11ii»ll]ecurepl4 ^ -tit_org- «Più controlli sulle cure prestate» -sec_org-
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title§§ Sanità militare, riforma top secret: chi ci guadagna davvero?
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Estratto da pag. 1 di "lettera43.it" del 09 Dec 2025
pubDate§§ 2025-12-09T13:19:00+00:00
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tp:ocr§§ Sanità militare, riforma top secret: guadagna davvero? Andrea Costantino 26 Novembre 2025-Lettura 5 minuti Oinש ECONOMIA La Difesa punta a creare un servizio sanitario parallelo, pagato con i soldi del SSN ma senza il controllo delle Regioni . L'obiettivo dichiarato è alleggerire il sistema nazionale. In realtà penalizza medici e cittadini. Il governo promette di aiutare i cittadini con ospedali militari. Ma i numeri dicono altro, e nelle Forze Armate esplode il malcontento. Medici di Aeronautica, Marina e Carabinieri parlano di «trappola» e minacciano le dimissioni. Maurizio Gasparri arma la manovra con fondi dedicati. La Difesa punta a creare una sanità parallela, pagata con soldi del SSN: una rete di strutture che produce ricavi fuori dal controllo delle Regioni. Una riforma strutturale senza ^ consultazioni Ce una parola che girada settimane nei gruppi WhatsAppdei medici militari: «Riforma top secret». Nessuno l'ha vista, nessuno èstato consultato. Poi, il 21 novembre, è arrivato il colpo di scena: uno schema di decreto legislativo inviato alle rappresentanze sindacali militari senza preavviso e con appena 10 giorni di tempo per rispondere, come conferma una nota ufficiale firmata dal Capo di gabinetto del ministro della Difesa. Dieci giorni, in piena riforma strutturale, senza un tavolo tecnico, senza consultazioni reali. Solo un passaggio formale, tanto per dire che «¡sindacati sono stati informati». Non ascoltati, informati. Come nasce il progetto di un Servizio sanitario militare nazionale Tutto parte da una legge approvata ¡I 5 agosto 2022, quando il governo Draghi era già dimissionario: la legge 119/2022, che agli articoli 8 e 9 delega lo Stato a riformare personale e struttura della sanità militare. Quella delega però è rimasta ferma. Poi sono arrivati Giorgia Meloni e Guido Crosetto e nell'Atto di indirizzo 2026-2028 è spuntata una nuova creatura: il Servizio sanitario militare nazionale (SSMN). Struttura interforze, comando unico, ospedali militari aperti al pubblico. Sulla carta, patriottismo. Nella realtà, un'altra storia. È noto che il SSN è al collasso. Come fa notare la ^ Fondazione Gimbe, tra il 2023 e il 2025 ¡I Fondo sanitario nazionale è passato da 125,4 a 136,5 miliardi. In numeri assoluti si tratta di un aumento di 11,1 miliardi ma se si prende in considerazione il rapporto con il Pii allora ¡I quadro cambia. Dal 2022 al 2025 questo rapporto è stabilmente intorno al 6 per cento. Ciò significa che nel triennio 2023-2025 si è registrato un definanziamento di 13,1 miliardi. Non solo. I medici continuano a lasciare il SSN: nel 2022 se ne sono andati in 4.300, entro il 2030 altri 40 mila camici sono dati in uscita. La spesa privata delle famiglie nel 2024 ha superato i 40 miliardi. Riassumendo: il SSN è senza personale, senza soldi e con i cittadini costretti a pagare di tasca propria (quando riescono) le prestazioni. Veniamo ai numeri della sanità militare. Stando alla Corte dei Conti, il sistema ha all'attivo 6.300 addetti. Con una spesa per il ministero della Difesa di 340-370 milioni l'anno, pari a meno dello 0,3 per cento della spesa sanitaria nazionale. Gli ospedali militari sono pochi, spesso fatiscenti e con reparti semi vuoti. Con quale personale e quali strutture si pensa di «aiutare i civili»? Guido Crosetto e Giorgia Meloni (Imagoeconom ica). La mossa di Gasparri sui fondi Nei documenti della Legge di Bilancio (A.S. 1689), l'art. 63-bis presentato da Maurizio Gasparri prevede lo stanziamento di un milione l'anno a partire dal 2026 per ridisegnare la sanità militare. Ma il colpo grosso sta negli emendamenti successivi: 90-140 milioni dal 2026-2027 saranno destinati a ristrutturare gli ospedali militari, accreditarli al SSN. a stipulare contratti con specialisti civili estemi ^ senza concorsi. In altre parole i soldi del SSN andranno anche agli ospedali militari, il tutto fuori dal controllo delle Regioni. Il documento spedito ai sindacati presenta la riforma come «sensibilità del vertice del dicastero» e come strumento per fornire «rispos
te céleri, efficaci e continuative» in supporto al SSN. Poi, in chiusura si aggiunge: «Eventuali osservazioni dovranno pervenire entro e non oltre il 10 dicembre». Nessun tavolo, nessun ascolto, nessuna trattativa. Le parti sociali esistono solo per decorazione: una comice per una firma già decisa. Maurizio Gasparri (Imagoeconomica). Chi ci guadagna davvero? Ma questa riforma a chi conviene? Non ai medici militari, che perdono identità d'arma (Carabinieri in testa), rischiano trasferimenti obbligatori a centinaia di km, vedono restringersi l'intramoenia, mentre il ministro Grazio Schillaci scarica sui medici la colpa delle liste d'attesa generate da anni di tagli. Sicuramente non ai cittadini- Per un SSN da 140 miliardi, 90-140 milioni non cambiano nulla. Ma bastano per creare una sanità parallela, militarizzata e redditizia Chi ci guadagna, allora? Il ministero della Difesa che diventa anche erogatore sanitario; la Difesa Servizi spa. che già oggi monetizza strutture militari e potrà farlo sugli ospedali accreditati; gli specialisti privati convenzionati, che entrano da una porta laterale , senza le regole del SSN nétrasparenza- Dunque il governo con questa mossa non sta «difendendo le uniformi». Le sta usando come scudo. Non sta "aiutando i cittadini". Sta spostando pezzi di sanità pubblica in un recinto militarizzato, dove ricavi e consenso diventano patrimonio di chi controlla il sistema, non di chi lo finanzia con le tasse. Una ^ riforma top secret non nasce per curare. Nasce per controllare. E per chi la subisce, le conseguenze non sono teoriche: nei Carabinieri il personale sanitario rischia di perdere identità e funzioni da forza di polizia; nell'Aeronautica e nella Marina si tenta di rendere "intercambiabili" medici con specializzazioni uniche, come medicina aerospaziale o iperbarica; nell'Esercito, gli unici a poter trarre vantaggio sono i presidi romani destinati all'accreditamento, dove si potrà fare business sulla pelle del SSN. Dietro la foglia di fico della "sanità militare per i cittadini" ce un sistema di potere. Un SSN che perde medici, tempo e soldi, e una Difesa che guadagna strutture, budget e voce nella sanità pubblica .E quando una sanità parallela nasce nel silenzio, lontano da Regioni, ASL e concorsi pubblici, l'urgenza non è chiedere quando curerà i cittadini, ma capire chi verrà sacrificato, chi verrà privi legiatoe chi, in tutto questo, starà incassando. L'ospedale militare del Celio a Roma (Ansa). ^ -tit_org- Sanità militare, riforma top secret: chi ci guadagna davvero? -sec_org-
