title§§ Regionali: ultima corsa per il voto in Veneto
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Estratto da pag. 13 di "LA VOCE E IL TEMPO" del 23 Nov 2025
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tp:ocr§§ Regionali: ultima corsa per il voto in Veneto ELEZIONI/6 – IL 23 E 24 NOVEMBRE SFIDA TRA STEFANI (CENTRO-DESTRA) E MANILDO (CENTRO-SINISTRA), FINISCE L’ERA ZAIA C irca quattro milioni di veneti sono chiamati alle urne domenica 23 e lunedì 24 novembre per eleggere il presidente della Regione. Per il centro-destra corre il leghista Alberto Stefani, segretario veneto e vice di Salvini; il centro-sinistra è invece guidato da Giovanni Manildo, già sindaco di Treviso. Da quando, nel 1995, è stata introdotta l’elezione diretta del presidente regionale, il Veneto è sempre stato in totale appannaggio al centrodestra: due volte con il forzista, Giancarlo Galan e ben tre con il leghista Luca Zaia. Una supremazia talmente incontrastata che ha prodotto un effetto paradossale. La battaglia più accesa non sta infatti avvenendo tra i due avversari in questi giorni di campagna elettorale ma si è verificata prima, nella coalizione di Governo, con uno scontro senza precedenti per l’individuazione del candidato. Va detto che a complicare la scelta è stato innanzitutto lo stesso Zaia. Non pago di esser stato riconfermato per la terza volta nel 2020 (con il 76 per cento, record assoluto per un presidente regionale) il governatore uscente avrebbe voluto ripresentarsi ancora dinanzi agli elettori. Facendosi scudo di un indiscutibile sostegno popolare, sperava di far saltare il vincolo dei due mandati. Norma che, peraltro, essendo stata approvata quando il suo primo mandato era già in corso e non avendo effetti retroattivi, gli aveva consentito - nel 2020 per l’appunto - di tornare in lizza per una terza competizione. Fuori gioco Zaia, in ossequio alla regola che in Campania ha impedito una nuova ricandidatura per Vincenzo De Luca, primo problema per la maggioranza di Governo è stato quello di decidere a quale partito sarebbe spettato esprimere la candidatura per la presidenza. La sostanziale certezza di un successo nelle urne, per un esponente del centrodestra, ha alimentato a dismisura gli appetiti entro la coalizione. In particolare, a puntare gli occhi sul Veneto, è stato Fratelli d’Italia, facendo leva sul primato di consensi raggiunto a livello nazionale. Da parte di FdI si lamentava di non avere - a dispetto del peso elettorale acquisito in tutta la Penisola - alcuna presidenza nel Nord Italia. Una condizione ritenuta penalizzante ed ingiustificata. Al tempo stesso la presidenza del Veneto risultava vitale per la Lega, che in questa Regione ha la sua storica roccaforte. Il Carroccio proprio da questa tornata, nel suo più solido e fedele bastione, conta di riconquistare un elettorato che altrove gli ha voltato le spalle. La contesa interna al centro-destra si è infine risolta con il via libera alla Lega in Veneto in cambio di una candidatura FdI in Lombardia. Intesa che in realtà si limita ad affermare che, al momento del voto per il Pirellone (previsto nel 2028), si terrà conto del peso dei singoli partiti senza veti precostituiti. Sarà dunque Stefani a battersi per la presidenza. Segretario regionale della Lega, con i suoi 32 anni, è considerato uno dei più promettenti uomini della nuova generazione leghista. Senza essere l’erede politico di Zaia, si situa nel solco di quel moderatismo della provincia veneta che in anni lontani faceva le fortune della Dc di marca dorotea. Nessuna concessione pertanto a tentativi di ‘vannaccizzare’ la Lega con posizioni estremiste che, peraltro, da queste parti non sono mai appartenute al Carroccio. Con Stefani si schiera tutto il centro-destra (Lega, FdI, Forza Italia e Noi moderati) con l’aggiunta di Liga Veneta ed Udc. Da notare che Zaia, si candida come capolista della Lega in tutte le province: un modo per misurare il proprio personale consenso tra gli elettori. Il centro-sinistra si affida a Giovanni Manildo, forte di una radicata esperienza amministrativa come sindaco di Treviso. Comune che il centro-sinistra ha strappato al centro-destra nel 2013, per riperderlo cinque anni dopo. Per lui una corsa che ha dell’impossibile. I sondaggi gli concedono il 30-32 per cento co
