title§§ «La sanità non si cura con gli slogan» link§§ http://gimbe.telpress.it/news/2025/11/10/2025111001808405376.PDF description§§

Estratto da pag. 6 di "BRESCIAOGGI" del 10 Nov 2025

pubDate§§ 2025-11-10T06:26:00+00:00 arguments§§ http://gimbe.telpress.it/news/2025/11/10/2025111001808405376.PDF category§§ GIMBE subcategory§§ {'domain': ''} source§§ {'href': 'http://gimbe.telpress.it/news/2025/11/10/2025111001808405376.PDF', 'title': 'BRESCIAOGGI'} tp:url§§ tp:attach_fn§§ http://gimbe.telpress.it/news/2025/11/10/2025111001808405376.PDF tp:ocr§§ L’intervento del governatore Attilio Fontana «La sanità non si cura con gli slogan» • Il presidente della regione Lombardia mette in evidenza le carenze: «Esiste il problema di chi arriva da fuori regione» GIUSEPPESPATOLA giuseppe.spatola@bresciaoggi.it MILANO «In Lombardia il problema della pressione di chi viene a curarsi da fuori è ancora più pressante e problematico». Con queste parole, a margine della cerimonia al Teatro alla Scala per la consegna del Premio Lombardia è ricerca, il presidente della Regione, Attilio Fontana, ha rilanciato il tema del sistema sanitario nazionale e delle disparità tra territori, partendo dallo sfogo del governatore dell’Emilia-Romagna, Michele de Pascale, sulle difficoltà di gestire l’assistenza per i pazienti provenienti da altre regioni. «È un problema che noi viviamo da tempo – ha sottolineato Fontana –. Quello della pressione sull’Emilia-Romagna di chi viene da fuori è di molto inferiore rispetto a ciò che accade in Lombardia. Lo diciamo da anni: bisogna avere il coraggio di affrontare la sanità con serietà». Il presidente ha spiegato di avere un «ottimo rapporto» con De Pascale, e di condividere con lui «molte idee che presto, spero, riusciremo anche a presentare insieme». Parole che lasciano intravedere la possibilità di un dialogo interregionale, in un momento in cui la tenuta del sistema sanitario pubblico è tornata al centro del dibattito nazionale. Ma per Fontana non basta aumentare la spesa. «Il problema della sanità – ha rimarcato – è estremamente serio e non si deve affrontare né a botte di slogan né con scelte che servono solo a strappare qualche consenso. Quando sento dire in televisione che bisogna mettere più soldi come unica soluzione, ecco, quella è la dimostrazione di chi vuole solo fare propaganda. Certamente i soldi servono, ma non sono l’unico problema. Se non si modifica il modello, i soldi non basteranno mai». Il ruolo del governo Il governatore lombardo ha poi difeso l’operato dell’esecutivo nazionale, che nella prossima Manovra ha previsto un incremento del Fondo sanitario: «Questo è il primo Governo che va nella direzione di sostenere la sanità con più fondi. Oggi chi grida che bisognerebbe metterne di più – cioè la sinistra – dimentica che dopo il 2011, quando ha governato, i fondi sono sempre stati tagliati». A supporto della sua tesi, Fontana cita i dati della Fondazione Gimbe, «che non è certo vicina al centrodestra», ma che ha certificato «37 miliardi mancati alla sanità, tra tagli e mancati aumenti». Da qui l’invito alla politica a ritrovare una prospettiva comune: «Vediamo di essere seri – conclude Fontana –. Non copriamo gli occhi su un tema che rappresenta il futuro». Un richiamo alla responsabilità, quello del governatore lombardo, che arriva in un momento di forte pressione sul sistema sanitario: liste d’attesa, carenza di personale, disparità tra regioni e mobilità sanitaria che, soprattutto al Nord, continua a mettere alla prova la tenuta di strutture e risorse. Un quadro complesso che, nelle parole di Fontana, chiede meno slogan e più visione. ---End text--- Author: GIUSEPPE SPATOLA Heading: Highlight: Image:L’appello «Bisogna avere il coraggio di affrontare la situazione con serietà» «Non basta aumentare la spesa: I nodi della settore sono da considerare reali» L’ultima manifestazione Il Pd sotto il Pirellone contro la riforma sanitaria -tit_org- «La sanità non si cura con gli slogan» -sec_org- tp:writer§§ Giuseppe Spatola guid§§ http://gimbe.telpress.it/news/2025/11/10/2025111001808405376.PDF §---§ title§§ Dipendenze: più ricoveri al Nord link§§ http://gimbe.telpress.it/news/2025/11/10/2025111001641404678.PDF description§§

Estratto da pag. 57 di "CORRIERE DI NOVARA" del 10 Nov 2025

Nella relazione della Fondazione Gimbe le numerose criticità: i SerD sono in affanno con una grave carenza di operatori. Liguria sotto la media anche per le strutture

pubDate§§ 2025-11-10T04:59:00+00:00 arguments§§ http://gimbe.telpress.it/news/2025/11/10/2025111001641404678.PDF category§§ GIMBE subcategory§§ {'domain': ''} source§§ {'href': 'http://gimbe.telpress.it/news/2025/11/10/2025111001641404678.PDF', 'title': 'CORRIERE DI NOVARA'} tp:url§§ tp:attach_fn§§ http://gimbe.telpress.it/news/2025/11/10/2025111001641404678.PDF tp:ocr§§ Dipendenze: più ricoveri al Nord Nella relazione della Fondazione Gimbe le numerose criticità: i SerD sono in affanno con una grave carenza di operatori. Liguria sotto la media anche per le strutture Dipendenze patologiche: Fondazione Gimbe ha denunciato le carenze e lo ha fatto al Congresso nazionale Federserd, con una relazione elaborata a partire dai dati della Relazione annuale della Presidenza del Consiglio al Parlamento sul fenomeno delle tossicodipendenze in Italia (2025) e del Rapporto Oised-Crea (2024). «Stiamo pagando il prezzo di un immobilismo normativo e organizzativo - dichiara Nino Cartabellotta, presidente della Fondazione Gimbe - e i servizi per le dipendenze rappresentano oggi un’anomalia strutturale del nostro Servizio Sanitario Nazionale: frammentati, disomogenei e con personale insufficiente. La loro efficacia dipende troppo spesso dalla buona volontà di professionisti e operatori, più che da un’adeguata programmazione dei servizi per prevenire, diagnosticare e trattare un fenomeno il cui impatto sulla salute pubblica è molto rilevante, soprattutto tra i più giovani. Serve una riorganizzazione nazionale, non più iniziative spot». Nel 2024 sono stati registrati 8.378 accessi in PS per patologie direttamente droga-correlate, con una lieve riduzione rispetto al 2023 (-2,5%): il 43% riguarda soggetti tra i 25 e i 44 anni, ma preoccupa il dato sui minorenni, che rappresentano il 10% degli accessi. Quasi la metà dei pazienti (47%) è arrivata in pronto soccorso per psicosi indotta da sostanze. In 904 casi (11%) si è reso necessario un ricovero ospedaliero: il 37% dei pazienti è stato trasferito in un reparto di psichiatria, il 17% in terapia intensiva e il 4% in pediatria. Nel 2023 (ultimo anno disponibile) i ricoveri ospedalieri con diagnosi principale droga- correlata sono stati 7.382 (+13% rispetto al 2022), pari a 9,3 ricoveri ogni 10.000 abitanti. Il trend è in netta crescita rispetto al 2012, quando il tasso era di 6 per 10mila abitanti. Nel 2023 il tasso di ospedalizzazione per patologie direttamente correlate al consumo di sostanze stupefacenti ha sfiorato i 14 ricoveri ogni 100mila abitanti, con marcate differenze territoriali: nelle Regioni settentrionali si concentrano infatti il 69% delle ospedalizzazioni droga-correlate. A fronte di questi dati, i servizi risultano carenti. Nel 2024 sono stati censiti 198 servizi di primo livello, di cui 46 pubblici (22%) e 152 gestiti dal privato sociale (77%). Comprendono 123 unità mobili, 49 centri drop-in e 26 centri di prima accoglienza. Il tasso medio nazionale è di 0,4 per 100mila abitanti tra 15 e 74 anni: il Piemonte registra lo stesso dato, la Liguria 0,5 e la Lombardia 0,8. Sono presenti 1.134 servizi ambulatoriali, di cui 96% pubblici e 4% gestiti dal privato sociale: 571 sono Servizi per le Dipendenze, 279 servizi per il gioco d’azzardo, 207 servizi di alcologia, 41 SMI e 36 SerD negli istituti penitenziari: la media è di 2,6, la Lombardia ha lo stesso valore, la Liguria si ferma appena sotto (2,5), meglio il Piemonte con 3,1. Ma anche qui si ha il problema della carenza di personale: circa 6mila dipendenti complessivi, con una media di 24,1 dipendenti per ambulatorio, la Lombardia appena sopra con 26,4 e il Piemonte appena sotto con 23,6 ma la Liguria ne ha solo 16,8. per rispettare gli standard (definiti nel decreto ministeriale 77) a livello nazionale servirebbero altri 1.900 operatori. Le strutture residenziali o semi residenziali, invece, sono in media 2,1 ogni 100mila abitanti ma in questo caso tutto il Nordovest ha numeri migliori: la Liguria 2,7, la Lombardia 2,9 e il Piemonte 3,2. 356 sono strutture specialistiche e si suddividono in quattro tipologie: 13 (4%) dedicate ai minori con problematiche droga-correlate, 31 (9%) rivolte a genitori tossicodipendenti insieme ai figli, 132 (37%) destinate a pazienti con comorbidità psichiatriche, 180 (50%) orientate ad altre forme di assistenza specialistica. La maggioranza di queste strutture (il 52%) è concentrato proprio nel Nordovest. «Il quadro è molto serio continua Cartab ellotta - perché questi servizi restano spesso fuori dalle agende politiche e assenti nei piani di riforma regionali della sanità territoriale. Eppure, si prendono cura di popolazioni fragili, ad alto rischio di emarginazione e cronicizzazione. E la mancata presa in carico si traduce in accessi al pronto soccorso, ospedalizzazioni, aggravamento o cronicizzazione dei disturbi, aumento del disagio sociale e dei costi per il Servizio Sanitario Nazionale». l e.b. ---End text--- Author: e. b. Heading: Highlight: Image: -tit_org- Dipendenze: più ricoveri al Nord -sec_org- tp:writer§§ e. b. guid§§ http://gimbe.telpress.it/news/2025/11/10/2025111001641404678.PDF §---§ title§§ Dipendenze: più ricoveri al Nord link§§ http://gimbe.telpress.it/news/2025/11/10/2025111001826705379.PDF description§§

Estratto da pag. 49 di "ECO DI BIELLA" del 10 Nov 2025

Nella relazione della Fondazione Gimbe le numerose criticità: i SerD sono in affanno con una grave carenza di operatori. Liguria sotto la media anche per le strutture

pubDate§§ 2025-11-10T06:26:00+00:00 arguments§§ http://gimbe.telpress.it/news/2025/11/10/2025111001826705379.PDF category§§ GIMBE subcategory§§ {'domain': ''} source§§ {'href': 'http://gimbe.telpress.it/news/2025/11/10/2025111001826705379.PDF', 'title': 'ECO DI BIELLA'} tp:url§§ tp:attach_fn§§ http://gimbe.telpress.it/news/2025/11/10/2025111001826705379.PDF tp:ocr§§ Dipendenze: più ricoveri al Nord Nella relazione della Fondazione Gimbe le numerose criticità: i SerD sono in affanno con una grave carenza di operatori. Liguria sotto la media anche per le strutture Dipendenze patologiche: Fondazione Gimbe ha denunciato le carenze e lo ha fatto al Congresso nazionale Federserd, con una relazione elaborata a partire dai dati della Relazione annuale della Presidenza del Consiglio al Parlamento sul fenomeno delle tossicodipendenze in Italia (2025) e del Rapporto Oised-Crea (2024). «Stiamo pagando il prezzo di un immobilismo normativo e organizzativo - dichiara Nino Cartabellotta, presidente della Fondazione Gimbe - e i servizi per le dipendenze rappresentano oggi un’anomalia strutturale del nostro Servizio Sanitario Nazionale: frammentati, disomogenei e con personale insufficiente. La loro efficacia dipende troppo spesso dalla buona volontà di professionisti e operatori, più che da un’adeguata programmazione dei servizi per prevenire, diagnosticare e trattare un fenomeno il cui impatto sulla salute pubblica è molto rilevante, soprattutto tra i più giovani. Serve una riorganizzazione nazionale, non più iniziative spot». Nel 2024 sono stati registrati 8.378 accessi in PS per patologie direttamente droga-correlate, con una lieve riduzione rispetto al 2023 (-2,5%): il 43% riguarda soggetti tra i 25 e i 44 anni, ma preoccupa il dato sui minorenni, che rappresentano il 10% degli accessi. Quasi la metà dei pazienti (47%) è arrivata in pronto soccorso per psicosi indotta da sostanze. In 904 casi (11%) si è reso necessario un ricovero ospedaliero: il 37% dei pazienti è stato trasferito in un reparto di psichiatria, il 17% in terapia intensiva e il 4% in pediatria. Nel 2023 (ultimo anno disponibile) i ricoveri ospedalieri con diagnosi principale droga- correlata sono stati 7.382 (+13% rispetto al 2022), pari a 9,3 ricoveri ogni 10.000 abitanti. Il trend è in netta crescita rispetto al 2012, quando il tasso era di 6 per 10mila abitanti. Nel 2023 il tasso di ospedalizzazione per patologie direttamente correlate al consumo di sostanze stupefacenti ha sfiorato i 14 ricoveri ogni 100mila abitanti, con marcate differenze territoriali: nelle Regioni settentrionali si concentrano infatti il 69% delle ospedalizzazioni droga-correlate. A fronte di questi dati, i servizi risultano carenti. Nel 2024 sono stati censiti 198 servizi di primo livello, di cui 46 pubblici (22%) e 152 gestiti dal privato sociale (77%). Comprendono 123 unità mobili, 49 centri drop-in e 26 centri di prima accoglienza. Il tasso medio nazionale è di 0,4 per 100mila abitanti tra 15 e 74 anni: il Piemonte registra lo stesso dato, la Liguria 0,5 e la Lombardia 0,8. Sono presenti 1.134 servizi ambulatoriali, di cui 96% pubblici e 4% gestiti dal privato sociale: 571 sono Servizi per le Dipendenze, 279 servizi per il gioco d’azzardo, 207 servizi di alcologia, 41 SMI e 36 SerD negli istituti penitenziari: la media è di 2,6, la Lombardia ha lo stesso valore, la Liguria si ferma appena sotto (2,5), meglio il Piemonte con 3,1. Ma anche qui si ha il problema della carenza di personale: circa 6mila dipendenti complessivi, con una media di 24,1 dipendenti per ambulatorio, la Lombardia appena sopra con 26,4 e il Piemonte appena sotto con 23,6 ma la Liguria ne ha solo 16,8. per rispettare gli standard (definiti nel decreto ministeriale 77) a livello nazionale servirebbero altri 1.900 operatori. Le strutture residenziali o semi residenziali, invece, sono in media 2,1 ogni 100mila abitanti ma in questo caso tutto il Nordovest ha numeri migliori: la Liguria 2,7, la Lombardia 2,9 e il Piemonte 3,2. 356 sono strutture specialistiche e si suddividono in quattro tipologie: 13 (4%) dedicate ai minori con problematiche droga-correlate, 31 (9%) rivolte a genitori tossicodipendenti insieme ai figli, 132 (37%) destinate a pazienti con comorbidità psichiatriche, 180 (50%) orientate ad altre forme di assistenza specialistica. La maggioranza di queste strutture (il 52%) è concentrato proprio nel Nordovest. «Il quadro è molto serio continua Cartab ellotta - perché questi servizi restano spesso fuori dalle agende politiche e assenti nei piani di riforma regionali della sanità territoriale. Eppure, si prendono cura di popolazioni fragili, ad alto rischio di emarginazione e cronicizzazione. 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Estratto da pag. 2 di "MESSAGGERO" del 10 Nov 2025

