title§§ Tumori, prevenzione all'anno zero e i calabresi continuano a partire
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Estratto da pag. 13 di "GAZZETTA DEL SUD REGGIO CALABRIA" del 03 Dec 2025
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tp:ocr§§ Tumori, prevenzione all’anno zero e i calabresi continuano a partire COSENZA La Calabria che affiora dalle nuove valutazioni del Sistema nazionale di performance di Agenas è ancora una terra di solitudine, sofferenza, lotta, dolore per la malattia e di fuga per inseguire cure e speranza di guarigione. Gli screening oncologici rimangono il primo punto sensibile. Nelle classifiche nazionali, le Asl calabresi continuano a collocarsi sul fondo. Cosenza risulta tra le peggiori per mammella, cervice e colon, mentre altre regioni mostrano progressi che in un solo anno raggiungono incrementi a doppia cifra. È un ritardo che pesa più di altri perché incide direttamente sulla sopravvivenza. E pesa soprattutto in una regione dove la mobilità oncologica assume dimensioni strutturali: nel 2023 il saldo negativo per i ricoveri ha toccato 26,4 milioni di euro, il valore più alto degli ultimi sei anni, con un indice di fuga del 50,83%. Il conflitto col destino emerge ogni volta che si deve fare i conti col male che arriva all’improvviso e spinge la vita in un margine incerto. Ragazzi, adulti, anziani: non c’è un limite anagrafico davanti al male. Spesso, quando il cancro mostra la sua collera è troppo tardi. Qui, il malato deve, per forza, accettare di vivere alla giornata, da solo di fronte al cielo. Certo, ci sono gli affetti, le persone che si amano, quel piccolo mondo che resta intorno. Ma, poi, non c’è altro. E così si parte verso prima che la disperazione spazzi via la speranza. Si parte in cerca di ciò che la Calabria non riesce ancora a garantire alla sua gente. E i numeri di Agenas raccontano una verità nuda e cruda: un cittadino su due, davanti a un tumore, cerca altrove protezione. E per alcuni interventi la percentuale diventa quasi totale, come nel caso dell’esofago (95,24%), del pancreas (80,95%), della laringe (75,73%) e del polmone (68,99%). L’indice di soddisfazione della domanda interna relega la Calabria all’ultimo posto nazionale con un valore pari a 0,50. Il territorio, intanto, recupera. La spinta delle nuove reti e degli investimenti ha rimesso in moto servizi fino a ieri piegati. Ma questo avanzamento non basta a bilanciare le criticità del fronte ospedaliero, dove il nodo resta sempre lo stesso: l’attesa nelle prime linee. I Pronto soccorso continuano a segnare tempi di permanenza ben oltre gli standard, con una parte consistente dei pazienti che supera le otto ore. Negli ospedali italiani il fenomeno è diffuso, ma in Calabria assume un rilievo particolarmente simbolico. All’Annunziata di Cosenza la quota di pazienti oltre le otto ore è al 12%, al Gom di Reggio al 10,7%, mentre alla Dulbecco di Catanzaro è del 4,6% (tra i policlinici solo Padova fa meglio in Italia). Sono valori inferiori a quelli di molte grandi città, ma descrivono comunque un sistema che fatica a smaltire il sovraccarico. Più contenuti i tassi di abbandono, con Cosenza al 6,8%, il Gom al 6,7% e la Dulbecco al 5,7%, ma resta il segnale di una sfiducia latente, fatta di attese percepite come insostenibili. Sul fronte economico, alcune differenze emergono anche nella gestione dei costi: l’ospedale di Cosenza registra una spesa per giornata di degenza pari a 827 euro, ben lontana dalle realtà più efficienti che si mantengono sotto i 400 euro. Poi c’è la frontiera silenziosa dell’aderenza terapeutica. In Italia solo la metà dei pazienti segue le cure con continuità, frenata più da fattori psicologici che economici o logistici. La Calabria conosce bene il peso di questa variabile condizionata da un contesto dove la povertà sanitaria cresce e il ricorso al Banco Farmaceutico aumenta come nel resto del Paese. L’assunzione irregolare dei farmaci diventa un rischio aggiuntivo per una popolazione già vulnerabile. Nel 2025 oltre mezzo milione di persone in Italia ha chiesto aiuto per ottenere cure essenziali, con un aumento dell’8,4% in un anno e una presenza crescente di minori. È un segnale che attraversa tutto il Mezzogiorno, dove la spesa privata resta un macigno sulle spalle delle famiglie e, come ricordava Gimbe, il 10% della po
polazione calabrese, nel 2024, ha rinunciato alle cure. © RIPRODUZIONE RISERVATA ---End text--- Author: Giovanni Pastore Heading: COSENZA Highlight: Mentre i Pronto soccorso oscillano tra lunghe attese e abbandoni, si allarga la fascia di popolazione costretta a chiedere farmaci gratuiti per curarsi Image:In fuga dalla Calabria Pazienti con la valigia per cure e interventi -tit_org- Tumori, prevenzione all'anno zero e i calabresi continuano a partire -sec_org-
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title§§ Intervista a Armando Bartolazzi - Bartolazzi: i medici pensionati sono una toppa = «I medici in pensione? Una toppa Richiamarli non risolve i problemi»
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Estratto da pag. 5 di "NUOVA SARDEGNA" del 03 Dec 2025
pubDate§§ 2025-12-03T05:07:00+00:00
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tp:ocr§§ Bartolazzi: i medici pensionati sono una toppa L’intervista L’assessore: un tassello di una strategia complessa per superare l’emergenza «I medici in pensione? Una toppa Richiamarli non risolve i problemi» L’assessore Armando Bartolazzi parla dopo la sentenza della Consulta «È una misura straordinaria e temporanea. Non temo il doppio stipendio» L’assessore alla Sanità Armando Bartolazzi spiega in modo chiaro che il richiamo dei medici pensionati è una misura tampone temporanea. Ma che la strategia della Regione è più complessa e punta a incentivare la presenza dei medici di base nelle sedi disagiate. I medici richiamati dalla pensione serviranno, secondo l’assessore, come misura temporanea per rendere possibile il cambio generazionale. ? Zoccheddu a pag. 5 L’intervista ? di Claudio Zoccheddu Sassari Lo dice chiaramente: il ritorno al lavoro dei medici in pensione non è la soluzione. Staccare i camici dal proverbiale chiodo per riassegnarli ai legittimi pensionati è una cura palliativa, una toppa. L’emergenza assistenziale resta. L’assessore alla Sanità, Armando Bartolazzi, spiega il suo punto di vista e allega la sua ricetta dopo che la Consulta ha respinto il ricorso del Governo sulla legge regionale che richiamava in servizio i medici di medicina generale ormai in pensione. I dati del ministero della Salute dicono che l’isola è una delle regioni con il maggior numero di medici in proporzione alla popolazione. Esiste davvero una carenza di medici in Sardegna? «Secondo l’ultimo report della Fondazione Gimbe per il 2025, in Sardegna ogni medico di medicina generale ha in carico una media di 1.391 assistiti, un dato di poco superiore al rapporto ottimale di 1200 pazienti per medico, ma che non tiene conto di situazioni molto diverse nel concreto da territorio a territorio. Il sovraccarico si fa evidente e pesa in alcuni ambiti territoriali, soprattutto le aree interne e disagiate dell’isola, dove migliaia di cittadini non hanno un medico di famiglia assegnato o lo hanno a molti chilometri di distanza. È esattamente questa situazione di “scopertura dell’assistenza primaria” che la Corte costituzionale ha riconosciuto come emergenza reale, legittimando la scelta della Regione di utilizzare, in modo mirato e temporaneo, i medici di medicina generale in pensione». Richiamare i medici in pensione risolverà i problemi numerici nella medicina di base? «No, e lo dico con chiarezza: non è la soluzione strutturale al problema, ed è bene evitare ogni equivoco. L’impiego dei medici in pensione nasce come misura straordinaria, volontaria e a tempo, per “tappare le falle” più gravi, in attesa che vadano a regime le nuove procedure di assegnazione delle sedi e l’immissione dei giovani medici formati; questa misura è stata pensata per garantire continuità di cura ai cittadini che diversamente rischiavano di rimanere senza medico di base, specie nelle aree più disagiate». Come verranno impiegati? C’è il rischio che possano ostacolare il ricambio generazionale? «L’impiego dei medici in pensione è stato chiaramente circoscritto ai progetti di assistenza primaria e continuità assistenziale attivati dalle Asl, con un orizzonte temporale definito dalla legge regionale (possono essere “assunti” fino al 31.12.2026, ndr) e valutato legittimo dalla Consulta. Nessun rischio, dunque, di ostacolare il necessario ricambio generazionale: i medici in pensione sono una risposta alla fase di emergenza, non il modello di lungo periodo» Quanti medici servirebbero per garantire il servizio in tutta l’isola? «Ritornando ai dati Gimbe, in Sardegna mancano all’appello circa 150 medici di medicina generale per garantire il servizio ottimale. Il fabbisogno, tuttavia, non è un numero fisso, perché cambia in base a pensionamenti, nuovi ingressi, distribuzione territoriale, e soprattutto in base al riassetto complessivo del sistema, che stiamo portando avanti con vigore a partire dalla sigla del recente Accordo integrativo regionale dei medici di medicina generale: una rivoluzione copernicana che cambia l’organizzazione delle cure primarie e riport
