title§§ Perché 6,3 miliardi non bastano alla Sanità = Soldi alla Sanità, perché non bastano? link§§ http://gimbe.telpress.it/news/2025/11/24/2025112401966203720.PDF description§§
Estratto da pag. 23 di "CORRIERE DELLA SERA" del 24 Nov 2025
Estratto da pag. 2 di "FOGLIO" del 24 Nov 2025
Estratto da pag. 12 di "GAZZETTA DEL MEZZOGIORNO" del 24 Nov 2025
Il divario col Nord si allarga: solo il 3% delle strutture territoriali del Pnrr è operativo
pubDate§§ 2025-11-24T05:13:00+00:00 arguments§§ http://gimbe.telpress.it/news/2025/11/24/2025112401965103725.PDF category§§ POLITICA SANITARIA subcategory§§ {'domain': ''} source§§ {'href': 'http://gimbe.telpress.it/news/2025/11/24/2025112401965103725.PDF', 'title': 'GAZZETTA DEL MEZZOGIORNO'} tp:url§§ tp:attach_fn§§ http://gimbe.telpress.it/news/2025/11/24/2025112401965103725.PDF tp:ocr§§ L’Italia sempre più un Paese per vecchi Servizio Sanitario nazionale in affanno Il divario col Nord si allarga: solo il 3% delle strutture territoriali del Pnrr è operativo l L’attuale situazione della Sanità italiana è stata analizzata a lungo negli ultimi mesi, mettendo in evidenza un quadro critico: il Servizio sanitario nazionale soffre di problemi strutturali, sia acuti sia cronici, che incidono direttamente sulla salute di milioni di cittadini. Con una popolazione sempre più anziana – oltre il 35% degli italiani ha più di 64 anni, quota destinata a crescere – diventa difficile, senza interventi mirati, garantire cure efficaci per le patologie croniche tipiche dell’età avanzata. Il definanziamento del sistema pubblico pesa come un macigno: cresce la spesa sanitaria privata delle famiglie, arrivata a 41 miliardi di euro, cui si aggiungono circa 6 miliardi di spesa “intermedia” non coperta dal SSN (dati Istat 2025). Parallelamente, l’applicazione dei Livelli Essenziali di Assistenza resta profondamente disomogenea. Nonostante gli aggiornamenti dei LEA del 2024, la valutazione nazionale continua a basarsi sugli standard del 1998: un paradosso che evidenzia ritardi normativi e un divario sempre più marcato tra Nord e Sud. Le Regioni meridionali e il Lazio applicano tra il 58% e il 72% dei LEA, contro percentuali più alte – ma comunque non ottimali – delle Regioni settentrionali. Le aree più ricche riescono inoltre a finanziare servizi integrativi utilizzando risorse aggiuntive, possibilità preclusa ai territori in piano di rientro, dove bilanci fragili e tetti di spesa impediscono l’aggiornamento dell’offerta sanitaria. Il divario emerge nettamente anche nella prevenzione: nel Sud e nel Lazio la partecipazione agli screening oncologici per mammella, colon-retto e cervice uterina è molto più bassa rispetto al Nord, con adesioni comprese tra il 21% e il 40% (Rapporto ONS 2024). Valori subottimali si registrano anche per le vaccinazioni anti-HPV, con evidenti ripercussioni sulla salute pubblica. Non sorprende, dunque, che la mobilità sanitaria confermi una fuga verso le Regioni più attrezzate: Lombardia, Emilia-Romagna, Veneto e Toscana registrano i saldi attivi più alti, mentre Lazio, Puglia, Sicilia, Calabria e Campania mostrano deficit tra i 200 e i 300 milioni (Agenas 2022). Migliaia di famiglie sono costrette a spostarsi per ricevere cure adeguate, con costi economici e sociali rilevanti. Alcune Regioni stanno valutando limiti ai ricoveri provenienti dal Sud, mentre altre – come la Calabria – provano a rafforzare la propria rete ospedaliera costruendo nuovi poli e avviando collaborazioni interregionali. Nel 2024, 5,8 milioni di italiani (il 9,9% della popolazione) hanno rinunciato a visite o cure: un dato che colpisce soprattutto il Centro-Sud, dove il 11,4% dei cittadini non accede ai servizi né pubblici né privati per motivi economici, contro l’8,4% del Nord (Istat). Preoccupante anche il divario nell’aspettativa di vita: si passa dagli 84,7 anni della Provincia di Trento agli 