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title§§ L'IA per curare i tumori al fegato: premiato medico di Palermo
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Estratto da pag. 9 di "AVVENIRE" del 09 Dec 2025
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tp:ocr§§ L’IA per curare i tumori al fegato: premiato medico di Palermo L’intelligenza artificiale aiuterà i medici a predire le decisioni terapeutiche e l’identificazione di pazienti affetti da epatocarcinoma, il tumore primitivo del fegato più comune. È per questo studio pionieristico che Ciro Celsa, ricercatore della unità operativa complessa di Gastroenterologia ed Epatologia del Policlinico “Paolo Giaccone” di Palermo, ha ricevuto un Merit Award durante l'ultimo congresso Esmo (European Society for Medical Oncology). «Stiamo investendo con convinzione sull'Ia applicata a diversi ambiti sanitari - spiega Calogero Cammà, direttore dell’unità operativa - , ma non sostituirà mai il giudizio clinico del medico». ---End text--- Author: Redazione Heading: Highlight: Image: -tit_org- L’IA per curare i tumori al fegato: premiato medico di Palermo -sec_org-
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title§§ Quel piglio da rockstar nel reparto creato su misura La srl per coprire le tangenti
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Estratto da pag. 18 di "CORRIERE DELLA SERA" del 09 Dec 2025
L'incarico da dirigente nel 2008, poi la scalata
pubDate§§ 2025-12-09T05:04:00+00:00
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tp:ocr§§ Quel piglio da rockstar nel reparto creato su misura La srl per coprire le tangenti L’incarico da dirigente nel 2008, poi la scalata ROMA Medico e affarista, Roberto Palumbo si divideva tra corsie e srl in cerca di un equilibrio fra dedizione e business. La rockstar della Nefrologia (copyright di un paziente) meditava ormai di abdicare alla prima per dedicarsi al secondo, quando la primavera scorsa venne intercettato dalla magistratura assieme al suo commercialista, mentre progettava la costituzione di una nuova società «finalizzata con ogni evidenza — è l’appunto dei pm — a schermare le illecite dazioni di denaro da parte degli imprenditori compiacenti» (la «Omnia srl» nasce così come collettore di mazzette, mascherata e blindatissima). Laureato in Medicina nel 1985, assunto in una struttura pubblica nel 1997, impara presto a destreggiarsi. Più potente che autorevole, più sponsorizzato che referenziato, il professionista viene da lontano. È promosso all’incarico di primario nel 2008, prima ancora che l’ospedale dell’Eur sia organizzato per ospitare i pazienti di malattie renali. L’amministrazione regionale dell’epoca — giunta di centrosinistra guidata da Piero Marrazzo — bandisce la gara per l’incarico dirigenziale al Sant’Eugenio già nel 2008. È la svolta: Palumbo entra e di lì a poco verrà creato il reparto di Nefrologia, tirato su grazie anche alle professionalità fuoriuscite da un altro ospedale nel centro storico di Roma, che si era deciso di chiudere, il San Giacomo. È un’operazione «sartoriale» che accontenta il professionista e surroga — pur approssimativamente — la perdita di un centro di eccellenza territoriale. La carriera di Palumbo decolla così sulle ceneri della Nefrologia di Giancarlo Ruggieri, l’amatissimo esperto di patologie renali del San Giacomo, destinato chissà perché a divenire resort lussuoso nel cuore del Tridente. Diciassette anni dopo ritroviamo Palumbo tra i corridoi dell’ospedale della Roma Sud che pianifica una pensione dorata. Così, almeno, racconta Annalisa Pipicelli, suo braccio destro, in una (intercettata) conversazione con il marito al quale riferisce i progetti futuri del primario: «Da fuori — spiega — (Palumbo, ndr) continuerebbe comunque a comandare il Sant’Eugenio perché lascerebbe i suoi...». Pipicelli si rallegra della prospettiva: «Palumbo — prosegue — su tutti favorirà sempre me, però sarebbe il punto focale... perché se Palumbo si sposta nel privato il mondo si sposta nel privato perché lui è il capo del dipartimento più grande d’Europa». Facile intuire come, in questa scalata al potere e ai vantaggi (economici) che può procurare, il paziente fosse ridotto a poco più di un numero. Non a caso, ieri la società italiana di Nefrologia prendeva le distanze dal metodo-Palumbo e in un comunicato del presidente, Luca De Nicola, sottolineava disfunzioni e origine del malaffare: «Occorre risolvere l’unicum italiano di una bassa percentuale di utilizzo di dialisi domiciliare peritoneale (trattamento che viene effettuato a casa, attraverso una formazione ad hoc dei familiari, ndr) più conveniente per il paziente e per le finanze del Servizio sanitario nazionale, ma prescritta in Italia solo nel 9,5% dell’intera popolazione sottoposta a dialisi a fronte del 20-30% in Europa». In realtà così si accorcia la catena degli intermediari. Palumbo appare tra i più convinti sostenitori dell’emodialisi e segretamente nemico della dialisi domiciliare che scoraggia anche attraverso i medici da lui diretti. Il potere irrobustisce il suo ego come testimonia il paziente al quale restituisce una diagnosi affinché la conservi: «C’è la mia firma sotto!» e che perciò lo ribattezza «rockstar». Ma, sempre il potere, lo spinge a essere generoso, magnanimo con gli amici. Così Palumbo propone a una sua fedelissima la direzione di un centro accreditato e, ignorando di essere intercettato, la lusinga prospettandole l’affare: «No dicevooo, immagina ti scegli un centro di cui essere responsabile, scegli un centro qualsiasi, Dialeur, Diaverum, Madonna della Fiducia, Nuova Medica, cioè quello che vu
oi, scegli uno che sei responsabile con contratto, diecimila euro puliti al mese». Tutto, alla fine, ruota lì attorno. ---End text--- Author: Ilaria Sacchettoni Heading: Highlight: Gli amici Propose la direzione di un centro accreditato a una fedelissima: era intercettato Image: -tit_org- Quel piglio da rockstar nel reparto creato su misura La srl per coprire le tangenti -sec_org-
tp:writer§§ Ilaria Sacchettoni
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title§§ Non siamo un Paese per vecchi
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Estratto da pag. 34 di "CORRIERE DELLA SERA" del 09 Dec 2025
pubDate§§ 2025-12-09T05:04:00+00:00
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category§§ POLITICA SANITARIA