ntro il 60 per il suo avversario. Un risultato comunque dignitoso in una Regione da sempre avara con il campo progressista e che, in ogni caso, sarebbe il doppio del 16 per cento conseguito nel 2020 da Arturo Lorenzoni contro un travolgente Zaia. Oltre che da Pd, M5S ed Alleanza Verdi-Sinistra, il candidato del centro-sinistra viene sostenuto da parecchie liste minori: Volt Europa, Civiche venete per Manildo, Uniti per Manildo e Rifondazione comunista. Tre altri candidati si presentano al blocco di partenza: Fabio Bui, ex presidente della provincia di Padova con i Popolari per il Veneto; l’ex parlamentare dei Comunisti italiani, Marco Rizzo con Democrazia sovrana e popolare; Riccardo Szumski, per Resistere Veneto, lista autonomista e No Vax. Sotto il profilo economico il Veneto è una delle regioni italiane più solide. Vanta una crescita superiore alla media nazionale in virtù di un sistema produttivo che, con i suoi 180 miliardi, contribuisce all’8,5 per cento del Pil nazionale. Un contesto nel quale spicca un tessuto industriale costituito da aziende di piccola e media dimensione e da una miriade di imprese artigiane. Vero e proprio nerbo dell’economia regionale è un’agricoltura di alta qualità, che ha i suoi punti di forza nel settore agroalimentare e in quello vitivinicolo. Il turismo resta uno dei comparti dominanti, con un crescendo di flussi in particolare a Venezia, obbligando l’amministrazione cittadina ad introdurre un pedaggio per l’ingresso in Laguna. Sullo sfondo si stagliano poi gli ormai prossimi Giochi olimpici e paralimpici invernali del febbraio 2026 che si svolgeranno in parallelo a Milano e a Cortina d’Ampezzo. In questo panorama ricco di opportunità, si staglia anche qualche ombra. Viene infatti segnalato da Banca d’Italia un rallentamento della crescita, connesso al freno alle esportazioni provocato dai dazi. Un vero intralcio per un mercato tanto orientato all’estero come quello veneto. Secondo i dati della fondazione Gimbe, che monitora la sanità pubblica, il Veneto è la prima Regione per i Lea (Livelli essenziali di assistenza), ma non mancano liste d’attesa e carenze di personale sanitario, come nelle altre Regioni. Dopo un lungo periodo di stasi sembra ripartire il treno dell’autonomia differenziata. Nei giorni scorsi il ministro degli Affari regionali, Roberto Calderoli, ha annunciato l’avvio delle trattative per l’assegnazione alle Regioni interessate di alcune competenze (Protezione civile, ecc...) che non necessitano la definizione dei Lea su scala nazionale. Il Veneto è in prima fila per queste nuove attribuzioni. Aldo NOVELLINI ---End text--- Author: Aldo NOVELLINI Heading: ELEZIONI/6 – IL 23 E 24 NOVEMBRE SFIDA TRA STEFANI (CENTRO-DESTRA) E MANILDO (CENTRO-SINISTRA), FINISCE L’ERA ZAIA Highlight: Il leghista, 32 anni, vice di Salvini, si situa nel solco del moderatismo della provincia veneta che non dà concessioni al generale Vannacci Giovanni Manildo, moderato, radici nel mondo scout, già sindaco di Treviso, è stato l’unico a strappare la città alla Lega Image:I candidati a governatore del Veneto, da sinistra: Giovanni Manildo (centro-sinistra) e Alberto Stefani (centro-destra) -tit_org- Regionali: ultima corsa per il voto in Veneto -sec_org-
tp:writer§§ Aldo NOVELLINI
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title§§ Prevenire è meglio che curare Ma bisogna saper scegliere
