title§§ Sanità e welfare sono le priorità per il nuovo governo regionale
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Estratto da pag. 5 di "CALABRIA.LIVE" del 22 Sep 2025
pubDate§§ 2025-09-22T04:51:00+00:00
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tp:ocr§§ Sanità e welfare sono le priorità per il nuovo governo regionale L’OPINIONE / GIUSEPPE LAVIA L a Sanità calabrese resta in difficoltà, in un contesto nazionale in cui è evidente come, dopo anni di tagli e di vincoli anacronistici ai tetti di spesa del personale, serva portare più in alto il rapporto PIL-risorse assegnate al Servizio Sanitario Nazionale. Nella nostra regione – prosegue Lavia – i dati Gimbe registrano un miglioramento riguardo ai Lea per due aree su tre (ospedaliera e prevenzione). Restiamo in ritardo sull’area distrettuale, cioè in quella medicina del territorio che è invece centrale per garantire il diritto alla salute. La crisi della medicina territoriale porta inevitabilmente all’intasamento dei Pronto Soccorso, con il numero degli accessi impropri che supera il 50%. Occorre superare i ritardi nella realizzazione delle 61 Case di Comunità e dei 20 Ospedali di Comunità previsti per la Calabria. L’esperienza fallimentare della Case della Salute mai partite sia da monito. Ma senza nuove assunzioni sarà impossibile attivare i servizi previsti. Per ogni Casa di comunità Hub, oltre ai medici di medicina generale, pediatri di libera scelta e specialisti, servono un coordinatore infermieristico, da 7 a 11 infermieri, 5-8 unità di personale di supporto socio-sanitario e amministrativo. La priorità è in generale un grande piano reclutamento del personale sanitario che resta insufficiente nonostante le assunzioni e le stabilizzazioni effettuate. Per arginare la fuga dei medici dal servizio pubblico e per attrarre invece personale medico servono incentivi economici e condizioni di benessere organizzativo che vanno ricostruite, in un quadro di difficoltà nel reclutamento dei medici che accomuna tante regioni. Su mobilità passiva, liste di attesa, emergenza urgenza, tempi dei soccorsi restano tante criticità sulle quali occorre continuare a lavorare. E troppi calabresi sono costretti ancora a curarsi fuori regione. Per una vera e completa inversione di tendenza e per garantire pienamente il diritto alla salute serve una profonda revisione del sistema sanitario regionale, ci sono tantissime cose da fare, ad iniziare dalla scelta di un management che sia ovunque all’altezza delle sfide. Particolare attenzione va prestata alla qualità dell’Adi erogata agli over 65. Non bastano poche ore di assistenza per una vera presa in carico. Il privato, che non demonizziamo, deve integrare l’offerta sanitaria pubblica. Non può prendersi la polpa e lasciare l’osso al pubblico, come avviene in alcuni casi in Calabria. Sul sociale, serve attuare il Piano Regionale sulle fragilità, approvare il Piano Sociale Regionale per consentire la coprogettazione di Piani Sociali di Zona capaci di rispondere ai bisogni in maniera puntuale, attuare tutte le misure del Piano triennale per l’invecchiamento attivo. La grande sfida è realizzare l’integrazione fra sociale e sanitario. Come Cisl siamo pronti a collaborare con il futuro governo regionale, consapevoli che per un problema così complesso non esistano soluzioni semplici, lavorando nell’interesse dei calabresi che hanno diritto ad una sanità normale. Con l’urgenza di uscire da un Commissariamento infinito, che ci ha regalato fino a poco tempo fa personaggi tragicomici, che i calabresi non dimenticano. Con la necessità di rendere molto meno stringenti i vincoli del piano di rientro. La strada del confronto è l’unica possibile. ? (Segretario generale Cisl Calabria ---End text--- Author: Redazione Heading: L’OPINIONE / GIUSEPPE LAVIA Highlight: Image: -tit_org- Sanità e welfare sono le priorità per il nuovo governo regionale -sec_org-
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title§§ Il costo della salute
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Estratto da pag. 3 di "FOGLIO" del 22 Sep 2025
pubDate§§ 2025-09-22T02:58:00+00:00