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tp:ocr§§ Non siamo un Paese per vecchi La Riforma varata nel 2023 è ferma al palo La denuncia dei 61 enti riuniti nel «Patto» Long-term care troppo lontana dai bisogni Servono più tutele, servizi e finanziamenti Gori: «Che il tema diventi priorità politica» WELFARE E AUTOSUFFICIENZA L’età media degli italiani si alza giorno dopo giorno: si vive di più, ma siamo sempre più esposti a problemi di salute che possono spingerci alla non autosufficienza. La quota di persone anziane che non riescono più a compiere autonomamente le azioni della vita quotidiana è arrivata a 3,8 milioni, un numero già molto alto che tocca quota 10 milioni contando i familiari che li assistono e chi lo fa professionalmente (operatori e badanti). Il sistema pubblico di assistenza agli anziani non autosufficienti presenta nel nostro Paese varie carenze. Le speranze di cambiamento sono riposte nella prima riforma nazionale del settore, la Legge 33 approvata nel marzo 2023, il cui obiettivo era modificare strutturalmente il sistema di welfare, ideato quando i non autosufficienti erano molti meno, per metterlo in condizione di rispondere alla loro sempre più diffusa presenza. Queste speranze al momento sono lontane dall’essere soddisfatte perché l’attuazione sta incontrando notevoli difficoltà. Servirebbe un sistema veramente unitario, come sottolineano le organizzazioni del «Patto per un nuovo welfare sulla non autosufficienza» che raggruppa 61 organizzazioni della società civile. «L’Italia - spiega Franca Maino, docente del Dipartimento di Scienze Sociali e Politiche dell’Università degli Studi di Milano - è un Paese che, fino al 2023, non aveva mai investito in modo davvero strutturale nella long-term care, cioè nell’assistenza continuativa alle persone anziane non autosufficienti. La pandemia ha segnato un punto di svolta e, grazie anche al Pnrr, il tema è entrato con maggiore forza nell’agenda pubblica, contribuendo ad avvicinare l’Italia agli standard di altri Paesi europei. Allo stesso tempo, il Patto sta evidenziando le criticità dei decreti attuativi e ricorda quanto il percorso sia ancora lungo: in una società che invecchia, serve rafforzare in modo stabile tutele, servizi e coperture per rispondere a bisogni destinati a crescere». Le tante persone che si trovano nelle condizioni di dover affrontare una situazione di non autosufficienza perdono l’orientamento nella babele di possibilità previste, un labirinto burocratico con tanti passaggi da compiere. Primo: l’assistenza domiciliare, chiamata Adi. È fornita dalle Asl, ma prevede ancora troppo poche prestazioni mediche o infermieristiche a casa (in media 14 all’anno). La nuova riforma è basata invece su tre pilastri: una durata più lunga commisurata ai bisogni, una visione globale della condizione dell’anziano e la capacità di offrire risposte appropriate alle diverse esigenze. Ma l’attuazione è stata rinviata. Secondo: i servizi residenziali. Lo schema di decreto attuativo del Ministero della Salute elude, secondo il Patto, diverse questioni a partire da quella più importante: la fornitura di personale adeguato a seguire tutti. Terzo: l’indennità di accompagnamento, i 542 euro al mese. La nuova legge prevede di trasformarla in prestazione universale, differenziandola secondo l’effettivo bisogno di assistenza. La riforma la porterebbe a 850 euro - una maggiorazione per chi assume assistenti familiari in modo regolare o ricorre a soggetti accreditati -, ma le organizzazioni si chiedono come riuscirà lo Stato a garantire questa cifra per 1,3 milioni di anziani che ne beneficiano. Si stima che a regime siano necessari tra i 5 e i 7 miliardi aggiuntivi annui di spesa pubblica, da raggiungere, se possibile, gradualmente. Ma per ora siamo fermi ad una sperimentazione rivolta a circa 25 mila anziani, determinata anche dalle condizioni socioeconomiche e con una cifra uguale per tutti. Mobilitazione Le organizzazioni del Patto parlano chiaro: fino a oggi l’assistenza agli anziani è stata gestita attraverso tre settori distinti e poco coordinati: le politiche sanitarie, quelle sociali e i trasfe
rimenti monetari erogati dall’Inps. La costituzione dello Snaa (Sistema Nazionale per gli Anziani Non Autosufficienti) è stata di fatto rinviata perché riguarda solo i servizi e gli interventi sociali. «Tutto resta ancora molto parcellizzato - aggiunge Maino - e le prestazioni disponibili raggiungono solo una quota limitata delle persone che ne avrebbero bisogno». La mobilitazione della società civile ha contribuito a portare il tema dell’invecchiamento nell’agenda politica e questo ha prodotto alcuni risultati. Ma poi l’azione pubblica si è arrestata e oggi la sensazione è che il processo sia in stallo. «È comprensibile - sottolinea Cristiano Gori, coordinatore del Patto e docente di politiche sociali all’Università di Trento - che ci siano dei ritardi, ma bisogna accelerare, senza immobilismi. È una materia davvero complicata, il livello statale nazionale deve dare i pochi pilastri, i punti chiave, poi sui territori si gioca l’innovazione. Questo tema può e deve diventare una priorità politica». Milioni di persone aspettano risposte che devono ancora arrivare. ---End text--- Author: Giulio Sensi Heading: WELFARE E AUTOSUFFICIENZA Highlight: OVER 65 IN ITALIA 14,5 milioni L'ASSISTENZA AGLI ANZIANI NON AUTOSUFFICIENTI di cui: 3,8 milioni Gli over 65 con grave riduzione dell’autonomia 4,8 milioni over 80 10 14.400 milioni Familiari e operatori coinvolti over 100 ASSISTENZA DOMICILIARE (ADI) degli anziani 2019 2024 4,6% 10,9% + 900.000 utenti DIFFERENZE TERRITORIALI NELLA PRESA IN CARICO (2023) Nord-ovest Nord-est 3,8% 4,3% SPESA PER I SERVIZI DOMICILIARI 2019 2024 Centro 875 milioni di euro 4,2 miliardi di euro 4,2% SERVIZI Posti letto nei presidi residenziali socio-assistenziali e socio-sanitari: per 10.000 abitanti 2014 2023 Ospiti totali 362.850 65,7 72,2 75% ha 75 e più anni Isole 4,2% Fonte: Istat e Agenas (Agenzia Nazionale per i Servizi Sanitari Regionali) Sud 3,3% CdS ? Franca Maino Grazie anche al Pnrr la materia è entrata con più forza nell’agenda pubblica, ma non basta Image: -tit_org- Non siamo un Paese per vecchi -sec_org-
tp:writer§§ Giulio Sensi
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Estratto da pag. 11 di "QUOTIDIANO DEL SUD L'ALTRA VOCE DELL' ITALIA" del 09 Dec 2025
pubDate§§ 2025-12-09T05:04:00+00:00
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tp:ocr§§ L’ANALISI Pubblico-privato la zona grigia salva-illeciti gni giorno dieci camici bianchi, tra dirigenti medici, primari e specialisti, spesso i più bravi e con possibilità di guadagni, abbandonano le corsie di una Asl o di un ospedale pubblico per dirigersi verso il lavoro privato. La spesa privata nel nostro Paese assorbe circa 41 miliardi di euro che si aggiungono ai 136,5 della torta nazionale dei finanziamenti della spesa pubblica assorbendo dunque oltre il 23% della spesa complessiva. Ben oltre la soglia considerata fisiologica, del 15%, da parte dell’organizzazione mondiale della Sanità. Un sistema, quello delle cure italiano, sempre meno pubblico e universalistico ma sempre più “misto” solo per una piccola percentuale intermediato da casse professionali private e assicurazioni. Senza contare la fetta di spesa e assistenza privata inserita, sin dal 1992, tra le mura degli ospedali pubblici con la cosiddetta “attività intramoenia” erogata negli spazi pubblici in regime privatistico con proventi pagati dal paziente e ripartiti tra il professionista prescelto, l’azienda che offre gli spazi e le attrezzature e la sua equipe. In questo progressivo travaso tra un fronte pubblico, sempre più fragile e minato