pubDate§§ 2025-11-10T01:59:00+00:00 arguments§§ http://gimbe.telpress.it/news/2025/11/10/2025111002129200376.PDF category§§ GIMBE subcategory§§ {'domain': ''} source§§ {'href': 'http://gimbe.telpress.it/news/2025/11/10/2025111002129200376.PDF', 'title': 'MESSAGGERO'} tp:url§§ tp:attach_fn§§ http://gimbe.telpress.it/news/2025/11/10/2025111002129200376.PDF tp:ocr§§ Dal Sud al Nord per curarsi La mobilità sanitaria costa ogni anno 5 miliardi di euro IL FOCUS ROMA Nelle scorse ore hanno fatto molto scalpore le parole del governatore dell’Emilia-Romagna, Michele de Pascale. Il quale, pur guidando una delle Regioni riconosciute come un’eccellenza sanitaria, ha lanciato un grido d’allarme perché «non ce la facciamo più, non riusciamo più a soddisfare i nostri cittadini e l’enorme pressione delle altre regioni che si vengono a curare in Emilia-Romagna e ci stanno intasando il sistema». De Pascale è stato l’ultimo amministratore a lamentarsi del cosiddetto fenomeno della mobilità sanitaria. Un “turismo” che vede ogni anno masse di malati abbandonare i loro territori di riferimento, soprattutto se residenti nel Mezzogiorno, e mettersi in viaggio per andare a curarsi dove le strutture sono migliori. Cioè quelle di Emilia-Romagna, Lombardia e Veneto. Forse il migliore indicatore per sottolineare le differenze sull’erogazione di servizi in questo campo tra le Regioni italiani e, come aggiunge l’Agenas, «per comprendere le criticità del Servizio Sanitario Nazionale». L’IMPATTO Secondo la Fondazione Gimbe, il fenomeno costa alle casse dello Stato qualcosa come 5 miliardi all’anno. E un tempo i territori che attraevano pazienti da tutt’Italia non disdegnavano questi movimenti, perché garantivano loro il pagamento di ricchi Drg. L’uscita di de Pascale dimostra la difficoltà anche dei territori più virtuosi a garantire le prestazioni ai loro cittadini. Mentre le aree più deboli, fa notare il governatore dell’Emilia-Romagna, «di fatto pagano due volte, per il reparto che non sfruttano e per i loro cittadini che vengono a curarsi qui da noi». A peggiorare le cose il progressivo invecchiamento della popolazione, che quindi necessita di più cure, e lo stock di prestazioni non erogate durante il Covid che ha finito per allungare le liste d’attesa. In questo nuovo scenario, infatti, per quanto la bilancia penda a sfavore del Mezzogiorno, non vale neppure più la dicotomia tra un Nord all’avanguardia e un Sud in ritardo. Guardando alle pagelle stilate dal ministero della Sanità in base ai Lea, i livelli essenziali di assistenza - i dati riferiscono al 2023 - hanno raggiunto un punteggio sufficiente per il servizio offerto in ospedale, per le azioni di prevenzione e l’organizzazione distretto Piemonte, Lombardia, provincia autonoma di Trento, Veneto, Friuli Venezia Giulia, Emilia Romagna, Toscana, Umbria, Marche, Lazio, Campania, Puglia e Sardegna. La Valle d’Aosta, per esempio, è stata rimandata per le cure in corsia, la Basilicata per l’assistenza distrettuale. Abruzzo, Calabria e Sicilia, da un lato, la provincia Bolzano, Liguria e Molise, dall’altro, sono accomunate dai ritardi nella prevenzione. Nel suo ultimo rapporto sulla mobilità sanitaria, Agenas ha stimato che dalla Puglia il 65,85 per cento dei pazienti si sposta in altri territori per interventi di chirurgia ambulatoriale maggiore. Un terzo degli abruzzesi e un terzo dei calabresi deve mettersi in viaggio per fare esami di medicina nucleare come scintigrafie e tac. Sempre dalla Calabria il 33,2 per cento dei malati va altrove per le cure radioterapiche. Le carenze locali, poi, non risparmiano soprattutto le categorie più deboli come bambini e anziani. Sul primo fronte Save the Children ha scoperto che crescono i livelli di migrazione in ambito pediatrico. Inutile dire, soprattutto nel Mezzogiorno e nelle regioni del Centro che più risentono della congiuntura. Se l’indice medio nazionale si è attestato all’8,7, il panorama per il resto è a macchia di leopardo: ha dovuto mettersi in viaggio il 3,4 per cento dei piccoli pazienti del Lazio - ma qui opera un’eccellenza mondiale come il Bambino Gesù - il 23,6 della Calabria, il 26,8 dell’Umbria, il 30,8 della Basilica e il 43,4 del Molise. F. Pac. © RIPRODUZIONE RISERVATA ---End text--- Author: F. Pac. Heading: Highlight: SOLTANTO TREDICI REGIONI SU VENTI SONO STATE PROMOSSE PER IL LIVELLO DI EROGAZIONE DEI LEA 65,8 43,4 la percentuale di pazienti pugliesi che si sposta per interventi di chirurgia la percentuale dei bambini molisani che devono curarsi fuori dalla propria regione A DOVERSI SPOSTARE IN TERRITORI CON STRUTTURE MIGLIORI SONO SEMPRE PIÙ I PAZIENTI ONCOLOGICI E I BAMBINI Image: -tit_org- Dal Sud al Nord per curarsi La mobilità sanitaria costa ogni anno 5 miliardi di euro -sec_org- tp:writer§§ f. pac. guid§§ http://gimbe.telpress.it/news/2025/11/10/2025111002129200376.PDF §---§ title§§ Dipendenze: più ricoveri al Nord link§§ http://gimbe.telpress.it/news/2025/11/10/2025111001795005190.PDF description§§

Estratto da pag. 49 di "NOTIZIA OGGI VERCELLI" del 10 Nov 2025

Nella relazione della Fondazione Gimbe le numerose criticità: i SerD sono in affanno con una grave carenza di operatori. Liguria sotto la media anche per le strutture

pubDate§§ 2025-11-10T05:57:00+00:00 arguments§§ http://gimbe.telpress.it/news/2025/11/10/2025111001795005190.PDF category§§ GIMBE subcategory§§ {'domain': ''} source§§ {'href': 'http://gimbe.telpress.it/news/2025/11/10/2025111001795005190.PDF', 'title': 'NOTIZIA OGGI VERCELLI'} tp:url§§ tp:attach_fn§§ http://gimbe.telpress.it/news/2025/11/10/2025111001795005190.PDF tp:ocr§§ Dipendenze: più ricoveri al Nord Nella relazione della Fondazione Gimbe le numerose criticità: i SerD sono in affanno con una grave carenza di operatori. Liguria sotto la media anche per le strutture Dipendenze patologiche: Fondazione Gimbe ha denunciato le carenze e lo ha fatto al Congresso nazionale Federserd, con una relazione elaborata a partire dai dati della Relazione annuale della Presidenza del Consiglio al Parlamento sul fenomeno delle tossicodipendenze in Italia (2025) e del Rapporto Oised-Crea (2024). «Stiamo pagando il prezzo di un immobilismo normativo e organizzativo - dichiara Nino Cartabellotta, presidente della Fondazione Gimbe - e i servizi per le dipendenze rappresentano oggi un’anomalia strutturale del nostro Servizio Sanitario Nazionale: frammentati, disomogenei e con personale insufficiente. La loro efficacia dipende troppo spesso dalla buona volontà di professionisti e operatori, più che da un’adeguata programmazione dei servizi per prevenire, diagnosticare e trattare un fenomeno il cui impatto sulla salute pubblica è molto rilevante, soprattutto tra i più giovani. Serve una riorganizzazione nazionale, non più iniziative spot». Nel 2024 sono stati registrati 8.378 accessi in PS per patologie direttamente droga-correlate, con una lieve riduzione rispetto al 2023 (-2,5%): il 43% riguarda soggetti tra i 25 e i 44 anni, ma preoccupa il dato sui minorenni, che rappresentano il 10% degli accessi. Quasi la metà dei pazienti (47%) è arrivata in pronto soccorso per psicosi indotta da sostanze. In 904 casi (11%) si è reso necessario un ricovero ospedaliero: il 37% dei pazienti è stato trasferito in un reparto di psichiatria, il 17% in terapia intensiva e il 4% in pediatria. Nel 2023 (ultimo anno disponibile) i ricoveri ospedalieri con diagnosi principale droga- correlata sono stati 7.382 (+13% rispetto al 2022), pari a 9,3 ricoveri ogni 10.000 abitanti. Il trend è in netta crescita rispetto al 2012, quando il tasso era di 6 per 10mila abitanti. Nel 2023 il tasso di ospedalizzazione per patologie direttamente correlate al consumo di sostanze stupefacenti ha sfiorato i 14 ricoveri ogni 100mila abitanti, con marcate differenze territoriali: nelle Regioni settentrionali si concentrano infatti il 69% delle ospedalizzazioni droga-correlate. A fronte di questi dati, i servizi risultano carenti. Nel 2024 sono stati censiti 198 servizi di primo livello, di cui 46 pubblici (22%) e 152 gestiti dal privato sociale (77%). Comprendono 123 unità mobili, 49 centri drop-in e 26 centri di prima accoglienza. Il tasso medio nazionale è di 0,4 per 100mila abitanti tra 15 e 74 anni: il Piemonte registra lo stesso dato, la Liguria 0,5 e la Lombardia 0,8. Sono presenti 1.134 servizi ambulatoriali, di cui 96% pubblici e 4% gestiti dal privato sociale: 571 sono Servizi per le Dipendenze, 279 servizi per il gioco d’azzardo, 207 servizi di alcologia, 41 SMI e 36 SerD negli istituti penitenziari: la media è di 2,6, la Lombardia ha lo stesso valore, la Liguria si ferma appena sotto (2,5), meglio il Piemonte con 3,1. Ma anche qui si ha il problema della carenza di personale: circa 6mila dipendenti complessivi, con una media di 24,1 dipendenti per ambulatorio, la Lombardia appena sopra con 26,4 e il Piemonte appena sotto con 23,6 ma la Liguria ne ha solo 16,8. per rispettare gli standard (definiti nel decreto ministeriale 77) a livello nazionale servirebbero altri 1.900 operatori. Le strutture residenziali o semi residenziali, invece, sono in media 2,1 ogni 100mila abitanti ma in questo caso tutto il Nordovest ha numeri migliori: la Liguria 2,7, la Lombardia 2,9 e il Piemonte 3,2. 356 sono strutture specialistiche e si suddividono in quattro tipologie: 13 (4%) dedicate ai minori con problematiche droga-correlate, 31 (9%) rivolte a genitori tossicodipendenti insieme ai figli, 132 (37%) destinate a pazienti con comorbidità psichiatriche, 180 (50%) orientate ad altre forme di assistenza specialistica. La maggioranza di queste strutture (il 52%) è concentrato proprio nel Nordovest. «Il quadro è molto serio continua Cartab ellotta - perché questi servizi restano spesso fuori dalle agende politiche e assenti nei piani di riforma regionali della sanità territoriale. Eppure, si prendono cura di popolazioni fragili, ad alto rischio di emarginazione e cronicizzazione. E la mancata presa in carico si traduce in accessi al pronto soccorso, ospedalizzazioni, aggravamento o cronicizzazione dei disturbi, aumento del disagio sociale e dei costi per il Servizio Sanitario Nazionale». l e.b. ---End text--- Author: e. b. Heading: Highlight: Image: -tit_org- Dipendenze: più ricoveri al Nord -sec_org- tp:writer§§ e. b. guid§§ http://gimbe.telpress.it/news/2025/11/10/2025111001795005190.PDF §---§ title§§ Dopo scuola e trasporti per i comuni montani ora è allarme medici di famiglia link§§ http://gimbe.telpress.it/news/2025/11/10/2025111001795105191.PDF description§§