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tp:ocr§§ Il costo della salute “Il sottofinanziamento pubblico della sanità italiana è ormai una questione strutturale che, oltre a generare tensioni crescenti in parlamento, sta mettendo in gravi difficoltà tutte le regioni, sempre più in affanno nel garantire i livelli essenziali di assistenza. Ma oggi il conto più salato di queste scelte miopi lo pagano anzitutto i cittadini”, così Nino Cartabellotta, presidente della fondazione Gimbe, ha commentato i dati relativi alla spesa sanitaria pubblica italiana nel 2024, messi a confronto con quella degli altri paesi europei e dell’area Ocse. In vista della legge di Bilancio 2026, la fondazione ha analizzato i dati forniti dal dataset Oecd Health Statistics, che è aggiornato al 30 luglio 2025. Numeri di Lorena Evangelista. l l l l 6,3 per cento In Italia, nel 2024, la spesa sanitaria pubblica in Italia si è attestata sul 6,3 per cento del pil. Si tratta di un dato inferiore alla media dei paesi Ocse, che è pari al 7,1 per cento, e a quella europea, pari al 6,9 per cento. l l l l 14 L’Italia è il 14esimo paese europeo dell’area Ocse per spesa sanitaria calcolata in rapporto al pil. Il divario con i paesi che fanno meglio è molto ampio: circa 4,3 punti percentuali ci separano, ad esempio, dalla Germania, la cui spesa pubblica per la sanità è del 10,6 per cento in rapporto al pil. 3.835 In dollari, è la spesa sanitaria pubblica pro-capite calcolata in Italia relativamente al 2024. Anche in questo caso il nostro paese va peggio di molti paesi europei e dell’area Ocse: la media europea si attesta sui 4689 dollari pro-capite, mentre la media dei paesi Ocse è di 4625 dollari. 5,8 milioni Le persone che in Italia, solo nel 2024, sono state costrette a rinunciare alle cure per ragioni economiche, secondo l’analisi della Fondazione Gimbe. Si tratta di quasi un italiano su 10. l l l l 2008-2024 Nell’arco degli ultimi sedici anni, l’Italia è sempre stata all’ultimo posto per spesa pubblica sanitaria pro-capite tra i paesi del G7. Ma le distanze si sono ampliate progressivamente: rispetto ai 3835 dollari spesi in Italia per cittadino, la Germania ne spende 8080. ---End text--- Author: Redazione Heading: Highlight: Image: -tit_org- Il costo della salute -sec_org-
tp:writer§§ REDAZIONE
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title§§ "Alternativi al fumo l`Europa segua l`Italia" 9 V :
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Estratto da pag. 29 di "AFFARI E FINANZA" del 22 Sep 2025
pubDate§§ 2025-09-22T04:35:00+00:00
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category§§ POLITICA SANITARIA
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tp:ocr§§ L’INTERVISTA “Alternativi al fumo l’Europa segua l’Italia” Monteiro (Bat) contro la stretta Ue su tabacco riscaldato e sacchetti di nicotina: “Nel Belpaese regole più bilanciate”. Polemica aperta sui danni ualche giorno fa a Trieste Bat ha inaugurato la prima di 16 nuove linee per i prodotti a tabacco riscaldato, che si affianca a quelle già operative per i sacchetti di nicotina e per i presidi medici per smettere di fumare. L’investimento da 500 milioni avviato nel 2022 sullo stabilimento italiano - tutto dedicato ai prodotti alternativi a cui la storica multinazionale inglese ora vuole convertire i “vecchi” fumatori di sigarette procede in anticipo. E Fred Monteiro, regional director di Bat per le Americhe (Stati Uniti esclusi) e l’Europa, usa l’occasione per mandare un messaggio a Bruxelles, che ipotizza una stretta su questi nuovi prodotti, al centro di un intenso dibattito sul livello di rischio: «L’Italia ha uno dei regimi regolatori più stabili e bilanciati, dovrebbe essere il copione per tutta Europa». L’incertezza delle regole è uno dei motivi per cui gli investitori stanno alla larga dal nostro Paese. Non nel vostro caso? «Non per l’industria di tabacco e nicotina: la regolamentazione italiana ha garantito certezza a noi investitori, fatto crescere le entrate Q • fiscali, ridotto il contrabbando e portato i consumatori verso prodotti a minore rischio per la salute. Un successo per tutti». Lei dice regime “bilanciato”, molti dicono “troppo amichevole”. Due anni fa il ministro della Salute aveva preannunciato una stretta sul tabacco, di cui anche per le pressioni delle lobby si sono perse le tracce. Ora la bozza della nuova direttiva Ue sulle accise ne annuncia una fiscale che incrementa le tasse sui prodotti alternativi alle sigarette. Vi spaventa? «In Europa ci sono 27 Stati membri e ognuno ha la sua voce. I Paesi che hanno storie di successo come l’Italia si faranno sentire per migliorare quella che è ancora una prima bozza. Anche perché Bruxelles vuole togliere il 15% degli introiti derivanti dalla accise dai singoli Stati per metterli nelle proprie tasche, cosa che a nostro parere è inaccettabile». E-cig, tabacco riscaldato e sacchetti di nicotina sono comunque nocivi. Perché non vanno tassati come le sigarette? «La bozza di direttiva Ue ha varie assunzioni non corrette. La prima è che tasse e prezzi più alti non aumenterebbero il contrabbando: numerosi casi in Europa testimoniano che è falso. Inoltre si ignora che il profilo di rischio dei nuovi prodotti è sostanzialmente più basso rispetto alle sigarette: i regolatori dovrebbero incoraggiare i consumatori ad