81,7 della Campania, tre anni di differenza che riflettono profonde disuguaglianze nelle condizioni di prevenzione, cura e assistenza (Istat 2025). A complicare ulteriormente il quadro c’è l’attuazione del PNRR: solo il 3% delle Case di Comunità previste risulta pienamente operativo, con punte dello 0-3% nelle Regioni meridionali per mancanza di personale medico e infermieristico. Allo stesso modo, pochissimi cittadini hanno attivato il Fascicolo Sanitario Elettronico, con percentuali che nel Sud oscillano tra l’1% e l’8%. Questi elementi – aumento della spesa privata, rinuncia alle cure, mobilità crescente – richiedono una riforma strutturale condivisa, un nuovo patto politico e sociale che rilanci la sanità pubblica e garantisca a tutti i cittadini pari accesso ai servizi, come previsto dall’articolo 32 della Costituzione. Preoccupa invece la direzione delle proposte in discussione: il progressivo spostamento dall’assistenza integrativa verso modelli di sanità sostitutiva rischia di ridimensionare ulteriormente il ru olo del SSN a favore di fondi e assicurazioni, con un’impostazione sempre più neoliberista. Diventa quindi indispensabile un aumento stabile del finanziamento pubblico, come richiesto da istituzioni nazionali e internazionali – dalla Corte dei Conti all’OMS, fino a Eurostat. Servono riforme che rafforzino il personale sanitario, oggi attratto dal privato e dall’estero, e che facilitino l’accesso alle innovazioni farmacologiche e tecnologiche, riducendo le enormi differenze territoriali. Occorre anche ripensare l’organizzazione dei servizi territoriali, potenziando telemedicina, ricerca clinica avanzata e nuove competenze professionali. Le Regioni del Sud restano l’area più fragile e più esposta, con rischi concreti per la tenuta stessa dei servizi essenziali. Un parziale argine arriva dalla Corte Costituzionale che, con la sentenza 192/2024, ha fermato la proposta di Autonomia Differenziata per la parte più critica legata ai LEP. Ma restano aperti numerosi interrogativi, soprattutto alla luce delle nuove pre-intese tra Governo e alcune Regioni del Nord, che rischiano di ampliare ulteriormente le disuguaglianze nell’accesso alla salute. L’Italia è dunque davanti a un bivio: o rilanciare con decisione il suo Servizio sanitario nazionale, o assistere a un progressivo indebolimento del suo pilastro più prezioso, quello che dovrebbe garantire equità e tutela a ogni cittadino, ovunque viva. Francesco Cognetti Coordinatore Forum delle Società Scientifiche dei Clinici Ospedalieri ed Universitari ---End text--- Author: Francesco Cognetti Heading: Highlight: Image: -tit_org- AGGIORNATO- L’Italia sempre più un Paese per vecchi Servizio Sanitario nazionale in affanno -sec_org- tp:writer§§ Francesco Cognetti guid§§ http://gimbe.telpress.it/news/2025/11/24/2025112401965103725.PDF §---§ title§§ Violenza e salute, ferite che costano link§§ http://gimbe.telpress.it/news/2025/11/24/2025112401964803726.PDF description§§
Estratto da pag. 10 di "QUOTIDIANO DEL SUD L'ALTRA VOCE DELL' ITALIA" del 24 Nov 2025
Molestie e abusi domestici costano all 'Ue circa 366 miliardi di euro all'anno
pubDate§§ 2025-11-24T05:13:00+00:00 arguments§§ http://gimbe.telpress.it/news/2025/11/24/2025112401964803726.PDF category§§ POLITICA SANITARIA subcategory§§ {'domain': ''} source§§ {'href': 'http://gimbe.telpress.it/news/2025/11/24/2025112401964803726.PDF', 'title': "QUOTIDIANO DEL SUD L'ALTRA VOCE DELL' ITALIA"} tp:url§§ tp:attach_fn§§ http://gimbe.telpress.it/news/2025/11/24/2025112401964803726.PDF tp:ocr§§ LA STIMA Riflettere sul danno sanitario trasforma il problema in responsabilità collettiva Violenza e salute, ferite che costano Molestie e abusi domestici costano all’Ue circa 366 miliardi di euro all’anno er anni la violenza contro le donne è stata raccontata soprattutto come una questione morale, sociale e di