title§§ Pnrr, Molise primo in Italia per le case di comunità link§§ http://gimbe.telpress.it/news/2025/09/29/2025092901815305284.PDF description§§

Estratto da pag. 2 di "PRIMO PIANO MOLISE" del 29 Sep 2025

pubDate§§ 2025-09-29T06:01:00+00:00 arguments§§ http://gimbe.telpress.it/news/2025/09/29/2025092901815305284.PDF category§§ GIMBE subcategory§§ {'domain': ''} source§§ {'href': 'http://gimbe.telpress.it/news/2025/09/29/2025092901815305284.PDF', 'title': 'PRIMO PIANO MOLISE'} tp:url§§ tp:attach_fn§§ http://gimbe.telpress.it/news/2025/09/29/2025092901815305284.PDF tp:ocr§§ L’assessore Michele Iorio rivendica il risultato: «Un lavoro difficile ma concreto, sbloccati i cantieri e rispettato il target» Pnrr, Molise primo in Italia per le case di comunità CAMPOBASSO. Il Molise si piazza al primo posto in Italia per utilizzo dei fondi Pnrr destinati alle case della comunità. A certificarlo è il monitoraggio della Fondazione Gimbe, che promuove il lavoro svolto negli ultimi mesi sul territorio regionale. A sottolinearlo è l’assessore regionale Michele Iorio, con delega al Coordinamento Pnrr, che rivendica il risultato come frutto di un percorso complesso e tutt’altro che scontato. «Lo avevo annunciato lo scorso luglio - spiega -. Per la stampa questa è una sorpresa, ma per noi no. Abbiamo dovuto affrontare una situazione stagnante, sbloccare interventi fermi e rimettere in moto una macchina inceppata». Un lavoro, sottolinea il consigliere, reso possibile grazie al sostegno del presidente della Giunta, alla collaborazione della Direzione generale della Salute, della dirigenza Asrem - soggetto esecutore delle opere della Missione Salute - e del team di esperti Pnrr. «L’assessorato aggiunge - è stato costretto a intervenire persino contro la volontà della struttura commissariale alla sanità, che era già pronta a rinunciare ai fondi messi a disposizione per il Molise». Dall’avvio dei cantieri il 25 luglio, i risultati iniziano a concretizzarsi. «Larino è solo il primo esempio - prosegue Iorio -. A breve partiranno i lavori anche a Venafro, Isernia, Termoli, Bojano, Frosolone, solo per citarne alcuni. Sono in corso anche gli interventi sugli ospedali di comunità di Larino e Venafro e sulle centrali operative territoriali, target già raggiunto». Iorio sottolinea inoltre come, grazie al cronoprogramma avviato e al lavoro di monitoraggio dei nuovi responsabili unici del procedimento, il Molise sia in grado di rispettare l’obiettivo fissato dal Pnrr per il 30 giugno 2026: «L’andamento dei lavori delle ditte appaltatrici ci consente di dire con certezza che il target sarà raggiunto». Soddisfazione è arrivata anche dal Ministero della Salute: «Abbiamo incassato l’elogio del direttore dell’Ufficio di monitoraggio dell’Unità di missione - rivela Iorio -. È un riconoscimento al lavoro fatto in silenzio, senza la politica degli annunci». Il consigliere regionale guarda già oltre: «Il percorso è stato avviato anche per risolvere criticità in altre missioni del Pnrr. Continueremo a impegnarci perché i cittadini del Molise possano vedere presto risultati tangibili». ---End text--- Author: Redazione Heading: Highlight: Image: -tit_org- Pnrr, Molise primo in Italia per le case di comunità -sec_org- tp:writer§§ REDAZIONE guid§§ http://gimbe.telpress.it/news/2025/09/29/2025092901815305284.PDF §---§ title§§ Sanità territoriale, Lacorazza: «Fatti errori» link§§ http://gimbe.telpress.it/news/2025/09/29/2025092901731304588.PDF description§§

Estratto da pag. 6 di "QUOTIDIANO DEL SUD ED. BASILICATA" del 29 Sep 2025

pubDate§§ 2025-09-29T04:25:00+00:00 arguments§§ http://gimbe.telpress.it/news/2025/09/29/2025092901731304588.PDF category§§ GIMBE subcategory§§ {'domain': ''} source§§ {'href': 'http://gimbe.telpress.it/news/2025/09/29/2025092901731304588.PDF', 'title': 'QUOTIDIANO DEL SUD ED. BASILICATA'} tp:url§§ tp:attach_fn§§ http://gimbe.telpress.it/news/2025/09/29/2025092901731304588.PDF tp:ocr§§ Nodo medicina Sanità territoriale, Lacorazza: «Fatti errori» «Non ci voleva la zingara per capire che la delibera 600/2024 (riorganizzazione medicina territoriale) avrebbe determinato effetti sul territorio e che sarebbe stata opportuna una discussione più partecipata». È quanto affermato, in merito alla questione del Senisese, Piero Lacorazza capogruppo del Pd in Consiglio regionale. «Eppure, prima in maniera solitaria, già ad ottobre 2024, e poi, su nostra proposta, la conferenza dei capigruppo aveva chiesto all'assessore Latronico di coinvolgere il Consiglio regionale, anche attraverso la IV commissione, essendo per noi atti che chiaramente incrociano la programmazione. Ma nulla». «Il caos aperto nel Senisese e nella Valle del Mercure - ha proseguito Lacorazza - dovrebbe indurre a riconoscere, innanzitutto sul piano politico, errori di merito, di metodo e di governo». Ha spiegato ancora il capogruppo dem: «Le domande poste da 14 medici dell’AFT (Aggregazione Funzionale Territoriale) Senisese-Pollino e l’assenza ancora di una decisione sull'assegnazione di un medico a Viggianello (altra AFT), vittima di una scacchiera di collocazioni e ricollocazioni dopo l'avviso delle sedi vacanti, mostrano un deficit evidente». «L'avevamo detto ed avevamo avanzato appunto - ha detto ancora Lacorazza - la richiesta di un confronto sulla DGR 600/2024 e sui successivi atti che hanno determinato scelte sulla programmazione della medicina territoriale». Tuttavia, ha lamentato il capogruppo, «si continua a preferire la comunicazione e i post su Facebook, i convegni e le passerelle». In conclusione della nota, il commento: «Dopo le tante parole auto celebrative arriva il gelo dei cittadini e del medici, che rendono ancora più chiari i negativi dati di Istat, Fondazione Gimbe e Agenas». ---End text--- Author: Redazione Heading: Highlight: Image: -tit_org- Sanità territoriale, Lacorazza: «Fatti errori» -sec_org- tp:writer§§ REDAZIONE guid§§ http://gimbe.telpress.it/news/2025/09/29/2025092901731304588.PDF §---§ title§§ La riforma per salvare il Ssn = Una riforma per salvare il Ssn link§§ http://gimbe.telpress.it/news/2025/09/29/2025092902200001947.PDF description§§

Estratto da pag. 10 di "QUOTIDIANO DEL SUD L'ALTRA VOCE DELL' ITALIA" del 29 Sep 2025