Estratto da pag. 2 di "NUOVA DEL SUD" del 10 Nov 2025

pubDate§§ 2025-11-10T05:57:00+00:00 arguments§§ http://gimbe.telpress.it/news/2025/11/10/2025111001795105191.PDF category§§ GIMBE subcategory§§ {'domain': ''} source§§ {'href': 'http://gimbe.telpress.it/news/2025/11/10/2025111001795105191.PDF', 'title': 'NUOVA DEL SUD'} tp:url§§ tp:attach_fn§§ http://gimbe.telpress.it/news/2025/11/10/2025111001795105191.PDF tp:ocr§§ Dopo scuola e trasporti per i comuni montani ora è allarme medici di famiglia Dopo i sindaci della Val Sarmento, l’Uncem (Unione comuni e comunità montane) ascoltata in Commissione Bilancio a Camera e Senato sottolinea l’assenza di servizi essenziali VAL SARMENTO – Dopo l’ennesima denuncia di sindaci della Val Sarmento sulla carenza di medici di famiglia, l’Uncem (Unione comuni e comunità montane) rilancia l’iniziativa istituzionale. L’emergenza più grave – sottolinea una nota dell’Uncem - riguarda oggi la mancanza di medici di base nei comuni montani, un problema che mette a rischio non solo l’assistenza primaria ma anche la coesione delle comunità locali. Senza servizi, le aree montane e interne si svuotano. Dopo il lavoro, la disponibilità di sanità, scuola, trasporti e servizi alla persona è il pilastro su cui si fonda la possibilità di vivere stabilmente nei territori montani. È questo l’appello che arriva dall’Uncem durante la sua audizione sulla manovra davanti alle Commissioni Bilancio di Camera e Senato, dove l’abbandono prosegue e la carenza di servizi essenziali — a cominciare da quelli sanitari — rischia di trasformare intere comunità in luoghi fantasma. Mantenere viva la montagna non significa solo investire in infrastrutture o incentivi al lavoro, ma garantire una rete solida di servizi di base. Tra questi, la sanità rappresenta la priorità assoluta: senza medici, guardie mediche, ambulanze e punti di emergenza, la vita in quota diventa sempre più difficile. Le proposte avanzate chiedono che gli stanziamenti per la salute siano mirati a sostenere in modo specifico i territori montani, assicurando la presenza dei medici di medicina generale, il potenziamento del servizio 118 con elisoccorso notturno e l’attivazione di ambulanze medicalizzate e guardie mediche nelle aree più isolate. Un obiettivo che dovrebbe integrarsi con quanto previsto nel disegno di legge sulla montagna, ora all’esame del Parlamento, attraverso fondi nazionali per la tutela della salute pubblica che riducano le sperequazioni territoriali e le disuguaglianze sociali. Di recente la Fondazione Gimbe ha lanciato un allarme sulla carenza dei medici di famiglia che riguarda anche la Basilicata. In Italia, secondo il rapporto, ne mancano oltre 3.100 ed entro il 2026 sono previsti oltre 11.400 pensionamenti. Ciò significa che nelle regioni del Sud nemmeno le nuove leve basteranno a rimpiazzarli. In Basilicata, nello specifico, nel 2026 ci saranno 35 medici di famiglia in meno. Ciò implica che se a oggi la media di assisti per medico di famiglia è di 1.090 – contro 1.500 della media nazionale – tra qualche anno l’accessibilità e la qualità dell’assistenza in Basilicata saranno messi fortemente in crisi, con una classe medica che per il 78,3% ha più di 27 anni di laurea. Una vera e propria emergenza che difficilmente consentirà di rendere attuabile quanto previsto dal piano operativo dell’assistenza territoriale, con diverse comunità, specie le più piccole e confinate nelle aree interne, prive di un qualsivoglia presidio medico. In quasi tutti i comuni della Basilicata c’è una importante carenza di medici e in alcune aree siamo totalmente sguarniti, nonostante l’estensione a 73 anni del limite di età per la permanenza in servizio dei medici di medicina generale. ---End text--- Author: Redazione Heading: Highlight: Image:Medici di famiglia e sotto uno scorcio di Missanello -tit_org- Dopo scuola e trasporti per i comuni montani ora è allarme medici di famiglia -sec_org- tp:writer§§ REDAZIONE guid§§ http://gimbe.telpress.it/news/2025/11/10/2025111001795105191.PDF §---§ title§§ Il Nord dice basta alla fuga sanitaria da Abruzzo e Molise link§§ http://gimbe.telpress.it/news/2025/11/10/2025111001763205820.PDF description§§

