title§§ Sanità pubblica, la Cisl invoca una campagna di assunzioni
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Estratto da pag. 15 di "GAZZETTA DEL SUD REGGIO CALABRIA" del 21 Sep 2025
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tp:ocr§§ Sanità pubblica, la Cisl invoca una campagna di assunzioni Il segretario generale Lavia: «Senza sarà impossibile attivare i servizi previsti» CATANZARO «La sanità calabrese resta in difficoltà, in un contesto nazionale in cui è evidente come, dopo anni di tagli e di vincoli anacronistici ai tetti di spesa del personale, serva portare più in alto il rapporto PIL-risorse assegnate al Servizio sanitario nazionale». Lo afferma, in una nota, il segretario generale della Cisl Calabria, Giuseppe Lavia. «Nella nostra regione – prosegue – i dati Gimbe registrano un miglioramento riguardo ai LEA per due aree su tre (ospedaliera e prevenzione). Restiamo in ritardo sull’area distrettuale, cioè nella medicina del territorio, centrale per garantire il diritto alla salute. La crisi della medicina territoriale porta all’intasamento dei pronto soccorso, con il numero degli accessi impropri che supera il 50%. Occorre superare i ritardi nella realizzazione delle 61 Case di Comunità e dei 20 Ospedali di Comunità previsti per la Calabria. Ma senza nuove assunzioni sarà impossibile attivare i servizi previsti». Secondo la Cisl «la priorità è in generale un grande piano reclutamento del personale sanitario che resta insufficiente nonostante le assunzioni e le stabilizzazioni effettuate. Per arginare la fuga dei medici dal servizio pubblico e per attrarre invece personale medico servono incentivi economici e condizioni di benessere organizzativo». ---End text--- Author: Redazione Heading: Highlight: Image: -tit_org- Sanità pubblica, la Cisl invoca una campagna di assunzioni -sec_org-
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title§§ Lettere - Rifinanziare il Sistema Sanilario
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Estratto da pag. 42 di "GAZZETTA DI PARMA" del 21 Sep 2025
pubDate§§ 2025-09-21T05:18:00+00:00
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tp:ocr§§ Kifínanziartí il Sislcma Sanilario Caro Direttore, nel 2024 la spesa sanitaria pubblica italiana si è attestata al 6,3% del PIL, molto al disotto della media Ocse (7,1%) ed europea (6,9%). La spesa prò-capite è di 3.835 dollari, contro i 4.689 della media europea. Un divario che vale complessivamente 43 miliardi di euro.I dati più rilevanti di raffronto: - 14° poseo in Europa per spesa sanitaria prò-capite. - Ultimo posto tra i Paesi del G7. - Quasi 6 milioni di persone hanno rinunciato a curarsi nel 2024.Sono dati forniti e resi pubblici dalla Fondazione CIMBE. Devastanti sono le conseguenze; pronto soccorso in crisi, carenza di medici specializzati e di medici di famiglia, carenza di infermie ri e di personale di assistenza, a ricaduta disuguaglianzesociali. Al di là di polemiche inconsistenti e di "povere" schermaglie politiche di bottega, è del tutto evidente la necessità urgente e inderogabile (anche con i sovraprofitti delle Banche) di rifinanziare stabilmente il Servizio Sanitario Nazionale per riaffermare che la salute è un diritto fondamentale, prima di assistere - impotenti - a un progressivo depauperamento del patrimonio solidaristico e di coesione sociale rappresentato dal Ssn. Maurizio Vescovi Parma, 20 settembre -tit_org- Lettere - Rifinanziare il Sistema Sanilario -sec_org-
tp:writer§§ POSTA DAI LETTORI
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title§§ Calabria, una regione senza pediatri
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Estratto da pag. 6 di "QUOTIDIANO DEL SUD ED. REGGIO CALABRIA" del 21 Sep 2025
Situazioni critiche in quasi tutte le strutture, anche i dottori "di famiglia" saranno sempre meno
pubDate§§ 2025-09-21T05:23:00+00:00
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tp:ocr§§ Calabria, una regione senza pediatri Situazioni critiche in quasi tutte le strutture, anche i dottori “di famiglia” saranno sempre meno SANITÀ I reparti si stanno svuotando, tra chi ha scelto il territorio e i pensionamenti COSENZA – Mai così in crisi, o forse l’ultimo atto di un’emorragia che va avanti da troppo tempo. La Calabria ha sempre meno pediatri nei reparti ospedalieri, comprese le terapie intensive neonatali. E nel frattempo si assiste ad uno spostamento quasi costante dall’ospedale al territorio. In altre parole, i dottori preferiscono essere pediatri di libera scelta che muoversi nei corridoi degli ospedali. Le ragioni? Tante, turni difficili, rischio professionale elevato, stipendi non adatti. Una crisi che la stessa regione aveva riconosciuto circa tre anni fa, partorendo però soltanto una convenzione con l’ospedale pediatrico Bambin Gesù di Roma, prima struttura (dati Agenas riferiti al 2023) in Italia per “attrattività”, ovvero dell’ospedale al primo posto in classifica per numero di pazienti provenienti da altre regioni. Al costo di un milione e mezzo di euro all’anno e per tutto un triennio i medici dell’ospedale sono arrivati in Calabria per effettuare visite specialistiche