pubDate§§ 2025-09-29T02:20:00+00:00 arguments§§ http://gimbe.telpress.it/news/2025/09/29/2025092902200001947.PDF category§§ GIMBE subcategory§§ {'domain': ''} source§§ {'href': 'http://gimbe.telpress.it/news/2025/09/29/2025092902200001947.PDF', 'title': "QUOTIDIANO DEL SUD L'ALTRA VOCE DELL' ITALIA"} tp:url§§ tp:attach_fn§§ http://gimbe.telpress.it/news/2025/09/29/2025092902200001947.PDF tp:ocr§§ L’Editoriale La riforma per salvare il Ssn Una riforma per salvare il Ssn L’EDITORIALE di Ettore Mautone l governo della Salute è una delle principali sfide di tutti i Paesi del mondo. L’Italia, nonostante le difficoltà degli ultimi anni, continua ad avere uno dei sistemi universalistici più efficaci al mondo in termini di esiti in un impianto costituzionalmente garantito imperniato sull’uguaglianza, l’universalismo e l’equità. In poche parole un sistema pubblico che cura chiunque abbia bisogno, prezioso strumento di civiltà che ha pochi eguali anche nei paesi Ocse, che ha tuttavia davanti alcuni scogli da superare: quelli della sostenibilità delle nuove cure, della carenza di risorse e di personale, delle differenze tra regioni mai colmate a dispetto della povertà relativa e della deprivazione sociale di alcuni a cui le risorse sono assegnate in maniera insufficiente rispetto ai bisogni, senza contare i nodi irrisolti delle liste d’attesa e dell’equilibrio tra domanda e offerta pur potendo contare su alcuni punti fermi come l’innovazione organizzativa e quella della ricerca, farmaco-biologica e tecnologica. L’Osservatorio sul sistema sanitario nazionale della fondazione Gimbe, nel secondo report del 2025, attraverso un’analisi approfondita sull’evoluzione della spesa privata in Italia, ha rilevato come nel 2023 si sia raggiunta quota 45,8 miliardi di euro, dei quali 40,6 miliardi di euro a carico dei cittadini. Dati in linea con quelli Ocse. Dati che confermano che il servizio sanitario italiano è già nei fatti un sistema misto in cui una quota consistente, equivalente a un quarto della spesa pubblica, complessiva viene comprata direttamente dal cittadino che se ha la possibilità compra di tasca propria quel che gli serve bypassando ogni scoglio. continua a pag. X I segue dalla prima di ETTORE MAUTONE i contro dal Rapporto sul benessere equo e sostenibile 2023 dell’ISTAT, la percentuale di persone che rinunciano a prestazioni sanitarie, dopo i picchi del periodo pandemico, si è attestata al 7,6 per cento nel 2023, un dato che rimane comunque superiore a quello pre-pandemico del 2019 (6,3 per cento) e in aumento rispetto al 2022 (7 per cento): in concreto si tratta di oltre 4,48 milioni di persone che, secondo la definizione ISTAT, hanno dichiarato di aver rinunciato nell’ultimo anno a visite specialistiche o esami diagnostici pur avendone bisogno, per uno o più motivi, mentre nel 2022, la mobilità sanitaria interregionale in Italia ha raggiunto il valore massimo di 5,04 miliardi di euro, cifra nettamente superiore a quella del 2021 (pari a 4,25 miliardi di euro): in particolare si è registrato un flusso ingente di pazienti e di risorse economiche dalle regioni del Mezzogiorno verso Lombardia, Emilia-Romagna e Veneto, il che mette in luce, ancora una volta, come vi sia un’enorme disparità tra le prestazioni sanitarie offerte nelle regioni del sud Italia e quelle del nord. Tra le motivazioni che hanno indotto alla rinuncia vi sono diverse cause: ragioni economiche, ivi inclusa la perdurante perdita di potere d'acquisto delle famiglie, difficoltà di accesso, carenza di strutture e orari incompatibili con l’attività lavorativa, tempi D Rinuncia alle c frequente per motivi econom difficoltà di acc d’attesa estremamente lunghi e che, spesso, costringono a rivolgersi a strutture private, con un evidente aumento dei costi. A fronte di ciò il decreto liste d’attesa approvato con toni trionfalistici dal Governo resta un mezzo flop anche per le ampie sacche di resistenza di larghe corporazioni presenti nel tessuto produttivo della sanità italiana. Il governo dal proprio canto si difende rivendicando oltre 10 miliardi di investiment,i pur riconoscendo le criticità, e invita a leggere i dati reali e a puntare su efficienza, innovazione e sostenibilità illustrando una strategia in quattro punti per rilanciare il Ssn, elencando alcune misure già adottate per potenziare il SSN: dalla proroga dell’assunzione dei medici specializzandi, all’aumento delle tariffe per le prestazioni aggiuntive, fino alle nuove inden nità per medici, infermieri e operatori del pronto soccorso puntando a razionalizzare la rete ospedaliera, a potenziate sanità territoriale e sviluppare le case di comunità previste dal PNRR e potenziare digitalizzazione e telemedicina. In un così complesso e articolato panorama anche congiunturale l’unica risposta percorribile per conservare la preziosità del Servizio sanitario nazionale appare quella di una riforma strutturale da attuare a quasi mezzo secolo di distanza da quella fondativa del 1978. Una riforma da attuare coinvolgendo tutto l’arco parlamentare e interloquendo con gli operatori, senza derogare alla funzione istituzionale di governo, ma che sia capace di incidere sugli scogli che ostacolano l’accesso delle cure ai cittadini che ne hanno bisogno e che restano al centro di un sistema logoro, usurato, frammentato e non più adeguato, pieno di falle ma che proprio perché ben concepito rappresenta ancora uno dei migliori sistemi di cura rispetto ai principi che lo ispirano, da tutelare e rinnovare ma non tradire alla luce dell’innovazione che cambia il futuro e sta cambiando rapidamente anche la Sanità. e coinvolgere la politica nterloquendo gli operatori ---End text--- Author: ETTORE MAUTONE Heading: L’EDITORIALE Highlight: Serve coinvolgere tutta la politica ma interloquendo con gli operatori Rinuncia alle cure frequente per motivi economici e difficoltà di accesso Image: -tit_org- La riforma per salvare il Ssn Una riforma per salvare il Ssn -sec_org- tp:writer§§ Ettore Mautone guid§§ http://gimbe.telpress.it/news/2025/09/29/2025092902200001947.PDF §---§ title§§ Effetto burnout la crisi che logora medici e pazienti link§§ http://gimbe.telpress.it/news/2025/09/29/2025092901919502194.PDF description§§

Estratto da pag. 1 di "QUOTIDIANO DEL SUD L'ALTRA VOCE DELL' ITALIA" del 29 Sep 2025