abbandonarle». Sul punto il dibattito infuria. Molti esperti ritengono che i sacchetti di nicotina orali non aiutino a smettere, ma creino dipendenza. Francia e Olanda li hanno banditi, si aspetta che altri Paesi lo facciano? «I sacchetti di nicotina sono approvati e regolati negli Stati Uniti, in Canada, in Giappone, nel Regno Unito, in Scandinavia. Paesi con una visione progressista hanno capito che questi prodotti sono parte di un’agenda per portare i fumatori di sigarette a smettere o spostarsi su opzioni a rischio inferiore, agenda con cui quella di Bat – “un mondo senza fumo” – è allineata. Prevarrà questa visione, non quella di retroguardia e meno informata degli altri Paesi che lei cita». Gli Stati Uniti sono il primo mercato di Bat. Le tariffe di Trump stanno impattando su forniture, prezzi e sul vostro bilancio? «Abbiamo filiere produttive molto flessibili e ridondanti: per quasi tutti i prodotti abbiamo fornitori alternativi che possono aiutarci ad affrontare imprevisti in singoli Paesi e minimizzarne l’impatto. Già durante il Covid è stato vero e anche con i dazi finora l’impatto è ridotto». Investirete di più negli Usa a discapito del resto del mondo, come chiede Trump? «Abbiamo piani di investimento a cinque anni per ogni geografia. Li rivediamo ogni anno, ma finora non è stato necessario ricalibrarli. Gli impegni sono robusti sia negli Stati Uniti che in altri Paesi come l’Italia». ©RIPRODUZIONE RISERVATA ---En
d text--- Author: Filippo Santelli Heading: Highlight: Image:2 -tit_org- "Alternativi al fumo l`Europa segua l`Italia" 9 V : -sec_org-
tp:writer§§ Filippo Santelli
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§---§
title§§ Cosìilvaccino contro la bronchiolite fa risparmiare la sanità
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Estratto da pag. 15 di "AFFARI E FINANZA" del 22 Sep 2025
pubDate§§ 2025-09-22T04:35:00+00:00
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category§§ POLITICA SANITARIA
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tp:ocr§§ Così il vaccino contro la bronchiolite fa risparmiare la sanità Un nuovo farmaco promette una difesa più efficace contro il virus respiratorio sinciziale che colpisce bambini e anziani con una riduzione dei costi di ricovero e trattamento Ma la campagna nazionale è in ritardo Prevenzione medici non hanno dubbi, e anche gli economisti sono d’accordo. La prevenzione del virus respiratorio sinciziale (Rsv) conviene: ai bambini e agli anziani, i più colpiti da questo virus, e al servizio sanitario, che così risparmia i costi legati a dover curare quelli che si ammalano. Nonostante questo, però, i programmi di prevenzione nazionale non hanno ancora recepito le innovazioni e ormai il tempo per correggere il tiro prima della stagione invernale si sta esaurendo. Nel caso dei bambini la novità è rappresentata da un farmaco, un anticorpo monoclonale, capace di proteggere contro il virus più a lungo rispetto a quello usato finora nei neonati a rischio. Per capire se valga la pena di sostituire il farmaco vecchio con quello nuovo, un gruppo di ricerca toscano ha analizzato i dati relativi ai ricoveri di oltre 600 bambini, valutando i costi di ricovero e trattamento (che oscillano tra i 4.000 e i 14 mila euro circa) dell’immunizzazione col nuovo anticorpo monoclonale e i relativi dati di efficacia. Risultato: la strategia per evitare il maggior numero di ospedalizzazioni senza di fatto necessità di incrementi di spesa è quella di somministrare il nuovo prodotto durante il primo anno di vita, poco prima che inizi la stagione invernale, così come raccomandato peraltro da pediatri e neonatologi. In realtà il risparmio potrebbe essere anche maggiore, se si allargasse lo sguardo. «L’impatto sul territorio è molto importante, in termini di accesso ai medici di medicina generale e ai pediatri, ma anche a livello dei costi sostenuti dalle famiglie di questi bambini», aggiunge in merito Caterina Rizzo, del Dipartimento di Ricerca Traslazionale e delle Nuove Tecnologie in Medicina e Chirurgia dell’Università di Pisa. I risultati di alcuni studi condotti da Rizzo e colleghi mostrano che, sommando assistenza ambulatoriale e i costi sociali derivanti dal congedo parentale, per curare un bambino sotto i 5 anni dall’infezione da Rsv costa in media più di 700 euro. Oltre i giorni persi a scuola, infatti, nel conteggio vanno messi i permessi richiesti dai genitori per poter assistere i figli. Un altro studio ha calcolato che la prevenzione allargata con il nuovo anticorpo potrebbe far risparmiare circa 1,7 milioni solo nell’assistenza primaria. Ma la mancata prevenzione costa, e tanto, anche per gli adulti, l’altra fascia di popolazione più debole di fronte a questo virus. Ogni anno