e, eventualmente, “trasferire” i piccoli calabresi fuori regione in cerca di risposte. LA GIUNGLA CALABRESE – A luglio scorso Mimma Caloiero, primaria di Pediatria all’ospedale di Lamezia lancia attraverso i social una “richiesta” piuttosto particolare. Lo fa richiamando l’iniziativa dell’Asp di Catanzaro in cerca di Pediatri in pensione specializzati in neonatologia da inserire all’interno delle strutture ospedaliere in supporto ai camici bianchi (pochi) in servizio. In sostanza la dottoressa invita gli interessati a contattarla in privato. Il 26 agosto sempre l’Asp di Catanzaro avvia le procedure per un concorso, a tempo indeterminato, destinato a coprire tre posizioni di pediatra negli ospedali della provincia. Il termine della procedura iniziale è fissato al nove ottobre 2025. Bisognerà vedere quante persone risponderanno alla chiamata. Intanto, come specificato, l’emorragia di dottori è in atto ed è piuttosto grave. Da un lato accade quello che si è visto già in altri settori negli ultimi anni, i dottori cubani sostanzialmente sono l’ultimo anello di una catena forse già spezzata. Senza di loro le carenze all’interno delle strutture sarebbero così importanti da dichiarare l’effettivo “default” sanitario per mancanza di persone disponibili a curare i calabresi. Il problema è strutturale, ma è anche fiaccato da procedure frammentate e a volte “strane”. Chiamate a pensionati, tempi determinati, coperture a sostituzione. La stabilità arriva sempre all’ultimo. E non è un caso. Uno degli ultimi provvedimenti dell’Asp di Catanzaro è stato prolungare di un anno il contratto a tempo determinato per una dottoressa pediatra in servizio proprio a Lamezia. Resterà in servizio fino al 19 settembre del prossimo anno. LA SITUAZIONE – I numeri della “fuga” di dottori, tra pensionamenti e scelte, è importante. A Lamezia, per restare qui, da ottobre del 2024 fino ad oggi hanno lasciato l’ospedale otto pediatri. Uno invece ha chiuso la sua esperienza a Soverato. Allo stato attuale nessuno di questi medici è stato sostituito stabilmente. Restano dei posti vuoti che vengono coperti con turni sempre più intensi. E l’andazzo sembra essere lo stesso anche se si guarda al futuro. Ci sono altri sei specialisti nel Catanzarese pronti ad andare via o a pensionarsi senza alcuna ipotesi di sostituzione. Ma in altre province le cose sembrano andare anche peggio. Un caso è la Terapia intensiva neonatale del Grande ospedale metropolitano di Reggio Calabria. Qui ad andare via sono stati ben dieci specialisti, soltanto due in pensione. Stessa questione nella Dulbecco di Catanzaro. Anche qui si cominciano a vedere le prime crepe. Sono almeno tre gli specialisti che nell’ultimo anno hanno preferito fare i pediatri di libera scelta invece che restare in ospedale. A Corigliano, invece, sono i medici cubani a tenere in piedi il servizio. I PED
IATRI DI FAMIGLIA – Detta così sembra che la situazione sul territorio sia tutto sommato stabile. Eppure, stando alle proiezioni della fondazione Gimbe, oltre 102 pediatri di famiglia andranno in pensione nei prossimi anni e non saranno sostituiti per sostanziale carenza di specialisti. Anche qui la situazione è piuttosto marcata. Già nel 2019 le prime, concretissime, avvisaglie di uno svuotamento del servizio si sono fatte vedere con un calo di circa il 10% rispetto all’anno precedente di professionisti in servizio. Stando ai dati Gimbe di questa estate ogni pediatra ha in carico 892 assistiti in Calabria, dato superiore al rapporto ottimale, sebbene sotto la media nazionale di 900. È anche inferiore al tetto massimo di 1.000 assistiti. Il vero problema è che la maggior parte dei dottori è prossimo ai settant’anni, e non è detto che possano essere “richiamati” su base volontaria all’interno degli ospedali per far fronte alla pensatissima crisi in atto. I numeri e le situazioni dicono comunque che c’è un disperato bisogno di pediatri negli ospedali e, a breve, anche negli studi. L’ennesima emergenza è servita. ---End text--- Author: VALERIO PANETTIERI Heading: SANITÀ I reparti si stanno svuotando, tra chi ha scelto il territorio e i pensionamenti Highlight: Image:UN reparto di Terapia intensiva neonatale -tit_org- Calabria, una regione senza pediatri -sec_org-
tp:writer§§ VALERIO PANETTIERI
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title§§ La colpa e la medicina difensiva
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Estratto da pag. 1 di "CORRIERE SALUTE" del 21 Sep 2025
pubDate§§ 2025-09-21T03:28:00+00:00
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category§§ POLITICA SANITARIA
