title§§ Perché 6,3 miliardi non bastano alla Sanità = Soldi alla Sanità, perché non bastano? link§§ http://gimbe.telpress.it/news/2025/11/24/2025112401966203720.PDF description§§

Estratto da pag. 23 di "CORRIERE DELLA SERA" del 24 Nov 2025

pubDate§§ 2025-11-24T05:13:00+00:00 arguments§§ http://gimbe.telpress.it/news/2025/11/24/2025112401966203720.PDF category§§ POLITICA SANITARIA subcategory§§ {'domain': ''} source§§ {'href': 'http://gimbe.telpress.it/news/2025/11/24/2025112401966203720.PDF', 'title': 'CORRIERE DELLA SERA'} tp:url§§ tp:attach_fn§§ http://gimbe.telpress.it/news/2025/11/24/2025112401966203720.PDF tp:ocr§§ Perché6,3miliardi nonbastanoallaSanità Soldi alla Sanità, perché non bastano? NEL2026ILSERVIZIOSANITARIOAVRÀ6,3MILIARDIINPIÙ,UNRECORD MADOPO15ANNIDIFONDIRIDOTTIL’AUMENTONONCOPREIBISOGNI QUANTOSERVEPERSTIPENDI,ASSUNZIONI,MENOCUREAPAGAMENTO di Milena Gabanelli e Simona Ravizza N el 2026 la Sanità avrà 6,3 miliardi in più, un record. Ma dopo 15 anni di fondi ridotti l’aumento non copre i bisogni. Ecco a pagina 23 perché e quanto serve. di Milena Gabanelli e Simona Ravizza D opo almeno 15 anni di sotto finanziamento della Sanità, nel 2026 il Servizio sanitario nazionale avrà a disposizione 6,3 miliardi in più. È la somma di due Leggi di bilancio: quella del 2025 per 3,9 miliardi, e quella del 2026 per 2,4. Si tratta dell’aumento più alto mai registrato in valore assoluto. Ma basterà? La domanda s’impone perché la situazione sta sfuggendo di mano. Il 10% di italiani oggi rinuncia alle cure per motivi economici, mentre le visite specialistiche (una su due) e gli esami diagnostici (uno su tre) vengono pagati di tasca nostra per oltre 10 miliardi l’anno, a causa delle inaffrontabili liste d’attesa. In un anno ci sono state le dimissioni di 2.000 medici e 2.750 infermieri. I medici di famiglia sono sempre meno, anche perché le loro borse di studio valgono meno della metà di quelle ospedaliere. Prendiamo allora parametri oggettivi per vedere cosa serve e quanto stanzia la Legge di bilancio. Su Corriere.it tutti i documenti. Regioni: un buco da 1 miliardo Partiamo dai conti delle Regioni. Nel 2024 per mantenere gli attuali livelli di assistenza sanitaria le Regioni hanno speso 1,5 miliardi di euro in più rispetto a quanto hanno ricevuto dallo Stato: un buco quasi triplicato rispetto al 2023. Non sono rimaste indenni neanche le Regioni che tradizionalmente garantiscono una buona qualità delle cure mantenendo i conti in equilibrio, come la Toscana, che ha un buco di bilancio per 267,2 milioni, l’Emilia-Romagna per 194,2, il Piemonte per 180,6, la Liguria per 98,3 e l’Umbria per 33,9. La Legge di bilancio 2026 non prevede fondi dedicati, però la revisione al rialzo delle tariffe di rimborso per le prestazioni erogate dagli ospedali, una volta a regime, probabilmente ridurrà lo squilibrio di circa 500 milioni. Quindi all’appello manca ancora 1 miliardo. Medici in fuga Passiamo ora al personale sanitario. Per capire se i soldi stanziati bastano davvero, non ha senso partire dagli stipendi che medici e infermieri mettono in tasca oggi perché scontano i ritardi dei rinnovi contrattuali. Il riferimento corretto sono i fondi già stanziati nelle ultime due Leggi di bilancio. È da lì che arriveranno gli aumenti previsti dai nuovi contratti: quello 20222024 per i medici è stato firmato il 19 novembre 2025; e ora si apriranno le trattative per quello del 2025-2027 sia per i medici sia per gli infermieri. Tutti i calcoli si basano su stipendi lordi mensili (13 mensilità), con valori medi e arrotondati. Con il contratto 2022-2024 lo stipendio di un medico con 5-15 anni di anzianità avrà un aumento di 461 euro portando la busta paga a 6.766 euro lordi al mese. Un confronto con i Paesi che continuano ad attrarre professionisti italiani mostra, a parità di potere d’acquisto, che in Germania i medici guadagnano in media il 36% in più, in Belgio il 21% , nel Regno Unito il 18%. Però la Legge di bilancio 2026 aggiunge altri incrementi mensili: 235 euro di indennità medica, più 385 euro legati al rinnovo del contratto 2025-2027 (stima Aran). Con questi aumenti lo stipendio previsto nel 2027 sale a 7.386 euro, circa il 9% in più rispetto a oggi. Ma non è ancora sufficiente a colmare il divario con gli altri Paesi. Basti pensare che solo un ulteriore aumento dell’1% — pari a 74 euro al mese per ciascuno dei 127.344 medici — costa 125 milioni l’anno. Infermieri sottopagati Lo stipendio medio degli infermieri è di 2.500 euro lordi al mese. È uno dei più bassi fra i Paesi Ocse: il 22% in