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Estratto da pag. 11 di "CORRIERE SALUTE" del 23 Nov 2025
pubDate§§ 2025-11-23T05:33:00+00:00
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category§§ POLITICA SANITARIA
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tp:ocr§§ Prevenire è meglio che curare Ma bisogna saper scegliere Esiste una prevenzione buona e una «cattiva»? Potrebbe sembrare controintuitivo, ma è così. Lo argomenta bene Roberta Villa in questo libro coraggioso. Non è facile accettare il fatto che sottoponendoci, anche a spese nostre o della nostra azienda, a check-up annuali «a tappeto» potremmo non fare del bene a noi e nemmeno al sistema sanitario nel suo insieme, quando poi, magari non rispondiamo alle convocazioni del Servizio Sanitario Nazionale per gli screening del sangue occulto nelle feci per la prevenzione del tumore al colon, classico esempio di «prevenzione buona». Come lo è alimentarsi in modo sano, fare esercizio fisico o smettere di fumare. Certo ci sarà sempre qualcuno pronto a citare il classico parente che è morto in tarda età, pur fumando, e il giovane conoscente che ha avuto un cancro al polmone, pur non fumando. È vero che si può sviluppare un tumore del polmone anche senza aver mai fumato, ma le probabilità che ciò accada sono molto più basse rispetto a quelle di un fumatore, che a sua volta può essere così fortunato da non ammalarsi. Così come si può essere tanto favoriti dalla sorte da correre ubriachi a fari spenti nella notte senza ammazzarsi, così come si può morire nel sonno per il crollo della casa in cui si vive per una perdita di gas nell’appartamento accanto. Non possiamo per questo mettere le situazioni sullo stesso piano o diventare fatalisti. Stesso ragionamento quando si parla di vaccini: nel caso del Covid, per un rischio di effetti collaterali molto basso con il vaccino si è potuto evitare un rischio molto alto di gravi danni o di morte. All’opposto, sottoporsi a test per malattie per le quali non esiste ancora una terapia può generare ansie inutili a fronte di vantaggi più che opinabili, se non per chi ci guadagna sul test. ---End text--- Author: Redazione Heading: Highlight: Cattiva prevenzione Roberta Villa Chiare Lettere Pagine 272; Euro 17,00 Image: -tit_org- Prevenire è meglio che curare Ma bisogna saper scegliere -sec_org-
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title§§ A cosa serviranno i cento milioni per le demenze?
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Estratto da pag. 10 di "CORRIERE SALUTE" del 23 Nov 2025
pubDate§§ 2025-11-23T05:33:00+00:00
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tp:ocr§§ ACOSASERVIRANNO ICENTOMILIONI PERLEDEMENZE? LacifraprevistadallaLeggediBilancioènotevole maoccorreunavisionestrategicaperilproblema E chi li aveva mai visti, in Italia, 100 milioni di euro all’anno per le persone con demenza? Incredibile ma vero: sono lì, previsti nero su bianco dalla bozza della Legge di Bilancio 2026 al vaglio del Parlamento, accanto ai 285 milioni dedicati alla salute mentale da qui al 2029. Quante cose si possono fare con 100 milioni? Quanti centri diurni, quanta musicoterapia, quanti neuropsicologi, quanta assistenza domiciliare, quanti sorrisi in più? Pensare che il Fondo per le demenze approvato nel 2023 ne prevede per l’anno prossimo appena 15, ovvero 12,5 euro a persona. Cento milioni annui sono un passo avanti, finalmente si vede che la politica comincia a capire l’entità del problema: 1,2 milioni di persone con demenza, più 900 mila con decadimento cognitivo, più 4 milioni di familiari coinvolti in una malattia che costa 23,6 miliardi all’anno (per il 63% a carico delle famiglie). Invece no, è tutto un miraggio contabile: nella relazione tecnica alla Legge di Bilancio è specificato