title§§ Aumenta il Fondo sanitario ma cala la spesa rispetto al Pil
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Estratto da pag. 8 di "GAZZETTA DEL MEZZOGIORNO" del 25 Oct 2025
«Nel 2026 briciole ai medici e spinta al privato»
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tp:ocr§§ Aumenta il Fondo sanitario ma cala la spesa rispetto al Pil «Nel 2026 briciole ai medici e spinta al privato» lROMA. Con la legge di Bilancio 2026 alla sanità arriveranno risorse economiche aggiuntive ed il Fondo sanitario nazionale (Fsn): soprattutto nel 2026, crescerà, fino a toccare i 145 miliardi totali nel 2028 rispetto ai 136,5 del 2025. Ma la spesa per la sanità pubblica è in realtà «in diminuzione», dal momento che nel 2028 sarà pari al 5,6% del Pil contro l’attuale 6,3%. È l’analisi che la Fondazione Gimbe ha presentato in merito alla manovra: «Non c’è alcun rilancio del Servizio sanitario nazionale, mentre ai professionisti vanno solo briciole». Alla sanità, afferma Gimbe, sono aggiunti in totale 7,7 miliardi di euro: 2,4 nel 2026 e 2,65 nel 2027 e nel 2028. Nel 2028 il Fsn arriverà dunque a 145 miliardi di euro, ma scende al 5,9% del Pil. Nel 2026 si registra inoltre un gap di 6,8 miliardi di euro rispetto alle stime di spesa sanitaria: «La coperta delle regioni è sempre più corta e dal governo solo misure frammentate». Intanto, secondo il report, ai professionisti sanitari «vanno solo briciole, mentre le assunzioni di infermieri sono possibili solo dall’estero». «In termini assoluti - spiega il presidente Nino Cartabellotta - l’aumento di risorse per il triennio 2026-2028 risulta sostanzialmente uniforme, senza alcun segnale di rilancio progressivo del Fsn. Le risorse 2026 rischiano di disperdersi in mille rivoli, come in un tentativo di accontentare tutti senza un chiaro disegno strategico». E questo a fronte, ricorda, di 5,8 milioni di italiani che nel 2024 hanno dovuto rinunciare alle cure. In altri termini, chiarisce Cartrabellotta, «le cifre assolute per il 2026 appaiono consistenti perché includono risorse già stanziate dalle precedenti manovre, ma la quota di ricchezza del Paese investita in sanità, dopo il lieve rialzo del 2026, torna a diminuire». Insufficienti, per Gimbe, anche gli aumenti delle retribuzioni del personale sanitario: «Importi che non saranno sufficienti ad arrestare l’emorragia di medici dal pubblico». Un’analisi, quella di Gimbe, che «conferma le forti preoccupazioni per il futuro della sanità pubblica», commenta Marina Sereni, responsabile sanità del Pd: «Manca una visione complessiva, manca una programmazione delle priorità, si indicano tanti rivoli di spesa, mentre si trasferiscono fondi consistenti di nuovo verso i soggetti privati. Le Regioni si troveranno a fare i conti con fondi insufficienti e dovranno ancora una volta assumersi la responsabilità di tagliare i servizi o aumentare le tasse ai cittadini». Per Italia Viva, «il Governo Meloni continua a indebolire la sanità pubblica», mentre il Movimento 5 stelle rileva che «in vista del prossimo triennio mancano 25,1 miliardi di euro per il nostro Ssn». Nello stesso triennio, tuttavia, concludono i parlamentari M5s, l’esecutivo “prevede una spesa aggiuntiva cumulata di quasi 23 miliardi per le armi. Non crediamo ci possano più essere dubbi sulle priorità di [Ansa] Meloni e dei suoi». ---End text--- Author: Redazione Heading: Highlight: Image:GIMBE Il presidente della Fondazione Nino Cartabellotta torna a criticare la manovra del governo Meloni per l’insufficienza dei fondi destinati alla sanità nel triennio 2026-2028 . -tit_org- Aumenta il Fondo sanitario ma cala la spesa rispetto al Pil -sec_org-
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§---§
title§§ Un italiano su 10 rinuncia alle cure Ecco le ragioni
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Estratto da pag. 50 di "GIORNALE DI CANTÙ" del 25 Oct 2025
pubDate§§ 2025-10-25T05:32:00+00:00
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tp:ocr§§ RAPPORTO GIMBE Dati preoccupanti Un italiano su 10 rinuncia alle cure Ecco le ragioni Negli ultimi tre anni alla sanità sono andati 13,1 miliardi di euro in meno e 41,3 miliardi sono rimasti a carico delle famiglie. E un italiano su 10 ha rinunciato alle cure. E’ forse l’aspetto più drammatico che si evidenzia nell’8º Rapporto sul Servizio Sanitario Nazionale di Fondazione Gimbe. «Siamo testimoni di un lento ma inesorabile smantellamento del Servizio Sanitario Nazionale, che spiana inevitabilmente la strada a interessi privati di ogni forma - commenta Nino Cartabellotta, presidente della Fondazione Gimbe Continuare a distogliere lo sguardo significa condannare milioni di persone a rinunciare non solo alle cure, ma a un diritto fondamentale: quello alla salute. Da anni i Governi, di ogni colore politico, promettono di difendere il Servizio Sanitario Nazionale, ma nessuno ha mai avuto la visione e la determinazione necessarie per rilanciarlo con adeguate risorse e riforme strutturali. Le drammatiche conseguenze sono sotto gli occhi di tutti: aumento delle disuguaglianze, famiglie schiacciate da spese insostenibili, cittadini costretti a rinunciare a prestazioni sanitarie, personale sempre più demotivato che abbandona la sanità pubblica. E’ la lenta agonia di un bene comune che rischia di trasformarsi in un privilegio per pochi». Secondo i dati Istat, la spesa sanitaria per il 2024 ammonta a 185,12 miliardi: 137,46 