meno rispetto alla media internazionale. Per allinearsi servirebbero 557 euro in più ogni mese. La Legge di bilancio 2026 copre solo una parte di questo gap: 123 euro al mese di indennità infermieristica; 138 euro al mese dal rinnovo del contratto 2025-2027 (sempre secondo le previsioni dell’Aran). In totale fanno 261 euro, cioè meno della metà di quanto servirebbe. Restano scoperti 296 euro al mese per ciascuno dei 277.000 infermieri. L’ammanco complessivo supera il miliardo. Ma il problema non è solo lo stipendio. Per colmare la carenza di 60.000 infermieri, con un costo pro capite di 50.000 euro annui, sono necessari 3 miliardi di euro. Un piano di assunzioni quadriennale richiederebbe 750 milioni solo nel 2026. La Legge di bilancio stanzia 300 milioni per l’assunzione di 6.000 infermieri. L’ammanco per il primo anno è di 450 milioni. Il paradosso delle borse di studio Le borse di studio per formare i medici di Medicina generale valgono 11.600 euro l’anno, meno della metà di quelle per le specialità ospedaliere (26.000). Uniformare le 2.600 borse richiede 37,4 milioni. Una tassa occulta da 10 miliardi Infine le prestazioni pagate dai cittadini: in un anno spendiamo di tasca nostra 6,9 miliardi per le visite specialistiche e 3,7 miliardi per gli esami diagnostici. Riportare nel Servizio sanitario nazionale anche solo la metà di queste prestazioni richiede 3,2 miliardi. Un costo calcolato applicando le tariffe pubbliche, che sono circa il 40% in meno di quelle private. Per aumentare l’attività dentro il Servizio sanitario, ovviamente, servirebbero anche più medici. La Legge di bilancio stanzia 150 milioni per assumere 900 professionisti. È una quota troppo bassa per sostenere un trasferimento così ampio dal privato al pubblico. Un miliardo a rischio Va poi considerato il Pnrr. Con la fine del Piano sarà necessario trovare un miliardo di euro per l’assistenza sanitaria domiciliare ai non autosufficienti, altrimenti si dovrà tagliare dalle risorse esistenti. Sommando tutte le voci, in totale al Servizio sanitario nazionale mancano 6,8 miliardi, per colmare la distanza tra il fabbisogno stimato e le risorse effettivamente stanziate. In pratica, sarebbe servito il doppio dei soldi messi. Tutti questi conti sono stati elaborati da Dataroom a partire da dati ufficiali raccolti, anche in precedenti inchieste, confrontandosi con l’Aran, il sindacato Nursind, l’Osservatorio sui Consumi Privati in Sanità del Cergas-Bocconi e con esperti del settore come Nerina Dirindin (Università di Torino) e Angelo Mastrillo (Università di Bologna). Sappiamo che trovare 6,8 miliardi da un anno all’altro è un’operazione difficile, ma nulla impedisce una programmazione pluriennale che, nell’arco di tre-quattro anni, porti a stanziare davvero le risorse necessarie, accompagnate dalle riforme indispensabili per spenderle bene. Una volontà che al momento non sembra all’orizzonte. E tantomeno quella di utilizzare almeno i soldi disponibili per migliorare l’assistenza ai cittadini. Dove vanno i soldi L’Ufficio parlamentare di bilancio evidenzia come una parte importante delle risorse della manovra finisca a diversi «portatori di interessi». Tra cui: 630 milioni vanno alle aziende farmaceutiche e ai produttori di dispositivi medici per ridurre la quota che avrebbero dovuto restituire allo Stato quando la spesa supera i limiti fissati. In altre parole: Big Pharma deve restituirci dei soldi, ma gli scontiamo 630 milioni; oltre 1 miliardo in tre anni serve ad aumentare le tariffe riconosciute agli ospedali per ricoveri e riabilitazione, e una parte consistente — almeno 300-400 milioni — finirà al settore privato; 123 milioni l’anno vengono assegnati alle strutture private accreditate per aiutare gli ospedali pubblici a smaltire le liste d’attesa. Eppure i dati mostrano che i privati, negli anni, non hanno aumentato le prestazioni in convenzione, ma hanno invece continuato a privilegiare la ben più remunerativa attività a pagamento. Dataroom@corriere.it © RIPRODUZIONE RISERVATA ---End text--- Author: Milena Gabanelli Heading: Highlight: Image:La retribuzione (migliaia di $, a parità di potere di acquisto) MEDICI Irlanda Paesi Bassi Germania Belgio Danimarca Regno Unito Fin landia ITALIA OCSE 31 Spagna Norvegia Svezia Francia Portogallo Grecia INFERMIERI 256**** 228 207 170 163 162* 143 142**** 133 133 133 123 115** 85**** 75 Fonte: Health at a Glance 2025 OECD Indicators Lussemburgo Paesi Bassi Germania Spagna Svizzera Irlanda Polonia OCSE 33 Svezia Regno Unito Finlandia Francia ITALIA Grecia Portogallo 