a la sanità vicina al cittadino. Per riportare il sistema entro soglie sostenibili non servono solo più teste, ma anche più squadra, ed è questo che stiamo facendo, insieme alle organizzazioni dei medici nel territorio». I sindacati hanno sollevato un dubbio: i medici potrebbero andare in pensione prima per poi tornare al lavoro e prendere la pensione e lo stipendio. È una possibilità? «Capisco la preoccupazione ma è importante precisare alcuni punti perché la misura non è un “invito al doppio stipendio”: è una possibilità solo volontaria e temporanea». In che senso? «La normativa regionale, confermata dalla Consulta, consente alle Asl di utilizzare i medici in quiescenza per un tempo limitato e con finalità esclusivamente emergenziali, legate alla scopertura dell’assistenza primaria e della continuità assistenziale. Non è economicamente né professionalmente un “paradiso”: si tratta spesso di incarichi in aree disagiate, con carichi di lavoro complessi; la misura nasce per chi, pur in pensione, sente ancora una forte motivazione etica e professionale a dare una mano in una fase critica del sistema». Esiste dunque una serie di paletti? «I paletti ci sono e sono rappresentati da contratti limitati nel tempo e negli ambiti come Ascot, continuità assistenziale, aree scoperte; monitoraggio, attraverso Ares e le Asl dei flussi di pensionamento e di rientro per verificare che non vi siano dinamiche distorsive. Se dovessero emergere criticità, la Regione sarebbe pronta a intervenire adeguando i criteri di conferimento degli incarichi». Ovvero? «In sintesi: abbiamo valutato il rischio teorico, ma le caratteristiche della misura, mi riferisco alla volontarietà, alla temporaneità e alla destinazione in contesti spesso complessi, e il monitoraggio continuo ci rendono ragionevolmente fiduciosi che non diventerà un meccanismo di abuso, bensì uno strumento di solidarietà professionale in una fase di emergenza». Quali altre strategie utilizzerete per superare l’emergenza? «Il richiamo dei medici in pensione è solo una delle tessere del mosaico. La strategia complessiva della Regione sulla medicina di base si articola su più linee, molte delle quali già in attuazione: il nuovo Accordo integrativo regionale per i medici di medicina generale istituisce le Aggregazioni funzionali territoriali, per far lavorare i medici “in rete”, con orari più estesi e presa in carico continuativa; aumenta le indennità informatiche per i collaboratori di studio, per liberare tempo clinico dal lavoro burocratico; introduce un’indennità di 2mila euro mensili per le zone disagiate in carenza di assistenza, così da rendere più attrattive le aree scoperte; collega una parte della remunerazione agli obiettivi sulle cure domiciliari, rafforzando la presa in carico a casa di anziani e cronici». Sta dicendo che fare il medico di base in Sardegna sarà più facile? «L’idea è chiara: rendere la Sardegna una regione dove fare il medico di famiglia sia organizzativamente ed economicamente attrattivo, non un ripiego. E poi la Regione, tramite Ares, sta pubblicando e aggiornando le graduatorie per le sedi carenti di assistenza primaria nel ruolo unico per il 2024 e il 2025; stiamo attivando avvisi per l’assegnazione degli incarichi vacanti con procedure che favoriscano i trasferimenti, gli ingressi dei neoformati in medicina generale, la stabilizzazione dei medici già impegnati con incarichi temporanei. L’obiettivo è trasformare l’emergenza in posti stabili, soprattutto nelle aree interne». A proposito, il Piano operativo regionale prevede la realizzazione di Case e Ospedali di comunità. «Le scelte sulla medicina di base sono legate proprio al nuovo modello territoriale delle Case della comunità e degli Ospedali di comunità, dove il medico di famiglia lavorerà fianco a fianco con infermieri di comunità, specialisti, servizi sociali e diagnostica di base. Le linee guida regionali prevedono una presenza strutturata dei medici di medicina generale dentro queste strutture, non come “ospiti” ma come parte integrante dell’équipe. Sono già in corso di elaborazione i pe
rcorsi formativi dedicati agli infermieri di famiglia e comunità, con tirocini nelle strutture territoriali. Non stiamo solo riempiendo singoli ambulatori, stiamo costruendo un ecosistema territoriale dove la medicina di base è al centro». ---End text--- Author: Claudio Zoccheddu Heading: Highlight: Image: -tit_org- Intervista a Armando Bartolazzi - Bartolazzi: i medici pensionati sono una toppa «I medici in pensione? Una toppa Richiamarli non risolve i problemi» -sec_org-
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title§§ "Sicar Hub" e le "Ali di Bartimeo" per sanità e lavoro
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Estratto da pag. 8 di "NUOVO QUOTIDIANO DI PUGLIA BARI" del 03 Dec 2025
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tp:ocr§§ I due sportelli attivati per accogliere e affiancare le persone ai margini “Sicar Hub” e le “Ali di Bartimeo” per sanità e lavoro Accanto alle analisi numeriche, il report approfondisce i percorsi di accompagnamento attivati grazie ai fondi 8xmille, in particolare "Sicar-Hub" e "Le Ali di Bartimeo", rivolti a persone senza dimora. A partire da marzo 2925, infatti, proprio per rispondere a questi bisogni, nella sede della Caritas diocesana sono stati attivati due sportelli di accompagnamento e orientamento sociosanitario e lavorativo finanziati dai fondi Cei 8xmille. Il primo è “Sicar hub” promosso in cogestione con fondazione Caritas Bari-Bitonto ets e associazione Micaela odv. Il secondo è il progetto “Le ali di Bartimeo” cogestito con fondazione Caritas Bari-Bitonto. Rispetto alla povertà sanitaria, secondo il Rapporto Gimbe (2024), in Puglia circa il 10,9% della popolazione ha rinunciato ad almeno una prestazione sanitaria. Questa rinuncia – che riguarda anche prestazioni essenziali – è indicativa di barriere reali: economiche, organizzative, o legate alla carenza di risorse (personale, strutture).“Sicar Hub” è uno spazio di accoglienza e orientamento per persone in situazioni di grave emarginazione, con l’obiettivo di facilitare l’accesso alle prestazion sanitarie, agli screening, al supporto psicologico: ha accolto da marzo 117 persone, 70 uomini e 47 donne. © RIPRODUZIONE RISERVATA - SEPA ---End text--- Author: Redazione Heading: Highlight: Image:La presentazione -tit_org- “Sicar Hub” e le “Ali di Bartimeo” per sanità e lavoro -sec_org-
tp:writer§§ REDAZIONE
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title§§ Cl si cura meno e fuori, i lucani sono un caso
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Estratto da pag. 4 di "QUOTIDIANO DEL SUD ED. BASILICATA" del 03 Dec 2025
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tp:ocr§§ Ci si cura meno e fuori, i lucani sono un caso Se per il Censis il tasso di emigrazione sanitaria è del 28,5%, tra i più alti, il numero chi rinuncia è salito al 10,8% IL FATTO Nel 2022 solo il Molise ha avuto più pazienti che si sono rivolti fuori regione di ANDREA BERNABEO L’emigrazione sanitaria è un problema enorme per la Basilicata. L’ultimo rapporto sulla “Qualità della vita” del Sole 24 ore ha riproposto il tema del nomadismo sanitario in regione, con il dato più grave riportato della provincia di Matera e riferito alle dimissioni di residenti avvenute in altra regione: ultima posizione a livello nazionale (l’elaborazione del quotidiano economico si è basata su dati Istat 2023). A fotografare più nel dettaglio il fenomeno era già stato il Censis nel ventunesimo rapporto 2023 su “Ospedali e Salute”: lo studio indica la Basilicata tra le regioni in cui il nomadismo sanitario «è più ampio» e stima che i migranti sanitari lucani per ricovero ordinario siano il 28,5% (i flussi interregionali sono stati rilevati dal Ministero della salute, scrive il Censis, tramite le schede di dimissioni ospedaliere). Il rapporto pone la Basilicata al secondo posto dopo il Molise (che tocca invece quota 30,4%) e appena prima di un’altra regione del Mezzogiorno, la Calabria (che riporta invece il 21,3%) in un quadro generale in cui «il nomadismo sanitario per ricoveri ordinari è più incidente tra i residenti nel Mezzogiorno d’Italia (11,1% secondo i dati riferiti al 2022), dove, in misura maggiore, alla componente fisiologica della prossimità territoriale si somma quella patologica della necessità di trovare altrove la qualità della prestazione». Se la mobilità sanitaria interregionale è una complicazione evidente per i pazienti che decidono di spostarsi altrove per cercare le cure, resta un problema anche per le casse regionali che si trovano nella condizione di perdere importanti risorse. L’ottavo Rapporto Gimbe sul tema, relativo al 2022 - ultimo anno che è stato preso in esame dall’analisi della Fondazione - spiega infatti che la Regione Basilicata ha incassato circa 63,3 milioni di euro in “crediti” per prestazioni che sono state erogate a cittadini di altre regioni (la cosiddetta mobilità attiva, per la quale si è posizionata al diciassettesimo posto nella classifica nazionale): di contro, la spesa per i residenti curati fuori regione (la mobilità passiva) ha raggiunto la cifra di 144,1 milioni (collocandosi al quattordicesimo posto) che ha creato un deficit netto, secondo quanto espresso dalle stime della Fondazione Gimbe, di 80.8 milioni. Altre regioni del Meridione come la Campania (-308,4 milioni), la Calabria (304,8), la Sicilia (-241,8 milioni) e la Puglia (-230,2) hanno registrato saldi negativi molto più pesanti. Tuttavia dall’analisi di Gimbe è probabilmente il dato pro-capite a rendere meglio l’idea della situazione: ogni cittadino lucano secondo Gimbe ha avuto un costo, in termini di debito di mobilità, di 268 euro, a fronte di 118 di entrate. Bisogna tuttavia dire che i dati 2022 mostrano, comunque un miglioramento di 2,7 milioni rispetto al 2021. Un dato che per quanto ancora deficitario, può essere considerato incoraggiante. Cosa ci si cura fuori dalla Basilicata? Non esistono graduatorie o monitoraggi a riguardo, ma secondo rapporto che è stato redatto dal Gruppo di Lavoro su equità e salute nelle Regioni, dell’Istituto superiore di sanità e pubblicato il 6 giugno scorso, la Basilicata è - insieme ad altre regioni come il Molise, la Calabria, la Liguria e il Trentino Alto Adige - fra quelle dalla quale più cittadini partono per farsi impiantare altrove il bypass aortocoronarico. Una mobilità passiva tra i lucani per quanto riguarda questo tipo di intervento, ma che riguarda secondo il rapporto anche più in generale tutto il Sud per le patologie cardiovascolari. Bisogna poi considerare poi un altro dato importante: se da un lato ci sono i lucani che vanno a curarsi fuori, a costo di sacrifici economici spesso importanti, dall’altro ci sono quelli che invece rinunciano del tutto alle cure: secondo l’Oss
ervatorio Gimbe infatti in Basilicata questo dato è passato dal 6,7% del 2023 al 10,8% del 2024 con un aumento percentuale del 4,1%. Secondo le stime espresse nel la rapporto si tratta di 57.589 persone, che solo nel 2023 erano 35.727. Non è comunque certo la qualità a mancare alla sanità della Basilicata visto che, oltre ai risultati d’eccellenza di molti centri, come attestato dall’indagine del Sole 24 Ore, per quanto riguarda la mortalità per tumore la provincia di Matera risulta nella parte nobile della graduatoria (al quarantatreesimo posto), la speranza di vita alla nascita la pone in cinquantatreesima posizione e che anche l’indice della mortalità evitabile la inquadra in una situazione positiva (sessantunesima piazza su centosette). La provincia di Potenza invece si distingue alla voce “medici di medicina generale” (cioè professionisti attivi ogni diecimila abitanti), per la quale è diciassettesima mentre per quanto attiene l’emigrazione ospedaliera ha un risultato molto vicina a quello di Matera, piazzandosi terzultima a livello nazionale. ---End text--- Author: Redazione Heading: IL FATTO Nel 2022 solo il Molise ha avuto più pazienti che si sono rivolti fuori regione Highlight: Image: -tit_org- Cl si cura meno e fuori, i lucani sono un caso -sec_org-