Estratto da pag. 2 di "NUOVO MOLISE" del 10 Nov 2025

pubDate§§ 2025-11-10T08:48:00+00:00 arguments§§ http://gimbe.telpress.it/news/2025/11/10/2025111001763205820.PDF category§§ GIMBE subcategory§§ {'domain': ''} source§§ {'href': 'http://gimbe.telpress.it/news/2025/11/10/2025111001763205820.PDF', 'title': 'NUOVO MOLISE'} tp:url§§ tp:attach_fn§§ http://gimbe.telpress.it/news/2025/11/10/2025111001763205820.PDF tp:ocr§§ L'ALLARME DI LOMBARDIA, VENETO, EMILIA: «IL SISTEMA NON REGGE» Il Nord dice basta alla fuga sanitaria da Abruzzo e Molise Il Molise spende 52,7milioni per la cura fuori regione dei malati perché solo il 18,59% si fida degli ospedali pubblici rispetto all'81,41% che sceglie il privato; il saldo negativo della mobilità per l'Abruzzo è di 104,1 milioni. Il ministro Schillaci: «I soldi che mandiamo vengono spesi male, lasciati nel cassetto o utilizzati per coprire buchi di bilancio. La mobilità sanitaria da Sud a Nord è la sconfitta di un'intera nazione» L e Regioni del nord lanciano l’allarme: la mobilità sanitaria, ovvero le persone che da altre zone si spostano, soprattutto, in Lombardia, Veneto ed Emilia-Romagna per ricevere cure che altrimenti non potrebbero avere, sta diventando insostenibile per i sistemi sanitari delle varie Regioni. Dopo il grido d’allarme lanciato dal presidente dell’Emilia-Romagna Michele de Pascale, anche quello della Lombardia, Attilio Fontana, conferma che la pressione è in aumento. Sul tema è intervenuto anche il ministro della Salute Orazio Schillaci secondo il quale il fatto che ci siano persone costrette a spostarsi per curarsi è una “scon itta per la nazione”. Nel 2023, secondo i dati dell’Agenzia nazionale per i servizi sanitari regionali (Agenas), i ricoveri da fuori regione sono stati 670mila, con un lusso di quasi 2,9 miliardi di euro di rimborsi, con l’Emilia-Romagna che ha, per la prima volta, superato la Lombardia. Anche la sanità veneta ha livelli molto alti di attrattività da altre regioni. E negli ultimi mesi questa tendenza pare in aumento. “La mobilità sanitaria interregionale è in forte aumento - dice il presidente dell’Emilia-Romagna Michele de Pascale - e sta mettendo sotto pressione il sistema. Serve un grande patto nazionale, perché questa situazione non è sostenibile. In Emilia-Romagna esistono prestazioni ad alta complessità che non sono disponibili altrove con la stessa qualità, e questo è un patrimonio per tutto il Paese. Ma negli ultimi anni è cresciuta molto anche la domanda di prestazioni di bassa complessità. Non è solo una questione economica: non esistono infermieri e professionisti in initi per aumentare senza limiti l’offerta. Il sistema rischia di non reggere”. Una situazione non troppo dissimile da quella della Lombardia che, anzi, secondo Fontana, è ancora più grave di quella dei vicini emiliani. “Il nostro dice Fontana - è ancora più pressante e più problematico. Noi lo stiamo dicendo da tempo, però è chiaro che bisogna avere il coraggio di affrontare il problema della sanità con serietà”. Il ministro della Salute Orazio Schillaci non sminuisce il problema, in una lettera al Foglio in cui rivendica però che il Servizio sanitario nazionale funziona e torna a difendere l’impegno per case di comunità e presidi diffusi. “Un cittadino - dice - non può pagare con la salute il fatto di essere nato in Puglia piuttosto che in Veneto. Quando un napoletano sale su un treno per farsi operare a Brescia o a Padova non è mobilità sanitaria. È la scon itta di un’intera nazione. È l’ammissione che lo Stato ha rinunciato a garantire l’uguaglianza dei diritti”. E ancora: “È più facile dire che mancano sempre e solo i soldi. Certo che servono più risorse. Ma se poi vengono spese male, se vengono lasciate nei cassetti o dirottate a coprire buchi di bilancio - e i dati della Corte dei conti sui fondi inutilizzati dalle regioni sono lì a dimostrarlo - a che serve?”. Il Molise, con circa 3,2 milioni di euro, è tra le sette regioni italiane che presentano saldi economici positivi nel rapporto tra mobilità sanitaria attiva e passiva. E’ quanto emerge dagli ultimi dati 2023 pubblicati dall’Agenas, l’Agenzia nazionale per i servizi sanitari regionali. Nel portale statistico sono speci icati nel dettaglio i relativi costi e ricavi. In Molise l’indice di attrazione verso il privato accreditato è dell’81,41%, quello del pubblico si attesta al 18,59%. I ricavi ammontano a circa 55,9 milioni i euro, di cui 49,5 mln riconducibili al settore privato e 6,4 mln a quello pubbli co. La mobilità passiva fa segnare costi totali per circa 52,7 mln. Di questi, 28,7 mln verso il privato accreditato e 24 mln per il pubblico. Aumentano i ricoveri negli ospedali italiani. Nel 2023 sono stati 7 milioni e 670mila, +4,3% rispetto al 2022 ma comunque più bassi rispetto al pre-pandemia. Cresce di pari passo la spesa per i ricoveri, che nel 2023 è stata di 28 miliardi, uno in più rispetto al 2022. Forte e stabile è la fuga sanitaria: una media dell’8,5% dei ricoveri per acuti riguarda pazienti che si spostano in altra Regione, ma la percentuale supera il 20% in Calabria. Di contro la regione che attrae di più è la Lombardia. Emerge dai dati del Rapporto annuale sull’attività di ricovero ospedaliero Sdo 2023, realizzato dal mistero della Salute. La mobilità sanitaria (secondo quanto stimato dall’Agnzia nazionale dei sevizi sanitari regionali) vale poco più di 2,8 miliardi di euro. Dopo la Calabria, le regioni da cui più pazienti scappano per farsi curare altrove, in base ai gra ici riportati dal Rapporto Sdo sono Molise, Basilicata, Campania. Ad attrarre maggiormente sono regioni del Nord come Lombardia, Emilia-Romagna e Toscana. Il Drg (o Raggruppamento Omogeneo di Diagnosi) più frequente è il parto vaginale. I tagli sono cesarei in calo, ma ancora lontani dagli standard: nel 2023 sono il 32% dei parti, in calo costante dal 2018 (-3%). I ricoveri per acuti coprono il 95% dell’attività ospedaliera e di questi il 73% avviene in regime ordinario, il 22% in day hospital; la degenza media è di circa 7 giorni, in calo rispetto al 2020 (7,5). I dati mostrano il boom della riabilitazione (+10% in regime ordinario e +8% in day hospital). Il 75% dei ricoveri per acuti e l’81% delle giornate avviene in strutture pubbliche. Al contrario i privati sono protagonisti nella riabilitazione: il 75% è erogata da strutture accreditate. Migliorano, in ine, gli indicatori sulle performance organizzative: la degenza media pre-operatoria scende a 1,6 giorni, segno di maggiore ef icienza ospedaliera. L’Abruzzo è una delle regioni italiane con il più signi icativo saldo passivo per quanto riguarda la mobilità sanitaria, cioè i debiti per cure ricevute dagli abruzzesi in altre regioni. E’ quanto emerge dal Report della fondazione Gimbe sulla mobilità sanitaria 2022. Il saldo negativo, per l’Abruzzo, ammonta a 104,1 milioni di euro. Si tratta di una delle regioni con saldo giudicato “rilevante”, insieme a Lazio (193,4 milioni), Puglia (230,2), Sicilia (241,8), Calabria (304,8) e Campania (308,4). Il Report Gimbe si basa su tre fonti dati: i dati economici aggregati dal Riparto 2024 sono stati utilizzati per analizzare mobilità attiva, passiva e saldi; i lussi dei Modelli M trasmessi dalle Regioni al Ministero della Salute, acquisiti tramite accesso civico generalizzato, hanno permesso di valutare la differente capacità di attrazione delle strutture pubbliche e private per le varie tipologie di prestazioni erogate in mobilità; in ine, i dati del Report Agenas hanno consentito un approfondimento speci ico su ricoveri e specialistica ambulatoriale. Dall’analisi dei gra ici divulgati dalla fondazione, emerge che l’Abruzzo è al dodicesimo posto per crediti per mobilità attiva, con un valore che si colloca nella fascia 0-200 milioni di euro, ed è alla stessa posizione per quanto riguarda i debiti per la mobilità passiva, con un valore superiore ai 200 milioni di euro. Il valore percentuale della mobilità sanitaria 2022 erogata da strutture private accreditate (ricoveri e specialistica ambulatoriale) è pari al 43,9%, rispetto a una media nazionale del 54,4%. Lombardia, Emilia-Romagna e Veneto raccolgono da sole il 94,1% del saldo attivo della mobilità sanitaria, ovvero la differenza tra risorse ricevute per curare pazienti provenienti da altre Regioni e quelle versate per i propri cittadini che si sono spostati altrove. A pagare il prezzo più alto sono, invece, Abruzzo, Calabria, Campania, Sicilia, Lazio e Puglia, che insieme rappresentano il 78,8% del saldo passivo. Nel 2022, la mobilità sanitaria interregionale ha raggiunto la cifr a record di 5,04 miliardi euro, il livello più alto mai registrato e superiore del 18,6% a quello del 2021 (4,25 miliardi). I dati Gimbe confermano anche il peggioramento dello squilibrio tra Nord e Sud, con un lusso enorme di pazienti e di risorse economiche in uscita dal Mezzogiorno. Abruzzo in sanità si cura chi fugge dall’Abruzzo: questo confermano i dati della fondazione Gimbe per il 2022, che confermano tutti gli allarmi che abbiamo lanciato. La nostra regione è ancora una volta maglia nera, stavolta per la mobilità passiva, ossia i pazienti che sono costretti a farsi curare fuori regione e, sempre più spesso, in strutture private. Rispetto al passato, dunque, aumentano i debiti, diminuiscono le prestazioni, aumenta la sanità passiva con costi che si ripercuotono sulle spalle dei cittadini abruzzesi. Questa è la fotogra ia contenuta nell’analisi che conferma il fallimento di Marsilio sulla sanità”. Lo ha dichiarato il capogruppo Pd in Regione Abruzzo, Silvio Paolucci, sottolineando che “Una governance sanitaria, quella della destra, che regala un altro bruttissimo primato, perché l’Abruzzo, con la Calabria, Campania, Sicilia, Lazio e Puglia rappresenta il 78,8 per cento del saldo passivo della mobilità sanitaria, che ha avuto cifre record proprio nel 2022 - affonda Paolucci - e per questa ragione il rapporto ci inserisce tra le regioni con “saldo negativo rilevante” il nostro è pari a ben 104,1 milioni di euro. Questo signi ica che gli abruzzesi che hanno la possibilità di curarsi, lo fanno sempre di più fuori regione, infatti l’Abruzzo è collocato in coda alla classi ica nazionale relativa e in alto per quanto riguarda la spesa pro capite relativa alla mobilità passiva. Questo accade quando non si gestisce uno dei comparti più sensibili delle competenze regionali”. Nel 2022, la mobilità sanitaria interregionale ha raggiunto la cifra record di € 5,04 miliardi, il livello più alto mai registrato e superiore del 18,6% a quello del 2021 (€ 4,25 miliardi). I dati elaborati dalla Fondazione GIMBE confermano anche il peggioramento dello squilibrio tra Nord e Sud, con un lusso enorme di pazienti e di risorse economiche in uscita dal Mezzogiorno verso Lombardia, Emilia-Romagna e Veneto, che si confermano le Regioni più attrattive. ‘Questi numeri- afferma Nino Cartabellotta, Presidente della Fondazione GIMBEcerti icano che la mobilità sanitaria non è più una libera scelta del cittadino, ma una necessità imposta dalle profonde diseguaglianze nell’offerta dei servizi sanitari regionali. Sempre più persone sono costrette a spostarsi per ricevere cure adeguate, con costi economici, psicologici e sociali insostenibili’. Il Report GIMBE sulla mobilità sanitaria 2022 si basa su tre fonti dati: i dati economici aggregati dal Riparto 2024 sono stati utilizzati per analizzare mobilità attiva, passiva e saldi; i lussi dei Modelli M trasmessi dalle Regioni al Ministero della Salute, acquisiti tramite accesso civico generalizzato, hanno permesso di valutare la differente capacità di attrazione delle strutture pubbliche e private per le varie tipologie di prestazioni erogate in mobilità; in ine, i dati del Report Agenas hanno consentito un approfondimento speci ico su ricoveri e specialistica ambulatoriale. Flussi economici e squilibri territoriali. Lombardia, Emilia-Romagna e Veneto raccolgono da sole il 94,1% del saldo attivo della mobilità sanitaria, ovvero la differenza tra risorse ricevute per curare pazienti provenienti da altre Regioni e quelle versate per i propri cittadini che si sono spostati altrove. A pagare il prezzo più alto sono Abruzzo, Calabria, Campania, Sicilia, Lazio e Puglia, che insieme rappresentano il 78,8% del saldo passivo. ‘Il divario tra Nord e Sud non è più solo una criticità, ma una frattura strutturale del Servizio Sanitario Nazionale- avverte Cartabellotta- che rischia di aggravarsi con la recente approvazione della legge sull’autonomia differenziata. Una riforma che, senza adeguati correttivi, inirà per cristallizzare e legittimare le diseguaglianze, trasformando il diritto alla tutela della salute in un privilegio legato al CAP di residenza’. La mobilità attiva, ovvero l’attrazione di pazienti da altre Regioni, si concentra per oltre la metà in Lombardia (22,8%), Emilia-Romagna (17,1%) e Veneto (10,7%), seguite da Lazio (8,6%), Piemonte (6,1%) e Toscana (6,0%). Sul fronte opposto, a generare i maggiori debiti per cure ricevute dai propri residenti in altre Regioni, sono Lazio (11,8%), Campania (9,6%) e Lombardia (8,9%), che da sole rappresentano quasi un terzo della mobilità passiva, con un esborso superiore ai € 400 milioni ciascuna. Seguono Puglia, Calabria e Sicilia, che nel 2022 hanno visto il proprio saldo negativo aggravarsi ulteriormente, superando i 300 milioni di euro rispetto al 2021. ‘I dati della mobilità passiva mostrano un fenomeno ancora più complesso- spiega Cartabellotta- perché, oltre alla fuga di pazienti dal Sud, esiste anche una mobilità di prossimità. Regioni come Lombardia, Emilia-Romagna e Veneto pur essendo molto attrattive, registrano comunque una mobilità passiva rilevante. Questo dimostra l’elevata circolazione di pazienti verso Regioni vicine con offerta sanitaria di qualità elevata’. SALDI REGIONALI, i dati in dettaglio: - Saldo positivo rilevante: Lombardia (€ 623,6 milioni), Emilia-Romagna (€ 525,4 milioni) e Veneto (€ 198,2 milioni) - Saldo positivo moderato: Toscana (€ 49,3 milioni) e Molise (€ 26,4 milioni) - Saldo positivo minimo: Provincia autonoma di Trento (€ 7,1 milioni), Provincia autonoma di Bolzano (€ 2,2 milioni) - Saldo negativo minimo: Piemonte (-€ 6,3 milioni), Friuli Venezia Giulia (-€ 11,8 milioni), Valle d’Aosta (- € 11,9 milioni) - Saldo negativo moderato: Umbria (-€ 36,6 milioni), Marche (-€ 53,7 milioni), Liguria (-€ 74,6 milioni), Basilicata (-€ 80,8 milioni) e Sardegna (-€ 96,3 milioni), - Saldo negativo rilevante: Abruzzo (-€ 104,1 milioni), Lazio (-€ 193,4 milioni), Puglia (-€ 230,2 milioni), Sicilia (-€ 241,8 milioni), Calabria (-€ 304,8) e Campania (-€ 308,4 milioni). ‘Questi valori- commenta il Presidente- confermano che tra Nord e Sud non c’è più solo un divario, ma un’enorme frattura strutturale. Le uniche Regioni con un saldo positivo superiore a € 100 milioni si trovano tutte al Nord, mentre quelle con un saldo negativo maggiore di € 100 milioni sono concentrate nel Mezzogiorno, con l’unica eccezione del Lazio. Peraltro, le nostre analisi dimostrano la stretta correlazione tra adempimenti LEA e saldi di mobilità sanitaria’. Infatti, le prime cinque Regioni per punteggio totale LEA rientrano tra le prime sei per saldo di mobilità, mentre quasi tutte le Regioni con un punteggio totale LEA inferiore alla media nazionale registrano saldi di mobilità negativi. ‘Peraltro- spiega Cartabellotta- la mobilità sanitaria rappresenta solo la punta dell’iceberg delle diseguaglianze regionali: infatti, considerato che riguarda per oltre due terzi i ricoveri ospedalieri, non rende conto della qualità dell’assistenza territoriale e socio-sanitaria, ambiti in cui il divario NordSud è ancora più marcato’. IL RUOLO SEMPRE PIÙ FORTE DEL PRIVATO - Oltre 1 euro su 2 speso per ricoveri e prestazioni specialistiche fuori Regione inisce nelle casse della sanità privata accreditata: € 1.879 milioni (54,4%), contro i € 1.573 milioni (45,6%) destinati alle strutture pubbliche. ‘La crescita del privato accreditato nella mobilità sanitaria- sottolinea Cartabellotta- è un indicatore sia dell’indebolimento del servizio pubblico, sia dell’offerta che della capacità attrattiva del privato, seppur molto diversa tra le varie Regioni’. Infatti, le strutture private assorbono oltre il 60% della mobilità attiva in Molise (90,6%), Lombardia (71,4%), Puglia (70,7%) e Lazio (62,4%). In altre, invece, il privato ha una capacità attrattiva inferiore al 20%: Valle D’Aosta (16,9%), Umbria (15,5%), Liguria (11,9%), Provincia autonoma di Bolzano (9,9%) e Basilicata (8,9%). Secondo i dati Agenas, il 78,5% della mobilità per ricoveri è classi icato come effettiva (€ 2.108 milioni), ovvero dipende dalla scelta del paziente. Il 17,4% (€ 468 milioni) è invece legato a prestazioni in urgenza (mob ilità casuale) e il 4,1% (€ 109 milioni) riguarda casi in cui il domicilio del paziente non coincide con la Regione di residenza (mobilità apparente). Della mobilità effettiva, solo il 6,5% riguarda ricoveri ordinari a rischio inappropriatezza. Inoltre, considerando che una struttura è de inita di prossimità se dista al massimo 50 km e/o il tempo di percorrenza non supera i 60 minuti, nel 2022 solo l’11,6% dei ricoveri in mobilità effettiva è avvenuto in strutture di prossimità. ‘Questo dato- commenta il Presidente- dimostra che lo spostamento dei pazienti verso altre Regioni per ricevere cure in regime di ricovero è una necessità dettata dall’assenza di un’offerta sanitaria adeguata. Per molti cittadini, questo signi ica affrontare lunghi spostamenti, con disagi pesanti per chi è malato e costi signi icativi per le famiglie, sia in termini economici che di tempo e qualità di vita’. Relativamente alla specialistica ambulatoriale erogata in mobilità, oltre il 93% è riconducibile a tre categorie: prestazioni terapeutiche (33,9%), diagnostica strumentale (31,6%) e prestazioni di laboratorio (27,9%). ‘La mobilità sanitaria, che ri lette solo in parte le diseguaglianze regionali, è un fenomeno dalle enormi implicazioni sanitarie, sociali, etiche ed economiche, che evidenzia profonde disparità nel diritto alla tutela della salute. Rappresenta dunque un segnale di allarme, che impone interventi urgenti per riequilibrare i diritti delle persone-conclude Cartabellotta- Garantire il diritto alla tutela della salute su tutto il territorio nazionale signi ica evitare che intere aree del Paese continuino a esportare pazienti e miliardi di euro, mentre altre consolidano i propri poli d’eccellenza, spesso rappresentati da strutture private accreditate. In assenza di investimenti mirati, coraggiose riforme, in particolare su Piani di rientro e commissariamenti, e politiche di riequilibrio, la mobilità sanitaria inirà per penalizzare sempre più i cittadini più fragili, minando alle fondamenta l’universalità del Servizio Sanitario Nazionale. In ine, senza adeguate misure correttive, l’autonomia differenziata affosserà deinitivamente la sanità del Mezzogiorno, con un effetto boomerang sulle Regioni del Nord più attrattive, che potrebbero trovarsi in dif icoltà nel garantire un’adeguata erogazione dei LEA ai propri cittadini residenti’. ---End text--- Author: Redazione Heading: Highlight: Image:IL MINISTRO CHILLACI -tit_org- Il Nord dice basta alla fuga sanitaria da Abruzzo e Molise -sec_org- tp:writer§§ REDAZIONE guid§§ http://gimbe.telpress.it/news/2025/11/10/2025111001763205820.PDF §---§ title§§ I camici bianchi: mobilità sanitaria? Spostare i medici e non i pazienti = «Spostare i medici , non i pazienti» link§§ http://gimbe.telpress.it/news/2025/11/10/2025111001850902585.PDF description§§