da carenze organizzative e di personale oltre che di risorse, e un fronte privato, sempre più organizzato, agguerrito e popolato dai migliori professionisti e da possibilità finanziarie, si colloca una zona grigia, sempre più vasta, in cui è possibile assistere a deprecabili fenomeni di illegalità o ai limiti della legalità che emergono dalle cronache giudiziarie. Anomalie figlie ovviamente di una responsabilità personale ma anche di una regolamentazione, del rapporto pubblico e privato, che andrebbe riformata, reso più chiara e trasparente. O In quest’area opaca, odiosa per i pazienti, possiamo incontrare varie tipologie di aggiramento delle norme. C’è il chirurgo che, ad esempio, effettua una mole di attività intramoenia superiore al limite del 50% rispetto a quella istituzionale come fissato dalla legge o anche superiore al 100% di quella pubblica, un limite in deroga concesso da alcune realtà aziendali e Regioni. L’istituto dell’intramoenia può inoltre essere concepito non solo come un modo per scegliere il professionista da cui farsi curare ma anche come una strategia per aggirare le liste di attesa. La legge lo vieta: bisognerebbe avere una lista unica in cui ad un determinato numero di prestazioni pubbliche corrisponda una visita privata e un intervento in intramoenia. Limiti che spingono i chirurghi e i medici più gettonati dall’utenza a lasciare l’alveo pubblico per optare per la clinica privata (accreditata o meno che sia con il Servizio sanitario nazionale) ovvero, sempre più spesso, scegliendo l’opzione del privato puro. Oltre questi ambiti ci sono tante altre fattispecie di collocazione nella suddetta zona grigia, che spaziano dal dirottamento di pazienti dal pubblico al privato, di cui magari si detengono quote di proprietà diretta o con prestanome e familiari, all’offerta a pazienti visitati in una regione di essere operati in un’altra per bypassare i limiti dell’incompatibilità. Fino all’incasso in contanti, di corrispettivi di prestazioni non tracciate. Fenomeni che alimentano un sottobosco che andrebbe riassorbito con opportunità di lavoro e carriera più gratificanti nel pubblico. Sullo sfondo resta infatti la inadeguata remunerazione di tanti primari e giovani e valenti specialisti che con sacrificio e dedizione ogni giorno, e per anni, si spendono al letto del paziente consegnandosi a turni massacranti in ospedali pubblici e anche accreditati a fronte di contratti e stipendi diventati oggi inadeguati soprattutto per chi non ha alcuna possibilità di effettuare attività privata lavorando nelle prime linee e nei pronto soccorso non a caso soggetti allo spopolamento di camici bianchi. Emblematica la recente denuncia di un Neurochirurgo che dopo un lungo e complesso intervento eseguito per rimuovere un tumore cerebrale, durato otto ore, ha calcolato che sul totale che il suo ospedale
gli corrisponde ogni mese (200 euro di base, per il lavoro di reparto, di sala operatoria, i turni e le responsabilità che ne derivano) in 8 ore di intervento ha guadagnato circa 14 euro. Solo uno dei tanti esempi che aprono uno spaccato che rasenta l'assurdo sulla situazione dei medici del Servizio sanitario nazionale che fanno anche i docenti universitari, cardine del sistema pubblico e fiore all'occhiello dei più importanti ospedali italiani. Da qui 85 camici bianchi del Sant'Andrea (ma non succede solo nell'ospedale romano, e non solo nel Lazio) hanno sottoscritto un appello alla politica e alle istituzioni "per rinnovare gli accordi, valorizzare il lavoro clinico e accademico, garantire stipendi dignitosi". E per tamponare la fuga, inevitabile, verso il privato o all'estero alla ricerca di un trattamento adeguato. Appello promosso da Alessandro Ferretti, Andrea Redler, Andrea Giannini, Damiano Caruso, Gianluca Esposito, Michail Sorotos, Silvia Fiorelli e Luca Ricciardi. ---End text--- Author: ETTORE MAUTONE Heading: Highlight: Image: -tit_org- Pubblico-privato la zona grigia salva-illeciti -sec_org-
tp:writer§§ Ettore Mautone
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title§§ Caos in terapia intensiva Le dimissioni lampo dell'ad del San Raffaele
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Estratto da pag. 12 di "QUOTIDIANO NAZIONALE" del 09 Dec 2025
Infermieri "esterni" in difficoltà sulle procedure, attivata una unità di crisi I sindacati: «A rischio la sicurezza dei pazienti». Il Cda era pronto alla revoca
pubDate§§ 2025-12-09T05:04:00+00:00
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tp:ocr§§ Caos in terapia intensiva Le dimissioni lampo dell’ad del San Raffaele Infermieri “esterni“ in difficoltà sulle procedure, attivata una unità di crisi I sindacati: «A rischio la sicurezza dei pazienti». Il Cda era pronto alla revoca MILANO Terremoto al San Raffaele, Irccs tra i più rinomati del Paese e ammiraglia del Gruppo San Donato, il primo operatore della sanità privata accreditata in Italia: l’amministratore unico dell’ospedale Francesco Galli ieri si è dimesso dopo una riunione d’urgenza del cda che aveva già votato all’unanimità la sua revoca. Lo fa sapere il gruppo, che ha nominato al suo posto l’ad Marco Centenari e non nasconde che il motivo della defenestrazione dell’ad sono «gravi fatti verificatisi nella notte tra il 6 e il 7 dicembre nell’ospedale San Raffaele». Il caos, hanno denunciato nelle ultime ore i sindacati, s’è prodotto al terzo piano dell’Iceberg dove si trovano reparti ad alta intensità di cura: il personale infermieristico fornito da una cooperativa esterna si sarebbe trovato in difficoltà su procedure, farmaci e comunicazione con i medici, costringendo l’ospedale a bloccare temporaneamente gli accessi dal pronto soccorso e chiedere aiuto ad altri reparti. L’assessore lombardo al Welfare Guido Bertolaso ha disposto l’avvio immediato di un’indagine da parte dell’Agenzia di tutela della salute Metropolitana, per «ricostruire quanto accaduto e verificare eventuali criticità organizzative o procedurali con la massima scrupolosità, ascoltando tutte le figure coinvolte e acquisendo la documentazione necessaria. Al termine dell’istruttoria saranno assunte le misure ritenute opportune per garantire che situazioni analoghe non possano ripetersi». Proprio il ricorso massiccio alle cooperative è uno dei problemi sollevati dai sindacati, che sono in agitazione da mesi e a fine ottobre hanno scioperato marciando in corteo fino al palazzo della Regione. La tensione, raccontano dall’interno, è deflagrata sotto la gestione di Galli. Tra le rivendicazioni dei lavoratori del San Raffaele, oltre alla richiesta di tornare al contratto di sanità pubblica come ai tempi di don Verzè (quello della sanità privata, Aiop, è fermo da sette anni) e alla protesta per lo stop alle prenotazioni dall’esterno col Servizio sanitario nazionale al Cup (che però fanno parte di un piano di riorganizzazione anti liste d’attesa del servizio pubblico), ci sono denunce sulla gestione dell’Irccs: dal «ricorso generalizzato agli appalti a cooperative, società di professionisti e anche a singole partite Iva per sostituire assenze improvvise» nei reparti, «con gravi risvolti sulla continuità assistenziale e la sicurezza», all’utilizzo «selvaggio di straordinari, gettoni, reperibilità oltre i limiti previsti dalla legge», che avrebbero prodotto una fuga in massa degli infermieri. I sindacati hanno denunciato anche «forniture non più puntuali di materiali e dispositivi medici, carenza di manutenzione, pulizia e igiene a causa di rinnovi al ribasso degli appalti». ---End text--- Author: Giulia Bonezzi Heading: Highlight: L’INDAGINE DELLA LOMBARDIA L’assessore Bertolaso: «Vogliamo ricostruire con precisione tutto quello che è accaduto» Image:Francesco Galli, amministratore unico del San Raffaele, si è dimesso ieri sera -tit_org- Caos in terapia intensiva Le dimissioni lampo dell’ad del San Raffaele -sec_org-