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tp:ocr§§ ? L’editoriale La colpa e la medicina difensiva In una delle pagine che seguono Giuseppe Deleo affronta un argomento estremamente difficile, quello sulla normativa relativa alla «colpa» in medicina. La delicatezza del tema è evidente, perché è fondamentale che ciascuno di noi, potenziali pazienti, abbia diritto a veder riconosciuta in sede civile, e come comunità anche in sede penale, quella che si configura come reale colpa da parte di un medico che sia stato davvero negligente, imprudente, o peggio. Tuttavia una valutazione eventualmente non equilibrata del contesto e delle condizioni in cui si svolge l’azione del medico in questi casi non solo apparirebbe ingiusta, ma rischiosa, ancora una volta per noi come singoli pazienti potenziali e anche come comunità, perché incoraggia la cosiddetta medicina difensiva, che consiste, da parte dei dottori, nel mettere in atto tutte le possibili procedure «precauzionali» per non incorrere in eventuali problemi legali nel caso l’esito delle cure non sia quello auspicato. Quali procedure? Per esempio quelle che si declinano in un eccesso diagnostico: meglio una Tac oppure una biopsia in più, non ritenute davvero strettamente necessarie, piuttosto che una causa in cui possa essere sostenuto che forse avrebbero potuto cambiare la storia del paziente. Peccato che una Tac comporti una certa dose di radiazioni, e una biopsia può anche non essere sempre «una passeggiata». E fin qui siamo ai singoli. ma consideriamo anche il peso per la collettività: gli esami inutili costano, e li paghiamo tutti se effettuati con il Servizio sanitario nazionale. E lo stesso vale per terapie e trattamenti somministrati «per sicurezza». Ora si attende l’iter legislativo necessario all’attuazione della nuova disciplina. L’auspicio è che questa fase sia oggetto di discussioni, riflessioni e valutazioni che abbiano a cuore il bene dei pazienti e del Servizio Sanitario e che diano anche una cornice in cui i medici possano svolgere con la giusta serenità il proprio difficile e delicato lavoro. A beneficio di tutti, anche delle casse dello Stato. © RIPRODUZIONE RISERVATA ---End text--- Author: Luigi Ripamonti Heading: Highlight: Image: -tit_org- La colpa e la medicina difensiva -sec_org-
tp:writer§§ Luigi Ripamonti
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§---§
title§§ Alzheimer : come (e dove) trovare aiuto = Che cosa devo fare se ho un familiare con l'Alzheimer?
link§§ http://gimbe.telpress.it/news/2025/09/21/2025092102027103438.PDF
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Estratto da pag. 2 di "CORRIERE SALUTE" del 21 Sep 2025
La causa più comune di demenza fa smarrire pazienti e familiari. Una guida per sapere a chi rivolgersi e capire in che modo funzionano i Centri di riferimento e se, e quanto, bisogna pagare per l'assistenza
pubDate§§ 2025-09-21T03:28:00+00:00
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tp:ocr§§ Alzheimer: come (e dove) trovare aiuto La causa più comune di demenza fa smarrire pazienti e familiari. Una guida per sapere a chi rivolgersi e capire in che modo funzionano i Centri di riferimento e se, e quanto, bisogna pagare per l’assistenza Dal medico di medicina generale alle Rsa, tutto quanto serve sapere sulla rete di cura e di assistenza nel nostro Paese Ancora oggi, infatti, il percorso è difficile e pieno di ostacoli Checosadevofare sehounfamiliare conl’Alzheimer? F a paura l’«Alzheimer», la forma di demenza più comune, che «ruba» il cervello e sconvolge la vita di chi ne soffre e dei suoi cari. Lo sa bene chi ha un genitore, un coniuge, una sorella o un fratello malato. Ma la vita non finisce, e i malati e i familiari che li assistono hanno diritto a vivere con dignità. Troppo spesso, però, i caregiver familiari sono lasciati soli, con conseguenze anche sulla propria salute psicofisica, sulla sfera lavorativa e sociale, sugli stessi bilanci familiari. Basti pensare che, secondo le stime dell’Osservatorio Demenze dell’Istituto Superiore di Sanità, ogni anno i costi per la gestione e il trattamento dei pazienti con demenza oltrepassano i 23 miliardi, di cui circa il 63% completamente a carico delle famiglie. Esistono sul territorio servizi dedicati alle demenze, sia pure carenti, offerti nell’ambito del Servizio Sanitario nazionale, ma molti ancora non lo sanno. Quando si riesce ad accedervi, troppe volte ancora manca una presa in carico globale della persona malata e dei suoi familiari. Man mano che l’Alzheimer avanza, le difficoltà crescono: non potendo contare il più delle volte sull’assistenza a domicilio, bisogna arrangiarsi per trovare soluzioni, assumendo più badanti che si alternano, o «arrendersi» e ricoverare la persona cara in una Rsa, Residenza sanitaria assistenziale, sostenendo i costi (elevati) di compartecipazione alla spesa «alberghiera». Ma cosa si può fare per alleviare le sofferenze dei malati e dei loro cari? E, in caso si sospetti la malattia, a chi rivolgersi e come riconoscere i primi segnali? Come funzionano e dove trovare i Centri per i disturbi cognitivi e le demenze? Ancora: è davvero possibile (e come) evitare o, quantomeno, ritardare l’esordio della malattia? Chi potrà beneficiare dei nuovi farmaci in arrivo? continua alla pagina seguente SEGUE DALLA PAGINA PRECEDENTE I l percorso a ostacoli per le persone con Alzheimer e le loro famiglie inizia fin dalla diagnosi. «Sono lunghi i tempi d’attesa per accedere (con l’impegnativa del medico di famiglia) ai Centri per i disturbi cognitivi e le demenze (CDCD), dove inizia l’iter per diagnosticare la malattia» denuncia Mario Possenti, segretario generale Federazione Alzheimer Italia, che raggruppa