miliardi di spesa pubblica (74,3%) e 47,66 miliardi privata di cui 41,3 miliardi (22,3%) pagati direttamente dalle famiglie e 6,36 miliardi (3,4%) da fondi sanitari e assicurazioni. L’86,7% della spesa privata, dunque, grava direttamente sui cittadini, mentre solo il 13,3% è intermediata. «La spesa delle famiglie – spiega Cartabellotta – viene inoltre “arginata” da fenomeni che riducono l’equità dell’accesso e peggiorano le condizioni di salute: limitazione delle spese per la salute, indisponibilità economica temporanea e, soprattutto, rinuncia alle prestazioni sanitarie». Un fenomeno esploso nel 2024 quando ha coinvolto 1 italiano su 10 (oltre 5,8 milioni di persone), ossia il 9,9% della popolazione, con marcate differenze regionali: dal 5,3% della Provincia autonoma di Bolzano al 17,7% della Sardegna. Nel Nordovest? La Lombardia con 10,3% è sopra la media nazionale così come la Liguria che si attesta al 10,1%; meglio (se così si può dire) il Piemonte con il 9,2%. Il quadro, però, è destinato a peggiorare, complice l’aumento della povertà assoluta che nel 2023 ha colpito 2,2 milioni di famiglie (8,4%). «L’aumento della spesa a carico delle famiglie – osserva Cartabellotta – rompe il patto tra cittadini e Istituzioni con milioni di persone costrette a pagare la sanità di tasca propria o, se indigenti, a rinunciare alle prestazioni. E soprattutto senza più la sicurezza di poter contare su una sanità pubblica che garantisca certezze». Dal punto di vista previsionale, il Documento Programmatico di Finanza Pubblica 2025 stima un rapporto spesa sanitaria/Pil stabile. Tuttavia, la Legge di Bilancio 2025 racconta come la quota di Pil destinata al FSN scenderà dal 6,1% del 2025-2026 al 5,9% nel 2027 e al 5,8% nel 2028. Questo divario tra previsione di spesa e finanziamento pubblico rischia di scaricarsi sui bilanci delle Regioni: 7,5 miliardi per il 2025, 9,2 miliardi nel 2026, 10,3 miliardi nel 2027, 13,4 miliardi nel 2028. «Senza un deciso rifinanziamento a partire dalla Legge di Bilancio 2026 – avverte Cartabellotta – questo divario tra stima di spesa e risorse allocate costringerà le Regioni a scelte dolorose per i propri residenti: ridurre i servizi o aumentare la pressione fiscale». Regioni che già devono fare i conti con un riparto del fondo sanitario lontano dall’equità. Infatti, in termini di pro-capite, nel 2024 la Liguria (con 2.261 euro) guida la classifica, seguita da Molise (2.235), Sardegna (2.235) e Umbria (2.232), tutte Regioni con un indice di vecchiaia elevato. Al contrario, escludendo le Province autonome, le Regioni più giovani ricevono quote pro-capite inferiori alla media naz
ionale: Campania (2.135 euro), Lombardia (2.154), Lazio (2.164) e Sicilia (2.166). Rispetto alla media nazionale di 2.181 pro-capite, nel 2024 il gap va dai +79,84 euro della Liguria ai -80,18 della Provincia autonoma di Bolzano. Differenze che in valori assoluti vanno dai +159,5 milioni del Piemonte ai -268,5 milioni della Lombardia. Il rapporto punta il dito anche contro il mancato adempimento dei Livelli Essenziali di Assistenza (punteggi comunque buoni per Piemonte e Lombardia, “cartellino giallo” per la Liguria) e sopratutto contro la mancanza di personale sanitario, in particolare di infermieri, così come di medici ma per questi ultimi non si tratta di carenza strutturale bensì di scelta di formarsi e poi lavorare o nel privato o all’estero: «Rimane incomprensibile – commenta ancora Cartabellotta – la scelta di formare più medici, senza prima attuare misure concrete per arginarne le fuga dalla sanità pubblica e restituire attrattività e prestigio alla carriera nel SSN. Ovvero rischiamo di investire denaro pubblico per regalare professionisti al privato o all’estero». l Erica Bertinotti ---End text--- Author: Redazione Heading: Highlight: La percentuale di Lombardia e Liguria è sopra la media nazionale Image: -tit_org- Un italiano su 10 rinuncia alle cure Ecco le ragioni -sec_org-
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title§§ Liguria: 68 milioni di euro per ridurre le liste d ' attesa
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Estratto da pag. 52 di "GIORNALE DI CANTÙ" del 25 Oct 2025
pubDate§§ 2025-10-25T05:43:00+00:00
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tp:ocr§§ IL PIANO L’assessore: «Vogliamo contrastare il fenomeno che porta molti cittadini a recarsi in strutture di altre regioni; dobbiamo essere attrattivi» Liguria: 68 milioni di euro per ridurre le liste d’attesa Il rapporto Gimbe, pur certificando il “lento, ma inesorabile smantellamento del servizio sanitario nazionale”, con la conseguenza che sempre più italiani rinunciano alle cure mediche, evidenzia per la Liguria un paio di “record” positivi: è la regione con la più alta percentuale di infermieri rispetto alla popolazione e quella che riceve il finanziamento pro capite più alto (2.261 euro) rispetto alle altre regioni. Quest’anno 80 euro in più rispetto al 2024. Questo per via dell’età media della popolazione, più alta rispetto al resto d’Italia. Tuttavia anche in Liguria si certifica che il 10,1% della popolazione rinuncia a curarsi, per i costi eccessivi della sanità privata, spesso unica alternativa a liste di attesa lunghe mesi (se non anni) per visite, esami, interventi chirurgici. La Regione, fin dal gennaio scorso ha messo in campo azioni per abbattere le liste d’attesa. L’ultima è di questi giorni, con uno