pubDate§§ 2025-09-29T02:32:00+00:00 arguments§§ http://gimbe.telpress.it/news/2025/09/29/2025092901919502194.PDF category§§ GIMBE subcategory§§ {'domain': ''} source§§ {'href': 'http://gimbe.telpress.it/news/2025/09/29/2025092901919502194.PDF', 'title': "QUOTIDIANO DEL SUD L'ALTRA VOCE DELL' ITALIA"} tp:url§§ tp:attach_fn§§ http://gimbe.telpress.it/news/2025/09/29/2025092901919502194.PDF tp:ocr§§ Effetto burnout, la crisi che logora medici e pazienti Secondo Eurispes e Fondazione Enpam, ne soffrono il 50% dei camici bianchi e il 45 degli infermieri ltre il 50% dei medici e il 45% degli infermieri soffrono di burnout. Tra le donne, l’incidenza è più che doppia, segno di come le difficoltà di conciliare la vita familiare con un lavoro sempre più gravoso abbiano un impatto diretto sulla salute. È quanto emerge dal Rapporto sulla Salute e sul Sistema Sanitario, realizzato da Eurispes e Fondazione Enpam nell’ambito dell’Osservatorio Permanente su Salute, Legalità e Previdenza. Non si parla più di rischio, ma di un fenomeno ormai strutturale e di una delle sfide più urgenti che il Servizio Sanitario Nazionale si trova ad affrontare. Il burnout è la manifestazione di un esaurimento emotivo, mentale e fisico generato da condizioni di stress cronico e prolungato. Le sue ripercussioni sono pesantissime, non solo sulla salute degli operatori, ma anche sulle cure offerte ai pazienti. Questa situazione è il frutto di un processo lungo e complesso, iniziato a fine anni Duemila, quando le politiche di contenimento della spesa pubblica hanno ridotto drasticamente le nuove assunzioni, in particolare tra i medici specialisti. I numeri parlano chiaro: tra il 2014 e il 2017, il rapporto tra ingressi e uscite per pensionamento è diminuito del 18,4%, riducendo così il numero complessivo degli operatori in servizio. Parallelamente, l’età media del personale sanitario è aumentata, con un conseguente aggravio dei carichi di lavoro. Dal 2019 al 2022, inoltre, il ricorso a contratti a tempo determinato è cresciuto del 44,6%, segnando una progressiva instabilità che ha alimentato precarietà e ulteriore stress. Secondo Anaao Assomed, il principale sindacato degli ospedalieri, la prospettiva è allarmante: entro il 2027 mancheranno all’appello tra i 20 e i 25 mila specialisti. La pandemia ha rappresentato un detonatore di queste fragilità, aggravando un quadro già compromesso. L’Agenzia Europea per la Sicurezza e la Salute sul Lavoro, in un rapporto dedicato agli effetti del Covid-19, rileva che il 33% degli operatori sanitari ha manifestato sintomi depressivi, il 37% ha sperimentato ansia e il 38% ha sviluppato burnout. Alla pressione psicologica si è aggiunto il drammatico aumento della violenza da parte dell’utenza. Sono circa 18.000 gli operatori vittime di aggressioni, con le donne che riportano due terzi degli episodi. La categoria più colpita resta quella infermieristica, seguita da medici e operatori socio-sanitari. A peggiorare il quadro si aggiunge il nodo retributivo. Il reddito annuale dei medici specialisti e del personale infermieristico in Italia è più basso del 22% rispetto a quello dei colleghi di Paesi come Svizzera, Olanda, Germania e Irlanda. Una disparità che contribuisce ad alimentare la disaffezione verso il sistema sanitario nazionale e spinge molti professionisti a cercare opportunità all’estero o nel privato. Non meno grave è la situazione della medicina generale. Secondo un rapporto della Fondazione Gimbe, al primo gennaio 2025 mancano all’appello oltre 5.500 medici di famiglia in tutta Italia, con la previsione di ulteriori 7.300 pensionamenti entro il 2027. La crisi è agO Tra le donne l’incidenza è più che doppia per la difficoltà di conciliare famiglia e lavoro gravata dal calo costante dei giovani che scelgono questa strada, un fenomeno che si riflette anche nelle borse di studio non assegnate. Nel 2024 il 15% delle borse per la medicina generale è rimasto scoperto, con picchi che superano il 40% in regioni cruciali come Lombardia, Veneto, Campania, Emilia-Romagna, Piemonte e Toscana. Il fenomeno ha assunto contorni drammatici in alcune aree del Paese: dal 2019 al 2023 la Sardegna ha visto un calo del 39% dei medici di base, la Puglia del 25,8%, la Calabria del 20,9% e l’Abruzzo del 16,7%. Solo la Provincia Autonoma di Bolzano registra un lieve aumento, pari all’1%. A ciò si aggiunge il problema del sovraccarico di assistiti. Più della metà dei medici di famiglia italiani segue oltre 1.500 pazienti ciascuno, con punte di 1.546 in Veneto e 1.529 in Lombardia. In regioni meno popolose, come il Molise, la media scende a circa 1.100, ma resta comunque significativa e tale da compromettere la qualità della presa in carico, soprattutto per anziani e persone fragili. Il burnout ha, infatti, conseguenze tangibili: genera distacco, riduzione dell’efficacia lavorativa, insonnia, depressione e, nei casi più gravi, aumento del rischio suicidario. Non si tratta di un problema circoscritto al benessere dei singoli operatori, ma di una questione che incide direttamente sulla sicurezza e sulla qualità delle cure. Si stima che il burnout sia associato ad almeno 20.000 errori gravi all’anno tra i medici, mentre oltre il 50% degli errori infermieristici è riconducibile al sovraccarico psichico. Il tema riguarda anche le nuove generazioni. Millennials e Generazione Z non solo chiedono maggiore equilibrio tra vita e lavoro e condizioni più flessibili, ma dimostrano sempre meno interesse per un sistema che percepiscono come poco attrattivo. Molti scelgono il settore privato o decidono di trasferirsi all’estero, lasciando il pubblico in una condizione di ulteriore fragilità. Eppure, prevenire il burnout è possibile. Alcune pratiche individuali, come la mindfulness, l’attività fisica o lo sviluppo di competenze comunicative empatiche, hanno dimostrato di ridurre i rischi e sostenere il benessere psicologico. A livello organizzativo, però, è necessario un cambio di passo. Servono turni di lavoro rispettosi dei ritmi fisiologici, ambienti professionali sicuri e stimolanti, servizi di supporto psicologico accessibili e privi di stigma, oltre a politiche di welfare e retribuzioni adeguate. La possibilità di segnalare episodi negativi senza timore di ritorsioni e l’introduzione di strumenti di prevenzione culturale rappresentano ulteriori tasselli indispensabili. Il burnout deve essere riconosciuto come un problema sistemico e non come fragilità individuale. Risolvere la crisi che affligge medici, infermieri e operatori socio-sanitari non è solo un’urgenza professionale, ma una priorità politica e sociale. In gioco ci sono la sostenibilità del Servizio Sanitario Nazionale, la sicurezza dei pazienti e la valorizzazione del capitale umano che tiene in piedi il sistema. Servono scelte coraggiose, investimenti strutturali e una nuova attenzione alle esigenze delle generazioni più giovani per garantire un servizio sanitario capace di rimanere efficiente, sicuro e profondamente umano. Ad aggravare il malessere carichi di lavoro, episodi di violenza da parte dell’utenza e nodi retributivi ---End text--- Author: MARIA TERESA PEDACE Heading: Secondo Eurispes e Fondazione Enpam, ne soffrono il 50% dei camici bianchi e il 45 degli infermieri Highlight: Tra le donne l’incidenza è più che doppia per la difficoltà di conciliare famiglia e lavoro Ad aggravare il malessere carichi di lavoro, episodi di violenza da parte dell’utenza e nodi retributivi Image:Oltre il 50% dei medici e il 45% degli infermieri soffrono di burnout Un pronto soccorso distrutto dopo gli atti di violenza di alcuni utenti -tit_org- Effetto burnout la crisi che logora medici e pazienti -sec_org- tp:writer§§ MARIA TERESA PEDACE guid§§ http://gimbe.telpress.it/news/2025/09/29/2025092901919502194.PDF §---§ title§§ "Diseguaglianze che risultano inaccettabili" link§§ http://gimbe.telpress.it/news/2025/09/29/2025092901961803817.PDF description§§

Estratto da pag. 49 di "STAMPA CUNEO" del 29 Sep 2025

pubDate§§ 2025-09-29T03:25:00+00:00 arguments§§ http://gimbe.telpress.it/news/2025/09/29/2025092901961803817.PDF category§§ GIMBE subcategory§§ {'domain': ''} source§§ {'href': 'http://gimbe.telpress.it/news/2025/09/29/2025092901961803817.PDF', 'title': 'STAMPA CUNEO'} tp:url§§ tp:attach_fn§§ http://gimbe.telpress.it/news/2025/09/29/2025092901961803817.PDF tp:ocr§§ “Diseguaglianze che risultano inaccettabili” FONDAZIONE GIMBE Nino Cartabellotta Tanti lavori avviati ma pochi completati con l’inverno in arrivo e la scadenza che incombe. Infatti i lavori della Missione Salute del Pnrr vanno terminati entro il 31 marzo del 2026, il collaudo entro il 30 giugno. Tempi molto stretti, come sottolinea la fondazione Gimbe. Dice il presidente Nino Cartabellotta: «Al di là del rispetto formale delle scadenze e dell’incasso delle rate, la spesa effettiva delle risorse e l’avanzamento reale degli obiettivi procedono con estrema lentezza e con inaccettabili diseguaglianze tra le Regioni».M.ZO. — ---End text--- Author: M ZO Heading: FONDAZIONE GIMBE Highlight: Image:Nino Cartabellotta -tit_org- “Diseguaglianze che risultano inaccettabili” -sec_org- tp:writer§§ M ZO guid§§ http://gimbe.telpress.it/news/2025/09/29/2025092901961803817.PDF §---§ title§§ Aumenti su tabacco e sigarette: destiniamoli alla sanità link§§ http://gimbe.telpress.it/news/2025/09/29/2025092901664504944.PDF description§§

Estratto da pag. 39 di "CORRIERE DELLA SERA" del 29 Sep 2025

pubDate§§ 2025-09-29T04:59:00+00:00 arguments§§ http://gimbe.telpress.it/news/2025/09/29/2025092901664504944.PDF category§§ POLITICA SANITARIA subcategory§§ {'domain': ''} source§§ {'href': 'http://gimbe.telpress.it/news/2025/09/29/2025092901664504944.PDF', 'title': 'CORRIERE DELLA SERA'} tp:url§§ tp:attach_fn§§ http://gimbe.telpress.it/news/2025/09/29/2025092901664504944.PDF tp:ocr§§ AUMENTISUTABACCO ESIGARETTE: DESTINIAMOLI ALLASANITÀ ? Il corsivo del giorno di Sergio Harari D a gennaio sigarette e tabacco potrebbero costare di più e il prezzo continuerebbe a salire di anno in anno fino al 2028. È l’intervento su cui è al lavoro il Ministero dell’Economia e delle Finanze con un piano di rialzi progressivi delle accise sui prodotti da fumo a partire dal 2026. I prezzi crescerebbero progressivamente nel prossimo triennio, fino a raggiungere un aumento finale di un euro e mezzo. Gli aumenti permetterebbero così al nostro Paese di adeguarsi alle nuove indicazioni dell’Unione Europea, mantenendo e incrementando l’attuale gettito fiscale che ammonta complessivamente a circa 15 miliardi l’anno. Meno penalizzate sarebbero le sigarette elettroniche e quelle a tabacco riscaldato, la cui diffusione è sempre maggiore in particolare tra i giovani. Quello che colpisce, però, è che, malgrado le gravi difficoltà nelle quali versa il nostro Servizio Sanitario, nessuno abbia accennato alla possibilità di destinare parte di questi finanziamenti alla sanità. Eppure oggi in Italia si contano 12 milioni di fumatori (con 93.000 decessi all’anno), un dato stabile ormai da qualche tempo dopo il calo registrato grazie alla legge Sirchia, e molti di questi sono giovani. Sono ormai anni che la comunità scientifica chiede una tassa di scopo sul fumo o che almeno una parte dei proventi fiscali vengano destinati ad azioni di prevenzione e alla salute dei cittadini (e anche da queste pagine ci si è espressi più volte in tal senso) ma alla fine non si è mai arrivati all’obiettivo, neanche quando si era speso a favore qualche politico di peso, come nel 2017 l’allora ministro della salute Beatrice Lorenzin e prima ancora Umberto Bossi. Non si capisce poi perché le nuove forme di fumo debbano avere un trattamento di favore (o forse si capisce fin troppo bene se si pensa ad esempio alle attività di Philip Morris in Italia), quando sempre più studi scientifici ci dicono che sono tutt’altro che innocue e che gli effetti nocivi sono molto più importanti di quanto si pensasse fino a qualche anno fa. Quando si arriverà a un aumento della tassazione dei prodotti del fumo sarebbe auspicabile che una parte significativa dei proventi fosse destinata ad azioni di difesa della salute, ovvero alle attività di prevenzione e screening delle malattie correlate al fumo, al potenziamento del Servizio sanitario nazionale, al finanziamento della ricerca indipendente. E non solo a fare cassa. ---End text--- Author: Sergio Harari Heading: ? Il corsivo del giorno di Sergio Harari Highlight: Image: -tit_org- Aumenti su tabacco e sigarette: destiniamoli alla sanità -sec_org- tp:writer§§ Sergio Harari guid§§ http://gimbe.telpress.it/news/2025/09/29/2025092901664504944.PDF §---§ title§§ Sentenze Quando sono i tribunali (e non i politici) a mettere al centro la salute di cittadini ed ecosistemi link§§ http://gimbe.telpress.it/news/2025/09/29/2025092901669804945.PDF description§§