Estratto da pag. 4 di "QUOTIDIANO NAZIONALE" del 10 Nov 2025

Prosperetti e Petrucci alle p.4e5 Commento di Sacconi a p. 5

pubDate§§ 2025-11-10T03:33:00+00:00 arguments§§ http://gimbe.telpress.it/news/2025/11/10/2025111001850902585.PDF category§§ GIMBE subcategory§§ {'domain': ''} source§§ {'href': 'http://gimbe.telpress.it/news/2025/11/10/2025111001850902585.PDF', 'title': 'QUOTIDIANO NAZIONALE'} tp:url§§ tp:attach_fn§§ http://gimbe.telpress.it/news/2025/11/10/2025111001850902585.PDF tp:ocr§§ L’allarme delle Regioni del Nord I camici bianchi: mobilità sanitaria? Spostare i medici e non i pazienti Prosperetti e Petrucci alle p. 4 e 5 Commento di Sacconi a p. 5 «Spostare i medici, non i pazienti» La proposta dei camici bianchi: «Costruiamo un network di servizi» La soluzione per colmare il gap Nord-Sud è affiancare le strutture Il presidente di Fnomceo: «Così tutte le Regioni svilupperanno competenze» ROMA Con un valore che supera i 5 miliardi di euro, una media di 750mila ricoveri l’anno, e una pressione concentrata, in particolare, nelle tre grandi Regioni del Nord (Lombardia, Emilia- Romagna e Veneto), la mobilità sanitaria sta mettendo alla prova la tenuta del Sistema sanitario nazionale. A riportare all’attenzione un problema ben noto è stato, negli ultimi giorni, l’allarme lanciato dal presidente della Regione Emilia-Romagna Michele de Pascale che ha detto a chiare lettere: «Non ce la facciamo più». Uno scenario confermato anche dal presidente della Lombardia, Attilio Fontana. «Quando un napoletano sale su un treno per farsi operare a Brescia o a Padova non è mobilità sanitaria. È la sconfitta di un’intera nazione. È l’ammissione che lo Stato ha rinunciato a garantire l’uguaglianza dei diritti» ha riconosciuto, infine, il ministro della Salute Orazio Schillaci promettendo una «vera rivoluzione». Il problema, dicono le Regioni, non sono (solo) le risorse, va cambiato il modello. E sul punto sono d’accordo anche i medici. «Da una parte – spiega il segretario nazionale Anaao Assomed, Pierino Di Silverio – il problema è il gap che si consuma a danno delle Regioni meridionali, che spiega in parte la mobilità NordSud. Dall’altra le liste d’attesa eccessivamente lunghe determinano la mobilità tra le Regioni settentrionali o meridional». Un fenomeno, quest’ultimo, alla base del problema, sollevato da Pascale, della cosiddetta mobilità impropria. «Se si offrisse sul luogo di residenza un servizio in tempi brevi e veloci – sottolinea il presidente della Fnomceo, la Federazione nazionale degli Ordini dei Medici Chirurghi e degli Odontoiatri, Filippo Anelli – anche la questione della mobilità impropria, di non altissima specializzazione, potrebbe essere risolta. La gente preferirebbe curarsi a casa propria risparmiando un bel po’ di soldi». Più complesso il problema sul fronte del divario Nord-Sud. «Negli ultimi vent’anni le regioni del Nord hanno ricevuto più risorse, hanno sviluppato strutture sanitarie migliori, hanno più personale, un maggior numero di centri di alta specializzazione, e questo ha creato le disuguaglianze – commenta Anelli –. La gente sceglie dove andare a curarsi e questo meccanismo strangola le regioni del Sud che si trovano a dover pagare prestazioni fuori Regione, aggravando la propria situazione economica. C’è innanzitutto un tema di perequazione di strutture e di personale che deve essere affrontato dallo Stato in maniera chiara. Andrebbe previsto finanziamento ad hoc per recuperare i divari che si sono creati». Tra le criticità sollevate da Di Silverio vi è anche la mobilità dei medici. «I medici – spiega – non vogliono andare a lavorare in posti in cui non c’è una buona qualità del lavoro e dell’assistenza, dove non c’è attenzione alle sperimentazioni, alle nuove tecnologie. Per sconfiggere la mobilità passiva dobbiamo, innanzitutto, dotare di tecnologia e personale le strutture regionali che ne sono sprovviste». Anelli propone un meccanismo a rete basato su una sorta di affiancamento. «Invece di far spostare i cittadini, si possono spostare i professionisti o si può mettere su una rete di servizi che porta le eccellenze e le competenze che mancano lì dove ce n’è bisogno finché quella Regione, quella provincia, quell’ospedale non cresce sviluppando le competenze necessarie. Il modello può essere quello dei meccanismi a rete che oggi all’interno delle stesse Regioni funzionano e che potrebbero tranquillamente funzionare anche tra Regioni. Ma alla base deve esserci un maggiore potere dato al ministero della Salute per coordinare tali interventi». «Facciamo gli Stati generali della sanità che non si fanno da 10 anni e ripensiamo ai modelli organizzativi della presa in cura del paziente perché continuando a mettere pezze purtroppo il problema è che la pezza si rivela peggiore del buco. Se vogliamo salvare quel che resta del servizio di cure pubbliche – conclude Di Silverio – dobbiamo innanzitutto cambiare la legge istitutiva delle aziende ospedaliere che ha 48 anni, è vecchia e non adeguata alle esigenze. Poi distribuire bene le risorse esistenti: solo una volta riorganizzato il modello ha senso valutare ulteriori investimenti». © RIPRODUZIONE RISERVATA ---End text--- Author: Giulia Prosperetti Heading: Highlight: ANAAO-ASSOMED «Le liste d’attesa eccessivamente lunghe determinano la mobilità tra Settentrione o Meridione» LA VICENDA 1 I DATI Il fenonomeno della mobilità La mobilità sanitaria interregionale è in forte aumento. Il governatore dell’Emilia-Romagna, Michele De Pascale, nei giorni scorsi ha lanciato l’allarme: «Sistema non sostenibile» 2 I COSTI E I RICAVI Vale oltre 5 miliardi Il fenomeno della mobilità sanitaria vale 5,04 miliardi (dati 2022). Lombardia, Emilia-Romagna e Veneto attraggono oltre metà dei pazienti (in tutto si parla di 750mila ricoveri/anno) 3 IL GIMBE Le accuse: «Mancano i fondi» Nino Cartabellotta (presidente del Gimbe) accusa il grave sottofinanziamento della sanità nazionale. Anche le ricche regioni del Nord sono in crisi e faticano a garantire i Livelli essenziali di assistenza Image:Percentuale di medici di medicina generale con oltre 1.500 assistiti Lombardia Veneto Prov.Aut. Bolzano Valle d’Aosta Sardegna Campania Emilia Romagna Prov.Aut Trento Marche Piemonte Friuli Venezia Giulia ITALIA Liguria Toscana Lazio Calabria Puglia Umbria Abruzzo Basilicata Sicilia Molise da 1 a 50 da 51 a 500 da 501 a 1.000 da 1.001 a 1.500 oltre 1.500 37,2% 35,0% 34,8% 30,5% 29,3% 25,5% 21,6% 10,5% 74,0% 68,7% 65,1% 61,1% 60,6% 58,8% 57,6% 56,1% 55,5% 54,1% 52,4% 51,7% 50,7% 49,9% 48,7% 30,7% Numero di pazienti per medico 5,6% 1,5% 51,7% -tit_org- I camici bianchi: mobilità sanitaria? Spostare i medici e non i pazienti «Spostare i medici , non i pazienti» -sec_org- tp:writer§§ GIULIA PROSPERETTI guid§§ http://gimbe.telpress.it/news/2025/11/10/2025111001850902585.PDF §---§ title§§ Ospedale Sant'Andrea, il centro della sanità spezzina da più di 100 anni link§§ http://gimbe.telpress.it/news/2025/11/10/2025111001709504255.PDF description§§

Estratto da pag. 27 di "CORRIERE DELLA SERA INSERTI" del 10 Nov 2025

La struttura diventata un punto di riferimento nel territorio

pubDate§§ 2025-11-10T04:42:00+00:00 arguments§§ http://gimbe.telpress.it/news/2025/11/10/2025111001709504255.PDF category§§ POLITICA SANITARIA subcategory§§ {'domain': ''} source§§ {'href': 'http://gimbe.telpress.it/news/2025/11/10/2025111001709504255.PDF', 'title': 'CORRIERE DELLA SERA INSERTI'} tp:url§§ tp:attach_fn§§ http://gimbe.telpress.it/news/2025/11/10/2025111001709504255.PDF tp:ocr§§ Ospedale Sant’Andrea, il centro della sanità spezzina da più di 100 anni La struttura diventata un punto di riferimento nel territorio L’ Ospedale Civile Sant’Andrea di La Spezia rappresenta un punto di riferimento essenziale per la sanità del territorio spezzino, per la sua posizione e la sua storia. Situato in via Vittorio Veneto 197, all’interno della struttura dell’ASL 5 Liguria, il presidio svolge un’ampia gamma di attività cliniche e di emergenza-urgenza. Si tratta di una posizione altamente strategica: il Sant’Andrea si trova in un’area centrale della città, quindi facilmente accessibile e ideale per le situazioni di emergenza. Infatti, tra i reparti spiccano quelli di Pronto Soccorso e Osservazione Breve, con 15 posti letto dedicati alla Medicina d’Urgenza e la funzione di punto di primo intervento accreditato presso la ASL 5. Ma non solo. Il presidio ospita oltre 500 posti letto, dedicandosi pienamente ai bisogni sanitari della provincia spezzina. È inoltre indicato come centro di diagnosi e cura per malattie rare all’interno della Liguria, a conferma del suo grado di sofisticazione clinica e delle sue specializzazioni. Ciò che contraddistingue l’Ospedale Civile Sant’Andrea è la sua lunghissima storia, con la prima nascita indicata nel 1479 come luogo necessario per amministrare e nutrire i più poveri, gli orfani e gli infermi, con la sua nascita fortemente voluta dalla Confraternita della Santissima Annunziata. L’ospedale cambiò luogo numerose volte durante la sua complicata storia. Nel 1804 viene trasferito all'interno del convento dei monaci di San Francesco di Paola, un convento che era stato adibito a ospedale militare. Oggi quell'edificio, elegantemente ristrutturato, ospita il prestigioso Museo cittadino "Amedeo Lia". I limiti e le difficoltà dell’ospedale durarono fino al 1914 quando, alla presenza di re Vittorio Emanuele III, fu inaugurata la nuova struttura in località San Cipriano, con i lavori iniziati circa dieci anni prima. Dopo essere rimasto profondamente danneggiato dalle distruzioni belliche delle due guerre mondiali, in occasione del cinquantenario nel 1964 l’ospedale è stato completamente ristrutturato, fungendo da traino per la crescita della città dopo anni difficilissimi per i suoi cittadini. L’Ospedale Sant’Andrea rappresenta così una presenza storica, fortemente radicata nel territorio di La Spezia, ma anche clinicamente rilevante per via della sua importanza e della sua centralissima posizione. Per questo l’ospedale è stato chiamato a un forte adeguamento agli standard tecnologici, in risposta alla sempre più crescente domanda di sanità territoriale e una maggiore complessità delle cure richieste dalla popolazione. Un forte ammodernamento ha reso nuovamente l’Ospedale Sant’Andrea uno dei punti chiave della sanità ligure, custode della storia spezzina e tra i principali responsabili delle attività cliniche del territorio. ---End text--- Author: Redazione Heading: Highlight: INAUGURAZIONE Fondato ufficialmente nel 1914 alla presenza del re Vittorio Emanuele III Image:L'Ospedale Civile Sant'Andrea ha una storia lunghissima, con la prima nascita indicata nel 1479 -tit_org- Ospedale Sant’Andrea, il centro della sanità spezzina da più di 100 anni -sec_org- tp:writer§§ REDAZIONE guid§§ http://gimbe.telpress.it/news/2025/11/10/2025111001709504255.PDF §---§ title§§ Sanità, l`IA cambia le recole link§§ http://gimbe.telpress.it/news/2025/11/10/2025111001693004218.PDF description§§

Estratto da pag. 33 di "ITALIA OGGI SETTE" del 10 Nov 2025

pubDate§§ 2025-11-10T04:42:00+00:00 arguments§§ http://gimbe.telpress.it/news/2025/11/10/2025111001693004218.PDF category§§ POLITICA SANITARIA subcategory§§ {'domain': ''} source§§ {'href': 'http://gimbe.telpress.it/news/2025/11/10/2025111001693004218.PDF', 'title': 'ITALIA OGGI SETTE'} tp:url§§ tp:attach_fn§§ http://gimbe.telpress.it/news/2025/11/10/2025111001693004218.PDF tp:ocr§§ La responsabilità del medico per diagnosi algoritmiche non si riduce, ma va provato l’errore Sanità, l’IA cambia le regole ettereste il vostro corpo nelle mani di un robot? Vi fareste fare una diagnosi dall’Intelligenza Artificiale? La recente legge in materia di intelligenza artificiale, entrata in vigore lo scorso 10 ottobre (legge 23 settembre 2025, n. 132), all’articolo 7, comma 3, non aiuta del tutto a risolvere il dubbio perché stabilisce solo che il paziente «ha diritto di essere informato sull'impiego di tecnologie di intelligenza artificiale». Insomma, il vostro medico dovrà richiedervi un «consenso informato» indicando espressamente se la sua diagnosi e la sua terapia si siano basate su algoritmi di IA. D’altronde, a richiedere questo adempimento è il regolamento Ue sull’Intelligenza Artificiale (c.d. “AI Act”), da cui discende la legge italiana, che classifica i sistemi di IA per diagnosi medica tra quelli «ad alto rischio», prevedendo obblighi rafforzati in termini di trasparenza, sorveglianza umana ("human in the loop"), gestione del rischio e controlli periodici sugli algoritmi. Sono previste sanzioni elevate per medici e strutture sanitarie in caso di non conformità. Nel nuovo contesto dell'IA generativa, il medico rimane il perno centrale: dovrà interpretare criticamente gli output algoritmici e resta il responsabile delle decisioni cliniche finali. D’altronde, la legge Gelli-Bianco (l. 24/2017) continua a regolare la responsabilità medica: l'uso dell'IA non esonera dalla diligenza. Piuttosto, le responsabilità per errori diagnostici vengono ripartite tra medico, struttura sanitaria e produttore del software, data anche la natura "black-box" degli algoritmi. Sebbene il paziente possa chiedere risarcimenti, l'onere della prova per il malfunzionamento algoritmico è complesso. Le coperture assicurative si stanno adattando a nuovi rischi come i bias algoritmici e gli errori specifici dell'IA. Dei temi emergenti in materia di diritto sanitario ed IA abbiamo parlato, su Affari Legali, con alcuni esperti del settore, per capire quali sono le priorità per gli addetti ai lavori, per non sbagliare. M ---End text--- Author: ROBERTO MILIACCA Heading: Highlight: Image: -tit_org- Sanità, l`IA cambia le recole -sec_org- tp:writer§§ ROBERTO MILIACCA guid§§ http://gimbe.telpress.it/news/2025/11/10/2025111001693004218.PDF §---§ title§§ Sanità, l`IA non attenua la responsabilità medica = Sanità e IA, la responsabilità medica non si afflevolisce link§§ http://gimbe.telpress.it/news/2025/11/10/2025111001709604244.PDF description§§