stanziamento aggiuntivo di 68 milioni di euro – annunciato giovedì scorso dall’assessore regionale Massimo Nicolò insieme a Paolo Bordon, direttore generale di Area Salute e Servizi Sociali - per aumentare l’offerta di prestazioni sanitarie e «contrastare il fenomeno che porta molti cittadini liguri a spostarsi in altre regioni per ricevere cure e prestazioni sanitarie, con un disagio per i pazienti e per le loro famiglie e un conseguente aggravio economico per il Servizio sanitario regionale». Il Piano approvato ha un duplice obiettivo: aumentare l’offerta di prestazioni in Liguria e migliorare l’attrattività delle strutture regionali. «Puntiamo a ridurre le liste d’attesa e a garantire cure di qualità sempre più accessibili – spiega Nicolò – Ridurre la mobilità passiva significa permettere ai pazienti di curarsi vicino a casa, senza spostamenti gravosi e valorizzare le professionalità e le strutture liguri, rafforzando la fiducia nel nostro Sistema sanitario. Il Piano rappresenta uno sforzo importante che prevede il potenziamento dell’attività nelle strutture pubbliche, insieme a una riorganizzazione delle liste d’attesa e a una presa in carico più proattiva dei pazienti. Inoltre, il coinvolgimento delle strutture private accreditate non comporta un esborso per i cittadini in quanto, le stesse, lavorano in nome e per conto del nostro Sistema sanitario e possono offrire anche prestazioni ad alta complessità». Il piano prevede oltre 24 milioni di euro quest’anno, che saliranno a 44 milioni annui dal 2026, destinati all’incremento dell’attività chirurgica, in particolare in ortopedia, cardiologia e cardiochirurgia nelle strutture pubbliche e private accreditate che, a oggi, erogano solamente il 6,7% delle prestazioni ospedaliere rispetto alla produzione complessiva, una quota molto inferiore rispetto ad altre regioni che riescono così a trattenere più pazienti sul proprio territorio. «Questo provvedimento nasce da un’analisi della mobilità sanitaria interregionale – aggiunge Bordon - dalla quale emerge che la Liguria ha un indice di vecchiaia tra i più alti in Italia e quindi una domanda molto elevata di prestazioni sanitarie, destinata a crescere con l’invecchiamento della popolazione. A questo si aggiunge un tasso di occupazione molto alto nei reparti di ortopedia, che nelle strutture pubbliche liguri raggiunge in media l’85% e la carenza di anestesisti dedicati all’attività operatoria, diminuiti del 15% negli ultimi 5 anni. Il Piano prevede la proroga degli accordi bilaterali con Emilia-Romagna e Toscana e la stipula di nuove intese con Lombardia e Piemonte, così da rafforzare la cooperazione con le regioni confinanti e ridurre il ricorso a mobilità sanitaria non programmata». La Liguria ha un saldo di mobilità negativo che ammonta a circa 79 milioni: la mobilità passiva ospedaliera è pari a 158 milioni, dove le principali aree di fuga sono rappresentate da ortopedia (44%), cardiologia (12
,8%) e malattie del sistema nervoso (8 %). La mobilità attiva, che si riferisce ai cittadini che raggiungono la Liguria per ricevere prestazioni sanitarie, è invece pari a 78,5 milioni e registra tre aree a maggiore attrattività: quella ortopedica (18%), cardiologica (14,9%) e neurologia (13,1%). l Andrea Moggio ---End text--- Author: Andrea Moggio Heading: Highlight: Image:MASSIMO NICOLÒ -tit_org- Liguria: 68 milioni di euro per ridurre le liste d ’ attesa -sec_org-
tp:writer§§ Andrea Moggio
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title§§ Oggi l'ultima giornata della manifestazione Partecipano Fornero, Patuelli, Deaglio e Gilli
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Estratto da pag. 43 di "STAMPA TORINO" del 25 Oct 2025
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tp:ocr§§ Oggi l’ultima giornata della manifestazione Partecipano Fornero, Patuelli, Deaglio e Gilli “Tuttosoldi – festa dell’educazione finanziaria” si conclude al Collegio Carlo Alberto. Alle 10, è previsto l’incontro “Le Banche di domani” con il presidente di Abi, Antonio Patuelli, e la mattinata proseguirà con sessioni sui finanziamenti per le imprese femminili, con Pietro Reichlin sulla moneta digitale e con Mario Deaglio su borse e mercati. Nel pomeriggio, dalle 15, si parlerà di criptovalute con Salvatore Rossi, ex dg di Bankitalia, di sanità e welfare con Nino Cartabellotta (Fondazione Gimbe), di pensioni con l’ex ministra Elsa Fornero, per concludere alle 17 con un’intervista sul diritto allo studio con il presidente di Compagnia di San Paolo, Marco Gilli. In parallelo, continuano anche le sessioni di gioco per ragazzi organizzate dai partner dell’evento. Per prenotazioni e streaming iscrizioni consultare il sito https: //eventi. lastampa. it/tuttosoldi ---End text--- Author: Redazione Heading: Highlight: Image: -tit_org- Oggi l’ultima giornata della manifestazione Partecipano Fornero, Patuelli, Deaglio e Gilli -sec_org-
tp:writer§§ REDAZIONE
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§---§
title§§ Intervista a Nino Cartabellotta - «Sanità, la Sardegna deve Investire di più sulla rete territoriale»
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Estratto da pag. 2 di "UNIONE SARDA" del 25 Oct 2025