tp:writer§§ REDAZIONE
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title§§ «Bardi e Latronico smentiti, sanità al collasso»
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Estratto da pag. 4 di "QUOTIDIANO DEL SUD ED. BASILICATA" del 03 Dec 2025
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tp:ocr§§ «Bardi e Latronico smentiti, sanità al collasso» Cifarelli (Pd): «La Corte dei Conti e Il Sole 24 Ore confutano la loro narrazione» «I dati diffusi dalla Corte dei Conti sulla sanità lucana confermano in modo inequivocabile ciò che in Commissione avevamo già intuito da mesi e che la narrazione della Giunta ha sistematicamente offuscato: la mobilità sanitaria passiva non solo non si riduce, ma continua a crescere, come rileva anche il Sole 24 ore, raggiungendo nel 2024 il valore di –81,6 milioni di euro, ben oltre i 50 milioni che l’assessore Latronico aveva più volte indicato come soglia di contenimento possibile entro la fine dell'anno. Una fotografia impietosa che certifica la perdita costante di attrattività del nostro sistema sanitario, come dimostra il trend degli anni precedenti: –84,17 milioni nel 2023, –63,05 milioni nel 2022, –51,9 milioni nel 2021 e –48,8 milioni nel 2020», dichiara il Consigliere Roberto Cifarelli (Pd).A questo si aggiunge un dato ancora più drammatico, emerso dal rapporto Gimbe: circa 60.000 lucani hanno rinunciato a visite specialistiche o esami nell’ultimo anno. Un numero impressionante, che non riguarda più soltanto la mobilità, ma la rinuncia stessa alle cure da parte di cittadini che non riescono ad accedere ai servizi, schiacciati da liste d'attesa interminabili, carenze strutturali e totale assenza di risposte. È l’indicatore più doloroso di un sistema pubblico che non garantisce più il diritto alla salute. A completare questo quadro critico – sottolinea ancora il consigliere del PD – c’è il tema dell’accordo di confine con la Puglia, annunciato come una svolta strutturale, ma del quale ancora non si conoscono criteri operativi, tetti finanziari o modalità applicative. L’unica certezza è che diversi cittadini lucani continuano a essere respinti dalle strutture pugliesi per mancanza di copertura economica; un paradosso che smentisce alla radice la propaganda diffusa nell’ultimo anno. «Dell’Assessore Latronico e del Presidente Bardi – aggiunge Cifarelli – ricordiamo bene i roboanti annunci di questi mesi sul nuovo Piano regionale integrato della salute 2026-2030: il 13 febbraio 2025 la Giunta ha approvato il documento programmatico e Latronico parlava di “momento di svolta”, di “impegno concreto per migliorare la qualità della vita dei cittadini e ridurre le disuguaglianze territoriali”, illustrando un cronoprogramma molto preciso: entro settembre 2025 la proposta completa di Piano, entro l’autunno l'approvazione definitiva in Giunta e in Consiglio, e dal primo semestre 2026 l’avvio dell'operatività con gli atti attuativi e le direttive alle Aziende sanitarie. Un percorso presentato come la risposta strutturale alle criticità del sistema, alla mobilità passiva, alle liste d’attesa». E poi: «Il cronoprogramma annunciato dall’assessore Latronico sul Piano regionale integrato della salute 2026-2030, a quasi un anno dagli annunci, nessuna delle scadenze fissate è stata rispettata, il piano non è stato ancora completato, gli atti attuativi non esistono e i problemi strutturali del sistema sono peggiorati. È la conferma che la maggioranza ha scelto la via della propaganda invece di assumersi la responsabilità di riformare davvero la sanità lucana, lasciando il sistema in una deriva senza guida. La Corte dei Conti ha tolto il velo a mesi di rassicurazioni irreali. Il dato sui 60.000 cittadini che hanno smesso di curarsi è la prova più drammatica del fallimento politico e gestionale di questa Giunta. La Basilicata non può più permettersi una narrazione che sostituisca la realtà: servono responsabilità, trasparenza e un cambio immediato di rotta. Prima che i numeri non raccontino più solo un disagio, ma un vero e proprio collasso del sistema. Ovviamente ci auguriamo che, prima o poi, il Piano sanitario arrivi davvero, perché la Basilicata ne ha un bisogno urgente. Ma rimane – e lo sottolineiamo con forza – che questa continua trasfigurazione della realtà a fini propagandistici è qualcosa di profondamente scorretto nei confronti dei cittadini lucani, che meritano verità, serietà e
rispetto», conclude il consigliere regionale del Partito Democratico. ---End text--- Author: Redazione Heading: Highlight: Image:Roberto Cifarelli (Pd) -tit_org- «Bardi e Latronico smentiti, sanità al collasso» -sec_org-
tp:writer§§ REDAZIONE
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title§§ Il cancro e le disuguaglianze tra paesi e tra regioni l'ue corre ai ripari. in italia mancano regia e rete
link§§ http://gimbe.telpress.it/news/2025/12/03/2025120303174106575.PDF
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Estratto da pag. 19 di "AVVENIRE" del 03 Dec 2025
pubDate§§ 2025-12-03T05:34:00+00:00
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tp:ocr§§ La qualità delle cure cambia da un territorio all’altro. Nuovi progetti per uniformare gli standard IL CANCRO E LE DISUGUAGLIANZE TRA PAESI E TRA REGIONI L’UE CORRE AI RIPARI. IN ITALIA MANCANO REGIA E RETE I n Europa esiste una grande variabilità in termini di salute e malattie, soprattutto per il cancro che è già la prima causa di morte per le persone con meno di 65 anni. A causa dell’aumento dell’aspettativa di vita e della nostra incapacità di contrastare i principali fattori di rischio l’incidenza è destinata ad aumentare nei prossimi decenni, causando un aumento della mortalità, sofferenze a pazienti e famigliari, e un impatto sui bilanci. Questo è già vero e lo diventerà sempre di più soprattutto in Paesi a basso reddito o fragili dal punto di vista dei propri sistemi sanitari. Nei Paesi della Ue vi è infatti una grande eterogeneità in termini di risorse investite in sanità – la percentuale del Pil allocato ai sistemi sanitari varia dal 2 al 11% –, attitudine a investire in prevenzione – che varia tra l’1 e l’8% –, volume e qualità delle cure, accesso all’innovazione e purtroppo qualità della vita e mortalità per cancro (con una tasso che varia del 50% tra il Paese con valori più bassi e quello con quelli più alti). Questo fenomeno non risparmia i Paesi a medio o alto income, dove il fenomeno della variabilità delle cure in termini di copertura, accesso e qualità assistenziale è comunque presente tra regioni. In Italia, questi fattori che trovano le loro cause in motivazioni storiche, politiche e attitudinali, hanno causato la “migrazione sanitaria” che spiega circa il 4% della spesa sanitaria nazionale, in quanto circa 1 milione di cittadini devono spostarsi per trovare quella qualità che non è garantita a livello locale. La Ue ha quindi deciso di finanziare attività di ricerca sul cancro al fine di combattere questa disuguaglianza, ridurre la mortalità, aumentare la sopravvivenza e la qualità della vita. Sono stati finanziati numerosi progetti con fondi molto consistenti che vedono impegnati nello sforzo ricercatori, istituti, network nazionali e internazionali. In particolare, la Commissione della Ue sta finanziando progetti con l’obiettivo duplice di identificare i determinanti di questa inaccettabile variabilità, e combatterla, aumentando entro il 2030 la percentuale di cittadini e pazienti che sono presi in carico da centri oncologici ad alta qualità, parte di network nazionali e europei, con certificata capacità di offrire cure di qualità necessarie a coprire l’intero percorso assistenziale, dalla prevenzione alla palliazione. Sono nati molti progetti, come Uncan, Jane, Cci4eu, Eunetccc, Echos che, con qualche ridondanza e sovrapponibilità, stanno producendo evidenze, informazioni, e raccomandazioni su come creare nuovi Cancer Center dove non esistono, migliorare quelli esistenti, metterli in rete e garantendo qualità attraverso percorsi di certificazione. L’Italia, attraverso i suoi ricercatori, Istituti e Reti è ben presente. Inoltre esistono già Entità riconosciute dalla Ue, come l’Oeci – l’Organizzazione Europea degli Istituti del Cancro con sede a Bruxelles – che include circa 180 Istituti e offre da tempo un percorso di miglioramento delle cure ai propri membri che termina con una certificazione, obbligatoria in Italia per i propri Istituti del cancro. In sintesi: sono in corso molti progetti in Europa in cui partecipano diverse entità italiane che stanno creando e mettendo in rete Istituti del Cancro, Reti di Esperti e Infrastrutture. Ma cosa manca all’Italia per garantire una partecipazione più attiva e ottenere un miglior ritorno a livello nazionale? 1) Un coordinamento nazionale forte e permanente sulla cancer policy. 2) Una rete oncologica nazionale di tipo comprehensive (con attività in ricerca, assistenza), in grado di agire come una infrastruttura per altri centri. 3) Una piattaforma nazionale interoperabile di dati clinici e multi-omici. 4) Strutture e Uffici di supporto alla progettazione europea. 5) Una partecipazione e un supporto più attivo e continuativo da parte degl
i Uffici e Funzioni dei due Ministeri Competenti che garantiscano anche una assidua presenza e attività di lobby a livello Comunitario. Direttore Scientifico Fondazione Irccs Istituto Nazionale dei Tumori Presidente Oeci Organization of European Cancer Institutes ---End text--- Author: GIOVANNI APOLONE Heading: Highlight: Image: -tit_org- Il cancro e le disuguaglianze tra paesi e tra regioni l’ue corre ai ripari. in italia mancano regia e rete -sec_org-
tp:writer§§ GIOVANNI APOLONE
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title§§ La fuga dei medici dall 'università si può evitare. Un appello alla politica
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Estratto da pag. 9 di "FOGLIO" del 03 Dec 2025
pubDate§§ 2025-12-03T05:34:00+00:00