Estratto da pag. 12 di "FATTO QUOTIDIANO" del 29 Sep 2025

pubDate§§ 2025-09-29T04:59:00+00:00 arguments§§ http://gimbe.telpress.it/news/2025/09/29/2025092901669804945.PDF category§§ POLITICA SANITARIA subcategory§§ {'domain': ''} source§§ {'href': 'http://gimbe.telpress.it/news/2025/09/29/2025092901669804945.PDF', 'title': 'FATTO QUOTIDIANO'} tp:url§§ tp:attach_fn§§ http://gimbe.telpress.it/news/2025/09/29/2025092901669804945.PDF tp:ocr§§ Sentenze Quando sono i tribunali (e non i politici) a mettere al centro la salute di cittadini ed ecosistemi BARBARA NAPPINI* I n Europa, le prospettive per l’agricoltura, e quindi per la nutrizione, paiono andare in una direzione tutt’altro che lungimirante: si indebolisce il Green deal, si investe sulle armi invece che sul sostegno a un’agricoltura più ecologica, si continua a premiare la logica degli ettari anziché incentivare pratiche sostenibili, col fine dichiarato di rendere più “graduale” la transizione ecologica. L’urgenza di azioni concrete per raggiungere gli obiettivi dell’agenda 2030 non è più sul tavolo: si è smesso di parlarne. Come se quegli obiettivi fossero troppo ambiziosi e quindi, di fronte al bieco pragmatismo che dissimula la miopia del business as usual, invece che fare uno sforzo nella giusta direzione, abbiamo abbandonato il campo. In compenso alcuni tribunali europei prendono decisioni che speriamo destinate a fare politica, oltre che giurisprudenza. In Spagna, il tribunale della Galizia ha decretato che le autorità statali e regionali hanno violato i diritti umani dei residenti ignorando gli impatti degli allevamenti intensivi in quell’area. Da anni, le falde vengono contaminate con nitrati e batteri che espongono l’ecosistema e la popolazione a seri rischi. In Francia, la Corte amministrativa d’appello di Parigi, il 3 settembre 2025, ha condannato lo Stato perché ha giudicato le sue procedure di autorizzazione sui prodotti fitosanitari non sufficienti a tutelare biodiversità e salute umana. La sentenza individua un danno ecologico, derivante dall’uso dei pesticidi, con ripercussioni dirette sulla salute umana, e rafforza il principio di precauzione europeo, imponendo agli stati membri di basare le valutazioni sui dati scientifici più affidabili disponibili. Queste sentenze mettono al centro la salute pubblica di cittadini ed ecosistemi ed evidenziano, per contro, la mancanza della dovuta attenzione del bene comune da parte dei decisori politici dai quali ci si aspetterebbe quantomeno la diligenza del “buon padre di famiglia”. La trave nel piatto è che si continua a perpetrare un modello di produzione imperniato sul profitto, anziché garantire urgentemente un futuro alle nuove generazioni. Speriamo che sempre più giurisprudenza individui responsabilità chiare rispetto a decisioni che mettono a rischio la società civile e il futuro di tutti, e sempre più politica abbia il coraggio di un cambiamento che è possibile e urgente. *Presidente di Slow Food Italia ---End text--- Author: * BARBARANAPPINI Heading: Highlight: Image: -tit_org- Sentenze Quando sono i tribunali (e non i politici) a mettere al centro la salute di cittadini ed ecosistemi -sec_org- tp:writer§§ * BARBARANAPPINI guid§§ http://gimbe.telpress.it/news/2025/09/29/2025092901669804945.PDF §---§ title§§ Allarme infermieri tanti posti vuoti il futuro è a rischio = Allarme infermieri più posti che domande il futuro è a rischio link§§ http://gimbe.telpress.it/news/2025/09/29/2025092901668604965.PDF description§§

Estratto da pag. 21 di "GAZZETTA DEL MEZZOGIORNO" del 29 Sep 2025

pubDate§§ 2025-09-29T04:59:00+00:00 arguments§§ http://gimbe.telpress.it/news/2025/09/29/2025092901668604965.PDF category§§ POLITICA SANITARIA subcategory§§ {'domain': ''} source§§ {'href': 'http://gimbe.telpress.it/news/2025/09/29/2025092901668604965.PDF', 'title': 'GAZZETTA DEL MEZZOGIORNO'} tp:url§§ tp:attach_fn§§ http://gimbe.telpress.it/news/2025/09/29/2025092901668604965.PDF tp:ocr§§ Allarme infermieri tanti posti vuoti il futuro è a rischio ALLARME INFERMIERI PIÙ POSTI CHE DOMANDE IL FUTURO È A RISCHIO S empre meno giovani scelgono di diventare infermieri. È un dato allarmante che riguarda tutti, perché senza chi cura da vicino - nei reparti, nelle case, nelle comunità - non può reggere non solo la promessa di un Servizio Sanitario universale ma l’intera società. In Italia, per la prima volta, le domande per il corso di laurea in Infermieristica sono state meno dei posti a bando. Nel 2025 i posti a disposizione erano 20.699, a fronte di circa 19.000 domande, con un calo dell’11,3% rispetto all’anno precedente. Anche nella ricca Lombardia, ad esempio, quest’anno oltre seicento posti nei corsi di Infermieristica sono rimasti scoperti A PAGINA 21>> S empre meno giovani scelgono di diventare infermieri. È un dato allarmante che riguarda tutti, perché senza chi cura da vicino - nei reparti, nelle case, nelle comunità - non può reggere non solo la promessa di un Servizio Sanitario universale ma l’intera società. In Italia, per la prima volta, le domande per il corso di laurea in Infermieristica sono state meno dei posti a bando. Nel 2025 i posti a disposizione erano 20.699, a fronte di circa 19.000 domande, con un calo dell’11,3% rispetto all’anno precedente. Anche nella ricca Lombardia, ad esempio, quest’anno oltre seicento posti nei corsi di Infermieristica sono rimasti scoperti: alla Statale di Milano 815 posti disponibili hanno attiFrance rato appena 567 candidati, a Pavia 291 posti per 151 domande. È un segnale che non riguarda solo le università, ma il futuro stesso del Servizio Sanitario Nazionale. Le cause sono note. Stipendi fermi a 1.700–1.800 euro lordi al mese, insufficienti a fronte di turni notturni, festivi, lavoro usurante. Poche prospettive di carriera, scarso prestigio sociale, riduzione del «bacino» di studenti che un tempo sceglievano Infermieristica come alternativa a Medicina. A tutto ciò si somma un dato inquietante: ogni anno in Italia circa 25.000 infermieri vanno o Caroli in pensione, mentre i nuovi laureati, pur in aumento, non riescono a colmare il ricambio. Erano 8.866 nel 2004, sono diventati 11.404 nel 2024 (+28,6%) e potrebbero arrivare a 14.500 nel 2027. Troppo pochi per tenere in equilibrio la bilancia. Il confronto europeo è impietoso: in Italia ci sono 6,5 infermieri ogni 1.000 abitanti, contro gli 8,4 della media dell’Unione europea. E le proiezioni parlano chiaro: nei prossimi anni mancheranno tra 60.000 e 100.000 infermieri. Non un dettaglio tecnico, ma la descrizione di un dramma annunciato. E questo dramma riguarda prima di tutto la popolazione fragile. L’Italia è uno dei Paesi più vecchi al mondo: oltre il 24% della popolazione ha più di 65 anni (ISTAT, 2024), e nel 2050 un cittadino su tre sarà anziano. Più fragilità, più cronicità, più bisogno di prossimità: e quindi più bisogno di infermieri. Ignorare questo significa non vedere che la domanda di cura crescerà proprio mentre cala l’offerta di chi la garantisce. Per questo non si tratta di un problema che riguarda solo gli addetti ai lavori. Un’opinione pubblica che non percepisce questo squilibrio come un dramma è come chi cammina sereno sopra una crepa che già attraversa il terreno sotto i suoi piedi: quella crepa si allargherà. E significherà ospedali senza personale, territori lasciati soli, prossimità negata. Gli ultimi dati ci dicono che non basta aumentare i posti universitari. Il punto è restituire valore alla cura e dignità a chi cura. Serve una scelta politica e culturale: investire su salari, carriere, riconoscimento sociale. Non è un dettaglio di categoria, ma una questione di sopravvivenza collettiva. Senza infermieri, senza dignità e prospettive per chi cura, il Servizio Sanitario Universale non regge. È una scelta che riguarda tutti noi: o ci assumiamo la responsabilità di sostenerli, oppure accettiamo di vivere in un Paese più fragile e più solo. ---End text--- Author: FRANCESCO CAROLI Heading: Highlight: Image:SANITÀ Basso reddito e scarso prestigio sociale Se mpre meno giovani scelgono di diventare infermieri Francesco Caroli -tit_org- Allarme infermieri tanti posti vuoti il futuro è a rischio Allarme infermieri più posti che domande il futuro è a rischio -sec_org- tp:writer§§ FRANCESCO CAROLI guid§§ http://gimbe.telpress.it/news/2025/09/29/2025092901668604965.PDF §---§ title§§ Intervista a Massimo Cozza - «Salute mentale, mancano 2 miliardi link§§ http://gimbe.telpress.it/news/2025/09/29/2025092901669404957.PDF description§§