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tp:ocr§§ «Sanità, la Sardegna deve investire di più sulla rete territoriale» Nino Cartabellotta: la crisi è strutturale e il Governo non riesce a invertire la rotta INTERVISTA Il presidente della Fondazione Gimbe ieri a Cagliari per l’incontro “Facciamo il punto”, che prosegue oggi all’Exmà 0 «La salute è un diritto, non un privilegio», ripete come un mantra Nino Cartabellotta, il medico che guida la Fondazione Gimbe, l’organismo indipendente che, prima nei tempi bui del Covid, con i puntuali e seguitissimi monitoraggi su contagi, morti e vaccini, ora con i rapporti sul precario stato dei sistemi sanitari nazionale e regionali, è diventato un riferimento imprescindibile per i media, gli operatori, le istituzioni e, soprattutto, per il grande pubblico. Sessant’anni, palermitano, specialista in Gastroenterologia e in Medicina interna, promotore dell’integrazione delle migliori evidenze scientifiche in tutte le decisioni politiche, manageriali, professionali che riguardano la salute delle persone, Cartabellotta ieri era a Cagliari per partecipare a “Facciamo il punto”, la due giorni (anche oggi all’Exma’) di dibattiti, idee e confronto per parlare di pace, intelligenza artificiale, economia, giovani e tanto altro, «una riflessione – spiega il senatore dem Marco Meloni che l’ha organizzata – per dimostrare che un governo progressista, capace di unire Pd e le altre forze democratiche e progressiste, non solo è possibile, ma è necessario. E la Sardegna può e deve essere il laboratorio di questo progetto». Dottor Cartabellotta, domanda di rito, come sta la sanità in Italia? «La sanità italiana vive una crisi strutturale, non più emergenziale. Dopo anni di definanziamento progressivo, il Servizio Sanitario Nazionale sta perdendo la sua capacità di garantire equità e universalismo, mentre aumentano le diseguaglianze territoriali e la spesa privata dei cittadini, che nel 2024 ha superato 41 miliardi di euro. Quasi 6 milioni di persone hanno rinunciato a prestazioni sanitarie per motivi economici o per i tempi d’attesa. In questo contesto, il Servizio sanitario rischia di trasformarsi da diritto universale a sistema a due velocità: pubblico per chi non può permettersi altro e privato per chi dispone di maggiori risorse». 0 Con la prossima Manovra il Governo sta cercando di invertire la rotta? «Purtroppo no. La Manovra stanzia 2,4 miliardi per il 2026 e 2,65 miliardi per il 2027 e il 2028, ma in larga parte si tratta di risorse già previste o destinate a coprire aumenti contrattuali. In rapporto al Pil, il Fondo Sanitario Nazionale salirà solo temporaneamente al 6,16% nel 2026, per poi scendere al 5,93% nel 2028. Un segnale di arretramento, non di rilancio». Le misure previste non saranno efficaci? «Le misure come assunzioni straordinarie, potenziamento della prevenzione, aggiornamento delle tariffe sono utili ma frammentate. Manca una strategia di sistema, un piano pluriennale che riporti la sanità pubblica al centro dell’agenda politica. In sintesi, siamo di fronte a un’operazione di manutenzione ordinaria e l’auspicata inversione di rotta, ancora una volta, è rimandata alla prossima Manovra». Ovunque mancano medici e infermieri: come si può rimediare? «Non è tanto un problema di numeri quanto di attrattività. 0 0 In Italia i i medici ci sono, ma sempre meno scelgono di lavorare nel pubblico. Le ragioni sono chiare: retribuzioni basse, carichi di lavoro insostenibili, burocrazia crescente e scarsa valorizzazione professionale. Per gli infermieri la situazione è ancora più grave: gli organici sono insufficienti e il numero di iscritti ai corsi di laurea continua a diminuire. Servono interventi strutturali». Ad esempio? «Eliminare i tetti di spesa per il personale, rendere i contratti più competitivi, migliorare le condizioni di lavoro e introdurre percorsi di carriera motivanti. Nel breve periodo sarà inevitabile ricorrere a reclutamenti dall’estero, ma la vera sfida è restituire dignità e attrattività alle professioni sanitarie, oggi schiacciate tra responsabilità enormi e riconoscimenti minimi». Dramma liste d’atte
sa: le azioni messe in campo a livello nazionale e regionale sono un flop. Ne usciremo mai? «Le liste d’attesa sono il sintomo più evidente di un sistema che non riesce più a rispondere alla domanda di salute. Finché non si interviene sulle cause strutturali – carenza di personale, definanziamento, disorganizzazione della rete territoriale – nessuna misura tampone potrà funzionare. Le prestazioni aggiuntive aiutano? «Gli straordinari o le prestazioni aggiuntive dei professionisti, finanziate anche dalla Manovra, servono solo a guadagnare tempo, ma non risolvono il problema. Anzi, la logica del “più lavori, più ti pago”, 0 pur defiscalizzata, è difficilmente sostenibile in un contesto di burnout diffuso. Serve una strategia integrata: investire sull’efficienza organizzativa, potenziare la sanità territoriale, utilizzare in modo appropriato la telemedicina e riorganizzare l’offerta tra pubblico e privato convenzionato, garantendo trasparenza e priorità ai pazienti più fragili». La Sardegna è ultima in Italia sulla maggior parte degli indicatori Lea. «Sì, la Sardegna è una delle regioni che più risente delle diseguaglianze strutturali del Sistema sanitario. Pur risultando adempiente ai Livelli Essenziali di Assistenza, gli ultimi dati mostrano performance inferiori alla media nazionale, con criticità marcate nell’area ospedaliera e nella medicina territoriale. In molte zone dell’isola i cittadini faticano persino a trovare un medico di famiglia, con conseguente ricorso