82 73*** 73**** 70 65 61*** 61 56 53 53 48** 48 39 35 Dati 2023; *2020, **2021, ***2022, ****2024 123 Infogra?ca: Cristina Pirola Cosa c’è, cosa manca Legge di Bilancio Quello che manca Regioni 500 milioni 1 miliardo Stipendio medici 235 € al mese di indennità medica 385 € al mese (rinnovo del contratto 2025-2027) Stipendio infermieri 123 € al mese di indennità infermieristica 138 € al mese (rinnovo del contratto 2025-2027) 125 milioni l'anno per un aumento dell'1% oltre 1 miliardo di euro Organico infermieri 300 milioni per 6.000 infermieri 450 milioni ogni anno per 4 anni Borse di studio MMG Non prevede nulla 37,4 milioni Visite ed esami a pagamento 3,2 miliardi Non Non prevede nulla autosuf?cienti 1 miliardo Fonte: Elaborazione Dataroom I ?nanziamenti alla Sanità miliardi di € % sul Pil 2017 112,58 6,5 2018 113,40 6,4 2019 114,47 6,4 2020 120,56 2021 122,06 6,7 2022 125,98 6,5 2023 128,87 6,6 2024 134 6,8 2025 136,5 6,04 2026 142,9 6,1% 7,3 +6,3 miliardi € (3,9 Legge di Bilancio 2025 +2,4 Legge di Bilancio 2026) Fonte: Agenas -tit_org- Perché 6,3 miliardi non bastano alla Sanità Soldi alla Sanità, perché non bastano? -sec_org- tp:writer§§ Milena Gabanelli guid§§ http://gimbe.telpress.it/news/2025/11/24/2025112401966203720.PDF §---§ title§§ Influenzati e vaccinati link§§ http://gimbe.telpress.it/news/2025/11/24/2025112401965703719.PDF description§§

Estratto da pag. 2 di "FOGLIO" del 24 Nov 2025

pubDate§§ 2025-11-24T05:13:00+00:00 arguments§§ http://gimbe.telpress.it/news/2025/11/24/2025112401965703719.PDF category§§ POLITICA SANITARIA subcategory§§ {'domain': ''} source§§ {'href': 'http://gimbe.telpress.it/news/2025/11/24/2025112401965703719.PDF', 'title': 'FOGLIO'} tp:url§§ tp:attach_fn§§ http://gimbe.telpress.it/news/2025/11/24/2025112401965703719.PDF tp:ocr§§ Influenzati e vaccinati I casi di influenza sono in aumento e la circolazione del virus si è diffusa, quest’anno, con largo anticipo rispetto alle stagioni precedenti. C’entrano l’abbassamento improvviso delle temperature e una nuova variante. Per questo, l’invito a vaccinarsi da parte degli esperti è più sollecito che in passato. Numeri di Lorena Evangelista 7,91 L’incidenza delle infezioni respiratorie è stata di 7,91 persone su mille assistiti, secondo l’ultimo rapporto RespiVirNet dell’Istituto superiore di Sanità (pubblicato il 21 novembre e relativo alla settimana tra il 10 e il 16 novembre). I nuovi casi registrati in una sola settimana sono stati circa 435 mila. 0-4 anni E’ la fascia d’età più colpita, nella quale si registrano 25,7 casi su mille assistiti. Sono infatti soprattutto i bambini – assieme ad anziani e a soggetti immunodepressi – a dover essere vaccinati con maggiore tempestività, secondo l’Istituto superiore di Sanità. l l l l 3-4 Quest’anno l’aumento dei casi di influenza si è verificato – non solo in Italia ma in tutti i paesi dell’Unione europea – con un anticipo di 3-4 settimane rispetto alle due stagioni precedenti. l l l l A (H3N2) Così è denominato il nuovo ceppo influenzale, che ha iniziato a diffondersi di recente e sta guidando la rapida circolazione del virus quest’anno. Lo ha spiegato il Centro europeo per la prevenzione e il controllo delle malattie (Ecdc), che immagina una stagione influenzale più grave che in passato – e che ancora non ha raggiunto il picco, previsto per la fine dell’anno. 19,6 per cento Sulla popolazione generale italiana, la copertura delle vaccinazioni anti-influenzali nella stagione 2024/2025 è stata del 19,6 per cento. I dati del Ministero della Salute, pubblicati il 29 agosto 2025, rilevano un lieve aumento rispetto alla stagione precedente, durante la quale si era registrata una copertura del 18,9 per cento. 0,8 La copertura è invece diminuita di 0,8 punti se si guarda alla fascia degli over 65: nella stagione 2024/2025 si è vaccinato il 52,5 per cento della popolazione, contro un 53,5 per cento nel 2023/2024 ---End text--- Author: Redazione Heading: Highlight: Image: -tit_org- Influenzati e vaccinati -sec_org- tp:writer§§ REDAZIONE guid§§ http://gimbe.telpress.it/news/2025/11/24/2025112401965703719.PDF §---§ title§§ AGGIORNATO- L'Italia sempre più un Paese per vecchi Servizio Sanitario nazionale in affanno link§§ http://gimbe.telpress.it/news/2025/11/24/2025112401965103725.PDF description§§

Estratto da pag. 12 di "GAZZETTA DEL MEZZOGIORNO" del 24 Nov 2025

Il divario col Nord si allarga: solo il 3% delle strutture territoriali del Pnrr è operativo