che quei 100 milioni saranno «destinati alle regioni, al fine di tenere conto delle conseguenze in termini finanziari derivanti da alcuni arresti giurisprudenziali della Corte di Cassazione». Il riferimento, dice mestamente Nicola Vanacore, responsabile dell’Osservatorio Demenze dell’Istituto Superiore di Sanità, è alla questione delle rette nelle Rsa, alle molte sentenze (soprattutto in Lombardia e Veneto) che danno ragione ai familiari quando si rivolgono alla magistratura per ottenere il rimborso delle spese sostenute per il mantenimento dei malati di demenza nelle strutture residenziali. Anche di questo si discuterà al XVIII Convegno «I centri per i disturbi cognitivi e le demenze e la gestione integrata della demenza», che si terrà all’Istituto Superiore di Sanità il 27 e 28 novembre. Si parlerà dei nuovi farmaci disponibili dalla primavera prossima, di cui beneficerà una ristretta cerchia di malati (circa il 10%) nelle fasi molto iniziali della malattia: il Sistema Sanitario li passerà gratuitamente (costo per paziente 15-20 mila euro all’anno). Il contenzioso sulle rette in Rsa e l’arrivo dei nuovi farmaci monopolizzano l’attenzione della politica e degli addetti ai lavori. Sono questioni importanti, ma entrambe riguardano poche, pochissime persone. La stragrande maggioranza di quel 10% della popolazione (6 milioni di italiani) alle prese con una forma di demenza sarà ancora una volta tagliata fuori, e i miglioramenti di vita dovrà continuare a cercarseli da sola. Eppure, dice Vanacore, in questi anni i saperi sulla demenza e sulla cura hanno fatto molti progressi. «Sappiamo quello che si può fare, ci dobbiamo organizzare, abbiamo bisogno di risorse in più e di un finanziamento strutturale del Piano Nazionale delle Demenze, attualmente non finanziato, perché c’è la possibilità concreta di migliorare la qualità di vita delle persone». Risorse in più: anche senza arrivare al miliardo e 400 milioni messo in campo dalla Francia per il suo piano demenze. Vogliamo cominciare da 100 milioni (però) veri? ---End text--- Author: Michele Farina Heading: Highlight: ? La maggioranza dei sei milioni di italiani coinvolti dal problema rischia di non beneficiare concretamente dell’investimento Image: -tit_org- A cosa serviranno i cento milioni per le demenze? -sec_org-
tp:writer§§ Michele Farina
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title§§ Liste di attesa, il grande bluff: 18 mesi di nulla
link§§ http://gimbe.telpress.it/news/2025/11/23/2025112301993804013.PDF
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Estratto da pag. 7 di "FATTO QUOTIDIANO" del 23 Nov 2025
pubDate§§ 2025-11-23T05:33:00+00:00
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category§§ POLITICA SANITARIA
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tp:ocr§§ Liste di attesa, il grande bluff: 18 mesi di nulla SANITÀ PUBBLICA » Alessandro Mantovani C’ è il paziente oncologico pugliese che dovrebbe aspettare un anno per la Tac e allora paga 320 euro, l’associazione Abaco di Napoli legata al sindacato Usb che fa le diffide alle Asl e spesso ottiene che gli appuntamenti siano anticipati, agende di prenotazione chiuse (così non c’è ritardo) perfino nell’Emilia-Romagna un tempo virtuosa. Ci ha sbattuto il naso l’ex sindaco di Parma, Pietro Vignali: “Nessuna data, neanche fra un anno, due anni, tre anni”, spiega a Report, che stasera torna sullo scandalo delle liste d’attesa della sanità pubblica ambulatoriale. La trasmissione di Rai3 ci presenta almeno alcuni dei dati, che rimangono incredibilmente segreti – su richiesta delle Regioni (vedi “Sanità: inciucio FdI-Pd per insabbiare il flop sulle liste d’attesa”,Il Fatto4 settembre 2025) – a un anno e mezzo dal decreto 73/2024 con cui Giorgia Meloni annunciava una svolta epocale alla vigilia delle Europee. La Regione