inappropriato ai pronto soccorso e un tasso di rinuncia alle cure che ha raggiunto il 17,2% della popolazione, contro una media nazionale del 9,9%. Ancora, l’aspettativa di vita in Sardegna, pari nel 2024 a 82,8 anni contro una media nazionale di 83,4, è un indicatore eloquente: quando il sistema pubblico arretra, la salute peggiora. Serve un’azione di riequilibrio forte e continuativa, perché le differenze territoriali non sono solo un problema sanitario, ma anche sociale e di coesione nazionale». Che consigli darebbe all’assessore Bartolazzi? «Prima di tutto, costruire una visione di lungo periodo. La Sardegna deve puntare su una programmazione stabile, che metta al centro il territorio e le persone. Occorre investire sulla rete dei servizi territoriali, completando e rendendo operative le Case della Comunità e i servizi di assistenza domiciliare, oggi ancora troppo deboli. È poi indispensabile lavorare sul personale sanitario: aumentare l’attrattività delle strutture pubbliche, ridurre la precarietà, promuovere formazione e incentivi per trattenere i professionisti sull’Isola. Infine, è fondamentale utilizzare in modo efficiente le risorse del Pnrr e applicare con coerenza gli standard del Dm 77, che rappresentano un’occasione concreta per modernizzare la sanità sarda e renderla più vicina ai cittadini». Cristina Cossu ---End text--- Author: Cristina Cossu Heading: INTERVISTA Il presidente della Fondazione Gimbe ieri a Cagliari per l’incontro “Facciamo il punto”, che prosegue oggi all’Exmà Highlight: Image:0 ???? SALUTE Due medici in una corsia d’ospedale, sotto, Nino Cartabellotta, 60 anni, presidente della Fondazione Gimbe, ieri a Cagliari (foto Anedda) 0 -tit_org- Intervista a Nino Cartabellotta - «Sanità, la Sardegna deve Investire di più sulla rete territoriale» -sec_org-
tp:writer§§ Cristina Cossu
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title§§ Braccialetti anti aggressione per medici e infermieri
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Estratto da pag. 8 di "AVVENIRE" del 25 Oct 2025
pubDate§§ 2025-10-25T03:55:00+00:00
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category§§ POLITICA SANITARIA
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tp:ocr§§ Braccialetti anti aggressione per medici e infermieri I quattro Pronto Soccorso dell’Ulss 9 della provincia di Verona, negli ospedali di San Bonifacio, Legnago, Villafranca e Legnago, e il punto di Primo Intervento dell’Ospedale di Malcesine, hanno dotato i propri operatori di braccialetti per permettere un tempestivo intervento in caso di aggressioni o situazioni di pericolo. Si tratta di “braccialetti telefonici” dotati di un pulsante rosso e di uno verde. In caso di situazione a rischio, il personale preme il rosso: scatta immediatamente il contatto diretto con una Centrale di controllo che a sua volta fa scattare l’intervento del 112, oltre ad allertare il restante personale. Il tempo stimato di attesa per l’arrivo dei soccorsi è di tre minuti. Il progetto, sostenuto dalla Regione Veneto, prevede una prima fornitura di 290 dispositivi. ---End text--- Author: Redazione Heading: Highlight: Image: -tit_org- Braccialetti anti aggressione per medici e infermieri -sec_org-
tp:writer§§ REDAZIONE
guid§§ http://gimbe.telpress.it/news/2025/10/25/2025102501787906017.PDF
§---§
title§§ Un nuovo modello di sanità
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Estratto da pag. 40 di "CORRIERE DELLA SERA" del 25 Oct 2025
pubDate§§ 2025-10-25T03:55:00+00:00
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tp:ocr§§ UN NUOVO MODELLO DI SANITÀ Le proposte Una riforma bipartisan per la salute del futuro Equità, prevenzione e innovazione: perché non si può aspettare L a sanità non ha colore, non è di destra né di sinistra, eppure è da sempre uno dei più accesi terreni di scontro politico. È stata oggetto di sottofinanziamento e tagli da parte di tutti i governi negli ultimi decenni. Quasi per miracolo, grazie alla sua straordinaria autorevolezza e al particolare momento di unità nazionale, pochi mesi dopo l’assassinio di Aldo Moro, Tina Anselmi riuscì a far approvare nel dicembre 1978 la legge di riforma del nostro Servizio sanitario (sebbene anche qui ci furono i contrari, Pli e Msi). La crisi del nostro Ssn è sotto gli occhi di tutti, e nessuno, proclami e retorica a parte, ha soluzioni facili e proposte concrete. Da qui bisogna partire con umiltà e spirito bipartisan per pensare a una nuova riforma che guardi al futuro della nostra salute, termine che comprende non solo la sanità ma anche tutto quello che vi ruota attorno. Abbiamo bisogno di una riforma che garantisca equità di accesso alle cure, eguaglianza della salute e delle terapie a parità di bisogni, dal Nord al Sud del Paese. Paese ancora profondamente diviso non solo nella qualità e accessibilità dei servizi ma addirittura nella aspettativa di vita. Tutto questo è ancora oggi economicamente sostenibile, l’universalismo sanitario è ancora possibile, quando ormai un quarto della spesa sanitaria è privata, out of pocket? La Corte costituzionale ha affermato che la sanità è una «spesa costituzionalmente necessaria», come ci ricorda il recente libro di Luca Antonini e Stefano Zamagni «Pensare la sanità», ovvero deve avere priorità assoluta per lo Stato sulle altre voci di spesa, ma come fare? La nuova legge di Bilancio stanzia 2,4 miliardi di euro aggiuntivi per il 2026 