pubDate§§ 2025-11-24T05:13:00+00:00 arguments§§ http://gimbe.telpress.it/news/2025/11/24/2025112401965103725.PDF category§§ POLITICA SANITARIA subcategory§§ {'domain': ''} source§§ {'href': 'http://gimbe.telpress.it/news/2025/11/24/2025112401965103725.PDF', 'title': 'GAZZETTA DEL MEZZOGIORNO'} tp:url§§ tp:attach_fn§§ http://gimbe.telpress.it/news/2025/11/24/2025112401965103725.PDF tp:ocr§§ L’Italia sempre più un Paese per vecchi Servizio Sanitario nazionale in affanno Il divario col Nord si allarga: solo il 3% delle strutture territoriali del Pnrr è operativo l L’attuale situazione della Sanità italiana è stata analizzata a lungo negli ultimi mesi, mettendo in evidenza un quadro critico: il Servizio sanitario nazionale soffre di problemi strutturali, sia acuti sia cronici, che incidono direttamente sulla salute di milioni di cittadini. Con una popolazione sempre più anziana – oltre il 35% degli italiani ha più di 64 anni, quota destinata a crescere – diventa difficile, senza interventi mirati, garantire cure efficaci per le patologie croniche tipiche dell’età avanzata. Il definanziamento del sistema pubblico pesa come un macigno: cresce la spesa sanitaria privata delle famiglie, arrivata a 41 miliardi di euro, cui si aggiungono circa 6 miliardi di spesa “intermedia” non coperta dal SSN (dati Istat 2025). Parallelamente, l’applicazione dei Livelli Essenziali di Assistenza resta profondamente disomogenea. Nonostante gli aggiornamenti dei LEA del 2024, la valutazione nazionale continua a basarsi sugli standard del 1998: un paradosso che evidenzia ritardi normativi e un divario sempre più marcato tra Nord e Sud. Le Regioni meridionali e il Lazio applicano tra il 58% e il 72% dei LEA, contro percentuali più alte – ma comunque non ottimali – delle Regioni settentrionali. Le aree più ricche riescono inoltre a finanziare servizi integrativi utilizzando risorse aggiuntive, possibilità preclusa ai territori in piano di rientro, dove bilanci fragili e tetti di spesa impediscono l’aggiornamento dell’offerta sanitaria. Il divario emerge nettamente anche nella prevenzione: nel Sud e nel Lazio la partecipazione agli screening oncologici per mammella, colon-retto e cervice uterina è molto più bassa rispetto al Nord, con adesioni comprese tra il 21% e il 40% (Rapporto ONS 2024). Valori subottimali si registrano anche per le vaccinazioni anti-HPV, con evidenti ripercussioni sulla salute pubblica. Non sorprende, dunque, che la mobilità sanitaria confermi una fuga verso le Regioni più attrezzate: Lombardia, Emilia-Romagna, Veneto e Toscana registrano i saldi attivi più alti, mentre Lazio, Puglia, Sicilia, Calabria e Campania mostrano deficit tra i 200 e i 300 milioni (Agenas 2022). Migliaia di famiglie sono costrette a spostarsi per ricevere cure adeguate, con costi economici e sociali rilevanti. Alcune Regioni stanno valutando limiti ai ricoveri provenienti dal Sud, mentre altre – come la Calabria – provano a rafforzare la propria rete ospedaliera costruendo nuovi poli e avviando collaborazioni interregionali. Nel 2024, 5,8 milioni di italiani (il 9,9% della popolazione) hanno rinunciato a visite o cure: un dato che colpisce soprattutto il Centro-Sud, dove il 11,4% dei cittadini non accede ai servizi né pubblici né privati per motivi economici, contro l’8,4% del Nord (Istat). Preoccupante anche il divario nell’aspettativa di vita: si passa dagli 84,7 anni della Provincia di Trento agli 81,7 della Campania, tre anni di differenza che riflettono profonde disuguaglianze nelle condizioni di prevenzione, cura e assistenza (Istat 2025). A complicare ulteriormente il quadro c’è l’attuazione del PNRR: solo il 3% delle Case di Comunità previste risulta pienamente operativo, con punte dello 0-3% nelle Regioni meridionali per mancanza di personale medico e infermieristico. Allo stesso modo, pochissimi cittadini hanno attivato il Fascicolo Sanitario Elettronico, con percentuali che nel Sud oscillano tra l’1% e l’8%. Questi elementi – aumento della spesa privata, rinuncia alle cure, mobilità crescente – richiedono una riforma strutturale condivisa, un nuovo patto politico e sociale che rilanci la sanità pubblica e garantisca a tutti i cittadini pari accesso ai servizi, come previsto dall’articolo 32 della Costituzione. Preoccupa invece la direzione delle proposte in discussione: il progressivo spostamento dall’assistenza integrativa verso modelli di sanità sostitutiva rischia di ridimensionare ulteriormente il ru olo del SSN a favore di fondi e assicurazioni, con un’impostazione sempre più neoliberista. Diventa quindi indispensabile un aumento stabile del finanziamento pubblico, come richiesto da