Estratto da pag. 34 di "ITALIA OGGI SETTE" del 10 Nov 2025

pubDate§§ 2025-11-10T04:42:00+00:00 arguments§§ http://gimbe.telpress.it/news/2025/11/10/2025111001709604244.PDF category§§ POLITICA SANITARIA subcategory§§ {'domain': ''} source§§ {'href': 'http://gimbe.telpress.it/news/2025/11/10/2025111001709604244.PDF', 'title': 'ITALIA OGGI SETTE'} tp:url§§ tp:attach_fn§§ http://gimbe.telpress.it/news/2025/11/10/2025111001709604244.PDF tp:ocr§§ Sanità, l’IA non attenua la responsabilità medica L’AI Act impone a medici e strutture sanitarie di rivedere le coperture assicurative sui rischi Sanità e IA, la responsabilità medica non si affievolisce Tra i nuovi rischi da assicurare, anche i bias algoritmici da pag. 29 Pagine a cura DI ALBERTO GRIFONE ’intelligenza artificiale generativa sta invadendo il settore della sanità, permettendo a medici e strutture di creare documenti clinici, sintesi di cartelle, piani terapeutici personalizzati, contenuti formativi e persino simulazioni di scenari clinici complessi. Le applicazioni concrete possono generare protocolli clinici su misura, sintetizzare ciò che occorre realmente dalla infinta letteratura scientifica per supportare le decisioni mediche. Per non parlare dei modelli multimodali di grandi dimensioni (LMM), l’ultima frontiera dell’Intelligenza Artificiale Generativa, vale a dire la capacità di processare simultaneamente testo, immagini, audio e video, che li rende potenti alleati in ambito Healthcare & Life Sciences. Con quali effetti sulla tutela della privacy dei pazienti, della gestione di procedure complesse e, non da meno, della responsabilità dei medici? «Oltre all’attività di analisi e specifica valutazione degli impatti sui diritti fondamentali della persona, l’AI Act impone obblighi di trasparenza, sia in fase di raccolta delle informazioni sia nella fase di utilizzo del sistema; inoltre, il Garante per la protezione dei dati personali ha recentemente posto l’attenzione sulla problematica relativa alla refertazione medica tramite l’uso dell’AI, ribadendo la necessità di adottare presidi tecnici e organizzativi e l’intervento umano garantito e professionale (cd. human in the loop) sugli strumenti di AI, necessario in contesti come quello sanitario», dice Ivan Rotunno, partner e membro del Focus team Healthcare & life sciences di BonelliErede. Queste circostanze rendono ancora più centrale il ruolo dei fornitori di tecnologia perché dovranno predisporre strumenti compliant non solo con gli obblighi dell’AI Act ma anche con le previsioni del decreto di recepimento della NIS2, che impongono obblighi di verifica dei presidi di sicurezza informatica. «La tutela dei diritti dell’individuo è un tema centrale nella normativa sull’intelligenza artificiale. Circa le responsabilità, anche per le strutture sanitarie trovano applicazione le prescrizioni dell’AI Act che impongono sanzioni elevate, fino a 35 milioni di euro o il 7% del fatturato annuo globale, per la realizzazione di pratiche vieL tate dal Regolamento, e fino a 15 milioni o il 3% del fatturato per mancata conformità dei sistemi ad alto rischio, o violazione degli obblighi dei fornitori, dei distributori, dei deployer e delle prescrizioni in materia di trasparenza. In questo contesto i rischi derivanti dall’utilizzo delle nuove tecnologie costringeranno le compagnie a valutare se le coperture della responsabilità professionale o dei danni richiedano revisioni o integrazioni sia in termini di previsioni contrattuali sia di costi, massimali e le franchigie, non sarà facile determinare la responsabilità in caso di danno causato dall’algoritmo. Occorrerà prevedere delle clausole contrattuali di particolare dettaglio, che considerino anche gli aspetti di causalità e onere probatorio. Quanto al personale sanitario, ci saranno nuovi rischi da considerare, come gli errori diagnostici che potranno essere causati utilizzando i sistemi di AI, le ipotesi di errato utilizzo dello strumento di AI da parte degli operatori e anche il danno reputazionale della struttura sanitaria». Secondo Silvia Stefanelli, fondatore e co-titolare dello Studio Legale Stefanelli&Stefanelli «l’AI Act e la nuova legge italiana, approvata definitivamente il 18 settembre scorso (DDL 1146-B) sono discipline molto ambiziose e sfidanti, sia per strutture sanitarie ed ospedali sia per l’industria che sta progettando e realizzando modelli di AI generativa e di natura predittiva. Il vero tema è la conoscenza della tecnologia e della governance: oggi si parla molto di AI ma siam o ancora tutti piuttosto acerbi su come effettivamente usarla, su quali sono i bisogni e su come l’AI potrà soddisfarli in maniera affidabile. Siamo all’inizio, ma bisogna averne consapevolezza. Occorre che il tema della governance venga gestito dalle strutture sanitarie insieme all’industria, senza contrapposizioni ideologiche. Questo potrà anche essere di grande aiuto in fase di acquisto di tecnologie che (non può essere diversamente) avranno un impatto economico importante. Qui occorrerebbe anche un Codice Appalti diverso, più in grado di acquistare innovazione. Mai come in questa materia cammineremo nella direzione di responsabilità condivise. La Legge Gelli-Bianco (l. 24/2017) si basa infatti sull’aderenza a linee guida accreditate: linee guida che oggi per l’AI non esistono. Inoltre il ruolo del medico cambia completamente: l’interrelazione con la tecnologia lo vede in un ruolo molto più attivo e di supervisione. Quindi io vedo possibili profili di responsabilità sanitaria legata al controllo umano (Human-in-the-loop) nella supervisione critica e nella validazione dell’output dell’algoritmo. Possibili responsabilità del produttore/sviluppatore (se l’errore deriva da un difetto di progettazione o da un bug del software) e della struttura sanitaria chiamata ad implementare protocolli chiari per l’uso dell’IA e garantire un’adeguata formazione del personale. Il mercato assicurativo cambierà specie in una fase inziale, dovendo configurare un nuovo ecosistema caratterizzato non solo da rischi diversi (decisioni black box, allucinazioni diagnostiche, cyberattacchi, automatation bias medico) ma anche da una maggiore interdipendenza tra attori diversi. La sostenibilità del sistema dipenderà molto dalla capacità di sviluppare prodotti assicurativi sempre più sofisticati e personalizzati, che riflettano accuratamente i profili di rischio specifici di ogni soggetto che usa l’AI. Con il tempo si creerà un framework di riferimento che dovrebbe progressivamente ridurre l’incertezza e stabilizzare i pricing». «L’Unione europea ha delineato per la prima volta un quadro normativo unitario e vincolante per l’utilizzo dell’AI in tutti i settori, sanità inclusa», dice Martina Maffei, senior associate di Herbert Smith Freehills Kramer: «questa disciplina si affianca alle normative già vigenti, penso al Regolamento (UE) 2025/327 sullo European Health Data Space (EHDS), i regolamenti (UE) 2017/745 e 2017/746 in materia di dispositivi medici e la normativa in materia di protezione dei dati personali (GDPR). In ambito sanitario il DDL regola in particolare l’impiego dell’IA nel Servizio sanitario nazionale (con divieto di discriminazioni e garanzia del diritto del paziente a essere informato), l’utilizzo dei dati per finalità di ricerca, l’istituzione di spazi di sperimentazione regolata (regulatory sandbox) e il potenziamento del Fascicolo Sanitario Elettronico attraverso una piattaforma nazionale gestita da AGENAS. Alla luce di questo sistema stiamo supportando i nostri clienti nella redazione di vere e proprie compliance roadmaps. L’obiettivo non è solo assicurare la conformità ed evitare rischi sanzionatori, ma trasformare la compliance in un vantaggio competitivo, consentendo alle aziende di misurare i rischi e accelerare lo sviluppo di soluzioni innovative. Da un lato, ci sono gli obblighi di trasparenza e sorveglianza umana previsti dall’AI Act (artt. 14–15), che richiedono sistemi di monitoraggio costante e audit trail robusti. Dall’altro, resta centrale la corretta gestione dei dati sanitari, che devono rispettare gli artt. 9 e 89 del GDPR e le nuove regole EHDS sulla condivisione e interoperabilità dei dati. Le strutture sanitarie devono quindi rafforzare i protocolli di supervisione clinica e aggiornare le procedure interne, mentre i fornitori devono dotarsi di una documentazione tecnica più solida e di strumenti di validazione scientifica. Ne deriva la necessità di contratti tra tutte le parti della catena di fornitura dei sistemi di AI, che ripartiscano in modo chiaro rischi e responsabilità. La nuova disciplina ha un impatto anche sulle strutture sanitarie. Diventa necessario istituire comitati interni di controllo, aggiornare i protocolli clinici e applicare meccanismi di due diligence nella scelta delle soluzioni di AI. In sostanza, la nuova disciplina rafforza la centralità del paziente ma obbliga le strutture a un vero salto di qualità nella governance tecnologica e nel risk management, imponendo una cultura di supervisione continua. Il sistema assicurativo è già in trasformazione. Le polizze tradizionali di responsabilità civile professionale non coprivano in modo specifico i rischi legati all’intelligenza artificiale, quali i bias algoritmici o i malfunzionamenti dei modelli generativi. In questo scenario la proposta di Direttiva sulla responsabilità da intelligenza artificiale (COM/2022/496) avrebbe dovuto colmare un vuoto, introducendo regole probatorie specifiche per le vittime. Di conseguenza, la disciplina attuale resta affidata all’AI Act, alla Product Liability Directive e al diritto nazionale». «Le principali problematiche giuridiche riguardano la tematica della responsabilità civile», dice Matteo Cerretti, Head of insurance Italy and insurance commercial director Europe dello studio legale internazionale DWF: «l’uso di AI generativa in ambito sanitario si accompagna al crescere del rischio che una raccomandazione algoritmica non trasparente (black-box effect), renda difficile ascrivere la responsabilità tra medico, struttura e produttore del software. L’utilizzo dell’Intelligenza Artificiale richiede un trattamento del dato sanitario complesso, automatizzato e profilante, che richiede nel rispetto del GDPR una solida base giuridica ed un consenso informato più esteso, anche volto a consentire l’uso dell’IA nel trattamento sanitario. L’operatore sanitario non è privato di responsabilità; il suo ruolo diviene quello di verificare i risultati generati dell’IA, essendo chiamato ad una loro interpretazione critica, ferma la responsabilità della struttura sanitaria nei casi di omissione di procedure di controllo, formazione e gestione di questo «nuovo» profilo di rischio. Anche la posizione del «produttore» del software cambia, potendo rispondere per il caso di difetti di tali software, a condizione che degli stessi se ne possa offrire la prova, essendo difficile rinvenire una responsabilità oggettiva (ovvero, responsabilità senza colpa) collegata al mero impiego dell’IA. Le protezioni assicurative nel settore sanitario stanno evolvendo. Il decreto 232/2023, che dà attuazione alla Legge Gelli-Bianco (“determinazione dei requisiti minimi delle polizze assicurative per le strutture sanitarie e sociosanitarie pubbliche e private e per gli esercenti le professioni sanitarie”, NDR) , ha introdotto una serie di novità rilevanti nella struttura della responsabilità sanitaria e anche della disciplina delle polizze assicurative, con l’obiettivo di garantire una copertura più ampia e coerente con i nuovi rischi. Le polizze di responsabilità sanitaria, devono ora Antonio Debiasi estendersi a tutto il personale sanitario, indipendentemente dal ruolo o dal tipo di contratto, includendo anche l’attività di ricerca, telemedicina e di libera professione intramuraria che potrebbero avvalersi dell’IA. Si tratta di misure che puntano a rafforzare la trasparenza e la fiducia nei confronti del sistema, soprattutto in un contesto in cui l’adozione di tecnologie come l’intelligenza artificiale generativa introduce nuovi fattori di rischio intersecanti quelli sanitari». «Non cambierà molto per il paziente danneggiato che privilegerà, ancora una volta, l’azione contrattuale, nei confronti della struttura sanitaria, pubblica o privata, e del singolo professionista, che dovranno rispondere dell’errore quand’anche commesso con il contributo parziale o totale dei sistemi di IA», dice Nicola Todeschini del foro di Treviso, avvocato specializzato in danno esistenziale: «tuttavia è assai probabile che il contenzioso conoscerà nuovi protagonisti, evocati in giudizio anche per il titolo di responsabilità oggettiva del produttore dei sistemi, e che qu indi medici e strutture convenute tenteranno di far ricadere sui sistemi di AI le conseguenze dell’errore. Se non si adotteranno quindi sistemi per risolvere, alternativamente al contenzioso tra paziente e struttura-professionista, quello con i produttori, la lite finirà per essere inevitabilmente più complessa, anche sotto il profilo assicurativo. Sarà fondamentale che le nuove coperture assicurative proposte siano studiate con attenzione -spesso difettosa- dagli assicurati per evitare che la copertura sia negata, anche solo parzialmente, quando sia provato il contributo di sistemi fondati su iA. Ogni giorno in giudizio incontriamo contratti assicurativi obsoleti, capziosi, di ardua interpretazione, che spesso lasciano di stucco gli assicurati complicando anche il lavoro dei magistrati ed allungando i tempi per la soluzione dei casi di medmal». «Una delle problematiche principali legate all’uso dell’IA generativa in ambito sanitario consiste nel fatto che i sistemi utilizzati potrebbero non essere stati sufficientemente testati e/o supportati Valerio De Luca da prove scientifiche oppure dare luogo a distorsioni sistematiche nei risultati (c.d. «bias»). Di conseguenza, le strutture sanitarie potrebbero essere esposte a significativi rischi tanto dal punto di vista legale quanto a livello di reputazione, che potrebbero essere mitigati prendendo in considerazione le Linee Guida dell’Organizzazione Mondiale della Sanità per un uso etico e responsabile delle IA generative», dice Marco Stillo, associato di De Berti Jacchia Franchini Forlani Studio Legale. «Per quanto riguarda i fornitori, invece, le norme europee prevedono diversi obblighi a loro carico, che aumentano sensibilmente nel caso di modelli classificati a rischio sistemico» «L’utilizzo delle IA generative in sanità è destinato ad incidere sul rapporto medico-paziente, che dovrà in ogni caso rimanere effettivo, efficace e basato sul consenso di quest’ultimo. L’utilizzo delle IA per raccogliere i dati clinici e documentali del paziente dovrà essere accompagnato da una spiegazione, in termini chiari e comprensibili, delle relative modalità operative. Le strutture sanitarie saranno chiamate ad adottare soluzioni conformi e certificate e a predisporre controlli interni, audit periodici e a verificare che il personale sia adeguatamente formato. L’utilizzo delle IA generative introduce nuovi rischi che potrebbero non essere previsti dalle attuali coperture assicurative (bias algoritmici, decisioni automatizzate non trasparenti, uso improprio dei dati). Potrebbe essere necessario prevedere nuove polizze contenenti clausole che chiariscano se, e in che limiti, i danni derivanti dall’utilizzo dell’IA siano coperti, prevedendo eventualmente dei massimali ad hoc, predispongano obblighi di monitoraggio periodico e documentazione, di modo da garantire la conformità delle IA alla normativa in materia, e prevedano un obbligo di supervisione umana in merito alle decisioni più importanti». «L’introduzione dell’IA è una leva di innovazione per il settore sanitario. È fondamentale identificare e gestire in modo proattivo i rischi, per poter massimizzare i benefici Molte le sfide imposte dall’IA che l’AI può offrire», dice Antonio Debiasi, partner dello studio Rucellai&Raffaelli. Per le strutture sanitarie, una delle principali sfide è integrare i sistemi di AI nei processi clinici — dalla prevenzione alla diagnosi, fino alla cura e alla scelta terapeutica — garantendo al contempo che il medico resti il decisore finale, come sancito dalla recente legge italiana sull’AI. Dal lato dei fornitori di tecnologia, i sistemi di AI destinati all’ambito sanitario possono rientrare nella categoria dei «sistemi ad alto rischio», soggetti a requisiti di compliance particolarmente stringenti. Questi requisiti, ancorché onerosi, rappresentano anche un’opportunità strategica: la compliance può diventare una leva di fiducia e determinare un vantaggio competitivo sul mercato. Aggiungo l’AI Act mira a rafforzare la sicurezza e la tutela della salute del paziente, imponendo requisiti stringenti pe r i cosiddetti «sistemi ad alto rischio», tra cui rientrano quelli utilizzati nell’erogazione di servizi di assistenza sanitaria. La struttura sanitaria che impiega tali sistemi può assumere il ruolo di «deployer» ed in questo caso è tenuta a rispettare specifici obblighi previsti dalla normativa. Tra questi, la c.d. sorveglianza umana, che deve essere affidata a personale dotato di competenze, formazione e autorità adeguate per garantire un uso sicuro e responsabile dell’AI. La violazione di tali obblighi può comportare sanzioni amministrative e, in caso di danno, può essere valutata secondo i parametri e principi di responsabilità già previsti nel nostro ordinamento. Ai sensi della Legge Gelli-Bianco, le strutture sanitarie sono già tenute a gestire il rischio sanitario attraverso coperture assicurative o misure equivalenti. L’utilizzo di sistemi di intelligenza artificiale in ambito sanitario può comportare un aggiornamento delle strategie di risk management, in particolare richiedendo di mappare le aree di rischio derivanti dall’impiego dei sistemi di AI, specie in ambito sanitario, e su tale base estendere le polizze già in essere nella misura in cui non diano copertura sufficiente». «La normativa italiana sull’intelligenza artificiale applicata al settore sanitario rappresenta un tassello importante, che però va interpretato nel quadro più ampio dell’AI Act europeo con il suo approccio risk-based. Nel complesso, il giudizio è positivo. Finalmente abbiamo criteri più certi. Resta però la sfida dell’attuazione, perché molte strutture non hanno ancora strumenti né risorse adeguate» dice Valerio De Luca, fondatore dello Studio De Luca & Partners specializzato in attività legale e strategica e presidente del Comitato Data Governance e AI Compliance. «Le criticità che vedo sono diverse. I fornitori devono garantire dataset affidabili e documentazione trasparente, come richiede l’AI Act, evitando bias che potrebbero minare la sicurezza clinica. Le strutture devono affrontare due sfide: integrare nei protocolli il consenso informato che includa l’uso di AI generativa e formare il personale sanitario, sviluppando una AI literacy. Senza consapevolezza dei limiti e dei rischi, l’uso dell’IA può trasformarsi in fonte di contenzioso. Infine, i rapporti contrattuali con i fornitori dovranno prevedere clausole più precise sulla ripartizione delle responsabilità. Per svolgere questa importante opera di sensibilizzazione e di formazione che è nato il Comitato Data Governance e IA Compliance, che presiedo e che coinvolge le istituzioni, le aziende, le associazioni e il mondo dell’Università e della Ricerca. Per le strutture sanitarie, però, cresce l’esposizione al rischio. Non basta, infatti, affidarsi alla tecnologia, ma bisogna dimostrare controlli costanti, tracciabilità delle decisioni e supervisione umana. In altre parole, la responsabilità non riguarda più solo l’atto clinico, ma l’intero processo organizzativo. Da qui l’importanza di investire non solo in tecnologie, ma anche in formazione e governance. In questo scenario, le compagnie assicurative si stanno adeguando introducendo clausole specifiche per l’uso dell’IA generativa, ma condizionando la copertura al rispetto delle norme italiane e soprattutto degli standard europei. Questo significa che una struttura che non dimostri compliance con l’AI Act o non abbia percorsi certificati di formazione in AI literacy rischia di non essere coperta. Per medici e operatori sanitari la protezione è valida solo se l’IA è utilizzata entro protocolli approvati. La copertura assicurativa diventa così anche un incentivo a rispettare le regole e a sviluppare consapevolezza tecnologica». ---End text--- Author: ALBERTO GRIFONE Heading: Tra i nuovi rischi da assicurare, anche i bias algoritmici Highlight: Image:Ivan Rotunno Silvia Stefanelli Martina Maffei Matteo Cerretti Nicola Todeschini Marco Stillo Antonio Debiasi Valerio De Luca Molte le sfide imposte dall’IA -tit_org- Sanità, l`IA non attenua la responsabilità medica Sanità e IA, la responsabilità medica non si a fflevolisce -sec_org- tp:writer§§ ALBERTO GRIFONE guid§§ http://gimbe.telpress.it/news/2025/11/10/2025111001709604244.PDF §---§ title§§ Sanità, arrivano le assunzioni = Sanità, il piano del ministero: 7.300 assunzioni e nuovi corsi link§§ http://gimbe.telpress.it/news/2025/11/10/2025111001711204228.PDF description§§