tp:writer§§ GIULIA BONEZZI
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title§§ Tangenti per dialisi tremila euro per ogni paziente = Tremila euro a paziente la tariffa del primario e i lussi pagati dalle cliniche
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Estratto da pag. 20 di "REPUBBLICA" del 09 Dec 2025
Roma, le carte contro Palumbo, accusato di aver dirottato dializzati ai privati In cambio gli coprivano le spese di casa, hotel, auto. Consulenze alla compagna
pubDate§§ 2025-12-09T05:04:00+00:00
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tp:ocr§§ Tangenti per dialisi tremila euro per ogni paziente Tremila euro a paziente la tariffa del primario e i lussi pagati dalle cliniche Roma, le carte contro Palumbo, accusato di aver dirottato dializzati ai privati In cambio gli coprivano le spese di casa, hotel, auto. Consulenze alla compagna l’inchiesta di MONACO e OSSINO na camera all’ albergo Vesuvio di Napoli, un’altra alla Villa Royal di Firenze, una stanza all’Hotel Capo la Gala di Vico Equense. E poi l’affitto di un appartamento a due passi da San Pietro, una Mercedes in leasing, tre carte di credito per pagare ristoranti nel cuore di Roma, boutique e alberghi in tutta Italia. A alle pagine 20 e 21 U con un’intervista di MARCECA di LUCA MONACO e ANDREA OSSINO ROMA na camera all’albergo Vesuvio di Napoli, un’altra alla Villa Royal di Firenze, una stanza all’Hotel Capo la Gala di Vico Equense. Soggiorni agiati a Parma e Trapani. E poi l’affitto di un appartamento a due passi da San Pietro, una Mercedes in leasing, tre carte di credito per pagare ristoranti nel cuore di Roma, boutique e alberghi in tutta Italia. Perfino l’assunzione della compagna. È la lunga lista dei benefit che i vertici di sei cliniche romane avrebbero concesso al primario di nefrologia dell’ospedale Sant’Eugenio, Roberto Palumbo. Favori così sfacciati da mettere in imbarazzo la compagna del medico, che nel 2024 ha percepito più di trentaseimila euro: «Non è per lavorare (l’assunzione ndr) — confessa — ma per regalarmi uno stipendio. Per me non è cosa corretta». Per la procura si trattava del prezzo della corruzione. Favori e denaro in cambio di pazienti che il pubblico non poteva accogliere e che erano costretti a rivolgersi al privato convenzionato. Palumbo indicava quale. L’ultima mazzetta risale a venerdì scorso, quando il medico è stato arrestato dalla squadra mobile insieme all’imprenditore Maurizio Terra, sorpresi durante lo scambio di tremila euro. Portato nel carcere di Rebibbia, ieri Palumbo è stato mandato dal gip ai domiciliar, ma ora rischia la sospensione dalla Asl e la radiazione dall’ordine dei medici. U Il sistema Il sistema era semplice ma, secondo l’accusa, illegale. Un medico può consigliare una struttura ai pazienti, non vendere la sua funzione e suggerire cliniche in cambio di denaro. Il giro d’affari era enorme. Nel Lazio, 4.590 persone sono in emodialisi e 400 in dialisi peritoneale. Il 25% dei pazienti — 1.159 persone — si rivolge all’ospedale Sant’Eugenio, quindi a Palumbo, che convogliava i pazienti su cliniche di fiducia. I sei centri coinvolti Dal Nefrocenter alla Dialeur, sei centri sono coinvolti. Servizi adeguati, ma secondo l’accusa il primario incassava «fino a tremila euro a paziente». L’indagine nasce dal Rome Medical Group di Antonio Carmelo Alfarone, che, lamentando un calo di pazienti, aveva deciso di pagare Palumbo. Poi ha denunciato. Tra le cliniche: il Nefrocenter di Giovanni Lombardi, con 85 strutture e oltre 20.000 pazienti. Poi la Dialeur, convenzionata con il sistema sanitario nazionale. Ancora il Rome American Hospital e la clinica Madonna del Riposo. Infine la Diaverum, altro colosso nefro-dialitico. Ogni paziente valeva denaro: dai 54,70 euro di una dialisi peritoneale a mille euro per una seduta di emodiafiltrazione. Fino a tre sedute a settimana, un fiume di denaro. Giro d’affari Alfarone racconta agli investigatori diretti da Roberto Giuseppe Pititto di aver consegnato 700mila euro al primario, tra contanti e utilità, dopo aver subito pressioni: «Mi fece chiaramente intendere che avrei dovuto sborsare delle somme per risolvere il deficit». Palumbo guadagnava in due modi: con accordi ufficiali tra Asl e cliniche, che gli permettevano di ricevere stipendi sia dal pubblico che dal privato, e con le mazzette, scambiate in parcheggi o nei pressi degli ospedali. Le indagini coordinate dal procuratore aggiunto Giuseppe De Falco hanno documentato decine di episodi all’interno dell’American Hospital, a partire dal 9 aprile, quando Lombardi consegna al primario 4.000 euro in una busta bianca. Il vaso di Pandora Per gestire il de
naro, Palumbo fonda la Omnia srl, una società di consulenza. I pagamenti degli imprenditori spesso avvenivano attraverso l’azienda. Sulla carta è intestata a un ragioniere di fiducia, di fatto è lo «scrigno» dei soldi, come ironizzavano gli indagati. «La potevi chiamare vaso di Pandora?» scherzano. La carta di credito della società era nelle disponibilità di Palumbo. La usava per cene, hotel, acquisti di elettronica e arredamento, tutto a carico della società. La Omnia era un contenitore buono per ogni cosa, anche per assumere una colf: «Parliamone con Federico — dicono — la mette in convenzione». I soldi del divorzio Palumbo, assistito dall’avvocato Antonello Madeo, nega ogni illecito: «Non ho mai preso soldi per mandare pazienti in una struttura privata». In pratica ha ammesso di aver preso soldi in nero ma per «non far apparire parte dei suoi guadagni per esigenze fiscali e per ridurre la base di reddito sulla quale sarebbe stata calcolata la somma dovuta alla ex moglie in sede di divorzio», riassumono i magistrati. E l’affitto dell’appartamento pagato da un imprenditore? «A causa della separazione sono uscito di casa, ho chiesto a lui di alloggiarmi a casa della cognata». E i soldi? «In relazione ai tremila euro per cui sono stato arrestato, si tratta di denaro per pagare il consulente nella causa di separazione». Sicuramente, conferma la persona che lo ha denunciato, «ricordo che il professor Palumbo in quel periodo cercava di non fare emergere la sua piena capacità reddituale poiché la separazione con la moglie