istituzioni nazionali e internazionali – dalla Corte dei Conti all’OMS, fino a Eurostat. Servono riforme che rafforzino il personale sanitario, oggi attratto dal privato e dall’estero, e che facilitino l’accesso alle innovazioni farmacologiche e tecnologiche, riducendo le enormi differenze territoriali. Occorre anche ripensare l’organizzazione dei servizi territoriali, potenziando telemedicina, ricerca clinica avanzata e nuove competenze professionali. Le Regioni del Sud restano l’area più fragile e più esposta, con rischi concreti per la tenuta stessa dei servizi essenziali. Un parziale argine arriva dalla Corte Costituzionale che, con la sentenza 192/2024, ha fermato la proposta di Autonomia Differenziata per la parte più critica legata ai LEP. Ma restano aperti numerosi interrogativi, soprattutto alla luce delle nuove pre-intese tra Governo e alcune Regioni del Nord, che rischiano di ampliare ulteriormente le disuguaglianze nell’accesso alla salute. L’Italia è dunque davanti a un bivio: o rilanciare con decisione il suo Servizio sanitario nazionale, o assistere a un progressivo indebolimento del suo pilastro più prezioso, quello che dovrebbe garantire equità e tutela a ogni cittadino, ovunque viva. Francesco Cognetti Coordinatore Forum delle Società Scientifiche dei Clinici Ospedalieri ed Universitari ---End text--- Author: Francesco Cognetti Heading: Highlight: Image: -tit_org- AGGIORNATO- L’Italia sempre più un Paese per vecchi Servizio Sanitario nazionale in affanno -sec_org- tp:writer§§ Francesco Cognetti guid§§ http://gimbe.telpress.it/news/2025/11/24/2025112401965103725.PDF §---§ title§§ Violenza e salute, ferite che costano link§§ http://gimbe.telpress.it/news/2025/11/24/2025112401964803726.PDF description§§

Estratto da pag. 10 di "QUOTIDIANO DEL SUD L'ALTRA VOCE DELL' ITALIA" del 24 Nov 2025

Molestie e abusi domestici costano all 'Ue circa 366 miliardi di euro all'anno

pubDate§§ 2025-11-24T05:13:00+00:00 arguments§§ http://gimbe.telpress.it/news/2025/11/24/2025112401964803726.PDF category§§ POLITICA SANITARIA subcategory§§ {'domain': ''} source§§ {'href': 'http://gimbe.telpress.it/news/2025/11/24/2025112401964803726.PDF', 'title': "QUOTIDIANO DEL SUD L'ALTRA VOCE DELL' ITALIA"} tp:url§§ tp:attach_fn§§ http://gimbe.telpress.it/news/2025/11/24/2025112401964803726.PDF tp:ocr§§ LA STIMA Riflettere sul danno sanitario trasforma il problema in responsabilità collettiva Violenza e salute, ferite che costano Molestie e abusi domestici costano all’Ue circa 366 miliardi di euro all’anno er anni la violenza contro le donne è stata raccontata soprattutto come una questione morale, sociale e di diritti. Giustamente. Ma c’è un’altra chiave di lettura che troppo spesso resta nell’ombra: quella finanziaria. Mettere in conto il danno significa trasformare il problema in una responsabilità collettiva, misurabile e, soprattutto, affrontabile con politiche pubbliche e scelte aziendali. È particolarmente importante mostrare quanto la violenza costi in termini monetari con una particolare attenzione ai costi sanitari, che sono spesso i più alti e i più sottovalutati. A livello comunitario, un’analisi dell’Istituto europeo per l’uguaglianza di genere (EIGE) ha stimato che la violenza di genere costa all’Unione circa 366 miliardi di euro all’anno: una cifra che comprende costi diretti come quelli sanitari e giudiziari e costi indiretti come la perdita di produttività. In Italia, stime consolidate citate in indagini nazionali parlano di una voce complessiva che si aggira intorno ai 16,7 miliardi di euro l’anno per la violenza domestica: un numero che può suonare immateriale fino a quando non si spiega cosa include e soprattutto, quanto pesa sulla salute delle vittime. Nel dettaglio, i costi sanitari non sono solo le medicazioni o le radiografie dopo un’aggressione fisica. Sono anche centinaia di migliaia di ore di terapia psicologica, consulti psichiatrici, farmaci per depressione e ansia, percorsi di riabilitazione, ricadute croniche su malattie metaboliche e cardiovascolari, effetti sulla salute riproduttiva e assistenza ostetrica complicata. Studi recenti che utilizzano registri sanitari nazionali mostrano come le vittime di violenza abbiano consumi di servizi sanitari nettamente superiori rispetto a chi non ha subito violenza. La prima tappa del costo sanitario è spesso il pronto soccorso. Ferite, fratture, contusioni e traumi cranici richiedono accertamenti, eventuali interventi chirurgici, degenze o consumi diagnostici intensi. Una singola presa in carico per trauma può