Estratto da pag. 9 di "QUOTIDIANO DEL SUD L'ALTRA VOCE DELL' ITALIA" del 29 Sep 2025

I Dipartimenti hanno immediatamente bisogno di maggiori risorse

pubDate§§ 2025-09-29T04:59:00+00:00 arguments§§ http://gimbe.telpress.it/news/2025/09/29/2025092901669404957.PDF category§§ POLITICA SANITARIA subcategory§§ {'domain': ''} source§§ {'href': 'http://gimbe.telpress.it/news/2025/09/29/2025092901669404957.PDF', 'title': "QUOTIDIANO DEL SUD L'ALTRA VOCE DELL' ITALIA"} tp:url§§ tp:attach_fn§§ http://gimbe.telpress.it/news/2025/09/29/2025092901669404957.PDF tp:ocr§§ L’INTERVISTA A tu per tu con Massimo Cozza, direttore del Dsm Asl Roma 2 «Salute mentale, mancano 2 miliardi» I Dipartimenti hanno immediatamente bisogno di maggiori risorse a follia è una condizione umana. In noi la follia esiste ed è presente come lo è la ragione. Il problema è che la società, per dirsi civile, dovrebbe accettare tanto la ragione quanto la follia, invece incarica una scienza, la psichiatria, di tradurre la follia in malattia allo scopo di eliminarla. Il manicomio ha qui la sua ragion d’essere”. Lo scriveva nel 1967 Franco Basaglia, una decina d’anni prima di riuscire, con un intenso lavoro scientifico, pratico e anche politico, a cambiare la legge: la riforma promossa dallo psichiatra veneziano portò nel 1978 alla chiusura dei manicomi, fino a quegli anni un luogo di segregazione inteso soprattutto a contenere il malato, spesso senza curarlo, a volte con violenza. La legge 180 fu una rivoluzione italiana di proporzione mondiale: il sistema sanitario avrebbe dovuto dopo allora riconoscere il malato di mente come un cittadino nella condizione di, sempre nelle parole di Basaglia, “ritrovare un ruolo che lo togliesse dalla passività in cui la malattia, prima, e l’azione distruttiva dell’istituto, poi, lo avevano fissato”. Sono passati quasi cinquant’anni: qual è in questo momento la situazione della salute mentale in Italia? E soprattutto in quali condizioni lavora la nostra sanità pubblica? Partiamo da un dato: sono più o meno ottocentomila, ad oggi, le persone intercettate dai Dipartimenti di Salute Mentale, la principale rete pubblica attiva nel nostro paese per questo tipo di patologie. Ma questi ottocentomila sono quelli che si stanno curando: il numero dei malati è stato stimato intorno ai quattro milioni. Molti non vengono curati, o non si curano. Fra pochi giorni a Roma, dall’1 al 7 ottobre, c’è un Festival che fra le altre cose si prefigge di raccontarcela, questa situazione: si chiama RoMens, parola che fonde il luogo (Roma) e l’argomento, la mente. È un momento di ricerca e confronto, ma anche un’occasione per stabilire un legame fra malati e “resto del mondo”: non mancano incontri, musica, arte, spettacolo. Il festival è arrivato alla quarta edizione e il programma è complesso e interessante (www.salutementale.net/romens-2025). È il Dipartimento di Salute Mentale Asl Roma 2, la Asl più grande d’Italia, a organizzare l’evento, insieme con l’Assessorato alle Politiche Sociali e alla Salute di Roma Capitale, e con il patrocinio della Rai. Ed è proprio “L il dottor Massimo Cozza, direttore del Dsm Asl Roma 2, a parlarci della situazione generale della sanità che in Italia si occupa di questo tipo di problemi. Cos’è che funziona? E cosa invece no? “Il fattore positivo è rappresentato da una rete pubblica nazionale di Dipartimenti di Salute Mentale, che avrebbe bisogno però di più risorse, e in particolare di personale, oggi carente. Negli ultimi due decenni è stato speso per la salute mentale circa il 3% del Fondo sanitario, a fronte di un impegno dei Presidenti delle Regione del 2001 di almeno il 5%. In termini assoluti mancherebbero, per i servizi di salute mentale, oltre due miliardi”. orre un servizio ntegrato pediatri dici di famiglia Ci sono altre ragioni per cui molti non riescono a curarsi? “Dovremmo realizzare un servizio più integrato con i medici di famiglia e con i pediatri di libera scelta, all’interno dei distretti sanitari e delle case della comunità e con i consultori familiari. In questo ambito lo psicologo di assistenza primaria, qualificato e con un rapporto di lavoro stabile, potrebbe costituire una risorsa di grande rilevanza, così come andrebbero diffusi nelle scuole gli sportelli psicologici”. Il lavoro di Basaglia è ancora un punto di riferimento? “A quasi cinquant’anni dalla legge 180 del 1978 il quadro dei disturbi di aglia resta a bussola he se il contesto mbiato salute mentale è senz’altro cambiato. Pensiamo ai fenomeni delle migrazioni, alle dipendenze e al disagio giovanile che vede spesso una comorbilità, compresi i disturbi del comportamento al imentare. Ma i principi del pensiero di Basaglia rimangono sempre una bussola grazie alla quale ci possiamo orientare, a partire dalla dignità della persona con disturbi mentali e dal rispetto dei suoi diritti di cittadinanza. La criticità è nell’attuazione dei principi tuttora validi della 180 sul territorio, negli impegni diversificati delle Regioni e delle stesse Asl”. C’è una parte politica che vorrebbe tornare indietro… “Oggi ci può essere anche qualche persona nostalgica dell’epoca manicomiale, ma non penso che sia possibile tornare indietro. Più che nuove leggi servirebbero piani attuativi, a partire da un nuovo Piano di Azioni per la Salute Mentale, considerando che l’ultimo risale al 2013”. Esiste un nesso fra povertà, o incertezza economica e disturbo mentale? È cambiato qualcosa in tempi recenti? “Oggi le evidenze scientifiche hanno dimostrato che il disturbo mentale ha origini complesse di natura biologica, psicologica e sociale. Pertanto l’ambiente, e le stesse condizioni economiche giocano un ruolo importante nell’insorgenza e nel trattamento delle persone con disturbi mentali. Ma bisogna tenere conto anche dei trattamenti psicofarmacologici e psicologici, a partire dal lavoro psicoterapeutico”. Chi sta male cosa può fare? “Non deve vergognarsi di soffrire di un disturbo mentale e deve chiedere aiuto, a partire dalle persone più care e dal medico di famiglia. Si può anche recare direttamente ai centri di salute mentale della sua Asl territoriale. La stessa famiglia non dovrebbe ignorare comportamenti che possono essere segnali di disagio, a partire dai giovani che si ritirano nelle proprie camerette e non vogliono più andare a scuola, con un attaccamento costante ai social che rischiano di diventare un mondo virtuale con la possibilità di creare difficoltà nell’affrontare quello reale”. 1 al 7 ottobre apitale ospiterà edizione stival “RoMens” ---End text--- Author: FRANCESCO ZARDO Heading: Highlight: Dall’1 al 7 ottobre la Capitale ospiterà la IV edizione del festival “RoMens” Basaglia resta una bussola anche se il contesto è cambiato Occorre un servizio più integrato con pediatri e medici di famiglia b D S c g s c le Image:Uno psicologo durante una seduta con una paziente. A destra, Franco Basaglia Massimo Cozza, direttore del Dsm Asl Roma 2 -tit_org- Intervista a Massimo Cozza - «Salute mentale, mancano 2 miliardi -sec_org- tp:writer§§ FRANCESCO ZARDO guid§§ http://gimbe.telpress.it/news/2025/09/29/2025092901669404957.PDF §---§ title§§ Case di Comunità, sos medici link§§ http://gimbe.telpress.it/news/2025/09/29/2025092901669304960.PDF description§§