associazioni di familiari. Del resto, come rilevano indagini dell’Osservatorio nazionale demenze presso l’Istituto Superiore di Sanità (ISS), un Centro su quattro è aperto solo un giorno a settimana e molti hanno orari di apertura ridotti, anche perché manca il personale, persino figure professionali essenziali. Ma come funzionano i CDCD? Innanzitutto, spiega Marco Trabucchi, past president Società italiana di gerontologia e geriatria e professore alla Facoltà di Medicina dell’Università Tor Vergata di Roma: «Il medico di famiglia rimane la figura chiave; ma, se invece di avere al massimo 1.500 assistiti, ne ha quasi 2 mila a causa della carenza di colleghi, purtroppo riesce a fare solo interventi tampone. In ogni caso, deve avere come punto di riferimento i CDCD, che devono essere più diffusi sul territorio e avere competenze cliniche, fare diagnosi, impostare i trattamenti più adeguati, svolgere attività assistenziale, sostenere la persona con demenza nella sua complessità e la famiglia. Oggi, tranne alcune eccezioni, i CDCD non sono ancora luoghi clinici e di cura». Rinforza Possenti: «In alcune Regioni ci sono Centri che offrono i servizi necessari, compresi quelli di supporto e consulenza per i familiari e accompagnamento sul territorio per la presa in carico socio-assistenziale, ma in troppi casi bisogna arrangiarsi
persino per capire cosa comporta la malattia, poiché sono date informazioni tecniche e non su come prendersi cura di chi ha l’Alzheimer. Alcuni contattano associazioni di familiari come la nostra, che offre consulenze gratuite e supporti; altri sono allo sbaraglio». Indicazioni pratiche Eppure, come ricorda il dottor Nicola Vanacore, responsabile dell’Osservatorio Demenze dell’ISS: «Il nostro Paese ha una Linea guida per la diagnosi e il trattamento della demenza e del MCI (declino cognitivo lieve), coordinata dall’Istituto in base alle prove scientifiche disponibili, però queste indicazioni vanno applicate. Oggi sappiamo che cosa una persona con demenza e i familiari dovrebbero ricevere per affrontare la malattia, ma il problema è che manca una strategia, nazionale e locale, di implementazione di questi saperi. Ed è frustrante registrare le enormi differenze nell’offerta dei servizi, da Regione a Regione ma anche da Asl ad Asl, a fronte del dramma di famiglie che assistono a casa una persona con Alzheimer, spesso in completa solitudine». E sono ancora pochi i Percorsi diagnostico-terapeutici assistenziali (PDTA) - previsti dalle Linee di indirizzo nazionali - attivati nelle Regioni e nelle Asl, che potrebbero migliorare la qualità dell’assistenza. Aggiunge Possenti: «Servirebbe una gestione integrata della malattia, a cominciare dal sostegno ai caregiver familiari anche con l’approvazione di una Legge, alla diffusione di Comunità amiche delle persone con demenza». «Per implementare molte delle raccomandazioni contenute nella Linea guida — riprende Vanacore — occorrerebbero risorse economiche, innanzitutto per l’assunzione di personale qualificato. Per esempio, senza il neuropsicologo, è difficile eseguire una valutazione neuropsicologica approfondita». Uno dei prossimi obiettivi dell’Osservatorio Demenze è «geolocalizzare tutti i servizi per le demenze presenti in Italia — ricorda Vanacore —. Potrebbe essere utile pure per migliorare la programmazione dei servizi, che spetta alle Regioni. Sarebbe necessario, poi, che le Asl non si limitassero ad autorizzare l’apertura di Centri o ad accreditare le strutture private, ma controllassero la qualità dei servizi offerti». Le indagini dell’Osservatorio evidenziano una distribuzione non omogenea sul territorio di Rsa-Residenze sanitarie assistenziali e Centri diurni (poche strutture pubbliche, molte convenzionate, alcune del tutto private). Se e quanto si paga «I Centri diurni, carenti soprattutto al Sud, sono luoghi dove svolgere attività per “allenare” il cervello rallentando il declino cognitivo e consentono alle famiglie di avere sollievo per alcune ore, alleggerendo il carico assistenziale» osserva Possenti, che segnala gravi carenze anche nell’assistenza domiciliare (quando si riesce a ottenerla): «È inadeguata a supportare le persone con Alzheimer per periodi lunghi». Bisogna allora organizzarsi da soli, assumendo uno o più badanti e spendendo anche 2 mila euro al mese. Quando non è più possibile assistere a casa il proprio caro, il ricovero in Rsa diventa una scelta obbligata. Se le prestazioni sanitarie sono sempre gratuite per tutti gli ospiti, la quota «alberghiera» (vitto, alloggio e altri servizi), pari al 50% della retta, è a carico di utenti o familiari, che possono richiedere un contributo al Comune per l’«integrazione (di solito in base all’ISEE). Col passare del tempo, per molti diventa insostenibile affrontare i costi di compartecipazione (possono arrivare fino a 2 mila euro al mese). Alcuni familiari hanno fatto ricorso alle vie legali e, negli anni, diverse sentenze pronunciate da Tribunali e dalla Corte di Cassazione hanno dato loro ragione stabilendo che, quando il ricovero in Rsa è l’unica possibilità per curare persone in condizioni patologiche gravissime e non autosufficienti, come malati di Alzheimer, non sono scindibili le attività socio-assistenziali da quelle sanitarie, per cui nulla è dovuto, nemmeno la retta alberghiera, che deve essere a carico della sanità pubblica. ---End text--- Author: Maria Giovanna Faiella Heading: Highli