era a dir poco burrascosa». «Gli indagati da subito sono stati collaborativi — afferma l’avvocato Antonello Madeo, difensore di Palumbo — il decreto di perquisizione era stato emesso sulla base di una ipotesi di concussione che a seguito delle documentazioni prodotte dalla difesa è stato poi modificato e diversamente qualificato in corruzione». Quello che emerge, sottolinea Madeo, è che «Palumbo non ha preso tremila euro in contanti per una mazzetta». Quei soldi, secondo il legale, «erano utili derivanti in qualità dell’attività di imprenditore occultamente svolta rispetto a questa società», conclude spiegando che «nessun danno è stato arrecato alla Asl». ©RIPRODUZIONE RISERVATA ---End text--- Author: LUCA MONACO :-: ANDREA OSSINO Heading: Highlight: Dopo l’arresto il gip gli concede i domiciliari La rete degli imprenditori collusi con il sistema Image:A sinistra, Roberto Palumbo, il primario arrestato. Sotto, la porta del suo ufficio al Sant’Eugenio di Roma R Un passaggio di denaro tra due indagati: Federico Germani e Maurizio Terra -tit_org- Tangenti per dialisi tremila euro per ogni paziente Tremila euro a paziente la tariffa del primario e i lussi pagati dalle cliniche -sec_org-
tp:writer§§ LUCA MONACO - ANDREA OSSINO
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§---§
title§§ Per i certificati malattia valida anche la televisita
link§§ http://gimbe.telpress.it/news/2025/12/09/2025120901676604902.PDF
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Estratto da pag. 24 di "SOLE 24 ORE" del 09 Dec 2025
pubDate§§ 2025-12-09T05:03:00+00:00
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tp:ocr§§ La legge sulle semplificazioni Per i certificati malattia valida anche la televisita La legge sulle semplificazioni appena approdata in Gazzetta ufficiale lo scorso 3 dicembre porta due importanti novità per i pazienti e i medici di famiglia che saranno, si spera, operative a breve. La prima novità riguarda il rilascio del certificato per l'assenza del lavoratore dovuta alla malattia: il medico di famiglia potrà, diversamente a quanto avviene oggi, rilasciarlo anche a distanza tramite una televisita. L'articolo 58 del provvedimento equipara la certificazione effettuata da remoto, attraverso la telemedicina, a quella tradizionale in presenza. «Quando accadrà? Non immediatamente», precisa la Federazione Italiana dei Medici di Medicina generale, spiegando che «la legge infatti rinvia ad un successivo Accordo che sarà assunto in Conferenza Stato-Regioni, senza indicare nessuna precisa scadenza: in questa sede, su proposta del ministro della Salute, saranno definiti i casi e le modalità del ricorso alla telecertificazione. Fino ad allora resteranno in vigore le regole attuali: il medico deve accertare di persona le condizioni del paziente». La seconda novità del provvedimento è contenuta nell'articolo 62 e riguarda la possibilità che hanno i medici di medicina generale di prescrivere i farmaci per patologie croniche fino a dodici mesi, riducendo la necessità di ripetere continuamente le ricette. Una semplificazione anche per i cittadini. Il farmacista, a sua volta, potrà consegnare ogni mese la quantità necessaria per 30 giorni di terapia, segnalando eventuali criticità nell'aderenza terapeutica al medico. «Anche questa novità non sarà subito operativa ma entro 90 giorni a partire dal 18 dicembre, quando entrerà in vigore la legge, previo decreto attuativo del ministro della Salute, di concerto con il ministro dell'Economia che definirà le modalità di attuazione della norma anche per garantire che non ci siano nuovi o maggiori oneri a carico della finanza pubblica», sottolinea ancora la Fimmg. © RIPRODUZIONE RISERVATA ---End text--- Author: Redazione Heading: Highlight: Image: -tit_org- Per i certificati malattia valida anche la televisita -sec_org-
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title§§ Sud al palo e la minaccia dei poteri sostitutivi
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Estratto da pag. 24 di "SOLE 24 ORE" del 09 Dec 2025
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tp:ocr§§ Sud al palo e la minaccia dei poteri sostitutivi I ritardi del Pnrr L’intervento di Schillaci «L e Regioni purtroppo vanno un po' a macchia di leopardo. Noi abbiamo la regia di quello che avviene e con il dialogo vogliamo stringere sui tempi, ma laddove necessario siamo pronti a intervenire direttamente con i poteri sostitutivi anche se spero che non sia necessario». Queste le parole pronunciate appena una settimana fa dal ministro della Salute Orazio Schillaci all’Healthcare Summit del Sole 24 ore di fronte all’ormai concreta possibilità che alcune Regioni non riescano a raggiungere il target minimo di nuove strutture sanitarie aperte sul territorio e assegnato dalla Ue per portare a termine i vari progetti previsti dal Pnrr. Uno scenario questo che potrebbe evocare appunto il ricorso ai cosiddetti poteri sostitutivi da parte del Governo e dei singoli ministeri e che si potrebbero concretizzare con varie misure: dalla fissazione di scadenze più stringenti fino alla nomina di uno o più commissari per portare a termine i progetti nei tempi previsti. Il ministro Schillaci non è la prima volta che ha evocato questa opzione estrema. Del resto mancano solo poco più di 200 giorni alla scadenza del Pnrr che prevede l’apertura il prossimo 30 giugno di almeno 1038 Case di comunità, i nuovi maxi ambulatori sul territorio per prime cure e diagnostica (2 miliardi i finanziamenti), e 307 ospedali di comunità, le strutture destinate a tutti quei pazienti che per le loro condizioni di salute non possono essere più assistiti in ospedale, ma neanche curati a domicilio (1 miliardo i fondi stanziati). I ritardi - secondo l’ultimo monitoraggio pubblicato dall’Agenas che fotografa la situazione al 30 giugno 2025 - si registrano un po’ in tutta Italia visto che sono state aperte solo 660 Case di Comunità e 153 ospedali di comunità, , ma è al Sud che la situazione è molto più preoccupante. A meno di sempre possibili miracolosi recuperi c’è infatti il rischio concreto che qualche Regione non arrivi in tempo all’appuntamento fissato da Bruxelles visto che ci sono a esempio tre Regioni - Campania, Abruzzo e Basilicata - che non hanno aperto neanche una casa di comunità, ma anche in altre Regioni meridionali la situazione non è molto migliore visto che a esempio Puglia, Calabria, Sicilia e Molise tutte assieme ne hanno aperte 14. La situazione è abbastanza simile anche per gli ospedali di comunità, anche se qui i ritardi si registrano anche al Nord: al 30 giugno scorso erano dichiarati attive zero strutture in Basilicata e Calabria oltre che nelle Marche, a Bolzano e in Valle d’Aosta, mentre in Campania e Piemonte si contava un solo ospedale di comunità aperto. —Mar.B. © RIPRODUZIONE RISERVATA ---End text--- Author: marb. Heading: Highlight: Ci sono diverse Regioni meridionali con zero strutture aperte Image: -tit_org- Sud al palo e la minaccia dei poteri sostitutivi -sec_org-
tp:writer§§ marb.