rispetto all’aumento già previsto per il finanziamento del Ssn, concentrandosi su nuove assunzioni di medici e infermieri e aumenti salariali. Un punto importante perché i nostri professionisti sono tra i peggio pagati in Europa e l’esodo verso altri Paesi va arrestato, ma oltre a più soldi (quelli previsti sono pochi ma sono un segnale nella giusta direzione) bisogna offrire un futuro, prospettive di crescita: ripensare le carriere garantendo guadagni proporzionali al merito. La prevenzione primaria è forse lo snodo principale sul quale centrare le nostre politiche sulla salute, senza questa il sistema diventerà in breve tempo insostenibile. Dobbiamo investire sulla promozione di stili di vita sani, vaccinazioni, profilassi delle malattie. Per questo le accise sui prodotti nocivi per la salute, come quelle sul fumo e quelle sugli alcolici, dovrebbero necessariamente prevedere una quota destinata a sanità e ricerca scientifica, anche per affermare un principio di salute pubblica. Ma questo è solo il punto di partenza. È percepito da più parti come indispensabile un cambiamento di approccio alla gestione del sistema salute, quello tayloristico dei DRG e dei rimborsi a prestazione, strettamente ancorato a valutazioni meramente economiche di risultato sulla singola attività, ha fatto il suo tempo e non rappresenta più la complessità del percorso del paziente e del risultato delle cure, né tantomeno la qualità erogata. Una riflessione in questo senso va fatta, l’aziendalizzazione ha permesso un efficientamento del sistema ma ha anche prodotto distorsioni disfunzionali. Lo sviluppo di una scuola di specializzazione per medici di medicina generale, perseguita anche dall’attuale governo, è un altro snodo importante per colmare la grave carenza di professionisti sul territorio e garantire loro, anche coinvolgendoli nelle posizioni accademiche, una pari dignità professionale. Ripensare l’assistenza primaria è uno dei punti fondamentali nel riformare il nostro modello sanitario. Sono almeno 20 anni che si discute di continuità assistenziale ma concretamente le esperienze sono poche e isolate, e anche le strutture previste dal Pnrr faticano a decollare, dobbiamo implementare progetti di sanità di prossim
ità, di assistenza a domicilio (il cosiddetto hospital at home), anche grazie alle nuove tecnologie, per non far gravare tutto il peso dell’assistenza sugli ospedali. Manca in tutto il Paese una rete di collegaILLUSTRAZIONE DI DORIANO SOLINAS mento tra ospedali di terzo livello che permetta ai pazienti di accedere alle cure di cui necessitano nella migliore sede possibile, superando barriere regionali fuori tempo, come ad esempio nel campo delle malattie rare, ma non solo. La digitalizzazione, così come il regolato ricorso alle nuove tecnologie di AI, è indispensabile sia per essere al passo con i tempi che per garantire un accesso equanime ai dati sanitari, ma anche per dare continuità all’assistenza e permettere risparmi di risorse anche umane oggi sempre più difficili da reperire. Sgravando anche il sistema di un peso burocratico che sta diventando soffocante. L’assistenza non può più oggi essere slegata dalla ricerca, gli IRCCS devono diventare il perno sul quale fare leva per un rilancio delle nostre importanti risorse professionali. Una ricerca che potrebbe essere meglio indirizzata dal ministero e che dovrebbe avere come altra colonna portante il mondo universitario. Non da ultimo va affrontato con coraggio il grande tema della non autosufficienza: oggi 3,1 milioni di persone in Italia versano in condizioni di grave disabilità, il 60% sono donne. La recente legge è ancora in fase di implementazione e a tutt’oggi non sembra aver inciso nel vivo. Bisogna immaginare di introdurre meccanismi di compartecipazione e assicurazione, fin dalla giovane età, facendo attenzione che queste ultime servano a espandere le risorse a disposizione per la copertura dei servizi e non a sganciarsi dall’offerta pubblica. Infine il privato, la cui partecipazione al sistema sanitario è ormai imprescindibile, va usato e regolato nel suo coinvolgimento nel Ssn, senza falsi ideologismi di una o dell’altra parte, ma in modo pensato e ragionato. Le differenze regionali vanno abbattute, l’Italia è una e una sola, anche se declinata nelle regioni, e chi vive al Sud ha diritto ad avere le stesse cure dei cittadini del Nord. Un compito non facile ma che andrà affrontato con coraggio. Il terzo settore fa tantissimo nel nostro Paese, sia nell’assistenza che nella ricerca (si pensi solo allo straordinario impegno di ricerca sostenuto da AIRC, ma gli esempi sono molti), e va riconosciuto e valorizzato con forza. Negli ultimi mesi qualcosa si è mosso e per la prima volta da molti anni, soprattutto su spinta della Lombardia, si comincia a parlare di una nuova riforma sanitaria che parta dalle Regioni, è una speranza su cui tutti noi nutriamo grandi aspettative. © RIPRODUZIONE RISERVATA ---End text--- Author: Sergio Harari Heading: Highlight: Image:ILLUSTRAZIONE DI DORIANO SOLINAS -tit_org- Un nuovo modello di sanità -sec_org-
tp:writer§§ Sergio Harari
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title§§ Medici, stipendi top a Bolzano
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Estratto da pag. 24 di "ITALIA OGGI" del 25 Oct 2025
PoiTrento, Basilicata, Piemonte, Molise. Sardegna ultima
pubDate§§ 2025-10-25T03:55:00+00:00