ght: Giornata ? Il 21 settembre, come ogni anno, ricorre la Giornata mondiale dell’Alzheimer. La Giornata è stata istituita dall’Organizzazione Mondiale della Sanità (Oms) con l’obiettivo di far crescere la consapevolezza sulla malattia e i fattori di rischio, combattere lo stigma che ancora circonda chi ne soffre e i suoi familiari, tenere alta l’attenzione sui bisogni delle persone malate aiutandole a vivere con dignità. ? Enormi le differenze nell’offerta dei servizi, a fronte del dramma di famiglie che assistono i propri cari spesso in completa solitudine 10 per cento la popolazione coinvolta dalla malattia, pari a 6 milioni di persone: 1,1 milioni di pazienti con demenza, 900 mila con MCI-Mild Cognitive Impairment (una forma lieve di declino cognitivo) 4 milioni di familiari Image: -tit_org- Alzheimer : come (e dove) trovare aiuto Che cosa devo fare se ho un familiare con l'Alzheimer? -sec_org-
tp:writer§§ Maria Giovanna Faiella
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title§§ Sanità sarda a perdere I direttori sanitari faranno causa a Todde
link§§ http://gimbe.telpress.it/news/2025/09/21/2025092102026603433.PDF
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Estratto da pag. 8 di "DOMANI" del 21 Sep 2025
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tp:ocr§§ L'ANTICIPAZIONE DELL'INCHIESTA DI PRESADIRETTA(RAI 3) Sanità sarda a perdere I direttori sanitari faranno FRANCESCANAVA La Sardegna è oggi uno specchio delle fragilità del Servizio sanitario nazionale. Un'isola che ogni estate quintuplica la popolazione con i flussi turistici e si ritrova con pronto soccorso al collassoe reparti senza personale. Tuttavia le criticità non sono solo estive. Un sardo su sei ha rinunciato a curarsi (17,2 per cento, quasi Ü doppio della media nazionale), i medici di base in quattro anni sono calati del 39 per cento, il peggior dato d'Italia. Ein tutta l'isola non esiste ancora una terapia intensiva pediatrica: i bambini più gravi vengono trasferiti in elicottero verso ospedali della penisola- È questa la fotograna che la giunta Pd-MSS guidata da Alessandra Todde ha ereditato un anno e mezzo fa, dopo decenni di fallimenti e promesse mancate. La risposta è stata drastica: lo scorso aprile sono stari azzerati i vertici di tutte le Asl sarde e rimossi in blocco i direttori generali. «Se c'è una squadra che non funziona si cambia allenatore—spiega l'assessore alla Sanità Armando Bartolaz zi —secondo Agenas, la Sardegna è in fondo alle classifiche sui Lea- Non potevamo restare immobili». Ma i direttori rimossi contestano la scelta e annunciano battaglia- Marcello AC- Mancano ¡I pronto soccorso pediatrico e pure medici La presidente si è trovata un'eredità pesante. Che però rischia di travolgerla darò, ex Dg della Asl Gallura, accusa: «Qualcuno ha vinto le elezioni e ha detto: adesso metto i miei piloti. Ma. se mancanoi medici, può arrivare anche il miglior pilota del mondo, il sistema non funziona». La carenza di personale resta il punto critico. Al pronto soccorso di Olbia i medid raccontano turni impossibili: «D'inverno ci sono l40mila abitanti, d'estate arrivano sei milioni di turisti. Servirebbero almeno 24 medid, ce ne sono tré». Un'infermiera aggiunge: «Siamo allo stremo, i pazienti restano ricoverati qui per giorni: si chiama boarding, e viola tutte le norme di sicurezza». Caos sardo Bartolazzi riconosce la gravita e lancia la sua proposta; «ñòåàãå un sistema tampone per dare possibilità di lavoro ai medid offrendo loro le vacanze per tutta la famiglia nei mesi di maggiore afflusso'». E aggiunge «Pure dalla Svezia verrebbero a prendere sole in Sardegna, visto che lo vedono due mesi l'anno». Ma le soluzioni tampone rischiano di non bastare per le carenze strutturali. Per questo l'assessore afferma: «Non posso donare gli spedalisti. Mancano neurochirurghi, ho fatto scou- Todde ting in Italia e all'estero e non d sono neurochirurghi disponibili a venire qui, quindi dobbiamo lavorare con quello che abbiamo». Tra le eredità della precedente giunta di centrodestra c'era anche la bozza preliminare di unaccordo con Cuba perl'arrivo di 123 medid da inviare nei presidi in sofferenza. «Avevo stanziato 6 milioni di euro — d spiega l'ex assessore alla sanità, Carlo Doria — che non servivano per pagare gli stipendi, perché questi medici venivano assunti coperti dal budget delle Asl quei soldi erano per coprire le spese accessorie: voli, affitto, assicurazioni. Tra l'altro quei 6 milioni di euro stanziati sono ancora 11. Solo che una delle prime affermazioni che è stata fatta da chi rappresenta oggi questa legislatura è io non porterò i medid cubani». La giunta Todde, infatti, non ha dato seguito alla trattativa, frenata ora dagli avvertimenti di Washington: per gli Stati Uniti, le missioni mediche cubane non sarebbero cooperazione, ma "sfruttamento del lavoro" e hanno annunciato l'entrata in vigore di sanzioni ai funzionari di paesi terzi che sigi eranno accordi con cuba, incluso il divieto di ingresso negli Usa. Mentre il dibattito politico si concentra sulle emergenze sanitarie, il cuore della contesa resta il commissariamento. Una scelta che la giunta difende come indispensabile per riformare il sistema, ma che è ora sotto la lente della giustizia amministrativa. A luglio il Consiglio di Stato ha accolto l'appello cautelare dell'ex direttore generale della Asl