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title§§ Case di comunità, rischio spreco per 28mila ecografi e apparecchi
link§§ http://gimbe.telpress.it/news/2025/12/09/2025120901675404906.PDF
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Estratto da pag. 24 di "SOLE 24 ORE" del 09 Dec 2025
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tp:ocr§§ Case di comunità, rischio spreco per 28mila ecografi e apparecchi Servizi al palo. Oggi l’annuncio di Consip della gara sulla diagnostica che vale 300 milioni destinata alle nuove strutture che però secondo l’ultimo monitoraggio risultano ancora chiuse o attive a singhiozzo L e Case di comunità si attrezzano per assicurare esami del sangue, ecografie, spirometrie e tanti altri esami diagnostici, una svolta per i cittadini che avrebbero servizi più vicini e accessibili e anche per gli ospedali che si vedrebbero così in un colpo solo sfoltire i tanti accessi spesso non urgenti ai pronto soccorso grazie alle nuove strutture su cui il Pnrr investe ben 2 miliardi. Oggi Consip annuncerà infatti l’aggiudicazione di una maxi gara di 11 lotti dal valore di 300 milioni che consente di consegnare nel giro di poche settimane oltre 28.600 apparecchiature - dagli ecografi agli spirometri fino a elettrocardiografi e dermatoscopi - a 1430 Case di comunità che potrebbero così garantire oltre 15 milioni di prestazioni all'anno in cardiologia, oculistica, pneumologia e dermatologia e almeno 10 milioni di prelievi annui per esami della coagulazione, ematologia, chimica clinica e immunochimica. Insomma un impatto significativo per l'assistenza medica territoriale, da sempre anello debole del nostro Servizio sanitario nazionale. Peccato che il rischio che buona parte di queste attrezzature restino inutilizzate a lungo è praticamente certo, almeno scorrendo gli ultimi dati ufficiali pubblicati qualche settimana fa da Agenas, l'Agenzia per i servizi sanitari regionali, che monitora lo stato di attuazione del Pnrr anche per quanto riguarda la nuova Sanità territoriale: al 30 giugno scorso risultavano operative con almeno un servizio attivo soltanto 660 Case di comunità con quattro Regioni - Abruzzo, Basilicata, Campania e Bolzano - che secondo l'ultimo monitoraggio che fotografa la situazione contavano ancora zero strutture aperte. E con diverse altre Regioni che fanno poco meglio e cioè Calabria (2 Case di comunità attive su 63 previste complessivamente), Molise (2 su 13), Puglia (1 su 123), Sardegna (27 su 80) e Sicilia (9 su 161). Insomma se le strutture che devono accogliere le nuove apparecchiature sono in buona parte chiuse perché sono ancora dei veri e proprio cantieri a cielo aperto è davvero difficile immaginare che le Asl a cui appartengano possano procedere agli ordini presso la piattaforma di Consip che garantisce le consegne entro 30 giorni, con i primi lotti già disponibili, mentre gli altri lo saranno entro la fine dell'anno. Le attrezzature come detto sono fondamentali per sviluppare servizi ambulatoriali per patologie molto diffuse in cardiologia, oculistica, pneumologia e diabetologia con oltre 28.600dispositivi medici di ultima generazione, tra cui dermatoscopi, elettrocardiografi, ecografi, monitor defibrillatori, spirometri, OCT e retinoscopi. E qui viene il secondo problema: perché per far girare tutti questi servizi serve anche il personale, da quello infermieristico a quello medico per poter fare gli esami e redigere le diagnosi. Solo che dallo stesso report dell'Agenas sul monitoraggio delle Case di comunità emerge che al 30 giugno 2025 solo 46 strutture avevano attivato tutti i servizi previsti e cioè dai prelievi alle vaccinazioni, dalle cure domiciliari alle prenotazioni delle prestazioni fino all'integrazione con i servizi sociali, ma soprattutto visite anche in telemedicina e i primi esami diagnostici. La legge che ne disegna l'identikit (Dm 77/2022) prevede infatti una presenza medica di 24 ore al giorno per 7 giorni alla settimana nelle Case di comunità “hub” e di almeno 12 ore al giorno per 6 giorni a settimana nelle Case di comunità “spoke”. Orari questi al momento difficilmente rispettati anche nelle strutture già aperte visto che solo in 172 sono rispettati. Da qui il forte dubbio che le nuove apparecchiature diagnostiche possano essere impiegate a regime anche nelle Case di comunità che risultano già attive. Un fronte questo su cui pesa la mancata riforma dei medici di famiglia - si ipotizzava
un vincolo orario per loro (almeno 16 ore a settimana) da trascorrere nelle Case di comunità - che ormai sembra finita su di un binario morto. Mentre si ragiona sull'impiego più massiccio dei medici specialisti ambulatoriali. Ma il tempo stringe. © RIPRODUZIONE RISERVATA ---End text--- Author: Marzio Bartoloni Heading: Highlight: Secondo l’ultimo monitoraggio a giugno scorso ne erano aperte solo 660 su 1430 e solo 46 con tutti i servizi Sarebbero possibili 15 milioni di prestazioni diagnostiche e 10 milioni di prelievi Image:r a o 0 e e i 3 e a i i e 0 o Le apparecchiature pronte Le apparecchiature aggiudicate per 1430 Case di Comunità Elettrocardiografo per carrello emergenze 4.290 Monitor defibrillatore per carrello emergenze 4.290 Dermatoscopio 2.860 Elettrocardiografo minimo 12 derivazioni 2.860 Spirometro 2.860 OCT e retinoscopio 2.860 Ecografo 2.860 POCT Chimica clinica 1.430 POCT Esami ematologici 1.430 POCT Analizzatori della coagulazione 1.430 POCT Analizzatori di immunochimica 1.430 Fonte: Consip imagoeconomica Nuove strutture. Il Pnrr investe 2 miliardi per aprire entro giugno 2026 almeno 1038 Case di comunità, maxi ambulatori sul territorio -tit_org- Case di comunità, rischio spreco per 28mila ecografi e apparecchi -sec_org-
tp:writer§§ Marzio Bartoloni
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title§§ Medici, ascoltate: non ? rmate i nullaosta per i Cpr = Basta firmare nullaosta per i cpr, non siate complici!
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Estratto da pag. 5 di "UNITÀ" del 09 Dec 2025
Parliamo a chi si presta ad attestare, in visite di pochi minuti, l'idoneità (a essere rinchiuse nelle gabbie dei cpr) di persone accompagnate da agenti di polizia impazienti, a chi si vede arrivare dai cpr in pronto soccorso vittime di pestaggi o overdosi di sedazioni, o martorizzate da atti di autolesionismo, e le dimette rimettendole ad un "medico curante" che non esiste e con una terapia che non verrà seguita mai
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tp:ocr§§ Medici, ascoltate: non ?rmate i nullaosta per i Cpr BASTA FIRMARE NULLAOSTA PER I CPR, NON SIATE COMPLICI! Parliamo a chi si presta ad attestare, in visite di pochi minuti, l’idoneità (a essere rinchiuse nelle gabbie dei Cpr) di persone accompagnate da agenti di polizia impazienti, a chi si vede arrivare dai Cpr in pronto soccorso vittime di pestaggi o overdosi di sedazioni, o martorizzate da atti di autolesionismo, e le dimette rimettendole ad un “medico curante” che non esiste e con una terapia che non verrà seguita mai APPELLO AI MEDICI DELLE STRUTTURE PUBBLICHE Mai più Lager-No ai Cpr M edici ed infermieri troppo spesso i ?niscono per divenire complici degli orrori che accadono quotidianamente in tutti i Centri per il rimpatrio di’Italia. In palese violazione dell’art. 32 della Costituzione ma anche del Codice di deontologia professionale dell’Ordine dei Medici. Si pensi a chi si presta ad attestare, in strutture pubbliche, in visite di pochi minuti se non secondi, l’idoneità di persone destinate ai Cpr e tradotte al loro cospetto da agenti di polizia impazienti; a chi si vede arrivare in pronto soccorso, dalla detenzione in Cpr, persone vittime di pestaggi o overdosi di sedazioni, o martorizzate da atti di autolesionismo, e le dimette rispedendole al mittente di Stato, rimettendole ad un “medico curante” che non esiste e con una terapia che non verrà seguita mai (salvo quelle utili alla “camicia farmacologica” di pro?uvi di benziodiazepine. O si pensi ancora a medici, psicologi o infermieri che accettano di lavorare alle dipendenze del gestore privato del centro (datore di lavoro che guadagna per ogni giorno di presenza in più di chi è presente nel centro - in qualunque condizione di salute versi -- e che perde pro?tto quanto più si spende in cure…). E soprattutto si pensi anche a medici e mediche dei reparti di psichiatria, come quelli dell’ospedale