Estratto da pag. 5 di "QUOTIDIANO DEL SUD L'ALTRA VOCE DELL' ITALIA" del 29 Sep 2025

Quelle attive sono il 38% mentre appena il 3 funziona a pieno regime

pubDate§§ 2025-09-29T04:59:00+00:00 arguments§§ http://gimbe.telpress.it/news/2025/09/29/2025092901669304960.PDF category§§ POLITICA SANITARIA subcategory§§ {'domain': ''} source§§ {'href': 'http://gimbe.telpress.it/news/2025/09/29/2025092901669304960.PDF', 'title': "QUOTIDIANO DEL SUD L'ALTRA VOCE DELL' ITALIA"} tp:url§§ tp:attach_fn§§ http://gimbe.telpress.it/news/2025/09/29/2025092901669304960.PDF tp:ocr§§ LE CURE PRIMARIE Il rischio di un flop a pochi mesi dalla scadenza del Pnrr Case di Comunità, sos medici Quelle attive sono il 38% mentre appena il 3 funziona a pieno regime uelle attivate sono appena il 38% e quelle a pieno regime, che possono quindi disporre di medici, infermieri e altro personale essenziale, sono appena il 3%. Con il Mezzogiorno, il più bisognoso, al palo. Parliamo delle Case di Comunità, che nei propositi dovrebbero garantire le cure primarie sul territorio. Un obiettivo che invece, stando ai dati pubblicati la settimana scorsa da Agenas l’Agenzia nazionale per i servizi sanitari regionali, che monitora semestralmente lo stato di avanzamento del capitolo sanitario del Pnrr - rischia di naufragare a meno di un anno proprio dalla conclusione del Pnrr prevista per giugno 2026. E il nodo personale, soprattutto dei medici di base, è tutt’altro che estraneo alla questione, dal momento che le strutture – se non in minima parte – non riescono a entrare in funzione a causa della mancata copertura da parte del personale medico e infermieristico, oltre che per le tempistiche amministrative per le formalizzazioni regionali e a causa di alcune sospensioni di servizi legate alla necessità di lavori strutturali. Su questo fronte, prima di esaminare i numeri nel dettaglio, è bene ricordare cosa prevede la legge. Nel rapporto Agenas si legge che il DM77/2022 (“Riforma dell'organizzazione territoriale del SSN con nuovi servizi e strutture”, tra cui appunto le Case di comunità-CdC) “prevede una presenza medica pari a 24 ore al giorno per 7 giorni a settimana nelle CdC hub e almeno 12 ore al giorno per 6 giorni a settimana per le CdC spoke. La presenza infermieristica è prevista per almeno 12 ore al giorno per 7 giorni a settimana nelle CdC hub e almeno 12 ore al giorno per 6 giorni a settimana per le CdC spoke”. E ancora: “La “presenza medica” è definita come disponibilità di un servizio di assistenza medica aperto a tutti gli utenti indipendentemente dall’iscrizione ad un determinato medico, senza necessità di prenotazione tipo ex guardia medica/continuità assistenziale. Questo servizio può essere erogato da un medico del ruolo unico di assistenza primaria durante l’attività su base oraria o da altro Q medico specificatamente dedicato. L’attività a ciclo di scelta tipo studio MMG o AFT non rientra nella fattispecie salvo presenza di un accordo specifico che preveda l’accesso per qualsiasi utente. La “presenza infermieristica” è definita come disponibilità di un servizio di assistenza infermieristica con infermiere dedicato aperto a tutti gli utenti e senza necessità di prenotazione, es. ambulatorio infermieristico”. Uno scenario, allo stato dei fatti, ambizioso, visto che, ad oggi, le Case di Comunità attivate risultano come accennato il 38% del totale, quelle a pieno regime con medici e infermieri non raggiungono il 3% mentre i 30 giugno iate solo 660 etto alle 1.723 grammate L c g s dati peggiori restano, come sempre, al Sud, l’area geografica maggiormente bisognosa rispetto a un’assistenza sanitaria più capillare e di prossimità. Dai dati forniti dalle Regioni e Province autonome la strada appare, quindi, complessivamente in salita verso le cure primarie e un’assistenza sanitaria territoriale effettiva ed efficace. Uno dei dati più allarmanti di Agenas riguarda infatti proprio le Case di Comunità: al 30 giugno 2025, rispetto alle 1.723 programmate, ne risultano attive appena 660 (il 38%) con almeno un servizio dichiarato operativo. Quelle che rispettano poi in pieno gli strutture e rispettano standard no appena 46 standard previsti dalla norma – con la presenza cioè sia di personale medico che infermieristico – sono addirittura 46 (meno del 3% programmato) in tutta Italia, senza contare il solito gap Nord-Sud, con Lombardia (142 strutture con almeno un servizio), Emilia-Romagna (140), Toscana (70) e Veneto (63) messe meglio e regioni come Campania e Basilicata con le strutture non ancora operative e la Calabria con 2 strutture attivate con almeno un servizio. Le diseguaglianze geografiche re stano anche per le CdC in grado di avere personale sanitario al completo. Delle 46 complessive, la Lombardia è riuscita ad attivare a pieno regime 12 strutture, l’Emilia-Romagna 8, la Toscana 7 e il Lazio 5. Sul fronte Ospedali di Comunità, la situazione non cambia. Quelli dichiarati attivi sono 153 su 592. Anche in questo caso guida il Nord, con la maggior parte delle strutture in Veneto (46 strutture sulle 73 previste), e Lombardia (26 sulle 64 previste). Fanalino di coda Basilicata, Pa di Bolzano, Calabria, Marche e Valle d’Aosta con zero OdC attivi. Unico target superato (PNRR M6C1-7 fissato al 31 dicembre 2024) quello delle Centrali Operative Territoriali (COT) – deputate al coordinamento dei servizi di assistenza domiciliare, cure palliative e gestione dei pazienti cronici – con 638 centrali già funzionanti e certificate su 651 programmate, superando di fatto il target. Va da sé che il versante personale, sia medico che infermieristico (ma non solo), risentirà delle realtà dello stato delle singole Regioni, che dovranno fare i conti a loro volta con risorse e strutture fortemente diseguali in partenza e con disparità incolmabili che il rapporto Agenas mette in evidenza a pochi mesi dalla scadenza del Pnrr. Sullo sfondo si fa per dire - restano le situazioni drammatiche generali, come i bandi in ben 15 specializzazioni mediche dove la domanda supera l’offerta; sette regioni attualmente in Piano di rientro (praticamente tutte al Sud), due delle quali Calabria e Molise - anche commissariate. ombardia hub un servizio, alabria due ---End text--- Author: GIOVANNA GUECI Heading: Highlight: In Lombardia 142 hub con un servizio, in Calabria due Le strutture che rispettano gli standard sono appena 46 Al 30 giugno avviate solo 660 rispetto alle 1.723 programmate Image:Personale infermieristico Fondamentale per le cure di prossimità l’apporto dei Medici di medicina generale -tit_org- Case di Comunità, sos medici -sec_org- tp:writer§§ GIOVANNA GUECI guid§§ http://gimbe.telpress.it/news/2025/09/29/2025092901669304960.PDF §---§ title§§ Una Sanità da guarire = Risorse, équipe e prevenzione La sanità che serve link§§ http://gimbe.telpress.it/news/2025/09/29/2025092901668304962.PDF description§§

Estratto da pag. 3 di "QUOTIDIANO DEL SUD L'ALTRA VOCE DELL' ITALIA" del 29 Sep 2025