di Sassari, Flavio Sensi, ribaltando la decisione del Òàã che a giugno aveva respinto la richiesta di sospensione. I giudici amministrativi di secondo grado non si sono pronunciati nel merito, òà hanno rinviato lavalutazione definitiva al Òàã, che dovrà stabilire entro fine ottobre se vi siano state irregolarità nelle revoche e nelle nomine dei com- missari. Nel frattempo gli ex direttori (unadecina) annunciano ricorsi non per tornare in sella, ma per chiedere risarcimenti: «Questo commissariamento è illegittimo, quindi andremo davanti alla Corte costituzionale, che valuterà se la Todde ha fatto bene o ha fatto male», dichiaraAcciaro, che aggiunge: «Non chiediamo il reìntegro, ma Ü danno, agiremo dopo le pronunce dei giudici amministrativi». L'assessore Bartolazzi respinge le accuse di spoils system; «II nostro progetto parte da qui: commissariamento, riforma sanitaria, nomina di nuovi direttori. Non escludo ripescaggi, ma la Sardegna non può più restare fanalino di coda». E rivendica un piano di interventi: un ospedale pediatrico con terapia intensiva, il registro tumori regionale, una Quarta base Areus per gli elicotteri del 118, oltre al rafforzamento della medicina territoriale con 50 case di comunità. La presidente Todde ha fatto del rilancio della sanità pubblica il proprio cavallo di battaglia. L'auspicio è che riesca davvero a invertire la rotta. Perché la Sardegna oggi resta in trincea, stretta tra carenze strutturali e un contenzioso che rischia di bloccare ogni riforma. La puntata in onda stasera alle 20.30 su Ra¡ 3: un viaggio wfìa sanità àeUa regìonea guida 5 Stelle ~ ·;i é '-· -é. : -tit_org- Sanità sarda a perdere I direttori sanitari faranno causa a Todde -sec_org-
tp:writer§§ FRANCESCA NAVA
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title§§ Ultracentenari addio? = Longevità: la curva rallenta Il secolo d'oro è finito?
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Estratto da pag. 2 di "L'IDENTITÀ" del 21 Sep 2025
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tp:ocr§§ Art direction di GIANLUCA PASCUTTI MARINA CISMONDI alle pagine 2 e 3 Longevità: la curva rallenta Il secolo d’oro è finito? C ’erano tempi in cui nascere significava convivere con un destino già segnato: nei villaggi medievali italiani, tra carestie, epidemie e guerre, l’aspettativa di vita raramente superava i 35 anni e non era raro che metà dei bambini morisse entro i primi cinque anni.Vivere fino a cinquant’anni era un privilegio per pochissimi, più che la norma. Poi, lentamente, le cose cominciarono a cambiare. Con il Rinascimento arrivarono i primi progressi nella medicina e nell’igiene, ma i grandi passi in avanti si fecero attendere fino al XIX secolo. L’Italia, appena unificata, era ancora un paese segnato dalla povertà rurale, dalla malaria nelle campagne e dalle epidemie di colera che decimavano intere città. In quegli anni, la vita media di un italiano come per molti europei - oscillava tra i 35 e i 40 anni. La svolta arrivò nel Novecento: le bonifiche delle paludi portarono via con sé la malaria, i vaccini ridussero la mortalità infantile e l’arrivo degli antibiotici cambiò per sempre le sorti delle malattie infettive. L’acqua potabile e le fognature nelle città resero più sicura la vita quotidiana. Tra gli anni ’50 e ’60, l’Italia iniziò a correre: in pochi decenni, l’aspettativa di vita raddoppiò, seguendo il ritmo del boom economico, della possibilità di alimentarsi in modo sufficiente, degli ospedali moderni e delle prime campagne sanitarie nazionali. Oggi, gli italiani vivono in media oltre 83 anni, con una delle aspettative di vita più alte al mondo. Una bambina nata in Italia nel 2025 può attendersi di spegnere le candeline ben oltre gli 85 anni, e un ragazzo di superare gli 80. Non è più un’eccezione vedere bisnonni che crescono nipoti e pronipoti: al 1° gennaio 2024, in Italia si contavano 22.552 persone con almeno 100 anni. Più dell’80% sono di sesso femminile e tra loro spiccano i cosiddetti “supercentenari”: 677 italiani hanno già superato i 105 anni ed una ventina hanno oltre 110 anni. La persona più anziana d'Italia, a settembre 2025, è Lucia Laura Sangenito, residente a Sturno (Avellino), nata il 22 novembre 1910. Numeri che, solo un secolo fa, sarebbero sembrati impossibili, ma vivere più a lungo significa anche convivere con malattie croniche legate all’età, come demenze e problemi cardiovascolari. respiratori e muscolo-scheletrici: la vera battaglia è migliorare la qualità degli anni vissuti. Eppure, recenti studi indicano che la curva della longevità ha cominciato a flettere, almeno temporaneamente, in Italia e in diversi paesi