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tp:ocr§§ La fuga dei medici dall’università si può evitare. Un appello alla politica Al direttore - Investire sul merito, creare eccellenze, essere attrattivi, favorire il rientro dei cervelli. Sono slogan ripetuti in ogni stagione politica. Ma siamo davvero in grado, oggi, di realizzarli? L’università non è soltanto formazione: è ricerca, innovazione, sviluppo. È, per missione, uno dei motori economici del Paese. Ma questa macchina, senza un investimento serio nel personale, non può funzionare. Dottorandi, assegnisti, ricercatori, professori associati e ordinari: sono loro a reggere le tre missioni dell’università. E se vogliamo che il sistema sia competitivo a livello internazionale, questi professionisti devono essere messi nelle condizioni economiche e organizzative per esserlo. La realtà, almeno in ambito medico, è purtroppo un’altra. Chi leggesse che un docente universitario medico, impegnato nella didattica, nella ricerca, nei bandi internazionali e contemporaneamente attivo come dirigente ospedaliero con turni notturni, festivi, attività chirurgica, ambulatoriale e di reparto, percepisse meno di 2.500 euro netti al mese, penserebbe a una provocazione. E invece è la realtà dell’Azienda Ospedaliera Universitaria Sant’Andrea, in base all’accordo con Sapienza Università di Roma. L’accordo tra Regione Lazio ed Università attraverso il protocollo di intesa prevede che lo stipendio sia diviso tra Ateneo e Azienda. Il risultato? Un ricercatore o un professore associato in area medica riceve dall’università tra 1.300 e 2.100 euro netti al mese, a seconda del proprio ruolo, esattamente come un pari collega di un’altra facoltà (es. giurisprudenza, economia, fisica, ecc.) L’“integrazione” ospedaliera per 28 ore settimanali di attività clinica assistenziale obbligatoria è di circa 200 euro netti su base mensile. Significa essere retribuiti 1,78 euro l’ora per fare anche il medico, con responsabilità cliniche che non hanno paragoni con nessun altro settore accademico. La domanda allora è semplice. Perché mai un giovane medico dovrebbe scegliere la carriera universitaria? Perché svolgere due lavori, con responsabilità doppie, per avere un indennizzo che non è minimamente proporzionato alla mansione svolta? Principio quest’ultimo che ricordiamo dovrebbe essere garantito dall’articolo 36 della Costituzione. La politica tace. L’azienda ospedaliera si rifugia dietro l’accordo Regione–Università, che è scaduto dal 2018 e che dovrebbe essere rinnovato, ma attualmente non è sul banco delle priorità. L’ateneo fa altrettanto. Intanto, molti docenti stanno lasciando il pubblico per le università private o estere o abbandonano del tutto la carriera accademica per la libera professione. E’ una perdita enorme per i cittadini: se ne vanno professionisti con curriculum eccellenti, formati con risorse pubbliche. E allora la domanda finale è inevitabile: crediamo davvero di essere un Paese che investe sul merito? Che premia il talento? Che punta all’eccellenza? Si parla molto del rientro dei cervelli dall’estero, incentivandoli con sgravi fiscali, ma è come cercare di riempire un secchio con un bicchiere d’acqua quando non si è chiuso il tappo sul fondo. Forse è il momento di riconoscere che la rotta è sbagliata e che continuare a ignorare questo problema non è più sostenibile. Abdolrahimzadeh Solmaz professore associato di Oftalmologia Alampi Daniela ricercatrice di Anestesiologia Andreetti Claudio professore associato di Chirurgia toracica Bandiera Giorgio professore aggregato di Otorinolaringoiatria Battistoni Allegra ricercatrice di Cardiologia Bellati Filippo professore associato di Ginecologia e Ostetricia Bianchi Paola professore associato di Ginecologia e Ostetricia Berni Andrea ricercatore di Cardiologia Berardelli Isabella professore associato di Psichiatria Carabotti Marilia ricercatrice di Psichiatria Carico Elisabetta ricercatrice di Patologia Clinica Caruso Damiano professore associato di Radiodiagnostica Carrano Francesco Maria ricercatore di Chirurgia generale Caserta Donatella professore ordinario di Ginecologia e Ostetr
icia Cefalo Chiara Maria Assunta ricercatrice di Endocrinologia Cicione Antonio Francesco Maria ricercatore di Urologia Covelli Edoardo professore associato di Otorinolaringoiatria De Marco Gabriella ricercatrice di Dermatologia e Venereologia De Santis Domenico ricercatore di Radiodiagnostica D’Angelo Francesco professore associato di Chirurgia generale Di Iorio Romolo professore associato di Ginecologia e Ostetricia Di Nardo Giovanni professore associato di Pediatria Di Napoli Arianna ricercatrice di Anatomia patologica Esposito Gianluca professore associato di Gastroenterologia Faggiano Antongiulio professore Associato di Endocrinologia Fegiz Alessandra ricercatrice di Anestesiologia Ferretti Alessandro professore associato di Pediatria Fiorelli Silvia professore associato di Anestesiologia Fiorentino Teresa Vanessa professore associato di Medicina interna Fragiotta Serena ricercatrice di Oftalmologia Francia Pietro professore associato di Cardiologia Garibaldi Matteo ricercatore di Neurologia Giannini Andrea ricercatore di Ginecologia e Ostetricia Giarnieri Enrico professore associato di Patologia clinica Giubilei Franco professore associato di Neurologia Haxhi Jonida ricercatrice di Endocrinologia Ibrahim Mohsen professore ordinario di Chirurgia toracica Lahner Edith professore associato di Gastroenterologia Maffulli Nicola professore ordinario di Ortopedia Magrì Damiano professore associato di Cardiologia Mancini Rita professore ordinario di Medicina di laboratorio Mazzuca Federica professore ordinario di Oncologia Melina Giovanni professore ordinario di Cardiochirurgia Mene Paolo professore ordinario di Nefrologia Mennini Maurizio ricercatore di Pediatria Mercantini Paolo professore associato di Chirurgia generale Mercieri Marco professore associato di Anestesiologia Musella Angela ricercatrice di Ginecologia e Ostetricia Napoli Christian professore associato di Igiene Nigri Giuseppe professore ordinario di Chirurgia generale Nusca Sveva ricercatrice di Medicina fisica e riabilitativa Osti Mattia Falchetto professore ordinario di Radioterapia Paolini Guido professore associato di Chirurgia plastica Parisi Pasquale professore ordinario di Pediatria Pasquazzi Caterina ricercatrice di Malattie infettive Pavan Antonio professore ordinario di Patologia medica Persechino Severino professore ordinario di Dermatologia Perugia Dario professore associato di Ortopedia Petrucci Simona professore associato di Genetica medica Piane Maria ricercatore di Genetica medica Picchianti Diamanti Andrea professore associato di Reumatologia Pilozzi Emanuela professore associato di Anatomia patologica Pugliese Giuseppe professore ordinario di Endocrinologia Rendina Erino Angelo professore ordinario di Chirurgia toracica Redler Andrea professore associato di Ortopedia Ricci Alberto professore associato di Pneumologia Ricciardi Luca ricercatore di Neurochirurgia Ristori Giovanni professore associato di Neurologia Rizzo Luigi professore associato di Chirurgia vascolare Romano Andrea professore associato di Radiologia Romano Silvia professore associato di Neurologia Santino Iolanda professore associato di Microbiologia clinica Savoia Carmine professore ordinario di Medicina interna Scopetti Matteo professore associato di Medicina legale Scuderi Gianluca professore ordinario di Oftalmologia Sesti Giorgio professore ordinario di Medicina interna Silecchia Gianfranco professore ordinario di Chirurgia generale Simmaco Maurizio professore ordinario di Biologia molecolare Sorotos Michail professore associato di Chirurgia plastica Tafaro Laura ricercatrice di Medicina interna Tinti Francesca ricercatrice di Nefrologia Vecchione Andrea professore ordinario di Anatomia patologica Vetrano Mario professore associato di Medicina fisica e riabilitativa Visco Vincenzo professore associato di Patologia Generale Zerunian Marta ricercatrice di Radiologia ---End text--- Author: Redazione Heading: Highlight: Image: -tit_org- La fuga dei medici dall ’università si può evitare. Un appello alla politica -sec_org-
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title§§ Sale la povertà sanitaria minori più degli anziani
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Estratto da pag. 10 di "GAZZETTA DEL MEZZOGIORNO" del 03 Dec 2025
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tp:ocr§§ Sale la povertà sanitaria minori più degli anziani l Sale in Italia la povertà sanitaria. Nel 2025 501.922 persone hanno dovuto chiedere aiuto a una delle 2.034 realtà assistenziali convenzionate con il Banco Farmaceutico per ricevere gratuitamente farmaci e cure che, altrimenti, non avrebbero potuto permettersi. Rispetto alle 463.176 del 2024, c’è stato un aumento dell’8,4%. Particolarmente importante la quota di minori che superano gli anziani. Sono i dati contenuti nel 12/mo Rapporto sulla Povertà Sanitaria del Banco Farmaceutico presentato all’Aifa. «I dati ci restituiscono anche quest’anno un quadro preoccupante per migliaia di famiglie - afferma Sergio Daniotti, presidente della Fondazione Banco Farmaceutico Ets - Pratichiamo la gratuità grazie al sostegno e insieme a migliaia di volontari, farmacisti, aziende e cittadini. Ma una cura costituita da un’autentica attenzione alle esigenze e alla dignità di chi si trova in condizioni di povertà non può limitarsi alla pur necessaria risposta immediata al bisogno: deve comprenderlo in fondo, anche attraverso un lavoro di approfondimento culturale e scientifico. Più profonda è la conoscenza, più efficaci saranno le risposte». L’analisi restituisce anche il profilo dei poveri sanitari. Nel nostro paese le persone in questa condizione sono prevalentemente uomini (sono il 51,6% del campione, contro il 48,4% delle donne) e persone in età adulta (18-64 anni, pari al 58%). Particolarmente importante è la quota di minori che sono 145.557 (pari al 29%), più degli anziani che corrispondono al 21,8% (109.419). Considerando le condizioni di salute, i malati acuti (56%) superano i malati cronici (44%). Un altro capitolo dell’analisi riguarda la spesa farmaceutica delle famiglie italiane. Nel 2024, secondo gli ultimi dati Aifa disponibili, è pari a 23,81 miliardi di euro, 171 milioni di euro in più (+0,7%) rispetto al 2023, anno in cui la spesa sanitaria era di 23,64 miliardi. Di questi, tuttavia, secondo il Banco Farmaceutico solo 13,65 miliardi di euro (il 57,3%) sono a carico del Servizio sanitario nazionale (nel 2023 erano 12,99, pari al 56%). Restano quindi 10,16 miliardi (42,7%) pagati interamente dalle famiglie (nel 2023, erano 10,65, pari al 44%). Nonostante tra il 2024 e il 2023 si registri un calo di questa tipologia di spesa (-4,6%) ,in sette anni (cioè tra il 2018 e il 2024) è cresciuta di 1,78 miliardi di euro (+21,26%). Nel 2018, infatti, la quota totalmente a carico dei nuclei familiari era pari a 8,37 miliardi di euro. Infine, il grande capitolo della rinuncia alle cure. Secondo il rapporto nel 2024 - in base agli ultimi dati Istat disponibili - quasi una persona su dieci (9,9%) ha rinunciato a visite o esami specialistici nei 12 mesi precedenti. Il 6,8% della popolazione ha rinunciato prevalentemente per le lunghe liste d’attesa, mentre il 5,3% (pari a 3,1 milioni di persone) per ragioni economiche. (ansa) ---End text--- Author: Redazione Heading: Highlight: Image: -tit_org- Sale la povertà sanitaria minori più degli anziani -sec_org-