Il nodo resta il personale medico e infermieristico carente

pubDate§§ 2025-09-29T04:59:00+00:00 arguments§§ http://gimbe.telpress.it/news/2025/09/29/2025092901668304962.PDF category§§ POLITICA SANITARIA subcategory§§ {'domain': ''} source§§ {'href': 'http://gimbe.telpress.it/news/2025/09/29/2025092901668304962.PDF', 'title': "QUOTIDIANO DEL SUD L'ALTRA VOCE DELL' ITALIA"} tp:url§§ tp:attach_fn§§ http://gimbe.telpress.it/news/2025/09/29/2025092901668304962.PDF tp:ocr§§ LO SPECIALE/Il punto su prevenzione, liste d’attesa, cure primarie e risorse Una Sanità da guarire Il nodo resta il personale medico e infermieristico carente Risorse, équipe e prevenzione La sanità che serve Le proposte per riformare l’assistenza pubblica italiana nell’agenda a cura di Fo.SSc. L’AGENDA di FRANCESCO COGNETTI* a pagina III el 2050 l’Italia sarà un Paese più anziano e più fragile, come conferma la stima del programma di riforma della sanità pubblica immaginato dal Forum delle Società Scientifiche dei Clinici Ospedalieri e Universitari Italiani (Fo.Ssc), che chiede al Governo un intervento strutturale, con provvedimenti urgenti per salvare il carattere universalistico del servizio sanitario. Le persone con più di 64 anni cresceranno di oltre un terzo rispetto a oggi, mentre la popolazione complessiva diminuirà per effetto del calo delle nascite. N el 2050 l’Italia sarà un Paese più anziano e più fragile, come conferma la stima del programma di riforma della sanità pubblica immaginato dal Forum delle Società Scientifiche dei Clinici Ospedalieri e Universitari Italiani (Fo.Ssc), che chiede al Governo un intervento strutturale, con provvedimenti urgenti per salvare il carattere universalistico del servizio sanitario. Le persone con più di 64 anni cresceranno di oltre un terzo rispetto a oggi, mentre la popolazione complessiva diminuirà per effetto del calo delle nascite. Senza un cambio di rotta il sistema attuale non reggerà l’urto di cronicità in aumento e risorse in calo. È una fotografia accompagnata da criticità note - sottofinanziamento, carenza di personale, pronto soccorso affollati, liste d’attesa interminabili, episodi di violenza contro gli operatori - e da un dato strutturale spesso trascurato: la frammentazione delle infrastrutture e dei dati tra ospedali, ambulatori e medicina di base, che rende difficile perfino parlare la stessa lingua tra reparti e territori. Per Fo.SSc non bastano "interventi tampone": serve una riforma sistemica guidata da tre capisaldi: continuità assistenziale, centralità del paziente, efficienza organizzativa. Accompagnati da una spinta alla sanità digitale e all’intelligenza artificiale, a partire da un’unica piattaforma nazionale dei dati. L’effetto della disconnessione si vede già oggi in gesti banali come ripetere un esame fatto altrove. La "ridondanza diagnostica" costa, e non solo in tempo: parliamo di circa tre miliardi e mezzo di euro l’anno per la spesa dovuta alla duplicazione di indagini causate dalla mobilità regionale, quando chi cura non riesce ad accedere ai referti già disponibili. Nel 2022, nonostante circa due miliardi spesi in sanità digitale per collegare tra loro le realtà regionali, meno della metà delle strutture N dichiarava di avere un sistema elettronico davvero operativo in tutti i dipartimenti. Da qui la prima leva del piano: rimettere in equilibrio l’ospedale. Aumenti di posti letto, attualmente circa la metà rispetto alla media europea, per alleggerire pronto soccorso e terapie intensive; revisione dei tetti di spesa che bloccano reparti e tecnologie; aggiornamento dei Drg, i raggruppamenti omogenei di diagnosi, spostando il baricentro dagli atti agli esiti, cioè a come sta il paziente dopo le cure. Ma soprattutto persone: occorrono assunzioni straordinarie in tempi brevi, per immettere almeno 10mila nuovi specialisti e 20mila infermieri. C’è da colmare un vuoto quantificato in 65mila infermieri mancanti, oltre a migliaia di altre figure tra tecnici di laboratorio, fisioterapisti, ostetriche e operatori sociosanitari. Bisogna invertire l’esodo verso l’estero con contratti competitivi e carriere chiare, e riorientare la formazione verso specialità oggi "neglette", dall’emergenza-urgenza all’anatomia patologica. La seconda leva sposta lo sguardo fuori dalle mura ospedaliere, dove si gioca la partita della cronicità. L’integrazione tra ospedale e territorio è il passaggio obbligato per dare concretezza alla medicina di prossimità. Le Case di Comunità, di cui si parla approfonditamente in un altro articolo su questo numer o, restano nell’orizzonte, ma con realismo: si potranno avviare dove il personale non verrà sottratto a reparti già in sofferenza. Il ruolo dei medici di medicina generale Nel 2050 l’Italia sarà più anziana e fragile con gli ultra 64enni che aumenteranno di 1/3 rispetto a oggi viene ripensato come primo accesso al servizio sanitario, con un rapporto convenzionale che preveda almeno diciotto ore settimanali di presenza nelle Case, circondati da un team con specialisti ambulatoriali interni e infermieri, per accelerare diagnosi e presa in carico dei pazienti cronici che non hanno bisogno di ricovero. La telemedicina, in questo quadro, non è un gadget ma la spina dorsale che porta il monitoraggio a domicilio e riduce spostamenti e attese. C’è poi il capitolo, spesso spinoso, dei farmaci innovativi. Oggi l’accesso in Italia arriva tardi: l’iter di approvazione nazionale supera i cinquecento giorni, un tempo che vale il decimo posto in Europa. La proposta è netta: ridurre drasticamente i tempi dell’Aifa, abolire i prontuari regionali che aggiungono ritardi e disuguaglianze, e istituire canali di "accesso precoce" per i medicinali con impatto clinico rilevante. Come? Consentendo l’immissione, subito dopo il via libera europeo, a un prezzo iniziale concordato e più basso, con un conguaglio successivo basato sui risultati del mondo reale. Il tutto accompagnato da investimenti nella medicina di precisione e nella capacità industriale - in particolare sui farmaci biologici - e da controlli rigorosi sulla qualità della ricerca. È una visione che lega innovazione e accountability: velocità sì, ma misurata e verificabile. Per quanto riguarda la salute mentale, tema cresciuto nell’agenda pubblica durante e dopo la pandemia, l’idea è un Piano nazionale coordinato da una cabina di regia presso l’Istituto Superiore di Sanità, capace di armonizzare prevenzione, cura e riabilitazione, con un rafforzamento specifico della neuropsichiatria infantile: più strutture e più professionisti, e campagne per scalfire stigma e pregiudizi. È un terreno dove l’integrazione con scuola e comunità fa la differenza, e dove il capitale umano è fondamentale. Infine, la prevenzione, oggi gravemente sottofinanziata e male organizzata. Tradurre l’ambizione in pratica significa politiche sui fattori che incidono sulla salute - fumo, alcol, obesità, sedentarietà - e alleanze con scuola, università e sport. Ma anche diagnosi precoce dove serve, introducendo altri screening oltre quelli già noti: per lo stomaco, il polmone e la prostata. L’obiettivo, oggi fuori portata, è di arrivare al 90% di adesione, risparmiando sofferenza e risorse negli anni. In controluce la necessità di una regia: adottare modelli organizzativi a rete, come l’hub & spoke per oncologia, cardiovascolare e neurologia, con centri di eccellenza che concentrano le competenze e strutture collegate che garantiscono prossimità e continuità. È un modo per fare di più senza moltiplicare l’uguale, distribuendo funzioni e tecnologie in base alle dotazioni reali. E soprattutto è un invito a misurare: esiti, tempi, accessi, qualità dei dati. Perché oggi la risorsa scarsa, oltre ai professionisti, è la capacità di governare un sistema complesso con informazioni affidabili. Questa proposta non si limita a denunciare ma tenta un percorso, dall’ospedale alle case, dai farmaci alla salute mentale, dalla prevenzione ai dati. È un’agenda che richiede risorse e scelte politiche, certo, ma chiede anche una cultura meno frammentata e più orientata al risultato. Non quante prestazioni facciamo, ma come stanno le persone dopo le cure. *Coordinatore Fo.SSc. - Forum delle Società Scientifiche dei Clinici Ospedalieri e Universitari Italiani Occorre una cultura orientata al risultato: non quante prestazioni offriamo ma come stanno le persone dopo le cure ---End text--- Author: FRANCESCO COGNETTI* Heading: Le proposte per riformare l’assistenza pubblica italiana nell’agenda a cura di Fo.SSc. Highlight: Pianeta carcere: il 12% dei detenuti in Italia, quasi 6.000 persone, ha una diagnosi psichiatrica grave m a per i disturbi mentali si sale a quota 42mila Nel 2050 l’Italia sarà più anziana e fragile con gli ultra 64enni che aumenteranno di 1/3 rispetto a oggi Occorre una cultura orientata al risultato: non quante prestazioni offriamo ma come stanno le persone dopo le cure Image:L’invecchiamento della popolazione influirà sull’assistenza sanitaria I nostri posti letto sono circa la metà rispetto alla media europea -tit_org- Una Sanità da guarire Risorse, équipe e prevenzione La sanità che serve -sec_org- tp:writer§§ FRANCESCO COGNETTI* guid§§ http://gimbe.telpress.it/news/2025/09/29/2025092901668304962.PDF §---§ title§§ Fine vita, assistenza e dignità link§§ http://gimbe.telpress.it/news/2025/09/29/2025092901668004963.PDF description§§