europei. Dal 2020, la pandemia di Covid-19 ha causato un brusco calo nella speranza di vita, facendo retrocedere l’Italia da valori intorno a 83,4 anni (2019) a circa 82,2 anni, con un parziale recupero ma senza ancora un ritorno ai livelli pre-pandemia. Anche prima del virus, la crisi economica del 2008 aveva lasciato il segno: uno studio recente mostra che l’Italia ha perso quasi un anno di aspettativa di vita rispetto a quanto si sarebbe potuto prevedere, a causa delle difficoltà economiche e dei tagli alla sanità. Ed è stata recentemente pubblicata, sulla rivista scientifica PNAS, una nuova ricerca dell’Università del Wisconsin - Madison : i guadagni di longevità, nei paesi più ricchi del mondo, stanno rallentando e non porteranno la vita media oltre la soglia simbolica dei 100 anni. Lo studio, realizzato insieme al Max Planck Institute for Demographic Research e all’Institut national d’études démographiques di Parigi, ha analizzato i dati di mortalità di 23 paesi ad alto reddito, dal 1900 in avanti, ricostruendo le aspettative di vita delle generazioni nate nel secolo scorso. I numeri raccontano che chi è nato prima del 1939 ha beneficiato di un aumento dell’aspettativa di vita di circa cinque mesi e mezzo a generazione. Ma per chi è venuto al mondo dopo il ritmo è sceso a poco più di due o tre mesi, troppo poco per far sì che la media possa toccare i 100 anni. A fare la differenza, è stato soprattutto il crollo della mortalità infantile e giovan
ile nella prima metà del Novecento: vaccini, antibiotici, igiene e sistemi sanitari più robusti hanno permesso un balzo straordinario. Oggi, però, quelle vittorie sono già state conquistate ed i margini di miglioramento restano quasi esclusivamente nelle età più avanzate, dove i progressi sono inevitabilmente molto più lenti. E così la curva della longevità, che sembrava destinata a crescere senza sosta, ora mostra segni di rallentamento. Anche immaginando scenari ottimistici, come un raddoppio della velocità con cui migliorano le cure per gli adulti, non si tornerebbe ai ritmi di crescita del secolo scorso. Le implicazioni non sono soltanto accademiche. Per i governi, questo significa ripensare previsioni pensionistiche e sistemi di welfare basati su aspettative di vita forse troppo generose. Per le persone, vuol dire fare i conti con una prospettiva diversa da quella che per anni è stata narrata: il futuro non ci regalerà automaticamente decenni di vita in più, e il traguardo dei 100 anni resterà, per la maggior parte, un’eccezione. Resta però un margine di incertezza: la storia della longevità è stata segnata da svolte inattese e anche il futuro potrebbe sorprenderci. Una scoperta medica rivoluzionaria o nuove strategie di prevenzione potrebbero invertire la rotta, così come crisi globali – guerre, epidemie, disastri ambientali – potrebbero peggiorare il quadro. Per ora, l’unica certezza è che la promessa di un’“immortalità di massa” appartiene più alla fantascienza che alle statistiche e che il vero traguardo resta vivere meglio, non solo più a lungo. ---End text--- Author: MARINA CISMONDI Heading: Highlight: Dai 35 anni del Medioevo agli 83 di oggi: in Italia oltre 22mila centenari, ma la crescita rallenta Image:(©Imagoeconomica) -tit_org- Ultracentenari addio? Longevità: la curva rallenta Il secolo d’oro è finito? -sec_org-
tp:writer§§ MARINA CISMONDI
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title§§ Basta vaccini Covid «raccomandati» Negli Usa si faranno solo se serve
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Estratto da pag. 17 di "VERITÀ" del 21 Sep 2025
pubDate§§ 2025-09-21T03:28:00+00:00
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category§§ POLITICA SANITARIA
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tp:ocr§§ Basta vaccini Covid «raccomandati» Negli Usa si faranno solo se serve L’equivalente americano del nostro Nitag ha dato un taglio netto con le prassi del passato: le inoculazioni si dovranno concordare tra medico e paziente. Gli esperti criticano Pfizer e Moderna che fanno spallucce Z LA RESA DEI CONTI n L’intensa due giorni della commissione consultiva americana sui vaccini (Acip), con mansioni equivalente a quelle del Nitag soppresso da O raz io Schillaci, ha stabilito uno stop alla tetravalente (la vaccinazione contro la varicella dovrà essere effettuata separatamente rispetto a quella contro morbillo, parotite e rosolia) e ha rimandato sine die la revoca della vaccinazione dei neonati contro l’epatite B, ma è stata soprattutto dominata da una decisione epocale sui vaccini anti Covid: non saranno più raccomandati a tutta la popolazione, urbi et orbi, ma lasciati al «processo decisionale clinico individuale». I cittadini americani non saranno più sollecitati a vaccinarsi contro il Covid; gli over 65 e i fragili concorderanno d’ora in poi con i loro medici se sottoporsi o no all’inoculazione. Questo significa che per la prima volta gli Stati Uniti passano dal protocollo valido per tutti da 0 a 100 anni - il richiamo anti Covid è stato inserito perfino nel calendario vaccinale pediatrico - a una concertazione caso per caso. Il voto della commissione