diritti. Giustamente. Ma c’è un’altra chiave di lettura che troppo spesso resta nell’ombra: quella finanziaria. Mettere in conto il danno significa trasformare il problema in una responsabilità collettiva, misurabile e, soprattutto, affrontabile con politiche pubbliche e scelte aziendali. È particolarmente importante mostrare quanto la violenza costi in termini monetari con una particolare attenzione ai costi sanitari, che sono spesso i più alti e i più sottovalutati. A livello comunitario, un’analisi dell’Istituto europeo per l’uguaglianza di genere (EIGE) ha stimato che la violenza di genere costa all’Unione circa 366 miliardi di euro all’anno: una cifra che comprende costi diretti come quelli sanitari e giudiziari e costi indiretti come la perdita di produttività. In Italia, stime consolidate citate in indagini nazionali parlano di una voce complessiva che si aggira intorno ai 16,7 miliardi di euro l’anno per la violenza domestica: un numero che può suonare immateriale fino a quando non si spiega cosa include e soprattutto, quanto pesa sulla salute delle vittime. Nel dettaglio, i costi sanitari non sono solo le medicazioni o le radiografie dopo un’aggressione fisica. Sono anche centinaia di migliaia di ore di terapia psicologica, consulti psichiatrici, farmaci per depressione e ansia, percorsi di riabilitazione, ricadute croniche su malattie metaboliche e cardiovascolari, effetti sulla salute riproduttiva e assistenza ostetrica complicata. Studi recenti che utilizzano registri sanitari nazionali mostrano come le vittime di violenza abbiano consumi di servizi sanitari nettamente superiori rispetto a chi non ha subito violenza. La prima tappa del costo sanitario è spesso il pronto soccorso. Ferite, fratture, contusioni e traumi cranici richiedono accertamenti, eventuali interventi chirurgici, degenze o consumi diagnostici intensi. Una singola presa in carico per trauma può comportare costi immediati elevati; i servizi di emergenza sono voci di spesa onerose per il sistema sanitario e, quando la presa in carico termina senza un percorso integraP to, è probabile che la vittima torni più volte, moltiplicando i costi. Il capitolo più pesante, e il più sottovalutato, riguarda la salute mentale. Disturbi da stress post-traumatico (PTSD), depressione maggiore, ansia generalizzata, disturbi del sonno e uso di sostanze sono condizioni frequentemente associate a esperienze di violenza. La cura di queste condizioni richiede cicli prolungati di psicoterapia, prestazioni psichiatriche e, talvolta, farmacoterapia continuativa. Studi che collegano polizia e registri sanitari mostrano costi sanitari incrementali attribuibili alla violenza anche nei cinque anni successivi all’evento. La violenza aumenta poi il rischio di condizioni croniche che hanno un costo sanitario enorme: malattie cardiovascolari, diabete, problemi gastrointestinali, malattie autoimmuni e disordini legati allo stress. La letteratura scientifica moItalia, la violenza mestica costa ,7 miliardi di euro nno per le cure stra che le donne esposte a violenza presentano un eccesso di consumo di servizi sanitari anche per problemi apparentemente non correlati: lo stress cronico altera il funzionamento immunitario e metabolico. Tradotto: prevenzione e presa in carico iniziale possono evitare cure lunghe e costose in seguito. La violenza incide, come detto, anche sulla salute riproduttiva: complicazioni in gravidanza, aborto spontaneo, parto pretermine, bassi pesi alla nascita e maggiore rischio di depressione post-partum sono associati a storie di abuso. Questi eventi richiedono percorsi di cura specialistica, ricoveri, terapie neonatali e follow-up prolungati. Le ricadute si estendono ai neonati, che possono necessitare di maggiori cure sanitarie e sostegno educativo nel tempo, aumentando ulteriormente i costi sociali. Gli ospedali non possono curare solo la ferita