in Italia finiscono in ospedale 26mila over 60 a causa dell’infezione e 1.800 sono i decessi. «Ma anche chi torna a casa, in molti casi, rimane danneggiato e va incontro a un decadimento funzionale che gli impedisce di tornare attivo come prima del ricovero», riprende Rizzo, che ha condotto un’analisi sull’impatto che avrebbe la vaccinazione su questi anziani: circa 33 mila ricoveri evitati in tre anni, a cui si aggiungono risparmi I per più di 150 milioni relativi ai costi sanitari diretti solo negli over 75. «Negli adulti i dati suggeriscono che il vaccino protegga per tre anni, anche se con forza sempre minore di anno in anno», commenta Rizzo. «Investire nella prevenzione ripaga sempre, ma nel caso delle vaccinazioni ancora di più — aggiunge Maria Eugenia Morreale, referente per le vaccinazioni per Cittadinanza Attiva — perché le vaccinazioni non proteggono solo l’individuo, ma anche tutte le persone con cui interagisce». Morreale è la responsabile del progetto Osservatorio Rsv, per chiedere alle istituzioni una pianificazione puntuale e organizzata della prevenzione contro il virus. «Rimandare alle Regioni la gestione della prevenzione, significa predisporre i pazienti a ingiuste disuguaglianze, con le Regioni più ricche che si muovono per tempo e le altre costrette a fare i conti, nel migliore dei casi, con provvedimenti e fondi stanziati all’ultim
o minuto, a ridosso della stagione epidemica già cominciata — riprende — il segnale che arriva non è solo di mancanza e ritardo, ma invita a credere che la prevenzione contro l’Rsv sia poco importante. Al punto che spesso di Rsv non si sente neanche parlare, come capita a molte donne incinte». ---End text--- Author: Anna Lisa Bonfranceschi Heading: Prevenzione Highlight: IL FESTIVAL DI SALUTE A PADOVA DALL’8/10 Il Festival di Salute torna a Padova con un ricco programma e un villaggio della salute dove sarà possibile fare prevenzione e informarsi sui temi del benessere. Quattro giorni densi di appuntamenti — dall’8 all’11 ottobre in Aula Magna dell’Università e a Teatro Verdi — per parlare di medicina e salute insieme, fra gli altri, a David Quammen, Alberto Mantovani, Giorgio Parisi, Andrea Pennacchi, Alessandro Barbero, Edoardo Prati. Due gli appuntamenti dedicati alla prevenzione dell’infezione da virus respiratorio sinciziale, il 9 e l’11 ottobre. Per il programma e prenotarsi per talk e screening https://www.repubblica.it/salute/dossier/fe stival-salute-2025 Image:LO STUDIO 1 1 Uno studio di un gruppo di ricerca toscano svela i benefici di un anticorpo monoclonale che aumenta la protezione nei bambini -tit_org- Cosìilvaccino contro la bronchiolite fa risparmiare la sanità -sec_org-
tp:writer§§ ANNA LISA BONFRANCESCHI
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title§§ Pochi infermieri e mal pagati la crisi in corsia
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Estratto da pag. 32 di "CORRIERE DELLA SERA" del 22 Sep 2025
pubDate§§ 2025-09-22T04:35:00+00:00
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tp:ocr§§ POCHI INFERMIERI E MAL PAGATI LA CRISI IN CORSIA ? Il corsivo del giorno di Sergio Harari 1 7.215 domande per 18.918 posti, sono questi i numeri degli esami di ammissione al corso di Laurea in scienze infermieristiche quest’anno. Meno candidati che posti, con un calo dell’11% rispetto al 2024 quando furono 19.421. Il problema però non è solo di chi lavora in sanità ma di tutti, senza personale gli ospedali chiudono. Come sta già avvenendo: in molte realtà alcuni reparti sono stati ridotti, dei servizi sono stati chiusi o accorpati ad altri, nuove strutture non sono mai partite o sono solo parzialmente aperte. Qualcuno ha pensato di importare infermieri dall’estero ma la soluzione non regge: oltre ai problemi di lingua, cultura e formazione, le nostre retribuzioni non sono concorrenziali con gli altri paesi nostri vicini, se uno deve spostarsi dall’India va in Germania, non certo in Italia. Perfino chi parte dall’Albania, Paese con il quale abbiamo una certa affinità, va da altre parti. Se la criticità è garantire una adeguata presenza di personale alle sempre maggiori e più complesse necessità cliniche, la scarsità di candidati e di studenti in infermieristica sta pericolosamente abbassando i livelli di selezione, si promuove chiunque pur di avere poi nelle corsie ospedaliere qualcuno che guardi i malati. Per tamponare, almeno in parte, il problema, è stata recentemente istituita la figura dell’«assistente infermiere», una sorta di OSS (operatore sociosanitario), riqualificato, che va bene come aiuto parziale ma non può sostituire le competenze e professionalità di chi ha avuto una formazione specifica (poi, come sempre, la differenza la fanno le persone, ci