messa peggio, secondo i dati di gennaio-settembre 2025 consegnati a Report da un funzionario ministeriale, è la Puglia, dove oggi e domani fino alle 15 si vota. Rilevate 390 criticità per i ritardi delle visite: quelle urgenti erogate nei tempi previsti sono solo il 27%, le brevi il 25% le differibili il 28%. Seguono Lazio (190 criticità) e Campania (185). La Puglia ha il record anche sugli esami, 264 criticità, seguono Emilia-Romagna (153) e Piemonte (148). Al Policlinico di Bari visite cardiologiche richieste a dieci giorni sono fissate a oltre sei mesi. Raffaele Piemontese, vicepresidente e assessore alla Sanità, chiede scusa e poi spiega che gli mancano i cardiologi e che ci sono troppe “richieste inappropriate”. Nel Lazio, al di là di qualche miglioramento, è noto il maq ui l la ge propagandistico: il presidente Francesco Rocca vanta il 96% di prestazioni nei tempi previsti solo perché scorpora dal monitoraggio, legalmente, i casi in cui il paziente rifiuta la prima offerta, che però nel Lazio sono l’88-90% del totale contro una media nazionale attorno al 40%, quindi il record di Rocca si calcola solo sul 10-12% (“Trucco del Lazio per cancellare le liste d’attesa. Rissa nella destra tra il ministero e la Regione”, Il Fatto 15 novembre 2025). Nel Lazio c’è solo il 40% delle visite a dieci giorni nei tempi previsti, solo il 27,6% delle differibili, solo il 60% delle programmabili. Poi ci sono i trucchetti della Campania, dove pure si vota. Il presidente uscente Vincenzo De Luca proclama grandi successi, ma per Report è “un disastro”. Dilagano le prescrizioni P (programmabile, 120 giorI NUME LA PUG LA PEGG MALE L E CAMP ni): al 79% (visite) e al 93% (esami) contro il 38 e il 51% nazionali. Attese anche di oltre un anno. Ora Report scopre che spesso sono annotati rifiuti della prima offerta smentiti dagli interessati. De Luca minaccia querele. Il decreto 73/2024 prevedeva una piattaforma nazionale per consentire a tutti di conoscere i tempi di attesa e un organismo ministeriale chiamato ad agire al posto delle Regioni inadempienti. Non ci sono neanche i dati pubblici, anzi solo Lazio e Basilicata li mandano al ministero senza elaborarli; figuriamoci l’organismo di controllo. Il ministro Orazio Schillaci promette di pubblicare i dati e annuncia assunzioni. Ma intanto crescono sanità privata, intramoenia e rinuncia alle cure. I soldi stanziati dal governo se ne andranno per lo più in farmaci. RI LIA È GIORE, AZIO ANIA ---End text--- Author: Alessandro Mantovani Heading: Highlight: I NUMERI LA PUGLIA È LA PEGGIORE, MALE LAZIO E CAMPANIA STASERA IN ONDA SU REPORT LA PUNTATA di Report, in onda stasera su Rai3, torna sullo scandalo delle liste d’attesa della sanità pubblica ambulatoriale, ancora in stato emergenziale nonostante le promesse del decreto legge di un anno e mezzo fa Image:Il segreto delle Regioni Le amministrazioni non comunicano i dati FOTO ANSA -tit_org- Liste di attesa, il grande bluff: 18 mesi di nulla -sec_org-
tp:writer§§ ALESSANDRO MANTOVANI
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title§§ Intervista a Andrea Costa - «Un errore incolpare i medici»
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Estratto da pag. 8 di "GIORNALE" del 23 Nov 2025
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category§§ POLITICA SANITARIA