fisica: servono percorsi tinaia di migliaia re di terapia ologica, consulti hiatrici, farmaci integrati che colleghino pronto soccorso, salute mentale, servizi sociali e case rifugio. Quando questo non avviene, si moltiplicano visite ricorrenti, ricadute e ricoveri che pesano sulla spesa. Un modello efficace riduce i tempi di presa in carico, evita duplicazioni e tiene insieme protezione sanitaria e protezione legale. Investire nell’integrazione può ridurre i costi a valle. La medicina di base e i servizi territoriali rappresentano il secondo fronte di spesa: visite multiple dal medico di famiglia, prescrizioni, visite specialistiche, interventi del pediatra per figli esposti. Il coinvolgimento precoce del territorio è fondamentale: screening, formazione dei medici e percorsi di riferimento ben definiti riducono il ricorso all’urgenza e facilitano l’uscita dal circuito della violenza. È anche una strategia economica: la cura territoriale è mediamente meno costosa dell’ospedalizzazione. A rimetterci sono anche i datori di lavoro. Le aziende pagano indirettamente la violenza attraverso assenze, turnover e perdita di talento. Offrire supporto sanitario (convenzioni per psicoterapia, permessi retribuiti per cure, piani di welfare coerenti) non è soltanto un gesto etico: è una strategia per ridurre costi operativi e mantenere capitale umano. Inoltre, inserire indicatori sulle assenze per violenza nei report ESG rende l’argomento rilevante per investitori attenti alla sostenibilità sociale. Mettere la salute al centro della lotta contro la violenza non è un approccio compassionevole o puramente simbolico: è una strategia economica. Ridurre la prevalenza della violenza, migliorare la presa in carico sanitaria e integrare i servizi comporta costi iniziali ma produce risparmi significativi in termini di visite, ricoveri e malattie croniche evitate. Non basta aspettare che siano solo le politiche sociali ad abbattere questi costi, la società deve muoversi per migliorare la vita delle persone coinvolte adottando percorsi di educazione affettiva che hanno la virtù di intervenire prima che i danni si accumulino. ndamentale oinvolgimento territorio specie la formazione ---End text--- Author: MARIA FRANCESCA ASTORINO Heading: Highlight: Fondamentale il coinvolgimento del territorio specie per la formazione Centinaia di migliaia di ore di terapia psicologica, consulti psichiatrici, farmaci a d e n c c p f In Italia, la violenza domestica costa 16,7 miliardi di euro l’anno per le cure Image:Una visita in pronto soccorso da parte di una giovane donna vittima di abusi L’assistenza psicologica è spesso necessaria per superare abusi e violenze -tit_org- Violenza e salute, ferite che costano -sec_org- tp:writer§§ MARIA FRANCESCA ASTORINO guid§§ http://gimbe.telpress.it/news/2025/11/24/2025112401964803726.PDF §---§ title§§ Il caregiver conquista un ruolo: in arrivo legge e risorse = Il caregiver diventerà un lavoro: sblocco per il riconoscimento link§§ http://gimbe.telpress.it/news/2025/11/24/2025112401966303721.PDF description§§ pubDate§§ 2025-11-24T05:13:00+00:00 arguments§§ http://gimbe.telpress.it/news/2025/11/24/2025112401966303721.PDF category§§ POLITICA SANITARIA subcategory§§ {'domain': ''} source§§ {'href': 'http://gimbe.telpress.it/news/2025/11/24/2025112401966303721.PDF', 'title': 'SOLE 24 ORE'} tp:url§§ tp:attach_fn§§ http://gimbe.telpress.it/news/2025/11/24/2025112401966303721.PDF tp:ocr§§ il caregiver conquista un ruolo: in arrivo legge e risorse Assistenza Il caregiver diventerà un lavoro: sblocco per il riconoscimento Welfare familiare. Dopo l’inserimento in manovra dei fondi, in arrivo un Ddl che stabilisce compenso e ruolo. L’opposizione: risorse esigue —a pagina 8 A singhiozzo e con un percorso a ostacoli, che però ora sembra avviarsi verso una risoluzione. È il riconoscimento della figura dei “caregiver”, ovvero