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§---§
title§§ Prescrizioni mediche disattese gli italiani si curano a metà
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Estratto da pag. 10 di "GAZZETTA DEL MEZZOGIORNO" del 03 Dec 2025
pubDate§§ 2025-12-03T05:34:00+00:00
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tp:ocr§§ Prescrizioni mediche disattese gli italiani si curano a metà SANITÀ, LE RILEVAZIONI DI CITTADINANZATTIVA E DEL BANCO FARMACEUTICO l ROMA. Solo la metà dei cittadini segue le terapie in modo costante e appropriato. Il resto si divide tra chi le salta raramente (35,6%), occasionalmente (11,5%) e un 1,5% che non le segue affatto. Lo rileva l’«Indagine civica sull’aderenza terapeutica» di Cittadinanzattiva, condotta su 547 pazienti e rappresentanti di associazioni e 2.228 professionisti sanitari. Le ragioni principali della scarsa aderenza, secondo i pazienti, sono di tipo psicologico: senso di dipendenza dal farmaco (28,3%), mancanza di motivazione (20,8%), percezione di non essere in pericolo reale (20,2%). «L’aderenza terapeutica è un fenomeno complesso e, in quanto tale, necessita di interventi personalizzati e allo stesso tempo strutturali per garantire l’efficacia delle cure. Interventi che consentirebbero di contenere le spese economiche derivanti dalla scarsa aderenza alle terapie - spiega Anna Lisa Mandorino, segretaria generale di Cittadinanzattiva - stimate in circa 2 miliardi di euro l’anno per il Servizio Sanitario Nazionale. Quanto e come il cittadino segua con costanza le terapie - aggiunge - è condizionato da fattori di carattere anagrafico, sociale, economico, di stili di vita, e dunque, accanto ad interventi di sistema finalizzati a integrare un modello di rete coordinato, di prossimità, supportato da strumenti digitali e capacità organizzativi, occorre puntare molto sul tempo che i professionisti possono dedicare al paziente e ai suoi caregiver». Per migliorare la situazione, le associazioni indicano come priorità: il rafforzamento della comunicazione medico-paziente (22%), il coinvolgimento strutturato delle Associazioni nei percorsi assistenziali (18%), la necessità di educazione terapeutica e informazione capillare (16%), il bisogno di formazione e supporto ai caregiver e ai volontari (12%), riconosciuti come attori centrali nei percorsi di aderenza. I pazienti chiedono invece supporto personalizzato e una relazione più continua con il medico. Dal lato dei professionisti, emergono criticità significative: la mancanza di tempo per dialogare con i pazienti (lo segnalano il 53,2% degli infermieri, il 45,9% dei medici di medicina generale, il 48,5% dei farmacisti ospedalieri e il 35,3% degli specialisti), la scarsa interazione tra colleghi e una formazione insufficiente sul tema. Cittadinanzattiva propone un Piano d’azione basato su quattro assi (governance, digitalizzazione, organizzazione dei servizi e aspetti relazionali della cura): riconoscere l’aderenza come indicatore Lea; potenziare interoperabilità e strumenti digitali come alert e reminder; rafforzare la rete multiprofessionale e la prossimità dei servizi; valorizzare il tempo di dialogo e gli interventi relazionali, con il coinvolgimento di assistenti sociali, infermieri di famiglia e associazioni di pazienti. [Ansa] ---End text--- Author: Redazione Heading: SANITÀ, LE RILEVAZIONI DI CITTADINANZATTIVA E DEL BANCO FARMACEUTICO Highlight: Image: -tit_org- Prescrizioni mediche disattese gli italiani si curano a metà -sec_org-
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§---§
title§§ Ricoverarsi nel Sud Italia costa di più
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Estratto da pag. 3 di "LA RAGIONE" del 03 Dec 2025
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tp:ocr§§ Ricoverarsi nel Sud Italia costa di più Sanità regionale A llo Stato una giornata di degenza ospedaliera costa in media molto di più al Sud che al Nord. Lo dice l’Agenzia nazionale per i servizi sanitari regionali (Agenas), al termine di una ricerca che ha coinvolto 56 fra ospedali universitari e non. Quanto di più? Anche più di tre volte. È il caso delle due strutture agli estremi della classifica: il “Vanvitelli” di Napoli (dove una giornata di ricovero per pazienti con problemi acuti si traduce in 1.300 euro di spesa per il Servizio sanitario nazionale) e il “Papa Giovanni XXIII” di Bergamo (che in costi operativi porta via invece 374 euro al giorno). Ma è un discorso che, seppure in proporzioni meno larghe, si può estendere: 9 delle prime 10 aziende ospedaliere si trovano nelle regioni meridionali, con in testa quella di Cosenza (827,6 euro per giornata di degenza), seguita dal “Papardo” di Messina e dal “Civico Benfratelli” di Palermo. Così come 7 dei primi 10 ospedali universitari si collocano al Sud: sul podio, subito dietro al “Vanvitelli”, troviamo il “Giaccone” di Palermo e il “G. Martino” di Messina. Se a questo aggiungiamo che (dati Istat) il Mezzogiorno dispone di appena 2,7 posti letto ospedalieri ogni 1.000 abitanti – contro i 3,2 del Nord-Ovest e del NordEst – e che nel 2023 nel Nord-Est erano disponibili 10 posti letto residenziali ogni 1.000 abitanti (contro i 3 del Sud), il conto è fatto: meno risorse strutturali e maggiore carico assistenziale uguale costi di ricovero più alti rispetto al resto del Paese. ---End text--- Author: Valentino Maimone Heading: Sanità regionale Highlight: Image: -tit_org- Ricoverarsi nel Sud Italia costa di più -sec_org-
tp:writer§§ Valentino Maimone
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§---§
title§§ Nasce il centro sulla salute del cervello
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Estratto da pag. 17 di "LIBERO" del 03 Dec 2025
pubDate§§ 2025-12-03T05:34:00+00:00
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tp:ocr§§ IN CALABRIA Nasce il centro sulla salute del cervello ¦ Al Senato, su iniziativa dell’azzurro Mario Occhiuto, è stato firmato il protocollo d’intesa che istituisce il “Centro nazionale per la salute del cervello e le neuroscienze avanzate” all’interno dell’Università della Calabria. Una firma che ha sancito l’accordo tra Unical, CNR e Fondazione “Le idee di Chicco”. La struttura, che sarà intitolata a Francesco Occhiuto - figlio del senatore, morto lo scorso febbraio -, ha l’obiettivo di sviluppare ricerche sui meccanismi cerebrali alla base delle malattie neurologiche e psichiatriche e di migliorare la diagnosi precoce. «Se in un periodo della vita si hanno delle difficoltà non è un atto di debolezza che va nascosto, anzi è un atto di forza. Se qualcuno troverà la luce, e sarà grazie a Chicco, io sarò felice», ha detto Mario Occhiuto durante la conferenza stampa di presentazione. Il capogruppo di Forza Italia Maurizio Gasparri ha lodato l’istituzione del centro, spiegando che «quella della “Fondazione le idee di Chicco” è un’iniziativa di alto merito che tutti noi sosterremo. Abbiamo il dovere di aiutare chi affronta momenti di fragilità. Questo è molto più importante degli emendamenti che si discutono in queste ore». ---End text--- Author: Redazione Heading: Highlight: Image: -tit_org- Nasce il centro sulla salute del cervello -sec_org-
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title§§ Responsabilità | sanitaria: "il decreto attuativo 292/2023 della legge gelli-bianco
link§§ http://gimbe.telpress.it/news/2025/12/03/2025120303172406590.PDF
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Estratto da pag. 81 di "PANORAMA" del 03 Dec 2025
pubDate§§ 2025-12-03T05:34:00+00:00
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tp:ocr§§ RESPONSABILITÀ SANITARIA: IL DECRETO ATTUATIVO 232/2023 DELLA LEGGE GELLI-BIANCO Obblighi assicurativi, responsabilità delle strutture e tutela dei pazienti: cosa cambia con il nuovo decreto Sette anni dopo l’introduzione della Legge 24/2017 (Gelli-Bianco), arriva finalmente il Decreto attuativo che ne completa il quadro, chiarendo obblighi assicurativi, responsabilità delle strutture sanitarie e tutele per pazienti e professionisti. Ne parlano gli avvocati Massimiliano Scipioni e Giuliana De Matteis, esperti di diritto sanitario. Avv. Scipioni, qual è la portata di questo decreto? Il Decreto attuativo della Legge Gelli-Bianco rafforza la sicurezza delle cure e la responsabilità delle strutture sanitarie. Oltre a tutelare i pazienti, impone alle aziende sanitarie di dotarsi di coperture assicurative obbligatorie o di sistemi di autoritenzione del rischio, responsabilizzandole nella gestione dei propri processi interni e nella prevenzione degli eventi avversi. Quali sono le principali novità introdotte? Il Decreto chiarisce finalmente la disciplina dell’obbligo assicurativo e definisce i requisiti minimi delle polizze: durata, massimali, soggetti coperti e responsabilità reciproca tra Struttura e medico. La Struttura sanitaria risponde contrattualmente verso il paziente e la polizza copre anche i danni derivanti dal personale che opera a qualsiasi titolo al suo interno. Il medico risponde extracontrattualmente, ma resta coperto dalla polizza della Struttura per l’attività svolta al suo interno, salvo nel caso di colpa grave, per cui è prevista l’obbligatorietà di una polizza personale. Che cos’è l’autoassicurazione? La regolamentazione dell’autoassicurazione è una delle principali innovazioni del decreto. Le strutture possono scegliere, entro il 16 marzo 2026, se: stipulare una polizza assicurativa tradizionale; adottare un modello di autoritenzione dei rischi; combinare entrambe le soluzioni. Chi opta per l’autoritenzione, totale o parziale, deve istituire fondi specifici: un fondo riserva sinistri per sinistri denunciati ma non ancora pagati; un fondo rischi per sinistri potenziali che possono dar luogo a richieste di risarcimento future. Sono inoltre richieste figure specializzate nella gestione del rischio clinico, sistemi di risk management evoluti e formazione continua del personale, segnando un reale cambio culturale: dalla copertura del danno alla prevenzione del rischio. Avv. De Matteis, cosa rischiano le Strutture che non si adeguano? Pur senza sanzioni dirette previste dal decreto, la mancata applicazione può avere impatti sull’accreditamento, nonché determinare responsabilità in sede civile e avanti la Corte dei Conti, in quest’ultimo caso limitatamente alla struttura sanitaria pubblica. D’altra parte, senza copertura assicurativa o fondi conformi, la Struttura rischia di rispondere dell’eventuale dissesto finanziario. Quale messaggio vuole lanciare alle strutture sanitarie? Il Decreto non è solo un adempimento normativo, ma un cambio di paradigma: gestire il rischio in modo integrato significa prevenire, tutelare e migliorare la qualità delle cure. Lo Studio Scipioni accompagna le Strutture nella compliance legale e nella consulenza giuridica per la gestione del rischio sanitario . Inoltre, tramite la rete professionale “SIS- Servizi Integrati per la Sanità”, di cui lo Studio è partner, l’obiettivo diviene offrire alle azienda sanitarie un servizio integrato e multidisciplinare che abbraccia tutte le competenze richieste dal DM 232/2023. Di questi temi se ne parlerà nel prossimo Convegno del 3 dicembre a Milano dal titolo “Verso una gestione integrata del rischio sanitario tra compliance, governance e sostenibilità”. ---End text--- Author: Redazione Heading: Highlight: Image: -tit_org- Responsabilità | sanitaria: "il decreto attuativo 292/2023 della legge gelli-bianco -sec_org-