sono OSS bravissimi e molto attenti). Un infermiere guadagna meno di un cameriere, che però non è tutti i giorni a contatto con la sofferenza e con la morte, non fa turni notturni di 12 ore, e non ha le stesse responsabilità: sbagliare un piatto non è la stessa cosa che sbagliare una flebo. Inutile girarci intorno, vanno adeguate le retribuzioni e commisurate a cosa si fa e dove, un conto è lavorare a Milano in un reparto molto gravoso, un altro è fare assistenza in una realtà meno impegnativa in aree del Paese dove il carovita è decisamente inferiore. E se aumentano i costi del personale vanno conseguentemente rivisti i rimborsi riconosciuti per le prestazioni sanitarie, come i DRG. © RIPRODUZIONE RISERVATA ---End text--- Author: Sergio Harari Heading: ? Il corsivo del giorno di Sergio Harari Highlight: Image: -tit_org- Pochi infermieri e mal pagati la crisi in corsia -sec_org-
tp:writer§§ Sergio Harari
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title§§ Regioni alle urne In gioco la Sanità = Sette Regioni al voto In gioco la nostra salute
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Estratto da pag. 15 di "CORRIERE DELLA SERA" del 22 Sep 2025
di Milena Gabanelli e Simona Ravizza
pubDate§§ 2025-09-22T04:35:00+00:00
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tp:ocr§§ Regionialleurne IngiocolaSanità di Milena Gabanelli e Simona Ravizza SetteRegionialvoto Ingiocolanostrasalute L’84% DELLA SPESA REGIONALE VA ALLA SANITÀ: QUANTO VALE COME IL PRESIDENTE DECIDE SU GESTIONE E CATENA DI COMANDO I DATI SULLE LISTE D’ATTESA NASCOSTI: LA PROVA SUL CAMPO Corriere.it Guardate i video sul sito del «Corriere della Sera» nella sezione Dataroom con gli approfondimenti di data journalism S ette le regioni italiane al voto per eleggere chi le governerà. La posta in gioco è soprattutto la salute dei cittadini: perché ben l’84% delle spese gestite dalla Regione vanno impiegate per la Sanità. Ecco in che modo le decisioni del presidente e la catena di comando influenzeranno il futuro, ed ecco i veri dati (nascosti) sulle liste d’attesa. a pagina 15 di Milena Gabanelli e Simona Ravizza L’ autunno inaugura la stagione delle elezioni regionali. Si inizia dalla Valle d’Aosta il 28 settembre, dove lo statuto speciale prevede solo l’elezione del Consiglio. Nelle Marche, il 28 e 29 settembre, il presidente uscente Francesco Acquaroli (FdI) affronterà l’eurodeputato Matteo Ricci (Pd), ex sindaco di Pesaro. Si prosegue in Calabria il 5 e 6 ottobre: il governatore Roberto Occhiuto (FI) sarà sfidato da Pasquale Tridico (M5S), europarlamentare ed ex presidente Inps. In Toscana, il 12 e 13 ottobre, il presidente uscente Eugenio Giani (Pd) cercherà un secondo mandato contro Alessandro Tomasi (FdI), sindaco di Pistoia. Il 23 e 24 novembre si voterà in Veneto, Campania e Puglia. Il candidato del centrosinistra per il Veneto è Giovanni Manildo, ex sindaco di Treviso; per la Campania Roberto Fico (M5S), ex presidente della Camera; e per la Puglia l’europarlamentare Antonio Decaro, ex sindaco di Bari. Il centrodestra non ha ancora ufficializzato i propri candidati. La posta in gioco per i cittadini è altissima: il governo di una Regione impatta direttamente sulla salute. L’84% della spesa corrente regionale va alla Sanità. Budget 2025: Valle d’Aosta 272 milioni; Marche 3,2 miliardi; Calabria 4 miliardi; Toscana 8,1 miliardi; Veneto 10,5 miliardi; Campania 11,9 miliardi; Puglia 8,5 miliardi. Chi fa cosa Lo Stato definisce i Livelli essenziali di assistenza (Lea) e le regole generali del sistema: stabilisce le modalità di lavoro per i medici di base, il numero di medici e infermieri e la loro formazione, le retribuzioni e le misure per smaltire le liste d’attesa. Le Regioni gestiscono la programmazione e l’organizzazione sanitaria sul territorio: decidono quali ospedali aprire, chiudere o accreditare, quali attività affidare al pubblico o al privato, quanti medici assumere e dove, quante risorse destinare a strutture per anziani e assistenza domiciliare, come organizzare Cup, screening, vaccinazioni. Alle Regioni competono la prevenzione e i controlli su alimenti, luoghi di lavoro e ambiente. Dunque l’efficienza o meno dei servizi sanitari regionali dipende dalle strategie del presidente e dalla sua filiera di comando. La catena di comando Il presidente di Regione sceglie fiduciariamente l’assessore alla Sanità, che è il suo braccio operativo, e insieme nominano i direttori generali di Asl e ospedali. La valutazione tecnica è obbligatoria: dal 2016 i manager devono essere iscritti a un Albo nazionale, avere 5-7 anni di esperienza dirigenziale, un corso in sanità pubblica e meno di 65 anni. Ma la scelta finale resta politica. In Lombardia, dopo il voto del febbraio 2023, le 40 direzioni generali di Ats e Asst sono state distribuite, secondo ricostruzioni interne, ricalcando i pesi elettorali: 15 poltrone a Fratelli d’Italia (25,17% dei voti), 8 alla Lega (16,5%), 5 alla lista Fontana (6,15%) e 4 a Forza Italia (7,24%). Altri 8 manager sono stati indicati dall’assessore Guido Bertolaso. Anche se ad alcuni direttori generali è difficile attribuire una casacca netta, la logica della spartizione politica è evidente. In Emilia-Romagna le nomine sono condizionate anche da questioni geografiche: a Piacenza, il dg rispecchia il colore politico del sindaco; a Parma, l’indicazione passa dall’Unione industriali