di quei 7 milioni di persone che assistono quotidianamente oltre 4 milioni di soggetti disabili e non autosufficienti. Dopo l’inserimento nel Ddl di Bilancio di un articolo (il 53) che prevede un «Fondo per le iniziative legislative a sostegno del ruolo di cura e di assistenza del caregiver familiare», nei giorni scorsi la ministra per la Disabilità, Alessandra Locatelli, ha annunciato un disegno di legge ad hoc. Attualmente, infatti, non esiste una legge nazionale che riconosca e tuteli il ruolo dei caregiver. Più presente invece è stata la politica locale con 12 Regioni che si sono attivate per normare questa figura. Nel complesso nessuna svolta finora risolutiva, fatta eccezione per la legge 205/2017 e un fondo dedicato nel 2020 per il sostegno del ruolo di cura e assistenza del caregiver familiare, con stanziamenti che, hanno lamentato le associazioni, sono sempre rimasti insufficienti rispetto ai reali bisogni. La legge di Bilancio Nel dettaglio, l’articolo 53 della manovra – ora al Senato per l’approvazione in prima lettura – prevede risorse pari a 1,15 milioni per il 2026 e a 207 milioni dal 2027, per finanziare «iniziative legislative a sostegno del ruolo di cura e di assistenza del caregiver familiare». Si tratta di risorse che all’indomani della presentazione del Ddl di Bilancio sono state bollate come esigue, in relazione ai bisogni di una platea così ampia, sia da Loredana Ligabue, segretaria di Carer, sia da Isabella Mori, responsabile tutela di Cittadinanzattiva. Il punto di partenza della critica si focalizza sul fatto che quotidianamente i caregiver con la loro presenza si fanno carico e risolvono le carenze strutturali del sistema pubblico, generando un valore economico tra il 2,5 e il 3% del Pil italiano con la loro attività di sostegno e cura. Nel mirino, inoltre, vista la formulazione dell’articolo, anche la mancata definizione sull’allocazione delle risorse e sulla destinazione. Il disegno di legge A fare chiarezza è intervenuta la ministra della Disabilità, Alessandra Locatelli, che nei giorni scorsi ha annunciato la svolta attesa, ovvero la presentazione di un disegno di legge il cui iter inizierà a gennaio, dopo l’approvazione della manovra, con la presentazione in Consiglio dei ministri. Il testo fissa la definizione di “caregiver” familiare che è «la persona che assiste e si prende cura del coniuge, dell’altra parte dell’unione civile o del convivente di fatto», oppure «di un parente o di un affine entro il secondo grado» o «di un parente entro il terzo grado». Inoltre, introduce un sistema di tutele differenziate distinguendo tra: a) caregiver familiare prevalente con un carico assistenziale uguale o superiore a 91 ore settimanali convivente con una persona in condizione di non autosufficienza; b) caregiver familiare convivente con la persona assistita con un carico di assistenza uguale o superiore a 30 ore e inferiore a 91 ore settimanali; c) caregiver familiare non convivente con la persona assistita con un carico di assistenza uguale o superiore a 30 ore settimanali; d) caregiver familiare convivente o non convivente con la persona assistita con un carico di assistenza uguale o superiore a dieci ore settimanali e inferiore a 30 ore settimanali. Infine, la norma determina un sostegno di tipo economico per chi ha una soglia Isee pari a 15mila euro, che non svolga un’attività lavorativa o, nel caso in cui lo faccia, non ne ricavi un reddito superiore a 3mila euro lordi annui. All’inizio l’importo trimestrale sarà fino a 1.200 euro. È qui entrano in gioco la copertura dei 207 milioni prevista dal Ddl di Bilancio (per quanto l’intenzione è que lla di fissare la copertura a 257 milioni, utilizzando 50 milioni dal Fondo per le politiche in favore delle persone con disabilità), ma anche le critiche. Per la ministra, intervenuta sul tema durante il question time alla Camera il 19 