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tp:ocr§§ Costa (Noi Moderati) «Un errore incolpare i medici» «Siamo fermamente contrari all’emendamento presentato dalla senatrice Michaela Biancofiore che, peraltro, non è di Noi Moderati». Andrea Costa, responsabile Salute di Noi Moderati ed esperto in strategie di attuazione del Pnrr-Missione presso il ministero guidato da Orazio Schillaci, prende le distanze dall’emendamento alla legge di bilancio sulla responsabilità civile dei medici presentato dalla senatrice Michaela Biancofiore. Perché siete così contrari? «Questo emendamento ci farebbe tornare indietro rispetto alla legge Gelli che per quanto riguarda la responsabilità aveva previsto un percorso valido ancora oggi. Per il futuro, dobbiamo aumentare la tutela del nostro personale sanitario perché dobbiamo creare le condizioni affinché i nostri medici, i nostri infermieri operino nelle condizioni migliori». Quali sono le vostre proposte sul tema? «ProponiaModifica mo un percorso previ- Diciamo sto nella ri- no alla forma delle responsabilità professioni civile sanitarie che per i camici tuteli di più medici e infermieri che oggi si trovano ad operare in condizioni di difficoltà, basti pensare alle aggressioni nei pronto soccorso e nei reparti». Quali le priorità del settore medico-infermieristico? «Siamo convinti che ci sia bisogno di rafforzare il rapporto di fiducia tra cittadino, paziente e medico. Quell'emendamento, poi, aumenterebbe il ricorso dei medici alla cosiddetta medicina difensiva e del relativo aumento degli esami prescritti anche quando non necessari che certamente non ci aiuterebbe a risolvere il problema delle liste d’attesa. La vera soluzione è continuare il percorso avviato dal governo che prevede nuove assunzioni e un aumento delle retribuzioni». Il governo, però, ha decisamente aumentato i fondi per il settore. O no? «Questo governo, dal punto di vista degli investimenti in sanità, ha decisamente invertito la rotta. Anche i fondi del Pnrr vanno in questa direzione, rafforzando la medicina del territorio». ---End text--- Author: Francesco Curridori Heading: Highlight: Modifica Diciamo no alla responsabilità civile per i camici Image: -tit_org- Intervista a Andrea Costa - «Un errore incolpare i medici» -sec_org-
tp:writer§§ Francesco Curridori
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title§§ La Salute stoppa le nuove regole sui medici Confronto aperto sugli ultimi nodi = Ultimi nodi manovra: verso il vertice Medici, non si cambia
link§§ http://gimbe.telpress.it/news/2025/11/23/2025112301994804011.PDF
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Estratto da pag. 2 di "SOLE 24 ORE" del 23 Nov 2025
Marzio Bartoloni —a pag. 2
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tp:ocr§§ legge di bilancio La Salute stoppa le nuove regole sui medici Confronto aperto sugli ultimi nodi Marzio Bartoloni —a pag. 2 Lo stop di Schillaci. No del ministro della Salute a modifiche sulla responsabilità Ultimi nodi manovra: verso il vertice Medici, non si cambia La legge di bilancio Inizia settimana decisiva. Sulla responsabilità medica no di Schillaci a modifiche Dopo 24 ore di polemiche arriva il no deciso del ministro della Salute Orazio Schillaci all’emendamento alla manovra che modifica la disciplina della responsabilità professionale dei medici. La modifica a firma della senatrice Biancofiore - tra i segnalati della maggioranza- puntava a reintrodurre la responsabilità civile in caso di danni ai pazienti direttamente sul medico, anziché primariamente sulla struttura sanitaria. Il ministero della Salute «esprimerà parere contrario. L'attuale normativa garantisce una tutela adeguata, integrata peraltro dalla recente norma sulla colpa grave, e non si ritiene utile né opportuno introdurre una modifica che di fatto andrebbe in senso opposto a quanto fin qui proposto dal Ministro Schillaci sulla colpa medica», avverte una nota diffusa ieri dal dicastero. Intanto a poco più di un mese dalla deadline del 31 dicembre, il termine entro il quale la legge di bilancio deve avere l'ok di entrambe le Camere pena l'esercizio provvisorio, è arrivato il momento di stringere sulle modifiche al testo approvato a metà ottobre. C’è attesa per il nuovo vertice di maggioranza sulla manovra, che potrebbe essere mercoledì o giovedì, al