tp:writer§§ REDAZIONE
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§---§
title§§ In laboratorio la ruota non girera piu
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Estratto da pag. 70 di "PANORAMA" del 03 Dec 2025
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category§§ POLITICA SANITARIA
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tp:ocr§§ LABORAZIONE IMMAGINE: STEFANO CARRARA IN L A BOR AT O RIO L A RUO TA N ON GIRER À PIÙ Smettere di sacrificare topi e altre cavie nella sperimentazione. Un futuro possibile, grazie alle nuove tecnologie: chip d’organo, colture cellulari 3D, modelli computazionali, organoidi, Intelligenza artificiale. Negli Usa si è avviato un progetto pilota. In Italia gli scienziati sono avanti (ma esistono nodi normativi). Intanto, però, i test sugli animali restano fondamentali. N on ha un nome, solo un numero inciso su un orecchino metallico. È un topolino da laboratorio, uno dei 365.130 animali utilizzati nel 2023 in Italia per fini scientifici, secondo i dati ufficiali del ministero della Salute. Vive in gabbia, sotto luce artificiale, nutrito a orari fissi. Poi viene sedato, esposto a una molecola nuova, e spesso soppresso per analizzare fegato, reni, cervello. Sembra la storia di Algernon, il topo geniale del romanzo di Daniel Keyes (Fiori per Algernon). Ma non è finzione: è la realtà quotidiana della medicina preclinica, da oltre settant’anni. Una realtà che, in molti casi, si rivela anche scientificamente inefficace. Lo conferma il report Ecvam 2025 del Joint research center (Jrc) della Commissione europea: «Circa il 90 per cento dei farmaci sperimentali che superano i test su animali falliscono durante gli studi clinici sull’uomo, principalmente per inefficacia o tossicità non prevista». Negli Stati Uniti, la Food and drug administration (Fda), agenzia regolatoria americana, ha lanciato un programma pilota finanziato da Trump: alcune aziende farmaceutiche potranno avviare studi clinici basandosi unicamente su metodi alternativi alla sperimentazione animale. Sono i cosiddetti NAMs (New approach methodologies): chip d’organo, colture cellulari in 3D, organoidi, modelli computazionali e intelligenza artificiale. In sostanza, si tratta di tecnologie sviluppate durante la fase preclinica per simulare il corpo umano in vitro o al computer, replicando funzioni fisiologiche e risposte cellulari specifiche senza ricorrere a esseri viventi. Un esempio concreto? Il chip epatico sviluppato da Emulate Inc., una biotech di Boston: un microdispositivo contenente cellule umane di fegato, capaci di riprodurre con precisione le funzioni epatiche. Nei test, ha raggiunto l’87 per cento di accuratezza nell’individuare molecole tossiche e il 100 per cento per quelle sicure. Livelli impensabili per i modelli animali, notoriamente incostanti. Però è meglio non farsi abbagliare dal marketing istituzionale. «Nel 2024, negli Stati Uniti sono stati ufficialmente utilizzati circa 775 mila animali per fini scientifici» ha dichiarato Giuliano Grignaschi, segretario generale di “Research4Life” e responsabile del benessere animale all’Università statale di Milano, in occasione della Biotech Week 2025. «Ma è un dato parziale, perché negli Usa, a differenza dell’Europa, topi, ratti e pesci zebra non vengono censiti, pur rappresentando l’80-90 per cento degli animali da laboratorio. Il numero reale si aggira tra gli 8 e i 10 milioni di esemplari all’anno. Quindi no, gli Usa non hanno abbandonato la sperimentazione animale». Anche l’Agenzia italiana del farmaco (Aifa) mantiene una posizione prudente. «Attenzione al battage pubblicitario americano: questi approcci metodologici devono essere validati e garantire la sicurezza per i pazienti», avverte Pierluigi Russo, direttore tecnico scientifico. «Alcune di queste tecnologie sono come le batterie delle macchine elettriche: prodotti che le multinazionali sono pronte a vendere». Bruxelles, almeno sulla carta, si è mossa. Il Jrc ha pubblicato una roadmap europea per sostituire gradualmente l’uso di animali nei test regolatori senza scadenze vincolanti per gli Stati membri. «La Commissione europea ha dichiarato il suo impegno attraverso un’azione politica nel quadro dello Spazio europeo della ricerca (Era)», spiega un esperto del Jrc. «E Horizon Europe destinerà 50 milioni di euro ai NAMs nel programma 2026-27». Pioniere in Europa è stato il governo olandese, che già nel 2016 ha lanciato un pian
o nazionale con investimenti miliardari per diventare leader nei metodi alternativi. Ma, a quasi dieci anni di distanza, il traguardo è ancora lontano. A detta del Jrc, l’Italia si trova in una posizione solida per sostenere la transizione verso approcci non animali. A Brescia ha sede l’Izsler, Istituto zooprofilattico sperimentale della Lombardia e dell’Emilia-Romagna, ente pubblico vigilato dal Ministero della Salute e Centro di referenza nazionale per i Metodi alternativi. Citato nel report Ecvam tra gli attori più attivi, l’Izsler sviluppa protocolli, monitora i metodi validati e forma gli operatori scientifici. «C’è una grande differenza tra ricerca di base e ambito normativo», chiarisce a Silvia Dotti, dirigente medico veterinario di Izsler e responsabile del Centro di referenza. «Nel campo della ricerca di base e preclinica, i NAMs possono essere già utilizzati, soprattutto nella tossicologia e nella valutazione del rischio chimico». Presso lo Izsler, infatti, si sviluppano metodiche basate su colture cellulari tridimensionali e stampanti 3D capaci di ricostruire in vitro porzioni di tessuto umano. Su questi mini-organi si testano molecole, si osservano reazioni cellulari e si mappano persino alterazioni molecolari. Senza sacrificare un solo Piastre per colture cellulari. Grazie alle nuove metodiche si possono ricostruire in vitro porzioni di tessuto umano su cui testare nuove molecole. animale. Ma come avverte Dotti, «nel contesto regolatorio tutto si complica: qui i metodi devono essere validati a livello europeo, e il percorso - tra burocrazia, studi, certificazioni - è lungo e molto costoso». Anche il settore privato è in fermento. In Evotec, multinazionale attiva nella ricerca e sviluppo di nuovi farmaci, si sperimentano metodi alternativi, tra cui ad esempio colture 3D e cellule umane di derivazione staminale per valutare la tossicità epatica, cardiaca e neuronale dei potenziali farmaci. «Investiamo circa 3 milioni di euro l’anno, ma servono molte evidenze scientifiche per dimostrare che i NAMs possano sostituire completamente la sperimentazione animale e far sì che le autorità regolatorie li accettino. Ci vorrà ancora molto tempo e uno sforzo coordinato della comunità scientifica», dichiara a Panorama Maria Pilla, amministratore delegato di Aptuit Verona, una delle sedi più grandi del gruppo. In teoria, però, la legge è già dalla parte degli animali. Il decreto legislativo 26 del 2014, che recepisce la direttiva europea 2010/63, impone il rispetto del principio delle 3R, un acronimo che sta per Replacement, Reduction, Refinement: ovvero, sostituire l’animale se possibile, ridurne l’uso quando necessario e perfezionare le tecniche per ridurre sofferenza e stress. In sostanza, tutto ciò si traduce in un obbligo per i ricercatori: prima di iniziare una sperimentazione su animali, devono dimostrare di non avere alternative migliori. E ogni progetto deve passare il vaglio di un comitato etico autorizzato dal Ministero della Salute. Una normativa pensata per «proteggere animali senzienti, che provano dolore e paura esattamente come noi», ricorda Grignaschi. Peccato che l’Italia inciampi proprio sull’applicazione. «Abbiamo introdotto divieti assurdi: neghiamo l’allevamento di alcuni animali da laboratorio, ma ne permettiamo l’uso. Così dobbiamo importare le cavie dall’estero, stressandole nel trasporto. E l’Europa ci ha aperto una procedura d’infrazione tuttora in corso», ha spiegato Grignaschi. Ma non è solo un problema di coerenza normativa. È politico e culturale. «Cina e India stanno investendo molto sulla ricerca d’avanguardia», ha avvertito ancora Grignaschi. «E un numero crescente di ricercatori sta migrando verso quei Paesi». La transizione è possibile, ma servono risorse strutturali e continuità. «I centri pubblici come il nostro ricevono dal Ministero della Sanità fondi dedicati allo sviluppo di queste metodiche, come previsto dal DL 26/2014, e l’investimento deve essere costante per garantire un percorso scientificamente valido nel tempo», spiega Dotti. Un timido segnale è arrivato con l
a manovra economica 2026: l’articolo 65 prevede un incremento di 10 milioni annui per gli istituti zooprofilattici sperimentali a decorrere dal prossimo anno. Una boccata d’ossigeno, certo. Ma destinata - recita il testo - a coprire «l’aumento del costo dei servizi nonché dalle ricorrenti emergenze sanitarie», non a spingere la rivoluzione dei NAMs. La cautela è, in fondo, giustificata: questo genere di chip non replica l’intero organismo, né prevede tutte le interazioni tra apparati complessi. E così, almeno per ora, Algernon resta nella sua gabbietta. A fare il suo dovere. ¦ © RIPRODUZIONE RISERVATA ---End text--- Author: Cristina Bellon Heading: Smettere di sacrificare topi e altre cavie nella sperimentazione. Un futuro possibile, grazie alle nuove tecnologie: chip d’organo, colture cellulari 3D, modelli computazionali, organoidi, Intelligenza artificiale. Negli Usa si è avviato un progetto pilota. In Italia gli scienziati sono avanti (ma esistono nodi normativi). Intanto, però, i test sugli animali restano fondamentali. Highlight: Topi, ratti, pesci, maiali... Sono alcuni degli animali utilizzati per ricerca scientifica. Il loro numero in Italia sarebbe intorno a 400 mila (dato 2023). Nel mondo, secondo calcoli Lav, 115 milioni. La biotech americana Emulate è all’avanguardia. Qui la suo numero uno Geraldine Hamilton mostra un microchip di cellule umane. Image:ia regoo un etti ologies): ri in 3D, ionali e anza, si durante il corpo er, replirisposte esperto d stinerà 5 program JOSÉ-JOAQUÍN BLASCO MUÑOZ/KATHLEEN JAMES © EUROPEAN COMMISSION, 2019 GETTY IMAGES, ISTOCKPHOTO -tit_org- In laboratorio la ruota non girera piu -sec_org-