. Le aziende sanitarie di Reggio Emilia, Bologna, Ferrara, Modena e Imola sono di area Pd, mentre l’Ausl Romagna è legata all’ex presidente Vasco Errani. Il Rizzoli è considerato vicino a circuiti massonici, il Sant’Orsola all’area cattolica, ma dice la sua anche il rettore. Nelle Marche e in Toscana verranno nominati 7 nuovi direttori generali, in Veneto 12, in Calabria 8, in Puglia 10, in Campania 15. Il potere dei direttori generali I direttori generali scelgono fiduciariamente i direttori sanitari e amministrativi, ma il loro potere si estende anche ai primari. Un concorso per primario si basa su un profilo oggettivo (le esigenze del reparto) e uno soggettivo (i requisiti del candidato). Il dg deve nominare il candidato con il punteggio più alto. E qui si annida la discrezionalità. In commissione siede sempre il direttore sanitario, uomo di fiducia del Dg, e l’esito può essere orientato fin dalla stesura del bando, inserendo requisiti tagliati su misura per il prescelto. Ad esempio, per un primario di neurochirurgia si può richiedere una particolare specializzazione in chirurgia cranica, o per ginecologia un’esperienza combinata in laparoscopia e oncologia. La selezione avviene per titoli e colloquio, con un peso preponderante assegnato all’orale (fino a 60 punti su 100), dove è facile orientare le domande. L’incarico dura 5 anni e, sebbene sia prevista una valutazione dei risultati, la rimozione di un primario per obiettivi mancati è un evento raro. Controllori e controllati Una Regione che non assicura i Lea o che sfora il bilancio può essere sottoposta a commissariamento da parte dello Stato. La vigilanza è affidata al «Comitato permanente per la verifica dell’erogazione dei Lea», istituito nel 2005. È formato da 7 rappresentanti dei ministeri (4 della Salute, 2 dell’Economia e uno per gli Affari Regionali) e da 7 rappresentanti delle Regioni. Di fatto, le Regioni possono controllare se stesse. I verbali delle riunioni del Comitato, che contengono l’analisi di eventuali criticità e le relative raccomandazioni, non sono pubblici. Il ruolo dei cittadini Considerate le estreme difficoltà che i cittadini incontrano sul fronte sanitario, è nel loro interesse verificare le competenze dei candidati. L’esperienza dimostra che producono risultati migliori i presidenti e gli assessori con un solido passato amministrativo, spesso ex sindaci, che si dedicano allo studio della sanità, all’analisi dei dati e che poi collaborano con i tecnici. Per questo, prima del voto, è legittimo chiedere ai candidati di indicare il nome del futuro assessore alla Sanità, e di definire le priorità che intende perseguire. La qualità dell’assistenza sanitaria dei prossimi cinque anni dipenderà dunque dalla scelta che i cittadini faranno. E potrà fare la differenza fra ricevere un’ambulanza in 14 minuti o in 35; avere accesso a uno screening di prevenzione oncologica con un’adesione del 76% o dell’1%; poter contare su macchinari diagnostici aggiornati o tecnologie obsolete. Le liste di attesa Nel luglio 2024, la premier Giorgia Meloni e il ministro della Salute Orazio Schillaci hanno promesso una Piattaforma nazionale con dati aggiornati e comparabili sulle liste d’attesa. Ad oggi, però, questa trasparenza non esiste: i dati delle Regioni non sono pubblici. E se mai lo saranno, ciò avverrà dopo le elezioni regionali. Abbiamo fatto una prova sul campo: cosa succede quando viene prescritta una colonscopia con codice di priorità B, che per legge va garantita entro 10 giorni? Marche (Ascoli Piceno): prescrizione 5 settembre, risposta: «Al momento non ci sono posti disponibili, la prendiamo in carico per farla contattare entro 5 giorni». Calabria (Reggio Calabria): prescrizione 5 settembre, appuntamento 10 settembre 2025, ma in una struttura a due ore e mezzo di auto. Toscana (Firenze): prescrizione primo settembre, appuntamento 12 settembre. Veneto (Venezia): prescrizione 11 settembre, nessun appuntamento disponibile, inserimento in lista di attesa. Puglia (Bari): prescrizione 26 agosto, primo appuntamento disponibile 2 ottobre 2026.