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tp:ocr§§ I dati del Centro di ricerca Rep. La media è 89.678 euro. In arrivo aumenti dalla Manovra Medici, stipendi top a Bolzano Poi Trento, Basilicata, Piemonte, Molise. Sardegna ultima a Sardegna è la regione che paga di meno i propri medici, con uno stipendio medio di 74.500 euro. All’opposto i camici bianchi meglio retribuiti si trovano in Trentino Alto Adige con una media di 155.354 euro a Bolzano e 113.392 euro a Trento. Cifre molto al di sopra della media nazionale che è pari a 89.678 euro. Nella retribuzioni dei medici le regioni italiane mostrano un quadro estremamente variegato, non riconducibile alla tradizionale spaccatura Nord-Sud. Al Nord tutte le regioni, ad eccezione dell’Emilia Romagna (87.727) e del Friuli Venezia Giulia (85.364), si collocano al di sopra dello stipendio medio nazionale. Al Centro la situazione è più omogenea con valori compresi tra 85.000 e 90.000 euro, mentre al Sud il quadro è più frammentato, in quanto coesistono Regioni con valori al di sopra della media nazionale (Sicilia, Basilicata, Molise e Calabria) e altre con valori inferiori (Sardegna, Campania, Abruzzo e Puglia). Le discrepanze non derivano dal trattamento economico tabellare, uniforme a livello nazionale, ma dalle componenti accessorie della retribuzione, come indennità, straordinari e incarichi aggiuntivi, oltre che dalla diversa composizione del personale in termini di età e qualifiche. Ad esempio, i valori delle Province Autonome di Trento e Bolzano sono significativamente al di sopra della media, poiché in entrambe le Ast di riferimento ai medici vengono erogate indennità fisse e accessorie più elevate. E’ quanto emerge dal Report annuale sulle aziende sanitarie del Centro di ricerca Rep, spin off tecnico-scientifico di Fondazione Etica, che dopo aver passato ai raggi l’X gli indici di capacità amministrativa delle Asl italiane (mettendo sul podio Bolzano, Aosta e Reggio Emilia, si veda ItaliaOggi del 14 ottobre) ha dedicato un’analisi ad hoc sugli stipendi dei camici bianchi. Cosa prevede la Manovra Il tema è di stretta attualità, visto che la Manovra 2026 ha stanziato 450 milioni per l’assunzione di personale sanitario a tempo indeterminato, con l’obiettivo di “garantire la riduzione delle liste di attesa e il rispetto dei tempi di erogazione delle prestazioni sanitarie”. L Il governo, come dichiarato da Giorgia Meloni, punta ad assumere 6.300 infermieri e ulteriori 1.000 medici nel 2026 e a rendere più pesanti le busta paga di chi è già in corsia, con i camici bianchi che dovrebbero ricevere 3mila euro lordi annui in più (230 euro lordi al mese) mentre agli infermieri andranno 1630 euro lordi in più all'anno (circa 125 lordi al mese). Quanto pagano le singole Ast Scomponendo l’analisi a livello delle singole Aziende sanitarie territoriali, la ricerca scopre dati interessanti. Per esempio che dietro Bolzano, “isola felice” dei camici bianchi, Potenza (con una media di 117.352 euro) offre stipendi simili a quelli Alessandria (dove un medico guadagna in media 118.849 euro). E dietro Trento (113.392 euro) spunta Avellino con 107.864 euro. All’opposto, l’Azienda Toscana Centro (che comprende i territori di Firenze, Prato, Pistoia ed Empoli) si colloca agli ultimi posti della graduatoria degli stipendi (80.747 euro) al pari di Sassari, con un valore poco superiore a 80mila euro, comunque in linea con quello registrato dalle altre Ast della regione Toscana, tutte con valori inferiori alla media nazionale. Come si vede, non sono le Ast di grandi dimensioni a guidare la classifica, bensì entità medie, con bacini di utenza ampi ma più gestibili. “Osservando quanto restituito dai dati”, commenta Paola Caporossi, presidente ad honorem della Fondazione guidata da Gregorio Gitti, “emerge come sia proprio questa scala intermedia a consentire un equilibrio migliore: da un lato, sufficienti risorse per attivare indennità e meccanismi premianti, dall’altro, una gestione più snella e ravvicinata al personale, che evita la dispersione tipica delle Ast più grandi”. Un discorso a parte merita la Lombardia che dal 2015 ha u
na struttura organizzativa della sanità (divisa tra Ats e Asst) non comparabile con quella delle altre regioni e quindi non è stata inclusa nella rilevazione. La regione paga ai medici stipendi medi di 90.424 euro con punte di 108.949 euro nella Asst Valtellina e Alto Lario. Gli stipendi più “poveri” sono quelli della Asst Santi Paolo e Carlo di Milano con una media di 83.750 euro. ---End text--- Author: FRANCESCO CERISANO Heading: Highlight: Image:La Mappa degli stipendi ai camici bianchi Ente Retribuzione media dei medici in euro Provincia autonoma di Bolzano 155.354 Provincia autonoma di Trento Ente Retribuzione media dei medici in euro Media Italia 89.678 Lazio 88.926 113.392 Campania 88.406 Basilicata 99.832 Marche 88.106 Piemonte 98.005 Emilia-Romagna 87.727 Molise 97.648 Umbria 87.254 Valle d’Aosta 95.690 Calabria 94.784 Abruzzo 85.626 Friuli-Venezia Giulia 85.364 85.115 Veneto 90.861 Lombardia 90.424 Puglia Sicilia 90.164 Toscana 83.029 Liguria 90.044 Sardegna 74.672 Fonte: Elaborazioni Centro di ricerca Rep-Fondazione Etica su dati Mef 2023 -tit_org- Medici, stipendi top a Bolzano -sec_org-
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title§§ Salute, aumentano gli esami gratuiti = Prestazioni gratis e ticket ridotti per milioni di cittadini italiani