Estratto da pag. 2 di "MESSAGGERO" del 10 Nov 2025

»Schillaci: «Stiamo investendo risorse sulle professioni sanitarie, ma non basta: puntiamo a cambiare anche le condizioni di lavoro per evitare la fuga all'estero»

pubDate§§ 2025-11-10T04:42:00+00:00 arguments§§ http://gimbe.telpress.it/news/2025/11/10/2025111001711204228.PDF category§§ POLITICA SANITARIA subcategory§§ {'domain': ''} source§§ {'href': 'http://gimbe.telpress.it/news/2025/11/10/2025111001711204228.PDF', 'title': 'MESSAGGERO'} tp:url§§ tp:attach_fn§§ http://gimbe.telpress.it/news/2025/11/10/2025111001711204228.PDF tp:ocr§§ Sanità, arrivano le assunzioni In corsia 7.300 tra nuovi infermieri e medici. Schillaci: «Condizioni migliori per fermare la fuga» `Giorgetti: «Manovra, abbiamo aiutato il ceto medio: chi guadagna 45mila euro non è ricco» ` ROMA Sanità, arrivano le assunzioni: 7.300 tra nuovi infermieri e medici. Giorgetti e la Manovra: «Chi guadagna 45 mila euro non è ricco». Evangelisti e Pacifico alle pag. 2, 3 e 4 Sanità, il piano del ministero: 7.300 assunzioni e nuovi corsi Schillaci: «Stiamo investendo risorse sulle professioni sanitarie, ma non basta: puntiamo a cambiare anche le condizioni di lavoro per evitare la fuga all’estero» ` IL CASO ROMA «Sono oltre mille i medici e saranno 6.300 gli infermieri in più previsti nella legge di bilancio: un segnale molto chiaro di come il Governo voglia investire sui professionisti sanitari». Con queste parole, l’altro giorno, il ministro della Salute, Orazio Schillaci, ha presentato i provvedimenti che si stanno mettendo sul tavolo per affrontare il grande incubo delle corsie degli ospedali sguarnite. E se è vero che le risorse economiche sono sempre insufficienti - per il governo sono state aumentate perché in termini assoluti c’è un incremento; per l’opposizione non bastano, perché la percentuale rispetto al Pil è in diminuzione - è altrettanto certo che a causare la fuga di medici e infermieri (futuri e attuali) dal sistema sanitario nazionale pubblico è anche altro. LE CONDIZIONI E lo ha raccontato a Rainews24 lo stesso Schillaci: «È chiaro che i salari dei medici andrebbero adeguati. Ma non si tratta solo di questo. Ogni volta che vado all'estero e incontro medici, ricercatori italiani, operatori sanitari, verifico che il primo motivo della fuga è la ricerca di meno burocrazia. Vogliono avere dei contratti di lavoro più flessibili, per questo io dico e ripeto che i contratti di lavoro degli operatori sanitari dovrebbero essere riportati all'interno del Ministero della Salute». Bene, ma come si sta intervenendo? Dal Ministero della Salute ricordano che nella legge di Bilancio 2026 sono stati previsti 450 milioni di euro per le assunzioni dei mille medici e 6.300 infermieri di cui ha parlato Schillaci. S’interviene anche sulle buste paga. O meglio: nella legge di Bilancio 2025 c’era stato un incremento delle risorse per l’indennità di pronto soccorso (50 milioni di euro dal primo gennaio 2025, altri 50 dal primo gennaio 2026). «E sempre nella precedente finanziaria - osservano al Ministero sono stati stanziati 120 milioni di euro annui a decorrere dall’anno 2026 per migliorare il trattamento economico degli specializzandi: dall’anno accademico 2025-2026, aumenta del 5 per cento la parte fissa del trattamento economico per tutte le specializzazioni e del 50 la parte variabile per le specializzazioni oggi meno attrattive». Nella nuova legge di Bilancio «c’è un ulteriore aumento delle indennità di specificità, più significativo per gli infermieri, di 280 milioni di euro che va ad aggiungersi a quelli avviati nel 2025». Ad esempio, sempre per convincere gli infermieri a restare negli ospedali pubblici, è stata introdotta la flat tax al 5 per cento sugli straordinari. A dimostrazione dello sforzo per rafforzare gli organici, viene citato un passaggio dell’audizione della Corte dei Conti nel corso della riunione delle commissioni Bilancio di Camera e Senato dedicata alla legge di Bilancio: «A decorrere dal 2026, rispetto a quanto già stanziato dalla precedente legge di bilancio (327 milioni per medici e veterinari e 285 milioni per infermieri; legge di bilancio 2025) vengono aggiunti 280 milioni per l’aumento di tale indennità (85 milioni per i dirigenti medici e veterinari, 195 milioni per gli infermieri); a regime sono dunque stanziati per l’incremento di tali indennità rispettivamente 412 e 480 milioni». Per questo, si calcola «un incremento dell’indennità per medici e veterinari pari a circa 745 euro annui rispetto all’incremento previsto dalla precedente legge di bilancio, che faranno sì che l’incremento dell’indennità ammonti in media a circa 3.052 euro lordi a nnui; l’indennità spettante agli infermieri aumenterà di circa 701 euro annui, per un importo complessivo, tenuto conto dell’aumento previsto dalla precedente legge di bilancio, pari a circa 1.600 euro lordi». I CORSI C’è poi il nodo dei medici di famiglia con una carenza sempre più evidente. Annunciano al Ministero della Salute: «Nel disegno di legge delega di riforma delle professioni sanitarie, tra le altre cose si istituisce la Scuola di Specializzazione per la medicina generale. Oggi i medici di famiglia si formano con corsi regionali. E con il passaggio alla scuola di specializzazione si migliora la formazione e la retribuzione dei contratti». Infine, il piano di Schillaci per migliorare le condizioni di lavoro per i medici degli ospedali, ha previsto anche un intervento per tutelarli dalla pioggia di denunce e richieste di risarcimenti danni non sempre giustificate: i medici e gli operatori sanitari saranno perseguibili penalmente solo in caso di colpa grave, se operano rispettando le linee guida e le buone pratiche clinico-assistenziali. E contro la piaga delle aggressioni nei pronto soccorso o nei reparti è stata prevista la misura dell’arresto in flagranza differita. M.Ev. © RIPRODUZIONE RISERVATA ---End text--- Author: M. Ev. Heading: Highlight: PREVISTO UN NUOVO INCREMENTO DELLE INDENNITÀ PER CHI LAVORA NELLA PRIMA LINEA DEI PRONTO SOCCORSO IL TRATTAMENTO PREVISTO PER LE BORSE DI STUDIO DELLE SPECIALIZZAZIONI MENO ATTRATTIVE SARÀ MIGLIORATO NEL 2026 Image:Secondo i dati diffusi dal Ministero della Salute si prevede di assumere nei prossimi anni 6.300 infermieri e un migliaio di medici. L’operazione non è semplice perché spesso c’è carenza di queste professionalità tanto che alcune Regioni assumono operatori dall’estero -tit_org- Sanità, arrivano le assunzioni Sanità, il piano del ministero: 7.300 assunzioni e nuovi corsi -sec_org- tp:writer§§ m. ev. guid§§ http://gimbe.telpress.it/news/2025/11/10/2025111001711204228.PDF §---§ title§§ Medici e infermieri Codice rosso link§§ http://gimbe.telpress.it/news/2025/11/10/2025111001714304271.PDF description§§