comportare costi immediati elevati; i servizi di emergenza sono voci di spesa onerose per il sistema sanitario e, quando la presa in carico termina senza un percorso integraP to, è probabile che la vittima torni più volte, moltiplicando i costi. Il capitolo più pesante, e il più sottovalutato, riguarda la salute mentale. Disturbi da stress post-traumatico (PTSD), depressione maggiore, ansia generalizzata, disturbi del sonno e uso di sostanze sono condizioni frequentemente associate a esperienze di violenza. La cura di queste condizioni richiede cicli prolungati di psicoterapia, prestazioni psichiatriche e, talvolta, farmacoterapia continuativa. Studi che collegano polizia e registri sanitari mostrano costi sanitari incrementali attribuibili alla violenza anche nei cinque anni successivi all’evento. La violenza aumenta poi il rischio di condizioni croniche che hanno un costo sanitario enorme: malattie cardiovascolari, diabete, problemi gastrointestinali, malattie autoimmuni e disordini legati allo stress. La letteratura scientifica moItalia, la violenza mestica costa ,7 miliardi di euro nno per le cure stra che le donne esposte a violenza presentano un eccesso di consumo di servizi sanitari anche per problemi apparentemente non correlati: lo stress cronico altera il funzionamento immunitario e metabolico. Tradotto: prevenzione e presa in carico iniziale possono evitare cure lunghe e costose in seguito. La violenza incide, come detto, anche sulla salute riproduttiva: complicazioni in gravidanza, aborto spontaneo, parto pretermine, bassi pesi alla nascita e maggiore rischio di depressione post-partum sono associati a storie di abuso. Questi eventi richiedono percorsi di cura specialistica, ricoveri, terapie neonatali e follow-up prolungati. Le ricadute si estendono ai neonati, che possono necessitare di maggiori cure sanitarie e sostegno educativo nel tempo, aumentando ulteriormente i costi sociali. Gli ospedali non possono curare solo la ferita fisica: servono percorsi tinaia di migliaia re di terapia ologica, consulti hiatrici, farmaci integrati che colleghino pronto soccorso, salute mentale, servizi sociali e case rifugio. Quando questo non avviene, si moltiplicano visite ricorrenti, ricadute e ricoveri che pesano sulla spesa. Un modello efficace riduce i tempi di presa in carico, evita duplicazioni e tiene insieme protezione sanitaria e protezione legale. Investire nell’integrazione può ridurre i costi a valle. La medicina di base e i servizi territoriali rappresentano il secondo fronte di spesa: visite multiple dal medico di famiglia, prescrizioni, visite specialistiche, interventi del pediatra per figli esposti. Il coinvolgimento precoce del territorio è fondamentale: screening, formazione dei medici e percorsi di riferimento ben definiti riducono il ricorso all’urgenza e facilitano l’uscita dal circuito della violenza. È anche una strategia economica: la cura territoriale è mediamente meno costosa dell’ospedalizzazione. A rimetterci sono anche i datori di lavoro. Le aziende pagano indirettamente la violenza attraverso assenze, turnover e perdita di talento. Offrire supporto sanitario (convenzioni per psicoterapia, permessi retribuiti per cure, piani di welfare coerenti) non è soltanto un gesto etico: è una strategia per ridurre costi operativi e mantenere capitale umano. Inoltre, inserire indicatori sulle assenze per violenza nei report ESG rende l’argomento rilevante per investitori attenti alla sostenibilità sociale. Mettere la salute al centro della lotta contro la violenza non è un approccio compassionevole o puramente simbolico: è una strategia economica. Ridurre la prevalenza della violenza, migliorare la presa in carico sanitaria e integrare i servizi comporta costi iniziali ma produce risparmi significativi in termini di visite, ricoveri e malattie croniche evitate. Non basta aspettare che siano solo le politiche sociali ad abbattere questi costi, la società deve muoversi per migliorare la vita delle persone coinvolte adottando percorsi di educazione affettiva che hanno la virtù di intervenire prima che i danni si accumulino. ndamentale oinvolgimento territorio specie la formazione ---End text--- Author: MARIA FRANCESCA ASTORINO Heading: Highlight: Fondamentale il coinvolgimento del territorio specie per la formazione Centinaia di migliaia di ore di terapia psicologica, consulti psichiatrici, farmaci a d e n c c p f In Italia, la violenza domestica costa 16,7 miliardi di euro l’anno per le cure Image:Una visita in pronto soccorso da parte di una giovane donna vittima di abusi L’assistenza psicologica è spesso necessaria per superare abusi e violenze -tit_org- Violenza e salute, ferite che costano -sec_org- tp:writer§§ MARIA FRANCESCA ASTORINO guid§§ http://gimbe.telpress.it/news/2025/11/24/2025112401964803726.PDF §---§ title§§ Il caregiver conquista un ruolo: in arrivo legge e risorse = Il caregiver diventerà un lavoro: sblocco per il riconoscimento link§§ http://gimbe.telpress.it/news/2025/11/24/2025112401966303721.PDF description§§