appena rinnovata dal ministro della Salute Robert F. Kennedy ha posto fine a settimane di tensione e articoli di fuoco sui maggiori quotidiani Usa contro i cambiamenti voluti da Donald Trump e Kennedy. Ci sono volute, però, ore di dibattito molto aspro («Che idiota!», si è lasciata sfuggire a microfono acceso una funzionaria mentre un relatore parlava) passando dal confronto aperto alle ostilità. A esprimere le nuove indicazioni vaccinali c’erano i nuovi membri della commissione Acip nominati da Kennedy: 12 componenti tra i quali il presidente Martin Kulldorff (epidemiologo, coautore della Great Barrington Declaration sull’immunità di gregge e già docente di biostatistica ad Harvard), Robert Malone (il papà dei vaccini a mRna) e Retsef Levi (professore al Massachusetts Institute of Technology - Mit, università d’eccellenza della ricerca mondiale), posto a capo del gruppo di lavoro sui vaccini anti Covid. Sono stati loro ad animare il dibattito giovedì e venerdì scorso: quello sui vaccini Covid è stato particolarmente significativo perché per la prima volta, in una delle massime istituzioni scientifiche americane, si è parlato delle criticità del preparato somministrato a miliardi di persone nel mondo, argomento finora tabù nella comunità scientifica globale. Levi ha avviato la discussione introducendo due nuovi membri Acip che, nella loro presentazione, hanno documentato le evidenze di tempesta immunitaria dopo più dosi di mRna, che l’mRna non rimane confinato nel sito d’iniezione, la contaminazione del Dna e la segnalazione di tumori emergenti dopo la vaccinazione. «Queste non sono preoccupazioni teoriche», ha statuito l’oncologo Wafik ElDeiry, «sono veri segnali biologici che richiedono uno studio urgente». Poi è stato il turno di Malone: lo scienziato ha criticato Pfizer per aver esaminato con test poco affidabili la diffusione della proteina Spike, quindi ha incalzato sia Pfizer sia Moderna sulla contaminazione del Dna. Gli scienziati di Moderna hanno accompagnato risposte evasive a lunghi silenzi, Pfizer ha dichiarato di non aver più nulla da commentare. Malone si è allora rivolto, molto duramente, ai Cdc: «La risposta anticorpale non equivale a protezione. Smettetela di dire il contrario». «Certamente può esserci una risposta anticorpale che non conferisce protezione», ha ammesso il pediatra Cody Meissner. L’attenzione di Kulldorff si è invece concentrata sulle anomalie congenite in gravidanza: «I dati mostrano otto casi nel gruppo delle donne vaccinate contro due casi nel gruppo di controllo», ha detto a Pfizer, che ha eluso la domanda. Le conclusioni del gruppo di lavoro di Levi, sebbene anche in Italia se ne parli ufficiosamente da anni, sono sconvolg
enti: «I dati sull’efficacia del vaccino sono di qualità molto bassa; la protezione dalla malattia è incerta; i vaccini anti Covid possono causare mutazioni nel sistema immunitario che aumentano la suscettibilità alle infezioni; i decessi per miocardite sono documentati dalle autopsie, un probabile nesso causale con la vaccinazione deve essere riconosciuto; le sindromi postvaccino possono persistere e sovrapporsi al long Covid, devono essere riconosciute e curate; la proteina Spike può persistere negli organi e nei linfonodi per mesi o anni, sollevando preoccupazioni di sicurezza che richiedono ulteriori studi; i vaccini Covid non sono mai stati testati in studi randomizzati adeguatamente potenziati in gravidanza e questo divario deve essere colmato. Levi ha, inoltre, osservato che, tra il 2022 e il 2025, soltanto l’8-10% degli operatori sanitari si è vaccinato contro il Covid: «Come possiamo raccomandare questi prodotti se le stesse persone che dovrebbero somministrarli non vi si sottopongono?». L’Acip, alla fine, ha espresso quattro voti: la vaccinazione Covid si deve basare su un processo condiviso per tutte le fasce d’età (voto unanime), i medici devono discutere danni e benefici con i pazienti per agevolare il consenso informato (voto unanime); i Cdc dovranno potenziare la documentazione sul consenso informato (voto a favore, 11 a 1); la proposta di chiedere una ricetta medica per la vaccinazione anti Covid è stata, invece, respinta: creerebbe problemi ai cittadini non assicurati. La conclusione è che i vaccini resteranno disponibili per tutti, ma la loro somministrazione verrà valutata caso per caso. L’ultima parola spetta al direttore dei Cdc, Jim O’Neill. La comunità scientifica mondiale, inclusa la recalcitrante cupola sanitaria italiana, dovranno prima o poi prendere atto e adeguarsi. © RIPRODUZIONE RISERVATA ---End text--- Author: MADDALENA LOY Heading: Z LA RESA DEI CONTI Highlight: Dopo lo stop alla puntura tetravalente, l’organismo voluto da Kennedy ha votato all’unanimità una nuova decisione epocale Solamente il 10% dei sanitari si è «immunizzato»: «Ma come possiamo raccomandare le punture se chi deve somministrarle vi si sottrae?» Image: -tit_org- Basta vaccini Covid «raccomandati» Negli Usa si faranno solo se serve -sec_org-
tp:writer§§ MADDALENA LOY
guid§§ http://gimbe.telpress.it/news/2025/09/21/2025092102027703432.PDF
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