Estratto da pag. 3 di "MESSAGGERO" del 10 Nov 2025

pubDate§§ 2025-11-10T04:43:00+00:00 arguments§§ http://gimbe.telpress.it/news/2025/11/10/2025111001714304271.PDF category§§ POLITICA SANITARIA subcategory§§ {'domain': ''} source§§ {'href': 'http://gimbe.telpress.it/news/2025/11/10/2025111001714304271.PDF', 'title': 'MESSAGGERO'} tp:url§§ tp:attach_fn§§ http://gimbe.telpress.it/news/2025/11/10/2025111001714304271.PDF tp:ocr§§ Medici e infermieri: i numeri dell'emergenza 20% Il calo delle candidature ai corsi di Infermieristica nel 2019-2022 0,9 I candidati per posto a Infermieristica nel 2025 65-70mila 100-150mila Gli infermieri che mancano in Italia Gli infermieri che mancheranno nei prossimi 10 anni 17-25% Le borse di studio per medici neolaureati non assegnate 45-62% Le borse di studio non assegnate per mancanza di candidature ad alcune specializzazioni (es. Medicina d'urgenza, Radioterapia) Medici e infermieri Codice rosso Withub sti». Infine, c’è il caso degli infermieri, perfino più grave: si calcola che negli ultimi dodici anni le iscrizioni ai corsi di laurea infermieristica siano diminuite di due terzi. Una voragine. Per capirci: nel 2012 c’erano 2,7 candidati per ogni posto disponibile nei corsi universitari, nel 2025 sono stati 0,9, significa che ci sono stati meno iscritti rispetto ai posti a disposizione. Visto che fisiologicamente il 30 per cento non arriva alla laurea, questo significa che si creerà un altro buco nero, anche Alcune specializzazioni sono sempre meno scelte dai giovani, si sta creando un buco nero: negli ospedali mancheranno 25.000 dottori IL FOCUS ROMA La sintesi è semplice e brutale. Non abbiamo abbastanza infermieri perché sono sempre meno i giovani a scegliere questa professione e dunque a iscriversi al corso universitario. Non abbiamo un numero sufficiente di medici di famiglia perché è un corso di formazione che attira sempre di meno, per cui in prima linea resta un esercito di professionisti che di bianco non hanno solo il camice ma anche i capelli. Non abbiamo abbastanza medici in alcune specializzazioni come ad esempio la medicina di urgenza (i pronto soccorso), la radioterapia, l’anestesia, l’anatomo-patologia perché i neo laureati preferiscono altre borse di studio come quelle per chirurgia plastica, dermatologia, cardiologia, neurologia e oftalmologia: sono più attrattive e promettono maggiori possibilità di carriera e, perché no, di guadagno. Si calcola un buco nero, un deficit di medici, anche di 25mila unità nel 2027. LA FUGA Possiamo definirlo un imbuto formativo. Fa sì che anche nei reparti, perfino nella prima linea del pronto soccorso, l’età media si stia drammaticamente alzando: l’esperienza professionale è ovviamente importantissima e utile, ma servono anche energie nuove e prospettive di ricambio. A corollario di questo scenario ci sono anche alcuni effetti collaterali che stanno affossando il servizio sanitario nazionale e che con forme diverse valgono sia per la categoria degli infermieri sia per quella dei medici. A causa dei salari più bassi della media europea e delle condizioni di lavoro in alcuni reparti, in molti preferiscono accettare le offerte del settore privato o, i casi sono frequenti, quelle che arrivano dall’estero. Altri Paesi europei stanno affrontando la stessa emergenza, ma un infermiere in Svezia guadagna assai di più che in Italia e questo compensa anche il più alto costo della vita. Cosa dicono i numeri? Partiamo dall’analisi dell’Istat, diffusa nei giorni scorsi: «Nel 2023 si registra la quota più alta tra i Paesi dell’Ue27 di medici anziani in servizio: il 44,2 per cento ha più di 55 anni e il 20,6 per cento supera i 65 anni; per quest’ultima fascia di età, valori decisamente più bassi si osservano in Francia (16,1 per cento), Germania (9,4) e Spagna (8,4)». Ecco, ma come si constata nella pratica l’imbuto formativo delle specializzazioni mediche? Come si dipana il fatto che alcune borse di studio abbiano un’adesione molto bassa e altre invece un eccesso? Alcuni numeri diffusi da Anaao-Assomed, sindacato dei dirigenti medici, relativi al 2025: «Su 15.283 contratti regionali a bando per il concorso di specializzazione medica, ben 2.569 (17 per cento) non sono stati assegnati. Questo è un numero destinato ad aumentare vertiginosamente a causa delle centinaia di mancate effettive immatricolazioni. Continua inoltre la tendenza negativa per le cosiddette specializzazioni meno ambite, prima tra tutte la medicina d’emergenza-urgenza (45 per cento dei contratti non assegnati). I risultati delle assegnazioni del concorso di specializzazione 2025 si confermano come un "disastro annunciato"». I dati sono preoccupanti anche per altre specializzazioni: per microbiologia non sono stati assegnati l’80 per cento dei posti, farmacologia 79, radioterapia 65. Sono solo alcuni esempi, mentre per altre specializzazioni c’è al contrario affollamento e tutto esaurito: vale per dermatologia, pediatria, chirurgia plastica ed estetica, per fare degli esempi. Quando hanno presentato questi numeri, qualche settimana fa, Pierino Di Silverio, segretario nazionale Anaao Assomed, e Giammaria Liuzzi, responsabile nazionale Anaao Giovani, hanno spiegato: «Davanti a questi dati incontrovertibili, la domanda che deve essere posta a tutti coloro che si occupano di politica sanitaria è la seguente: “come risolviamo la cronica e pericolosa carenza di medici in branche come la medicina d’emergenza?”». Secondo Anaao, tra l’altro, nel prossimo decennio per un’errata programmazione, ci troveremo con il problema opposto, con molti medici disoccupati. Non va meglio sul fronte dei medici di famiglia: anche per i corsi di formazione in Medicina Generale, la mancata assegnazione è molto alta, attorno al 15 per cento. Vale la pena riportare l’analisi dell’altro giorno dell’Istat: «Attualmente i medici di base sono 37.983, 0,64 per mille residenti. Il 60 per cento ha almeno 60 anni, evidenziando la struttura per età più anziana tra le diverse categorie di medici. In un contesto in cui la dotazione è decrescente (7.220 medici in meno in dieci anni), desta particolare preoccupazione l’uscita dal mercato del lavoro di molti professioniWithub sti». Infine, c’è il caso degli infermieri, perfino più grave: si calcola che negli ultimi dodici anni le iscrizioni ai corsi di laurea infermieristica siano diminuite di due terzi. Una voragine. Per capirci: nel 2012 c’erano 2,7 candidati per ogni posto disponibile nei corsi universitari, nel 2025 sono stati 0,9, significa che ci sono stati meno iscritti rispetto ai posti a disposizione. Visto che fisiologicamente il 30 per cento non arriva alla laurea, questo significa che si creerà un altro buco nero, anche perché sono almeno 25mila quelli che ogni anno vanno in pensione. E nel conto va messo chi preferisce andare a guadagnare meglio nel privato o all’estero. Meno giovani vogliono fare l’infermiere e tra quelli che scelgono di farlo una parte consistente non resta negli ospedali pubblici. GENERAZIONE Z Analizza il dottor Paolo Petralia, vicepresidente vicario di Fiaso, la federazione delle aziende sanitarie ospedaliere italiane: «Quando si osservano fenomeni come questi, bisogna risalire alle cause indietro nel tempo. C’è stato un problema di programmazione che però risale almeno a una decina di anni fa. Allo stesso tempo, i correttivi che applicheremo oggi, avranno effetto inevitabilmente a lungo termine. E certo, c’è anche il rischio che mentre oggi combattiamo con la carenza, in futuro avremo a che fare con un eccesso di medici». Altro tema: «Non dobbiamo solo ragionare su come reclutare nuovo personale, ma anche come trattenerlo. Ci sono professionalità che preferiscono andare all’estero, perché troveranno salari più alti, ma anche condizioni di lavoro migliori». Non si tratta di fare confronti tra generazioni, ma se in passato fare il medico o l’infermiere era anche una vocazione e spesso gli ospedali funzionavano (e tutt’oggi funzionano) anche grazie all’abnegazione di tanti, la generazione Z giustamente ritiene che il lavoro non possa monopolizzare tutte le 24 ore di una giornata in cui, magari, devi pure affrontare la frustrazione di reparti sguarniti, posti letto insufficienti, aggressioni da parte dei familiari dei pazienti. «Dobbiamo ripensare le condizioni di lavoro, oltre a pagare meglio i nostri medici e i nostri infermieri» conclude Petralia. Mauro Evangelisti © RIPRODUZIONE RISERVATA ---End text--- Author: Mauro Evangelisti Heading: Highlight: Image:In Italia, secondo gli ultimi dati dell’Istat, tra il 2024 e il 2027 il totale dei medici di base (vale a dire i medici di famiglia) destinati alla pensione è di 7.345 unità: ci sono enormi preoccupazioni sulla tempestività del ricambio no 37.983, 0 ti. Il 60 per anni, evide per età più categorie d sto in cui scente (7.2 dieci anni), occupazion del lavoro -tit_org- Medici e infermieri Codice rosso -sec_org- tp:writer§§ Mauro Evangelisti guid§§ http://gimbe.telpress.it/news/2025/11/10/2025111001714304271.PDF §---§ title§§ Ospedali, serve la cura ordinaria link§§ http://gimbe.telpress.it/news/2025/11/10/2025111001715004262.PDF description§§

Estratto da pag. 5 di "QUOTIDIANO DEL SUD L'ALTRA VOCE DELL' ITALIA" del 10 Nov 2025

pubDate§§ 2025-11-10T04:43:00+00:00 arguments§§ http://gimbe.telpress.it/news/2025/11/10/2025111001715004262.PDF category§§ POLITICA SANITARIA subcategory§§ {'domain': ''} source§§ {'href': 'http://gimbe.telpress.it/news/2025/11/10/2025111001715004262.PDF', 'title': "QUOTIDIANO DEL SUD L'ALTRA VOCE DELL' ITALIA"} tp:url§§ tp:attach_fn§§ http://gimbe.telpress.it/news/2025/11/10/2025111001715004262.PDF tp:ocr§§ SANITÀ Spostare il focus sulla gestione quotidiana di strutture, apparecchi e personale Ospedali, serve la cura ordinaria di MARIA FRANCESCA ASTORINO on fa rumore. Non taglia nastri tricolore, non promette rivoluzioni infrastrutturali e raramente guadagna le prime pagine. Eppure, senza di essa, il Paese collasserebbe in poche ore. È l’Italia della manutenzione, un esercito silenzioso che, lontano dai riflettori puntati sulle “grandi opere”, garantisce la vera tenuta del sistema. È la nazione che rammenda e che è resiliente, che previene, che cura l’esistente. Mentre il dibattito pubblico si infiamma su ponti, autostrade e nuovi poli tecnologici, la sfida quotidiana si gioca altrove. Si gioca nei quadri elettrici di un ospedale costruito negli anni Settanta, nella taratura di una TAC da cui dipendono centinaia di diagnosi, e nelle case degli anziani dove un operatore sociosanitario previene un ricovero che manderebbe in tilt il pronto soccorso. Se c’è un settore dove questa dicotomia tra “costruire” e “mantenere” diventa questione di vita o di morte, è proprio quello sanitario e assistenziale. Qui, la manutenzione non è un costo accessorio, ma l’infrastruttura portante della cura. La manutenzione “grigia”: curare i muri. Il primo livello di questa cura è quello edilizio. Il Servizio Sanitario Nazionale abita un patrimonio immobiliare vasto, ma spesso vetusto. Secondo recenti stime, oltre il 60% delle strutture ospedaliere italiane ha più di cinquant’anni. Molte sono state costruite prima di qualsiasi normativa antisismica o di efficienza energetica. E l’operazione che più facilmente viene proposta è quella di costruire ex novo piuttosto che provvedere costantemente alla manutenzione delle strutture esistenti. La “grande opera” che servirebbe quindi non è un nuovo padiglione avveniristico, ma l’adeguamento strutturale di migliaia di edifici. È un lavoro ingrato, complesso e costoso. Adeguare un reparto alle norme antincendio o rifare un impianto di climatizzazione in una terapia intensiva, magari senza interrompere l’attività, è un’impresa ingegneristica ed economica enorme, che però non produce glamour politico. È il lavoro “grigio” che permette ai medici di lavorare in sicurezza e ai pazienti di essere curati in ambienti salubri. La manutenzione, qui, è la prima forma di prevenN In Italia il 60% degli edifici ha oltre 50 anni Apparecchi adeguati salva da liste d’attes e diagnosi tard zione. La manutenzione “bianca”: il battito del biomedicale. Il secondo livello è tecnologico. Un ospedale moderno è una macchina complessa, un ecosistema di tecnologie ad altissima obsolescenza. Respiratori, monitor, pompe per infusione, risonanze magnetiche. E anche quando si stanziano i fondi per il “nuovo”, la realtà si scontra con la difficoltà di messa a terra. Il Pnrr, nella Missione 6, ha destinato miliardi proprio a questo. Eppure, secondo i dati di monitoraggio (ad esempio, un report della CGIL di metà 2025), l’avanzamento dei lavori per le nuove strutture territoriali, come le “Case della Comunità“, procede a rilento: risulta completato solo il 3,5% delle strutture previste (appena 50 su 1.415) e speso solo il 17% dei fondi. La manutenzione, e persino la nuova costruzione, è la prima, vera forma di prevenzione, ma è anche la nostra fatica più grande. Dietro ogni diagnosi c’è il lavoro nascosto di un ingegnere clinico o di un tecnico biomedico che assicura che quella macchina funzioni H24, 7 giorni su 7. Quando una macchina si ferma, non si ferma solo un ingranaggio: si allungano le liste d’attesa, si ritarda una diagnosi oncologica, si mette a rischio un paziente in rianimazione. La manutenzione predittiva – quella che interviene prima del guasto – è la linfa vitale del sistema. È un investimento strategico che non “crea” nulla di nuovo, ma garantisce il funzionamento di tutto il resto. Il cuore del sistema: la manutenzione “umana”. Ma è nel terzo livello, quello assistenziale, che il concetto di “manutenzione” assume il suo significato più profondo e drammatico. Se gli edifici sono il contenitore e le tec nologie gli strumenti, la vera “manutenzione” è quella della persona. È il lavoro quotidiano, usurante e fondamentale del personale sanitario e socioassistenziale. L’infermiere che, turno dopo turno, previene le piaghe da decubito monitora i parametri vitali di un paziente cronico, gestisce una terapia complessa, non sta “costruendo” una nuova salute; sta “mantenendo” in vita il paziente, preservandone le funzioni e la stabilità. L’Operatore Socio-Sanitario (OSS) che si occupa dell’igiene, della mobilizzazione e dell’alimentazione di un non autosufficiente, sta compiendo l’opera di manutenzione più preziosa: quella della dignità umana. Questo concetto esplode quando dall’ospedale ci si sposta sul territorio. È qui che si combatte la vera battaglia per la sostenibilità del sistema. La più grande, e meno celebrata, “opera infrastrutturale” del nostro welfare è l’Assistenza Domiciliare Integrata (ADI). Un operatore che entra in casa di un anziano fragile per un’ora al giorno non sta solo somministrando una cura: sta “mantenendo” l’autonomia di quella persona, sta “mantenendo” l’equilibrio di una famiglia che fa da caregiver, e sta “mantenendo” in salute i conti pubblici, evitando un ricovero improprio che costerebbe alla collettività dieci volte tanto. Eppure, questa Italia della manutenzione umana è quella più in crisi. Soffre di una carenza strutturale di personale, di salari inadeguati, di contratti precari spesso gestiti da cooperative al ribasso, e di un burnout che sta svuotando i reparti e i servizi territoriali. Qui sta il paradosso. Mentre il Pnrr (Missione 6) finanzia la costruzione di (almeno 1.415) nuove “Case di comunità” – le “grandi opere” della sanità territoriale – il rischio è che queste restino splendidi contenitori vuoti. Perché abbiamo progettato i muri, ma ci siamo dimenticati di chi dovrà fare la manutenzione delle persone al loro interno. Celebrare l’Italia della manutenzione significa spostare il focus dal taglio del nastro alla gestione quotidiana. Significa capire che un Paese avanzato non è quello che costruisce di più, ma quello che si prende cura meglio di ciò che ha già: le sue strutture, le sue tecnologie e, soprattutto, le sue persone. voro usurante r il personale nitario e quello cioassistenziale ssistenza miciliare opera centrale nostro welfare ---End text--- Author: MARIA FRANCESCAASTORINO Heading: Highlight: Lavoro usurante per il personale sanitario e quello socioassistenziale L’assistenza domiciliare è l’opera centrale del nostro welfare In Italia il 60% degli edifici ha oltre 50 anni Apparecchi adeguati salvano da liste d’attesa e diagnosi tardive Image:Una sala operatoria al lavoro Rifiuti accatastati sotto un’ala di un polo ospedaliero -tit_org- Ospedali, serve la cura ordinaria -sec_org- tp:writer§§ MARIA FRANCESCAASTORINO guid§§ http://gimbe.telpress.it/news/2025/11/10/2025111001715004262.PDF §---§