Campania (Napoli): prescrizione 26 agosto, nessuna disponibilità in tutta la provincia di Napoli. Può essere che poi davvero richiamino entro 5 giorni per dirti quando ti daranno l’appuntamento, ma il cittadino deve fidarsi del Servizio sanitario. Altrimenti prenota subito a pagamento anche se magari fa fatica ad arrivare a fine mese. Dataroom@corriere.it © RIPRODUZIONE RISERVATA ---End text--- Author: Milena Gabanelli :-: Simona Ravizza Heading: Corriere.it Guardate i video sul sito del «Corriere della Sera» nella sezione Dataroom con gli approfondimenti di data journalism Highlight: Image:Direttori generali: le prossime nomine Marche 7 Toscana 7 AST ospedale universitario Inrca 5 1 1 3 ASL ospedali universitari 4 Calabria 8 Puglia 10 Veneto 12 Campania 15 5 ASP aziende ospedaliere 3 6 AST ospedali Inrca 2 2 9 ASL ospedali universitari Istituto oncologico 2 1 7 ASL aziende ospedaliere ospedali universitari Irccs 4 3 1 Liste di attesa Per colonscopia da garantire entro 10 giorni Prescrizione Primo appuntamento Marche 5 set Ascoli Piceno In lista d’attesa Calabria 5 set Reggio Calabria 10 set a due ore e 34 minuti d’auto Toscana 1 set Firenze 12 set Veneto 11 set Venezia In lista d’attesa Puglia 26 ago Bari 2 ott 2026 Campania 26 ago Provincia di Napoli nessuna disponibilità Infogra?ca: Sabina Castagnaviz Il presidente e la sua catena di comando Spesa sanitaria: l’84% del budget regionale REGIONI AL VOTO: dati in miliardi di euro Valle d'Aosta Presidente di Regione NOMINA 0,271 10,5 Veneto Assessore alla Sanità PROPONE (il presidente ?rma le nomine) 8,1 Toscana 3,2 Marche 11,9 Campania 8,5 Puglia 4 Calabria 0 5 10 Fonte: Gazzetta Uf?ciale della Repubblica Italiana 31 -1- 2025, serie generale numero 25, pag 57 15 Direttori generali (di ospedali e Asl scelti all’interno di un Albo nazionale) NOMINANO FIDUCIARIAMENTE Direttori sanitari Direttori amministrativi Primari che hanno ottenuto il punteggio maggiore all’interno di una selezione per titoli e colloqui fatta da una commissione in cui siedono: Direttore sanitario 3 primari della stessa disciplina estratti a sorte -tit_org- Regioni alle urne In gioco la Sanità Sette Regioni al voto In gioco la nostra salute -sec_org-
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Estratto da pag. 6 di "QUOTIDIANO DEL SUD L'ALTRA VOCE DELL' ITALIA" del 22 Sep 2025
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tp:ocr§§ Salute in Europa serve investire contro le disparità L’ASSISTENZA Dopo il Covid sale l’aspettativa di vita ma preoccupano stili di vita e clima e più recenti battute sulla questione salute in Europa sono un avvicendarsi di discussioni sull’accesso alle cure da parte dei cittadini che lascia, talvolta, col fiato sospeso. Non si dimentichi che, quando si parla di salute, l’OMS sottolinea: “Uno stato di completo benessere fisico, mentale e sociale, e non solo l’assenza di malattia o infermità”. Un concetto positivo e multidimensionale che va ben oltre la mancanza di patologie. Salute vuol dire anche la capacità degli individui di adattarsi, autogestirsi e affrontare le sfide del quotidiano. Un concetto su cui riflettere ampiamente e che rimette in discussione l’intera situazione sanitaria nel contesto europeo. A tal proposito, qual è oggi lo stato dell’arte tra sistemi pubblici e privati nei diversi Paesi europei? Chi assicura le cure “migliori”? E la tendenza generale è al miglioramento o al declino del diritto alla salute? Due modelli, tanti ibridi. In Europa convivono sostanzialmente due archetipi del sistema sanitario: sistemi a finanziamento pubblico (Beveridge-style – es. Regno Unito, paesi Scandinavi) e sistemi a basi assicurative statalizzate o miste (Bismarckstyle – es. Germania, Francia, Paesi Bassi). In molti Stati (Italia, Spagna) la componente pubblica garantisce l’accesso di base, mentre il settore privato coesiste offrendo tempi d’attesa più rapidi, servizi premium o integrazioni assicurative. La divisione “pubblico vs privato” non è però netta: in pratica la gran parte dei sistemi europei sono ibridi, con forte ruolo pubblico nella copertura di base e parti private lungo la filiera (diagnostica, cure elettive, assicurazioni integrative). Analizzando nel dettaglio, nei sistemi di tipo Beveridge la maggior parte dei servizi è finanziata con tasse generali: lo Stato decide budget e priorità; l’accesso è teoricamente universale. Nei sistemi Bismarck la copertura deriva da assicurazioni sociali obbligatorie – i cittadini (e i datori di lavoro) versano contributi che finanziano prestazioni definite dai contratti collettivi e dalla regolazione pubblica. Da un punto di vista di erogazione dei servizi, la cura può essere fornita da strutture pubbliche, enti non profit o da provider privati accreditati. Anche in sistemi “pubblici” è comune che cliniche private eroghino prestazioni per conto del sistema nazionale tramite contratti o convenzioni. L’integrazione che arriva dal settore privato coinvolge più livelli: come fornitore (diagnostica, specialistica, ricoveri privati), come assicuratore (polizze complementari che coprono servizi esclusi o riducono i tempi d’attesa) e come fonte di investimenti (infrastrutture e tecnologia). C’è equità e possibilità di scelta in questi modelli? I sistemi con forte componente pubblica tendono a garantire maggiore equità d’accesso e protezione finanziaria (meno spesa