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Estratto da pag. 10 di "QUOTIDIANO DEL SUD L'ALTRA VOCE DELL' ITALIA" del 25 Oct 2025
Intanto l'Ufficio parlamentare di Bilancio lancia l'allarme sulla crescita
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tp:ocr§§ Aggiornati dopo otto anni i Livelli essenziali di assistenza: dalle malattie dell’alimentazione all’oncologia Salute, aumentano gli esami gratuiti Intanto l’Ufficio parlamentare di Bilancio lancia l’allarme sulla crescita LA SANITÀ Via libera ai nuovi Livelli di assistenza (Lea) Prestazioni gratis e ticket ridotti per milioni di cittadini italiani di MAUTONE e ROMAGNO opo otto anni dall’ultimo aggiornamento, i nuovi Livelli Essenziali di Assistenza (LEA) entreranno presto in vigore, portando nuove prestazioni gratuite o con ticket ridotti per milioni di cittadini italiani. Tra le principali novità, ci sono screening neonatali estesi, prevenzione oncologica e terapie psicoeducazionali per i disturbi dell'alimentazione. I nuovi LEA prevedono screening neonatali estesi ad otto malattie rare per le quali oggi esistono cure efficaci. Nel frattempo, l’Ufficio parlamentare di bilancio lancia l’allarme sulla crescita: nel terzo trimestre l’economia italiana è in stagnazione, pesano le guerre in corso e i dazi imposti dall’amministrazione americana guidata da Donald Trump. alle pagine IX e X D opo otto anni dall'ultimo aggiornamento, i nuovi Livelli Essenziali di Assistenza (LEA) entreranno presto in vigore, portando nuove prestazioni gratuite o con ticket ridotti per milioni di cittadini italiani. Tra le principali novità, ci sono screening neonatali estesi, prevenzione oncologica e terapie psicoeducazionali per i disturbi dell'alimentazione. I nuovi LEA prevedono screening neonatali estesi ad 8 malattie rare per le quali oggi esistono cure efficaci. Screening neonatale esteso che sarà possibile effettuare entro 30 giorni dalla nascita per diagnosticare malattie rare e gravi, come l'Atrofia Muscolare Spinale (SMA, sperimentale dal 2019) e le Immunodeficienze combinate gravi (SCID). Questo permetterà di identificare precocemente le patologie e avviare tempestivamente le cure necessarie. Sul fronte della prevenzione oncologica scatta la sorveglianza attiva per donne a rischio genetico di tumori alla mammella e all'ovaio che potranno beneficiare di una sorveglianza attiva D grazie all'analisi dei geni BRCA1 e BRCA2. Questo permetterà di individuare precocemente eventuali tumori e aumentare le possibilità di cura anche nell’ambito della stessa famiglia. Entrano poi nel novero delle patologie assicurate dal Servizio sanitario nazionale le terapie psicoeducazionali per i disturbi dell'alimentazione e della nutrizione, con sedute individuali e di gruppo. Questo permetterà di fornire un supporto più completo e personalizzato alle persone affette da questi disturbi. Previste esenzioni dal ticket per tre nuove patologie croniche: la sindrome fibromialgica, l'idrosadenite cronica suppurativa e la malattia polmonare da micobatteri non tubercolari. Questo permetterà di ridurre i costi sanitari per le persone affette da queste patologie. Prestazioni specialistiche per il controllo della gravidanza fisiologica, maggiore supporto alle future mamme, aggiornamento degli elenchi delle malattie rare per garantire un'assistenza sanitaria più appropriata e moderna, revisione delle tariffe di rimborso oggi escluse per per i ricoveri ospedalieri ad alto rischio di inappropriatezza alcune delle altre novità introdotte dai nuovi LEA che entreranno in vigore dopo la pubblicazione in Gazzetta Ufficiale e l'approvazione definitiva da parte del Parlamento. Nel piatto ci sono risorse, per garantire la sostenibilità di tutte le misure, per circa 150 milioni di euro ma molte novità sono ad impatto economico zero, garantite sul piano clinico e organizzativo a fronte della eliminazione dal documento Lea di prestazioni non più attuali, ormai ai margini delle attività di cura in termini di appropriatezza ed efficacia. Il nuovo elenco dei Lea estende il novero delle prestazioni ambulatoriali e diagnostiche assicurate a carico dello Stato: arrivano il test prenatale non invasivo (NIPT) su DNA fetale per le trisomie (13, 18, 21), l’elastografia epatica (Fibroscan) per la fibrosi del fegato non invasiva alternativa alla biopsia. Ritorna anche i
l dosaggio dell’LH tanto utilizzato nelle procedure di Pma. E poi garantito il test genetico CYP2C9 per l’ottimizzazione farmacogenomica delle terapie nella sclerosi multipla. Assicuratianche i nuovi dispositivi protesici per non vedenti e un dispositivo intraorale per la sindrome di Lesch-Nyhan e l’aggiornamento degli elenchi di prestazioni colletarali a patologie già incluse come asma grave, psicosi, colite ulcerosa, epatite cronica e cirrosi epatica, con nuovi test diagnostici, percorsi di follow-up più accurati e criteri di appropriatezza terapeutica rafforzati. curare Sma, omialgia oressia si pagherà ---End text--- Author: ETTORE MAUTONE Heading: Highlight: Per curare Sma, fibromialgia e anoressia non si pagherà Image:Stanziati 150 milioni, ma molte novità sono a impatto zero -tit_org- Salute, aumentano gli esami gratuiti Prestazioni gratis e ticket ridotti per milioni di cittadini italiani -sec_org-
tp:writer§§ Ettore Mautone
guid§§ http://gimbe.telpress.it/news/2025/10/25/2025102501787106025.PDF
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