Estratto da pag. 8 di "SOLE 24 ORE" del 24 Nov 2025

pubDate§§ 2025-11-24T05:13:00+00:00 arguments§§ http://gimbe.telpress.it/news/2025/11/24/2025112401966303721.PDF category§§ POLITICA SANITARIA subcategory§§ {'domain': ''} source§§ {'href': 'http://gimbe.telpress.it/news/2025/11/24/2025112401966303721.PDF', 'title': 'SOLE 24 ORE'} tp:url§§ tp:attach_fn§§ http://gimbe.telpress.it/news/2025/11/24/2025112401966303721.PDF tp:ocr§§ il caregiver conquista un ruolo: in arrivo legge e risorse Assistenza Il caregiver diventerà un lavoro: sblocco per il riconoscimento Welfare familiare. Dopo l’inserimento in manovra dei fondi, in arrivo un Ddl che stabilisce compenso e ruolo. L’opposizione: risorse esigue —a pagina 8 A singhiozzo e con un percorso a ostacoli, che però ora sembra avviarsi verso una risoluzione. È il riconoscimento della figura dei “caregiver”, ovvero di quei 7 milioni di persone che assistono quotidianamente oltre 4 milioni di soggetti disabili e non autosufficienti. Dopo l’inserimento nel Ddl di Bilancio di un articolo (il 53) che prevede un «Fondo per le iniziative legislative a sostegno del ruolo di cura e di assistenza del caregiver familiare», nei giorni scorsi la ministra per la Disabilità, Alessandra Locatelli, ha annunciato un disegno di legge ad hoc. Attualmente, infatti, non esiste una legge nazionale che riconosca e tuteli il ruolo dei caregiver. Più presente invece è stata la politica locale con 12 Regioni che si sono attivate per normare questa figura. Nel complesso nessuna svolta finora risolutiva, fatta eccezione per la legge 205/2017 e un fondo dedicato nel 2020 per il sostegno del ruolo di cura e assistenza del caregiver familiare, con stanziamenti che, hanno lamentato le associazioni, sono sempre rimasti insufficienti rispetto ai reali bisogni. La legge di Bilancio Nel dettaglio, l’articolo 53 della manovra – ora al Senato per l’approvazione in prima lettura – prevede risorse pari a 1,15 milioni per il 2026 e a 207 milioni dal 2027, per finanziare «iniziative legislative a sostegno del ruolo di cura e di assistenza del caregiver familiare». Si tratta di risorse che all’indomani della presentazione del Ddl di Bilancio sono state bollate come esigue, in relazione ai bisogni di una platea così ampia, sia da Loredana Ligabue, segretaria di Carer, sia da Isabella Mori, responsabile tutela di Cittadinanzattiva. Il punto di partenza della critica si focalizza sul fatto che quotidianamente i caregiver con la loro presenza si fanno carico e risolvono le carenze strutturali del sistema pubblico, generando un valore economico tra il 2,5 e il 3% del Pil italiano con la loro attività di sostegno e cura. Nel mirino, inoltre, vista la formulazione dell’articolo, anche la mancata definizione sull’allocazione delle risorse e sulla destinazione. Il disegno di legge A fare chiarezza è intervenuta la ministra della Disabilità, Alessandra Locatelli, che nei giorni scorsi ha annunciato la svolta attesa, ovvero la presentazione di un disegno di legge il cui iter inizierà a gennaio, dopo l’approvazione della manovra, con la presentazione in Consiglio dei ministri. Il testo fissa la definizione di “caregiver” familiare che è «la persona che assiste e si prende cura del coniuge, dell’altra parte dell’unione civile o del convivente di fatto», oppure «di un parente o di un affine entro il secondo grado» o «di un parente entro il terzo grado». Inoltre, introduce un sistema di tutele differenziate distinguendo tra: a) caregiver familiare prevalente con un carico assistenziale uguale o superiore a 91 ore settimanali convivente con una persona in condizione di non autosufficienza; b) caregiver familiare convivente con la persona assistita con un carico di assistenza uguale o superiore a 30 ore e inferiore a 91 ore settimanali; c) caregiver familiare non convivente con la persona assistita con un carico di assistenza uguale o superiore a 30 ore settimanali; d) caregiver familiare convivente o non convivente con la persona assistita con un carico di assistenza uguale o superiore a dieci ore settimanali