tp:writer§§ Cristina Bellon
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title§§ 90 minuti salvano la vita
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Estratto da pag. 64 di "PANORAMA" del 03 Dec 2025
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tp:ocr§§ Il nostro Paese è tra le nazioni al mondo più virtuose per quanto riguarda la velocità di soccorso - e quindi le chances di guarigione - in caso di infarto e ictus. Un’organizzazione a rete fatta di persone, ospedali e mezzi che fanno la differenza in quelle patologie dove il tempo gioca un ruolo fondamentale tra la sopravvivenza e la morte. I T U N I M 0 9 O N A V L A S A T I V LA I di Maddalena Bonaccorso n Italia ci si salva la vita in 90 minuti. Quando il cuore si ferma all’improvviso, o al cervello non arriva più il sangue perché si chiude un’arteria, mentre qualcuno chiama il 112 si attiva una rete invisibile di soccorso che trasforma i secondi in possibilità di salvezza. Si tratta di una corsa contro il tempo, che deciderà chi vive e chi no, chi rimarrà disabile e chi invece verrà restituito, sulle sue gambe, all’affetto dei suoi cari. In questa gara, l’Italia è tra i Paesi che corrono più veloce. È la magia reale delle reti tempo-dipendenti, cioè di quei sistemi organizzativi che soccorrono e prendono in carico i pazienti le cui possibilità di salvezza sono strettamente correlate all’orologio: chi ha un infarto, un arresto cardiaco, un ictus o ha subìto un grave incidente. Queste reti sono composte dalle centrali del 112 e del 118, da ambulanze e reparti di Pronto soccorso, unità coronariche, ospedali Spoke e ospedali Hub, una catena di persone che spesso nemmeno si conoscono ma che, insieme, possono salvare una vita in poco più di un’ora. La nostra virtuosità, in questo campo, è messa nero su bianco non solo dai dati di Agenas, cioè l’Agenzia nazionale per i servizi sanitari regionali, ma anche nel recentissimo rapporto Health at a glance, pubblicazione dell’Ocse che raccoglie e confronta i dati sulla salute nei 38 Paesi membri, dall’Australia agli Stati Uniti, dal Giappone alla Germania. Il dossier, che offre una fotografia comparata su “chi sta meglio e perché”, ci dice che in Italia la percentuale di «mortalità a 30 giorni dall’evento» sia per quanto riguarda l’infarto che per l’ictus, è ben più bassa della media. Se da noi, infatti, questa percentuale si attesta (per l’infarto) al 4,7 per cento, la media di tutti i Paesi presi in considerazione è del 6,6. La Germania sta nientemeno che al 7,9 per cento, il Belgio al 7, il Regno Unito al 6,4. Storia simile per la mortalità da stroke (ictus), con la percentuale italiana che rimane saldamente sotto la media Ocse e fa meglio anche del Canada e della Svizzera. Sono dati che, come chiarito nel rapporto, «riflettono fedelmente i processi di cura, quali il trasporto tempestivo dei pazienti, gli interventi medici efficaci e la qualità e tempestività della diagnosi e del trattamento pre-ospedalieri». Ivi compresi l’uso del defibrillatore automatico, la somministrazione di farmaci, il coordinamento dell’invio delle ambulanze e il trasporto efficiente dei pazienti agli ospedali. Tradotto: è la nostra rete tempo-dipendente che funziona. Con le dovute distinzioni tra regioni e tra città e zone montane o disagiate, possiamo dire che la maggior parte dei pazienti colpiti oggi da infarto o ictus, in Italia, arriva nel posto giusto nel tempo giusto. Ma come si raggiungono questi risultati? Cosa succede, dietro le quinte, mentre noi chiamiamo il 112 perché stiamo male? «Il momento in cui l’utente contatta i numeri di emergenza è, per noi, l’atto finale di un lunghissimo lavoro preparatorio», dice a Panorama Maurizio Migliari, medico anestesista rianimatore e direttore del Dipartimento sanitario e delle sale operative di Areu, Agenzia regionale di emergenza e urgenza della Regione Lombardia. «Ci sono dietro procedure lunghe e complesse, che partono dallo studio e dal recepimento delle linee guida internazionali sul soccorso e arrivano alla creazione di procedure organizzative nelle quali ogni settore, ogni operatore, deve sapere cosa fare e contemporaneamente cosa fanno gli altri. È un meccanismo che non deve mai incepparsi, se non si vogliono perdere vite umane». Intanto, è bene sapere che nel momento in cui telefoniamo al 112, il nostro cellulare si “s
etta” automaticamente sulla condivisione della posizione: in questo modo, l’operatore che ci risponde sa già dove siamo. «Esistono meccanismi di localizzazione molto precisi chiamati Aml, sistemi integrati per localizzare il paziente attraverso tutto ciò che è disponibile, dal bluetooth al wifi, e per identificare sul cartografico dell’operatore dove è il malato», continua Migliari. «A quel punto, gli operatori fanno domande pre-codificate, seguono una specie di algoritmo in modo da arrivare, passo dopo passo, a una comprensione del livello di gravità del malore. Questo livello si traduce in un codice colore che consente di inviare al cospetto del paziente il mezzo più adeguato». Se il nostro problema di salute si configura come tempo-dipendente, ecco che scatta la rete. In caso di dolore toracico, arriverà un’ambulanza con speciali defibrillatori/elettrocardiografi in grado di effettuare i tracciati e inviarli in tempo reale agli ospedali Hub dove verranno esaminati dai cardiologi: se il tracciato fa sospettare un infarto il paziente viene inviato direttamente, bypassando quindi il Pronto soccorso più vicino, in un ospedale dotato di reparto di emodinamica. Sono questi infatti i centri di riferimento della rete tempo-dipendente, dove le équipe specialistiche in grado di eseguire l’angioplastica (l’intervento che riapre l’arteria coronarica) sono attive h/24. Occorre fare il prima possibile, perché «il tempo è muscolo»: è questa la frase che guida i soccorsi e che fa volare le ambulanze sulla strada. «Ogni azione dei soccorritori viene finalizzata alla preservazione di un tessuto vitale che ha una resistenza all’evento patologico limitata a pochi minuti», afferma Giuseppe Musumeci, direttore del reparto di Cardiologia dell’Azienda ospedaliera Mauriziano di Torino. «Noi diciamo che il tempo è muscolo, perché più ne passa tra l’esordio dei sintomi e il trattamento medico, più è grande la porzione di muscolo cardiaco che va in necrosi e più gravi sono le conseguenze. Dal momento in cui il paziente avverte il primo dolore al torace al momento in cui si esegue l’intervento di angioplastica si deve stare entro l’ora e mezza: è il lasso definito “door to balloon”, cioè dalla porta di casa del malato al tavolo operatorio dell’emodinamica dove si inserisce il “palloncino” nell’arteria coronarica. Nella rete cardiologica, il nostro Paese è ai vertici europei: il numero ideale è di 600 angioplastiche per milione di abitanti e in Italia se ne fanno circa 604. Questo perché sono stati attivati molti laboratori di emodinamica: sono 272 in tutto il territorio, e moltissimi garantiscono una reperibilità h24». Questo per quanto riguarda il cuore. In caso di ictus ischemico, invece, per limitare i danni al cervello c’è un po’ più agio, dato che bisogna intervenire e rimuovere dall’arteria l’eventuale trombo entro 4 ore e mezza. Mentre per incidenti o traumi molto gravi si usa come riferimento la “golden hour”, l’ora d’oro per far arrivare il ferito nei reparti di emergenza e iniziare i trattamenti. «Non è sufficiente correre, serve anche che il sistema non si inceppi mai», dice Paolo Groff, primario di Pronto soccorso dell’ospedale di Perugia. «Proprio per questo è fondamentale istruire le persone, fare campagne informative per aiutare tutti i cittadini a distinguere i sintomi e ad agire di conseguenza. Per esempio: nel dolore toracico è sbagliato e molto rischioso caricare il paziente in macchina e correre nel piccolo ospedale vicino a casa, perdendo minuti preziosi. Occorre sempre chiamare il 112, che in caso di eventi tempo-dipendenti attiverà la rete e porterà il paziente nel centro più idoneo. Solo così aumentano le chance di sopravvivere a infarti e ictus e di limitare i danni». Ovviamente, esistono grandi differenze regionali. I dati Agenas dell’ultima Indagine Nazionale sulle Reti Tempo-dipendenti ci dicono, per esempio, che l’angioplastica entro 90 minuti viene effettuata, in Veneto, nel 69 per cento dei casi: mentre in Sardegna si arriva nei tempi giusti solo per il 42 per cento dei pazienti. Occorre quindi ancora lavo
rare, migliorare e correre (è proprio il caso di dirlo) per garantire cure di emergenza idonee a tutti, a prescindere dalla regione o dalla città di residenza. In una sanità che siamo abituati a pensare sempre come disorganizzata, carente e in alcuni territori quasi alla deriva, le eccellenze spiccano proprio nel campo dell’emergenza. Perché quando il cuore o il cervello tradiscono, è l’orologio a decidere. E in Italia, sempre più spesso, ¦ decide per la vita. © RIPRODUZIONE RISERVATA ---End text--- Author: Maddalena Bonaccorso Heading: Highlight: Image:Un’operatrice risponde dal centro operativo del 112, il numero delle emergenze in Italia. Gratuito, “trasforma” il nostro telefono in un Gps indicando la nostra posizione. ANSA, GETTY IMAGES, IPA Una persona coinvolta in un incidente viene presa in carico dagli operatori di un’ambulanza. In base al problema sanitario, i soccorritori porteranno il paziente in un ospedale specifico. -tit_org- 90 minuti salvano la vita -sec_org-
tp:writer§§ Maddalena Bonaccorso
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title§§ Prezzi e ritardi,il paradosso della Sanità
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Estratto da pag. 21 di "STAMPA" del 03 Dec 2025
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category§§ POLITICA SANITARIA