out-of-pocket), mentre i sistemi con peso maggiore dell’assicurazione privata offrono più opzioni di scelta e, in molti casi, maggiore rapidità per prestazioni non urgenti. Tuttavia, maggiore scelta può tradursi in disuguaglianze: chi può pagare ottiene tempi d’attesa inferiori e accesso a servizi extra. Quindi, da un punto di vista di efficienza e controllo dei costi, i sistemi pubblici prosperano quando sanno coordinare acquisti e priorità (es. acquisto centralizzato di farmaci), ma possono soffrire di burocrazia e lunghe liste d’attesa. La combinazione di pubblico e privato si traduce in esperienze molto L La divisione pubblico/privato non è netta: i siste sono spesso ibridi Una sala operatoria diverse a seconda del luogo e del livello socio-economico: in molti paesi il cittadino di città con assicurazione complementare vive tempi d’attesa brevi e scelta ampia; chi vive in aree rurali o non può permettersi integrazioni paga il conto con tempi più lunghi e accesso limitato a servizi specialistici. Coesistono inoltre fenomeni come la dual practice (medici che lavorano contemporaneamente nel pubbl
ico e nel privato), che può migliorare l’offerta ma anche incentivare la “fuga” verso attività a pagamento. Gli Stati europei utilizzano vari strumenti per mitigare gli svantaggi: regolazione dei prezzi, tetti alla spesa privata rimborsabile, limiti ai co-pagamenti, accreditamento rigoroso dei provider privati, contratti di performance, e politiche di investimento nella sanità territoriale (medicina di base, prevenzione). Chi “assicura” le cure migliori? Provando a leggere le classifiche internazionali, emergono paesi che costantemente ottengono risultati elevati su accesso, qualità e prevenzione: Paesi Bassi, alcuni paesi nordici, Svizzera e Francia compaiono frequentemente ai vertici nei confronti internazionali. Rapporti come quello del Commonwealth Fund indicano Paesi come Paesi Bassi e Regno Unito fra i top-performer nelle metriche prese in considerazione nella loro edizione 2024. Tuttavia, la “migliore” sanità dipende molto dall’indicatore: la Svizzera eccelle per dotazione e scelta privata, i Paesi nordici per equità e prevenzione, la Francia per coordinamento ospedale-territorio. Non esiste quindi un vincitore netto universale: la qualità è multidimensionale. L’Europa orientale e i Paesi del Sud affrontano ancora gap marcati: minor spesa pro capite, più limitata disponibilità di personale sanitario, e tassi più alti di mortalità evitabile. In numeri: a livello UE i decessi evitabili rimangono elevati (oltre il milione annuo di morti considerati evitabili o trattabili nelle fasce sotto i 75 anni), segno che prevenzione e presa in carico primaria sono aree dove molti Paesi hanno margine di miglioramento. Un tema ricorrente nei rapporti recenti è la carenza di personale sanitario e la sua distribuzione irregolare: l’invecchiamento della forza lavoro, burnout post-pandemia e flussi migratori interni al continente rendono la carenza di medici e infermieri uno dei problemi strutturali. L’Ocse e le analisi specifiche per l’Europa segnalano che, nonostante investimenti, la domanda di assistenza (specialmente per cronici e LTC – long-term care) cresce più rapidamente dell’offerta. Questo impatta tempi di attesa, qualità percepita e resilienza di ospedali e cure primarie. Dopo i crolli di mortalità legati al picco di Covid, alcuni indicatori sono tornati a migliorare: l’aspettativa di vita nell’UE ha recuperato parte del terreno perduto e, secondo dati recenti, è in aumento rispetto all’anno precedente (valore complessivo UE intorno agli 81-82 anni). Questo suggerisce che la capacità di risposta e la resilienza dei sistemi europei non siano scomparse. Accanto ai segnali positivi ci sono trend allarmanti: il ritorno di malattie prevenibili per calo di coperture vaccinali, l’impatto crescente degli eventi climatici (ondate di calore) sulla mortalità, e l’enorme carico di malattie non trasmissibili correlate a stili di vita e all’industria alimentare/alcol/tabacco. In che direzione andiamo, declino o rinascita? La risposta è duplice. C’è una tendenza alla rinascita in termini di ripresa di alcuni indicatori vitali (aspettativa di vita, molti servizi riattivati) e nell’innovazione (telemedicina, integrazione digitale). Ma c’è anche il rischio concreto di decadimento se i problemi strutturali non vengono affrontati: carenza di personale, disuguaglianze regionali, gap di prevenzione e vulnerabilità agli shock climatici o pandemici possono erodere diritti e accesso nel medio termine. La traiettoria futura dipenderà dalle scelte politiche: investire in medicina territoriale, formazione e rimunerazione del personale, sistemi di sorveglianza vaccinale e politiche di sanità pubblica proattive può spingere verso una vera rinascita. È allarme sulla carenza di personale e sua distribuzione ---End text--- Author: MARIA FRANCESCA ASTORINO Heading: L’ASSISTENZA Dopo il Covid sale l’aspettativa di vita ma preoccupano stili di vita e clima Highlight: La divisione pubblico/privato non è netta: i sistemi sono spesso ibridi È allarme sulla carenza di personale e sua distribuzione Image:Pazienti in fila per la richiesta di pre
stazioni sanitarie pubbliche Una sala operatoria -tit_org- Salute in Europa serve investire contro le disparità -sec_org-
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