rientro della premier Giorgia Meloni dal G20 in Sudafrica. La riunione servirà a definire gli ultimi ritocchi alla Legge di Bilancio e trovare un accordo definitivo sugli emendamenti bandiera dei partiti di governo ma nell'ottica che i «saldi devono rimanere invariati». Tra i nodi da sciogliere al prossimo vertice a Palazzo Chigi restano, in particolare, quelli sugli affitti brevi e sulle banche. Sugli affitti brevi «credo si arriverà a una soluzione che lascerà la situazione così com'è», ha detto il vicepremier Antonio Tajani. «Magari si potrà forse ridurre il numero degli immobili dopo i quali si innalzerà la tassazione. Oggi sono cinque e potrebbero arrivare a tre, però è importante che non aumenti la tassa», ha spiegato il leader di Fi. Anche la Lega chiede di cancellare l'aumento al 26%, previsto dalla manovra, e mantenere l'aliquota corrente al 21% per il primo immobile. Sul contributo delle banche, invece, i due partiti si spaccano. «Il tema banche per noi è chiuso e non lo apriamo più, il punto di equilibrio trovato soddisfa noi e tutta la maggioranza di governo», ha detto Alessandro Cattaneo, responsabile Dipartimenti di Forza Italia, sottolineando che «le tasse si tolgono, non si mettono». La Lega con un emendamento chiede invece di aumentare di un ulteriore 0,5% l'Irap per le banche portandolo a 2,5 punti, facendo pagare solo una franchigia di 500mila euro alle banche medio-piccole, con un attivo fino a 30 miliardi. Sul fronte fisco insiste la Cgil: «Senza neutralizzare il fiscal drag, indicizzando l’Irpef all’inflazione, il Governo non aiuta la cosiddetta classe media, ma ne favorisce, anzi ne determina l’impoverimento». Secondo i calcoli dell’ufficio economia del sindacato, il drenaggio accumulato dai salari tra i 28mila e i 50mila euro lordi nel triennio 2023-2025 va da un minimo di circa 1,9 mila euro a un massimo di oltre 3,6 mila euro: la manovra di bilancio 2026 garantirà a queste fasce di reddito, attraverso la riduzione della seconda aliquota Irpef dal 35% al 33%, un beneficio tra 0 e 440 euro l’anno. Per esempio, un reddito di 30mila euro lordi annui ha subìto nel triennio 2023-2025 un drenaggio fiscale di 2.807 euro e riceverà dalla riduzione della seconda aliquota Irpef un beneficio di appena 40 euro all’anno. Nel caso di 35mila euro lordi annui, a fronte di un drenaggio di 3.340 euro ci saranno benefici per solo 140 euro all’anno. Infine, per un reddito di 40mila euro lordi annui, il drenaggio ammonta a 3.639 euro contro un beneficio di soltanto 240 euro all
’anno. —Mar.B. © RIPRODUZIONE RISERVATA ---End text--- Author: mar b Heading: Highlight: Tra i nodi da sciogliere al prossimo vertice restano, in particolare, quelli sugli affitti brevi e sulle banche il timing Manovra agli ultimi nodi A poco più di un mese dalla deadline del 31 dicembre, il termine entro il quale la legge di bilancio deve avere l'ok di entrambe le Camere pena l’esercizio provvisorio, è arrivato il momento di stringere sulle modifiche al testo approvato a metà ottobre. Tra i nodi da sciogliere al prossimo vertice a Palazzo Chigi restano, in particolare, quelli sugli affitti brevi e sulle banche. Attesa per il nuovo vertice di maggioranza sulla manovra, che potrebbe essere mercoledì o giovedì, al rientro della premier dal G20 in Sudafrica. La riunione servirà a definire gli ultimi ritocchi alla Legge di Bilancio e trovare un accordo definitivo sugli emendamenti 'bandiera' dei partiti di governo ma nell’ottica che i «saldi devono rimanere invariati» Image:imagoeconomica Lo stop di Schillaci. No del ministro della Salute a modifiche sulla responsabilità -tit_org- La Salute stoppa le nuove regole sui medici Confronto aperto sugli ultimi nodi Ultimi nodi manovra: verso il vertice Medici, non si cambia -sec_org-
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