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tp:ocr§§ Ottenere ausili e assistenza spesso è una corsa a ostacoli. E il Servizio nazionale arranca Prezzi e ritardi, il paradosso della Sanità IL DOSSIER PAOLO RUSSO I n Italia la chiamano “sanità di recupero”: è tutto ciò che comincia quando si spengono le luci del reparto ospedaliero e una persona con disabilità deve imparare di nuovo a cavarsela, a volte solo in senso figurato, a volte letteralmente. È il mondo delle protesi, degli ausili, dei centri di riabilitazione e delle residenze per disabili, decisivo per la qualità della vita ma spesso invisibile nei bilanci pubblici. Il primo confine è economico. Il Servizio sanitario nazionale, con il Dpcm sui nuovi Livelli essenziali di assistenza del 2017, ha fissato un nomenclatore tariffario di protesi e ausili: un catalogo che elenca ciò che può essere fornito a carico del Ssn, su prescrizione specialistica. Sedie a rotelle manuali, molte carrozzine elettroniche, protesi di arto inferiore e superiore, busti, tutori, apparecchi acustici e impianti cocleari per chi è afflitto da sordità grave rientrano in questo elenco, aggiornato ma ancora criticato per la lentezza con cui recepisce l’innovazione. Prendiamo le carrozzine elettriche: nei cataloghi online i prezzi partono da circa 1.300 euro per i modelli pieghevoli più essenziali e superano facilmente i 3.500-4.000 euro per le versioni multifunzione, con seduta reclinabile e comandi più evoluti. In molti casi il Ssn copre un importo standard previsto dal nomenclatore, sufficiente per un modello base. Se l’utente chiede una carrozzina più performante – più leggera, con batterie ad alta autonomia – la differenza di prezzo resta a suo carico. Diversa la storia degli impianti cocleari, le protesi elettroniche che restituiscono l’udito a chi è affetto da sordità profonda. Il costo di un singolo impianto è stimato fra i 20 e i 40 mila euro, ma in Italia l’intera procedura è coperta dal Servizio sanitario nazionale. Qui la “sanità di recupero” funziona: nessuna famiglia è chiamata a farsi carico di una spesa insostenibile. Ma la “sanità di recupero” non è fatta solo di tecnologia. È fatta di tempi di attesa per una protesi nuova quando quella vecchia non va più bene, di ore di fisioterapia che terminano mentre il recupero è ancora in corso. Per le persone con disabilità e per i loro caregiver la linea di demarcazione è netta: ciò che rientra nel nomenclatore e nei Lea è un diritto esigibile, ciò che ne resta fuori diventa favore, beneficenza o lusso. La domanda è se un sistema nato per curare malattie acute sia davvero pronto a farsi carico della lunga stagione del dopo, quella in cui non si guarisce ma si può vivere meglio. La risposta, oggi, oscilla fra eccellenze e vuoti. Finché la tecnologia correrà più veloce delle regole, per molti disabili l’innovazione rischia di restare soprattutto nelle brochure dei produttori e nei video su internet, più che nella quotidianità coperta dal Servizio sanitario nazionale. — ---End text--- Author: PAOLO RUSSO Heading: Highlight: Image: -tit_org- Prezzi e ritardi,il paradosso della Sanità -sec_org-
tp:writer§§ paolo russo
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title§§ La rimozione collettiva dei malati di Alzheimer = Alzheimer, l'oblio di malati e caregiver "Il 75% di chi ha demenze non è assistito"
link§§ http://gimbe.telpress.it/news/2025/12/03/2025120303172806578.PDF
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Estratto da pag. 3 di "STAMPA" del 03 Dec 2025
pubDate§§ 2025-12-03T05:34:00+00:00
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tp:ocr§§ La rimozione collettiva dei malati di Alzheimer MARIA ROSA TOMASELLO — PAGINE 10 E 11 Risorse troppo esigue per rispondere all’enormità dei bisogni. L’esperto: “C’è vera disperazione” Alzheimer, l’oblio di malati e caregiver “Il 75% di chi ha demenze non è assistito” IL CASO MARIA ROSA TOMASELLO Q uesta è la storia di una rimozione collettiva. Di un gigantesco vuoto di memoria nella coscienza comune, certificato dai numeri. È la storia di 1 milione e 200 mila persone colpite da Alzheimer (600 mila) e demenze, e di oltre tre milioni di familiari e caregiver impegnati ogni giorno nell’assistenza, spesso soli, spesso privi di sostegno economico, con un servizio pubblico che stenta a mettersi in moto mentre le stime annunciano un raddoppio del numero dei pazienti entro il 2050. È la storia di un regista novantenne che non lasciava mai la mano della compagna, che era stata giornalista, perché solo quella stretta riusciva a rassicurarla. Quella di un uomo che credeva che la moglie fosse cinque persone diverse e dell’anziana che non faceva che piangere perché aveva accanto la badante sbagliata. E dietro queste storie ci sono i costi. Quelli umani, e quelli economici. Impatto stimato delle patologie: 23 miliardi, di cui il 63% a carico delle famiglie; fondo nazionale finanziato per 34,9 milioni per il triennio 2024-2026. La differenza tra l’enormità dei bisogni e l’esiguità delle risorse è il carico che grava su figli, coniugi, assistenti, con un peso troppo grande che fa esplodere tensioni e a volte devasta il cuore. È sabato 29 novembre, un giorno ordinario della vita di Paolo Marin, geriatra. Il telefono squilla e dall’altra parte c’è un uomo in preda all’esasperazione che implora: «Non ce la faccio più, venga la prego o ammazzo mia madre». Marin, presidente dell’associazione Alzheimer Uniti di Roma, si precipita agli alloggi popolari del quartiere Garbatella. Nella casa da cui è partita la chiamata trova un’anziana che urla, e lo fa da 48 ore, ininterrottamente. «La signora ha una demenza lieve - racconta il medico - ma, rientrata dopo un ricovero, ha iniziato a gridare senza che ci fosse modo di farla smettere, e il figlio è andato fuori di testa. Per fortuna con il farmaco giusto si è calmata e ora sta bene». Marin racconta con l’amarezza di chi, da decenni, cura le ferite che le malattie incidono nei corpi e nelle anime di una società che fatica a rivolgere lo sguardo a chi è fragile. «Il mio impegno nell’associazionismo parte da lontano, inizia con la Uildm. Dopo vent’anni a occuparmi di distrofia muscolare, dopo essere stato tra i fondatori di Telethon, sono entrato a far parte di Alzheimer Uniti, nata nel 1999 e oggi presente con 50 sezioni in tutta Italia. Credevo di potere ripetere con le demenze l’esperienza straordinaria fatta con la Uildm. E invece: donatori zero, tv non disponibili, mondo no profit monopolizzato da grandi raccoglitori. Il risultato è che, davanti a un problema di dimensioni enormi, associazioni come la nostra non hanno le risorse per affiancare le attività pubbliche». La carenza di fondi che colpisce il volontariato è un altro aspetto della pericolosa amnesia che condanna a una sostanziale invisibilità milioni di persone. I dati dell’Osservatorio demenze dell’Istituto superiore di Sanità sono impietosi: il 75% delle persone con demenza non è inserito in alcun percorso terapeutico assistenziale, mancano i moduli Alzheimer nelle Rsa, scarseggiano i centri diurni, fortissimo lo squilibrio tra Nord e Sud che rischia di accentuarsi con l’arrivo dei nuovi farmaci monoclonali, che pure accendono nuove speranze di cura: «Solo il 10% dei pazienti potrà potenzialmente accedere al trattamento. Il restante 90% rischia di rimanere indietro» ha avvertito nei giorni scorsi Nicola Vanacore, responsabile dell’Osservatorio. La navigazione quindi è a vista. «C’è così tanta disperazione che appena apre una struttura, case di riposo che non potrebbero ospitare persone con demenza, si riempie subito. I parenti ci chiedono soprattutto due cose: di indicargli una buona Rsa e di indicargli il nome di
una badante formata spiega Marin -. Ma il bisogno è così grande che non si fa in tempo a formarle». La priorità, spiega, resta la creazione di una assistenza domiciliare di qualità, oggi quasi inesistente, con i Comuni che forniscono, se lo fanno, una manciata di ore a settimana, e le Asl con pochi specialisti e liste d’attesa interminabili. Un servizio necessario per alleviare la sofferenza silenziosa dei malati e dei caregiver. «La solitudine è uno degli aspetti più terribili della malattia, e la socialità è potente quanto i farmaci» sottolinea Marin, che con la sua associazione ha creato a Roma 11 Alzheimer Cafè. «Quando ci chiedono che senso abbia portare i pazienti al museo rispondo che la capacità di descrivere un quadro può essere smarrita, ma la percezione del bello resta, e la bellezza lenisce la sofferenza». — ---End text--- Author: MARIAROSA TOMASELLO Heading: Highlight: 1,2 mln Le persone che hanno una demenza in Italia: si stima che il numero raddoppi entro il 2050 23 mld L’impatto in euro di queste patologie Il 63% è a carico delle famiglie Image: -tit_org- La rimozione collettiva dei malati di Alzheimer Alzheimer, l'oblio di malati e caregiver “Il 75% di chi ha demenze non è assistito” -sec_org-
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Estratto da pag. 9 di "TEMPO" del 03 Dec 2025
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tp:ocr§§ SANITÀ Basterà pagare un premio annuale di duemila euro Gli italiani residenti all’estero potranno curarsi in Italia ••• ÈstataapprofonditaierilaPropostadilegge afirmadiAndreaDi Giuseppe (FdI) che garantisce agli italiani residenti all’estero il diritto ad accedere alle prestazioni del Servizio Sanitario Nazionale.Ilprovvedimento,approvatoalla Camera il 27 novembre, introduceunsistemacheconsenteagli iscrittiall’Anagrafedegliitalianiresidenti all’estero (Aire) e residenti in Paesi extra UE non aderenti all’Associazione europea di libero scambio (Efta) di poter ricevere, previo pagamento di un premio annualeparia2milaeuro,latessera sanitaria nazionale e accedere ai percorsi di cura sul territorio italiano. È prevista inoltre l’esenzione totale per i minori, se almeno un genitore o tutore effettua la richiesta. Si mira così a colmare un vuoto normativo che penalizza milioni di italiani all’estero, tramiteanchelacreazionedisportelliinformativiAIRE–ASL,nuoviaccordioperativi trail Ministerodella Salute e il Ministero degli Affari Esterieunsistemadiinteroperabilità digitale tra registri anagrafici e sanitari, per semplificare l’adesione e migliorare la tracciabilità dei flussi.Mentresulla basedelleadesioni attese si stima un potenziale gettito tra tre e quattro miliardi di euro. Con questa riforma- ha sottolineato il sottosegretario alla Salute, Marcello Gemmato- «eliminiamoundisincentivoall’iscrizione all’AIRE che per anni ha costretto molti italiani a rinunciare all’assistenza, garantiamo continuità terapeutica e rendiamo pienamente disponibile il Fascicolo Sanitario Elettronico, con referti, prescrizioni e dati clinici sempre accessibili». ©RIPRODUZIONE RISERVATA ---End text--- Author: FILIPPO IMPALLOMENI Heading: Highlight: Image:Marcello Gemmato Sottosegretario della Salute -tit_org- Gli italiani residenti all’estero potranno curarsi in Italia -sec_org-
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