Niguarda di Milano, che ora prestano servizio all’interno dei Cpr un paio di volte a settimana, ?ngendo di essere in un luogo di cura anziché in un luogo di abbandono e tortura. In violazione dell’art. 3 del Regolamento Nazionale dei Cpr del 19 maggio 2022 che, almeno sulla carta, vieta ancora la presenza di persone vulnerabili all’interno di questi luoghi. I Cpr sono i nuovi manicomi. A pagina 5 Mai più lager - No ai Cpr A ppare con sempre maggiore evidenza, anche documentale, che “salute” e “detenzione amministrativa” siano due mondi lontani e inconciliabili: sono innumerevoli ormai le prove della strutturale patogenicità di questi luoghi - e dei Centri di Permanenza per il Rimpatrio in particolare - per chi vi entra sano, come pure sono lampanti le dimostrazioni della tragica deriva manicomiale in atto, che essi stanno assumendo. Le recenti sentenze del Consiglio di Stato e della Corte Costituzionale sul tema, che apparentemente sembrano iniziare a far luce su questo pro?lo oscuro (l’impossibilità di cura in un luogo che è tutt’altro che deputato alla cura), rischiano invece di condurre ad una normazione di fortuna che, considerato il contesto politico, verosimilmente porterà ad una normalizzazione del tutto: è lecito temere il conferimento di un involucro-paravento di formale legalità a un istituto che costituisce, nei fatti e nelle funzioni, il massimo emblema del razzismo istituzionale e che - non deve essere più un tabù a?ermarlo - si fonda, senza soluzione di continuità dalla sua fondazione con la legge Turco Napolitano (1998) ad oggi, sulla applicazione della violenza sistematica. Perche’ questo sono la lenta tortura quotidiana e le deportazioni di Stato, e?ettuate su base etnica, a danno di persone private della libertà personale (e di svariati altri diritti fondamentali) solo per non essere queste in possesso di un permesso di soggiorno che, in un perverso cortocircuito, la legge non consente di ottenere e rende sempre più di?cile conservare. In queste ultime settimane si sono intensi?cate le notizie provenienti dal CPR di via Corelli (l’unico, insieme a quello di Gradisca d’Isonzo, dal quale riceviamo immagini e video grazie alla poss
ibilità riconosciuta ai detenuti di utilizzare i telefoni cellulari personali, dopo una sentenza del Tribunale di Milano) che confermano la presenza al suo interno di persone con fragilità psichica lasciate prive di cura, perennemente sedate, e abbandonate al loro autolesionismo. Ciò ha determinato l’urgenza di fornire una risposta a una domanda fondamentale, ora che il Patto Migrazione e Asilo, dalla prossima estate, rischia concretamente di fare della detenzione amministrativa, e in particolare del “modello Albania”, il modello stesso di “gestione” del fenomeno migratorio, in UE e non solo. A meno di un’inversione di rotta che sia determinata da una presa di coscienza e una mobilitazione collettive, quanto più trasversali possibili. Questo l’interrogativo: dopo le denunce e le molteplici evidenze, e il tour di Marco Cavallo per i CPR d’Italia, che ha visto la società civile assieme ad esperte ed esperti di salute mentale reclamare la chiusura di questi luoghi, come già accaduto con successo con manicomi e OPG, cosa resta dell’eredità basagliana di lotta alla istituzioni totali, al di là dei simboli e delle buone intenzioni? Chi e come può davvero giocare un ruolo determinante in questa direzione, quanto ai CPR? Come giocano la presa di posizione della Fnomceo e dell’Ordine nazionale degli psicologi? Se ne è discusso, il 19 novembre sera alla Camera del Lavoro di Milano, con il ?losofo prof. Romano Madera, traendo il pretesto dalla visione di una parte del toccante documentario di Lorenzo Giro? sui CPR, e ci si è confrontati con rappresentanti sindacali, anche della Funzione Pubblica Lombardia della CGIL, cui fanno capo anche medici e le mediche del settore pubblico. Per la rete Mai più Lager - No ai CPR,hanno portato le esperienze e le proprie ri?essioni il dr. Nicola Cocco, medico infettivologo, Camilla Ponti, psicologa, Luca Ceraolo, antropologo e Teresa Florio, operatrice legale addetta al centralino SOS CPR. Ebbene, giugendocii da percorsi diversi, ciascuno nella propria disciplina e con la propria visuale, la risposta è stata di fatto univoca: non è più il tempo di analisi ?ni a sé stesse, non è più tempo di riesumare simboli del passato dalla naftalina per riporveli subito dopo, né di limitarsi a “monitorare” una realtà che è oggettivamente disumana, antigiuridica e irredimibile, così come ai vertici si vuole e si persegue ormai da 27 anni. Inutile appellarsi alle forze politiche, anche di una certa sinistra, che spesso alla fondazione e al mantenimento nell’ombra di questi centri hanno o?erto il proprio contributo: non resta che appellarsi alle nostre, di forze, per ottenere l’abolizione di questi luoghi, in primo luogo per quel che rappresentano, nel disegno della propaganda di criminalizzazione delle persone migranti (a suon di decreti emergenziali “sicurezza-immigrazione”) e di erosione dei diritti fondamentali di tutte e di tutti. E ciò, prima ancora che per quanto di orrendo e umanamente insostenibile vi accade al loro interno. E per farlo non si può non prendere le mosse dalla di?usione di una maggiore consapevolezza sul tema, specie nell’ambito sanitario, cui l’incontro era precipuamente rivolto: troppo spesso i professionisti e le professioniste del settore, “ Parliamo a chi lavo in psichia al Niguar di Milano siate stru di sopraf ricordate deontolo Aprite quelle ce per ignoranza o eccessiva super?cialità, ?niscono (a volte inseguendo l’illusione di poter fare la di?erenza) per divenire complici del funzionamento di questo meccanismo perverso e insieme vittime dello stesso, venendone fagocitati, e facendosene strumento, in palese violazione dell’art. 32 della Costituzione ma anche del Codice di Deontologia Professionale dell’Ordine dei Medici. Si pensi infatti: a chi si presta ad attestare, in strutture pubbliche, in visite di pochi minuti se non secondi, l’idoneità di persone candidate al trattenimento tradotte al loro cospetto da agenti di polizia impazienti; a chi si vede arrivare dalla detenzione in CPR, in pronto soccorso, persone vittime di pestaggi o overdosi di sedazioni, o martorizzate da a
tti di autolesionismo, e le dimette rispedendole al mittente di Stato, rimettendole ad un “medico curante” che non esiste e con una teraanche ora atria rda o: non mento fazione, evi della gia. lle ” pia che non verrà seguita mai (salvo quelle utili alla “camicia farmacologica” di pro?uvi di benziodiazepine e simili, tanto funzionale ad una “tranquilla” gestione del centro). O si pensi ancora a chi accetta di lavorare come medic*, psicolog* o infermier* alle dipendenze del gestore privato del centro (datore di lavoro che guadagna per ogni giorno di presenza in più di chi è presente nel centro - in qualunque condizione di salute versi e che perde pro?tto quanto più si spende in cure…). E soprattutto si pensi anche a medici e mediche dei reparti di psichiatria, come quelli dell’ospedale Niguarda di Milano, che ora prestano servizio all’interno dei CPR un paio di volte a settimana, ?ngendo forse con se stessi di essere in un luogo di cura anziché in un luogo di abbandono e tortura. Ciò in macroscopico spregio non solo dei diritti fondamentali della relativa disciplina specialistica, ma anche in violazione dell’art. 3 del Regolamento Nazionale dei CPR del 19 maggio 2022 che, almeno sulla carta, vieterebbe e vieta ancora la presenza di persone vulnerabili all’interno di questi luoghi. Con conseguente grave, paradossale rischio, di contribuire ad avallare de?nitivamente la deriva manicomiale sopra denunciata. Il cammino verso l’abolizione é ancora lungo, ma quel che sappiamo è che comincia da qui: consapevolezza e terra bruciata attorno. ---End text--- Author: Redazione Heading: APPELLO AI MEDICI DELLE STRUTTURE PUBBLICHE Highlight: “ Parliamo anche a chi lavora in psichiatria al Niguarda di Milano: non siate strumento di sopraffazione, ricordatevi della deontologia. Aprite quelle celle Image: -tit_org- Medici, ascoltate: non ? rmate i nullaosta per i Cpr Basta firmare nullaosta per i cpr, non siate complici! -sec_org-
tp:writer§§ REDAZIONE
guid§§ http://gimbe.telpress.it/news/2025/12/09/2025120901674404916.PDF
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