e inferiore a 30 ore settimanali. Infine, la norma determina un sostegno di tipo economico per chi ha una soglia Isee pari a 15mila euro, che non svolga un’attività lavorativa o, nel caso in cui lo faccia, non ne ricavi un reddito superiore a 3mila euro lordi annui. All’inizio l’importo trimestrale sarà fino a 1.200 euro. È qui entrano in gioco la copertura dei 207 milioni prevista dal Ddl di Bilancio (per quanto l’intenzione è que lla di fissare la copertura a 257 milioni, utilizzando 50 milioni dal Fondo per le politiche in favore delle persone con disabilità), ma anche le critiche. Per la ministra, intervenuta sul tema durante il question time alla Camera il 19 novembre, la copertura di 207 milioni è «un punto di partenza, su cui lavorare insieme perché da dieci anni le famiglie stanno aspettando». In effetti negli ultimi dieci anni «sono state presentate una trentina di proposte di legge sui caregiver che non hanno visto la luce». Al momento però, l’impianto del testo non convince l’opposizione. Secondo Davide Faraone, vicepresidente di Italia Viva e firmatario in passato di uno di quei trenta testi citati, «serve un salto di qualità nell’assistenza». Il nodo per Faraone è il riconoscimento giuridico di questa figura: «Non si tratta di dare un reddito di povertà a chi assiste»; un passo avanti sulla strada del riconoscimento, in questo caso, economico sarebbe stato dare anche «la possibilità di accumulare dei contributi previdenziali». Un’altra questione che divide è il coinvolgimento delle associazioni perché se la ministra definisce il Ddl «il frutto del lavoro di un Tavolo di più di 50 soggetti tra famiglie, associazioni, enti del territorio, sindacati», Marco Furfaro, deputato Pd e capogruppo in commissione Affari sociali dice invece che «il piano sui caregiver dell’esecutivo non è condiviso con le associazioni che vengono ulteriormente umiliate» dal momento che «ci vorranno 91 ore di cura a settimana, 400 ore al mese per avere un contributo su base Isee limitatissima». © RIPRODUZIONE RISERVATA ---End text--- Author: Serena Uccello Heading: Assistenza Highlight: Verso una norma «Percorso tracciato, dopo anni di attesa ora diamo risposta» «Oggi abbiamo un testo condiviso da cui partire e una copertura finanziaria certa. Grazie alle risorse stanziate, possiamo proseguire» Alessandra Locatelli Ministra per le Disabilità Il disegno di legge annunciato lega il possibile compenso alla soglia Isee e alle ore di assistenza l’identikit L’età media Hanno un’età media di 25 anni e sono impegnati dalle 7 alle 35 ore a settimana. A dirlo è l’indagine “Impressions of Humanity” realizzata da Eikon Strategic Consulting Italia Società Benefit, presentata lo scorso settembre 2025. Lo studio, svolto in 17 regioni, ha coinvolto un campione di 115 giovani tra i 18 e i 30 anni. Metà (46%) si colloca nella fascia 26-30 anni. La seconda fascia più rappresentata (41%) comprende i 21-25enni, mentre i 18-20enni sono il 13% del campione Le caratteristiche Il 58% degli intervistati ha un lavoro, il 35% studia. Il carico di lavoro è rilevante: il 72% dedica quotidianamente da una a cinque ore all’assistenza. Il 59% assiste da oltre un anno, con il 32% impegnato da più di 3 anni Le motivazioni Il 55% dei caregiver dichiara di dedicarsi all’assistenza «per affetto», tuttavia 8 su 10 chiedono un riconoscimento sociale e istituzionale del proprio ruolo. I principali destinatari dell’assistenza sono i nonni (42%), seguono i genitori (30%) Le patologie assistite Prevalgono le malattie croniche (34%), seguite da disabilità fisiche (30%) e cognitive (26%). Incisivo il peso delle patologie psichiatriche (21%) e delle malattie degenerative (21%), in entrambi i casi si tratta di malattie che richiedono competenze specifiche oltre che impattare sul caregiver con un carico emotivo particolarmente intenso Le patologie di cui soffrono Secondo una survey dell’Istituto superiore di sanità (Iss) , a cui hanno risposto 2033 persone (83% donne): quattro caregiver su dieci (41%) hanno sviluppato malattie croniche che prima non avevano e tra questi il 66% ha riportato l’insorgenza di più di una patologia Image:La platea. In Italia sono circa 7 milioni le persone che si occupano a tempo pieno o parziale di un familiare disabile o sofferente per una patologia cronica -tit_org- Il caregiver conquista un ruolo: in arrivo legge e risorse Il caregiver diventerà un lavoro: sblocco per il riconoscimento -sec_org- tp:writer§§ Serena Uccello guid§§ http://gimbe.telpress.it/news/2025/11/24/2025112401966303721.PDF §---§