novembre, la copertura di 207 milioni è «un punto di partenza, su cui lavorare insieme perché da dieci anni le famiglie stanno aspettando». In effetti negli ultimi dieci anni «sono state presentate una trentina di proposte di legge sui caregiver che non hanno visto la luce». Al momento però, l’impianto del testo non convince l’opposizione. Secondo Davide Faraone, vicepresidente di Italia Viva e firmatario in passato di uno di quei trenta testi citati, «serve un salto di qualità nell’assistenza». Il nodo per Faraone è il riconoscimento giuridico di questa figura: «Non si tratta di dare un reddito di povertà a chi assiste»; un passo avanti sulla strada del riconoscimento, in questo caso, economico sarebbe stato dare anche «la possibilità di accumulare dei contributi previdenziali». Un’altra questione che divide è il coinvolgimento delle associazioni perché se la ministra definisce il Ddl «il frutto del lavoro di un Tavolo di più di 50 soggetti tra famiglie, associazioni, enti del territorio, sindacati», Marco Furfaro, deputato Pd e capogruppo in commissione Affari sociali dice invece che «il piano sui caregiver dell’esecutivo non è condiviso con le associazioni che vengono ulteriormente umiliate» dal momento che «ci vorranno 91 ore di cura a settimana, 400 ore al mese per avere un contributo su base Isee limitatissima». © RIPRODUZIONE RISERVATA ---End text--- Author: Serena Uccello Heading: Assistenza Highlight: Verso una norma «Percorso tracciato, dopo anni di attesa ora diamo risposta» «Oggi abbiamo un testo condiviso da cui partire e una copertura finanziaria certa. Grazie alle risorse stanziate, possiamo proseguire» Alessandra Locatelli Ministra per le Disabilità Il disegno di legge annunciato lega il possibile compenso alla soglia Isee e alle ore di assistenza l’identikit L’età media Hanno un’età media di 25 anni e sono impegnati dalle 7 alle 35 ore a settimana. A dirlo è l’indagine “Impressions of Humanity” realizzata da Eikon Strategic Consulting Italia Società Benefit, presentata lo scorso settembre 2025. Lo studio, svolto in 17 regioni, ha coinvolto un campione di 115 giovani tra i 18 e i 30 anni. Metà (46%) si colloca nella fascia 26-30 anni. La seconda fascia più rappresentata (41%) comprende i 21-25enni, mentre i 18-20enni sono il 13% del campione Le caratteristiche Il 58% degli intervistati ha un lavoro, il 35% studia. Il carico di lavoro è rilevante: il 72% dedica quotidianamente da una a cinque ore all’assistenza. Il 59% assiste da oltre un anno, con il 32% impegnato da più di 3 anni Le motivazioni Il 55% dei caregiver dichiara di dedicarsi all’assistenza «per affetto», tuttavia 8 su 10 chiedono un riconoscimento sociale e istituzionale del proprio ruolo. I principali destinatari dell’assistenza sono i nonni (42%), seguono i genitori (30%) Le patologie assistite Prevalgono le malattie croniche (34%), seguite da disabilità fisiche (30%) e cognitive (26%). Incisivo il peso delle patologie psichiatriche (21%) e delle malattie degenerative (21%), in entrambi i casi si tratta di malattie che richiedono competenze specifiche oltre che impattare sul caregiver con un carico emotivo particolarmente intenso Le patologie di cui soffrono Secondo una survey dell’Istituto superiore di sanità (Iss) , a cui hanno risposto 2033 persone (83% donne): quattro caregiver su dieci (41%) hanno sviluppato malattie croniche che prima non avevano e tra questi il 66% ha riportato l’insorgenza di più di una patologia Image:La platea. In Italia sono circa 7 milioni le persone che si occupano a tempo pieno o parziale di un familiare disabile o sofferente per una patologia cronica -tit_org- Il caregiver conquista un ruolo: in arrivo legge e risorse Il caregiver diventerà un lavoro: sblocco per il riconoscimento -sec_org- tp:writer§§ Serena Uccello guid§§ http://gimbe.telpress.it/news/2025/11/24/2025112401966303721.PDF §---§