Estratto da pag. 4 di "QUOTIDIANO DEL SUD L'ALTRA VOCE DELL' ITALIA" del 29 Sep 2025

pubDate§§ 2025-09-29T04:59:00+00:00 arguments§§ http://gimbe.telpress.it/news/2025/09/29/2025092901668004963.PDF category§§ POLITICA SANITARIA subcategory§§ {'domain': ''} source§§ {'href': 'http://gimbe.telpress.it/news/2025/09/29/2025092901668004963.PDF', 'title': "QUOTIDIANO DEL SUD L'ALTRA VOCE DELL' ITALIA"} tp:url§§ tp:attach_fn§§ http://gimbe.telpress.it/news/2025/09/29/2025092901668004963.PDF tp:ocr§§ La crescente sensibilità dell’opinione pubblica riporta il tema al centro del dibattito Fine vita, assistenza e dignità el libro Oscar e la dama in rosa di Éric-Emmanuel Schmitt c’è una frase che recita: «Ho l’impressione che abbiano inventato un ospedale diverso da quello che esiste veramente. Fanno come se si venisse all’ospedale solo per guarire. Mentre ci si viene anche per morire». Negli ultimi decenni in Italia il dibattito sul fine vita, sul diritto di morire, sull’eutanasia, ha assunto una posizione centrale nella coscienza collettiva. Eutanasia attiva è la pratica con cui un medico, su richiesta esplicita del paziente, interviene per provocare la morte allo scopo di porre fine alla sofferenza. In Italia l’eutanasia attiva è illegale. Tuttavia, nel tempo, la normativa sul fine vita ha fatto passi significativi. Nonostante l’assenza di una legge specifica sull’eutanasia, la Corte Costituzionale italiana ha infatti riconosciuto il diritto alla morte dignitosa come un diritto fondamentale della persona. Con la Legge 22 dicembre 2017, n. 219 sono state introdotte norme fondamentali relative al consenso informato e alle disposizioni anticipate di trattamento (DAT). Questa legge ha stabilito che nessun trattamento può essere iniziato o proseguito senza il consenso libero, informato e consapevole del paziente e che ogni persona ha il diritto di esprimere in anticipo le proprie volontà in merito ai trattamenti sanitari (anche futuri), inclusi quelli che riguardano idratazione e nutrizione artificiale. La legge non contempla comunque che il medico provochi direttamente la morte del paziente, ma prevede la possibilità di sospendere trattamenti di sostegno vitale e l’uso della sedazione profonda continua nei casi di sofferenza non alleviata dalle altre cure. Per questo, si parla anche di eutanasia passiva, ossia limitata ad una sospensione della cura. Successivamente, con due sentenze – la n. 242 del 2019 e la n. 50 del 2024 – la Corte Costituzionale ha stabilito che in Italia è possibile richiedere il suicidio medicalmente assistito, ossia l’aiuto indiretto a morire da parte di un medico, esclusivamente a condizione che la persona che ne faccia richiesta sia pienamente capace di intendere e di volere, sia affetta da una patologia irreversibile portatrice di gravi sofferenze fisiche o psicologiche, e sopravviva unicamente grazie a trattamenti di sostegno vitale. In tali casi, è il paziente stesso a dover autosomministrarsi il farmaco letale, esercitando la propria autonomia decisionale nelle piene capacità cognitive. La Corte ha sottolineato come si tratti di situazioni in cui “l’assistenza di terzi nel porre fine alla vita può presentarsi al malato come l’unica via d’uscita per sottrarsi, nel N rispetto del proprio concetto di dignità della persona, a un mantenimento artificiale in vita non più voluto e che egli ha il diritto di rifiutare”. Pertanto, anche in questo caso il medico non interviene direttamente nel provocare la morte, ma ha il compito di accompagnare e garantire la correttezza della procedura. Il suicidio assistito è quindi ammissibile solo quando ricorrono simultaneamente alcune condizioni: la presenza di una patologia irreversibile, la sussistenza di sofferenze ritenute intollerabili, la dipendenza da trattamenti di sostegno vitale e la capacità della persona di assumere decisioni libere e consapevoli. La Corte ha tuttavia precisato che non si tratta di un diritto generale al suicidio assistito, ma di una “circoscritta area” di non punibilità per specifiche condizioni. Negli ultimi tempi, la crescente sensibilità dell’opinione pubblica ha riportato con forza questo tema al centro del dibattito italiano. In risposta alla mancanza di una legge nazionale, alcune Regioni hanno scelto di intervenire autonomamente, dando attuazione alle indicazioni già fissate dalla Corte costituzionale. La Toscana è stata la prima, approvando a febbraio 2025 una legge regionale sulla “morte volontaria medicalmente assistita”. La norma prevede tempi e procedure precise per l’accesso al suicidio assistito e ha già trovato applicazione concreta: a giugno 2025, un uomo affetto da morbo di Parkinson è stato il primo paziente a ricorrere legalmente a questo percorso. Il Governo Meloni ha tuttavia impugnato presso la Corte Costituzionale la legge della Regione Toscana, con un ricorso depositato a maggio 2025. Le motivazioni riguardano la presunta incompetenza delle regioni in materia, poiché il suicidio assistito è ritenuto un tema di competenza nazionale. La Regione Toscana si è difesa sostenendo la propria competenza sull'organizzazione dei servizi sanitari, dal momento che la legge non crea nuove condizioni ma applica invece quelle già stabilite dalla Corte Costituzionale. Sulla scia toscana, anche la Sardegna ha approvato questo settembre una propria legge regionale sul fine vita, che stabilisce l’accesso gratuito al suicidio medicalmente assistito per le persone affette da patologie irreversibili e dipendenti da trattamenti vitali, previa verifica da parte di una commissione multidisciplinare e di un comitato etico territoriale. Queste decisioni hanno tuttavia suscitato un acceso dibattito politico, mentre, a livello nazionale, il disegno di legge sul fine vita ha appena avviato il suo iter parlamentare. Sebbene i suoi contenuti restino soggetti a modifiche, la bozza di legge elaborata dal Governo sembra tuttavia prevedere alcune condizioni molto restrittive. La versione attuale prevederebbe che chi chiede di accedere al suicidio medicalmente assistito debba affrontare prima un percorso obbligatorio di cure palliative, prima di poter formalizzare la richiesta. Questa impostazione ha già suscitato numerose critiche, anche da parte della Società Italiana di Cure Palliative (SICP), riconoscendo che queste cure devono essere garantite e rese accessibili a tutti, ma non imposte come condizione preliminare per poter esercitare il diritto all’autodeterminazione. La bozza propone inoltre l’istituzione di un Comitato nazionale di valutazione etica, incaricato di valutare le richieste di suicidio medicalmente assistito. Uno degli aspetti più discussi riguarda tuttavia il periodo minimo da attendere in caso di diniego giacché, secondo quanto riportato dalla stampa, se il comitato dovesse ritenere assenti i requisiti, la persona malata non potrebbe ripresentare domanda per i successivi quattro anni. Un intervallo che suscita forti perplessità, considerata la gravità e l’urgenza delle condizioni in cui si trovano i pazienti che richiedono il trattamento. Un ulteriore elemento controverso riguarda il fatto che la procedura, nella bozza attuale, non sarebbe garantita dal Servizio Sanitario Nazionale (SSN). Questo significa che il suicidio medicalmente assistito sarebbe accessibile soltanto a chi ha la possibilità economica di sostenerne i costi privatamente. Una prospettiva che rischia di creare una grave disparità, trasformando un diritto potenziale in un privilegio di pochi, privando molte persone della possibilità di accedere a una morte dignitosa. In attesa di disposizioni più chiare, si può comunque sottolineare che si tratta certamente di questioni delicate e complesse, che vanno ben oltre il perimetro della giurisdizione e toccano il tema della dignità umana, del rispetto del libero arbitrio e della concezione della cura come responsabilità morale. Parlare di fine vita significa misurarsi con la distinzione tra la mera sopravvivenza biologica e la vita intesa come esperienza piena di significato, relazione e dignità. Il nodo centrale è di natura etica, e considera la legittimità di poter considerare il diritto a disporre della propria morte al pari del diritto a disporre della propria vita. Questa questione resta controversa, soprattutto in società come la nostra, in cui la morte è stata progressivamente rimossa dal discorso pubblico e relegata a un tabù, rendendo difficile un confronto sereno ed equilibrato. Ma, come spesso accade con ciò che viene rimosso, questo tema ritorna con forza, imponendosi nelle decisioni individuali e collettive. In questo scenario, la bioetica si conferma un campo di riflessione imprescindibile, capace di offrire orientamenti morali in un contesto sociale in cui si pongono domande sempre più urgenti. La società contemporanea corre infatti su un doppio binario, quello dell’innovazione biomedica, che spalanca possibilità inedite, e quello della riflessione critica, che deve disciplinare queste possibilità per garantire che siano rispettose della persona. Solo così diventa possibile affrontare il tema del fine vita non come una frattura insormontabile, ma come una questione di giustizia, dignità e responsabilità collettiva. ---End text--- Author: LIDIA MARASSI Heading: Highlight: Image:Dall’alto: un paziente ricoverato in rianimazione e una manifestazione a favore dell’eutanasia -tit_org- Fine vita, assistenza e dignità -sec_org- tp:writer§§ LIDIA MARASSI guid§§ http://gimbe.telpress.it/news/2025/09/29/2025092901668004963.PDF §---§